Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Biologia, percezioni e decisioni

utero47

 

Vi ricordate lo “Sputiamo su Hegel” di Carla Lonzi?

Per Hegel l’uomo è principio attivo e la donna principio passivo (mobilità dello spermatozoo e inerzia dell’ovulo).

Per Simone De Beauvoir “ci troviamo di fronte a un fatto al quale non si può dare né fondamento ontologico, né giustificazione empirica e la cui portata non sembra possibile cogliere a priori” (pag. 38, Il secondo sesso, Il Saggiatore, 1997). Sono immagini che restano alla base della nostra cultura e che inconsciamente restano lì, anche se scientificamente sono state superate, ed è stato dimostrato che il compito di spermatozoi e ovuli è fondamentalmente identico. Essi creano insieme un essere vivente “nel quale ambedue si perdono e si superano”. Le rappresentazioni di Hegel sono alla base di secoli di pensiero in cui il patriarcato ha costruito le sue mura difensive ideologiche e biologiche, tutto a spese delle donne.
Oggi tutti noi conosciamo i meccanismi biologici e fisiologici (almeno approssimativamente, visti i risultati non proprio brillanti di alcune recenti indagini tra i giovani sulla conoscenza del proprio corpo), ma poco ci interroghiamo sugli aspetti più profondi, non ci soffermiamo sulle implicazioni che hanno questi dati sul nostro modo di leggere la vita, nelle relazioni uomo-donna, sulla nostra psiche, sul nostro inconscio.

Premetto che il dato biologico non è e non può essere l’unica chiave di lettura, ma è una componente che va analizzata, come fece a suo tempo Simone de Beauvoir.
Prendiamo in considerazione la mestruazione o meglio il ciclo mestruale. Anzi partiamo dal fatto che dalla pubertà alla menopausa, la donna è “luogo” di una storia che si svolge in lei ma non la riguarda in quanto individuo. The curse (la maledizione), la mestruazione infatti non ha finalità individuali, indirizzate alla donna in quanto individuo, ma a un’ipotesi di vita “altra” rispetto a lei. Ai tempi di Aristotele, si pensava che il sangue mestruale costituisse il bambino in carne e sangue in caso di fecondazione. Come scrive Simone De Beauvoir “la donna abbozza senza tregua il travaglio della gestazione”. Ogni mese, e non solo stagionalmente, creiamo e disfiamo la nostra tela di Penelope. Dentro di noi si compie un ciclo continuo. Nella donna ogni mese si prepara la “culla” destinata a ricevere l’uovo fecondato, le pareti dell’utero si modificano e siccome queste trasformazioni cellulari sono irreversibili, se non c’è fecondazione tutta la struttura non verrà riassorbita, ma ci sarà una “distruzione” della mucosa, una sorta di sfaldamento dell’opera architettonica appena creata. Gli impatti sono di varia natura. Questo ogni 28 giorni. La donna “sperimenta il suo corpo come una cosa opaca, alienata, in preda a una vita ostinata ed estranea che in esso ogni mese fa e disfa una culla”. Si tratta di alienazione allo stato puro, cui non facciamo più caso perché percepiamo il ciclo come un evento naturale e ineluttabile. Se ci pensiamo bene, “la donna, come l’uomo, è il suo corpo, ma il suo corpo è altro da lei”. Come se ci fosse una sorta di dicotomia interna al corpo, che riusciamo a superare solo prendendone atto e lasciando che la natura faccia il suo corso.
L’alienazione da mestruazione se vogliamo si amplifica durante la gravidanza, dove la finalità “altra” raggiunge il suo apice.
Un po’ di sollievo a questo tipo di alienazione da ciclo e a questo essere alla mercé di un dato biologico, ci è arrivato dagli anticoncezionali, che danno regole nuove alle “regole”.

Sicuramente c’è stata una trasformazione dei significati del nostro “fare e disfare dentro”. Comprendete la portata di un anticoncezionale nella vita di una donna? Ci siamo sganciate dal nostro ruolo di incubatrici e di generatrici potenziali a oltranza. Abbiamo affermato il nostro io sul nostro corpo. Gli ormoni continuano a circolare, ma è come se per un tempo, che noi decidiamo, concedessimo al nostro corpo di dare un significato altro di quel fare ormonale.
Un discorso analogo ha il riconoscimento del diritto a un aborto sicuro e legale.
Sono tutti passi che affermano il nostro ruolo attivo.
Purtroppo non per tutte le donne è così, non in tutto il mondo è così: di questo dobbiamo esserne consapevoli.
Qui una storia che vi consiglio di leggere.
Mi viene in mente una cosa. Soggetti come Adinolfi e Ferrara (vista la loro posizione ideologica) potrebbero a breve ideare una raccolta firme per una legge volta a “salvare” tutti gli ovuli che noi donne non trasformiamo uno ad uno in bambini. All’assurdo e alla follia non ci sono limiti.
Di intrusione violenta nella vita delle donne e di obiezione di coscienza parla Furio Colombo (qui), con parole chiare e lucide.

Prossimamente vorrei soffermarmi ad analizzare i motivi per cui l’uomo si concentra sulle questioni riproduttive della donna, volendo impadronirsene e desiderando controllarle quasi come se il corpo della donna, la sua carne gli appartnessero di diritto. Come se il nostro “fare e disfare continuo” fossero suoi.
Mi torna in mente una battuta di padre Pizarro (personaggio creato da Corrado Guzzanti, qui al minuto 4 circa) che dice: “a noi ci interessa la vita dal concepimento alla nascita, già dopo un quarto d’ora non gliene frega più niente a nessuno. Per noi conta solo il feto, dal primo giorno, il parto e prima de morì. In mezzo c’è un grandissimo “chissenefrega”.

Anti-choice hypocrisy

Ecco, al di là delle battute, spesso avviene proprio questo. Noi vorremmo che quel “in mezzo” fosse maggiormente soppesato e considerato come fondamentale (i risultati di una scarsa attenzione all’infanzia si vedono come descrive qui Chiara Saraceno). Perché non considerarlo nei giusti termini può sottintendere che nessuno se ne occupi adeguatamente o che a farlo sia solo e soltanto una donna.

Vi consiglio la lettura di questo inserto pubblicato da Internazionale sul tema dell’aborto, contenente due articoli di Katha Pollitt.

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Produci, consuma.. sin da piccolo!

bimba studio

 

Il mondo è pieno di “battaglie” più o meno importanti. Oggi ho scoperto che c’è chi si batte per eliminare i compiti a casa. Un mostro che soffoca i poveri alunni!! Attenzione pericoloso, maneggiare con cura.
Ho letto questo articolo e sono in linea di massima d’accordo con le sue linee generali. Ma vorrei sottolineare che i compiti sono un modo per far acquisire ai propri figli una graduale autonomia nello studio. Altrimenti ci troveremo un mucchio di adolescenti o di ragazzi alle soglie dell’università, che non sapranno da che parte iniziare per preparare una tesina, un esame, una ricerca, un lavoro che implica uno studio sistematico e organizzato. I compiti a casa non sono stati ideati per capriccio, ma per preparare i bimbi e i ragazzi a un tipo di studio in cui la concentrazione, l’organizzazione, il metodo sono gradualmente acquisiti e diventano gli strumenti per poter affrontare ciò che ti verrà richiesto non solo all’università, ma soprattutto nella vita. Si impara a fare da sé, a ragionare da sé, a riflettere, attraverso lo sforzo personale, sbattendo la testa sui libri, un po’ ogni giorno. Lo studio di gruppo, che in alcuni casi è importantissimo, non permette di sviluppare le stesse capacità. Per cui io sono per un sistema misto. Personalmente penso che il lavoro da soli a casa serva a consolidare ciò che si è appreso in classe, che dia la possibilità di soffermarsi su alcuni punti e di evidenziare eventuali aspetti non chiari, da approfondire successivamente con l’insegnante. Con i compiti a casa impari a organizzarti il tempo, a capire quanto ti serve per ciascuna materia, a velocizzare e a razionalizzare il tuo studio, insomma a fare cose che ti serviranno in futuro. Naturalmente, anche i compiti a casa dovrebbero essere dispensati con intelligenza e devono rientrare in un progetto educativo ben strutturato dall’insegnante. In pratica, gli insegnanti dovrebbero saper strutturare la didattica in modo tale da massimizzare al meglio i risultati del tempo di studio a scuola e a casa.
Torniamo al desiderio di cui parlavo all’inizio del post.
Ho riflettuto a proposito e sono giunta a una conclusione. Sapete il motivo? I figli devono essere “compiti free” sia durante la settimana, ma soprattutto nei weekend, per poter seguire i genitori nei loro tour di acquisto, shopping, montagna, sport, perché così l’economia gira. Se i genitori e i figli son bloccati a casa dalla “zavorra” dei compiti, non possono sufficientemente adempiere al loro ruolo di consumatori compulsivi. I compiti tagliano una fetta di consumo. Chissenefrega del domani, dell’autonomia dei figli nello studio ecc. NULLA!! Siamo talmente ciechi e sordi!

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#25novembre tutto l’anno

Illustrazione di Marika Sorangelo per il progetto “Insieme contro la violenza”

Illustrazione di Marika Sorangelo per il progetto “Insieme contro la violenza”

 

Tra il mese di ottobre e di novembre ho cercato di analizzare le molteplici sfaccettature della violenza. Ho iniziato in anticipo rispetto al 25 novembre, perché è attorno a questa data che si susseguono i soliti teatrini, bilanci, dati, indagini, eventi e atti di circostanza, poi si torna nel silenzio generale. Mi piacerebbe che ci fosse un dibattito permanente lungo tutti i 365 giorni dell’anno. Non è sufficiente ratificare la convenzione di Istanbul e poi dare una parvenza di interesse un solo giorno all’anno. Se poi è tutto un mero dato di cronaca nera, senza un approfondimento serio, si capisce che siamo sempre al palo. La percezione della violenza domestica (qui) parla da sé.

Oggi voglio lasciare la parola a Emma Baeri che in un articolo del 30 ottobre, dava una importante lettura della violenza. Ogni volta che ascolto o leggo un intervento di Emma Baeri non posso che ringraziarla per il suo lavoro incessante e sempre profondo. Il suo rimarcare il fattore culturale è cruciale, così come la necessità di un lavoro a partire dalle stesse donne.

