Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Quello che le donne non dicono (e dovrebbero dire)

In Pink - Andrei Baciu

In PinkAndrei Baciu

Ci sono cose che non ci confessiamo, cose che non riusciamo a esprimere, risposte che dovremmo dare quando c’è qualcuno che ci critica o banalizza la nostra storia.
Che quando compiamo una scelta non ci sono mai le seconde possibilità a posteriori.
Che lavorare non è semplicemente portare a casa i soldi o non coincide in toto con questo.
Che l’impegno sociale ha un valore.
Che il disimpegno è il cancro della società contemporanea.
Che la casalinghitudine di ritorno è una scelta dettata da questioni personali e familiari insondabili dall’esterno. Non è un morbo, lo diventa solo se la tua vita in casa sostituisce in toto il tuo rapporto con l’esterno e con gli altri.
Che prendersi cura di un figlio che ha bisogno di te non è morboso o frutto di menti materne incapaci di altro.
Che ognuna di noi trova la sua “tranquillità”, che è temporanea, diversa per ognuna e per ogni fase della vita, soggetta al cambiamento insito nella vita stessa.
Una scelta va rispettata e non giudicata.
I giudizi spesso sono manchevoli della comprensione del contesto e delle motivazioni a monte.
Ci sono molteplici modi di vivere la casalinghitudine.
Che stare a casa per un periodo non significa smettere di avere un ruolo nel mondo.
Che i rischi sono gli stessi di chi lavora.
Che i sensi di colpa non vanno via. Lavoro o meno. Ce li portiamo dietro, forse per una questione atavica, che ci fa sentire sempre mancanti di qualcosa. Ci possiamo lavorare su, ma non esiste una candeggina infallibile.
Che l’autonomia è un esercizio quotidiano per non cadere in pigrizia.
Che l’autonomia non coincide in toto con il fattore economico. Ci hanno abituate a pensare così, in termini capitalistici, ma non è esattamente così.
Il nostro ruolo nel mondo non ci è dato unicamente dal lavoro.
Il lavoro non è tempo per sé, è tempo per la produzione. Il tempo per sé è prendersi cura di sé, del proprio io, di quella stanza tutta per sé. Il tempo per sé può essere solo qualcosa di totalmente gratuito verso noi stesse, purché ci gratifichi e non sia soggetto a coercizioni.
Agli uomini che pensano che abbiamo un valore solo se portiamo a casa la pagnotta, rispondiamo di fare un corso accelerato di XXI secolo.
Agli uomini che se ti impegni nel sociale ti rispondono che fai cose inutili, che perdi solo tempo, che sottrai comunque alla famiglia, rispondiamo di tornare nella caverna.
A chi pensa che il femminismo è morto, rispondiamo che evidentemente sono loro che si sono assentati dal mondo.
A chi vuole educarci con sane dosi paternalistiche, rispondiamo come il Ricciocorno qui.
Che non ci sono ricette, solo tentativi più o meno riusciti di soluzione dei problemi.
Che non siamo chiuse a riccio nel nostro nucleo familiare, ma sappiamo guardare oltre e preoccuparci di altro.
Che non dobbiamo legare la nostra emancipazione e liberazione al denaro.
Che i diritti non sono legati a un filo con il denaro che guadagniamo.
Che il nostro lavoro di cura resta tale, lavoro o non lavoro. Semplicemente se lavoriamo, lo demandiamo ad altri. Qui occorrerebbe riflettere.
Che le nostre scelte sono meglio di quelle che fanno gli altri: non è vero. Sono semplicemente le nostre.
Che mamma è solo una delle mille qualifiche che possiamo avere.
Che la mammitudine svilisca la donna: dipende dalla pasta di cui si è fatte.
Che la mammitudine è una scelta, una delle tante, e ognuno fa le sue.
Che l’obiettivo è uno solo: rimuovere le barriere di una libera scelta.
Che chiedere parità implica un discorso politico più ampio e condiviso.

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Il cammino

Steven Kenny - The Rain Gown, 2008

Steven Kenny – The Rain Gown, 2008

Perdersi è anche cammino.

Ma non sempre è necessario essere forti. Dobbiamo respirare anche le nostre debolezze.

Clarice Lispector

Emma Watson mi ha commossa. C’è chi* la può criticare per il suo approccio e la sua forma di richiamo, si può anche dubitare sulla sua sincera partecipazione alla causa delle donne e così via. Procedendo così non si costruisce nulla. Vorrei per una volta non fare le pulci alle intenzioni o alle parole. Così come non sono per le inutili divisioni e gli schieramenti contrapposti tra (white) feminist e il resto del mondo femminista. Per una volta sgombriamo il campo da polemiche. Perché è sempre bello scoprire che il germoglio delle idee continua a fiorire e non smette mai di diffondere i suoi effetti positivi. Le idee libere, frutto di un percorso personale di presa di coscienza, sono l’unica nostra speranza di cambiare realmente le cose. Cos’altro è il femminismo, se non porre, mattoncino dopo mattoncino, le basi del cambiamento culturale di tutt@? Non è semplice, ma ogni qualvolta una donna comprende che c’è bisogno di farsi avanti, di far sentire la propria voce per chiedere parità, affinché venga rimossa quella cappa di ignoranza e di violenza che impedisce alle donne di esprimere liberamente se stesse, affinché i pregiudizi vengano superati, quell’istante diventa un momento importantissimo, un passaggio che ci avvicina sempre di più alla meta. La cultura in questo cammino è un’arma potentissima. Leggere, leggere, parlare, confrontarsi, porsi domande e non dare mai nulla per scontato. Rompere sempre gli schemi! Le rappresaglie* di cui è vittima ora Emma fanno parte della strategia vigliacca di chi ci preferisce mute e sorde. Ma io non intendo sprecare le mie energie per far cambiare idea a costoro, perché penso sia una battaglia persa. Questa mentalità misogina, violenta e cieca è fortemente radicata in essi, altrimenti non si esprimerebbero in quel modo. Il loro bersaglio non è più solo il nostro corpo, ma la nostra testa, che non si piega e non è sensibile alle loro minacce “rieducative”. Il lavoro che abbiamo davanti deve coinvolgere le donne e tutti coloro che hanno voglia di ragionare con noi e fare qualcosa per cambiare i disequilibri che affliggono i rapporti tra i sessi e la società. Personalmente mi preoccupa maggiormente sentire dire da una donna, ancor di più se giovane o giovanissima, che il femminismo è muffa o roba inutile. Il nostro compito è riuscire a parlare a queste donne, riuscire a fargli capire che il giorno in cui non ci saranno più discriminazioni come queste ed epiteti come quelli lanciati a Emma cadranno in disuso, sarà una liberazione per tutt@. Fino ad allora dovremo tener duro e non stancarci o lasciarci intimidire. Ci avvicineremo alla meta ogni giorno di più, per gradi, attraverso passaggi difficili, riflessioni, letture, dialoghi, scontri, dispersioni, errori, inciampi; saremo donne forti e fragili (perché no?!), con la consapevolezza che è il cammino stesso che ci formerà, farà da struttura portante a noi stesse e alle nostre idee. Sarà il cammino, ognuna a suo modo, che ci darà le maggiori soddisfazioni, anche se l’obiettivo ci potrà sembrare lontano. Un cammino dentro e fuori di noi, come presa di coscienza su noi stesse e come necessità di stabilire un dialogo/ascolto con tutt@ gli altr@. Molto meglio di me lo spiega Lea Melandri qui. Noi siamo in marcia verso quel mondo, quella società e quella cultura che non necessariamente riusciremo a vedere e a vivere di persona, ma che siamo certe vedranno la luce prima o poi! La pazienza e la perseveranza, che alcuni chiamano cocciutaggine, ci aiuteranno lungo il cammino. Stando unite, nonostante le incomprensioni e le differenti vedute sul metodo e sulle modalità con cui compiere i nostri passi. Come le donne spagnole. Perché l’importante è l’obiettivo comune e non mettersi a baccagliare su chi può parlare, come deve farlo, chi ne sa di più, chi è meglio, chi deve dettare la linea da seguire. Queste sono robe che disperdono solo energie e ci fanno sembrare scoordinate e divise. La presa di coscienza, a mio parere, non può essere qualcosa che cala dall’alto, ma è un percorso inizialmente personale, a cui giungere come singola, ma che per crescere rigogliosa e dare buoni frutti ha bisogno della dimensione collettiva. Non si è femministe per caso o per moda, ma per volontà, per una necessità di non essere spettatrici passive e comparse della nostra vita e della vita degli altri. È una voce che appartiene a tutte noi e che se risvegliata parlerà e si farà sentire.

