Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Classe e patriarcato, due variabili per il controllo

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Parto da lontano, per poi giungere a parlare di fatti concreti e di vita quotidiana, di storie che purtroppo sono più o meno identiche per tante donne.

Ho recuperato il testo di Vivien Burr, Psicologia delle differenze di genere, Il Mulino 2000.

Il capitalismo, secondo l’analisi marxista, con il suo modello di produzione industriale ha richiesto un modello di società fondata sul matrimonio e che assicurasse un lavoro domestico a basso costo (anzi gratuito e automatico), assicurando un lavoro riproduttivo necessario per il mantenimento del sistema capitalistico e per il suo successo. E anche quando le donne lavorano sono l’anello flessibile ed economico della forza lavoro. Questo tipo di analisi non riesce ad evidenziare le disparità tra i sessi preesistenti alla rivoluzione industriale. Secondo Barret M. (Women’s Oppression Today: The Marxist/Feminist Encounter, 1988):

“L’oppressione delle donne non costituisce un prerequisito dello sviluppo del capitalismo anche se ha acquisito una base materiale nei rapporti di produzione e di riproduzione del capitalismo moderno”.

La retribuzione più bassa e più vantaggiosa delle donne non è sufficiente a preferire le donne, perché c’è la necessità di perpetuare il “servizio” femminile in ambito domestico, vitale perché gli uomini si possano dedicare completamente all’attività lavorativa.
Se consideriamo la variabile di classe, come controllo dell’impresa sui lavoratori, e la variabile patriarcale, intesa come controllo maschile sulle donne, possiamo cercare di comprendere meglio la posizione femminile nel mercato del lavoro. Alcuni teorici “dualisti” come Walby S. ritengono che “capitalismo e patriarcato siano due sistemi rivali intenti a sottrarsi vicendevolmente il controllo del lavoro femminile”. Lotta di classe e tra i sessi concorrono a determinare la posizione delle donne nel mondo del lavoro retribuito. Heidi Hartmann analizza la segregazione del lavoro per sesso che è fondamentale per generare quella trappola che inchioda le donne nel matrimonio e in occupazioni scarsamente remunerate.
Qui un pezzo di Walby che ricostruisce questo meccanismo:

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Hartmann parte dal presupposto che vi sia un doppio controllo sulle donne: al momento dell’accesso al mondo del lavoro e nella sfera privata.
Ma il consenso delle donne a questo assetto di oppressione maschile, ha solo ragioni di pura necessità materiale?
Juliett Mitchel, riprendendo Freud, è convinta che “le relazioni patriarcali siano profondamente radicate nell’inconscio e non possono quindi essere modificate con le sole leggi sulle pari opportunità o con nuove prassi di socializzazione”. Solo una rivoluzione integrale della società umana patriarcale potrà apportare un cambiamento reale.

Nancy Chodorow e Shulamith Firestone pongono invece l’accento sul fatto che l’uomo ha occupato la sfera pubblica, lasciando alla donna quella privata.
La prima suggerisce che l’acquisizione di ruoli più paritetici nella famiglia possa migliorare il rapporto tra i sessi, mentre la seconda individua la soluzione nella demolizione dell’istituto familiare e del legame biologico che lega le donne agli uomini (in termini riproduttivi) e ai figli. In quest’ultimo caso entriamo in un assetto più platonico di società, che presuppone una riproduzione della specie meccanicistica e slegata da rapporti, relazioni, legami affettivi ecc. Personalmente credo che questa direzione sia di difficile realizzazione e non mi piace molto.
Christine Delphy sostiene che le disparità nella divisione del lavoro domestico (punto cruciale per le femmiste radicali) sono difficilmente modificabili vista l’importanza che ha per l’uomo questa differenza di pesi. “Le teorie dell’equità e dello scambio che considerano la divisione del lavoro domestico una soluzione razionale concordata dai due sessi di fronte a un problema comune” non sono applicate in tutte le coppie, anche se c’è qualche donna che arriva a sostenere che “ormai le nuove generazioni di donne fanno molto meno degli uomini in casa”.

La socializzazione, il processo precocissimo e lungo che porta ragazzi e ragazze ad acquisire con la crescita attributi, abilità e attese differenti che li spingono a fare scelte di vita (privata e pubblica) diverse, spesso porta a considerare come naturali queste “evoluzioni” dei ruoli di uomini e donne.
Non possiamo nemmeno ridurre queste “segregazioni di ruoli” a fattori ambientali, come giochi o differenziazioni di differenti “saper fare” tra maschi e femmine. Indubbiamente ci sono dei fattori culturali forti e radicati che concorrono a creare squilibri tra i generi, ma sono fattori culturali multiformi. La questione è sicuramente più complessa e difficilmente riconducibile a una sola chiave di lettura, tutte queste analisi differenti concorrono a fornire un quadro della situazione, tuttora irrisolta e che per alcuni aspetti è anche peggiorata. Insomma siamo molto lontani dall’aver risolto i problemi di equità tra uomini e donne.
La penalizzazione per le donne oggi arriva più in là, non la si avverte negli studi, si inizia a intravedere all’ingresso del mondo del lavoro, in termini retributivi, ma spesso non la si percepisce perché i datori di lavoro ci tengono che certi “favori” di genere non vengano divulgati troppo. Il buco nero arriva con la maternità o con l’approssimarsi della scadenza dell’orologio biologico, che guarda caso è un gingillo di cui solo le donne sono dotate.
Effettivamente, sembra di stare all’anno zero, come se fossimo agli albori dell’ingresso delle donne nel mondo del lavoro. Una donna a cui si richiede di essere paracadute della società e dell’uomo nella vita privata e in quella pubblica, e quel “problema comune della gestione della quotidianità domestica” diviene improvvisamente un problema della donna, ancora e quasi esclusivamente femminile. C’è chi si organizza, ma quasi sempre è un’organizzazione che prevede di scaricare il peso su qualcuno esterno alla coppia, familiare o fornitore di servizi di cura e di faccende domestiche. Pesa la differenza retributiva sulla scelta del congedo parentale o nel caso più estremo di dimissioni per far fronte alla gestione familiare. Pesa l’indifferenza e l’isolamento in cui tutte queste scelte avvengono. Pesa il giudizio severo di coloro che non si capacitano del fatto che a un certo punto la donna rinunci a tenere quell’equilibrio sospeso da funambola della famiglia e rinunci a lavorare. Non hanno la stessa reazione però quando ti vedono strisciare quotidianamente, cercando di trainare un peso più grande di te. Perché il sapersi organizzare è una delle tante favole che ci raccontiamo e che ci raccontano per continuare a farci fare le bestie da soma.
Qualche giorno fa ripensavo alle dimissioni in bianco. E pensavo come spesso sia la punta di un iceberg più grande. Perché vogliamo in fondo lasciare sommerso il pezzo più grande. Ci sono tanti aspetti di cui quasi nessuno si preoccupa. Andate a guardare per esempio la normativa (qui) per le dimissioni di una lavoratrice con figlio minore di 3 anni, capirete di cosa sto parlando.

Perché quando a una donna non viene garantita un’alternativa, le dimissioni “volontarie” sono l’unica strada. Quando nonostante problemi seri, nessuna flessibilità ti viene concessa. Quando compili un modulo per sottoscrivere la tua approvazione di un sistema che non condividi affatto, quando come cause delle dimissioni adduci l’assenza di alternative, la mancanza di una prospettiva di flessibilità, la mancanza di sostegni reali alla maternità. E poi scopri che non vogliono ascoltare la tua storia, che entrerai nelle statistiche impersonali, quelle annuali che vengono messe in un cassetto per non essere mai affrontate, al massimo per essere sciorinate all’occorrenza. Uno Stato che ti chiede di mettere per iscritto i motivi delle tue dimissioni a soli fini statistici e non è in grado di valutarli nella loro compatibilità con la tua scelta, che non è più tanto libera, ha fallito. E ancora una volta l’onere è sulle spalle delle donne, che si vedono la doppia beffa, da parte del datore di lavoro e dello Stato.
Che senso ha convalidare le tue dimissioni e poi dichiarare in un modulo a parte, valido solo statisticamente, che se ti fosse stata concessa flessibilità (part-time) e qualche forma di smart-work non avresti scelto di dimetterti, che quella scelta non è stata libera, ma che ti sei trovata in un vicolo cieco, in cui nessuno sarebbe venuto a salvarti e a garantire i tuoi diritti?!
La disparità continua ad annidarsi dappertutto, ci arrabattiamo per superarla, per non vederla, per farci l’abitudine, ma come negare che alla fine colpisce quasi tutte noi, in un modo o nell’altro? Forse un primo passo utile per uscire da questi problemi è quello di abbandonare l’abitudine a risolvere i problemi ognuna per proprio conto, in ottica individualistica, tornando a un approccio più collettivo delle sfide quotidiane.

 

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Come donne e uomini percepiscono diversamente la parità di genere

© Pat Carra

© Pat Carra

 

Uomini e donne nel mondo del lavoro (e non solo) hanno una differente percezione del gap che li separa, purtroppo ancora oggi. Spesso accade che anche tra donne ci siano posizioni diverse. Ho trovato questa analisi di Laura Liswood, pubblicata su Agenda, il blog del World Economic Forum, che evidenzia  alcuni aspetti che segnano due approcci e due sensibilità differenti al gender gap. Quel che emerge è un puzzle che va ricomposto, se vogliamo raggiungere dei risultati tangibili. Perché è semplice avere tanti bei programmi di “inclusione” sulla carta, ma se poi la vita aziendale diventa un inferno, forse ci si deve interrogare sui motivi di questo fallimento. Perché esiste un livello formale e uno informale. Se a livello informale vivo delle discriminazioni e delle pressioni evidenti sulla mia persona, la prassi formale prevista dall’azienda non funzionerà mai. Sarà solo carta straccia. Perché tutti noi sappiamo bene quanto le relazioni aziendali possano incidere, nel bene e nel male, sul nostro benessere dentro e fuori l’azienda. Chi non vede e non percepisce queste cose spesso non vuole e non può vederle, per ruolo o per ragioni di carriera. Il primo passo è non negare che ci siano le differenze. Il secondo è avere a cuore il cambiamento e capire che è meglio per tutt*. Ci sono muri che vengono eretti e che cambiano la vita lavorativa di una donna, costringendola a scegliere: dentro o fuori. Spesso l’esclusione è meno evidente, spesso ti portano a credere di essere tu un problema per l’azienda, incoraggiandoti a mollare. Diventa più facile licenziare, se il dipendente ha questa sensazione. Si auto-elimina. Su questo contano. Forse abbiamo un problema più grande di quanto sembri,  a prima vista. Non dobbiamo aver paura di andare a fondo. La rassegnazione ci rende deboli.

 

 

Come si può risolvere un conflitto tra due parti, se una delle due non crede che ci sia un problema, o al massimo ammette che ce ne sia uno piccolo, mentre l’altra parte scorge un problema enorme e permanente?
Questo è il solito dilemma che si pongono i consulenti matrimoniali. E vale per molte altre questioni, come i cambiamenti climatici, le interazioni tra cittadini e polizia, e ai fini di questo post, al progresso delle donne.

Ciascuno di noi adopera le sue lenti per interpretare il mondo. La nostra finestra sul mondo è modellata dall’esperienza, dalla speranza, da convinzioni inconsce, da filtri personali. La sfida a cui siamo chiamati ci chiede come conciliare convinzioni opposte e radicate al fine di migliorare la situazione contingente.
Donne e uomini: vivono in mondi diversi?

Sono sempre stata incuriosita dalle statistiche che mostrano reazioni opposte in merito agli avanzamenti di carriera delle donne e alla parità di genere. Catherine Fox, ex editorialista dell’Australian Financial Review, ha rilevato come il 72% dei maschi dirigenti fosse d’accordo con l’affermazione che molti progressi erano stati compiuti verso l’emancipazione delle donne e gli avanzamenti della loro carriera. Tra i dirigenti di sesso femminile intervistati, il 71% non era d’accordo con questa affermazione.
Il Financial Times, in uno studio (qui) condotto lo scorso anno sulle donne impiegate nell’Asset Management, ha rilevato che il 37% delle donne del settore ha dichiarato che la situazione delle donne nella gestione dei fondi è migliorata; il 70% dei gestori di fondi di sesso maschile riteveva che la situazione fosse migliorata. Nel medesimo studio il 51% delle donne ha affermato che le quote avrebbero migliorato la situazione; il 77% degli uomini ha detto che le quote non avrebbero migliorato la situazione.
Da una ricerca del Fortune Magazine (qui) condotta da Kieran Snyder su come uomini e donne vengono descritti nelle recensioni del personale, il 76% di quelle riguardanti le donne, contenevano commenti sulla personalità come ruvida, giudicante e conflittuale. Solo il 2% delle recensioni su uomini includevano questo tipo di commenti.

In un articolo (qui) apparso sulla Harvard Business Review in merito ai laureati della Harvard Business School, che ha analizzato le aspettative di carriera tra mogli e mariti, Robin Ely ha scoperto che la metà degli uomini pensava che la carriera avrebbe avuto la priorità. Quasi tutte le donne pensavano che la carriera avrebbe avuto la medesima priorità di quella dei loro mariti. Alla domanda sui ruoli di cura, il 75% degli uomini riteneva che la moglie avrebbe avuto la maggior parte della responsabilità; il 50% delle donne riteneva che avrebbe assunto la maggior parte dei compiti di cura. (Ironia della sorte, nella realtà, è stato l’86% delle donne ad assumere il ruolo di cura, andando ben oltre le aspettative maschili!)

