Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Uguali diritti

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Qualche giorno fa ho partecipato a un incontro con l’europarlamentare Antonio Panzeri. Tra i tanti interessanti argomenti trattati, è stata toccata anche la parte del «Rapporto annuale sui diritti umani e la democrazia nel mondo 2013 e la politica Ue in materia», in cui si parlava di diritti umani, più specificamente di diritti della donna, di cui avevo già parlato in questo post a ridosso del voto in Parlamento.

Panzeri ha chiaramente riferito che trincerarsi dietro il principio di sussidiarietà (come hanno scelto di fare anche alcuni eurodeputati S&D), adoperato nell’emendamento al testo Tarabella, è una scusa banale. È impensabile che l’Europa scelga fin dove avere una politica comune. Abbracciando il principio di sussidiarietà è come se l’Europa scegliesse quali diritti siano più o meno suscettibili di tutela nell’ambito comunitario, di quali debba occuparsene direttamente. L’Unione Europea deve avere una politica ben definita in tema di diritti umani. Il rischio è che si abbia una situazione “Arlecchino”, in cui gli stati tornino a disciplinare ognuno per conto proprio sui diritti e non solo. Il rischio di una rinazionalizzazione è molto forte, se non si sceglie di cedere un pezzo di sovranità per uniformare le condizioni di vita dei cittadini europei. Panzeri ha ribadito che i diritti non sono e non possono essere un lusso sacrificabile sull’altare dell’economia e che è compito degli stati dell’Unione garantire che questi diritti siano attuabili e vengano rispettati. I politici europei devono fare gli europei e non ragionare in termini di convenienza della nazione di provenienza o per questioni di tipo elettorale. C’è chiaramente una mancanza di una vera classe dirigente e politica europea.

Penso che molto si possa fare anche a livello di UE, per chiedere di uniformare la situazione, perché la sussidiarietà su questo tema è inaccettabile, crea solo violazioni di diritti, con conseguenze terribili. Pensare che ci siano paesi come Irlanda, Polonia, Lussemburgo in cui l’interruzione di gravidanza è fortemente limitata e Malta, in cui è vietata, crea un tessuto di disuguaglianza che tradisce i valori fondanti di una Comunità europea. Si creano eccezioni inaccettabili nei diritti.

La legislazione sull’interruzione di gravidanza in Irlanda ha un aspetto che resta spesso nell’ombra. Ancora una volta si discrimina per censo, perché di fatto chi ha la possibilità di andare all’estero, non resterà certo a subire le conseguenze della normativa del proprio paese. Per cui dovremmo porre l’accento sul fattore economico, sempre, perché certe norme non colpiscono tutte in egual misura. Su questo dovremmo batterci.

Anche da noi, quando si parla di contraccezione, dobbiamo puntare l’accento su uno stato che di fatto pone a carico delle donne un costo non proprio irrisorio. Nessuno si pone mai la domanda: quante potranno permetterselo? Lo stesso per quanto riguarda il numero crescente di personale medico e paramedico obiettore di coscienza (in alcune regioni raggiunge anche il 91%), che incrina una legge nazionale come la 194. Così come quando mi si risponde che non importa se i consultori pubblici rischiano di scomparire, “tanto vado dal ginecologo privato”. E se non te lo potessi più permettere? I diritti o sono esercitabili realmente da tutti o non sono tali.
I temi della salute sessuale e riproduttiva, dell’aborto e dei diritti delle donne sono sempre un passo indietro, sono sempre poco attrattivi a livello politico e di dibattito/attivismo. È meglio non parlarne più di tanto, perché poi a livello politico penalizzano e rischi l’isolamento. Anche a costo di questo rischio, io non smetto di parlarne e di cercare di farmi sentire, poco importa se poi mi accuseranno di essere monotematica e schierata. Bisogna scegliere da che parte stare e non mollare mai. È una questione di sostegno e di diffusione, che penalizza le donne. Influisce certamente una società ancora molto maschilista, per cui se un diritto interessa unicamente le donne, l’impegno ad attuarlo scarseggia. Fino a quando i diritti si slegheranno, si terranno separati, non ci sarà vero progresso. I diritti umani o si considerano come un corpo unico, indivisibile, oppure non hanno senso e perdono di valore. I diritti sono la base per il nostro sviluppo, per la nostra qualità della vita, per garantire progresso e condizioni uguali per tutti. Se non sono universali qualcuno sarà meno tutelato di un altro: a questo dobbiamo opporci.
Chiedo a tutte le donne di non svegliarsi solo quando un problema bussa alla loro porta. Mobilitiamoci e chiediamo che lo scempio sinora permesso, subisca un arresto. Fino a quando penseremo che sia normale che strutture convenzionate con il pubblico possano esimersi dall’applicazione della 194? Perché non ci indigniamo davanti a un consultorio che riceve soldi pubblici, i nostri, per poi non garantire un servizio? Perché non chiediamo di concedere le convenzioni solo sulla base di una garanzia certa che venga applicata la 194? Perché poi interferire con i fondi Nasko e Cresko su una decisione così complessa come quella di decidere di diventare madre? Monetizzare una maternità? Cosa c’è di pubblico e laico in tutta questa gestione? Cosa c’è di pubblico in un sistema che diventa a pagamento (i consultori)? Grazie a Eleonora Cirant per il suo impegno costante. Qui lo stato dei consultori lombardi, presentato nel corso di un incontro sui consultori, tenutosi a Brescia.
E non venite a chiedere incentivi pecuniari per attuare una legge dello stato (qualcuno ha lanciato questa ipotesi), per un compito che rientra pienamente nell’arco delle funzioni di assistenza di un medico che sceglie di specializzarsi in ginecologia. Non voglio nemmeno pensare che l’IVG possa rientrare nelle pratiche intra moenia. Perché sarebbe l’apoteosi della mercificazione e della monetizzazione di una pratica medica, che diventa di colpo appetibile e conveniente da svolgere, “chi se ne frega dell’obiezione, basta che mi paghino un plus extra”. Non voglio credere o pensare che ci siano professionisti di questo tipo e che siamo in balia del denaro. Quando è nata la legge 194 era necessario permettere la scelta per quanti già esercitavano prima della norma. Oggi, basterebbe porre una condizione all’ingresso nelle specializzazioni o comunque porre un limite nelle quote dei concorsi.

 

In tema di contraccezione: un’Infografica coi dati sulla contraccezione nel mondo QUI

“E all’interno dell’Europa, l’Italia è tra i peggiori Paesi sul tema. Siamo 18 punti sotto la media europea per l’uso di contraccettivi moderni. E da noi solo il 17,6% delle donne usa la pillola, contro una media europea del 21,3%. L’uso Pillola cresce al crescere del reddito pro capite (indice di altri livelli di istruzione, secolarizzazione e consapevolezza) ma l’Italia è il fanalino di coda anche tra i paesi industrializzati europei. Sotto di noi in classifica (ma con un PIL pro capite molto più basso) solo Russia, Ucraina, Polonia e Grecia.”

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#PerchéNonHoDenunciato

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Oggi è il Denim Day, la giornata istituita 15 anni fa dall’associazione Peace Over Violence in risposta alla sentenza della Cassazione che in Italia assolse un uomo dallo stupro di una ragazza perché indossava un paio di jeans. E in questa giornata lanciamo la sfida di pubblicare articoli con lo stesso titolo: Perché non ho denunciato.
E cominciamo facendolo in prima persona sui blog
Nadia Somma(Fatto)
Bettirossa (il Manifesto)
Lipperatura (Repubblica)
La27ora (Corriere della Sera)
Il corpo delle donne 

L’iniziativa è promossa da un gruppo di giornaliste che invitano tutte le altre, giornaliste e blogger, a fare proprio il titolo e l’immagine. E invita tutte le altre donne a raccontarsi rispondendo a: Perché non ho denunciato

Hanno già aderito Gender, genere, genre … ma non solo , Anarkikka.

 

Ci insegnano a tenerci tutto dentro, a misurare ogni parola, ogni gesto. Cresciamo in una società che ancora fatica a lasciarsi alle spalle un retaggio culturale fatto di violenza e di mille sue giustificazioni. Cresciamo con la suddivisione delle donne, tra sante e puttane, tra mogli e corpi da abusare sessualmente. Ci convincono che se saremo “perfette”, ci comporteremo nel modo giusto, seguendo i decaloghi antistupro, e rispetteremo il ruolo che ci viene assegnato, tutto ci andrà bene. E quando la violenza entra nelle nostre vite, ci ritroviamo a dover raccontare e a dover dimostrare cosa ci è accaduto, a subire domande quasi come se fossimo in qualche modo direttamente responsabili e colpevoli. Non poterci mai sentire sicure, in nessuna situazione, in nessun luogo e in nessuna compagnia. Perché sappiamo che la violenza può raggiungerci sempre e ovunque. Questo è quello che sperimentano ragazze e donne nella propria vita. Un sottile filo che unisce tutte noi e che a vari gradi e differenti manifestazioni interessa noi tutte. Molte di noi non riescono nemmeno a prendere coscienza di aver subito o di continuare a subire una qualche forma di violenza. Molte di noi provano mille sensi di colpa, che le portano al silenzio. Per tutto questo e per contrastare ogni tentativo di normalizzazione della violenza, dobbiamo combattere, perché le donne vengano ascoltate e aiutate, e non vengano mai lasciate sole. Affinché le parole e i racconti trovino accoglienza e comprensione piene.

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Smart, ma non sempre

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Parliamo di conciliazione e welfare aziendale, secondo l’ultimo rapporto ISTAT 2015. Fa bene questo articolo pubblicato su InGenere (QUI) a sottolineare che le “misure di “welfare o responsabilità sociale d’impresa” maggiormente diffuse sono quelle per le quali esistono norme di legge cogenti o incentivi che ne favoriscano l’introduzione”.
Uno stato che si ritira e riduce la sua azione propulsiva nel determinare miglioramenti nella qualità della vita dei suoi cittadini, in pratica genera una situazione a macchia di leopardo, con sacche in cui diritti e servizi sono chimere. Pensare che il sistema imprenditoriale italiano, per com’è strutturato, si autoregoli e ottimizzi non solo il suo interesse primario, ma anche il benessere della sua forza lavoro, è chiaramente utopistico. L’intervento statale, che oggi, in un clima sempre più liberista, per molti rappresenta una prassi orribile, è invece l’unico modo per colmare quelle distanze geografiche, quelle differenze che rappresentano un macigno per il nostro Paese. Non si può concepire che ci siano lavoratori agevolati, per cui è facile accedere a misure di conciliazione, e altri che hanno un’unica scelta: abbandonare il lavoro o fare i salti mortali, investendo i propri stipendi in “servizi privati”. Abbiamo imprese che non riescono nemmeno a pensare, immaginare (o lo considerano un inutile dispendio di energie) di poter riorganizzare il proprio lavoro in termini di flessibilità oraria e di formule più smart. Tanto, se un dipendente molla, c’è un mucchio di persone che aspettano di entrare a condizioni sempre peggiori. Quando qualcuno di noi accetta di lavorare senza limiti di orario, sacrificando la propria vita privata sull’altare del lavoro a ogni costo, consente di considerare normale lavorare senza regole. Se ognuno di noi ragionasse in termini collettivi e non egoisticamente, certe forme di sfruttamento legalizzato, considerato inevitabile, non lo sarebbero più, perché accettare tutto pur di lavorare e di avere incentivi non ha senso, è tutto fuorché normale. Arriverà un momento della propria vita in cui tutto questo “sì totalizzante” al capo non sarà più possibile garantirlo, ci saranno fattori personali o esterni che ci porteranno a rivalutare priorità e cose essenziali. Allora ci sembrerà assurdo piegarci e accettare l’assenza di regole sul lavoro. Quando avremo bisogno di equilibrio lavoro-vita privata, allora ci troveremo davanti a un muro o a un bivio, ci accorgeremo che ciò che abbiamo concesso non ci verrà riconosciuto, quasi mai. Anzi, scopriremo la realtà a cui da tempo le donne sono soggette. E non sono quelle “debolucce” (come molti le etichettano) che non ce la fanno, sono donne comuni, reali, che a un certo punto si sentono dire di essere un peso per l’azienda , solo perché hanno fatto un figlio. Le cose cambiano, inevitabilmente, ma proprio perché prima della maternità abbiamo oltrepassato il limite, abbiamo consentito ogni cosa, abbiamo accettato ogni sacrificio. Alcuni capi hanno paura di questo, di non avere più la schiava, che dirà sempre “va bene”, lavorando anche 12 ore, weekend compresi. Non è rendendoci indispensabili zerbini, utilizzabili all’occorrenza e ad oltranza, che ci garantiremo comprensione nei momenti di necessità o nei quali qualcosa nella nostra vita cambierà. Non ci sarà nessun aiuto, ci verrà chiesto di scegliere, altrimenti la porta è aperta, facendoci sentire responsabili in toto della nostra non scelta.
Per cui, senza un’azione di riequilibrio e di incentivo centrale, non cambierà assolutamente niente. Anzi, si creeranno sempre nuove discriminazioni, tanto c’è chi sarà disposto a rinunciare ai diritti in cambio delle briciole, salvo pentirsene quando si troverà a sua volta a dover far fronte ai problemi. Certo sarebbe bello un impegno congiunto imprese-stato, ma se si lascia libertà di scelta su come e se applicare modelli virtuosi, il rischio è che solo pochi lavoratori abbiano condizioni di lavoro decenti e vantaggiose. Che senso ha un’impresa che si impegna nel sociale, nella solidarietà e in progetti a favore della società, ma poi mette alla porta i suoi dipendenti, li costringe a orari massacranti, nega qualsiasi forma di conciliazione lavoro-vita privata? Questa è l’incongruenza, mi comporto bene fuori, faccio vedere quanto sono bravo e sensibile, poi però con i miei dipendenti non mi schiodo e non sono disposto a cedere di un millimetro. Perché questa è la policy. Non accontentiamoci di progetti e di storie virtuose, chiediamo che vi siano le stesse possibilità per tutti. Oppure continueranno a non mettersi la mano sulla coscienza nemmeno davanti a una malattia o alla necessità di seguire un familiare malato. Svegliamoci e cerchiamo soluzioni che valgano per tutti, da Nord a Sud, indipendentemente dal comparto. Se una donna riesce a lavorare, ne beneficia l’intero sistema paese.

 

Intanto, la Regione Lazio ha deciso di stanziare duecentomila euro per favorire le strategie di conciliazione all’interno delle aziende. Un bando che si rivolge alle lavoratrici e ai lavoratori dipendenti di imprese e piccole e medie imprese. Tempo fino al 5 giugno (QUI la notizia su InGenere).

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Perché i diritti sono subordinati al matrimonio?

Image: Ken Danieli/Flickr

Image: Ken Danieli/Flickr

 

A pochi giorni dal risultato del referendum sui matrimoni egualitari in Irlanda, come tanti sono contenta. Ho allo stesso tempo riflettuto sull’euforia e sull’ottimismo che si respiravano sui media. Una sorta di assoluzione integrale dell’Irlanda, che con questo atto si poneva in toto sul podio dei paesi civili, con un sistema di diritti all’avanguardia. Come al solito ci eravamo persi qualcosa, e non si trattava di un dettaglio, da femminista mai soddisfatta. Ero soddisfatta solo in parte. Perché l’Irlanda, paese che adoro da moltissimi punti di vista, è ancora un luogo in cui le donne non hanno un pieno riconoscimento dei propri diritti in tema di salute riproduttiva e non solo (l’art. 41 della Costituzione recita: “The State shall, therefore, endeavour to ensure that mothers shall not be obliged by economic necessity to engage in labour to the neglect of their duties in the home“). C’è qualcuno che si è già avventurato in analisi, ma questa di Meghan Murphy mette a fuoco dei punti fondamentali. Uno fra tanti: il fatto che il matrimonio sia una istituzione funzionale al patriarcato e conservatrice. Si chiede semplicemente di entrare in una costruzione “istituzionale” tradizionale, per avere diritti che la nostra società non riesce a garantire se non legati al matrimonio. Certo in questi riconoscimenti ci sono importanti e significative valenze simboliche, che possono far bene alla causa LGBTI. Di fatto però, aprire il matrimonio a persone dello stesso sesso non costa nulla in termini pratici, non c’è il pericolo di ledere la costruzione secolare matrimoniale, anzi la si rafforza, la si legittima e le si conferisce nuovo smalto. Ben più rivoluzionario e oneroso è chiedere diritti per le donne. Per cui, certamente non sto contrapponendo la vittoria dei sì al referendum irlandese con il fatto che nel medesimo paese certi diritti siano negati alle donne, son due ambiti diversi, ma ci aiutano ad esplicitare una questione di differenze di poteri e di pesi nella società, che portano riforme in una direzione piuttosto che in un’altra. Ci aiutano a riflettere sul matrimonio, sulle relazioni, sull’oppressione patriarcale come da tempo non siamo più abituate a fare. Qui di seguito la mia traduzione.

 

I progressisti di tutto il mondo hanno festeggiato il risultato del voto irlandese che con il 62% dei voti ha legalizzato i matrimoni tra persone dello stesso sesso. Questa vittoria è significativa e importante per un Paese che ha decriminalizzato l’omosessualità solo nel 1993 ed è stato a lungo dominato dalla misogina e omofoba Chiesa cattolica.
Il voto ha segnato, per molti, il passaggio a un contesto politico, culturale, sociale più progressista.
Il New York Times ha citato Ty Cobb, il direttore della campagna internazionale per i diritti umani, un gruppo di pressione con sede a Washington: “Penso che questo sia un momento che ha modificato l’immaginario di tanta gente nel mondo, che ora vede l’Irlanda come un paese non bloccato dalla tradizione, ma con una tradizione inclusiva.
Leo Varadkar, ministro della sanità irlandese, ha detto: “Il voto ci rende un faro, una luce di libertà ed eguaglianza per il resto del mondo. È un giorno in cui essere orgogliosi di essere irlandesi.
“Questa decisione rende tutti i cittadini uguali e credo che rafforzerà l’istituzione del matrimonio”, ha detto il primo ministro Enda Kenny.
Ma i diritti umani e l’uguaglianza si basano veramente sul diritto per chiunque di sposarsi? L’Irlanda è veramente un modello di “libertà ed eguaglianza”? E perché i progressisti stanno cercando di rafforzare l’istituto matrimoniale a tutti i costi?
Per essere chiari, naturalmente penso che debba essere garantito l’accesso al matrimonio a tutti, etero e omosessuali, compresi diritti e privilegi. Non mi oppongo ai matrimoni gay, ma al matrimonio nel suo complesso, e più in generale, io non ritengo che consentire il matrimonio a persone dello stesso sesso sia un passo verso l’uguaglianza.
Mentre il sostegno al movimento LGBTI cresce in tutto il mondo, i diritti umani delle donne restano irrisolti.
Le persone di opinione liberale possono sentirsi fieri di sostenere il diritto alla parità di accesso all’istituzione matrimoniale, senza fare molto o quasi nulle.
Liberare le donne dall’oppressione maschile, d’altra parte, vuol dire che chi detiene il potere deve rinunciare a molte cose. Come scrive Katha Pollitt su The Nation (qui), “I matrimoni egualitari non costano nulla alla società e non richiede sottrazione di potere a nessuno”.
Di fatto, il matrimonio gay consente agli eterosessuali progressisti di sentirsi più a proprio agio con la loro scelta di unirsi alla comunità della felicità coniugale, in quanto possono dire che non è più quell’istituto vecchio e conservatore del passato, bensì oggi va di moda, è qualcosa dalla mentalità aperta e di inclusivo.
Siamo pronti ad abbandonare tutte le critiche mosse all’istituzione matrimoniale, chiedendoci perché continuiamo a sposarci e a permettere che il matrimonio definisca le nostre relazioni, la nostra vita in un modo così prepotente, solo perché abbiamo lasciato che vi accedessero anche i gay?

