Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Di cosa abbiamo veramente bisogno

time work life

 

“Le donne che restano intrappolate nella famiglia sono 2,3 milioni. Il 40 per cento possiede un diploma superiore o una laurea: uno spreco enorme di abilità e talenti.” Così leggiamo in questo recente articolo.
Spreco che non interessa a nessuno di coloro che riducono la conciliazione/condivisione all’arte di arrangiarsi. Manca la cultura d’impresa, manca il coraggio di scelte radicali, non si tratta di tethering, di adoperare strumenti tecnologici innovativi o di giornate aziendali “solidali”. Parliamo di cose serie, di quante chiedono flessibilità (che non significa schiavismo) e ricevono come risposta un invito alle dimissioni. Grandi, medie e piccole aziende, la situazione non cambia se non c’è la giusta sensibilità. Parliamo di quante si vedono sbattere la porta in faccia quando chiedono un part-time per un familiare malato. Sì, nemmeno se chiedi di lavorare 6 ore per un periodo circoscritto ti viene consentito. La porta è aperta e non si ha scelta.

Perché al contrario di quanto si pensi o si teorizzi, il part-time in alcune situazioni è l’unica soluzione per poter restare nel mondo del lavoro. Pensiamo sia preferibile essere costrette a lasciare il lavoro oppure preferiamo agevolare le donne che desiderano lavorare part-time? Al di là del fatto che i servizi (sui quali bisognerebbe lavorare con maggior convinzione e realismo) non si adattano affatto ai tempi del full-time e di percorrenza delle distanze casa-lavoro-scuola. Al di là del fatto che solo chi ha un familiare da accudire conosce l’impegno necessario. Facile parlare quando si ha qualcuno che se ne occupa al tuo posto e si hanno le disponibilità economiche perché qualcuno si occupi della gestione del quotidiano e della casa.
Basta regolare il tempo parziale e renderlo conveniente, non sarà preferibile per tutt*, ma a qualcun* servirà e sarà l’ancora di salvezza. Se poi ragioniamo in termini di produttività reale e lo diffondiamo nella nostra cultura aziendale ferma all’800, forse il tempo parziale non verrà più considerato il ghetto delle donne, e sarà scelto anche dagli uomini. Anche perché non tutti possiamo permetterci di esternalizzare i servizi di cura. Ammesso che esternalizzare poi sia il desiderio di tutt*, soprattutto quando si vorrebbe fare i genitori non soltanto la sera alle 21 o nel weekend.

Ogni tanto un po’ di sincerità non guasta e occorrerebbe chiedersi perché la nostra cultura insegue il mantra del lavoro come metro del senso della nostra vita. Forse bisognerebbe emanciparsi dall’idea che lavorare tanto paga in modo proporzionale. Spesso non è così, basta un dettaglio e ti ritrovi con stipendio e carriera bloccate.
Perché potersi dedicare anche alla propria vita privata non sia un lusso, una strada impraticabile se non a costo della rinuncia al lavoro. Un giusto equilibrio non deve essere lo stigma, ma un cambiamento culturale necessario, che produce benefici sul dipendente e ricadute positive sul lavoro. Perché occuparsi anche di un familiare non può essere considerato una fonte di peso aziendale. Deve cambiare l’organizzazione aziendale oppure perderemo terreno e risorse umane. Quindi lasciateci scegliere e progettare i nostri tempi di vita-lavoro.
Per questo guardo con attenzione a questa proposta di legge: “Politiche regionali di sostegno obbligatorie, con aiuti quali sollievo programmato e d’emergenza, sostegno psicologico, informazione, formazione ai caregiver; accordi con i datori di lavoro per favorire orari flessibili e con compagnie assicurative per offrire polizze mirate e scontate. Sono alcuni punti della proposta di legge-quadro sui caregiver, cioè quanti devono assistere un familiare non autosufficiente.”

Le pressioni che le donne subiscono non sono eccezioni rare, ma sono molto diffuse, anche se si continua a ridimensionare queste storie. Raccontiamo e non stiamo zitte! “negli ultimi 2 anni sono aumentati del 30% i casi di donne licenziate o costrette a dimettersi; almeno 350 mila sono state discriminate per via della maternità”: che fate? Continuate a sostenere che ci lamentiamo troppo????

Dobbiamo scegliere formule che siano realmente innovative.