Uno studio (qui) condotto da Chuck Shelton mostra come uomini e donne vivano in mondi diversi. Quando è stato chiesto di valutare tra i capi maschi bianchi delle compagnie l’efficacia delle politiche per ridurre le differenze, il 45% ha dato giudizi positivi sul proprio operato. Solo il 21% delle donne e del personale di colore, ha concordato con questo giudizio positivo.

 

Come comprendere i differenti punti di vista
Quali sono le cause di questi punti di vista differenti? Chi ha ragione?

Ho posto la seconda domanda a Judith Resnik, professoressa di diritto della Arthur Liman (Arthur Liman Public Interest Program, ndr) alla Yale Law School.la sua risposta è stata che entrambi hanno ragione, in base a ciò che ciascuno di essi osserva, su quali fatti o indizi avvalorano le loro conclusioni diverse. Diverse spiegazioni possono essere fornite per capire queste differenze:

1) Il rapporto tra potenziale e prestazioni

Gli uomini presumono che le politiche abbiano un impatto positivo. Le donne osservano che le medesime politiche non stanno dando risultati positivi. Per esempio, gli uomini percepiscono un programma di formazione delle donne, come una risposta per aiutare il progresso femminile. Le donne non intravedono nessun beneficio da questo programma. Per gli uomini è stata l’idea potenziale e lo sforzo impiegati in tale programma a dare loro la sensazione di un passo positivo. Per le donne l’insoddisfazione si fondava sulla misurazione delle prestazioni.

La professoressa Cheryl Kaiser della University of Washington si riferisce alla “illusione dell’inclusione”, per cui la gente pensa che discriminazioni e pratiche sleali non ci siano semplicemente perché esistono delle pratiche e degli uffici volti a contrastarle. Si può verificare un divario netto tra quelli che sono i programmi formali e una cultura del lavoro informale, che genera quindi il potenziale per l’illusione.

2) La conferma del pregiudizio

Lo facciamo tutti. È il fenomeno per cui classifichiamo fatti e osservazioni in modo che confermino ciò in cui crediamo. Perciò se gli uomini pensano che si stanno compiendo progressi per le donne, essi attribuiranno maggior valore a quei fatti che supportano tale pensiero, e presteranno meno attenzione agli “impedimenti”. Le donne allo stesso modo si concentreranno maggiormente sui dettagli che confermino la mancanza di progressi e meno sui progressi.

3) Cui bono?

Chi maggiormente risente degli impatti delle disparità di condizioni? Quando si tratta di questioni di genere, gli uomini generalmente non avvertono le ricadute (che può non includere gli uomini non dotati di potere, che possono avvertire certi effetti). Per le donne, le questioni di genere hanno un impatto forte, poiché impattano costantemente sulle loro vite. Le nostre identità di genere disegnano cosa ci colpisce e cosa ci aiuta, consapevolmente o meno. Siamo nel giusto e al contempo in errore, a seconda delle nostre differenti punti di vista.

4) Vogliamo le stesse cose

Uomini e donne sono alla ricerca delle stesse cose nei luoghi di lavoro, compresi i colleghi più prepotenti, dei valori comuni e un lavoro stimolante. Sulla base delle loro esperienze, gli uomini potrebbero raggiungere più facilmente i propri obiettivi lavorativi; le donne, d’altro canto, possono avere esperienze che generano un più basso livello di soddisfazione. Alla luce di questi sensazioni di insoddisfazione sul luogo di lavoro, le donne potrebbero avere una soglia più bassa (di pazienza, ndr) nel caso si dovessero trovare di fronte all’alternativa se lasciare o meno il lavoro.
Se tu fossi un dirigente di una società e ti informassero del fatto che esiste un gap nelle percezioni, come quelli descritti nelle statistiche citate, a quale livello potrebbe diventare un problema? Cosa si dovrebbe fare?Se la distanza supera il 5-10% probabilmente sarà il segnale che i programmi formali e percezioni dei capi non collimano con la realtà del luogo di lavoro. In parole povere, parlare è facile e occorre fare di più. Aaron A. Dhir, professore associato di diritto presso la York University di Toronto, dopo aver studiato (qui) i report annuali di Fortune 500 (è una lista annuale compilata e pubblicata dalla rivista Fortune che classifica le 500 maggiori imprese societarie statunitensi misurate sulla base del loro fatturato, anche se Fortune fa aggiustamenti al fatturato di molte compagnie, particolarmente per escludere l’impatto delle accise incassate dalle aziende), ha concluso che non esiste correlazione tra il report annuale aziendale, che esalta il valore delle differenze, rappresentato attraverso fotografie che dipingono una forza lavoro eterogenea, e i risultati e i progressi effettivi compiuti da quella società in tema di disparità.

 

I capi: osservano attraverso lenti diverse

 

Sarebbe meglio basarsi su informazioni piuttosto che su semplici aneddoti. Per un capo ciò significa consapevolezza e la necessità di sondare più a fondo le cause di quel gap di cui parlavamo. Focus group e sondaggi interni tra i dipendenti, disaggregati per genere (o altre caratteristiche salienti) potrebbero essere d’aiuto. Chi ha un incarico dirigenziale può giungere a credere, attraverso le sue lenti, che l’organizzazione sia dotata di efficienti programmi di assunzione, di valutazione e di feedback, di sviluppo di carriera e di promozioni, di assegnazione di ruoli critici, di formazione e di sponsorizzazione, e di altre pratiche inclusive. Ma i capi dovrebbero fare più attenzione a come questi programmi vengono attuati nella realtà. E soprattutto, in che modo un particolare gruppo osserva e sperimenta i risultati di questi programmi? La loro percezione è diversa da quella dei dirigenti?

Abbiamo bisogno che si sperimenti una visione condivisa di ciascuna delle nostre esperienze, se vogliamo colmare le distanze che esistono tra le due ottiche con cui osserviamo il mondo e apportare il cambiamento necessario per migliorare la vita di tutti. Ogni buon consulente matrimoniale ve lo consiglierebbe.

 

Author: Laura Liswood is Secretary-General of the Council of Women World Leaders.

The author would like to thank Saadia Zahidi, Senior Director of the World Economic Forum, and Aniela Unguresan and Eleanor Haller-Jorden of EDGE Certification for their conversations with her on the difference dilemma.

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Parliamone senza omissioni o paure: #surrogacy

© Anne Geddes

© Anne Geddes

 

Non voglio entrare nel polverone di questi giorni. Non è quel punto di vista che mi interessa e che mi ha spinto a scrivere. Desidero partire dallo scritto pubblicato su DonnaeLab di Milena A. Carone (qui). Mettiamo da parte l’omofobia. Perché non si tratta di questo. Rischiamo di deviare il nostro ragionamento. Mi piacerebbe che ci fosse un dialogo sereno, aperto, senza paure. Invece, ancora una volta si ha paura di riflettere e di mettere in campo la questione del potere.

Il POTERE: chi oggi ha ancora in mano lo scettro virtuale e materiale, chi lo esercita, e i suoi squilibri tra uomini e donne. Il maschio, etero o omosessuale, resta quel primo sesso che ha sempre adoperato natura e donna per poter definire se stesso, per potersi affermare su tutto il resto. La discendenza è un nodo cruciale. Forse abbiamo trascurato il corpo femminile che per alcuni diviene oggetto, involucro per consentire questa discendenza. Non vogliamo essere incubatrici, madri per forza in quanto donne, non vogliamo essere oggettificate, adoperate come strumenti dagli uomini e poi, accettiamo di renderci tali per soddisfare un bisogno maschile di trasmettere i suoi sacri geni? Siamo schizofreniche a volte.

Ci può essere l’altruismo, il volersi mettere a disposizione di un’altra persona per aiutarla, ma questa è la faccia che più ci piace vedere o che tranquillizza il nostro immaginario. Dobbiamo avere il coraggio di guardare il lato in ombra e il ruolo delle donne in questo contesto e in quello più allargato dell’intera società. L’articolo tocca gli aspetti giusti. Io aggiungerei un’ulteriore riflessione. In questo tempo veloce, in cui ogni cosa si acquista e si consuma in fretta, anche il desiderio di maternità o paternità può subire questo destino, una volta raggiunto lo scopo. E allora non vorrei che questi figli fossero un soprammobile in nessun caso, che siano o meno frutto della scienza. Perché a monte ci deve essere qualche motivazione in più.
Personalmente credo che non ci sia differenza quando di tratta di maternità e paternità, che sia omo o etero, che si avvalga o meno della tecnica. C’è la stessa probabilità di incorrere in genitori più o meno sinceri e consci del proprio ruolo. Ma io rifletterei sulla vendita di un utero (più conseguente terapia ormonale pre-impianto, cosa da non sottovalutare), in cambio spesso di soldi. Si tratta di un controllo sul corpo di un’altra persona. Ha fatto bene l’autrice del post a richiamare un altro tema, la prostituzione. Io uso il corpo di una donna per soddisfare il mio bisogno di diventare padre, non curante dei suoi bisogni, se non quelli magari economici, che forse nella maggior parte dei casi saranno la molla vera ad essere incubatrici temporanee. E poi mi creo una serie di alibi, come il fatto che fosse pienamente consenziente, che tutto si basi su uno scambio equo e solidale.

Ecco, l’equità. Va tenuta presente l’equità delle posizioni “contrattuali” che si scambiano un bene, un servizio, in questo caso il comodato d’uso di un corpo. C’è sempre un equilibrio/squilibrio di potere economico-sociale-culturale tra le due parti? Possiamo affermarlo sempre? In che modo si manifesta lo squilibrio? Che distinzioni è necessario compiere? Se vogliamo disciplinare la materia, dobbiamo quanto meno adoperarci per evitare che questo squilibrio di potere, laddove c’è, si tramuti in una forma di violenza e di sopraffazione. Quando c’è di mezzo il denaro, dovremmo tutti essere più attenti.
Chi mi conosce o legge il mio blog, sa che io sono una sostenitrice della fecondazione artificiale, della diagnosi pre-impianto per evitare di trasmettere malattie gravi ecc. Son temi delicatissimi, su cui non si deve generalizzare, ma si deve conservare uno spirito critico, per osservare la realtà. Qui non stiamo parlando di semplice procreazione assistita, ma di una nuova frontiera di business, in cui c’è una domanda ben più vasta e sfaccettata delle casistiche di infertilità. Così come io non mi concentrerei solo sull’atto di generare, quanto sul crescere questi figli, starci insieme, aiutandoli a diventare degli adulti maturi e magari migliori delle generazioni precedenti. Perché questo non è mai un dato scontato, in ogni caso, in ogni contesto, in ogni combinazione genitoriale possibile.
Purtroppo, quando affrontiamo il tema non possiamo sgombrare il campo dagli abusi del business dell’utero in affitto e dello sfruttamento di donne. Altrimenti torniamo allo stesso modello di analisi semplicistico e appiattito di chi sostiene il sex-work bello e possibile. Spesso le condizioni delle donne che mettono a disposizione il proprio corpo non sono tali da consentire una piena libera scelta, un’alternativa. Sarebbe auspicabile, ma come in molte cose subentrano il business e le regole del mercato. Business per chi gestisce le “baby farms”. Potrebbero anche esserci donne che consapevolmente ci guadagnano da questa “opportunità” di vendere il proprio corpo, ma si potrebbero riproporre le stesse argomentazioni di cui ho spesso parlato a proposito della prostituzione. Quante potrebbero veramente dirsi libere da un bisogno che le spinge a questo tipo di soluzione?

A furia di non voler scontentare nessuno, ci riduciamo a un laissez-faire, in cui chi può si organizza e fa quel che gli pare, chi non può si adatta come meglio può, subisce e soccombe.

Non possiamo continuare a spostare il centro del discorso.

Poi non lamentiamoci se una donna scrive (qui): “Per noi la Gpa rimane un’esperienza cruciale di autocoscienza femminile; quando aiuta dei padri gay o dei padri single a diventare genitori, è un ulteriore strumento di liberazione dei maschi e uno straordinario modo per fare saltare in aria rappresentazioni sociali, ruoli di genere, imposizioni storiche fatte alle donne”.

Sì, con un bel colpo di spugna si spazzano via dominio e potere maschili, e si teorizza la liberazione maschile, facendo passare come taumaturgica la scelta di mettere a disposizione il proprio utero, missione necessaria per una pacificazione tra i sessi e per una presa di coscienza femminile. A mio avviso si tratta di negazione di un substrato culturale ancora vivo per supportare le proprie tesi. Oltre all’ignoranza c’è una rimozione colposa.

Dal mio punto di vista, sarebbe un impegno importante (psico-fisico), penso che lo farei solo se ci fosse un legame precedente, insomma una motivazione forte di partenza. Ma questo vale per me.

Resta il fatto che non è una passeggiata, anche perché il legame che si crea nei 9 mesi non è da sottovalutare, intendo dire che la separazione in alcuni casi potrebbe essere emotivamente dura. Questo non avviene sempre, ma dobbiamo metterlo in conto. Non siamo tutti uguali.

Penso che il percorso per diventare genitori non possa essere un puro tecnicismo, non può essere limitato ad esso, anche e soprattutto laddove ci si avvale della tecnica. Ci deve essere un percorso di presa di consapevolezza del senso pieno di ciò che comporta assumere quel ruolo per soli 9 mesi o per tutta la vita. In ogni caso.

E poi mi concentrerei sulla parola “bisogno”, a 360°.
C’è da compiere una riflessione su: il bisogno può e deve essere soddisfatto sempre e comunque, ad ogni costo? Perché poi ci sono sempre delle conseguenze delle mie azioni, delle mie scelte, di come soddisfo i miei bisogni. Vogliamo fregarcene delle responsabilità? Come si chiede Pina Nuzzo di DonnaeLab in un commento su Fb: “chi paga il prezzo?”

