Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Secondo passo

mafalda_io non ci sto

Bando alle ciance, procediamo.

Molte donne hanno risposto con un “io ci sto” a questo appello, per dire basta, per dire che è giunto il momento di raccontare i nostri “io non ci sto” a un Paese che ha mille cose che non vanno per le donne, mille aspetti in cui si esplica la violenza nei loro confronti. E allora urliamo gli “io non ci sto” in un corale racconto del nostro presente e i nostri “io ci sto” per suggerire ipotesi di cambiamento per il futuro di tutte. Per le donne che vogliono lavorare ad un nuovo spazio, per coloro che con entusiasmo hanno accolto il mio sassolino nello stagno, con loro e per loro vado avanti.

Così iniziava il Manifesto di Rivolta Femminile:

“Le donne saranno sempre divise le une dalle altre? Non formeranno mai un corpo unico?”

(Olympe de Gouges, 1791).

Sono trascorsi oltre due secoli, eppure sembra che ad oggi la risposta a quella domanda sia ancora no. Anzi dopo un tentativo e un’ illusione di aver smontato questa abitudine alla divisione, ci siamo ricascate alla grande con l’ulteriore rischio di perdere importanti pezzi di pensiero e di riflessioni femministe. Spesso ci perdiamo nei meandri di personalismi e di una infinità di micro-conflitti al nostro interno, con la conseguente incapacità di lavorare in modo unitario o quanto meno solidale. Altre volte ci si ritrova di fronte ad un femminile, che per il potere ha scelto di mimare il maschile e di ripeterne valori, linguaggio, modi e relazioni, condannando al silenzio le voci dissonanti.

Allora per fare da cassa di risonanza a chi voglia dire la propria opinione su come vive la sua condizione femminile in un Paese certamente non all’altezza di corrispondere ai bisogni delle donne, lancio qui un tentativo di presa di parola collettiva:

Io non ci sto a una donna definita in rapporto all’uomo, che non può costituire il modello di lettura di noi stesse e del mondo;

Io non ci sto al perpetuo monologo patriarcale;

Io non ci sto a una suddivisione tra donne vincenti e perdenti;

Io non ci sto alle discriminazioni sul posto di lavoro;

Io non ci sto alle differenze salariali uomo-donna;

Io non ci sto al mobbing;

Io non ci sto alle molestie sul lavoro;

Io non ci sto alla precarietà lavorativa, con le sue ricadute sulle nostre esistenze;

Io non ci sto all’esclusione lavorativa e sociale per chi sceglie di diventare madre;

Io non ci sto a un welfare che poggia quasi esclusivamente sulle donne e sul loro contributo gratuito;

Io non ci sto agli stereotipi;

Io non ci sto all’equazione donna-madre;

Io non ci sto all’imposizione dei ruoli di genere sin dalla prima infanzia;

Io non ci sto ai ruoli sociali imposti e attesi;

Io non ci sto ai servizi per le donne, come i consultori che vengono sempre più ridotti e trasformati ;

Io non ci sto all’obiezione di coscienza che mi impedisce di esercitare il mio diritto ad una maternità libera e consapevole;

Io non ci sto all’abuso e oggettificazione del corpo delle donne;

Io non ci sto alla stigmatizzazione delle donne per la loro condotta sessuale;

Io non ci sto alla mercificazione delle donne;

Io non ci sto alla sopraffazione ed alla discriminazione;

Io non ci sto alla violenza sulle vittime di tratta;

Io non ci sto alla normalizzazione della violenza in ogni sua forma;

Io non ci sto alla violenza psico-fisica, che ci annienta e per alcune comporta la perdita della vita.

Non basta più solo parlarne tra di noi, ora penso sia giunto il momento di dare corpo e voce unitarie e fare rete, gruppo, come le sorelle spagnole, dando vita a qualcosa di concreto. Non lasciamo cadere nel vuoto questa voglia di cambiamento che è dentro di noi, facciamola uscire! Coraggio, raccontiamo i nostri “io non ci sto” e come potremmo dire “io ci sto a un Paese che…”, “io ci sto a lottare per chiedere/pretendere/costruire…”. Potrebbe essere questa la formula del nostro manifestare il 7 novembre, in concomitanza con la manifestazione delle nostre sorelle spagnole, in varie città, paesi, borghi, unite insieme da un filo che ci porta a non poter più stare zitte. Perché cambiare è possibile se lo vogliamo.. partendo dal basso, da un movimento spontaneo. Quanto meno proviamoci! A breve ci sarà un terzo passo di questo cammino che abbiamo intrapreso insieme e ci aspettiamo i vostri racconti, la vostra partecipazione per comporre questo mosaico collettivo.

 

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Care compagne vi scrivo

7nmadrid

Care compagne vi scrivo, sì inizio così!
Siccome sono proprio stufa di aspettare che qualcosa si muova, ho preso il pc e ho iniziato a scrivervi.
Le nostre sorelle spagnole hanno organizzato una Marcia contro la violenza maschile contro le donne, prevista per il prossimo 7 novembre (QUI maggiori informazioni). La chiamata del movimento femminista ha accolto le adesioni e il sostegno di moltissime associazioni, di partiti politici e di organizzazioni sindacali.
La manifestazione sarà preceduta da una serie di azioni di sensibilizzazione, volte a promuovere la partecipazione di massa per le strade per denunciare la terribile realtà della violenza di cui soffrono migliaia di donne e che ha la sua massima espressione nei femminicidi.

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Le donne spagnole ci dimostrano ancora una volta che il luogo della politica delle donne è la strada, la piazza, uno spazio aperto per riunirsi spontaneamente, per dare un segnale di lotta, mai di resa a una realtà, quella della violenza in questo caso, che miete vittime ogni anno.
Una donna su tre tra i 16 e i 70 anni ha subito nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale. Oggi si denuncia di più, ma resta ancora forte lo stigma su queste donne, spesso oggetto di linciaggio mediatico, specie sui social network.
C’è uno sforzo nel contrastare questo fenomeno, ma non sembra bastare, se non si va alle sue radici. Alle origini di questa cultura dello stupro e della violenza c’è il patriarcato, che con un’azione di “restaurazione” cerca di riportare le donne sotto il totale controllo degli uomini, attraverso l’uso sistematico della violenza.
L’Italia ha aderito alla Convenzione di Istanbul ma una firma non è un sufficiente segnale di comprensione del fenomeno e di una volontà chiara di contrastarlo. I mezzi messi a disposizione sono sempre troppo pochi: con l’ultimo Piano antiviolenza è stato erogato qualche milione di euro alle Regioni, senza che venisse organizzato un controllo su come questi fondi vengono poi distribuiti e utilizzati. Non sempre si comprende la necessità di lavorare sulle nuove generazioni, contrastando le discriminazioni, aiutandole a comprendere la ricchezza e l’importanza delle differenze, impostando un lavoro fondato sulla cultura del rispetto, superando le barriere di genere, costruendo relazioni sane e non imperniate di cultura machista, facendo comprendere che la mascolinità non coincide con l’uso della forza e della sopraffazione. Altra grave mancanza è un efficace Piano anti-tratta. Manca una cabina di regia che sappia programmare e monitorare le azioni per contrastare le violenze. Sollecitiamo un Ministero delle Pari Opportunità e maggiori investimenti nel relativo Dipartimento.
Il machismo permea le nostre vite, tanto che per molte donne questa è “normalità”. Una normalità pericolosissima perché apre la porta a ogni tipo di violenza, le donne sono facilmente oggettificate, de-umanizzate, tanto che i loro diritti appaiono più deboli e facilmente bypassabili. Lo vediamo chiaramente con le nostre sorelle vittime di tratta. Ma questo riguarda le vite di tutte le ragazze e delle donne. Se si considera la donna sub-umana, inferiore a un essere umano di sesso maschile, sarà anche possibile ucciderla, cancellarla perché non rientra nello schema di donna costruito dagli uomini in secoli di storia.

Perché non ci siano più schiave sessuali, perché non siano tollerate le molestie, le violenze e le discriminazioni di qualsiasi tipo, perché non imperversino gli stereotipi sessisti che ci ingabbiano in ruoli atavici e che ci vogliono subordinate all’ordine patriarcale, che vivo e vegeto e produce tutto questo, dovremmo scendere in piazza anche in Italia. Superando i nostri steccati e uscendo ognuna dai propri antri autoreferenziali, perché lo dobbiamo a tutte noi e, soprattutto alle future generazioni di donne e uomini.

Unica deve essere la parola d’ordine di questa manifestazione:
LA VIOLENZA NON HA MAI SENSO O GIUSTIFICAZIONE! LA VIOLENZA NON DEVE AVERE SPAZIO NELLE NOSTRE VITE!
Basta violenze, basta femminicidi, non dobbiamo assuefarci alla violenza. La violenza deve diventare una questione di stato ai primi posti dell’agenda politica.

Chiediamo, quindi, che si attui pienamente in Italia la Convenzione di Istanbul e che si seguano puntualmente le raccomandazioni CEDAW, monitorandone periodicamente l’applicazione. Siamo stanche di promesse che rimangono parole non accompagnate dai conseguenti fatti.

Ultimamente le donne italiane hanno scelto un ripiegamento nella dimensione privata, personale, incomprensibile e autolesionista, un ripiegamento silenzioso che necessita di essere ascoltato e condiviso. Per questo motivo dobbiamo essere in piazza, perché non si smetta di ascoltare le nostre voci, storie e testimonianze, perché solo se ci siamo tutte insieme (e direi TUTTI insieme) le nostre battaglie avranno forza e potranno incidere significativamente. Ci devono ascoltare non solo il 25 novembre, perché quella data simbolica non basta più a contenere le rivendicazioni delle donne italiane contro ogni forma assunta dalla violenza di genere.

Stiliamo insieme un manifesto, che leghi le nostre marce piccole o grandi, in ogni quartiere, borgo, paese, città della penisola e lavoriamo a questo appuntamento, ognuna con le proprie idee e contributi, semmai gemellandoci con le nostre sorelle spagnole.

Potrebbe anche essere l’occasione per abbracciarne altre, quelle che arrivano in Italia quali vittime di tratta, a fini sessuali o lavorativi. Sappiamo che la violenza che subiscono prima e dopo il loro arrivo nel nostro Paese deriva dalla domanda di sesso a pagamento da parte degli uomini, nostri partner, amici, familiari. Come non c’è spazio per la violenza, cogliamo la possibilità di gridare a viva voce che non ci può essere tolleranza per queste nuove schiavitù.

Esigiamo che tutti i livelli istituzionali si impegnino a contrastare la violenza contro le donne, in ogni sua forma e in ogni ambito della nostra vita. Qualsiasi politica si decida di mettere in campo, ci auguriamo che ci si ricordi che si tratta di difendere delle vite umane, di donne in carne e ossa, con le loro storie reali, che hanno diritto a vivere serenamente senza che qualcuno decida di rovinare e distruggere le loro esistenze. E, soprattutto, impariamo a credere alle donne e sosteniamole davvero, perché una donna che si sente sola e sotto giudizio avrà più paura di denunciare le violenze.

Non possiamo più stare ferme ad assistere a tante vite interrotte perché tanti non-uomini decidono di farlo. Uniamo le idee, troviamo la formula giusta e manifestiamo insieme! Con le nostre voci libere, i nostri cartelloni faidate, le nostre parole piene di energia, per non dimenticare tutte le donne che hanno vissuto e vivono e vivranno questo orrore sulla propria pelle. Basta veramente poco per dare quel segnale forte, che in tante aspettano, soprattutto quelle donne oppresse dall’impotenza della rassegnazione di una vita fatta di soprusi, sopraffazione e tanta, tanta violenza, fino a poterne morire.

marcha7nmadrid

ADESIONI per lavorare insieme a un manifesto unitario,

che sia di supporto ad una Manifestazione nazionale

contro la violenza sulle donne:

donneinmovimento25n@gmail.com

 

Dale Zaccaria – Roma 

Ilenia Velmi – Brescia 

Maddalena Robustelli – Sala Consilina

Stefania Anarkikka Spanò – Itri 

Giovanna Ferrari – Modena 

Associazione Genere Femminile – Roma 

Laura Onofri – Comitato SNOQ Torino 

Olga Ricci – Toglimi le mani di dosso

Simona Milani – Torino 

Serena Caldarone – Cuneo 

Michela Dallona – Nizza 

Daniela Cirilli – Roma 

Beatrice Pesimena – Bassano del Grappa 

Annadebora Morabito – Roma

Daniela Medea – Udine 

Donatella Proietti Cerquoni 

Antonella Berte’ – Piacenza 

Mauro Giovanelli – Genova 

Leonardo Scattone – Roma 

Laura Marrucci – Pisa 

Massimo Romani – Roseto 

Mimma Carta – Centro antiviolenza di Monza

Marinetta Di Gravina – Trani 

Roberta Manfredini – Associazione APIC

Nadia Somma – Milano 

Chiara Rossini – Brescia 

Francesca Ena -Centro Anti violenza “io non ho paura” donne contro la violenza Onlus

Edda Billi  – Roma 

Tiziana Pirola  

Tina Rossi – Gorizia

Anna Littardi – Imperia Oneglia 

Gabriella Rustici – Siena  

Luciana Pastorelli – Arezzo 

Claudia Forini – Mantova 

Rosalba Diana – Pordenone 

Avv. Anna Maria Teresa Manente

Elvira Alessi – Ass. “angeli senza fine”

Suny Vecchi Frigio – Ancona 

Chiara Valli – Castegnato 

Katia Menchetti – Lodi 

Licia Palmentieri – Napoli 

Barbara Giorgi – Massa 

Bambole spettinate e diavole del focolare

Il Ricciocorno Schiattoso 

Maddalena Lo Fiego – Pistoia 

Teresa Pezzi – Francavilla al Mare

Paola Baglini – Cascina (PI) 

Roberta Schiralli – Trani 

Simona Cappiello – Napoli 

Maria Grazia Alibrando – Genova/Milazzo
Frida Alberti – La Spezia 

Ausonia Minniti – Demetra Donne – Trezzano s/N, Mi
Adriana Perrotta – Milano
Barbara D’Errico – Milano
Alida Mazzaro – Roma
Silvia Rossini – Brescia
Greetje van der Veer – Villa San Sebastiano (AQ)
Mila Spicola – Palermo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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LasciateCIEntrare

Dovremmo accoglierle, impegnarci affinché la loro sofferenza abbia termine e che finalmente la loro vita possa avere dei colori più belli. La violenza che hanno subito non potrà essere cancellata, ma potranno ricominciare, potranno tornare ad avere fiducia nel futuro, se dimostriamo loro che su questa Terra ci sono ancora degli esseri umani, capaci di empatia e solidarietà.

