Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Il colore rosa

LIBELLULA

Abbiamo veramente bisogno di sbarazzarci di un colore, di un simbolo per sentirci emancipate e per esserlo davvero?

Ho letto un post di Loredana Lipperini e mi si è accesa la miccia. Personalmente non vedo di buon occhio tutte quelle etichette di sessismo apposte ai giocattoli per bambine, come mini lavatrici, mocio, aspirapolvere e ferri da stiro. Non li guardo come se fossero una minaccia. Ne avevo già parlato qui. I simboli sono importanti e non vanno sottovalutati, ma non dobbiamo nemmeno permettere di farci manipolare. Non ci sono scorciatoie o soluzioni infallibili per costruire una società egualitaria e paritaria. I cambiamenti culturali hanno bisogno di tempo, ed è questo il punto centrale. Quel che mi auguro è che ogni bambina, ragazza o donna sia libera di scegliere come essere, perché noi siamo una, nessuna e centomila. Potrò cambiare molte volte nel corso della stessa giornata, a seconda delle circostanze, dell’ambiente e dei contesti sociali. Il mio essere donna avrà tutte le sfumature dell’arcobaleno, comprese quelle del rosa. Questo non mi cambierà nella mia essenza, non sbiadirà ciò che sono e voglio essere, non sminuirà la mia personalità e il mio io. Lo stesso ragionamento vale per tutte le piccole donne del futuro.

Dobbiamo chiedere di essere libere di scegliere con cosa giocare, cosa leggere, cosa indossare, cosa dire, cosa esprimere. Un colore non sarà il nostro limite, ma una delle nostre sfumature. Perché dobbiamo giocare tutto sulle sfumature e sul nostro saper essere molteplici. Sono le nostre peculiarità che ci permetteranno di incidere sulla realtà. Questo dobbiamo trasmettere alle prossime generazioni, perché non sia più una diatriba sul colore o un altro tipo di stereotipo a rinchiuderci in un ghetto di genere.

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Le storie

Penso sia un passo cruciale, essenziale, raccontare, raccontare e condividere le storie che sta raccogliendo questo blog. Perché il silenzio e le nude statistiche possono uccidere la realtà. Dietro ogni numero e ogni facile considerazione di coloro che appartengono a questa nuova ondata di oscurantismo ci sono delle persone, donne che hanno scelto e che vanno sostenute e protette nella loro scelta. Non dobbiamo permettere che qualcun altro si intrometta e decida al nostro posto. La piena applicazione della 194 serve a tutelare la sessualità e a consentire una maternità consapevole. Noi donne dobbiamo sostenerci a vicenda, dobbiamo essere unite per non essere schiacciate. Dobbiamo promuovere i consultori e chiedere che svolgano appieno il loro compito, dobbiamo chiedere una educazione sessuale, alla contraccezione e all’affettività. Dobbiamo promuovere la conoscenza, perché c’è chi ci vorrebbe ignoranti e sottomesse, ma dobbiamo dimostrare che quel tempo è passato e non potrà più tornare.

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Radici comuni

Torno a parlare di Ungheria in primo luogo perché il 6 aprile si terranno le elezioni politiche. Secondo i sondaggi, il partito favorito è Fidesz del tanto discusso primo ministro Viktor Orbán, al governo dal 2010, forte di una maggioranza dei due terzi del parlamento.

Il principale raggruppamento d’opposizione è Unità, guidato dal socialista Attila Mesterházy e dovrebbe prendere circa il 28% dei voti.

L’altro grande partito d’opposizione, è il tristemente noto Jobbik, la formazione di estrema destra di Gábor Vona. Il Jobbik oscilla attorno al 17%, ma potrebbe diventare il secondo partito.

Potrebbe superare lo sbarramento del 5% anche il partito Lmp, su posizioni verdi, liberali ed europeiste.
Il secondo motivo per cui torno sull’Ungheria è proprio per segnalarvi la storia di uno dei fondatori del Jobbik Csanád Szgedi: un entusiasta e fiero combattente antisemita e antirom. Come molti altri ebrei ungheresi ha scoperto solo da adulto le sue origini ebraiche. Dopo la Shoah, molti sopravvissuti ai campi di concentramento hanno pensato che non avrebbero mai potuto essere accettati nei rispettivi paesi come cittadini con pari diritti e che sarebbero sempre stati discriminati. Ecco il perché molti scelsero di emigrare e chi rimase, soprattutto nei paesi sovietici, ha cercato di nascondere le sue origini: avevano paura, non volevano farsi notare o semplicemente desideravano dimenticare il passato. L’obiettivo era una veloce assimilizzazione e conversione cristiana. Oggi Szgedi frequenta la sinagoga, ha smesso di frequentare le vecchie amicizie e si interroga sulle motivazioni che lo hanno potuto spingere sulle sue precedenti posizioni e idee.

Questo articolo di Anne Applebaum spiega bene la storia di Szgedi e svela i meccanismi distorti dell’intero Jobbik.

Questa storia ci insegna quanto fragili possano essere le nostre convinzioni, le nostre presunte radici etniche. Se ognuno di noi iniziasse a pensare che apparteniamo a un’unico grande gruppo, il genere umano, non ci sarebbero tanti conflitti, odi, lotte, divisioni e genocidi. Questa storia è la dimostrazione del fatto che alla base di certe ideologie c’è solo una profonda ignoranza, non solo culturale, ma storica e familiare. La rimozione a volte aiuta a superare i traumi, ma non permette di affrontare il futuro con il bagaglio indispensabile che ci deriva dalla conoscenza e dall’analisi del nostro passato.

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E tu partorirai con dolore

mafalda mondi

Quando si leggono certe notizie, ti sembra di vivere in un tempo remoto, arcaico, senza diritti, o meglio quando diritti e “tutele” non erano universali. Invece siamo a Bologna, 2014 d.C.
Cito dall’articolo:

«L’epidurale dovrebbe essere garantita gratuitamente a tutte le donne, senza discriminazioni – dice Elena Mitri, vicepresidente del Collegio delle ostetriche di Bologna. Noi in genere preferiamo il parto naturale, certo, perché se il supporto emotivo è valido la partoriente chiede meno analgesici. Ma prima di tutto noi stiamo dalla parte delle donne, che devono poter essere in condizione di scegliere».