* ringrazio il Ricciocorno per le segnalazioni 🙂

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Le nostre storie non restino inascoltate

Steven Kenny - The Accessory, 2008

Steven Kenny – The Accessory, 2008

Elisabetta Ambrosi ha raccolto le storie di una generazione di donne e madri. Sono le nostre storie, quelle che ci raccontiamo continuamente tra di noi, quelle che restano sconosciute e inascoltate da chi dovrebbe fornire risposte adeguate. Quel “non ho mai rinunciato alla convinzione di poter fare un lavoro impegnativo con precisione” e quel “Mollare? Mai” mi sono però sembrate un richiamo eccessivo alle donne, a mo’ di sferzata, un chiedere di stringere comunque i denti altrimenti la si da vinta a.. a chi? Loro chi? Invece, per essere sufficientemente schiette, almeno tra di noi, forse occorrerebbe mettere nero su bianco anche le sconfitte, le rinunce, i compromessi al ribasso, i vicoli ciechi, le infelicità. Ci sono, esistono, non si possono negare. Devono emergere tutte le contraddizioni reali finite nei buchi neri del conformismo e delle soluzioni fai-da-te. Se non raccontiamo i fatti, come possiamo scardinare gli stereotipi e i modelli che da sempre giustificano il nostro arrancare come “angeli” sacrificabili? Se nascondiamo i particolari “scomodi”, il mondo non saprà mai la Verità. La verità è molteplice, bella o brutta, faticosa e leggera, tra bassissimi e altissimi. Ecco che la nostra storia va raccontata per quello che è, senza tagli o pudori, senza l’istinto di voler dare l’idea che alla fine ce la si fa, perché ce l’ha prescritto qualcuno che dobbiamo superare egregiamente ogni ostacolo. Dobbiamo raccontare tutto se desideriamo che la realtà emerga. Quello che non ci raccontiamo purtroppo è la verità, per paura di un giudizio altrui e per paura di non essere state abbastanza brave. Non siamo guerriere perché non siamo in guerra con niente e nessuno. Siamo qui solo a ricordare che il mondo gira anche grazie all’altra metà (più o meno) della popolazione. Quando questo verrà riconosciuto, non solo a parole, saremo a buon punto. E “farcela”, ognuna a proprio modo e secondo le proprie scelte (vere e non indotte) non sarà più l’eccezione, ma una possibilità a portata di tutte.
Ripeto ancora una volta, che “mollare” non è necessariamente un male, una debolezza, un difetto, ma può essere sintomo di una scelta consapevole, in un contesto che semplice non è.
Non vogliamo tutt* le medesime vite, preconfezionate.
Per favore, la verità, nient’altro che la verità.
Per tratteggiare un quadro sociologico onesto, sarebbe utile puntare i riflettori non solo sulle storie delle donne, ritratte singolarmente, ma sul contesto: partner, famiglia, amici, tipologia di lavoro, aspetti economici e geografici. A mio avviso, si comprenderebbero molte più cose.

Mi ripropongo di leggere il libro Guerriere, disponibile anche in ebook su piattaforma MLOL (Media Library On Line)

p.s. e basta con queste storie di manager che lavorano da casa! Perché non raccontiamo le storie di coloro che non hanno nessuna possibilità di farlo, donne comuni, con mansioni non dirigenziali, con figli che hanno problemi di salute e si sentono sbattere la porta in faccia!!! Quello che posso dire è che di storie così a livello apicale ce ne sono tante, perché potrà sembrare strano, ma spesso la flessibilità viene concessa più facilmente a coloro che hanno mansioni più alte. Almeno nella mia esperienza è stato così. Con questo non voglio creare una sorta di guerra tra donne, però forse dovremmo porci qualche domanda sulle cause di questa differenziazione. Un’altra annotazione. Mi capita sempre più spesso di notare che in questo tipo di articoli viene sempre citata l’azienda. A mio parere si potrebbe trattare di una specie di escamotage pubblicitario, un esempio di trovata da marketing (con feedback positivi sull’immagine dell’azienda) camuffata da giornalismo. Va di moda, tra le multinazionali specialmente, far propaganda sul clima aziendale idilliaco.. Però, forse sono troppo prevenuta. Magari mi sbaglio.

Questo progetto mi piace.