Questo raccontava Giacomo Zandonini prima del rimpatrio delle ragazze nigeriane..

http://www.womenundersiegeproject.org/blog/entry/denying-basic-human-rights-italy-to-deport-dozens-of-nigerian-women-torture
Purtroppo adesso ci troviamo di fronte a questo epilogo, come se la tratta e le violenza a cui sono sottoposte queste donne non esistessero. È davvero tanto difficile aiutare tutte le donne, cercare di capire che il loro silenzio nasconde spesso violenze e minacce inaudite? Secondo voi viaggiano da sole? Non vedono l’ora di arrivare in Italia per finire nelle maglie dello sfruttamento e della prostituzione ben organizzata da criminali nazionali e internazionali senza scrupoli.

“Una ventina delle 69 immigrate arrivate a luglio e che avevano fatto domanda d’asilo sono state imbarcate oggi da Ponte Galeria in un volo Frontex. La protesta delle associazioni: “Avevano diritto a una protezione, molte provenivano da situazioni di pericolo” (articolo completo QUI).

Sono stati spesi fiumi di inchiostro per descrivere cosa accade a queste donne, prima che arrivino da noi, le violenze e i ricatti a cui vengono sottoposte, i riti woodoo, sappiamo anche come vengono istruite dai trafficanti di esseri umani per apparire “libere”, coprendo la realtà di questa vera e propria schiavitù. Caspita, sembra che siamo indifferenti, immunizzati, tanto da rimpatriarle in gran fretta. Vi siete chiesti quanto tempo ci vuole perché queste donne si sentano in grado di raccontare la loro esperienza, il terrore di ritorsioni rende tutto più complicato, quindi perché tanta fretta? Perché non aiutarle e sostenerle, accoglierle in un programma di inserimento nel nostro Paese? Cosa c’è dietro? Cosa può spingere a non concedere l’asilo, un permesso di soggiorno speciale a queste donne chiaramente vittime di tratta?

Che senso ha fingere di non sapere, di non voler credere e saper ascoltare anche a quello che queste donne non riescono a dire?
Una mia compagna di lotte, mi ha girato il testo dell’interpellanza fatta l’11 settembre:
http://www.interno.gov.it/sites/default/files/locatelli_on._2-01065.pdf

Il Sottosegretario di Stato Manzione sostiene che è stato fatto tutto secondo le regole, che le donne sono state informate e che potevano esercitare i loro diritti. Chiaramente questa è la posizione ufficiale.. il problema è che non si è capito lo stato delle ragazze. Le vittime di tratta vengono costrette a raccontare quello che i trafficanti vogliono che venga raccontato, non vanno certo a raccontare la verità, sta agli operatori che le accolgono cogliere i segnali e aiutarle, avviare un percorso protetto. Ma evidentemente oggi gli ordini sono di rimpatriare quante più persone possibile, in barba alle tutele e ai diritti. Le vite di queste donne sono in pericolo. Non venite a raccontarmi che è stato fatto tutto perfettamente.

Le loro voci avremmo dovuto ascoltarle. Non mi sembra che ci siano dubbi.

Fonte video: http://www.lasciatecientrare.it/j25/italia/news-italia/160-oggi-libere-4-delle-66-ragazze-nigeriane-chiuse-al-cie-di-ponte-galeria-e-le-altre

A cosa erano destinate è chiaro, principalmente al mercato di sesso, nel nostro paese 1 su 5 è nigeriana. E noi cosa facciamo, anziché aiutarle? Le rimpatriamo?
Quindi cosa facciamo? Chiedo a questo punto se ci sono regole certe, protocolli da applicare e da rispettare in questi casi, che tipo di controlli vengono fatti sulle decisioni prese.
Valeria Fedeli, che nei giorni scorsi si era espressa così, cerchi di andare a fondo.

Marta Bonafoni aveva espresso le sue preoccupazioni in merito alle donne del CIE di Ponte Galeria:
https://martabonafoni.wordpress.com/2015/09/17/ponte-galeria-si-fermi-subito-il-rimpatrio/

Ne ho scritto più volte e lo ripeto, è la politica migratoria in stile Frontex e di estrema chiusura che favorisce la tratta, le violenze, fa il gioco delle organizzazioni criminali, rende le vite e i diritti delle persone labili, incerti e pericolosamente in balia del caso che è a dir poco inaccettabile. Diamo l’impressione di non capire gli attuali fenomeni migratori, non comprendiamo che l’unica strada percorribile è quella di allestire corridoi umanitari subito. Altrimenti le marce a piedi scalzi e le altre campagne mediatiche saranno solo un modo per lavarci la coscienza. Perché siamo bravi a ripulirci, ma lo siamo meno a chiedere a chi di dovere spiegazioni.. in un Paese in cui la Lega sta dilagando con le sue posizioni in materia di immigrazione, non mi sorprende.

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L’ascesa della famiglia nucleare

ca. 1306-1290 B.C. --- Ancient Egyptian Fresco of Husband and Wife Plowing Fields --- Image by © The Art Archive/Corbis

ca. 1306-1290 B.C. — Ancient Egyptian Fresco of Husband and Wife Plowing Fields — Image by © The Art Archive/Corbis

 

Qui di seguito la mia traduzione di un secondo post di Simon Copland, sulla scia del precedente (che vi consiglio di leggere prima questo post), continua il viaggio attraverso la sessualità, la famiglia, i ruoli di genere, i rapporti economici e di potere. Riflessioni interessanti e che ci aiutano a sfatare qualche falso mito sulla nostra società e sui nostri rapporti sociali. Sappiamo quanto sia complicata la ricostruzione di sistemi sociali appartenenti alla preistoria, non ci sono fonti o documenti da cui attingere per supportare tale lavoro. Molti studi sulle società matriarcali per esempio si sono concentrati su comunità tuttora esistenti. Difficile però individuare quanto di originale e quanto di “influenzato” da una contemporaneità sempre più omologante sia presente in queste comunità. Tuttavia, studiosi di diverse discipline non hanno mai abbandonato questo sforzo, per comprendere le nostre radici ancestrali, come siamo giunti sin qui, nel bene e nel male. Soprattutto, l’analisi di Copland tocca da vicino il ruolo della donna, il cui destino è strettamente connesso alla nascita della proprietà privata e di modelli di società fondati su classi diverse. Buona lettura e grazie Simon!

 

In questo post (vedi qui) mi ero soffermato sulla nostra visione dominante della storia moderna su sessualità e famiglia. Questo modello ci insegna che la monogamia e il patriarcato siano parte della nostra natura. Ci dicono che sono vecchi come la società stessa. Tuttavia, come ho mostrato, molti antropologi e biologi sostengono prove che dimostrano che le cose stanno diversamente. Infatti, in epoca preistorica, gran parte delle famiglie erano poligame e in un sacco di società le donne avevano un alto grado di autorità e controllo. Perciò, come siamo arrivati al punto in cui ci troviamo? Questo è l’argomento del post di questa settimana.

Le società poligame ed egualitarie preistoriche di cui abbiamo discusso sono state incrinate in primo luogo da una invenzione: l’agricoltura.
L’agricoltura probabilmente ha avuto l’impatto più significativo di qualsiasi altra invenzione della società umana. È cambiato radicalmente il modo in cui vivevamo. Le società di cacciatori-raccoglitori vivevano in gran parte o completamente di sussistenza. Diverse società hanno vissuto in modi diversi, ma la gente viveva principalmente in piccoli clan nomadi, raramente si stabilivano in un unico luogo per un tempo lungo. Costantemente in movimento, noi esseri umani non avevamo i mezzi, né il bisogno di accumulare risorse. Raccoglievamo bacche, radici e altri vegetali spontanei, oppure cacciavamo o pescavamo; lavoravamo solo poche ore al giorno, quanto bastava per raccogliere ciò che ci serviva per sopravvivere.

L’agricoltura ha cambiato tutto questo. Con il suo sviluppo, in particolare con i processi sempre più intensivi (con l’aratro e l’irrigazione), improvvisamente gli esseri umani sono stati in grado di estrarre significativamente più risorse. Abbiamo iniziato ad accumulare il surplus, o quello che oggi chiamiamo ricchezza. Come Sharon Smith afferma (QUI):

“Questo è stato un punto di svolta per la società umana, perché nel tempo, questo avrebbe portato alla sostituzione della produzione per uso con quella per lo scambio e infine per il profitto – che porta alla nascita delle prime società classiste circa 6.000 anni fa (le prime in Mesopotamia, seguite poche centinaia di anni dopo da Egitto, Iran, Valle dell’Indo e Cina)”.

A differenza dei piccoli clan nomadi, ci siamo stabiliti in città e nelle fattorie per accumulare ricchezza. Non abbiamo più vissuto di sussistenza, al contrario, abbiamo iniziato a commerciare le risorse che ci circondavano per sopravvivere. Abbiamo dovuto produrre sempre di più in modo da avere maggiori risorse da commerciare.

Gli impatti di tutto ciò sono stati ovviamente enormi, ma non necessariamente positivi. Lo scienziato Jared Diamond (QUI) ha definito questo cambiamento: “il peggiore errore nella storia della razza umana”. L’agricoltura ha portato con sé, egli sostiene: “”la disuguaglianza sociale e sessuale, la malattia e il dispotismo, che affliggono la nostra esistenza”. L’evidenza (QUI) suggerisce che l’agricoltura ha comportato una intensificazione del lavoro, che ha portato a una dieta meno varia. A sua volta la salute e la vita media delle comunità sono scese drammaticamente.

Anche l’egualitarismo del passato scompare (QUI). L’agricoltura ha portato ad una maggiore specializzazione del lavoro, la creazione di nuovi ruoli sociali. Questa divisione ha creato le prime gerarchie sociali – le classi proprietarie che gestivano le risorse e le classi lavoratrici che lavorano nelle aziende agricole (QUI). Grazie al potenziale guadagno economico individuale, alcune famiglie sono diventate più ricche di altre, creando le prime basi del nostro sistema di classe moderno.

Questi cambiamenti sociali si sono fatti sentire maggiormente all’interno della famiglia. Engels affermava che con lo sviluppo dell’agricoltura i compiti maschili si allontanarono dalla caccia per dedicarsi a quelli della cura della fattoria. Dal momento che gli uomini erano stati in gran parte responsabili dell’approvvigionamento di fonti di proteine nelle società di cacciatori-raccoglitori, ha fatto sì che continuassero a svolgere questo ruolo, occupandosi degli animali addomesticati della fattoria. Inoltre, essendo complicato per le donne occuparsi dei lavori agricoli pesanti e contemporaneamente dovendo curare la prole, questo tipo di lavori sono finiti nell’ambito esclusivamente maschile (QUI). Questo è un cambiamento molto importante. La fattoria, o più precisamente come sostiene Engels, il bestiame addomesticato, è stata la prima vera proprietà privata. Aziende agricole e animali addomesticati erano di proprietà di individui, piuttosto che appartenenti all’intera comunità.

Prendendo il controllo sull’agricoltura, di conseguenza, gli uomini hanno ottenuto anche il controllo della proprietà privata. Gli uomini hanno acquisito il controllo della maggior parte delle ricchezze in una società.
Questo impatto è stato aggravato dal fatto che l’agricoltura richiede una maggiore attenzione alla riproduzione. Nelle società di cacciatori-raccoglitori le comunità sono state mantenute piccole (QUI), con il solo obiettivo di rimpiazzare i membri esistenti della comunità. Infatti, Christopher Ryan e Cacilda Jethá, gli autori di “Il sesso all’alba” (QUI), sostengono che ci sono prove che le società di cacciatori-raccoglitori praticavano un elevato numero di infanticidi – uccidevano i bambini che venivano considerati in eccesso rispetto alle esigenze della comunità. Questo è stato del tutto capovolto. L’agricoltura richiedeva molto più lavoro della caccia e della raccolta, perciò anche maggiori risorse umane (QUI). Le famiglie avevano bisogno di figli per occuparsi della fattoria. Per questo notiamo un notevole incremento della popolazione dopo l’avvento dell’agricoltura (QUI). Mentre gli uomini giocavano un ruolo crescente nell’ambito della produzione, di conseguenza, il ruolo delle donne era destinato sempre più alla riproduzione. La riproduzione era diventata compito delle donne, per fornire lavoratori destinati ai campi.

