Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Una risoluzione contro la violenza

Lo scorso 25 febbraio, il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione sulla “Lotta alla violenza contro le donne”.

Il testo contiene la richiesta di una direttiva e una serie di proposte per la definizione di nuovi strumenti legislativi connessi a sette temi principali: standard minimi di difesa delle vittime di violenza, prevenzione e controllo della violenza sulle donne, creazione di sistemi nazionali coerenti ed equivalenti fra loro, coordinamento a livello UE della lotta alla violenza sulle donne, condivisione delle buone pratiche, creazione di un forum della cittadinanza e delle associazioni, creazione di un supporto finanziario per il meccanismo di uguaglianza di genere.

Un gruppo di eurodeputate, tra cui Patrizia Toia, in occasione della presenza dei commissari nei dibattiti in Aula, ha richiesto che l’Unione Europea abbia un ruolo più attivo nel far ratificare la Convenzione di Istanbul.

Annunci
Lascia un commento »

Iniziamo dalla parità retributiva

Vi riporto la lettera dell’europarlamentare Patrizia Toia, in merito alla quarta giornata europea per la parità retributiva che si celebra oggi. In un contesto italiano veramente terrificante, penso sia opportuno riflettere. Noi donne penalizzate ma necessarie, in un continuo sbilanciamento di ruoli e trattamenti. In un contesto in cui si fa strada il regime dei contratti aziendali, risulta sempre più arduo garantire dei diritti uguali per tutti e tutte.

Per la seconda volta si è scelto come data il 28 febbraio, che corrisponde al 59° giorno dell’anno, perché 59 sono i giorni che una donna dovrebbe lavorare in più per guadagnare quanto un uomo.

In Europa, infatti, secondo i dati pubblicati oggi dalla Commissione Europea, le donne continuano a lavorare 59 giorni a salario zero.

Il differenziale retributivo di genere, cioè la differenza media tra la retribuzione oraria di uomini e donne nell’intera economia, è rimasto quasi immutato negli ultimi anni ed è ancora del 16% circa (attestandosi al 16,4%, come l’ anno precedente).

Il divario retributivo di genere è la differenza tra il salario orario medio lordo degli uomini e quello delle donne nell’intera economia dell’Unione, espresso come percentuale del salario maschile.

Gli ultimi dati indicano appunto, per il 2012, un differenziale retributivo medio del 16,4% nell’Unione europea e confermano una stagnazione dopo la lieve tendenza al ribasso degli ultimi anni rispetto al 17% e oltre degli anni precedenti.

In Danimarca, nella Repubblica Ceca, in Austria, nei Paesi Bassi e a Cipro si registra una costante riduzione del divario, mentre altri paesi (Polonia, Lituania) hanno invertito la tendenza al ribasso nel 2012. In alcuni paesi, come l’Ungheria, il Portogallo, l’Estonia, la Bulgaria, l’Irlanda e la Spagna, negli ultimi anni il differenziale retributivo di genere è aumentato.    

La tendenza al ribasso è riconducibile a una serie di fattori, come l’aumento della percentuale di lavoratrici con un più elevato livello di istruzione e l’impatto della recessione economica, che è stato più forte in alcuni settori a prevalente manodopera maschile (edilizia, ingegneria). Pertanto, questo lieve livellamento non è imputabile esclusivamente ad aumenti della retribuzione femminile o a un miglioramento delle condizioni di lavoro delle donne.    

In una relazione del dicembre 2013 sull’attuazione delle norme UE sulla parità di trattamento di uomini e donne in materia di impiego (direttiva 2006/54/CE), la Commissione ha constatato che la parità retributiva è ostacolata da una serie di fattori: sistemi retributivi poco trasparenti, assenza di chiarezza giuridica nella definizione di “lavoro di pari valore” e ostacoli procedurali. Riguardo a tali ostacoli, ad esempio, le vittime di discriminazioni retributive non sono sufficientemente informate su come presentare un ricorso efficace e non sono disponibili dati sui livelli salariali per categoria di dipendenti. Una maggiore trasparenza dei sistemi salariali permetterebbe raffronti immediati tra le retribuzioni dei due sessi, favorendo così le rivendicazioni da parte delle vittime.    

La Commissione sta attualmente valutando i possibili interventi a livello europeo per accrescere la trasparenza salariale e ridurre così il differenziale retributivo di genere, contribuendo a promuovere e facilitare l’effettiva applicazione del principio della parità retributiva.    

Vale la pena di ricordare che la parità retributiva è sancita dai trattati sin dal 1957 e trova attuazione nella direttiva 2006/54/CE sulla parità di trattamento fra uomini e donne in materia di occupazione e impiego.    

Oltre a monitorare la corretta applicazione della normativa, l’Europa è intervenuta costantemente su tutti i fronti per colmare il divario retributivo. Tra gli interventi voglio ricordare l’iniziativa Equality Pays Off (L’uguaglianza paga) portata avanti nel 2012 e nel 2013, che ha sostenuto i datori di lavoro impegnati a ridurre il divario retributivo di genere con l’organizzazione di seminari e formazioni, le raccomandazioni specifiche per paese formulate ogni anno nel quadro del semestre europeo, che richiamano l’attenzione degli Stati membri sulla necessità di affrontare il problema del divario retributivo, le giornate europee per la parità retributiva, lo scambio di buone prassi, il finanziamento di iniziative degli Stati membri attraverso i Fondi strutturali e le azioni della società civile.    

Vi segnalo anche alcuni esempi di buone pratiche che promuovono la parità retributiva a livello nazionale, presenti in altri Paesi dell’UE:    

nel 2012 il Parlamento belga ha adottato una legge che obbliga le imprese a condurre, ogni due anni, analisi comparative della struttura salariale. Il Belgio è anche il primo paese dell’UE ad avere organizzato (nel 2005) una giornata per la parità retributiva;    

il Governo francese ha rafforzato le sanzioni per le aziende con più di 50 dipendenti che non rispettano gli obblighi in materia di parità di genere. Per la prima volta, a seguito di un decreto del 2012, nell’aprile 2013 due imprese sono risultate non conformi alla normativa sulla parità retributiva;    

la legge austriaca sulle pari opportunità impone alle imprese di presentare relazioni sulla parità retributiva. Le disposizioni, introdotte gradualmente, si applicano attualmente alle imprese con più di 250, 500 e 1 000 dipendenti, mentre quelle con più di 150 dipendenti dovranno adeguarsi a partire dal 2014;    

con la risoluzione dell’8 marzo 2013, il Portogallo ha introdotto misure volte a garantire e promuovere la parità tra uomini e donne sul mercato del lavoro, in termini sia di opportunità che di risultati, anche attraverso l’eliminazione dei divari salariali; tali misure includono l’obbligo per le imprese di rendere conto in merito al differenziale retributivo di genere.    

Allego le statistiche in merito al divario retributivo.

Lascia un commento »