“Emma Baeri, storica, scrittrice e femminista catanese di lungo corso lo dice chiaramente: «Le statistiche dicono che la maggior parte delle violenze sulle donne e dei femminicidi avviene tra le mura domestiche, perpetrate da uomini bianchi, occidentali».
La violenza è un fatto culturale, riguarda quel patriarcato che definisce il rapporto tra uomo e donna in termini di dominio e sottomissione.
Quella contro il femminicidio è una battaglia che deve essere combattuta prima che sul piano dell’ordine pubblico su quello dell’educazione sentimentale. Non è inasprendo le pene che gli uomini smetteranno di considerare le donne una loro proprietà», «Le bambine vengono educate da sempre alla generosità e alla comprensione, secondo un modello per il quale il loro essere potenziali generatrici di vita le renda automaticamente un prototipo materno – prosegue Baeri – È un condizionamento profondissimo, che viene da lontano. Perché di fronte alla pretesa di possesso degli uomini, le donne tendono a essere disposte a capirli. Non è che ci stanno, è che è stato insegnato loro a comportarsi così». Ma «dall’accettare un rapporto asimmetrico all’accettare una violenza o un assassinio ne passa».
«Se la dominazione dell’uomo sulla donna fosse un fatto naturale, allora tutti gli uomini dovrebbero avere una tendenza al predominio, io mi rifiuto di pensare che sia così – continua la docente – E comunque: la cultura è riuscita a modificare taluni comportamenti ferini, quindi non vedo perché questo non possa essere cambiato altrettanto.

(…)

l’unico modo per cambiare un modello patriarcale è interferire con la sua diffusione sin dalla scuola». Non bisogna, però, rivolgersi soltanto agli uomini, ma anche alle donne: «Elizabeth Cady Stanton nel 1848 disse che le donne devono imparare a essere giuste verso se stesse prima che generose verso gli altri perché gli altri imparino ad avere cura di loro. Lavorare su come noi vediamo noi stesse è una rivoluzione eccezionale, che necessita di tempo».
E anche se da più parti, pure in politica, si invocano maggiori tutele per il genere femminile, per Baeri ci sono alcune precisazioni da fare: «Il bisogno di protezione non deve sancire una minorità, deve invece preservare una differenza biologica e culturale vitale. E deve passare il messaggio che le tutele non sono necessarie solo per le donne, ma per tutta la comunità: come diceva Marie-Olympe de Gouges nel 1791, come la tutela di una donna in maternità è un bisogno per tutti, così una donna picchiata, violentata e uccisa è una macchia per una società intera». A un’uguaglianza formale tra uomini e donne serve aggiungerne, adesso, una sostanziale: «C’è molto da ottenere – conclude Baeri – Si pensa che i panni sporchi vadano lavati in casa, invece il personale è politico. Tutto quello che riguarda una persona riguarda la politica. E i passi avanti non devono essere fatti solo da chi ha bisogno di ulteriori strumenti culturali. Quanti sono gli uomini con grandi ideali di democrazia per i quali essere violenti con le loro partner è assolutamente normale?»

 

Vorrei ringraziare la Casa di accoglienza delle donne maltrattate di Milano (CADMI), che compie un importante sostegno sul territorio. Vi consiglio le loro guide qui.

Si parla anche di violenza economica, poco riconosciuta e spesso sottovalutata.

Vi lascio con questa selezione di parole di Adrienne Rich. Grazie a Pina Nuzzo.

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Non più persona

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Sabato 22 novembre, in occasione della Settimana rosa di Zona 7 contro la violenza sulle donne, il gruppo Donne a Confronto e l’associazione Dimensioni Diverse, in collaborazione con l’associazione Diesis, hanno presentato il monologo  “Con queste mani”, scritto da Mariella De Santis, mia conterranea.

Qui, l’evento su FB, con qualche dettaglio.

Il lavoro dell’autrice prende ispirazione dall’intervista di Emilio Quadrelli, pubblicata su “Alias” il 3 febbraio 2007 con il titolo “Anna e le altre. Carne da macello”, ma accoglie in sé altre storie che Mariella De Santis ha incontrato e raccolto nel corso della sua storia professionale di assistente sociale. Si tratta di versi pieni di energia, che scava dentro e porta ai nostri occhi tutta una serie di spunti di riflessione. Mirabile esempio di come l’arte in versi può rendere più incisivi dei messaggi molto importanti. L’arte che parte dalla realtà e la porge alle nostre menti, affinché scatti in noi qualcosa, dandoci la possibilità di riflettere a fondo. L’interpretazione incarnata dalla bravissima e intensa Lorella De Luca, rapisce lo spettatore per 40 minuti. Performance che riesce a trasmettere perfettamente il mondo interiore della protagonista. Lorella De Luca dimostra di sentire la donna che rappresenta, c’è un trasporto particolare che a nessuno spettatore può sfuggire. Il corpo e la voce dell’attrice rappresentano perfettamente l’apparente forza della donna, deumanizzata in seguito a innumerevoli violenze subite, “non più persona”, da tanto, troppo tempo. Vibra in lei una vita che non le appartiene più, un corpo che è sopravvissuto all’anima, a causa di un istinto vitale che inchioda a continuare una vita a metà, una vita in cui non si crede più. Dicevo apparente forza, quasi una corazza a proteggere quel corpo materiale e emotivo reso fragile e senza più speranze o sogni (viene accennato il sogno che spinse molti a cercare una vita migliore in Italia nei primi anni ’90). I pugni chiusi dell’attrice, a rappresentare il dolore trattenuto a stento dentro, che però sfugge e lascia trapelare solo odio e diffidenza nei confronti del genere umano. Un’esperienza che segna per sempre e che ti indurisce l’anima. L’autrice nel finale, che non è un happy ending semplice, ha voluto inserire un’alternativa alla violenza che ha invaso ogni angolo della storia. Ha creato un varco, un segnale che qualcosa di diverso è possibile, nonostante tutto, nonostante sembri che la violenza abbia prevalso nella giovane protagonista, fiaccando ogni aspetto umano. Segna una possibilità, nonostante tutto.

Non sono temi semplici e molte delle cose che vi si raccontano non sono note a tutti. Vi consiglio la lettura di tutta l’intervista di Emilio Quadrelli (prima e seconda parte), per entrare nel contesto in cui ci muoviamo.

Questo spettacolo permette di portare alla luce numerosi aspetti: il vero volto delle missioni di pace e degli interventi militari contemporanei, la natura di una certa imprenditoria italiana all’estero, la tratta, la prostituzione, la matrice della violenza sulle donne, con molte attinenze a fenomeni molto vicini a noi.

Come è stato precedentemente accennato, a monte di questo spettacolo ci sono delle donne vere, in carne, ossa, anima e pensieri. Ci sono le loro storie che devono essere raccontate e che ci devono portare a riflettere. Milena, la protagonista del monologo, è ispirata ad Anna, una giovane albanese rapita a 13 anni nel 1996 per lavorare in una fabbrica italiana in Albania. Nel 1998 viene costretta a prostituirsi per i militari prima (rientra nel “logistico” al seguito delle truppe delle missioni militari), per i turisti dopo e poi arriva la guerra in Kosovo. Molte ragazzine e ragazzini (età media 12 anni) finiscono nel giro di prostituzione internazionale (Arabia Saudita, Kuwait, Emirati del Golfo ma anche in zone come le Filippine e la Thailandia).

Nell’intervista di Quadrelli, Anna afferma:

“Una bestia che è stata terrorizzata ha solo due possibilità o soccombe come una cavia da laboratorio o si trasforma in belva, meglio la seconda ipotesi”.

Anna verrà liberata dalla sua vita da schiava, dal fratello che fa parte di in un gruppo di trafficanti di armi. Anna intraprenderà la stessa vita del fratello, perché una vita “normale” è impossibile da costruire, da immaginare, da vivere dopo quello che ha subito. Vorrei riprendere un passo dell’intervista:

“Nella sua sconcertante banalità la storia di Anna è tuttavia in grado di raccontare qualcosa di significativo sulle guerre contemporanee. Le popolazioni, soccorse e/o liberate, agli occhi degli occidentali non sono altro che animali e in particolare uno: il maiale. Al pari di questo, di loro, non si butta via niente. La loro veloce e continua riconversione in una qualche attività utile e proficua per l’uomo bianco non sembra conoscere intoppi di qualche sorta. Alla fine rimane solo la verità vera delle guerre attuali il cui tratto neocoloniale è difficile da ignorare. Allora vale forse la pena di ricordare che è pur sempre dai nostri territori che tali operazioni prendono il via e che, a ben vedere, la differenza tra missioni militari, civili, economiche e finanziarie non sono altro che gradi e articolazioni diverse ma complementari di un unico modello di dominazione. Resta da chiedersi chi, sottigliezze teoretiche a parte, tra le donne e gli uomini del Palazzo da tutto ciò può realisticamente chiamarsi fuori”.

Il territorio straniero diventa una terra di nessuno, in cui ogni nefandezza è ammessa, quasi come se si creasse un buco nero dei diritti e del rispetto degli esseri umani, un territorio di caccia in cui il maschio imbevuto di mentalità di dominio e sopraffazione di stampo patriarcale ha campo libero.

Secondo la sociologa francese Michel (qui un mio post in merito), la violenza che si impara ad esercitare sui campi di battaglia viene poi reimportata in patria, in occidente, attraverso i soldati che tornano dal fronte di guerra. Ma io dico che la violenza esiste già prima di arrivare sul campo di guerra (così come per gli interventi “di pace” o umanitari), non può essere solo una conseguenza della guerra, perché un uomo che arriva a comportarsi così come è accaduto ad Anna, ha in sé il seme della violenza e una mentalità che vede la donna come un oggetto senz’anima. Inoltre, un uomo come quelli che ha incontrato Anna, che distingue la moglie, la madre, le figlie (le donne sante) e tutte le altre, animali su cui abusare, ha in sé qualcosa di malato e probabilmente in cuor suo non opera alcuna distinzione, per lui sono comunque esseri inferiori. Le donne sono ovunque oggetto di violenze e di sfruttamento. Ancora oggi assistiamo a fenomeni di questo tipo, le donne rumene schiave nei campi siciliani, per non parlare delle vittime della tratta della prostituzione, trasportate come merce laddove la domanda è maggiore (vedi Expo 2015).

Si rende necessario un approccio concreto, che scandagli un universo maschile che è quello della nostra quotidianità. Sono uomini che popolano le nostre città, non sono marziani. Sono uomini che vivono accanto a noi, possono essere mariti, fratelli, amici o semplici conoscenti.  Resta in piedi la domanda conclusiva di Quadrelli: chi può chiamarsi fuori? E qual è il ruolo delle donne nelle istituzioni (così come in tutti i luoghi decisionali o che possono incidere) per combattere queste nefandezze? Dov’è la nostra indignazione?