E questo, come Engels sosteneva, ha una ricaduta sui rapporti di forza all’interno della famiglia. Con gli uomini che prendono il controllo della produzione delle risorse, nasce l’esigenza di avere qualcuno a cui passare queste risorse. Avevano bisogno di qualcuno che potesse ereditare le ricchezze che avevano costruito. Ma nelle famiglie poligame del passato, gli uomini non avevano un modo per poter fare questo – non sapevano chi erano i loro figli e a chi tramandare la loro ricchezza. Da questo deriva la nuova necessità di monogamia. Gli uomini ora pretendono la monogamia in cambio di cura (ad esempio fornendo le risorse a donne e bambini). In questo modo si garantivano la sicurezza che coloro a cui tramandavano le ricchezze fossero figli propri. Questo lentamente ha portato alla sconfitta della società matrilineare. Così come gli uomini hanno preso il controllo della produzione, hanno assunto il controllo della famiglia, da cui è derivata l’introduzione della discendenza patrilineare. Engels la descriveva così:

“Il rovesciamento del diritto matrilineare è stato la sconfitta storica mondiale del genere femminile. L’uomo ha assunto il comando anche in casa; la donna è stata degradata e ridotta in schiavitù; è diventata schiava del suo desiderio e un mero strumento per la produzione di bambini.. Inoltre, per assicurarsi la fedeltà della moglie e quindi la paternità dei suoi figli, lei finisce incondizionatamente sotto il controllo del marito; se dovesse decidere di ucciderla, sta semplicemente esercitando un suo diritto.”

Ciò che è rilevante è che la divisione sessuale del lavoro non cambia in modo significativo dalla società di cacciatori-raccoglitori a quella agricola. Gli uomini restano in gran parte “responsabili” del “mondo esterno”, mentre le donne continuano a prendersi cura della riproduzione e della famiglia. È con lo sviluppo delle società classiste che il potere si allontana significativamente dall’ambiente domestico, cambiando altresì la relativa influenza dei generi. Nel libro Toward an Anthropology of Women (QUI), Karen Sacks sostiene:

“La proprietà privata trasforma le relazioni tra gli uomini e le donne all’interno della famiglia, proprio perché erano cambiate radicalmente le relazioni politiche ed economiche nella società più ampia. Per Engels la nuova ricchezza consistente in animali addomesticati, significava che esisteva un surplus di merci disponibili per lo scambio tra le unità produttive. Con il tempo, la produzione degli uomini con specifica finalità di scambio crebbe, si espanse e ha messo in secondo piano la produzione per l’uso domestico. Poiché la produzione a fini di scambio ha eclissato quella per l’utilizzo immediato, la natura della famiglia è cambiata, così l’importanza del lavoro delle donne al suo interno, e di conseguenza, la posizione delle donne nella società.”

 

Questa è la storia. Monogamia e patriarcato non sono naturali, fanno parte di un particolare sviluppo economico – la crescita dell’agricoltura, la proprietà privata e di un sistema basato sulle classi.
Nel prossimo post analizzeremo meglio questi aspetti, scandagliando capitalismo e patriarcato moderni. Ci sono state molte critiche a Engels, di cui parleremo. Ma cercheremo anche le prove che supportano queste teorie, domandandoci come i ruoli di genere hanno resistito sino ai nostri giorni?

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Un “tagliando” per le pari opportunità

gender-wage-gap

 

Il Parlamento Europeo ha da poco pubblicato questo documento: http://www.europarl.europa.eu/thinktank/en/document.html?reference=EPRS_STU(2015)547546

che compie una sorta di “tagliando” alla Direttiva 2006/54/CE del 5 luglio 2006, riguardante l’attuazione del principio delle pari opportunità e della parità di trattamento fra uomini e donne in materia di occupazione e impiego. In pratica a distanza di tempo sei ricercatrici indipendenti tracciano un bilancio dei risultati di questa direttiva, cercando di suggerire anche possibili quadri di intervento per il futuro. Il principio di parità di remunerazione era contenuto già nel trattato del 1957 che fondava la CEE.

La percezione della discriminazione sulla base del genere ci vede ai livelli più alti. Abbiamo visto dall’ultimo indice EIGE che questa percezione è fondata (QUI).
Visto che come al solito questi interessanti lavori se li leggono solo gli addetti ai lavori, ho pensato di passare qualche ora della mia vita a studiare questo documento, cercando di fornirvene un quadro con i punti essenziali.

Ho realizzato anche una infografica che mette in evidenza i contributi più interessanti dello studio.

https://magic.piktochart.com/output/7842670-gender-equality-in-employment-and-occupation-d-200654ec

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Lo so è un post lungo, siamo disabituati a leggere tanto, ma è su questa pigrizia che molti contano per fregarci. Facciamo tesoro di queste valutazioni e non lasciamole nel cassetto.

Ma scendiamo nel dettaglio del documento.

Sul principio della parità di retribuzione

Il principio della parità di retribuzione per uno stesso lavoro e lavoro di pari valore ha uno scopo economico e sociale, laddove l’obiettivo economico secondario rispetto a quello sociale.
– La nozione di retribuzione di cui all’articolo 157 TFUE è ampia e comprende piani occupazionali, sociali e di sicurezza.
– La discriminazione salariale tra uomini e donne è vietata, qualunque sia il sistema che dà luogo a disparità di retribuzione (ad esempio, una classificazione professionale o di un sistema pensionistico).
– La trasparenza richiede che il principio di parità di retribuzione venga osservato nel rispetto di ciascuno degli elementi di remunerazione.
– La raccomandazione della Commissione sul rafforzamento del principio della parità di retribuzione tra uomini e donne attraverso la trasparenza fornisce un approccio utile per promuovere la trasparenza dei salari e questo merita un’ampia diffusione e attenzione.
Il principio della parità di retribuzione tra uomini e donne non si applica se il differenze di retribuzione non possono essere ricondotte a un unico datore di lavoro. Questa limitazione è problematica in caso di esternalizzazione. (E non è dettaglio da poco, ndr)

Fattori che causano la disparità di retribuzione
Sia il Gender Pay Gap (GPG) e che il divario di genere in materia di pensioni (GGP) sono diminuiti nel periodo 2006-2012 nei paesi in cui è stata applicata la direttiva.

The Gender Pay Gap and Gender Pension Gap for EU27 for 2006-2012
– L’impatto dell’introduzione della direttiva deve essere valutato tenendo conto degli elementi strutturali dei mercati del lavoro nazionali che influenzano l’evoluzione delle disparità di retribuzione nel tempo (scelta del percorso formativo, la segregazione orizzontale e verticale, la paternità e le responsabilità di assistenza agli anziani, le carriere interrotte, ecc).
l’aumento della percentuale di lavoratrici con un più elevato livello di istruzione porta a un ridimensionamento del divario retributivo di genere (la differenza tra il salario orario medio lordo degli uomini e quello delle donne).
– La struttura occupazionale settoriale ha un effetto importante sulle differenze pensionistiche, infatti se aumentano le quote di uomini in settori tipicamente femminili come l’istruzione, la sanità e la P.A. si nota un decremento dei differenziali pensionistici uomo-donna. Un numero maggiore di donne nei servizi porta invece a un incremento delle disparità nelle pensioni.
– I fattori istituzionali sono importanti. Le principali differenze salariali sono rilevate in quei Paesi caratterizzati da una segregazione più elevata in termini di attività di cura, che si riflette anche in termini di differenze pensionistiche. L’incremento del pay gap emerge nei Paesi che vedono poche donne al comando delle aziende quotate o nelle banche. Sì, lo so, la legge Golfo-Mosca ha incrementato i numeri, ma si deve ancora migliorare, il rischio di tornare indietro è sempre attuale.
– Sistemi retributivi poco trasparenti.

Promozione dell’uguaglianza di trattamento e di dialogo sociale
– Gli organismi di parità hanno un ruolo importante a livello nazionale nel far rispettare le disposizioni della direttiva. Tuttavia le restrizioni di bilancio e la mancanza di indipendenza di tali organismi potrebbe ostacolare la realizzazione ottimale dei loro compiti. (Quello che sta accadendo da noi in Italia e di cui mi lamentavo qui, ndr)
– Il monitoraggio delle politiche e delle prassi a livello nazionale può essere migliorata attraverso lo sviluppo di strumenti di monitoraggio sull’applicazione del principio della parità di retribuzione e della parità di trattamento sul posto di lavoro, sulla formazione professionale, ecc e diffondendo questi strumenti nel modo più ampio possibile.
– La tutela contro le ritorsioni viene ampliata con una pertinente codificazione giuridica.

L’applicazione della Direttiva per quanto concerne il congedo per maternità

Abbiamo sperimentato sulla nostra pelle quanto può influire la maternità sulla vita lavorativa di una donna, pregiudicandone spesso il mantenimento del posto. Sicuramente in Europa esiste un quadro molto differente tra gli stati, in materia di protezione della donna in questa fase. Differenze che in alcuni casi riguardano non solo la legislazione in materia, ma il settore lavorativo e la dimensione aziendale. Inoltre, si parla della frequente pratica che vede non rinnovare i contratti a tempo determinato. Si registra come la pratica dei ricorsi contro i licenziamenti illegittimi sia poco diffusa (per mancanza di prove da portare a supporto, non si desidera passare per una “piantagrane”, oppure perché di solito si tende a indurre la dipendente a rassegnare volontariamente le dimissioni).
Si consigliano due condizioni per salvaguardare la protezione di questi casi di maggiore vulnerabilità:
– un sistema giudiziario efficiente;

– una consapevolezza sociale diffusa (intesa come conoscenza dei propri diritti, ma anche delle sentenze giudiziarie in materia).
C’è anche una parte che analizza gli impatti positivi del coinvolgimento degli uomini nelle attività domestiche, sottolineando la maggiore propensione a fare figli man mano che cresce la condivisione dei compiti di cura.

Le raccomandazioni
Occorre verificare che la Direttiva rispetti i trattati internazionali che sono stati ratificati dai membri europei (trattati delle Nazioni Unite, le convenzioni ILO). È preferibile rendere più omogenei e coerenti tra loro gli strumenti legislativi europei. Manca per esempio un riferimento all’articolo 8 TFEU per l’eliminazione delle disuguaglianze e per promuovere l’uguaglianza uomo-donna in ogni attività (vedi anche l’articolo 10 TFEU).
Si fa riferimento a discriminazioni di tipo multiplo, come nel caso di persone transgender.
Si auspica l’integrazione delle raccomandazioni della Commissione:
– del 7 marzo 2014 sul rafforzamento del principio di pari retribuzione uomo-donna attraverso la regola della trasparenza (2014/124/EU).
Si chiede di risolvere il problema del gap salariale in caso di lavoro in outsourcing.
Inoltre si dovrebbero rafforzare le misure per consentire la conoscenza delle procedure di selezione per chi sostiene un colloquio di lavoro (sappiamo che anche in questi frangenti pesa la differenza di genere, ndr).
– Monitorare e prevenire le discriminazioni, e in caso di molestie e di violenze sessuali. È necessario implementare misure preventive per informare in merito a pregiudizi o stereotipi negativi e su come contrastarli. In tal senso sono importanti i progetti nazionali che vanno in questa direzione (in linea con l’articolo 5 CEDAW).

Article 5 – Stereotyping and cultural prejudices
States shall take appropriate measures to eliminate stereotyping, prejudices and discriminatory cultural practices. States shall also ensure that family education includes a proper understanding of maternity as a social function and the recognition of the roles of men and women in the upbringing of their children.

La necessità di agire sulla disparità di paga è importante per le donne come individui per ragioni di equità, per il benessere economico dei loro figli e delle famiglie, ma anche per la società in generale, in quanto un miglioramento della posizione delle donne nel mercato del lavoro – compresa la parità di retribuzione – è cruciale per la crescita economica.

Combattere la disparità retributiva è necessariamente un obiettivo a lungo termine che richiede:

  • la combinazione di una varietà di strategie e politiche;
  • il coinvolgimento di diversi attori e delle parti interessate a diversi livelli. Un ruolo chiave per l’Unione europea è quello di mettere insieme questa varietà di iniziative e i molteplici attori coinvolti nella promozione della parità del mercato del lavoro.

Il lavoro per la rimozione di disparità di retribuzione deve essere portato avanti simultaneamente e in stretta collaborazione a livello europeo, nazionale, settoriale e organizzativo.
Si parla anche di un ruolo decisivo del Parlamento europeo per dare maggiore impulso alle politiche nazionali in termini di divario pensionistico. Una parziale copertura dei lavoratori autonomi è assicurata dalla direttiva 2010/41/EU sul lavoro autonomo e la direttiva 2004/113/EC su beni e servizi, ma andrebbe migliorata.
Gli organismi di parità come già detto, svolgono un ruolo cruciale nell’applicazione della direttiva. Essi dovrebbero essere indipendenti e dovrebbero ricevere un budget che permetta loro di adempiere ai compiti richiesti.
Il monitoraggio da parte della Commissione europea in questo settore è uno strumento per garantire tale indipendenza, ma gli stati hanno anche una responsabilità specifica in questo senso. Questo è
particolarmente vero in relazione alla parità di genere. Nel breve termine, si può cercare di migliorare l’efficacia della direttiva attraverso una cooperazione tra tutti gli attori coinvolti.

Per migliorare l’accesso femminile al mondo del lavoro, possono essere creati dei processi di selezione gender neutral, nelle descrizioni delle mansioni lavorative, nella valutazione/classificazione per le fasi del processo di ricerca e selezione del personale.
– Formulazione di annunci di lavoro gender-neutral.
– Creazione di valutazioni gender-neutral per i partecipanti.