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Non solo eterologa

Alex Alemany

Alex Alemany

Perdonatemi se nel giro di pochi giorni vi parlo nuovamente di fecondazione, ma lo scorso 16 settembre ho partecipato a questo incontro che mi ha fornito alcuni spunti su cui occorre riflettere. Vi segnalo questa intervista, rilasciata a margine del seminario, dall’avvocato Marilisa D’Amico. In Lombardia sappiamo tutti cosa è accaduto. La Regione si è trincerata dietro questioni economiche, dicendo che non ci sono risorse sufficienti per rendere la fecondazione eterologa gratuita o con il pagamento di un ticket accessibile a tutti. Qui potete trovare la presentazione della delibera in Regione Lombardia e il testo scarno della delibera. La Regione Lombardia, pur avendo firmato il documento in Conferenza Stato-Regioni, pur non essendoci un vuoto normativo (così come ribadito dalla Consulta con la sentenza 162 del 2014) nella sua delibera “in attesa di un intervento legislativo”, ha “autorizzato” l’eterologa e sancito che i costi dell’eterologa, a differenza della fecondazione omologa, sarebbero stati a carico dei pazienti. In questo modo si crea una inaccettabile discriminazione tra malati più o meno gravi (ricordo che nel documento prodotto dalla Conferenza Stato-Regioni “Le Regioni e le PP.AA. considerano che omologa ed eterologa, alla luce della sentenza della Corte Costituzionale, risultano entrambe modalità di PMA riconosciute LEA”, quindi da considerarsi nei livelli essenziali di assistenza). La Regione Lombardia si è arrogata il diritto di autorizzare qualcosa che era già stata autorizzata dai giudici costituzionali. Inoltre, non inserendo l’eterologa tra i L.E.A., ha dichiaratamente disatteso un documento che il rappresentante di Regione Lombardia aveva firmato in sede di conferenza stato regioni del 4 settembre. Ditemi se non è politica ideologica questa! Ma quando si leggono certe dichiarazioni, si trasmette un messaggio di sostanziale resa di fronte alle scelte di una politica miope e discriminatoria. Edgardo Somigliana, responsabile del centro di procreazione medica assistita della fondazione Ca’ Granda-Policlinico di Milano (ex-Clinica Mangiagalli) ha caldamente consigliato (qui l’intervista): “Per ora continuiamo a consigliare di andare all’estero alle coppie che hanno urgenza. Perché tutto diventi “reale” da noi ci vorrà probabilmente almeno un anno”. Tra i relatori del seminario, il Prof. Maurizio Mori, Ordinario di Bioetica presso l’Università degli Studi di Torino, ha più volte ribadito la sua posizione. Dopo lo smantellamento della legge 40 a colpi di sentenza della Consulta, è necessario ripensare tutto e avere il coraggio di legiferare in modo “lungimirante”, perché le leggi devono avere un respiro ampio, riuscire ad anticipare i cambiamenti del futuro, e non arrabattarsi alla ricerca di compromessi che si preoccupano unicamente dell’oggi. Al di là delle considerazioni su una maggiore longevità della popolazione che secondo Mori consentirebbe una genitorialità in età più avanzata, concordo sulla palese discriminazione tra uomini e donne: oggi un uomo può tranquillamente diventare padre a qualsiasi età, cosa che per una donna è ancora un tabù. Io sono sempre dell’idea che la genitorialità dev’essere una scelta personale consapevole e non un soprammobile o una medaglietta da appuntarsi al petto. Non è una questione di età, ma di quello che ci si sente dentro, è questo che va ben valutato e deve restare di ambito “personale”. Il nodo centrale della Legge 40 è contenuto nell’art. 4 (qui il testo completo), laddove la fecondazione assistita diviene un rimedio a un problema medico e nel suo divieto di eterologa non contempla single e coppie omosessuali. La nascita dei figli secondo la legge 40 e la sua disciplina in merito alla fecondazione assistita diventa una mera soluzione medica all’infertilità di coppia e non una libera scelta personale e sociale. La fecondazione assistita dovrebbe essere un diritto del cittadino, che sceglie di diventare genitore. Questo dovrebbe valere sia per i single che per le coppie, qualunque sia la loro composizione. Da tutta questa vicenda emerge una classe politica “presa per le orecchie” dalla Consulta, che ha dovuto intervenire in quanto il Legislatore non è stato in grado di disciplinare la materia in modo adeguato e conformemente ai principi costituzionali. La Consulta pur ribadendo il ruolo centrale e primario del Legislatore, ha scritto una sentenza (sentenza della Corte Costituzionale n. 162/2014”) per sanare il divieto di eterologa (vedi punto 2.3 qui). Il principio ispiratore di una norma dovrebbe essere dare spazio all’autonomia e alla responsabilità dei singoli e della scienza, non ingabbiare i cittadini. La genitorialità dovrebbe essere considerata una scelta incoercibile dell’individuo. Oggi, ci troviamo di fronte a una sorta di regionalismo dei diritti, con un probabile flusso migratorio dell’eterologa tra regioni, alla ricerca della regione più “amica”. Il tutto per complicare la vita a queste coppie, alle quali si chiede di continuare a girare per poter avere delle risposte. Il tutto con il limite dei 43 anni di età per le “riceventi”. Vi immaginate cosa significa dilatare i tempi? Il bambino nato da eterologa potrà conoscere l’identità del padre o della madre biologici una volta compiuti i 25 anni. Il donatore verrà consultato e sarà libero di rivelare o meno la propria identità. Si potranno conoscere dati e valori genetici del donatore solo per esigenze mediche del nato. Vedremo se ci saranno ricorsi alla delibera della Regione Lombardia e speriamo che vengano sanati tutti i “difetti”. Guido Ragni, Presidente della Fondazione per la ricerca sulla infertilità di coppia, ha parlato della fecondazione nei centri pubblici, facendo uno degli interventi migliori e più concreti della giornata. Analizzando i dati sulla fecondazione (qui e qui) la situazione vede un incremento dei cicli effettuati in strutture private, specialmente al sud. C’è una sorpresa: la Lombardia ha delle buone performance e sembra gestire buona parte delle PMA nel pubblico, salvo accorgersi che si tratta di un bluff, perché i numeri del pubblico includono anche le strutture private convenzionate. Per cui non si può certo stare tranquilli. Anzi! Ma l’eterologa è solo la punta dell’iceberg di una materia mai curata, analizzata e affrontata adeguatamente. Altro aspetto, sempre grandemente tralasciato dai dibattiti in materia di PMA, è rappresentato dalla diagnosi preimpianto. Avete presente tutte quelle malattie genetiche, tipo talassemia o fibrosi cistica, che sarebbero “aggirabili” con una semplice indagine preimpianto? Ancora oggi, dopo che nel 2009, una sentenza della Consulta consentiva nuovamente questo tipo di diagnosi, nessuna struttura pubblica consente (tranne a Cagliari) di eseguire gli esami necessari, costringendo di fatto le coppie a rivolgersi al privato, con ovvi costi e problematiche. Ma ci rendiamo conto? Questo è un risultato disastroso. La scienza progredisce e noi chiudiamo gli occhi e poniamo dei paletti assurdi! Se i genitori sono entrambi portatori di talassemia minor, avrà ben il 25% di probabilità di generare un figlio malato. È meglio avvalersi della scienza e concepire un figlio che non sia affetto da una malattia genetica grave o accorgersi della malattia con una villocentesi, dopo settimane di gestazione e costringere le coppie a scegliere solo allora? Non sarebbe meglio aiutare le persone, senza inutili torture? Voi cosa scegliereste? Non venite a dirmi che le malattie genetiche sono casi isolati! Questo non è egoismo o eugenetica! Si tratta di semplice buon senso e di diritti sostenuti anche dalla nostra Costituzione. Insomma, la Legge 40 è stata svuotata, non c’è vuoto legislativo, ma in questo marasma si infiltrano mille tentativi volti a limitare o a vanificare un diritto alla genitorialità. Forse sarebbe opportuno che a livello centrale si operasse con una certa celerità e razionalità al fine di effettuare gli opportuni interventi per sgombrare il campo da una miriade di problematiche, in gran parte causate da un regionalismo cieco e che ha creato solo discriminazioni. Altro che efficienza federale! Segnalo che a Milano è attivo lo sportello Sos infertilità, un aiuto per districarsi in tutte queste complicazioni. Al momento non ci sono donatori di gameti femminili, anche perché la donazione di ovuli presuppone dei trattamenti che sono ben più complicati della donazione di sperma (qui un articolo che ne parla). Per cui forse sarebbe utile ragionare su questo versante e trovare dei metodi per incentivare questa pratica. Altro territorio inesplorato è quello di embrioni o gameti già depositati all’estero e che si potrebbe ipotizzare di far rientrare in Italia. Come fare? Altri articoli sul tema 1 2 3 4 5

Aggiornamento 31 ottobre 2014

è stato rimosso il limite dei 43 anni per l’accesso all’eterologa (qui).

