Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Piccoli schiavi invisibili

credit Jonathan Hyams per Save the Children

credit Jonathan Hyams per Save the Children

 

Il dossier 2015 “Piccoli schiavi invisibili – Le giovani vittime di tratta e sfruttamento” di recente pubblicato da Save the Children Italia Onlus ci presenta un quadro preoccupante sul fenomeno tratta di minori. QUI  potete trovare una infografica che ho realizzato per evidenziare i dati più rilevanti.

Piccoli schiavi invisibili – Le giovani vittime di tratta

“A livello europeo le statistiche più aggiornate sono quelle di Eurostat, secondo cui sono oltre 9.500 le vittime di tratta accertate e presunte nel 2010, di cui il 15% è rappresentato da minori, con un incremento pari al 18% nel triennio 2008-2010. In particolare, il numero totale delle vittime accertate e presunte in Europa nel 2008 è stato di 6.309, nel 2009 di 7.795 e nel 2010 di 9.528. L’Italia è il Paese dove è stato segnalato il maggior numero di vittime accertate e presunte, pari a quasi 2.400 nel 2010, con un calo rispetto ai 2.421 del 2009 ma un notevole aumento rispetto ai 1.624 del 2008.
In Italia, le vittime di tratta in programmi di protezione dal 2012 ad oggi sono 1.679, tra il 2013 e il 22 giugno 2015 i minori sono 130, 66 nell’ambito di progetti ex art. 18 Dlgs 286/98 e 44 in quelli ex. Art. 13 L. 228/2003. I principali paesi di origine di questi minori sono la Nigeria, seguita dalla Romania, Marocco, Ghana, Senegal e Albania.
Quest’anno, in particolare, desta grandissima preoccupazione l’enorme crescita del numero di persone che hanno raggiunto l’Europa attraverso il Mediterraneo per fuggire da guerre, fame e violenze. Nel solo mese di luglio sono arrivate 107.500 persone, più del triplo dello stesso periodo del 2014, mentre tra gennaio e luglio ne sono arrivate 340.000 (Dati Frontex: http://frontex.europa.eu/news/number-of-migrants-in-one-month-above-100-000-for-first-time-I9MlIo), con una presenza costante di minori non accompagnati (7.357 dal 1 gennaio al 18 agosto 2015 solo in Italia) che rappresentano, immediatamente dopo il loro arrivo sul suolo del continente, un potenziale bacino per chi è pronto a sfruttarli speculando in vari modi sulla loro vulnerabilità.

Secondo il Ministero del Lavoro, al 31 luglio i minori non accompagnati sono addirittura 8.442 (QUI).
Questi dati sono sottostimati perché parliamo solo dei minori identificati, molti altri in quanto vittime di tratta e sfruttamento restano invisibili, persi tra le maglie delle organizzazioni criminali, spesso solo in transito nel nostro Paese e destinati ad altre nazioni europee.
Certamente non arrivano con le proprie sole forze, ma sono vittime dei trafficanti di esseri umani.
Come avevo scritto in un precedente post, la “destinazione” è molteplice:
• sfruttamento sessuale, incluso lo sfruttamento della prostituzione altrui e altre forme di sfruttamento sessuale quali la pornografia e i matrimoni forzati;
• lavori o servizi forzati, incluso il conseguimento di profitti da attività illecite e l’accattonaggio;
• schiavitù o pratiche analoghe e servitù;
• adozioni illegali;
• asportazione di organi.

Il report di Save the Children è molto dettagliato e analizza le situazioni a seconda dell’area di provenienza dei minori, descrivendo le peculiarità del sistema di tratta.
Il loro destino è questo, quando lasciano i centri di prima accoglienza e scompaiono inghiottiti dalle organizzazioni criminali. Su di loro pesa un debito contratto con i trafficanti per il viaggio, che va restituito a ogni costo.
Save the Children ha rilevato che i due gruppi di minori maggiormente a rischio sono le adolescenti provenienti dai paesi dell’Europa dell’Est e dalla Nigeria.
Siamo tuttora in attesa di un Piano nazionale Antitratta a cura del Dipartimento delle Pari Opportunità, spesso annunciato e mai varato. Un piano di cui parte dedicato ai minori e un fondo sono necessari per contrastare la tratta. Questa mancanza di strumenti, unita alla scarsità di risorse per l’accoglienza e l’integrazione delle vittime crea il disastro attuale. Anche i rimpatri spesso favoriscono i trafficanti, sarebbe opportuno che ci fossero dei rimpatri assistiti, in modo tale da assicurare ai migranti l’accoglienza per un periodo in comunità protette e avere un aiuto per avviare un’attività economica. Lo stesso dovrebbe essere garantito qui in Italia: percorsi per inserirli e renderli autonomi, evitando che cadano nelle mani della criminalità organizzata.
Non riusciamo seriamente a occuparci e a preoccuparci di questi bambini. Arrivano qui nella speranza di una vita migliore, per sfuggire ai conflitti e alla fame. E qui cosa trovano? Sfruttamento e violenze di ogni tipo (che iniziano spesso già prima dell’arrivo in Italia).
Leggendo il report emerge che molte di queste minori non sono consapevoli di essere vittime di tratta e sfruttamento, valutano i compensi lavorativi in relazione al loro paese di origine, e sono immersi in un contesto tale di minacce e di ricatti che non gli consente di comprendere la loro condizione. Questo è quel che accade anche a coloro che vengono obbligate a prostituirsi.
Prostituzione e tratta di esseri umani non sono disgiungibili, scoraggiando la domanda di sesso a pagamento anche una fetta considerevole di tratta cesserebbe (secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL) e l’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (Unodc) i dati nel mondo sono questi: 21 milioni di vittime di tratta; il 70% è composto da donne e bambine (di cui il 49% donne, 21% bambine), il 53% è destinato a sfruttamento sessuale). Sappiamo che per soddisfare la domanda di prostituzione in Europa, si ricorre all’importazione di donne, e possiamo anche immaginare quanto siano “volontarie”. Sul tema avevo pubblicato questo post.
Quindi non raccontiamoci favole, concentriamo le nostre energie e le nostre azioni iniziando dalle necessità più urgenti, chiedendo un piano e un fondo antitratta, lavorando anche in un’ottica transnazionale, in sinergia con tutti i Paesi coinvolti.

Così come penso che quest’ultima ipotesi di agenda migratoria dell’Ue (QUI), che prevede una graduatoria, una classificazione dei migranti per motivi economici, politici, religiosi, climatici ecc. sia profondamente sbagliata. Personalmente trovo disumano concepire diritti differenti a seconda di tale suddivisione, un filtro da applicare a chi fugge disperato e non ha alternative, un bollino DOC da attribuire al rifugiato.

Non stanchiamoci di chiedere e di lottare. Non chiudiamo gli occhi davanti alla realtà, leggiamo i fenomeni come intrecciati tra loro, lavoriamo a curare le origini della piaga della tratta e non solo i sintomi. Per me questa è la priorità e sapere che ci sono migliaia di minori che arrivano soli e che scompaiono mi porta a pensare una sola cosa, basta, non abbiamo più tempo, se siamo umani e siamo capaci di empatia e di solidarietà, chiediamo che non si rimandi ancora, che si affronti con coraggio questo orrore e cerchiamo di accogliere questi fratelli e sorelle nel migliore dei modi. Dimostriamo di non essere complici degli sfruttatori e delle organizzazioni criminali. Questo è uno dei volti, il più terribile, dell’immigrazione. Non permettiamo che sia questo il destino per tanti, questo orrore, questo sfruttamento e la privazione dei diritti fondamentali. Fuggire dalla povertà, dalle guerre e dalle violenze merita un destino migliore, a noi spetta garantirglielo, accogliendoli degnamente. Non voglio più sentire che in fondo la prostituzione può essere un buon modo per sfuggire alla povertà.