Ecco, per il futuro dovremmo cancellare dalla faccia della terra quei questionari che ti fanno la radiografia del tuo stato di famiglia, chiedendoti anche se intendi pianificare di avere prole e marito. Vorrei che ai colloqui il tuo essere madre, in coppia o single non facesse alcuna differenza, vorrei non sentire più “abbiamo optato per un uomo, sa com’è..” Oppure quando una donna, capo del personale, ti consiglia di non far emergere il fatto che sei sposata e hai figli, perché al colloquio tecnico potrebbe nuocermi. Ma scusa, mi assumi per le mie capacità oppure in base alla mia vita privata?
Per ridurre il divario retributivo di genere, si dovrebbe incrementare la trasparenza sui salari di partenza e la rilevanza del genere nella retribuzione dovrebbe essere ridotta. I principi di neutralità di genere per la valutazione del lavoro dovrebbero essere adoperati anche sui premi produzione.
La nozione di “parità di retribuzione per lavoro di pari valore” deve includere il concetto di “parità di retribuzione a parità di performance”.
Si suggerisce anche di avviare indagini e interviste a coloro che sostengono colloqui di lavoro su questo tipo di elementi. Inoltre dovrebbe essere cura degli stati membri avviare analisi periodiche sui fattori sopra descritti che causano disparità di trattamento.

Sulla protezione della maternità
La Commissione europea dovrebbe assicurare che ciascuno stato segua quanto prescritto dall’UE. Dovrebbe seguire da vicino i casi di discriminazione in materia di occupazione e, riguardo al loro numero, alle tipologie, e nei casi di ricorso legale. Mentre il quadro giuridico attuale negli Stati membri per lo più è in linea con le disposizioni delle direttive, le sanzioni in caso di violazioni e di disparità di trattamento differiscono significativamente. Quindi occorre intraprendere azioni per quanto riguarda il miglioramento della conoscenza dei casi di molestie/discriminazione tra i cittadini europei, in particolare in relazione alla gravidanza, al congedo di maternità, al congedo parentale, di paternità e di congedo in caso di adozione.
I sondaggi dimostrano che c’è ancora un grande lavoro informativo da compiere.

The percentage of respondents who would not know their rights in case of discrimination or harassment 2012
I sondaggi dell’Eurobarometro potrebbero essere utili per questo tipo di monitoraggi. Sempre utile è incrementare la conoscenza delle donne sui propri diritti legati alla maternità, e più in generale ai congedi parentali.
Il Parlamento europeo dovrebbe prendere in considerazione ulteriori misure per quanto riguarda il monitoraggio e la valutazione dell’impatto della direttiva sulla lotta contro la discriminazione delle lavoratrici gestanti, e dei congedi di maternità e paternità. Dovrebbe continuare a varare iniziative volte a sottolineare le lacune dei sistemi giuridici degli Stati membri, soprattutto in merito a specifiche categorie quali i lavoratori “atipici” e autonomi. Si auspica un intervento più attivo delle parti sociali in caso di comportamenti discriminatori, soprattutto in caso di ricorsi legali.
Si parla anche del compito dell’EIGE (European Institute for Gender Equality) che dovrebbe prestare maggiore attenzione all’analisi delle ragioni delle discriminazioni basate sulle differenze di genere in tema di genitorialità e di cure parentali. Dovrebbe prendere in considerazione l’impatto socio-giuridico delle singoli sanzioni sulla realtà pratica delle discriminazioni di genere in un contesto più ampio. Si suggerisce l’implementazione di un database di buone pratiche nel campo della lotta contro le discriminazioni di genere sul posto di lavoro.

Per concludere
I progressi nella riduzione del divario retributivo di genere sono ancora estremamente lenti. Il divario di genere sulle pensioni tende addirittura ad aumentare (soprattutto nel caso di carriere lavorative non continuative o che si interrompono in una età in cui è più complicato reinserirsi nel mercato del lavoro). Questo mette a rischio la giustizia sociale e di fatto rende alcune parti della società vulnerabili alla povertà.
Pertanto, le misure per garantire la parità di genere in materia di occupazione e impiego, e in particolare per ridurre il divario retributivo di genere e il divario di genere nelle pensioni, dovrebbero essere perseguite con determinazione.
Questo vale a maggior ragione dopo la valutazione d’impatto della Commissione del marzo 2014 sui costi e sui benefici delle misure per migliorare la trasparenza delle retribuzioni, che ha mostrato che alcune misure vincolanti in forma di direttive sono molto più efficaci di una semplice misura “volontaria” per la riduzione del GPG. L’altra buona notizia della valutazione d’impatto è stata che tali misure hanno anche un forte effetto positivo sull’economia nel suo complesso.
Pertanto, la raccomandazione della Commissione del marzo 2014 è stata solo un passo nella giusta direzione, ma non è riuscita a lanciare la procedura legislativa per misure più incisive.
misure. La Commissione può ancora farlo e dovrebbe farlo (http://ec.europa.eu/priorities/docs/pg_en.pdf), questo non sarebbe solo a favore della parità di genere sul posto di lavoro, ma porterebbe benefici per l’intera economia europea. Ciò sarebbe in linea con l’articolo 157 del TFUE, con le numerose risoluzioni del Parlamento europeo e con l’attuale relazione della commissione FEMM sull’applicazione della direttiva 2006/54 / CE.

Ci sono degli ottimi spunti di lavoro, soprattutto volti alla cooperazione tra le parti a più livelli, senza scartare nessun corpo intermedio, perché ogni tassello è importante per riuscire a ricucire le distanze uomo-donna nel lavoro e non solo. Bisogna monitorare costantemente il panorama nazionale, lavorare a livello culturale per rimuovere stereotipi e abitudini nocive. Io continuo a non mollare e a chiedere che il nostro Paese reintroduca una politica seria in materia di pari opportunità e trattamento.

Ho letto questo articolo, in cui si parlava di asili aziendali e ci si chiedeva:

E’ questa quindi la strada per aiutare la genitorialità in Italia? Investimenti da parte delle aziende nella creazione di strutture che facilitino la conciliazione per i propri dipendenti. E per tutti gli altri?

La mia risposta… quando lo stato si ritira dal welfare e dai servizi, le disuguaglianze possono solo crescere.. Il “fai da te” che oggi dilaga e viene richiesto alle famiglie crea solo i presupposti di un allargamento del gender gap e di una più ampia disuguaglianza tra le persone. Non possiamo affidare il benessere e la felicità al caso, alla fortuna, al censo, alla lungimiranza imprenditoriale, in sintesi a fattori esterni. Le politiche di condivisione e conciliazione non possono essere pratiche a singhiozzo, frutto del caso, ma devono essere parte di un programma organico in cui tutti gli attori devono fare la propria parte, stato in primis.

In questo quadro proiettato al futuro, mi piacerebbe che ci si interrogasse maggiormente sulle politiche per aiutare le donne a reinserirsi nel mercato del lavoro dopo una pausa forzata o volontaria, perché come sappiamo dopo una certa età (forse prima degli uomini) diventiamo poco appetibili e facciamo fatica a trovare un impiego. Occorre varare politiche che sostengono non solo i giovani, ma anche chi ha superato i 40/50 anni, perché l’assenza di misure e di incentivi per queste forme di ri-occupazione comportano gravi conseguenze per la vita delle donne e non solo. Ida, la mia amica “vicina di blog” 😉 , me ne parlava qualche giorno fa in un commento. Sì, Ida, si pensa sempre che in qualche modo ce la caveremo, perché a qualsiasi età, se precarie o disoccupate, ci consigliano sempre la stessa cosa, di affidarci a un uomo che possa provvedere per noi. E così, con una pacca sulle spalle ci invitano a barcamenarci, fino alla pensione, se mai arriverà, tanto sarà sicuramente peggio. Una politica miope che di fatto ci ignora, al massimo ci concede qualche zuccherino come si fa con gli animali che devono tirare i carretti o l’aratro. La condizione della donna resta sempre quella, dobbiamo mettere al mondo figli, far girare l’economia, sacrificarci e poi magari avere un bel calcio nel sedere quando meno ce lo aspettiamo. Preferibilmente, dobbiamo scegliere di restare in silenzio, per non disturbare il naturale ordine delle cose. Ma come avrete capito, non è mia abitudine.

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Non solo dimissioni in bianco, c’è bisogno di infondere un respiro d’innovazione alle politiche che riguardano le donne

@ Olimpia Zagnoli

@ Olimpia Zagnoli

 

Nel mio nuovo articolo per Mammeonline.net sono partita da un’analisi sulle politiche a favore dell’occupazione femminile, per ragionare più ampiamente della zavorra che ci impedisce in vari ambiti di spiccare il volo e di avere pari opportunità nella vita. BUONA LETTURA! 🙂

Un estratto:

Per poter fare politiche organiche, strutturali, che abbiano impatti significativi e positivi sulle nostre vite, occorre una regia che conosca bene la materia e che sappia recepire i suggerimenti degli organismi internazionali che studiano tutti i fattori che aiutano le donne a lavorare. Per fare questo occorre non tagliare i fondi e le risorse al Dipartimento delle Pari Opportunità, alla ricerca universitaria in materia, e costituire un Ministero specifico, perché non è solo un fattore simbolico, ma deve servire da organismo permanente, il cui ministro possa sedere nel governo e partecipare alle sue attività, dando apporti e suggerendo i giusti correttivi in ottica di genere all’azione politica governativa.

È necessario un radicale cambiamento nella cultura imprenditoriale. Insomma, le idee e le alternative ci sono, basta avere il coraggio e la lungimiranza per sperimentarle e applicarle.
Noi donne quindi non dobbiamo mai dimenticarci di lottare, in prima persona, perché non è sufficiente avere “il Parlamento con la più grande rappresentanza femminile nella storia”, occorre capire se quelle donne sanno e sapranno rendersi autonome rispetto agli uomini e portare avanti politiche per le donne, per migliorare la vita di tutte le donne, non solo quelle che viaggiano nella troposfera dei ruoli apicali. Non voglio più sentire che un’ottica di genere non è necessaria, perché si è visto quali svantaggi porta la delega a persone che non ne sono dotate e non mettono in campo questo tipo di approccio alle problematiche delle donne.
Carla Lonzi diceva: “Sul mio corpo passano tutte le tempeste, non c’è cosa che io non capisca a mie spese.” Questo vivere sul proprio corpo, sulla propria pelle, questo fa la differenza quando ci dobbiamo mettere al lavoro per correggere le tante, troppe cose che ancora non rendono questo paese a misura di donna.
Una classe politica di donne (che si collocano a sinistra) composta per lo più da persone che prendono le distanze dal femminismo, che dichiarano candidamente di non provenire da quella storia, quasi a volerne segnare la distanza, sono il segnale di uno smarrimento culturale enorme. Quindi una domanda è: come ricostruire un background culturale solido e recuperare le nostre radici, un humus necessario per proseguire? Perché chiaramente procedere senza passato porta solo ad una navigazione a tentoni, come se si dovesse partire da zero.
I nostri diritti conquistati con tanta fatica, la nostra emancipazione (reale o presunta, parziale o completa?), la nostra partecipazione e i nostri contributi alla “cosa pubblica”: quanto corrispondono a un nuovo tessuto, a nuove forme di vita e di relazioni, a un sovvertimento di regole secolari, e quanto invece sono stati dei risultati mutuati attraverso concessioni maschili, quanto e se sono stati effimeri, quanta parte di essi abbiamo lasciato cadere dopo i primi segnali di cambiamento e che non abbiamo curato a sufficienza, quanto delle nostre lotte abbiamo delegato nelle mani sbagliate e perché abbiamo scelto di delegare e di accontentarci?

 

L’ARTICOLO COMPLETO SU Mammeonline.net

http://www.mammeonline.net/content/non-solo-dimissioni-bianco-c-bisogno-infondere-respiro-dinnovazione-alle-politiche-che

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#RodriguesReport

Io continuo a guardare all’Unione Europea con enorme speranza. Oggi è stata approvata la risoluzione dell’eurodeputata Liliana Rodrigues “Sull’emancipazione delle ragazze attraverso l’istruzione nell’UE”.

Lo avevo scritto in questo post quanto fosse fondamentale studiare, leggere, avere un’istruzione che permetta di superare stereotipi, cultura sessista, ruoli di genere, segregazione di genere nello studio e nelle professioni, pregiudizi e discriminazioni. Penso che siano passi importanti, suggerimenti da recepire al più presto e da mettere in pratica con impegno e coraggio. Non si può più rimandare.

La relazione propone azioni volte a garantire che tutti i sistemi scolastici nazionali promuovano la parità di genere, incrementando le competenze delle ragazze, per poter migliorare il loro sviluppo personale e professionale.

Vi traduco il comunicato della European Women’s Lobby:

In dettaglio questo documento chiede agli Stati membri di attuare misure educative volte a:

  • Combattere gli stereotipi di genere (veicolati dai media, dalla pubblicità, sui libri di testo ecc.) che spesso hanno impatto sull’immagine che hanno di sé ragazze e ragazzi, sulla salute, sull’acquisizione di competenze, sull’integrazione sociale e sulla vita professionale;
  • Incoraggiare le ragazze e i ragazzi ad avere un interesse uguale in tutte le materie, al di là di stereotipi di genere nell’orientamento professionale e attitudinale;
  • Insegnare l’uguaglianza, la dignità umana e l’autostima per incoraggiare il processo decisionale autonomo e informato per bambine e bambini;
  • Educare ragazzi e ragazze sulla sessualità e sulle relazioni con una base di diritti, sensibile al genere, adatti all’età dei bambini e con una selezione scientificamente accurata dei testi per aiutarli a fare scelte informate e per ridurre le gravidanze indesiderate, la mortalità materna e infantile e le malattie sessualmente trasmissibili;
  • Promuovere la consapevolezza e il controllo del proprio corpo di donne e ragazze;
  • Affrontare omofobia, transfobia e bullismo e aiutare a combattere le discriminazioni in materia di orientamento sessuale e identità di genere e di espressione.