Qualche immagine scattata nel corso della serata.

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Nessuno spartiacque

quadro

Ieri in Consiglio di Zona 7, nell’ambito delle iniziative della Settimana rosa contro la violenza sulle donne, ho partecipato alla presentazione di alcuni dei progetti e degli sportelli che il Comune di Milano mette a disposizione a sostegno delle donne maltrattate e soggette a violenze. Un incontro organizzato dalla Commissione cultura e dalla Commissione diritti e politiche sociali di Zona 7, per informare la cittadinanza sui servizi territoriali disponibili e per fare un bilancio della situazione. Ho registrato una partecipazione a stragrande maggioranza femminile e con la fascia under 40 quasi del tutto assente. Nadia Muscialini, responsabile di Soccorso Rosa (per info: qui, qui, qui e qui), centro antiviolenza presso l’ospedale San Carlo Borromeo di Milano, ci ha fornito i dati del servizio. Nei primi nove mesi del 2014, gli accessi di donne che hanno dichiarato di essere state vittime di violenza sono stati 420, di cui 186 sono poi giunti a denuncia formale e sono approdati all’iter giudiziale. Si tratta di un percorso che non tutte scelgono, o quantomeno ci vuole un po’ di tempo prima di arrivarci. L’età delle donne si è abbassata: sono sempre più i casi di giovani tra i 13 e i 15 anni. Sorprende l’incremento di donne oltre i 60 anni, che probabilmente grazie alle campagne di informazione antiviolenza, decidono di uscire dall’ombra di una violenza domestica durata decenni. Nel 2014 c’è stata un’impennata dei casi di donne italiane, il 98% del totale (sarebbe da approfondire anche i motivi per cui le donne migranti che si rivolgono agli sportelli sono diminuite). La perdita del lavoro, le difficoltà economiche, i matrimoni interculturali le cause addotte, che creano “fantasmi nelle menti maschili che portano a compiere atti di violenza”. Poi spiegherò la mia visione. C’è una stretta collaborazione delle forze dell’ordine della Polizia municipale (attraverso un servizio di tutela di donne e minori) alle attività degli sportelli e dei servizi comunali antiviolenza. Solo in un caso una donna è stata affidata a una struttura protetta. Solitamente si cerca di allontanare il maltrattante, di assegnare la casa familiare alla donna e di affidare i figli alla madre. In questo modo si cerca di non penalizzare la donna, ci hanno spiegato. Nadia Muscialini ha anche presentato il progetto Di Pari passo nelle scuole secondarie di primo grado contro la violenza di genere, per fornire ai ragazzi gli strumenti per decodificare messaggi e stereotipi di genere. È intervenuta Benedetta Rho, operatrice del Centro di mediazione sociale del Settore Sicurezza e coesione sociale di Milano, qui i dettagli. Le funzioni di questi sportelli, sono essenzialmente volte a fornire un “ascolto di base”alle persone, cercando di individuare precocemente fenomeni di maltrattamento e di violenze domestiche celate in conflitti familiari generici. Da gennaio a fine ottobre del 2014 sono giunti 42 casi di stalking, 25 maltrattamenti, 20 maltrattamenti sospetti, 57 lesioni o minacce intrafamiliari. Quest’anno si sono registrati 6 casi di uomini violenti che si sono rivolti al servizio per avviare un percorso di “cura” del loro problema. Alcuni uomini si rendono conto di avere problemi di questo tipo e iniziano a chiedere aiuto. Potrebbe essere un buon segnale, anche se non mi hanno saputo dire i risultati di questi interventi. Si cerca di monitorare i vari casi, le vittime come i maltrattanti (la cui età oscilla tra i 30 e i 50 anni). Una volta riscontrato un maltrattamento o una violenza si rimanda alle strutture idonee per proseguire l’iter. Ci sono operatori che lavorano anche nelle carceri (Bollate, Opera e San Vittore) per seguire gli uomini condannati per reati di violenza sulle donne, in modo tale da accompagnarli in un percorso dentro e fuori dal carcere, per evitare che il reato si reiteri. Non ci sono dati nazionali sulle recidive di questi reati. Benedetta Rho ha parlato della sua esperienza e ha registrato un 2% di casi recidivanti. Il Comune di Milano ha creato una rete di servizi che seguono in modo diverso e complementare le donne vittime di violenza. Devo fare le mie considerazioni critiche. Ieri pomeriggio ci sono stati due errori di fondo, intrecciati tra loro. Il primo è stato quello di privilegiare le violenze domestiche, trattando come marginali e residuali tutte le altre forme di violenza materiale e psicologica di cui una donna può essere oggetto. Nessuno può mettere in dubbio che per numero e per incidenza la violenza tra persone unite da legami familiari o affettivi sia in netta maggioranza, e che questo tipo di violenze hanno una durata temporale considerevole (si parla di un tempo di circa 6 anni prima di giungere a una denuncia del maltrattante). Mi rendo conto che le soluzioni alle violenze domestiche sono peculiari e tarate su questo tipo di fenomeno. Ma operando un distinguo, creando uno spartiacque tra le violenze, si rischia di creare violenze di serie A e di serie B. Questo accade perché non si va alle radici comuni della violenza. In questo blog ho cercato di scandagliarle il più possibile, analizzando i fenomeni e le cause. Ieri pomeriggio si parlava di una generica cultura che alimenta la violenza, si parlava di fattori economici e di crisi quali scatenanti. Posta in questi termini la questione può assumere contorni classisti, come se fosse solo una questione di ignoranza, di povertà e di precarietà. In realtà sappiamo bene che non è così e che se parliamo unicamente in questi termini è perché vogliamo allontanare da noi i mostri. Questi mostri sono interclassisti e sono presenti anche a livelli culturali elevati. Quei mostri possono entrare nella vita di tutte le donne, indipendentemente dalla condizione sociale o economica di appartenenza. Quei mostri si insidiano tanto tra i professionisti, quanto tra gli operai, tra i disoccupati, tra i precari, tutti, nessuno può sentirsi “puro”, incontaminato. Nessuno può chiamarsi fuori. Anziché parlare di cultura in termini generici, nominiamo la cultura patriarcale, spieghiamo in cosa consiste, analizziamo le sue radici e la sua tenacia e pervasività nella nostra società. Ieri ho sentito un vuoto. Il patriarcato è un fardello troppo pesante da nominare e da includere nel dibattito. Il patriarcato assomiglia a un fantasma del passato, mai passato, una presenza purtroppo tuttora forte e viva che ingombra le nostre vite. Ecco che è importante la presenza e la testimonianza  viva di un pensiero femminista. Ieri ho cercato nel mio intervento di far emergere questi punti critici, ma non ci sono riuscita. Mi sono sentita un po’ sola. Ma non per questo demordo. Senza una analisi completa del fenomeno non si riesce a capire come mai la percezione della violenza di genere in Italia ha caratteristiche tanto preoccupanti, quali emergono dal rapporto Rosa Shocking di Ipsos (qui). Altro fattore che ieri ho sottolineato è come i fondi ministeriali antiviolenza abbiano subito una ripartizione poco uniforme (qui un approfondimento), privilegiando i progetti regionali già operativi (che comprendono anche i servizi all’interno degli ospedali o gli sportelli comunali ad hoc), a discapito degli operatori “indipendenti”, come quelli appartenenti a D.i.R.e, Donne in Rete contro la violenza, la rete nazionale dei centri antiviolenza e case delle donne. Bisogna far girare tutte le informazioni, far arrivare alla gente ogni dettaglio, far sapere come i soldi vengono distribuiti. Altrimenti viviamo in un mondo che è perfetto solo in apparenza. Non accontentiamoci, andiamo a fondo SEMPRE!

Ringrazio Valeria Luzzi e Alice Arienta, che presiedono le due commissioni di Zona 7 e che hanno organizzato questo incontro.

Aggiornamenti

Ho trovato questo articolo sui centri per recuperare gli uomini maltrattanti. Ecco, stiamo attente al rischio “che si provi a reintrodurre sottobanco l’approccio della mediazione dei conflitti per i casi di violenza contro le donne”. Insomma, vale il solito consiglio, “maneggiare con cura” ed evitare derive, strumentalizzazioni e depistaggi.

Mi ritrovo con quanto sostiene in merito, Marisa Guarneri della Casa delle donne maltrattate di Milano (LINK):

LA QUESTIONE MASCHILE
Mi sembra siamo dentro una questione maschile che si differenzia dalla posizione politica “la violenza è un problema degli uomini”. Questa posizione ribaltava simbolicamente il senso delle responsabilità: dalle vittime a cui si chiedeva conto della violenza subita, a chi la violenza la agiva . Posizione politica liberatoria e feconda che ha portato a molte riflessioni e prese di posizione interessanti (v. Maschile Plurale). Oggi mi sembra che il significato di questa posizione è mutato, porta altri significati e responsabilizza il maschile rispetto a come e perché le relazioni uomo /donna svoltino nella violenza e nelle uccisioni di donne, figli, parenti ecc. L’analisi del fenomeno, in tutte le sue caratteristiche, mi ha stufato da tempo. I risultati non cambiano le donne continuano a morire e molto male. Il maschile dilagante mi rappresenta una serie di Istituzioni – magistratura, forze dell’ordine, welfare, rapporti di vicinato ed amicali, famiglie come incapaci di affrontare la questione e quasi stupiti che le cose vadano così come vanno! La rabbia non mi lascia, anche dopo tanti anni di vicinanza con le donne che la violenza l’hanno incontrata e ci si sono scontrate duramente. Ed al lora questi cori di magistrati e politici addolorati mi parlano di complicità, copertura, mediazioni al ribasso ai danni d elle donne. Eccola la vera questione maschile : ritrarsi quando la situazione si fa difficile, non saper dare giudizi netti e fare atti coraggiosi verso chi la violenza la compie, e non la riconosce come propria, anche se appartiene alla mia parrocchia .
Marisa Guarneri 22.10.2014

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STEREOTIPI VECCHI E NUOVI

Negli ambienti che si occupano di “violenza di genere” circola un nuovo stereotipo. Fare azioni a favore dei maltrattanti (uomini che hanno fatto, fanno, vorrebbero fare violenza alle donne) fa bene alle donne ed alla società. Sulla società sorvolo per il momento, ma per quanto riguarda le donne come per ogni stereotipo, la favola diventa realtà provata e crea entusiasmo.
Che bello si sente dire – specialmente dagli uomini – abbiamo trovato la risoluzione del problema violenza, ci si può occupare e riabilitare questi uomini.
Ovviamente non è vero, ma vediamo perché.
Non è solo questione di statistiche (andiamo a vedere i risultati concreti delle varie iniziative in Italia e non solo), ma di metodi che nell’ebbrezza della nuova esperienza si dimenticano di proteggere le vittime di quegli stessi uomini che seguono..
Si sfumano i confini della segretezza e dell’anonimato che sono indispensabili al percorso delle donne. Certo in buona fede…
I percorsi di lui e di lei si confondono nella collaborazione fra le diverse Equipes, e spunta, mai domata, la mediazione che riduce a conflitto la più grave delle violenze.
Ultima, ma non meno importante …che sollievo per le Istituzioni finanziare progetti che mettono al centro gli uomini e fanno delle donne una variabile dipendente e finalmente più silenziosa.
La trappola è ben orchestrata, i Centri antiviolenza si ritrovano sullo sfondo e quasi in dovere di collaborare a questi progetti.
Sembra scortese e fuori moda non partecipare a progetti, iniziative e dibattiti su questo tema. Per alcuni soggetti para-istituzionali la scelta è strumentale, per altri soggetti può essere una buona soluzione per non affrontare a partire da sé il rapporto maschilità/violenza.La vicenda di Maschile Plurale insegna. In sintesi rimettere al centro gli uomini è una risposta che può essere difensiva e questo, dico la verità, non mi interessa, ma è anche un pericolo simbolico e pratico per le donne.