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Infanzia glitterata

Rob Gonsalves

Rob Gonsalves

In Francia, i concorsi di bellezza per bambini diventano illegali. Sicuramente vi sarà capitato di vedere qualche immagine dei concorsi che si organizzano negli USA. Il tema è stato trattato con intelligenza nel prezioso film Little Miss Sunshine. Ma la realtà è da film horror. Le immagini parlano più di ogni discorso: i volti, i vestiti, gli atteggiamenti, insomma tutto è devastato nei minimi particolari, per trasformare le bambine in adolescenti e piccole Barbie. Sotto una coltre di trucco, capelli cotonati, possibilmente biondo platino, ci sono bambine, esibite come al mercato del bestiame, senza la possibilità di dire no a questo “progetto genitoriale”. Questa bella abitudine di sfruttare le cosiddette “potenzialità” dei figli per guadagnarci su. E allora concorsi a go go. Ce ne sono anche in Italia, non ci facciamo mancare niente, soprattutto quando si tratta di “usanze” negative. Ma facciamo finta di non vederli. Esiste anche una “Carta di Milano” per il rispetto dell’immagine dei bambini nella comunicazione commerciale, un documento messo a punto da più di 70 esperti di comunicazione e pubblicità, che può essere sottoscritto on line qui. Ma cosa accade nella realtà? Se guardate la pubblicità che passano su canali per bimbi (anche RAI), siete sicuramente a rischio gastrite. Ci sono spot con modelle piccolissime, la cui età appare indefinibile a causa del trucco e delle movenze. In pratica, è come cancellare un’intera fase della vita, l’infanzia, e sostituirla con una lunga e glitterata adolescenza, con tanto di pubertà mentale inculcata con violenza subdola. Mi chiedo che senso abbia poi regalare un beauty con i trucchi insieme a un paio di scarpe.. L’ideatore di queste campagne di marketing deve avere una percezione “disordinata” di cosa vuol dire essere bambina. Chi controlla i messaggi che vengono passati? Perché diamo ai bambini una visione adultizzata dell’infanzia? L’infanzia se non viene tutelata e preservata da queste violente intrusioni, sarà un’occasione persa per sempre per diventare grandi, ma grandi veramente, cioè maturi e senza sovrastrutture che ci rendono dei fantocci senza consapevolezza di noi come individui. Diventeranno dei puri consumatori passivi, incapaci di incidere nel mondo e di conoscere e rivendicare i propri diritti. In più, cresceranno con la convinzione che l’unica cosa importante è la bellezza e l’involucro. Poi non lamentiamoci che ci sono persone che passano la loro adolescenza e poi tutta la vita nell’ossessione di diventare belle, restare belle e trasformarsi in cigno. Caspita, ci sarà qualcos’altro su cui concentrare le proprie energie! Posso dire una cosa? Non mi piace ad esempio questo racconto. Perché non raccontiamo storie diverse? Quella trasformazione in cigno potrebbe non avvenire in senso estetico, ma potrebbe sbocciare una persona ‘bellissima’ per il suo carattere, la sua simpatia, la sua intelligenza, i suoi difetti e il suo essere semplicemente UNICA. Perché non ne parliamo mai? Perché i nostri orizzonti devono sempre essere limitanti e limitati da storie con tanto di happy ending zuccheroso? Sarebbe il caso anche di raccontare il processo che ti porta ad accettarti così come sei. Questo può avvenire unicamente se non si bruciano tutte le tappe dei primi anni di vita e si permette ai bambini di crescere ognuno con i suoi tempi.

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Non è una gara

jane eyre

Da qualche giorno si è acceso un confronto su alcune affermazioni.
Cito da Un altro genere di comunicazione:

“Perché scrivere post su come l’immagine femminile sia svilita e rappresentata secondo stereotipi, sarebbe del tutto vano per noi se queste discriminazioni non potessero essere inserite in un quadro economico-sociale più ampio, che contempla al suo interno discriminazioni per colore della pelle, religione, orientamento sessuale.
Se il femminismo è scisso da questo tipo di riflessione più grande, che collega tutte le categorie discriminate ad un’unico oppressore, se il femminismo cade e inciampa nel discriminare esso stesso, forse femminismo non è, somiglia di più al girl power e da fare politica si passa a fare solo costume”.

Vorrei soffermarmi su una questione. Probabilmente, c’è stato uno scivolone involontario, ma rappresenta per noi l’occasione per ragionare un po’. L’indignazione (che si può ben capire) di Lorella Zanardo deriva dal fatto che la violenza sulle donne, dalle mille sfaccettature e fattispecie, non riesce a coinvolgere l’opinione pubblica in modo significativo. In pratica non suscita lo stesso netto rifiuto e non infiamma a sufficienza gli animi. Zanardo, che fa un prezioso lavoro, rischia però di inficiare tutto, perché compie un errore, forse dettato dall’impeto del momento. Il femminismo non dovrebbe cadere nella trappola della torre d’avorio e di voler in qualche modo “escludere” tutto il resto, tutte le altre problematiche e tutt*. Sarebbe una discriminazione dettata da una cecità molto pericolosa, che potrebbe inviare messaggi totalmente sbagliati. Sarebbe coltivare uno sterile orticello, in cui ci parliamo solo tra di noi, fregandocene del resto del mondo, ma pretendendo che tutto il resto del mondo ci degni di attenzione e ci metta in cima alle priorità. Invece dobbiamo essere nel mondo, parte di esso e interpreti sincere e obiettive di ciò che accade, senza pretendere di creare scale di priorità delle discriminazioni e delle ingiustizie. Non siamo in una gara, non dovrebbe accadere quanto meno. Il pericolo reale è che il nostro diventi un femminismo astratto, slegato dal contesto socio-culturale generale, con la mania di misurare quanto siamo diventate rilevanti, quanto valiamo rispetto agli altri, quanto le nostre lotte sono più importanti o meno delle altre. Decisamente fuori strada. Il femminismo corre il rischio di trasformarsi in una forma di ignoranza, di intolleranza, come tanti altri fenomeni. Anziché scontrarci su chi deve avere la priorità o maggior spazio sui media o nell’agenda politica, forse occorrerebbe dar vita a una Leitkultur (cultura dominante, cit. Slavoj Žižek) emancipatrice, in grado di accogliere in sé tutte le battaglie (razzismo, omofobia, diritti delle donne ecc.) come se fosse un’unica grande rivoluzione universale contro ogni forma di discriminazione, violenza, violazioni di diritti fondamentali ecc. Non dobbiamo aver paura di perderci in un mare più grande, perché al contrario sono i rivoli di acqua stagnante che ci devono far paura e che non possono portarci da nessuna parte. Dovremmo sentire di essere parte di un sommovimento necessario su più fronti e livelli, che devono ragionare insieme attraverso vasi comunicanti e senza la spocchia o la smania di salire sul gradino più alto. Dobbiamo costruire un progetto universale condiviso (composto dalle molteplici lotte in corso) e lottare per la sua realizzazione. Altrimenti i nostri progetti resteranno asfittici e non saremo state in grado di condividere il cambiamento necessario. Dobbiamo stare con i piedi ben piantati in quella terra che tutti i giorni condividiamo con tante altre persone, che lottano come noi. La politica delle donne non è da intendersi unicamente come perfettamente assimilabile (e coincidente con) alla partecipazione attiva attraverso strumenti come partiti politici e una presenza nelle istituzioni. La politica delle donne è partecipazione, in varie modalità, all’interno della comunità. Fare politica non coincide con la tessera di partito, ma è la nostra azione quotidiana per incidere nella comunità sociale, cercando di migliorare qualcosa. La politica non è protagonismo (quella è solo smania di carriera), ma lavorare con umiltà, credendo veramente in quello che si fa. La mia visione è utopica? Forse sì, ma questa sono io.