A questo punto urge una precisazione. L’epidurale di solito ha una copertura che non copre il momento del parto, ma aiuta la donna a recuperare le forze per il parto naturale, specialmente se il travaglio è stato prolungato. E io ne so qualcosa. Il parto avviene naturalmente e il dolore si sente eccome. Per cui, la partoriente non chiede l’analgesia per vezzo e vi assicuro che non esiste supporto emotivo sufficiente quando hai un travaglio che supera le 24 ore. Inoltre, come dicevo, spesso la prassi seguita in molte strutture prevede che l’analgesia termini i suoi effetti prima del parto. Vogliamo smetterla con questo accanimento sulle donne? Quando ci decideremo a evitare gli sprechi altrove e non sulla pelle delle donne?
L’epidurale non dev’essere un lusso, ma evidentemente la nostra Sanità pubblica avrà vita breve e ci resterà solo un pallido ricordo di com’era.

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L’egocentrismo nascosto in un mantra

Mafalda work

 

Gli aforismi spesso rappresentano un mondo ideale, un’utopia, un sogno di equilibrio assoluto. Ultimamente si sente ripetere spesso la frase: “Fa’ quello che ami. Ama quello che fai”. Il tema mi ha solleticato dopo la lettura di un articolo di Miya Tokumitsu su Jacobin, intitolato In the name of love.

La frase che ho citato viene sempre più spesso applicata al lavoro, con risultati non sempre innocui. Spesso questa mitica aspirazione a seguire ciò che si ama, può portare alla svalutazione di ciò che si fa, insieme a una pericolosa disumanizzazione del lavoratore. In pratica si spinge a cercare di trarre reddito da una cosa che piace, ma in questo modo la si lega al profitto, che non è proprio un modo sano di ragionare.

A chi si rivolge allora questo slogan di vita? Incoraggiandoci a restare concentrati sulla nostra dimensione individuale, fatta di una felicità egoistica, perdiamo di vista gli altri, il loro lavoro, le loro condizioni di vita, in altre parole la collettività. Alla fine di questo processo, ci autoassolviamo da qualsiasi responsabilità nei confronti di coloro che lavorano senza amare ciò che fanno, in pratica di coloro che hanno bisogno di uno stipendio per sopravvivere.

Questa è una visione privilegiata del lavoro, che maschera la sua natura elitaria attraverso l’esortazione a migliorare se stessi e a seguire le proprie inclinazioni. Il lavoro diventa un qualcosa che si fa per se stessi, e se il profitto manca è solo per mancanza di una sufficiente passione. Questo vale per molti lavori intellettuali, creativi: in pratica, se sei un precario e stenti ad arrivare a fine mese, la colpa è solo tua.

Questo tipo di messaggio, che anche Steve Jobs amava trasmettere (vedi il discorso del 2005 ai laureati della Stanford University), è altamente pericoloso e distorsivo per la società, per le scelte di studio, per le giovani generazioni. Come se al mondo non esistessero lavori poco attraenti, ma che mandano avanti la società. Se si applica questo modello, il mondo del lavoro si divide in due categorie, in perfetta scissione classista: quello piacevole (creativo,intellettuale, socialmente rilevante) e quello che non lo è (ripetitivo, non intellettuale, a bassa specializzazione). Colui che fa un lavoro piacevole è di fatto un privilegiato in termini di ricchezza, status, istruzione, peso politico, nonostante sia una minoranza dell’intera forza lavoro.

Il resto del mondo del lavoro assume un valore minore agli occhi dei fautori di questo inno al fa’ ciò che ami e fallo con amore. Vengono cancellati tutti gli apporti indispensabili per consentire ai privilegiati di svolgere il loro lavoro d’oro: chi coltiva i campi, chi assembla per un salario da fame i supporti tecnologici di Jobs, chi trasporta le merci, chi pulisce gli uffici, chi si occupa dei magazzini e delle spedizioni ecc.

Questo è un mondo di sfigati che non sono stati in grado di applicare il mantra di Jobs e dei suoi simili? Questo mascherare il lavoro da amore, impedisce di rivendicare anche i propri diritti per un contratto serio e a una giusta retribuzione, tanto si gode del privilegio di fare un lavoro che si ama e che ti gratifica. Ci sono interi settori nei quali è normale venir ripagati solo in “moneta sociale”, in prestigio. Da questi meccanismi restano naturalmente esclusi tutti coloro che devono lavorare per sopravivere, in pratica la stragrande maggioranza.

Questo meccanismo porta a una società immobile, economicamente e professionalmente, che si autoriproduce sempre uguale a se stessa, perché esclude sempre le medesime voci offerte da coloro che restano esclusi dai circoli dei privilegiati. In questo processo le donne sono fortemente coinvolte, essendo di fatto le peggio remunerate ed essendo numerose in attività quali moda, media e arte e nelle professioni di cura e di insegnamento. In pratica, le donne dovrebbero fare questi lavori, non spinte dalla paga, ma perché naturalmente portate ad essi, come accade da secoli. Inoltre, una signora non dovrebbe mai parlare di soldi. Il mito del fa’ quel che ami è democratico solo in superficie.

Questa filosofia rientra anche nel sogno americano, protestante, dove chiunque si ingegni adeguatamente può raggiungere il successo. Perché sostituire il concetto di lavoro e di fatica con quello dell’amore? Lo storico Mario Liverani ci ricorda che “l’ideologia ha la funzione di presentare allo sfruttato, lo sfruttamento in una luce favorevole, come qualcosa di vantaggioso per gli svantaggiati”. Uno strumento perfetto per il sistema capitalista: distogliendo l’attenzione dal lavoro degli altri e mascherando il nostro con qualcos’altro, non potremo accorgerci della truffa ai nostri danni e per questo non rivendicheremo nulla, non lotteremo per i nostri diritti, non chiederemo di fissare dei limiti allo sfruttamento, non chiederemo che ci venga riconosciuto un giusto corrispettivo, non chiederemo orari compatibili con la nostra vita e la nostra famiglia. Naturalmente, ci saranno anche gravi ripercussioni sulla nostra propensione alla partecipazione politica attiva. Ci vogliono possibilmente inconsapevoli e tutti immersi in questa ideologia per tenerci occupati e separati, segregati nella nostra dimensione individuale.