Lo sguardo scivola lontano dalla relazione uomo/donna e si ferma ad analizzare la relazione uomo maltrattante/violenza. Sinceramente mi sembra lontano dal desiderio che stava nel convegno “Le parole non bastano” del 2012 promosso dalla Casa delle Donne Maltrattate di Milano e Maschile Plurale di allora. Proposta e progetto che vedeva nella relazione fra uomini e donne lo strumento per combattere la violenza contro le donne stesse e per una nuova e più vera identità maschile.

Parliamone… gli stereotipi vanno combattuti, sempre.
Marisa Guarneri  6/10/2014

Per affrontare il tema della violenza domestica, colgo lo spunto di Lea Melandri e vi propongo la lettura di questi passaggi di Antonella Picchio.

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Donne e Pianeta

© Anarkikka

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Sono stata sollecitata da un commento su FB di Elena al mio post La Natura, l’Altro e l’Altra, sul passaggio uomo-natura. Tra le problematiche femminili-femministe e le tematiche ambientali il passo è breve. L’uomo è stato da sempre impegnato nel tentativo di dominazione e di sottomissione della natura (come aveva rilevato Massimo Lizzi in un commento al mio post), quasi sempre incurante delle conseguenze di queste azioni. Il suo fare è stato sempre rivolto all’oggi, mai al domani e nemmeno alle future generazioni, se non in termini di passaggi ereditari, di trasferimento della “roba”, della terra come proprietà privata, bene non in sé ma in quanto simbolo di potere e di dominio (sarebbe anche interessante approfondire la tematica della redistribuzione delle risorse in una comunità). La donna ha in sé una radice di materna, una caratteristica propria del suo genere, che, sia chiaro non deve fissarla unicamente nel ruolo di madre biologica, ma che la aiuta a farsi madre rispetto al mondo, alla natura, alle future generazioni. Questo istinto che la porta a uscire da sé e ad avere e ad attuare una prospettiva ampia, aperta e in avanti, ci riallaccia al tema della cura per il nostro pianeta. Elena mi ha suggerito il testo La filosofia della crisi ecologica di Vittorio Hösle del 1992.

“Le catastrofi ecologiche sono la sciagura che incombe su di noi in un futuro non più lontano; nonostante tutti gli sforzi collettivi per rimuovere tale prospettiva, nonostante tutte le strategie sviluppate per rassicurarci e tranquillizzarci, nel frattempo questa convinzione si è consolidata nelle coscienze della maggior parte delle persone e costituisce il cupo sottofondo del senso della vita per la giovane generazione dei paesi più sviluppati”.

Salvo sporadici slanci di cambiamento, solitamente si reagisce con l’apatia, l’indifferenza, in una folle corsa verso l’inesorabile abisso al quale sembriamo destinati. Per cui ci perdiamo nell’edonismo del carpe diem, fregandocene del resto. Soprattutto, molto spesso “ragioniamo” (o meglio sragioniamo) per categorie stagne. Ma queste modalità non appartengono alla pratica filosofica. Ecco come la filosofia può aiutarci.

“la filosofia si occupa della verità, e precisamente non di questo o quel singolo momento di essa, ma della verità che concerne la totalità dell’essere; e in questa totalità l’uomo, unico essere naturale a noi noto in grado di udire la voce della legge morale, occupa un posto particolare. La filosofia non può restare indifferente di fronte al suo destino. Nessuno dei grandi filosofi si è sottratto alle emergenze del proprio tempo […] quindi nel momento in cui è in gioco non solo il destino del proprio popolo, ma anche quello dell’umanità e di gran parte della natura animata, essere indifferenti significa tradire la causa della filosofia”.

Probabilmente dobbiamo indagare sul versante della razionalità asettica dell’uomo, che ha pian piano rimosso una soggettività intrinseca della Natura, per giustificarne un controllo privo di limiti e regole. Il controllo è diventato sempre più un sopruso, uno sfruttamento, un depredare, un succhiare risorse, unicamente per massimizzare ricchezze personali, la produzione, nel nome del progresso economico e di un benessere cieco ed egoistico. Apro una piccola parentesi. Mi viene in mente che non dappertutto è stata negata la soggettività e una sorta di coscienza di sé della natura. Penso a luoghi come il Giappone, in cui lo shintoismo ha coniugato l’animismo autoctono al Taoismo. Mi raccontava una ragazza giapponese, che conobbi qualche anno fa: per loro ogni cosa è dotata di un’essenza in sé, per cui c’è una sorta di rispetto nei confronti di ogni elemento del mondo (aspetto che si ritrova anche nel rapporto con il cibo), soggetto e non solo oggetto della nostra percezione esperienziale. C’è una mentalità diversa, o almeno c’era in origine. Perché poi anche il Giappone e altri paesi orientali hanno scelto di mettere da parte questa originale idea e di buttarsi nell’economia e nella produzione di tipo occidentale, anche a scapito della natura. Nel mio post analizzavo il passaggio dal dominio sulla Natura, a un controllo sugli altri uomini (quindi alla società) e sulle donne. Hösle suggerisce una ridefinizione nel sistema di valori e delle categorie.

“Sarebbe erroneo ritenere che la crisi ecologica possa essere superata per mezzo di provvedimenti di natura esclusivamente politico-economica. Se la crisi ecologica ha le proprie radici in certe direttrici spirituali che hanno condotto a determinati valori e categorie, non si potrà conseguire un mutamento radicale se non correggendo questi valori e categorie. Probabilmente al centro di questa trasformazione vi dovrà essere il concetto di natura; il rapporto tra l’uomo e la natura dovrà essere impostato in un modo diverso da come viene impostato in gran parte della filosofia e delle scienze moderne”.

Quindi, mi viene da aggiungere, anche attraverso la ri-fondazione di un rapporto Uomo-Uomo-Natura-Donna circolare, che abbracci, includa, capace di una dialettica costruttiva e non volta all’annientamento dell'”Altra parte”. Eliminare la dimensione morale ha di fatto aperto la strada a ogni tipo di sopraffazione, che oggi prende la forma del neoliberismo. Riprendo quanto rilevavo al principio di questo post. La deumanizzazione e la collocazione del soggetto donna a un gradino inferiore dell’umanità (continuando a rinviare le soluzioni concrete delle disparità di genere, sottovalutando, ridimensionando o addirittura negando tutte le forme di violenza che le donne devono subire), così come la privazione della soggettività della Natura, sono in realtà tutti sintomi e strumenti di un dominio e di una sopraffazione dell’uomo sulla donna come sul pianeta. Le violenze hanno la stessa radice valoriale e culturale. Per questo motivo penso che l’appello che l’IWECI (International Women’s Earth and Climate Summit) lanciò un anno fa debba essere ripreso, sostenuto. Siamo noi donne che dobbiamo rinnovare gli approcci, le analisi, le soluzioni, le chiavi di lettura dei fenomeni. Siamo noi donne che dobbiamo saper recuperare le nostre doti prospettiche per non lasciare che l’intero pianeta sprofondi nell’abisso. Colgo l’invito per il #25Novembre di Politica Femminile, da cui ho tratto il seguente pezzo dell’attivista e ambientalista indiana Vandana Shiva.

“ho più volte sostenuto che lo stupro della Terra e lo stupro delle donna sono intimamente connessi – sia metaforicamente, nel modo di cui si costruisce la visione del mondo, sia materialmente: nel modo in cui si costruiscono le vite quotidiane delle donne. (esiste) connessione tra lo sviluppo di politiche economiche violente ed inique, e l’aumento di crimini contro le donne. […] L’idea di una crescita illimitata in un mondo limitato può mantenersi solo attraverso il furto delle risorse del debole da parte del potente. E il furto di risorse, essenziale per la crescita, crea una cultura dello stupro: lo stupro della terra, delle economie locali autosostenibili, lo stupro delle donne. […] dobbiamo cambiare il paradigma dominante: porre fine alla violenza contro le donne significa anche superare l’economia violenta a favore di economie pacifiche e non violente, capaci di rispettare le donne e il Pianeta”.

Da La Rete delle reti femminili: la Premio Nobel ‪‎Jody Williams‬.
https://www.youtube.com/watch?v=ZRz-OLu324U

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La Natura, l’Altro e l’Altra

Adamo ed Eva, Marc Chagall, 1912

Adamo ed Eva, Marc Chagall, 1912

 

Oggi esplorerò il versante filosofico puro di Simone de Beauvoir. Un po’ ostico? No, vedrete che sarà un viaggio piacevole. Parto da questo estratto de Il secondo sesso, per fare qualche considerazione filosofica, che è necessaria per il punto a cui desidero arrivare. Vi allego qui pagg. 187-188 de Il secondo sesso.
Si parte dal presupposto che “il soggetto cerca di affermarsi, l’altro lo limita e lo nega se gli è necessario; il soggetto non si realizza che attraverso questa realtà estranea“. In parole povere, l’individuo ha bisogno di una dimensione duale per esplicare e dare misura della sua esistenza. Condizione di scontro, lotta, confronto, contrapposizione. L’altro, su cui il soggetto cerca di affermarsi, gli è necessario: non si tratta di un rapporto monodirezionale, perché in realtà è reciproco, la necessità del soggetto passivo è speculare a quella del dominante. In prima istanza esiste il rapporto uomo-natura, che l’uomo può cercare di dominare, controllare, sottomettere, può impadronirsene. Ma la natura non è in grado di soddisfarlo appieno, perché o si realizza come opposizione astratta, pura, restando un ostacolo estraneo, oppure, si lascia dominare, ma in questo caso l’uomo la consumerà e la distruggerà. In questo rapporto con la natura, l’uomo resta comunque solo. Anche la scoperta di avere un ruolo nella procreazione (ne avevo parlato qui) per l’uomo ha rappresentato una vittoria sulla natura, un altro esempio di come l’uomo può controllare la natura, interagire con le sue regole e impadronirsene.
Perché ci deve essere una coscienza altra (da me) ed è necessario che questa sia cosciente di sé, e che in qualche modo io possa riconoscermi in essa. Riporto fedelmente: “Non v’è presenza dell’altro che se l’altro è presente a sé; in altre parole, la reale alterità consiste in una coscienza separata dalla mia e identica a sé”.