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Non siamo in uno stato di diritto

FAIZA MAGHNI

FAIZA MAGHNI

Torno sulla fecondazione eterologa. Un diritto declinato in base al censo, diventa una violenza legalizzata. Questo può accadere e accade quando un governo rinvia nel tempo una decisione che renda omogenea su tutto il territorio nazionale l’applicazione di un diritto, così come da sentenza della Consulta. La fecondazione eterologa può essere gratuita, come in Emilia, ma può arrivare a costare fino a 3.000 euro a trattamento, come è stato deciso in Lombardia.
Vorrei capire i motivi di questo accanimento. Come si può costringere le persone a “provare” di essere affette da “sterilità irreversibile”, anche ammettendo che sia semplice dimostrarlo. Penso che chi richiede una fecondazione eterologa non si stia sottoponendo a una serie di trattamenti duri sul piano fisico e psicologico, non lo farebbe se potesse procreare senza l’aiuto della scienza. Questo aiuto è un diritto, non può diventare un privilegio.
Insomma, per evitare questa offerta eterogenea, discriminazioni geografiche e di censo, cerchiamo di mettere ordine e rendiamolo un diritto certo per tutte le coppie che desiderano avvalersi dell’eterologa.
Penso che quando una giunta regionale arriva a prendere decisioni di stampo confessionale (mescolando così politica e religione) il risultato si nutre di una volontà di osteggiare un’aspirazione legittima, con un chiaro intento persecutorio di cui le istituzioni non dovrebbero essere affette. Queste coppie non soffrono già abbastanza? C’è chi un paio di anni fa argomentava così la scelta di ticket molto onerosi, ma come si può fare certe affermazioni sulla pelle delle persone?

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Buone nuove!

28 settembre

Il governo spagnolo procede verso il ritiro della proposta di legge sull’aborto. La mancanza di consensi e l’opposizione di alcuni ministri e leader chiave del PP portano Rajoy a desistere nel portare avanti la riforma messa in atto da Ruiz-Gallardón (qui).
Sembra quindi che il progetto di legge non vedrà mai la luce!!!
Benissimo! Ma non dobbiamo abbassare la guardia. Il prossimo 28 Settembre 2014 sarà la Giornata Mondiale per il Diritto all’Aborto sicuro e legale.
Durante questo giorno le donne di tutto il mondo manifesteranno per rivendicare un diritto, che spesso i governi, le istituzioni religiose, i medici o anche semplici cittadini che la pensano diversamente in materia di aborto, ostacolano in ogni modo, rendendolo di fatto un percorso ad ostacoli, quando non è addirittura punito penalmente.
Dobbiamo manifestare affinché a nessuna donna venga negata la possibilità di scegliere liberamente.
Nessuno deve decidere al nostro posto!
Non possiamo tutti pensare nel medesimo modo. Nessuno può sostituirsi all’altro in una decisione così complessa e personale.
Qui, qui e qui maggiori informazioni sull’iniziativa.
Il 28 settembre pensiamo ai danni che ha fatto e continua a fare la clausola di obiezione di coscienza contenuta nella Legge 194.
Pensiamo alle conseguenze degli aborti clandestini.
Pensiamo che l’obiezione non può essere esercitata a discapito della salute della donna e delle sue legittime scelte, tutelate da una legge dello stato.
Agli attivisti anti-abortisti: rispetto le vostre posizioni e vorrei che fossero rispettate tutte le altre. Noi non imponiamo niente a nessuno, vorremmo solo che ogni donna sia realmente e pienamente libera di scegliere di esercitare un diritto. La prima e l’ultima parola alle donne..

Il 28 settembre ci troviamo qui!

Aggiornamento del 23 settembre 2014
“El presidente del Gobierno, Mariano Rajoy, ha confirmado este martes la retirada del anteproyecto de Ley Orgánica de Protección del Concebido y los Derechos de la Embarazada redactado por el Ministerio de Justicia, por no haber encontrado el consenso suficiente para sacarlo adelante” (qui).

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Una “tutela” come anestetico? No, grazie!

Marta Orlowska

Marta Orlowska

Riassumo qualche passaggio del testo di Lea Melandri Amore e violenza, che sarà il punto di partenza per alcune considerazioni che volevo condividere con voi.
Nel disagio della civiltà, Freud inizia a cogliere l’aspetto violento che si annida nell’amore, per quel retaggio primordiale che si porta dentro: la nostalgia dell’originaria unità a due. Violenta è l’appropriazione del maschio sul corpo femminile, da cui ha ricevuto cure e stimoli sessuali (il dominio patriarcale); violento è anche il sogno d’amore, inteso come fusione di due esseri in uno, una ricomposizione del maschile e del femminile. La pulsione di morte è la tentazione di risolvere definitivamente la questione. L’aggressività è necessaria per conservare quell’unità ideale, trovando una minaccia all’esterno (questo vale anche per i gruppi, le nazioni e le etnie). L’Eros ha in sé una logica di conflitto (amore e guerra, in un rapporto di dipendenza circolare), che si può esprimere attraverso un’appropriazione del corpo femminile, la chiusura della donna in un ruolo di madre, di cura, la sua esclusione dalla comunità e dagli ambiti decisionali (salvo poi, nelle società che si ritengono più “avanzate”, destinarle le briciole della torta del potere).
“Lo stupro e l’omicidio sono le forme estreme del sessismo e sarebbe un errore considerarle isolatamente, come se non fossero situate in una linea di continuità con rapporti di potere e culture patriarcali che, nonostante la costituzione, le leggi, i valori sbandierati della democrazia, stentano a riconoscere la donna come persona”.
Relegare la donna a un ruolo puramente sessuale e legato alla procreazione, la cancellazione della donna come persona, individualità, soggetto politico produce inevitabilmente uno svilimento del suo corpo, che diventa vile, come quello di uno schiavo, di un prigioniero, su cui l’uomo ha esercitato da sempre, fino alle soglie della modernità, un potere di vita e di morte. Questa mentalità (di cui parla anche Zaron Burnett qui) è arrivata nel nostro contemporaneo (società, istituzioni, rapporti umani) e lo ha contaminato, rendendo latente (ma non meno pericolosa) questa pulsione, ma non l’ha cancellata. La violabilità del corpo femminile è un fattore culturale che ha permeato la comunità occidentale, dalle sue origini greche, romane e cristiane. La violenza non è un corpo estraneo, passeggero, frutto di un raptus: è un ingrediente delle nostre radici, con cui ci si deve confrontare. Fin quando non si affronterà questo problema in questi termini, nulla verrà risolto.
Per quanto riguarda gli aspetti emancipatori delle donne: se queste vengono messe sotto “tutela”, “protezione” attraverso nomine, concessioni di incarichi da parte dell’uomo, che le “includono” nel circolo del potere maschile e gli concedono uno spazio, si sarà compiuto un ennesimo atto di quel gioco sottile che è sempre stretto nelle redini maschili. Il cerchio del controllo dell’uomo sulle donne non si aprirà finché non saremo in grado di affrancarci da questi meccanismi, finché non ci rifiuteremo di essere la longa manus di qualcun altro che ci concede di esibire il nostro sorriso e nulla più. Vogliamo veramente che venga riconosciuto il nostro giusto valore? Evitiamo di essere l’ombra di noi stesse e la trasfigurazione di un corpo che non ci appartiene e che viene ancora una volta adoperato per essere merce e complemento d’arredo, in uno spettacolo in cui le decisioni e le scelte sono sempre dell’uomo. Diciamo pure no a questo spettacolo mutilatorio delle nostre aspirazioni legittime. Perché anche questa è violenza, quando il corpo, la materialità, l’involucro, sostituisce la donna come persona, soggetto di diritti, di saper fare e di contenuti. E se non ci accorgiamo di essere diventate ancora una volta merce, prodotto manipolabile, allora è giunto il momento di svegliarci. E faccio un appello alle donne: cerchiamo di riempire di senso le nostre azioni, dai sorrisi ad ogni cosa, educhiamo le più giovani a non separare corpo, anima, sentimenti e mondo interiore. Educhiamole a una giusta percezione di sé, del mondo in cui vivono, dei rapporti umani, delle relazioni, del denaro e di quel che è il vero successo (la trasmissione Presa Diretta di ieri sera testimonia un buco nero nella nostra comunità sociale). Quando i media esibiscono un corpo di una donna, svuotato della sua essenza, stanno proponendo un messaggio pericoloso: il successo, la carriera, i soldi e il potere per una donna vanno conquistati unicamente ammiccando e facendo la gattina. E purtroppo a noi donne, a quel corpo che portiamo in giro, viene sempre chiesto di dimostrare mille volte in più il nostro valore e il nostro merito rispetto a quanto viene preteso da un uomo. Concentriamo le nostre energie su un cambiamento culturale, che deve partire da noi stesse. Pretendiamo dagli uomini un reale cambio di rotta e di mentalità e non accettiamo regalini, carriere facilitate, insomma le briciole. A partire anche dal linguaggio, perché le parole contano tanto, forse più delle immagini. Il mutamento dev’essere profondo, noi donne dobbiamo esserne il motore propulsivo, altrimenti ci saremo rese complici di un mancato cambiamento. Non possiamo attendere che l’uomo, da solo, porti avanti quella rivoluzione culturale necessaria. Non dobbiamo mollare.

