Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Un mondo illusorio in cui tutto sembrava risolto (o quasi)


Sulla questione del numero di donne che ogni anno lascia “volontariamente” il lavoro dopo la maternità (dato che purtroppo non fotografa il sommerso di chi un contratto non ce l’ha) ho scritto molte volte sul mio blog. In quest’anno strano faccio fatica a scrivere. Ma avrei due pensieri. Questo report in materia di provvedimenti di convalida delle dimissioni e risoluzioni consensuali di lavoratrici madri e lavoratori padri (Relazione annuale sulle convalide delle dimissioni e risoluzioni consensuali delle lavoratrici madri e dei lavoratori padri) fotografa le dimissioni annuali, ma sarebbe utile indagare sul dopo, su quando e se queste donne sono riuscite a rientrare nel mondo del lavoro e a quali condizioni, con quali equilibri e modalità. Infine, a distanza di anni da quel modulo a fini statistici che anche io ho dovuto compilare davanti a un’impiegata che se fosse stata un robot sarebbe stata più empatica, nessuno mi ha mai chiesto come me la passassi, se avessi bisogno di un supporto per rientrare, se col tempo ero riuscita a risolvere i miei problemi e avevo trovato un equilibrio. Nessun ente, persona mi ha mai aiutata a non sprecare ciò che avevo appreso in anni di studio e in 10 anni di lavoro. La cosa che fa più danni è la solitudine di queste storie. La cosa che fa più male a distanza di tempo è sentirsi ancora dire “arrangiati”, “sii flessibile”, sei tu che non ci riesci e sei troppo debole”. E tutto il mare di donne che hanno in questi giorni avversato lo smart working fanno ancor più un effetto macigno. Perché se me lo avessero concesso, io non sarei stata costretta a dimettermi. Meditate. Non è mai soltanto una questione privata e ed esclusivamente personale. Riguarda una società che fatica ad occuparsi di fenomeni evidenti, preoccupanti, ad alto tasso discriminatorio. Una inesorabile emorragia, in crescita nel 2019, per la maggior parte di carattere femminile: 37.611 (circa il 73% del totale), (nel 2018 erano state 35.963).

“Fra le motivazioni delle dimissioni/risoluzioni consensuali addotte da lavoratrici e lavoratori (in sede di colloquio con il personale addetto al rilascio del provvedimento di convalida, volto a accertare la genuinità del consenso) la più ricorrente è rimasta la difficoltà di conciliare l’occupazione lavorativa con le esigenze di cura della prole, registrata in 20.730 casi (20.212 nel 2018), in percentuale pari a circa il 35% del totale, sostanzialmente in linea con quella dell’anno precedente (36%).

Tale motivazione si è sostanziata, in particolare, in:

− assenza di parenti di supporto in 15.505 casi (15.385 nel 2018), pari a circa il 27% del totale, percentuale coincidente con quella dell’anno precedente;

− elevata incidenza dei costi di assistenza al neonato (es. asilo nido o baby sitter) in 4.260 casi (3.907 nel 2018) pari a circa il 7% del totale, dato corrispondente a quello del 2018;

− mancato accoglimento al nido in 965 casi (920 nel 2018), pari a circa il 2% del totale, percentuale identica a quella rilevata nel 2018.”

Pesano anche fattori concernenti l’organizzazione e le condizioni di lavoro, particolarmente gravose o difficilmente compatibili con la cura dei figli.

Accogliere sorprese anno dopo anno certi dati è indice di quanto poco presenti a noi stesse siano certe esperienze, di quanto possano prima o poi riguardarci da vicino. E se le nuove generazioni di donne percepiscono questo disastro come casi marginali, isolati, rari, inciampi di persone poco adatte al mercato del lavoro, se pensano che oramai la loro vita lavorativa non incorrerà mai in simili sventure, in tali muraglie non aggirabili, allora abbiamo sbagliato qualcosa nella trasmissione intergenerazionale di quanto ancora enormi siano divari, discriminazioni sulla base del genere. Abbiamo sbagliato anche a non renderlo parte centrale delle nostre battaglie di donne e di femministe. Di quanto la “cura” sia tutto sommato tuttora a carico delle donne, con gli uomini che partecipano ma fino a un certo punto, mai fino ad intaccare il loro cammino di vita e di lavoro, le loro passioni o hobby. Quello resta territorio sacro, mai sacrificabile. Dare una mano significa già dare per scontato che in ogni caso resterà in carico alle donne. Il limite di tutto questo è che anziché dare impulso a una compatta e solidale battaglia per interrompere questa china negativa, restiamo ognuna, ciascuna concentrata sul proprio caso, alla ricerca di una toppa che possa risolvere la situazione personale. Il fatto che tutto o quasi tutto cambi in funzione degli aiuti familiari a disposizione, dimostra come ci sia un gap di welfare pubblico e di come anche questo non sia tutto. Perché ci vuole comunque un nuovo disegno dei tempi di vita e di lavoro. Ci vuole un nuovo equilibrio e patto collettivo, affinché non ci siano più scelte obbligate, che mangiano desideri, progetti, energie. La vita non può passare rinviando tutto in funzione di un mercato del lavoro tanto fragile, incapace e sordo ai cambiamenti. Le nostre energie dissipate spesso in lotte intestine, a chi si intesta le battaglie per poi non cambiare niente, se non per ritagliarsi spazietti di microinteressi personali. Le nostre energie a spiegare che non abbiamo raggiunto proprio nemmeno un decimo degli obiettivi accolte dai ragazzini e dalle ragazzine come qualcosa di anacronistico e antico. Accorgersene quando si è già dentro il problema è già troppo tardi. E basta a ripeterci che il lavoro c’è, anche tra noi donne, quando sappiamo che ad ogni nuova crisi siamo sempre noi le prime a pagarne gli effetti negativi e a retrocedere ulteriormente. Nei dialoghi a scuola si oscilla tra la negazione e una rimozione, salvo poi riuscire a verificare anche nel proprio micro ambiente familiare quanto la questione discriminazione e la miriade di scelte obbligate siano molto presenti. Questa presenza si sedimenta e anziché sfociare in una ribellione, assistiamo a una rassegnazione alquanto diffusa, una rimozione che non fa altro che conservare quel sistema padronale, paternalistico e patriarcale del “tornate a lavurà e zitte”. Prendere o lasciare anche a scapito di tutto il resto, ciechi e disposti a rinunciare via via a sempre maggiori diritti pur di portare a casa qualcosa. Altro che lotta di classe. Qui siamo alla narcolessia della lotta, quando arriviamo a sentire la mancanza dell’occhio del padrone.. quando difendiamo indifendibili uscite politiche e istituzionali per ordini di scuderia. Per non arrolvellarci troppo su alternative che magari potrebbero solo farci bene e portarci nuovi modelli. Nemmeno il Covid ha spalancato le porte all’urgenza di ripensare e ribaltare tutto. Ci sono meccanismi che devono essere rivisti. Non soluzioni tampone o reti di protezione fai da te, ma un ripensamento di tutta la costruzione delle nostre esistenze, del sistema pubblico di sostegno alla genitorialità. Non è solo nelle mani del buon padre imprenditore il futuro, perché che sia piccola, media o grande impresa, è tutto nella cultura di chi organizza il lavoro e di come lo concepisce in chiave di produttività. Se ci si occupasse di benessere e di soddisfazione del dipendente, non credo che si troverebbe una situazione rosea e la bassa produttività avrebbe alcune chiare spiegazioni. Di fronte a tanti bivi, difficoltà, progetti di vita rinviati, lavoro mangia tempi di vita, nessun potere contrattuale, non ci si può aspettare risultati positivi e prospettive positive.

Quindi meno sguardi di sorpresa e più tentativi di comprendere i fenomeni e monitorarli nel tempo, ascoltando e accompagnando chi in questi report è solo un numero statistico ma ha diritto a non essere perso per strada. Così ci siamo persi anni di opportunità di intervenire. Non rinviamo di un altro anno.

I richiami internazionali intanto non cessano: il Comitato europeo dei diritti sociali (Ceds) del Consiglio d’Europa si è espresso sul reclamo presentato dall’ong “University Women of Europe” che contestava a 15 dei 47 Stati membri dell’organizzazione paneuropea di non rispettare il diritto delle donne alla parità di retribuzione e alle pari opportunità professionali: “l’Italia ha violato i diritti delle donne perché ha fatto insufficienti progressi misurabili nel promuovere uguali opportunità per quanto concerne una pari retribuzione”. Solo la punta dell’iceberg, in cui se sei sola, senza welfare pubblico o familiare, senza patrimonio pecuniario o una dote di relazioni tali da poterti ricollocare facilmente, sei automaticamente espulsa dal mercato del lavoro. Non importa l’esperienza, le doti, i sacrifici che hai fatto o sei disposta a fare. Non crediamo mai alle donne che ci dicono che basta volerlo.

Cercasi opportunità, questo spesso manca in un Paese in cui devi avere le spalle coperte per non essere marginalizzato.

Contano sulla nostra stanchezza, sulla nostra solitudine, sul fatto che non rovineremo mai la festa a un sistema che è tuttora tanto diseguale e discriminatorio, imperniato di metodi annientanti e ricattatori.

Anche l’ultimo rapporto Istat ci restituisce un quadro in cui le disparità, i carichi di cura e di lavoro domestico sono assai sbilanciati. Il Covid ha solo creato una frattura più ampia e visibile, a cui non si può risolvere a suon di bonus, voucher, servizi per l’infanzia ed educativi, perché lo abbiamo più volte sottolineato, le leve devono essere altre, in una rivoluzione dei tempi, dei compiti, dei modelli organizzativi in azienda, di cambio di mentalità, di una genitorialità diversa, perché sinora tutto si è retto sul sacrificio di qualcuno, in primis donna e a seguire nonni (forma di welfare tipicamente italico). Prendersi in carico politicamente la questione dell’occupazione femminile significa finalmente sedersi attorno a un tavolo e ascoltare le donne, soprattutto quelle che sono state costrette a uscire dal mercato del lavoro o ad accettarne le mille storture. Un piano non può che partire da esperienze reali, perché qualsiasi impatto di genere delle politiche non può solo avere un approccio meccanicistico, ma implica un’osservazione di come ci deve essere un mix di politiche che siano il più possibile a misura di ciascuna storia e situazione, che permettano una genitorialità agita e consapevole, senza che si dia come mera soluzione quella di delegare in toto ad altri soggetti o servizi. La politica deve pensare che la normalità non devono essere le acrobazie, ma un ritmo e un modello di vita più umano e volto al benessere di tutti i soggetti. Soprattutto, dopo aver sciorinato dati e statistiche, occorre che si metta mano alla realtà e si cerchi di osservare la realtà da vicino, senza che le persone restino numeri che se la devono poi cavare da sé, dopo la costernazione di rito. Siamo un po’ saturi di dover assistere periodicamente alle lacrime di coccodrillo di chi promette sempre soluzioni a breve, tanto poi nulla cambia. Intanto, molte risorse in questo paese ammuffiscono e si spiana la strada a un sistema che premia solo chi è genuflesso, disposto a sacrificare diritti e qualità della vita, una neoschiavitù che conta su tanto lavoro sommerso e invisibile. La partecipazione delle donne è un diritto costituzionale, a cui non abbiamo mai dato molto peso. A chi stiamo delegando la rappresentanza delle donne? Con quanta compattezza e collaborazione reciproca stiamo agendo? Perché in tanti anni abbiamo permesso le emorragie di donne dalla vita attiva, tollerando che situazioni positive fossero appannaggio di poche e che soltanto per alcune ci fosse qualche vantaggio? A me viene in mente solo una cosa, un sistema patriarcale e conservatore che ha mantenuto in piedi questo meccanismo illusorio, su cui di generazione in generazione ci siamo adagiate, non comprendendo bene l’operazione in atto. A molte donne è sembrato sufficiente ed equo così, in una bolla in cui alla fin fine ci si doveva salvare da sé e per sé. Il Covid ha fatto scoppiare molte di quelle bolle ed ora siamo di fronte a un disastro che si è fatto finta di non vedere per decenni. Abbiamo rinunciato a tanto, ora cerchiamo di prendere coscienza dei costi che abbiamo pagato pensando che tutto sommato non c’erano alternative e che il modello fosse il migliore possibile. Quel modello ci ha rubato tanto, ci ha sottratto tempo, energie, entusiasmo e pezzi di vita importantissimi. Fa tristezza doverci dividere sempre su altri fronti, senza prendere in mano la realtà e accorgerci di come sia sdrucciolevole la vita da equilibriste. Focalizziamoci su aspetti e su lotte che possono vederci insieme e non permettiamo a niente e a nessuno di fermarci o di dirottarci su binari che non ci portano da nessuna parte. Non lasciamo affondare nei numeri dei report le nostre esistenze, non accontentiamoci mai. Perché il rischio è che anche dopo il Covid ci lasceranno le briciole. E che nessuno si permetta di lamentarsi della continua decrescita della natalità, stando alle condizioni attuali di vita.

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Cosa abbiamo imparato (o forse no)


L’emergenza Covid ha fatto emergere numerose voragini e questioni irrisolte, abbandonate da decenni. Sulla Sanità molti più compententi di me si sono espressi e l’innamoramento (o meglio un favoreggiamento) pro privato, la sanità aziendalizzata hanno mostrato i loro limiti, per usare un eufemismo.

Ma c’è qualcosa che è sempre stato di nicchia e che con il lockdown e la pandemia è emerso. Fino a quando i problemi di conciliazione erano quei numeri lì, che ogni anno venivano redatti in un report che tutt’al più restava tra i trafiletti dei giornali per un giorno, tutto andava bene, o meglio era una roba di quelle povere (e poveri) sfigate/i che si dimettevano a migliaia per problemi legati alla nascita di figli e dell’incompatibilità tra ritmi di lavoro e compiti di cura. Sì, povere donne incapaci di tenere tutto in equilibrio, poverette che non potevano avvalersi dei nonni, né di flessibilità lavorativa, né di orari part-time, che guadagnavano una miseria tale da non potersi permettere tate, baby sitter, ausili a pagamento, per cui la retta di un nido, le distanze da percorrere, le necessità di accudimento tipiche di bambini piccoli mal si conciliavano con un mondo del lavoro per cui se non sei tutelata e non navighi in acque amichevoli ti butta semplicemente fuori, senza tanti complimenti. “Ci si rivede quando avrai risolto e sistemato i tuoi problemi”, che poi non sono nostri problemi ma spesso un mondo del lavoro recalcitrante a qualsiasi cambiamento e riorganizzazione. La legge dello sfruttamento più spinto, i segnali di un capitalismo boccheggiante ma ancora molto nocivo, che radicalizza quanto di peggio ha generato. E noi? Col tempo ci siamo adeguati, fondamentalmente abbiamo dimenticato ogni diritto e conquista, persino lo Statuto dei lavoratori oggi sembra uno strambo scherzo di un’epoca di lotte che fu. Sembra tutto concluso nel passato ed oggi nonostante la pandemia c’è chi corre verso un riasservimento al disastro che si è consumato negli ultimi decenni. Di cui anche noi siamo complici. Perché nulla o quasi si è fatto per interrompere la discesa agli inferi di un sistema ultraliberista che ci ha rubato tempo, sogni, oltre che diritti.

