Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Una Dichiarazione dal passato

Marie-Olympe de Gouges

Marie-Olympe de Gouges

Con questo post tornerò un po’ indietro nel tempo, per raccontarvi una piccola storia. La Rivoluzione francese portò con sé numerosi e importanti venti di cambiamento. Per le donne fu la prima vera occasione per maturare una coscienza della propria condizione e dei propri diritti negati e rivendicarne l’attuazione. Nella Petizione delle donne del Terzo Stato al Re, le autrici coperte dall’anonimato si azzardano a chiedere il diritto all’istruzione e al lavoro. Si chiese di avere accesso agli Stati Generali e l’istituzione di un tribunale femminile, con compiti specifici in tema di separazione e prostituzione.
Nel 1791, Marie-Olympe de Gouges scrive la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, un documento nato dalla necessità di colmare le “lacune” della Dichiarazione dei diritti dell’uomo, redatta quello stesso anno, ma con idee e stile prettamente maschili e che dimenticava di fatto l’altra metà dei cittadini.
La Dichiarazione di Olympe fu il primo documento a invocare l’uguaglianza giuridica e legale delle donne in rapporto agli uomini.
“La donna nasce libera e ha uguali diritti all’uomo e non ha altri limiti se non quelli della tirannia che questi esercita su di lei. In nome delle leggi della natura e della ragione si chiede pertanto che questi limiti vengano rimossi”.
Oggi abbiamo dei diritti sanciti per legge, ma abbiamo ancora molta strada da compiere per una loro piena e certa applicazione. Siamo ancora qui per difendere quegli stessi diritti e a sottolineare il nostro posto nella storia, una storia troppo spesso raccontata al maschile.
Oggi chiediamo una significativa rappresentanza femminile in Parlamento, che non sia soggetta al controllo e al benestare dei leader uomini di partito. Perché non vogliamo l’investitura del politico di turno, subordinata a chissà quali condizioni. Questi zuccherini funzionano solo con le allodole. La partecipazione alla res politica è ben altra cosa.
Oggi chiediamo che l’istruzione pubblica non venga svilita, perché sarebbe un pericolo per tutte le future generazioni. Il diritto allo studio non deve essere subordinato alle disponibilità economiche della famiglia e dev’essere di qualità per tutti. Non permettiamo che si compia un disastro nella scuola pubblica e chiediamo maggiori investimenti.
Le battaglie di Olympe non sembrano poi tanto lontane dai nostri giorni e non tutto è stato risolto, completamente: la difesa delle madri nubili, la tutela dei figli naturali, la creazione di laboratori pubblici per i disoccupati e la lotta contro lo sfruttamento degli schiavi.
Sono tutti temi che adeguatamente rimodulati e adattati ai nostri tempi troviamo ancora oggi sotto forma di questioni da affrontare.
Olympe pagherà con la ghigliottina le sue idee e per essersi opposta all’esecuzione di Luigi XVI. Nel 1793, in pieno Terrore, la Convenzione si muove verso istanze antifemministe. Olympe morirà “per aver voluto essere uomo di Stato e dimenticare le virtù che si convengono al suo sesso”. Non era rimasta al suo posto. Si preferì tornare ai costumi per così dire sobri e rassicuranti di una società patriarcale. Contro la richiesta di pari diritti, avranno la meglio posizioni conservatrici.
E noi, oggi, cosa abbiamo intenzione di fare?

 

Fonti e informazioni

– Storia dei Movimenti e delle idee – Femminismo – Rosantonietta Scramaglia, 1997 Editrice Bibliografica, Milano

– Saggi di filosofia e storia della filosofia, a cura di Annamaria Loche e Marialuisa Lussu, 2012 Franco Angeli, Milano (qui)

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Uno spazio ontologico nuovo, tutto per noi

SOGNI - VITTORIO CORCOS

SOGNI – VITTORIO CORCOS

 