L’Europa che vogliamo

UE

Ieri sera ho partecipato alla presentazione, a Milano, dei risultati dell’indagine “L’Europa che vogliamo”, patrocinata dagli europarlamentari Antonio Panzeri e Patrizia Toia, con la partecipazione dell’On. Hannes Swoboda, presidente del gruppo S&D (il gruppo di cui ha fatto parte il PD, sino all’ammissione ormai ufficiale nel gruppo PSE) al Parlamento europeo. L’idea ricalca lo slogan ulivista che qualcuno ricorderà.. In pratica, dalla scorsa estate è girato un camper per la Lombardia, che si è recato presso i mercati rionali e ha raccolto opinioni in merito al progetto europeo (1.700 questionari raccolti). La base degli intervistati è quasi prettamente composta da persone vicine al PD. Il questionario era disponibile anche online e c’era anche una pagina FB. Ha girato poco nei circoli PD, sempre a causa di una strana disconnessione dalla realtà che affligge un gran numero di circoli. Vorrei riassumervi il contenuto della serata. Sicuramente siamo di fronte a una crisi strutturale dell’UE, che se non correttamente affrontata potrebbe costituire una battuta d’arresto per l’intero progetto. Quindi urge un intervento, che completi l’architettura europea, che costruisca uno scheletro istituzionale adeguato, che detti una linea politica, economica, sociale e democratica di partecipazione. L’Europa deve tornare ad essere una realtà che può realizzare qualcosa di positivo non solo per le prossime generazioni, ma anche per tutti coloro che hanno bisogno di sostegno ora, donne, anziani, bambini. Dev’essere quindi un lavoro per superare l’euroscetticismo, innanzitutto. Tra le conquiste principali raggiunte, gli intervistati hanno scelto: la libera circolazione sul territorio europeo, aver assicurato un periodo di pace, euro e mercato comune. In un gioco di accostamento, l’idea di UE è legata strettamente alle parole opportunità, pace e burocrazia. Quest’ultima parola detta un po’ il segno di come ultimamente viene presentata l’Unione: un pachiderma di direttive che si aggiunge a quelle nazionali. In realtà questo comune sentire è foraggiato da una mancanza di informazione adeguata, di cui si lamentano gli intervistati. Si parla di Europa solo in momenti di crisi e per sottolineare le sue debolezze. Tra i programmi europei più conosciuti emergono l’Erasmus, i FSE, i programmi per la ricerca, Leonardo. Quello di cui ci sarebbe bisogno è un programma Erasmus allargato alla dimensione lavorativa. Perché tra i temi più urgenti c’è proprio il lavoro o la sua cronica mancanza. Occorre concentrarsi al fine di trovare soluzioni comuni a questa piaga. Occorre investire in ricerca, innovazione, sviluppo, istruzione perché si possa competere a livello globale, come suggerisce l’attento e preparato Swoboda. Siamo all’incirca il 7% della popolazione mondiale e solo se siamo competitivi in innovazione possiamo sperare di incidere nel mondo globalizzato. Lo si può fare rimanendo uniti, spingendo per l’affermazione dei diritti umani, della pace, di un serio approccio ai cambiamenti climatici. Dobbiamo diffondere il modello di welfare europeo. In Europa ci sono molteplici identità, che devono arrivare a lavorare insieme, unite per poter contare qualcosa nel mondo di oggi e di domani. Questa è la sfida vera. L’On. Swoboda ci spinge a guardare agli aspetti meno ovvi e ad evitare considerazioni comode. Dobbiamo essere realisti e cambiare la sostanza delle nostre politiche nazionali ed europee. Senza un approccio unitario non si può sperare di resistere a lungo. Dal suo intervento ho capito cosa manca ancora a buona parte della nostra classe politica: il coraggio delle proprie idee, una forte cultura realmente socialista, una preparazione corposa su temi globali, insomma una visione d’insieme e chiarezza di intenti.

Manca un’unità d’intenti vera, mancano istituzioni efficienti e democratiche, mancano i grandi ideali, manca la dimensione sociale: sono queste, in ordine di rilevanza, le mancanze che gli intervistati segnalano. Quindi manca una visione coesa di Europa. Bisognerebbe impegnarsi maggiormente nel decidere preventivamente quali politiche adottare in Europa. I cittadini lamentano una scarsa propensione alla pianificazione intelligente del modo in cui i politici nazionali si confrontano con le politiche comunitarie. Ci si concentra sui problemi nazionali e si perdono di vista le opportunità europee. L’Europa manca di incisività perché sono ancora troppo prevalenti gli interessi nazionali. Quindi cosa vogliamo dall’Europa di domani? La costituzione di una realtà politica unica, politiche di aiuto alle economie dei Paesi in difficoltà, politiche per i giovani, creare un senso di appartenenza europeo (difficile da realizzare, viste le spinte separatiste che serpeggiano all’interno di molti stati dell’UE). Quindi deve svilupparsi un’Europa sensibile ai problemi di chi ha bisogno. Si chiede un’inversione di rotta chiara, rispetto a certi approcci che hanno sconquassato Paesi come la Grecia. Per questo le prossime europee sono un passaggio fondamentale e per nulla secondario per poter far capire l’Europa che vogliamo. Quindi, non dovranno essere un voto di protesta, ma un segnale preciso della rotta da intraprendere. Basta tentennamenti, che hanno prodotto tanti danni.

Sempre sul tema, consiglio: Ignoranza e diffidenza: gli spagnoli e l’UE.

Lascia un commento »

Le rovine di un’utopia?

disegno nicaragua

Guardando i dati nudi e crudi, il Nicaragua ha fatto passi da gigante:

  • è al decimo posto al mondo per la promozione delle pari opportunità
  • L’ONU ha confermato che il Paese ha raggiunto il primo degli obiettivi del millennio (dimezzare il numero di persone che soffrono la fame)
  • ha una legge all’avanguardia contro la violenza sulle donne
  • ai vertici delle istituzioni statali la presenza di donne supera il 50%
  • dal 2010 è stato definito un Paese a reddito medio dalla Banca Mondiale e non ha più bisogno di assistenza finanziaria permanente.
  • rispetto al 2006 il Nicaragua esporta il doppio e riceve il triplo degli investimenti stranieri
  • il primo governo di centrodestra di Chamorro avviò nel 1990 un progetto volto a trasformare l’economia di guerra niacaraguense in un’economia di produzione e di esportazione. In tal senso si è dato impulso all’industria manifatturiera in zone franche, aree industriali con un regime di lavoro speciale, conveniente per gli investitori esteri.

Nonostante queste pillole dorate, i bambini a Managua continuano a mendicare per strada e attorno alla città ci sono miriadi di baracche. Nel Paese vivono circa 6 milioni di persone, di cui quasi la metà è povera. Secondo il programma dell’ONU per lo sviluppo, il Nicaragua è il secondo più povero dell’America Latina e l’ultimo nel continente per reddito pro capite. I fondi venezuelani hanno smesso di arrivare dopo la morte di Chavez. Il Nicaragua è una repubblica cristiana, socialista e solidale, guidata da Daniel Ortega, membro del Fsln dall’inizio della rivoluzione che nel 1979 rovesciò la dittatura di Somoza (iniziata nel 1934, sotto la protezione USA). Presidente dal 1985 al 1990, dopo una lunga parentesi di governi conservatori, è tornato nel 2006 e ha finora inanellato 3 mandati presidenziali, che lo hanno reso una specie di monarca, insieme alla moglie Rosario Murillo. L’orteguismo è qualcosa di diverso dagli ideali che sostennero la rivoluzione. Perciò, molti dei compagni rivoluzionari di Ortega hanno preso le distanze, formando il Movimiento Renovador sandinista (Mrs), di cui fa parte anche la scrittrice Gioconda Belli. La famiglia del presidente controlla quasi tutti i mezzi di informazione e anche i sindacati fanno capo al Fsln. La vita è dura, per tutti, per vari fattori. Basta vedere la diffusione di HIV, epatite e tubercolosi, i cicli di carestia dopo i vari uragani, la violenza sessuale, le condizioni di vita dei minatori del Triangulo minero. A questo si aggiunge la legge che dal 2008 ha reso illegale l’interruzione di gravidanza, pena il carcere. Una situazione che colpisce le zone più povere, le ragazzine, le donne costrette a partorire nonostante gravi complicanze, nei contesti dove è alta l’incidenza degli stupri. Nonostante una forte opposizione governativa, i movimenti femministi resistono, cercano di raddrizzare la situazione, sostenere le donne in un processo di emancipazione lavorativa ed economica. Si stanno diffondendo le cooperative agricole solidali di donne, le donne sono sempre più consapevoli della necessità di uscire dall’isolamento, di essere autonome e di studiare. Si tratta di un processo lungo in cui il femminismo si muove per ottenere risultati concreti e non solo ideali. Il sogno del cambiamento attraverso la rivoluzione sembra essere tramontato. Oggi, in molti guardano a un passaggio democratico verso un sistema diverso, non più attraverso quello che fu il movimento sandinista.

Ringrazio Rubén Díaz Caviedes per il suo interessante reportage.

 

Lascia un commento »

I danni dell’oblio

Parto dallo splendido ma dolorosissimo articolo di Barbara Spinelli uscito oggi su Repubblica.

Mentre noi ci perdiamo sul fondo del secondo governo in meno di un anno, abbiamo perso di vista il resto e con questa amnesia abbiamo rimosso anche cosa ha rappresentato in passato (ed oggi) il neoministro dell’economia Padoan, che il 29 aprile 2013 al Wall Street Journal, quando era vice segretario generale dell’Ocse si sperticava nell’elogio delle politiche di austerity: “Il dolore sta producendo risultati”. Se lo paragoniamo ai dati diffusi dal Lancet e da Emergency sulla distruzione della sanità greca, causata da anni di torchio da parte della Troika, ci sembra assurdo che ci siamo imbarcati una personalità simile in seno al nostro nuovo governo. Per cosa è arrivato lì? Per controllare ed appurare che anche da noi sia possibile tenere sotto controllo la situazione, adoperando qualsiasi mezzo?