Così, dicevo, i problemi di conciliazione sono stati “roba da femmine” o ancora in senso più dispregiativo “da femministe”. Eppure, lo abbiamo scritto in tutti i modi, riguarda tutti e tutte, perché si è genitori, uomini e donne, e perché anche se non si hanno figli, prima o poi si avranno compiti di cura. Quindi, stride molto il fatto che ora il fronte dei genitori si sia accorto dell’abisso che si apre quando non hai più niente e nessuno su cui contare. D’altronde in molti hanno delegato ad altri soggetti compiti di educazione e accudimento. La scuola pubblica, cenerentola per decenni, per finanziamenti ed attenzione, d’improvviso torna alla ribalta, ma non per la sua funzione primaria, l’educazione, l’istruzione, l’emancipazione, la formazione per diventare cittadini e adulti consapevoli, ma come forma di collocamento dei figli, perché fosse il più possibile contenitore, parcheggio nelle ore in cui si lavorava. Per una volta, dite la verità, almeno a voi stessi. Visto poi il tempo trascorso a scuola, le si dava anche la “colpa” quando i pargoli si scoprivano bulli, maleducati, difficili. Il tempo scuola si è dilatato e lasciatemelo dire, appiattito sul modello di produzione e sfruttamento capitalista, tanto da arrivare ad avere una durata pari a un contratto full-time. Appiccicandoci altre mille attività, si può tirare a sera. Così del tempo familiare resta davvero qualche minuto, che anche volendo non si può chiamare di qualità. Prima del Covid sentivo genitori recalcitranti, sorpresi e anche un po’ irritati davanti a un figlio che voleva ripassare la lezione con i genitori in vista dell’interrogazione del giorno dopo. C’è chi ha definito la scuola un “ammortizzatore sociale”. Qui sta tutto il cortocircuito. Una sorta di stato confusionale totale sui minimi significati che hanno assunto le parole e gli strumenti. All’improvviso ci si è accorti del diritto allo studio, delle attività scolastiche, della necessità di avere scuole diverse, di insegnanti e di scuole ridotte ai minimi termini, di precariato, di spazi inadeguati, di classi pollaio. Addirittura si è riaffacciato il problema della dispersione, per anni insabbiato. Si è urlato che la DAD (didattica a distanza) allargava le differenze e il problema della dispersione. Ma va là, che ce l’avevamo davanti agli occhi da anni e anziché migliorare, peggiorava, nemmeno il tempo pieno tanto amato da tanti genitori aveva risolto un bel niente. Anzi. Diciamocelo schiettamente, se la scuola in passato era ascensore sociale, oggi si è di gran lunga trasformato in una sorta di mero servizio di cui avvalersi, come un box per conservare mobili, un qualsiasi consumabile, i cui contenuti e la cui qualità poco ci importava. Ci si sollevava solo per ribellarsi al figlio che andava male e veniva bocciato, per la bufala della teoria gender (mai sia parlare di parità di genere), per trovare sin dai primi anni di scuola la raccomandazione, il corso migliore, la scuola più cool, quella con meno situazioni problematiche, con meno stranieri. Tutto questo è realtà, non si può negare. Altro che laboratorio di inclusione, multiculturalismo, alla fine le discriminazioni e le segregazioni restavano e la società non ha perso i germi del razzismo e della xenofobia, perché poi il banco di prova è la società fuori che poco è cambiata e non ha tradotto in una nuova cultura quanto con grandi sforzi si è cercato di seminare in alcune realtà scolastiche. Non si spiegherebbe la febbre pro Salvini.

La scuola come rimessa di una genitorialità in fuga, forse mai uscita del tutto dall’adolescenza, tanto da cercare sempre un nuovo soggetto su cui scaricare responsabilità, che spianasse la strada e permettesse di saltare gli ostacoli senza troppi sacrifici personali. Ci è voluto un virus per interrompere questo flusso. Ma non so bene se ci permetterà di maturare. Per decenni abbiamo dipinto gli insegnanti come parassiti, privilegiati, “con tre mesi di vacanza”, senza mettere veramente il naso nel lavoro reale degli insegnanti. Da figlia di insegnanti ho vissuto quasi tutta la vita immersa in questi pregiudizi, nelle varie fasi, riforme, problemi, fino all’esasperazione di ogni cosa. I mega complessi scolastici, il personale ridotto all’osso, regole di ingaggio che cambiavano ogni anno, tanti validi insegnanti persi per strada perché non si può essere precari oltre una certa età, perché nessuno ti mantiene. Finora ve ne siete bellamente fregati di questa realtà. Ed oggi si chiede un ritorno in presenza a scuola, ma siamo e dobbiamo essere ben consapevoli che tutto questo richiede tanto altro. Lo ha spiegato bene Mila Spicola, in un suo articolo su Huffington Post. 

Per chi sogna formule nuove di scuola. Solo chi non bazzica per le scuole può ignorare quanto lavoro ci sia da fare. La sporcizia sedimentata negli anni e mai rimossa si appiccica sui grembiuli che non tornano più bianchi. Bagni e mense inclusi. Sapone e asciugamani di carta li portano i genitori. Girano indisturbate patologie serie, che nessuno monitora e che diventano normalità. Quindi urge un piano di sanificazione periodico e serio, più volte al giorno, altrimenti è inutile sognare modelli nordici. Gli alberi in giardino vengono giù a ogni temporale un po’ più forte. L’ultimo si è nuovamente abbattuto sulla ex scuola dell’infanzia di mia figlia. L’albero era dentro il giardino della scuola elementare di mia figlia. Non è la prima volta, finora per fortuna è accaduto sempre a scuole chiuse. Non si tratta di miracoli, ma di puro caso che ha fatto la differenza. Molti edifici hanno strutture poco stabili, muri e soffitti precari, servizi igienici e impianti fermi a decenni or sono. Ora si propone di fare l’ultimo giorno insieme per gli ultimi anni del ciclo: mancano le linee di sicurezza, non si sa nemmeno quando potremo rientrare a scuola a recuperare libri e materiale didattico dei nostri figli, con grandi difficoltà si faranno gli esami… giustamente abbiamo chiuso tempestivamente le scuole (altrimenti chissà che risultati avremmo avuto) per ragioni sanitarie e di tutela della salute pubblica. Non si poteva davvero fare altrimenti. Questa non è una fase storica normale, chiaro? Non si può bypassare come se niente fosse e fregarsene come siamo soliti fare. Necessita di un’azione di inversione di mentalità, quella dimensione collettiva tanto sbandierata e poco praticata, tanto che siamo pronti a negare l’utilità di determinate misure. Adattarsi, sacrificarsi, rinunciare a qualcosa per l’unica cosa veramente importante, la salute, senza la quale null’altro è possibile. Questo dobbiamo insegnarlo anche ai più piccoli, ai più giovani, è una sorta di occasione di fare educazione civica ed esperienza di vita unica, da protagonisti, magari iniziando a buttare al macero tutto ciò che di marcio e nocivo ammorbava le nostre vite. Sì anche tutto ciò che era stato costruito per un sedicente bene dei bambini e che invece era a misura degli adulti, della corsa ai soldi e all’assecondare un capitalismo neoliberista, stili di vita adultocentrici altro che “al centro i bambini”. Svegliamoci e cogliamo questa opportunità.

Ritornando ai malanni della scuola: la continuità didattica non esiste più, il precariato e l’incertezza sono la regola. Gli organici compressi e ridotti ai minimi termini. La scuola pubblica è stata considerata l’ultima ruota del carro per anni, tanto andava avanti per la buona volontà dei singoli lavoratori, poco importava se la qualità diminuiva di anno in anno. Sì, ora si è investito qualcosa, avete promesso assunzioni, ma per risolvere anni di abbandono ci vuole molto di più. Ogni euro sottratto al pubblico è uno schiaffo, sintomo di come questa pandemia non ha cambiato una virgola.

Vedi arrivare una cascata di milioni per le paritarie: altri 40 milioni, oltre ai 65 già stanziati. Sì, certo, sono giunti anche soldi per la scuola pubblica, ma in tempi di penuria occorre fare scelte e individuare le priorità. La scuola pubblica deve essere l’unica priorità, martoriata e abbandonata per anni. Il privato si assuma i rischi di impresa e soprattutto inizi a rispettare i propri insegnanti, non sempre trattati bene. Non possiamo permetterci di distrarre ancora denaro pubblico per sostenere il privato. Di questo dobbiamo essere capaci, soprattutto se ci definiamo di sinistra. Invece, ho l’impressione che tutto sommato “il prima” ci andasse assai bene e che oggi ci lamentiamo solo per sport, solo perché ora molte più persone hanno toccato con mano le cose che in tante abbiamo raccontato per anni, di scelte obbligate, di zero possibilità di continuare a lavorare. Sì eravamo le “deboli incapaci”, quelle che non sapevano organizzarsi, oggi forse capite maggiormente la situazione che abbiamo vissuto. Io non chiedevo parcheggi, ma che potessi conciliare lavoro e cura, che mi si desse l’opportunità di svolgere il mio ruolo di madre, di essere presente per mia figlia, di continuare a lavorare, certo con ritmi, orari e modalità riadattate, ripensate. Non pretendevo che la scuola o altri mi sostituissero. Non pretendevo di delegare in toto ad altri il tempo di mia figlia. Non avrei mai desiderato per lei uno stile di vita tarato per il modello produci-consuma-crepa. E non dobbiamo tornare indietro, non ora. L’opportunità che oggi abbiamo è pari a una rivoluzione, da cogliere oggi. Non parlate di socialità, di crescita della personalità in ambito comunitario, per nascondere altri obiettivi e necessità. Com’è che siamo diventati una società individualista ed egoista, che in lockdown saccheggiava i supermercati, gli slot della spesa online, che negli anni se ne è fregata di un SSN sempre più depotenziato, dove alla fine se la cavava solo chi poteva pagarsi analisi e cure nel privato, dove la regola era trovarsi un pediatra privato, dove si è detto che tanto la medicina territoriale non serviva? Diciamocelo senza troppa ipocrisia, non è che abbiamo educato generazioni all’altruismo e alla legalità, piuttosto a chi è più furbo e a chi evade meglio. E di questo i responsabili siamo noi, non la scuola, che ha cercato nonostante tutto di trasmettere valori diversi. Abbiamo costruito un sistema composto di mille rivoli composti di familismo, nepotismo, sistemi para mafiosi, clientelismo, protezione delle rendite di posizione.

Adoperiamo questo tempo per ringraziare tutti i meravigliosi e straordinari insegnanti che hanno ripensato e ridisegnato la didattica, che hanno fatto di tutto per mantenere il legame con i propri alunni, che hanno esercitato le loro doti di umanità, comprensione, voglia di fare, di sperimentare, che non si sono mai fermati, che hanno adoperato tutti gli strumenti per non permettere che il filo con la classe si spezzasse. La DAD è stata l’unico modo per non fermare tutto e consentire di proseguire, ovviamente in modo diverso, ma di mantenere tutto il possibile, in una situazione di emergenza. E se nemmeno noi adulti siamo in grado di comprendere che in una situazione eccezionale le cose non possono proseguire come se nulla fosse, come pretendiamo che i nostri figli collaborino, siano sereni e crescano anche da questa esperienza? I nostri figli respirano ciò che noi pensiamo e siamo.

Per coloro che sono già lì pronti a rimuovere e a dimenticarsi di tutto. Non possiamo e non dobbiamo dimenticare, rimuovere, correre ancora verso un ritorno cieco al prima, pensando unicamente a ciò che conviene a noi e che ci piacerebbe.

Ora capisco meglio i racconti di mia nonna e comprendo meglio il suo vissuto. Mia nonna perse la mamma a 9 anni, la Spagnola la strappò via. Ne parlava raramente, non era una donna di molte parole o dalle grandi dimostrazioni di affetto o sentimenti. Qualcosa si era inevitabilmente spento e lo aveva chiuso in un cassetto della memoria. Credo che il suo carattere distaccato, dai modi un po’ freddi e poco empatici fossero anche il risultato di quella mancanza. C’era una sorta di blocco. Sono esperienze che possiamo elaborare, ma che si sedimentano dentro. Non possiamo pretendere nemmeno di rimuoverle da noi facilmente. La ripartenza deve avere memoria, anche per non permettere più che il diritto alla salute sia stretto e sacrificato tra ragioni economiche e interessi politici di corto respiro, che la scuola, l’istruzione pubblica, la ricerca e l’università siano le Cenerentole italiane. La ripartenza della scuola necessita di una organizzazione oggi, per ripensare spazi, tempi, modalità, e sì, probabilmente le 40 ore settimanali tanto care a molti genitori forse non potranno essere mantenute. Rinunciare ciascuno a qualcosa nell’interesse di tutti, salvaguardando la salute di tutti, pretendendo che si garantiscano diagnosi, cure e assistenza per tutti, potenziando proprio quel sistema di medicina territoriale smantellato negli anni. La prevenzione e il monitoraggio riguarda anche la scuola: perché non chiedere che venga ripristinata la figura di un medico scolastico, che possa sorvegliare da vicino, in collaborazione anche con i pediatri di base? Tornare ad avere una rete efficiente e capillare vicina ai cittadini. Non bastano mascherine e distanza. Concentriamoci anche su questi aspetti e programmiamo oggi per il futuro, tenendo presente non ciò che ci piacerebbe, ma ciò che si può realmente fare in sicurezza, perché, soprattutto in Lombardia, la situazione non permette colpi di testa o “liberi tutti” superficiali. Dovremmo saperlo, lo abbiamo vissuto e lo stiamo vivendo. Oppure, neghiamo l’evidenza della complessità della situazione?

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Coronavirus. La lotta per i diritti in tempi di emergenza

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Hana Shafi’s ‘Tireless Mural’ @womensart1

In questi giorni di ordinanze da Coronavirus abbiamo avuto modo di pensare e di ripensare a modelli, stili e abitudini di vita, conoscendo un po’ di più anche gli anfratti invisibilizzati e negati dei nostri equilibri precari e delle nostre fragili certezze.

Chi ha voluto e potuto lasciarsi andare a una riflessione sul proprio quotidiano avrà sicuramente avuto modo di guardare in faccia le tante storture e adattamenti obbligati in cui siamo costretti da un’organizzazione del lavoro che non sempre fa bene alla nostra vita privata e al nostro benessere.

Approcci comunicativi non sempre coerenti e spesso contraddittori non ci hanno permesso di avere uno sguardo razionale a questa emergenza. Insomma, il solito cortocircuito a cui la politica e non solo ci hanno abituato, polarizzando ogni tema, fenomeno e dibattito, senza mai ottenere dei buoni risultati in termini di corretta percezione. Nemmeno le voci del mondo scientifico hanno fatto breccia con efficacia, riuscendo a farci ragionare sulla necessità di determinate misure di contenimento della diffusione del virus.

Che poi tra un “non fermiamoci” e un interesse prioritario alla tutela della salute collettiva ci siamo un po’ persi e scontrati, senza riuscire a mettere in atto una regola fondamentale, ovvero che non esiste alcun diritto se prima non viene garantito e tutelato il diritto alla salute.

Quindi con qualche temporanea rinuncia a livello personale dovremmo aver compreso e accettato di buon grado quanto positive potrebbero essere le ricadute per una dimensione, quella collettiva, spesso trascurata, snobbata, negata.

Abbiamo ampiamente dimostrato che non siamo in grado di abbracciare questa importante e basilare linea di comportamento.
Al posto del lamento dei profitti e del lavoro perso, avrei preferito leggere più pensieri legati a una presa di consapevolezza delle cose realmente importanti.

Per questo parto dalla mia dimensione personale e desidero condividere con voi un pezzo di queste giornate da pseudo “quarantena”, con un post che ho scritto il 24 febbraio sul mio profilo Facebook:

“Mia figlia che si sveglia canticchiando… rallentiamo, prendiamoci questi momenti di “pausa” per ricaricarci e recuperare un po’ di buon umore, che non esistono solo i dané (li terrése) e gli aperitivi, che se non andate al ristorante o al cinema o non fate il weekend fuori porta vi sentite male, ma esistono le coccole, le letture a quattrocchi, gli abbracci, i tempi lenti, tornare a parlare in famiglia, che quando sono a scuola 40 ore la settimana (come se fossero lavoratori full time) e tornano tramortiti, non c’è la serenità né il tempo per farlo. (…) Che magari iniziamo a capire come meglio riorganizzare anche il lavoro e capiamo che lo smart working forse migliora la qualità della vita. Che tanto la produttività non va di pari passo con il tempo impiegato a scaldare la sedia. Che pensare che più tempo a scuola non sempre corrisponde a una formazione di qualità.”

Cosa sono per me questi giorni di pausa, in cui gran parte delle cose che avevo pianificato e programmato sono saltate?
Sono essenzialmente tempo per riflettere su tanti piccoli grandi aspetti della mia vita, che già di suo ha subito negli anni numerosi cambiamenti, stravolgimenti, riadattamenti continui, tanto che forse mi sono abituata all’idea del non poter controllare tutto e che nulla è immutabile.

Sin dai tempi dell’università ho adottato una sorta di flessibilità, di adattamento continuo a seconda delle materie da studiare. Cosa che mi è servita poi nel mondo del lavoro e nella mia multiforme capacità di adattamento. Sono un po’ camaleontica per necessità e ogni passaggio è stato frutto di una scelta tortuosa, complessa, a volte obbligata, ma alla fine ho sempre cercato di ripristinare un equilibrio, consapevole di quanto fosse comunque precario. I momenti in cui sbuffi, ti lamenti, ti opponi ci sono, ma poi in qualche modo occorre trovare una soluzione che riusciamo più o meno a indossare senza troppi fastidi. Che se ci strizziamo per farci rientrare in un vestito “troppo stretto” di vita e lavorativo non va affatto bene.