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Sapete che non sono molto d’accordo sull’uso dei bonus una tantum, che aiutano a tamponare, ma non rappresentano una soluzione reale dei problemi per cui si sceglie di non fare figli. Se durante le primarie milanesi si parlava di reddito di cittadinanza, quindi si aveva un approccio redistributivo della ricchezza, che permettesse di vivere in condizioni dignitose attraverso l’erogazione di un reddito minimo indipendente dal tempo di lavoro prestato o da prestare, oggi, a distanza di qualche mese ce lo siamo già dimenticato. Il bonus per le mamme è antitetico a una politica strutturata di fuoriuscita dal bisogno.

Mi piacerebbe che si parlasse maggiormente di servizi di conciliazione, magari a prezzi calmierati, come per esempio incentivare la creazione di una rete di sostegno di mutuoaiuto tra cittadini (volontaria e gratuita) per rendere più agevoli tanti piccoli aspetti della vita dei genitori. E’ questione di prospettive favorevoli non solo di breve/brevissimo periodo.
Stessa perplessità su soluzioni tampone per famiglie in difficoltà, che se diventano l’unico “sistema” producono effetti non propriamente volti a disinnescare il vortice della difficoltà. Non è scaricando in modo permanente sulla beneficenza e sulla solidarietà dei singoli cittadini che si risolvono i problemi. Dobbiamo spiegare e insegnare alle persone che mettere al mondo figli è una responsabilità personale, implica una capacità di comprensione di cosa significa crescere dei figli, crescere che non significa nutrire solo con un piatto di pasta, ma nutrirli culturalmente, trasmettergli un sistema di valori, seguirli, sostenerli, educarli, dargli opportunità per un futuro dignitoso, per essere dei cittadini non passivi. Dobbiamo uscire da meccanismi che rischiano di alimentare le situazioni di disagio. Che senso ha continuare a fare figli se si è senza lavoro, si è precari in tutti i sensi? Ne vedo troppe di queste situazioni e in gran parte non sono affatto temporanee, ma finiscono col durare decenni, coinvolgere più di una generazione.

In alcuni contesti c’è un’assoluta mancanza di una cultura di pianificazione familiare. Ricordo che dal 2010 c’è stato un aumento del 31% delle gravidanze precoci in Lombardia. Ci affidiamo ancora al caso? Essere genitori è un compito di responsabilità, ed è il motivo per cui in molti decidono di non potersi permettere questo impegno, perché tante condizioni non lo permettono. Quindi anziché stigmatizzare chi sceglie consapevolmente di non fare figli perché si rende conto del contesto ostile, dovremmo occuparci di una parte consistente di persone che non si pongono nemmeno questo problema e vivono nell’emergenza permanente, insieme ai loro figli. Non basta l’obolo una tantum o il pacco di beni alimentari, che sono ottime soluzioni tampone (senza le quali la situazione sarebbe ancor più drammatica) ma che non risolvono una questione così enorme, difficile, che ha una matrice anche culturale e di mancanza di opportunità reali. Non siamo in grado o non vogliamo guardare alle radici dei problemi. Offriamo piuttosto un sistema efficiente di collocamento lavorativo, condizioni di conciliazione reali e alla portata di tutt*, supporti educativi e di sostegno per far maturare una consapevolezza alla genitorialità. Vogliamo sostenere una genitorialità in modo finalmente organico e non emergenziale, come se poi dovesse arrivare una mano divina a risolvere tutto? Certo che se non applicheremo delle misure radicali che vadano a monte delle difficoltà, la natalità continuerà a crollare e chi farà figli sarà alla mercé della buona o cattiva sorte. Esattamente come nell’800.

Io non penso che dobbiamo creare nuove dipendenze, dobbiamo crescere cittadini/e attivi/e e genitori che capiscano pienamente che cosa significa l’impegno di un figlio. Dobbiamo spiegare che dei figli che continuano gli studi saranno dei cittadini migliori, dobbiamo spiegare che la vita di una donna non coincide solo col mettere al mondo figli. C’è altro e ci deve essere altro nella vita delle ragazze e delle donne. Dobbiamo evitare che questo disagio, questo contesto di difficoltà, degrado, a volte accompagnato da violenze familiari, porti queste persone in situazioni di emarginazione permanenti.