 

Domani pubblicherò la parte del dossier di Save the Children che analizza in modo dettagliato la tratta dei minori nigeriani. Penso che sia opportuno leggerlo, per comprendere quanto sia complesso e difficile uscire da questa ragnatela criminale per le vittime di questi traffici.

 

 

 

 

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Facciamo pressione

 

Elizabeth Pickett* in questo articolo pubblicato su Femminist Current (QUI), a ridosso dell’approvazione della risoluzione di Amnesty, ci parla di consenso, delle matrici alla base del commercio di sesso a pagamento, della situazione nei Paesi che hanno regolamentato e di tanti piccoli tasselli per comprendere meglio di cosa stiamo parlando. Una precisazione doverosa: insieme al termine sex work tanto in voga, gira anche quello di femministe pro-sex. Vi sorprenderà ma sappiate che le abolizioniste non sono contrarie al sesso, ma alla sua mercificazione e alla coercizione e alla violenza che la vendita e lo sfruttamento di un corpo portano con sé. Ebbene il sesso ci piace e ci piace libero per tutte, così come, in quanto femministe, si dovrebbe lottare per i diritti delle donne, esseri umani al 100%. Non dovremmo stare dalla parte di chi (clienti e papponi) desidera vederle come oggetti, merci, de-umanizzate per il loro business criminale.

 

Mi permetto di azzardare affermando che la maggior parte delle persone che ora stanno leggendo questo pezzo non credono che gli uomini abbiano diritto ad avere accesso al corpo delle donne per la loro gratificazione sessuale attraverso la coercizione e la violenza. Avevo più fiducia in questo assunto, prima che Amnesty International varasse la risoluzione a sostegno di una politica che depenalizzasse anche clienti e papponi, ma la mia scommessa era che anche di fronte a tale politica AI avrebbe detto ma non avrebbe poi fatto qualcosa. Il motivo per cui dico questo è che AI afferma di voler approvare solo la prostituzione volontaria e non quella “involontaria”.
Il sex work (sic) implica un accordo contrattuale in cui i servizi sessuali sono negoziati tra adulti consenzienti, con i termini di impegno concordati tra il venditore e l’acquirente di servizi sessuali. Per definizione, il sex work significa che i sex workers che sono impegnati nel commercio di sesso hanno acconsentito a farlo (cioè hanno scelto volontariamente di farlo) e ciò lo rende diverso dal traffico. Se questi volontari per il commercio di sesso esistono, chi sono, dove sono e cosa importa? Oltre a ciò, come si può proteggerli decriminalizzando gli uomini che usano i loro servizi sessuali, senza comportare alcun rischio per chi non è volontario?
A livello globale, le donne vivono in un contesto politico, sociale ed economico dominato dal capitalismo patriarcale razzista – un sistema che è per definizione strutturalmente razzista, sessista e classista. Il volontarismo è un concetto estremamente problematico per gli oppressi e gli sfruttati e le donne sono, per definizione, oppresse e sfruttate. Quando le donne sono indigene, povere, di colore, lo sfruttamento e l’oppressione avvengono attraverso più fattori che si intersecano. Questa realtà rende l’intera nozione di “volontari” del commercio del sesso e di “consenso” di una transazione commerciale sospetta sin dal principio.
Dimenticate le analisi femministe per un attimo e osservate come il diritto commerciale (QUI) – accettato in gran parte del mondo occidentale, in questo caso negli USA – esamina la questione del consenso in una transazione. Chunlin Leonhard spiega (QUI):

“Il requisito di volontà del consenso “richiede condizioni libere da coercizione o indebito condizionamento”. La coercizione si verifica quando una persona rischia di danneggiare l’altra persona al fine di ottenere il consenso. “Influenza indebita, al contrario avviene attraverso l’offerta di una ricompensa eccessiva, ingiustificata, inappropriata, impropria o altre proposte per ottenere l’accordo”. Inoltre, “incentivi che normalmente sono accettabili possono diventare influenze indebite se il soggetto è particolarmente vulnerabile”.

Ci viene chiesto, attraverso la retorica del sex work di accettare che esista un gran numero di donne nel mondo, adulte, che non sono state forzate con la violenza e le minacce di violenza, e che hanno fatto e continuano a fare scelte sufficientemente libere da coercizione o indebito condizionamento. Questo è lo scopo del convincerci che le esperienze di queste donne siano uno standard (certamente vago) che convalida il loro consenso a rapporti sessuali con uomini estranei, che le pagano, a volte molto bene, a volte assolutamente non bene, per ottenere servizi sessuali. La coercizione rappresentata dalla povertà, apparentemente non rientra in questa logica, dato che la maggior parte delle donne che si prostituiscono lo fanno per soldi, ancora una volta per definizione. La coercizione rappresentata da questioni razziali e dal sessismo è pure esclusa dal punto di vista del consenso.
AI, come molti gruppi di sex workers, papponi, clienti, ha basato la sua decisione su una visione idealista, liberale, capitalista di autonomia, di libertà individuale (compresa la libertà di contratto), di libertà dalla coercizione o indebito condizionamento che semplicemente non si applica ai cittadini oppressi e sfruttati del mondo, per non parlare delle donne. Questo non dovrebbe sorprenderci – AI è sempre stata utopista, liberale, un’organizzazione capitalistica, come lo sono molte altre ONG mondiali – come la Fondazione Gates per esempio.
Sostenere che le condizioni per questo tipo di autonomia individuale e la libertà di scegliere non ci sono per tutte le prostitute nel mondo non ci rende puerili come molti affermano, ma ciò sta a indicare che, per ragioni concrete, dobbiamo preoccuparci e sforzarci di proteggerci dalle devastazioni del capitalismo razzista patriarcale. Ma c’è! Come prima cosa sto utilizzando parole che AI (e molti altri) non accetterebbe. Allora, come facciamo a convincere la gente con un residuo di buona volontà nei confronti delle donne che l’adozione della policy di AI che sostiene la depenalizzazione di clienti e papponi non porterà benefici, piuttosto danni, alle donne?
Penso che la risposta stia nell’impegno di AI e di molte persone (mi auguro) di fermare il sequestro permanente delle donne nella tratta, nonché un impegno a proteggere le minori coinvolte nel sistema di schiavitù sessuale. Perché senza il supporto e la collusione degli stati di tutto il mondo, le ONG colluse con essi, con interessi capitalistici e con quelli dei papponi e dei clienti dell’industria del sesso, il traffico di donne e di ragazze non sarebbe delle dimensioni attuali. Questo perché il numero di volontari per il commercio di sesso sarà sempre superato dalla domanda, fino a quando non verranno presi provvedimenti seri per far terminare, o almeno scoraggiare, la domanda.
Diciamo che – dai, lo fanno – esiste nel mondo qualche gruppo di donne che sono sufficientemente non toccate dalla realtà razzista del capitalismo patriarcale, sufficientemente autonome e libere, che sono in grado di fare volontariamente le prostitute, in modo sufficientemente libero da coercizione, costrizione o indebito condizionamento, tanto che si possano definire prostitute volontarie. (Facciamolo per un istante, anche se abbiamo prove che alcuni maschi sostenitori dei diritti umani pensano a proposito delle donne povere.. come ha detto Ken Roth CEO di Human rights watch: “Tutti vogliono porre fine alla povertà, ma nel frattempo perché negare alle donne povere la possibilità di lavoro sessuale volontaria? ” https://twitter.com/KenRoth/status/630677061858930688).
Dove sta il problema? Il problema è che la domanda di prostitute supera l’offerta. Semplicemente non ci sono abbastanza volontarie per il commercio di sesso per soddisfare la domanda, anche nei paesi in cui tutti gli aspetti della prostituzione sono legali.
Prendiamo come esempio Amsterdam.
La sua industria del sesso raggiunge oltre i 500 milioni di euro all’anno di guadagni, di cui il governo incassa una percentuale attraverso le tasse. I lavori nei bordelli sono pubblicizzati nelle agenzie di lavoro e la prima “naked gym” ha aperto nel 2011 (QUI).
Ma a quanto pare, non molte olandesi vogliono lavorare in questo settore, come dimostra il fatto che la maggior parte delle donne che si prostituiscono non sono olandesi. La CATW ha stimato che le donne che lavorano nell’industria del sesso di Amsterdam sono circa 30.000. Ma usiamo i numeri del governo olandese che le stima tra le 20.000 e le 25.000. Il numero di donne provenienti dall’estero oscilla ovunque dal 60 all’80%. Nella migliore delle ipotesi, i protettori sono stati in grado di attirare non più del 40% di donne olandesi volontarie e forse anche meno. Le altre donne provengono da 44 paesi diversi, ma soprattutto dopo la caduta del muro, vengono da Bulgaria, Romania, Rep. Ceca e Polonia (QUI). Si stima che ovunque da 1000 a 7000 di quelle donne sono vittime di tratta (QUI). Non solo, ma molti sono bambini (QUI):