In questi tempi è emerso ancora una volta come il carico di cura sia tuttora assai sbilanciato e a carico delle donne. La chiusura delle scuole, necessaria e ineludibile, ha creato non pochi problemi di gestione e di conciliazione, come d’altronde accade in caso di malattia dei figli o di scuola chiusa per vacanze. Chi non ha i nonni o entrate sufficienti per una tata si è trovata di fronte ai consueti problemi, eppure se ci pensiamo, sono gli stessi di prima, allorquando la scuola non può essere la soluzione ad ogni problema di conciliazione. Qualcuno, come il Moige, ha provato a proporre qualche richiesta (che va bene, a patto che i permessi non siano ad esclusivo carico delle madri).

Il non poterci permettere interruzioni, che non fa rima solo con il precariato o con contratti strambi o col lavoro autonomo: questo è il nocciolo del problema. Pensare che noi coincidiamo e siamo il nostro lavoro, un altro pezzo del problema.

Pensare che il nostro valore e la nostra priorità sia il nostro lavoro e quanto ci rende. Quando c’è un valore negato a tante attività “gratuite”, di cura, di solidarietà, di sostegno sociale, che sono invisibili ma vanno a creare valore, colmare i vuoti, permettere che l’economia visibile possa mantenersi in piedi.

Il richiamo e l’invito allo smartworking in questi giorni si è fatto necessità, per cause di forza maggiore oggi si scoprono modalità di organizzazione del lavoro alternative, spesso mal digerite da tanti vertici aziendali che preferiscono vedere il gregge a sformare le sedie piuttosto che riorganizzare il lavoro.

 

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QUI UNA VERSIONE LUNGA DELLE MIE RIFLESSIONI

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Cuori pensanti contro l’indifferenza, per il Giorno della Memoria e oltre


Scelgo di aprire questa mia riflessione con voi con due contributi della Senatrice Liliana Segre.

“Ricordo ancora quando mi dissero che non potevo più andare a lezione – ha raccontato la senatrice agli studenti – Non capivo il perché e continuavo a chiederne il motivo ai miei genitori. È stato terribile sentirsi additare per la strada dagli altri bambini che dicevano ‘Guarda, quella è la Segre, quella che hanno cacciato da scuola perché è ebrea’. Ancora oggi, nonostante tutto, alcune mie conoscenti, signore anziane come me, si parlano tra loro dicendo ‘Conosci la Segre, la signora ebrea’, e devo dire con rammarico che ancora oggi mi sento quella bambina cacciata da scuola a causa delle leggi razziali. Un’indifferenza che non mi ha mai abbandonato, per tutta la vita”. (fonte)

La Senatrice a vita ha raccontato agli studenti di Milano la sua storia, dall’esclusione dalla scuola in seconda elementare nel 1938 in seguito alle leggi razziali, alla fuga con il padre in Svizzera; e poi la deportazione dal binario 21 della Stazione Centrale di Milano. In una Italia che vara le leggi razziali nel 1938 e sceglie di condividere l’orrore compiuto e intrapreso da Hitler.

La Senatrice in un altro suo intervento, rievoca:

“Nel 2020 coincide l’ottantaduesimo anniversario delle leggi razziste del 1938, e ancora nel Paese emergono diffusi segnali della rinascita di correnti razziste, xenofobe, nazionaliste, quando non apertamente fasciste o neonaziste. Questo è motivo di grande sconforto. Ci eravamo illusi, allora, che le dottrine di morte fossero state talmente squalificate dalla storia da non avere più alcuna possibilità di essere ascoltate. Purtroppo non era così. Purtroppo il tempo ha cancellato la memoria delle tragedie e quei sentimenti osceni che erano stati tenuti nascosti per decenni li sento di nuovo risuonare come una musica tragica. Per questo oggi sono idealmente con voi nel chiedere “INTOLLERANZA ZERO” per trasmettere ancora una volta il testimone di un impegno che non è contro qualcuno, ma PER preservare gelosamente i beni comuni della convivenza civile, della democrazia, della libertà, del rispetto delle minoranze, dell’uguaglianza davanti alla legge. Oggi sono conquiste che diamo per scontate, sono un dato di natura come l’aria che respiriamo. Se solo tutti sapessimo – come sa chi fu privato di quell’aria – che valore hanno, le custodiremo non soltanto con forza ma anche con amore.”

 

L’indifferenza di cui parla la Senatrice Segre va strettamente riconnessa con cosa è per noi è empatia e quando scatta o perché a volte non riusciamo a metterla in pratica. Perché qualcosa che non ci coinvolge in prima persona ci coinvolge meno o per niente e quindi ci rende impossibile provare a cambiare le cose in quanto ne avvertiamo la pericolosità e il danno che cagionano simili mentalità o idee.

E quindi per me, acquistano oggi ancora più valore e vigore queste parole, come quando lessi per la prima volta gli scritti di Etty Hillesum:

“Bene, io accetto questa nuova certezza: vogliono il nostro totale annientamento. Ora lo so. Non darò più fastidio con le mie paure, non sarò amareggiata se altri non capiranno cos’è in gioco per noi ebrei. Una sicurezza non sarà corrosa o indebolita dall’altra. Continuo a lavorare e a vivere con la stessa convinzione e trovo la vita ugualmente ricca di significato.” (3 luglio 1942 – pag. 138, Diario 1941-1943- Adelphi 2002)

Il mondo in sfacelo attorno ad Etty la portò a scandagliare la sua vita, il senso dell’esistenza e trovò la sua chiave di resistenza e un nuovo atteggiamento verso la vita: nell’altruismo radicale, sintetizzato nelle ultime parole del suo diario: “Si vorrebbe essere un balsamo per molte ferite”. Una missione, un’obiettivo di vita che matura in un paio d’anni e si fa sempre più forte, ma soprattutto richiama tutte le nostre forze; così scrive nel giugno 1942:

“Possono renderci la vita un po’ spiacevole, possono privarci di qualche bene materiale o di un po’ di libertà di movimento, ma siamo noi stessi a privarci delle nostre forze migliori col nostro atteggiamento sbagliato: col nostro sentirci perseguitati, umiliati, oppressi, col nostro odio e con la millanteria che maschera la paura. Certo che ogni tanto si può essere tristi e abbattuti per quel che ci fanno, è umano e comprensibile che sia così. E tuttavia: siamo soprattutto noi stessi a derubarci da soli. Trovo bella la vita, e mi sento libera. I cieli si stendono dentro di me come sopra di me. Credo in Dio e negli uomini e oso dirlo senza falso pudore. La vita è difficile, ma non è grave. Dobbiamo cominciare a prendere sul serio il nostro lato serio, il resto verrà allora da sé: e “lavorare a se stessi” non è proprio una forma di individualismo malaticcio. Una pace futura potrà esser veramente tale solo se prima sarà stata trovata da ognuno in se stesso – se ogni uomo si sarà liberato dall’odio contro il prossimo, di qualunque razza o popolo, se avrà superato quest’odio e l’avrà trasformato in qualcosa di diverso, forse alla lunga in amore se non è chiedere troppo. È l’unica soluzione possibile.” (pag. 127, Diario 1941-1943- Adelphi 2002)

In questo passaggio c’è un tentativo di spronare in modo schietto e anche duro, per far reagire ciascuno partendo da sé, che si sia credenti o meno. Un percorso che prima di essere collettivo è in primis personale, di liberazione da meccanismi mentali che ci fanno solo da zavorra e che diventano nocivi.

 

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Lo Stato della parità


Vorrei riuscire a scrivere di good news, ma proprio mi manca il materiale. Ci arriva in questo primo scorcio di 2020, la non notizia per cui il Consiglio d’Europa condanna l’Italia nel suo rapporto Grevio, annotando che “la causa dell’uguaglianza di genere incontra ancora resistenze nel paese e che sta emergendo una tendenza a reinterpretare e riorientare la nozione di parità di genere in termini di politiche per la famiglia e la maternità.” Si aggiunge come tali ostacoli si manifestino anche in ambito scolastico, dove non c’è un intervento sistemico sul tema, anzi spesso avversato. La consapevolezza sulle questioni di genere non si costruisce improvvisando o negando la necessità di intervenire nel’educazione delle nuove generazioni e nella formazione universitaria. Quindi dopo l’ennesimo richiamo, come se nulla fosse, tiriamo dritti. Assorbiamo anche i dati sui gap con una facoltà metabolica formidabile, nemmeno i dati del mondo del lavoro, che di anno in anno vengono confermati, ci fanno reagire.

Nemmeno quando la situazione è stra-conosciuta e monitorata da anni: “Dal 2011 al 2017 165.562 donne hanno lasciato il lavoro soprattutto per le difficoltà di mettere d’accordo pannolini e ufficio. E vanno aumentando: erano 17.175 nel 2011 e nel 2017 sono salite a 30.672. Tre su quattro – tra quante si sono dimesse – sono mamme lavoratrici: il 77 per cento del totale, secondo i dati 2017 dell’Ispettorato nazionale del lavoro.”

Per comprendere meglio come si consolidano certi trend negativi, leggiamo uno stralcio dal Sole24Ore:

“Una ragazza su quattro con meno di 30 anni non studia e non lavora . Ancora oggi il 16% delle ragazze meridionali non finisce la scuola, contro il 10% del nord e l’8% di chi vive nelle regioni del centro.

Una nota di Istat mostra che oggi la metà delle donne con due o più figli fra i 25 e i 64 anni non lavora. Fra le coppie giovani che hanno figli solo nel 28% dei casi lavorano entrambi a tempo pieno, il che significa che possono permettersi servizi di accudimento. Una donna su dieci con almeno un figlio non ha mai lavorato , per dedicarsi completamente alla cura dei figli, la media europea è del 3,7%. Al sud ha fatto questa scelta una donna su cinque con almeno un figlio (…).

D’altro canto avere un figlio cambia molto di più la vita professionale di una donna rispetto a quella di un uomo. Alla domanda “fai fatica a conciliare lavoro e famiglia?” la percentuale di uomini e di donne che hanno risposto di sì è la stessa, ma alla prova dei fatti il 38,3% delle madri occupate, oltre un milione, ha dichiarato di aver apportato un cambiamento, contro poco l’11,9% dei padri, circa mezzo milione di uomini.”

Il pericolo di un passo da gambero lo intravede anche l’EIGE:

“I progressi sulla parità di genere non possono essere dati per scontati”, ha affermato Virginija Langbakk, direttore dell’EIGE. “I governi devono aumentare il potere e fornire risorse adeguate ai meccanismi istituzionali che promuovono la parità di genere”. Sebbene tutti gli Stati membri dispongano di organi governativi per la parità di genere, “molti di essi sono stati retrocessi nella gerarchia governativa e le loro funzioni sono diminuite. Le tendenze dell’ultimo decennio hanno portato alla fusione di organismi indipendenti per la parità di genere con altre organizzazioni antidiscriminazione.

L’impegno per l’integrazione della dimensione di genere si è indebolito dal 2012, con solo un quarto degli Stati membri che hanno ottenuto ottimi risultati in questo campo. E mentre la maggior parte degli Stati membri dispone dei metodi e degli strumenti per raccogliere dati disaggregati per genere, la produzione e la diffusione mancano in diversi paesi. Ciò può rendere difficile valutare adeguatamente la situazione della parità di genere.

“Se vogliamo vedere progressi, l’uguaglianza di genere deve essere intrecciata in ogni fase di tutti i processi politici, dalla raccolta di dati disaggregati per genere alla valutazione sensibile dell’azione di genere dell’azione del governo. Questo è l’obiettivo dell’integrazione della dimensione di genere, a cui il Gli Stati membri dell’UE si sono impegnati dal 1995 quando hanno adottato la piattaforma d’azione di Pechino alla Conferenza mondiale delle Nazioni Unite sulle donne “, ha dichiarato Barbara Limanowska, coordinatrice del programma di integrazione della dimensione di genere dell’EIGE.”

Qui per visionare lo stato dell’Italia:

@EIGE


E secondo il Wef, l’Italia qualche passo indietro lo ha fatto in termini di gender gap. Siamo al 76° posto su 153 Paesi nel Global Gender Gap Report 2020, l’anno scorso eravamo al 70°.

Metto in fila un po’ di fatti, forse per deformazione personale che mi porta a stipare fonti.

Il gender pay gap non ci sembra un tema prioritario? Fa nulla, ma qualcuno dovrà guardare in faccia tutti gli aspetti, specie se fa politica.

La zavorra del tempo e di come viene impiegato a seconda del genere non è a mio avviso una faccenda da mettere in coda alla lista, ma andrebbe inserito nelle valutazioni a 360° necessarie prima di varare qualsiasi intervento correttivo.

La difficoltà a conciliare la si racconta, si raccontano le storie personali e se vogliamo davvero che qualcosa cambi, per prima cosa occorre ascoltare e credere a ciascuna, senza la litania di “più nidi per tutti”, perché di semplificazioni mitologiche ne abbiamo abbastanza. Perché diciamocelo chiaro e tondo non di soli nidi e servizi si nutre il superamento del problema. Vi narro brevemente un piccolo dettaglio tratto da un mio recente ritorno al lavoro. Mio marito per conciliare i suoi turni con i miei, per consentirmi di ottemperare all’impegno preso, a un certo punto ha deciso di prendersi 10 giorni di ferie, perché alternativa non c’era. Questo accade, questa è la soluzione fai da te, chiudi “buchi” che mi è accaduta personalmente. Ritengo che in giro ci siano tante soluzioni similari, che però non cambiano i risultati e le acrobazie, quando non ti puoi permettere o non hai nessun aiuto. Immaginate cosa accade nelle famiglie monogenitoriali, senza nonni e senza risorse economiche. Ci arrampichiamo sugli specchi e con il dito giudicante, consigliamo alle donne di trovare un equilibrio che non sempre ci può essere, e nessuno si è mai sognato di parlare di scelte, ma di scelte obbligate che di fatto sono delle tenaglie, delle mannaie. Comunque, restiamo fiduciose in attesa di non sentire più dalla politica “suggerimenti” facili del tipo “tenete duro”, “non lasciate il lavoro, tutto si può fare”. La trappola per le donne sono le donne (e gli uomini) in posizioni confortevoli che danno consigli e magari legiferano sulla nostra pelle, senza scendere al piano terra nemmeno per un secondo.

Lasciamo perdere come da piani privilegiati ci osservano, e torniamo a cogliere l’aria che tira.

Un immaginario e un contesto che sembrano venire dall’800, perché nemmeno negli anni ’50 avrebbero avuto per esempio l’ardire di fare una campagna informativa per la salute femminile come quella ideata dalla Regione Sicilia. Perché le nostre istituzioni sono esattamente lo specchio del livello del pensiero italico medio.

Nel contesto attuale non mi sembra nemmeno un’anomalia che dalla kermesse sanremese, per bocca del direttore artistico e presentatore, sia stata proferita una simile frase:

“Questa ragazza molto bella, sappiamo essere la fidanzata di un grande Valentino Rossi, ma è stata scelta da me perché vedevo, intanto la bellezza, ma anche la capacità di stare vicino ad un grande uomo, stando un passo indietro malgrado la sua giovane età. ”


Non sorprende, non risuona nuova, un pensiero normale, comune, non risulta fuori luogo e fuori tempo, nessuna si alza all’istante e prende le distanze. Accettiamo di stare un passo indietro, lo consideriamo connaturato al nostro dato biologico di femmine della specie. Socialmente in effetti deve essere ancora ben radicato, tanto da poterlo dire con nonchalance. La consapevolezza e la prontezza di un rifiuto (magari un debole segnale di coraggio) non sono qualità evidentemente così diffuse. Quindi, intanto è fluito il concetto dello “stare un passo indietro”, che da quella posizione si guadagna sempre qualcosa, invece di ascoltare le nazifemministe che inquinano il dibattito e le pacifiche relazioni uomini-donne e i buoni vecchi valori saggi di una volta, quando il patriarcato regnava indisturbato. 

Normale quindi sentire di ventenni che non trovano nulla di strano se a decidere del loro futuro sia il fidanzato, che gestisce il loro cellulare, le loro amicizie e scelte di studio, impedendoti ad esempio di iscriverti all’università, perché possessivo e geloso. Il passo per il resto è breve.

Normalizzare e strizzare l’occhio a mentalità e tradizioni per nulla innocue rappresenta la resistenza e la tendenza a conservare tipiche di Paesi fermi a un paleolitico culturale. Si tratta anche di una mancata evoluzione della mascolinità verso orizzonti più paritari e inclusivi, in grado di leggere l’uguaglianza di genere non come un attacco frontale, ma come un’opportunità positiva, che sgombri finalmente il campo da tutte quelle gabbie stereotipate che limitano sia donne che uomini. Ma di questo non possiamo farci carico solo noi donne.