Riprendo uno stralcio dell’articolo:

“La smisurata contrazione dei redditi e i tagli ai servizi pubblici hanno squassato la salute dei cittadini greci, incrementando il numero di morti specialmente tra i bambini, tra gli anziani, nelle zone rurali. Nella provincia di Acaia, il 70 per cento degli abitanti non ha soldi per comprare le medicine prescritte. Emergency denuncia la catastrofe dal giugno 2012. Numerose le famiglie che vivono senza luce e acqua: perché o mangi, o paghi le bollette. Nel cuore d’Europa e della sua cultura, s’aggira la morte e la chiamano dolore produttivo”.

Un pugnale che affonda nelle nostre membra e che purtroppo resta nell’ombra. Si preferisce non parlarne. Le teorie di cui è stata resa cavia da esperimento la Grecia sono una sorta di applicazione delle leggi di selezione naturale dei popoli, laddove solo i più forti, o meglio, i più fortunati sopravvivono. E sono i bambini e gli anziani, vi prego di guardare le cifre e non solo (qui). Non riesco a intravedere altro, se non una volontà di prendere la Grecia come emblema sacrificale. Il risanamento dei bilanci come prassi per plasmare ed educare i popoli. Cosa può giustificare un comportamento tanto disumano? Nulla. E se restiamo in silenzio, ne siamo complici.

Dal rapporto di Lancet, Italia e Spagna non sarebbero lontani dall’inferno greco.

“Alexander Kentikelenis, sociologo dell’università di Cambridge che con cinque esperti scrive per la rivista il rapporto più duro, spiega come il negazionismo sia diffuso, e non esiti a screditare le più serie ricerche scientifiche (un po’ come avviene per il clima). L’unica istituzione che si salva è il Centro europeo di prevenzione e controllo delle malattie, operativo dal 2005 a Stoccolma”.

Siamo lontani dalle origini dell’UE, dagli ideali che l’hanno alimentata. Come osserva Barbara Spinelli, stiamo applicando lo stesso trattamento che venne inflitto alla Germania nel primo dopoguerra. Sappiamo anche come andò a finire.

Vi suggerisco di leggere la lettera dell’economista greco Yanis Varoufakis (ringrazio Loredana Lipperini per la lettera e la poesia che segue).

Una poesia di Titos Patrikios

Non ci aspettavamo che accadesse di nuovo
eppure è di nuovo nero come la pece il cielo,
partorisce mostri di oscurità la notte,
spauracchi del sonno e della veglia
ostruiscono il passaggio, minacciano, chiedono riscatti.
Non temere Lestrigoni e Ciclopi…
Non temere, diceva il poeta,
Ma io temo i loro odierni simulacri
e soprattutto quelli che li muovono.

Temo quanti si arruolano per salvarci
da un inferno che aspetta solo noi,
quanti predicano una vita corretta e salutare
con l’alimentazione forzata del pentimento,
quanti ci liberano dall’ansia della morte
con prestiti a vita di anima e di corpo,
quanti ci rinvigoriscono con stimolanti antropovori
con elisir di giovinezza geneticamente modificata.

Come una goccia di vetriolo brucia l’occhio
così una fialetta di malvagità
può avvelenare innumerevoli vite,
“inesauribili le forze del male nell’uomo”
predicano da mille parti gli oratori,
solo che i detentori della verità assoluta
scoprono sempre negli altri il male.
“Ma la poesia cosa fa, cosa fanno i poeti”
gridano quelli che cercano il consenso
su ciò che hanno pensato e deciso,
e vogliono che ancora oggi i poeti
siano giullari, profeti e cortigiani.

Ma i poeti, nonostante la loro boria
o il loro sottomettersi ai potenti,
il narcisismo o l’adorazione di molti,
nonostante il loro stile ellittico o verboso,
a un certo punto scelgono, denunciano, sperano,
chiedono, come nell’istante cruciale
chiese l’altro poeta: più luce.
e la poesia non riadatta al presente
la stessa opera rappresentata da anni,
non salmeggia istruzioni sull’uso del bene,
non risuscita i cani morti della metafisica.
Passando in rassegna le cose già accadute
la poesia cerca risposte
a domande non ancora fatte.

Lascia un commento »

Un bazuka può innescare una crisi?

Con la sentenza della Corte Costituzionale tedesca (qui), che arriva assieme al pronunciamento della Bundesbank, si sta innescando un processo di scontro duro a meno di 100 giorni dalle Europee. Una sorta di crisi politica e costituzionale silenziosa, ma dalle ricadute imprevedibili. I due organismi tedeschi hanno di fatto accusato la BCE di aver violato l’art. 123 del Trattato dell’Unione Europea (qui). Il nodo della questione riguarda la decisione presa nel settembre 2012, quando Mario Draghi annunciò il programma (operazione di politica monetaria denominata OMTOutright Monetary Transactions). L’OMT si sarebbe spinto molto oltre il mandato della BCE, divenendo un vero e proprio programma di assistenza tecnica dalla vocazione politica. La sentenza della Corte tedesca viene siglata nel nome del popolo.

È normale che due organi di uno dei principali Paesi dell’unione monetaria si schierino apertamente contro un provvedimento che a detta di tutti ha salvato l’Euro?

Ringrazio José Ignacio Torreblanca per il suo articolo che ho cercato di riassumervi.

Lascia un commento »

Una colletta per Londra

Le donne spagnole non si fermano e mettono in atto un’altra dimostrazione per dire no alla proposta del governo spagnolo di cancellare l’aborto legale. Hanno ideato un’elemosina collettiva simbolica, per raccogliere i soldi necessari per comprare un biglietto per andare ad abortire a Londra. Circa 150 donne si sono incontrate nel centro della città basca di Vitoria e si sono sedute sul marciapiedi a chiedere l’elemosina ai passanti per raccogliere i soldi per un aborto legale e sicuro, ma all’estero. E dopo la “raccolta” le donne sono andate a manifestare davanti alla sede del Partito Popolare. La notizia su Twitter: #AbortoLibre via @mybellyismine.

 

Lascia un commento »

Chávez è lontano

venezuela622_1302

In Venezuela il 12 febbraio sono morte 3 persone, e decine sono stati i feriti, in una manifestazione studentesca a Caracas contro il governo Maduro, successore di Chávez. Da giorni nel Paese si susseguono manifestazioni pro e contro il governo. Contro Maduro c’è un’opposizione divisa tra coloro che avrebbero preferito le vie istituzionali (Henrique Capriles Radonsky) e le posizioni più radicali di Leopoldo Lopez (consegnatosi alle autorità il 18, in seguito a un mandato d’arresto per istigazione alla violenza)  che sta cavalcando le proteste studentesche, che non sono causate solo dalla terribile situazione che vive il Paese (economicamente e socialmente distrutto), bensì anche dalle repressioni subite dalle forze dell’ordine. Maduro ha parlato di un tentativo di golpe fascista, con annessa cospirazione statunitense (il 17 Maduro ha espulso 3 diplomatici USA) e potrebbe utilizzare queste proteste per stringere ulteriormente la corda sui media e sulle istituzioni. Nel Paese i sostenitori di Maduro non sono pochi e il suo consenso non è venuto meno, molti credono ancora alla favola della guerra economica (il governo ha stabilito un tetto del 30% sul profitto per le imprese). Ma non ci sono solo fattori di crisi economica: la violenza e la criminalità sono sempre più diffuse nel paese. L’inflazione nel 2013 è arrivata al 54% e il governo ha imposto il razionamento di cibo e di altri beni, i blackout di corrente elettrica sono continui. La crisi economica è in parte dovuta all’arretratezza tecnologica dell’industria petrolifera, che rappresenta più del 60% del PIL. A novembre 2013 sono stati concessi dal Parlamento poteri speciali a Maduro per gestire la crisi economica, permettendogli di utilizzare, per un anno, decreti governativi senza passare per l’organo legislativo. La situazione sembrava che si stesse evolvendo verso una sorta di apertura da parte di Maduro che ha avviato un dialogo nazionale con i manifestanti e ha indetto una conferenza di pace nazionale . Le ultime notizie parlano di complicazioni e di altri due morti .

Aggiornamento 26.02.14: l’opposizione non sembra accettare il dialogo e invita a continuare le manifestazioni (qui).

Lascia un commento »

35 anni. Cosa è cambiato?

Sono passati 35 anni dal varo della legge 194, che ricordo, ha come titolo: “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione di gravidanza”, pertanto contiene delle norme volte a garantire la salute, una maternità consapevole e l’autodeterminazione della donna. Quindi, non soltanto aborto, ma una legge che estende i suoi effetti su un panorama molto ampio.