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In bilico tra il desiderio di libertà e il bisogno di una guida

Rafal Olbinski

Rafal Olbinski

Vorrei condividere le riflessioni di Lea Melandri, in un paragrafo del suo Amore e violenza del 2011. Sarà il punto di partenza per una navigazione improvvisata, con i miei poveri neuroni. Vi suggerisco di leggere l’allegato (qui), prima delle mie piccole considerazioni. La Melandri ci parla di una libertà che ha delle caratteristiche tutte particolari. La libertà dei nostri giorni è una “libertà di somigliare”. In altri miei post ho più volte sottolineato la mia allergia all’omologazione forzata a modelli ideali di madre, di donna, di persona. Ho sempre cercato di mantenere le distanze da modelli ideali e corporei preconfezionati e scelti per me da qualcun altro, che per quanto possano sembrare rassicuranti e di più facile utilizzo, nascondono il rischio di una falsa scelta e quindi di una non libertà. Una libertà non piena che investe e può travolgere maggiormente le personalità più fragili o per natura o per contesto temporale/emotivo/sociale. Finché il modello ideale, che ci investe attraverso i media e le sollecitazioni sociali, diventa un obiettivo personale, che investe unicamente il proprio corpo e la propria persona, potrebbe restare un problema circoscritto al singolo individuo. Diventa molto più pericoloso quando il modello che ci viene proposto riguarda i nostri figli. La fabbrica di soggetti perfetti, normali, sulla base di standard decisi altrove, nei quali ciascun genitore viene “invitato” a far rientrare i propri figli. Una macchina che induce a incasellare i nostri figli in modelli estetici, culturali e professionali di successo, con un carico enorme di aspettative assurde. Capite che questo meccanismo di conformismo imperante può produrre solo enormi danni. Come se fossimo tutti ancorati a un percorso tracciato in precedenza altrove, da altri. Tutti durante l’adolescenza ci siamo sentiti inadeguati e per questo ci siamo “omologati”, chi più chi meno, ma questa fase dev’essere transitoria, perché poi deve lasciare spazio a individui adulti, in grado di compiere scelte autonome, giuste o non giuste che siano considerate. Compiere percorsi preordinati e confezionare individui perfetti non è purtroppo un vecchio ricordo di progetti di eugenetica, di società totalitarie, ma rappresenta una ricerca tuttora in atto. Il sogno di un prototipo di un’umanità superiore è sempre latente. Paradossalmente, viviamo la contraddizione di sentirci enormemente liberi, ma siamo anche invasi da un “forte senso di impotenza, di una frenesia del nuovo a tutti i costi, intrisa di ansie conservatrici, di esaltazioni individualistiche, accompagnate da rinascenti voglie comunitarie”. Capite quanto le due “anime” vivano in una permanente lotta? La tensione tra il desiderio di libertà e il bisogno di una guida può nascondere il pericolo dell’affermazione di nuove forme di dispotismo (come Tocqueville stesso aveva previsto). Questo dispotismo non è solo di tipo politico, ma può riguardare anche la sfera delle idee, della maturazione delle personalità, della percezione dei propri diritti e dei propri bisogni. Se la libertà viene svuotata di contenuto e restano solo le sue spoglie, con un simulacro di libertà, si affaccia “una servitù regolata e tranquilla”, che ci culla nell’illusione di godere di ogni libertà. Il nostro senso di inadeguatezza viene placato e nutrito da un Bene supremo, da una personalità carismatica che tutto sa e tutto risolve, per noi.

“Ma perché l’eccezione diventi la norma, in una società che si riconosce sia pure formalmente di eguali, è necessario che il modello vincente a cui si è chiamati a somigliare abbia in sé qualcosa di comune, tratti di una generalità riconoscibile e famigliare a molti”.

A questo punto dobbiamo notare le tracce di questo processo nella realtà. Affinché gli individui si lascino traghettare dal pifferaio di turno, devono in qualche modo ritrovare un pezzo di sé o di un modello ideale a cui si anela. Il gioco è fatto. Fateci caso. Nella società dell’individualismo obbligato, un ruolo preponderante assume il corpo, quell’involucro esterno con leggi e limiti propri, ma che va imbrigliato, levigato, perfezionato, reso giovane e bello per dimostrare il successo del suo proprietario o della sua proprietaria. Vi sembra attinente all’attualità? Il pacchetto giovane e bello/a viene venduto e diventa riferimento generale, con stravolgimento di ciò che è normale, di ciò che è emancipazione, di ciò che significa libertà. Perché risulta più rassicurante assomigliare, rifarsi a, seguire, omologarsi che essere semplicemente se stessi, con i propri punti di forza e le proprie fragilità, uniche, dentro e fuori.

 

Aggiornamento 10 settembre 2014

Vi suggerisco questo cortometraggio di  Frédéric Doazan, che rende bene l’idea.

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Cambiare è possibile (e urgente)!

