Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

L’immagine tra face-ism e body-ism

3

 

Oggi ritorno a parlare di oggettivazione sessuale (riagganciandomi al testo di Chiara Volpato Deumanizzazione. Come si legittima la violenza), che colpisce donne e in misura/forma differente anche gli uomini. L’iper-sessualizzazione delle donne e degli uomini attraverso le immagini che vengono diffuse dai media, è un fenomeno che influenza entrambi i sessi, laddove troviamo un uomo rappresentato sempre più come ammasso muscolare, in cui la forza fisica prevale sulle emozioni e la dominanza sessuale viene accentuata.
L’ossessione per una forma conformata di uomo e donna viene instillata dai media. L’oggetto donna è dipinto con tratti stereotipati, giovane sottile, levigata, come se non ci fosse il passare del tempo, come se la donna fosse rappresentabile solo nella sua giovinezza, o in qualcosa che le assomiglia a tutti i costi. Mi viene in mente quanto sottolineava Lorella Zanardo in un suo intervento di educazione ai media tra i ragazzi e le ragazze del centro di aggregazione giovanile Cde Creta il 18 dicembre scorso: le donne anziane (anche secondo l’indagine Donne e Media del Censis 2012 QUI) rappresentano solo il 4,8% del mondo femminile in tv. Questa mancata rappresentazione comporta una sorta di “non esistenza” di tutto quanto non è conforme a certi canoni. Tutto questo causa un forte senso di inadeguatezza nelle donne. Questa ossessione di una rappresentazione parziale e appiattita dell’universo femminile non riguarda solo le donne comuni, questa “eterna giovinezza” diventa un canone a cui adeguarsi dappertutto. Lo abbiamo visto in questi giorni in merito agli attacchi ricevuti dalla splendida Carrie Fisher QUI, che ha dovuto dapprima perdere peso per interpretare la parte nell’ultimo episodio di Star Wars, e poi si è sentita piovere addosso critiche sul fatto che non sia “invecchiata bene”. Fa bene a replicare su Twitter:

Peccato che certi appunti non siano stati indirizzati egualmente ai suoi colleghi uomini. L’immagine signori, prima di tutto l’immagine della donna, spianata e sempre giovane, non vorremo mica mostrare quanto è bello invecchiare, trasmettendo messaggi diversi… Sempre parlando di attrici, io adoro il volto intenso, bello ed espressivo di Shirley MacLaine, che con il passare degli anni è diventato sempre più intenso. Alle donne non è ancora concesso il lusso di invecchiare, senza subire attacchi di questo genere o essere “dismesse”. Gli anni che passano e che ci portiamo addosso e che indossiamo assieme alle rughe, sono i segni della nostra r-esistenza, del nostro bagaglio di esperienze, dei nostri successi e fallimenti, dimostrano che abbiamo vissuto e siamo state impegnate in cose ben più importanti e soddisfacenti del mantenere liscia la nostra pelle. Se solo ci insegnassero l’importanza della manutenzione dei neuroni!
Anche alle bambine è richiesto di partecipare a questa messa in scena: la precoce sessualizzazione è sotto i nostri occhi. Quasi come se non fosse permesso più di avere un’infanzia e di godersela, come se si dovessero bruciare le tappe perché tutti presi da una frenesia folle.
Il Report of the American Psychological Association (APA) Task force on the sexualization of girls (2007) QUI ci fornisce una rassegna e un’analisi degli impatti di questa sessualizzazione.
Sfuggire alle conseguenze e ai messaggi veicolati è impossibile, in Italia la situazione è ancora più accentuata rispetto all’estero, ma non sembra generare alcuna forma di rifiuto e di ribellione. Così manchiamo un’occasione per sovvertire realmente la cultura sessista, creiamo una incomprensibile dicotomia tra sforzi concreti di superare questi modelli pericolosi, chiedendo parità di partecipazione e maggiori diritti per le donne, e questo continuo tentativo di restaurazione di messaggi sessisti e di ruoli preordinati. La tv come i cartelloni pubblicitari suggeriscono immagini che oggettivano la donna (vedi il lavoro di Ico Gasparri QUI). Su Facebook c’è un gruppo molto attivo che vigila sulle pubblicità: https://www.facebook.com/groups/pubblicitasessistaoffende/

Su questo versante cito il lavoro di Archer e colleghi del 1983, descritto da Volpato nel suo testo:

“Dopo aver creato un indice di preminenza facciale, gli autori hanno esaminato 1750 foto pubblicate in giornali americani, 3500 immagini tratte da periodici di undici differenti culture (anche l’Espresso e l’Europeo), 920 ritratti di artisti noti, e 80 di artisti dilettanti. (…) Nei media e nell’arte gli uomini sono ritratti in modi che sottolineano la testa e il viso, le donne in modi che sottolineano il corpo.”

Questo è il face-ism, contrapposto a un body-ism (Unger e Crawford 1996). Questo è esattamente ciò che rileva Zanardo nella nostra tv, che si dedica a riprese “ginecologiche” e senza volto delle donne, ingabbiandole in una rappresentazione solo fisica ed emotiva (contrapposta a quella maschile che sottolinea le qualità intellettuali). Quando viene posta qualche domanda, è quasi sempre a risposta chiusa, sì/no, in modo tale da limitarne l’interazione.
Chiaramente gli effetti di questa esposizione passiva e involontaria a questi messaggi, porta le donne a essere più preoccupate del peso, cercando di raggiungere livelli di bellezza irrealistici, producendo problemi enormi collegati a insoddisfazione per il proprio corpo e disturbi alimentari.
Altri studi hanno evidenziato le ricadute sociali della sessualizzazione mediatica delle donne: gli uomini sono incentivati a usare parole sessiste, si veicolano visioni stereotipate, aumentano comportamenti sessualizzati in interazioni successive con donne (Rudman e Borgida 1995).
Questi messaggi dei media bloccano l’intera società, impedendo un superamento delle diseguaglianze tra i generi, veicolando stereotipi e culture (vedi la cultura dello stupro, l’idea che la donna se la sia cercata). Oggettivando la donna si crea una sorta di via libera a tutta una serie di violazioni di diritti, la donna viene privata di pari diritti, viene percepita in maniera distorta, diviene strumento nelle mani maschili, guai a uscire da questi canoni. Le donne non sono considerate come compartecipi dello sviluppo della società, perché continuano ad essere “raccontate” nel modo sbagliato, conveniente per la conservazione di un modello androcentrico. Ancora facciamo fatica a comprendere quanto ne beneficerebbe l’intera società se solo si cambiassero certe cattive abitudini. Abbiamo già parlato degli effetti del porno, ma nel nostro quotidiano c’è qualcosa di molto simile, considerato “normale”, perché derivante da programmazione televisiva, ma non meno pericoloso.
Nel testo di Lorella Zanardo del 2010 Il corpo delle donne, leggiamo:

“Esistono molti siti, privati o sponsorizzati, che ospitano un numero impressionante di immagini statiche o di brevi video in cui i corpi di donna sono catalogati in base alle parti anatomiche mostrate o alle “performance” eseguite. Seni, sederi, gambe, volti sono a disposizione come in macelleria i tagli di carne. Upskirt, nipples, downblouse, seethrough sono alcune delle parole chiave che dilagano in rete e che indicano accidentali visioni di parti del corpo femminile, tratte dalle apparizioni televisive. Mutandine scorte sotto le gonne, accavallamenti di gambe al ralenti, capezzoli che occhieggiano dalle scollature, diventano ossessione pubblica e condivisa”.