Auspico un futuro diverso, in cui tutti siano resi autosufficienti e consapevoli. Questo è il compito di uno Stato efficiente e lungimirante, questo è il compito di chi si ritiene progressista. Così come dovrebbe essere prioritario osare e spingere verso un reddito di base (articolabile con varie modalità) con programmi di (re)inserimento nel tessuto produttivo e sociale. Con questi numeri è urgente iniziare a progettare un reddito di base di cittadinanza, anche in funzione delle prossime generazioni che (se andrà bene) andranno in pensione a 75 anni. Per contrastare il fenomeno del lavoro in nero senza garanzie e senza diritti, dello sfruttamento e dell’arruolamento tra le fila delle organizzazioni criminali. La libertà dal bisogno è il primo passo per l’affrancamento pieno di una persona e per l’emancipazione materiale e del pensiero.

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Allo stesso tempo dobbiamo cercare di sondare le cause che portano le bambine e le ragazze a crescere nella convinzione che l’unica forma di emancipazione è quella dalla famiglia di origine, per crearne una propria, non importa con chi o come, non importano le conseguenze. Purtroppo lo vedo anche sul mio territorio. Il contesto familiare e sociale spesso influisce ben più della scuola, è come se non si riuscisse a interrompere cicli generazionali in cui il genere femminile ha un destino segnato e predestinato. Il lavoro culturale da fare è enorme. Anche perché quando si è ragazze sfuggono molti dettagli e non proseguire gli studi ha un impatto devastante e irreversibile in molti casi.

Troppe ragazze ancora oggi non vengono aiutate a percepire l’importanza di un investimento nello studio o anche nell’apprendimento di un lavoro, di capacità e abilità che possano essere reinvestite e portare a una reale autonomia. Se vogliamo oggi è peggio degli anni ’60, in cui la percezione dell’istruzione aveva un valore enorme in termini di riscatto personale. Questa regressione coinvolge italiane e ragazze di origine straniera di seconda generazione. Una regressione che ha degli impatti negativi enormi. Vogliamo strappare le ragazze da questi cicli di destini predestinati? Vogliamo fargli capire che forse conviene investire meglio sul proprio futuro, lavorando su prospettive e obiettivi diversi? Vi consiglio questo articolo.

Le risorse per realizzare programmi ad hoc, forme per uscire da situazioni difficili, educare le giovani donne e dargli opportunità diverse di emancipazione ci sarebbero, ma finché la sottrazione di risorse attraverso l’evasione fiscale non sarà percepita come un crimine verso l’intera comunità, le cose non cambieranno. Hanno pienamente ragione Chiara Capraro e Francesca Rhodes nella loro analisi, che vi consiglio di leggere, di diffondere e di tenere sempre presente. È una questione di maturazione culturale e di presa di coscienza.

Azioni di redistribuzione della ricchezza sono necessarie, non accessorie, altrimenti il sistema collassa e non serviranno le collette che i singoli si impegneranno a sostenere. Mi rendo conto che è più facile e più immediato ragionare fornendo aiuti immediati, ma poi? Non possiamo fermarci a soluzioni semplicistiche. Se non si risveglia la coscienza civile e non si investirà su altri fronti e leve, non usciremo mai da un pantano che sarà sempre più soffocante. Interroghiamoci, riflettiamo. Non è utopia, è giustizia sociale, quella di cui si parla anche nella nostra Costituzione.

Sempre sul tema della conciliazione, vedremo che risultati porterà il Ddl per il lavoro agile o smart working “Misure per la tutela del lavoro autonomo non imprenditoriale e misure volte a favorire l’articolazione flessibile nei tempi e nei luoghi del lavoro subordinato” attualmente in sede di esame al Senato. Non è il telelavoro introdotto dalla legge Bassanini ter mai decollato. Il lavoro agile deve essere flessibile e produttivo, e si fonda su un patto tra datore di lavoro e dipendente proprio per raggiungere questi obiettivi. Flessibilità che fa rima con possibilità di conciliare vita privata e lavoro. Flessibilità del luogo di lavoro che deve tradursi in un aumento della produttività. Agile non significa che non siano previsti periodi in cui lavorare in azienda, per non perdere gli aspetti positivi del lavoro di squadra e dell’affiatamento derivante dall’appartenenza al medesimo progetto aziendale. Restano in piedi le regole su sicurezza e sul controllo che non può eccedere rispetto a quanto previsto dall’art. 4 della legge 300 del 20 maggio 1970 (QUI). Si tratta di un segnale importante di come sia maturato un diverso approccio alle modalità del lavoro e di quanto poco c’entri la produttività con le ore di permanenza nel luogo di lavoro e alla scrivania. Certo lo smart working non è adatto a tutti i tipi di lavoro, non piace a tutti, ma può essere preferito in alcuni periodi della propria vita perché consente di mantenere insieme vari “pezzi” degli impegni quotidiani.