Liz Huston, 2010

Liz Huston, 2010

Ringrazio Il Ricciocorno per la segnalazione di questo articolo.
Varchiamo un territorio delicato, che ho toccato già in passato, diventare madri o non diventarlo.
Le lotte per la diffusione di metodi contraccettivi sicuri, per una sessualità consapevole, per liberare la donna e renderla in grado di scegliere la maternità o meno, sembra che non abbiano intaccato un elemento marcio e tipico di una mentalità patriarcale. Oggi torniamo a essere giudicate e valutate per il nostro essere portatrici potenziali di vita. Siccome siamo leggermente più consapevoli di una gatta o di altri animali, siamo state in grado di elaborare delle alternative a una maternità per destino. Il destino, ammesso che esista, vogliamo comunque che sia grosso modo orientato da noi, per quanto possibile. Ho già spiegato in altri post cosa comporta a mio avviso una maternità, quindi non assimiliamola a una medaglietta, perché poi quella medaglietta non brilla su di noi, ma sull’uomo, perché se analizziamo bene le caratteristiche di questa mentalità oscurantista, è ancora l’uomo il proprietario della prole e della “sua” discendenza. Noi donne siamo solo lo strumento, il contenitore, sino a quando riusciamo biologicamente ad esserlo, poi il nostro valore subisce un semi-azzeramento. Se noi donne siamo “a scadenza”, alla fine questo implica che possano venir posti mille piccoli ostacoli sul nostro cammino di vita. Da giovani non ce ne accorgiamo, ma non appena si avvicina la scadenza, diventiamo “pericolose” per il lavoro, “strane” per il resto del mondo. Questo invade ogni aspetto della vita e venir giudicati per il nostro figliare o meno ci porta a rendere vano qualsiasi nostro tentativo di voler affermare noi stesse, come soggetto autonomo, pensante e portatore di valori e qualità peculiari e uniche. Davvero, desideriamo che delle donne ci si ricordi unicamente per questi aspetti, legati alla riproduzione della specie? Quel che forse abbiamo smarrito, nel corso delle nostre battaglie, è comprendere che la maternità doveva essere lasciata tra quelle libertà personali di scelta. Che la maternità o la famiglia non avrebbero potuto intaccare la nostra convinta partecipazione alle lotte delle donne, così come pensava la de Beauvoir. Azzardo un’ipotesi: in qualche modo ha prevalso una mentalità patriarcale che ha diviso le donne e non ha permesso di dipanare bene questa matassa, questo tema della maternità. Questo nostro contrapporci tra di noi, senza capire il nocciolo della questione non ha prodotto passi in avanti. Siamo noi tutte a essere sotto la lente, questa lente va infranta e per farlo dobbiamo spogliarci di stereotipi, pregiudizi ed etichette. Dobbiamo parlare francamente di questo tema, senza creare fazioni, perché sono queste cose che poi portano alla vittoria di un certo tipo di mentalità maschile. Nessuna ha da insegnare qualcosa a nessuna, dobbiamo scambiarci le idee e diffondere a tutte le altre donne la nostra energia che chiede un mutamento dello status quo, che ci fa dire che CAMBIARE E’ POSSIBILE!

“We are not simply the childbearing and the child-free; our stories extend beyond the production or non-production of others. We are complete in our own right and deserve to be viewed as such”.

A volte mi sembra che il marchio di qualità DOC che ci viene assegnato come “sforna-bambini” sia di grado differente a seconda di quanti figli mettiamo al mondo. Sì, perché il numero conta, non quante attenzioni, cure ecc. sei in grado di offrire ai figli. La mentalità corrente guarda ancora alla quantità e non alla qualità. Dopo il primo figlio inizia il valzer di coloro che ti chiedono quando farai il secondo o perché no il terzo. In pratica, il martellamento non passa, cambia solo il tema e qualche nota qua e là. Quel che è certo è che tu vieni percepita come un utero con i piedi e non si capisce perché tu possa essere impegnata in qualcos’altro, che forse tu abbia scelto consapevolmente per una serie di ottime ragioni, che devono essere rispettate in quanto personalissime e privatissime.
Dobbiamo far sì che quello che ci si aspetta da noi donne sia un valore prezioso per la società, che prescinda dal nostro stato di famiglia o dalle nostre scelte personali. Perché il giudizio su noi stesse non dev’essere sul “come siamo state brave a far tutto, senza dimenticare gli obblighi di riproduzione della specie”, ma sul nostro contributo, sulle nostre capacità, punto e basta. Perché sino a quando a essere biasimata sarà solo la donna senza figli, mentre per un uomo è un dato irrilevante, avremo ancora tanta strada da fare. Perché solo noi donne diventiamo “avariate” stando alla mentalità corrente, che ci portiamo dietro da secoli? Questo è il punto su cui riflettere e da scardinare. Dobbiamo sganciare il nostro “essere donna” dagli aspetti biologici, altrimenti verranno sempre tirati in ballo argomenti come la maternità, l’isteria, la sindrome premestruale ecc. Per nessun uomo è così. Solo per noi donne essere single o in coppia, madri o non, insomma qualunque sia la nostra condizione, diventa un fattore che fa la differenza. Per ognuna di noi il rischio di essere discriminata è molto alto. La nostra società non riesce ancora a vederci come persone e basta, senza etichette di genere o di “contorno” affettivo o familiare..

Noi donne riusciamo a “vincere” ogni qualvolta scegliamo liberamente di fare o meno, di essere o meno qualcosa. La vera vittoria sta nel seguire la nostra strada, nonostante quel che si bisbiglia attorno a noi.
Ma poi, cosa c’è da “vincere”?
Alimentare, tenere in vita e rigenerare questa mentalità patriarcale della riproduzione forzata risulta una consuetudine ancora più indigesta allorquando viene sostenuta dalle donne stesse, che si fanno portatrici di una stigmatizzazione di altre donne sulla base di questioni come la maternità. In pratica, ogni volta che anche noi donne “giudichiamo” altre donne sulla questione “maternità” o su altro, ci rendiamo “complici” di una mentalità che ci rende oggetti, involucri, merce in vendita o da usare.
Se vogliamo poi soffermarci sulle modalità con cui una certa “mentalità” viene tramandata di generazione in generazione, possiamo considerare anche le fiabe, una in particolare tocca il tema. La bella addormentata nel bosco, in cui i due sovrani erano felici, ma non avevano un erede: la procreazione diviene un complemento necessario alla felicità. Quando una coppia si sposa tutti i parenti e conoscenti si aspettano un erede, al più presto. Ad esempio, ogni volta che parenti e amici vedevano mia madre, le toccavano la pancia e si informavano sul suo stato.
L’esibizione di un figlio come attestazione del proprio successo, l’enfatizzazione della maternità, come sfoggio al femminile di un potere esclusivo, legato a logiche meramente riproduttive e non di scelta consapevole. La maternità come sigillo di qualità alla propria esistenza di donna, un elemento che ci viene sempre ricordato e ritorna ossessivamente. Pensiamo alle donne dello spettacolo che ostentano i figli e fanno di tutto per averne. Pensiamo alle copertine dei settimanali di gossip dove schiere di donne sono pronte a presentare al mondo la propria prole, il trofeo della mamma. Pensiamo alle interviste che non mancano mai della domanda: hai mai pensato/desiderato diventare mamma? Mi chiedo, che diritto ha certa stampa di trattare un tema così intimo e delicato in modo così superficiale. Soprattutto, quando certi pseudo giornalisti scandagliano i desideri intimi con una sorta di coltello. Il che accade non solo per le donne di spettacolo giovani, ma soprattutto per le più âgée. Trovo spregevole questo accanimento. Un modo becero e retrogrado di fare bilanci. Peccato che siano solo atteggiamenti verso le donne. Difficilmente certe domande si rivolgono ai maschietti. Chissà perché. . Così si tramandano cliché vecchi e sottoculture difficili da scardinare.
Per chi volesse partecipare, vi segnalo che il 26 settembre, alle 18:00, (nell’ambito degli incontri presso le Biblioteche di Milano, per l’iniziativa Il Tempo delle Donne) Eleonora Cirant, autrice di Una su cinque non lo fa. Maternità e altre scelte, incontra i lettori alla biblioteca Parco Sempione.