Soprattutto non vorrei che diventasse ancora una volta un tema discriminante per censo, per chi può permettersi di andare all’estero per soddisfare un desiderio, un bisogno di paternità o di maternità o come desiderate chiamarlo. Perché dobbiamo essere consci che delle regole si devono trovare, altrimenti resterà terra ignota, dove ognuno può fare come meglio crede. La domanda non è “perché e se vietare” la surrogacy, ma su chi tutelare, come tutelarlo, come equilibrare le parti e gli interessi di tutti.
E non crogioliamoci sulla spesso abusata parola “scelta”, moderno passepartout. E non conta nemmeno portare nella discussione storie di surrogacy felici, che presuppongono degli affetti, delle relazioni pregresse alla base della scelta della maternità surrogata, come una forma di dono. Questo è solo un pezzo del puzzle molto più complesso. Occorre tornare a discernere le cose più semplici. Senza chiudere gli occhi su aspetti della realtà che ci risultano scomodi da notare e da prendere in analisi. Ciò che ci disturba spesso ci è d’aiuto per capire gli aspetti più profondi e di difficile soluzione. Non adoperiamo la parola dono, per nascondere tutto il resto.

Se ci chiediamo cosa può spingere una donna a mettersi a disposizione, oltre al puro altruismo e senso del dono, da lì poi potremmo scoprire gli altri aspetti.

Ognuno di noi compie delle scelte, scegliere significa imboccare una strada ed essere consci che quella scelta è anche rinuncia a qualcosa, per me o per altri.

Forse alcune donne si sono disabituate a vedere e a riconoscere la questione degli squilibri di potere socio-economico-culturale-di genere. Si tende a dare per scontato l’assenza di un gradino, di un desiderio tuttora vivo di imporre da parte degli uomini i propri bisogni come irrinunciabili e “naturali”. Noi non possiamo stare a guardare. Quanto meno dobbiamo porci le domande e distinguere i casi. Dobbiamo ragionare attentamente affinché si riesca a trovare una regolamentazione che non sia cieca e sorda e pessima come lo è stato per la Legge 40. Dobbiamo trovare delle soluzioni che spazzino via discriminazioni e varie forme di violenza e di business a scapito delle donne.

Ecco che poi ti arriva anche il suggerimento (qui) per cui potrebbe rientrare in una professione.. Così ammazziamo come al solito ogni possibilità di dibattito su altri livelli.

Abbiamo permesso che la Legge 40 rendesse la fecondazione assistita un percorso ad ostacoli. Interroghiamoci su quali siano le priorità al momento e diamoci da fare affinché vengano rimosse le ultime barriere, chiediamo una regolamentazione che non sia di nuovo cieca e sorda. Per far questo ci vuole apertura mentale e di cuore, occorre il coraggio di scandagliare bene tutte le implicazioni e le sfaccettature del mondo Fivet.

A noi femministe il compito di essere “scomode” e di sollevare questioni cruciali.

 

Per approfondire:

http://www.theguardian.com/commentisfree/2015/feb/20/commercial-surrogacy-wombs-rent-same-sex-pregnancy

http://www.cbc-network.org/2014/03/baby-farms/

http://www.dailymail.co.uk/femail/article-2574690/Wombs-rent-The-Indian-baby-farms-transforming-lives-poverty-stricken-local-women.html

http://timesofindia.indiatimes.com/india/SC-notice-to-govt-on-PIL-seeking-ban-on-commercial-surrogacy/articleshow/46376012.cms

http://www.bbc.com/news/world-asia-31546717

 

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Ciò che i clienti non amano sentire

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Oggi vi propongo un punto di vista maschile sulla prostituzione. Ho tradotto questo articolo (qui l’originale) del giornalista Victor Malarek*. Una serie di punti su cui i clienti di solito non amano riflettere e sui quali costruiscono dei mondi fantastici per auto-assolversi.

Una specie di memo per tutti gli uomini abituati a “sorvolare”. Non siamo in un film, tipo Pretty Woman.

 

Siamo nel XXI secolo e decine di milioni di donne e di bambini sono schiavizzati nei loro paesi, in ogni angolo del globo, per essere usati per fini sessuali.
Ogni anno centinaia di migliaia tra donne e bambini sono vittime di tratta, che li porta negli USA per rifornire il commercio di sesso.
Indagando sulle cause all’origine della calamità delle schiave del sesso, ho rapidamente compreso che la principale causa di questo fenomeno – gli UOMINI – uomini che pensano che siccome hanno del denaro, hanno anche il diritto di noleggiare e di invadere il corpo di una donna.
Attraverso tutte le mie ricerche, ho assistito alle cose peggiori compiute dagli uomini che comprano donne e bambini. Ho visto la loro totale indifferenza verso un altro essere umano; il loro profondo disprezzo e la loro mancanza di rispetto per chi si prostituisce; e il loro enorme senso di diritto e l’allucinante considerazione che hanno di sé.
E ho subito imparato che i clienti non vogliono sapere niente a proposito dell’incredibile sofferenza che causano in tutto il pianeta.
Ciò che ho scoperto è che loro vogliono, hanno bisogno solo di credere ai miti; le bugie e la propaganda che li aiuta a continuare a dormire sonni tranquilli.

Oggi gli uomini che si aggirano di notte alla ricerca di sesso da comprare, con aria di sfida, si appellano al mito che tutte le persone che si prostituiscono lo fanno per SCELTA e che stanno facendo soldi nel modo più semplice, sulle loro spalle.
I clienti non vogliono ascoltare le tragiche storie di come la stragrande maggioranza di donne e bambini sono stati costretti a prostituirsi.
Non vogliono sapere di bambini e bambine vendute all’età di 5-6 anni dai genitori poveri e disperati ai proprietari dei bordelli in Cambogia, Thailandia, Vietnam, usati e stuprati dai clienti durante i loro sex tour.
Non vogliono sentir parlare del fatto che la maggior parte delle prostitute donne e bambine sono reclutate dai commercianti di carne umana, in tutto il mondo occidentale, all’età di 12-13-14 anni – ragazze adolescenti che sono state rese vulnerabili dalla violenza del loro ambiente, vittime di famiglie spezzate e violente, dove hanno subito stupri da padri, nonni, zii, amici di famiglia, eventi che hanno distrutto la loro innocenza e il rispetto per se stesse.
I clienti non vogliono sapere che la maggior parte delle prostitute e dei bambini sono controllati da papponi violenti e dalle organizzazioni criminali; che la maggior parte sono dipendenti da droghe, a volte in modo coatto dai loro papponi, trafficanti di droga, al fine di avere un maggior controllo su di esse, e che la maggior parte di loro soffre di problemi seri di salute mentale.
I clienti non vogliono sentire che i trafficanti sono alla perenne ricerca di nuove ignare giovani donne e bambine per foraggiare l’apparentemente insaziabile mercato del sesso globale.
Non vogliono sapere come queste donne e ragazze vengono “iniziate” e dove vengono “preparate” per il mercato di carne umana. Luoghi, fuori dalla vista, in città come Mosca, Belgrado, Milano, Berlino, Miami, New York – dove vengono picchiate, subiscono stupri di gruppo e vengono costrette a rispettare ogni richiesta fatta dai loro nuovi proprietari, dove vengono svuotate della loro personalità, fino a quando non sono più in grado di agire e di pensare da sole.
L’unica via di sopravvivenza per queste donne e ragazze indigenti è la prostituzione. In sostanza, ciò che esse sono costrette a fare è frutto di un atto di disperazione e non c’è mai una scelta quando si è disperate.
Questa è l’agghiacciante, dura realtà per la stragrande maggioranza di coloro che si prostituiscono, e i clienti non vogliono conoscere nulla di tutto ciò.
I clienti vogliono continuare a credere alla menzogna per cui in qualche modo, magicamente, una donna viene illuminata dall’idea che la prostituzione possa essere l’inizio di un gratificante e meraviglioso percorso di carriera!
Che queste donne godano a servire una mezza dozzina o più di idioti strani, puzzolenti, mollicci, sudati, di mezza età, fatti di Viagra, per il semplice fatto che è un lavoro ben pagato!
Ed è a causa di tutte queste bugie, propaganda e miti assurdi perpetuati dalla lobby della legalizzazione della prostituzione che la situazione per decine di milioni di donne e bambini poveri sta peggiorando in tutto il mondo.
Il fatto è che negli ultimi dieci anni, la domanda da parte degli uomini per il sesso a pagamento ha subito un’impennata.
Non esiste una spiegazione complessa o complicata di quanto sta accadendo. È tutto molto semplice.
In gergo economico, donne e ragazze sono merce; l’offerta che è un lato della moneta. E i piani integrati dell’offerta sono la povertà, la mancanza di istruzione, e il desiderio eterno degli esseri umani disperati di poter migliorare il proprio destino.
Ribaltando la moneta, troviamo la domanda dell’equazione se poniamo l’accento su tre lettere fondamentali: “m…a…n.”, deMANd, ovvero gli ”uomini”.
Senza la domanda, non ci sarebbe alcuna offerta.
Non sarebbe proficuo per criminali e sfruttatori restare in questo business se non ci fossero plotoni interminabili di uomini che si aggirano per le strade alla ricerca di sesso a pagamento.
Le attività clandestine degli uomini a caccia di donne e ragazze prostitute sono sempre state liquidate con commenti facondi di questo tipo: “I ragazzi sono ragazzi… stanno semplicemente seminando la loro avena selvatica”. È proprio questo radicato e bizzarro atteggiamento che ha portato all’esplosione globale di uomini che comprano sesso.
Tutti questi folli miti, largamente accettati come “il bisogno di sesso per allentare la tensione”, “la naturale propensione dell’uomo per il sesso”, “la prostituzione per proteggere le belle donne e ragazze dallo stupro” e “il rito di passaggio per i ragazzi verso la virilità”.
Non importa in che modo si esamina il problema dell’acquisto di sesso, non si può sfuggire da questa conclusione: l’intera catastrofe globale dei diritti umani è totalmente causata dagli uomini.
L’agghiacciante, dura realtà è che poco verrà fatto per fermare questa carneficina sessuale in tutto il mondo fino a quando gli uomini non inizieranno ad assumersi le proprie responsabilità per il loro comportamento.
Gli uomini possiedono la chiave per mettere fine a questa follia sessuale perché a differenza delle decine di milioni di donne e ragazze prigioniere del mercato del sesso, gli uomini hanno la possibilità di scegliere.
Gli uomini possono compiere scelte diverse e quelli guidati da una propria bussola morale lo fanno.

* Victor Malarek is known as a tough investigative journalist who is willing to delve into stories revealing the worst side of human nature. At present, he brings his hard-hitting investigative skills to CTV’s current affairs show W5. Malarek has written six non-fiction books. His most recent, Orphanage 41 is his first fiction. The Johns – Sex for Sale and the Men who Buy It – was published in the U.S. and Canada in 2009. It is a follow up to his internationally acclaimed: The Natashas – Inside The New Global Sex Trade (2003), which has been published in 12 countries and 10 languages. His first book: Hey … Malarek! hit bookstores in 1984. It documents his troubled and tumultuous childhood and teenage years. In 1989, it was made into a feature movie.
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Azioni concrete: #194 e diritti delle donne

Il 12 marzo ho partecipato a questa conferenza, presso l’Università Statale di Milano:

12marzo

 

Cristina Obber ha ribadito l’importanza di continuare ad occuparci di stereotipi di genere, che sono trasversali, senza confine di ceto, livello culturale o professionale. Ci sono ancora tanti piccoli tasselli che compongono il puzzle della discriminazione per genere: dobbiamo ancora fare molta strada per superare questi elementi che ci separano da una piena eguaglianza e partecipazione. Nonostante la percezione diffusa, sono tanti gli elementi che ci portano a dire che c’è ancora un grande bisogno di affrontare queste tematiche, per scardinare secoli di stereotipi di ruolo e gabbie culturali che hanno impedito alle donne di essere pari e di dare un proprio autonomo e essenziale contributo al progresso della società. Ognuno di noi, nel privato, ma anche nella vita professionale, può dare il proprio contributo al cambiamento culturale necessario per risalire la china. Secondo il rapporto Gender Global Gap del 2014, del World Economic Forum, l’Italia è al 69° posto su 142 Paesi. Per questo è importante essere medici consapevoli, capaci di andare oltre il mero aspetto tecnico, facendo meglio il proprio lavoro. Consapevolezza che parte da sé come individui e arriva nell’ambito lavorativo.

 

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L’intervento deciso e concreto di Mercedes Lanzillotta è stato ricco di spunti di riflessione e di azione. Perché soprattutto di azione concreta si tratta e su questo dobbiamo investire le nostre energie. Conosciamo tutti cosa sia la relazione annuale sull’applicazione della Legge 194.

Ne aveva fatto un’analisi molto interessante Eleonora Cirant, che mi fa piacere riproporvi (qui).

L’ultima relazione ci riporta un numero: 102.644 IVG nel 2013, dato da prendere con le pinze, perché la relazione ha dei buchi, i dati non sono completi, non tutte le strutture/regioni riescono a fornire dati in materia. Eppure secondo il Ministero, il numero dei medici è sufficiente a garantire un servizio adeguato su tutto il territorio nazionale. Scarsa conoscenza di cosa avviene in Italia? Fate voi.

Mercedes Lanzillotta ci porta a riflettere sui dati e su quel -56,3% di IVG tra il 1984 e il 2013. Questa percentuale va letta anche alla luce di una riduzione della natalità in Italia, per cui il numero delle IVG in proporzione non è da considerarsi poi tanto basso.

Dal 1978 ad oggi la 194 è stata svilita e attaccata da più fronti.

– riduzione del numero di consultori e delle loro attività. Vedasi il caso lombardo di cui ho più volte parlato.