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Chiaramente lo smart working non risolverà tutti i problemi del nostro contesto post-industriale, delle nostre economie, della gig economy che avevo affrontato qui, ma se ben regolato, con i giusti incentivi per le imprese e i correttivi per non slegare il dipendente dalla realtà aziendale, può servire a supportare alcuni lavoratori dipendenti.
Speriamo che il Ddl venga approvato presto e che soprattutto venga adottato dalle aziende. Il lavoro agile come strumento e non come tipologia contrattuale.

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Misure per uscire dalla violenza e per essere finalmente libere

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A distanza di quasi un anno è arrivata la circolare INPS  per rendere applicabile il congedo per le vittime di violenza di genere contenuto nell’art. 24 del decreto legislativo n. 80 del 15 giugno 2015.
La normativa prevede che le lavoratrici dipendenti del settore pubblico e privato, escluse le lavoratrici del settore domestico, possano avvalersi di un congedo indennizzato per un periodo massimo di 3 mesi al fine di svolgere i percorsi di protezione certificati dai servizi sociali del Comune di appartenenza, dai Centri antiviolenza o dalle Case Rifugio. Il congedo può essere fruito su base giornaliera o oraria entro tre anni dall’inizio del percorso. Per le giornate di congedo la lavoratrice ha diritto a percepire una indennità giornaliera, pari al 100% dell’ultima retribuzione da calcolare prendendo a riferimento le sole voci fisse e continuative della retribuzione stessa.
Si tratta di un piccolo ma importante passo per consentire un percorso con meno intoppi di uscita dalla violenza. In altri Paesi interventi simili esistono già da tempo e sono inquadrati in un sistema più organico e strutturato, per dare alle donne vittime di violenza un’autonomia economica e la sicurezza di poter guardare al futuro più serenamente.

(…)

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http://www.dols.it/2016/04/18/misure-per-uscire-dalla-violenza-e-per-essere-finalmente-libere/

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Oggi Federico avrebbe compiuto 16 anni

Per Federico.

il ricciocorno schiattoso

Il 19 aprile del 2000 nasceva Federico Barakat.

Oggi, a 7 anni dalla sua morte, condivido un pensiero scritto da Cristina Obber per il suo compleanno, che vi prego di diffondere utilizzando quanti più canali possibili.

angelo mio

Oggi Federico Barakat avrebbe compiuto 16 anni

Oggi Federico Barakat avrebbe compiuto 16 anni.

Avrebbe detto ciao mamma, e sarebbe uscito con gli amici, dopo aver studiato storia o matematica. E l’altro ieri, domenica, avrebbe sicuramente parato un gol, perché lui in porta era bravissimo. Avrebbe avuto una vita. La sua.

Invece Federico è morto a 8 anni, ucciso da un uomo che era suo padre, in un luogo che gli avevano detto chiamarsi protetto, per proteggerlo, appunto.

A scuola quel giorno era andato a prenderlo un signore che era l’educatore che aveva il compito di proteggerlo, di accompagnarlo in quel luogo che si chiamava protetto e di stare con lui durante l’incontro, che…

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Voce alle donne: dal 1861 al 1946 i passi per la conquista al diritto di voto

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Il voto alle donne significa affermare e sancire che le donne sono pienamente cittadine, al pari degli uomini.

Sono passate solo 7 decadi da quando le italiane hanno raggiunto questo traguardo, hanno potuto esprimere il proprio voto ed essere elette. Ciò che oggi diamo per scontato è stato frutto di tante lotte che non dobbiamo assolutamente dimenticare.

Non è facile racchiudere in poche righe, sintetizzando, il cammino delle donne italiane per i diritti di cittadinanza. Si tratta di una strada lunga e tortuosa, fatta di piccoli tasselli, che piano piano ci hanno portato ad aver voce. La lotta per il suffragio femminile attraversa l’intera storia dell’Italia unita.