Questo, come ci spiega Zanardo, non è indice di una liberazione dei corpi, di una liberazione sessuale, ma di una prigione di una sessualità non sana. Siamo ancora alla visione dei corpi femminili legati al peccato. Siamo ancora all’abitudine di spiare dal buco della serratura, come in un vecchio film di Totò ambientato a Parigi. Siamo ancora fermi lì. Il modello della tv commerciale che doveva vendere prodotti e attirare pubblico ad ogni costo, esibendo pezzi di corpi di donne, è stato poi seguito anche dalla rete pubblica che spesso non si è curata di fornire un messaggio diverso (come ricostruisce bene Zanardo), rappresentando tutti i tipi di donne, facendo sentire cittadine pari tutte le donne e non soltanto quelle che replicano cliché e modelli prestabiliti. Si è preferito continuare a sottorappresentare e a malrappresentare le donne, oggettivandole, escludendo il passare del tempo, non raccontando la forza reale delle donne. Siamo restate addomesticate/bili ancelle, contorni piacevoli per la vista, raramente considerate in toto, in quanto persone a tutto tondo. Da tutto questo se ne esce solo attraverso una educazione ai media, fornendo ai ragazzi e alle ragazze gli strumenti per “smontare” i prodotti trasmessi, decondificando i messaggi, per essere pienamente consapevoli. Questo di fatto il lavoro che sta svolgendo Lorella Zanardo da anni, raggiungendo proprio le nuove generazioni per renderle consapevoli dei propri diritti, per compiere una alfabetizzazione all’immagine (consideriamo che l’Italia soffre anche di un notevole analfabetismo funzionale che impedisce a molte persone di capire ciò che leggono e di adoperarlo in modo attivo QUI e QUI), che li aiuti a non essere schiavi passivi dei media, perché se conosci e vedi le cose attorno a te in modo nitido, non puoi ignorarle e non cambiare ottica. Se sei consapevole sei in grado di pretendere cose diverse. Così inizia ed è possibile il cambiamento. La consapevolezza parte da sé, va però “accesa” e trovo questo lavoro di Lorella prezioso, da diffondere. È l’energia che trasmette, quell’orgoglio, quella gioia di essere donna che traspare, quell’entusiasmo di stare tra i ragazzi e le ragazze, che avvertono tutto questo, lo sentono eccome. Un pezzo di femminismo autentico, condiviso, vissuto e tangibile, che raggiunge tutt* ed è in grado di parlare a tutt*. Fa bene a tutt*.
Un augurio per il 2016 (grazie a Zanardo per avermi fatto conoscere questo video): riuscire a vedere chi è Jane veramente, affinché possa essere ciò che desidera, al di là di rappresentazioni stereotipate e fisse, al di là di aspettative preconfezionate e attese. Ampliamo gli orizzonti delle prossime generazioni, scriviamo un racconto a ruoli e prospettive aperte e libere.

 

Vi consiglio queste letture/video:

http://www.theguardian.com/film/2015/dec/26/women-female-roles-hollywood-films

“The Geena Davis Institute report says: “While Hollywood is quick to capitalise on new audiences and opportunities abroad, the industry is slow to progress in creating compelling and complex roles for females.”

—-

http://www.newstatesman.com/culture/film/2015/12/what-do-when-youre-not-hero-any-more

—-

“Popular culture bombards us with hypersexualized images of women and men, conveying powerful images that help shape our sexuality. Dr. Gail Dines, recipient of the Myers Center Award for the Study of Human Rights in North America, sociology and women’s studies professor, and porn industry researcher and writer, explores how masculinity and femininity are shaped by pornified images that spill over into our most private worlds.”

Annunci
6 commenti »

Capitalismo e oppressione delle donne

Girl-working-in-Manchester-cotton-mill

 

Ho già tradotto e pubblicato su questo blog altri pezzi di Simon Copland (qui), di cui consiglio una lettura, sono tutti strettamente collegati. Oggi si parlerà del nesso tra capitalismo e oppressione delle donne (qui l’originale). Buona lettura! Al termine qualche mia considerazione.

 

Vorrei affrontare le critiche femministe alla teoria di Engels sull’oppressione delle donne. Questa critica è stata condotta da Simone de Beauvoir, che nel suo Il secondo sesso (qui) con argomentazioni complesse, con un approccio che io definisco “naturalistico” all’oppressione di genere, riconosce che l’economia ha avuto un ruolo nell’oppressione delle donne, ma sostiene che questo si è verificato solo perché gli uomini hanno usato la loro superiore forza fisica per approfittare dei cambiamenti nella situazione economica. Lei sostiene:

 

“Senza strumenti adeguati, non era in grado di sentire di esercitare alcun potere sul mondo, si sentiva perso nella natura e nel gruppo, passivo, minacciato, giocattolo nelle mani di forze oscure; riusciva a pensare a se stesso solo identificandosi con il suo clan: il totem, il mana, la terra erano realtà del gruppo. La scoperta del bronzo ha consentito all’uomo, nell’esperienza di duro lavoro di produzione, di scoprire se stesso come creatore; che domina la natura, non aveva più paura di essa, e di fronte a ostacoli da superare trovò il coraggio di vedere se stesso come una forza attiva autonoma, per raggiungere l’auto-realizzazione come individuo.”

 

In altre parole, lo sviluppo degli strumenti e l’agricoltura hanno dato l’opportunità all’uomo di realizzare quanto avevano cercato di fare da sempre, opprimere le donne – principalmente attraverso il dominio della natura. Alcune voci primarie del femminismo, come Sherry Ortner (che si basa sul lavoro di de Beauvoir qui ) sostengono che le donne – soprattutto per la loro capacità di fare figli – erano considerate più legate alla natura rispetto agli uomini. Perciò gli uomini hanno espresso il loro dominio non solo sulla natura, ma anche sulle donne (ne avevo parlato anche qui, ndr).
Queste teorie fanno parte del patriarcato. Ci sono molte definizioni di patriarcato, ma in sostanza si basa sulla tesi per cui gli uomini hanno oppresso le donne per tutta l’eternità, con una oppressione che ha operato piuttosto autonomamente rispetto alle condizioni economiche. Le femministe danno diverse motivazioni per questo (collegamento donna-natura), ma ciò che è fondamentale è che l’oppressione delle donne opera attraverso i periodi storici, con gli uomini che sfruttano le circostanze economiche per lavorare insieme per continuare a opprimerle. Le circostanze economiche quindi non sono la causa, ma uno strumento per opprimere le donne.
Lascerò queste teorie da parte, per il momento.

Se vogliamo esplorare la connessione tra il capitalismo e l’oppressione delle donne non possiamo trascendere la forma tradizionale corrente di espressione familiare – il matrimonio. Il matrimonio oggi è in gran parte visto attraverso la lente dell'”amore”. Tuttavia, questo non è sempre stato così.

Torniamo al livello di analisi della sessualità umana. Questo racconto si basa su ciò che Helen Fisher chiama “The Sex Contract“; l’idea, basata sulla teoria della selezione sessuale di Charles Darwin, secondo cui le donne richiedono agli uomini di essere in grado di fornire per loro e per la loro prole, mentre gli uomini non forniranno tali risorse a meno che le donne non gli sappiano garantire la fedeltà. Uomini e donne si impegnano in un contratto – le risorse per la fedeltà. Questo è il ‘nucleo familiare‘ di cui avevo cominciato a scrivere nel mio ultimo post.

Come ho sostenuto l’ultima volta, il determinismo biologico di questo racconto non è corretto. Eppure le basi economiche del matrimonio moderno sono sorprendentemente solide. La domanda è, però, come ha fatto questa struttura a permanere con la nascita del capitalismo industrializzato?
Il capitalismo industrializzato ha la capacità di cambiare radicalmente i rapporti di genere all’interno della società (qui). Con la crescita del numero di operai che raggiungevano le città per lavorare, perdevano a loro volta quelle piccole quantità di proprietà privata. Il capitalismo industrializzato divenne una sorta di equalizzatore – tutti, uomini, donne, erano ora lavoratori. Le donne erano diventate forza lavoro, ora la loro oppressione avviene attraverso lo sfruttamento capitalistico. Ecco perché Engels (qui) aveva previsto che il capitalismo avrebbe visto la fine della famiglia proletaria.
Perciò come mai nonostante ci fosse tutto questo disperato bisogno di forza lavoro nelle fabbriche, le donne sono tornate a casa? Molti sostengono che i lavoratori cercarono di tenerle lontane dalle fabbriche. Heidi Hartmann (qui) per esempio sostiene che i sindacati dominati dagli uomini si sono organizzati per tenere alti i salari per gli uomini, soprattutto attraverso l’esclusione delle donne dal posto di lavoro. Eppure, molti altri non sono d’accordo con questo (qui). Nel loro saggio “Ripensare l’oppressione delle donne“, Johanna Brennero e Maria Ramas sostengono che i sindacati erano troppo deboli per vincere battaglie contro l’inclusione delle donne, e in molti casi hanno effettivamente lavorato pesantemente per portare benefici per i diritti economici delle donne. Allora, qual è la loro risposta? Brennero e Ramas tornano indietro a argomentazioni di tipo biologico, sostenendo che mentre un approccio deterministico biologico (che domina la narrazione standard) è falso, gli:

 