– proliferazione dei cimiterini dei feti;

– smisurato numero di medici obiettori.

Al Niguarda dove son tutti obiettori, chiamano medici dal Sacco per garantire l’applicazione della 194. Con un business che cresce a spese del corpo delle donne.

Su questo blog e altrove si è spesso sottolineato come vi sia un pericoloso ritorno alla clandestinità. Con tutto quello che comporta l’aborto senza le opportune cure e assistenza. L’aumento degli aborti spontanei parla chiaro: 1/3 di questi si stima che sia stato procurato. Si torna alle mammane o ai farmaci venduti al mercato. Si stimano circa 15.000 aborti clandestini. Siamo tornati al faidate e alla clandestinità. Sono aperti ben 188 procedimenti penali per violazione della 194.

Costringere le donne italiane o europee alla migrazione territoriale per poter interrompere la gravidanza è un’altra violenza inaccettabile.

Abbiamo problemi a reperire la pillola del giorno dopo, per quella dei cinque giorni dopo si sono imposti nuovi ostacoli, per la RU486 è prevista l’ospedalizzazione con quello che comporta.

Mercedes Lanzillotta ci ha parlato del boom di cliniche private convenzionate sorte in Puglia per sopperire alle domande di IVG, che il pubblico non riesce a soddisfare per il numero elevato di obiettori. Obiezione che sembra concentrarsi nel pubblico, e magicamente diventa rara nel privato. E c’è un giro di milioni di euro intollerabile.

 

business-Puglia

 

Quindi che fare? Zingaretti ci aveva provato, consentendo l’obiezione solo a livello di operatività tecnica. La delibera è stata bocciata dal Consiglio di Stato, dopo aver ricevuto l’approvazione dal TAR della Regione Lazio. Nichi Vendola qualche anno fa aveva provato a bandire un concorso aperto solo ai non obiettori, tentativo fallito e sanzionato dal Tar.

Anziché flagellarci e non far niente, occorre trovare una soluzione alle crepe della 194, che sia conforme alla nostra Carta. La legge 194 è una legge ad impianto costituzionale, fondata sul secondo comma dell’art. 3 della Costituzione italiana, per questo è molto complicato intervenire su questo testo. Inoltre, la Corte Europea dei diritti dell’uomo nel 2011 stabilisce che “gli stati membri sono tenuti a organizzare i loro servizi sanitari in modo da assicurare l’esercizio effettivo della libertà di coscienza del professionista della salute”.

E’ normale che nelle strutture pubbliche non si applichi la 194? Se hai delle forti motivazioni religiose, che senso ha scegliere una professione che implica certi compiti, che vanno contro la tua coscienza? Giuste le obiezioni che pone Mercedes Lanzillotta.

La strada per avere un servizio h 24 che applichi la 194 è quella di bandire concorsi che prevedano una quota del 50% di posti riservati ai non obiettori (in linea con la proposta di Marina Terragni di qualche mese fa), prevedendo altresì tempi di “riposo” per gli obiettori, per evitare che si occupino unicamente di IVG.

QUI le mie foto della presentazione di Mercedes Lanzillotta.

 

Lanzillotta-1 Lanzillotta-2 Lanzillotta-3

 

 

Molto interessante l’intervento di Maria Rosaria Iardino sul tema della medicina di genere e più in particolare sui trial clinici, affinché tengano maggiormente conto delle specificità fisiologiche delle donne nei test dei farmaci, nei quali è ancora molto bassa la presenza di donne, specialmente nelle prime fasi dei test dei farmaci. Le case farmaceutiche motivano in vari modi la scarsa presenza delle donne nei test (possibili gravidanze, menopausa, ciclo mestruale, eventuale introduzione di ormoni). In realtà è essenziale che sin dalle prime fasi dei test (assorbimento, distribuzione nel corpo, metabolizzazione ed eliminazione del farmaco, definizione della dose ottimale) si verifichi il comportamento del corpo delle donne. Questa discriminazione può portare a gravi conseguenze. Una simile attenzione andrebbe applicata anche ad altri due gruppi di pazienti: bambini e anziani. Non è sufficiente ri-dosare un farmaco sulla base del peso corporeo, occorre verificare tutti i fattori e ricalibrarli su organismi diversi da quelli di adulti in buona salute.

Cambiare le modalità dei trial è inizialmente più dispendioso per le case farmaceutiche, ma indubbiamente questo costo verrà ripagato nel tempo, perché si tratta di una prassi virtuosa e volta a migliorare l’efficacia stessa dei farmaci.

Accolgo l’invito di Maria Rosaria Iardino: la scelta della professione medica deve avere come obiettivo la salute e non la carriera personale. Un maggior numero di donne, significa un miglioramento, una maggior attenzione a un’ottica di genere ai problemi.

 

Qui qualche slide a riguardo.

 

Iardino-1 Iardino-2

 

 

A tutte le donne che restano silenti e attendono una grossa mobilitazione delle donne in Italia prima di attivarsi personalmente, dico: le donne siamo tutte noi, tutte noi dobbiamo muoverci, senza aspettare il movimento di massa, perché quel movimento siamo noi, solo se lo vogliamo e ci crediamo. Quando si attendono le Altre, non si sta capendo che le Altre siamo noi tutte. Sembra quasi che si attenda la venuta delle Aliene, disposte a liberarci e a darci diritti. Se non ci aiutiamo da sole, facendo rete tra di noi, facendoci sentire in ogni occasione e in ogni modo, nessuno penserà a noi, ricordiamocelo!

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Inalienabili

Fonte: Treccani.it

Fonte: Treccani.it

 

Il 12 marzo è stato approvato dal Parlamento Europeo il «Rapporto annuale sui diritti umani e la democrazia nel mondo 2013 e la politica Ue in materia». Testo (QUI) molto ricco e importantissimo sotto vari aspetti. Un ottimo lavoro del suo relatore Pier Antonio Panzeri (PD).

Cito il Corriere della Sera (qui):

“Le unioni civili e il matrimonio tra persone dello stesso sesso sono un diritto umano. A dirlo è il Parlamento europeo. Che giovedì ha approvato a larga maggioranza (390 sì, 151 no e 97 astensioni) la «Relazione annuale sui diritti umani e la democrazia nel mondo», curata dall’europarlamentare pd Pier Antonio Panzeri. Con cui, al punto 162, si «incoraggiano governi e istituzioni a contribuire alla riflessione sul riconoscimento di queste unioni». Un documento che ha diviso il voto degli europarlamentari del Partito Democratico. Tra le cui file ci sono stati 1 non voto (Silvia Costa), 2 no (Luigi Morgano e Damiano Zoffoli) e 2 astenuti (la capodelegazione Patrizia Toia e Caterina Chinnici).
L’Italia è uno degli ultimi 9 nove Paesi Ue – su 28 – a non prevedere alcun tipo di tutela per le coppie omosessuali”.

A voi le considerazioni sugli astenuti e sugli italiani del gruppo S&D che hanno votato contro.

Direi che l’Italia non può più rimandare la realizzazione di una tutela giuridica delle coppie omosessuali.

 

Contemporaneamente è passato quasi in sordina un altro paragrafo importante del testo Panzeri.

Nella parte riguardante i “Diritti delle donne e delle ragazze” (che vi invito a leggere per intero perché è cruciale per le questioni di genere), troviamo i paragrafi 135 e 136, da incorniciare per ciò che puntualizzano:

135. invita l’UE a partecipare attivamente alla 59ª sessione della Commissione sulla condizione delle donne e a continuare a lottare contro ogni tentativo di minare la Piattaforma d’azione di Pechino delle Nazioni Unite in relazione, tra l’altro, all’accesso all’istruzione e alla salute quali diritti umani fondamentali e ai diritti sessuali e riproduttivi.

136. deplora il fatto che i corpi delle donne e delle ragazze, in particolare riguardo alla loro salute sessuale e riproduttiva e ai relativi diritti, rimangano a tutt’oggi un campo di battaglia ideologico e invita l’UE e i suoi Stati membri a riconoscere i diritti inalienabili delle donne e delle ragazze all’integrità fisica e all’autonomia decisionale per quanto concerne, tra l’altro, il diritto di accedere alla pianificazione familiare volontaria e all’aborto sicuro e legale, la libertà dalla violenza, compresa la mutilazione genitale femminile, i matrimoni infantili, precoci e forzati e lo stupro coniugale.

Per l’analisi del voto nel dettaglio, riprendo il contenuto del post di Daniele Viotti (qui):

Il PPE ha richiesto voto nominale sul voto separato 2 la dove si fa riferimento «ai diritti sessuali e riproduttivi». Il gruppo S&D suggeriva il voto favorevole.

Hanno votato contro: Morgano, Zoffoli.

Astenuti: Costa.

 

Sul punto 136:

 

Il PPE ha chiesto il voto nominale su 3 split vote.

Si richiedeva la cancellazione, nell’ordine:

  • Del riferimento alla salute sessuale e riproduttiva e i relativi diritti (136/2);
  • Del riferimento all’autonomia decisionale per accedere alla pianificazione familiare volontaria (136/3);
  • Del riferimento all’autonomia decisionale per accedere all’aborto sicuro e legale (136/4).

Il gruppo S&D suggeriva il voto favorevole su tutti e tre gli split.

Voto nominale sullo split vote 136/2

Hanno votato contro: Morgano, Zoffoli.

Voto nominale sullo split vote 136/3

Hanno votato contro: Morgano, Zoffoli.

Voto nominale sullo split vote 136/4

Hanno votato contro: Morgano, Toia, Zoffoli.

Astenuti: Danti

 

Ci hanno provato, ma questa volta non ci sono riusciti.

Questa la conferma:

Panzeri tweet

 

Si parla di diritti inalienabili e di come siano ancora un “campo di battaglia ideologico”. C’è un invito agli Stati a riconoscere questi diritti e a consentire l’accesso ai servizi che servono a renderli attuali. Viene sancito in modo chiaro e inequivocabile il diritto per le donne di scegliere se proseguire o meno la gravidanza e ad essere tutelate nel caso decidano di interromperla. Un paragrafo che segna una svolta. Questa volta ci siamo.

Con Tarabella e l’emendamento del PPE non si era vinto nulla, nemmeno sul piano simbolico.

Avremmo avuto un cambiamento simbolico se non ci fosse stato quel “ma”. Io non mi stancherò di analizzare i fatti e di esprimere le mie opinioni. Le cose possono cambiare solo se guardiamo in faccia la realtà e ne rileviamo le contraddizioni e ciò che non va.

A coloro che si reputano soddisfatte del testo Tarabella, come se fosse una vittoria, rispondo: “Quella annotazione, messa tra i due paragrafi 45 e 47, non è stata messa lì per caso. Anche perché il suo tono (rassicurante) è estremamente diverso dal contesto. E’ lì per sottolineare che nulla cambia. Sappiamo bene che essendo una risoluzione di carattere non legislativo (e questo l’ho più volte sottolineato) non sarebbe stato un problema farla passare senza quell’emendamento del PPE. Perché tanto affanno? Invece hanno messo lì quel dettaglio, volto a ribadire che ogni Paese resta libero di fare come meglio crede. E tutto il resto è lettera morta.. Se poi vogliamo plaudere al compromesso politico tra PPE e S&D, facciamolo pure, ma poi non lamentiamoci che nulla cambia in Europa e nel nostro Paese. C’è un peso del simbolico più forte dei testi legislativi o delle relazioni parlamentari. Questo è mancato. E non esistono promesse che valgano a rassicurarci. Dobbiamo attendere fiduciose che qualche anima buona in Europa promuova qualche best practice per tradurre in realtà queste dichiarazioni di principio? Se questo è il contesto, rischiamo di aspettare secoli. Vi invito a un’analisi meno frettolosa dei fatti. Soprattutto per riguardo a tutte le donne che vedono i propri diritti schiacciati e calpestati a causa di “mediazioni” politiche “prospettiche”. Non possiamo accettare questo tipo di giochetti sulla pelle delle donne.

 

Oggi, al contrario, posso dire che con il testo di Panzeri possiamo guardare all’Europa con più ottimismo. Restano dei dubbi sulla valenza di queste risoluzioni, e sulla loro compatibilità di fondo. Queste risoluzioni, anche se non sono vincolanti, potrebbero fare da volano per alcune riforme nazionali urgenti.

La sostanza della pronuncia del Parlamento, con la risoluzione Panzeri, è cambiata, senza scalfiture volte a mantenere lo status quo. In questo rapporto si esplicitano molte più cose in materia di diritti delle donne e delle ragazze, si chiamano le cose con il loro nome, senza adoperare giri di parole o eufemismi e perciò posso sentire che un vento diverso si è alzato. Dobbiamo sostenerlo e mantenerlo vivo, approfittarne il più possibile anche in Italia. Dobbiamo tornare a parlare di 194. Dobbiamo tornare a parlare di contraccezione di emergenza, perché non resti il percorso ad ostacoli che è oggi.

QUI  l’infografica di VoteWatchEurope.

 

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Mediazione o sovvertimento?

Una panoramica del voto sulla risoluzione Tarabella - Fonte http://www.votewatch.eu/

Una panoramica del voto sulla risoluzione Tarabella – Fonte http://www.votewatch.eu/

 

“La competenza in materia sanitaria e di diritti sessuali e riproduttivi resta degli Stati Membri, anche se a livello europeo tali diritti vanno tutelati e promossi. Con questa importante mediazione, per la quale ho lavorato insieme ad altro colleghi del PD, ho votato a favore della Risoluzione Tarabella sulla parità tra donne e uomini nell’Unione Europea” – lo ha dichiarato l’eurodeputata Silvia Costa a margine del voto di oggi sulla relazione del collega S&D Marc Tarabella.