Il raggiungimento della parità di genere non è “un argomento femminile”, ma riguarda tutti e tutte, presuppone l’azione e l’impegno di uomini e donne. Basta con questo eterno fardello che ci lasciamo scaricare addosso.
L’idea che sia una “roba da donne” andrebbe politicamente e culturalmente rigettata, in favore di una visione diversa, di una responsabilizzazione e consapevolezza collettive, che così è un danno per tutti/e. La differenza di approccio non è irrilevante, si vede che occorre ripartire dalle basi e magari imparare qualcosa dal cammino femminista.

Ritornando qualche passo indietro, le reazioni al pensiero espresso a Sanremo ci sono state, ma alla fin fine, tutto passa e si sedimenta, eccome se si stratifica nelle nostre menti.

Ed a furia di recuperare e di guardare con nostalgia al passato, finiamo con lo sdoganare e col mandare in onda anche l’ennesimo trapper, Junior Cally, che supera di gran lunga i suoi predecessori per misoginia, volgarità, sessismo, odio e istigazione alla violenza contro le donne. Ho deliberatamente scelto di non includere i suoi “versi”, per non diffonderli ulteriormente. Perché l’asticella a quanto pare si può solo alzare. Non è che noi non abbiamo capito la musica e l’arte contemporanea, che soffochiamo la libertà di espressione, non è per vecchiezza dei nostri ragionamenti, ma perché premiare un autore di testi violenti contro le donne mandandolo a Sanremo ci sembra un tantino aver oltrepassato il limite, la misura è colma, al di là di ciò che porterà sul palco.

Chiudiamo il cerchio con il richiamo del Grevio di cui parlavamo all’inizio. Non solo è carente un intervento educativo e culturale, ma è addirittura spesso in senso contrario, deleterio. Tutto sembra remare contro e qualsiasi intervento che coinvolge le nuove generazioni appare un esercizio disperato. Parlare con queste basi e in questo contesto può diventare un’impresa titanica. Ma va fatto, nonostante le difficoltà e le resistenze e dobbiamo pretendere che diventi diffuso e permanente in ogni luogo e in ogni istituto scolastico. Che magari si riuscisse a cambiare finalmente modo, parole e termini per fare comunicazione, arte, tv senza dover adoperare i soliti triti e ritriti messaggi sessisti, violenti, misogini e che continuano a legittimare la violenza, la discriminazione e la subordinazione delle donne. Non sentiamo il bisogno dell’ennesima dose quotidiana di finta attenzione, nemmeno se il festivalone decide di “compensare” concedendo uno spazietto alla co-conduttrice per accennare alla violenza maschile contro le donne. Tutto a questo punto appare una messinscena di cattivo gusto, una contraddizione indigesta e posticcia, che testimonia quanto questo Paese abbia compreso la gravità della situazione. Non ci prendete in giro, ne possiamo fare a meno. A questo giro nemmeno delle scuse e dei passi indietro verbali a posteriori possono servire a sanare la faccenda. Perché ormai ciò che è stato detto e fatto è giunto a destinazione e la pezza arriverebbe in sordina. Il messaggio è arrivato forte e chiaro: donne state al vostro posto, vi conviene, magari come diceva Silvio “sposate un uomo ricco”, e fatevi una risata se Sanremo accoglie sul suo palco un trapper che nel suo repertorio colleziona anche testi che sviliscono e umiliano le donne, per usare un eufemismo. Il tutto dalla tv pubblica che dovrebbe fornire gli strumenti idonei per educare una cittadinanza che rispetti le donne. 

Con il passare degli anni tutto appare immutato, immutabile, incellofanato, compresa la rappresentazione e la narrazione che riguarda le donne. Qui un monitoraggio sulla tv pubblica del 2017, a cura dell’Università Roma Tre. Per l’Europa: K. Ross, C. Padovani, Gender Equality and the Media, 2017. Per lo scenario internazionale: http://whomakesthenews.org/. FONTE (grazie alla professoressa Elisa Giomi)

Ci uniamo al sindacato Slc-Cgil che ricorda nel suo comunicato: “che il Contratto di Servizio ci impone di “superare gli stereotipi di genere, al fine di promuovere la parità e di rispettare l’immagine e la dignità della donna anche secondo il principio di non discriminazione”.

Per quanto ci riguarda possiamo far arrivare il nostro dissenso agli organismi di vigilanza e garanzia preposti. Ci sono alcune petizioni su Change.org che stanno girando, ma potete anche scrivere direttamente alla Commissione di vigilanza dei servizi radiotelevisivi com_rai@camera.it

O anche al MISE: comitato.minori@mise.gov.it

Qui un esempio di testo.

Intanto, qualcosa si muove anche in RAI: il presidente della Rai Marcello Foa ha espresso la sua posizione e un richiamo.

Diamo spazio e voce a una differente rappresentazione delle donne. Pretendiamo rispetto e non briciole. E anche nel caso sia stata una trovata per accendere i riflettori su Sanremo, siamo ben oltre il limite, e in ogni caso non sulla nostra pelle, come se nulla fosse. I cosiddetti “creativi”, gli autori sappiano trovare, adoperare contenuti, linguaggio e format idonei a veicolare un differente ruolo della donna, consono ai tempi, consono all’educazione alla parità e all’uguaglianza di genere, consono a tutti i mille impegni che l’Italia ha sottoscritto e che in gran parte sono rimasti sulla carta. Perché per riformare e correggere un sistema siffatto occorre una visione che sappia legare tutti i pezzi che compongono il puzzle delle discriminazioni di genere, consapevoli che come in un domino, un fattore influenza l’altro, indebolendo o rafforzando l’intervento.

P.S.

Ringrazio la sociologa Sveva Magaraggia per queste sue parole:

“Anche la musica, con il suo linguaggio esplicito, può contribuire a migliorare la nostra società se, a mio parere, chi scrive e interpreta le canzoni sia disposto ad assumersi appieno la responsabilità dei messaggi che veicola. Perché è troppo semplice nascondersi dietro “l’arte”, il diritto di parola, di espressione, quando quella espressione è pregna di violenza compiaciuta. Nessuno vuole impedire a questi artisti di esprimersi, ma che almeno abbiano il coraggio di assumersi la responsabilità di ciò che scrivono e cantano, perché quelle canzoni hanno conseguenze sulla formazione del pensiero di centinaia di giovani, abituano alla degradazione di esseri umani. Nessuno vieta loro di avere questi pensieri, ma costringerli a porsi domande che sorpassino il troppo facile scarico di responsabilità fornito dall’appello alla libertà artistica, sì. Questo sì. Soprattutto su una tematica così delicata come la violenza degli uomini.”

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Anno nuovo, quali prospettive

@pixabay.com


Torno a scrivere per fare un po’ il punto sulle prospettive che abbiamo davanti.

L’anno si è aperto con un’ottima notizia, una di quelle che ti rincuorano: Laura Massaro ha vinto in appello e finalmente può tornare a respirare dopo la battaglia giudiziaria che ha visto coinvolti lei e suo figlio per l’affidamento, con tanto di accusa di Pas incombente, che ha tenuto tutti con il fiato sospeso per 6 anni. Grazie a tutti coloro che si sono spesi per questa causa e alla tenacia e al coraggio di questa madre. Grazie Laura per ciò che hai fatto! Una battaglia per tutte le donne. Ci auguriamo che si moltiplichino questo tipo di vittorie e che teorie spazzatura non trovino più spazio nelle aule di tribunale e che le donne e i minori vengano ascoltati veramente. Infatti ha ragione Laura, non è finita del tutto: “Il problema è la 54 del 2006 di cui la pas è un accessorio, il più feroce.” E tante madri hanno dovuto lottare contro questa serpe che si insinua nelle Ctu e non permette di andare a fondo nelle situazioni in cui si denuncia violenza domestica, scoraggiando la denuncia e in numerosi casi troncando le relazioni madri-figli. Ci auguriamo infine che venga presto restituita a Laura la responsabilità genitoriale. Non c’è niente di più importante che ridare serenità a un bambino che chiede solo di restare con le persone a lui più care.

Non possiamo abbassare la guardia, perché ci sono altri segnali che ci indicano che le cose non sembrano filare lisce. Campanelli d’allarme che continuano ad arrivarci in sordina, un po’ silenziati da altre questioni che fanno maggior rumore e attraggono le nostre attenzioni. Attorno abbiamo dei cambiamenti che ci dovrebbero far capire la pericolosa inversione che si sta facendo largo. Una storia che inizia qualche anno fa, quando, per mano di Regione Lombardia, venne varato il sistema O.R.A. per la raccolta dei dati degli interventi nei centri antiviolenza operanti sul territorio (ne avevo tra l’altro già parlato qui). Metodo che prevede un tracciamento degli accessi ai CAV, con la trasmissione dei codici fiscali delle donne. In barba a quanto previsto dalla Convenzione di Istanbul per quanto concerne le attività dei servizi inerenti all’intervento in casi di violenza, si decideva di intaccare il diritto all’anonimato delle donne. Le nuove regole diventavano condizione imprescindibile per accedere ai bandi e ai finanziamenti regionali. A livello di Comune di Milano si era giunti a una soluzione: un codice alfanumerico per i centri che sceglievano di non fornire il Codice fiscale; il C.F. per tutti gli altri enti coinvolti.

A livello regionale ci sono state interrogazioni, ordini del giorno da parte delle opposizioni, cercando di trovare un compromesso che non discriminasse nessuna pratica dei Centri. Regione Lombardia difende strenuamente la sua piattaforma O.R.A., che a loro dire garantisce l’anonimato. Ma anche a un neofita tutto ciò appare più come un arroccamento su posizioni che invece dovrebbero giungere a una composizione nell’interesse primario delle donne. Eppure, come abbiamo visto l’alternativa ci sarebbe, introdurre un doppio sistema di tracciamento, per andare incontro alle esigenze ed agli approcci di entità diverse. Perché di approcci appunto si tratta: di salvaguardare una storia e le esperienze di coloro che per prime hanno costruito ed elaborato un modello di intervento. Non è affatto questione secondaria garantire l’anonimato e la privacy, specialmente in una fase iniziale nel percorso di fuoriuscita dalla violenza. Si tratta di rispettare le donne e un percorso che nasce da un’analisi profonda delle radici della violenza maschile contro le donne, un cammino che parte dal femminismo e al suo disvelamento sul potere maschile e sulla mascolinità tossica, sui meccanismi che generano un fenomeno che necessita di interventi non solo di emancipazione delle donne, ma sulla cultura. Cura e accoglienza delle donne nelle situazioni di violenza, accompagnamento verso l’uscita, ma anche prevenzione, come prevede la Convenzione di Istanbul. Insomma, c’è tanto alle spalle di determinate esperienze sul territorio, che non si possono perdere. Chiaramente si continuerà a sollecitare le istituzioni preposte affinché giungano a trovare una soluzione idonea.

Non si può sacrificare una storia, un modello nato dalle donne per le donne. Non ci stiamo a criteri discriminatori per quanto concerne le regole di raccolta dati e per i criteri di accesso a bandi per la gestione dei centri e per i finanziamenti. Non è solo forma, ma soprattutto sostanza di un modus operandi che va tutelato e non smarrito per ragioni burocratiche. Si tratta di dare spazio ed agibilità a tutte le soluzioni, a tutti i soggetti, mettendo però sempre al centro le donne.

Quali sono i risultati sul campo che possiamo già vedere? Il centro antiviolenza di Corsico “La stanza dello scirocco”, ha cambiato gestione. Ringrazio le donne dell’associazione VentunesimoDonna per aver divulgato la notizia e per tutto il lavoro di sostegno svolto negli anni: “Dal 31 dicembre “La Stanza dello Scirocco” il Centro Antiviolenza del Distretto di Corsico non è più gestito dal Cadmi”, che è stata esclusa dalla partecipazione al bando per la gestione del centro, passato alla Fondazione Padri Somaschi.

Non so perché, ma la situazione me ne ricorda un’altra. Avete presente i consultori? La Lombardia ha sperimentato una crescita esponenziale del privato accreditato, in stragrande maggioranza di matrice confessionale: dai risultati di un progetto che ha indagato la galassia dei consultori familiari italiani a 40 anni dalla loro nascita, emerge che i consultori accreditati lombardi sono 91 (35% del numero complessivo dei consultori familiari riportato dai referenti). Non è difficile immaginare che piano piano la natura, i valori, gli obiettivi e le caratteristiche con cui erano nati siano state modificate, rimodulate, cambiando anche alcuni elementi che erano il cuore del presidio consultoriale.

Siccome abbiamo già grosse difficoltà, non possiamo assolutamente permetterci di perdere il bagaglio di esperienze e la consapevolezza che abbiamo costruito negli anni, con pratiche e visioni germogliate grazie al femminismo. La differenza c’è. L’emersione della violenza ha bisogno della collaborazione di tutte le forze in campo, tutelando le donne, i loro diritti e le loro scelte, affinché si intervenga il prima possibile e si interrompa la spirale dei maltrattamenti che si consumano per anni.

Ciò che è accaduto lo scorso 17 dicembre a San Siro ai danni di una diciottenne, testimonia quanto sia importante intervenire precocemente per evitare conseguenze peggiori, interrompendo l’escalation sin dai primi segnali evidenti di maltrattamenti. Nella frase con cui ha provato a difendersi il compagno della vittima “Sto solo picchiando mia moglie” c’è tutto il substrato patriarcale che legittima la violenza sulle donne. Occorre accompagnare le donne in un percorso in cui riescano a riconoscere cosa stanno vivendo e proteggerle nel difficile cammino di uscita da relazioni tossiche e violente. In questo caso, per esempio, le violenze erano iniziate nel marzo 2017, con un ricovero in ospedale e un tentativo di suicidio negli ultimi mesi. Non aggiungo altro.

Abbiamo veramente molto lavoro da fare e non possiamo permetterci di perdere elementi preziosi. Troviamo soluzioni equilibrate che sappiano andare incontro all’unico essenziale obiettivo: consentire alle donne di vivere libere dalla violenza maschile.

p.s. il Comitato Abitanti di San Siro e Nudm Milano stanno organizzando una passeggiata contro la violenza sulle donne per il 28 gennaio. Qui l’evento con i dettagli:

https://www.facebook.com/events/954292334965273/

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Supporto, protezione, cura, percorsi di autonomia e di liberazione dalla violenza

 

 

@Marzia Bianchi


Un altro novembre è passato, insieme a un altro 25 novembre di iniziative, pioggia di dati e un interesse che sembra concentrarsi per lo più attorno a un “dovere” da ottemperare, volto a “riempire” una data sul calendario, piuttosto che a un impegno di cui si è fortemente convinti, vista la realtà che viviamo e che stenta a diventare più a misura di donna. Siamo ben lontane non solo dalla piena parità di genere, ma soprattutto dal riconoscere le donne come soggetti titolari di diritti. Siamo lontane, anche se molte di noi sostengono ottimisticamente dalla loro comoda prospettiva che il “grosso” della fatica è compiuto. Ed è in questa euforia, in questo ottimismo che si rischia di perdere il senso della realtà, in questa sensazione di aver compiuto tutto il possibile che invece assistiamo al reiterarsi di tanti segnali che dovrebbero farci capire che assai poco è cambiato per noi donne. E ci si accorge che in queste difficoltà non sempre troviamo nelle donne delle alleate. I dati che provengono dall’indagine ISTAT e Skuola.net ci illustrano la fotografia di un Paese dove albergano tenaci i più pesanti dei pregiudizi.

infograficaViolenzaDonne

E se non cambia la percezione e non ci si disfa di antichi retaggi, sarà un cammino fatto di “un passo in avanti e due indietro”. Sarò breve. Non vogliamo proprio capire che non si cambia direzione e mentalità solo perché gli anni passano e il tempo ci illumina. La storia non è un cammino verso un certo e incessabile miglioramento, verso un progresso inarrestabile generale, verso generazioni più consapevoli in automatico. La comprensione dei fenomeni, la consapevolezza non arrivano da sole. Ci vuole volontà, meno sottovalutazione dei problemi, più lavoro strutturato, più coraggio. Non è un problema solo di formazione, ma di cosa avviene in noi, che cambiamenti mettiamo in moto e accogliamo, quanto siamo in grado di maneggiare e tenere a bada certi meccanismi culturali e relazionali, che cosa siamo disposti a rottamare del nostro vecchio sistema di stereotipi e convinzioni. Invece, inesorabilmente, inciampiamo sempre negli stessi ingranaggi patriarcali, nella retorica che ci rende meno pesanti gli eventi e ci permette ancora di auto-assolverci. Una pacca sulle spalle, che guarda al futuro fiduciosa.