“L’organizzazione di Amsterdam ChildRight stima che il numero è passato da 4000 bambini nel 1996 a 15000 nel 2001. ChildRight ha stimato che almeno 5000 dei bambini in prostituzione provengono da altri paesi, con un grosso numero di nigeriane.”

Verifichiamo la Germania, dove tutti gli aspetti della prostituzione sono legali. E indovinate? Anche la maggior parte delle donne tedesche non vogliono fare volontariato. Ancora una volta, due terzi delle donne impegnate nell’industria del sesso provengono dall’estero. Naturalmente, questo non significa che siano necessariamente vittime di traffico, ma la possibilità è elevata. Le statistiche sul numero effettivo di donne e ragazze vittime di tratta a fini sessuali sono notoriamente complesse da stendere a causa del basso numero di denunce (in parte, a causa del fatto che legalizzando la prostituzione diventa difficile distinguere tra volontarie e forzate). Non solo, ma la depenalizzazione di sfruttatori e clienti rende molto più difficile catturare i trafficanti, perché le forze dell’ordine non possono accedere ai bordelli. Anche se le donne e le ragazze trovate nei luoghi di lavoro sono vittime di tratta, tranne quando non vi sia un problema di età evidente, sono sempre restie a dire che non sono lì per libero arbitrio, perché è così quando sei controllata da un pappone. Oltre ciò, il traffico di donne e ragazze è in crescita esponenziale, tanto da mettere in crisi la capacità delle forze dell’ordine di tenere il passo.
“Secondo un rapporto sul traffico di esseri umani recentemente presentato dal commissario europeo per gli affari interni Cecilia Malmström, ci sono più di 23.600 vittime nell’Unione europea e due terzi di loro sono sfruttati sessualmente. Malmström, dalla Svezia, intravede i segnali di come le bande criminali stiano espandendo le loro operazioni. Tuttavia, dice, il numero di condanne è in declino perché la polizia è sopraffatta nei suoi sforzi per combattere il traffico.” (QUI)
Inoltre, non è un caso che i paesi di provenienza delle donne e delle ragazze vittime di tratta (e anche delle “volontarie”) siano quelli con i più rilevanti problemi socio-economici e politici. Ma AI ritiene che quelle siano siano le stesse donne e ragazze il cui diritto di fare volontariato per l’industria del sesso debba essere protetto. Ah le contraddizioni.

I costi per i trafficanti
Sicuramente questa breve panoramica porta inevitabilmente a concludere che semplicemente non ci sono abbastanza volontarie tra le donne del mondo per soddisfare il desiderio apparentemente insaziabile (e incoraggiato) di alcuni uomini per la loro gratificazione sessuale ad ogni costo e senza alcun riguardo per il desiderio sessuale delle donne stesse (la prostituzione non ha nulla a che fare con i desideri sessuali delle donne). Una volta che il sesso diventa una transazione commerciale da multi-miliardi di dollari all’anno, con i maschi, come coloro che pagano e mantengono donne e ragazze, l’unico tipo di desiderio che resta alle donne è il desiderio di guadagnarsi da vivere o, addirittura, solo quello di sopravvivere.

Data la scarsità di volontarie tra le donne e la necessità di generare una industria da multi-miliardi di dollari all’anno le donne vittime della tratta dovranno soddisfare la domanda di sesso maschile, sicuramente è evidente che il problema è, avete capito bene, la domanda di sesso maschile. Ci sono tutte le ragioni per credere che non fare nulla per frenare la domanda equivale a dare il consenso sociale alla schiavitù sessuale di centinaia di migliaia di non volontarie.

La criminalizzazione di sfruttatori e clienti non porrà fine completamente al problema. Nessuno è così ingenuo da pensare questo. Solo la fine del capitalismo patriarcale e la sua sostituzione con un sistema socio-economico che valorizzi la vita di tutte le persone, soprattutto, senza distinzione di razza, sesso o condizione economica potrà rendere possibile questo. Le femministe che consigliano la criminalizzazione di coloro che vendono le donne e di coloro che le acquistano comprendono perfettamente che la sanzione penale rappresenta solo un debole argine tra i loro corpi e la forza bruta del patriarcato. Coloro che hanno lavorato per decenni nell’ambito di questioni legali e di ordine pubblico, inerenti alla violenza maschile contro le donne sono fin troppo consapevoli del fatto che, anche in quei luoghi in cui esistono una buona legge e una buona politica sulla carta, i tassi di riferimento, la ricerca, le strategie, l’azione penale, e la condanna degli uomini che violano le donne sono patetici. Continuiamo a lavorare su tutti questi fronti, con la piena consapevolezza che il diritto penale, da solo, non potrà mai essere sufficiente. Ma non può essere seriamente suggerito che quelle protezioni scarse dovrebbe essere negate.

Lavoriamo per fare pressione sui soggetti e sui sistemi responsabili per la nostra protezione e per la punizione di quei maschi che minacciano la nostra integrità fisica quotidiana. Non meno di ciò che è necessario per combattere la piaga della schiavitù sessuale femminile. Non meno che la criminalizzazione della domanda maschile per l’accesso ai nostri corpi, non importa la qualità del nostro consenso. Non chiedo granché.

 

*Elizabeth Pickett is an internet-based feminist freedom fighter, a mother and grandmother, a blogger, and a poet, seething in Whitby, Ontario. Her website is The Final Wave. Follow her @ElizPickett.

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Da cosa ci stiamo liberando?

 

 

Vi ricordate quando scendevamo in piazza per manifestare la nostra indignazione sull’uso e sulla strumentalizzazione del corpo delle donne e sull’idea stessa di donna generata e deformata dal berlusconismo? Un risveglio che sembrava l’alba di una nuova presa di coscienza delle donne italiane.

Oggi, a quanto pare, tutto ciò contro cui lottavamo è entrato nel nostro DNA, abbiamo subito una metamorfosi, noi donne ci siamo abituate a pensare che forse è meglio avere un “papi”, prostituirci piuttosto che lavorare nei campi, fare le baby sitter, le commesse, le impiegate e via dicendo. In fondo c’è sempre il mito secondo cui prostituirsi sia una fonte di guadagno “facile” e ben remunerato.