“Eventi biologici connessi con la riproduzione – la gravidanza, il parto, l’allattamento – non sono facilmente compatibili con la produzione capitalistica, e renderli tali richiederebbe spese in conto capitale in congedi di maternità, strutture di cura, assistenza all’infanzia, e così via. I capitalisti non sono disposti a fare tali spese, in quanto aumentano i costi del capitale variabile senza incrementi analoghi della produttività del lavoro e quindi riduzioni nei tassi di profitto. In assenza di tali spese, tuttavia, la riproduzione della forza lavoro diventa problematica per la classe operaia nel suo complesso e soprattutto per le donne.”
Questo era il problema. Nelle prime fasi del capitalismo industriale uomini, donne e bambini finirono tutti in fabbrica. Tuttavia, man mano che le persone affluivano nelle città, si registravano picchi di mortalità infantile. A Manchester (qui) per esempio sono stati registrati 26.125 decessi per 100.000 mila bambini di età inferiore a un anno. Questo era tre volte il tasso di mortalità che si registrava nelle aree non industriali.
Con il sorgere del capitalismo industriale i lavoratori sono stati derubati del controllo del processo di produzione, e, inoltre derubati della loro capacità di incorporare la riproduzione nelle esigenze della produzione. In termini più semplici, essere costretti a lavorare per lunghe ore nelle fabbriche malsane ha reso molto più difficile per i lavoratori occuparsi adeguatamente dei loro figli. E, come sostiene Tad Tietze (qui), “questo ha creato gravi problemi per la capacità del sistema di garantire la riproduzione della classe operaia.” I capitalisti hanno assistito alla morte della generazione successiva di lavoratori.

Brennero e Ramas sostengono che la creazione del “sistema famiglia-nucleo familiare è emerso come la risoluzione a questa crisi.” L’idea del “sistema famiglia-nucleo familiare” è stato introdotto da Michèle Barrett nel suo libro L’oppressione delle donne oggi (qui), descritto come una struttura (qui):

 

“in cui un certo numero di persone, di solito biologicamente correlate, dipendono dai salari di alcuni membri adulti, soprattutto quelli del marito / padre, e in cui tutti dipendono principalmente dal lavoro non retribuito della moglie / madre per la pulizia, la preparazione del cibo, la cura dei figli, e così via. L’ideologia della “famiglia” è quella che definisce la vita di famiglia come “‘naturalmente’ basata su una stretta parentela, come correttamente organizzata attraverso un soggetto di sesso maschile che mantiene la famiglia con la consorte e i bambini a carico, e come un rifugio privato al di là della sfera pubblica del commercio e dell’industria”.

 

Siccome i capitalisti non erano disposti, né in grado, di fornire servizi per i genitori che gli permettessero di allevare i loro figli (congedo di maternità retribuito, asili, etc.) e servizi per la casa (cameriere, servizi di pulizia, etc.) essendo tutto troppo costoso per la classe operaia, le donne sono state costrette a tornare in casa per occuparsi dei figli e dei doveri domestici in senso lato. Come sostiene Tietze (qui): “La famiglia capitalista doveva quindi essere consapevolmente costruita, con tutti gli elementi coercitivi e consensuali di quel processo – un processo che coinvolge vari elementi, in termini di ideologie, di leggi, di politiche, di normative, di riorganizzazione del lavoro, e di strategie di relazioni industriali, tra cui gli tutto ciò che concerne il salario familiare, etc. “La struttura della famiglia-nucleo familiare ha dovuto essere sviluppata in modo da garantire la sopravvivenza del sistema capitalista.

Questo non significa che le donne hanno smesso di lavorare, ma quando l’hanno fatto hanno affrontato particolari svantaggi. Brennero e Ramas sostengono che c’erano particolari classi di donne che lavoravano in questo momento; quelle con bambini, che erano rimaste vedove e quelle sposate con uomini con redditi instabili. “Queste donne hanno costituito un pool di manodopera particolarmente indifesa e disperata,” scrivono. Con responsabilità domestiche che rendevano difficile l’organizzazione sindacale e una possibilità di mobilità ridotta che rendeva difficile trovare posti di lavoro migliori, le donne sono state costrette in salari bassi, spesso con lavori part-time. Da qui si vede lo sviluppo del salario-divario di genere – un divario che continua fino ad oggi.

Qui sta la radice dell’oppressione femminile sotto il capitalismo – radice che vediamo ancora oggi. Mentre alcune donne hanno sfondato il “soffitto di cristallo” (qui) la maggioranza continua a soffrire, sia a causa di una situazione di svantaggio storico (qui) che hanno affrontato nel mercato del lavoro, ma anche a causa di una classe capitalista che non è disposta a fornire le risorse necessarie per allevare i bambini (che è ancora in gran parte visto come un lavoro da donna). Il congedo di maternità retribuito è stato oggetto di una lotta enorme, mentre i servizi di assistenza all’infanzia sono costosi e difficili da trovare. Questo lascia le donne ancora in svantaggio.

Mentre queste radici sono economiche, non possono spiegare il sessismo nel suo complesso. Queste radici economiche hanno creato anche realtà culturali. Ci sono molti esempi di questo, ma prendiamone in esame uno: la percezione della sessualità femminile. La repressione della sessualità (attraverso idee secondo cui le donne avrebbero una bassa libido (qui), alla medicalizzazione della sessualità femminile attraverso la “malattia” della ninfomania) è forse la più grande forma di oppressione ideologica delle donne. Ci (gli uomini in particolare) hanno convinti sin dai primi anni della nostra vita, che la sessualità femminile è irregolare, inaffidabile, incostante e, pertanto, nasce il diritto degli uomini di controllarla. Ciò è stato radicato culturalmente, ed è evidente attraverso gli alti livelli di violenza sessuale e fisica che hanno come bersaglio le donne (qui). Eppure, se ci pensiamo bene, questo ha una base concreta. Quando le donne sono tenute ad essere monogame l’oppressione collettiva della loro sessualità è “logica” (anche se non morale). Questo è solo un altro modo per assicurarsi che le donne adempiano ai loro ruoli economici.
Qui si annidano il sessismo e la misoginia della nostra società – un sistema con radici concrete che si esprime culturalmente ed economicamente. Qualsiasi tentativo di sconfiggere l’oppressione delle donne non può mancare di affrontare sia la cultura sessista, che la sua base economica. Non possiamo fare una cosa senza l’altra.

 

lavoro-femminile

 

Il capitalismo e il neoliberismo sono incompatibili con l’affermazione di una società egualitaria, in cui le donne abbiano pari tutele e diritti, pari accesso a ogni ambito della vita economica e sociale di un paese. Ogni qualvolta ci si orienta verso la folle idea che alla fine questo sistema tende a riequilibrarsi da sé, si ottiene semplicemente un allargamento della forbice tra chi può, ha potere, detta le regole e chi deve semplicemente sottostare, in forme e modalità molto simili allo schiavismo. Come donne dovremmo capire che questo sistema è altamente nocivo, dovremmo capire che ci sono tanti segnali di un patriarcato che sfrutta questo modello per poter continuare a mantenere il controllo su di noi. Più siamo divise, spaccate e parcellizzate in tante micro realtà, più è probabile che il controllo su di noi risulti efficace, paralizzando ogni istanza di cambiamento reale e diffuso.