In effetti, è come se avessimo dato una mano di bianco e reso il matrimonio più alla moda, nascondendo anni di considerazioni attorno al matrimonio e al suo significato, nrd.

Nel mese di aprile Pollitt si chiedeva perché i diritti riproduttivi stanno retrocedendo, mentre quelli LGBTI stanno “vincendo”. Aveva evidenziato come “il tentativo dell’Indiana di opporsi al matrimonio gay con il pretesto della libertà religiosa aveva provocato un’immediata reazione a livello nazionale”. Nel frattempo in molti stati le donne non hanno ancora accesso all’interruzione di gravidanza, e le donne sono state anche accusate di feticidio per aborto spontaneo o per aver interrotto la gravidanza da sole. Il mese scorso Purvi Patel è stata condannata a 20 anni per aborto (pur essendo spontaneo), accusata di aver assunto droghe per interrompere la gravidanza. In Mississippi, Rennie Gibbs, (qui) che all’epoca aveva 16 anni, è finita in carcere dopo aver partorito un bambino nato morto. Jessica Mason Pieklo ha scritto, per RH Reality Check, che dopo che il medico legale aveva accertato che la causa della morte era stata la cocaina, il grand jury ha concluso che Gibbs aveva causato la morte del bambino fumando crack durante la gravidanza. Questo per dire che era accusata di omicidio. L’accusa è stata respinta, ma entrambi i casi rappresentano uno sforzo crescente per criminalizzare le donne in gravidanza negli USA e un tentativo di rendere prioritaria la vita dei feti rispetto a quella delle donne.
Interrompere una gravidanza è ancora tecnicamente un reato nel diritto britannico (anche se la legge sull’aborto, approvata nel 1967, considera legale la maggior parte degli aborti, purché vengano soddisfatte alcune condizioni). Le donne ancor non possono accedere all’aborto legale a Malta, El Salvador, Cile e Rep. Dominicana. In Nicaragua il codice penale criminalizza sia la donna che il medico, cosa che ha reso l’aborto non sicuro la principale causa di mortalità materna nel paese (qui). (Per non parlare della situazione del Messico e del Perù, ndr).
L’aborto è illegale in Irlanda in tutti i casi (compreso incesto e stupro) a meno che la vita della donna non sia in pericolo. La Costituzione irlandese, al suo ottavo emendamento (datato 1983), “lo Stato riconosce il diritto alla vita del nascituro e nel rispetto della parità di diritto alla vita della madre, garantisce nelle sue leggi di rispettare e per quanto possibile, di difendere e rivendicare questo diritto”.

The State acknowledges the right to life of the unborn and, with due regard to the equal right to life of the mother, guarantees in its laws to respect, and, as far as practicable, by its laws to defend and vindicate that right.

Dobbiamo credere che il matrimonio creerà una società libera ed eguale?
I diritti riproduttivi consentono alle donne di avere il controllo sulle loro vite. L’accesso all’aborto è sia una questione di salute che di diritti umani. Abbiamo il diritto di non partorire e di non crescere i figli. Abbiamo il diritto di non mettere a repentaglio la nostra vita attraverso una gravidanza.
Il motivo per cui stiamo ancora combattendo per una giustizia riproduttiva, mentre il matrimonio tra persone dello stesso sesso è ampiamente supportato, è perché l’aborto è qualcosa per le donne. E le vite delle donne non sono ancora di primaria importanza per la maggior parte degli uomini progressisti e liberali. Gli uomini non restano gravidi, per cui la gravidanza non è un loro problema (o meglio non lo è perché culturalmente e materialmente se ne tirano fuori, ndr). Il matrimonio e la famiglia nucleare mantengono le donne sottomesse agli uomini e garantiscono che noi donne continuiamo a far nascere e ad accudire i figli degli uomini (e mantengono le donne dipendenti dagli uomini), mentre i diritti riproduttivi consentono alle donne di restare indipendenti, in molti modi.
Il matrimonio non è un’istituto progressista. Si tratta di una istituzione fondata sul concetto di donna come proprietà, negoziata tra uomini, e continua ad essere un luogo di oppressione per molte donne ancora oggi. Più di un terzo dei femminicidi nel mondo avviene per mano dei partner (qui). L’abuso domestico uccide più persone delle guerre (qui). L’atto più progressista che potremmo fare è quello di abolire questa istituzione una volta per tutte. Rifiutare che il giorno del nostro matrimonio diventi il più importante della nostra vita. Rifiutare di perpetuare l’idea che diventare una moglie è una cosa a cui aspirare e da celebrare. Respingiamo l’idea che questo sia l’unico modo corretto di vivere e di amare e di avere una famiglia, con questi parametri così restrittivi che svalutano tutti i rapporti che non rientrano nel genere “marito e moglie”. Rifiutiamo l’idea che solo coloro che scelgono di sposarsi possano avere accesso a diritti e privilegi che i “non sposati” non possono avere (qui).

(Si tratta di fare un passaggio ulteriore, di civiltà. Perché sposarsi spesso è una necessità dettata da certi vincoli normativi/burocratici, oltre che culturali, ndr).

Sappiamo che la maternità e il matrimonio sono universalmente considerati “cosa buona” per le donne. La gravidanza è pericolosa, la cura dei figli e i lavori di casa – che le donne continuano a fare in misura maggiore – sono sottovalutati e non pagati, le donne continuano ad acquisire il cognome del partner maschile dopo il matrimonio, in osservanza e sottomissione degli ideali patriarcali e naturalmente la violenza continua ad essere centrale nelle vite di molte donne “spose beate”. Spesso quando le donne fuggono da queste relazioni, continuano ad essere finanziariamente, psicologicamente e emotivamente abusate dai loro ex mariti, che le torturano in tribunale cercando di portargli via i figli.
Il fatto che le relazioni omosessuali siano state riconosciute come legittime è sicuramente una gran bella cosa. Ma il fatto che sia il matrimonio a definire cosa sia o non sia una relazione legittima rimane un problema. Oltre a ciò, i matrimoni non garantiranno parità e diritti umani per le donne. Potranno essere divertenti e incantevoli (possono anche essere noiosi, tremendamente ricchi e estremamente sessisti), ma non smetteranno di esercitare la loro oppressione.
Sono le donne – il 51% della popolazione mondiale – che rimangono il più grande gruppo di esseri umani oppressi del pianeta (e tra queste le donne di colore e le donne povere soffrono in modo particolare l’oppressione del patriarcato capitalista e si scontrano con gli ostacoli ad aborti sicuri qui e qui). Si tratta di donne che quotidianamente continuano ad essere sottovalutate, sfruttate, violentate e abusate dagli uomini, in quanto donne. Ci piacerebbe pensare che i nostri diritti, la nostra umanità e la nostra uguaglianza stiano tra le preoccupazioni di coloro a cui stanno a cuore questi temi. Perciò fino a quando i progressisti in Irlanda (e non solo) non renderanno la libertà delle donne una priorità, non avrò nulla da festeggiare.

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Raccogliamo la sfida?

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Cosa ne hai fatto della tua libertà? Domanda che Virginia Woolf formulava in Tre Ghinee e che pongo a me stessa e a te che stai leggendo. Il saggio di Woolf parla di uomini, donne e guerra (scritto alla vigilia della Seconda Guerra) e parte da un ennesimo quesito: in che modo le donne possono impedire la guerra?
C’è un legame tra fascismo e patriarcato, “la parola pubblica e privata sono inseparabilmente intrecciate; che il dominio e la sottomissione dell’uno coincidono con il dominio e la sottomissione dell’altro.” La lotta per la difesa della Giustizia, dell’Eguaglianza e della Libertà unisce uomini e donne contro i regimi autoritari. Ma quale condivisione della lotta ci può essere per la donna, se prima non raggiunge una propria libertà, che significa indipendenza delle idee e materiale?

Secondo Virginia Woolf erano necessari degli step per realizzare questa libertà: studiare (possibilmente avere un’istruzione universitaria), lavorare, avere un’opinione autonoma e una rendita autonoma. E quindi “salvaguardare la libertà in una Società delle Estranee”. In pratica era la ricerca di una via propria, “anziché ripetere le parole degli uomini e seguire i loro metodi”. Mettere a frutto la libertà conquistata per definire nuovi metodi e nuove parole per scongiurare le guerre, lavorando insieme agli uomini, tra pari, in difesa di quei valori sopra citati. Questo discorso si estende anche a un impegno politico, sociale, anti-autoritario in senso lato.
Ma cosa ci può spingere a agire e a pensare in modo originale, nostro, indipendente, autentico, libero? Perché nonostante tutti i passaggi di cui parlava Virginia Woolf, ancora oggi stentiamo a far sentire la nostra voce, a scrivere un nuovo corso delle relazioni, del mondo, dei diritti? Cosa ci impedisce di raggiungere una piena presa di coscienza e una piena libertà di espressione non stereotipata di donna? Lo studio di antropologia evolutiva di Sarah Hrdy pone in rilievo alcune qualità umane: empatia, intuito e capacità di collaborazione. L’adattamento e la duttilità sono altri tratti tipici. Sia chiaro, umani, non esclusivamente femminili. Siamo il risultato di esperienza ed emozioni, ogni frammento del nostro “vivere il mondo” viene registrato e conservato e concorre alla nostra percezione ed elaborazione dei nostri modelli, del significato che diamo ad azioni e alle parole. Come riusciamo a creare qualcosa di autentico, di originale? In un mio post (qui) precedente parlavo di scissione e di resistenza ai vari tipi di separazione di elementi prescritta socialmente. Resistenza e aggiungerei resilienza significa lasciare che la nostra vera voce emerga, nonostante i rischi e i probabili attacchi. La nostra possibilità di cogliere il senso di ciò che accade attorno a noi, di entrare in relazione, in modo empatico, passa anche per un rifiuto di soluzioni conformate, tradizionali, preconfezionate, facili, stereotipate che ci evitano i conflitti, gli “scontri” e i confronti. Per non essere sgradite e scomode ci svendiamo e ci auto-censuriamo. Woolf parlava di “adulterio del cervello”, ovvero il tradimento del proprio pensiero, in funzione di un’assimilazione a un potere, a un’autorità, a un gruppo egemone e potente, a un’idea, al dominio maschile, a posizioni più comode. Per noi donne c’è una sfida in più: non cadere nella trappola del noi vs voi. Invece di esaminare un fatto in modo globale, lo si guarda da un’unica prospettiva, e ci si barrica dietro di essa. Per esempio, invece di scannarci madri vs non madri nel mondo del lavoro, impariamo a fare barricata per un sano rispetto del tempo per la vita, da salvaguardare sempre e comunque. C’è uno spaventoso tempo del lavoro che mangia le nostre vite e nessuno se ne preoccupa. Potremmo realizzare molto se ampliassimo lo sguardo e imparassimo a superare gli steccati. Per quel nuovo corso delle relazioni e dei diritti, che può partire proprio dalle donne. E invece molte volte osserviamo ripetersi alcuni meccanismi maschili, donne che recuperano e riutilizzano strumenti per silenziare altre donne. Chiamatelo come volete, ma questo comportamento esiste.

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Prostituzione e tratta sessuale: una verità innegabile

Trovato su earthandspacequest.tumblr.com

Trovato su earthandspacequest.tumblr.com

 

Come promesso torno a tradurre un altro post di Mia de Faoite (QUI l’originale).

Prostituzione e tratta sessuale sono strettamente connesse; si ha una grazie all’altra. L’elemento di connessione sta nella domanda dei nostri corpi, affinché possano essere comprati, usati, sfruttati, umiliati, stuprati dagli stessi delinquenti e che quel legame crudele non può essere rotto da chiunque, sempre e in ogni luogo. Sebbene alcuni responsabili politici, del governo o accademici radicali faranno del loro meglio per spezzare questo legame, ma la loro verità è futile e illogica, solo uno sciocco può negare una verità tale.
Per quasi diciotto mesi ho vissuto a contatto con una donna vittima di tratta, siamo diventate molto solidali, anche se ci vedevamo in segreto, perché lei era costantemente sotto il controllo del suo sfruttatore. Non ho mai conosciuto una persona tanto distrutta, e nonostante mi sia occupata di lei, l’abbia curata, non sono stata in grado di rompere quel malsano e contorto legame che la legava al suo sfruttatore. Se l’avesse picchiata, lo avrebbe difeso, a volte si disperava per compiacerlo, eppure dentro sé in qualche modo aspirava ad essere libera, ma la libertà era un concetto che per lei aveva perso ogni senso.
(Mia ricorda la notte in cui le dette rifugio, storia riportata anche nel mio precedente post, ndr).
Le ho detto che le avrei preparato un bagno visto che sembrava esausta. L’ho lasciata in bagno e sono andata nell’altra stanza. Mi ha chiamata e quando sono entrata sono rimasta sconvolta dentro, davanti a me c’era la mia amica, ma aveva il corpo di un bambino, il suo ventre sporgeva, non aveva seno, il suo corpo era coperto da vecchi e nuovi lividi, graffi, sembrava appena uscita da un campo di concentramento. Non volevo che mi vedesse piangere. Sono tornata in bagno nuovamente per lavarle i capelli perché aveva le braccia doloranti. L’ho aiutata ad asciugarsi i capelli e canticchiava come una bambina. L’ho messa a letto e ho aspettato che si addormentasse. Poi ho pianto per quella bambina perduta che avevo appena messo a letto, non dimenticherò mai quell’immagine che ho visto quella sera, non eravamo in un campo di concentramento, in Polonia nel 1945, eravamo nel mio appartamento, a Dublino, nel 2010, non c’era una guerra in corso, ma non c’era una legge che ci proteggesse.

La mia amica, dopo cinque giorni in cui aveva assaporato la libertà, tornò dal suo pappone, non era più capace di apprezzare la libertà, di capirla, non riusciva più a pensare a se stessa. L’unico fattore che ha rimosso la libertà della mia amica è la prostituzione, possiamo incolpare i trafficanti e gli sfruttatori, ma questi esistono solo a causa dei clienti, uomini che credono di avere il diritto di acquistare altri esseri umani.
Qualche mese fa sono andata allo zoo di Dublino con le sopravvissute alla prostituzione e donne vittime di tratta con i loro bambini. Ci siamo fermate a guardare le giraffe e rispetto alla mia ultima visita, ora c’era un nuovo spazio dedicato a una baby giraffa. Ho spiegato a una mia piccola amica che le giraffe vengono dall’Africa attraverso un lungo viaggio, che quella piccola giraffa non era infastidita, ma come tutti i bambini, desiderava superare la recinzione, è il loro istinto.
Mi sono guardata attorno e ho riflettuto sul fatto che noi portiamo da noi questi animali per mostrarli ai nostri bambini. Li accogliamo, li curiamo, li nutriamo, gli diamo un rifugio adeguato, tutto per farli crescere sereni e felici, ed è giusto che sia così. Ma non sono l’unica cosa che importiamo in Irlanda, dall’Africa portiamo anche donne e bambini per soddisfare le esigenze di un certo tipo di uomo, queste persone non sono trattate con ammirazione e rispetto come le giraffe. Ho abbracciato e baciato sulla guancia quella bambina e mi sono scusata con lei a nome del mio Paese, per quello che è capitato alla sua splendida madre, ma le ho detto che le cose stavano per cambiare. Mi sono vergognata tanto, non era il senso di colpa con cui noi prostitute conviviamo di solito, ma un senso di vergogna per la mia terra.

Il silenzio è d’oro si dice, ma non lo è, la pace e la serenità lo sono, il silenzio può essere mortale. Perché l’Irlanda è rimasta per tanto tempo in silenzio per quanto concerne l’acquisto di esseri umani per sesso, perché attribuisce un diverso valore alle donne come me e un altro per quelle vittime di tratta? È qualcosa che molte persone non vogliono ammettere, attribuire un valore diverso alle donne, molte volte non vogliono nemmeno vederlo. Mi chiedo cosa succederebbe se a essere vittime di tratta fossero delle donne statunitensi o tedesche, pensate che lo avremmo tollerato? Io penso di no, perché se io fossi nata in una rispettabile famiglia di Manhattan, io sarei stata degna di essere salvata, supportata e mi avrebbero garantito di tornare a casa sana e salva. Al contrario se fossi nata povera, non avessi ricevuto educazione, e provenissi da uno stato dell’Europa orientale, non avrei le stesse garanzie e protezioni, perché (certi Paesi) non ha(nno) il valore che hanno gli USA. Come possiamo decidere questo, che un essere umano ha più valore di un altro?
Il traffico di esseri umani è una moderna forma di schiavitù, e la schiavitù sessuale è il più terribile dei crimini, perché rimuove ogni diritto umano e la dignità delle persone. Non fare niente equivale ad avere un ruolo attivo affinché questo sia accada. Il mondo si deve svegliare, il mio Paese non ha altra scelta che combattere tutto ciò. L’Irlanda ha combattuto per la propria libertà, perciò ora deve battersi per difendere la libertà degli altri, non importa da che Paese provengano.
La prostituzione è, è stata e sarà sempre un affronto assoluto alla dignità umana e lo so perché l’ho vissuto in prima persona. Solo due anni e mezzo fa mi trovavo sulla strada anche io, spogliata di ogni frammento di dignità che possedevo, e ogni cosa che pensavo a proposito di ciò che ero una volta, mi ha fatto cambiare direzione, nonostante me.