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Ordine nel disordine?

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Con la questione della Crimea, la Russia ha scosso un ordine europeo che era stato sancito dagli accordi di Helsinki del 1975, sull’inviolabilità delle frontiere, dagli accordi del 1990, sui quali si basò l’unificazione tedesca, e infine dai patti del 1991, tra la Russia e le ex repubbliche sovietiche, tra cui proprio l’Ucraina: Mosca si impegnava a garantire la sua unità territoriale.

L’attuale cartina geografica europea dimostra che molto probabilmente questi principi non sono poi tanto vincolanti e rispettati. Le modalità che portano alla creazione di nuovi stati sono tutt’altro che bloccate: dal 1989 sono nati 18 nuovi stati: Armenia, Azerbaigian, Bielorussia, Bosnia-Herzegovina, Rep. Ceca, Croazia, Slovacchia, Slovenia, Estonia, Georgia, Lettonia, Lituania, Kosovo, Macedonia, Moldavia, Montenegro, Serbia e Ucraina. Ciascuno di questi stati ha un aspetto comune: la disintegrazione dello stato federale a cui appartenevano, o meglio lo sfaldamento di URSS e Jugoslavia. In entrambi i casi il processo non è passato attraverso una occupazione militare o una sconfitta da parte di una potenza straniera, né da un incoraggiamento esterno di un evento rivoluzionario separatista. In entrambe le situazioni, sono Mosca e Belgrado che scelgono di sciogliere i vincoli e la costruzione federali. Lo stesso vale per l’indipendenza del Kosovo del 2008. L’UE, USA e ONU fecero di tutto per mantenere l’integrità territoriale serba. La secessione è giunta dopo 10 anni di negoziati sotto l’egida ONU, in cui la Serbia si è sempre rifiutata di garantire un sufficiente margine di autonomia kosovara. Inoltre, sembrò preferibile creare un piccolo stato, per scongiurare l’annessione con l’Albania e per non creare un pericoloso precedente internazionale.

Per questo non è opportuno minimizzare ciò che è accaduto in Crimea, come se fosse un continuum del processo kosovaro. Stiamo parlando di un caso di annessione e non di scissione. Un’annessione avvenuta in tempi rapidissimi, senza nemmeno passare per una consultazione di facciata di ONU, Consiglio d’Europa, OCSE. Come dopo il Big Bang, l’esplosione dell’URSS, stiamo assistendo a una fase di riassorbimento? Cosa accadrà al resto dell’Ucraina? Se ci sarà un allargamento dell’annessione, avverrà per ragioni di interessi e non sulla base di principi internazionali. Su questa evoluzione, con gli accordi che diventano carta straccia, pesa un altro fattore: l’Europa ha temporeggiato e ha dato dei segnali sbagliati.
Il principio di autodeterminazione dei popoli che tanto piace a Putin, enunciato da Woodrow Wilson in occasione del Trattato di Versailles (1919) “avrebbe dovuto fungere da linea guida per il tracciamento dei nuovi confini, ma in realtà fu applicato in modo discontinuo e arbitrario”. I risultati concreti non sono stati proprio brillanti, nonostante il principio di autodeterminazione dei popoli sia una regola suprema e, come ogni norma di diritto internazionale, sia soggetto a ratifica da parte della legislazione nazionale e prevalga sempre su di essa.
Occorre interrogarsi su cosa si basa effettivamente il diritto internazionale: sicuramente l’asse portante è costituito dal deterrente militare. Durante la Guerra Fredda, vigeva una sorta di equilibrio, fondato sul rispettivo “ricatto” dei due blocchi, al fine di scongiurare le conseguenze terribili di una guerra totale nucleare. Successivamente, c’è stata l’illusione della fine dei conflitti, con una supremazia USA, da sola al comando. Oggi si assiste a una certa debolezza statunitense e a una palese difficoltà a intervenire efficacemente nelle aree di conflitto o destabilizzate. Le capacità americane si sono ripiegate, lasciando spazio a una sorta di deregolamentazione in merito ai confini nazionali. Suggerisco l’analisi di Jack F. Matlock Jr., ambasciatore statunitense in URSS dal 1987 al 1991.

Ringrazio José Ignacio Torreblanca per il suo articolo.

Consiglio gli articoli di Bernard Guetta su Internazionale e Libération.

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C’era una volta l’infanzia

Vi segnalo questo articolo, di Simonetta Fiori, che a mio parere è da leggere, leggere, leggere e rileggere: C’era una volta l’infanzia. Ci sono dei passaggi che sono fondamentali e su cui occorre riflettere, per evitare di trasformare il ruolo genitoriale in una figura di manager dell’organizzazione della vita dei nostri figli.

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Lobby e dintorni

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Quando ci parlano di eliminare il finanziamento pubblico ai partiti, come soluzione volta alla massima trasparenza e democrazia, penso sia meglio concentrarsi sulle possibili conseguenze e perché no, guardare cosa accade altrove. Non che in Italia non esistano lobby, anzi, ma il sistema è infinitamente meno articolato, sviluppato e pervasivo di quanto accade negli USA. Un’inchiesta di The Nation, analizza la situazione dei lobbisti statunitensi nel 2013. Nel 1995 veniva varato il Lobbying Disclosure Act, che stabilisce i termini in base ai quali un lobbista deve registrarsi. Oggi, si assiste a una diminuzione delle lobby registrate, con annessa flessione delle spese complessive. Cosa è successo? Secondo lo studio è aumentato il sommerso, grazie a tecniche sempre più sofisticate per creare falsi gruppi di pressione e mascherare i fondi impiegati. Insomma, nonostante gli sforzi, lo stato non riesce ad arginare un fenomeno che se non controllato diventa pericolosamente e altamente distorsivo. Obama ha sostenuto la necessità di tenere sotto controllo il potere delle lobby, firmando un ordine esecutivo che però ha acuito il problema dei campioni del livello non ufficiale, di coloro che sono abili ad agire di nascosto.