(…)

Ci auguriamo che queste lotte non si interrompano e non si affievoliscano. Ma per questo dobbiamo crederci e continuare a trasmettere l’importanza dei diritti conquistati tanto faticosamente, per permetterci di avere voce e di poter essere cittadine. Rinunciare al voto, non votare significa non decidere, significa lasciare che altri decidano per noi. L’astensionismo è un segnale di un indebolimento degli anticorpi democratici e non va sottovalutato. Pensare che la partecipazione attiva alla vita politica del proprio Paese sia inutile e ininfluente è un errore. I diritti vanno difesi, non sono per sempre. Non permettiamo a nessuno di riportarci al silenzio e di prendere le decisioni al nostro posto. Il futuro è ancora nelle nostre mani, lamentarsi non cambia le cose, il cambiamento passa per l’esercizio attivo dei nostri diritti di cittadinanza e per la nostra partecipazione viva alla vita politica. Non facciamoci inghiottire dall’indifferenza e dalla rassegnazione. Esiste la passione politica, quella autentica, quella praticata giorno dopo giorno, costantemente, non solo in occasione delle tornate elettorali. Il lavoro politico è spesso inquinato da coloro che adoperano la politica per propri fini, guardando solo ai propri interessi. Noi donne dovremmo dare il buon esempio e rompere con certe cattive prassi, ma purtroppo non sempre è così. Dobbiamo fare la “differenza”e per questo c’è bisogno di trasparenza, di un ritorno al lavoro per la collettività. Dobbiamo portare la nostra visione di genere nelle Istituzioni, perché ce n’è bisogno, l’importante è che sia autentica e non posticcia. Non è il rosa fine a se stesso che risolve i problemi delle donne.

Alle ragazze che si apprestano a votare per la prima volta auguro lo stesso entusiasmo e la stessa emozione di quelle donne che si recarono alle urne nel 1946, con il vestito della festa e si sentirono libere, parte di un mondo nuovo, tutto da costruire, nel migliore dei modi.

Oggi come allora non chiediamo una posizione “speciale”, distinta, la riserva da specie protetta e privilegiata, bensì uguale dignità e valore rispetto agli uomini, parità, pari accesso e opportunità, una rappresentazione paritaria.

E soprattutto nessuno deve parlare al nostro posto o dettarci come e quando far sentire la nostra voce.

 

PER LEGGERE L’ARTICOLO COMPLETO, CONTINUA SU MAMMEONLINE.NET

http://www.mammeonline.net/content/voce-alle-donne-dal-1861-al-1946-passi-conquista-al-diritto-voto

 

Questo è il materiale completo che ho preparato per l’evento del 22 aprile:
http://issuu.com/simonasforza/docs/il_voto_alle_donne?e=11464407/35095349

 

Qualche link in merito all’emancipazione delle donne e il diritto di voto:

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-5b927d40-f262-4aea-8506-559c8156d381.html
http://www.raistoria.rai.it/articoli/il-voto-alle-donne-litalia-si-affaccia-al-novecento/3049/default.aspx 
https://www.senato.it/application/xmanager/projects/leg17/file/repository/relazioni/biblioteca/emeroteca/Donnedellacostituente.pdf

 

Dal 1945 al 2000: 

l’emancipazione: http://www.raiscuola.rai.it/articoli/la-condizione-femminile-lemancipazione-storia-sociale-ditalia-19452000/7270/default.aspx

il lavoro: http://www.raiscuola.rai.it/articoli/la-condizione-femminile-il-lavoro-storia-sociale-ditalia-19452000/7273/default.aspx

decreto Bonomi

Decreto Bonomi – Estensione alle donne del diritto di voto

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Su legge 194 l’Europa porta Consiglio!

43 il fuso di Erdogan

 

Il Comitato Europeo dei Diritti Sociali del Consiglio d’Europa ha riconosciuto, in una pronuncia resa pubblica oggi, che l’Italia ha violato l’art. 11 della Carta Sociale Europea, con la quale vengono riconosciuti i diritti umani e le libertà, e stabiliti i meccanismi di controllo per garantirne il rispetto da parte degli Stati comunitari.
La decisione afferisce ad un reclamo presentato dalla Cgil, avente ad oggetto la violazione dei diritti delle donne che intendono accedere all’IVG ai sensi della Legge 194 e la violazione dei diritti dei medici non obiettori.