La Svezia ha fatto la cosa giusta, in nome della libertà, della giustizia e dell’uguaglianza, la Norvegia e l’Islanda l’hanno seguita, ora è il turno dell’Irlanda e non dobbiamo perdere la possibilità di evocare un cambiamento sociale per superare questo, il nostro governo non ha il diritto di continuare a permettere che delle vite tragiche diventino senza senso.
Per finire, ciascuna vita ha un valore finché si attribuisce valore alla vita degli altri, questo è il mio augurio per il mio Paese, che riconosca il valore alla vita di coloro che sono vittime di tratta, di chi è costretto, di chi è profugo, solo, malato, tossicodipendente, in sostanza della maggioranza di coloro di cui anche io ho fatto parte in passato.
Mia de Faoite

 

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Questione di prospettive

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Sono stata all’incontro organizzato dal PD sul tema della prostituzione a Milano (qui), moderato dalla consigliera comunale Rosaria Iardino. L’iniziativa è stata fortemente voluta per colmare l’assenza di un confronto politico in città, che riuscisse a fare da contraltare alla campagna referendaria della Lega per l’abolizione della legge Merlin. A livello cittadino è attivo un Forum permanente sulla prostituzione, la Caritas, i sindacati confederali seguono e operano sul tema da anni. Ma il PD come si pone? Quel che è certo è che non è compatto sul tema. Non esiste una linea unitaria, lo dimostra il numero di proposte sulla prostituzione presentate dal partito, di orientamento anche molto diverso tra loro. Sarebbe interessante sondare le posizioni tra gli uomini politici. Bussolati, seppur invitato, non è intervenuto.
Che non si hanno le idee chiare lo dimostra anche il fatto che la senatrice Fedeli abbia firmato non solo il DDL 1201 a firma di Maria Spilabotte (qui), ma anche il DDL 1838 a firma di Giuseppina Maturani (PD) (qui), recentemente presentato da Orfini e Zanda. Non si tratta di omonimia. Ho controllato, so fare anche io qualche ricerca, anche se di solito mi si da torto perché non sono abbastanza “unta” e autorevole. (QUI)
Iardino introduce le relatrici, tratteggiando il quadro attuale, in cui i diritti delle donne sono sempre più sotto attacco: lo stato attuale dei consultori pubblici, l’obiezione di coscienza ecc. Tutte le conquiste fatte per consentirci di essere veramente libere di scegliere oggi devono tornare ad essere difese. “Sono rimasta turbata dalla discussione sulla legge Merlin, di come ci fossero sostegni bipartisan sulla necessità di cambiarla, soprattutto da parte degli uomini politici. Mi son detta, che per loro era facile parlare, prendere posizione, tanto si trattava di qualcosa che impattava il corpo delle donne, il mio corpo”. In una società civile, che aspira a migliorare se stessa, a progredire nei diritti per tutti, non è ammissibile che si pensi di tornare indietro. Anche perché poi il dibattito si riduce a un problema sanitario o di ordine pubblico, per nascondere altro. L’auspicio di Iardino è di focalizzarci su come combattere la tratta, e se proprio vogliamo modificare qualcosa, intensificare le misure per contrastare lo sfruttamento. “Non penso che una donna possa trovare piacevole prostituirsi. Sostenere questo significa ignorare la vita reale delle prostitute.”
Sul tema a mio avviso c’è troppa approssimazione, che non ha confini, è trasversale, da destra a sinistra, indipendentemente dall’età anagrafica. E poi per non sembrare moralisti e bacchettoni, molti imbracciano la causa del comitato Covre e similari. La miscela è esplosiva. Si rischia di ragionare senza conoscere i fatti, le norme e le sentenze della Consulta che dal 1958 si sono susseguite.
Non capisco se è uno scherzo, quando la senatrice Maria Spilabotte inizia il suo intervento sostenendo che dal 1958 non ci siano stati interventi in materia di prostituzione, come se tutto si sia fermato alla legge Merlin. Lei sembra la prima ad essere sbarcata sul pianeta prostituzione, pronta a riformarlo. Quindi decenni di dibattiti, di sentenze della Corte, di proposte di legge sembra che non ci siano mai stati. Superiamo questo passaggio e veniamo a scoprire che i parlamentari che si stanno adoperando sul tema sono ben 100, che stanno limando e confezionando un testo da servirci al più presto. In pratica si sta cercando di trovare una sintesi tra tutti i progetti presentati: finora c’è l’accordo sul 70% dei contenuti, per il resto si cercherà di trovare l’accordo. Non sappiamo se i sostenitori del DDL Maturani siano parte del gruppo di lavoro.
Il DDL Spilabotte è stato per ora controfirmato da 27 senatori. Un testo costruito ascoltando le sex workers e le associazioni che rappresentano le prostitute (vedasi la solita Pia Covre), non tutte, solo quelle interessate alla regolamentazione, visto il testo partorito. Spilabotte continua, lodando gli intenti della legge Merlin, sostenendo di non volerla abrogare. Certamente per realizzare le cooperative di cui si parla, qualcosa si dovrà limare, vedi i reati di induzione e favoreggiamento. Sì, cooperative autogestite dalle prostitute, non bordelli. Cambia pure la dicitura, dopo sex worker, siamo alle coop. Come si possa stabilire che a monte non vi sia coercizione, sfruttamento, tratta e organizzazioni criminali (dietro la maîtresse) resta un mistero. Si torna indietro, ma tanto. Tu puoi anche inasprire le pene per sfruttamento, ma se di fatto rendi i confini difficilmente individuabili, non credo che sia la strada giusta. Già ora è tanto complicato, figuriamoci con una eventuale nuova legge come questa.
Mi devo sorbire ancora il discorso sui diritti delle sex worker, che amano questo lavoro e vogliono assicurarsi un futuro, pagando contributi e tasse (su questo punto la Covre è critica, soprattutto in merito al tariffario previsto nel DDL).

iscrizione CCIAA

 

Riconoscimento della professione, con tanto di pensione al raggiungimento dei 60 anni. Secondo la senatrice ce la possono fare a svolgere quel “lavoro” fino al raggiungimento dei 60 anni. Entriamo nella fantascienza, come se non si sapesse che per poter sopportare quel tipo di vita, si ricorre a ogni tipo di anestetico, dai farmaci, alla droga e all’alcol. Diciamo ancora una volta, che nessuna riesce a tollerare di essere continuamente abusata, senza ricorrere a qualcosa che allevi la sofferenza, senza ricorrere a una dissociazione del proprio io, senza subire conseguenze psicologiche gravi. Pensate poi davvero che le prostitute possano scegliere il cliente, le tariffe, le prestazioni, che diventino ricchissime? In un mercato libero, le tariffe tendono ad abbassarsi gradualmente.
Occorre poi puntualizzare che in Italia l’assistenza sanitaria è universale.
Una nuova legge per far emergere il nero e il sommerso. Come no, in Germania, solo 44 persone si sono registrate. Tutte le altre son rimaste nel sommerso. Chi vorrebbe un marchio per la vita? Chi potrebbe pagare cifre come queste?
Mi sembra incredibile che si voglia tornare indietro, con tanto di stigma a vita, con ipotetiche fatturazioni al cliente, con tracciabilità delle transazioni. Poi mi chiedo che cosa accadrebbe a chi decidesse di non registrarsi o fosse impossibilitato a farlo perché di fatto schiav*, minore o clandestin*. Ricordo che il 95% è prostituzione coatta.
La senatrice parla di “stato pappone”, che tramite Equitalia, chiede alle prostitute di pagare multe per evasione. Si riferisce al caso Efe Bal, che può rappresentare solo se stessa e poche altre, perché la situazione finanziaria della maggior parte delle prostitute è ben diversa. Sono schiave e non hanno nessun diritto sui loro guadagni. Basta con la favola della prostituta felice, ricca e autodeterminata. Aggiungiamo violenza a violenza.
Tornare allo stato che incamera ricavi da questo mondo di violenza significa: stringere accordi con chi sfrutta le persone, con le organizzazioni criminali e i trafficanti; consentire che ci sia un territorio in cui i diritti umani non vengano applicati o nel quale sia sospesa la lotta alla violenza. Regolamentare significa avere di fatto anche meno poteri per indagare e definire le situazioni di sfruttamento e di tratta.
Spilabotte adopera concetti ascoltati altre mille volte: autodeterminazione, non abbiamo la bacchetta magica, controlli sanitati/psicologici, uso obbligatorio profilattico. Devo fare uno sforzo per continuare a seguire. Poi arriva un’altro scivolone. Spilabotte parla del divieto di locazione di immobili a prostitute, che lei avrebbe rimosso nel suo testo. Non sa o finge di dimenticare che secondo la sentenza 7076/2012 della Consulta (qui), questo fatto non costituisce reato, anche se il proprietario è a conoscenza dell’attività che si svolge.

A questo punto viene data la parola all’altra relatrice, Marina Terragni, che realizza un bel collage sul tema, recuperando e utilizzando materiale e idee di matrice femminista e dati/riflessioni/testimonianze ampiamente presenti in rete. Cerca di spiegare il senso vero del motto “il corpo è mio e me lo gestisco io”: il corpo è della donna e non è qualcosa che si può cedere all’uomo, per soddisfare un suo bisogno. Cita Judith Butler, “il corpo è mio e non è mio”, nel senso che il corpo non è una monade, ma vive in relazione da sempre, per tutta la sua vita con altri corpi, esseri umani. Il corpo non è solo nel mondo, non è separato dal resto, ma compone la società, che è un tessuto unico, interconnessione di individui, con diritti inalienabili, non soggetti a compravendita. Il fatto che sia possibile vendere il proprio corpo o una sua parte non è contemplato dal nostro ordinamento giuridico.
Si richiama la risoluzione Honeyball, in cui la prostituzione è considerata schiavitù, e testimonia lo stato di illibertà e di disparità in cui vivono ancora oggi le donne. Alla radice c’è sempre uno stato di bisogno o di violenza. Lo abbiamo più volte richiamato. Così come non esiste luogo sicuro e che tuteli veramente le prostitute. Per le strade o al chiuso non cambiano la violenza a cui sono sottoposte e i rischi per la loro stessa vita. Terragni ribadisce più volte che questo non può essere considerato un lavoro, un servizio sociale, un mezzo per ridurre gli stupri, che dobbiamo stare dalla parte delle sorelle prostitute, delle vittime di tratta. Queste cose le ripetiamo da tanto tempo, oggi dobbiamo definire le priorità (le vittime di tratta o chi è costretto perché non ha alternative per sopravvivere) e concentrarci per raggiungere l’obiettivo. Tutto il resto sono parole al vento. Non chiediamo la normalizzazione della violenza, dello sfruttamento, dello schiavismo, di presunti diritti e bisogni maschili. Terragni chiede: “perché l’Italia deve andare nella direzione opposta rispetto alla strada che si sta intraprendendo in molti paesi, dopo il fallimento di politiche di regolamentazione?” Ribadisce la sua contrarietà a ipotesi di zoning e quando conclude rivolgendosi agli uomini: “alle prostitute voi fate schifo, ma vi illudete del contrario”, si alza un coro di proteste, gli ometti presenti si sentono urtati.
Tiziana Scalco, CGIL, interviene chiedendo che ogni sforzo (anche con fondi consistenti) si concentri sul contrasto alla tratta. Penso che sia stato fondamentale ribadire alcune cose: che la prostituzione non c’entra con la sessualità della donna, che in una società libera e democratica non si può concepire che sia considerato normale comprare corpi, che possa diventare un mestiere come un altro. Il lavoro di cui parla la nostra Carta è ben diverso. Così pure l’iniziativa economica privata (art. 41 Cost. Italiana). Quale lavoro può contemplare violenza e violazione della dignità umana? Quale aberrante eccezione dei diritti umani può generarsi se si consente di aprire le porte a una mentalità simile!
A un certo punto, mi è ben chiara una cosa. Sulla pelle delle donne si sta combattendo una battaglia di varia natura: c’è chi strumentalizza il fenomeno per avere visibilità politica (per fini elettorali o anche per dare visibilità a un’attività politica che altrimenti passerebbe inosservata); ma ho anche il sospetto che dietro questo agitarsi sul tema ci siano pressioni da parte delle organizzazioni criminali, smaniose di avere un business “pulito” e legale.

Donatella Martini porta una lettera di donne sopravvissute alla prostituzione del gruppo internazionale SPACE che prendono parola contro la regolamentazione, credo che il testo sia questo:
http://www.resistenzafemminista.it/lettera-aperta-delle-sopravvissute/

Chiude l’incontro Sara Valmaggi, che parla della necessità di coinvolgere nel confronto gli uomini e le sopravvissute. La priorità è la tutela dallo sfruttamento e un aiuto concreto per consentire di uscire dalla prostituzione. Si accenna al DDL della senatricce Maturani, che va in questa direzione, prevedendo un inasprimento delle pene per gli sfruttatori (arresto in flagranza, confisca dei beni, interdizione da misure di pena alternative).
La senatrice Spilabotte replica brevemente, affermando la sua posizione in disaccordo rispetto alla risoluzione Honeyball (per maggiori informazioni qui, qui e qui), che pare non gradita anche a molti eurodeputati PD. Non riesco a reperire i voti dettagliati perché il sito Vote Watch consente l’accesso gratuito al database solo per la legislatura in corso.
Parla della necessità di una educazione sentimentale e alle relazioni, ora inserita nella Buona Scuola. Chiudiamo con una affermazione da brividi della senatrice: “dobbiamo evitare che le persone si trovino sotto casa le prostitute, che assistano a rapporti consumati in auto”, quindi basta non vedere e non conoscere la violenza, basta chiuderla in appartamento.
Ricordiamo che anche a Milano, c’é chi chiede di attivare lo zoning: così Yuri Guaiana, consigliere radicale in Zona 2 (qui e qui).
Avrei voluto chiedere alla senatrice Spilabotte se lei sceglierebbe mai per sé e per i suoi cari una vita di questo tipo. Visto che è una fan dell’autodeterminazione e dell’empowerment che deriva dal prostituirsi.

Avrei voluto intervenire e fare le osservazioni che ho riportato in questo post.

Non c’è stato tempo e spazio per gli interventi del pubblico, un vero peccato.
Ringrazio Rosaria Iardino per la chiarezza e la fermezza della sua posizione. Alla prossima!

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Preistorica parità

Photograph: Everett Collection -  Rex Features

Photograph: Everett Collection – Rex Features

 

Secondo uno studio di alcuni scienziati di cui parla il Guardian (QUI), sembra che nella preistoria, i nostri antenati avessero una forma relazionale uomo-donna più paritaria della nostra. L’osservazione delle moderne tribù di cacciatori-raccoglitori ha mostrato che operano su base egualitaria, suggerendo che la disuguaglianza sia un’aberrazione che si è creata con l’avvento dell’agricoltura.

In questo post traccerò un parallelo tra le tesi illustrate a proposito da Simone de Beauvoir ne Il secondo sesso, e quelle contenute nello studio scientifico da poco pubblicato.

Iniziamo con la mia traduzione dell’articolo pubblicato sul Guardian.

 

I nostri antenati preistorici sono spesso dipinti come selvaggi che brandiscono lance, ma le prime società umane è probabile che fossero fondate su principi egualitari illuminati, secondo gli scienziati.
Uno studio ha dimostrato che in tribù di cacciatori-raccoglitori contemporanee, gli uomini e le donne tendono ad avere pari influenza su dove vive il loro gruppo, e con chi vivono. I risultati mettono in discussione l’idea che l’uguaglianza sessuale sia un’invenzione recente, suggerendo che è stata la norma per gli esseri umani per la maggior parte della nostra storia evolutiva.
Mark Dyble, un antropologo che ha condotto lo studio presso l’University College di Londra, sostiene: ”C’è ancora questa percezione diffusa che i cacciatori-raccoglitori fossero più machi o maschilisti. Riteniamo che questa sia stata solo una conseguenza dell’agricoltura, quando la gente ha potuto iniziare ad accumulare risorse, ed è emersa la disuguaglianza.
Dyble sostiene che recenti risultati suggeriscono che la parità tra i sessi potrebbe essere stata un vantaggio per la sopravvivenza e ha giocato un ruolo fondamentale nel plasmare la società umana e l’evoluzione. “L’uguaglianza tra i sessi è una dei più importanti cambiamenti all’organizzazione sociale, insieme ad aspetti quali il legame di coppia, i nostri grandi cervelli sociali, il linguaggio, che distinguono gli esseri umani”, egli dice. “E’ un fatto importante, che non è mai stato ben evidenziato in passato.”
Lo studio, pubblicato sulla rivista Science, parte a indagare l’apparente paradosso per cui mentre le persone all’interno di società di cacciatori-raccoglitori mostrano forti preferenze per una vita insieme ai membri della propria famiglia, nella pratica i gruppi in cui vivono tendono a comprendere alcuni individui strettamente collegati.
Gli scienziati hanno raccolto i dati genealogici da due popolazioni di cacciatori-raccoglitori (si dovrebbe comprendere se queste società analizzate ai nostri giorni possano essere confrontate o fungere da esempio con quelle dei nostri antenati, sia per numero di individui, per tempi/abitudini di stanzialità e per altre caratteristiche peculiari, ndr), uno in Congo e uno nelle Filippine, comprendendo le relazioni di parentela, il movimento tra i campi e i modelli di residenza, attraverso centinaia di interviste. In entrambi i casi, le persone tendono a vivere in gruppi di circa 20 persone, in movimento ogni circa 10 giorni, nutrendosi di selvaggina, pesce, frutta raccolta, verdura e miele.
Gli scienziati hanno costruito un modello al computer per simulare il processo di selezione di un campo, partendo dal presupposto che la gente ha scelto di popolare un campo vuoto con i loro parenti stretti: fratelli, genitori e figli.
Quando un solo sesso aveva influenza sul processo, com’è tipico delle società basate sulla pastorizia o agricole a prevalenza maschile, si sviluppa un ristretto centro di individui. Tuttavia, il numero medio di individui imparentati diviene minore quando gli uomini e le donne hanno pari influenza – trovando una stretta corrispondenza con le popolazioni oggetto dello studio.
“Quando solo gli uomini hanno influenza su coloro con cui vivono, il nucleo della comunità è una fitta rete di uomini strettamente legati con i coniugi della periferia”, ha detto Dyble. “Se uomini e donne decidono, non si ottengono gruppi in cui vivono 4 o 5 fratelli.”
Gli autori sostengono che l’uguaglianza tra i sessi possa aver dimostrato un vantaggio evolutivo per le prime società umane, in quanto avrebbe favorito una rete sociale più ampia di relazioni e una più stretta cooperazione tra individui non imparentati. “Ti consente di avere una rete sociale più ampia con una scelta più vasta di amici, in modo che la consanguneità non sia un problema”, ha detto Dyble. “E si entra in contatto con più persone e si possono condividere le innovazioni, che è qualcosa che distingue gli esseri umani.”
Il dottor Tamas David-Barrett, uno scienziato che studia i comportamenti presso l’Università di Oxford, concorda: “Questo è un risultato molto chiaro”, ha detto. “Se si è in grado di seguire il parente più lontano, si può disporre di una rete molto più ampia. Tutto quello che dovresti fare è organizzare di tanto in tanto una sorta di festa.”
Lo studio suggerisce che solo con l’avvento dell’agricoltura, quando le persone per la prima volta sono state in grado di accumulare risorse, sia emerso uno squilibrio. “Gli uomini hanno potuto iniziare ad avere più mogli, e possono avere più figli rispetto alle donne”, ha detto Dyble. “Diventa vantaggioso per gli uomini accumulare risorse e per questo diventano più favorevoli a formare alleanze con i parenti di sesso maschile”.
Dyble sostiene che l’egualitarismo potrebbe anche essere un fattore importante per distinguere i nostri antenati dai nostri cugini primati. “Gli scimpanzé vivono in società dominate dagli uomini piuttosto aggressive e fortemente gerarchizzate”, dice. “Come risultato, non conoscono molti adulti nella loro esistenza, in modo tale che le conquiste “tecniche” possano essere durature”.
I risultati sembrano essere supportati da osservazioni qualitative dei gruppi di cacciatori-raccoglitori nello studio. Nella popolazione delle Filippine, le donne sono coinvolte nella caccia e nella raccolta del miele, benché ci sia una divisione del lavoro, uomini e donne contribuiscono complessivamente ad apportare la stessa quantità di calorie al campo. In entrambi i gruppi, la monogamia è la norma e gli uomini sono attivi nella cura dei bambini.
Andrea Migliano, University College di Londra, co-autrice dello studio, ha detto: “l’uguaglianza tra i sessi suggerisce uno scenario in cui tratti umani tipici, come la cooperazione con individui non imparentati, potrebbero essere emersi nel corso del nostro passato evolutivo”.