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L’ONU considera una tortura negare un aborto

L’ONU sull’aborto negato. Per non rimanere in silenzio.

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Nel febbraio 2013 il Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU ha presentato un rapporto sulle torture e trattamenti crudeli, dove in sostanza definisce la negazione dell’aborto a una donna come una tortura, qui trovate degli estratti del rapporto.

50. The Committee against Torture has repeatedly expressed concerns about restrictions on access to abortion and about absolute bans on abortion as violating the prohibition of torture and ill-treatment.49 On numerous occasions United Nations bodies have expressedconcern about the denial of or conditional access to post-abortion care.50 often for the impermissible purposes of punishment or to elicit confession.51 The Human Rights Committee explicitly stated that breaches of article 7 of the International Covenant on Civil and Political Rights include forced abortion, as well as denial of access to safe abortions to women who have become pregnant as a result of rape52 and raised concerns about obstacles to abortion where it is legal.

5. Reproductive rights
90. The Special Rapporteur…

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Come cambiano in fretta le stagioni

Rileggiamo insieme un testo, tratto dalla Risoluzione del Parlamento europeo del 13 dicembre 2012 sulla situazione in Ucraina, al punto 8:

(L’UE) esprime preoccupazione per il diffondersi di sentimenti nazionalistici in Ucraina, che trova espressione nel seguito del partito Svoboda, il quale è così diventato uno dei due nuovi partiti rappresentati in seno alla Verchovna Rada; ricorda che le idee razziste, antisemite e xenofobe contrastano con i valori e i principi fondamentali dell’Unione europea; rivolge quindi ai partiti di orientamento democratico presenti in seno alla Verchovna Rada un appello a non associarsi né formare o appoggiare coalizioni con il citato partito;

Teniamo presente che oggi, nel nuovo governo ucraino, al partito Svoboda sono state assegnate le seguenti cariche:
Oleksandr Sych – Vice Prime Minister
Andriy Mokhnyk- Minister of Ecology
Ihor Shvayka – Minister of Agriculture
Ihor Tenyukh – Minister of Defence

A voi le conclusioni. La situazione è molto più complessa di quanto possiamo immaginare.

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Parliamo di un altro pianeta

Ma come fai a far tutto 18 marzo 2014

Spesso quando si partecipa a un’iniziativa sulla conciliazione, si esce con la consapevolezza di non essere state brave abbastanza, di non aver saputo fare rete, di non aver saputo resistere alle pressioni del lavoro e di non essere riuscite a proseguire nella professione, senza troppe rinunce. Per fortuna ci sono delle voci che ti fanno sentire meno monade.

Ho partecipato a un incontro (vedi locandina in alto) molto interessante, che mi ha dato l’opportunità di vedere la questione della condivisione della cura (rubo la definizione all’energica e combattiva Carolina Pellegrini, consigliera parità della Regione Lombardia) in modo multisfaccettato.
Chiara Bisconti, assessora Comune Lombardia, che ha sottolineato come tutta la fatica della donna che cerca di far tutto sia in qualche modo finalizzata a un tentativo di incidere sulla società, anche attraverso il lavoro. Occorre parlare di conciliazione in modo strutturato, coinvolgendo tutto il territorio e i vari attori. Ha ricordato la Giornata del Lavoro Agile del 6 febbraio a Milano, che ha fatto risparmiare in media 56 km di tragitto casa-lavoro e 2 ore per gli spostamenti. Ad aprile è previsto un convegno in materia. Il Comune è riuscito a mettere in piedi un progetto di flessibilità oraria per i dipendenti della P.A. e Bimbi in Comune per trovare una soluzione per i bambini nei periodi di vacanza nel corso dell’anno scolastico (per ora solo dipendenti comunali e ATM, in previsione l’estensione al privato). In alcune scuole comunali è stato sperimentato il colloqui genitori e insegnanti via web. Per tutte le iniziative si rimanda al portale del Comune di Milano e alla pagina FB .
Alessia Mosca, deputato del PD, ha sottolineato come le leggi non sono sufficienti a cambiare quello che è un vero problema culturale. Le leggi possono essere dei facilitatori, degli acceleratori di cambiamento, ma ci deve essere un passo in più. La battaglia per le donne nelle istituzioni serve ad incidere con maggior forza nelle sedi decisionali, portando ai primi posti dell’agenda politica i problemi che sono più vicini alle donne e alla loro sensibilità. La legge Golfo-Mosca ha dato avvio alle quote rosa nei CdA. L’On. Mosca ora sta lavorando a una legge sullo smartworking, da attuarsi grazie alle nuove tecnologie, che passa per un cambiamento del modo di lavorare e di concepire il lavoro, le mansioni, le responsabilità, la fiducia e i metodi di valutazione del lavoro svolto. Inoltre sul tema dei nidi: in un periodo di scarse risorse, si dovrebbero utilizzare appieno tutti i fondi strutturali inutilizzati provenienti dal contratto di partenariato con l’UE (3 miliardi spettano all’Italia) potrebbero essere convogliati in un fondo per finanziare nuovi asili nido.

Vi raccomando le iniziative con una marcia in più, portate avanti da Radio mamma, illustrate dalla brillante Carlotta Jesi nel corso della serata.