Alcune associazioni reazionarie, come la francese “la manif pour tous” hanno invitato gli eurodeputati a respingere la relazione, con il falso pretesto che l’istruzione è di competenza esclusiva dei genitori e degli Stati membri dell’UE. Va ricordato che l’Unione europea è impegnata a contribuire allo sviluppo di un’istruzione di qualità in Europa sostenendo e integrando le azioni  degli Stati membri in questo settore (articolo 165 TFUE) e anche sulla base del suo storico impegno in politiche in materia di parità di genere.

Molte organizzazioni hanno firmato questo appello: http://www.womenlobby.org/spip.php?article7286&lang=en

Assicurare che tutte le ragazze abbiano accesso all’istruzione non basta: l’istruzione pubblica deve anche aiutarli a diventare cittadini autonomi che godano pienamente dei loro diritti sociali, economici, culturali e politici. L’istruzione deve essere uno strumento che aiuta in modo efficace le ragazze e i ragazzi a scegliere la carriera che desiderano e scelgono liberamente, sia per quanto riguarda la loro vita personale e sessuale.

Da noi, se ne parla nella nuova riforma scolastica (LEGGE 13 luglio 2015, n. 107 art. 16), ma occorre capire chi e come è in grado di fornire questo tipo di educazione. Certamente non si può improvvisare e devono essere previsti percorsi dedicati e ben strutturati. Iniziamo sin dai primi anni scolastici a cambiare cultura e a combattere le discriminazioni.

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Mai più in difesa della legge 194

Quando mi lamento della qualità della rappresentanza femminile nelle istituzioni, nella politica, nella gestione della “cosa pubblica” mi si accusa di benaltrismo, che “abbiamo raggiunto il parlamento più rosa della storia”, che i numeri sono importanti, che al governo ci sono tante donne, che “conta di più questo di un ministero alle pari opportunità”. Ebbene questo non mi basta, questo è stato solo un tentativo di strumentalizzazione delle donne, ribadendo una subordinazione, una concessione ma sempre nell’alveo delle regole maschili di gestione del potere. Ci sei se ti attieni strettamente alle indicazioni supreme. Ci sei e hai voce se fai le piroette giuste per intercettare il canale giusto. Le donne restano subordinate, hanno imparato che è più conveniente, ma così non si può sperare di cambiare cultura e incidere positivamente su tutte le cose che ancora non vanno.
Se per voi sono sufficienti i numeri.. chiediamoci come sono state scelte molte di queste donne e se davvero ci rappresentano. E poi non perdiamo l’abitudine di guardarci attorno. I segnali sono tanti e non tutti rosei. C’è da lavorare tanto. Ogni tanto servirebbe guardare le cose dal livello terra. E da qui le cose non sono belle come sembrano o vengono rappresentate.
Stiamo parlando di coraggio e di autonomia politica. Stiamo parlando di politiche veramente innovative, di una obiezione di coscienza che non scandalizza quasi nessuno dei decisori dell’azione politica, dell’assenza quasi totale di cultura femminista nelle istituzioni, del numero impressionante di donne che lasciano il lavoro dopo il primo o secondo figlio. Insomma, a me sembra che ci sia una penuria di prospettive indipendenti e coraggiose. Ci sono donne di qualità, ma isolate e marginalizzate. Questa è la mia opinione.
La qualità vale per tutti naturalmente, uomini e donne, ma io parlo anche di coerenza di valori e di ideali. Di quale differenza stiamo parlando? Cosa e chi rappresentiamo, per cosa ci battiamo quando “ci permettono” di partecipare nei luoghi decisionali? A quale prezzo ci viene permesso di “esserci”? Poi se vogliamo fare a meno di valori e di ideali..poi però non possiamo lamentarci dei risultati ambigui, oscillanti, fragili. Allora, chiedo alle donne che siedono sugli scranni parlamentari di prendere posizione e non crogiolarsi su rendite di posizione, su bacini elettorali di matrice confessionale da difendere. Se siamo laici, dimostriamolo. Se vogliamo rendere questo Paese a misura di donne, diamo un segnale. Iniziamo a lavorare con coraggio al cambiamento. Ripeto, potremmo iniziare dall’obiezione di coscienza. Aspetto segnali in merito, qualcuno/a che si prenda in carico questo problema e si decida a metterlo nella sua agenda. Neanche io so come fare. Ma vorrei che ci fossero delle prese di posizione e che si passasse dalle parole ai fatti. Ribloggo questo post di Eleonora Cirant, perché non è più tempo di accontentarci, di compromessi al ribasso, di diritti parziali, di conquiste svuotate e dimenticate. Basta ripiegamenti nel privato. Il privato è il posto dove ci vogliono rimandare. Rivendichiamo il nostro ruolo pubblico e dimostriamo di saper fare la differenza!

Racconti del corpo

Immaginate che da domani abbiamo una legge sulle unioni civili. Immaginate che nella legge ci sia un articolo in cui è scritto che tutti gli addetti ai lavori possono, “per motivi di coscienza”, esimersi dalle procedure atte a stabilire il contratto di matrimonio o unione. Ma, prima, trovatemi una coscienza uguale a un’altra. Ognuno, ognuna, avrà ottimi motivi per esimersi dall’incarico di collaborare a matrimoni. Magari li considera indecenti o magari la sua coscienza sta dicendo che lo stipendio è troppo basso per assumersi anche questa incombenza. Comunque sia, in base alla nuova legge tutti, dal messo comunale al sindaco, possono sottrarsi dal formalizzare unioni. Diamine! La coscienza è una cosa seria, va rispettata, sporca o pulita che sia. Immaginatelo, dunque. Schiere di impiegati e impiegate, funzionari e funzionarie, portieri e portiere, segretari e segretarie, addetti e addette alle pulizie, traduttori e traduttrici, consulenti maschi e consulenti femmine, immaginateli tutti…

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Altro che i Flintstones

Photograph: Everett Collection/Rex Features

Photograph: Everett Collection/Rex Features

 

In un post di qualche tempo fa ero tornata indietro nel tempo, alla preistoria, cercando di comprenderne il modello di società e di relazioni, seguendo anche un recente studio pubblicato su Science. Come promesso, continuo il mio viaggio. Oggi vi propongo un articolo pubblicato a maggio su The Guardian, a firma di Simon Copland. La situazione è molto complessa e si evidenziano varie teorie e interpretazioni. Buona lettura 🙂

 

Nello studio condotto dagli scienziati della University College di Londra, si dimostrava che uomini e donne nelle prime comunità umane vivessero in una relativa eguaglianza. Lo studio sfata gran parte delle nostre convinzioni sulla storia umana. Mark Dyble, l’autore principale dello studio, ha dichiarato: “l’uguaglianza tra i sessi è uno degli importanti cambiamenti che distingue gli esseri umani. Non è stato mai messo a fuoco realmente in passato.”
Nonostante le dichiarazioni di Dyble, tuttavia, questo non è il primo studio che si avventura su questo terreno. In realtà fa parte di un ennesimo colpo sparato all’interno di un dibattito tra le comunità scientifiche e antropologiche lungo vari secoli. È un dibattito che pone alcune domande fondamentali: chi siamo, come siamo diventati la società che siamo oggi?
La nostra idea moderna delle società preistoriche, o quella che potremmo definire la “narrazione standard della preistoria”, assomiglia un po’ ai Flintstones. La narrazione racconta che siano sempre vissuti in famiglie nucleari. Gli uomini impegnati sempre nella caccia o in altri lavori, mentre le donne restavano a casa a badare ai figli e alla casa. La famiglia nucleare e il patriarcato sono vecchi come la società stessa.
La narrazione è multisfaccettata, ma ha forti radici nella scienza biologica, le cui tracce si possono far risalire alla teoria della selezione sessuale di Darwin. La premessa di Darwin era che a causa della loro necessità di trasportare e nutrire un bambino, le donne abbiano dovuto investire maggiori energie sulla prole rispetto agli uomini. Le donne quindi sarebbero molto più restie a partecipare all’attività sessuale, dando origine a conflitti tra i due sessi in tema di “agende sessuali”. Questo crea una situazione piuttosto imbarazzante. Con le donne che producono questa “ insolitamente impotente e dipendente prole”, hanno bisogno di un compagno che non solo abbia dei buoni geni, ma sia in grado di fornire beni e servizi (cioè riparo, carne e protezione) per la donna e il bambino. Tuttavia, gli uomini sono disposti a fornire alle donne tale sostegno solo avendo la certezza che quei bambini siano i loro – altrimenti starebbero fornendo supporto ai geni di un altro uomo. A loro volta gli uomini esigono fedeltà; una garanzia che la loro linea genetica venga mantenuta.
Helen Fisher lo chiama “il contratto del sesso”, ma gli autori di “Sesso all’alba”, Christopher Ryan e Cacilda Jethá, sono un po’ più taglienti nella loro analisi: “la narrazione standard delle relazioni eterosessuali si riducono alla prostituzione: una donna scambia i suoi servizi sessuali per avere accesso alle risorse… Darwin sostiene che la tua madre fosse una puttana. Semplicemente questo.”
Qui, come sostengono alcuni scienziati, si trovano le radici della nostra famiglia nucleare e il patriarcato. La nostra gerarchia di genere si basa su un bisogno biologico innato per le donne di essere sostenute dagli uomini. La stessa capacità delle donne di dare alla luce i bambini, le pone in una posizione più bassa all’interno della società.

Insomma, siamo nel bel mezzo di una diatriba senza fine, ndr.

Gli scienziati usano tutta una serie di altri strumenti per provare e sostenere questa narrazione. Molti adoperano gli esempi dei nostri parenti più stretti. Gli scienziati hanno studiato la monogamia dei gibboni e le gerarchie sessuali degli scimpanzé per evidenziare una naturale espressione dei nostri desideri innati.
Altri scienziati usano la biologia umana. Un esempio comune è la libido apparentemente debole delle donne. Parlando del suo libro “Why Can’t a Woman be More Like a Man?”, uscito l’anno scorso, Lewis Wolpert afferma: “Circa la metà degli uomini pensano al sesso ogni giorno e più volte al giorno, che rappresenta la mia esperienza personale, mentre solo il 20% delle donne pensano al sesso con la stessa frequenza. Gli uomini hanno un maggior numero di probabilità di essere sessualmente promiscui, un richiamo atavico, in cui la procreazione è stata importantissima”.
Se segui la teoria del “contratto del sesso” questo è logico. Un desiderio sessuale basso garantisce che le donne siano più selettive nelle loro decisioni sessuali, assicurandosi di accoppiarsi solo con uomini di alta qualità. Le donne, secondo alcuni scienziati, sono evolutivamente progettate per essere selettive nella scelta dei loro compagni.
Eppure per secoli, in molti hanno messo in dubbio la logica, la biologia della narrazione tradizionale.
Il primo tentativo in questo senso è venuto dall’antropologa Lewis Morgan, con il suo libro Ancient Society. In esso presentò i risultati dei suoi studi sugli Irochesi, una società americana di cacciatori-raccoglitori, nativi americani che vivevano nello stato di New York. Gli Irochesi, osservava Morgan, vivevano in grandi nuclei familiari, sulla base di relazioni poligame, in cui uomini e donne vivevano in uguaglianza generale.
Il lavoro di Morgan ha avuto una visibilità più ampia quando è stato ripreso da Friedrich Engels (famoso co-autore de Il Manifesto comunista) nel suo libro The Origin of Family, Private Property and the State. Engels ha recuperato i dati di Morgan, per sostenere che le società preistoriche vivessero in quello che lui definiva “comunismo primitivo”. Altri antropologi oggi lo chiamano “feroce egualitarismo”: società in cui le famiglie erano basate sul poliamore e in cui le persone vivevano in una uguaglianza attiva (in pratica l’uguaglianza forzata/imposta).
Morgan e Engels non stavano dipingendo l’immagine del “buon selvaggio”. Gli esseri umani non sono stati né egualitari, né poligami a causa della loro coscienza sociale, ma a causa del bisogno. Le società di raccoglitori/cacciatori si son basate in gran parte su piccoli clan non stanziali con gli uomini impegnati nella caccia, mentre il ruolo delle donne era quello di raccogliere radici, bacche, frutta, oltre ad occuparsi della casa. Le persone sono sopravvissute attraverso il supporto del clan, quindi la condivisione del lavoro all’interno del clan era essenziale. Questo ha avuto delle influenze anche sulla sessualità.
Il poliamore ha consentito di creare forti reti di figli adottivi, per cui divenne responsabilità di tutti occuparsi dei figli. Come afferma Christopher Ryan: “Queste relazioni sessuali intrecciate rafforzano la coesione del gruppo e potrebbe offrire una forma di sicurezza in un mondo incerto”. Lo stesso di può dire per le altre gerarchie sociali. Come spiega Jared Diamond, con nessuna possibilità di accumulare o conservare risorse, “non ci possono essere re, nessuna classe di parassiti sociali che ingrassano con il cibo sottratto agli altri”. Caccia e raccolta impongono l’uguaglianza sociale. Era l’unico modo in cui le persone potevano sopravvivere.
Inizialmente sviluppate nell’800, queste teorie sono morte con il XX secolo. Con Engels legato a Marx, molte di queste idee si son perse nei meandri della Guerra Fredda. Molte femministe della seconda ondata, guidate principalmente da Simone de Beauvoir con il suo libro Il secondo sesso, hanno messo in discussione le idee di Engels.
Recentemente tuttavia, queste teorie hanno conosciuto una sorta di rinascita. A monte dello studio di Dyble, nuove prove antropologiche e scientifiche sostengono questa sfida alla narrazione classica. Nel 2012 Katherine Starkweather e Raymond Hames hanno condotto un’indagine su esempi di “poliandria (avere più mariti) non classica”, scoprendo che il fenomeno esisteva in molte più società di quanto si pensasse in precedenza.
In un altro esempio, Stephen Beckman e Paul Valentine hanno esaminato il fenomeno della “paternità divisibile” nelle tribù del Sud America: la convinzione che i bambini siano concepiti dall’unione di spermatozoi di più maschi. Questa convinzione che è comune tra varie tribù amazzoniche, richede un’attività sessuale poligama da parte delle donne, e che gli uomini condividono il carico di cura dei bambini.
Poi c’è l’esempio dei Mosua in Cina, una società in cui le persone sono molto promiscue e non esiste alcuna vergogna associata a queste abitudini. Le donne Mosua hanno un alto grado di autorità, i bambini sono accuditi dalla madre e dai suoi parenti. I padri non hanno alcun ruolo nell’educazione del bambino – in effetti nella lingua Mosua non possiede alcuna parola per esprimere il concetto di padre.
In Sesso all’alba, uscito nel 2010, Ryan e Jethá forniscono una serie di prove biologiche per confermare questi dati antropologici. Diamo un’occhiata alle loro controreazioni ai due esempi fatti in precedenza: il comportamento dei nostri parenti più stretti e l’apparentemente bassa libido femminile.
Ryan e Jethá sostengono che, mentre sì, gibboni e scimpanzé sono parenti stretti, i nostri parenti più stretti sono in realtà i bonobo. I bonobo vivono in società femmino-centriche, dove la guerra è rara e il sesso ha un’importante funzione sociale. Sono poligami, con maschi e femmine che hanno entrambi partner multipli. Questo sembra più simile alle società che descrivevano Morgan e Engels.
Quando si parla di “bassa libido” delle donne, Ryan e Jethá semplicemente non sono d’accordo, sostenendo di fatto che le donne si siano evolute per fare sesso con partner multipli. Osservano, per esempio la capacità delle donne di avere orgasmi multipli durante lo stesso rapporto sessuale, fare sesso in ogni fase del ciclo mestruale e la propensione a fare molto rumore mentre fanno sesso – che secondo loro è un richiamo preistorico di accoppiamento, per richiamare altri uomini a partecipare. Questi tratti evolutivi, sostengono, assicurano che la riproduzione abbia successo.
In breve, lo studio di Dyble difficilmente metterà la parola fine a una battaglia che dura da almeno due secoli.
Il documento tuttavia incrina ulteriormente la narrazione standard della nostra preistoria. Una cosa appare chiara: la storia è molto più complessa di quanto di pensasse. Tanto complessa che forse non sapremo mai come fosse veramente. Senza una macchina del tempo è impossibile avere conferme. Ma oggi possiamo essere certi che le cose erano diverse da come ci venivano raccontate dalla narrazione classica. Noi non siamo solo versioni di una moderna famiglia dell’età della pietra.