L’organismo comunitario ha stabilito che nel nostro Paese continuano a prevalere situazioni per le quali le donne che intendono chiedere un aborto possono essere costrette a trasferirsi in altre strutture sanitarie, in Italia o all’estero, o ad interrompere la loro la gravidanza senza l’appoggio o il controllo delle autorità sanitarie competenti, o possono essere dissuase dall’accedere ai servizi di aborto, che hanno invece diritto a ricevere ai sensi della legge 194.

A detta del Comitato, inoltre, la Cgil ha fornito un ampio numero di prove che dimostrano come il personale medico non obiettore affronti svantaggi diretti e indiretti, in termini di carico di lavoro, distribuzione degli incarichi, opportunità di carriera, consentendo così al Comitato stesso di rilevare che le strutture sanitarie italiane non hanno ancora adottato misure necessarie per rimediare alle carenze nel servizio causate dall’alta presenza di personale obiettore di coscienza.
Si osserva anche che il governo “non ha fornito nessuna prova che contraddica quanto sostenuto dal sindacato”.

Solo pochi mesi fa, a novembre 2015, nella relazione annuale al Parlamento sullo stato di attuazione della legge 194, si continuava a non rilevare problemi: “Riguardo l’esercizio dell’obiezione di coscienza e l’accesso ai servizi IVG e per quanto riguarda i carichi di lavoro per ciascun ginecologo non obiettore, non emergono criticità.”
Risulta evidente la distanza tra la relazione del Ministero della Salute e la realtà evidenziata dal Comitato europeo.

Le enormi difficoltà che incontrano le donne per poter accedere al servizio di IVG sono da anni sottovalutate, ridimensionate, derubricate a casi sporadici.
Oggi ci troviamo di fronte a un’altra condanna europea della condotta dell’Italia, alla quale ci auguriamo si dia questa volta una risposta efficace.

Le donne di #ObiettiamoLaSanzione, impegnate da tempo affinché in Italia ci sia una corretta applicazione della legge 194, tornano a chiedere agli organismi istituzionali competenti di attivarsi fattivamente nell’adempimento degli obblighi di legge, per sanare la situazione e assicurare il diritto alla salvaguardia della salute psico-fisica della donna.

Le donne promotrici di #ObiettiamoLaSanzione

Anarkikka attivista, vignettista
Barbara Bonomi Romagnoli giornalista, attivista
Monica Lanfranco giornalista, blogger
Loredana Lipperini giornalista
Donatella Martini Donne InQuota
Cristina Obber giornalista, scrittrice
Lea Fiorentini Pietrogrande attivista
Benedetta Pintus Pasionaria.it
Antonella Penati Federico nel cuore Onlus
Maddalena Robustelli
Simona Sforza blogger, attivista
Nadia Somma blogger, attivista
Paola Tavella giornalista
Lorella Zanardo Il corpo delle donne

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Aborto. Più educazione sessuale e informazione alla contraccezione e meno terrorismo patriarcale.

 

Attenzione! Questo non è uno strumento chirurgico. Rendi l'aborto sicuro e legale

Attenzione! Questo non è uno strumento chirurgico. Rendi l’aborto sicuro e legale

 

A guardare il panorama generale e al contesto attuale per quanto riguarda la salute riproduttiva delle donne e la possibilità di ricorrere a una interruzione di gravidanza in sicurezza e in piena libertà, non c’è da stare tranquille. In tutto il mondo sembra che il patriarcato stia attuando una vera e propria politica di backlash, che con un colpo di coda, una trincea reazionaria intende riportarci indietro di decenni, per tornare ad avere il controllo pieno sulle vite delle donne e sulle loro scelte riproduttive. Trump sbandiera fieramente il suo antiabortismo, arrivando a prospettare anche punizioni per le donne che decidono di abortire e per i medici abortisti.

A Varsavia (e in contemporanea in altre 15 città polacche), lo scorso 3 aprile migliaia di persone hanno manifestato davanti alla sede del Parlamento Polacco contro il progetto di legge (presentato dalle associazioni pro-life con il sostegno della Conferenza Episcopale polacca e del nuovo governo guidato dal partito nazional-conservatore) che vorrebbe vietare totalmente l’aborto, tranne nel caso di pericolo di vita della donna. Il testo di riforma prevede che le persone che partecipano ad un aborto illegale siano punite con cinque anni di carcere, anziché gli attuali due. Oggi l’aborto in Polonia è illegale tranne che nei seguenti casi: quando la gravidanza è il risultato di stupro o incesto, quando la vita della donna è in pericolo, quando il feto è gravemente malformato.