Quindi avviene un ulteriore passaggio: l’uomo in rapporto all’altro uomo. Nel rapporto con gli altri uomini, l’uomo sperimenta e realizza la sua trascendenza (in senso esistenzialista): l’uomo alla perenne ricerca di superare se stesso, di elevarsi rispetto alla natura e agli altri (cosa preclusa per secoli alla donna, confinata in ruoli predeterminati, fissi, statici, immutabili che non le permettevano di sperimentare e di mettersi alla prova e superarsi). Questa relazione implica però dei rapporti di forza che mettono a dura prova la libertà del singolo uomo, perché “ogni coscienza pretende di porsi come soggetto unico e sovrano. Cerca di realizzarsi precipitando l’altra in schiavitù“. In pratica, c’è una eterna lotta di affermazione sull’altro, logica impressa nelle relazioni e ineludibile, perché necessaria ad esse e alla loro piena sperimentazione e realizzazione. C’è un passaggio successivo: lo schiavo, “nella fatica e nel terrore, sperimenta se stesso come essenziale, e per un rivolgimento dialettico, è il padrone che appare ora l’inessenziale”. È il rapporto di reciprocità e di specularità di cui parlavo all’inizio. I rapporti sono sempre intrecciati e ribaltabili, si possono osservare da angolature diverse e si troverà sempre il rapporto dialettico signore-servo di Hegel. Alla base della filosofia di Simone De Beauvoir c’è proprio questo.
Il conflitto padrone-schiavo potrebbe risolversi con “un libero riconoscersi di ciascun individuo nell’altro, ciascuno ponendo insieme sé e l’altro come oggetto e come soggetto di un movimento reciproco”. Questo riconoscersi reciprocamente delle libertà non è un tratto comune, si tratta di una virtù rara. Si tratta di un processo che non ha mai fine, a cui si tende continuamente, ma che non si completa mai veramente. È come se fosse una tensione all’infinito tra soggetto e oggetto e viceversa.
Quindi, l’incapacità dell’uomo di compiersi in solitudine, mettendolo per forza di cose in relazione con gli altri, contemporaneamente lo mette in pericolo. In questa continua tensione a dominare e a controllare l’altro, altro che gli resiste e gli si contrappone a sua volta, la vita degli uomini è un’impresa ardua, mai compiuta e sempre in fieri e insicura. Ma l’uomo non ama le difficoltà e il pericolo, aspira alla quiete, e dall’altro canto è attirato dalla vita. L'”inquietudine dello spirito”è la prova del suo essere vivo, in pieno sviluppo e raffigura il superamento di sé; la lotta con l’altro è garanzia e testimonianza della sua stessa esistenza. L’uomo vive contraddittoriamente in bilico tra esistenza ed essere, tra la vita e il riposo. È la coscienza infelice del borghese di Hegel.

Apro una piccola parentesi, per cercare di comprendere quando avviene la scoperta di questa realtà difficile, fatta di un continuo tendere a qualcosa, senza mai riuscire a trovare quiete. Ho riflettuto e penso che si possa far rientrare nella fase di passaggio dall’adolescenza all’età adulta, quando si sperimenta un nuovo rapporto con sé, una conoscenza di sé, al di là delle esperienze quotidiane. Nel passaggio tra infanzia e età adulta si realizzano delle scoperte cruciali. Non potrà essere semplice e privo di sofferenza lo scoprire che quella essenza (che è l’essere in potenza), quella percezione di te stesso è in realtà un’entità astratta, un’idea, nel senso platonico, un’immagine di noi stessi che rimarrà nell’iperuranio e probabilmente non vedrà mai una realizzazione concreta, perché sarà inafferrabile e in eterno mutamento/adattamento, frutto del rapporto dialettico con gli altri.

Fin qui il rapporto tra uomo-natura e tra uomo e uomo. Simone De Beauvoir compie un ulteriore salto e arriva al nocciolo della questione che più le interessa.
“La donna è precisamente quel sogno incarnato; lei è il desiderato intermediario tra la natura straniera all’uomo e il suo simile che gli è troppo identico”. E l’uomo esclamò: BINGOO! L’uomo ha trovato un simile a sé, cosciente di sé, ma non troppo pericoloso, che non gli oppone il silenzio ostile della natura, né necessita di un riconoscimento reciproco. Cosa non da poco, sembra semplice “impadronirsi della sua carne”. Grazie alla donna, l’uomo può sfuggire dall’imperitura e “implacabile dialettica del padrone e dello schiavo, che ha origine nella reciprocità delle libertà”. In pratica, con la donna, l’uomo ha trovato una sorta di soluzione alla sua tensione continua.
Insomma la sua isola ideale, il suo sicuro approdo. La donna rappresenta “l’Altro in assoluto, senza reciprocità, l’inessenziale che non ritorna mai all’essenziale”. Comprendete che attraverso questo presupposto gli uomini hanno trovato la soluzione alla loro esistenza, a scapito della donna, che per garantire la quiete all’uomo deve restare in una posizione di subordinazione.

“La donna non è un inutile doppione dell’uomo; è il luogo incantato ove si compie la vivente alleanza dell’uomo e della natura. Se la donna sparisse, gli uomini si troverebbero soli, forestieri, senza passaporto in un deserto glaciale. Lei è la terra stessa innalzata al culmine della vita, la terra diventata sensibile e gioiosa; e senza di lei, per l’uomo la terra è muta e morta”. (M. Carrouges, I poteri della donna, Cahiers du Sud CCXCII)

Nel caso ci fossero problemi e la donna si permettesse di lamentarsi, basta non cedere e non darsi per vinti.
Balzac (citato da Simone De Beauvoir in nota) sintetizza bene i diritti che l’uomo può accampare sulla donna in questo passaggio tratto dal suo Physiologie du marriage:

“Non datevi pena alcuna per i suoi mormorii, delle sue grida, dei suoi dolori; la natura l’ha fatta a nostro uso, e per sopportare tutto: figli, sventure, colpi e pene degli uomini. Non accusatevi di durezza. In tutti i codici delle nazioni sedicenti civili l’uomo ha scritto le leggi che regolano il destino delle donne sotto questa epigrafe sanguinosa: “Vae Victis! Guai ai vinti!”.

Allontaniamoci per un istante dalle dissertazioni teoriche per scendere nel nostro quotidiano. Prendiamo in considerazione il rapporto imprenditore/capo e dipendente/operaio/lavoratore subordinato. Possiamo adoperare il meccanismo illustrato poc’anzi: c’è una relazione necessaria e conflittuale per natura in questi rapporti. Proprio da quella posizione dello schiavo, che si sente “essenziale”, può nascere quel tentativo e l’istanza socialista per cambiare lo status quo e per consentire una rivoluzione del proletariato. Insomma gli equilibri sono perennemente instabili e ribaltabili ed è forse un bene che lo siano, perché altrimenti ci sarebbe stagnazione, una società e un’economia immobili. Invece, lo scontro dialettico è necessario per la stessa vitalità e sopravvivenza di ciascuna delle due parti. Il cambiamento è possibile grazie al conflitto, se si dovesse mettere a tacere il contraddittorio e il dissenso ci troveremmo tutti imbrigliati e sicuramente non liberi. Il pensiero unico è la morte di ogni cosa. Il cambiamento non può avvenire senza un rapporto dialettico tra le parti. Non occorre aggiungere o specificare a cosa mi riferisco. Non venite a dirmi che sono cose e modelli vecchi!
Quando qualcuno (come avviene sempre più spesso di questi tempi, soprattutto a causa della crisi) afferma che il dipendente deve mettersi nei panni dell’imprenditore, deve compartecipare al destino dell’azienda, che è in qualche modo “socio” dell’impresa, nel bene e nel male (soprattutto e forse unicamente di fatto nel male), avviene un livellamento, una negazione di quel rapporto dialettico di cui parlavo prima. Significa voler forzatamente e innaturalmente mettere tutti sullo stesso piano teorico, per mantenere nella pratica una subordinazione e tutti gli effetti negativi di essa. Si tratta di un tentativo subdolo di disinnescare la reazione dell’altro (dipendente, proletario), di anestetizzare l’altra parte, in modo tale che questa non abbia più la forza e la consapevolezza di sé per reagire e opporsi. Trovo pericoloso negare e annullare questo rapporto duale, conflittuale, necessario affinché sia assicurato un movimento, un cambiamento costante, una mutevolezza della condizione umana. Insomma, se non ci fosse la possibilità di resistere e di contrapporsi, probabilmente saremmo in un regime schiavista.