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Chi è responsabile delle violenza contro le donne migranti?

One of hundreds of migrants arriving in Salerno in May, 2015. Michele Amoruso/Demotix. All Rights Reserved.

One of hundreds of migrants arriving in Salerno in May, 2015. Michele Amoruso/Demotix. All Rights Reserved.

 

Come le disuguaglianze di genere e i rapporti di potere tra uomini e donne si aggravano nel corso delle migrazioni. Jane Freedman* traccia una analisi lucida che ci aiuta a comprendere i fattori che peggiorano le condizioni di queste donne e di quanto sia pericolosa la normalizzazione della violenza a cui sono sottoposte.

 

 

I leader dell’UE si sono affrettati a dare la colpa dell’attuale crisi migratoria ai contrabbandieri/trafficanti, e sono stati messi in atto piani per cercare di rompere le reti di contrabbando/traffico che presumibilmente minacciano la sicurezza dei migranti. Tuttavia, esaminando da vicino l’esperienza dei migranti risulta evidente che le politiche sempre più restrittive dell’UE di controllo delle migrazioni costituiscono una delle principali fonti di insicurezza. L’eliminazione di vie legali per emigrare, costringono i migranti ad affidarsi a contrabbandieri e a tentare sempre più spesso percorsi tortuosi per raggiungere l’Europa. Queste incertezze possono essere particolarmente gravi per le donne migranti, in quanto i rapporti di potere in base al genere creano differenti forme di violenza e di vulnerabilità per le donne.
Questi rapporti di potere spesso sfociano in varie forme di violenza, i cui responsabili includono i compagni dei migranti (in alcuni casi membri della famiglia della donna o compagni di viaggio), trafficanti/contrabbandieri, la polizia e gli agenti statali. Queste molteplici forme di violenza sono il risultato delle disuguaglianze di genere che possono già preesistere, ma che sono ingrandite e rafforzate durante la migrazione. Le politiche che tentano di limitare la migrazione fanno poco o nulla per controllare questa violenza e in molti casi vi contribuiscono direttamente o la intensificano.
Ricerche in varie zone del mondo hanno evidenziato l’interconnessione tra genere, migrazione, violenza e insicurezza. I diversi pull e push factors, le prassi di controllo delle migrazioni, così come le condizioni economico-sociali presenti nei Paesi d’origine, di transito e di destinazione crea vari tipi di insicurezza e violenza per uomini e donne. Questa variante dipende in gran parte dalle posizioni sociali ed economiche dei diversi attori e dalle relazioni di potere che esistono tra di loro. La divisione sessuale del lavoro sia nei Paesi di origine che di destinazione, la presenza o l’assenza di restrizioni spaziali dello spazio pubblico e della mobilità per le donne, e gli effetti di una economia capitalista riorganizzata e globalizzata sono tutti fattori che contribuiscono a spiegare le variabili di genere nella migrazione. In cima a questi problemi specifici della posizione, le disuguaglianze di genere nella distribuzione della ricchezza tra i sessi sono un fattore globale che spinge molte donne a migrare al fine di garantire la sopravvivenza per sé e per le loro famiglie.
L’insicurezza economica è spesso associata ad altre forme di insicurezza, comprese le forme di violenza di genere. Alcune donne emigrano per sfuggire alla minaccia di un matrimonio forzato o alle mutilazioni genitali femminili, mentre altri sono vittime di violenza domestica, violenza sessuale o stupro, o della persecuzione a causa della loro orientamento sessuale. La prevalenza della violenza sessuale contro le donne è fin troppo evidente nei vari conflitti in atto in tutto il mondo di oggi, che danno alle donne un motivo in più per cercare di lasciare i loro paesi d’origine. Tutti questi fattori, così come molti altri, influenzano la decisione di una donna quando contempla o meno l’idea di lasciare il suo paese e per la relativa sicurezza rappresentata dall’Europa.

Le forme di persecuzione di genere, come ad esempio la minaccia di matrimonio forzato o le mutilazioni genitali femminili, o la violenza sessuale durante la guerra, sono state riconosciute dalla agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite (UNHCR) e rientrano nel campo di applicazione della Convenzione sui rifugiati del 1951. Le donne in fuga da tali forme di persecuzione dovrebbero quindi poter beneficiare della protezione dei rifugiati, ma nonostante i membri dell’UE abbiano visto un aumento di richiedenti asilo sulla base di persecuzione legate al genere, molti migranti donne quando arrivano sono ancora all’oscuro della possibilità di una richiesta di asilo. Questo può essere attribuito ad un non riconoscimento più generale della violenza di genere, che è spesso normalizzato come parte di un regime patriarcale e interiorizzato dalle sue vittime. Le autorità politiche e le organizzazioni internazionali presenti nei Paesi di transito e di destinazione non riescono neanche a fornire informazioni adeguate a queste donne sui loro diritti a chiedere asilo. Inoltre, anche quelle donne che riescono a presentare domanda di asilo sulla base di persecuzioni legate al genere devono affrontare grandi ostacoli quando devono dimostrare la credibilità della loro domanda.
La violenza è una caratteristica dei viaggi delle donne tanto quanto lo è in qualità di causa delle migrazioni, come la decisione di una donna di affrontare uno spazio pubblico per poter migrare è spesso letta da altri come un ‘invito’ ad avere rapporti sessuali. La frequenza con cui si verificano tali (in)comprensioni ha, per molti versi, “normalizzato la violenza sessuale che si verifica nei confronti di migranti donne – per molti è diventato solo una “parte del viaggio”. Il tentativo di difendersi da questo, viaggiando con un partner di sesso maschile, non significa necessariamente garantirsi una sicurezza perché egli stesso si potrebbe rivelare una fonte di violenza o sfruttamento. Nei casi in cui ciò si verifica, molte donne si sentono in dovere di stare con i loro aguzzini per paura di subire qualcosa di peggiore, viaggiando da sole.
Anche i contrabbandieri che acquistano sesso sono diventati la norma. A volte questo è consensuale, quando le donne che non hanno soldi a sufficienza, decidono di scambiare rapporti sessuali per poter raggiungere l’Europa, ma spesso sono costrette. Molte donne sembrano accettare la possibilità di essere costrette a subire rapporti con contrabbandieri, compagni o guardie di frontiera, al fine di sopravvivere e di raggiungerela loro destinazione, come se fosse una parte inevitabile dei loro viaggi. La violenza della polizia contro le donne migranti è stata documentata in Marocco, Libia, così come in centri di detenzione negli stati dell’UE. La criminalizzazione dei migranti e l’attuale intensità con cui l’UE cerca di ostacolare la migrazione verso l’Europa hanno legittimato tale violenza sia nei Paesi di transito che in Europa.
Le cause delle migrazioni delle donne sono complesse e coinvolgono fattori relativi alle insicurezze economiche, fisiche e sociali. Queste cause di migrazione è improbabile che scompaiano nel prossimo futuro. Parlare di queste insicurezze di genere in tema di migrazione non implica in alcun modo che le donne coinvolte siano semplici “vittime”, dal momento che hanno chiaramente sviluppato molte strategie per affrontare le insicurezze che si trovano a sperimentare. Tuttavia, queste strategie di sopravvivenza non devono essere viste come alternative alle azioni messe in campo dagli stati e dalle organizzazioni internazionali per difendere i diritti di queste donne. Nel lungo periodo, l’unico modo per migliorare la sicurezza di queste donne è di mettere in atto un vero e proprio impegno per fornire percorsi sicuri e legali per la migrazione e / o per ricorrere alla richiesta di asilo.

 

*Jane Freedman is a Professor at the Université Paris 8, and member of the Centre de recherches sociologiques et politiques de Paris (CRESPPA). She has researched and published widely on gender and migration.

Articolo originale: https://www.opendemocracy.net/beyondslavery/jane-freedman/who%E2%80%99s-responsible-for-violence-against-migrant-women

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Per gentile concessione

laicità2

Devo ammettere una cosa, inizialmente non volevo scrivere niente su questa notizia, poi ho deciso di farlo perché mi ribollivano troppe cose dentro e di getto ho scritto un post su Facebook, che qui si è allargato.

Leggo su La Repubblica:

“In occasione del prossimo Giubileo della Misericordia, papa Francesco ha deciso, nonostante qualsiasi cosa in contrario, di concedere a tutti i sacerdoti per l’Anno Giubilare la facoltà di assolvere dal peccato di aborto quanti lo hanno procurato e pentiti di cuore ne chiedono il perdono”, scrive in una lettera a monsignor Rino Fisichella, presidente del pontificio
Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione, che è incaricato di promuovere le iniziative per il Giubileo”.

L’apertura in realtà sancisce la dimensione della colpa della donna, e solo la donna, che si è resa colpevole di aver abortito, decidendo autonomamente di non diventare madre. Sembra che il libero arbitrio per le donne sia un po’ più ristretto. Il Perdono chiesto e concesso alla donna che pentitasi si assoggetta a una prassi che sancisce ancora una volta il potere maschile sulle donne. Un condono della pena da infliggere alla colpevole, con l’uomo che si erge magnanimo a sollevare la debole, semi-umana donna, portatrice di un peccato che solo la bontà e la misericordia possono lavare. Qui non si tratta più soltanto di qualcosa di divino, ma di un “lavaggio” molto terreno, con la Chiesa, corpo maschile e patriarcale, che si auto-assegna il compito di riaccogliere nella comunità una parte di essa, prima scomunicata (secondo il diritto canonico «Chi procura un aborto ottenendo l’effetto incorre nella scomunica latae sententiae», in pratica automatica). Quindi una faccenda tra un potere patriarcale, ancora una volta ribadito, e le donne che restano le sole “da perdonare”, quasi come se il concepimento avvenisse per mitosi o clonazione. Un rimarcare questa dimensione della donna, unica responsabile della procreazione, per sancire ancora una volta l’errore da emendare e da evitare. Un uomo che decide quando e se la donna ritorna “degna” e non scacciata dalla comunità dei credenti. Una purificazione decisa a tavolino, per riaffermare ancora la necessità di un potere maschile, un discorso maschile che ribadisce il suo controllo sui corpi delle donne. Cuori pentiti che riconsegnano se stesse al padrone terreno, anche se si richiama il divino. Si richiama il divino solo quando conviene all’uomo, un perdono divino che viene distillato goccia a goccia dall’uomo, come, quando e se egli decide di concederlo, sancendo contemporaneamente la colpa e la subordinazione della donna. Perché gli assetti ritornino ad essere quelli classici. Poenitentiam agite, appropinquabit enim regnum caelorum! Mi sa tanto che vale solo per il genere femminile..