Nella relazione Honeyball del 2014 (QUI) se ne parla eccome e ha anche un nome: “grooming“. Si tratta della “manipolazione psicologica a scopi sessuali, che consiste nella prostituzione di ragazze minorenni o che hanno appena raggiunto la maggiore età in cambio di beni di lusso o piccole somme di denaro destinate a coprire le spese quotidiane o relative all’istruzione;”
Dietro c’è una sorta di sgretolamento del rapporto con un sé, divenuto semi-sconosciuto, tanto da aprire a qualsiasi ipotesi di sfruttamento e di alienazione psico-fisica. Sembra suggerire a tutte di fare del proprio corpo un’impresa commerciale. Non voglio credere che i soldi siano rimasti l’unico motore trainante che ci resta. Dove sono finite le altre aspirazioni? Chi ci ha rubato tutto questo? Per noi “liberazione” cosa significa, da cosa ci stiamo liberando? Non è che tutto questo rischia di nascondere una nuova schiavitù? Sono scelte autonome o comunque indotte da un certo sistema, da un post-liberismo che ci vuole imbrigliare?

Siamo di fronte a una tendenza in atto da qualche anno a questa parte. Si assiste sempre di più all’affermarsi della dimensione individuale su quella collettiva, anche nel campo della richiesta di libertà e diritti. Sulla base del classico assunto liberale, l’individuo tende a prevalere sulle necessità e sui bisogni collettivi. Questo fenomeno, apparentemente conveniente, può nascondere un aspetto pericoloso, presupponendo che nella realtà nessuno parta dalla stessa linea di partenza in tema di diritti e di libertà. I diritti devono essere universali altrimenti sono deboli e facilmente calpestabili.

Chi parla di consenso e di sex work sta di fatto normalizzando e assecondando una visione non realistica della prostituzione. Non se ne vedono più i contorni di violenza e raramente ci ricordiamo di leggerla in un’ottica di genere. Questo provoca un grave danno a coloro, la stragrande maggioranza, che non hanno alcuna scelta e che sono sfruttate e schiavizzate. Mi addolora che le priorità vadano in senso contrario a quello che sarebbe più giusto e razionale. Ma evidentemente le forze e i poteri in campo stanno spingendo verso un’oblio dei diritti umani, privilegiando la sfera economica.

Tutto è iniziato con l’introduzione della parola escort, con una edulcorazione della prostituzione, con un quadro da Pretty woman (per cui alcuni hanno il coraggio di parlare di amore) e oggi siamo approdati al sex work. Anni di tv commerciale, messaggi inviati a più di una generazione, modelli relazionali sempre più fragili e consumabili. Un lavaggio del cervello culturale, fatto di immagini e linguaggio, che parte da lontano, strumentale per spostare il discorso e l’immaginario. A questo punto dobbiamo sovvertire questo, tornando al vero fulcro. Altrimenti li seguiamo sul versante sex work e non ne usciamo. 

Un buon punto di partenza potrebbe essere quello di chiedere che nel nostro Paese si seguano le indicazioni della relazione Honeyball. Che il governo si impegni in prima linea per combattere concretamente la tratta di esseri umani e che stili delle linee guida per questo. Perché questa è la priorità.

Per i distratti, per coloro che non vogliono capire di cosa stiamo parlando realmente, per coloro che sono ottenebrati da una propaganda massiccia per normalizzare la violenza in prostituzione, vi consiglio di leggere la risoluzione Honeyball, un esempio di testo che si pone chiaramente a protezione delle parti deboli e sancisce uno dopo l’altro gli aspetti devastanti della prostituzione. Per chi non lo sapesse, si parla di prostituzione, prostituzione forzata e sfruttamento sessuale. Una lettura utile a coloro che sono abituati a separare il sex work (come frutto di una libera scelta) dalla prostituzione e dalla tratta. Chiamateci pure oscurantiste, bacchettone, catto-qualcosa. E non venitemi a dire che è una trovata conservatrice della Commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere, perché nelle premesse ci sono un numero non indifferente di testi di riferimento. Se organizzazioni come Amnesty vanno da un’altra parte, evidentemente per loro i diritti delle donne hanno meno valore di quelli degli uomini.

 

“Se non ora, quando?” il movimento delle donne nato nel 2011 riprende il titolo del romanzo del 1982 di Primo Levi, che a sua volta si rifaceva al Talmud, da “le massime dei padri”, una sentenza di Rabbi Hillel il vecchio (I a.C.): “Se non sono io per me, chi sarà per me? E quand’anche io pensi a me, che cosa sono io? E se non ora, quando?” (Pirkei Avoth, 1, 14).

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Donne schiave sessuali e bottino di guerra

Tutto ciò che sta accadendo alle nostre sorelle (e non certo da oggi), bottino di guerra e ridotte in schiavitù dall’Isis, ci riguarda direttamente e ci chiama a svegliarci dal torpore e dall’indifferenza. Le donne e le bambine yazide sono vittime di quella che viene definita la “teologia dello stupro”, secondo la quale gli abusi sessuali sono considerati atti di purificazione dei miliziani. Sono le “sabaya“, le schiave rapite, vendute o donate ai combattenti (con tanto di listini prezzi e contratti d’acquisto). Addirittura ho letto in un articolo che “un gruppo ultra-radicale avrebbe inoltre indetto una sorta di concorso a premi imperniato sulla memorizzazione delle sure del Corano: ai primi tre classificati andrebbe come ricompensa appunto una schiava”. In questa guerra assurda e folle sono ancora una volta le donne e le bambine a subire le conseguenze più atroci. Siamo tornati al mercato delle schiave. Si legge in questo articolo:

ISIS demands nothing less than the conversion of all Christians and Yizidis to Islam under penalty of death for men and enslavement for women and children.

Le Nazioni Unite hanno già dall’estate 2014 lanciato l’allarme di questo genocidio di donne e bambine (QUI). Ma le cose non sono cambiate. Non sarebbe il caso di fermare questo genocidio, queste violenze? Dove sono i difensori dei diritti umani?

Qui in “Occidente” o nel mondo laico tendiamo a restare distanti, come se queste cose non ci riguardassero. Se ne parla molto poco. Si tratta della stessa “rimozione” che a volte si commette quando si parla superficialmente di prostituzione. Ragioniamo a compartimenti stagni. Questa estate Amnesty International ha di fatto preso posizione sulla prostituzione. Ha commesso due errori: separare la tratta e lo sfruttamento dalla prostituzione, adottando il termine “sex work”; neutralizzare la violenza definendolo un lavoro, e come fa giustamente notare Stephanie Davies-Arai (qui), ha rimosso la disuguaglianza di genere, attraverso l’uso del termine neutro “sex work”, che poi neutro non è, come dicevo qui.

Mi piace il passaggio:

“By reframing ‘lack of choice’ as ‘choice’ their policy essentially supports the rights of a mythical group of women who are somehow equal to men in terms of status, opportunity and economic independence.”

E’ il discorso che facevo nel mio articolo QUI, si potrà parlare di libera scelta solo quando il punto di partenza (condizioni socio-economiche-culturali) sarà uguale per tutti. Amnesty, parlando di scelta, ha di fatto deciso di rimuovere “la mancanza di alternative”, per supportare un ipotetico gruppo di donne che si trovano sullo stesso piano dell’uomo.

Amnesty states in its policy background document: “the term “sex worker” is intended to be gender neutral, as both men and women provide commercial sexual services.”
As it is overwhelmingly women and girls who are bought by men, any policy which is constructed out of a denial of that truth is meaningless. If we stop for a moment and imagine that that statement reads ‘it is overwhelmingly black people who are bought by white people’ it’s clear that no Human Rights organisation would be trying to obscure that fact in any policy.
Once the foundation of gender inequality is removed, Amnesty is able to reframe ‘sex work’ as a free choice between consenting adults: “Amnesty International believes individuals are entitled to make decisions about their lives and livelihoods, and that governments have an obligation to create an enabling environment where these decisions are free, informed, and based on equality of opportunity.”