Ognuna porta con sé il proprio bagaglio di esperienze e le proprie soluzioni. Fino a quando accadrà che il fai-da-te, le ricette personali, la rete a cui sei legata o che ti sei costruita, faranno la differenza nella tua vita, avremo, a mio avviso, sbagliato approccio e saremo fuori strada. Io fortunatamente non sono rimasta schiacciata dalla decisione di sospendere la mia attività lavorativa, dal sottile annientamento psicologico in azienda che preclude ogni futuro. C’è chi da questo tunnel fa fatica ad uscirne e se ne esce lo fa con danni molto seri per la sua salute, come sottolinea la consigliera di parità regionale Carolina Pellegrini. I numeri delle donne che si dimettono dopo la maternità è impressionante. Ma non sembra suscitare nessun sussulto, se non in chi lo vive o lo ha vissuto personalmente. Non etichettateci come le solite donne inclini al vittimismo, perché noi siamo le vittime.

Il tema è ancora una volta di nicchia, ancora una volta declinato al singolare femminile. Noi dobbiamo tendere al plurale, punto e basta. Il plurale include uomini e donne, perché il benessere non è dei singoli, ma del nucleo familiare e dell’intera collettività. Il tema della cura non dev’essere un macigno, ma dev’essere un’occasione per ristrutturare il nostro modello sociale ed economico. Non ci sono risorse e questo funge da scusa per non fare niente. Siccome ogni donna ha da sempre trovato la toppa ai problemi, si pensa che ancora una volta lo debba fare. A discapito di tutto, famiglia e figli, anziani e bisognosi di cura in generale. Perché, la Pellegrini ha sottolineato come la questione della cura abbia una ricaduta più estesa e coinvolga non solo le mamme, ma tutte le donne che si prendono cura di genitori anziani o parenti malati. Inoltre, si deve parlare di conciliazione estesa, perché il tema coinvolge tutta una serie di aree esterne all’azienda, quali trasporti, welfare e servizi. La pappetta degli asili nido, lo ripeterò all’infinito, è una boiata: viene venduta come soluzione, quando in realtà copre molto poco e male. Perché il problema non è dove “sistemo” mio figlio, ma che qualità della vita gli offro, che rapporto riesco ad avere con lui e lui con me. Ci sono tipologie di lavoro che non garantiscono qualità, ma solo stress. Per non parlare poi del fatto che ogni bambino è diverso e ha differenti esigenze. Noi dobbiamo chiedere un sistema che ci consenta non il deposito del figlio, ma la flessibilità necessaria per esserci nella sua vita quotidiana. Quando si parla di smartworking, dobbiamo anche precisare che può essere uno strumento valido anche solo per brevi periodi della vita lavorativa di un dipendente. Mi rendo conto che questo, come altri strumenti di flessibilità, implica un cambio di gestione, di risistemazione delle mansioni e di cultura aziendale, ma penso che ne gioverebbe la produttività del singolo dipendente e dell’intero sistema. La stessa cosa vale per gli uomini e per i papà. Se non scavalchiamo questo muro, avremo solo minestrine inefficaci e propagandistiche. Non esiste solo il pubblico impiego, non esiste solo il dipendente di una grande azienda, o il libero professionista. Esistono una miriade di persone, lavori, realtà aziendali, ognuna con la propria peculiarità. Anche a parità di lavoro, spesso la situazione cambia a seconda dell’azienda, che sia piccola o grande conta poco. Il fatto di rimanere soli con il proprio problema è devastante. In un mercato del lavoro che è sempre più in crisi, dove i sindacati fanno fatica ad esserci (in alcuni settori sono assenti del tutto) e dove il contratto è poco più che carta straccia, siamo schiacciati tra l’incudine e il martello. Per questo è cruciale integrare la conciliazione all’interno dei contratti di lavoro, in sede di contrattazione territoriale secondaria o addirittura individuale, affinché non sia una questione lasciata alla bontà del datore di lavoro. Anche il sindacato deve essere maggiormente consapevole e coinvolto in queste azioni, sottolinea la Pellegrini. Inoltre, sottolinea due punti nevralgici, congedo parentale e rientro dalla maternità, perché non sia solo un problema esclusivo delle donne. Sta crescendo il numero dei congedi parentali dei padri, forse perché le donne sono maggiormente precarie e assentarsi dal lavoro potrebbe portare a perderlo del tutto, per cui se l’uomo ha una situazione più stabile, sempre più spesso richiede il congedo, a rischio reale di mobbing e di discriminazioni.

L’errore che spesso si compie è una tardiva (e non è detto che accada) maturazione di una sensibilità su certi temi, magari solo quando lo vivi sulla tua pelle. Occorre agire prima, creare un sostegno reale che permetta di progettare una famiglia e dei figli. Altrimenti saremo precari sine die, senza figli, senza sogni e senza ambizioni. Pronti per l’inscatolamento finale.

Se non ci battiamo su questi temi, cosa andremo a raccontare ai nostri figli, domani? Che idea avranno di noi genitori che non abbiamo provato a cambiare le cose? A volte quando racconto la mia storia ho l’impressione di essere una marziana, che magari qualcuno mi giudicherà come una che ha gettato la spugna e si è dimessa. Non mi stancherò mai di parlare della mia storia, perché spero che si cancellino quelle insinuazioni e quei pregiudizi e resti solo la voglia di lottare per cambiare le cose. Non siamo marziane, siamo reali e purtroppo spesso isolate. Ecco il senso di un impegno politico, perché i problemi del singolo non rimangano tali, ma siano fatti propri , affrontati e sostenuti dalla collettività. Usciamo dalle nostre nicchie.

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(Don’t fear) the reaper

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Il brano è strafamoso ed è datato 1976. L’autore è Donald “Buck Dharma” Roeser, chitarrista della rock band americana Blue Öyster Cult. La canzone ruota sul riff ossessivo che ci trascina e ci immerge in un clima tardo psichedelico e quasi magico, con un gusto nell’arrangiamento che ci riporta a quei magici e irripetibili anni. Il tema non è proprio leggerissimo. Dharma si interroga su cosa accadrebbe se dovesse morire giovane.