La maternità, la nascita, l’essere donna, figlia e poi madre, il rapporto tra corpo materiale e pensiero. I percorsi e le analisi di Daniela Pellegrini toccano tutti i livelli di queste staffette. Sono tornata sul testo di Daniela Pellegrini, perché vorrei tentare un primo esercizio per mettere a fuoco questi passaggi. Sarà un flusso libero di pensieri.
Non penso che ci sia un istinto materno, quel quid che ti porta a desiderare di essere madre, anche se una mia amica me ne attribuiva i sintomi e le caratteristiche già prima che diventassi madre. Penso che il desiderio sia un processo naturale che avviene (come può anche non avvenire) quando ci sono più concause favorevoli, tra cui il compagno “giusto” e una certa stabilità emotiva ed economica. Ma non bisogna dare nulla per scontato, non è detto che l’istinto materno alberghi in ognuna di noi e nelle medesime forme. Per questo penso che la decisione debba essere ponderata bene, essere madri può essere a volte faticoso, estenuante, se poi diventa un’imposizione, la strada è in salita non solo per sé, ma anche per il figlio. Si tratta di un impegno a lungo termine e che implica un cambiamento radicale in noi stesse. Dobbiamo essere pronte ad accettare un numero enorme di piccoli grandi cambiamenti. Si tratta di un cammino che si intraprende affidandoci al futuro, alla nostra capacità di adattamento e di trovare le risorse giuste dentro di noi per superare ogni cosa. Ogni giorno sarà da inventare e ci sarà qualcosa che ci stupirà. Non dovremo costruire nulla, perché ogni cosa si costruirà da sé. Non serve fare le “provviste” emotive e pratiche per essere genitori. Non serviranno. L’improvvisazione sarà l’unica regola e bussola di vita. Ti capiterà di accorgerti che tuo figlio ha un suo carattere e una sua “indipendenza” caratteriale sin dal primo giorno. Ti scontrerai e sarà giusto che sia così. Ti sveglierai in una nuova dimensione, plurale, caotica e costellata di errori. Avrai una quantità enorme di dubbi, debolezze, umori diversi, sarai una nessuna e centomila donne. Sarai felice quando tua figlia a due anni ti darà torto, dicendoti “hai sbagliato mamma”, mentre magari cambierai parere quando sarà adolescente e sarà in perenne conflitto con te. Avrai modo di capire che punti di riferimento non ce ne saranno mai.
Ho vissuto la mia maternità in punta di piedi, giorno dopo giorno, lentamente, guardando i piccoli momenti quotidiani, quasi come se non volessi vedere evaporare quel percorso unico. Non ero proiettata al momento del parto, se non con l’approssimarsi della fine delle 40 settimane. Ero concentrata sui singoli istanti, quasi a volermi proteggere da qualsiasi evento. Caratterialmente sono sempre stata così, avanzo quasi cieca, non mi piace programmare, per la paura di compromettere tutto e di vedere svanire ogni progetto. Non sono donna da progetti (quelli vanno bene solo al lavoro), amo godermi il susseguirsi degli eventi. So che non fa bene mettersi di traverso. Combatto con fragile realismo. Diciamo che la frase della mia ginecologa, “sa benissimo che i primi tre mesi sono i più delicati e che tutto può succedere”, mi è rimasta appiccicata ben oltre il primo trimestre e ha trovato terreno fertile nel mio istinto e nel mio approccio con le cose. L’ineluttabilità degli eventi. Ho proseguito la mia vita normalmente, finché il mio corpo non mi ha dato i primi segnali di warning e sono stata costretta a rallentare. Il mio corpo stava facendo, mentre stranamente il mio pensiero ha avuto un periodo di rallentamento. Solitamente mentalmente iperattiva, le mie attività di pensiero si sono ridotte, sono stata assorbita dai colori e dagli schemi del punto croce, attività che stranamente mi tornava piacevole. Non ho mai riflettuto veramente sui pericoli a cui andava incontro il mio corpo. Come se la maternità non fosse pericolosa per la mia salute. Sicuramente ero incosciente. È stata la prima volta in cui il mio corpo si è fatto estraneo alle mie attenzioni e ho messo al primo posto quella che sarebbe diventata mia figlia. Questo non mi ha impedito di cercare di alleviare le conseguenze della gastrite che mi ha accompagnata negli ultimi 30 giorni. Ho iniziato il percorso di allontanamento da me stessa, dalla centralità del mio corpo. La gravidanza può rappresentare non solo la nascita di una nuova vita, ma una rinascita per chi quella vita ha generato. Nella gravidanza si sperimenta concretamente il dualismo conflittuale tra i due istinti di Freud, di vita e di morte. Solo la donna ha il privilegio e può sperimentarne biologicamente e non solo, i termini e le implicazioni di questi due istinti. Sono processi che avvengono automaticamente e nella maggior parte dei casi restano sommersi, all’interno di una gestione e una costruzione tutta patriarcale del divenire genitrici. Perché in qualche modo, la maternità per secoli è stata una delega del maschio alle femmine, come se il conflitto tra i due istinti dovesse essere risolto dalla donna, ma sempre in funzione della supremazia della vita. In qualche modo penso che sia come dice Daniela Pellegrini a pag. 59: “la mia ri-produzione avrebbe cancellato il mio corpo, il mio significato, una volta per tutte”. Io aggiungo che questo processo di cancellazione si riferiva al “prima”, alla Simona che ero stata prima di generare. Daniela ha cercato un riscatto della mente, del prodotto intellettuale su un corpo negato, ma nel mio caso, penso che il processo di trasformazione e di passaggio abbia segnato ogni pezzetto del mio essere originario. Ho sempre avuto la netta percezione di quali fossero i momenti di