Non si tratta di una mediazione, a mio parere c’è stato un sovvertimento degli intenti originari del testo ai paragrafi 44-45-46.

Il testo PRIMA: 

44. Points out that various studies show that abortion rates in countries in which abortion is legal are similar to those in countries in which it is banned, and are often even higher in the latter (World Health Organisation, 2014);

45. Maintains that women must have control over their sexual and reproductive health and rights, not least by having ready access to contraception and abortion; supports, accordingly, measures and actions to improve women’s access to sexual and reproductive health services and inform them more fully about their rights and the services available; calls on the Member States and the Commission to implement measures and actions to make men aware of their responsibilities for sexual and reproductive matters;

46. Emphasises the importance of active prevention, education and information policies aimed at teenagers, young people and adults to ensure that sexual and reproductive health among the public is good, thereby preventing sexually transmitted diseases and unwanted pregnancies;

 

Il testo DOPO

45. Points out that various studies show that abortion rates in countries in which abortion is legal are similar to those in countries in which it is banned, and are often even higher in the latter (World Health Organisation, 2014);

46. Notes that the formulation and implementation of policies on sexual and reproductive health and rights and on sexual education is a competence of the Member States; emphasises, nevertheless, that the EU can contribute to the promotion of best practice among Member States;

47. Maintains that women must have control over their sexual and reproductive health and rights, not least by having ready access to contraception and abortion; supports, accordingly, measures and actions to improve women’s access to sexual and reproductive health services and inform them more fully about their rights and the services available; calls on the Member States and the Commission to implement measures and actions to make men aware of their responsibilities for sexual and reproductive matters;

 

Qui l’intero testo adottato.

 

QUI la griglia che mostra come hanno votato gli eurodeputati italiani S&D sull’emendamento del PPE. Utile per evidenziare i “rebels” rispetto alla linea dei Socialisti.

Silvia COSTA

Nicola DANTI

Luigi MORGANO

Patrizia TOIA

Flavio ZANONATO

Damiano ZOFFOLI

 

 

Ora appare tutto più chiaro. Anche la dichiarazioni di Elena Gentile (qui).

Quindi dobbiamo attendere fiduciose che qualche anima buona in Europa promuova qualche best practice per tradurre in realtà queste dichiarazioni di principio. Se questo è il contesto, rischiamo di aspettare secoli.

Sono qui che guardo i dati relativi alla votazione di ieri sulla risoluzione Tarabella. Voi mi chiederete a che pro? Quando leggo che tutto sommato dovremmo ritenerci soddisfatte dell’esito della vicenda Tarabella, non riesco a essere totalmente d’accordo su argomentazioni secondo cui si tratterebbe di un testo ricco di elementi utili e preziosi per poter aspirare a un miglioramento sia a livello nazionale, che europeo. Sarebbe stato così se non ci fosse stato quel codicillo, l’emendamento paracadute del PPE. Paracadute adoperato da tutta la formazione che da noi in Italia potremmo associare alla balena bianca. Una balena che da noi è un po’ dappertutto. A chi mi dice che non dobbiamo creare divisioni sul tema, rispondo così: “Non ci stiamo dividendo, nessuno vuole barricate. Perché l’obiettivo comune è che tutte le donne abbiano la possibilità di accedere agli strumenti contraccettivi e ad essere tutelate e garantite nel caso scelgano di interrompere la gravidanza. Se la sovranità in materia resta agli stati nazionali, appare evidente che nella sostanza non possa cambiare nulla. Archiviato questo compromesso, innegabilmente al ribasso, procediamo per chiedere di dare corpo al contenuto del paragrafo 45. Per cui magari lavoriamo a un testo da presentare al Parlamento che vada finalmente nella direzione desiderata, quella della rimozione delle diverse declinazioni nazionali del medesimo diritto. Lo dobbiamo a tutte le donne europee alle quali oggi viene negato o limitato “il controllo della loro salute e dei loro diritti sessuali e riproduttivi”.
Ecco, la prossima volta ragioniamo sull’opportunità di far passare un testo emendato in questo modo. Chiediamoci per lo meno il senso di un’operazione di questo tipo. Il compromesso ricordiamocelo è stato fatto sul corpo delle donne, perché nulla cambiasse.

Basterebbe guardare questo tweet del Forum Famiglie per capire che grande regalo è stato fatto.

Peccato, perché speravamo che il beneficiario fosse diverso, che tutto avvenisse a vantaggio delle donne. Non so se ci fossero margini per resistere sul testo originale, ma il mio rammarico rimane. Spero che qualcuno mi spieghi come si è giunti a convergere su una soluzione di questo tipo. C’è stato un problema? Si tratta di analizzare i fatti e risolvere questo nodo politico.
Allora, torniamo a guardare i risultati degli europarlamentari italiani. C’è una corrispondenza di amorosi sensi tra centro-sinistra e centro-destra (lasciando perdere le posizioni come quelle dei leghisti) anche in Europa. Una sorta di comunanza di vedute che si riflette nel voto e nelle logiche di appartenenza. C’è un buon numero di europarlamentari del gruppo EPP (con nomi come Barbara Matera e Alessandra Mussolini) che hanno insolitamente votato contro le indicazioni del proprio gruppo.

I "rebels"

The “rebels” – Fonte http://www.votewatch.eu/

 

I fedeli alla linea tra i popolari italiani

I “fedeli alla linea” tra i popolari italiani – Fonte http://www.votewatch.eu/

 

Mentre è evidente che l’emendamento sia servito a chi pur militando “a sinistra” avrebbe avuto delle difficoltà a giustificarsi con la propria base elettorale. Nel gruppo S&D solo 2 italiani astenuti nella votazione finale: Luigi Morgano e Damiano Zoffoli. Interessante anche il dato del gruppo EFDD (del quale fanno parte i Cinquestelle), nel quale ci sono stati numerosi “rebel” rispetto alla linea del gruppo, che hanno votato a favore del testo (qui).
Una passione progressista trasversale per i diritti delle donne? No, semplicemente una parvenza di apertura, che nasconde un nulla di fatto. Tutto cambia affinché nulla cambi.

Penso a Roma e all’appello per dire no a un primario obiettore del San Camillo (qui). A proposito, se non lo avete ancora fatto, qui la petizione da firmare.

 

 

iodecido

 

Penso alla pillola dei cinque giorni dopo (qui).

Penso ai livelli di obiezione di coscienza toccati in Italia.

Penso ai consultori familiari pubblici in via di smantellamento.

Penso a tutte le donne che continueranno a subire il calvario tra obiezione e assenza di strutture in grado di aiutarle, veramente, senza colpevolizzarle.

Penso alle donne che vivono in Irlanda, Polonia, Malta, Lussemburgo.

Naturalmente tutto diventa una questione di censo, chi è ricca trova il modo per ovviare agli inconvenienti di una legislazione nazionale che nega o limita i diritti delle donne. E allora siamo all’Europa delle disuguaglianze. Preoccupiamoci invece di uniformare la situazione!

Ricordiamocelo prima sventolare la bandierina della vittoria. Iniziamo a mobilitarci e facciamo crescere la nostra richiesta di diritti per tutte le donne. Lavoriamo a un cambiamento culturale che vada verso una piena laicità delle istituzioni. Altrimenti avremo sempre norme ibride e discriminatorie. Guarda caso ancora una volta sulla pelle delle donne.

 

p.s. Domani in Aula

«Rapporto annuale sui diritti umani e la democrazia nel mondo 2013 e la politica Ue in materia»

Relatore: Pier Antonio Panzeri (PD)
Sotto attenzione il punto 136

Diritti delle donne e delle ragazze

136. deplora il fatto che i corpi delle donne e delle ragazze, in particolare riguardo alla loro salute sessuale e riproduttiva e ai relativi diritti, rimangano a tutt’oggi un campo di battaglia ideologico e invita l’UE e i suoi Stati membri a riconoscere i diritti inalienabili delle donne e delle ragazze all’integrità fisica e all’autonomia decisionale per quanto concerne, tra l’altro, il diritto di accedere alla pianificazione familiare volontaria e all’aborto sicuro e legale, la libertà dalla violenza, compresa la mutilazione genitale femminile, i matrimoni infantili, precoci e forzati e lo stupro coniugale.

 

AGGIORNAMENTO 13.03.2015

Oggi iniziano le attività per la nomina del direttore di Ostetricia e Ginecologia al San Camillo di Roma. Contemporaneamente parte il tweetbombing per chiedere al Governatore del Lazio Zingaretti:

 

Spero che aderiate all’appello di Apply194 in massa! 🙂

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Un primo passo

rete rete

 

Ho esultato, non mi sembrava vero che la risoluzione Tarabella fosse passata, con dei numeri importanti a suo sostegno.

 

Poi leggo questo tweet di Silvia Costa. Conosciamo la sua astensione su Estrela. Questa volta ha votato a favore. Ma c’era un motivo. Con la collaborazione preziosissima di Maddalena Robustelli, compagna tenace su questo tema, abbiamo ricostruito il puzzle.

silvia costa

 

l’emendamento in questione di cui parla Costa dovrebbe essere questo:

emend

 

Comprendete la sostanza? L’approvazione è solo un piccolo passo. Vi è l’affermazione di un diritto, è stato riconosciuto il diritto “che le donne debbano avere il controllo della loro salute e dei loro diritti sessuali e riproduttivi”, ma ogni Paese continua a fare da sé. Rimane il principio di sussidiarietà, come da emendamento PPE. Quindi il rischio è che ci siano ancora trattamenti diversi per le donne europee. Un diritto a due corsie. La conferma anche da Elly Schlein:

 

soluzione

 

 

Ancora Elly Schlein su FB: “purtroppo è passato questo emendamento che ci tiene a rimarcare il ben noto principio di sussidiarietà in questa materia. ma dice anche che l’UE può ben incoraggiare le buone pratiche degli Stati membri. l’importante è che l’intera relazione sia passata, compreso il paragrafo 45 cruciale sul l’accesso agevole alla contraccezione e all’aborto”.

 

Ogni Stato resterà sovrano in materia, finché dall’UE non arriveranno risoluzioni più significative e mirate, per indirizzare gli Stati in modo più stringente. In pratica, oggi vi diamo il contentino, qualche briciola, poi si vedrà. Intanto si crea un diritto a due corsie.

Patrizia Toia il 4 marzo sosteneva qui:

“La capodelegazione Patrizia Toia ha idee chiare e concilianti. “E’ una buona risoluzione che afferma principi importanti – ammette – Però la frase sull’aborto poteva essere scritta meglio”. Il suo suggerimento è di aggiungere all’”accesso agevole” qualcosa come “nei paesi dove esso è legale”. Così, sottolinea, non si dà l’impressione di imporre qualcosa a qualcuno.

Nei fatti è andata esattamente come era stato programmato.

L’UE sceglie di consentire che al suo interno coesistano differenti modulazioni dello stesso diritto.

L’obiettivo doveva essere una tutela uguale per tutte le cittadine europee. Dispiace che l’emendamento del PPE abbia di fatto svuotato l’intento originario del messaggio contenuto nei paragrafi 44-45-46. La risoluzione, pur non essendo vincolante, doveva prendere una posizione ferma, chiara a difesa della salute e dei diritti di tutte le donne. Il vero e significativo segnale di un cambiamento nella sostanza doveva essere questo. La battaglia sul tema che dovrebbe partire dai territori nazionali è fragile, azzoppata da tanti fattori, soprattutto se anche a livello europeo non si riesce a sancire l’uguaglianza dei diritti. Le donne non sono cittadine di serie B. Ricordiamoci Olympe de Gouges. Quello stesso spirito dovrebbe muoverci e non soluzioni di compromesso che ci fanno restare fermi. Sull’economia si restringe la nostra sovranità, ma sulla salute e sui diritti delle donne non si muove uno spillo, si continua a permettere che vengano schiacciati.

C’è molta strada da compiere.. Uniamoci e proseguiamo affinché non ci siano donne di serie A e di serie B. Per tutte lo stesso diritto, le stesse tutele e garanzie!

 

 

QUI il comunicato ufficiale sull’approvazione della risoluzione Tarabella.

Qui come hanno votato su ciascun comma.

+ a favore

– contro

0 astenuto

 

QUI  la grafica del voto su VoteWatch Europe

 

Per la versione finale del testo, dovremo attendere, dovrebbe essere pubblicata su www.europarl.eu

 

La dichiarazione di Elena Gentile (PD) sul suo profilo FB:

“Ho apprezzato e condiviso l`impianto culturale della relazione TARABELLA.
Pesa e non poco nel dibattito un’approccio francamente ideologico che ci allontana dal cuore della discussione. Il livello di civiltà si misura con la esigibilità dei diritti ma soprattutto con la declinazione di questi a favore delle persone più fragili ed ovviamente delle donne. Il cuore dunque della nostra discussione non può non avere un profilo politico capace di superare ogni fondamentalismo in una visione laica dei temi in questione. Sforziamoci dunque di declinare le nostre politiche a sostegno dei diritti civili ed umani. Riconosciamo alle donne il diritto di vivere liberamente la loro sessualità, senza pregiudizi, anche quando sono di fronte alla scelta di rinunciare ad una gravidanza e quando chiedono di poter rendere esigibile il diritto ad una maternità negata o quando chiedono di far nascere dove e come desiderano il loro bambino. La libertà è il tema del nostro confronto. Liberare le donne significa ancora creare le condizioni per consentire loro di valorizzare lo straordinario capitale di cui sono portatrici anche in una idea di lavoro emancipato e conciliato che genera ricchezza e non povertà.
Se l’ambizione politica di questo parlamento è far crescere l’europa dei cittadini e delle cittadine non ci resta che lavorare insieme per raggiungere questo risultato”.