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Il Complesso

Pieter Bruegel il Vecchio, The Triumph of Death, 1562. Madrid, Museo del Prado

Pieter Bruegel il Vecchio, The Triumph of Death, 1562. Madrid, Museo del Prado

Vi consiglio innanzitutto di leggere per intero l’intervista alla sociologa Andrée Michel, perché si tratta di un condensato di suggerimenti e chiavi di lettura di primaria importanza, soprattutto per gli stretti legami tra società patriarcale e gli aspetti militari/economici di uno stato.
Mi vorrei soffermare sul Complesso Militare Industriale, una sorta di patto di fratellanza tra i grandi industriali dell’armamento e gli alti dirigenti dell’esercito. Una combinazione vincente che presuppone da sempre la definizione, la creazione di un nemico, che possa fungere da motivazione e garantisca il successo del rapporto simbiotico di poteri. Una corsa agli armamenti sfrenata, ingiustificata se non per il CMI. Oggi ogni intervento militare viene giustificato con fattori umanitari e per garantire la democrazia, sempre di stampo occidentale. Tutte queste spese militari sottraggono risorse pubbliche importanti ai servizi rivolti alla popolazione civile. Siamo qui a considerare necessario ciò che è solo il frutto di una sovrastruttura più in alto di noi. Non stiamo parlando di fantapolitica. La Michel ha studiato a lungo il sistema CMI francese, che oltre ai militari e agli industriali, include le banche, i laboratori scientifici che elaborano nuovi sistemi d’arma, i partiti politici e i mass-media. Un meccanismo capillare per la creazione di consenso a un assetto militarizzato della società e per il controllo del dissenso. Per questo il femminismo con il suo antimilitarismo storico è pericoloso: mette a repentaglio un lavorio incessante volto ad anestetizzare il giudizio critico sull’operato dei governi. La Michel suggerisce che “Per cambiare la società bisogna partire da sé, comportarsi con coerenza, e cercare soluzioni davvero umane e democratiche”. Sarebbe pertanto auspicabile mobilitarsi non appena si verificano dei tentativi di intervento militare strumentale, chiedendo e pretendendo che i negoziati e il dialogo abbiano sempre la precedenza rispetto alle armi e alla violenza. Basta con le deleghe a scatola chiusa. Dobbiamo pretendere che le donne che ricoprono ruoli istituzionali importanti e rilevanti, soprattutto nell’ambito della difesa e della politica estera, non siano dei burattini nelle mani degli uomini, ma abbiano l’esperienza, la forza, le capacità per avviare un’altra politica, con il coraggio di sovvertire certi meccanismi per la soluzione dei conflitti. Le donne devono guardare in questa direzione. Ogni riferimento a fatti o a nomine recenti non è casuale.
Si legge nell’intervista che il CMI è una «una formazione sociale aggravata del patriarcato»:

“La militarizzazione rafforza e consolida a tutti i livelli il dominio patriarcale. Per funzionare il sistema militare necessita della sottomissione degli uomini, che devono obbedienza assoluta alla gerarchia. Perché questi accettino la loro strumentalizzazione, si permette loro di strumentalizzare le donne. Nei paesi dove da decenni vengono «esportate» le guerre, le basi e gli interventi militari dei Cmi occidentali, si concretizza nella prostituzione forzata, negli stupri e nei femminicidi, pratiche tollerate quando non autorizzate ufficialmente. Nella Repubblica Democratica del Congo, da anni le donne vengono sistematicamente violentate, torturate, uccise. L’obiettivo è traumatizzare la popolazione locale e forzarla all’esodo per sgomberare il loro territorio e permettere a certi capi di stato africani, e alle potenze occidentali che li sostengono, di impadronirsi delle ricchezze del sottosuolo. È per mettere fine all’impunità di questi crimini che chiediamo all’Onu l’istituzione di un tribunale penale internazionale per la Rdc che succeda a quello del Ruanda in chiusura alla fine di quest’anno”.

L’assetto militarizzato dei nostri rapporti sociali che si ripercuote nel rapporto tra i sessi può generare una escalation di violenza, e a farne le spese è proprio la donna. Per alcuni uomini diventa la giustificazione e l’unico modello da seguire. Facciamo caso, senza spostarci in zone di guerra ma restando in un contesto di “pace”, a quanti ambienti e situazioni sono intrisi di una mentalità militaresca e fortemente gerarchizzata. Da un lato c’è la coercizione e la forza e dall’altro un’obbedienza assoluta, che non ammette eccezioni. Le eccezioni vanno punite, sanzionate. Per alcuni uomini non è concepibile che vi sia ribellione alla gerarchia. Devo ammettere, anche per esperienza personale, che talvolta questo modello militaresco viene utilizzato anche dalle donne, specialmente in ambiente lavorativo e ha come bersaglio preferito proprio altre donne. Purtroppo queste sono le conseguenze di un’adesione nuda e cruda a un modello maschile: una falsa emancipazione e una triste riscossa.
La violenza che si impara ad esercitare sui campi di battaglia viene poi reimportata in patria, in occidente, attraverso i soldati che tornano dal fronte di guerra.
Naturalmente il CMI è vivo e vegeto anche in Italia. È impossibile non accorgersi dei sintomi e delle sue ramificazioni.
Vi ricordo che in base alle nuove formule di conteggio del PIL, i costi per gli armamenti sono stati “riallocati” nel capitolo investimenti, non sono più costi.
Noi non ci stiamo ad essere stritolate in questi ingranaggi. Diamoci una mossa!
Vi lascio con questa bella canzoncina, in tema:

P.S. a proposito di violenza, vi segnalo che il prossimo 25 novembre, in occasione della Giornata contro la violenza maschile sulle donne, torna lo #ScioperoDelleDonne. Di cosa si tratta? Leggete bene qui:

Facebook

Sito

“Scioperiamo per fermare la cultura della violenza, per protestare contro tutte le ingiustizie che subiamo ogni giorno”.

Facciamoci sentire!

“Con proposte, idee da mettere in campo per la giornata del 25 novembre prossimo, con iniziative e manifestazioni in tutta la penisola da rilanciare sui social network e su tutti i media e fare di nuovo rete per una grande e partecipata Giornata contro la violenza maschile sulle donne. Che dia uno scossone – fortissimo – a tutte le teste di questo paese”.

Anarkikka per #scioperodelledonne

Anarkikka per #scioperodelledonne

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Non Una Di Meno - Milano

Contro la violenza maschile sulle donne e tutte le forme di violenza di genere

ilportodellenuvole.wordpress.com/

I tessitori di nuvole hanno i piedi ben piantati per terra

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