passaggio nella mia vita e di quanto fosse possibile suddividerla in fasi. Le fasi non sono quasi mai soggette a una nostra scelta, bensì sono il frutto di un cambiamento, di un bivio naturale, spesso involontario. La scelta sta solo nel nostro assecondare o metterci di traverso agli eventi, cercando di plasmarli a nostro piacimento. Ciò che desideriamo è un’aspettativa a priori su qualcosa di sconosciuto, che avverrà o meno. Il nostro progetto di vita è un affidamento su basi che solide non sono, ma fermarsi non si può. Bisogna spingere più in là lo sguardo e cercare di guardare cosa c’è nella fase successiva. Lo facevamo continuamente quando eravamo piccoli, le prime fasi della vita sono molto più frenetiche e più ricche di “passaggi”. Siamo stati tanto “coraggiosi” da bambini e poi rischiamo di irrigidirci con l’età. La mia maternità si può paragonare a un ennesimo salto con l’asta nella mia vita, questa volta in “doppio”, anzi in “triplo” includendo il papà. È stato come aprire un cammino parallelo al mio.
Ho più volte constatato che per molti ero preziosa nel mio essere portatrice di vita, diventando un po’ meno preziosa dopo la nascita di mia figlia. Come se si trattasse di un rispetto condizionato, subordinato e finalizzato. Questo si è palesato nel mio ambiente di lavoro, in cui all’improvviso ero diventata un problema delicato, difficile da “gestire”, quanto meno fino ai tre anni di mia figlia, a causa di una legislazione che per i datori di lavoro è come la peste. Ho iniziato a capire il concetto di involucro con rilevanza secondaria, quasi nulla, che alcuni antiabortisti prediligono. Per alcune persone valiamo solo in funzione della nostra capacità di procreare, ‘alienazione sacrificale del corpo di donna’. L’aborto segna la negazione di questa idea, perché la donna decide al posto di un diritto, potere, possesso maschile sul suo corpo e sul nascituro. Ho compreso attraverso le trasformazioni di corpo e mente quanto sia complessa questa fase del diventare madre. In prima battuta c’è da attraversare la fase che ci vede madri di noi stesse, tramite il processo di identificazione semplice con la madre, di madre in figlia (Kereny, pag 229 Una donna di troppo). Occorre rielaborare questa identificazione e in qualche modo superarla, diventando noi stesse, un unicum diverso e irripetibile. Successivamente, occorre essere disposte a una ulteriore trasformazione. Come se si dovesse passare attraverso la negazione di sé per creare. Il giudizio su me stessa ha subito uno slittamento. Se prima era su me stessa, ora diventava su di me in quanto madre. Forse il “prendersi cura”, l’essere madre è in primo luogo verso noi stesse, ma non sempre si sviluppa come un “tendere” verso l’esterno, con desiderio di procreare una vita. Il progetto, la propensione al diventare madri non sono scontati e appartengono unicamente alla nostra storia personale, irripetibile e da rispettare. Dobbiamo chiedere che ogni scelta sia libera e rispettata. Anche perché il desiderio di maternità è un sentiero emozionale confuso, dai contorni incerti in quanto si tratta di un’esperienza eccezionale, unica, soggettiva, con esiti molto imprevedibili. Tra il desiderio, il progetto e il diventare madre c’è un percorso pieno di punti interrogativi e di sfide. Ciò che vale per me non è detto che valga per un’altra donna, anzi quasi mai. Ad esempio, riflettevo su una cosa che mi ha detto mia madre. Sostiene che non essendo sufficientemente paziente, su quale scala poi si misuri la pazienza materna me lo deve spiegare, non sono adatta ad essere madre. Eppure lo sono e cerco di fare del mio meglio. Non esiste un “essere adatta a” qualcosa come l’esser madre, ognuna lo è a suo modo e basta. Liberiamoci del vademecum della maternità doc. Liberiamoci del modello di donna doc, scegliamo di vivere fuori dai marchi di qualità, scegliamo di essere solo ciò che vogliamo essere. Liberiamoci anche del carico di aspettative che possono piovere su di noi. Io e mio marito abbiamo fatto e faremo i salti mortali per far crescere nostra figlia e nessuno può venirci a criticare. Nessuno può ergersi a giudice, se non vive le situazioni in prima persona, quotidianamente. Essere paziente per mia madre è lasciar fare a mia figlia tutto, concederle ogni cosa, per evitare di rovinarle il carattere con i miei rimproveri. Salvo poi criticarmi perché non la so educare. Rovino mia figlia se cerco di farle capire i limiti, una mia ‘colpa’ tipica. Ecco che i punti di vista cambiano e si rivelano inefficaci.
Forse si è inceppato qualcosa nel mio meccanismo di passaggio da figlia a madre. Forse ciò di cui bisogna liberarsi è il giudizio sul proprio valore che proviene dalla propria famiglia di origine. Non c’è nulla da perdonare o da accettare, solo da superare. Sono tante le persone dispensatrici di consigli anche non richiesti, spesso parlano senza sapere nemmeno i contorni, ma emettono giudizi e sentenze. Sono da sorpassare. Io non rivedo me stessa in mia madre, siamo troppo diverse, come mentalità, carattere, opinioni, modelli, ogni cosa. Non riesco a intraprendere una riconciliazione simbolica entro il rapporto madre/figlia. Oggi sono una persona diversa per fortuna dal modello che i miei genitori avevano scelto per me. Il parto pone una cesura, una distanza e una separazione tra madre e figlio, difficile da immaginare, comprendere ed accettare, ma questi passi vanno compiuti. So che io non sono immune da quel naturale istinto protettivo-migliorativo a sostegno del figlio. Mi auguro che nonostante i mille errori inevitabili, io riesca a fare anche qualcosa di buono.