 

Simone de Beauvoir (siamo nel 1949) tenta di identificare la condizione della donna nel periodo pre-agricolo. Gli strumenti di cui si avvale sono ben diversi rispetto a quelli dello studio sopra citato. Si pone la domanda se la donna a quei tempi avesse la stessa conformazione fisica e muscolare di quella odierna. “Le erano affidati duri lavori; era lei a portare i carichi durante gli spostamenti (probabilmente perché gli uomini dovevano avere le mani libere per poter far fronte ad eventuali attacchi di uomini o animali). “Secondo i racconti di Erodoto, le tradizioni attorno alle Amazzoni di Dahomey e molte altre testimonianze antiche e moderne, pare che le donne prendessero parte a guerre o a vendette sanguinose; esse vi facevano mostra di coraggio e di crudeltà quanto gli uomini”. È verosimile che gli uomini avessero comunque maggiore forza fisica, contro la natura spietata dell’epoca. Chiaramente parto, gravidanza e mestruazioni ne riducevano la capacità lavorativa e di vita attiva. Ma la lotta contro un mondo ostile implicava l’impiego di tutte le forze della comunità.
Un elemento che viene introdotto è quello per cui l’uomo, attraverso il suo essere faber, si attrezza, inventa strumenti per poter dominare la natura che lo circonda: “già la clava, la mazza di cui arma il braccio per abbattere i frutti, per uccidere le bestie, sono strumenti attraverso i quali egli aumenta la sua presa sul mondo; non si limita a portare al focolare i pesci tratti dal mare: deve prima di tutto conquistare il dominio delle acque fabbricando piroghe; per far sue le ricchezze del mondo si impadronisce del mondo stesso. In questa azione sperimenta il proprio potere; si pone degli scopi, traccia le vie per raggiungerli: si realizza come esistente. Per conservare crea; oltrepassa il presente, apre l’avvenire”. Il lavoro come fondamenta per un nuovo avvenire.
L’agricoltura, porterà alla nascita di società più complesse, delle stratificazioni sociali, della definizione di ruoli sociali separati tra uomini e donne (da cui le discriminazioni e segregazioni del genere femminile), del diritto e delle istituzioni, con un rapporto con la terra diverso, un valore dei figli più importante in funzione della trasmissione della proprietà terriera. Al contempo de Beauvoir annota il fatto che la maternità, che permette nuova prole da destinare all’agricoltura, acquista un ruolo spesso sacro (aspetto via via superato nel corso della storia umana). Da questi aspetti deriva secondo de Beauvoir tutto il processo che ancora oggi identifica il clan-la gente-la famiglia e la proprietà.

Vi allego questo frammento, in cui emergono tutti i punti centrali che de Beauvoir cerca di analizzare, sempre partendo da una chiara differenza tra uomo e donna, nel modo di intendere il rapporto con la vita, il tempo e la Natura.

DONNE UOMINI PREISTORIA

 

Non abbiamo la certezza sui meccanismi in atto nel nostro passato remoto, ma quel che è certo è che oggi una maggiore parità tra i sessi assicurerebbe una maggiore uguaglianza e un equilibrio nella redistribuzione delle risorse e una migliore e più ottimale compartecipazione al benessere collettivo.

 

Su questi temi, un articolo interessante di Gabriella Giudici:
http://gabriellagiudici.it/lambiente-e-le-forme-di-societa/

 

TO BE CONTINUED… 

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Quasi cinque anni di silenzio

maternity-leave

 

Un recente rapporto mondiale dell’ILO (o OIL) parla di crisi e sostegno alle famiglie (QUI). Sì, perché pare che in alcuni Paesi (non pensate al nostro), la crisi abbia portato a un rafforzamento dei sistemi di sostegno. Cito:

“sono numerosi i paesi ― tra cui la Germania, l’Australia, la Francia, la Norvegia, la Polonia e la Slovacchia ― che hanno rafforzato il sostegno alle famiglie durante la crisi migliorando l’accesso ai servizi per la prima infanzia, attraverso incentivi fiscali oppure aumentando la durata, l’estensione e il livello delle prestazioni di maternità e di congedo parentale. Nel 2011, la Cina ha esteso il congedo di maternità da 90 a 98 giorni, mentre il Cile ha prolungato la durata del congedo di maternità dopo la nascita del bambino da 18 a 30 settimane. Il Salvador ha aumentato la compensazione del reddito garantito dal 75 al 100 per cento durante le 12 settimane di congedo di maternità per le madri registrate al servizio nazionale di sicurezza sociale”.

Come potete notare non si tratta di misure una-tantum ma di qualcosa di più strutturato. Misure che non generano disparità. Da noi si è preferito usare il bonus per le neo-mamme, per quelle naturalmente che avevano il figlio nel 2015. Le altre chissà. Dopo, chissà. L’Italia viene citata nel rapporto per un tema non proprio positivo:

“In Croazia, Italia e Portogallo viene riportato l’utilizzo delle «dimissioni in bianco», ovvero lettere di dimissioni non datate che le lavoratrici sono costrette a firmare al momento dell’assunzione. Queste vengono poi utilizzate in caso di gravidanza delle lavoratrici, in casi di malattie prolungate o responsabilità familiari di varia natura. In Spagna, si attribuisce alla crisi la responsabilità di licenziamenti o casi di molestie legate al lavoro.”

Volgiamo lo sguardo all’Unione Europea. Come al solito non se ne parla, meglio soprassedere ciò che accade. Invece voglio raccontarvi qualcosa di interessante a proposito di congedi parentali/maternità. Nell’ottobre 2008, la Commissione aveva proposto di rivedere l’attuale legislazione (direttiva 92/85, TESTO), come parte del pacchetto per conciliare la vita lavorativa e quella familiare, basato sulla Convenzione OIL (Organizzazione internazionale del lavoro) sulla protezione della maternità del 2000 (TESTO) . Il testo era stato presentato dalla Commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere, con relatrice Edite Estrela, sentito il parere della Commissione per l’occupazione e gli affari sociali, relatrice Rovana Plumb. Nel mese di ottobre 2010 il Parlamento europeo ha approvato la sua prima lettura. Il Consiglio deve ancora approvare la sua posizione in merito. Sono passati quasi 5 anni. Un tempo biblico. Arriviamo ai nostri giorni. La Commissione ha dichiarato l’intenzione di ritirare il progetto di legge. La proposta della Commissione di ritirare il progetto di direttiva sul congedo di maternità sarà discussa martedì 19 maggio, nel pomeriggio. Nel progetto di risoluzione in votazione mercoledì 20, i deputati chiederanno al Consiglio di presentare la sua posizione sul dossier e la ripresa dei colloqui. Qualora la Commissione europea ritirasse il progetto di legge, i deputati dovrebbero esortarla a presentare con urgenza un nuovo progetto, da discutere durante la prossima Presidenza lussemburghese del Consiglio. Il succo del testo prevedeva una estensione del congedo di maternità da 14 a 20 settimane a stipendio pieno e l’introduzione di due settimane, retribuite integralmente, per il congedo di paternità. Vi cito il comunicato stampa del 2010 (TESTO del comunicato), perché rende molto bene:

Il Parlamento europeo ha approvato mercoledì modifiche alla legislazione europea in materia di congedo di maternità minimo, portandolo da 14 a 20 settimane, tutte remunerate al 100% dello stipendio, con una certa flessibilità per i paesi che hanno regimi di congedo parentale. Inoltre, i deputati hanno anche approvato l’introduzione del congedo di paternità, di almeno due settimane.
Con 390 voti a favore, 192 contrari e 59 astensioni, il Parlamento europeo ha votato in favore della relazione di Edite Estrela (S&D, PT) che estende il congedo di maternità minimo da 14 a 20 settimane, andando cosi oltre la proposta della Commissione di 18 settimane.
Tuttavia, i deputati hanno approvato una serie di emendamenti per assicurare che per i paesi con regimi di congedo parentale, le ultime 4 settimane dovrebbero essere considerate come congedo di maternità, remunerato almeno al 75%.
Le lavoratrici in congedo di maternità devono essere remunerate con la retribuzione al 100% dell’ultima retribuzione mensile o della retribuzione mensile media, secondo il testo approvato. La proposta della Commissione invece prevedeva il pagamento al 100% delle prime 6 settimane di congedo.
Il progetto di legislazione vuole stabilire le regole minime a livello europeo, mentre gli Stati membri resterebbero liberi di introdurre o mantenere i regimi di congedo piu favorevoli alle lavoratrici di quelli previsti dalla direttiva.
“La maternità non puo essere vista come un fardello sui sistemi nazionali di sicurezza sociale, ma rappresenta un investimento per il futuro”, ha affermato la relatrice durante il dibattito lunedì.
Congedo di paternità
Gli Stati membri devono garantire ai padri il diritto a un congedo di paternità remunerato di almeno due settimane, durante il periodo di congedo di maternità, afferma il testo approvato. I deputati che si sono opposti a questa regola sostengono che il congedo di paternità non rientra nell’ambito della legislazione in discussione, che riguarda “la salute e sicurezza delle donne in gravidanza”.
Diritto al lavoro
La commissione per i diritti della donna ha anche adottato emendamenti volti a proibire il licenziamento delle donne dall’inizio della gravidanza fino a almeno il sesto mese dopo la fine del congedo di maternità. Il testo adottato afferma anche che le donne devono poter tornare al loro impiego precedente o a un posto equivalente, con la stessa retribuzione, categoria professionale e responsabilità di prima del congedo.

QUI il testo completo. Ricapitolando, dopo quasi 5 anni: iter legislativo bloccato, aut aut: decidere ora o ripartire da zero, nonostante il buon testo. Quale sarà il destino della #MaternityLeave? Questo il testo dell’interrogazione parlamentare al Consiglio (presentata il 6 maggio da Iratxe García Pérez, Maria Arena, a nome della commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere) e che andrà in discussione il 19 maggio e in votazione il 20 maggio:

Dall’inizio della nuova legislatura il Parlamento ha dichiarato esplicitamente in più occasioni, in particolare nella risoluzione del 10 marzo 2015 sui progressi concernenti la parità tra donne e uomini nell’Unione europea nel 2013, di essere pronto a interagire con il Consiglio e ad avviare negoziati sulla direttiva riguardante il congedo di maternità. Il Parlamento assume una posizione pragmatica e costruttiva ed è aperto alla ricerca di un accordo che soddisfi entrambe le istituzioni e, soprattutto, i cittadini europei. Il Parlamento ritiene che l’attuale situazione di stallo possa essere risolta se vi è sufficiente volontà politica da parte delle tre istituzioni.
A dispetto di tali inequivocabili segnali, dal Consiglio non è pervenuta alcuna risposta. La Commissione, nel frattempo, si è detta più volte intenzionata a ritirare la proposta qualora i colegislatori non trovino una via d’uscita dall’impasse entro sei mesi.
L’annunciato ritiro è particolarmente discutibile se si considera che il Parlamento ha concluso la prima lettura, mentre la discussione in sede di Consiglio è bloccata e compromette così l’intera procedura legislativa.
1. Può il Consiglio, quale colegislatore, esprimere una posizione ufficiale riguardo alla prima lettura del Parlamento europeo e assumersi la responsabilità del rifiuto dei miglioramenti della sicurezza e della salute sul lavoro delle lavoratrici gestanti, puerpere o in periodo di allattamento?

Incrociamo le dita, nel giro di un paio di giorni sapremo se si dovrà ricominciare tutto da zero.   QUI un comunicato che ne parla.

 

 

 

Aggiornamento 21.05.2015

MEPs pressed the European Commission not to withdraw a draft EU directive on maternity leave, despite four years’ deadlock over it in the EU Council of Ministers, in a resolution voted on Wednesday. They also urged the ministers to resume talks and agree an official position.

MEPs reiterate their willingness to help break the deadlock and call on the Commission to work to reconcile the positions of Parliament and the Council, in a resolution passed by 419 votes to 97, with 161 abstentions”.

Con la risoluzione approvata ieri 20 maggio, il Parlamento europeo dimostra di non voler abbassare l’attenzione sul tema della tutela non solo della maternità ma anche della genitorialità condivisa.
La proposta che come avevamo detto è bloccata al livello del Consiglio, rischia di essere ritirata a causa di questa situazione di stallo (procedura REFIT); la risoluzione votata ieri è un ulteriore tentativo di impedire che ciò avvenga.  L’iter non si è ancora del tutto sbloccato, ma il Parlamento, con questa risoluzione chiede di riavviare il processo.

 

 

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Come ci insegnano a scindere

Little Girl & Baby Elephant

Quando bambini e bambine vivono immersi in culture che tendono a tenere distinti la ragione e l’emozione, la mente dal corpo, il sé dalle relazioni, e quando queste separazioni ineriscono all’identità di genere e ai ruoli che ci si attende da ciascun individuo, essi si sentiranno in un certo senso a vivere dissociandosi dagli aspetti di sé che li collocherebbero “fuori norma”, come maschi o come femmine. Fino a conformarsi per “essere come dovrei essere”. Come se ci fosse una sorta di iniziazione al patriarcato, condizionata dal genere e rafforzata dall’esclusione e dell’umiliazione, come sostiene Carol Gilligan.

Questo crea un grande pericolo, la perdita di sé, temporanea o permanente. Quello che nella nostra adolescenza aveva una importanza enorme era l’appartenenza a un gruppo di amici, e spesso per poter essere adatt* ci siamo trovati a confrontarci con ciò che di noi poteva o meno essere accettabile o crearci qualche problema. Abbiamo rischiato di perdere la nostra voce e la nostra capacità di essere noi stessi, di smarrire il nostro sé, a furia di smussare o di apparire conformi. L’iniziazione che avviene in adolescenza verso i canoni di virilità o dall’altro di “brava ragazza”, chiede di conformarsi ai canoni patriarcali, a codici secolari, pena l’isolamento, l’offesa, la condanna, la derisione, l’esclusione.
Queste scissioni per molto tempo sono state considerate necessarie allo sviluppo dell’individuo, della crescita per diventare adulti, come se fossero naturali e sintomo di civiltà. Considerare questo come “naturale”, “parte di noi”, anziché come qualcosa di culturale, fa parte di un processo di interiorizzazione della struttura di dominio di stampo patriarcale, come se si insabbiasse nella nostra psiche.

Come superare indenni queste fasi, quando la nostra resilienza viene messa a dura prova? Come scegliere tra avere voce o avere relazioni, cercando possibilmente di conservare entrambe? Perché si sa che le donne che esprimono la propria opinione o dimostrano di essere individui con pensiero e capacità di ragionamento autonomi, sono considerate non conformi, pericolose. A quanto pare nella fase adolescenziale (p. 43 C. Gilligan) le ragazze sono maggiormente esposte al rischio di un incremento di depressioni, disturbi del comportamento alimentare, tendenze autolesionistiche; mentre per i maschi si ha un incremento di suicidi e di omicidi.

A un certo punto succede (questo è un po’ quello che mi è capitato, molto tardi, rispetto alla mia adolescenza) che la nostra forma originaria, ciò che riesce a tenere insieme tutte le cose che ci hanno consigliato di tener separate, a un certo punto si ricomponga, sì, certamente subirà altri (periodici) attacchi, ma sarà come tornare a casa, dopo una separazione forzata da noi stessi. Se avere relazioni e sentirsi accettati implica la perdita della propria voce, coerenza, il senso del nostro agire, forse qualche riflessione in merito va fatta. Come se si stesse svelando un trucco che ci teneva prigionieri di un ruolo, di uno stereotipo, di un non essere sé, di una non autenticità. Per ricordarci ogni tanto chi siamo e non ciò che ci si aspetta che siamo. Nel nostro agire privato e pubblico, naturalmente.

Vorrei proporvi alcune argomentazioni di Carol Gilligan, a proposito di questa scissione della coscienza, di come ricomporla e di quale sia il ruolo delle donne nel cammino di liberazione della nostra società dal patriarcato, che azzoppa anche il concetto stesso di democrazia.

“Proverò a dimostrare che non è una questione di essenzialismo o di socializzazione, ma una questione di sviluppo o di iniziazione. Non è che noi, le donne, siamo essenzialmente differenti dagli uomini o che siamo tutti uguali, o che gli uomini e le donne siano educati a ricoprire ruoli differenti, come spesso accade. Il punto è che una psiche sana, così come un corpo sano, resiste alla malattia (dovrebbe, ndr). Tra la natura umana e le strutture del patriarcato si genera un profondo conflitto, che porta una psiche sana a resistere ad un’iniziazione che impone la perdita della voce e il sacrificio delle relazioni. La psiche lotta per liberarsi dalla dissociazione, dalle scissioni della coscienza, che relegano parti di noi e della nostra esperienza, al di fuori della consapevolezza. Altrimenti le donne come avrebbero potuto trovare la forza per assicurarsi l’azione, il diritto alla proprietà, il voto, una retribuzione equa e la libertà, compresa la loro liberazione da ciò che Lyn Mikel Brown e io abbiamo chiamato “la tirannia dell’essere carina e gentile”? Come potrebbero altri liberarsi della colonizzazione sia psicologica che politica? Il neurobiologo Antonio Damasio sostiene che registriamo la nostra esperienza momento per momento. Nel corpo e nelle emozioni registriamo la musica o “il senso di ciò che accade”. Quando non riusciamo a registrare questi segnali, i pensieri finiscono per separarsi dall’esperienza e allora è facile cadere sotto l’influenza di una falsa autorità” (pagg. 47-48, La virtù della resistenza).

In pratica, per Gilligan esiste qualcos’altro che determina il prevalere o meno, il perpetuarsi di una struttura culturale di tipo patriarcale, che implica quella scissione. A monte c’è un conflitto tra noi e quel tipo di cultura. Il nostro grado di resistenza viene messo a dura prova, e naturalmente entrano in gioco molti fattori, come quello di poter avere un corpo psichico, congiunturale, “sano”, con anticorpi (culturali) e sentinelle che ci consentano di opporci. Chiaramente, essere “sani” corrisponde a un contesto (personale e culturale) favorevole, di sostegno, che ci consenta di dire no. A mio avviso, in alcuni ambienti, in una fase della vita in cui i passaggi sono spesso turbolenti, diventa complicato avere dalla propria parte un atteggiamento sereno, ragionevole, capace di osservare obiettivamente il mondo che ci circonda. Ci ricordiamo tutti cosa comporta crescere e diventare adulti. Quando non si ha l’abitudine a pensare e a riflettere, a interrogarsi, è come se la nostra esperienza del mondo subisse uno strappo dal nostro vero essere, come se ci fosse una vita del corpo che non collima con quella del pensiero, che a questo punto è più facilmente esposto ad attacchi di ogni tipo, anche quelli che ti portano a pensare che l’ordine patriarcale sia l’unico possibile, giusto e benefico.
Noi donne siamo in grado di riconoscere, prendere consapevolezza e resistere a tutto questo, lo abbiamo dimostrato. Aiutiamo tutte le donne, le ragazze ad acquisire gli strumenti per fare trincea e resistere. Ancora una volta, a mio avviso è cruciale una rivoluzione culturale permanente e mettere in campo una sorta di alfabetizzazione femminista di base. Spiegando che l’unica vera via di fuga da una vita “al guinzaglio degli stereotipi e dei ruoli precostituiti di genere” è non smettere mai di usare la propria testa, leggere tanto e domandarsi sempre il perché delle cose, per sapere dove ci si trova, per sapere chi si è davvero.