Specularmente questo modello lo si può applicare anche nel rapporto uomo-donna, alle forme di sessismo benevolo e ai tentativi di backlash da parte degli uomini, di cui ho parlato in alcuni miei post precedenti.
Il cambiamento passa per un rapporto vivo e dialettico tra i sessi.
Se siete giunti a leggere fino in fondo, vi ringrazio 🙂

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Per agganciare il mondo attorno

Baby gang - Admiralengracht, Amsterdam, 1932

Baby gang – Admiralengracht, Amsterdam, 1932

Loredana Lipperini qui ha espresso e riassunto perfettamente le sensazioni che ho avuto anche io dopo aver letto il raffazzonato articolo sul Fatto.
Fesserie appunto, come dice Lipperini. Come se fosse possibile spartire di qua o di là già dai primi anni, come se si potesse scrivere generalizzando su questi delicatissimi temi. Siamo noi adulti ad essere ossessionati dall’inscatolamento compulsivo dei bambini.
Mi son venute in mente alcune riflessioni in merito. Sia perché sull’argomento mi ero già espressa (qui, qui e qui), sia perché da bambina io non distinguevo il genere dei giocattoli, questo gli adulti devono metterselo in testa. Sono dettagli che notano solo i grandi, ma che per i bambini non esistono, perché per loro esiste un gioco bello o brutto, basta, senza troppi perché o sovrastrutture. Sono particolari che servono solo agli adulti per incasellare meglio i più piccoli e per renderli dei perfetti futuri consumatori. Sono meccanismi innescati da coloro che devono vendere e pubblicizzare un prodotto, in questo caso un giocattolo. Sono strategie di cui noi adulti, noi genitori ci rendiamo complici, spesso inconsapevoli. Personalmente penso che la faccenda dei colori e dei giocattoli di genere esista solo nelle menti monolitiche dei grandi. Vi ho già raccontato quando mi hanno fatto notare questa “divisione”: all’asilo, avrò avuto 4 anni, non potevo giocare con macchinine e soldatini/indiani, la maestra li aveva messi in scatoloni ben “segregati” e destinati ai maschietti. Ci rimasi male, ma non fu per me un freno. Anzi! Ricordo che mi piaceva giocare con i miei cuginetti a He-Man, con il veliero dei pirati della Playmobil (mio sogno mai esaudito), a calcio, anche se ero una schiappa. Ho iniziato a giocare con le Barbie a 7/8 anni. Ma sapete il motivo reale del gioco qual’è, la molla che ti porta a scegliere un determinato giocattolo? Per stare insieme, per giocare insieme e divertirsi insieme agli altri. Iniziai a giocare con le Barbie per stare insieme alle mie compagne, perché quello era uno dei mezzi attraverso cui fare gruppo, era solo un elemento per ritrovarsi e giocare insieme. Ma era solo uno dei tanti modi per stare insieme: la campana, saltare l’elastico, giocare a palla, a nascondino, giocare a impersonare un personaggio dei cartoni. Non importa il gioco, ma lo stare insieme, che forse con il tempo ci siamo dimenticati. Il giocattolo non vale per se stesso, per le abilità che può farti sviluppare, ma perché è un gancio per interagire con gli altri e con il mondo che ti circonda. Il giocattolo non è e non deve rimanere qualcosa di fine a se stesso. Mi fa tristezza se ce lo siamo dimenticati, se ci dobbiamo arrovellare sul “fabbricare” gli uomini e le donne del futuro, sulle basi delle nostre aspettative. I bambini cambiano velocemente e più volte nel corso dell’infanzia, andrebbero semplicemente lasciati liberi. I bambini giocano anche con molto poco, si fabbricano i giochi da soli (sullo stile dello “scatolone fabbricone” dell’Albero Azzurro): su questa loro capacità dovremmo investire. Siamo noi adulti che forse li riempiamo di troppi oggetti e sollecitazioni, perché a volte non abbiamo tempo da investire su di loro. Basta un po’ di cartoncino (a mia figlia ho comprato gli album Taglia e Incolla), disegnarci su qualche personaggio e qualche oggetto, ritagliare il tutto e inventarsi una storia. Per tutto questo basta un po’ di fantasia (ne basta un briciolo, non vi immaginate che io sappia disegnare capolavori o inventare favole straordinarie) e tanto tanto amore!
Non accaniamoci a costruire futuri ingegneri o architetti, medici o scienziati. Questo serve solo ad alimentare il nostro ego di adulti e di genitori, per esibire il “fenomeno” con gli altri. Sarà tutto tempo perso, ma non per noi, bensì per i nostri bambini. Rammentate sempre l’ottica!

P.s. E’ una vera goduria poter tornare a colorare gli album e a pasticciare con colla e forbici!

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Le parole contano

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Anche le parole sono importanti, influenzano la percezione che uomini e donne hanno dei generi, all’interno della società. Così come elidere il titolo accademico o istituzionale per le donne, chiamandole solo signora o con il nome proprio, significa stabilire un confine di disparità. Appellare una persona con il solo nome di battesimo non significa annullare le distanze (questo è quello che ci vogliono far credere), ma spesso è un utile escamotage per rimuovere qualsiasi barriera protettiva e aprire la porta a qualsiasi atteggiamento, violenza verbale, sopruso e abuso. La stampa e i media nostrani sono particolarmente inclini a riproporre i più beceri epiteti sulle donne, come se non ci fosse limite e rispetto. Si va dal sessismo benevolo a qualcosa di peggiore. Questo non accade solo sulla stampa, ma ci tocca quotidianamente, sia nella vita reale che sui social. Capita che quando un uomo non ha argomentazioni per sostenere le sue tesi, trovandosi di fronte a un’interlocutrice, per zittirla e colpirla con violenza, la apostrofi con parole come: tesoruccio, micetta, miciona, patatina, fegatosa erinni (come qualcuno mi ha di recente apostrofata), ciccina ecc.: insomma ci siamo capiti. È come se ti volessero schiacciare con le parole, intendendo svilire ogni tentativo civile di dialogo e confronto. Questo accade su ogni tipo di argomento, la politica in primis. Tutto ciò è il risultato di venti anni nel corso dei quali le espressioni di sessismo, omofobia e razzismo hanno avuto pieno sostegno da buona parte delle forze politiche. Poche le voci che si sono esposte per diffondere e chiedere un linguaggio e dei comportamenti corretti. Questo perché in realtà si doveva difendere e diffondere l’idea di un soggetto maschile forte, arcaico, superiore, in grado solo di propagandare una visione triste, sbagliata e sconfortante dell’idea di maschio. Un atteggiamento trasversale, che parte da destra e arriva anche in area cosiddetta progressista.

Anche l’uso del maschile generico (per rappresentare uomini e donne indistintamente) e il fatto che in alcune lingue i sostantivi hanno un proprio genere grammaticale, maschile e femminile (l’italiano, il francese e il tedesco), possono avere (secondo alcuni studi) un riflesso nelle differenze di status uomo-donna. L’inglese e le lingue scandinave hanno nella maggior parte dei casi sostantivi neutri e il genere viene definito attraverso l’uso dei pronomi. Qui se si desidera approfondire.
Sembrerebbe che il gap tra i generi sia influenzato anche dalla lingua e dalla dotazione (o meno) di un genere preciso per i sostantivi.

Proporre cambiamenti in ambito grammaticale può forse servire a migliorare le cose. Al di là dell’uso dell’articolo “la” al posto di “il” (per esempio per la parola “cantante”), una “-a” al posto della “-o” è meglio del suffisso “-essa”: avvocatessa sembra trasmettere implicitamente un prestigio inferiore, mentre avvocata (forma simmetrica) aiuterebbe a equiparare i due status (vedi Alma Sabatini, 1987 qui; pag. 129, Chiara Volpato, Psicosociologia del maschilismo).

A volte le sfumature sono importanti.

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Soggetti

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Riflettevo su un fatto. Gli uomini solitamente quando desiderano affermarsi, definirsi come soggetti, dicono NOI, per affermarsi rispetto agli altri, minoranza o Altro da sé, per rivendicare un diritto, per affermare un diritto. Pensiamo al proletariato. Per le donne le cose sono diverse, raramente diciamo NOI, più solitamente accettiamo di essere annoverate sotto il termine generico “le donne“, confinante e riducente, così come ci designano gli uomini. Come se fossimo una sottoclasse umana, una categoria diminuita dell’umanità superiore rappresentata dall’uomo. Con tutto quel “fardello” del dato naturale, legato al sesso biologico. Questo modo di porsi sottintende un chiedere e un ricevere da qualcuno, un mendicare una concessione altrui. Non siamo gruppo, non siamo soggetto coeso, unitario, organico, plurale in grado di rivendicare e di “strappare” qualcosa per NOI. Nonostante ci si sforzi, non siamo in grado di raccoglierci in una unità capace di porsi come soggetto unitario e solidale e di opporsi allo status quo. C’è tuttalpiù una solidarietà di censo, di lavoro, di status sociale, di interessi, di relazioni. Una dimensione da vicolo cieco. Peggio ancora quando poi si passa alla prima persona singolare: IO.

Capite cosa ci manca?

A questo si aggiunge l’imperitura pratica delle donne che usufruiscono (deliberatamente o meno) delle elargizioni delle briciole da parte degli uomini, che lungi dal concretizzare parità, ne sanciscono un debito permanente, che impedisce ogni libertà piena. L’emancipazione dello schiavo inconsapevole di esserlo o, peggio, contento di esserlo.

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Prigioni di lunga durata

Vittoria Chierici – Battaglia di Anghiari

Fernand Braudel sosteneva che le rappresentazioni mentali sono questo, prigioni di lunga durata, soggette e un mutamento lentissimo. Questo per spiegare qualcosa che ci riguarda da vicino: i ruoli di genere. Per secoli la donna ha rivestito un ruolo ben preciso di cura, con doti di calore, comprensione, capacità relazionali. All’uomo, con caratteristiche quali forza, energia e competenza, è stato attribuito un ruolo più dinamico, di ricerca delle risorse per la sopravvivenza della comunità, permettendogli “il superamento di sé”. I femminismi hanno terremotato questo impianto generale, mostrando la varietà delle possibilità alternative e di come queste potevano generare ricchezza per l’umanità intera. Ma i mutamenti sono lenti, spesso impercettibili e soggetti a recidive. Non possiamo aspettarci risultati immediati, qui ci vuole qualcosa in più di una manciata di decenni. Riprendo un pezzo di questa recente intervista a Luisa Muraro:

“il movimento delle donne sviluppò la politica del piccolo gruppo di parola e di ascolto fra donne, che dilagò per puro contagio, senza organizzazione. In tutto cercavamo mediazioni femminili. «Tra me e il mondo un’altra donna», dicevamo. Cominciò a farsi una rete di rapporti, con amori e amicizie. Si viaggiava per incontrare altre. Si leggeva moltissimo e si scriveva. Ci si parlava in un linguaggio apparentemente impolitico, senza obiettivi, dotato di una logica (mi pare di poterla chiamare così) il cui principio resta in vigore: è il partire da sé. Non dagli ideali, non dalle norme, non dagli interessi generali, non dagli obiettivi, ma dal vissuto e sentito, per non subordinarsi a interessi e vedute altrui. Si formò così una “lingua delle donne” che consentiva di parlarsi a grandi distanze, da un continente all’altro. Queste pratiche ed esperienze ci trasformarono sensibilmente e rivoluzionarono il nostro rapporto con il mondo. Scoprimmo così in noi una competenza sulla realtà (il corpo, la salute, la religione, la morale, l’arte…) fino allora misconosciuta e non coltivata. Si sono aperte librerie, centri di documentazione, teatri e centri d’arte, si sono fatti convegni, memorabile quello di Paestum nel dicembre 1976, sono nate associazioni di storiche, di teologhe, filosofe, letterate. E tutto questo quasi senza soldi, sempre passando per relazioni dirette e lavoro volontario”.