In questi giorni sto leggendo alcune interviste a Simone de Beauvoir (Quando tutte le donne del mondo.. – Giulio Einaudi editore, 2006). Le sue parole pronunciate negli anni 60-70 sono in buona parte adattabili alla situazione odierna, un ritratto della situazione femminile che potrebbe essere ripreso in modo identico, quasi senza eccezioni. Spietate ma vere le sue parole sulla donna che passa da uno stato di lavoratrice a uno di casalinga. Ma devo precisare che la crisi e la sofferenza di cui spesso soffre, dipende da un’oppressione esterna, che la vuole schiava di un ruolo non scelto. Non è il ruolo reale di moglie e madre che la opprime, bensì quegli sguardi dispiaciuti di chi dall’esterno la giudica come fallita e non realizzata. Ti portano a sentirti male e frustrata, perché non è concepibile altro. Forse si è generata una ulteriore frattura, il lavoro come unico modello di vita per la donna per affermarne l’esistenza e il valore. La scelta ancora una volta non è appannaggio delle donne. Ancora una volta la strada è prestabilita da qualcun altro. Ti devi subire le etichette, gli sguardi che deplorano la tua condizione. Vai in paranoia perché non sai più chi sei, se alla fine quella donna ricostruita a tavolino è o meno quella reale. Le paure di aver compiuto la scelta sbagliata hanno il sopravvento, perché ci tengono che tu avverta la colpa o l’errore. Ancora una volta siamo stritolate e l’emancipazione sembra passare solo attraverso esistenze funamboliche, subappaltate magari a qualche altra donna che faccia le tue veci di angelo del focolare. Si susseguono miti di donne tuttofare, in grado di sostenere ogni cosa da sole, ci raccontiamo tante frottole per soddisfare il modello che oggi è considerato vincente e irrinunciabile. Ci facciamo strizzare, comprimere per essere quelle donne perfette come ci chiedono gli altri, il sistema sociale ed economico. Ci dibattiamo su quale sia la scelta giusta, quando non esiste. È palese che la crocifissione in virtù di una scelta perfetta non va bene. Non esiste, una e una sola ricetta. Saranno tutte ugualmente fallimentari, finché non cambierà il sistema produttivo, i rapporti sociali e culturali. La mancata piena emancipazione femminile è fondata sul mantenimento di donne perennemente traballanti, qualunque sia la loro scelta. Ci vogliono così, perché disunite, fragili, piene di sensi di colpa, affannate, tremanti, angosciate, siamo più controllabili e ci possono tenere sotto dominio, palese o celato. Incelofanate e pronte al multiuso. Dobbiamo imparare a sbarazzarci di sistemi di vita preconfezionati e marchiati come vincenti e socialmente approvati. Costruiamone di nostri, autentici. Sicuramente sbaglieremo, ma almeno saremo in grado di esserne consapevoli.
È un po’ lo stesso discorso che compie Simone de Beauvoir nella sua prefazione a Un caso di aborto, del 1973 ( qui ). Dobbiamo riuscire a interrompere i meccanismi che rendono la donna asservita alla maternità, rendendola un evento scevro da elementi negativi, lontano dai progetti di oppressione a cui la donna è sottoposta fin dalla nascita. La maternità, frutto di una libera scelta, non dev’essere più il mezzo per sottomettere la donna, ma un processo da scegliere e da costruire consapevolmente. Dobbiamo liberare la maternità e le donne da un carico di pregiudizi e di costrizioni o gabbie psicologiche, perpetrate nei secoli. Siamo donne ed è questo l’unico legittimo punto di partenza, da vivere poi ognuna a proprio modo, secondo i propri desideri e inclinazioni.
Cito ancora Daniela Pellegrini: “non è nel definirsi madri o figlie, ma nel nominare il desiderio di sé, la libertà di essere donne” (pag 123, Una donna di troppo).
Dobbiamo partire dalla conoscenza, dalla consapevolezza, dalla coscienza del nostro io e lottare affinché non venga schiacciato, ma sia sempre rispettato e libero di esprimere il suo potenziale. La testimonianza della de Beauvoir è un valido strumento per capire cosa accadrebbe se tornassimo a rendere illegale abortire. Questo è uno dei tanti segnali che ci devono far preoccupare e dire con forza #maipiùclandestine.
Simone parlava in un contesto diverso da quello attuale. Lei auspicava una rivoluzione socialista (che la de Beauvoir poi comprese meglio, capendo che la lotta di classe non necessariamente avrebbe portato un miglioramento per la condizione della donna, lotta di classe non necessariamente risanante della lotta tra i sessi), un superamento del sistema produttivo capitalista, un cambiamento culturale, che portasse a smontare le strutture familiari, coniugali ecc. L’emancipazione passava per un netto rifiuto del matrimonio (era un elemento centrale anche del Manifesto di rivolta femminile di Carla Lonzi del 1970, qui), della famiglia e della maternità, con la creazione di strutture nuove (collettive/izzate, in stile platonico?) che sostituissero la donna nei suoi ruoli di cura. L’emancipazione passava attraverso l’indipendenza economica e il lavoro, che in un contesto di piena occupazione sarebbe stato più facilmente accessibile anche per le donne. Le parole di Simone, appaiono fragili sotto il peso dei decenni trascorsi. In questo caso vacillano, perché non ha potuto assistere a tutte le distorsioni che sono accadute nel frattempo. Il lavoro non ha prodotto una liberazione reale per la donna, che avendone accettato meccanismi e regole create dagli uomini, ha visto nascere nuove forme di schiavitù e nuove fatiche, a cui non sono stati posti rimedi, eccetto il solito faidate. Il mancato sviluppo di modelli e soluzioni autonome, non ha consentito alle donne di intraprendere percorsi migliorativi. Siamo diventate delle lavoratrici, con diritti inferiori, difficoltà maggiori, impelagate nel nostro affanno quotidiano per conciliare famiglia e lavoro. Ibridi sempre vincolate a soluzioni estreme. Non è cambiato molto e tuttora la discriminazione è pane quotidiano per tante, troppe donne. Non ci siamo nemmeno svincolate dalle forme più sgradevoli per far carriera, bruciando le tappe e senza possedere né talento, né preparazione adeguata. Assistiamo a stuoli di donne che per affermarsi scelgono di essere le compagne di uomini di potere, di successo, mercificando se stesse per raggiungere velocemente posizioni altrimenti precluse. Siamo ancora una volta subordinate a un uomo, oggetti e soggetti di un consumo ignobile. Se questi sono i meccanismi che hanno ancora spazio per poter emergere mi dispiace, ma siamo molto lontani da quella rivoluzione culturale e reale che doveva scardinare patriarcato, consuetudini che prevedono sempre il Pigmalione di turno per garantire un ruolo che altrimenti la donna non avrebbe. Mi dispiace, ma se accettiamo di essere mogli, compagne, figlie di un Tizio solo per avere la strada spianata ci condanniamo da sole alla fossa dell’inutilità. Non può valere il motto che il fine giustifica i mezzi, non per noi, che dobbiamo aspirare ad affrancarci da certi meccanismi che vanificano ogni tentativo di affermare il vero valore della donna. Dobbiamo scardinare queste pratiche e avere il coraggio di investire solo su noi stesse. Dobbiamo insegnare alle nostre figlie che quel tipo di donna in carriera non è un modello positivo, da seguire, ma che la strada deve essere autonoma, frutto di un faticoso e operoso lavoro di costruzione del nostro edificio intellettuale e di saper fare. E se le nostre madri hanno ancora promosso la scelta del partner giusto, solo in funzione del suo denaro o del suo status, dobbiamo avere il coraggio di gettare alle ortiche questi cattivi consigli. Il coraggio sta nell’interrompere queste catene e scegliere senza queste pseudo strutture di idee marce. Finché ci appoggeremo a un uomo per la legittimazione del nostro valore e misura del nostro essere, saremo sempre le sconfitte e le perdenti di un gioco che noi stesse avremo alimentato. Altrimenti avranno ragione i Berlusconi e gente simile.