Se i servizi pubblici mancano o sono carenti, non sempre potremo sperare nell’azione taumaturgica di un imprenditore lungimirante e benefattore, perché questo potrebbe non avvenire mai. Sarebbe auspicabile che si giungesse a integrare più fattori e servizi che vadano a rendere possibile e concreto un equilibrio tra vita privata e lavorativa, con sostegni ai genitori, entrambi equamente responsabili dell’educazione e accudimento dei figli. Per questo penso e torno a ribadire quanto sia fondamentale un’azione organica statale.
I nostri servizi territoriali pubblici sono in profonda sofferenza, e avrebbero bisogno di tornare al centro delle nostre battaglie, chiedendo allo stato investimenti e progetti organici, ma soprattutto attenzione e cura di quanto già esiste. Penso a quanto sarebbe utile assicurare una educazione alla contraccezione, rendendo a tutte accessibili i vari metodi contraccettivi (possibilmente gratuiti). Sto parlando soprattutto di consultori che potrebbero e dovrebbero tornare ad essere il primo presidio per le donne, non solo per prestazioni socio-sanitarie, si potrebbe pensare a un punto di incontro per poter avere uno spazio di confronto tra donne, su vari temi, perché anche se non sono mai stati in un numero congruo, come previsto dalla normativa, sono un presidio territoriale fondamentale. Si potrebbe pensare di sviluppare all’interno dei consultori dei team in grado di fornire l’assistenza alle donne che vivono una situazione di violenza, con sportelli di facile accesso (al momento ci sono delle figure per un supporto psicologico, ma non sono specifiche). Lo so, l’orientamento generale sembra andare in tutt’altra direzione, i consultori tendono a perdere le loro caratteristiche e peculiarità, per divenire punti generalisti, centri polifunzionali per la famiglia, in senso ampio, amplissimo. Nei consultori pubblici mancano gli ecografi (come se il tempo e la tecnologia si fossero fermati) e a nessuno sembra interessare; in quelli privati accreditati non è così. La ratio di una scelta così suicida non è comprensibile, se non richiamando l’obiettivo sottaciuto, arrivare a una lenta dismissione degli stessi, una volta resi inefficienti e inutili. Negli anni li abbiamo abbandonati, e non accetto che si continui a non vedere questo grave errore. Il decentramento nella gestione politica-amministrativa della materia sanitaria ha creato non poche differenze nei servizi della penisola. Abbiamo permesso che spuntassero altri attori privati a fornire servizi che in uno stato sano, consapevole e interessato alle problematiche delle donne non dovrebbero prosperare. Uno stato che tende a ritirare il suo impegno dal sistema di welfare, poi vede l’avanzata di soggetti privati, spesso legati a logiche tutt’altro che laiche e spesso con interessi non propriamente puri e lontani da logiche di lucro, laddove invece sarebbe meglio avere una presenza pubblica forte, in grado di fare programmi lungimiranti e capillari, l’unica in grado di garantire un servizio quanto più universalistico e equo possibile. Non vogliamo servizi a macchia di leopardo. Inoltre, torno a ribadire la necessità di un monitoraggio (valutativo) imparziale e oggettivo di tutte le attività che si svolgono sui nostri territori, a cura di enti privati accreditati o indipendenti (consultori, centri antiviolenza ecc.), che forniscono servizi per noi donne, sarebbe una garanzia per noi tutte, onde evitare di incappare in strutture che non applicano interamente le normative nazionali (vedi la legge 194) o non offrono servizi di buona qualità.

Guardiamoci attorno, e cerchiamo di capire di cosa avremmo veramente bisogno. Allarghiamo il nostro sguardo e impegniamoci per ottenere servizi migliori e accessibili a tutte. Dobbiamo tornare a chiedere che lo stato investa sulle politiche che fanno bene alle donne, semplificando e alleggerendo i carichi che oggi pesano quasi unicamente sulle nostre spalle, in termini di welfare e cura, spingendo verso servizi universalistici, che coinvolgano anche gli uomini nel carico di responsabilità quotidiane. Lavoriamo per colmare il gender pay gap pretendendo la trasparenza delle retribuzioni, permettiamo alle donne di mantenere il lavoro (secondo una recente indagine Istat il 30% delle donne occupate ha lasciato l’impiego dopo la gravidanza) e di rientrarvi a tutte le età (i contributi dimezzati previsti dal Jobs Act per chi assume lavoratrici disoccupate da oltre dodici mesi o donne di qualsiasi età senza lavoro da almeno 24 mesi o il ddl collegato alla legge di Stabilità 2016 con cui si introduce lo smart working devono diventare realmente adottabili da tutte le aziende, per poter offrire benefici reali a tutte le donne, il tessuto imprenditoriale italiano non è tutto “virtuoso” e attento a questi problemi). Abbiamo anche l’Unione Europea, che può svolgere un importante ruolo propulsore di diritti e di linee guida per migliorare il nostro paese. Un benessere diffuso parte da un sistema riequilibrato, che va studiato e praticato, a partire dagli attori statali. Nessun* esclus*. Non possiamo pensare di vivere bene in un sistema senza regole che siano garanzia per tutt*, dobbiamo impegnarci in un lavoro certosino volto a riequilibrare le storture di un sistema economico e culturale che genera diseguaglianze, sopraffazione e la riproposizione di modelli affini allo schiavismo. Non lasciamoci affascinare da una libertà che pone al centro i desideri e i bisogni dell’individuo, che non prevede limiti e senza diritti certi per chi è più debole e non ha mezzi per difendersi. Non siamo monadi, siamo parte di un tessuto sociale, non possiamo ignorare i buchi, intesi come gap di genere e di censo, che lo caratterizzano. Non possiamo permetterci ulteriori tentennamenti e divisioni sterili, così non andiamo da nessuna parte. Un segnale di una deriva individualista che mi inquieta? Parlare di libertà e di autodeterminazione della donna associandole alla prostituzione e alla maternità surrogata (qui e qui). Andiamo alle radici di questi temi, senza omissioni o senza perdere la bussola.

5 commenti »

Quanto davvero ci interessa il destino delle donne (e dei bambini)?

simone

 

Personalmente ritengo che se vivessimo in una pura società/economia del dono, in cui lo scambio altruistico avvenisse naturalmente, non avremmo milioni di italiani che vivono sotto la soglia di povertà. Quanto meno ci sarebbe un meccanismo di redistribuzione della ricchezza efficace. Inoltre, un contesto altruistico agevolerebbe le donne, ci sarebbero reti diffuse sul territorio che assicurerebbero in maniera capillare il sostegno alle donne in tutte le loro attività quotidiane e non ci sarebbe un aggravio solo su di loro di tutte quelle pratiche di cura che ben conosciamo. La Convenzione per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne (Cedaw 1979) già ne parlava.
Invece, la realtà è ben diversa e se siamo consci di ciò che c’è attorno a noi, le favole non rappresentano la nostra vita quotidiana.

Quindi, quando ci sono dibattiti accesi, come nel caso della maternità surrogata, forse dovremmo riuscire a dosare meglio le parole, per comprendere il loro vero senso e uso. La parola dono è una di queste.