Nonostante le accuse di trionfo del soggettivismo, di autoreferenzialità e di circoli elitari, qualcosa si mosse e alcuni uomini capirono. Queste pericolose critiche che ci venivano mosse allora le abbiamo ereditate tutte, così come, ancora oggi, non tutte le voci delle donne sono uguali, sono considerate di ugual valore e degne di essere ascoltate. Questo in alcuni contesti mi ha urtata e mi ha lasciata un po’ con l’amaro in bocca. Permane la consuetudine di un lavoro a piccoli gruppi, ma si fa più fatica a leggere e a scrivere, per cui spesso si rischia di parlare senza basi culturali solide. C’è ancora molto la sensazione che ognuna lavori unicamente per sé, per ritagliarsi un posticino nel mondo, senza fare attenzione o curarsi della dimensione collettiva e sociale.

Vi pongo una serie di domande, scaturite dall’intervista. Questo dato del “lavoro volontario e delle relazioni dirette” ha forse creato distanza tra le donne, una specie di spartiacque? Non è che in questo modo si è mantenuta distante una fetta di donne? Quella fetta di donne affannate nella sopravvivenza quotidiana potrebbe essere stata tenuta lontana da quel movimento, rendendolo di fatto elitario e autoreferenziale? Ci siamo interrogate su come rendere diffuso il movimento?

Oggi cosa accade a livello di quello che Luisa Muraro chiama “femminismo di stato“? Le donne, depositarie di un sapere relativo alle relazioni sociali e affettive, su cui si costruiscono i rapporti di cura e la soluzione dei conflitti, non hanno travasato queste doti all’interno della politica istituzionale. Hanno imbracciato soluzioni e strumenti già lì da secoli. Abbiamo rimosso questa possibilità, la costruzione di soluzioni alternative fondate sulle nostre capacità. Sì, la cura, l’empatia, la sensibilità, anziché rinnegarle vanno rideclinate e riscoperte sotto il segno di un’indipendenza del pensiero e del saper fare. Forse siamo ancora poche e non facciamo troppo rumore. Ci auguriamo che con numeri maggiori, veramente solidali e unite, e soprattutto dotate di una cultura non servile riusciremo a produrre quel cambiamento necessario.

Mi permetto di dissentire su un approccio che ho letto nell’intervista. Anche se le argomentazioni di Luisa Muraro sono convincenti, non mi piace associare il femminismo a un campo di battaglia, non soprattutto tra di noi, né verso l’esterno. Concordo sull’esistenza di posizioni divergenti e multiformi, di una pluralità di idee, di differenti luoghi in cui si esplica e si interroga il femminismo, ma non si può avere un approccio da battaglia, perché questo implica necessariamente un vincitore, un’idea che finisce col dominare sulle altre, l’utilizzo di un meccanismo maschile per raffigurare un fenomeno che dev’essere originale, capace di una sintesi ma non di uno schiacciamento in una direzione unica e onnicomprensiva. La pugna è questo. La battaglia non è certo l’humus auspicabile per una pluralità libera di idee. La battaglia implica uno schierarsi da una parte o dall’altra, ma io preferisco un approccio più fluido, di piena autonomia. Parlare di femminismi aiuta a tenere insieme le diverse anime e a continuare il cammino o marcia che sia. Il campo di battaglia evoca che alla fine qualcuna avrà la meglio. Invece parlare di marcia, di femminismi è parlare plurale, in modo aperto, in modo accogliente, in modo inclusivo, in modo paritario. Altrimenti facciamo una bella corrente imborghesita di pensiero, unica, monolitica ed esclusivamente elitaria. Un’ultima cosa, la battaglia implica un seguire le indicazioni dominanti della tua parte. Ma credo che nessuna di noi voglia questo. Nel cammino io vedo un sostegno reciproco fianco a fianco, passo dopo passo, fermandosi ad aspettare e ad accogliere chi incontriamo e chi volesse unirsi a noi. Il cammino è più adatto a quanto spiegava Braudel.

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Luminosa

anna marchesini

Ieri sera ho avuto l’onore di assistere allo spettacolo di Anna Marchesini al Piccolo di Milano. Qualche impressione per non veder svanire ciò che ho provato. Lei ti trascina in un turbinio di emozioni, pensieri sino alla fine ed il tempo scorre in un attimo. Inizia piano, per incalzare man mano il ritmo. L’atmosfera si scalda e i personaggi prendono forma. Le voci, i silenzi, i rumori, le parole centellinate e scelte una ad una scorrono via. Ti senti portare su su, in alto. Il movimento è dato dalle parole, dai suoni, dal ritmo della voce. Scava nelle coscienze, nelle sensazioni fisiche che si confondono con quelle della mente. Scava nella vita. Ieri è andata in scena la vita, una vita interiore soprattutto, sapientemente raccontata, raffigurata con un lessico arcaico e antico, onomatopeico, in grado di riportare sul palcoscenico una miriade di sensazioni e altrettanti rimandi. E’ prosa e poesia di rara bellezza e perfezione. Un uso sapiente della lingua italiana che prende strane forme, perfette e imperfette allo stesso tempo, ma sono quelle giuste. Nulla è lasciato al caso. Personaggi accompagnati per mano da Anna, che è un’autrice premurosa e attenta. Una narrazione fuori dal tempo e dallo spazio. Il buio e la luce (mirabilmente descritti, che sembrava quasi di poterli toccare e sentirne l’odore) a fare da attori in carne ed ossa, co-protagonisti con Cirino. I ricordi e le percezioni di Cirino, sono mirabilmente trasmesse. E poi attimi di pura filosofia. Attimi di comicità affidati alla signora Olimpia. La vita incomprensibilmente scossa da una “moscerina”, un evento capace di sovvertire e di rivoluzionare tutto. Anna ha lavorato molto sulla sua coscienza e nella conoscenza della sua realtà interiore. Questo lavoro non è semplice teatro, ma il risultato di un lavorio incessante e profondo su se stessa. Il viaggio che tutti noi dovremmo compiere. Il risultato è stupendo, un puro incanto di genialità. Alla fine c’è il desiderio di innalzarsi con lei in volo, sentirsi leggera e con la chiara percezione di ciò che si è. Le sono grata per questo prezioso momento di teatro, in cui non ero solo spettatrice, ma ero parte della scena e della magia che andava e veniva dal palcoscenico. L’energia andava e veniva da Anna a noi pubblico e le tornava indietro. Quando si è chiuso il sipario Anna ha cercato di opporsi a quella sorta di strappo, di interruzione di quella magia che si era creata: ha fatto più volte capolino attraverso la tenda rossa e con i suoi occhioni ci ha abbracciati tutti con un calore immenso. Anna luminosa, di una luce che ti arriva dentro, in fondo. Non posso che dirle grazie ANNA! 

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Porno & Violenza

Franco Matticchio

Franco Matticchio

 

Affronto un argomento divisivo per il movimento delle donne. Mi piace l’approccio che ne fa Chiara Volpato, perché vorrei seguire un percorso “scientifico” e non emotivo e soggettivo. Di solito se ne fa una trattazione “partigiana”, senza alcun fondamento a sostegno di una o dell’altra posizione. Si parla per il puro gusto di parlare. Ma certe tematiche non possono essere trattate con leggerezza.
La progressiva sessualizzazione delle immagini di donne, ma anche di uomini, adolescenti e bambini, ha contribuito a generare in Occidente, quella che è stata definita una pornificazione del quotidiano (American Psychological Association, 2010)
Alcune femministe come Catharine MacKinnon e Andrea Dworkin hanno individuato come nella pornografia una “rappresentazione ossessiva di donne disponibili, oggettivate, vulnerabili” concorra al “mantenimento della subordinazione femminile”. Le sex positive feminists (come Erica Jong) ritengono che la libertà sessuale sia un elemento cruciale della libertà femminile. Per cui, partendo dall’assunto che il sesso tra consenzienti è sempre qualcosa di positivo, hanno rifiutato qualsiasi controllo, compreso in merito alla pornografia. Capite che non è tutto libero quello che appare tale. È un po’ quel che accade sul tema della prostituzione, in merito alle sex workers che sostengono di farlo per libera scelta (vi consiglio questi due bei post in merito: qui e qui). Si può essere liber* “di“, ma non è sempre detto che lo si sia “da“, che si può palesare con un bisogno economico, una subordinazione culturale, fisica, materiale, un disagio sociale ecc. Si chiamano fattori discriminanti e non ci rendono liber* effettivamente e pienamente.

La rappresentazione della donna nel porno è nella maggior parte dei casi basata su una figura di donna deumanizzata, asservita, oggettivata, mercificata, subordinata e strumentale all’uomo.
Numerose indagini scientifiche (qui e qui) hanno rilevato come il consumo pornografico produca degli effetti negativi nelle relazioni uomo-donna, porti ad avere delle aspettative distorte dal rapporto con le donne reali, ad avere relazioni sessuali senza alcun coinvolgimento emotivo, a considerare le donne come oggetti e ad alimentare i pregiudizi di genere.

Le ricerche in ambito psicosociale hanno evidenziato come il consumo di pornografia violenta porti gli uomini ad agire in modo violento con le donne reali. Tra l’altro si è notata una trasformazione nell’industria dell’hard. Se prima degli anni ’90 tutto si fondava sul mito dello stupro (che diventava il desiderio segreto di ogni donna, per cui la sua rappresentazione aveva una funzione maieutica), in anni più recenti si è sviluppato uno stile desessualizzato, in cui la donna è ridotta a mero oggetto passivo, in un contesto di violenza che ha come unico scopo la riaffermazione del potere maschile, in una sorta di backlash (Pietro Adamo, 2004, Il porno di massa. Percorsi dell’hard contemporaneo; Susan Faludi qui e Marilyn French qui), tentativo estremo di riscossa e restaurazione post-femminista. Per cui il sesso diventa uno strumento punitivo al servizio del potere maschile (Adamo, 2004).
Ci sono numerosi studi empirici che hanno dimostrato un legame tra consumo di pornografia e violenza.
In Italia Lucia Beltramini, Daniela Paci e Patrizia Romito hanno condotto una ricerca per analizzare i rapporti tra i sessi, le esperienze di violenza e la sua percezione in un campione di ragazzi e ragazze, studenti dell’ultimo anno di diverse scuole del Friuli Venezia Giulia (pag. 42, qui lo studio).
I risultati mostrano che le percentuali di adolescenti che consumano materiale pornografico sono elevate, con il rischio che in futuro la violenza sessuale aumenti e che ci sia una domanda di prostituzione in ascesa.
Per le ragazze è emersa una relazione tra violenza psicologica, subita in famiglia, o la violenza sessuale subita in famiglia o fuori, e l’uso della pornografia violenta (diventa una specie di anestetico per “normalizzare” e controllare un trauma). Per i ragazzi è tutto molto diverso: la pornografia è una consuetudine socialmente accettata, un modo per costruire la mascolinità del maschio dominante.
Ci sarà davvero un ethical porn (vi suggerisco questa bella indagine di Zoe Williams sul Guardian), oppure è solo un tentativo di “normalizzazione”, una trovata di marketing per vendere un prodotto? Pandora Blake sostiene che il “Feminist porn is explicitly focused on women’s desires and sexuality”, però leggo anche che: “Makers of ethical porn believe you can have a violent fantasy, of any kind, and that can be a legitimate part of your sexual identity, one that you have a right to explore”. Quindi, forse siamo al punto di partenza e non ci abbiamo guadagnato nulla.