La donna ha l’anima, anzi secondo papa Francesco, l’anima spirituale sarebbe proprio femminile. Ma questo non impedisce di mantenere la gerarchia ecclesiastica al maschile, perché non dimentichiamoci il ruolo primario della donna: moglie e madre. Il rifiuto di questa dimensione già pone “fuori”. Le interpretazioni, le pratiche del “ti assolvo, ma..”, “per oggi io uomo distillo un po’ di perdono per te donna, in modo tale da farti ritornare nel tuo ruolo predestinato” a mio avviso rientrano nell’ambiguità di una non-apertura, perché tanto si è subordinate alla magnanimità maschile. Nell’assetto cattolico le donne sono e restano funzionali e strumenti in mano agli uomini, fedeli aiutanti che con il loro carico di virtù femminili devono rendere la vita dell’uomo migliore. La donna da sola, capace di decisioni autonome, libera e indipendente crea un’anomalia nel disegno della società cattolica.

Resta da comprendere un altro aspetto di tutta questa faccenda della scomunica, come mi ha suggerito una compagna di lotte femministe e sulla 194. In questo territorio di scomunicati rientrano tutti coloro che fisicamente o moralmente si siano resi responsabili di un aborto. Penso quindi che in senso lato, oltre naturalmente a tutto il personale non obiettore in ospedale, si potrebbe giungere anche a includere azioni volte a informare le donne sulla contraccezione, sull’aborto o volte a difendere la 194. Quindi immaginate a che platea si rivolge il pontefice. Sì, il numero si allarga. Però l’assoluzione in caso di appoggio morale all’aborto, è una questione più complessa, perché la via del perdono deve passare per il pentimento, che a sua volta dovrebbe riguardare una propria autonoma idea, il riconoscere alla donna il diritto di interrompere la gravidanza, lottando per questa causa. Ma il pentimento e il perdono implicano anche un impegno a non reiterare quello che per la Chiesa rappresenta un errore. Quindi almeno che non ci troviamo di fronte a una persona che ha improvvisamente cambiato idea sul riconoscere un diritto alle donne, mi sa che il perdono (chiederlo e riceverlo) non ha molto senso.

Fin qui le considerazioni teoriche e su quale valenza a mio avviso hanno le parole del pontefice.

Fa bene Nadia Somma (qui) a scrivere che il Papa fa il suo mestiere e che tocca allo stato italiano disciplinare la materia dell’interruzione volontaria di gravidanza e renderla facilmente accessibile. Lui è un capo religioso e si occupa di anime e questioni extra-terrene, anche se poi come ho detto, c’è poco di divino, e molto di potere temporale. Il problema è l’effetto di questo rigurgito di potere temporale nel nostro Paese.

In Italia abbiamo una laicità apparente, immatura, a singhiozzo, a seconda della convenienza. Nessuno si sognerebbe di dire ad alta voce che il nostro stato non sia laico, ma nella realtà questa dimensione è debole, soggetta a una infinità di eccezioni. La Chiesa gestisce tuttora un bacino elettorale non indifferente. Per cui nessun partito trascura questo dato. Gli italiani hanno un rapporto con la Chiesa particolare, non paragonabile a quello che accade per esempio in Francia. Ciascuno utilizza l’apparato Chiesa per i propri interessi personali (conoscenze, lavoro, relazioni) e come leva elettorale. Per cui è difficile che vengano fuori posizioni che vadano in netto contrasto con quanto prescritto dall’istituzione Chiesa cattolica. Si spostano voti in modo molto più semplice e “sicuro”. Se i cittadini scegliessero da soli cosa votare e chi votare il problema non ci sarebbe. Invece siamo ancora a Don Camillo.

La vicenda Estrela ci aveva dato un assaggio di questo “assetto”. A marzo però qualcosa a livello europeo è cambiato, evidentemente dopo il compromesso al ribasso sulla relazione Tarabella, con la risoluzione Panzeri sono stati riconosciuti “i diritti inalienabili delle donne e delle ragazze all’integrità fisica e all’autonomia decisionale per quanto concerne, tra l’altro, il diritto di accedere alla pianificazione familiare volontaria e all’aborto sicuro e legale”. E in Italia? La situazione l’ha già riassunta Nadia Somma. Eleonora Cirant sta portando avanti il prezioso progetto Un’inchiesta sull’aborto con il quale sta raccogliendo testimonianze e interviste per comprendere sul campo come e se viene applicata la 194, in consultori, ospedali e segnalando anche disservizi e chiusure che mettono a rischio il servizio e i diritti delle donne. Siamo ancora qui a scrivere di come le percentuali di obiettori di coscienza stiano di fatto rendendo difficile la vita delle donne, costrette a vagare alla ricerca di una struttura che assicuri le IVG. Interi ospedali (dal Bassini al Niguarda di Milano) devono chiamare dottori a gettone da fuori per garantire il servizio, i farmacisti obiettori che trovano mille scuse per non dare i farmaci, per non parlare delle violenze psicologiche a cui sono sottoposte le donne. I problemi sono molteplici, a partire dall’insegnamento dell’IVG nelle scuole di specializzazione, e di come diventare obiettore sia premiante per la carriera. Ci vogliono medici che siano formati, aggiornati, che sappiano fare bene le IVG, anche in caso di aborti terapeutici. L’assistenza pre e post intervento deve essere garantita e il servizio fornito deve essere efficiente anche dal punto di vista “umano”. Questo vale per tutto il personale di assistenza. Io penso che costringere le donne a migrare da un ospedale all’altro (alcune vanno anche all’estero ormai) sia inaccettabile, vedersi porre mille ostacoli davanti è una lesione dei diritti umani fondamentali. Sappiamo benissimo che quando saranno andati in pensione i medici della generazione che ha sostenuto il varo della 194, la situazione sarà già a un punto di non ritorno. Ci siamo già dentro, anche se il Ministero competente fa finta di niente e sostiene che è tutto a posto. Lo abbiamo scritto e ripetuto un numero infinito di volte. Ma chi ci ascolta? 

Sembra una questione secondaria, però chissà perché quando ne parla il pontefice ci sono i titoloni e quando noi donne chiediamo la giusta attenzione per affrontare ciò che non va, ci ritroviamo a parlarne solo tra militanti femministe, con pochi trafiletti sui quotidiani mainstream, su blog minuscoli e sulle nostre riviste storiche? Perché quando parli di 194 o di diritti delle donne in generale, ti senti sempre più spesso dire che bisogna superare le questioni di genere e occuparsi di altro, perché altrimenti ti chiudi nella nicchia. Cavolo, ma in quella nicchia, che in realtà è enorme, c’è un numero infinito di questioni aperte e irrisolte, nodi cruciali delle nostre esistenze che non riguardano solo noi donne, ma l’intera umanità, l’assetto della società e dei rapporti umani. Se non partiamo da qui, dove pensiamo di arrivare? Che senso ha partire azzoppati per il cambiamento? E’ da quella nicchia che parte tutto, se non risolvi le contraddizioni, le discriminazioni, le disparità di genere dove si va? Dritti nel burrone. E cavolo, il femminismo serve a questo, a non dire che questi passaggi sono superflui o superati. Se non ci interroghiamo a fondo e non prendiamo coscienza di noi stesse e di quanto c’è ancora da fare, ci sarà terreno fertile per una restaurazione in grande stile. Il patriarcato è vivo e vegeto e cerca di convincerci che è un approdo sicuro per noi donne. Noi dobbiamo smontare questo sistema in ogni sua ramificazione, per una società veramente paritaria. Iniziando anche da un processo di laicizzazione dei cittadini e dei meccanismi politici. Questo cambiamento è propedeutico a tutta una serie di miglioramenti nella nostra società.

Il silenzio assordante dei decisori politici, che non rispondono alle continue sollecitazioni e richieste di sanare l’ormai diffusissima mancanza di medici non obiettori, dipende proprio dalla rilevanza che hanno i voti di “matrice cattolica”. Magari non sono nemmeno praticanti o credenti, ma rientrano in quella grande famiglia per altri “buoni” motivi di convenienza. Noi donne dovremmo svegliarci e far valere i nostri diritti. Il problema nasce sempre dal fatto che per molti il problema non sussiste fino a che non lo tange direttamente. Dobbiamo sradicare questa mentalità e impegnarci insieme. Ci stanno togliendo una miriade di servizi.. la risposta non è la rassegnazione ma la lotta! Perché non iniziare, mettendo in discussione l’art. 9 della 194, che disciplina l’obiezione di coscienza? Per me fare politica è questo, cambiare le cose che non vanno, risolvere i problemi. Non c’è nessun bacino elettorale da difendere, i voti si conquistano con i contenuti, con i progetti, con i fatti e con le idee, migliorando la vita di tutt*. Questo capovolgimento di mentalità è fondamentale.

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Il traffico di minori dalla Nigeria

In uno slum di Lagos, in Nigeria - Ton Koene, Hollandse Hoogte - Contrasto

In uno slum di Lagos, in Nigeria – Ton Koene, Hollandse Hoogte – Contrasto

 

Come preannunciato nel mio post di ieri, pubblico la parte del dossier di Save the Children Italia Onlus che analizza in modo dettagliato la tratta dei minori nigeriani. Il numero di coloro che arrivano da soli è in crescita. Solitamente ci si ferma a leggere i comunicati stampa o dei brevi articoli. Il rischio è che questa ricostruzione preziosa fatta da Save the Children si perda e che nessuno la legga. Vi chiedo di compiere un piccolo sforzo e di leggere tutto, è l’unico modo per smettere di fare discorsi superficiali. Dobbiamo sapere quello che accade e il mostruoso traffico a cui sono sottoposti questi minori, poco più che bambini. Non possiamo girare la testa dall’altra parte, dobbiamo essere consapevoli e dobbiamo agire, chiedendo che il nostro Paese vari al più presto una strategia anti-tratta efficace, che si impegni seriamente a combattere questo business criminale. Inoltre, penso che sia opportuno tornare a ragionare di migrazioni, rendendole più sicure, politiche restrittive non fanno altro che incrementare il business dei trafficanti di esseri umani, la via illegale resta l’unica possibilità. Tenere le frontiere serrate non ci permetterà di incrinare la tratta, renderà solo più pericoloso il viaggio dei migranti.

 

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Nel primo semestre del 2015 sono 300 i minori nigeriani arrivati da soli via mare, mentre erano 196 nello stesso periodo dello scorso anno. Inoltre sono 357 i minori non accompagnati nigeriani segnalati al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e presenti in comunità per minori.
Nonostante i dati ufficiali non indichino la percentuale di minori femmine presenti, secondo Save the Children tale presenza è decisamente rilevante e si presume vi sia un numero elevato di vittime di tratta all’interno di questo gruppo.
Secondo organizzazioni e istituzioni impegnate nel settore, l’attraversamento del Mar Mediterraneo e l’Italia costituiscono il corridoio principale di transito usato dai trafficanti per trasferire le minori
nigeriane in Europa. Un fenomeno simile si era registrato nel 2011, durante la crisi libica, quando, tra aprile ed agosto, erano arrivati 4.935 migranti nigeriani, di cui 194 minori non accompagnati con un picco massimo nella prima metà del mese di agosto, momento in cui erano arrivati secondo le stime di Save the Children, circa 2.170 migranti nigeriani, di cui 89 minori non accompagnati (prevalentemente adolescenti femmine).
Oggi questo trend trova riscontro anche nell’aumento di presenze di minori nigeriane presenti su strada in Italia, rilevato dagli operatori sociali attraverso le unità di strada che si occupano delle vittime di tratta e sfruttamento sessuale.
Molto limitati, rispetto allo scorso anno, i casi di minori che arrivano in aereo, con voli spesso diretti in diversi aeroporti europei (Italia, Spagna, Francia, Germania, Olanda, Russia e Grecia). In questi casi, è tuttavia confermata la rotta già rilevata: le ragazze partono prevalentemente da Benin City, si muovono con voli aerei per raggiungere Lagos o Abidjan in Costa d’Avorio, dove si imbarcano su altri aerei diretti verso i paesi europei dai quali raggiungono l’Italia in autobus, macchina o treno.
Le ragazze partono prevalentemente da Benin City, Edo State, Delta State e Yoruba State, aree rurali della Nigeria.
L’incubo dello sfruttamento sessuale comincia nel loro paese di origine in cui le minori vengono adescate con la promessa di un futuro migliore in Europa. Vengono irretite talvolta da un uomo o una donna che loro chiamano “sponsor” o “trolley” che talvolta le accompagnano personalmente fino al paese di destinazione oppure ne organizzano i passaggi di paese in paese (da sfruttatore a sfruttatore).
Sono in prevalenza analfabete e sognano di diventare parrucchiere, modelle o lavorare come babysitter o commesse. Vengono dunque spinte a lasciare la Nigeria e le condizioni di povertà in cui vivono per poi essere intrappolate nel circuito dello sfruttamento e della prostituzione forzata, anche se purtroppo ci sono tra loro ragazze che sono consapevoli che lavoreranno con il proprio corpo. Ad alcune viene infatti anticipato già prima della partenza che l’attività che svolgeranno in Italia sarà la prostituzione, ma può succedere che le ragazze non riescano a comprendere cosa significhi veramente e quali siano le reali condizioni di sfruttamento e controllo alle quali verranno sottoposte. Ci sono casi di ragazze che hanno riferito di aver capito il significato della parola prostituzione solo dopo aver lasciato il proprio paese o addirittura quando sono state portate per la prima volta in strada a prostituirsi nel paese di destinazione.