Violenza e sfruttamento di genere, donne schiavizzate, oggettivizzate, disumanizzate, mercificate hanno dappertutto un comune denominatore culturale patriarcale e maschiocentrico. Questo vale in tutto il mondo, anche quando si accampano motivazioni religiose come nel caso dello Stato Islamico. Alla base c’è sempre un potere maschile che si esprime attraverso la sopraffazione nei confronti di donne e bambine, considerate “esseri inferiori”.

E da noi? Cosa si pensa? Come vengono considerate le donne e i loro corpi?

Rendendo possibile, ammissibile l’acquisto di un corpo di un essere umano, per soddisfare un presunto bisogno (irrinunciabile e irrefrenabile come molti lo dipingono) e diritto maschile al sesso, nessun’altra battaglia sui diritti sarà concepibile, perché tutti saremo considerati mercificabili, consumabili, sacrificabili. Concepire la prostituzione come un lavoro è come dare il via libera alla lesione di tutta una serie di diritti umani fondamentali. Il problema centrale e urgente resta quello di difendere i diritti delle donne, tutte, senza distinzioni e senza limiti geografici, perché tutte abbiano un’alternativa e una vita libera da violenza e sofferenza. Che facciamo, difendiamo i diritti solo di alcune donne? Dobbiamo cercare di dare uno spaccato reale della prostituzione e non costruire tutte le nostre argomentazioni sul mito delle prostitute felici e autodeterminate. A coloro che con tanta leggerezza parlano di regolamentazione, di prostituzione come lavoro chiedo: “Perché di solito si tende ad omettere i motivi che portano le donne in prostituzione? Perché non vi impegnate a combattere le differenze economico-sociali che sono spesso la causa di tutto? Perché non si fa alcun riferimento al fatto che l’industria del commercio di sesso violi i diritti delle donne? Perché non si parla delle “abitudini” violente e sadiche dei clienti? I clienti come al solito scompaiono, la domanda è ininfluente e sembra che restino solo le donne che chiedono di prostituirsi per pura scelta personale.
Siamo messe male. Se questo vuol dire essere libere.

Concepire la schiavitù e la privazione dei diritti per alcune è una cosa assurda. A me pare un mix letale, tanto vale mettere in cantina tutte le lotte… A queste persone dico: “dovresti batterti contro quel sistema che ci toglie i diritti e ci rende tutti schiavi. Invece tu scegli di consentire che esista un “campo libero” senza regole, in cui consenti di mercificare solo una parte di esseri umani (perché sacrificabili e perché tanto pensi che non toccherà mai a te).” Siamo diventati delle amebe, incapaci di empatia. Facciamo le radicali e libere, ma con la vita degli altri.. semplice vero? A questo è ridotto il femminismo?

Come ci ricorda Kate Farhall, citando Catharine MacKinnon  in questo articolo:

In 2006, feminist lawyer Catharine MacKinnon published a collection of essays entitled Are Women Human? in which she asserts that, internationally, women are treated as “things” rather than people. She argues it is this dehumanization of women, their treatment as objects, which underpins various forms of oppression from domestic violence to trafficking to rape in war.

La deumanizzazione delle donne, considerarle alla stregua di oggetti, è alla base delle varie forme di oppressione che vanno dalla violenza domestica alla tratta e allo stupro in guerra.

Dovremmo recuperare la nostra capacità di non separare i fenomeni. Ci riteniamo veramente culturalmente evoluti se continuiamo a considerare “normale” e ineluttabile comprare un corpo di donna per sesso? Cosa c’è di differente tra uno stupro in zone di guerra (ricordiamo tutti ciò che avvenne in Bosnia) e lo stupro quotidiano che avviene a casa nostra a danno delle tante donne vittime di tratta? Sappiamo anche come le organizzazioni criminali internazionali si prodighino a fornire schiave sessuali a militari o operatori di pace, seguendo i campi di battaglia. Non lasciamo le storie e le vite di queste donne e bambine nell’ombra, come se fosse un effetto collaterale e ineluttabile qui e altrove nel mondo. Se siamo contro la mercificazione, l’oggettivazione, lo sfruttamento, lo stupro, lo schiavismo, dobbiamo combattere tutto ciò sempre e in ogni luogo, in ogni sua forma. Non possiamo separare gli ambiti, sarebbe incoerenza. Difendiamo i diritti umani sempre e non permettiamo che la cultura patriarcale permetta di conservare “territori”, angoli di umanità in cui questi diritti non valgono e sono ignorati.

Chiudo con le considerazioni di Kate Farhall:

(…) Una donna non dovrebbe essere la moglie, la sorella o la figlia di un uomo per fargli capire che lei merita di essere libera dalla violenza e che è degna di rispetto in quanto essere umano. Gli uomini devono essere incoraggiati a combattere l’oppressione delle donne non perché questo è ciò che i “veri uomini” fanno, o perché possono trarre qualche vantaggio personale dalla maggiore uguaglianza tra i sessi, ma perché le donne sono esseri umani. Ma la rivoluzione è notoriamente difficile, e un cambiamento sociale radicale spesso e volentieri è raro e lento nel suo progresso. Per il momento forse ci dovremmo accontentare di includere gli uomini nelle conversazioni femministe. (…)

Nella speranza che tali conversazioni non siano contaminate da retaggi patriarcali introiettati.

AGGIORNAMENTO 26 agosto 2015

Mi scuso per l’immagine che avevo adoperato in precedenza per questo post. Ho fatto girare una immagine non corretta e me ne prendo la responsabilità. Mi sono affidata a un’immagine usata su una testata giornalistica, Huffington Post.

http://www.huffingtonpost.it/2014/10/10/isis–donne-vendute-al-mercato-_n_5966074.html

Sono colpevole? Sì, così come tutti quelli che adoperano immagini tratte da giornali.

A voi la libertà di non leggermi più.

Il contenuto di questo post resta valido, a mio avviso. Non neghiamo la realtà. La prossima volta sarò più accurata nella scelta dell’immagine e cercherò di non cadere in trappole mediatiche.

Oggi ho imparato tante tante cose.

p.s. un consiglio è non limitarsi alle illustrazioni, ma in proporzione alle capacità di ognuno, provare a leggere anche il testo.

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La risoluzione di Amnesty sulla prostituzione e i diritti delle donne

noamnestyforwomen

 

Ringrazio Mammeonline.net per avermi ospitata nuovamente, questa volta con un pezzo sulla prostituzione.

In questo articolo ho cercato di raccogliere alcune mie riflessioni scaturite dalla risoluzione votata da Amnesty.
E’ stato un modo per ragionare attorno a vari aspetti, nel tentativo di far chiarezza e cercare di dissipare la coltre di falsità che aleggiano sul tema della prostituzione. Ritengo sia fondamentale parlarne e riparlarne, perché attorno a me sento di tutto di più, con persone schierate a priori dalla parte della regolamentazione. Ricordandoci in primis dei diritti delle donne, che devono finalmente essere riconosciuti e rispettati, non solo quando conviene. Non parlate di corpi, di autodeterminazione, di scelta a sproposito, solo quando vi fa comodo, solo per difendere le “abitudini” violente di qualche maschio.