Quindi, dal mio osservatorio livello zero, posso dire di essere preoccupata e di riporre la mia speranza e la mia fiducia in pochissime realtà e soggetti femminili. Ne abbiamo di strada. Ne abbiamo di strada perché le distanze e le discriminazioni sociali si allargano e noi donne siamo e restiamo le prime a farne le spese. Non si tratta di vedere il bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno, ma di dare la giusta misura di tanti segnali. La lotta alla violenza maschile contro le donne non è un abito da indossare per convenienza, tornaconto personale, o per una stagione celebrativa.

Abbiamo bisogno di terremotare le nostre coscienze per frantumare quelle scorie patriarcali. Abbiamo bisogno di spingerci convintamente nella direzione di credere e di proteggere le donne, salvaguardando i loro figli e il legame indissolubile madre-figlio. Abbiamo bisogno di professioniste che abbandonino ‘falsi modelli’ e sappiano da che parte stare, perché non è indifferente o questione secondaria . Abbiamo bisogno di ricordarci ogni giorno e tenere ben presente cosa avviene alle vite delle donne e quanto la violenza lasci segni profondi, nei corpi, nelle menti, nelle storie di ciascuna.

Non possiamo fermarci, non possiamo adottare delle lenti superficiali per guardare i fatti, i fenomeni, i vissuti. Dobbiamo compenetrarci empaticamente nelle vite di queste donne e sgombrare il campo da strutture culturali nocive. Questo mi auguro. Per le prossime generazioni e soprattutto per coloro che da professionisti incontreranno e dovranno aiutare le donne. Purtroppo, è tuttora molto più facile e comune pensare alle donne come manipolatrici e non demorde l’argomentazione delle ‘false accuse strumentali’. Se solo pensaste al pesante iter e alle difficoltà a cui vanno incontro le donne che decidono di denunciare e di cercare di uscire da relazioni violente, forse tutti questi castelli mentali crollerebbero e non potreste più tanto superficialmente etichettare come ‘bugiarde croniche’ le donne. Ne ho abbastanza: o si cambia oggi, oppure domani saremo o allo stesso punto o peggio.

Vi invito a guardare queste immagini, che hanno composto la mostra “L’invisibilità non è un super potere” che è stata esposta all’ospedale San Carlo Borromeo di Milano. È nata dall’esperienza della chirurga del P.S. Maria Grazia Vantadori, e da REAMA – Rete per l’Empowerment e l’Auto Mutuo Aiuto, di Fondazione Pangea. Accanto alle radiografie eseguite alle donne che negli anni hanno fatto accesso alle cure del P.S. dell’ospedale San Carlo, sono stati esposti gli scatti della fotografa Marzia Bianchi, che ha tratto ispirazione dalle storie delle donne con cui ha parlato e dal lavoro di Reama. Le storie si intrecciano, si susseguono ciascuna nella propria unicità e specificità, ma la trama di fondo compone un medesimo schema, in cui la violenza maschile sulle donne viene esercitata all’interno delle relazioni e segue un ciclo e dinamiche che si ripetono e che ben conosciamo.

Osservate e leggete le storie in silenzio, per pensare, per non rimuovere ciò che la violenza causa ogni giorno a tante donne. Attraverso i corpi, le parole delle donne riusciremo a comprendere che è nostro compito contribuire personalmente ad abbattere il muro di indifferenza o diffidenza nei confronti di chi decide di uscire dalla violenza. Troppo forte è ancora oggi l’abitudine a prendere le parti del soggetto socialmente detentore del potere e di uno status privilegiato. Troppe persone ancora fanno fatica a credere alle donne. Da ciò la difficoltà a strutturare interventi di supporto e di protezione adeguati, che siano poi anche in grado di mettere in campo progetti di autonomia e di liberazione completa delle donne che hanno vissuto situazioni di violenza, restituendo loro la fiducia in sé e per consentire loro di costruire un futuro differente.

Dall’iniziativa/mostra “L’invisibilità non è un super potere”, esposta all’ospedale San Carlo Borromeo di Milano, da giovedì 21 novembre a domenica 8 dicembre. E’ possibile ingrandire le fotografie cliccando sopra una di esse con il mouse, si avvierà in automatico la galleria fotografica.

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Allarghiamo la consapevolezza sulla violenza maschile contro le donne

Quante volte abbiamo detto che dobbiamo moltiplicare le occasioni per conoscere più da vicino ciò che ciascuna donna sperimenta nel corso della sua vita, con una frequenza elevata e pervasiva, come le statistiche continuano a registrare. Ma noi tutte lo sappiamo come si vive in questo sistema culturale e comportamentale che da secoli ci schiaccia e cerca in tutti i modi di ricondurci al nostro posto, al nostro ruolo, a ciò che un uomo prescrive come corretto e cosa buona per una donna. Il femminismo ci ha permesso di guardare in faccia tutto ciò che da secoli ci accadeva e di analizzarlo nel profondo, fino ad arrivare alle radici di questo costrutto sociale e culturale patriarcale.

Violenza maschile sulle donne, declinata in tante variabili, alcune sottili e invisibili, abilmente celate o minimizzate, anche da noi stesse donne, educate e cresciute nella medesima broda culturale, che ci fa attendere tanto troppo prima di capire cosa sta realmente accadendo e ribellarci, che ci inculca sensi di colpa e mille strategie di negazione. Sessismo, violenza sessuale, economica, stalking, pressioni dentro e fuori casa. Non siamo esagerate, non siamo paranoiche, non ingigantiamo ciò che sperimentiamo sulla nostra pelle, non siamo isteriche, non siamo misandriche, non odiamo gli uomini, non giochiamo a fare le vittime. Se troviamo un varco per riuscire finalmente a parlarne, ascoltateci, sul serio però, senza rivittimizzarci e senza minimizzare. Tutto questo, dicevamo, parte da una società, che in tutti i suoi contesti e luoghi, sia capace e intenda cambiare la sua cultura in modo radicale, a partire da come si considera una donna, iniziando a rimuovere stereotipi, pregiudizi, etichette, insomma tutta quella polvere patriarcale che si è abilmente insediata nelle nostre relazioni, nella nostra mentalità, nelle nostre aspettative. Ecco, perché credo che sia un’occasione importante quella offerta dal progetto SFERA – Sviluppo della Formazione per Reti Antiviolenza, che nasce da un accordo fra l’Università degli Studi di Milano-Bicocca (Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale) e PoliS-Lombardia, grazie ad un finanziamento della Regione Lombardia, Direzione Generale Famiglia e Pari opportunità, per la formazione di reti territoriali, volti alla prevenzione e al contrasto della violenza di genere.

Un percorso di formazione gratuita, fino a esaurimento posti, costruito per moduli, laboratori ed eventi, articolato seguendo le “4P” previste nella Convenzione di Istanbul (Prevenire la violenza; Proteggere e sostenere le vittime; Perseguire i colpevoli di violenza sessuale e domestica; Promuovere politiche integrate).

I percorsi sono rivolti agli ordini degli assistenti sociali, degli psicologi, dei giornalisti, al personale dei centri anti-violenza, al terzo settore e a chi opera nel mondo dello sport, all’associazionismo, con un interessante modulo rivolto a chi lavora nei consultori pubblici e privati, “L‘accoglienza e la presa in carico delle vittime: servizi territoriali + servizi ospedalieri”, previsto per il 19 novembre 2019, dalle 14:00 alle 18:30.

Sapere, essere consapevoli di cosa siano certi fenomeni e di quanto di frequente accadano episodi della sfera della violenza maschile contro le donne fondata sul genere e spesso occultata, come ci ha perfettamente illustrato la professoressa Patrizia Romito, ne Un silenzio assordante, è il primo passo per guardare in faccia questi atti di violenza e assolutamente non consentire più che nemmeno un singolo episodio subisca una forma di silenziamento. Parliamone, affrontiamo questo fenomeno, cogliamo ogni più piccolo segnale nei nostri ambienti quotidiani, lavorativi, relazionali, familiari. Partiamo da noi. Penso che ogni occasione, specialmente se accompagnata da professionisti e da esperti che operano quotidianamente su questi aspetti, sia utile a costruire quel terreno fertile di consapevolezza e possa costituire un importante leva per scardinare la cultura che è alla base della violenza maschile contro le donne. Una missione di cui tutti e tutte noi possiamo farcene portatrici/portatori. Qualcosa che dobbiamo raccontare (come da Il male che si deve raccontare, di Simonetta Agnello Hornby e Marina Calloni), che dobbiamo affrontare e disvelare, portarlo sempre più davanti agli occhi di chi ancora oggi nega, ridimensiona, sminuisce la sua gravità e diffusione, non ha gli strumenti per riconoscerlo sin dai suoi primi segnali. Succede, non è qualcosa lontano da noi. Prendiamo consapevolezza e allarghiamo la consapevolezza. A 360°, come una sfera.

Tutte le informazioni per le iscrizioni e le date degli incontri le potete trovare qui.

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Riconosciamoci. Uniamoci.

Yo por ellas, ellas por mí – Fonte https://www.youtube.com/watch?v=xglTGuDd1-M

 

Un bilancio-riepilogo dell’operato del fù governo giallo-verde lo ha tracciato egregiamente Giovanna Badalassi su Ladynomics.

E se il buon giorno si vede dal mattino, li abbiamo lasciati lavorare abbastanza per trarre più di una qualche fondata conclusione. Abbiamo assistito a una sorta di prova generale di cosa accadrebbe se tutto dovesse prendere il colore verde, perché il traino e l’impronta di questi 14 mesi sono stati nettamente di stampo leghista, con i 5stelle a ruota, schiacciati da una macchina politica divoratutto e da un equilibrio che alla fine ha visto ribaltare i pesi delle due parti della maggioranza. Ma non è di colori che desidero parlare. Il vero problema riguarda le donne, al di là della questione incarichi:

“A partire dalle misure economiche, da quelle effettive a quelle che abbiamo rischiato e che forse ancora rischiamo: quota 100 ha favorito soprattutto uomini, il reddito di cittadinanza è stato utilizzato soprattutto da uomini, la flat tax avrebbe scoraggiato il lavoro delle donne, l’aumento Iva colpirebbe soprattutto le donne, per non parlare della saltata chiusura domenicale dei negozi che avrebbe penalizzato soprattutto il lavoro femminile.

Per continuare con le misure sociali: il disastro del Decreto Pillon, il costante attacco ad ogni diritto delle donne, una quotidiana messa sotto accusa della figura femminile moderna ed emancipata a favore di una esaltazione della famiglia “tradizionale” che manco nell’800.

Per finire con la propaganda social esaltatoria del maschilismo più stereotipato e arcaico, con attacchi feroci a donne che esprimono le proprie opinioni. E poi ancora sessismo, tanto, troppo, a volontà, tutti i giorni, ad ogni ora, da ogni postazione, istituzionale, stradale, balneare.

Un maschilismo straniante, che, descrivendoci come streghe, cubiste o piuttosto ancelle devote, ha cercato di farci dimenticare il peso sociale ed economico delle donne in Italia.”

Sto vedendo la terza stagione di Handmaid’s tales e sinceramente avverto la stessa angoscia e preoccupazione per il nostro futuro, per il livello di smarrimento di tutti i passi e passaggi che sinora abbiamo compiuto anche se con enormi fatiche. Tutto appare talmente fragile che fa paura pensare che potrebbe dissolversi in brevissimo tempo. Al netto delle difficoltà della realizzazione concreta di una politica delle donne nella situazione contingente italiana, mi rendo conto di una cosa. Se penso alla Svezia, per esempio, nulla lì è germogliato per caso e scrittrici come Astrid Lindgren hanno gettato le basi e ispirato intere generazioni di bambine che diventate donne hanno con coraggio plasmato una società e un Paese, maturato e cresciuto, non rimasto al palo di nostalgiche formule.

Flavia Amabile su La Stampa si/ci chiede:

“dove sono le donne? Ieri in Senato, per esempio, c’era un problema enorme da risolvere enorme e nessuna traccia di donne al’origine, e nemmeno alla fine. Chiunque abbia avuto la pazienza di osservare gli interventi dei protagonisti del dramma italico si è trovato di fronte a un muro di giacche scure, cravatte altrettanto bigie, e qualche sporadica presenza femminile: tre su diciotto persone nei banchi della Lega mentre parlava Salvini, praticamente nessuna nell’inquadratura televisiva principale. Una sola nel banco governativo circondata da nove uomini.”

Questo durante l’intervento di Conte al Senato. Ma spesso è volentieri è una presenza massiccia maschile quotidiana, salvo poche, rare eccezioni, che prendono parola ogni tanto e si intravedono nei TG. Lo stesso deficit lo si può riscontrare nei discorsi, e quando c’è sembra posticcio, un tema appiccicato qua e là. Sì, dicono, alcuni leader di partito ci hanno in testa, ma chissà come mai c’è sempre un inciampo, una fase delicata, un ordine superiore che non permette di centrare il punto, d tradurre in parole e impegni seri quella parola “innominata”. Tutto vago, talmente vago che non si riesce a cogliere e a fissare nel fiume di dichiarazioni che si susseguono. Colgo le parole di un post di una mia amica e concittadina Helga Sirchia che su Facebook rompe questo silenzio pesantissimo proprio su questo aspetto, in queste ore frenetiche di consultazioni e comunicati da crisi di governo:

“Dirò allora la unica cosa , pronuncerò la unica parola che NESSUNO, in ore e ore di interventi, da un capo all’altro dell’agone .. o del circo che dir si voglia, ha non dico affrontato, ma sfiorato:

DONNA.

CHE SI TRASCINA UN ALTRO GRAVISSIMO ATTO DI OMISSIONE :

VIOLENZA SU DONNE E BAMBINI

(…) SI, Vi diamo NOTIZIA CHE

LE DONNE ESISTONO ! sono più della metà della nostra comunità … e degli elettori: )

Una ogni 3 giorni ammazzata . Stupri, ravange porn, sessismo, violenza domestica , violenza psicologica, violenza verbale , violenza assistita : vite spezzate, che sono centinaia e centinaia di casi in tutto il nostro BelPaese.

I ‘figli d’Italia’ che dietro a proclami o progetti di legge deliranti , stanno subendo il più grande genocidio in vita ..

ALLORA, perché , perché nemmeno una parola?”

 

Non possiamo continuare ad accontentarci, sbobinare le ore di interventi parlamentari per andare a scovare col lanternino quei pochi secondi e quella manciata di attenzione che chi imbastisce i discorsi ha la buona volontà di inserire. Siamo alle solite e la puzza di “interesse” lasciato marcire perché c’è qualcosa di più importante di mezzo ci ha nauseato. Ci vuole un ribaltamento, un cambio netto, a questo punto non c’è più da pazientare e da accontentarsi, eh no, nemmeno di proposte di nomi femminili che no non rappresentano affatto le donne, ma solo la cauta e rassicurante prosecuzione di un sistema patriarcale e machista. Deve essere ben chiaro che non esiste rappresentanza di valore e di qualità se non si cambia radicalmente profilo, cultura e background della rappresentanza delle donne. E la storia non si costruisce in un paio di mesi. Non provate a strumentalizzare la storia delle lotte delle donne. Femministe e dalla parte delle donne lo si dimostra sul campo, siete pregate di intraprendere il cammino. Non accetteremo opportunismi e manovre illusioniste. Non ci convocate solo quando avete bisogno del nostro voto per poi cancellarci il giorno dopo. Questa omissione, rimozione, cancellazione delle donne, dei loro diritti e di quelli dei loro figli, produce solo disastri e lo abbiamo visto ben chiaro. Nominiamo le donne e diamo loro posto centrale e prioritario nell’agenda politica del prossimo esecutivo. Dimostriamo di saper svoltare e di avere colto il vento che ovunque nel mondo parla di una marea femminista. Non dormite nelle vostre vite privilegiate, toccate e sporcatevi le mani con la realtà. Diamo voce e peso alle donne, alle loro istanze, ai loro diritti civili. L’ho scritto innumerevoli volte su questo blog e torno a farlo. Lo faremo ancora e ancora e ancora.

Pretendiamo un’attenzione sincera e seria. Non pannicelli caldi o qualche tocco di rosa. I nostri diritti acquisiti in anni di lotte sono già stati indeboliti e sono sotto attacco da tempo, troppo tempo e non siamo più disposte ad aspettare. Esistiamo e siamo il 51% del Paese, un’Italia che continua ad avere una voce prevalentemente maschile e a scansare l’unica vera opportunità di ripresa e di inversione di tendenza: LE DONNE. Svegliamoci e lavoriamo a una politica differente, a partire dalle misure che devono dare la possibilità alle donne di poter scegliere come costruire la propria vita, libere da qualsiasi imposizione, schema, pregiudizio, discriminazione e violenza.