dono

Alcuni mi hanno suggerito che il dono esiste e si esplica attraverso tutti coloro che praticano volontariato, i donatori di sangue e di organi. Ma occorre distinguere tra un dono che salva la vita a un’altro o la migliora e un dono a coloro che “assumono” una donna per intraprendere il ciclo che porterà (se tutto va bene) a generare un figlio, in cui è previsto un contraccambio per tale “servizio” (lo metto tra virgolette perché non sopporto questa parola). Ci sono troppe componenti che entrano in gioco quando si parla di maternità, che esulano dalla dimensione di oggettivazione meccanicistica che spesso si attua, che non possono essere associate alla parola dono. Si parla di utero come se fosse un mezzo, un contenitore, un luogo-organo che viene messo a disposizione, come se fosse in locazione a titolo più o meno oneroso. La donna non dona certo il suo utero, ma mette a disposizione tutta la sua persona, in tutte le sue componenti corporee e psichiche. Da questo processo è spesso omesso il fattore relazionale e di interscambio che fanno parte di una normale gravidanza.
Sono convinta che possano esistere casi di “dono” altruistico, ma non sarebbe nata una industria florida se ci fossero state sufficienti donne altruiste disponibili ad attuare tale pratica. Anche il fatto che davanti alla mia proposta di una surrogata tra parenti, si sia ribattuto che sarebbe stata troppo restrittiva, mi fa sorgere qualche dubbio, se poi ho bisogno di ricorrere alla figura di qualche amica, della cui natura non possiamo sondare quanto sia autenticamente tale. Cercate di comprendermi, non me la sento di girare la testa dall’altra parte e non pensare a tutti i casi di sfruttamento.
Mi chiedo perché si sia abbandonata a priori la pratica dell’adozione, o meglio me lo hanno spiegato: l’adozione non interessa perché troppo onerosa (anche in termini di spesa), è complicato crescere un figlio magari già di qualche anno, con traumi pregressi. Quindi addio lotta alle adozioni paritarie. Meglio chiederne uno ex novo, a una donna che te lo porti in grembo per nove mesi e poi te lo ceda come se fosse un prodotto in serie. Una genitorialità che sembra lontana dalla realtà, come se i figli possano e debbano essere “perfetti”, così come sono nella nostra immaginazione. Essere genitori è un compito complesso sempre, in ogni caso, che non prevede facilitazioni e soluzioni pronte all’uso di nessun tipo. Per quanto mi riguarda sono convinta che dovremmo lottare ancora per le adozioni, semplificando l’iter, aprendolo a tutti/e, anche a single, diamo un futuro ai bambini, variamo la stepchild adoption per non creare discriminazioni tra i bambini. I bambini non sono beni, merci, hanno diritto a una tutela. Non riduciamo la donna a un utero che cammina e che può benissimo essere acquistato sul mercato. Parliamo di donne nella loro interezza, parliamo di diritti pieni e non di corpi, di servizi e di mercato. Allo stesso tempo auspico che non si strumentalizzi il tema della Gpa per archiviare le unioni civili, apriamo un dibattito serio, parliamo del fatto che la Gpa è molto utilizzata dalle coppie etero, più di quelle omo, parliamo di diritti e di tutele. Garantiamo eguaglianza ma non sulla pelle di una donna.
Poi auspico sempre che si scandaglino le fondamenta che portano la donna a una tale scelta, sottoponendosi a una serie di terapie preparatorie ai 9 mesi di gravidanza. Non vogliamo parlare di scelte indotte dal bisogno? Va bene, cancelliamo anche questa ipotesi, ma non avremo fatto altro che omettere una faccia del problema.
Penso anche che le regole, le norme servono a proteggere da eventuali abusi e assenza di protezione le donne e i bambini. Oppure pensiamo di poterne fare a meno, perché l’economia si autoregola, gli esseri umani attuano solo operazioni di buon senso e benefiche, tanto alla fine si raggiunge un equilibrio utile per tutti? Riflettendo mi chiedo anche se una normativa rigorosa e protettiva nei confronti della madre surrogata poi non spinga a cercare lidi più “semplici” per le coppie ordinanti, come si possa evitare che altrove si continuino ad avere situazioni di sfruttamento senza limiti. Anche solo chiamare la donna “portatrice” (denominazione che deriva dal fatto che spesso porta un ovulo di un’altra donna ancora, scelta che serve proprio a evitare un ripensamento successivo) mi crea qualche perplessità, come se fosse una bella incubatrice su commissione. Quando qui parlavo di oggettivazione, mi riferivo a questo modo di parlare delle donne, per non parlare del bambino che nascerà, che resta sempre nell’ombra di una transazione contrattuale. Io non so cosa sia la SOLUZIONE, non ne ho idea, ma forse rimettere al centro una riflessione sul potere, sul differenziale di potere ricchi e poveri (o comunque meno abbienti), sul controllo sui corpi delle donne, sulla mercificazione a cui siamo da sempre soggette o meglio “oggetto”. Questo assoggettamento totale al mercato che tutto regola e tutto può non deve lasciarci indifferenti, è nocivo per i fondamentali dell’essere umano e dei suoi diritti.
Sbranatemi, attaccatemi, ma io resto convinta che il nostro destino sia (debba essere) diverso dal vendere il corpo per sesso o per macchina riproduttiva. Sarò ottusa per molti, ma a me sembra che provare un minimo di empatia nei confronti degli altri sia l’unica strada per non perdere la nostra umanità. La nostra società ci attribuisce e ci toglie libertà, diritti a seconda della convenienza, non è così? Darci esistenza solo in quanto fattrici e corpi è uno svilimento della nostra complessità di donne. Perché non si adopera altrettanta energia e non si dimostra entusiasmo nel darci parità, diritti, lavoro, servizi e condizioni di vita migliori. Sapete quante donne decidono di non fare figli in questi tempi di vita e lavoro precari? Sapete quante donne a causa dei continui tagli ai servizi sono costrette ad abbandonare il lavoro, tornando a una dimensione esclusivamente di sostegno e cura, un welfare sostitutivo e gratuito, che in molte di noi non possono o non sentono di scaricare sui genitori spesso anziani. Sapete quanto pesa il lavoro di assistenza a familiari bisognosi di cure?
Voglio raccontare un pezzo di storia personale per farvi capire quanto questi pesi incidono sulle scelte di una donna. Io sono figlia unica, sono rimasta tale perché quando ero piccola i miei nonni materni si sono ammalati e mia madre ha dovuto investire tutte le sue energie per dividersi tra me, i miei nonni e il suo lavoro.
La mia libertà non è disgiungibile da tutte queste condizioni attorno, che invece continuano a essermi precluse o ridotte all’osso. Vado bene come merce, come oggetto? Non vado bene quando rivendico diritti e rispetto in quanto essere umano. Fatemi capire. In quanto vagina/utero-dotata dovrei vendere me stessa per profitto e per soddisfare i “bisogni” altrui e dire anche grazie alla società/economia che lo chiede? Tutte le altre battaglie sui diritti a questo punto saranno vane, nemmeno pretendere un lavoro (e un salario) dignitoso e che non violi la mia persona sarà possibile. Invece di unirci compatte pretendendo un lavoro dignitoso, servizi adeguati e accessibili a tutti, una sanità efficiente, formule per conciliare lavoro-vita privata che valgano parimenti per entrambi i membri della coppia (vedi l’assurdo congedo di due giorni per i papà appena varato), facciamo finta di niente, che i problemi non sussistano. Ho scritto tanto su queste tematiche, ma lo scarso interesse suscitato è evidente, persino chiedere un ministero che sia dedicato alle nostre “pari opportunità” è diventato una cosa di secondo piano, salvo poi lamentarci di essere derubricate sempre nella scala delle priorità della politica istituzionale.

L’interesse su di noi si accende solo quando siamo utili al mercato, poi quando non serviamo più per vari motivi (diventiamo “obsolete”, inadatte, poco disponibili a condizioni schiaviste, scomode, ingestibili, quando chiediamo diritti e rispetto) ci danno un calcio e via! Svegliamoci e cerchiamo di capire che qui c’è ancora una lotta di classe in cui chi ha di più, in termini di potere economico e di status, pensa di poter utilizzare gli altri a suo piacimento, e naturalmente le donne e i bambini sono quelli più vulnerabili. Io rispondo, col cavolo che si pretende di usare me per i vostri scopi. Col cavolo che mollo la lotta contro la mercificazione e la reificazione delle persone. Col cavolo che mi rassegno di fronte allo sfruttamento e alle disuguaglianze. Abbiamo lottato per anni affinché la nostra esistenza non dovesse per forza coincidere con il nostro diventare/essere madri, dove è finito questo pensiero, questo desiderio di affrancarci da un destino che oggi si desidera ri-affermare ad ogni costo?

Ho sentito ragionare Chiara Lalli sul desiderio di genitorialità che alcuni vogliono esaudire ad ogni costo, sottolineo “ad ogni costo”. Se da un lato una persona che vuole laurearsi a tutti i costi viene vista in una accezione positiva (e anche qui ci sarebbe da obiettare sui “confini”), dall’altro non la si può applicare al fatto di desiderare un figlio ad ogni costo. Eh lo credo bene, qui sto chiedendo a una persona diversa da me di portare a compimento un mio desiderio, “ad ogni costo”. Il fatto che io desideri una cosa ad ogni costo non deve necessariamente tradursi in realtà.

Visto che siamo tutti concordi nel contrastare qualsiasi forma di sfruttamento, l’eventuale regolamentazione a riguardo della maternità surrogata cosa dovrebbe predisporre per scongiurare simili casi? Limiti e condizioni dovranno comunque essere posti a garanzia delle parti più deboli.
Ho ascoltato un confronto su La Repubblica tv tra Chiara Lalli e Francesca Izzo. Mi aspettavo da Lalli una maggiore incisività nel proporre le sue tesi, mi è parso che si sia contraddetta soprattutto in merito a come si concilia libertà dei singoli-legge/regolamentazione. Inoltre non ha chiarito come contrastare lo sfruttamento. Stessa approssimazione nell’evidenziare le conseguenze sul bambino, mi è sembrato che non fosse a conoscenza delle ricadute nella sfera psicologica, che invece dovrebbero essere valutate attentamente. Io non sono una esperta, io esprimo opinioni che non hanno valore scientifico e non pretendo di avere credito scientifico.
“Secondo quanto afferma Lalli, qualsiasi legge ha un carattere totalitario” ha detto Francesca Izzo, e penso che abbia colto il segno, il problema di fondo è accettare che un sistema giuridico non è illiberale, ma dovrebbe servire a tutelare le parti deboli di una società, coloro che sono più fragili e soggetti sì a coercizione da parte di chi detiene potere economico o di status sociale. Quindi regolamentare non è sbagliato, significa dare un tetto di regole per evitare reati, sopraffazioni di vario tipo, violazioni di diritti umani ecc. Senza si tornerebbe a uno stato di natura, in cui vige il puro istinto. La libertà è più diffusa se ho delle regole certe, un tetto normativo. Le norme sono certamente una limitazione alla mia libertà individuale ma servono a garantire una convivenza civile a tutto il corpo sociale, compresa me. Le leggi devono intervenire (e prevenire) prima che il comportamento di un individuo rischi di danneggiare gli altri, non si può pensare che ciascun individuo si autoregoli da sé, che si generi magicamente una condizione equilibrata tra gli individui.
Lalli a un certo punto richiama John Stuart Mill (che come impostazione è molto distante dalle mie posizioni economiche e politiche) a proposito della libertà, concetto ben più complesso di un semplice “Su se stesso, sul proprio corpo e sulla propria mente l’individuo è sovrano”, spesso citato. Nel suo On Liberty, sempre tenendo presente che si tratta di un liberale di metà Ottocento che si sta riferendo al contesto socio-economico di una Inghilterra alle prese con le turbe della rivoluzione industriale, scrive per esempio anche questo:

All’inizio di questo saggio si era affermato che la libertà dell’individuo in questioni che riguardano lui solo implica una corrispondente libertà per qualsiasi numero di individui di regolare per mutuo consenso questioni che li riguardano nel loro complesso, e non riguardano altri. Questo problema non presenta difficoltà fino a quando la volontà di tutti gli interessati resta immutata; ma poiché potrebbe mutare, spesso essi devono, anche in questioni che riguardano solo loro, contrarre degli impegni reciproci; e in questo caso è generalmente giusto che questi impegni
vengano mantenuti. Tuttavia, questa regola generale ha delle eccezioni, presenti probabilmente nelle leggi di tutti i paesi. Non solo gli individui non sono vincolati da impegni che violino i diritti di terzi, ma talvolta viene considerata ragione sufficiente per esimerli dall’impegno il fatto che sia loro dannoso. Per esempio, in questo e nella maggior parte degli altri paesi civilizzati un impegno per cui una persona si venda, o permetta di essere venduta, come schiavo sarebbe privo di valore legale, e né la legge né l’opinione consentirebbero che fosse rispettato. La ragione per limitare così il potere dell’individuo di disporre volontariamente della propria vita è evidente, e questo caso estremo la mostra con chiarezza. Il motivo per non interferire, salvo quando altri siano coinvolti, negli atti volontari di un individuo è il rispetto della sua libertà: la sua scelta volontaria prova che ciò che sceglie è per lui desiderabile, o perlomeno sopportabile, e nel complesso è più opportuno per il suo bene permettergli di trovare da solo i mezzi di conseguirlo. Ma vendendosi come schiavo, abdica alla sua libertà: rinuncia a ogni suo uso posteriore all’atto di vendersi. Quindi contraddice, con la sua stessa azione, proprio lo scopo che giustifica il permesso che ha di disporre di se stesso. Non è più libero, e appunto per questo si trova in una posizione che vanifica la presunzione che egli vi possa restare volontariamente. Il principio della libertà non può ammettere che si sia liberi di non essere liberi: non è libertà potersi privare della libertà. Queste ragioni, la cui efficacia è così evidente in questo caso particolare, hanno chiaramente un’applicabilità ben più ampia; tuttavia vengono limitate in ogni campo dalle esigenze della vita, che continuamente richiedono non certo che rinunciamo alla nostra libertà ma che consentiamo a una serie di sue limitazioni. Tuttavia, il principio che richiede l’incondizionata libertà d’azione in tutto ciò che riguarda solo l’agente, implica che due persone che abbiano preso un impegno reciproco e non riguardante terzi siano libere di esimersi vicendevolmente dal rispettarlo; e, indipendentemente da questa esenzione volontaria, probabilmente non esistono contratti o impegni – salvo quelli riguardanti danaro o suoi equivalenti – di cui si possa sostenere che non vi dovrebbe essere alcuna libertà di rescinderli.

 

Per chi sostiene che non siamo in tema “schiavitù”, chiudo con un pezzo di una intervista che ho letto:

Quanto sono state pagate?
ANNA e LAURA: “Circa settemila euro, trentamila tutta l’organizzazione medica”.

http://www.repubblica.it/salute/benessere-donna/gravidanza-e-parto/2015/12/09/news/noi_donne_diventate_madri_grazie_all_utero_in_affitto-129137441/

E’ esattamente questo tipo di pratiche che vanno regolate in qualche modo.

La cultura che ancora oggi sostiene che una donna non è completa se non è madre produce questo. Un desiderio e una scelta che possono essere positivi rischiano di diventare enormi e deleteri problemi, diventando “mostri” di aspettative che crescono inconsciamente dentro di noi, generando aspettative non sempre esaudibili. Queste donne sono entrambe vittime (come le madri surrogate di un mercato dei corpi e un’industria che specula sul bisogno) di questi macigni culturali che non abbiamo ancora superato. Il desiderio e la devastazione psicologica prendono il sopravvento, tanto da non avvertire le conseguenze che può generare un desiderio di maternità ad ogni costo. Perché non ci impegniamo a scardinare questi meccanismi che creano un valore distorto dell’essere umano? Rischiamo di essere “schiave” di questa mentalità. Noi donne siamo molto altro, il nostro senso va oltre l’essere o non essere madri, molto oltre, questo concetto piccolo ma grande è in grado di scatenare mille conseguenze positive, liberandoci di una “dipendenza culturale” per cui se non siamo dotate di figli e non rientriamo in una qualche famiglia, non esistiamo e non abbiamo valore e diritti. Pensiamoci un po’..

Ci vogliono fregare, qui gli unici che ci guadagnano sono le cliniche, gli intermediari, l’industria che speculano su queste nostre aspettative.

Forse dovremmo superare una volta per tutte il concetto di femminilità freudiano, per cui la donna  trova la sua realizzazione nella maternità.

 

Per qualche info in più a livello europeo:

https://collectifcorp.files.wordpress.com/2015/01/surrogacy_hcch_feminists_english.pdf

http://sverigeskvinnolobby.se/en/project/feminist-no-to-surrogacy-motherhood/

http://sverigeskvinnolobby.se/wp-content/uploads/2013/08/POLICY-PAPER-SURROGACY-MOTHERHOOD.pdf

http://www.europarl.europa.eu/oeil/popups/summary.do?id=1148523&t=d&l=en

Il prossimo 16 dicembre va in discussione al Parlamento europeo (votazione il 17) la Relazione annuale sui diritti umani e la democrazia nel mondo nel 2014 e sulla politica dell’Unione europea in materia, che al punto 114 affronta proprio il tema della surrogazione:

114 – condanna la pratica della surrogazione, che compromette la dignità umana della donna dal momento che il suo corpo e le sue funzioni riproduttive sono usati come una merce; ritiene che la pratica della gestazione surrogata che prevede lo sfruttamento riproduttivo e l’uso del corpo umano per un ritorno economico o di altro genere, in particolare nel caso delle donne vulnerabili nei paesi in via di sviluppo, debba essere proibita e trattata come questione urgente negli strumenti per i diritti umani.

http://www.europarl.europa.eu/sides/getDoc.do?type=REPORT&reference=A8-2015-0344&language=IT

 

P.S.

In questo spazio esprimo le mie opinioni, le mie riflessioni ma spesso e volentieri è mia abitudine corroborarle attraverso la ricerca e l’uso di fonti più accreditate. A quanti in questi giorni si sono preoccupati attorno alle reali motivazioni di questa mia attività, rispondo che non è mai stata e non sarà mai mia intenzione lucrare o trarre benefici di alcun tipo sulla pelle delle donne. Questo è uno spazio gratuito e tutte le mie collaborazioni avvengono su questo presupposto. Non vado in giro a propagandare ciò che faccio e i miei prodotti, attività che ad altri piace, ma che non è nelle mie corde. Non aspiro a fare il prezzemolo e vorrei solo che la mia voce non continuasse a essere schiacciata solo perché a volte parlo controcorrente. In un contesto di libera espressione si dovrà sopportare ancora la mia parola, ma nessuno vi impedisce di non leggermi. Piuttosto chiedetevi se dietro personaggi intoccabili del panorama mediatico e culturale italiano non ci possano essere interessi di industrie fiorenti.

5 commenti »

Get up, stand up for women’s rights!