QUI L’ARTICOLO COMPLETO:

http://www.mammeonline.net/content/risoluzione-amnesty-sulla-prostituzione-diritti-delle-donne-no-amnesty-women

QUI DI SEGUITO UN ESTRATTO:
“La policy di Amnesty consiglia ai governi di “non emanare leggi che limitino lo scambio consensuale di servizi sessuali a pagamento”, invitando a depenalizzare tutti gli aspetti del “consensual sex work”. Quindi liberi tutti, tutti uguali?
Se la stessa Amnesty International ammette che ci sono disuguaglianze di genere e di altra natura che spingono le donne in prostituzione, come si può parlare di autonomia, di libertà, di scelta? Meagan Tyler domanda: “Should poor and marginalised women be grateful, as Ken Roth suggests, that wealthier men will pay to penetrate them?”
In pratica, secondo Roth di Human Rights Watch, prostituirsi sarebbe una valida modalità per uscire dalla povertà. https://twitter.com/KenRoth/status/630677061858930688
E così si mettono sullo stesso piano prostitute, clienti e papponi, con questi ultimi nel ruolo di benefattori. Come se ci fosse una reale possibilità di uscire dalla povertà prostituendosi. Semplice per questa gente raccontare la favola della “prostituta felice” o “del denaro facile”. Perché invece non parlare dei danni psico-fisici, delle malattie e delle dipendenze?
Se l’obiettivo di Amnesty, come ha tenuto a precisare, fosse semplicemente quello di eliminare il reato per chi si prostituisce nei Paesi in cui tuttora esiste, mi sembra che il documento della risoluzione si spinga ben oltre. Amnesty se avesse voluto fare bene le cose non avrebbe usato nel suo testo frasi ambigue. I termini sex work e “all aspects” alludono a qualcosa di più ampio, per non parlare poi del “consenso”.

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Conciliazione famiglia e lavoro e buone pratiche di welfare aziendale: le indicazioni UE

maternità

 

Il mio nuovo articolo per Mammeonline tra pratiche per la conciliazione e qualche considerazione sull’urgenza di avere una rappresentanza istituzionale in grado di portare in primo piano nell’agenda politica le questioni delle donne.

Qui di seguito un estratto,  potete leggere l’intero articolo a questo link: 

http://www.mammeonline.net/content/conciliazione-famiglia-lavoro-buone-pratiche-welfare-aziendale-le-indicazioni-ue

 

Come promesso, in pieno solleone estivo, la commissione europea ha appena pubblicato una roadmap (quanto ci piace fare tabelle di marcia chepoi nessuno tradurrà in fatti) che definisce le opzioni politiche in programma per affrontare le sfide della conciliazione lavoro-famiglia per genitori che lavorano.
Il sole di agosto produce questo documento. A poco serviranno delle tabelle di marcia, se poi non ci metteremo in marcia seriamente.

(…)
L’UE in definitiva consiglia soluzioni “mix”. Ma in pratica la roadmap appare debole, indebolita da quella sussidiarietà di cui parlavo in precedenza e che ha portato al fallimento della direttiva a giugno. Ci si scontra sempre con i veti interni e le difficoltà interne di ogni singolo Paese a varare soluzioni che vadano in una direzione unitaria.

(…)
Non abbiamo più ritenuto necessario e urgente avere un ministero dedicato alle pari opportunità e questo a dice lunga. Nonostante le varie pressioni e richieste nulla ancora si muove. Non ci basta qualcuno che ci sciorini dati, ci vuole competenza, attenzione e conoscenza delle problematiche delle donne, a livello nazionale e locale, qualcuno che sia una interfaccia credibile in sede europea, che sappia dialogare con le parti sociali. Saremo sempre indietro se non riusciremo a invertire la rotta. Non ci bastavano ieri e non ci bastano oggi le rassicurazioni che si prenderanno cura delle questioni delle donne.

 

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Un finale che non avremmo voluto vedere #Amnesty2015

amnesty

 

Amnesty 2015. Alla fine è andata così. Lo staff di Amnesty brinda, ma è a dir poco macabro brindare in questa occasione. C’è poco da fare, hanno fatto un enorme pacco regalo all’industria del commercio di sesso in tutte le sue forme.

“The resolution recommends that Amnesty International develop a policy that supports the full decriminalization of all aspects of consensual sex work.”

Papponi e clienti inclusi. Altro che difesa dei diritti umani, qui gli unici ad essere difesi sono coloro che usano e vendono le donne.

Abbiamo la solita illusione secondo cui l’intento è di proteggere le persone che sono in prostituzione, per la maggior parte donne e bambine, sì proprio bambine:

“The policy will also call on states to ensure that sex workers enjoy full and equal legal protection from exploitation, trafficking and violence.”

Ma tutti noi sappiamo che nei paesi che hanno regolamentato, l’unico risultato evidente è stato quello di rendere più difficili se non impossibili le attività di contrasto allo sfruttamento, essendo diventato più complesso definire e provare lo stesso. Per non parlare del fatto che in Germania la tratta non si è arrestata, ma si è incrementata.

La prostituzione non è un lavoro, ma sfruttamento, di un corpo, di un bisogno di sopravvivenza. Non li si può definire servizi sessuali perché non c’è vera libertà di scelta, se dietro c’è un bisogno, la povertà, una violenza sin dalla più tenera età, una dipendenza da alcol o droga. Non si sta vendendo un servizio, qui in vendita ci sono degli esseri umani e questa è pura schiavitù. Se il risultato sono i disturbi post-traumatici da stress di cui le prostitute soffrono, mi spiegate perché sostenere che sia naturale tutto questo.

Perché non ci si impegna a sconfiggere questo mondo che usa le donne come oggetti di consumo, anziché preoccuparsi di “normalizzarlo”? E dato che i rapporti di forza tra clienti/papponi e donne in prostituzione non sono equilibrati, e gli uomini sono ancora una volta legittimati a usare, a comprare corpi per la loro sete di dominio, di violenza libera e senza confini, dovremmo immediatamente capire da che parte stare. Perché in tutta questa storia c’è solo un aspetto: con questa risoluzione si è voluta ribadire la legittimità di un controllo totale sulle donne, sulle prostitute considerate evidentemente sub-umane. Perché continuare a legittimare il fatto che ci siano donne con meno diritti, che gli uomini possono utilizzare liberamente? Questa non è la strada verso un mondo più equo, giusto, verso un’uguaglianza di genere piena, in cui tutti gli esseri umani possano godere degli stessi diritti e dello stesso rispetto.

Come giustamente rileva Meghan Murphy, l’uso del termine neutro “sex worker”, fa scomparire le donne, le persone in prostituzione, le fa diventare un gruppo marginalizzato unicamente per il fatto di essere sex workers, cancellando le motivazioni a monte per cui si è entrati in prostituzione, non considerando che all’origine di tutto c’è l’industria del commercio del sesso.

Le donne e le loro storie scompaiono, così come non si comprende più perché accade tutto ciò, viene cancellata la domanda e con essa anche l’industria che consente di soddisfarla. Lo sfruttamento nasce e prospera grazie a questi due fattori. Quindi lo sfruttamento lo si blocca e lo si riduce partendo proprio dalle origini. Non si liberano le donne omettendo che dietro la prostituzione ci sono questi attori. Come ho detto nei miei precedenti post, il termine sex worker è come un gran calderone che può includere qualsiasi cosa, compresi magnaccia, proprietari di bordelli, e dietro c’è la criminalità organizzata internazionale e locale e i trafficanti di esseri umani.

E se alla base c’è il bisogno, combattiamo la povertà, non “assolviamo” le abitudini malsane degli uomini e non li rendiamo benefattori. Le donne che scelgono la prostituzione non si arricchiscono e non escono dalla povertà, ci restano e mettono a rischio la loro salute fisica e psichica.