Se guardiamo i numeri, possiamo innanzitutto affermare che il numero delle IVG è crollato: nel 2012 sono state 105.968, un – 4,9% rispetto al 2011, -54,9% rispetto agli inizi. L’Italia segna anche un numero bassissimo tra le minorenni: in questo potrebbe pesare una struttura più stabile ed efficace dei rapporti familiari. In Italia 6,4 per mille under 20 interrompono la gravidanza, in Spagna 13,7,  in Francia 15,2, in Usa 19,8, in Svezia 19,8. Le immigrate sono un 30% del numero totale e sono anche coloro che hanno l’età più bassa e che spesso si rivolgono ad ambulatori illegali.

Insomma, i numeri sembrano segnare un successo. Ma dobbiamo soffermarci sul nodo che riguarda il ruolo dei medici obiettori di coscienza, che sta diventando sempre più preoccupante. Le percentuali di obiettori si aggirano tra l’80 e il 90%, con picchi nel Sud. Essere obiettori fa bene alla carriera e soprattutto non finisci a fare solo quello. Nel 2005 il picco di +10% degli obiettori. In quel periodo andarono in pensione molti medici del periodo delle grandi mobilitazioni femministe. Ma ricordiamo che nel 2005 (epoca di Berlusconi e del cardinal Ruini) i partiti di sinistra e i radicali perdono il referendum contro la legge 40 (non si raggiunse il quorum a causa di un forte astensionismo)sulla fecondazione assistita, che vieta la diagnosi pre-impianto e la fecondazione fuori dal matrimonio. Una bella botta alla laicità e alle fondamenta della 194. Anche l’approccio all’aborto medico (la pillola RU486) contiene dei limiti: prevede la predisposizione di un reparto ad hoc , per accogliere le donne per due giorni, come prescritto dall’Agenzia italiana del farmaco. Questo è un costo, che non sempre le strutture scelgono di sostenere, anche perché il 90% delle donne che ricorrono a questo metodo sceglie di tornare subito a casa, assumendosi i rischi del caso (che non sono proprio da sottovalutare). Non ne parliamo poi dell’aborto terapeutico che richiede un’equipe permanente molto vasta. L’epidemiologo Michele Grandolfo, dirigente di ricerca all’Istituto superiore di sanità, conta molto sulla diffusione della RU486, così come sull’importanza dell’applicazione della legge sui consultori (29 luglio 1975): era previsto un consultorio ogni 20.000 abitanti. Ad eccezione del Piemonte, seppur con organici ridotti, questo piano non è mai stato attuato. I consultori sono in media uno ogni 100.000 abitanti. Occorre rafforzare il ruolo delle donne e sottolineare la loro capacità di scelta . L’autodeterminazione non ha bisogno di soggetti terzi che autorizzino o certifichino questa capacità: occorre riportare al centro del discorso la donna. Invece, siamo sempre trattate come soggetti parzialmente capaci di intendere e volere.

Se guardiamo le liste d’attesa per le IVG: spesso superano i 15 giorni e talvolta i 22, con il rischio di superare le 6 settimane consentite dalla legge. Aumentano le persone che vanno all’estero, soprattutto per gli aborti terapeutici.

In questo clima difficile, aumentano i casi di ambulatori illegali e di farmaci di contrabbando. Ma quanto pesano gli aborti clandestini? Da un’inchiesta del 2013 dell’Espresso, si parla di 20.000 (Ministero della Sanità – 2008, stima (al ribasso) basata sul tasso di abortività delle italiane 6,9 per 1.000), forse 40.000-50.000 quelli reali. Secondo l’Istat nel 2011 ci sono stati 75.000 aborti spontanei, ma sembra che un buon numero di essi sia frutto di aborti casalinghi con gravi complicazioni. Il silenzio che sta calando su questi drammi e sulla 194 è pericoloso, perché apre le porte a una sorta di rewind culturale e pratico sulla pelle delle donne. Come se non fosse sufficiente il dolore che ciascuna di queste donne prova.

Ringrazio il sito InGenere e L’Espresso:

http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/inchiesta-italiana/2013/05/23/news/aborti_obiettori_di_coscienza-59475182/

http://ingenere.it/articoli/trentacinque-anni-portati-abbastanza-bene

Segnalo questo portale MAPPACHEPILLOLA, che aiuta le donne in merito alla pillola “del giorno dopo”.

 

Lascia un commento »

La chiave di lettura del voto europeo

UE

 

Dalle prossime elezioni europee riceveremo delle risposte sulla salute del progetto dell’Unione oppure si scoprirà il calderone delle questioni di respiro nazionale? I destini sono incrociati e per quanto riguarda la situazione italiana, sarà forte la componente critica, in chiave antieuropeista. Al di là della scarsa propensione dell’elettore medio alla partecipazione consapevole al voto europeo, si svolgeranno i soliti balletti populisti, un po’ lontani dalla realtà, imperniati su un ritorno al sicuro e caro orticello nazionale. Il voto europeo potrebbe essere usato come uno strumento di critica (dubito che possa essere premiante), se non punitivo dell’approccio nazionale al discorso europeo. In Italia, non potrà essere usato per fustigare o lodare il governo nazionale: siamo al secondo governo in un anno. Da noi, la situazione è molto ingarbugliata e non sappiamo se il neogoverno Renzi potrà pacificare un clima interno da pugnali volanti. Ci sarà sicuramente il solito terrorismo sempliciotto di coloro che auspicano meno Europa (anche se non si sa in che termini).

Ringrazio José Ignacio Torreblanca per la sua ottima analisi, che cerco di riassumervi.

Dagli ultimi sondaggi, sembra che il PSE sia destinato a vincere. I socialisti dovrebbero ottenere 217 seggi, contro i 200 del PPE (alle elezioni del 2004, i Socialisti ebbero 194 seggi, mentre i Popolari 275). Questo significa un allentamento delle misure di austerità e un cambiamento di rotta dell’UE? Non proprio, perché occorre leggere questa notizia in termini europei: il Parlamento UE non funziona come quelli nazionali. Il Parlamento europeo è composto da 736 membri, per il presidente della Commissione saranno necessari 376 voti, il che significa che i socialisti potrebbero aver bisogno di altri 159 membri per comporre una maggioranza. Vista la frammentazione del Parlamento europeo, si tratta di un numero considerevole e difficile da raggiungere. I liberali (ALDE) dovrebbero avere 70 seggi, i Verdi (Verdi-ALE) 44, la Sinistra Unita (GUE-NGL) 56. Perciò, la coalizione più semplice e meno onerosa potrebbe essere quella con i popolari. Ve lo immaginate il risultato? Più o meno quello che stiamo cercando di fare in Italia. Al dato generale dobbiamo aggiungere il fatto che i Socialisti potrebbero essere il primo partito solo in Gran Bretagna, Romania, Croazia e Lituania. Nei quattro grandi Paesi dell’Euro, la situazione non brilla per i Socialisti: in Italia sarebbero la prima forza, ma solo al 26%, in Spagna ci potrebbe essere un pareggio o potrebbero essere leggermente dietro i Popolari, in Germania sarebbero la seconda forza politica, in Francia sarebbe al terzo posto (18%). Perciò non sembra che ci siano i presupposti per avere un blocco di sinistra pronto a dominare nel Consiglio Europeo (vero luogo decisionale e di potere), in grado di controllare la Commissione e sostenuto da una forte maggioranza parlamentare.

Quello che si desume con certezza dal sondaggio è il gran numero di euroscettici: in Francia saranno la prima forza politica (23% FN), Olanda (16% PVV), Grecia (Syriza 30%), nel Regno Unito saranno la seconda forza (UKIP 26%), la seconda in Italia (M5S 23%), Austria (FPO 23%). Per non parlare delle destre radicali che difficilmente potranno coalizzarsi con i partiti maggiori. La vera sfida non si giocherà tanto tra Socialisti e Popolari, ma sarà importante capire i valori che avranno gli euroscettici alle urne.

 

Lascia un commento »

Anatomia di una rivolta

Imperdibile ricostruzione su Kiev.