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Decostruiamo la domanda

 

Lo scorso 16 aprile, le Donne Democratiche hanno promosso l’incontro “Prostituzione e tratta. Quali visioni e quali politiche“, svoltosi nelle sede nazionale del Pd.

Nel frattempo è arrivata una nuova proposta legislativa sul tema, come vi raccontavo qui. Ma ciò che mi preme sottolineare è il fatto che in definitiva nemmeno all’interno dello stesso partito esistono posizioni unitarie e condivise su come affrontare i problemi connessi al mondo della prostituzione. Questo se da un lato è naturale, dall’altro evidenzia una pericolosa oscillazione che può portare a soluzioni inadeguate e volte solo a salvaguardare questioni di decoro urbano. Occorre invece riflettere e ragionare sul tema tenendo conto dei vari aspetti, scandagliando cultura e mentalità dei clienti e dell’universo maschile intero. Perché pretendere un servizio di questo tipo, pretendere di avere diritto a comprare un corpo, come un qualsiasi altro bene, significa negare i diritti umani di chi stai acquistando. Non ha senso lottare per l’eguaglianza tra i generi, se poi difendiamo questi territori franchi in cui i diritti umani vengono sistematicamente negati.

Pubblico l’intervento molto interessante che Oria Gargano, presidente di Be Free (qui), ha fatto nel corso di questo incontro romano.

 

Via via più nominato, il cliente è attualmente sempre più al centro dei ragionamenti intorno alla prostituzione, e intorno a questo argomento esiste una vastissima gamma di atteggiamenti e giudizi, che si raggruppano intorno ad un tema ancora più vasto: la liceità del ricorso maschile all’acquisto di servizi di sottomissione sessuale, al di là che quella prostituzione sia forzata o meno, e la legittimità dell’esercizio della prostituzione stessa, laddove non esistono coercizioni ad esercitarla, fino alla richiesta di salvaguardia dei diritti dei sex-workers.
Indubbiamente, la molteplicità dei pareri si allarga a macchia d’olio a partire da questi due atteggiamenti-tipo, e non a caso le opinioni non si aggregano intorno a specifici orientamenti politici ed elettorali.
Indubbiamente, la percezione personale di questi temi ed il parere con il quale ci si schiera non prescindono dal vissuto, dalla scala di valori, dalle convinzioni, dai percorsi attraverso il sociale e dallo “stile di vita” di ciascuno.
Ma è curioso constatare come non esistano orientamenti condivisi che possano definire un approccio, a grandi linee, di “destra” o di “sinistra”.
Questo non significa tuttavia che poli specifici ed opposti raggruppino, come magnetizzandole, posizioni nette ed altrettanto contrastanti.
Al contrario, linee di pensiero diverse possono confluire in una stessa direzione.
Le multe ai clienti, ad esempio, attuate all’interno di una logica repressiva del fenomeno della prostituzione su strada a fini unicamente di pubblico decoro, possono essere giudicate favorevolmente anche da chi considera la prostituzione un paradigma del’inferiorità femminile.
La conseguenza di questa azione – il rafforzamento della prostituzione al chiuso – non trova il medesimo accoglimento “bipartisan”.
La prostituzione al chiuso viene considerata risolutoria da chi ritiene lo spettacolo “disdicevole” dei corpi in offerta nel pubblico spazio il problema principale del fenomeno, e anche da ritiene che la prostituzione sia un mestiere qualsiasi, da poter esercitare in forma adeguata a qualsiasi attività di pubblica vendita. Di parere opposto sono invece coloro che vorrebbero analizzare la prostituzione come strumento normativo dei comportamenti sessuati delle donne e come cristallizzazione di dispari poteri ed opportunità tra i due generi, e anche da coloro che conoscono la realtà della prostituzione su strada, e che temono che la situazione “indoor” finisca con il penalizzare ulteriormente le vittime di traffico di esseri umani a scopo di sfruttamento sessuale, che rappresentano la grande parte delle persone immigrate prostituite su strada.

Proibire, tollerare o legalizzare la prostituzione significa sostenere modelli specifici sul piano della convivenza tra uomini e donne.
Separare il discorso sul traffico di esseri umani da quello sulla prostituzione (atteggiamento molto in voga nei dibattiti nostrani) significa ignorare la connessione inevitabile tra le due cose.

Prendiamo Amsterdam, il più grande mercato delle donne in Europa.
Un articolo del 2006 (S. Castle TRAFFICKING FORCES CLAMPDOWN IN AMSTERDAM’S RED-LIGHT AREA, The Indipendent, Londono, 2-12-2006) ci racconta perché le autorità cittadine abbiano deciso la chiusura di quasi un terzo delle “vetrine”.
“ Le autorità cittadine e la polizia stanno incrementando le indagini sui reati interconnessi con il sex business, ed in particolare riciclaggio di danaro sporco e traffico di esseri umani a scopo di sfruttamento sessuale.
Secondo alcune stime, circa 3.500 donne sono trafficate in Olanda ogni anno dall’Europa dell’Est e dall’Asia e costrette ad esercitare in condizioni di degrado sconvolgenti.”

In Svezia, al contrario, fin dal 1999 il governo ha deciso di combattere il traffico e la prostituzione attraverso una combinazione di misure punitive per gli acquirenti di servizi sessuali, di sistemi di sostegno e supporto per le donne prostituite, e di campagne comunicative sul danno della prostituzione. In cinque anni, secondo il governo svedese, la prostituzione in strada è diminuita del 30-50%, e l’introduzione di straniere da prostituire si è sostanziamente bloccata. Il numero dei clienti sarebbe diminuito del 75-80 per cento. Negli stessi anni, però, la prostituzione su strada nella vicina Danimarca è aumentata tra il 250 ed il 400%.

Gunilla Ekberg, già Ministro Svedese dell’Industria, del Lavoro e della comunicazione, definì la legge: “Una pietra miliare nella creazione di una società democratica e moderna, nella quale la piana eguaglianza di genere sia una norma, e sia riconosciuto il diritto all’uguale partecipazione della donne e degli uomini, delle ragazze e dei ragazzi in tutte le aree della società”.
E Boriana Jönnson, dell’associazione femminista di Stoccolma Kvinna til Kvinna Foundation, dice “ La legge dimostra l’attitudine etica e politica dello Stato verso la prostituzione e l’eguaglianza di genere in generale. Dal punto di vista dei diritti umani, non può esistere una parodia di relazione in cui un uomo può comprare e possedere un corpo di donna come un qualsiasi bene di consumo. Dunque, la prostituzione è considerata in Svezia come un crimine di violenza e sfruttamento sessuale del quale le donne sono vittime.” (By Brenda Zurita, Prostitution is Not a Profession, 12/14/2005 http://www.cwfa.org/articles/9691/BLI/family/index.htm)

Le misure repressive funzionano dunque?
Molto probabilmente sì, ma soprattutto nel loro intervenire sull’immaginario collettivo, cercando di correggere gli squilibri esistenti tra uomini e donne nella società.
Una consapevolezza, questa, che si sta affermando anche in Stati che noi consideriamo erroneamente più lontani di noi dal riconoscimento dei diritti.
In Corea, ad esempio, dove già da alcuni anni iniziative, campagne e leggi stanno cercando di intervenire sull’immenso fenomeno della prostituzione, esiste un dibattito di alto spessore.
Come dice la coreana Hilary Sunghee Seo, counsellor di Coalition Against Trafficking in Women (CATW) a New York City, “ La prostituzione è dannosa non solo per gli individui che sono prostituiti, ma per la società che la ammette e che vi prende parte. La prostituzione non può essere legittimata come lavoro. Non dà empowerment alle donne. (…) Anche gli uomini sono poveri, ma non sono prostituiti in così grande numero. Altre cose influiscono, e sono l’ineguaglianza di genere e la discriminazione che sottomette le donne le ragazze e le bambine, e le rende una classe, e la domanda di prostituzione che fa da carburante al traffico di corpi di donne (Hilary Sunghee Seo, Prostitution: Reality Versus Myth, The Korea Times November 17, 2004).

La soluzione più adeguata sarebbe dunque quella di “decostruire la domanda di servizi sessuali”.

Al di là delle varie impostazioni culturali ed ideologiche, che hanno del cliente visioni talvolta agli antipodi, è indubitabile che nel mercato creato dal traffico di esseri umani l’acquirente abbia un ruolo decisivo, e che quasi mai venga preso in considerazione nei ragionamenti che si fanno sulla prostituzione e sulla tratta. In realtà, il cliente è “faceless and nameless”, secondo la felice definizione della docente e saggista Donna Hughes: senza faccia e senza nome.

Molte centinaia di colloqui con le ragazze ex vittime di tratta che ho seguito e seguo mi hanno fatto capire che il rapporto sessuale con il cliente, per modalità di contratto, tempo, tipo di richiesta, è quasi sempre estremamente spersonalizzato, brutale, frettoloso, non di rado violento, e che molto raramente il cliente può definirsi una “risorsa”.

Il fatto che milioni di uomini acquistino queste prestazioni indica, a mio parere, l’esistenza di un problema grave nella relazione tra uomini e donne in questo Paese, ed un malessere molto forte circa l’identità sessuale maschile, l’autorappresentazione, la percezione della relazione tra i sessi, oltre ad una impostazione culturale che nega nella sostanza la parità tra i sessi.
Secondo una ricerca sui clienti di Danimarca, Italia, Thailandia e India realizzata per l’OIM (Bridget Anderson and Julia O’Connell Davidson, “Is Trafficking in Human Beings Demand Driven? A Multi-Country Pilot Study,” International Organization for Migration, Dicembre 2003) gli uomini sanno perfettamente che molte prostitute sono in realtà vittime di tratta, e le preferiscono perché le trovano più arrendevoli e sottomesse.
Personalmente sono sempre stata contraria alle multe, perché creano un clima proibizionistico, ed il proibizionismo ha sempre creato più problemi di quanti intendesse risolvere.
Mi piace invece molto l’idea dei seminari formativi obbligatori, che vengono realizzati in diversi Paesi, e che, sembra, diano risultati eccellenti.
Negli Stati Uniti e in Canada esistono molte “John Schools”, scuole di educazione per i compratori di servizi sessuali (“John” è il nomignolo che comunemente si dà al cliente, perché fa riferimento al nome maschile americano più diffuso, a significare che tutti gli uomini sono o possono esserlo). Poichè la prostituzione è illegale in quasi tutti gli stati, i corsi sono comminati dal tribunale. Questo fa sì che siano disponibili dati certi circa il recidivismo. Basandosi sulle cifre, pare che gli uomini che frequentano i corsi acquistino effettivamente consapevolezza del meccanismo della prostituzione forzata, e consapevolezza di sè, ottenendone concreti benefici.
I programmi psicoeducazionali differiscono parecchio tra di loro, ma sono sempre realizzati con il sostegno di strutture pubbliche (Governo, Enti locali, Ospedali…) in collaborazione con l’associazionismo specializzato.
Alcuni sono realizzati da associazioni di donne ed hanno una forte impostazione di genere, altri sono più focalizzati sui temi sanitari, ed altri sono gestiti da religiosi.
Oltre ad essere obbligatori, vengono pagati dai clienti stessi, ed i proventi sono devoluti ai progetti di assistenza alle vittime della tratta.
Quello che qui vorrei brevemente ricordare è ciò che si evince dalla sterminata raccolta di documentazione il cui corpus è rappresentato dai questionari e dai colloqui con gli uomini-clienti, e che gettano luce su una costruzione delle identità sessuali maschili e femminili davvero impressionanti.
In estrema sintesi, i clienti raccontano di un ricorso all’acquisto di sesso motivato dal rifiuto di ogni possibile coinvolgimento emotivo o sentimentale, dichiarano di preferire donne che sembrano essere “sole al mondo”, perché più “vulnerabili”.
Comprare sesso è visto come un fattore normativo del comportamento maschile.
Gli intervistati spesso comparano le donne nella prostituzione a degli oggetti, le donne cessano di essere individui e diventano prodotti che possono essere acquistati ed usati. Molti usano metafore che hanno a che vedere con il cibo, rinforzando la concezione delle prostitute come bene di consumo, e facendo trapelare la percezione che le donne siano disponibili per tutti, come l’acqua e gli altri prodotti della natura
Meno della metà (40%) pensano che le donne prostituite siano diverse da quelle che non lo sono, la maggioranza ritiene che tutte le donne sono prostitute e possono essere comprate. Quindi, non è dannoso comprare una prostituta perché tutte le donne in realtà sono in vendita. L’unica differenza percepita è che con una non-prostituta il pagamento per ottenere sesso avviene offrendo cene o facendo regali.
Alcuni intervistati sono profondamente convinti che l’essere nati maschi dà il diritto di comprare sesso. Alla domanda “Perché compri sesso?”, spesso rispondono: “Perchè posso!”.
Secondo il ricercatore Sven – Axel Mansson (I comportamenti degli uomini clienti della prostituzione: indicazioni e orientamenti per il lavoro sociale) alcuni uomini che pagano per il sesso non hanno di loro stessi un’immagine sessuale positiva. Riconoscere a se stesso e agli altri che si sente il bisogno di andare alla ricerca di prostitute può essere percepito come un disvalore rispetto alle norme sessuali. Ma è ugualmente vero l’inverso. Ogni sentimento di vergogna può essere superato dall’altro principio della dominazione maschile che richiede molteplici esperienze sessuali.

Tutto questo, assieme a moltissimi altri dati ed evidenze che non è possibile elencare per non “sforare” il tempo concesso ad ogni intervento, ci pongono problemi di chiara decodifica e difficile risoluzione, ci rendono chiara la necessità di affrontare la costruzione delle identità maschili (e femminili) fin dalla prima infanzia, ci invitano a creare moduli formativi specifici ed adeguati a segnare un cambiamento, e comunque a predisporlo, agendo laddove una sciatta educazione costruisce e diffonde una cultura di negazione dei diritti e del rispetto, e, parallelamente, produce disagio.

Giacciono in parlamento due proposte di legge che mettono a tema proprio questo problema, e propongono soluzioni: quella della vice presidente del Senato sen. Valeria Fedeli e quella della deputata Celeste Costantino.
Il nostro invito è di lavorarci su, subito e con convinzione.

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Poniamo fine alla domanda

Feministas of Canada

 

Rosen Hicher è una sopravvissuta francese alla prostituzione. Qui di seguito una traduzione di un articolo apparso lo scorso luglio 2014 su Libération. All’epoca si cercava di contrastare alcuni senatori che stavano tentando di far fallire la proposta di legge basata sul modello nordico, che avrebbe penalizzato i clienti, o meglio gli stupratori a pagamento.

I timori si son rivelati esatti, perché purtroppo lo scorso marzo 2015 il Senato francese ha soppresso l’emendamento riguardante la penalizzazione dei clienti e reintrodotto quello che interdice l’adescamento passivo, che sanziona le persone prostituite. (QUI maggiori dettagli)
L’appello di Rosen è importantissimo e mi sembra il caso di rifletterci attentamente anche da noi.

 

Visto che il Senato protegge i clienti, io, ex prostituta, dirò perché desidero che la Francia compia ogni sforzo per farla finita con questi uomini che hanno rovinato la mia vita per oltre 20 anni. Ho trovato la forza per fare due calcoli. Ascoltate attentamente. Ho avuto più di 30.000 clienti nel corso della mia carriera come prostituta, a un tasso medio di quattro al giorno.
Più di 30.000 atti sessuali indesiderati, che ho rifiutato con tutto il mio corpo. 30.000 volte la sensazione di essere annullata, di essere ridotta a niente, di essere una donna-robot. 30.000 volte, ho sperimentato la parata di questi uomini indifferenti, sicuri del proprio diritto; in un angolo di un bar, in salotti insalubri, tra l’odore di champagne sui sedili e di sesso inebriante.

Voi che parlate dei clienti come poveri uomini solitari o timidi, se sapeste! La verità è che sono uomini capaci di picchiarti se ti rifiuti di fare sesso senza preservativo; trovi quello violento che ti picchia, lasciandoti i postumi per due settimane; poi c’è il pazzo che spara con un fucile nel bel mezzo di un bar; il malato di mente che si veste da donna e ti costringe a qualsiasi tipo di umiliazioni; quello che ti mette droghe nel drink o scrive oscenità sulla porta di casa tua per vendicarsi; quello che si impicca dopo aver sperperato tutti i suoi soldi per pagare i corpi delle donne. E tutti gli altri. Tutti coloro che non si prendono nemmeno la briga di cambiarsi o di lavarsi perché loro ci disprezzano tanto. Tutti questi dipendenti dal sesso, senza alcun riguardo per la loro partner o per qualsiasi donna. Tutti questi pazzi, questi masochisti, esibizionisti, sadici, zoofili. Tutti questi predatori: una volta uno di loro, che mi aveva visto con mia figlia di circa 12-13 anni, un autista di autobus (per bambini), mi ha proposto di darmi 5.000 euro per averla e violentarla.
Tutti questi uomini che vengono a raccontarci le loro fantasie più selvagge e ci impongono di dire che questo è normale e non ci sono limiti. Immaginate che i clienti abituali, come vengono chiamati, siano dei bravi ragazzi? No, sono uomini con gravi problemi, pericolosi per noi e per tutte le donne. Quando capiremo finalmente che molti di loro avrebbero più bisogno di uno psicologo che di una prostituta?
Non sono nata prostituta, sono questi uomini che mi hanno resa tale. Sono loro che mi hanno costretta ad avere oltre 30.000 atti sessuali e altrettanti stupri.
È urgente che noi ci impegniamo a garantire il diritto di protezione dei nostri figli, in modo che nessuna ragazza, nessun giovane debba passare attraverso ciò che ho vissuto io per tanti anni. E questo non è possibile se i clienti si sentono autorizzati a conservare il loro diritto. Mi rifiuto di accettare che i clienti restino la parte dimenticata della nostra legislazione, e coloro di cui sto parlando sono tutti i clienti, nessuno escluso. Vi pongo nuovamente la domanda: “Perché c’è un tale consenso volto a proteggerli?

 

Naturalmente, la domanda di Rosen è retorica. La risposta la conosciamo molto bene: perché sono uomini. Le donne che tendono a “scusare” e a “proteggerli” lo fanno perché intrise di quella stessa cultura che attribuisce agli uomini una serie di diritti, di un dominio incondizionato sulle donne.

In Italia è stata presentata un’altra proposta di legge in materia di prostituzione (qui e qui). Questa volta sembra andare nel verso giusto. Anche da noi, i clienti restano il grande buco nero e aleggia quella sorta di auto-protezione che però consente che alla domanda non si ponga mai un termine.