 

Nel frattempo, in serata, arrivano:

il post di Marina Terragni.

http://blog.iodonna.it/marina-terragni/2015/03/10/aborto-europa-giusto-un-passetto-avanti/

 

E quello di Nadia Somma.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/03/10/aborto-approvata-la-mozione-tarabella-ma-ogni-stato-garantira-laccesso-che-vuole/1494449/

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Cosa è successo al femminismo?

La Prima è Stata Lilith: la lotta delle donne nel mito e nella storia. Pag. 84

La Prima è Stata Lilith: la lotta delle donne nel mito e nella storia*. Pag. 84

 

Siamo all’indomani dell’8 marzo. Registro un po’ di pensieri che bazzicano la mia testa in queste ore. Il tag è #femminismo. Parlare di femminismo è come parlare del paleolitico per alcune donne, non importa l’età. Si avverte un silenzio catacombale quando si parla di femminismo. E io non demordo mica, ne parlo, me lo porto in giro. Tutti si gelano e non capiscono perché mai tu ti sia potuta “ammalare” di questo morbo. Poveraccia, eppure sembrava godere di ottima salute. Quasi che si trattasse di un malanno incurabile. Sì, ci siamo ancora. Non ci siamo estinte come i dinosauri, né abbiamo abbandonato il cammino. Nonostante il tempo, c’è chi appartiene alle giovani generazioni e ha visto fiorire in sé quel germoglio di rivolta che viene da lontano. Ma nell’immaginario comune siamo qualcosa di strano, un’anomalia storica. Siamo una sorta di abitanti di un Jurassic Park per vetero-qualcosa. Tu sei quella del separatismo, che odi gli uomini, che guardi al mondo con lenti ormai superate, perché le lotte e gli schemi son cambiati, perché molto è già stato fatto, sei tu che non te ne sei ancora accorta. Di recente mi è capitato di dover spiegare che il femminismo non è questo a un gruppo di giovani attiviste di arcigay che hanno creato un gruppo donne in arcigay per non stare con “quelle femministe degli altri gruppi lesbici della città”. Continuo a vedere i loro giovani visi e il loro netto rifiuto di tutto quello che può avere a che fare con il femminismo. Non so cosa sia successo, qualcosa di simile a una bomba. Com’è stato possibile che si sia diffuso questo tanfo di muffa su una cosa tanto viva!? Ci provo, ma evidentemente non ce la faccio a spiegargli che il femminismo è altro. Non c’è tempo, per queste cose ci vuole tempo. Non mi credono, e forse se fossi al posto loro avrei la loro stessa reazione. Non me la sento di insistere, perché avverto che le loro impressioni sono frutto di un impatto duro, che qualche sedicente femminista ha creato un solco incolmabile. Ci separano una decina d’anni, forse meno. Ma mi osservano da lontano, come se raccontassi cose irreali, come se fossi la moglie di Noè. Le mie rughe di trentacinquenne mi appaiono più marcate, quasi a ricordarmi che sono quello che sono oggi perché il mio corpo ha un vissuto, di cui conserva una memoria. Perché io vedo ancora questo tipo di fenomeni qui. Sono rammaricata di quel solco che si è creato. Mi capita ogni qual volta incontro questa resistenza in una giovane donna. A volte penso che sia importante il contesto in cui formi le tue prime impressioni su un fatto, un fenomeno. Per questo sono con loro, perché non ha senso restare in un contesto che senti estraneo, inadatto, che non ti rappresenta. Se il progetto ti soffoca, è meglio abbandonarlo e continuare altrove. Io ne so qualcosa. Allo stesso tempo vorrei avere gli strumenti per recuperare il terreno perduto e aprire un varco, per dare loro una base di ri-partenza per ripensare al femminismo.
Forse abbiamo sbagliato qualcosa, direi che certamente esiste un problema, se l’impressione che diamo è questa. Non sono le sole che ho incontrato che hanno avuto questa reazione. Un’avversione totale. Il femminismo è diventato una rivoluzione mancata, conclusa e archiviata per la maggior parte di persone. Tu sei quella che non si è accorta del mondo che è cambiato. Che tutto sommato siamo libere, indipendenti, fiere, sicure di noi stesse, autonome, chissà perché io non riesco ad avvertire il vento del cambiamento. Non lo sento nella mia vita, perché quotidianamente vivo discriminazioni e mi sento in pieno cammino. Perché la parità e il rispetto della donna sono ancora da raggiungere. E quella parola impronunciabile “patriarcato”, appare anacronistica e pesante per molte, quasi quanto “emancipazione”. Eppure ci siamo dentro. Insomma, ogni volta che parlo di femminismo, la reazione è più o meno sempre la stessa, per non parlare poi dell’umanesimo diffuso, in cui tutto si confonde, e la fisionomia dei problemi delle donne scompaiono nell’unico calderone neutro dell’umanità. Cosa si è inceppato nella trasmissione delle idee, delle scoperte, del contenuto, o più semplicemente di quanto è stato bello, vivo, entusiasmante il femminismo? Oggi le lotte intestine minano quel ricordo, rendendo inimmaginabile che ci possa essere stato un momento in cui lo stare insieme era vitale, arricchente, emozionante, essenziale, pur nelle differenze di posizioni e di opinioni. Non cerchiamo l’isolamento, cerchiamo la dimensione collettiva, l’unica in grado di sviluppare le idee, purché le idee abbiano libertà di circolazione. Forse ciò che manca è riuscire a tornare a questa dimensione comunitaria. Siamo troppo ripiegate su noi stesse. Ci accorgiamo di aver bisogno delle altre, quando partecipiamo e ci incontriamo con le altre, scoprendo quanto ci manchi e quanto possa essere rivitalizzante. Provo anche a spiegare la necessità di stare tra donne. In contesti misti, c’è l’inevitabile perdita di spontaneità, con il rischio che si creino dei freni spontanei a causa di meccanismi di interazione tipici maschili. Invece, l’obiettivo era proprio che si rompessero le briglie che frenavano il libero flusso di idee, il disvelamento di strati di noi stesse sepolti sotto consuetudini, abitudini e valori imposti da secoli di cultura patriarcale. Ho poi l’impressione che ci sia il pericolo di entrare nel tunnel di dover compiacere in qualche modo gli uomini, di formare strani ibridi, in cui il femminismo diviene nuovo strumento di riaffermazione di un modello di vita androcentrico. In pratica, da quello che vedo in giro, il rischio di un’annessione forzata e inconsapevole del femminismo a un nuovo regno maschile, è molto forte. Lo si vede quando parliamo di prostituzione, di violenza, di lavoro. Accogliere un pensiero o un punto di vista maschile può portare a perdere il punto di vista nostro, originale. In un mio post di qualche giorno fa dicevo che ignorare la dimensione di genere insita nelle questioni più stringenti, comporta un’opacità di analisi, non si riesce a rilevare i reali contorni, con l’impossibilità di giungere a soluzioni centrate. Quindi, dobbiamo riuscire a tornare a noi. Ultimamente ci siamo un po’ abbandonate. Ritrovarci, lavorare a una riscoperta di cosa è stato il femminismo (quello tra la fine degli anni ’60 e gli anni ’70 intendo), di quanta gioia e creatività lo ha animato è a mio avviso una strada possibile, da tentare. Ritrovare l’entusiasmo e le capacità di buttare il cuore al di là del convenzionale, del predeterminato, del territorio sicuro per esplorare l’ignoto. Riscoprire tutte le forme di espressione che hanno reso ricco quel momento. Io non c’ero, ma ascoltare le donne, leggere la produzione, entrare in contatto con i ciclostile di quel periodo trasmette tutto quanto ha composto e realizzato quell’ingranaggio incredibile. Non siamo menose, verbose, autoreferenziali, supponenti. Non viviamo sulle nuvole, ma su questa terra, siamo più terrene e concrete di quanto i miti sul femminismo ci vogliano dipingere. E quella dose di follia e di utopia che spesso qualcuno legge in noi, ci serve per guardare altrove, oltre, per riuscire a sovvertire i ragionamenti, le regole di ruoli atavici, per lavorare su più livelli, a 360°. Dobbiamo recuperare le abitudini di scrittura, di confronto insubordinato, di dispiegamento delle nostre ali di pensiero e di riflessione. Non possiamo continuare a far a meno di ragionare su qualche base teorica. L’improvvisazione e la mancanza di punti di riferimento riducono ogni discorso a un mucchietto di cenere. Non è per me o per un ristretto gruppetto, ma per TUTTE le donne. Un passaggio necessario per un miglioramento vero e sensibile dell’intera società. Se non è politica questa, cosa lo è? E poi torniamo a parlar chiaro, a non aver paura di usare le parole giuste, di esporci, di chiamare le cose con il loro nome, senza eufemismi o giri di parole. Nulla deve spaventarci o intimorirci. Non dobbiamo mai tacere per compiacere qualcuno/a. Vogliamo cambiare il mondo e poi abbiamo paura di perderci in un bicchier d’acqua. ¡Levántate y anda mujer!

E ogni tanto ringraziamo le femministe di ieri e di oggi.. ci sono davvero tanti buoni motivi per farlo.

 

*Vi auguro una buona esplorazione del fumetto La Prima è Stata Lilith: la lotta delle donne nel mito e nella storia. Fumetti di Lydia Sansoni. Testi di Magda Simola. Stampato dalle Arti Grafiche Leva A & G – Milano, per conto della Edizioni Ottaviano, Via S. Croce 2, 20122 – Milano. Ottobre 1976. QUI 

Grazie a GenerAzioni Settantotto per la segnalazione! 

 

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Cosa manca?

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Ricevo questa missiva via email. No, non si parla della relazione Tarabella (QUI il testo), che andrà in Aula (Parlamento Europeo) per l’approvazione il prossimo 10 marzo (il 9 ci sarà il dibattito), bensì della Relazione annuale sulla parità tra donne e uomini (qui), che viene realizzata dalla Commissione Europea (organo esecutivo e promotore del processo legislativo). Utile per i dati e i temi trattati, infatti ve lo allego. Innocua sotto il profilo che più sta a cuore ai no-choice o pro-life. Infatti, non tratta il tema dell’aborto, che in Europa è ancora un tabù per certi schieramenti.

Ma devo fare una considerazione di altro genere. Perché in una comunicazione in occasione dell’8 marzo, non appare alcun cenno all’appuntamento (importantissimo e che sta suscitando non poche preoccupazioni qui e qui) a cui sono chiamati gli europarlamentari proprio in merito alle tematiche relative alla parità? Mi direte che faccio domande retoriche o ingenue. Ma tant’è, non c’è alcun riferimento al testo Tarabella. Forse in molti pensano che sia meglio che non se ne parli troppo. Quanto meno non alla luce del sole. Non staranno mica preparando degli emendamenti “ablativi”? C’è fiducia che il testo Tarabella passi così com’è. Dobbiamo sperare e aver fiducia che i numeri siano a nostro favore. Vedremo..

Mi chiedo come sia accettabile che l’Europa consenta che ci siano differenti posizioni e trattamenti in merito alla salute sessuale e riproduttiva delle donne? Stiamo parlando di questioni che impattano direttamente e pesantemente le vite delle donne. Per un’Europa laica, non dovrebbe essere problematico pronunciarsi su questo tema, ma evidentemente la laicità è di là da venire. Trovo assurdo che non si prenda posizione e si consenta che livelli elevati di obiezione di coscienza o leggi fortemente limitanti in materia di aborto (ricordiamo che a Malta è tuttora illegale) costringano ancora oggi le donne a scegliere la clandestinità o a procurarsi i farmaci sul web, con tutti i rischi che queste pratiche comportano per la loro salute e la loro vita. La qualità della vita di una donna passa anche attraverso questi nodi, tuttora irrisolti. Non si tratta di ingerenza europea sulla politica e sulla sovranità dei singoli stati, altrimenti molti provvedimenti non sarebbero mai passati. Un documento che contiene i seguenti auspici, se accolto, potrebbe segnare un passaggio epocale di civiltà, per un’UE che va  a velocità diverse anche sui diritti, purtroppo. Nessuno stato sarebbe vincolato a seguire questi consigli, ma quanto meno sarebbe un segnale di attenzione verso le donne. 

 44. osserva che vari studi dimostrano che i tassi di aborto sono simili nei paesi in cui la procedura è legale e in quelli in cui è vietata, dove i tassi sono persino più alti
(Organizzazione mondiale per la sanità, 2014);
45. insiste sul fatto che le donne debbano avere il controllo della loro salute e dei loro diritti sessuali e riproduttivi, segnatamente attraverso un accesso agevole alla contraccezione e all’aborto; sostiene pertanto le misure e le azioni volte a migliorare l’accesso delle donne ai servizi di salute sessuale e riproduttiva e a meglio informarle sui loro diritti e sui servizi disponibili; invita gli Stati membri e la Commissione a porre in atto misure e azioni per sensibilizzare gli uomini sulle loro responsabilità in materia sessuale e riproduttiva;
46. sottolinea l’importanza delle politiche attive di prevenzione, educazione e informazione dirette ad adolescenti, giovani e adulti affinché i cittadini possano godere di una buona salute sessuale e riproduttiva, evitando in tal modo malattie trasmesse sessualmente e gravidanze indesiderate;

 

Intanto cerchiamo di capire come funziona il processo di approvazione in plenaria, le forche caudine attraverso le quali dovrà passare il testo Tarabella.

Il processo legislativo del Parlamento Europeo prevede che, dopo la votazione finale da parte della Commissione (parlamentare) competente, la FEMM nel caso Tarabella, la relazione venga sottoposta all’approvazione del Parlamento riunito in seduta plenaria a Strasburgo. Il testo della Commissione FEMM è emendabile in Aula, per singoli articoli o parti di essi, e sono ammesse richieste di voto separato su alcune parti. La lista di voto sarà a disposizione dei parlamentari lunedì 9, giorno dedicato al dibattito, prima del voto previsto per la mattina del 10 verso le 11.