Lascia un commento »

L’orrore di una guerra civile

kiev

Totale solidarietà con gli ucraini, in questo difficilissimo momento storico. Sto provando a chiedermi quali possano essere le conseguenze economico-politiche dell’evolversi della situazione: nel caso si svolgesse a favore dei manifestanti. In questi ultimi anni l’Ucraina è stata una nazione a sovranità fortemente limitata e subordinata alla Russia, a causa delle sue difficoltà economiche. Non dimentichiamo che, al contrario delle altre repubbliche ex sovietiche, l’economia ucraina non ha vissuto il boom che ci si sarebbe attesi. Questo perché pare non essere è energeticamente autosufficiente (ricordate le vicende del gas russo?). La sopravvivenza dell’economia ucraina deve molto ai prestiti che la Russia elargisce (gli ucraini erano convinti di potersi accordare con il caimano pietroburghese per sfruttarlo, ma forse hanno sottovalutato la sua ferocia e i suoi scopi reconditi). Nel caso la fazione filorussa di Yanukovich dovesse soccombere, Putin potrebbe chiudere le paratie. Il passaggio dalla sfera di influenza russa a un possibile accordo con l’UE è ricco di interrogativi. L’UE, o più realisticamente la Germania (che è il vero cuore decisionale e di potere dell’UE) è realmente in grado, in questo momento, di sostenere il peso economico dell’Ucraina (qui)? In questo scenario, quali risorse resterebbero per i Paesi mediterranei dell’UE in crisi? Infatti, il baricentro si sposterebbe verso est, relegando in periferia i Paesi che appartengono al bacino del Sud dell’Europa. La situazione potrebbe divenire ancora più grave e scevra da soluzioni semplici, nel caso in cui Putin prospettasse una “spartizione” di fatto (come fu la Cecoslovacchia) o ideale dell’Ucraina, sulla base del principio dell’autodeterminazione dei popoli. Infatti, la zona orientale, con sbocco sul Mar Nero, economicamente trainante, è a maggioranza russa. L’UE si accollerebbe il resto dell’Ucraina, impegnandosi a risollevarne le sorti?

Sulla crisi ucraina pesa l’andamento della moneta nazionale hryvnia rispetto all’Euro. Ricordiamo che il 21 novembre il presidente Yanukovich aveva bocciato gli incentivi economico-commerciali proposti dell’Ue, segnando l’avvio delle manifestazioni. Il grafico che vi allego segnala l’impennata di questi ultimi giorni, che ha portato la valuta ucraina a perdere ulteriore valore rispetto all’Euro. La Banca centrale ucraina sta cercando di contenere il crollo, di recente ha annunciato che procederà all’erogazione di una seconda rata (da 2 miliardi, la prima era da 3 miliardi) del prestito da 15 miliardi di dollari concesso da Mosca a Kiev, lo scorso  dicembre. Ma ciò non è bastato a rassicurare gli investitori. Alcuni esperti prevedono che sarà necessario svalutare la hryvnia, pena l’esaurimento delle riserve della Banca centrale.

grafico-hryvvnia-euro

Aggiornamento 21.02.14, dal sito de la Repubblica: “In attesa dell’evoluzione della crisi, Mosca frena sulla seconda parte degli aiuti finanziari che dovrebbe concedere a Kiev: nessuna decisione sui 2 miliardi di dollari. E Vladmir Lukin, inviato a Kiev del presidente Vladimir Putin per mediare i colloqui tra il governo e l’opposizione, si è rifiutato di firmare il documento finale sull’accordo”.

Aggiornamento 25.02.14: http://www.internazionale.it/news/ucraina/2014/02/25/tra-russia-ed-europa/

Analisi geopolitica di Daniele Scalea

 

Analisi di Daniele Scalea sulla debolezza NATO e UE

Per seguire la crisi: qui

Per approfondimenti:

http://www.europaquotidiano.it/2014/02/19/perche-e-riesplosa-la-crisi-ucraina-la-cronologia/

http://www.geopolitica-rivista.org/25136/crisi-ucraina-intervista-al-governatore-della-regione-di-donetsk-andrej-sisatskij/

http://www.worldaffairsjournal.org/blog/alexander-j-motyl/free-donetsk

http://www.rferl.org/content/ukraine-donetsk-silence-yanukovych-protests/25193297.html

Lascia un commento »

Il patto

ellekappa

La mia personalissima lettura dei fatti degli ultimi giorni. Grillo ha di fatto sostenuto l’avvicinamento di Renzi a Silvio, sancendone la legittimità. La profonda sintonia con cui si sugellava l’intesa su riforme costituzionali e legge elettorale, unita all’assoluta disponibilità su lavoro, fisco, pensioni ed economia, segnano un patto che per chiunque sia dotato di un minimo di raziocinio sarebbe come il veleno. Di fatto se Alfano dovesse fare il prezioso, ci sarebbe comunque Silvio a benedire Renzi. Il risultato è una maggioranza molto ampia, simile a quella precedente alla formazione del NCD, ma più invisibile, occulta, tale da essere utilizzata al momento giusto. Grillo ha permesso questo. Noi del PD non ce ne preoccupiamo, ci va bene così. Siamo talmente impaludati da non accorgerci che questo ci porterà a morte sicura.

Lascia un commento »

La forza del simbolico

IVG

Ieri sera, 20 febbraio, si è tenuto un incontro presso il circolo PD F.lli Cervi, tra le donne del PD milanese e l’europarlamentare del PD Patrizia Toia (ex Margherita). Un incontro che verteva sul tema delle politiche di genere in Europa. L’incontro è stato arricchito dalla partecipazione di Diana De Marchi, sempre incisiva, coerente e con le idee chiare. L’onorevole Toia è molto impegnata e dimostra una grande sensibilità e conoscenza dei temi. Un raro esempio di passione politica e di impegno serio. Proprio per questo si fa fatica a capire le motivazioni che hanno portato alla sua astensione (insieme ad altri 5 europarlamentari del PD) sulla risoluzione Estrela “salute e diritti sessuali e riproduttivi” (che chiedeva che l’aborto sicuro fosse un diritto garantito), facendo passare la mozione più soft del PPE. In pratica l’aborto non è passato come diritto umano. La vita del rapporto Estrela (eurodeputata portoghese del gruppo Socialisti e Democratici) è stata travagliata sin dal principio, il testo è stato rimaneggiato e corretto più volte, rinviato in commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere il 22 ottobre. Insomma, in un clima teso, avvelenato da proteste delle varie lobby e associazioni per la vita, l’UE ha manifestato la sua scarsa voglia di esprimere una raccomandazione in merito, lasciando gli stati membri liberi di seguire la propria strada. Peccato che l’attacco all’aborto sicuro ed alle pratiche di contraccezione e prevenzione sono in atto e sotto gli occhi di tutti, vedi la Spagna e anche l’Italia, dove 7 medici su 10 (secondo un’indagine de l’Espresso) sono obiettori di coscienza ed è in corso un ridimensionamento di molti consultori pubblici. Ricordiamo che l’IVG è vietata per legge a Malta, mentre Irlanda, Polonia e Lussemburgo hanno legislazioni molto restrittive. Abbiamo chiesto delucidazioni all’on. Toia, che si è dimostrata molto disponibile a illustrarci la sua versione dei fatti. Riporto una parafrasi di quanto riferito dall’on Toia: “Non si è trattato di questioni di genere (tanto che poi la stessa Toia ha votato a favore del rapporto Lunacek). È stato sbagliato l’approccio dell’on. Estrela, che ha voluto forzare le cose, portando un testo molto pieno e difficilmente condivisibile in Parlamento. Avrebbe dovuto condividerlo maggiormente in commissione, io avrei gradito che ascoltasse le nostre richieste di mediazione. Non c’era un cenno esplicito volto a garantire la maternità; come c’era il diritto all’aborto, sarebbe stato auspicabile un diritto alla maternità. Chi abortisce spesso ha difficoltà economiche. Inoltre, avrei apprezzato che il rapporto toccasse anche il tema del congedo di maternità, che è molto diversificato in Europa. È stato difficile parlare con la Estrela, che ha voluto procedere in modo fortemente autonomo, a un certo punto la Estrela non ha voluto più discutere il testo in commissione. Se avesse “aggiustato” il testo “troppo pieno”, lo avrei votato, in fondo ero critica solo su due punti: obiezione di coscienza e diritto all’aborto. Per il primo punto avrei preferito che si dicesse che l’UE raccomandava agli stati membri di garantire il servizio a un aborto sicuro, rimuovendo gli ostacoli alla libertà della donna, pur garantendo l’obiezione di coscienza per i medici. Per il secondo punto, non mi sembra legittimo che l’UE sancisca il diritto all’aborto e lo imponga ai singoli stati. L’aborto non è un diritto umano, ma una libertà”. La Toia aggiunge che comunque il PD non è stato determinante sull’esito e che era chiaro sin da subito che sarebbe stato difficile arrivare a un’approvazione. Alla base del fallimento quindi, ci sarebbe il comportamento della Estrela, che non ha voluto e cercato un compromesso. Il rapporto Lunacek è stato oggetto di “ritocchi” ed è stato presentato in modo più conciliante, con toni meno accesi e radicali, sostiene la Toia. Insomma, ci si attacca al bon ton parlamentare per giustificare una scelta di astensione. In pratica, se ci avessero potuto mettere le mani e “rielaborarla”, l’avrebbero votata. Il testo, però non mi sembra così estremo e terribile, come ce lo vogliono presentare: l’ultima versione è stata molto alleggerita. Ma soprattutto, non c’era nessun pericolo reale di “incidere” sulla legislazione dei singoli stati. Qui c’è a mio avviso un errore di fondo: trattandosi di risoluzione non vincolante e non di direttiva, non ci sarebbe stato comunque un rischio di ingerenza europea sulla legislazione statale. Noi italiani poi siamo molto bravi a non applicare le direttive (per le quali paghiamo pesanti sanzioni). Tutto questo timore pertanto era infondato. Se il rapporto Estrela fosse passato, sarebbe stato un ottimo segnale di vitalità dell’UE. Perché il simbolico spesso è più forte ed efficace, perché la mancanza di una posizione ferma e decisa di Bruxelles potrebbe aprire spiragli pericolosi e dimostra una debolezza delle istituzioni comunitarie. A livello di partito poi si hanno delle posizioni divergenti, perché se a livello nazionale si presenta alla Camera (giugno 2013, n° 1/00074) una mozione contro l’uso strumentale dell’obiezione di coscienza (che impegna il governo a predisporre tutte le iniziative necessarie affinché nell’organizzazione dei sistemi sanitari regionali si attui il quarto comma dell’art. 9 della legge 194 del 1978, volto a garantire l’attuazione del diritto della donna a una scelta libera e consapevole) a livello europeo ci si comporta diversamente. Le varie anime del PD devono trovare una sintesi, una convergenza su questi temi. Occorre essere chiari e non titubanti in ogni sede, senza paure di contraccolpi o penalizzazioni alle urne. A quanto pare, proprio in seguito alla questione Estrela, le donne del PD hanno avviato un tavolo per discutere e giungere a una posizione comune sul tema. Dobbiamo vigilare sulla 194, che ricordo ha come titolo: “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione di gravidanza”, pertanto contiene delle norme volte a garantire la salute, una maternità consapevole e l’autodeterminazione della donna. I risultati della 194 sono stati ottimi, basta guardare le statistiche sugli aborti, in forte flessione. Ora tocca a noi non vanificare tutti gli sforzi sinora compiuti.