Malala

 

Il 10 dicembre sarà celebrata in tutto il mondo la Giornata dei diritti umani.
C’è sicuramente uno stridore tra le dichiarazioni di principio che verranno sciorinate in questa occasione e quanto accade da anni in Paesi dilaniati da conflitti e la cui popolazione vede i propri diritti umani pesantemente negati, quasi come se fossero meno umani di altri, come se le loro vite avessero un valore minore. Sì, perché evidentemente l’umanità non ha ancora raggiunto un livello sufficiente di uguaglianza, che sia capace di tradursi in pari diritti e salvaguardia di essi.

I miei diritti non dovrebbero essere dissimili da quelli di un altro, eppure.

E vedo nel conflitto un tentativo di dare atto a un processo di negazione dei diritti, proseguendo in quel lavoro di deumanizzazione che poi giustifica ogni violenza.

Come analizza Chiara Volpato nel suo “Deumanizzazione. Come si legittima la violenza”, la deumanizzazione si può esprimere esplicitamente, tramite strategie che negano apertamente l’umanità di altri individui o gruppi, allo scopo di giustificare sfruttamenti, degradazioni e violenze, oppure attraverso modalità più sottili, che lesionano l’altrui umanità, poco per volta. Ricorrere a paragoni con animali, mostri, diavoli, considerarli oggetti, merci, strumenti, privi di anima sono tutti metodi per negare la loro appartenenza all’umanità.

Noi donne, come genere storicamente relegato a un gradino inferiore, abbiamo subito molti di questi processi di deumanizzazione.

Quante volte nei conflitti si è ricorso alla deumanizzazione del nemico?

A volte però non basta ed è necessaria un’operazione di “ristrutturazione” della morale, per rendere accettabili certe operazioni di guerra: si parla di guerra santa, giusta, di peacekeeping.

Albert Bandura ci spiega come la deumanizzazione costituisca un processo di disinnesco delle ragioni morali: se percepissimo il nemico come umano, scatterebbero delle reazioni empatiche, proveremmo compassione, angoscia e sensi di colpa.

Pertanto rendendo l’altro inumano, subumano, le nostre sentinelle morali si affievoliscono.

Capite che è più facile trascurare l’incidenza dei “danni collaterali” tra le popolazioni civili e tollerare la violazione dei diritti umani.

Lo vediamo oggi sotto i nostri occhi, abituati da più di un decennio di guerra al terrore.

Da una parte troviamo l’esposizione mediatica dei corpi dei nemici uccisi, oggetti, proprio come in epoca coloniale, dall’altra c’è la protezione dei “nostri” morti, a cui si attribuisce rispetto e pietà, non sempre estendibili ad altri gruppi.

Ancora una volta i diritti non sembrano valere allo stesso modo per tutti/e.

La deumanizzazione colpisce anche i migranti, i richiedenti asilo e i rifugiati, rappresentati dai media come clandestini privi di qualità morali e umane, utilizzati da una certa propaganda politica come un corpo unico di criminali o di terroristi, pericolo per il futuro del paese.

Strettamente connesso a questo tipo di trattamento, è l’oggettivazione. L’oggettivazione è un particolare tipo di deumanizzazione, per cui l’individuo è considerato alla stregua di un oggetto, merce, strumento.

Il prototipo è lo schiavo. Recupero dal testo di Volpato le sette dimensioni del concetto di oggettivazione di Martha Nussbaum:

1. l’oggetto è uno strumento per scopi altrui

2. l’oggetto è un’entità priva di autonomia e autodeterminazione

3. l’oggetto è un’entità priva di capacità di agire e di essere attivo

4. l’oggetto è interscambiabile con altri oggetti della stessa categoria

5. l’oggetto è un’entità priva di confini che ne tutelino l’integrità, è quindi possibile farlo a pezzi

6. l’oggetto appartiene a qualcuno e può quindi essere venduto o prestato

7. l’oggetto è un’entità le cui esperienze e i cui sentimenti sono trascurabili.

La strumentalità è molto pericolosa perché rende l’oggetto appetibile e mercificabile, in quanto c’è un mercato che lo richiede.

La sessualizzazione della donna, il suo essere confinato a mero oggetto di attrazione sessuale, la rende strumento di piacere altrui, realizzando quella che MacKinnon analizza come oggettivazione sessuale nella quale le donne sembrano essere immerse.
Le donne vivono qualcosa di simile all’alienazione lavorativa di Marx, una frammentazione tra le loro funzioni sessuali e tutto il resto (Bartky).

L’oggettivazione sembra avere un’altra ricaduta negativa, porta a un impoverimento dell’interazione sociale, portando le donne a esprimere raramente i propri pensieri e opinioni.

Le ricadute peggiori sono quelle che vedono coinvolto l’equilibrio psico-fisico: l’oggettivazione che porta all’auto-oggettivazione che scatena stati depressivi, disfunzioni sessuali e disturbi alimentari. Quando si comprende di non poter raggiungere certi standard, modelli di corpi, scatena una serie di disturbi legati al senso di inadeguatezza.

Questo riferimento all’oggettivazione è un chiaro passepartout per consentire che passino inosservate e impunite tutta una serie di violenze e violazioni di diritti umani fondamentali.

Tutto ciò che indebolisce e mette in discussione l’umanità, consente che anche i diritti possano diventare un optional, da applicare e disapplicare a piacimento.

Ho già parlato altrove dell’oggettivazione che consente di pensare alle donne come merce sessuale per il mercato della prostituzione, di come i corpi vengano separati dall’unicum persona e possano pertanto diventare cose, beni interscambiabili, sostituibili, commerciabili.

Ho letto di recente in un’intervista sul tema della maternità una frase che mi ha dato la misura di questa deformazione oggettivante: “L’utero surrogato è in prestito. A tempo.”

Non è effettivamente così, visto che la donna che si presta a ospitare la gravidanza conto terzi (e non il suo utero, qui rappresentato come elemento esterno e estraneo alla donna, che non dimentichiamo non è un oggetto, un involucro; la gestazione non consiste in una incubatrice meccanica con finalità riproduttive. Ricordiamoci che sono donne e non uteri!) deve sottoporsi a bombardamenti ormonali per niente innocui e i cui effetti non si esplicano solo nell’arco del processo della fecondazione/gravidanza.

Un utero, parte di corpo che viene oggettivata, quasi che fosse “estraibile”, componente meccanica atta alla procreazione, senza alcun nesso con la persona donna.

Una volta oggettivato, tale utero diventa vendibile e dato in comodato d’uso gratuito o a pagamento. A questo punto possiamo farlo anche con altri organi del nostro corpo.

(…)

CONTINUA A LEGGERE SU Mammeonline.net 

http://www.mammeonline.net/content/get-stand-womens-rights

 

P.S.

Questo articolo è stato pubblicato su Mammeonline il 3 dicembre, ma alla luce di quanto sta accadendo in questi ultimi giorni in tema di maternità surrogata assume nuove sfumature.

Mi sembra il caso di riportare alcune mie riflessioni sparse su Facebook. Mi interrogo e mi esprimo, almeno questo dovrebbe ancora essere consentito.

“Lottiamo per le adozioni, semplifichiamo l’iter di adozione, apriamolo a tutti/e, anche a single, diamo un futuro ai bambini. I bambini non sono beni, merci. Non riduciamo la donna a un utero che cammina e che può benissimo essere acquistato sul mercato. Parliamo di donne nella loro interezza, parliamo di diritti pieni e non di corpi, di servizi e di mercato. Non strumentalizzate il tema della Gpa per archiviare le unioni civili, apriamo un dibattito serio, parliamo del fatto che la Gpa è molto utilizzata dalle coppie etero, più di quelle omo, parliamo di diritti e di tutele. Garantiamo eguaglianza ma non sulla pelle di una donna.
Sono stanca veramente di certe argomentazioni che si basano sempre sulla nostra capacità di scelta. Ma come diamine si fa a non capire che questa è compravendita di corpi, di pezzi di essi, di bambini conto terzi, questa è violazione dei diritti umani, ci stanno usando, ci stanno riducendo a macchine da riproduzione, ci stanno convincendo che andiamo bene solo per sesso e per riprodurre la specie. Dov’è il progresso e l’emancipazione?”