Per concludere vi suggerisco, sul blog de il Ricciocorno:
una traduzione di un pezzo di Jonah Mix, e quest’altro un post molto ben documentato.

Non vogliamo censurare nulla, solo cercare di ragionare seriamente, dati alla mano, studi e indagini scientifiche alla mano. Non possiamo costruire discorsi sul nulla. Innanzitutto dobbiamo spiegare cosa intendiamo con pornografia, senza confondere e mischiare cose che non hanno nessuna attinenza. Nessun* vuole le barricate, il confronto dovrebbe essere il primo passo, soprattutto mi aspetto che non si ricorra a etichettarci come bacchettone a priori o solo per sostenere una tesi. Vogliamo diffondere informazioni corrette sul fenomeno e forse sarebbe ora di fare educazione sessuale e all’affettività nelle scuole, in modo corretto e senza pregiudizi medievali e reazioni intolleranti come questa. Noi genitori abbiamo un ruolo importante, ma non è sufficiente.

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La broda culturale che alimenta la violenza

Liza Donnelly

Liza Donnelly

E la legittima, aggiungerei. Proseguo il mio lavoro di ricostruzione delle fondamenta della violenza. Sapete perché non si risolve mai nulla? Perché siamo pigri, indolenti, indifferenti, non leggiamo, non cerchiamo di farci un’idea personale di ciò che accade, non ci poniamo domande, né cerchiamo risposte che non siano qualcosa di rimasticato già da altri. Si aspetta passivamente che gli eventi facciano il loro corso, che le nostre idee si formino nell’ombra di una lezione impartitaci da altri. Siamo incapaci o disabituati a leggere il nostro contesto e ciò che ci viene inculcato. Questo vale a maggior ragione per il capitolo della violenza. Non sto parlando solo di violenza sulle donne. Spesso i messaggi dei media sono fuorvianti, creano un clima irreale e inquietante che deforma la realtà. Questa indagine lo dimostra. La percezione può essere manipolata. Per cui, tornando al tema della violenza di genere, dobbiamo accendere la nostra lampadina interiore e cercare di analizzare la cultura che la crea e la sostiene nelle relazioni interpersonali, al lavoro, nelle istituzioni, in ambito legislativo, nella morale, nelle riflessioni ad opera dei media. Il corpo femminile viene adoperato sempre più spesso come strumento di marketing, per vendere qualcosa, oppure per essere reso esso stesso merce in vendita. Ce ne siamo accorti, ci sono molte donne e preziosi blog in materia, ma quel che manca, a mio avviso, è una riflessione collettiva, allargata a tutta la società civile. I messaggi proposti da una pubblicità o da un programma televisivo possono forgiare la percezione individuale e diventano modelli adoperati nel nostro agire all’interno della società. Le donne vengono sessualizzate in modo quantitativamente e qualitativamente diverso da quanto viene fatto per gli uomini. Questo accade sin dalle fasi più precoci della vita (qui un post interessante). Le storie e le individualità delle donne scompaiono per lasciare spazio a simulacri umani (o sarebbe meglio deumanizzati), oggetti tra gli altri oggetti di consumo, consumabili, scambiabili, sostituibili. Tutto ciò comporta gravi ripercussioni nel sentire personale e sociale. In primis, la stessa donna si sente oggetto, interiorizza un messaggio, valuta se stessa solo in riferimento al suo aspetto fisico, unico strumento storicamente concesso alle donne per esercitare potere in un contesto patriarcale (ne parlava anche Simone De Beauvoir). Oggi è ancor più grave, perché pur essendoci alternative (il femminismo ci ha aiutate a scoprire le altre strade percorribili), si corre il rischio di seguire il mono-pensiero, di investire energie in un’unica direzione, la cura del corpo, come involucro. Questo a sua volta può portare ad altri disturbi: depressione, senso di inadeguatezza, riduzione della fiducia in sé, mancanza di aspirazioni personali, non ci permette di concentrarci su altro, può dare origine a disordini alimentari e a problemi sessuali. In pratica ci porta su una strada che ci fa perdere delle occasioni preziose. Ci fa vivere in una irrealtà amorfa, poco vitale, poco creativa, ingabbiata in ruoli stabiliti da altri per noi. Non ci permette di pensare che possiamo contribuire allo sviluppo della società, delle istituzioni. Ci rende soggetti passivi. Questo meccanismo di oggettivazione della donna è chiaramente funzionale alla legittimazione di una figura femminile con poche doti intellettive, di competenza, di empatia, di moralità, fino ad arrivare alla donna opportunista, arrivista, che sfrutta l’uomo (attraverso l’uso dell’avvenenza fisica, come molti uomini lamentano) per raggiungere i suoi fini. In questo turbinio, non si fa che riproporre gli stereotipi di genere, alla base di una mentalità maschile che legittima la violenza su questi corpi privi di anima. I media solitamente appiattiscono la rappresentazione, sovraesponendo alcuni fenomeni e costumi e tralasciandone altri: in questo modo si avrà un quadro semplificato delle forme in cui si può esplicitare un individuo. Coloro che non sono in grado di verificare e di accorgersi di questa riduzione scenica, assorbono come realtà assoluta questi modelli, pregiudizi compresi. Le donne, quando compaiono, lo fanno in ruoli stereotipati, circoscritti e subordinati, salvo rari casi, che vengono letti e incasellati come “donne più simili all’uomo”, maschio che diventa il sommo grado e parametro di perfezione umana a cui aspirare. Mi vengono in mente Filippa Lagerback e Lilli Gruber. La prima è un chiaro esempio, suo malgrado, di elemento decorativo, docile e sorridente, opaca nelle emozioni e nelle capacità, mansueta e addomesticata. Mi dispiace e a volte le vorrei urlare di ribellarsi. A volte, specie nei talk, si invita una donna per dare un simulacro illusorio di ascesa sociale, per dire “guardate come siamo magnanimi”. Possibilmente questa donna non deve creare problemi, ma essere fedele. Questo accade da un bel po’. Il PD ha introdotto la moda delle vestali, mutuate e clonate da un prototipo femminile di era berlusconiana. E mi fermo qui che è meglio. Spesso queste donne fedeli replicano modelli maschili e strumenti maschili per infangare avversari e interlocutori scomodi. Non emergono, salvo rari casi, figure degne di nota, se emergessero sarebbe un pericolo per lo stato di cose esistenti, nelle mani degli uomini. Far eleggere una donna significa voler comunicare di essere magnanimi, aperti mentalmente, paternalisticamente disponibili all’apertura a quelle bestioline mansuete. Ma guai a mutare i veri equilibri di forze. Vi propongo un pezzo tratto dal libro di Chiara Volpato (pag. 125), che cita Lorella Zanardo (2012):

“Quando i media parlano di una donna, raramente prescindono da descrizioni fisiche, anche se superflue rispetto al tema trattato. Bellezza ed età diventano le dimensioni centrali del giudizio, in una sorta di condensazione della vita in pochi anni: le bambine sono rese adulte prima del tempo, mentre le donne hanno l’obbligo di restare giovani in eterno, bloccate in un’impossibile fissità, come se non fosse loro accettabile mostrare lo scorrere dell’esistenza, in una traduzione del giudizio estetico in giudizio morale”.

Punti toccati anche da Loredana Lipperini nel suo Non è un paese per vecchie. Chiara Volpato (Psicosociologia del maschilismo, pag. 125) si sofferma ad analizzare come le inquadrature nei programmi televisivi tendono a discriminare, soffermandosi sui volti maschili e sui corpi femminili, operando quello che è stato denominato face-ism (Archer et al. 1983; Copeland 1989). Soffermarsi sul volto maschile, significa sottolineare le sue qualità intellettuali (confermando lo stereotipo uomo-cultura), mentre il corpo della donna viene in questo modo “ricondotto” alle qualità fisiche ed emotive (riaffermando il rapporto donna-natura). Si comprende che questo modo di rappresentare e di auto-rappresentarsi (perché spesso è un qualcosa che viene inconsapevolmente interiorizzato) è foriero di un permanere in situazioni di oggettivazione della donna. Guardiamo all’immagine della donna come viene rappresentata nei videogame, nelle App per Android o Apple: abiti succinti e corpi sproporzionati, anche nella raffigurazione in stile “manga” nei giochi per bambini. Lo stesso avviene nei video di alcuni generi musicali. C’è veramente di tutto, ma quando queste immagini arrivano ai ragazzini che si stanno facendo un’idea di cosa significa essere donna o uomo, capite che ci potrebbero essere delle distorsioni delle percezioni di grave entità. Un po’ come fece mesi or sono B. B. (Beatrice Borromeo) nella sua pseudo inchiesta sulle teens, che intervistando una manciata di ragazze pretendeva di includere un’intera generazione.

A proposito della giornata del 25 novembre e delle iniziative che vengono organizzate in tale occasione, una politica leghista ha affermato che con questo tipo di eventi “ci violentiamo da sole”, in pratica facciamo le vittime e ci facciamo del male da sole. Il suo consiglio suona più o meno così: meglio non parlare di violenza di genere. Il nuovo motto? TACI E STAI BUONA!

Vi segnalo questo convegno: “E’ possibile informare sulla realtà della violenza contro le donne con parole differenti da quelle che solitamente leggiamo sulla stampa, ascoltiamo nei telegiornali o nei programmi dedicati al problema?”

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Non Una Di Meno - Milano

Contro la violenza maschile sulle donne e tutte le forme di violenza di genere

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