Nel corso della serata si è parlato dell’impegno in merito all’anno europeo della conciliazione lavoro-famiglia e del programma per la ricerca e l’innovazione Horizon 2020 (http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-11-22/ricerca-come-accedere-finanziamenti-horizon-2020-in-palio-78-miliardi-112046.shtml?uuid=ABBEjze).

1 Commento »

Rapporto Lunacek, un passo avanti

EUROPA ARCOBALENO

Dopo la bocciatura del rapporto Estrela sui diritti sessuali e riproduttivi, sembrava che corressero tempi duri per i diritti. Invece, a sorpresa, 4 febbraio il Parlamento europeo ha adottato (394 voti contro 176) le raccomandazioni non vincolanti per una roadmap contro l’omofobia e le discriminazioni sulla base dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere. Il rapporto Lunacek enuncia una condanna incisiva dell’omofobia e della transfobia nell’UE. Il Parlamento Europeo chiede alla Commissione Europea, agli Stati Membri e agli enti dell’Unione di “lavorare congiuntamente ad un’ampia strategia pluriennale diretta a proteggere i diritti fondamentali delle persone LGBT”. I “terreni” sui quali lavorare maggiormente sono: lavoro, istruzione, salute, beni e servizi, libero movimento, libertà di espressione, crimini d’odio, asilo ed affari esteri.

Qui il comunicato stampa

Presentazione del rapporto Lunacek il 3 febbraio 2014

Lascia un commento »

Prendiamo esempio dai pinguini

pinguini3

Con la crisi e il calo dell’occupazione, si aggancia anche un abbassamento della natalità, per cui l’Europa ha sentito il bisogno di soffermarsi sul tema delle pari opportunità e su come conciliare famiglia e lavoro. Il 2014 è (o dovrebbe essere) l’anno europeo della conciliazione tra vita professionale e familiare.

Cinque gli obiettivi:

  • sensibilizzare l’opinione pubblica per aggiornare le politiche UE sulla conciliazione;
  • diffondere la conoscenza sulle leggi e i diritti esistenti;
  • stimolare il dibattito pubblico e lo scambio di informazioni sulle azioni in atto o in fieri nei singoli stati;
  • favorire la partecipazione al dibattito di tutti gli attori coinvolti: sindacati, associazioni, singoli, politici, amministrazioni locali ecc.;
  • incentivare le buone iniziative sia aziendali che degli enti pubblici.

Come ce la caviamo nel nostro Belpaese malandato? Negli ultimi anni, quasi un milione di donne hanno rinunciato al lavoro dopo la maternità, per incompatibilità di ruoli. Il nostro sistema aziendale spesso non accoglie a braccia aperte le neomamme e scarseggiando le opportunità di soluzioni flessibili, si sceglie di accantonare il lavoro.

Siamo tra i Paesi in cui si lavora per più ore al giorno e dove gli straordinari sono una costante. Va da sé che le donne sono le più penalizzate, ma il problema non è solo femminile: avere dei padri assenti non è il massimo. Se è vero che un incremento della partecipazione delle donne al mercato del lavoro porterebbe notevoli benefici in termini di PIL, allora sarebbe utile capirne a fondo tutti i vantaggi. Come in un circolo virtuoso, laddove le donne in età fertile lavorano, si ottiene maggior ricchezza/benessere/sicurezza, con una maggiore propensione a mettere al mondo più figli. Questo dovrebbe portare (in un Paese sano) a sviluppare la domanda di beni e servizi, con conseguente aumento di occupazione e di PIL. Finora, si è scelto di delegare la conciliazione lavoro-vita privata al faidate: si organizzi chi può, come meglio crede. In pratica si è scelto un liberismo del welfare familiare. Invece, occorrerebbe un intervento “diretto” dello stato: con incentivi alle aziende che investono in progetti ad hoc, con politiche fiscali (detrazioni realmente convenienti per figli a carico), con servizi di qualità per la prima infanzia equamente distribuiti sul territorio, con sussidi per integrare attraverso il privato l’offerta pubblica (nidi, tate, baby sitter). Queste iniziative se prese singolarmente e sporadicamente non apportano grandi benefici: andrebbero realizzate sinergicamente e in un quadro progettuale ben studiato. Altrimenti, i risultati sono quelli dei voucher della Fornero alternativi al congedo parentale facoltativo, e del Fondo nuovi nati. Le politiche in materia devono riferirsi alla famiglia, non unicamente alla donna, perché si attui una vera rivoluzione dei carichi familiari. L’ultimo rapporto Ocse parla di 326 minuti dedicati dalle donne italiane alla cura della casa e dei figli. (la media Ocse è di 131 minuti). Le donne, che lavorano, diventano delle integratici di reddito familiare, con l’uomo che ne resta il principale produttore. Per le donne vengono cuciti dei contratti e dei lavori che gli consentano il lavoro di cura familiare. Ma se il lavoro è a singhiozzo e part-time, il rischio è diventare delle potenziali anziane povere.

Ci stiamo dimenticando la dimensione di famiglia: se ci limitiamo a considerare la questione solo come un problema di trovare il giusto parcheggio per i figli, oppure di creare delle modalità per la “staffetta” tra i due genitori nella cura dei figli, siamo sulla strada sbagliata. Dobbiamo riunire la coppia, far sì che il nucleo trovi i giusti spazi e la necessaria tranquillità per passare del tempo insieme. Altrimenti si corre il rischio di vivere come degli estranei sotto lo stesso tetto. La fretta non è mai un nido accogliente e piacevole nel quale far crescere i nostri figli. Magari per qualcuno va bene così, ma dev’esserci un’alternativa percorribile.

Aggiornamento 17 marzo 2014:

La Commissaria Reding chiarisce che il lavoro fatto dalle associazioni, dalle organizzazioni e da chi ha dato il suo contributo su questo tema, come la COFACE, non andrà perso: nel 2014, anno delle elezioni europee, continuerà l’anno europeo della cittadinanza, ma il tema della conciliazione tra famiglia e lavoro verrà portato avanti e potrà essere a completamento delle tematiche che verranno discusse.

La Commissione supporterà, anche in Italia, iniziative a sostegno di questo tema, tra le quali segnalo che a novembre 2014 supporterà, con il contributo della COFACE, l’organizzazione di una conferenza sulla conciliazione a Milano.

Ringrazio l’On. Patrizia Toia per essersi attivata in merito.