 

Incontriamoci. Riconosciamoci. Uniamoci. Abbiamo la forza e le capacità. Il tempo è ora.

 

E la musica può dirlo molto meglio di tante altre forme di espressione. Buon ascolto.

 

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Crescere a Pornland


Grazie alla segnalazione di una amica e alla pagina “Nordic Model Now”, ho recuperato questo articolo del 2016 di Melinda Tankard Reist, scrittrice, speaker, co-fondatrice di Collective Shout, co-curatrice del saggio Big Porn Inc: Exposing the harms of the global porn industry.

Ho pensato di tornare su questi temi di cui mi ero occupata qualche anno fa (qui), cogliendo lo spunto di questo articolo e traducendolo.

Siamo in Australia, ma le evidenze possono valere anche per l’Italia, magari comparandole con il lavoro di Patrizia Romito, Daniela Paci e Lucia Beltramini.

“Accanto alla svalutazione del corpo femminile legata all’offerta di prestazioni sessuali a pagamento, i ragazzi hanno descritto un’ancora più diffusa forma di svalorizzazione della persona, ovvero l’uso sistematico dei mezzi di comunicazione di massa come veicoli di materiale pornografico, spesso materiale pornografico auto-prodotto” (pag. 73)

(…) Ragazze nude, ragazze in pose pornografiche, ammiccanti, seduttive, come se questa fosse l’unica arma a loro disposizione per ottenere la tanto sperata visibilità e l’accettazione da parte di un mondo maschile che le vuole così, merce di scambio sui telefonini o su internet.” (…) Alla richiesta del perché le ragazze siano disposte a una simile svalorizzazione del proprio corpo, maschi e femmine sono concordi nell’attribuire la colpa alle ragazze stesse e al loro incessante desiderio di essere viste, apprezzate, accettate.” (pag. 74)

Spesso c’è consapevolezza della pericolosità di simili comportamenti, ma “se qualche filmato finisce on-line, peggio per loro.”

Traspare una diffusione massiva di modelli disfunzionali “nei quali sesso, violenza, pornografia si intrecciano gli uni agli altri.” (pag. 75) Rivivono stereotipi sessuali con una sorta di “ritradizionalizzazione” dei ruoli sessuali, raccontati dai ragazzi. E preoccupa come questo materiale pornografico spesso sia il loro unico e primario modello di riferimento sessuale alle prime esperienze.

“Il materiale pornografico a disposizione di giovani e giovanissimi presenta quindi violenza, dominazione, dolore, immagini della donna come oggetto da usare, ferire e poi gettare. Ma come reagiscono i ragazzi di fronte a tutto ciò?” (pag. 77)

Ridono, si divertono a vedere film in cui le donne vengono picchiate. Tra una risata e l’altra si afferma e si consolida la cultura della violenza e dello stupro, di una sessualità maschile che tutto può e a cui tutto si deve.

Ritornando allo studio australiano…

“[Voglio] una migliore educazione riguardo al sesso per ragazzi e ragazze [e] informazioni sulla pornografia e il modo in cui influenza le pratiche sessuali dannose”.

Queste sono le parole di Lucy, 15 anni, una delle 600 giovani donne e ragazze australiane che hanno partecipato a un sondaggio commissionato da Plan Australia e Our Watch. L’indagine, condotta da Ipsos, ha raccolto le risposte delle ragazze e delle giovani donne di età compresa tra 15 e 19 anni in tutti gli stati e territori.

Nel report del sondaggio, intitolato Don’t send me that pic (Non mandarmi quella foto), i partecipanti hanno riferito che l’abuso e le molestie sessuali online erano endemiche. Oltre l’80% ha dichiarato che è inaccettabile che i fidanzati richiedano immagini di nudo.

Il bullismo e le molestie sessuali fanno parte della vita quotidiana di molte ragazze. I giovani parlano sempre più di come queste pratiche abbiano legami con la pornografia – e così dovrebbero, perché hanno molto da perdere.

La pornografia sta modellando e condizionando i comportamenti e le attitudini sessuali dei ragazzi, e le ragazze vengono lasciate senza gli strumenti per affrontare questi ragazzi saturi di pornografia.

Il mio impegno con le giovani donne negli ultimi anni nelle scuole di tutta l’Australia, conferma che stiamo conducendo un “esperimento pornografico” sui giovani – un attacco al loro sano sviluppo sessuale.

Se ci sono ancora dubbi sul fatto che il porno abbia un impatto sull’atteggiamento e sui comportamenti sessuali dei giovani, forse è il momento di ascoltare i giovani stessi. Ragazze e giovani donne descrivono ragazzi che fanno pressioni per ottenere atti ispirati al porno che consumano abitualmente. Le ragazze raccontano come da loro ci si aspetti che sopportino cose che non gli piacciono.

Alcuni vedono il sesso solo in termini di prestazioni, dove ciò che conta di più è il ragazzo che si diverte. Ho chiesto a una quindicenne della sua prima esperienza sessuale. Lei mi ha risposto: “Penso che il mio corpo sia sembrato OK, sembrava goderselo”. Molte ragazze sembrano tagliate fuori dal loro stesso senso di piacere o intimità. Che piaccia “a lui” è la cosa più importante. Le ragazze e le giovani donne sono sottoposte a molte pressioni per dare ai ragazzi e agli uomini quello che vogliono, ovvero adottare ruoli e comportamenti pornografici, essendo il loro corpo semplicemente un “ausilio” sessuale. Crescendo in un paesaggio pornizzato, le ragazze si abituano a impersonare (si percepiscono come) “stazioni di servizio” per la gratificazione e il piacere maschile.

Abbiamo chiesto: “Da cosa capisci che piaci a un ragazzo?”, una studentessa dell’8° anno ha risposto: “Vuole ancora parlarti dopo che lo hai succhiato”. Uno studente di scuola superiore ha detto a una ragazza: “Se succhi il mio cazzo ti darò un bacio”. Ci si aspetta che le ragazze forniscano atti sessuali come segni di affetto. Una quindicenne mi ha detto che non le piaceva affatto il sesso, ma che farlo rapidamente era l’unico modo affinché il suo fidanzato si calmasse e guardasse un film con lei.

Sto incontrando sempre più ragazze del 7° anno che cercano aiuto su cosa fare per le richieste di immagini di nudo. Ricevere la richiesta “mandami una foto delle tue tette” è un evento quasi quotidiano per molte. “Come posso dire “no” senza ferire i suoi sentimenti”? chiedono le ragazze.

Come riportato dal report Plan Australia/Our Watch, le ragazze sono stanche di essere sotto pressione per via delle immagini che non vogliono inviare, ma sembrano rassegnate a quanto normale sia diventata la pratica. I ragazzi usano le immagini come una forma di valuta, da scambiare e condividere e da usare per umiliare le ragazze pubblicamente.

Le ragazze del 7° anno mi fanno domande su bondage e S & M. Molti di loro hanno visto 50 Shades of Grey (che è stato pubblicato il giorno di San Valentino). Chiedono, “se vuole picchiarmi, legarmi e perseguitarmi, vuol dire che mi ama?” Le ragazze sopportano comportamenti umilianti e irrispettosi, e quindi interiorizzano i messaggi pornografici nel loro ruolo sottomesso.

Incontro ragazze che descrivono di essere tentate nel cortile della scuola, ragazze regolarmente molestate a scuola o sullo scuolabus mentre tornano a casa. Mi dicono che i ragazzi si comportano come se avessero diritto al corpo delle ragazze. I difensori del porno spesso dicono che fornisce educazione sessuale. E lo fa: insegna anche ai ragazzi molto giovani che le donne e le ragazze sono sempre disponibili, pronte. “No” significa in realtà “sì”, o “prova a convincermi”.

Le ragazze riportano alcuni fatti: di essere classificate a scuola sulla base dei loro corpi e di come a volte i ragazzi facciano paragoni con i corpi delle pornostar. Sanno che non possono competere, ma ciò non impedisce loro di pensare che debbano farlo. Le richieste di labioplastica sono triplicate in poco più di un decennio tra le giovani donne di età compresa tra i 15 ei 24 anni. Le ragazze che non si sottopongono alla ceretta “brasiliana” di ispirazione pornografica sono spesso considerate brutte o non curate (dai ragazzi così come dalle altre ragazze).

Alcune ragazze subiscono lesioni fisiche da atti sessuali di ispirazione pornografica, compreso il sesso anale. Il direttore di un centro di violenza domestica sulla Gold Coast mi ha scritto un paio di anni fa a proposito dell’aumento delle lesioni legate al porno a ragazze di 14 anni e più, da atti che includono torture:

“Negli ultimi anni abbiamo assistito a un enorme incremento di casi di stupro da parte di un partner ai danni di donne dai 14 agli 80 anni. Il più rilevante comun denominatore è il consumo di pornografia da parte del reo.

Con i sex offenders che non sono in grado di distinguere tra fantasia e realtà, pensano che le donne credenti siano “disponibili” 24 ore su 24, seguendo il mito che “no significa sì e sì significa anale”, ignari dei danni causati e senza mai considerare il consenso. Abbiamo visto un enorme aumento della privazione della libertà, lesioni fisiche, torture, droghe, riprese e condivisione di filmati senza consenso “.

L’Australian Psychological Society ritiene che i ragazzi adolescenti siano responsabili di circa il 20% degli stupri di donne adulte e tra il 30% e il 50% di tutte le violenze sessuali riferite ai bambini. Proprio la scorsa settimana, la professoressa Freda Briggs ha sostenuto che la pornografia online sta trasformando i bambini in imitatori di predatori sessuali – riproducendo su altri bambini quello che vedono nel porno.

Secondo un articolo del 2012 “The Impact of Internet Pornography on Adolescents” (L’impatto della pornografia online sugli adolescenti) ha rilevato come il consumo di pornografia su Internet fosse legato ai cambiamenti attitudinali, compresa l’accettazione della dominanza maschile e della sottomissione femminile come paradigma sessuale primario, con le donne viste come “giocattoli sessuali desiderosi per soddisfare i desideri sessuali maschili “. Gli autori hanno scoperto che “gli adolescenti che sono intenzionalmente esposti a materiale sessualmente esplicito violento avevano sei volte più probabilità di essere sessualmente aggressivi di quelli che non vi erano stati esposti”.

Ho chiesto alle ragazze quali messaggi avrebbero voluto che trasmettessi ai ragazzi. Finora, questi messaggi sono stati: “Smettila di dirci che siamo bagnate, “Smetti di commentare i nostri corpi”, “Smetti di chiedere immagini”, “Le battute sugli stupri non sono mai divertenti” e “Il sesso prima dell’età del consenso è illegale”.

La proliferazione e la globalizzazione di immagini ipersessualizzate e di temi pornografici rende quasi impossibile l’esplorazione sessuale sana. La conquista e il dominio sessuale non sono contemperate dai limiti di rispetto, intimità e autentica connessione umana. I giovani non si stanno preparando sull’intimità, l’amicizia e l’amore, ma sulla crudeltà e l’umiliazione. Come rileva un recente studio:

“La pornografia mainstream online si basa in modo schiacciante su atti di violenza e degradazione nei confronti delle donne, i comportamenti sessuali esemplificati nella pornografia si allontanano dall’intimità e dalla tenerezza e caratterizzano le costruzioni patriarcali della mascolinità e della femminilità”.

È l’intimità e la tenerezza che tante ragazze e giovani donne dicono di cercare. Una giovane donna mi ha raccontato che nei siti di appuntamenti lei scrive alla voce “feticcio” che “vuole fissare ardentemente gli occhi di qualcuno e fare sesso lento”. Ha detto che inserendo questo dettaglio nella categoria “fetish”, si garantiva una maggiore visibilità.

Ma in che modo le giovani donne potranno trovare queste esperienze sensuali, “a fuoco lento”, negli uomini indottrinati dalla pornografia? Lo psicologo Philip Zimbardo sostiene a proposito di giovani uomini: “Non conoscono il linguaggio del contatto faccia a faccia … L’eccitazione costante, il cambiamento, l’eccitazione della novità, li rendono fuori sincrono con relazioni a sviluppo lento – relazioni che si costruiscono lentamente”.

È sbagliato lasciare la formazione sessuale nelle mani dell’industria del sesso globale. Dobbiamo fare di più per aiutare i giovani a confrontarsi con le nozioni distorte di sessualità trasmesse dalla pornografia.

Fortunatamente, gli effetti negativi dell’esperimento pornografico su relazioni e sessualità sono stati evidenziati e sottolineati esplicitamente. Il mese scorso è stato organizzato presso l’UNSW un primo simposio in Australia per la questione ,davanti a una folta platea, e un’attuale inchiesta del Senato sta raccogliendo prove degli effetti nocivi distorti del porno sui nostri giovani.

Soprattutto, sono i giovani stessi che chiedono il cambiamento. Josie, 18 anni, è citata nel report Plan Australia/Our Watch:

“Abbiamo bisogno di maggiori controlli e restrizioni in merito la pornografia violenta, che è attualmente accessibile a ragazzi e uomini. Questa pornografia violenta dovrebbe essere illegale da realizzare o da visualizzare in Australia, dato che abbiamo innegabilmente un problema con la violenza e i ragazzi stanno guardando un sacco di pornografia che può essere molto violenta … Questo sta influenzando l’atteggiamento degli uomini verso le donne e su ciò che ritengono sia accettabile. La pornografia violenta si sta infiltrando nelle relazioni australiane.”

Su questo blog ho cercato di esplorare in più articoli il mondo della pornografia, se volete ne trovate traccia. Non vorrei che si parlasse di moralismo o di atteggiamento bigotto. Semplicemente, mi piacerebbe che si guardassero in faccia gli effetti di una esposizione a simili prodotti e magari si avviasse una riflessione su questi aspetti, a partire dalla percezione che hanno i giovani. Nel mio girovagare nelle scuole mi piacerebbe trovare più collaborazione e più apertura da parte della classe insegnanti, per poter esplorare questi temi assieme a quello sulla percezione delle forme di violenza, senza zavorre che sminuiscono questo lavoro. Perché è il momento di ascoltare i giovani e di dare loro la possibilità di smontare e decostruire modelli nocivi.

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A proposito di diritti. Cronache dal Municipio 7 di Milano

Il post apparso su Facebook sul profilo del presidente Marco Bestetti del Municipio 7 di Milano segue una linea ben precisa, consolidata, che a noi che viviamo e frequentiamo le istituzioni municipali ci appare del tutto in linea con i precedenti, di cui abbiamo già scritto su questo blog.


Per dover di cronaca e a futura memoria è bene scriverne, perché riteniamo sia più che opportuno che la cittadinanza conosca fatti, circostanze, si faccia una idea delle fondamenta culturali che si perpetuano e diffondono attraverso simili post.

Il consigliere municipale PD Lorenzo Zacchetti ha scritto e depositato questa mozione in merito, di cui condividiamo naturalmente i contenuti e gli intenti. Necessario e doveroso richiamare i principi costituzionali a cui un amministratore pubblico dovrebbe conformare il proprio operato nelle istituzioni.

Ma come vi dicevo, questo episodio ci aiuta a evidenziare non solo la posizione in tema di diritti, ma a richiamare cosa è accaduto solo qualche settimana fa nel medesimo municipio.


Qui il resoconto dettagliato apparso sul sito dell’Associazione Dimensioni Diverse.

Come alcuni di voi sapranno, insieme ad altre donne del municipio 7, stiamo cercando di raggiungere l’obiettivo dell’apertura di uno spazio, di una casa delle donne, che potrebbe concretizzarsi attraverso l’impegno del Comune di Milano in merito ai Centri Milano Donna, uno in ciascun municipio.

Ribadisco che non si tratta di un costo inutile e ridondante come sembra considerarlo la maggioranza, bensì un investimento che va in aiuto e a supporto di tutta la cittadinanza, perché le donne possono essere un’opportunità di crescita e di emancipazione di tutto il nucleo familiare di appartenenza, un traino di inclusione e di cittadinanza attiva. Maggiore informazione e sostegno alle donne apportano benefici all’intera famiglia, con particolare attenzione alla cura dei figli. C’è bisogno dell’impegno congiunto di istituzioni, servizi sociali e terzo settore, adeguatamente formati e specializzati, per far fronte alle istanze e alle sfide che si presentano nelle nostre comunità. Le donne hanno bisogno di sviluppare maggiore consapevolezza e avere delle opportunità di partecipare alla propria vita personale e di comunità in modo attivo. Non è assolutamente vero che è sufficiente ciò che attualmente è disponibile sul territorio, perché noi donne lo sappiamo benissimo cosa accade e cosa manca. Lo sappiamo direttamente perché sul territorio ci viviamo e ci auguriamo che le cose cambino al più presto e in meglio!