Continuiamo a informare e a diffondere consapevolezza su cosa sia la prostituzione e sfatiamo quotidianamente tutti i miti che vengono adoperati per legittimare questa forma di violenza e di schiavitù.

Mi associo all’abbraccio di Maria Rossi, al fianco di femministe, vittime di tratta e alle sopravvissute.

http://infosullaprostituzione.blogspot.it/2015/08/e-stata-approvata-dublinouna.html?spref=tw

 

Vi segnalo anche questa lettera di Angeles A. Auyanet ad Amnesty “The decriminalisation of buying sex harms all women (but especially poor women) and the ideal of gender equality”: QUI 

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Un cuore che si ferma

 

La storia di Paola, di Mohamed e di tutti i braccianti che hanno perso la vita nei campi ci riporta alla realtà, ci costringe a guardare in faccia cosa sia il lavoro in agricoltura, oggi, 2015, Italia.

Nonostante ennemila leggi sul lavoro, sulla sicurezza, sui contratti. Nulla sembra scalfire il vuoto di tutele e il caporalato che affliggono l’agricoltura made in Italy, dai pomodori alle olive. Perché fare agricoltura non è fare l’imprenditore agricolo. Ricordiamoci il sudore di chi nei campi ci lavora sul serio. Non è l’orticello borghese sul balcone o il giardino pensile pensato da qualche architetto e venduto caro. Stiamo parlando di un sistema che si regge in gran parte solo grazie alle sovvenzioni europee, composto da tanti italiani che figurano come braccianti ma non hanno mai toccato una zolla di terra, gente che riceve tot euro dall’UE per ogni pianta presente nel suo appezzamento. Ci sono interi campi che vengono piantati e poi non si procede nemmeno alla raccolta, perché sarebbe troppo oneroso. L’agricoltura ha spesso questo volto: semino, ma non raccolgo, tanto mi basta dimostrare che coltivo. Fiumi di denaro che arrivano sì, ma evidentemente nelle tasche sbagliate. Non faccio fatica a chiamarli criminali, perché le morti e lo sfruttamento neo-schiavista sono questo. Ci sono caporali e caporale: non ve li immaginate come personaggi alieni. Nella vita di provincia sono il gancio per racimolare qualche soldo, naturalmente senza nessun tipo di sicurezza e di garanzia. Prendere o lasciare. Per molti questa è considerata una cosa normale, inevitabile, per qualcuno sono anche dei benefattori. Ci sono anche “caporali” mogli di professionisti, gente che gestisce il patrimonio terriero di famiglia, insomma un tessuto umano variegato. In paese godono di tutto il rispetto e la stima possibili. Ne conosco di casi, di persone che hanno usufruito di tutti i sussidi sociali possibili, i cui mariti professionisti affermati sono fieri di andare in giro a dire che non si possono pagare tutte le tasse, che è un salasso ingiusto. Gente che si muove benissimo tra le maglie di leggi e di regolamenti pieni di scappatoie. Ci sono caporali italiani e stranieri. Alcuni lavorano a stretto contatto con le cooperative agricole, perché la rete è essenziale, in questo l’organizzazione non manca. Ci si muove anche semplicemente tra conoscenze. Son coloro che figurano con un reddito quasi inesistente, fanno manbassa di agevolazioni statali, niente tasse, niente contributi per la scuola, semi-sconosciuti al fisco. E poi ci sono coloro che per una manciata di euro si spaccano la schiena e rischiano di morire nei campi. A loro non resta molto, ma in certi contesti non ci sono alternative e ci si adatta. La storia di Paola ha risposto a tutti coloro che cianciano e sostengono che il lavoro c’è, basta sacrificarsi. Paola quel sacrificio lo ha fatto, ma chiediamoci a che costo. Paola che non vedrà mai crescere i suoi figli, lei come tanti altri che sono considerati semplicemente degli strumenti di un’agricoltura che non è mai maturata e non si è mai affrancata da metodi disumani e schiavistici. Da Andria a Ragusa, a Nardò, lungo il nostro stivale, per tutte le donne e gli uomini sfruttati, vittime di violenza o che hanno perso la vita in questo inferno che è l’agricoltura A.D. 2015.

Non è il km0, il bio o le mele DOP coltivate lungo l’autostrada, queste sono solo le ultime forme imbellettate e narcisistiche di un’agricoltura in asfissia totale: di regole, di rispetto dei diritti umani e di onestà. Questa è la nostra brutta Italia, questa nell’anno di EXPO che parla di cibo. Un cibo ripieno di violenza. In un silenzio indifferente, rotto solamente quando ormai non c’è più nulla da fare. E dopo poco si continua, facendo finta di niente. Mai come in queste occasioni ci sta un: “che paese di m*!”

La nostra indifferenza mantiene in piedi un sistema criminale e bastardo, che pensa che qualcuno sia più sacrificabile di altri. Agli sfruttatori dico: quei soldi di cui vi riempite le tasche sono pieni di sangue e quel cibo che producete pure. Vigliacchi che poi inneggiate al “sano” e solidale made in Italy!

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In Rai arriva la nuova presidenta

Monica Maggioni

 

Le mie considerazioni sulla recente nomina alla presidenza Rai. Qui uno stralcio:

In lei ho più volte riscontrato una “normalità” stilistica che impedisce di incidere veramente nella realtà dei fatti, in un tempo in cui l’informazione è appiattita e meriterebbe più coraggio. Quel coraggio di osare, di cambiare che io mi aspetto sempre da una donna, soprattutto quando raggiunge una posizione apicale.
Mi piace pensare che ci sorprenderà. Me lo auguro per un servizio pubblico che è in una condizione di asfissia quasi generalizzata. Buon lavoro Monica!

Per leggere l’intero articolo continua su DOL’S MAGAZINE QUI

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Prostituzione e tratta di esseri umani non possono essere disgiunte

Pablo Picasso. Prostitutes in a Bar, 1902

Pablo Picasso. Prostitutes in a Bar, 1902

 

Riprendo il tema, dopo l’importante testimonianza di Mia de Faoite che avevo tradotto qui.

Questa volta il punto di vista è quello di un poliziotto, Manfred Paulus. Non condivido in pieno le soluzioni che suggerisce, ma l’analisi è interessante, soprattutto perché evidenzia come sia diventato complicato perseguire tratta e sfruttamento in Germania. Buona lettura.

 

Manfred Paulus conosce molto bene l’ambiente a luci rosse. Per più di 30 anni è stato responsabile dell’unità di controllo penale che si occupava di prostituzione e tratta di donne a Ulm. Anche prima del suo pensionamento, l’UE lo aveva inviato come esperto “nei paesi di reclutamento” delle donne che finiscono nei bordelli tedeschi, negli appartamenti e per le strade. Paulus era alla ricerca dei percorsi utilizzati dai trafficanti in Romania e in Bielorussia per portare le donne vittime di tratta in Germania.

L’SPD enfatizza il fatto che si deve distinguere tra prostituzione e tratta di esseri umani.

In Germania oggi siamo arrivati al 100% di donne importate dall’estero per la prostituzione. Dovrebbe essere abbastanza chiaro che una ragazza bielorussia della zona di Chernobyl o una Roma proveniente da un ghetto in Romania non può compiere da sola il viaggio per arrivare in Germania per poi finire nella prostituzione. Non hanno soldi, nessuna persona di riferimento, nessun contatto. Le donne sono vittime della tratta nel loro Paese, e in questo settore si sono sviluppate organizzazioni criminali altamente strutturate. La criminalità organizzata controlla il business. La richiesta di tenere distinte prostituzione e tratta ci fa temere per il peggio.

Ma come si spiegano queste valutazioni non realistiche?