Approfondimenti:

http://www.coface-eu.org

http://www.assofamiglia.it

http://www.forumfamiglie.org

 

Lascia un commento »

Il paradigma del nutrimento e della cura

Afrodite

Ultimamente sto cercando di approfondire il tema della “cura”, esplorando nuove idee e soluzioni. Vorrei richiamare il mito di Cura, tramandato da Igino e ripreso poi da Heidegger. Premetto che il termine “cura “si può rendere nell’accezione di preoccupazione, inquietudine, ansia.

Il mito racconta che, un giorno, nell’attraversare un fiume, Cura sia stata attratta dal fango argilloso. Cura si mise a modellarla, traendone la figura di un uomo. Fu allora che sopraggiunse Giove, a cui la dea chiese di infondere spirito vitale nella scultura da lei plasmata, cosa a cui Giove acconsentì. A questo punto, Cura chiese di poter dare il proprio nome alla creatura, ma il dio glielo negò, sostenendo che il nome di quell’essere doveva provenire da lui, poiché gli aveva infuso la vita. Ne nacque una disputa, che si complicò quando a essa si unì la Terra: riteneva di avere il diritto di attribuire il nome in quanto era sua la materia con cui era stata plasmata la creatura. Per risolvere la questione, fu chiamato Saturno: a Giove, che aveva infuso lo spirito sarebbe toccato, alla morte di quell’essere, di rientrare in possesso dell’anima; alla Terra, della cui materia l’essere era composto, sarebbe tornato il corpo dopo la morte; ma a possederlo durante tutta la vita sarebbe stata l’Inquietudine, la prima a plasmarlo. Il nome, invece, non sarebbe toccato a nessuno dei tre contendenti: l’essere si sarebbe chiamato “uomo”, perché creato dall’humus.

Vorrei, a questo punto, suggerirvi alcuni stralci di un intervento di Ina Praetorius, come spunti di riflessione, in quanto si riprende il tema della cura, meglio reso con l’inglese care.

[..] Quello che mi sta a cuore è il paradigma del nutrimento: il lavoro deve nutrire ciò che nutre. Abbiamo ricevuto tante cose in dono: dunque per me il criterio per un buon lavoro è che ogni lavoro deve essere un lavoro di cura. Non importa se produco una macchina o se coltivo un giardino o curo un bambino, tutto deve essere un lavoro di cura.

A me piacerebbe che il concetto di cura si potesse applicare a qualsiasi settore della produzione, un grattacielo, una macchina… vorrei discutere su che tipo di produzione ci sarebbe se si potesse applicare il concetto di cura. Non “in modo accurato” ma secondo il concetto di care, che è una postura nei confronti del mondo. [..]

Capite cosa significa introdurre un concetto di care in ogni aspetto della nostra vita, traslarlo dal livello materno a quello di ogni nostra attività quotidiana, personale, familiare, lavorativa ecc? Questo aspetto della “cura” estesa aggancia anche i termini dipendenza e relazione, per cui si parla di libertà nella dipendenza.

[..] È un fatto che l’umanità ha funzionato per tanto tempo senza soldi, ma non ha mai funzionato senza aria e senza acqua. Questo è un fatto. Ma il capitalismo e il patriarcato hanno fatto sì che i soldi, che all’inizio erano un mezzo di base per garantire la sopravvivenza, oggi non la garantiscano più, lo vediamo dalle cifre che indicano la distribuzione della ricchezza. La sinistra propone la ridistribuzione della ricchezza attraverso la piena occupazione: tutti devono lavorare per avere i soldi. Poi c’è la posizione di chi dice che anche il lavoro di cura va pagato, cioè propone la professionalizzazione del lavoro di cura. Io sono assolutamente contraria perché il lavoro di cura per un neonato che altrimenti morirebbe non è traducibile in un lavoro pagato. Chi fa il lavoro di cura è molto più ricattabile di chi fa il lavoro industriale: quest’ultimo può smettere di lavorare, fare sciopero, ma se interrompi il lavoro di cura l’altro muore. Le donne fanno questo lavoro da migliaia di anni senza incentivi economici: questo ci dice che, se il lavoro ha senso, non ci vuole un incentivo economico per farlo. [..]

Ina Praetorius con le sue parole e le sue argomentazioni è come se sollevasse finalmente una coltre di polvere secolare fatta di silenzio, di consuetudini, di strutture mentali, sociali ed economiche mai messe in discussione, accettate come normali, ma che se ci pensiamo bene, sono alla base dei più pericolosi meccanismi che gli esseri umani hanno messo in pratica. Secoli di società patriarcali su cui si è poggiato il capitalismo, hanno costruito un modello senza scelte reali. Ci ha chiuso tutti in delle gabbie, con ruoli e tempi difficilmente modulabili sulla base delle nostre inclinazioni. Ci ha convinti che l’unico mezzo per sopravvivere fosse quello di lavorare duramente e senza troppe possibilità di scelta. Il termine sopravvivere è correttissimo, perché mentre da una parte c’è chi arricchisce ben oltre le sue esigenze di sopravvivenza, dall’altra i comuni lavoratori riescono a malapena a sopravvivere. Il fatto di non avere alternative ci rende meglio “gestibili” dal datore di lavoro. Se invece potessimo contare su un reddito di base che ci assicurasse il livello di sopravvivenza, potremmo scegliere se quel lavoro è necessario, se è nocivo a noi stessi (fisicamente o psicologicamente), se è consono alle nostre aspirazioni, se è utile, se è interessante. Insomma sarebbe una rivoluzione culturale, sovvertirebbe il nostro approccio di schiavi del lavoro. Se si è liberi dalle angosce della sopravvivenza si può avere maggior potere contrattuale. Mi rendo conto che questo comporterebbe sovvertire l’ordine a cui molti sono aggrappati e affezionati. Ma è necessario se vogliamo superare questa fase di crisi dei modelli, che comporta solo un imbarbarimento sociale e umano.

[..] Il reddito di base incondizionato ci mette nella posizione di non avere più nessuna scusa per appoggiare il capitalismo, per produrre cose insensate, ma possiamo fare solo lavori che ci sembrano sensati. Questa è una posizione rivoluzionaria. [..]

Il reddito di base incondizionato (senza dover continuamente dimostrare di essere bisognoso) non abolirebbe lo stipendio. In una società fondata sui soldi, la misura di questo reddito è la sopravvivenza. Tutto ciò che esula da questa misura appartiene al territorio dello stipendio.

Oggi, noi donne ci accontentiamo di una riduzione dell’orario di lavoro per poterci occupare dei nostri altri mille lavori di cura. Per molte non c’è nemmeno questa possibilità. Ma questi part-time ci condannano a una vecchiaia difficile, una pensione misera. In più con questo sistema, non c’è la garanzia che cambi qualcosa nella condivisione effettiva delle funzioni di care.

Siamo molto lontani, almeno in Italia, da un passaggio tanto significativo. A mio parere siamo materialmente, ma soprattutto culturalmente impreparati e immaturi. Dovremmo partire dal chiarire prima di tutto chi siamo come esseri umani, come esseri relazionali. Riconsiderare la nostra essenza che ci rende vicendevolmente legati gli uni agli altri, in una relazione di dono reciproco, verso noi stessi e verso gli altri. Noi siamo in quanto riusciamo ad uscire da noi stessi, dal nostro essere monadi e ci proiettiamo verso l’esterno, siamo in quanto entriamo in relazione con gli altri e con il mondo esterno.

Essere impegnati a sopravvivere non ci consente di avere la lucidità e il tempo per riflettere sull’importanza di una rimodulazione delle nostre vite. Su questo contano i capitalisti e tutti coloro che vogliono difendere le loro posizioni privilegiate. Vogliono farci credere che il loro è l’unico modello possibile di vita. Non siamo abituati a pensare nei termini di Ina, ci hanno abituato ad altro. Da alcuni potrebbe essere etichettato come idealismo senza fondamento. Questo solo perché non siamo abbastanza elastici da guardare oltre quello che ci hanno insegnato, al modus vivendi consueto e codificato nei secoli, che ci rende “accettati” e inquadrati socialmente nel sistema produttivo, subordinando o sacrificando la dimensione relazionale e di care. Proviamo a cambiare schema. Personalmente non mi fido di chi mi dice che non ci sono alternative o che potrei pentirmi: puzza di bruciato.

4 commenti »

#PerDiana che risultato!