Solitamente, l’accordo politico che ha portato all’adozione della relazione in Commissione parlamentare, si ritrova anche in Aula, poiché si tende a portare avanti e a seguire il punto di vista del gruppo di lavoro della Commissione competente in materia.

Questa la prassi, ma si possono verificare casi eccezionali in cui il testo viene respinto dall’Aula. In tal caso, si ripartirebbe da zero.

 Stiamo all’erta!

 

Questo il testo della lettera di Patrizia Toia

Care tutte,
nell’avvicinarsi della Giornata internazionale della donna, la Commissione europea ha pubblicato la relazione annuale sulla parità tra donne e uomini che dimostra che il lavoro da fare per arrivare alla piena parità è ancora molto.
Il Rapporto 2014 sulla parità tra donne e uomini dimostra che, sebbene divari tra uomini e donne si sono ridotte negli ultimi decenni, le disuguaglianze all’interno e fra gli Stati membri sono cresciute nel complesso e le sfide rimangono ancora alcune aree critiche.

Qualche dato che salta subito all’occhio:
– Per ogni ora lavorata le donne guadagnano in media il 16,4% in meno degli uomini. Questa cifra è superiore al 20% in Repubblica Ceca, Austria, Estonia e Germania. Il percorso per colmare il divario di genere retributivo e delle pensioni procede con estrema lentezza. Quest’ultimo ha raggiunto il 39%. Le donne tendono ancora a concentrarsi in settori meno retribuiti.
– La violenza di genere è ancora allarmante. Un terzo delle donne in UE ha subito violenza fisica e sessuale.
– I divari di genere in materia di occupazione e di donne nel processo decisionale si sono ridotti negli ultimi anni, ma le donne continuano a rappresentare meno di un quarto dei membri nei CdA, pur rappresentando quasi la metà della forza lavoro impiegata (46%).
– Sono carenti le politiche di conciliazione e questa mancanza ostacola l’occupazione femminile e quindi il potenziale di crescita economica.
– Le donne hanno maggiori probabilità di avere un grado di istruzione superiore (oltre il 60% dei nuovi laureati sono donne), ma sono nettamente sottorappresentate nella ricerca e nei posti di responsabilità a tutti i livelli di istruzione superiore, tra cui l’educazione.

Vediamo alcuni di questi temi nello specifico.

Qual è la situazione attuale, in Europa, delle donne nel mondo del lavoro?
La quota di donne nel mondo del lavoro è passata dal 55% del 1997 al 63% di oggi. Anche se questo rappresenta un buon progresso, la partecipazione al mercato del lavoro delle donne nell’Unione europea è ancora notevolmente inferiore a quella degli uomini, che attualmente si attesta al 75%.
Ci sono anche notevoli differenze tra gli Stati membri: il tasso di occupazione femminile è inferiore al 60% in Grecia, Italia, Malta, Croazia, Spagna, Ungheria, Romania, Slovacchia e Polonia, mentre è superiore al 70% in Svezia, Danimarca, Germania, Finlandia, Paesi Bassi, Austria e Estonia.
Il 32% delle donne europee lavora a tempo parziale, rispetto a solo l’8% degli uomini. Gli Stati membri un’ occupazione femminile a tempo parziale superiore alla media sono i Paesi Bassi, la Germania, l’Austria, il Belgio, il Regno Unito, la Svezia, il Lussemburgo, la Danimarca e l’Irlanda.
Lo squilibrio nella condizione lavorativa delle donne e degli uomini nel lavoro si riflette anche nel divario di retribuzione di genere e, successivamente, in pensioni più basse alle donne e crea un maggiore rischio di povertà per le donne.

Cosa sta facendo l’UE sul congedo di maternità?
Ai sensi della direttiva UE sulle lavoratrici gestanti, tutte le donne dell’Unione europea hanno il diritto ad almeno 14 settimane di congedo di maternità e alla tutela contro il licenziamento per essere incinta. Nel 2008, la Commissione ha proposto di migliorare ulteriormente la situazione con un congedo di maternità più lungo. La proposta della Commissione – che aumenterebbe il diritto minimo a 18 settimane pagate – è ancora in discussione presso il Consiglio dell’Unione europea. Come Socialisti & Democratici siamo riusciti a non far togliere questa direttiva dal programma di lavoro della Commissione 2015 che ha alla fine concesso un periodo di sei mesi per chiudere il dossier. Se nessuno risultato sarà raggiunto, sarà sostituita da una nuova iniziativa.
Per quanto riguarda i lavoratori autonomi e i loro partner la nuova normativa UE in materia di lavoratori autonomi prevede che possano godere di una migliore protezione sociale – tra cui il diritto al congedo di maternità . Gli Stati membri avevano tempo fino al 5 agosto 2012 per recepire la direttiva sui lavoratori autonomi e i coniugi coadiuvanti, ma purtroppo non tutti lo hanno ancora fatto.

Cosa sta facendo l’UE sul congedo parentale?
La direttiva sul congedo parentale dell’UE stabilisce requisiti minimi in materia di congedo parentale, sulla base di un accordo quadro concluso con le parti sociali europee. Ai sensi della direttiva, i lavoratori di sesso maschile e femminile hanno diritto individuale al congedo parentale per motivi di nascita o adozione di un figlio, che consenta loro di prendersi cura del bambino per almeno quattro mesi. L’obiettivo è quello di aiutare le persone a lavorare mantenendo l’equilibrio e la vita familiare. Per incoraggiare i padri a prendere un congedo parentale, ai sensi della direttiva modificata, uno dei quattro mesi non è trasferibile, il che significa che se il padre non ne usufruisce viene perso.

Qual è la situazione delle strutture per l’infanzia in tutta l’UE?
Un fattore importante per il divario retributivo è l’onere della cura di cui le donne devono farsi carico.
Le cifre mostrano che gli uomini, nel momento in cui diventano padri, iniziano a lavorare più ore. Lo stesso non vale per le donne: quando diventano madri, spesso smettono di lavorare per periodi lunghi o lavorano part-time (una scelta spesso involontaria).
Garantire servizi per l’infanzia adatti è un passo essenziale verso le pari opportunità nel lavoro tra uomini e donne. Nel 2002, in occasione del vertice di Barcellona, ​​il Consiglio europeo ha fissato obiettivi per la fornitura di assistenza all’infanzia a: almeno il 90% dei bambini tra i 3 anni e l’età dell’obbligo scolastico e per almeno il 33% dei bambini sotto i 3 anni di età.
Dal 2007, la percentuale di bambini curati in regime di custodia formale è leggermente aumentata (dal 26% al 28% per i bambini fino a tre anni di età, e dal 81% al 83% per i bambini dai tre anni di età fino all’età dell’obbligo scolastico ). L’obiettivo è ancora lontano.

Qual è la situazione in seno alla Commissione europea e degli Stati membri in materia di parità nel processo decisionale?
Mentre alcuni paesi sono sulla buona strada per il raggiungere della parità nei Parlamenti nazionali e nei Governi, le donne rappresentano ancora meno di un terzo dei ministri e membri dei parlamenti nella stragrande maggioranza degli Stati membri.
In sei Stati membri le donne rappresentano meno del 20% dei membri dei parlamenti: Ungheria (10%), Malta, Romania, Cipro (14%), Irlanda (16%) e Lituania (18%) .
A livello europeo, le donne rappresentano il 37% dei deputati al Parlamento europeo, percentuale in costante miglioramento (era 35% nel 2009 e 31% nel 2004).
Per quanto riguarda la Commissione, il 31% dei commissari della Commissione Juncker sono di sesso femminile, allo stesso livello della II Commissione Barroso.

Cosa ha fatto l’Unione europea per affrontare la violenza contro le donne e le ragazze?
La dichiarazione 19 allegata al trattato di Lisbona stabilisce che gli Stati membri dovrebbero adottare tutte le misure necessarie per contrastare la violenza domestica e proteggere le vittime.
Le donne e le ragazze che sono vittime di violenza hanno bisogno di sostegno e di protezione adeguati, che va rinforzato da leggi efficaci e dissuasive.
L’UE ha lavorato per raccogliere i dati europei precisi e comparabili sulla violenza di genere. Il primo studio a livello europeo sulle esperienze di varie forme di violenza, condotto dall’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali, mostra che la violenza avviene ovunque, in ogni società, sia a casa, al lavoro, a scuola, in strada o on line.
In media, ogni minuto di ogni giorno in Europa, 7 donne sono vittime di stupro o di altre aggressioni sessuali, 25 sono vittime di violenza fisica e 74 sono vittime di molestie sessuali.
Anche la violenza on line ​​è una preoccupazione crescente: il 10% delle donne sono state vittime di molestie sessuali on-line.

La Commissione ha messo in atto queste “leggi”:
Le vittime di violenza, in particolare la violenza domestica, potranno presto contare sulla protezione a livello europeo. L’UE ha messo in atto un pacchetto di misure per garantire che i diritti delle vittime non vengano dimenticati e le vittime siano trattate con giustizia. La direttiva sui diritti delle vittime di violenza è stata adottata il 25 ottobre 2012 e rafforza considerevolmente i diritti delle vittime e dei loro familiari in termini di informazioni, sostegno e protezione, nonché i loro diritti procedurali quando partecipano a un procedimento penale. Gli Stati membri dell’UE devono attuare le disposizioni della presente direttiva nella legislazione nazionale entro il 16 novembre di quest’anno.

La maggior parte delle vittime della tratta nell’UE sono donne e ragazze (80%). L’UE ha riconosciuto la tratta di donne e ragazze come una forma di violenza contro le donne e ha adottato un quadro giuridico e politico globale per sradicarla. La direttiva anti-traffico 2011/36 / UE è centrata sulle vittime di genere e basata sul rispetto dei diritti umani, stabilisce disposizioni rigorose per le vittime, in termini di protezione e prevenzione, così come sostiene il principio di non-punibilità e assistenza incondizionata per le vittime.
Inoltre ci sono due strumenti che si applicano a partire dall’11 gennaio di quest’anno, in modo che le vittime che beneficiano di una misura di protezione in un paese dell’UE siano forniti con lo stesso livello di protezione in altri paesi dell’UE nel caso si spostino o viaggino. In questo modo, la protezione viaggerà con l’individuo.
La Commissione europea finanzia anche numerose campagne di sensibilizzazione nei paesi dell’UE e sostiene le organizzazioni come le ONG e le reti che lavorano per prevenire la violenza contro le donne.
I principali programmi di finanziamento sono DAPHNE III, PROGRESS. Il programma “diritti, uguaglianza e cittadinanza”, il Programma per la giustizia.

Cosa sta facendo l’UE a promuovere l’uguaglianza di genere in tutto il mondo?
L’Unione europea è e rimane in prima linea per la promozione dell’uguaglianza di genere non solo all’interno dell’Unione europea. Ma anche relazioni con i paesi terzi.
Essendo il più grande donatore mondiale, l’Unione europea ha un ruolo cruciale da svolgere nell’emancipazione delle donne e delle ragazze e nella promozione della parità di genere.
Gli Obiettivi del Millennio hanno svolto un ruolo importante nella crescente attenzione alla parità di genere e all’empowerment delle donne.
L’uguaglianza di genere, i diritti umani e l’empowerment delle donne e delle ragazze sono condizioni essenziali per lo sviluppo equo e sostenibile e inclusivo, così come importanti valori e obiettivi in ​​se stessi. L’UE è attualmente impegnata nelle discussione degli obiettivi post 2015 e siamo convinti che sia necessario un obiettivo a sé stante per raggiungere la parità di genere e l’empowerment delle donne e delle ragazze.
La seguente scheda spiega ciò che l’UE sta facendo il giro del mondo sulla parità di genere:
http://ec.europa.eu/europeaid/sites/devco/files/factsheet-gender-equality-wordwide-2015_en.pdf

 

Per ulteriori informazioni

 

Eurostat comunicato stampa sugli ultimi dati gap retributivo di genere: http://ec.europa.eu/eurostat

Factsheet – Eurobarometro sulla parità di genere: http://ec.europa.eu/public_opinion/archives/eb_special_439_420_en.htm#428
2014 Relazione sulla parità tra donne e uomini: http://ec.europa.eu/justice/gender-equality/document/index_en.htm#h2-2

Commissione Europea – Differenziale retributivo di genere: http://ec.europa.eu/justice/gender-equality/gender-pay-gap/index_en.htm

 

Resto a disposizione per ulteriori approfondimenti e vi saluto caramente,

Patrizia Toia

 

APPELLO DI #APPLY194

http://apply194.tumblr.com/post/113150711525/mozione-tarabella-tweet-mailbombing-a-6

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L’abolizione è un processo a lungo termine

 

Egon Schiele

Egon Schiele

 

Ho tradotto questo post di Rebecca Mott del 5 febbraio (qui), perché tra le sue parole si legge la sua esperienza personale. Non sono parole buttate al vento, superficiali, vuote, sono parole di chi ha vissuto in prima persona l’esperienza della prostituzione. L’enfasi del suo appello è il risultato del suo vissuto, di un sentire viscerale, di anni di abusi e violenze. Nessuna parola è fuori posto se a scriverla è una donna con il vissuto di Rebecca. Un esempio prezioso per chi crede che si possono cambiare veramente le cose. La strada è lunga, costellata di ostacoli, ma va intrapresa con determinazione. Quotidianamente, ognun* con le proprie forze deve cercare di sradicare i pregiudizi e la rassegnazione che avvolgono questo argomento. Dire che nulla si può fare, che la prostituzione è per sempre è come aver dato ragione a tutti quegli uomini che ogni giorno usano le prostitute come merce, come oggetti. Non voglio più ascoltare giustificazioni del tipo: “fa parte della natura e della fisiologia del maschio”, “ci sono uomini soli che non possono fare altrimenti” ecc. La prostituzione non può essere considerata un servizio sociale di assistenza a “uomini in difficoltà”. Non è nulla di tutto ciò. Sono tutti alibi, che molte donne continuano a sostenere. Mi chiedo, ma non sarebbe forse giunto il momento di incrinare questa mentalità millenaria? Forse se iniziassimo tutte e tutti a guardare ai clienti con occhi realistici, vedremmo solo degli uomini violenti, degli stupratori, dei meschini padri e mariti, amici o figli, dei soggetti che non hanno mai avuto una sana sessualità, che guardano alle donne come a degli oggetti de-umanizzati o di serie B. E se dobbiamo intraprendere un’inversione culturale è ora di muoversi.
Non ci lasceremo intimidire da attacchi e pressioni di ogni sorta. Perché questa è sisterhood.