 

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Liberiamoci! Protagoniste della nostra storia

Foto: Facebook / Festival Nosotras Estamos en la Calle


Come annota Graziella Priulla nel suo Parole Tossiche – Settenove 2014:

“Gli insulti sessisti dopo gli anni della rivoluzione femminista sarebbero dovuti scomparire, o almeno avrebbero dovuto perdere la loro potenzialità offensiva; invece sono ancora lì, immobili come gli stereotipi e i pregiudizi che li mantengono in vita. Siamo cambiati e siamo cambiate ma non più di tanto; anzi negli ultimi anni siamo tornati/e indietro, con un’involuzione di cultura e di riconoscimento di diritti. I nudi umani, le rappresentazioni esplicite e i riferimenti agli atti sessuali sono testimoniati presso la maggior parte delle civiltà della storia: non è questo il punto. Nessuna parte del corpo umano è impudica, impudico è lo sguardo di chi strumentalizza le parti del corpo separandole dalla persona.”

È esattamente ciò che da anni si sottolinea e che si evidenzia quando si analizza tutto il bagaglio culturale fornito attraverso i media.

“La nostra civiltà vive all’insegna del sesso, ma l’insegna quando va bene è ideogramma, quando va male è pedissequo facsimile: i prodotti dell’industria culturale creano perfetti involucri di carne ma confondono il corpo con la sua icona. L’oggettivazione sessuale si esprime in una varietà di forme esplicite che lasciano trasparire una malinconica monotonia di fondo: dalle più pesanti, costituite dalla pornografia, alle più sottili dell’esposizione televisiva, il fenomeno invade la nostra quotidianità”.

Una mercificazione dei corpi che ha contaminato e contraddistingue ogni ambito, compresa la politica.
Una fruizione da consumatori compulsivi, mancano il tempo e gli strumenti per lavorare a una sessualità matura e consapevole, che parta dalla percezione piena di sé, di valorizzazione dell’altro/a, di riconoscimento dell’altra persona, non come oggetto consumabile, ma come soggetto.

Giustamente Priulla rileva come sia maturata una sensibilità su razzismo e classismo, ma di fronte al sessismo linguistico siamo ancora a dir poco “disattenti”. Eppure è su di esso che si tracciano le basi per le relazioni e in esso si perpetrano discriminazioni e disparità di genere.

Quando ne parlo con i ragazzi e le ragazze a scuola, mi soffermo sulla broda culturale nella quale siamo tutti/e immersi/e e che produce una serie di rappresentazioni statiche e stereotipate, che si tramandano di generazione in generazione.

C’è tuttora una sorta di sottovalutazione accompagnata a una assuefazione a un certo modo di raccontare, rappresentare, riferirsi.

Lessico che ha poco a che fare con la liberazione sessuale, quanto piuttosto a un reiterare di una subordinazione femminile, di un immaginario che ci allontana dalla parità e riafferma divari e ancora una volta forme di oggettivazione femmminile.

Perché dietro tutto questo c’è un obiettivo: ribadire e restaurare una supremazia, un dominio, un potere maschile, che sappiamo cosa comporta in termini di relazioni tra i sessi e di impostazione delle relazioni affettive e non.
Questi concetti e queste semplificazioni che regolano i rapporti umani vengono assimilati precocemente, dalla nostra infanzia.

Tanto che alla fine ci sembra la cosa più naturale etichettare, classificare, inserire in categorie. Non è naturale, è la cultura che ci induce a questa abitudine mentale e percettiva.

Priulla parla di una diffusa aggressività verbale tra i giovanissimi, la musica ne è solo un sintomo o un riflesso.

“I sex offender sono sempre esistiti, ma in questi ultimi anni si assiste a un incremento esponenziale di episodi che vedono protagonisti insospettabili adolescenti pronti a scaternarsi su una vittima isolata.” Interessante è tenere insieme anche le forme più diffuse oggi di fruizione di materiale pornografico. “L’orizzonte esistenziale che ne deriva è misero, costellato di rapporti senza valore. Una cosa è fare un giretto sui siti di video sharing ad alto contenuto pornografico, un’altra è accettare la complessità fisica e psichica dell’erotismo. L’esito non voluto è l’impoverimento del desiderio; d’altronde una cosa preziosa, se è usata con leggerezza, perde valore. Una malintesa libertà ci ha consegnato una sessualità in cui il corpo non si fa segno di alcuna intersoggettività, dove non serve che l’intimità dell’altra persona sia attraversata perché la soddisfazione del godimento è a portata di mano e non richiede la fatica di una relazione.”

Ciò che manca è ancora il punto di vista che viene dal femminile, che dia presenza ed esistenza non subordinata al maschile, al piacere all’uomo, al piacere dell’uomo, ma autonoma e articolata in modo relazionale paritario.

L’oggettivazione può giungere a farti sentire merce, commerciabile e consumabile, a legittimare il controllo delle donne, dei loro corpi, manipolandone desideri e aspirazioni, lavorando a nuove o secolari forme di oppressione.

Ho preferito lasciare la parola ad una esperta e a una studiosa come Graziella Priulla, perché interrogarsi su certi aspetti ha bisogno di argomentazioni solide, frutto di una indagine e di un’esperienza della realtà che vada a fondo dei fenomeni. Siamo così abituati a restare sulla superficie, in una zona che in qualche modo non intacchi i nostri capisaldi e punti di riferimento, che ci fanno sentire “a posto”. Eppure, non si può eludere un discorso più articolato e vasto.

Quali variegate dimensioni riusciamo ad esprimere a proposito delle donne?
Quanto questa oggettivazione e attenzione ai corpi spersonalizzati, deumanizzati, privati di pensiero e di emozioni proprie e uniche, ha ricadute nel nostro quotidiano?
Quanto l’esistenza, il valore di una donna sia accettabile solo se bella, giovane, magra e “bombabile”?
La classifica “Figadvisor, dalla più alla meno bombabile”, “gentilmente curata” da un gruppo di studenti del Liceo classico Carducci, è solo l’ultimo dei casi balzati alla cronaca.

CONTINUA A LEGGERE SU MAMMEONLINE.NET

 

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A tutte le donne

Dalla mostra fotografica Anche per te – Per tutte le donne vittime di violenza, a cura del fotografo Fedele Costadura


Su questo blog spesso cerco di offrire uno spazio di informazione sui presidi territoriali, per illuminare l’ottimo lavoro di tanti soggetti, delle operatrici che ogni giorno di occupano di sostenere le donne.

L’anno scorso avevamo inaugurato il giardino Zoia 105 e con esso la prima panchina rossa contro la violenza maschile sulle donne del Municipio 7. 

Ho intervistato la dottoressa Parvaneh Hassibi, responsabile del CASD Centro Ascolto e Soccorso Donna, dell’Asst Santi Paolo e Carlo di Milano.

Il CASD (qui il pieghevole), nato nell’ottobre 2015, è composto da due strutture distinte:

  • Centro salute e ascolto delle donne immigrate e i loro bambini
  • Centro Ascolto e Soccorso Donna

 

Ho visitato gli spazi ubicati al terzo piano dell’ospedale San Carlo Borromeo (nella struttura complessa di Ostetricia e Ginecologia).

Il Centro opera all’interno dell’ospedale, che ha un bacino di utenza molto vasto. I casi di violenza sono circa 400 all’anno, ma si tratta di un numero relativo a quanto emerge e arriva alla struttura. Se confrontati con le stime nazionali sicuramente si riesce a rilevare solo una minima parte, la punta di un iceberg del fenomeno della violenza contro le donne. Gli accessi in P.S. in un anno sono circa 200mila, di cui circa la metà donne. Dei circa 400 casi di violenza, solo 1/3 arriva al Casd: gli altri sono spesso classificati in modo diverso e solo dopo una attenta analisi del referto possono essere ricondotti a violenza. Ogni giorno, racconta la dottoressa Hassibi, vengono consultati i database degli accessi, alla ricerca di casi di traumi da aggressione, accidentali, stress post lite in famiglia. È evidentemente che il rischio di sottovalutare la violenza e di derubricarla a lite o a conflitto coniugale è elevatissimo. Un elemento che penalizza non poco questo lavoro è il fatto che i sistemi informativi tra San Paolo e San Carlo sono diversi e non comunicano tra loro. In futuro si spera che venga sviluppato un sistema che consenta di verificare se una donna ha fatto altri accessi in altre strutture ospedaliere, per motivi analoghi. Questo meccanismo consentirebbe un diverso approccio del personale, una comprensione dei fatti più accurata e soprattutto garantirebbe una refertazione più adeguata, di tracciare tutti gli episodi di violenza e di metterli in connessione tra loro.

I dati dell’anno scorso rilevano una notevole distanza tra i casi di violenza attenzionati nei due ospedali.

Il San Paolo non ha personale dedicato, ma si avvale della collaborazione di personale dell’ospedale e di professionisti del reparto di psicologia clinica e degli assistenti sociali che si sono resi disponibili a intervenire in caso di necessità e di segnalazioni provenienti dal P.S.

Il Casd, come molti altri presidi e centri antiviolenza, avrebbe bisogno di investimenti maggiori, soprattutto per espandere le ore di attività per alcune specialità, in primis per il sostegno psicologico.

Il rischio di “perdere” le donne è alto e inaccettabile. Occorre trovare i fondi, per dare risposte e ascolto tempestivo alle donne che sono riuscite a trovare la forza di chiedere aiuto.

Dei 400 casi di cui si parlava in precedenza, solo 1/3 viene identificato precisamente e “trasmesso” al Casd. Non tutti i colleghi del P.S. completano adeguatamente la scheda di accoglienza, su questo le operatrici del Casd tornano e insistono quotidianamente. Durante l’orario di apertura del Casd (8-15.30) oltre alle attività ordinarie di accoglienza e i percorsi di sostegno già avviati, si vagliano i casi giunti al P.S. nelle ore di chiusura del Casd, leggendo i verbali degli accessi, ascoltando la segreteria telefonica (attiva sia sul numero fisso che sul cellulare, negli orari di chiusura). Si cerca sempre, laddove possibile, di ricontattare le donne che hanno chiamato o che sono giunte al P.S. Le donne che desiderano, nel pieno rispetto della loro volontà, vengono accolte e assistite.

Purtroppo si registrano 2/3 di casi che non vengono identificati adeguatamente dal P.S.: spesso mancano i riferimenti, il numero di telefono, per cui è impossibile richiamare le donne.

In passato in ospedale era presente un presidio delle forze dell’ordine, utile soprattutto per le donne che desideravano denunciare. Oggi non c’è più ed anche questo è un segno dei tagli e delle risorse scarse di cui soffrono i nostri servizi pubblici.

A fine anno scadrà il protocollo dell’azienda ospedaliera in materia di violenza: dovrà essere rinnovato, adeguandosi anche alle Linee guida soccorso e assistenza donne vittime di violenza varate il 24 novembre 2017 con DPCM (Linee guida nazionali per le Aziende sanitarie e le Aziende ospedaliere in tema di soccorso e assistenza socio-sanitaria alle donne vittime di violenza. Ci si augura che si unifichino le schede di accoglienza nei due ospedali e vengano semplificate le modalità di interazione tra i due poli. Al momento al San Carlo per la valutazione del rischio è stato adottato un modello di scheda semplificato, composto da cinque domande, sulla scorta della scheda S.A.R.A. (Spousal Assault Risk Assessment)*. Naturalmente la differenza la fanno gli operatori, con la loro sensibilità ed esperienza.

Ogni settimana il team del Casd si riunisce per valutare i casi, le criticità riscontrate e le proposte per migliorare sia al centro che al P.S.

Il monitoraggio, la rilevazione degli accessi e delle donne seguite sono necessari per poter chiedere e ottenere i giusti finanziamenti dalla Regione (ricordiamo il sistema ORA).

Per quanto riguarda le violenze sessuali, solitamente si inviano le donne al centro Svsd della clinica Mangiagalli, specializzato e adeguato a seguire questi casi.

Il Casd può offrire protezione per le donne e i loro figli: dobbiamo sostenere il più possibile questi luoghi. È disponibile anche l’assistenza legale gratuita. Naturalmente, essendo parte della rete milanese antiviolenza, è possibile integrare il sostegno offerto dal Casd con ciò che possono mettere a disposizione gli altri soggetti della Rete.

Le difficoltà di denuncia sono sempre molto elevate, così come spesso si assiste a un ritiro della stessa. Spesso la prognosi è sottostimata e non permette di procedere d’ufficio. Non si rileva quasi mai la gravità e la presenza di violenza psicologica, solitamente non viene correttamente refertata. Eppure esistono dei codici specifici per questo tipo di maltrattamenti e per evidenziare lo stress post traumatico in casi di violenza. È più che mai centrale la formazione del personale che opera in P.S. Occorre intervenire per tempo e non lasciare che questo tipo di traumi si ripetano negli anni, con il rischio di provocare poi problemi di tipo psichiatrico nelle vittime (con tutte le difficoltà poi connesse alla possibilità di essere credute).

Il rispetto, la parità, l’uguaglianza si imparano in famiglia, ma non è sufficiente. Ecco perché la rete antiviolenza e il Casd effettuano percorsi e attività di formazione nelle scuole superiori e anche tra gli studenti di medicina.

Questa risorsa importantissima del nostro territorio andrebbe valorizzata attraverso una più efficace e proattiva azione degli enti pubblici. È auspicabile che a partire dai municipi dei territori interessati e limitrofi, insieme a tutti i soggetti coinvolti e con un ruolo decisionale e istituzionale, si muovano in questo senso, promuovendo attivamente la conoscenza del Casd tra la popolazione, di concerto con i consultori, i medici/pediatri di base e le farmacie comunali. Occorre che tutti gli operatori territoriali conoscano e sappiano correttamente indirizzare le donne, evitando loro inutili e stressanti pellegrinaggi. Solo attraverso una capillare e diffusa rete di informazione sulle preziose attività svolte dal Casd e di tutta la rete antiviolenza si può pensare di rendere effettive le parole “donna non sei sola”. Occorre parlare con le donne affinché comprendano che non esiste solo la denuncia alle forze dell’ordine come strumento di tutela e di protezione, ma che è necessario affidarsi ai centri antiviolenza per definire un percorso su misura, ai presidi ospedalieri per una corretta refertazione utile come prova e evidenza della scansione temporale dei maltrattamenti o delle violenze, in ogni caso perché il cammino di liberazione dalla violenza necessità di sostegni plurimi e che sappiano accompagnare la donna in ogni fase.

Facciamoci tutti e tutte promotori e promotrici di queste informazioni.

Fino al 12 giugno è possibile visitare la mostra fotografica Anche per te – Per tutte le donne vittime di violenza, a cura del fotografo Fedele Costadura, nell’atrio dell’Ospedale San Carlo Borromeo di Milano.

Qui un assaggio per chi non potesse recarsi di persona.

 

A tutte le donne

Fragile, opulenta donna, matrice del paradiso

sei un granello di colpa

anche agli occhi di Dio

malgrado le tue sante guerre

per l’emancipazione.

Spaccarono la tua bellezza

e rimane uno scheletro d’amore

che però grida ancora vendetta

e soltanto tu riesci

ancora a piangere,

poi ti volgi e vedi ancora i tuoi figli,

poi ti volti e non sai ancora dire

e taci meravigliata

e allora diventi grande come la terra

e innalzi il tuo canto d’amore.

Alda Merini


Domani sera ci vediamo al Circolo F.lli Cervi


PER APPROFONDIRE *

http://www.uisp.it/discorientali/files/principale/SARA-2006_1.pdf

http://www.centroangelitarieti.it/images/PDF/Sportello_antiviolenza_/SARA-S_Formulario.pdf

https://scienzepolitiche.unical.it/bacheca/archivio/materiale/1529/seminario%207%20maggio.ppt

http://www.fondazionepsicologi.it/wp-content/uploads/2016/06/La-violenza-di-genere.pdf

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Sblocchiamo i progetti di vita, a partire dalle donne


Eccoci alla terza tappa di questo viaggio di approfondimento nel mondo del lavoro e sulla partecipazione femminile ad esso. Un modo per provare a colmare un certo silenzio attorno a questi aspetti, oltre le nicchie e gli addetti ai lavori.

Lo ripetiamo da anni che la scarsa occupazione femminile ha dei riflessi enormi sull’efficienza delle infrastrutture del fare impresa, con evidenti perdite in termini di ricchezza.

Avevo scritto qui un’analisi, comprensiva di dati.