A questo punto occorre chiarire alcune cose.
Essere favorevoli a una legge che assicuri la salute della donna e la sua libertà di scelta in tema di maternità, significa essere aperti a una possibilità che non deve mai essere negata e che va garantita per evitare che la donna torni a pratiche clandestine e pericolose.
Il prezzemolo, i ferri da calza, i farmaci antiulcera non devono più essere la soluzione, pretendiamo che ci sia una prestazione sicura e adeguata, legale e gratuita, che sia chirurgica o farmacologica, ma tuteli la salute e la vita delle donne.

 

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http://www.mammeonline.net/content/aborto-piu-educazione-sessuale-informazione-alla-contraccezione-meno-terrorismo-patriarcale

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Non c’è più ricetta!

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L’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) ha stabilito che le donne maggiorenni hanno diritto ad accedere ai vari tipi di farmaco per la contraccezione di emergenza (pillola del giorno dopo, pillola dei cinque giorni dopo) senza bisogno di prescrizione medica.
I farmacisti che rifiutano la somministrazione di questi farmaci (Norlevo, EllaOne), nonostante il richiamo dei loro ordini professionali, commettono un illecito e nessuna scusante è valida: non l’obiezione perché si tratta di anticoncezionali e non di farmaci abortivi, non l’esserne sprovvisti perché è dovere del farmacista procurarsi il medicinale richiesto nel più breve tempo possibile. Per continuare ad abusare della buona fede delle donne ignare di questi diritti, non c’è più ricetta! Se non quella del rispetto della legalità.

Per informare le donne e invitare i farmacisti al rispetto delle regole, il gruppo di donne di #ObiettiamoLaSanzione partirà con un tweetbombing venerdì 8 aprile dalle 14,00 alle 16,00 indirizzato al Presidente della FOFI (Federazione degli Ordini dei Farmacisti) Andrea Mandelli, con i tweet (a scelta):

#ObiettiamoLaSanzione invita i farmacisti al rispetto delle regole su #contraccezionedemergenza @mandelli_andrea


#ObiettiamoLaSanzione ricorda ai farmacisti che non serve ricetta per #contraccezionedemergenza @mandelli_andrea


#ObiettiamoLaSanzione informa le donne maggiorenni che non serve ricetta per #contraccezionedemergenza

a cui allegare la vignetta qui pubblicata.

Chiediamo a tutt* di aderire alla nostra iniziativa per informare quante più donne possibili di un loro diritto, e invitiamo le vittime di comportamenti illeciti a raccontarci la loro esperienza (anche in forma anonima) e/o a denunciare i farmacisti scorretti. Sul sito di Zeroviolenza si trova il modulo per la denuncia.
Grazie

Le donne promotrici di #ObiettiamoLaSanzione
Anarkikka attivista, vignettista
Barbara Bonomi Romagnoli giornalista, attivista
Monica Lanfranco giornalista, blogger
Loredana Lipperini giornalista
Donatella Martini DonneInQuota
Cristina Obber giornalista, scrittrice
Lea Fiorentini Pietrogrande attivista
Benedetta Pintus Pasionaria.it
Antonella Penati Federico nel cuore Onlus
Maddalena Robustelli
Simona Sforza blogger, attivista
Nadia Somma blogger, attivista
Paola Tavella giornalista
Lorella Zanardo Il corpo delle donne

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Occhio non vede…

miro

 

Ho come l’impressione che in questo strano Paese si preferisca non vedere, non capire, non sapere. Per non farsi troppo male oppure per non guastare il clima di sospensione e di ottimismo artefatto in cui siamo immersi. La mitologia ci piace più della realtà.

Non ci piace avere qualcuno che ci dica che le cose non vanno proprio nel verso favoleggiante che da tempo ci viene somministrato.

Me ne accorgo quando pubblico articoli come questo in cui parlo del Rapporto sul benessere equo e sostenibile (Bes) a cura dell’Istat, a quanti interessa questo tipo di approfondimento? Quanti si pongono domande e desiderano capire come vanno le cose? Quanto le nostre politiche riescono ad adoperare adeguatamente le analisi che periodicamente vengono pubblicate?