Vi consiglio questi passaggi di Daniela Pellegrini ( qui ). Condivido il suo sconcerto nelle modalità che molte donne hanno scelto per il loro stare nel mondo, quando si permette uno sfruttamento e inglobamento di ogni voce di donna. Il desiderio di visibilità, di potere, di vincere, di affermarsi ci asservisce agli orizzonti creati dagli uomini, barattiamo la nostra autonomia nel nome di un esserci effimero, che non ha alcun spessore o anelito ampio. Resta un percorso individuale, spesso fine a se stesso. Ecco che i nostri orizzonti di donne si rimpiccioliscono e si avviliscono. “è facile riconoscere che ognuna di noi è attraversata, costruita e sedotta dall’Unico mondo Parlante e Funzionante, quello dell’uomo, ma esso è Unico perché ha neutralizzato perfino la nostra capacità di prospettare altro, perfino in presenza reale nel mondo di altre culture, altri valori, altre strutture materiali e psichiche. Forse perché la potenza dell’Uno, quello occidentale in primis, sta stravolgendo anche quelle”. Cosa ci induce a metterci in relazione con questo mondo, nel tentativo di modificarlo? La scelta dello stare nel mondo, nel mondo creato dagli uomini, sottintende l’esistenza delle differenze di genere e in questo prevede una struttura dialettica duale, uomo-donna, che sarebbe da superare, in quanto è stata la causa principale della nostra subalternità storica al maschio. Due non è abbastanza, citando Daniela. Da qui nasce l’esigenza di una terza posizione, “un relativo plurale di ogni differenza, e perciò di ogni parzialità di soggetti e di soggettività”. Quello che Daniela chiama libertà: “lo spostamento dei rapporti binari dal fuori di sé al dentro di noi, tra noi, segnerà la nascita di un altro luogo, quello del relativo plurale, complesso, mobile, relativizzante che darà conto della nostra differenza e di tutte le parzialità del mondo”. Un mondo alternativo rispetto a quello che conosciamo, in cui ci saranno tutti e potremo esserci noi donne e sarà giocato sulla reciprocità, i rapporti non si baseranno più su relazioni di dipendenza. Spero di non avere distorto il pensiero di Daniela e di averne dato una lettura corretta. Si tratta di un processo complesso che a mio avviso potrebbe aiutare a superare molti conflitti e impasse.
Tornando alla de Beauvoir, non condivido il passaggio, secondo cui la maternità sarebbe un impedimento per le donne. Non è perdendo i pezzi che possiamo pensare di ottenere un miglioramento reale e automatico. I passi in avanti devono esserci e devono consentire alle donne di scegliere se e quando sposarsi, creare una famiglia, avere dei figli e tutte le altre scelte che si possono fare nella vita. Sarebbe troppo semplice annientare questa o quella pratica, per dire di aver risolto il problema. Non tutte vogliamo necessariamente la stessa vita, con le stesse tappe o con le stesse caratteristiche. In Simone manca la capacità di guardare oltre la propria lente, di percepire come possibili altre scelte. Così come non comprendo la sua visione elitaria e per categorie del movimento delle donne, come se ci fossero gruppi o soggetti più o meno degni di portare buone energie alla causa delle donne. Come se essere madre e moglie automaticamente non consentisse di apportare vantaggi per le donne, non consentisse di essere una sincera e capace attivista. Nessuna donna può essere lasciata fuori dalla causa femminista, considerata come persa. Nessuna generazione deve essere considerata perduta (pag 106, Quando tutte le donne del mondo..) questo continuo guardare alle generazioni future come le uniche degne depositarie di un successo ci porta a perdere importanti occasioni. Come se la coscienza e la propensione al cambiamento non potessero germogliare e crescere rigogliose in tutte le donne, solo perché Simone le vede schiave di un matrimonio e dei figli. Simone cerca di mettere una toppa con le sue scuse e il suo ripensamento, ma il suo errore di fondo resta in tutta la sua alterigia, miopia e superficialità ( qui ). Per fortuna, nessuno oggi si sognerebbe più di scrivere certe cose con una tale leggerezza. Il movimento delle donne ha perso pezzi e occasioni importanti forse proprio a causa di questi allontanamenti. La causa è di tutte le donne o di nessuna, il cambiamento a cui dobbiamo anelare deve essere per tutte e tutte devono essere libere di partecipare e di concorrervi. Ognuna con le sue forze, risorse, idee, progetti, contesti familiari e sociali diversi: in ognuna di noi può scattare la scintilla che sarà importante per il cambiamento comune. La visione elitaria di una Simone, chiusa nella sua torre d’avorio, gelosa del suo progetto intellettuale, non contempla le donne reali, quelle molteplici sfaccettature dell’essere donna. Per lei il quotidiano non è faticoso perché ha tagliato ciò che le avrebbe impedito di compiere il suo percorso, e lo ha potuto fare grazie alle ampie possibilità economiche e di status sociale di cui godeva. Se fosse stata impegnata e affannata nelle faccende del quotidiano non si sarebbe mai permessa di criticare le scelte altrui. Nessuna deve farlo con nessuna. Simone ha inciampato nel suo essere di fatto una privilegiata, incapace di contemplare le molteplici forme che può assumere il variegato universo femminile. Dai suoi discorsi traspare un certo biasimo per tutte quelle donne che, troppo deboli ai suoi occhi, hanno ceduto e non si sono sapute affermare ed emancipare. stesso discorso per tutte coloro che non lavorano fuori casa. Salvo poi quantificare e chiedere un riconoscimento per tutte le ore di lavoro compiuto dalle donne tra lavori domestici e di cura. La de Beauvoir oscilla e non riesce a trovare la quadra, poiché ella stessa avverte la debolezza e l’inconsistenza delle sue tesi. Nonostante dichiari che la scrittura del Secondo sesso abbia modificato la sua percezione della questione femminile, a mio parere resta una convinta e inguaribile collaborazionista della classe privilegiata degli uomini, come si autodefiniva lei stessa descrivendo gli inizi della sua carriera ed esistenza ( qui ). Resta sempre incredula di fronte alle concrete difficoltà della stragrande maggioranza delle donne. Purtroppo sembra sempre ragionare da un piedistallo. Le battaglie con la puzza sotto il naso non mi sono mai piaciute e alla fine nonostante tutto, Simone de Beauvoir difetta in questo. La nostra gabbia non sono necessariamente i meccanismi coniugali o i figli, ma sovrastrutture più elevate, complesse, anche e soprattutto culturali, istituzionali, produttive. Sento di poter condividere con Simone la questione della trasformazione delle strutture economiche ( qui). Ma non penso che la liberazione della donna passi unicamente attraverso il lavoro, il denaro e il potere. Questo rappresenta l’adesione a un sistema di valori maschili, come se fossero gli unici valori possibili, esistenti e praticabili. Lo abbiamo visto con i nostri occhi che questi miti e valori maschili ci hanno portato fuori strada, illudendoci di poter esistere attraverso meccanismi che ci erano estranei (vedi qui pag 197, di Daniela Pellegrini). La liberazione dev’essere culturale, mentale, ideologica, prima di tutto. Possibilmente di pari passo con una maturazione maschile. Altrimenti i cambiamenti pratici non saranno duraturi e diffusi. Ci dev’essere una rinascita che metta in discussione e sappia rifondare i pilastri sociali e culturali dei rapporti tra i sessi. Ma lo dobbiamo volere e dobbiamo crederci e lottare fino in fondo. Concordo con quella che Daniela Pellegrini chiama rivoluzione ontologica, che può partire dalla nostra differenza, cercando però di superare dicotomie, contrapposizioni fondate sulle differenze di genere. Non dobbiamo perseguire il primato di nessuno dei due sessi. Dobbiamo ridimensionare ma non eliminare la differenza di genere. “La nostra differenza deve emergere con estrema forza e autorevolezza. Da essa può riemergere la complessità del tutto e la parzialità di ogni differenza. In essa ognuna troverà accoglimento etico nella reciprocità e rispetto. E non solo tra donna e uomo, ma tra donna e donna, tra uomo e uomo, materia spirito, singolarità e trascendenza” (pag 134-137, qui, Daniela Pellegrini). Questo è il nuovo spazio ontologico a cui dobbiamo lavorare, quello delle donne.