L’adescamento iniziale presenta in genere una modalità molto soft di convincimento e persuasione.
Questo primo contatto viene gestito da una donna che prospetta alle minori e alle loro famiglie enormi opportunità di guadagno. Di fronte a tali proposte le famiglie tendono ad ignorare il futuro delle proprie figlie e i rischi annessi, talvolta invece sono consapevoli dei rischi di sfruttamento delle proprie figlie, in alcuni casi alcuni familiari sembrano essere persino coinvolti direttamente nella tratta delle stesse minori.
Secondo le testimonianze raccolte, ci sono casi in cui ex compagne di scuola o le stesse sorelle maggiori (magari figlie di altra madre e/o padre) già partite per l’Europa, invitano le ragazze a raggiungerle, prospettando una vacanza in Europa per qualche settimana o un soggiorno di studio.
Accade anche che le ragazze vengano cedute dalle proprie famiglie a Pastori del villaggio o della comunità, dai quali spesso fuggono a seguito delle violenze sessuali subite da parte degli stessi e in questi casi diventano minori di strada, vulnerabili e facile preda di adescatori.
Dalla Nigeria le minori possono essere trasferite in Europa da un’unica organizzazione criminale che organizza l’intero viaggio. Oppure il tragitto avviene sotto il controllo di diversi trafficanti, e le ragazze vengono dunque vendute e comprate più volte da varie organizzazioni criminali.
Nel caso di un’unica organizzazione, le ragazze vengono affidate in Nigeria ad un loro connazionale, che è la figura chiave almeno fino all’arrivo in Libia, dove sono spesso gli uomini libici che se ne occupano. A volte è coinvolta anche un’altra persona, spesso una donna di fiducia più grande di età che fa parte del gruppo e funge da aggancio con la rete degli sfruttatori in Italia.
Le minori partono dalla Nigeria in direzione Niger, e gli stupri iniziano spesso nel deserto e nella primissima parte del viaggio. Testimonianze raccolte rivelano che in Niger avviene l’induzione forzata alla prostituzione indoor, ossia presso case chiuse. In questo caso, lo sfruttamento sessuale forzato viene imposto alle vittime al fine di iniziare a ripagare i trafficanti del debito contratto per il viaggio. Dal Niger il viaggio delle minori prosegue verso la Libia. Qui, spesso vengono chiuse in guest house dalle quali non possono uscire e dove si recano gli uomini per obbligarle ad avere rapporti sessuali o a prostituirsi. In Libia il soggiorno e lo sfruttamento prosegue per mesi, prima della partenza per l’Italia: sono forzate alla prostituzione indoor senza protezioni di alcun tipo o subiscono stupri e alcune di loro rimangono incinte.

Le minori che arrivano in Italia sono prevalentemente adolescenti di 15-17 anni; ci sono poi ragazze che si dichiarano maggiorenni e che hanno anche documenti di dubbia veridicità che confermano la maggiore età. Durante il viaggio le ragazze vengono “indottrinate” sulla storia da raccontare alle forze dell’ordine e agli operatori che le contatteranno in Italia al momento dell’arrivo. Secondo le informazioni raccolte, all’arrivo in Italia, le ragazze, se pur minorenni, si dichiarano maggiorenni, come disposto dai propri trafficanti al fine di evitare di rientrare in un programma di protezione per minori che renderebbe più complesso il riaggancio delle minori da parte dei trafficanti stessi. Inoltre, secondo gli accordi presi con chi le sfrutta, le ragazze sanno che dopo lo sbarco devono chiamare un numero di telefono di riferimento in Italia. Molto spesso, vengono costrette a prostituirsi già dopo il primo collocamento nelle strutture di accoglienza per adulti..
Il “turnover” sul territorio nazionale è molto frequente e legato principalmente alle più giovani. Le ragazze vengono spostate dai loro sfruttatori in diversi luoghi, per evitare il controllo della polizia e legami con i clienti o con altre persone nella zona. Le ragazze dispongono di un telefono cellulare per avvertire i propri clienti sugli spostamenti di zona. Napoli, Bari, Verona, Bologna, Roma e Torino sono le principali destinazioni. Sembra che Napoli sia una delle prime mete per le minori che entrano via mare, mentre Torino per quelle che arrivano con l’aereo. Lo sfruttamento può avvenire su strada, ma anche in luoghi chiusi, come appartamenti o hotel, una volta che, su strada, le minori hanno stabilito un contatto con i loro “clienti”.
Le ragazze che arrivano alla frontiera sud, tendono a restare nelle strutture in cui vengono trasferite per un paio di mesi, trascorsi i quali si allontanano. Sulla base delle informazioni acquisite da operatori del settore, le minori vengono trasferite a Napoli, che sembra essere il centro di smistamento delle ragazze, principale centro di passaggio, dove avviene anche la compravendita delle ragazze che non hanno già una destinazione prefissata.
Prima della partenza viene effettuato un rituale voodoo che ha una valenza simbolica molto forte, può essere utilizzato in diverse circostanze e avere diverse funzioni. Vengono utilizzati rituali molto potenti strumento di controllo e di consolidamento della relazione di sottomissione da parte degli sfruttatori, oltre che per sigillare l’accordo sul pagamento del debito contratto dalle ragazze per raggiungere l’Europa. Il rituale vodoo sancisce l’accordo iniziale tra la famiglia della minore e gli organizzatori del viaggio e ha la funzione di ufficializzare davanti a figure religiose locali il patto di restituzione del denaro prestato per poter intraprendere il viaggio e soprattutto per sancire l’accordo indissolubile di segreto e fedeltà verso l’organizzazione che si fa garante del viaggio e permanenza in Italia. Una volta in Italia, il voodoo è utilizzato strategicamente in una nuova valenza simbolica: diviene uno strumento di controllo e di ricatto a cui ricorrere anche in aspetti della vita quotidiana. I soldi che guadagnano le minori devono essere restituiti alla maman per ripagare il debito e ogni sospetta rottura di questo patto va compensata/controbilanciata da un nuovo giuramento. Nel rituale vodoo vengono utilizzati indumenti delle minori, spesso capelli ed unghie e questa forma di controllo ed invasione nella parte più intima della minore ha una valenza psicologica devastante sulle minori perché le fa sentire completamente violate ed impotenti di fronte al controllo che subiscono.
La Mamam è una donna che esercita ruoli chiave in tutte le fasi del ciclo di sfruttamento. In particolare, essa regola ogni aspetto della quotidianità delle ragazze, ossia ha il controllo assoluto del loro debito e della loro vita. Infatti, decide la destinazione finale in Italia e gli eventuali successivi trasferimenti. Decide inoltre i luoghi, i tempi e modi delle attività di prostituzione delle minori, per esempio se devono fare il doppio turno, o se lavorano solo di giorno o solo di notte.
Una volta che entrano in contatto con la sfruttatrice nigeriana che è in Italia, possono essere rinchiuse in un appartamento per alcuni giorni prima di iniziare a lavorare, ma in tanti casi “finiscono” in strada la sera stessa. Generalmente si ripete il rituale voodoo all’arrivo delle ragazze in Italia, per rafforzare l’accordo sul pagamento del debito con la promessa di non rivelare a nessuno tale situazione, soprattutto alla polizia. Può essere usata violenza dalla sfruttatrice ma è molto frequente che sia il suo compagno, o un altro uomo complice, a punire o sottomettere la vittima se cerca di ribellarsi. Infatti, le ragazze possono essere vittime di violenza da parte di figure maschili legate alle maman, che le puniscono o sottomettono,soprattutto in caso di ribellione.
Inizialmente le ragazze sono controllate a vista durante il lavoro in strada e questo avviene in diversi modi: presenza della mamam direttamente in strada, affiancamento di una ragazza più grande (minimamam) o semplicemente di chi svolge per conto della sfruttatrice il controllo e a sua volta si prostituisce insieme alle ragazze, o in alcuni casi, tramite frequenti passaggi di auto con uomini nigeriani a bordo che operano il controllo della situazione.
Le ragazze non vengono sempre controllate direttamente dalle mamam, spesso il controllo avviene attraverso altre minori, usando anche il cellulare o contattandole su facebook o per mezzo di altri social network.
Il debito iniziale da ripagare varia dai 30.000 ai 60.000 euro. Una cifra molto alta per le minori e che deve essere ripagata nel più breve tempo possibile (di solito dai 3 ai 7 anni). Per questo motivo le ragazze si vedono dunque costrette a concedere prestazioni sessuali anche a bassissimo costo (a partire da 10 euro), anche senza protezioni, esponendosi a rischi e conseguenze per la loro salute particolarmente gravi. Il gruppo di minori contattate nell’ultimo trimestre da operatori, ha riferito di dover pagare 20 euro a testa al giorno per l’affitto di un appartamento condiviso da 6-8 ragazze. A tutto ciò si aggiunge una ulteriore speculazione da parte della maman che gestisce l’economia domestica (bollette, spesa, vestiario, spese sanitarie) dell’intero di gruppo-appartamento. In genere i costi di utenze non viene diviso tra le coinquiline, ma viene chiesto a ciascuna inquilina di coprire l’intero costo. Le ragazze devono inoltre pagare un affitto periodico per lo spazio sul marciapiede dove si prostituiscono, che può variare da 100 a 250 euro.
Fino all’estinzione del debito, la maman ha il pieno controllo materiale e psicologico di ciascuna ragazza. In caso di controlli in strada da parte della Polizia le ragazze sono costrette a dichiarare sempre la maggiore età per evitare la collocazione forzata in comunità per minori. Per questa ragione sono molto spaventate dalle forze dell’ordine, non meno che dei rituali voodoo e delle minacce della sfruttatrice. Sempre più spesso le ragazze diventano vittime anche delle “Mini-Maman”, cioè minori vittime che reclutano a loro volta proprie pari in Nigeria, perché sfruttando un’altra ragazza possono finire di saldare il proprio debito più velocemente.
Oppure, è stato rilevato anche lo sfruttamento perpetrato da giovani donne, che dopo essere state a loro volta vittime, avendo dopo l’estinzione del debito, hanno avviato un loro “business” di compravendita di minori.
Frequentemente, le minori ricorrono all’interruzione volontaria di gravidanza o, nel peggiore dei casi, assumono medicinali con effetto abortivo (autosomministrati o somministrati dalla mamam o da altri soggetti) che provocano gravi effetti collaterali. Si tratta di farmaci a base di misoprostolo, che possono essere comprati in farmacia o attraverso il commercio illegale, nati per curare l’ulcera, ma, in sovradosaggio, possono provocare delle fortissime contrazioni fino a procurare un aborto.. Tra gli effetti collaterali si possono annoverare emorragie potenzialmente letali per le minori, oltre a convulsioni, dolori addominali, palpitazioni, vertigini e cefalee. Spesso riportano segni di violenze fisiche irreversibili subite durante il viaggio o nei tentativi di svincolarsi dallo sfruttamento, o in aggressioni subite sulla strada da clienti o da altre ragazze.
Inoltre, frequentemente, i clienti chiedono rapporti non protetti che espongono le minori a seri rischi di salute a causa dell’alta incidenza delle malattie sessualmente trasmissibili.

 

La storia di Glory, 16 anni, nigeriana
Glory ha 16 anni, è nigeriana, dello stato di Yarouba, racconta di aver perso entrambi i genitori in un incidente stradale nel suo paese e di essere quindi stata affidata ad una zia, sorella della madre che, fin da subito, la maltratta, la picchia violentemente, fino a lasciale anche alcune cicatrici, e la obbliga a lasciare la scuola per andare a lavorare, vendendo acqua a la mercato e consegnando alla zia tutto il denaro guadagnato.
Un giorno, viene avvicinata, circuita da alcuni ragazzi che le rubano tutti i soldi che aveva con sé ed è costretta a subire una violenza sessuale. Tornata a casa, sconvolta e con forti dolori addominali a seguito dell’abuso (non aveva mai avuto alcun rapporto prima), racconta l’accaduto alla zia che non la soccorre e vuole solo che lei recuperi il denaro perso. Glory decide allora di vivere da sola, facendo l’elemosina per strada, dove incontra una donna (miss Huruz), che la consola e si offre di aiutarla. In effetti la donna inizia a prendersi cura di lei, le compra vestiti nuovi e la nutre, ma le dice che la porterà in Europa dove potrà trovare un lavoro come domestica e ricominciare gli studi. In realtà, viene portata, dopo un lungo viaggio alla sola età di 13 anni, in Libia, a Tripoli, dove Glory capisce di essere stata ingannata e ha paura. Viene costretta a prostituirsi in una connection house, per circa 1 anno e 6 mesi, con altre 8 ragazze e una piccola paga di 15 dinari per ogni prestazione sessuale. La tappa successiva è l’attraversata del Mediterraneo sui barconi e l’arrivo in Italia, dove viene collocata in una struttura di prima accoglienza. Da lì, dopo qualche tempo, decide di contattare con una presunta zia a Roma, che, ripetutamente, l’aveva cercata su Facebook, e che le ordina di raggiungere subito la capitale. Nel frattempo entra anche in rapporto con gli operatori di Save the Children, e, grazie al progetto Vie d’Uscita, vengono avviate con successo le pratiche di affido familiare. Ora Glory è da quasi 1 anno in Italia, sta bene, si sta integrando, ha imparato a parlare italiano e vuole continuare a studiare.

 

Fonte: http://www.savethechildren.it/IT/Tool/Pubblicazioni/Related?id_object=273&id_category=29

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