A un primo ascolto leggiamo solo l’ineluttabilità della morte e l’invito a non averne paura. Poi emerge il coinvolgimento di una seconda persona, l’amata e l’auspicio di un amore eterno. Scavando nelle parole si ha l’impressione che ci sia un chiaro riferimento a un omicidio-suicidio e a nulla valgono le rassicurazioni di Dharma che precisa che si tratta di una canzone sull’amore eterno. Egli ricorre a Romeo e Giulietta come simboli di una coppia che crede di rincontrarsi nell’aldilà. Inquieta la frase 40.000 men and women ogni giorno, sottintendendo muoiono.

A mio avviso, l’ottica del brano trasuda un punto di vista malato, di un uomo che cerca di coinvolgere nel suo piano di morte anche la sua amata. È un po’ l’idea che forse passa per la mente di molti uomini quando decidono di togliere la vita alle donne. La versione più “emo” e gotica degli Him lo chiarisce molto bene e ne sottolinea la morbosità, attraverso la presenza di una riluttante voce femminile. Anche il testo rispecchia una fase di cambiamento in atto a metà degli anni ’70: dove a liriche portatrici di una visione propositiva, di rinascita e di speranza, si affacciano sempre più testi legati all’alienazione e alla crisi esistenziale. I capostipiti di questo filone furono i Black Sabbath con Paranoid del 1970.
Il brano Don’t fear the reaper resta una delle perle del rock di tutti i tempi.

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Dalle baby squillo alle baby lips: di chi è la responsabilità?

Dobbiamo batterci affinché ognuno sia libero di vivere la propria età o fase della vita, senza rincorrere falsi stereotipi e venire usato e trasformato a seconda delle esigenze del mercato. Tutto viene distorto e sfruttato biecamente e noi insieme a tutti gli ingranaggi del sistema di mercificazione. Guardiamo e critichiamo, senza paura di subire critiche, opponiamoci a tutto ciò, iniziamo almeno ad accorgerci di come siamo immersi in un magma devastante di idee e di valori. Ecco perché non facciamo mai passi in avanti.

Ex UAGDC

Gli scandali relativi al giro di prostituzione minorile di questi ultimi mesi si sono concentrati quasi esclusivamente sulle cause che hanno portato le due adolescenti a prostituirsi senza indagare né concentrarsi sui clienti alle quali si sono rivolti. Il sessismo, ossia la mancanza di una parità di genere, ha lasciato la società cieca davanti ad un fenomeno che dovrebbe far riflettere. Molti italiani usufruiscono del sesso a pagamento. Sono più di nove milioni gli uomini che comprano sesso. Primi in Europa per questo e primi nel mondo per turismo sessuale, in cerca di minori. E’ infatti a causa di questa “accettazione” che in questi ultimi mesi numerose forze politiche chiedono di abrogare parzialmente la legge Merlin e reintrodurre le case chiuse, luogo dove spesso avviene lo sfruttamento di giovani donne come testimoniato in Germania, mentre altri paesi europei stanno introducendo il modello svedese.

Alcune "Immagini di repertorio" utilizzate dai quotidiani per rappresentare casi di prostituzione minorile Alcune “Immagini di repertorio” utilizzate dai…

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Il caso di Valentina e la legge 40 sulla fecondazione assistita

Leggetelo, perché dobbiamo riflettere su ciò che si sta consumando a spese della salute della donna, a causa dell’orribile legge 40 e di una applicazione difficile della 194. Dobbiamo uscire dal silenzio e non abbandonare il dibattito su questi temi, i diritti vanno difesi e occorre lottare per eliminare i muri tuttora esistenti.

#Centonovantaquattro

163153731-01aeeb1e-903e-44d0-b993-87da7a08bd0f La storia di Valentina , la donna che ha abortito in un bagno del Pertini di Roma senza ricevere alcuna assistenza medica, ha fatto il giro della rete e delle pagine dei quotidiani, ha suscitato giustamente indignazione e rabbia.
In un periodo storico in cui i diritti delle donne all’autodeterminazione sono costantemente minacciati, una vicenda come quella di Valentina ha ribadito la necessità di lottare perchè non si torni indietro, non si torni agli aborti clandestini, quelli in cui le donne morivano.

I siti femministi nel riportare la storia di Valentina si sono soffermati sulla sacrosanta denuncia dell’eccesso di obiezione di coscienza che viene a configurarsi in questo caso, ma in realtà in tutti, come mancata assistenza medica, sulla necessità quindi di rivedere la legge 194 in questo senso, limitando o eliminando, io personalmente sono per la seconda opzione, la possibilità di obiezione dei medici ginecologi, ma non ho visto…

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29 Marzo: Donne che sostengono la libertà delle donne

Importante iniziativa!

PRIMA DI TUTTO LIBERE 4,5,6 MARZO 2016, PAESTUM

Care amiche,

nel link riportato sotto trovate l’invito al secondo incontro sul problema della Mutualità – “Donne che sostengono la libertà di altre donne”– che si terrà a

Milano – Casa delle Donne – via Marsala 8 – sabato 29 marzo 2014- h.10,30 –16,30

http://paestum2012.wordpress.com/2014/01/21/29-marzo-incontro-casa-delle-donne-di-milano-donne-che-sostengono-la-liberta-delle-donne/

Chi può lo faccia girare, lo inserisca nella sezione appuntamenti dei propri siti, eccetera.

In allegato trovate la relazione che Elda Guerra ha fatto al primo incontro a Bologna, il 23 novembre scorso, e il report del medesimo di Nicoletta Gandus.

In attesa di rivedervi il 29 marzo, un abbraccio da

Lea Melandri, Elda Guerra, Paola Patuelli, Sabina Izzo, Marzia Vaccari, Chiara Melloni, Nicoletta Gandus, Fiorella Cagnoni, Giovanna Grignaffini e tutte le donne presenti all’incontro di Bologna.