 

Mi accingo a scrivere qualche mia breve considerazione su cosa rappresenti l’abolizione per coloro che ne sono uscite e per me a livello individuale e perché non è semplice, né a breve termine.
È fondamentale capire chi e cosa sono le lobby del commercio sessuale (sex-trade lobby) e cosa non sono.
Questa lobby non è un gruppo di troll che si nascondono dietro un computer.
Questa lobby è molto organizzata, con finanziamenti ingenti, e recluta molti clienti e prostitute per costruire e montare la loro protesta.
Questa lobby è organizzata da coloro che traggono profitti dalla disumanizzazione delle prostitute – la sex-trade lobby è composta da papponi, ma non si occupa solo di profitti, pertanto è composta anche dai clienti.
Qui di seguito vi riassumo ciò che il mercato del sesso non è

Non ha interesse per il benessere psico-fisico o sessuale delle prostitute.
Non ha interesse a liberarle e a permettere una loro emancipazione.
Non fa nulla per migliorare i diritti umani delle prostitute.
Trascura completamente la salute e la sicurezza delle prostitute.
Volontariamente rende tutte le prostitute una classe sub-umana.
Perciò, se avete anche solo la minima sensazione che l’abolizione sia la risposta, smettete di credere alla sex-trade lobby e alla sua propaganda.
Non credete quando sostengono che la prostituzione può essere resa sicura – o anche un minimo sicura tanto da far finta che lo sia.
Non cascate nel mito che la prostituzione indoor può essere resa sicura, liberatoria e in qualche maniera “a favore delle prostitute”.
Inizia a ragionare con maggiore chiarezza, pensa al fatto che la maggior parte della violenza maschile sulle donne che non sono prostitute avviene in un ambiente domestico e da uomini conosciuti dalle vittime.
Perché le prostitute dovrebbero essere le uniche donne al mondo ad essere sicure quando si trovano da sole con un uomo tra quattro pareti – non ha senso, forse perché è pura spazzatura o semplici menzogne costruite da chi vuole trarre profitto dalla prostituzione indoor.
Siamo realisti – i clienti che comprano le donne, le vedono come merce, questi uomini sono spesso portati alla violenza, soprattutto se le loro aspettative vengono frustrate.
Questi clienti, sia che si servano della prostituzione di strada o da appartamento, di solito sono sadici quando sono in ambienti chiusi.
Osserviamo i più eclatanti casi di omicidi di prostitute – l’assassino di Ipswich abbordava le sue vittime per strada e poi le uccideva nel suo appartamento, lo stesso è avvenuto con gli omicidi a Bradford.
I numerosi omicidi in Canada ad opera di un serial killer che colpiva principalmente prostitute native americane, sono avvenuti all’interno del suo ambiente di lavoro (credo si tratti di Robert Pickton, ndr).
E, parlare, e seriamente ascoltare le donne che ne sono uscite, specialmente quelle che esercitavano in casa, essere al corrente, come noi, di quanto sia facile far scomparire le prostitute dai bordelli, dalle camere d’albergo, dalle case dei clienti, dai sex club.
È normale per una prostituta aspettarsi di scomparire dai sicuri ambienti della prostituzione indoor – ma non è abbastanza rilevante da essere riportato dai media, da essere contemplato nelle statistiche dei crimini.
Chiudi la prostituzione dietro una porta e così, come per magia, l’avrai resa invisibile.
Sto avendo difficoltà a concentrarmi mentre scrivo questo post, principalmente perché quando penso a sostenere coloro che sono uscite dalla prostituzione, avverto un profondo abisso di disperazione e mi assale il pessimismo.
Sono terrorizzata dall’idea che, come accaduto nella maggior parte dei casi nel corso della storia delle prostitute che si sono battute per la libertà, potremmo venire abbandonate dai nostri sostenitori ed essere lasciate da sole a fronteggiare la sex-trade lobby.
Ciò non deve accadere, a causa di questa lobby non si riesce ad attribuire umanità alla categoria delle prostitute, e la loro speranza di isolarci consentirebbe di rendere la nostra distruzione invisibile.
La sex-trade lobby ha provocato e sta generando un genocidio di prostitute.
È una forma di “genocidio intelligente” poiché reso invisibile, perché c’è un costante ricambio di donne disperate, quando qualcuna si loro scompare o viene assassinata.
È un genocidio che si nutre di tutte le miserie che affliggono il genere umano – recluta persone povere, in tempi di guerra o per catastrofi naturali, reduci da abusi subiti durante l’infanzia, tra coloro che subiscono discriminazioni razziali, tra donne che sono state rese cittadine di serie b, tra donne che non hanno autostima, e così via.
I commercianti del sesso reclutano e lo rendono un mercato altamente redditizio.
Si dovrebbe notare il loro cinismo e l’intento di mettere a tacere le nostre proteste per tutte le donne morte che non fanno notizia.
Per questo quando cerco di scrivere ciò che personalmente vorrei fare per sostenere e lottare per le prostitute, ricorda che il mio cuore è spezzato.
Voglio rabbia – non la reazione passiva di apprezzare gli sforzi delle fuoriuscite a rompere quel silenzio imposto.
Noi non vogliamo e non abbiamo bisogno della vostra pietà, le vostre lacrime nascondono l’apatia, voi state inscatolando le nostre vite per poterci controllare.
Molte delle sopravvissute desiderano essere libere, giustizia, abbiamo bisogno di “soldati” che si battano per questo – non semplicemente firmando petizioni, intraprendendo discussioni interminabili, o ri-raccontando storie simbolo.
Non è il momento per una trattativa – com’è possibile negoziare con la sex-trade lobby che non riconosce alle prostitute alcuna umanità?
È il momento di combattere a tutti i livelli.
Mi piacerebbe tornare alle vecchie pratiche, come quella di bruciare i sex shop, o di fotografare gli uomini che entrano nei sex shop/club o nei bordelli; il boicottaggio delle imprese porno, i picchetti nelle zone a luci rosse.
Mi piacerebbero delle azioni guidate e sostenute dalle sopravvissute.

Mi piacerebbe che riuscissimo ad ascoltare le sopravvissute a un livello più profondo di quanto facciano politica o le argomentazioni di breve termine – non ascoltare cosa rappresenti un trauma, la nostra percezione della violenza maschile, come viviamo immerse nella violenza.
Apprezzerei che in ogni discussione sul perché noi dobbiamo andare verso l’abolizione, vi fossero il dolore, la sofferenza e i traumi.
Mi farebbe piacere che ci fosse una manifestazione almeno una volta all’anno per commemorare la distruzione della classe delle prostitute – ma non dev’essere qualcosa a margine o come riflessione della violenza maschile.
Sarebbe un bel segnale se in ogni città ci fosse un memoriale permanente che ricordi queste perdite.
Sarebbero dei modi con cui la società potrebbe dimostrare che considera le prostitute degli esseri umani in tutto e per tutto.
Vorrei che ogni lettore/lettrice di questo blog interroghi gli uomini sul loro uso di prostitute. (Lo faccio quotidianamente sia con persone reali che nel mondo virtuale, questo li porta a irritarsi molto, ndr).
Desidero che ci siano uomini che si definiscano abolizionisti e che sappiano confrontarsi con altri uomini consumatori di sesso a pagamento.
Desidero che i clienti vengano seriamente puniti – per stupro seriale, per GBH/ABH, per tortura.
Desidero che ci siano pene severe per gli sfruttatori – per violenze psico-fisiche e sessuali, per reclusione forzata, per schiavitù, e tutti i crimini peggiori.
Perché è considerato sufficientemente congruo far pagare una ammenda ai clienti, che sono spesso degli stupratori seriali, capaci di torture psico-fisiche e sessuali – sarebbe il caso di sottolineare che forse le prostitute non sono considerate “esseri umani” a sufficienza da meritare giustizia?
Mi rendo conto che ci sarebbero altre mille cose da dire – ma fate qualsiasi cosa nelle vostre possibilità per fermare questo genocidio – non distraetevi, non guardate dall’altra parte.

 

Approfondimenti

♦ Da Anita Silvano

Lo Stato prosseneta.
“Non possiamo continuare a pensare la prostituzione come una questione di libertà individuale, ma dobbiamo capire che ogni sistema politico ha la sua politica sessuale e la prostituzione è sempre stata un’istituzione a disposizione del sistema di turno, nella fattispecie, adesso, del neoliberismo. Il neoliberismo cerca di farci pensare alla prostituzione solo dal punto di vista individuale, cancellando tutte le tracce del sociale che potrebbero metterla in discussione”.
Beatriz Gimeno

 

♦  Guardate a pagina 2 di questo ciclostilato del 1980:

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Sex work, ovvero come salvaguardare la dignità maschile

tratta

 

Ho trovato la testimonianza di una donna (qui l’originale in inglese) che riflette sulle implicazioni del termine “sex work”. Le sue argomentazioni non sono da “spettatrice esterna” del mondo della prostituzione, ma partono dall’esserci dentro. Mi sembrava un interessante punto di vista da proporvi. Visto che le storie che girano ultimamente sono tutte pesantemente edulcorate e strumentali a un’assoluzione del cliente e del pappone (ma anche per renderli evanescenti e invisibili).

 

Chiamatela per ciò che è: prostituzione.
L’onore, la dignità sono qualcosa a cui gli uomini tengono molto. L’onore, anche e soprattutto, per le leggi maschili, si basa sul concetto di scelta. Un sacco di persone che hanno poca scelta, amano rivendicare la loro scelta, perché ne va di mezzo la loro dignità.
La retorica attorno alla prostituzione, sul fatto che sia una fabbrica di stigmi e di vergogna per chi si prostituisce, si basa interamente sul fatto che l’uomo non appaia “cattivo”. Gli uomini provano vergogna solo se associati o messi accanto alle prostitute, piuttosto che per il fatto di generare la domanda di prostituzione. Ci usano perché siamo lì, e desiderano sentirsi dignitosi nel fare ciò. È come se non ci fosse cognizione da parte dell’opinione pubblica che sono gli uomini a metterci lì. Non si ha la percezione di chi ci guadagna veramente dal fatto che noi siamo lì. Non si comprende chi ha creato i presupposti per cui siamo lì.
La retorica adoperata per “sanificare” la prostituzione, come empowerment, come sex work, e degna di uno status di “dignità”, serve unicamente per consentire che gli uomini che ci sfruttano non vengano considerati degli sfruttatori. La lobby dei magnaccia conosce la principale funzione del termine sex work, che va a beneficio e a promozione del commercio del sesso (ossia uomini con il diritto di comprarci per sesso e per trarne profitto).
I benpensanti che usano il termine sex work nella speranza di non apparire bigotti e per non negarci la “scelta”, contribuiscono a rafforzare i diritti e la dignità dei magnaccia e dei clienti. Negli interessi della dignità maschile, la dignità è inseparabile dalla parola “scelta”. Lo status quo di dignità, nella concezione maschile, passa ed è misurata sulla base della scelta. Peccato che qualcuno non abbia scelta! Ciò che è sottinteso quando lo chiamiamo sex work è che la donna abbia facoltà di scelta. Cosa c’è di più utile allo scopo?
Per questo motivo, (uno dei tanti), ma non spetta a me, né a nessuna altra prostituta dimostrarlo, lasciateci essere grate e concordare se il termine sex work è dignitoso.
Noi non commettiamo atti indecorosi contro noi stesse e non abbiamo nulla da dimostrare (o di cui essere grate), quando i media o l’opinione pubblica usa questo termine (sex work, ndr). In effetti, l’implicazione che noi rileviamo è che sia un insulto, e molto peggio, un offuscamento di chi compie certi atti.
Noi siamo prostitute. Il termine è sgradevole e viscerale. In parole povere, è sincero. Questo è il motivo per cui papponi e clienti non amano usarlo e perché la gente non ama sentirlo.
Non dobbiamo attribuire dignità a clienti e magnaccia. Né dobbiamo fornire alla gente una sensazione di sollievo, facendoli sentire meglio con se stessi, quando si tratta di prostituzione.
Se chi legge non è una prostituta o è una persona che adopera il termine sex work, chiedo che vi domandiate chi beneficia di questo eufemismo. Molti di noi conoscono l’efficacia delle “parole ambigue”, basti pensare all’efficacia del concetto di “danni collaterali” che si celavano dietro i discorsi dei guerrafondai. Se siamo abbastanza saggi, possiamo adoperare il nostro senso critico per capire a cosa stiamo contribuendo quando chiamiamo la prostituzione “lavoro”.

Saluti,
Spin

 

Allegati:

http://www.newstatesman.com/politics/2014/12/why-we-shouldnt-rebrand-prostitution-sex-work (tradotto da me qui)

18 Myths on Prostitution

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