Ho fatto una grande scoperta, l’adozione non interessa perché troppo onerosa (anche in termini di spesa), è complicato crescere un figlio magari già di qualche anno, con traumi pregressi. Quindi addio lotta alle adozioni paritarie. Meglio chiederne uno ex novo, a una donna che te lo porti in grembo per nove mesi e poi te lo ceda come se fosse un prodotto in serie. Una genitorialità che sembra lontana dalla realtà, come se i figli possano e debbano essere “perfetti”, così come sono nella nostra immaginazione. Sappiamo che essere genitori è un compito complesso sempre, in ogni caso, pensare di poter trovare strade più semplici è folle e sinonimo di non aver compreso cosa sia essere madri e padri, di come non ci siano ricette o bacchette magiche.

“A seconda di ciò che conviene a noi stessi ci esprimiamo, non sulla base di un ragionamento generale, non sulla base di un minimo di empatia nei confronti dell’altro/a. Tutto sembra partire e restare confinato al nostro individuo. Sembra che ci siano individui avulsi da un contesto sociale, da regole etiche, ma anche solo da prassi di buon senso. Anche le citazioni e i riferimenti a terzi devono essere funzionali al nostro punto di vista. Siamo in un contesto di un individualismo esasperato, lontani anni luce da un concetto di dono, che poi nei fatti si stenta a rintracciare. Siamo sempre bravi a parlare di altruismo dalla nostra calda poltrona, poi quanti sono disposti a mettere da parte il proprio ego di fronte a una necessità di una persona? E quante di queste azioni non sono funzionali a gratificare e a purificare il nostro ego? Sono sempre le altre che dovranno mettere a disposizione il proprio utero e il proprio corpo, sono sempre gli altri che dovranno vendere un rene, sono sempre gli altri che dovranno lavorare come schiavi per rendere le nostre vite felici e non scalfire il nostro agio. Sempre un “Altro”. Simone de Beauvoir: “ogni coscienza pretende di porsi come soggetto unico e sovrano. Cerca di realizzarsi precipitando l’altra in schiavitù“. Ma questa tendenza va superata, va attuato un reciproco riconoscersi, senza prevaricazioni nelle relazioni umane. Se poi il nostro “desiderio” deve per forza essere esaudito, chiaramente ci sarà un essere umano che probabilmente dovrà diventare nostro oggetto, nostro schiavo, nostro strumento. La deumanizzazione è proprio questo, dequalificare un essere umano per consentire di renderlo oggetto.”

A proposito di “dono”ho sostenuto: “Non siamo in una società e in una economia del dono. Siamo in un contesto post – capitalista, con un liberismo galoppante, un individualismo che ti dice che è colpa tua se non riesci a fare qualcosa, dove i datori di lavoro ti convincono a dimetterti dopo la maternità, dove ti chiedono di arrangiarti da sola, dove l’altruismo è raro e le persone tendono a fare cose solo se c’è un tornaconto personale. Io non so se chiederei mai a una amica un tale sacrificio, mi sembra qualcosa di troppo complesso e delicato.”

“La scelta libera, la volontarietà sappiamo bene che sono aspetti difficilmente verificabili, l’altruismo puro è cosa rara e presuppone immagino un legame affettivo, che unito ad altri fattori rende le cose complicate. Quanto siamo veramente in una società del dono? Ci siamo interrogati su questa necessità di genitorialità che implica l’uso di un corpo altrui? Il fatto che si parli di uteri, e poco di donne e delle conseguenze psico fisiche su coloro che portano avanti questa gravidanza, mi fa pensare che non ci sia interesse per le persone, ma che siamo talmente mercificati da non riuscire a ragionare diversamente.”

Ho parlato di surrogata solo tra parenti in modo da avvicinarsi a una ipotesi di “dono” e altruismo, ma chiaramente non sarebbe sufficiente a garantire una copertura efficace delle richieste si Gpa. Mi si parla di amiche disposte ad aiutare, io penso che sarebbe più complesso giudicare la fondatezza di tale “amicizia”, perché posso pagare una donna e chiederle di dichiarare di essermi amica. Contrattualizzare una maternità comporta sempre un elemento “critico”.

Quando si è visto che se ci si oppone a questo mantra della libera scelta si ricevono solo pomodori e accuse di ogni tipo, quando in molte/i preferiscono mantenere una linea ambigua, quando prendere posizione viene vista come un errore, ci consigliano addirittura di tacere almeno in questo frangente, ci vogliono quindi silenziare, che facciamo? Sapete qual è il punto vero? Non vogliamo scavare più di tanto, ci basta la superficie, mica vogliamo parlare di potere, di disuguaglianze, di sfruttamento, delle conseguenze di queste pratiche sempre sulla pelle delle donne, di una libertà che è sempre e solo di chi ha soldi e potere, di un concetto di dono che diventa il lavaggio di coscienza collettivo, di una refrattarietà all’adozione perché genitorialità troppo complicata, di un contesto dove io pretendo di disporre delle vite e dei corpi altrui.

“Io mi chiedo che senso ha combattere contro le disuguaglianze, la violazione dei diritti, la violenza di genere se poi si arriva a concepire che una strada di emancipazione dalla povertà, dalle difficoltà può essere la vendita di sé o di una parte del proprio corpo, o addirittura di bambini. Mi sembra che abbiamo accettato di buon grado la donna come un oggetto, naturalmente le Altre donne, ricreando così la solita dicotomia tra donneperbene e donnepermale. Indietro tutta. A questo punto sono ipocrite tutte le battaglie verso pari diritti e dignità.”

“Non c’è modo di ragionare seriamente, non vediamo chiaramente nemmeno che ci stanno fregando, ancora una volta, in quanto donne e in quanto vagina-munite a fini di sfruttamento sessuale e utero-munite a fini riproduttivi. Non c’è verso, per loro tutto deve essere possibile, l’autodeterminazione col corpo e le vite delle altre.. le altre naturalmente.”

“Qui si va dritte al suicidio di tutte le conquiste di decenni di riflessioni sulle donne come esseri umani. Qui si va dritte verso l’autorizzazione a fare di noi qualsiasi cosa il mercato chieda. Nessuno è in vendita, questa dovrebbe essere una regola fondamentale, invece la si propone come soluzione di vita. Non me ne faccio niente della libertà di disporre del mio corpo se poi perdo la salute e resto sempre un oggetto senza diritti.”

2 commenti »

Non Una Di Meno - Milano

Contro la violenza maschile sulle donne e tutte le forme di violenza di genere

ilportodellenuvole.wordpress.com/

I tessitori di nuvole hanno i piedi ben piantati per terra

Variabili Multiple

Uguali e Diversi allo stesso tempo. A Sinistra con convinzione.

Blog delle donne

Un blog assolutamente femminista

Parla della Russia

I took a speed-reading course and read War and Peace in twenty minutes. It involves Russia.

Critical thinking

Sociology, social policy, human rights

Aspettare stanca

per una presenza qualificata delle donne in politica e nei luoghi decisionali

mammina(post)moderna

Just another WordPress.com site

Femminismi Italiani

Il portale dei femminismi italiani e dei centri antiviolenza

violetadyliphotographer

Just another WordPress.com site

Il Golem Femmina

Passare passioni, poesia, bellezza. Essere. Antigone contraria all'accidia del vivere quotidiano

Last Wave Feminist

"Feminism requires precisely what patriarchy destroys in women: unimpeachable bravery in confronting male power." Andrea Dworkin

Links feminisme

geen feminisme zonder socialisme, geen socialisme zonder feminisme

Rosapercaso

Il blog femminista che parla d'amore

vocedelverbomammmare

tutto, ma proprio tutto di noi

Stiamo tutti bene

Le tragicomiche avventure di una famiglia di nome e di fatto

Abolition du système prostitueur

Blog du collectif Abolition 2012

REAL for women

Reflecting Equality in Australian Legislation for women

Banishea

Gegen Prostitition. Für Frauen. Für Selbstbestimmung und Unabhängigkeit. Gegen Sexkauf. Not for Sale. Weil Frauen keine Ware sind.

Psicodinamica

idee di psicologia e psicoterapia

Sarah Ditum

Writing, etc.

Femina Invicta

Feminist. Activist. Blogger.

THE FEM

A Feminist Literary Magazine

O capitano! Mio capitano!...

"Ci sono persone che sanno tutto e purtroppo è tutto quello che sanno." [Oscar Wilde]

Diana

"Nell'ora più profonda della notte, confessa a te stesso che moriresti se ti fosse vietato scrivere. E guarda profondamente nel tuo cuore dove esso espande le sue radici, la risposta, e ti domandi, devo scrivere?". Rilke

irréductiblement féministe !

l'humanité sera civilisée quand elle aura aboli le système patriarcal et autres systèmes d'oppression politiques, économiques et religieux