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Le shengnü

Le donne cinesi bollate dal governo come ‘scartate’, leftover women o shengnü, da un lato mi sembrano desiderose di un’emancipazione da una cultura ancora molto conservatrice e maschilista, dall’altro mi sembra che cadano nella stessa rete che la cultura gli impone. Mi auguro che la realtà sia diversa dal quadro dipinto nell’articolo: spero vivamente che sia colpa della chiave di lettura adoperata per descrivere le donne cinesi. Quando scelgono di giocare la carta degli uomini non cinesi e si immaginano l’uomo occidentale come un miraggio dorato, per cui vale anche la pena frequentare un corso costoso per “accalappiarne” uno, ma con pedigree, mi cascano le braccia. Sembra solo che sia un problema di qualità del marito (si parla di élite nell’articolo – “elite foreign man” – e mi vengono i brividi). Le cinesi desiderano l’uomo d’oro, come cantava la Caselli ai tempi di mia madre. Quanto lo danno un buon marito al kg? Mi sembra che cerchino il marito come si acquistava il bestiame al mercato in passato. Sembra che siano desiderose semplicemente di ribaltare il modello maschile di riferimento. Sveglia ragazze, le favole non esistono e tutto il mondo è paese. Perché anziché cercare marito col lanternino e il metro, non riscoprite cosa significa innamorarsi e il bello delle cose che nascono per caso? Evidentemente avete conquistato uno status economico o lavorativo, ma avete ancora molta strada da compiere: i sentimenti non si costruiscono a tavolino, con le squadre e il compasso. E poi questa smania di sposare un occidentale o l’uomo giusto non rende giustizia al vostro desiderio di libertà di scelta. In tutto il mondo ci sono i genitori che premono affinché si scelga un determinato prototipo di uomo, ma poi la scelta spetta sempre a noi, se veramente vogliamo un compagno con cui trascorrere la nostra vita e non un soprammobile da esibire. Un compagno, così come un figlio, non devono essere gingilli per sugellare il nostro successo. Le cose capitano e lasciatele capitare! La pianificazione in amore non serve, così come non serve idolatrare o demolire degli uomini solo per la loro appartenenza geografica e culturale. Le sfumature per fortuna esistono, così come i pregiudizi purtroppo. Nessuno è perfetto. Le cose non sono mai così come vengono raccontate, spesso sono molto più complesse. La soluzione? Vivere, lasciandosi alle spalle l’oppressione e le scelte obbligate! Siate libere e non inscatolate!

p.s. un dubbio mi sorge spontaneo: non è che si vuole mascherare la fuga dalla Cina “diversamente liberale” come se fosse una fuga per amore?