 

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Ionosfera e troposfera

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Illustrerò gli interventi della mattinata dell’incontro degli Stati Generali delle donne Lombardia che si è tenuto l’11 maggio scorso a Milano. Tutte le proposte presentate verranno pubblicate e saranno oggetto di una indagine/questionario per comprendere quali siano le più interessanti. Prossimamente saranno fornite maggiori indicazioni in merito.

L’avvio dei lavori è stato interessante, ho ascoltato Carolina Pellegrini, consigliera di parità regionale, sempre molto precisa e incisiva. Ha parlato dell’ultimo rapporto biennale 2012/2013 sull’occupazione femminile e maschile in Lombardia nelle imprese con più di 100 dipendenti.
Il quadro non è esaustivo del panorama lavorativo, ma aiuta a comprendere il fenomeno. La segregazione orizzontale, il fatto che l’occupazione femminile fosse per lo più concentrata nel terziario, nei servizi (che meno hanno subito gli effetti della crisi), ha in qualche modo salvaguardato il nostro genere. Sono infatti gli uomini che hanno visto una perdita più consistente di occupazione. Pellegrini si chiede cosa accadrà quando il welfare e la sanità pubblica non saranno più in grado di assicurare i servizi. Perché le risorse sempre più scarse comportano continui tagli, e tutte lo sappiamo molto bene. Sono le donne che usufruiscono maggiormente del part-time, una volta per scelta in funzione di conciliazione, oggi perché molto spesso sono questi gli unici tipi di contratti disponibili.
La segregazione verticale (che vede le donne meno presenti ai livelli apicali), presenta un quadro solo a prima vista positivo. Le donne sono più presenti, hanno sostituito molti colleghi maschi, ma c’è un motivo: hanno retribuzioni più basse e quindi sono delle manager più vantaggiose per le imprese. Se son giovani è anche meglio.
Si è accennato anche ai bandi sulle reti di conciliazione territoriali, volti a far collaborare insieme tutti gli attori coinvolti, imprese, stakeholders, istituzioni.
In tema di orientamento e di utilizzo dei FSE, è importante comprendere le peculiarità che interessano lo stilare un bilancio di competenze per le donne, è pertanto necessario implementare un orientamento di genere per la formazione. Si è accennato alla collaborazione con la Fondazione Politecnico e con il Politecnico per cercare di lavorare su una scelta universitaria non stereotipata, ma aperta, evitando segregazioni in base al genere.
Peccato davvero che Carolina Pellegrini non abbia potuto trattenersi ulteriormente per motivi familiari. La sua presentazione dovrebbe comunque essere stata consegnata alle organizzatrici dell’incontro.

Loredana Bracchitta del CPO (Consiglio pari opportunità) interviene parlando di legalità, sotto il profilo del rispetto delle regole e dei diritti, che richiama il rispetto degli individui e una cultura che ponga fine alla violenza contro le donne. Si ribadisce l’importanza di una educazione all’affettività, coinvolgendo le scuole e facendo parlare i ragazzi sul tema della violenza. Il progetto “Ti do i miei occhi” ha questo scopo: indagare la violenza fisica, psicologica, le discriminazioni, gli episodi di bullismo e di omofobia (qui).
L’intervento si chiude con l’accenno al provvedimento regionale per l’introduzione della regola di alternanza di genere nelle liste elettorali regionali.
Si prosegue con il video presentato da Marinella Loddo di ICE.
Interviene Luca Lopresti di Pangea una Onlus che si occupa di violenza di genere dal 2002, non solo in Italia. Si opera anche favorendo progetti di ascolto, accoglienza, costruzione di un percorso condiviso insieme alle donne, accesso a microcredito per uscire dalla violenza, anche economica e accompagnare le donne verso un futuro migliore. C’è un lavoro per interrompere anche la violenza assistita da parte dei figli.
Si passa all’intervento successivo.

05.12.2015 IN SEGUITO A QUESTA CONVERSAZIONE SU TWITTER, PER EVITARE ULTERIORI POLEMICHE, RETTIFICO QUANTO SCRITTO PRECEDENTEMENTE, COME RICHIESTO:

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Roberta Cocco, Microsoft, interviene per illustrarci i progetti Nuvola Rosa e di come la tecnologia può aiutare a colmare il divario di genere. Cocco si concentra sulla necessità di compiere scelte appropriate negli studi e raggiungere competenze adeguate a quanto richiesto dal mondo del lavoro. Profili in ambito ICT, con skill digitali sono molto richiesti, ma pochi giovani hanno competenze adatte, le ragazze che scelgono questo settore sono poche. Cocco non ha una conoscenza aggiornata di dove si colloca il gap uomo-donna oggi. Se prima le donne non sceglievano studi e specializzazioni in ambito informatico/scientifico, oggi, il loro numero si è incrementato. Si tratta sempre di una minoranza, ma c’è un progresso. Oggi non si tratta più solo di prepararsi, formarsi ed essere in linea con i profili richiesti. Non è più solo un problema di accesso al lavoro o ad ambiti a prevalenza maschile. Questi ostacoli possono essere superati, molte di noi lo dimostrano. Il problema si presenta più avanti. Il muro arriva quando sei entrata nel mondo del lavoro, settore ICT incluso. Il problema non è entrare, ma rimanerci, anche se diventi madre, se devi accudire genitori o familiari malati, anche se ti ammali. Io ne sono un esempio lampante. Non ho mai smesso di studiare, di re-inventarmi, di trovare una strada. Mi sono adattata a quello che il mercato del lavoro chiedeva, sacrificando anche le mie passioni o ambizioni. Ho trovato lavoro con le mie forze e per il mio curriculum, ma le solite questioni di conciliazione famiglia lavoro, hanno deciso per me. Mi sono dimessa. Avrei voluto raccontare a Cocco la mia esperienza, che poi è l’esperienza di tante donne. Quindi non diciamo che è colpa di ciò che le ragazze decidono di studiare, ma raccontiamo la storia per intero. Tanto per essere oneste. Se ragioniamo in parallelo con gli uomini, non avviene la stessa discriminazione. Per cui il problema forse è altrove, per esempio nell’ambito delle politiche di conciliazione assenti e in un mondo imprenditoriale che ancora fa fatica a “conciliare” con l’idea che una donna possa anche essere madre e che un uomo possa voler prendere il congedo parentale. Quindi non raccontatemi che sono sufficienti studi e competenze per poter lavorare. Non abbiamo tutti stipendi alti, tali da poterci comodamente avvalere di servizi privati di sostegno.
Vorrei inoltre sottolineare che Cocco ci parla a nome di Microsoft. L’impresa chiede un certo prototipo di “manodopera” in questo caso intellettuale. Ci si dimentica che c’è un altro fattore fondamentale: la scuola, la sua qualità, le competenze che garantisce. L’istruzione uguale per tutti è solo sulla Carta, nella realtà sappiamo che è ben diverso dove e come studi. Il contesto familiare/sociale poi è fondamentale. Non siamo tutti economicamente agiati, convinti che studiare sia importante, non tutte le famiglie comprendono queste cose e incoraggiano i figli. Tra il caso, scuole di basso e medio livello di preparazione, contesto socio-familiare, si compie il destino di un ragazzo o di una ragazza. In una società dove contano le relazioni familiari e il familismo detta le regole, diventa arduo farsi strada. Affermarsi con le proprie forze e capacità è possibilissimo, il problema è se poi riesci a resistere, se hai le medesime possibilità di carriera e di permanenza. Tanti sono i fattori che determinano il successo, ma non veniteci a raccontare che dipende tutto da noi.
Un altro punto: parliamo in prevalenza di giovani donne, ma come sappiamo l’universo è ben più vasto. Quindi oltre a progetti per le giovani donne, dovremmo parlare di politiche che permettano una formazione continua, permanente, per donne che restano senza lavoro a 40-50 anni, che sono uscite e vorrebbero ricominciare. Ecco, il tema assente è: come collochiamo e ri-collochiamo le donne che hanno superato i 30-40-50 anni? Il buco nero è proprio qui.
Alice Palumbo presenta il suo Baby In Italy progetto collettivo orientato alle mamme, come altri presenti in rete.

A questo punto mi è sembrato di assistere a un mega spot pubblicitario di aziende, progetti, manager, libri ecc. La fiera in cui le tematiche femminili divengono merce. Siamo al livello di “femminismo” in stile Sandberg di Facebook. Io non mi sento rappresentata da queste donne. A un certo punto mi son chiesta dove sia finito il patrimonio di riflessioni e di conquiste femministe. Non vi era traccia. E allora mi son chiesta chi rappresenta (o ritiene di rappresentare) oggi le donne? Vorrei comprendere il macro-obiettivo degli Stati Generali delle donne, nuove interlocutrici istituzionali, rappresentanti di quali donne? Siamo sempre allo stesso punto. Donne che continuano a farsi carico in modo esclusivo dei compiti di cura (e di accudimento, come dice Pina Nuzzo). E cerchiamo soluzioni pratiche solo per consentire che questo sistema regga e non ci siano crolli dell’universo femminile. Chiediamo app e sistemi smart per rendere le nostre incombenze più semplici da svolgere e da sostenere. Non ci accorgiamo che è l’ottica di questi progetti/richieste ad essere sbagliata, anacronistica, fallace. Abbiamo un welfare che va a pezzi, i consultori che sono abbandonati da decenni (non c’è nemmeno un ecografo a disposizione, per le prestazioni si paga il ticket), la sanità sta crollando, e c’è chi chiede colloqui con i medici via Skype, una app per evitare le code agli sportelli ecc. In un mondo perfetto sarebbero tutte idee buone, ma qui ci sta crollando il soffitto dei diritti e dei servizi pubblici in testa, occorre essere realistici e ragionare con i piedi per terra, dalla parte di chi li sta perdendo inesorabilmente.

A questo punto la sensazione è che sono io ad essere nel contesto sbagliato, sono qualche metro più in basso (anzi direi qualche chilometro) e vedo questi discorsi come parole nella ionosfera… Come se mi trovassi nella troposfera e mi arrivassero messaggi da altri livelli dell’atmosfera terrestre. Sono livelli e ragionamenti talmente apicali da farmi venire il torcicollo. Probabilmente se potessi parlare, non mi capirebbero nemmeno.

È la volta del progetto Ragazze Digitali promosso dal network EWMD. Si parla di donne manager al top e impegnate a rafforzare l’empowerment delle donne e la preparazione professionale, volta a favorire il loro ingresso in professioni del ramo ICT.
Io sono favorevole a questa “spinta”, ma vale quanto ho detto prima. Alle ragazze forse dovremmo parlare con maggiore chiarezza del “dopo”.
Maria Serra ci parla del suo progetto di servizi di orientamento a studio e lavoro. Siamo in pieno stile Lean in, come Sandberg docet. In questo caso, cercasi finanziamento.
Passiamo oltre ancora. Stringo i denti e paziento.
Maria Antonella Banchero, rete CUG AO Lombardia ha parlato del tema del benessere di chi opera nel campo della salute, e della medicina di genere (il 18 giugno, ci sarà un workshop sul tema,  qui).
Ritorna un’altra referente di EWMD, che ci propone l’importanza di fare network.

Ecco, questa la mia sensazione di questa giornata: costruire relazioni, reti tra donne, fare network e aiutarsi a vicenda nel proprio business. Chi non ce l’ha, cavoletti di Bruxelles suoi. Mica si può includere tutte le donne! Intanto facciamo il bene di quelle che stanno “up”, poi si vedrà. Si spera nell’effetto a cascata/domino? Direi che nella mia troposfera bassa bassa al massimo ci possiamo aspettare qualche briciola. Ho ascoltato a sufficienza. Verso le 13:00 ho abbandonato il campo e le speranze. Anche perché c’era poca attinenza con la realtà delle donne “comuni” e il femminismo sembra non sia mai giunto a questi livelli dell’atmosfera umana. Per fortuna invece il femminismo esiste.
Direi che la sensazione globale della mattinata è stata connotata da un certo elitarismo, dei discorsi, delle pratiche, della partecipazione e delle personalità coinvolte.
Ci auguriamo che gli Stati Generali delle donne non si limitino a fare network tra i livelli imprenditoriali e istituzionali, ma si aprano e diventino inclusivi e utili per il maggior numero possibile di donne, mettendo a frutto le riflessioni che il femminismo ha posto (superando gli stereotipi, le strutture e i modelli economici-sociali di stampo patriarcale), gli ambiti che ha esplorato e gli apporti che continua a fornire per soluzioni che possano rendere il nostro, un Paese a misura di donna.

 

p.s.  Isa Maggi in questa intervista (ringrazio chi me l’ha segnalata) diceva: “Il percorso iniziato lo scorso 5 dicembre mette al centro della riflessione comune i temi del lavoro femminile, dell’impegno istituzionale e i gravissimi dati del femminicidio in Italia. Il traguardo è di realizzare un documento comune in vista della Conferenza mondiale delle donne che si svolgerà dal 26 al 28 settembre all’Expo di Milano, a venti anni esatti dalla piattaforma di Pechino. Verrà redatta la Carta delle Donne del Mondo che consegneremo il 16 ottobre a Ban ki mon”. Ora io mi e vi chiedo: ci sentiamo rappresentate veramente?

 

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Dalle ceneri

 

Kalpona Akter, Executive Director of the Bangladesh Centre for Worker Solidarity (BCWS) in her office

Kalpona Akter, Executive Director of the Bangladesh Centre for Worker Solidarity (BCWS) in her office

 

“Come creare il cambiamento dalla tragedia dell’industria dell’abbigliamento in Bangladesh”. Questo l’incipit di una storia contenuta nell’ultimo rapporto della Nazioni Unite Women PROGRESS OF THE WORLD’S WOMEN 2015-2016 – TRANSFORMING ECONOMIES, REALIZING RIGHTS.

Cosa è successo a due anni di distanza dalla tragedia del Rana Plaza? Qualche buona notizia c’è e speriamo che i cambiamenti siano durevoli e che si diffondano anche in altri Paesi. Qui di seguito la mia traduzione.

 

La mattina del 24 aprile del 2013, migliaia di lavoratori si sono recati a lavorare nell’edificio commerciale di otto piani Rana Plaza, poco fuori Dhaka. Poche ora più tardi l’edificio è crollato, uccidendo 1.137 persone e ferendone altre 2.500. La maggior parte di coloro che sono morti quella mattina erano donne.
Le donne costituiscono l’80 % dei 4,2 milioni di forza lavoro nel settore delle esportazioni di abbigliamento e per molti, questi posti di lavoro sono la prima occasione di autonomia economica e di lavoro fuori casa. Eppure la tragedia del Rana Plaza ha sottolineato ciò che si è rivelato come un’arma a doppio taglio dell’occupazione. L’industria ha creato luoghi di lavoro tragicamente non sicuri, di sfruttamento e pericolosi, dove le lavoratrici devono accettare paghe da fame, disuguaglianza, molestie e violenza.
Oggi, nonostante le donne siano 4 su 5 dei lavoratori impiegati nelle linee di produzione delle 5.000 imprese tessili in Bangladesh, solo una su 20 supervisori è donna.

“Sono felici di poter dare un lavoro dietro una macchina da cucire a una donna, lo sono meno quando si tratta di vederla diventare una caporeparto”, sostiene Kalpona Akter, executive director del Bangladesh Centre for Worker Solidarit, che ha iniziato a lavorare a 12 anni in una fabbrica di abbigliamento. “Molte di queste donne sono costrette a lavorare ambienti malsani e non conformi, perché non hanno la capacità di cambiare le cose”, aggiunge. Il giorno prima della tragedia il Rana Plaza era stato giudicato come pericoloso, ciò nonostante i proprietari della fabbrica hanno ordinato ai lavoratori di tornare al lavoro. “In Bangladesh l’industria dell’abbigliamento non ha mai permesso ai lavoratori di far sentire la propria voce, l’attenzione politica ha sempre puntato alla crescita industriale e di soddisfare le esigenze delle grandi multinazionali”, dice Kalpona. “Questo è il tipo di potere esercitato sui diritti dei lavoratori, che hanno posto le basi affinché un disastro del genere potesse accadere”.
Ciò nonostante il Rana Plaza si è rivelato un punto di svolta. L’indignazione internazionale dopo il disastro ha portato il governo del Bangladesh a annunciare una serie di modifiche alle sue leggi sul lavoro, compreso l’allentamento delle limitazioni per i lavoratori che si associavano al sindacato, l’assunzione di ispettori aggiuntivi nelle fabbriche e l’aumento del salario minimo per i lavoratori del tessile del 77%.
Allo stesso tempo i marchi internazionali di abbigliamento che si rifornivano in Bangladesh si sono impegnati con il Bangladesh, le organizzazioni sindacali internazionali, i movimenti di solidarietà internazionale dei lavoratori e le Ong per dar vita all’Accordo “Bangladesh Accord on Fire and Building Safety”.
L’accordo si propone di affrontare i gravi problemi in materia di salute e di sicurezza nel settore dell’abbigliamento, attraverso un sistema indipendente di ispezioni di sicurezza nelle fabbriche, con la pubblicazione dei risultati. L’accordo protegge anche i diritti dei lavoratori, rendendo le imprese legalmente responsabili nel rendere gli ambienti di lavoro salubri e garantendo la possibilità del lavoratore di rifiutarsi di svolgere lavori pericolosi o di entrare in edifici non sicuri. Ciò che rende questo accordo diverso dai precedenti è che i suoi impegni sono giuridicamente rilevanti, attraverso il ricorso al tribunale presso il Paese di origine delle imprese che hanno sottoscritto l’accordo.
Esso rompe un altra consuetudine, mettendo il lavoratore al centro della riforma per la salute e la sicurezza nelle industrie di abbigliamento. L’accordo è governato unitamente da imprese e rappresentanti dei lavoratori e comprende un ruolo centrale per i rappresentanti indipendenti dei lavoratori nella sua implementazione.
Al momento più di 190 marchi provenienti da oltre 20 Paesi hanno firmato l’accordo, che copre 1.500 fabbriche, che impiegano circa due milioni di lavoratori. Quest’anno la sua rete di 110 ingegneri indipendenti ha eseguito accertamenti in centinaia di siti, identificando più di 80.000 problemi di sicurezza e sospendendo la produzione in 17 fabbriche.
Le conseguenze del Rana Plaza ha consentito ai lavoratori di approfittare dell’allentamento della stretta del governo sulle partecipazioni alle organizzazioni sindacali. “Il disastro del Rana Plaza ha permesso che si creasse una piattaforma per i lavoratori, che gli consentisse di autorganizzarsi,” dice Kalpona. “Negli ultimi due anni circa 200 nuovi sindacati si sono registrati nel settore tessile, in cui il 65% dei leader e degli iscritti sono donne. Nel 2014, queste donne a capo dei sindacati hanno intrapreso la contrattazione collettiva con i rispettivi vertici aziendali, che è un segnale positivo che i cambiamenti stanno iniziando a migliorare i diritti delle donne all’interno delle fabbriche. La sfida è come rendere questi cambiamenti sostenibili. Questi cambiamenti sono notevoli. Nonostante le nuove leggi sul lavoro, solo il 5% dei lavoratori tessili e meno di 300 fabbriche sono sindacalizzate. Il fondo istituito dalle Nazioni Unite per risarcire lavoratori e i parenti dei morti della tragedia del Rana Plaza, che doveva raggiungere i 40 milioni di dollari, è sotto di 9 milioni. Una manciata di primari marchi USA si sono rifiutati di firmare l’accordo giuridicamente vincolante, hanno costituito un sistema di sicurezza parallelo denominato Alliance for Bangladesh Worker Safety, che potrebbe frammentare il supporto politico e aziendale all’Accordo.
Eppure si continua ad essere ottimisti che dalle ceneri del Rana Plaza ci possano essere cambiamenti positivi e durevoli. “Abbiamo creato una voce collettiva sia a livello locale che internazionale e questo continua a generare degli slanci affinché chi detiene il potere sia tenuto a rendere conto del suo operato,” dice Kalpona. Sottolinea come sui social media ci siano continue campagne, petizioni online e azioni da parte dei consumatori guidate da Ong internazionali, sindacati dei lavoratori, volte a mantenere i riflettori accesi sulle aziende di abbigliamento, affinché siglino l’Accordo o si impegnino a pagare risarcimenti pecuniari. “Le donne che hanno perso la vita nel Rana Plaza finalmente iniziano a vedere che le loro voci vengono ascoltate,” dice Kalpona. “E questo è un vero e proprio passo in avanti”.