Ovviamente ci sono le persone coinvolte che non sono per niente o troppo poco informate sul contesto, e che, consapevolmente o meno, cedono al mito della prostituzione “pulita”, suggerito loro dai lobbisti. Questo si è verificato già nel 2001, quando SPD e Verdi hanno scritto l’attuale legge sulla prostituzione. Ad esempio, la legge ha dato esplicitamente “poteri direttivi” ai gestori dei bordelli. Siamo probabilmente l’unico Paese al mondo a dare esplicitamente il potere di decidere per le donne ai proprietari dei bordelli.

L’SPD ha recentemente organizzato un incontro con esperti, incluse l’Association of erotic trade entrepreneurs in Germany (Bundesverband der Unternehmer im Erotikgewerbe) e la Professional association for erotic and sexual services (Berufsverband erotische und sexuelle Dienstleistungen). Anche se non rappresenta nemmeno l’1% delle prostitute, questa lobby dichiara costantemente che la stragrande maggioranza delle prostitute lavora “volontariamente” e che la prostituzione forzata è un “fenomeno marginale”.

Condivido l’opinione di molti colleghi per cui il 98% delle donne che si prostituiscono in Germania è costretta da qualcuno. C’è un solo posto dove incontro prostitute volontarie, i talk show. Lì, dopo 30 di lavoro in questo settore, ho conosciuto per la prima volta donne che fin da giovani non avevano avuto altro obiettivo che rendere gli uomini felici in questo modo, convinte della loro scelta, che non avevano mai avuto un magnaccia. Ma “volontaria” è solo una parola magica. Se la prostituzione avviene in modo volontario, il proprietario del bordello, del bar e il cliente non hanno più alcun problema. In questo modo la polizia, la magistratura e i sistemi politici sono impotenti. Questo è il motivo per cui molte persone amano questo termine. Ma la verità è ben diversa. Parlare di volontarietà, a mio avviso, è francamente molto cinico.

Che cosa dovrebbe quindi essere previsto in una nuova legge sulla prostituzione?

È molto importante che i “poteri direttivi” vengano aboliti e che la prostituzione sia consentita unicamente come attività autonoma. È anche essenziale che la prostituzione non possa essere esercitata sotto i 21 anni, perché molte delle vittime hanno meno di 21 anni. Una registrazione obbligatoria e la cancellazione delle prostitute è importante, così come reintrodurre un esame sanitario. Deve essere reintrodotto il libero accesso degli agenti di polizia ai bordelli. In pratica, tutte le richieste presentate dalla CDU/CSU devono essere incluse nel testo. Stabilire un obbligo di licenza per i bordelli e alcune piccole regole non sarebbe sufficiente. Potrebbe essere addirittura controproducente.

Perché, i proprietari dei bordelli vorrebbero avere una sorta di certificazione dallo stato?

Esattamente. Oggi abbiamo bordelli nobili, decorati con marmi e acciaio inossidabile. Questo non esclude che i papponi si nascondano dietro questa facciata o dietro misteriose compagnie come “GmbH & Co. KG”. E se andassimo a indagare dietro questa società-cassetta della posta, potremmo scoprire clan albanesi, la cosiddetta mafia russa, o gli Hells Angels. E allora abbiamo a che fare con la criminalità organizzata che controlla ogni cosa. Per poter abbattere queste strutture, non è sufficiente chiedere la registrazione del proprietario del bordello, che potrebbe essere semplicemente un prestanome, così poi va tutto a posto. Non deve accadere che la riforma risulti l’ennesimo patchwork per agevolare coloro che traggono profitti dalla prostituzione.

Ha scritto nel suo libro che la gente scuote la testa incredula di fronte alla legislazione tedesca.

Recentemente ho avuto a che fare con il procuratore capo di Palermo, che combatte la mafia in Italia. Era stupito e mi ha chiesto: “Davvero non notate quello che sta accadendo nel vostro Paese? Siete ancora convinti a non varare nuove leggi?” In Romania e in Bulgaria sento dire le medesime cose. Penso che la pressione sulla Germania dai Paesi di origine delle donne aumenterà. In tutti quei Paesi, ciò che accade alle donne è ben noto. E c’è molto disprezzo nei nostri confronti per il fatto che non prendiamo misure efficaci per prevenire questo stato di cose. Ciò che noi qui chiamiamo libertà è una totale mancanza di libertà per innumerevoli donne – questa è la schiavitù sessuale.

Nella sua Relazione annuale sulla tratta di esseri umani (« Lagebild Menschenhandel ») il BKA, Ufficio federale di polizia criminale (Bundeskriminalamt) riporta circa 700 casi all’anno. Questo dato è utilizzato come prova per sostenere che il problema non è troppo grande in Germania.

Per me questo non è un “rapporto”, quanto piuttosto la documentazione del fallimento della politica! Nel nostro Paese abbiamo centinaia di migliaia di donne indifese in un contesto ad alta densità criminale. Il fatto che solo 500-700 casi vengano segnalati annualmente al BKA attesta un gigantesco mondo sommerso e invisibile. Prima di tutto, il reato di tratta è definito in modo complesso, e gli ostacoli per dimostrarlo sono piuttosto grossi. Il secondo problema è con i processi giudiziari: il settore a luci rosse è riuscito come nessun altro a bloccare nei tribunali l’applicazione della legge. Per esempio, gli avvocati del settore adducono mozioni alle prove che portano alla Bielorussia, all’Ucraina o all’Absurdistan (termine satirico per indicare il blocco sovietico, ndr). Così poi i tribunali sono costretti ad accordi – a favore dei delinquenti e a detrimento delle vittime e degli inquirenti. E alla fine si stappa lo champagne in aula. Quindi non è una sorpresa che le poche donne che osano testimoniare ritirino le dichiarazioni nel corso di questi processi.

La Germania non ha ancora recepito la Direttiva Europea del 2011 per combattere il traffico di esseri umani. 

Questo dimostra che in questo Paese si continua a dare troppo poca importanza a questo crimine (organizzato). È ancora possibile invertire il corso degli eventi? Non potremo certo cambiare tutto in una notte, perché la criminalità organizzata è ben salda in questo settore. Ma nel breve termine, possiamo almeno evitare un’ulteriore crescita, se non continuiamo ad avere una legge così “amica dei criminali”. Perché con la legge del 2002 abbiamo preparato il terreno per i responsabili della questa situazione attuale. Con le libertà di cui godono in questo Paese, li abbiamo praticamente attirati in Germania. Un po’ dappertutto in Germania si vede com’è facile far funzionare il business con le donne in vendita. E se ora rovesciamo queste libertà di 180° contro i criminali, ce la faremo.

Quindi secondo lei cosa dovrebbe avvenire ora?

La grande coalizione non deve cedere a questi lobbisti! Dovremo vivere per un lungo tempo con la nuova legge sulla prostituzione. E se dovessero ancora una volta essere fatti dei compromessi, i trafficanti da Odessa a Bucarest si stropicceranno le mani.

 

Source: http://www.emma.de/artikel/prostitution-menschenhandel-sind-untrennbar-317541
_______________
Manfred Paulus is the author of the recently published book « Organisierte Kriminalität MENSCHENHANDEL. Tatort Deutschland: Frauenhandel, Kinderhandel, Zwangsprostitution, Organhandel, Handel von Arbeitskräften » (Organized crime – HUMAN TRAFFICKING in Germany: Trafficking in women, child trafficking, forced prostitution, organ trafficking, trafficking in labor); Verlag Klemm + Oelschläger, Münster/Westphalia, Germany.

 

Fonte in inglese da cui ho tradotto:
https://ressourcesprostitution.wordpress.com/2014/09/03/prostitution-and-human-trafficking-cannot-be-separated-interview-with-manfred-paulus/

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