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Diploma da genitori

Autumn Park - Leonid Afremov

Autumn Park – Leonid Afremov

La rete pullula di consigli su come essere genitori DOC e quali errori sono da evitare. Ma “il troppo stroppia”.

Un appunto: l’autrice di questo post, oscilla tra due posizioni inconciliabili. Giudica, ma poi sostiene che non si possa giudicare e che occorre sbarazzarci del peso dei sensi di colpa. Forse ho frainteso, ma fatico a capire. L’autrice ha forse un atteggiamento tanto altalenante perché da un lato vuole ergersi a mamma esemplare e dall’altra è consapevole dei suoi limiti e forse è proprio afflitta da quei sensi di colpa di cui parla. Mi deve supportare la tesi secondo cui al giorno d’oggi, una mamma severa sia maggiormente soggetta a critiche rispetto a un papà. Trovo poco corretto sostenere che il modo di comportarsi dei figli dipenda in assoluto da colpe educative dei genitori. Potrei citare svariati casi di bambini “non in linea” con gli standard (che poi bisogna capire chi li definisce), con fratelli “perfetti”. Stessa famiglia, ma caratteri e modi diversi. I bambini non sono tutti uguali e smettiamola di ricercare il modello perfetto. Il modello perfetto serve solo per la produzione capitalista. Sicuramente quelle mamme “imperfette” avranno alle spalle mesi, anni di lotte estenuanti, chi è mamma può capire di cosa sto parlando. Diciamo che alcuni figli sono meno gestibili di altri e che molti scelgono di appaltare il ruolo genitoriale a tate, nonni e asili. Perché quando la situazione diventa tosta, molti scelgono di gettare la spugna, mentre altri continuano a lottare nelle sabbie mobili. Ognuno è libero di scegliere, ma diciamo la verità. Sono dalla parte di quelle mamme “reali” che non rappresentano l’ideale della mamma perfetta, ma sono il risultato di situazioni spesso difficili, che metterebbero a dura prova la pazienza di chiunque. I figli non sono tutti angeli. La maternità non è una favola, soprattutto quando si passa la giornata tra un capriccio e l’altro, senza poter riprendere fiato. Basta con le favole! Raccontiamo che fare i genitori è un mestiere fatto di alti e bassi, costellato da innumerevoli errori, frutto anche di fattori innegabili quali la stanchezza e il fatto che si cumulano ore e ore di contrattazioni con i propri figli h24. Chi sostiene che la contrattazione sia una forma educativa sbagliata, si faccia avanti che lo faccio uscire dal mondo dei sogni! Ci sono persone che inorridiscono quando sentono che fai vedere la tv ai tuoi figli mentre mangiano.. provate ad avere un figlio inappetente e sottopeso e capirete perché i cartoni spesso salvano la vita, non solo delle mamme. L’educazione da manuale è rassicurante, ma spesso inapplicabile e fonte di quei mille sensi di colpa di un genitore. Perché sulla carta siamo tutti bravissimi genitori ed educatori. Sì, mollandoli ad altri. Siamo tutte belle, noi mamme, ma ognuna a suo modo. Le ricette edificanti non esistono, nemmeno nel giardino del re. Essere genitori non è un titolo onorifico, ma va conquistato giorno dopo giorno sul campo. C’è chi ha la mania delle medagliette che attestano questo o quel traguardo raggiunto. Io, ne ho sempre fatto a meno.
Stiamo attenti, perché poi si entra in un circolo vizioso, i genitori diventano i nemici da combattere e migliaia di bambini vengono allontanati dalle famiglie per motivi inesistenti, solo perché qualcuno si è messo in testa che non sei un genitore DOC, con tanto di pedigree. Sicuramente ci saranno in molti casi dei validi motivi, ma a volte sarebbe opportuno valutare meglio. I giudizi troppo frettolosi possono fare molti danni.

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Due parole sulle “scie” antifemministe

Magritte, Tentativo impossibile (1928)

Magritte, Tentativo impossibile (1928)