 

Story: Annie Kelly. For more information on the Bangladesh Accord on Fire and Building Safety, see http://www.bangladeshaccord.org; and on the campaign for compensation for the victims of the Rana Plaza disaster, see http://www.cleanclothes.org/ranaplaza

Photo: Saiful huq Omi/UN Women

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Noi donne dove siamo ora?

 

 

Nel titolo di questo post riprendo la domanda posta da Carol Gilligan, nel suo saggio La virtù della resistenza. Il tema è “le vite delle donne”. Forse occorre centrare innanzitutto la nostra collocazione. Se è vero che filosoficamente parlando viene prima il futuro del passato, che in fondo non è altro che la rivisitazione/lettura/ricordo che oggi facciamo di un qualcosa accaduto, ma che non possiamo che definire nell’oggi, che poi è futuro, dobbiamo mettere insieme le vite delle donne, ben sottolineato da quel NOI.

“Le vite delle donne sono un segnale luminoso – o come direbbe Virginia Woolf, un faro – che illumina il cammino che noi, come esseri umani, abbiamo percorso e anche la strada a venire. Le voci delle donne offrono una risonanza che potrebbe aiutarci a non smarrire la via”.

Ma quali sono queste voci, che posizioni sottolineano, che cosa sappiamo di loro? Interroghiamoci se con il passare degli anni ciò che hanno detto ha lo stesso significato o se esso è stato stravolto per essere riadattato e consumato ai nostri giorni. Anche perché oggi di NOI ci sono svariate sfumature.
La grande conquista è stata affermare e portare al riconoscimento che i diritti delle donne sono diritti umani, che deriva dalla straordinaria scoperta che le donne di fatto sono esseri umani. Ogni tanto va ribadito, perché ultimamente veniamo associate a cose, merci e via discorrendo. Di recente mi è stato detto che “onde evitare di rinchiudersi in temi strettamente femminili” è preferibile dedicarsi ad altro, tipo la difesa dell’ambiente e del territorio. Proprio la stessa cosa, in effetti. Le donne le mettiamo in un angolino, tanto le battaglie son già state compiute in passato. E qui la riflessione sul concetto di “futuro” tornerebbe utile, per spiegare la necessità di tornare a difendere certi diritti. Non conta nemmeno spiegare che i diritti delle donne significano anche migliore qualità della vita per l’umanità, che quando si parla di prostituzione, non stiamo parlando unicamente di donne, bensì di relazioni/non-relazioni, di strutture di potere e di dominio maschili ecc.
Non possiamo che prendere atto di certe posizioni.
E si riparte sempre da zero. Ogni intuizione e disvelamento sembrano archiviabili, e così il femminismo si azzera a ogni ondata, suscettibile delle onde che provengono da altri ambiti (la politica istituzionale, l’economia, il welfare). Ariel Levy parla di “distorsioni della memoria storica: è come se il femminismo fosse affetto da una sorta di sindrome della falsa memoria”. Un “disordine della memoria culturale”, che porta a modificare il senso degli slogan storici (il corpo è mio e me lo gestisco io, il senso della scelta personale, l’affermarsi di un’etica personalistica, tutto il capovolgimento su “vittime” e carnefici” ecc.), delle parole chiave (autodeterminazione per esempio), degli stessi scritti di quegli anni. Alcune hanno cancellato persino il differenziale di potere uomo-donna, pur di giustificare alcune posizioni. Un esempio è dato dal fatto che per esempio ci siamo forse dimenticate che la politica dell’uguaglianza fosse incompatibile con le strutture della famiglia tradizionale (che poi è quella patriarcale). L’obiettivo della piena cittadinanza per le donne era subordinato a una trasformazione radicale della società, a partire per esempio dal tema della cura o dell’accudimento. Tradizione e femminismo potevano e possono davvero conciliarsi?

“Se il padre lavora e la madre lavora, nessuno rimane a guardare i figli. O il governo riconosce la situazione e provvede all’assistenza all’infanzia (come avviene in molti paesi europei) o la cura dei bambini diventa un lusso alla portata dei ricchi e un problema per tutti gli altri.”

Possiamo ben dire che la nostra memoria distorta ha causato non pochi problemi.
Inoltre, sostenendo che “una donna vale l’altra”, purché fossimo rappresentate, ci ha azzoppate, perché ha prevalso il compromesso e le posizioni radicali e innovative sono state accantonate. Per cui ci troviamo di fronte anche a un problema enorme di rappresentanza, quale e come si debba definire e realizzare. Dobbiamo riflettere su cosa è stato e dovrà essere il nostro rapporto con il potere e come declinarlo.
Come sempre, se scrivo c’è un qualcosa che mi fa scattare la scintilla e smuove un po’ i miei pensieri. Cito Donatella Proietti Cerquoni che riassume e analizza bene il contesto nel quale ci muoviamo:

“Oggi alcune e alcuni si definiscono femministe e femministi mentre sono spietate espressioni dell’ideologia neoliberista che mette a profitto i talenti femminili (Anna Simone, I Talenti delle donne) e considera la vittima “autodeterminata” al punto di configurare complicità con il suo carnefice. C’è in atto nel web una campagna impressionante tesa a dimostrare questa presunta autodeterminazione che si gioca in modo violentissimo particolarmente nel web nei dibattiti sulla prostituzione ma che riguarda ogni ambito dell’esistenza femminile. La donna deve mettere il suo capitale biologico, in primo luogo, al servizio del mercato ricavandone gli stessi effetti, simbolici e materiali, che gli uomini hanno pensato per loro stessi: denaro e potere che chiamano libertà. La donna “vende” se stessa e il suo consenso all’uso mercificato di ogni dimensione di sé, non solo il corpo. Questa è violenza simbolica maschile che diventa materiale perché coinvolge la vita di esseri umani che si vogliono ridurre a merce anche mediante leggi dello Stato come quella che si sta per promulgare sulla “regolamentazione” della prostituzione. Si vuole che le donne diventino “cose” ancor prima di morire (Simone Weil). Questi sono assassini simbolici e materiali del sesso femminile”.

Il femminismo sta riemergendo, (con tutti i pericoli dell’essere diventato “di moda”, fashion, come era emerso in questo recente post) ma ha i connotati che descrive Donatella. Sta tornando in quanto strumento di una restaurazione silenziosa di modelli e strutture di ragionamento e di pratiche che pensavamo ingenuamente di aver superato. Il nostro stare nel mondo ha assunto le caratteristiche dello stare nel mondo degli uomini, e alcune di noi hanno ceduto ad esso, perché implica una semplice accettazione di qualcosa di già pronto all’uso, per poter avere spazio. Anche alcune femministe storiche, come dice Donatella, si sono voltate “dall’altra parte” facendo “non so quanto inconsapevolmente, il gioco delle liberal e dei loro alleati maschi”. Si è dismessa la via autonoma, di trovare modalità tutte nostre, che cambiassero veramente l’assetto delle relazioni e dell’agire nel mondo.. E si è tornate in un privato privatissimo. Questo per tutte le generazioni. Lo è ancor di più per le ultime precarissime e affannate. Chiaramente il risultato di un “sapere” e di un “sentire” femminista (purché non sia neoliberal) potrebbe fare tanto bene in molti ambiti, dalla lotta alla violenza maschile contro le donne, alle soluzioni in ambito lavorativo, dalle politiche per contrastare la disoccupazione o per favorire la conciliazione, alle battaglie per ottenere nuovi e/o migliori servizi. Ma dobbiamo anche contemplare l’idea che c’è di mezzo il denaro, i finanziamenti, i bandi che rendono “appetitose” la gestione di queste attività destinate alle donne. C’è di mezzo il potere e la sua gestione o co-gestione. Tutto diventa acquistabile, perché siamo immerse in una società dominata da un sistema di scambio economico che crea disparità. Il sistema si regge solo se ci sono persone “sacrificabili”, situazioni che contemplino l’eccezione di diritti, se non c’è eguaglianza, resta solo l’illusione di pari diritti, diritti come ologrammi. Ultima annotazione: siamo abituate a vedercela per conto nostro. L’isolamento porta a non riuscire a difendere i diritti, le conquiste, si attua una fragilità anche di chi nel femminismo investe notevoli energie e speranze. Dopo tutte queste brutte esperienze di “tradimenti” e fraintendimenti, sottrazioni, strumentalizzazioni, abbiamo sempre più paura di fidarci dell’altra, della compagna di lotte. Quanto meno dovremmo riuscire a trovare una formula per fare rete con coloro che sentiamo vicine. Per non fare il gioco di chi ci vuole frammentate, come ho più volte sostenuto. Con il rischio di diventare “cose”, oggetti, suppellettili da spostare all’occorrenza e da usare in ogni senso. Con il rischio di sentirsi anche contente di questo status.
Dobbiamo forse tornare a lavorare a uno spazio ontologico nuovo tutto nostro, di cui parlavo qui.

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Cosa accade quando il femminismo diventa fashion?

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Meagan Tyler, coautrice di Freedom Fallacy: The limits of liberal feminism, ci parla delle conseguenze che possono nascere da un femminismo che diventa una moda del momento. La mia traduzione per voi (QUI l’originale).

 

Il femminismo è tornato di moda. Per quanto la spinta a rivendicare la “F-word” si sia intensificata, personaggi pubblici, enti e gran parte dei media mainstream hanno instillato una versione annacquata del femminismo nella coscienza popolare. Si tratta di un femminismo che non cita mai la liberazione delle donne, bensì opta per la celebrazione della Scelta.
Se si legge un qualsiasi articolo sul femminismo, i commenti presto finiranno per convogliare su un dibattito sulla scelta. Non importa quale sia l’argomento, le persone sono pronte a riformulare la questione come se concernesse l’empowerment e il diritto di scegliere delle donne. Ciò fornisce un efficace diversivo al parlare delle strutture di potere più ampie e delle norme sociali che limitano le donne, in molti modi diversi, in tutto il mondo.

È stato un grande mese per il “femminismo della scelta”. Lo scorso marzo, il fashion magazine Vogue ha lanciato il video “My Choice” in India, come parte della sua campagna, che praticamente ha ridotto l’emancipazione delle donne a tutta una serie di scelte.

 

 

Il video è subito diventato virale, e come fa notare il giornalista Gunjeet Sra (qui), l’ipocrisia di “un’industria che si basa sul feticismo, oggettiva e rafforza gli stereotipi sessisti sulla bellezza delle donne”, la presupposta promozione del femminismo, è passata in gran parte inosservata.

Questo marchio liberale del “femminismo della scelta” è stato poi seguito nella sua logica, benché assurda, conclusione quando un democratico liberale candidato alle prossime elezioni in Gran Bretagna ha cercato di spiegare i filmati che lo ritraevano in uno strip club (qui). A quanto pare, rientrava tutto nella sua missione femminista per aiutare “le donne a compiere scelte legali, senza giudicarle” (qui).
Anche Playboy ha recentemente (qui) deciso di puntare sui principi migliori della teoria femminista, e sono usciti con il diritto della donna ad essere sottoposta allo sguardo pornografico. Che chiarmente rientra pienamente nel business plan dell’azienda.
Sono accadimenti simili, argomenti banali come parlare di Beyoncé femminista, o se i politici uomini debbano indossare This is What a Feminist Looks Like T-shirts, che hanno ispirato la nuova raccolta di scritti femministi: Freedom Fallacy: The limits of liberal feminism.
Nel libro, di cui sono co-autrice, sono raccolte le riflessioni su 20 differenti temi che sono diventati oggetto del “femminismo della scelta”: dalla pornografia, alla prostituzione, dalle mutilazioni genitali femminili, dalle riviste femminili al matrimonio, alla violenza sessuale. Partendo da una serie di punti di vista diversi, ciascuna di noi analizza criticamente la “scelta”, come se fosse l’arbitro ultimo della libertà delle donne.
Molti di noi sostengono che l’avvento di questo pop-feminism sia in realtà più insidioso di ciò che vuole suggerire la presa in giro della sciocca frase “I choose my choice” (ho scelto la mia scelta).

Prima di tutto, le argomentazioni della scelta sono fondamentalmente errate perché presuppongono un livello di libertà per le donne che semplicemente non esiste. Sì, noi facciamo delle scelte, ma queste sono costantemente vincolate e plasmate dalle condizioni diseguali in cui viviamo. Avrebbe senso solo celebrare acriticamente la scelta in un mondo post-patriarcale.

In secondo luogo, l’idea che più scelte automaticamente corrispondano a una maggiore libertà è una falsità. Nei fatti si tratta di contrabbandare il neo-liberismo con un tocco di femminismo. Sì, le donne oggi possono lavorare o stare a casa se hanno figli, per esempio, ma questa “scelta” resta abbastanza priva di sostanza, se alla fine l’educazione dei figli resta un “lavoro da donne”, non vi è un supporto statale sufficiente per i servizi all’infanzia, e le donne senza figli continuano ad essere considerate egoiste.

In terzo luogo, l’attenzione sulle scelte delle donne, come essenza e fine ultimo del femminismo, ha portato a una sorta di perversa vittimizzazione e distrazione dai problemi reali che le donne devono affrontare. Se non sei soddisfatta di come stanno andando le cose, non incolpare la misoginia e il sessismo, il pay-gap, i ruoli di genere radicati, la mancanza di rappresentanza delle donne nelle istituzioni o nei consigli di amministrazione, o l’epidemia di violenza contro le donne. La colpa è solo vostra. Evidentemente avete compiuto la scelta sbagliata.

Come sottolinea nel suo capitolo (QUI) Freedom Fallacy, la sociologa Natalie Jovanovski, non sorprende che questo tipo di femminismo liberale sia salito alla ribalta. Privilegiando la scelta individuale più di ogni altra cosa, non permette di contestare lo status quo.
Non richiede significativi cambiamenti sociali, e mina efficacemente la necessità di azioni collettive. In sostanza, non vi si chiede nulla e non vi offre nulla in cambio.

Al posto della resistenza, oggi abbiamo attività che una volta venivano annoverate sotto l’archetipo della subordinazione delle donne, oggi figurano come scelte personali liberatorie. Le molestie sessuali possono essere rilette come battute innocue che le donne possono trovare gradevoli. Il matrimonio è ricostruito come innamoramento pro-femminista. La plastica vaginale è vista come una utile valorizzazione estetica. La pornografia è rimarchiata come emancipazione sessuale. L’oggettivazione è il nuovo empowerment.

Invece di parlare di una visione per un futuro più equo, ci ritroviamo con una visione ripiegata su se stessa, discussioni futili se singole donne sono o meno delle “cattive femministe”. O come lo ha definito la giornalista Sarah Ditum, il gioco “puoi essere una femminista e…”. Come se il vero problema del progresso delle donne consista nell’essere più o meno conforme a un leggendario ideale femminista.
Attraverso l’individualismo del “femminismo della scelta”, quando le donne criticano alcune industrie, istituzioni o strutture sociali, si scontrano spesso con l’accusa di attaccare le donne che vi partecipano. L’importanza di un’analisi a livello strutturale si è quasi completamente persa nel pensiero femminista “pop” (popular).
A titolo di confronto, sembrerebbe abbastanza ridicolo suggerire che per criticare il capitalismo un marxista attaccasse i lavoratori. Allo stesso modo sembra molto strano suggerire che criticando le grandi case farmaceutiche si odi chi vi lavora dentro. O che coloro che mettono in discussione la nostra dipendenza culturale dai fast-food lo fanno per i bambini seduti dietro i banconi del McDonalds.

Ultimamente, la promozione della “scelta” – e il mito di parità già raggiunto (qui) – ha ostacolato la nostra capacità di sfidare le istituzioni che vogliono riportare le donne indietro. Ma la lotta non è finita.
Molte donne stanno ribadendo che il femminismo è un movimento sociale necessario per l’uguaglianza e la liberazione di tutte le donne, non solamente una serie di luoghi comuni sulle scelte di alcune.

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In qualcosa siamo primi

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No, non è il patrimonio artistico, non è il cibo o il turismo. L’Italia può vantare il primato del “costo più basso dei licenziamenti a livello mondiale”. 
L’inchiesta de L’Espresso, che parla di mobbing post-maternità, scopre di fatto l’acqua calda. Scorrono i dati, i numeri del fenomeno nei principali centri, settori e mansioni, le segnalazioni di mobbing (nel capoluogo lombardo, ad esempio, al Centro Donna della Cgil solo negli ultimi tre anni si sono rivolte 1.771 lavoratrici). E qualche storia a condire il tutto, tanto chi non ci è passato non può capire, ci prendono pure per donne deboli, incapaci di farci valere o di sacrificarci per benino, come ci chiede il modello imprenditoriale post-capitalista, ultra-liberista, per la serie “meno diritti meglio è”.

“I dati parlano chiaro: negli ultimi cinque anni in Italia i casi di mobbing da maternità sono aumentati del 30 per cento. Secondo le ultime stime dell’Osservatorio Nazionale Mobbing solo negli ultimi due anni sono state licenziate o costrette a dimettersi 800mila donne. Almeno 350mila sono quelle discriminate per via della maternità o per aver avanzato richieste per conciliare il lavoro con la vita familiare”.

Le stime, sulla base di coloro che denunciano o quanto meno ci provano. Le altre, quelle che rinunciano a priori, sono sommerse, al massimo si riesce (se si ha un po’ di buona volontà) a contarle guardando i questionari statistici che sei costretta a compilare se hai un figlio under 3 e ti dimetti “volontariamente”. Ne avevo già parlato qui e qui.