Elda Guerra, Relazione incontro Bologna, 23novembre 2013

Nicoletta Gandus, REPORT BOLOGNA 23 NOVEMBRE 2013

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L’Italia non è ancora un Paese per donne

Il trattamento riservato a Valentina in un Paese che fatica a riconoscere degli spazi di rappresentanza alle donne: due aspetti che denotano quanta strada ancora dobbiamo percorrere per rendere questo Paese a misura di donna. Perché in Italia le misure si adottano solamente quando il problema ci tocca in prima persona. L’orrore della legge 40 e della ripetuta disapplicazione della 194 sono indegni di un Paese progredito. Quando qualcuno ci risponde con un “non mi interessa”, “non mi riguarda” o “cosa possiamo farci” è come se desse una pugnalata a tutte le donne.
Paola Rizzi ha pienamente ragione.
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Spazio mare: il gioco incerto dei confini fluidi

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Il pensiero strategico dei giapponesi in questi ultimi tempi si sta concentrando su due elementi: la prima e la seconda catena di isole. Si dice che la Cina voglia trasformare il Mar Cinese Orientale e quello Meridionale in un grande lago cinese. Come si vede dalla cartina, in nero, il primo confine va dalla Corea del Sud a Singapore. I cinesi traggono la maggior parte delle forniture energetiche da sud (Stretto di Malacca) e stanno cercando di portare la loro influenza navale nella zona, per “tenere a bada” le altre flotte, soprattutto statunitensi. La strategia cinese si basa su un meccanismo: mantenere in piedi una serie di controversie in materia di isole più o meno piccole, con i vicini Vietnam, Filippine, Giappone, Taiwan. Ciò avviene pattugliando il mare attraverso i pescatori e la Guardia Costiera. Inoltre i cinesi guardano a una seconda catena di isole che avrebbero dovuto oltrepassare per arrivare al Pacifico, fino a giungere alla base americana dell’isola di Guam. I giapponesi sono spaventati dalla dottrina di sicurezza praticata dall’esercito cinese (PLA) che prevede un concetto di territorio marittimo al di fuori dei principi di diritto internazionale vigente. Secondo i cinesi, le 200 miglia della zona economica esclusiva a cui gli Stati hanno diritto ai sensi della Convenzione sul diritto del mare (UNCLOS) sono territorio cinese a tutti gli effetti. Questa la spiegazione fornita dai militari cinesi alle proprie truppe il 5 ottobre 2011 (dal PLA Daily). Un ulteriore motivo di preoccupazione è la gittata dei missili cinesi, giunta a 1.300 miglia (2.091 km), il che significa che solo la base di Guam sarebbe al sicuro da un attacco. In caso di conflitto tra Cina e Giappone sulle isole Senkakku, gli USA potrebbero avere difficoltà ad aiutare il Giappone, perché la maggior parte delle loro basi terrestri e navi di superficie sarebbe minacciata dalla Cina. La geografia può dirci molte cose, ma molto dipende dalle domande che le si pongono. Dalla cartina si evince una Cina che rivendica un accesso libero al Pacifico, in primo luogo alle zone vicine alle sue coste, per poi estendersi alla seconda catena di isole. Al momento le mire cinesi sono accerchiate nel Mar Cinese Orientale da Giappone , USA, Corea del Sud , anche Australia e a sud da Vietnam, Malaisia , Filippine e Indonesia. La partita si gioca non tanto su motivazioni reali, ma sulle percezioni e su di esse, nel caso non cambino attraverso una efficace azione diplomatica, si potrebbe innescare una tensione esponenziale in quest’area del mondo.

Ringrazio José Ignacio Torreblanca per il suo notevole articolo.

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RICORRE L’8 MARZO, RI-CORRONO LE DONNE

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RICORRE L’8 MARZO, RI-CORRONO LE DONNE
Dalle lotte per l’emancipazione alla lotta per l’occupazione
L’iniziativa prenderà avvio dalla narrazione, corredata da immagini, delle conquiste salienti nella storia dell’emancipazione femminile, fino ai giorni nostri. Nel corso della serata, ascolteremo le testimonianze di alcune donne (ex dipendenti della HITMAN di Corsico, raccontate nel libro “Il canto delle cicale” e della MAFLOW di Trezzano sul Naviglio), che dopo aver perso il …posto di lavoro, si sono organizzate per trovare alternative occupazionali, ricercando soluzioni innovative.

 

Evento organizzato dal Gruppo DONNE A CONFRONTO e dall’associazione DIMENSIONI DIVERSE

 

Venerdì 21 marzo 2014 – ore 20,30 Consiglio di Zona 7 – Via Anselmo da Baggio, 55 – Milano
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Acrobate per natura o perché non ci sono alternative?

Donne 4 ore e  40 minuti, uomini 1 ora e cinquantaquattro. Dati Istat alla mano questa è la stima del tempo che in una giornata i due sessi dedicano al lavoro familiare, oltre al lavoro fuori casa. Le donne passano il 19,4% del proprio tempo nelle attività di cura della famiglia, contro il 7,9% degli uomini.

Nel 1978 il tasso di occupazione femminile era pari al 31,8% e nel 2012 è arrivato al 47,1% (fonte Istat), come mai negli ultimi venti anni, lo squilibrio a sfavore delle donne nella divisione del lavoro familiare è sceso di soli 10 punti? Mi riferisco alll’indice di asimmetria del lavoro familiare dell’Istat, che racconta che il 71,3% di queste attività sono a carico delle donne (anni 2008-2009), contro il 79,7 del 1988-1989. Se guardiamo il lavoro domestico maschile è aumentato di una briciola, passando da un’ora e 32 minuti nel biennio 1988-1989, a un’ora e 54 minuti nel 2008-2009: per la maggior parte dedicata all’intrattenimento ludico dei figli. Molte delle vecchie mansioni delle mamme restano immutate e non condivise, almeno in buona parte dei casi.

Negli anni ’70 eravamo acrobate sul filo del lavoro e della cura familiare e la sociologa Laura Balbo rilevava la  “doppia presenza”: nel mercato del lavoro e nelle attività domestiche e familiari.