La mia impressione quando parlo di adoperare un’ottica di genere nell’azione politica, di programmazione, di progettazione, di visione sul futuro, di pianificazione degli interventi locali o nazionali, è di profondo smarrimento. “Ah, ma tu sei sempre quella in trincea per i diritti delle donne, ma non puoi occuparti d’altro?”

Forse darò un dispiacere a qualcuno, ma continuerò ad occuparmene, perché penso che lavorando in questo senso ne possa beneficiare l’intero sistema socio-economico.

Diamo fastidio se ci preoccupiamo di occupazione, flessibilità, condivisione, work-life balance cercando di applicare le differenze di genere e di evidenziare le problematiche peculiari di certi temi?

Cosa c’è di normale per esempio nel fatto che nella fascia d’età tra i 25 e i 34 anni, secondo i dati Istat, nel 2015, il tasso di occupazione è del 73,9% per le single, mentre per le donne in coppi con figli scivola al 44%, e crolla al 20,1% quando il numero dei figli è pari o superiore a tre?

Dal 16 aprile Linda Laura Sabbadini non sarà più la direttrice del Dipartimento per le statistiche sociali e ambientali di Istat, che cessa di esistere per grandi lavori di ristrutturazione dell’Istituto.

Davvero pensiamo che cancellando un dipartimento, che interrompendo il prezioso lavoro nel campo delle statistiche sociali e di genere svolto da Sabbadini, si riuscirà a silenziare le voci di coloro che quotidianamente sottolineano che questo non è ancora un Paese per donne, per lavoratrici, paritario? Le discriminazioni ci sono ancora, gli sforzi fatti sinora evidentemente non hanno risolto un granché, perché la realtà è più complessa e delicata delle rappresentazioni iconografiche da twitter. La realtà è quella che emerge dalle statistiche e dai lavori che il dipartimento di Sabbadini ha sinora elaborato. E non ci stiamo alla vulgata secondo cui le donne italiane se la passerebbero meglio rispetto al passato.

Non è evitando di leggere che le discriminazioni, i problemi del lavoro delle donne sono tuttora vivi e laceranti che potremo superarli. La fotografia periodicamente scattata dall’Istat non deve venire a mancare, le buone pratiche non devono andare perdute. Le indagini su salute, sicurezza, benessere, violenza, lavoro, abusi ambientali e povertà non devono smarrire la loro forza, la loro capacità di mettere in luce le distorsioni della realtà. C’è da lavorare per sanare la ferita dell’occupazione femminile, gravata dai compiti di cura che ancora pesano maggiormente sulle donne, dalla mancanza di sostegni reali per un benessere diffuso, a misura anche di donna. Non abbiamo bisogno di una mano di tinteggiatura rosa, ma di vedere i fenomeni delle differenze di genere, delle discriminazioni, delle spaccature della società per come sono realmente.

Non possiamo di punto in bianco arrivare a sotterrare tutto perché non ci piace ciò che si rileva. Non sbuffate ogni volta che vedete un grafico che evidenzia come per noi donne è ancora una vita tutta in salita, in trincea. Non sbuffate dicendo che ormai donne e uomini hanno gli stessi problemi in campo lavorativo. Non sbuffate e reagite quando si vuole mandare in fumo anni di ricerche e di un approccio finalmente corretto e innovativo, di genere agli studi statistici. Dobbiamo preoccuparci se qualcuno vuole sottrarci gli strumenti per capire come stanno andando veramente le cose per noi donne e per l’intera società, per quelle fasce invisibili e poco considerate della popolazione.

Abbiamo cancellato la figura della Ministra delle Pari Opportunità o di una qualche delegata, le politiche di genere sono alla mercé della buona volontà dei/delle singoli/e, si azzerano i fondi alle Consigliere di parità, i diritti delle donne sono sempre più incerti e sotto attacco, arriva la notizia della Sabbadini, mi sembra un quadro tutt’altro che rassicurante. Ci vogliono cancellare? Vogliono passare la gommapane sulle voci delle donne? Lasceremo che questo accada? Mi auguro proprio di no, e auspico che ci sia un moto di azione collettivo, siamo stanche di aspettare e di vederci messe nell’angolo, all’ultima pagina dell’agenda politica. In un Paese civile e che vuole progredire non si sottrae informazione indipendente e critica, ma la si incrementa.

Quanto la situazione deve ancora peggiorare per mobilitarci seriamente tutte insieme?

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