Sinceramente sono un po’ stufa di essere passata nel tritacarne e di sentirmi dire “denunciate, non mollate”, nonostante l’onere della prova di aver subito mobbing sia a nostro carico. Non può essere dimostrato qualcosa che avverti nell’atmosfera sul posto di lavoro, non puoi dimostrare che più volte ti sono state richieste trasferte incompatibili con un figlio di un anno, che devi tornare disponibile h24 come se non avessi nessuno che ti aspetta a casa. Qualche datore di lavoro temporeggia, attende che superi i mesi di allattamento. Poi generalmente devi tornare al ritmo consueto, ante-maternità, con orari che superano grandemente, in alcuni casi, quelli previsti dal contratto, peccato che non ti spettino straordinari e il tuo mensile sia da fame (sei sempre donna ricordatelo!). Non puoi continuare a “ostacolare i progetti aziendali” perché hai avuto un figlio. Automaticamente ti trovi ad essere l’ultima ruota del carro, senza più alcuna prospettiva di carriera, manovalanza, pure ingombrante e inefficiente. Una volta che avanzi richieste che ti permettano di conciliare, resta al datore di lavoro la totale libertà di concederti o meno dei benefici. Quindi che cosa puoi pretendere? Nulla, puoi solo fare le valigie e andartene. Sei un peso morto, ti fanno sentire tale. Resti in silenzio, perché di fatto diritti non hai. Sarebbe diverso se lo stato prevedesse delle forme di conciliazioni (magari dando in cambio sgravi fiscali agli imprenditori) sancite a livello di contrattazione nazionale, o addirittura di livello legislativo.

Quindi signori non scaricate su di noi la palla, occorrono provvedimenti immediati, volti a garantire che il mobbing sia impraticabile e poco appetibile a monte, a priori. Altrimenti parliamo della solita aria fritta. 

 

P.S. L’istantanea tracciata da L’Espresso è ante JobsAct.. chissà cosa accadrà ora!!!

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Sottili messaggi di genere

ASCOLTARE PARLARE

 

Desidero tornare sul tema del linguaggio, perché è un fattore cruciale di costruzione dei ruoli e delle relazioni interpersonali, troppo spesso dimenticato, banalizzato e considerato ininfluente. Alcune teorie “che si richiamano al postmodernismo, come il costruzionismo sociale e la teoria del discorso individuano nel linguaggio e in altre forme simboliche le fonti dei concetti alla base del pensiero” (Vivien Burr, Psicologia delle differenze di genere, Il Mulino 2000). Quindi il pensiero e il linguaggio risulterebbero inseparabili e tutte le forme di rappresentazione più comuni, come il linguaggio scritto e parlato, non sarebbero altro che l’incarnazione plastica e la “riproduzione delle relazioni di potere vigenti (incluse quelle tra i sessi)”. Da qui l’importanza centrale del linguaggio, cosa dovremmo dire, come e a chi, nei tentativi di modificare prassi discriminatorie e disuguaglianze. Il linguaggio non è un formalismo sterile e asettico, ma con il suo utilizzo quotidiano ciascuno di noi sperimenta, produce e riproduce le caratteristiche cardine di una società, le relazioni, le disparità, i conflitti, i costumi, le pratiche sociali. È una struttura spesso strumentale alla replica all’infinito delle medesime regole nelle relazioni interpersonali, veicolo anche di differenze e disparità tra i sessi, funzionale al mantenimento di una rappresentazione sclerotizzata dei sessi. Da questo nasce la necessità di un uso diverso di questo mezzo così potente e che permea le nostre relazioni interpersonali. I “sottili messaggi di genere” veicolati dal linguaggio deformano l’ottica attraverso la quale i sessi sono considerati. Così l’uomo è un signore, sia che sia celibe, sia che sia coniugato. La donna ha la variante signora e signorina. Le attività di una donna vengono filtrate attraverso la lente del suo stato civile. Così come, in sede di colloquio lo stato civile diviene metro di valutazione delle capacità e delle competenze professionali. Tutto assume una rilevanza secondaria, e l’aspetto primario è assunto dallo stato civile, ovunque, soprattutto nei media.

Dale Spender ha cercato di esplorare le tracce sessiste implicite nel linguaggio. Nel suo Man Made Language del 1980, sostiene che l’esperienza e la presenza femminile siano occultate e rese invisibili dall’azione di una vasta gamma di prassi linguistiche. Spender è convinta che “lo sviluppo del linguaggio sia stato dominato dagli uomini e dagli interessi maschili e che la cultura e le prassi sociali abbiano seguito gli assunti enunciati dal linguaggio. Esso non consentirebbe di dar voce all’esperienza femminile per tutta una serie di ragioni, tra le quali la propensione a porre l’esperienza maschile come standard”. Da qui deriva anche la repulsione verso tutto ciò che non è standard. Ci sono ambiti lessicali, come quello sessualità, in cui c’è una predominanza di termini con una prospettiva maschile, per i quali mancano degli equivalenti femminili. Per non parlare poi della differente “percezione” delle parole scapolo-zitella, con un chiaro accento denigratorio implicito nella seconda. Lo stesso avviene per la lunga lista di termini adoperati per descrivere delle abitudini sessuali promiscue delle donne, di carattere dispregiativo (puttana, troia, cagna ecc.), mentre per gli uomini tali epiteti sono meno numerosi e solitamente dotati di una sfumatura positiva (esempio: stallone). Spender si schiera contro l’uso di termini generici, come uomo, per riferirsi all’insieme dei due sessi. Non è vero che tutti sono consci di questa inclusione dei due sessi, spesso questi termini evocano un’immagine maschile. Per sfuggire a questo meccanismo, occorre generare un nuovo linguaggio, che sia nostro, che generi nuova consapevolezza. Un esempio è la campagna donne con la A, lanciata lo scorso 8 marzo da SNOQ. Si tratta di conferire nuova sostanza al terreno del linguaggio, in modo che sia in grado di trasmettere un cambiamento, per dar voce alla presenza delle donne ed esserne testimonianza viva. Rinominare, per ridefinire e pensare in modo diverso. Occorre adoperare un linguaggio adeguato, che permetta di identificare e riconoscere anche le sfumature rivelatrici di un sistema oppressivo e discriminatorio. Ci sono dei termini che infuocano il dibattito, perché sono rivelatori e sparigliano le carte. Recentemente mi è capitato di rilevare un atteggiamento sessista e di esplicitare tale percezione. Alla parola “sessista” è come se si fosse accesa la miccia. Le reazioni che si sono sollevate mi hanno dato l’evidenza di aver colto nel segno e che la mia definizione fosse calzante. Una donna presente mi ha detto che forse avevo esagerato, ma io resto convinta dell’importanza di definire le cose per quello che sono, senza edulcorazioni o mediazioni di sorta. Non ammetto complicità.
Concludo con un frammento tratto da pag. 134 del testo di Vivien Burr, Psicologia delle differenze di genere, Il Mulino 2000:

“Il patriarcato si fonda sulla diffusa accettazione della veridicità di certi discorsi (che “costruiscono” la femminilità, la mascolinità e la sessualità secondo modalità proprie) e sulla capacità espressa nel corso della storia (nella chiesa, nella legge e nel governo) da alcuni uomini potenti di definire “verità” sempre diverse sulle abilità e le disposizioni dei due sessi, facendo leva soprattutto sul controllo del discorso pubblico (per esempio, delle pubblicazioni scientifiche). È importante riconoscere qui che questo tipo di discorsi non sono soltanto modi di dire, scollegati da ciò che le persone realmente fanno, ma importanti elementi di stretto collegamento con le prassi sociali vigenti. Per esempio i discorsi prevalenti in tema di sessualità permettono di considerare empaticamente gli uomini che perpetrano violenza sessuale ai danni di una donna come “persone mosse da un impulso naturale” e le loro vittime, persone che hanno agito “provocatoriamente”.

Attraverso il linguaggio possiamo forgiare persone e relazioni diverse. Basta rompere gli schemi che vengono costruiti su presunte verità sui due sessi. Il linguaggio incide sul nostro modo di pensare, di relazionarci, di strutturare il nostro ambiente e la nostra società. Possiamo essere attori consapevoli del contenuto dei nostri discorsi, sia quando parliamo, che quando scriviamo.

 

“I limiti del mio linguaggio determinano il limite del mio mondo”.

Ludwig Josef Johann Wittgenstein

 

Vi segnalo un bel testo fresco di stampa (QUI) La grammatica la fa… la differenza, AA. VV.
Illustrazioni di Gabriella Carofiglio, Casa Editrice Mammeonline. Ringrazio per la segnalazione Donatella Caione, responsabile della piccola Casa Editrice di Foggia. Un progetto della mia terra!

Per ripristinare correttezza lessicale ed equità tra i sessi, è bene proprio partire dal rispetto della grammatica!
Un libro di racconti, filastrocche e fiabe che in maniera spontanea e non forzata mostra a bambini e bambine la naturalezza dell’uso del linguaggio di genere.
Che le donne, nei secoli, siano state poco considerate è un dato di fatto inconfutabile, ma che anche la nostra lingua le abbia ignorate e continui a ignorarle rifiutando il genere femminile, non è più accettabile.
Bisogna ripartire dalla lingua ed è necessario cominciare a parlarne a chi con la lingua ha il primo approccio: i bambini e le bambine.
Questo libro si propone di suscitare la curiosità verso argomenti apparentemente immutabili, facendo comprendere che gli strumenti per cambiare il nostro modo di parlare e pensare, rispetto al genere femminile, la lingua li possiede già, basta solo cominciare a usarli correttamente.
Un inserto rivolto agli insegnanti, ma non solo, contiene delle schede didattiche che spiegano i punti fondamentali dell’uso del linguaggio di genere, in modo da fornire gli strumenti per approfondire l’argomento con i/le bambini/e, accompagnando così la lettura delle filastrocche e delle fiabe/racconti.
Fiabe e filastrocche sono state scritte da note autrici di letteratura per l’infanzia.
Il progetto è sostenuto dall’Associazione Donne in Rete e patrocinato dalla Regione Puglia, dalle Consigliere di Parità della Regione Puglia e della Provinvia di Foggia, dall’Università di Foggia, dal Concorso Lingua Madre.
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Bread and roses

© Ricardo Levins Morales

© Ricardo Levins Morales

 

Questo motto è estrapolato da una frase pronunciata da Rose Schneiderman, leader femminista e socialista della WTUL (Woman Trade Union League), durante un discorso del 1912 in cui rivendicava il diritto di voto femminile di fronte ad una platea di suffragette benestanti a Cleveland.

Ciò che la donna che lavora vuole è il diritto di vivere, non semplicemente di esistere – il diritto alla vita così come ce l’ha la donna ricca, al sole e alla musica e all’arte. Voi non avete niente che anche l’operaia più umile non abbia il diritto di avere. L’operaia deve avere il pane, ma deve avere anche le rose. Date una mano anche voi, donne del privilegio, a darle la scheda elettorale con cui combattere.

Da allora ne abbiamo fatte di conquiste in ogni campo, eppure i nodi al pettine per quanto riguarda il lavoro (e non solo) delle donne sono ancora tanti (Qui un bilancio di Alessandra Casarico e Daniela Del Boca). Sono ancora molte le differenze tra le donne sulla base del censo. La riflessione deve contemplare lavoro domestico gratuito e quello che si svolge fuori di casa, retribuito. Ci portano a pensare che una parte della nostra identità coincida con il lavoro, retribuito naturalmente. Ci portano a pensare che il nostro tempo di vita coincida con quello del lavoro fuori casa. Il nostro valore e le qualità personali sembrano valutate e commisurate a questo essere lavoratrici o lavoratori. Ma siamo proprio certe che non si debba ridisegnare questo tipo di mentalità indotta? Mi sembra molto limitante ragionare e dare valore unicamente al lavoro retribuito, che mi sembra una impostazione tipica di un modello di società e di economia capitalistiche. Soprattutto perché esistiamo e abbiamo valore anche se quel lavoro manca o viene a mancare, non dobbiamo dimenticarcelo. Perché sono tanti i modi attraverso i quali ci possiamo esprimere e possiamo contribuire. Perché sappiamo che c’è un lavoro invisibile che si compie in silenzio tra le mura domestiche o anche come impegno sociale o politico. Sappiamo che il tempo di vita ha un valore  e dei diritti che vanno ben oltre, come ci diceva Rose. Dovremmo ricordarcelo e rivendicarli.

In questo post ho raccolto una serie di riflessioni sparse che ho fatto di recente, che tornano utili per questa giornata.

Sull’onda della relazione (qui) fatta dall’Istat per la Commissione lavoro del Senato, nella quale si parla di orario di lavoro domestico per donne e per uomini, urge una riflessione e un approfondimento sul tema della “Cura”. Fin quando non usciremo dalla dimensione individuale e ci muoveremo in senso universalistico, andando al fondamento dei fenomeni, non risolveremo granché. Occorre un approfondimento su un’attitudine umana alla cura, ne avevo parlato anche in un mio recente post.

Sono in gioco fattori culturali, modelli trasmessi da secoli, che ci insegnano cosa e come essere in ogni contesto. Uomini e donne sono immersi in questo “patriarcato permanente”. Il primo passo per tentare un superamento di questa disuguaglianza, credo consista nell’accorgersi di questi fattori, svelare i meccanismi, tentare di resistere e di creare alternative. Questo il senso del femminismo. Poi naturalmente ci sono tutta una serie di ostacoli pratici che spesso ci costringono in certi ruoli. Torna in gioco il nostro farci avanti e il fatto che si conta che volenti e nolenti noi siamo disposte a immolarci. Più verosimilmente ci portano a immolarci, perché non ci sono alternative e per quella solitudine di cui parlavo. Questo per quanto riguarda la “cura” sotto il profilo pratico, familiare, quotidiano. Vorrei però fare una piccola precisazione, un salto di livello. La “cura” di cui parla Gilligan riveste uno spettro più ampio rispetto all’accezione comune. Si tratta infatti di “attenzione”, ascolto, rispetto, empatia che sottendono le relazioni umane. E’ un accogliere tutte le voci, perché questo ci permette di tenere insieme equità e giustizia e non dissociare gli aspetti spesso contrapposti mente-corpo, ragione e sentimento, e quindi uomo-donna. Questo aspetto attiene alla vita pubblica, e ne avremmo un gran bisogno (parlando di democrazia e diritti).

La vera rivoluzione sta nel comprendere un concetto di cura molto più ampio e complesso, che concerne l’umano, con uno spettro di “senso” veramente liberatorio e multistrato.

Occorre lavorare in senso trasversale e non legato al genere, legando il discorso ad aspetti relazionali, di rispetto, di ascolto, di inclusione, di diritti, di equità, di interdipendenza, di reciprocità.. finché rimarremo al livello base delle cure materiali, correremo il rischio di sentirci richiamare concetti come “la donna è naturalmente portata a curarsi di”, la sensibilità e l’altruismo sono donna e così via. La palla resta a noi anche perché ci concentriamo sull’obiettivo sbagliato, che non deve essere quello di scaricare su un altro (per esempio colf, tate, badanti, nonni) ma lavorare sui tratti culturali e che sono alla base di una automatica assegnazione di mansioni e ruoli alla donna. E’ un lavoro che va fatto uscendo dalla realtà privata, personale e individuale, per giungere a vedere gli aspetti universali. Purtroppo siamo impegnate a mettere le toppe nelle nostre vite, occupate in una dimensione individualistica. Si conta su questa frammentarietà e sul fatto che poi ognuna fa da sé o trova una modalità per delegare. Parlando in senso pratico, non voglio che il mio peso di cura venga scaricato su qualcun altro, perché questo non sarebbe equo, ma desidero e chiedo che lo stato ponga le basi affinché questo lavoro di cura sia equamente distribuito, in primis per esempio con orari di lavoro compatibili, condizioni di lavoro flessibili, che vadano incontro alle esigenze di ciascuno, che sia uomo o donna, che siano accessibili per tutti. Non mi aspetto che parti della società siano sacrificabili, ma dovrebbe affermarsi un senso di solidarietà che ci permetta di assumerci tutti naturalmente i compiti di cura quotidiani.

Se non recuperiamo la capacità di fare riflessioni profonde, resteremo ferme. L’unico modo per non rimanere imbrigliate in semplificazioni e appiattimenti di ogni tipo è ragionare, anche recuperando i passi compiuti in passato. Il nostro pensiero è necessario alla nostra prassi. Senza riflessione teorica rischiamo di non avere gli strumenti necessari né per prendere coscienza, né tanto meno per raggiungere qualche obiettivo pratico. Dobbiamo agire nel mondo, avendo le idee chiare, l’improvvisazione ci rende facilmente “attaccabili”. Dobbiamo tornare ad avere uno sguardo più ampio, se guardiamo solo al nostro orticello, rischiamo di perderci dei dettagli importanti del resto del mondo.

Il mio sogno per il 1 maggio. Non sentire più le seguenti affermazioni: “Potevi fare a meno di fare un figlio, se volevi continuare a lavorare, se ci tenevi tanto a lavorare. Nessuno ti ha costretta a diventare madre, perché si sa che poi bisogna fare delle scelte e la donna si deve sacrificare”. La verità? Siamo sole, estremamente sole, e queste parole sono state pronunciate da una donna.

Vi lascio alla lettura di questo scritto di Pina Nuzzo, tutto da leggere! (QUI il testo completo)

“Si chiama cura l’insieme dei gesti amorosi e gratuiti di un soggetto verso un altro, la cura può essere maschile o femminile, materna e paterna e non è negoziabile. La cura richiede impegno e un pensiero costante e attento per qualcuno o per qualcosa. Essa non è solo accudimento, ma attraverso la cura si impara/insegna la relazione con le persone con il mondo e si apprendono/insegnano i comportamenti.
Si chiama manutenzione quell’insieme di operazioni quotidiane di cui ogni donna ha esperienza, senza le quali una casa piomba nel caos. Questa fatica è invisibile, è gratuita e non è riconosciuta. Una retribuzione è prevista solo se questo lavoro lo fa un’altra, più raramente anche un altro, in genere a ore. La manutenzione si può condividere e negoziare, addirittura contrattualizzare, la cura chiama in causa entrambi i genitori o i soggetti di una relazione.
La cura non è lavoro, anche quando è faticosa, essa è la cifra di una relazione, ma allo stato attuale è difficile separarla dalla manutenzione, da tutte quelle azioni che fanno di una casa uno spazio vivibile ed armonioso. Tale confusione è data dal fatto che sono tutte e due a carico nostro, e questo inquina i rapporti di convivenza, dove diventa difficile distinguere cosa si può o cosa non si può negoziare. Fino a quando il genere maschile non comprenderà il valore della cura, a cominciare dalla cura di sé – manutenzione compresa – potrà pensare che i rapporti tra i generi, ma anche con il mondo, possano essere regolati con l’uso del potere o del denaro. Il mancato riconoscimento, che da sempre si perpetua nei confronti del sapere di cui le donne sono portatrici, impoverisce la cultura di tutto un popolo e priva le donne di decisioni autonome e a pari titolo con gli uomini.
E, cosa ancora più grave, la politica continuerà a riproporre una convivenza sociale in cui i ruoli sono scalfiti solo sulla superficie, nonostante le leggi, e nei luoghi dove si decide le donne saranno tenute ai margini e ovunque moderate, attraverso la paura della violenza, anche tra le pareti domestiche.
Molte delle cose che ho detto avrebbero bisogno di essere dipanate e ragionate perché ognuna di esse ha una ricaduta nel pensare e nel progettare un welfare che corrisponda alle reali necessità di tutti i soggetti coinvolti. Oggi vogliamo metteremo le basi per un costruire un discorso condiviso”.

 

Buon 1 maggio a tutt*!

 

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