Immagine

 

Ieri alle primarie regionali lombarde del PD è accaduto un fatto molto importante, a mio avviso. Diana De Marchi ha segnato un 42, 81% di preferenze, vincendo a Milano e in altri 5 capoluoghi su 12. Un segnale chiaro ai vertici. La base ha gli occhi aperti e non si lascia ingabbiare nelle solite logiche dettate dalla convenienza. Il risultato ha segnato un non plebiscito per Alfieri. Nonostante le premesse e i sabotaggi interni, Diana ha dimostrato che quando si fanno le cose bene i risultati arrivano e ritornano come conferme. In poco più di due settimane di campagna ha raggiunto questo risultato, ci sarà pure un motivo? Sicuramente avrà pesato ciò che sta accadendo a Roma. Lo strappo non dev’essere piaciuto a molti, diciamo quasi a nessuno con un po’ di amor politico. Ma al di là del quadro generale, ha contato molto la forza, la grinta e le idee che ha portato in giro Diana, non solo in questa occasione. Lei è la testimonianza di come occorra costruire un percorso nel lungo periodo, senza improvvisazioni o facili arrampicate al servizio di qualcuno. L’approccio deve essere quello della coerenza, della serietà, senza intrighi o calcoli personalistici. Questo è il PD che vorremmo. Il PD di Diana e di Pippo e di tanti altri che non si adeguano ad ogni costo, che non confondono la politica con i giochi di palazzo. Grazie Diana per aver scritto questa bella pagina.

 

Lascia un commento »

Il mondo femminile dei 5stelle

Leggendo questo articolo ho avuto una visione più chiara delle donne pentastellate. Un coacervo di autoassoluzioni, di giustificazioni fragili e di persone in cui idee, parole, storia e diritti sono mescolati in un unico, grande calderone che ne cambia i connotati. Non sembrano capitati per caso, sono il prodotto di anni di manipolazioni concettuali e linguistiche, prima che materiali. I grillini avrebbero potuto essere diversi se fossero cresciuti in un Paese in grado di mantenere vivo il proprio sistema valoriale e di riferimento delle istituzioni e della società. Questa è una classe dirigente che ha smarrito le proprie radici e ha affidato la sua speranza di catarsi a un movimento guidato da Grillo e Casaleggio. Il motto uno vale uno, portato come vessillo di un sistema liquido e fangoso di partecipazione, diventa al contempo un colpo di spugna ad ogni cosa che risulti scomoda o difficilmente compatibile con i comportamenti e il sistema ideologico della premiata ditta Grillo e Casaleggio. Così si giustifica ogni cosa, anche i comportamenti indecenti dei propri compagni di partito. Così ci si può considerare all’avanguardia, dicendo di voler superare il femminismo storico, rifiutando ogni etichetta. Peccato che il femminismo non sia mai stato un’etichetta di un abito sgualcito e fuori moda che non serve più. Un po’ di sana informazione, nonché di umiltà non sarebbero sgradite. Sarebbe meglio che tutte le parlamentari grilline, compatte, iniziassero a chiedere rispetto per le parlamentari offese. Senza incomodare ipotetiche etichette, a cui le grilline sembrano allergiche. Le donne del M5S sono diventate quell’uno indefinito, senza fisionomia, un punto che esiste grazie al verbo e alla volontà del guru; così hanno perso di vista se stesse e tutte le altre, hanno scelto quella dimensione nebulosa dell’assimilazione ad una religione populista. Sintomo che non avevano capito un granché, nemmeno quando alcune votavano centrosinistra. Hanno indossato un vestito da adepte alla prima occasione e la cosa tremenda è che si sentono migliori, più rispettate e più libere. Contente loro…

 

Lascia un commento »

Il dissenso non è necessariamente un male

Di questi tempi coloro che sono capaci di dissentire e di proseguire in maniera coerente sono merce rara. La fretta di raggiungere posizioni di potere è talmente golosa e ottenebrante da escludere qualsiasi altro tipo di valutazioni. Ci si allinea troppo facilmente e si perde il senso critico e la visione globale. Soprattutto si corre il rischio di perdere il senso del bene comune, di cui molti si fregiano senza ragione. Gli ultimi episodi accaduti, a cavallo tra PD e governo avvalorano la mia premessa. Ma più che guardare ai piani alti del partito, vorrei parlare di un caso più particolare e “locale”. Lo scorso 12 febbraio si è tenuto a Milano il confronto tra i due candidati alle primarie regionali del prossimo 16 febbraio: Alessandro Alfieri e Diana De Marchi. L’ho trovato molto istruttivo ed emblematico sia per quanto concerne le diverse personalità e gli spiriti che animano il partito, sia per i contenuti e le differenti sensibilità. Posso dare un giudizio: 10 a zero per la De Marchi. Una donna che ha dimostrato energia, competenza, conoscenza del territorio, capacità di ascolto, misura, equilibrio e soprattutto idee chiare e senza alcun tentennamento, anche sulla sua perplessità in merito a un Renzi premier senza passare per le urne. Insomma, ciò che ti aspetteresti dal PD, da un partito moderno e serio, con la testa sulle spalle. Dall’altra parte un personaggio totalmente di apparato, tronfio, teso come una corda di violino, tanto da sbottare alla prima occasione di critica. Infatti, il predestinato e favorito Alfieri perde la calma subitissimo e si mostra piccato quando qualcuno della platea dissente su quello che dice. Ma c’è una chicca. Qualche giorno fa Ambrosoli aveva presentato in consiglio regionale una mozione per la depenalizzazione delle droghe leggere. In pratica si chiedeva di aprire un confronto sul tema. Risultato? Il PD non sostiene Ambrosoli (il candidato presidente del Patto civico, cui partecipava il PD, perdente alle scorse elezioni regionali). Motivo? Il 12 è stato piegato così da Alfieri (consigliere in Regione Lombardia): abbiamo saputo della mozione dai giornali, ci siamo confrontati con Ambrosoli e dovevamo sostenerlo, ma lui non si è presentato in aula e perciò alcuni del PD hanno deciso di non appoggiare la mozione. Il PD si è spaccato, ma non possiamo berci la spiegazione puerile di Alfieri: se sei d’accordo, lo sei anche in assenza del proponente. Forse Ambrosoli non si è presentato perché consapevole dell’ostilità dei suoi. Forse Ambrosoli ha pagato la poca chiarezza del PD su questo e su tanti altri temi. Un piccolo e fulgido esempio di com’è messo il PD.

Consiglio il pezzo di Nino Carella qui.

Lascia un commento »

Non Una Di Meno - Milano

Contro la violenza maschile sulle donne e tutte le forme di violenza di genere

ilportodellenuvole.wordpress.com/

I tessitori di nuvole hanno i piedi ben piantati per terra

Variabili Multiple

Uguali e Diversi allo stesso tempo. A Sinistra con convinzione.

Blog delle donne

Un blog assolutamente femminista

Parla della Russia

I took a speed-reading course and read War and Peace in twenty minutes. It involves Russia.

Critical thinking

Sociology, social policy, human rights

Aspettare stanca

per una presenza qualificata delle donne in politica e nei luoghi decisionali

mammina(post)moderna

Just another WordPress.com site

Femminismi Italiani

Il portale dei femminismi italiani e dei centri antiviolenza

violetadyliphotographer

Just another WordPress.com site

Il Golem Femmina

Passare passioni, poesia, bellezza. Essere. Antigone contraria all'accidia del vivere quotidiano

Last Wave Feminist

"Feminism requires precisely what patriarchy destroys in women: unimpeachable bravery in confronting male power." Andrea Dworkin

Links feminisme

geen feminisme zonder socialisme, geen socialisme zonder feminisme

Rosapercaso

Il blog femminista che parla d'amore

vocedelverbomammmare

tutto, ma proprio tutto di noi

Stiamo tutti bene

Le tragicomiche avventure di una famiglia di nome e di fatto

Abolition du système prostitueur

Blog du collectif Abolition 2012

REAL for women

Reflecting Equality in Australian Legislation for women

Banishea

Gegen Prostitition. Für Frauen. Für Selbstbestimmung und Unabhängigkeit. Gegen Sexkauf. Not for Sale. Weil Frauen keine Ware sind.

Psicodinamica

idee di psicologia e psicoterapia

Sarah Ditum

Writing, etc.

Femina Invicta

Feminist. Activist. Blogger.

THE FEM

A Feminist Literary Magazine

O capitano! Mio capitano!...

"Ci sono persone che sanno tutto e purtroppo è tutto quello che sanno." [Oscar Wilde]

Diana

"Nell'ora più profonda della notte, confessa a te stesso che moriresti se ti fosse vietato scrivere. E guarda profondamente nel tuo cuore dove esso espande le sue radici, la risposta, e ti domandi, devo scrivere?". Rilke

irréductiblement féministe !

l'humanité sera civilisée quand elle aura aboli le système patriarcal et autres systèmes d'oppression politiques, économiques et religieux