Come mai questo mancato progresso verso una maggiore condivisione dei compiti? Quali sono le attività coinvolte e come valorizzarle in termini economici e di PIL? Quanto incidono sui sistemi di welfare, quali lacune colmano e quanto pesa il contesto culturale italiano? Quanto è subappaltato all’esterno della coppia (tate, nonni, nidi). Quali segni lascia in termini di aspettative e di soddisfazione personale?

Tante le teorie avanzate (Quello che gli uomini non fanno. Il lavoro familiare nelle società contemporanee, di Lorenzo Todesco, Carocci editore, dicembre 2013). Per esempio con la teoria delle risorse relative, per cui «la coppia viene considerata una relazione di scambio in cui il potere dipende dalla distribuzione delle risorse individuali tra i partner». O con l’ideologia di genere, come viene chiamato il corpus eterogeneo di teorie che invece sottolineano l’importanza degli aspetti culturali nell’influenzare le azioni individuali: “Secondo questa prospettiva […] donne e uomini si impegnano nel lavoro familiare – così come nel lavoro retribuito – a seconda degli atteggiamenti, delle prospettive e delle credenze che hanno sviluppato relativamente alla divisione dei ruoli e delle responsabilità tra i sessi”.

Ma occorre allargare l’orizzonte analitico alla dimensione nazionale, ai sistemi di welfare e  ai fattori “culturali”. Su questo ultimo versante “le politiche a favore dell’occupazione femminile possono essere un’arma a doppio taglio nella promozione di una divisione egualitaria del lavoro familiare: tali politiche, infatti, da una parte aiutano le donne a conciliare l’impegno nel lavoro retribuito con quello del lavoro familiare, dall’altra fanno poco o nulla – se destinate esclusivamente alle madri – per incrementare il coinvolgimento maschile nel disbrigo delle incombenze domestiche e di cura”.

I nonni aiutano a tamponare, ma diventano a loro volta bisognosi di cura. Spesso si ricorre a servizi di cura disponibili sul mercato, a caro prezzo.

Ho trovato particolare questo aspetto: “al crescere dei redditi femminili aumenta la scelta di esternalizzare più di quanto non avvenga al crescere dei redditi maschili. […] Dunque uomini e donne sembrano avere priorità economiche diverse che li portano a utilizzare le risorse a loro disposizione in modo differente”. Le donne sono più propense a delegare i compiti più faticosi e noiosi, mentre “le attività stereotipatamente maschili, invece, sono saltuarie e possono risultare maggiormente gratificanti […] ragion per cui gli uomini tendono ad accollarsele pur disponendo di redditi per esternalizzarle”.

In pratica, i risultati sulla vita delle donne sono per lo più peggiorativi. Al contempo chi non ha problemi economici trova soluzioni per evitare le acrobazie e le incombenze più gravose, riuscendo a realizzarsi professionalmente. Era questo che volevamo raggiungere? Alla faccia di chi si affanna quotidianamente e vive una non vita.

Fonte InGenere.it

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Il Kirghizistan sulla scia dell’Ucraina?

Nel 2005, la rivoluzione dei tulipani in Kirghizistan era riuscita a mandare a casa il corrotto presidente Askar Akayev.

Purtroppo le cose non sono andate come speravano molti kirghizi: il successore Kurmanbek Bakiyev, aveva il medesimo vizio ed è stato deposto nel 2010. In seguito, il  Kirghizistan è diventato il primo stato parlamentare dell’Asia centrale, dove di solito il presidente e la sua cricca controllano economia, politica e finanza.

Almazbek Atambayev, il nuovo leader del paese è anch’egli caduto in tentazione, ampliando i suoi poteri e perseguitando gli oppositori. Pertanto, lungi dal vedere il cambiamento, ancora oggi le lotte di potere tra i clan locali e le fazioni politiche continuano ad affliggere il paese. Ci sono contrapposizioni tra nord e sud arretrato, luogo di conflitti interetnici nel 2010. le autorità della capitale non intervengono, né cercano di investire nello sviluppo economico e sociale del sud del paese.

Si tratta di una palese decisione politica di  Atambayev, filorusso, che ha scelto di rendere il paese economicamente dipendente da Mosca. L’industria militare, energetica e dei trasporti è in mano russa. Gli avvenimenti ucraini potrebbero esacerbare gli animi di coloro che mal sopportano questa politica filorussa di Atambayev.

 

Per approfondimenti.

 

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Non Una Di Meno - Milano

Contro la violenza maschile sulle donne e tutte le forme di violenza di genere

ilportodellenuvole.wordpress.com/

I tessitori di nuvole hanno i piedi ben piantati per terra

Variabili Multiple

Uguali e Diversi allo stesso tempo. A Sinistra con convinzione.

Blog delle donne

Un blog assolutamente femminista

Parla della Russia

I took a speed-reading course and read War and Peace in twenty minutes. It involves Russia.

Critical thinking

Sociology, social policy, human rights

Aspettare stanca

per una presenza qualificata delle donne in politica e nei luoghi decisionali

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Femminismi Italiani

Il portale dei femminismi italiani e dei centri antiviolenza

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Passare passioni, poesia, bellezza. Essere. Antigone contraria all'accidia del vivere quotidiano

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Il blog femminista che parla d'amore

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Stiamo tutti bene

Le tragicomiche avventure di una famiglia di nome e di fatto

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Blog du collectif Abolition 2012

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Gegen Prostitition. Für Frauen. Für Selbstbestimmung und Unabhängigkeit. Gegen Sexkauf. Not for Sale. Weil Frauen keine Ware sind.

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Writing, etc.

Femina Invicta

Feminist. Activist. Blogger.

THE FEM

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O capitano! Mio capitano!...

"Ci sono persone che sanno tutto e purtroppo è tutto quello che sanno." [Oscar Wilde]

Diana

"Nell'ora più profonda della notte, confessa a te stesso che moriresti se ti fosse vietato scrivere. E guarda profondamente nel tuo cuore dove esso espande le sue radici, la risposta, e ti domandi, devo scrivere?". Rilke

irréductiblement féministe !

l'humanité sera civilisée quand elle aura aboli le système patriarcal et autres systèmes d'oppression politiques, économiques et religieux