Interrompo la mia pausa estiva, per scrivere questo post. Concordo con la ricostruzione fatta qui da Eleonora Cirant e mi preme spendere due parole su alcuni punti. L’oppressione non è mai passata, la condizione della donna è tuttora ingabbiata in ruoli umani fissi, inferiori, subalterni, culturalmente e socialmente visti come perdenti. La differenza biologica è propagandata sulla base di una scontata inferiorità della femmina rispetto al maschio, e questa manipolazione avviene lentamente, per tutto l’arco educativo che porta i bambini a diventare adulti. Così appare ancora viva e vegeta una certa suddivisione dei valori vincenti “maschili” (potere, aggressività, autorità, forza) rispetto a quelli perdenti (seppur necessari e strumentalizzati dall’uomo, subordinazione, dedizione, dolcezza, altruismo, spirito di sacrificio) tradizionalmente etichettati come appannaggio dell’universo femminile. Questa suddivisione in ruoli di genere è tuttora viva e vegeta e adoperata per organizzare la nostra vita sociale e adattare, incasellandoci, le nostre esistenze a un sistema socio-economico ben preciso. Pertanto, non mi sembra che culturalmente siamo così progrediti dal poter fare a meno di un dibattito collettivo sul tema oppressione. Basterebbe questo punto per giustificare la necessità di un movimento delle donne, oltre ai chiari e precisi richiami storici e alle lucide argomentazioni della Cirant. Ma ne voglio aggiungere un altro: lo sfruttamento. Mi direte che non ha confini di genere, ma per la condizione femminile, esso acquista dei significati e delle caratteristiche peculiari: che vanno da quelle legate agli aspetti biologici – sfruttamento sessuale, emotivo-psicologico (connessi al ruolo di cura, di madre, moglie, altri, che portano sempre a mettere al secondo posto i propri desideri), procreativi (piacere, contraccezione, aborto, maternità) a quelli tipici dello sfruttamento economico e classista dei lavori fuori dalle mura di casa. In tutto questo magma che tende a mantenere il ruolo delle donne subordinato, schiacciato verso il basso (lo si può notare anche nelle differenze salariali), oppresso e utilizzato all’occorrenza, sempre in funzione dei bisogni e delle finalità maschili, c’è ancora molta strada da compiere. Perciò, ritengo che questo sguardo falsamente orientato all’umanità tutta, sia pericoloso. Perché se al movimento delle donne sostituiamo un confuso movimento con velleità generaliste o generiche, rischieremo di affidare la soluzione di tutte queste questioni che ancora affliggono le donne a un indistinto genere umano, che guarda caso potrebbe essere maschile, con risultati ovvi. Non abbiamo bisogno di fare squadra noi donne? Meglio abbandonarsi ai progetti paternalistici che gli uomini potrebbero essere in grado di forgiare per noi? Vogliamo essere docili ancelle pronte all’uso? Preferiamo emulare gli uomini per avere anche noi una fetta di torta? No grazie, per quanto mi riguarda. Così come non mi affido a presunte sacerdotesse o presunte paladine femministe, ma preferisco essere parte attiva e non passiva del cambiamento necessario. La storica pratica dell’affidamento mi va stretta e per favore non riproponeteci una brodaglia indigeribile già alle origini (anni ’80). C’è troppa gente che lucra sopra al femminismo, ma il movimento è nostro, di tutte noi, all’unisono e siamo ancora qui, nonostante qualcuno cavalchi altre onde e ci dia per vecchie streghe e carcasse ideologiche di un tempo passato. Il movimento è più vivo che mai, con le nostre anime piene di nuove idee e di energie! La politica delle donne deve partire da sé, in un percorso di scoperta personale senza dover subire imboccate altrui. Ognuna deve attraversare il tortuoso percorso che porta a una vera conoscenza/coscienza di sé, scevra da sovrastrutture che non sono scelte, ma interpretazioni coatte. La presa di coscienza non è data per sempre, ma è un percorso che va tenuto vivo, di generazione in generazione. Il dibattito va mantenuto vivo. Il movimento è plurale, pulsante di mille diverse modalità per cercare di trasformare la nostra realtà. Negare i conflitti tuttora in atto significa voler mettere la polvere sotto il tappeto, pacificare artificialmente contraddizioni che non sono affatto risolte. Mi sembra che sia stata cancellata dalla nostra memoria la teoria della differenza, che ha fatto parte dei principali fattori di innesco di tutto il movimento delle donne. Mi sembra che si debba sempre ripartire da zero, spiegando l’abc, come se si fossero archiviati decenni di riflessioni e di passaggi fondamentali. Vi consiglio questo articolo di Žižek, che anche se parla dello stato delle nostre democrazie occidentali malandate, tocca da vicino un tema che riguarda questo mio post. Il bombardamento di ‘libere scelte’ imposte da altri, molto spesso si rivela portatore di bavagli pericolosi. Spesso le scelte che ci sembrano frutto di una nostra libertà sono solo il risultato di una manipolazione esterna, che frena il vero cambiamento e ci rende schiavi inconsapevoli di un sistema decisionale al di sopra delle nostre teste. Ci fanno pensare che siamo libere e che il peggio è passato, per inscatolarci meglio nei ruoli che più rendono agevole il controllo e lo sfruttamento economico, sociale ed emotivo. Ci vendono delle libertà preconfezionate e predigerite, studiate apposta per renderci mansuete e soddisfatte. Molte di noi ci cascano e prendono al volo l’esca. A proposito di libertà femminile, vi consiglio alcune considerazioni che Simone de Beauvoir faceva nel corso di un’intervista del 1976, qui un estratto (Quando tutte le donne del mondo.., Einaudi, pag 159-160, 166-167).
Ho come la sensazione che dietro queste trovate di comunicazione, come le antifemministe, ci sia solo la volontà di strumentalizzare le donne, di mettere le donne contro altre donne. Come ho già detto in passato, ci preferiscono disunite, spaccate, per non perdere il controllo su di noi. Chiamateci come volete, non sono le etichette a qualificarci, a dare spessore alle nostre battaglie, a dare forma alle idee del nuovo mondo che vogliamo, non solo per noi, ma per tutt*. Sia chiaro: nuovi equilibri, nuove dinamiche nei rapporti tra i generi, tra i sessi porterebbero giovamento a tutt*. Se il movimento fa ancora paura o ci considerano pericolose è un buon segno. Come dice la Cirant, non sono riusciti a normalizzarci. Evidentemente il nostro percorso storico, ci ha rese particolarmente sensibili, all’erta contro ogni tentativo di omologazione all’esistente e di strumentalizzazione. Sarà un caso che adoro i gatti neri? 🙂

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