Secondo “Il lavoro a Milano”, il rapporto annuale realizzato da Assolombarda, CGIL, CISL e UIL, che raccoglie i dati sul mercato del lavoro e ne traccia l’andamento:

“Negli ultimi 10 anni l’identikit del lavoratore è profondamento cambiato. Dal 2008 al 2018, infatti, sono cresciuti in modo considerevole tra gli occupati le donne (+125mila), i laureati (+320mila) e gli over45 (+700mila). Sono, invece, diminuiti di mezzo milione i giovani.”

Il lavoro cambia, in funzione dell’evoluzione tecnologica e dell’andamento demografico, all’insegna della flessibilità e di una crescita delle occupate, che beneficiano proprio delle tecnologie digitali. Importante il titolo di studio e le competenze 4.0.

Chiaramente, a fronte di questa tutto sommato positiva rappresentazione, non possiamo far finta di aver superato le solite note dolenti italiane: instabilità del lavoro, alta incidenza del part-time (spesso involontario), segregazione in settori a bassa remuneratività, persistenza di carriere “spezzate” con periodi di inattività per potersi occupare di compiti di cura di figli o familiari non autosufficienti.

Abbiamo partecipato, lo scorso 9 maggio, alla presentazione dell’indagine 2018 (biennio 2016-2017) sull’occupazione maschile e femminile in Lombardia, nelle imprese con più di 100 dipendenti, a cura della Consigliera di Parità regionale della Regione Lombardia Carolina Pellegrini, con la collaborazione di PoliS-Lombardia e dell’Istat.

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È la prima volta che i dati vengono raccolti dal Ministero del Lavoro, quindi centralmente a livello nazionale (in passato ciascun Ufficio delle Consigliere di Parità si occupava di raccogliere i questionari). Le rilevazioni vengono poi rielaborate a livello territoriale per le relative analisi. Questo tipo di raccolta ha sempre destato una certa ostilità da parte delle imprese, che lo hanno percepito come un ulteriore peso e adempimento burocratico. Inoltre, nonostante i tentativi a livello regionale, a livello nazionale non si è prodotta alcuna revisione del questionario che è stato somministrato per l’ultima rilevazione: eppure nel corso degli anni il mondo del lavoro è cambiato ed è più che necessario adeguare questo strumento a questo mutamento.

Si rilevano alcune criticità:

“Come Ufficio di Regione Lombardia, fino a quando la raccolta dati era diretta, abbiamo sempre cercato di aggiornare il questionario sia con i riferimenti normativi più recenti, ma anche arricchendolo inserendo altre domande per evidenziare dati che ci permettessero una lettura più completa circa l’attuazione delle pari opportunità e delle azioni positive che hanno una ricaduta sulla vita delle donne e degli uomini nell’ambito lavorativo (si pensi alle azioni di welfare aziendale, di modalità organizzative flessibili ed altro che molte aziende stanno implementando da anni soprattutto in Regione Lombardia).

Rimangono inoltre le stesse difficoltà circa la verifica della correttezza e veridicità dei dati inseriti (formazione e retribuzione in primis come si evincerà dell’elaborazione fatta da Polis). Tra le criticità segnaliamo che non è stata trovata ancora una soluzione sull’inquadramento professionale (è impossibile ridurre a quattro categorie i lavoratori e le lavoratrici) e che ancora la raccolta avviene per azienda in base alla sede legale e non in base alle sedi operative e quindi, soprattutto questa seconda criticità, ha certamente un impatto pesante nella valutazione dei dati sull’occupazione.”

La consigliera di parità regionale Carolina Pellegrini ha auspicato che i dati raccolti vengano non solo letti, ma adoperati per conoscere da vicino la situazione occupazionale e per mettere in campo politiche che possano colmare gli attuali divari nel mondo del lavoro.

Federico Rapelli di PoliS-Lombardia si è proprio soffermato su quelle che sono le criticità del sistema, dal gender gap, differenze retributive alla presenza di donne ai vertici aziendali con tutte le difficoltà del caso, gli adempimenti dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite dalle quali siamo lontani.

Dario Ercolani di Istat ha illustrato nel dettaglio campione e risultati del rapporto, che ha coinvolto 2.953 imprese, al 31/12/17, il 90% delle imprese sopra i 100 dipendenti, lo 0,4% delle imprese lombarde registrate nel 2016 (l’1,1% delle imprese con dipendenti). Si auspica che si ampli la platea di aziende coinvolte, scendendo al di sotto dei 100 dipendenti, in modo tale da fornire una mappatura più rappresentativa. Ovviamente, occorre semplificare procedure e questionari.

Composizione dell’offerta di lavoro nel terzo trimestre 2018. Confronto Italia – Lombardia

 

Occupati nelle imprese per settore di attività e genereOccupati nelle imprese con oltre 100 dipendenti in Lombardia al 31 dicembre 2017

Preponderante il settore dei servizi. Il 51% dei dipendenti è inquadrato come impiegato. Si rileva: una minore partecipazione femminile al lavoro nelle imprese esaminate (elevata rispetto al dato nazionale, ma bassa se comparata ai livelli europei), una bassa presenza nei livelli apicali (per contratto e per qualifica professionale) e il consueto svantaggio salariale (18,2%) che aumenta se cresce la qualifica professionale. A tal proposito vi ricordo una proposta di legge regionale a prima firma Paola Bocciqui un approfondimento.

Retribuzione media lorda annua 2017 per dipendente per genere e categoria

 

Retribuzione media lorda annua 2017 per dipendente per genere e categoria e provincia

Retribuzione media lorda annua 2017 per dipendente

Gli uomini sono sempre in misura maggiore per quanto riguarda le promozioni, alle donne in totale spettano il 39,8% del totale (73.500 circa, nel 2017). Il part-time ovviamente è ad alta incidenza femminile, sia nei contratti a termine che a tempo indeterminato, con una rilevante segregazione in ambiti meno remunerati. Nella trasformazione di tipologia contrattuale, le donne hanno tassi più elevati degli uomini per passaggio da full a part-time e minori per passaggi da determinato a indeterminato, oltretutto difficilmente passano da part a full-time.

part time e genere

 

Differenziale salariale di genere in forma Adjusted Gender Pay Gap

La formazione delle donne è inferiore a quella degli uomini nei livelli operai/impiegati, mentre cresce tra i quadri e i dirigenti.

È evidente che sussistono profondi gap di genere e che si dovrebbe indagare maggiormente incrociando i dati di varie rilevazioni fatte da più enti, su aspetti quali età, istruzione, anzianità professionale.

A seguire questa prima parte illustrativa del rapporto, si è cercato di approfondire uno degli aspetti di cui si occupa la figura della Consigliera di parità: come cambia il rapporto di lavoro dopo la maternità, quali discriminazioni vengono messe in atto. È sicuramente una delle cause più rilevanti di ricorso alla consigliera, è un fenomeno conosciuto da anni, eppure né i numeri delle dimissioni volontarie, né i casi che ogni anno vengono segnalati, sono stati sufficienti negli anni per sollecitare interventi efficaci di prevenzione e di sostegno alla conciliazione.

Il tema dell’occupazione femminile è cruciale nella scelta di fare un figlio e l’impatto sulla natalità è innegabile. Lo stesso vale per quanto riguarda la precarietà, che spinge sempre più in là nel tempo la decisione di diventare genitori. Il grafico che ci ha illustrato Letizia Mencarini, demografa della Bocconi, ci mostra esattamente quanto la scarsa occupazione del Sud sia arrivata a incidere anche sul numero di figli. Il pay gap di genere poi ha un effetto dirimente su chi deve restare a casa per prendersi cura dei figli.

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Alessandro Rosina, professore ordinario di Demografia e Statistica sociale nella Facoltà di Economia dell’Università Cattolica di Milano, esordisce evidenziando come la politica dovrebbe mettere al centro le scelte delle persone, facendo in modo che si possano armonizzare e non venire messe in contrapposizione tra loro, creando un aut aut tra scelte, e riducendo il loro grado di benessere.

Si dovrebbe lavorare per ridurre le disuguaglianze e di conseguenza ingenerare meno rinunce e meno scelte al ribasso. A tal riguardo occorre permettere alle donne di lavorare, di essere e sentirsi valorizzate, scegliere di fare figli, potendo conciliare entrambe le cose, senza penalizzazioni. Per fare ciò si devono mettere in campo misure non solo per le famiglie di oggi, ma per quelle che arriveranno in futuro.

La Lombardia ha anticipato il declino della fecondità a livello nazionale, ma anche in linea con paesi come la Svezia. Nel 1995 è stato registrato il punto più basso, 1 figlio per donna; nel 2010 c’è stato un recupero (anche grazie all’immigrazione): 1,57 figli per donna. Oggi la Lombardia è allineata al resto delle regioni per riduzione del tasso di fecondità.

Ma mentre la Svezia ha intercettato le cause per tempo ed è intervenuta per sostenere l’occupazione femminile e i servizi di conciliazione, ottenendo un buon risultato, da noi ciò non è avvenuto. La crisi ha congelato qualsiasi intervento ad hoc ed oggi il clima di incertezza non aiuta di certo. Di fronte a una scelta che investe e responsabilizza a vita, si sospende la scelta: un rinvio che rischia di diventare definitivo. Finché tale scelta è veramente libera, non si desidera avere figli è pienamente legittima, ciò che qui si discute è quando è indotta da un contesto ostile, per cui è inconciliabile tenere insieme figli, lavoro, costi abitativi ecc.

Qui si tratta di “sbloccare” i progetti di vita delle persone, qualsiasi essi siano. Esempi, strumenti che ci arrivano dall’estero o da territori virtuosi li abbiamo, occorre sperimentarli, aggiustarli e adattarli alle specificità locali. Rosina parla di “far diventare di successo, vincente la scelta di fare figli, mettendo in campo un processo che di autoalimenti, misure da monitorare e da correggere man mano.” Ritorna il sistema dei servizi di cui parlavo qui.

Francia e Germania hanno stanziato le risorse necessarie per far funzionare il sistema di sostegno alle famiglie e per raggiungere gli obiettivi che si erano prefissati (in termini di copertura dei servizi per l’infanzia e strumenti di conciliazione). Non si cambiano le cose stanziando un obolo e sperando che sia sufficiente, occorre analizzare la situazione contingente e allocare le risorse adeguate che permettano di ottenere determinati risultati.

Qui un approfondimento sulla Germania.

La situazione italiana vede la crescita di famiglie monogenitoriali, con ulteriori difficoltà di conciliazione. La riduzione del numero di donne in età riproduttiva (derivante dalla scarsa natalità dei decenni precedenti) produce una ulteriore flessione della natalità.

Seguire gli investimenti fatti in altri Paesi significa ridurre la disuguaglianza e aumentare il grado di benessere della cittadinanza tutta. Rosina avverte che se non si interverrà ci sarà una ulteriore flessione del numero di figli per donna, invecchiamento della popolazione, squilibri demografici (attivi/inattivi), minor occupazione femminile e valorizzazione del capitale umano femminile, minore crescita economica, meno reddito a disposizione delle famiglie, maggiore rischio o incidenza di povertà (economica che si riverbererà su quella culturale, con evidente ciclo negativo sulle future generazioni).

Pensare a questo tipo di decisioni sempre come dei “costi” anziché considerarli come investimenti per il futuro, non permette di interrompere un ciclo negativo che riduce la fiducia sempre più. Senza certezze, politiche e misure stabili, servizi di qualità su cui contare, è evidente che si riduce la speranza che il futuro possa essere migliore del presente.

L’ingresso nella vita adulta è sempre più complesso e le politiche varate non aiutano a costruire un clima di fiducia, né una minima prospettiva dalla quale partire.

La consigliera di parità regionale supplente, Paola Mencarelli, evidenzia come la mancanza di azioni correttive nel presente avrà pesanti ricadute sul sistema di welfare e pensionistico su tutti noi.

Certamente pesano anche retaggi culturali difficili che vedono la donna farsi ancora carico della maggior parte del lavoro di cura, con carriere lavorative “a singhiozzo” e tempi di lavoro ridotti per poter conciliare.

Tanti i nodi e gli spunti di riflessione e di azione concreta, ma occorre che trovino ascolto.

“L’auspicio è anche che le Istituzioni si servano maggiormente dei dati e dei Rapporti per aggiornare e implementare le misure a sostegno dell’occupazione femminile” conclude Carolina Pellegrini.

QUI LA DOCUMENTAZIONE COMPLETA su “Occupazione femminile e maschile in Lombardia indagine nelle imprese con più di 100 dipendenti – rapporto 2018”,
il rapporto biennale e le slide presentate.

ARTICOLO PUBBLICATO IN ANTEPRIMA SU DOL’S MAGAZINE

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La pratica del rispetto dal reale al virtuale


A una manciata di giorni dalle elezioni europee, può tornare utile proseguire nell’approfondimento che avevo avviato in due precedenti articoli (qui e qui).

Quanto siamo al corrente di aspetti che ci riguardano direttamente e sui quali l’Unione europea sta lavorando?

Il 16 aprile scorso, la commissaria responsabile per l’Economia e la società digitali Mariya Gabriel e la commissaria per la Giustizia, i consumatori e la parità di genere Věra Jourová hanno lanciato la campagna #DigitalRespect4Her al Parlamento europeo.

“I valori europei, come la dignità, il rispetto e la solidarietà, valgono anche online. Le donne dovrebbero sentirsi libere e tranquille di esprimere il loro punto di vista online e partecipare attivamente alla vita pubblica. Facciamo appello a tutti: cittadini, industria, società civile e responsabili politici dell’UE affinché collaborino per garantire il rispetto delle donne in Internet.”

La campagna è volta a sensibilizzare a proposito della violenza online e delle difficoltà affrontate dalle donne in particolare (minacce, stalking, intimidazioni, oggettivazione e quanto mina la loro professione, il loro lavoro o qualsiasi forma di presenza pubblica). Quante volte ci siamo autocensurate e siamo state scoraggiate dal partecipare a scambi online e dall’impegnarci in politica? Qualcosa che dovrebbe essere aperto a tutti/e, per le donne spesso diventano territori ostili e difficili da frequentare e da vivere.

Conosciamo quanto diffuso sia l’hate speech online, quanti comportamenti nocivi siano agiti sul web. I dati parlano chiaro:

  • le statistiche internazionali mostrano che le donne hanno 27 volte più probabilità di essere molestate online;
  • il 46,9% delle donne politiche di 45 paesi europei ha ricevuto minacce di morte, stupri e violenze durante la loro legislatura;
  • quasi un terzo delle donne ha ridotto la propria presenza online dopo aver subito violenza online.


Nella realtà e nell’ambiente virtuale, in ogni spazio pubblico o privato, occorre lavorare per creare una cultura di rispetto e dignità per tutti e tutte. Questo vale per ogni tipo di discriminazione, sulla base del genere, etnia, credenze religiose o qualsiasi altra caratteristica personale.

Di recente in ambito europeo è stata riveduta la direttiva sui servizi di media audiovisivi (Direttiva 2018/1808), in chiave di protezione della cittadinanza da contenuti, che incitano all’odio o alla violenza per motivi di genere. La comunicazione e la raccomandazione della Commissione sulla lotta ai contenuti illegali online, invitano le piattaforme a trattare i contenuti illegali in modo più rapido ed efficiente.

La tecnologia può migliorare e semplificare tanto le nostre vite, ma non deve essere strumento e veicolo di odio e paura. Le parole possono essere pietre, indipendentemente dal luogo/modalità in cui vengono pronunciate.


Le molestie online generano materiale digitale permanente che può essere ulteriormente diffuso e che è difficile da cancellare. L’Italia a riguardo, ha di recente colmato la lacuna legislativa in merito al revenge porn.

La violenza, il sessismo online possono causare danni psicologici, fisici, sessuali ed economici. Mettere a tacere, silenziare le donne e ridurre la loro presenza online sono sintomi di quanto ancora sia squilibrata e discriminante la nostra società in termini di genere.

L’autocensura può limitare la partecipazione delle donne ai dibattiti sociali, la loro influenza in politica e mettere a repentaglio i processi della democrazia rappresentativa. Naturalmente, questo vale sia per il reale che per il virtuale.

Non si tratta solo di personaggi pubblici o rappresentanti istituzionali, ma riguarda tutte le donne.

Al di là delle iniziative a livello europeo, occorre che in ciascun paese si comprenda l’esigenza di avviare percorsi educativi, nelle scuole di ogni ordine e grado, che permettano un uso più consapevole del web, dei social, che consentano di diffondere strumenti interpretativi e di analisi di ciò che i media veicolano, per sviluppare un pensiero critico e non passivo di fronte a tanti contenuti in cui veniamo frullati. Per costruire relazioni e identità di genere paritarie, inclusive e positive.

Naturalmente, si tratta di avviare laboratori e progetti strutturati, che implicano una interazione elevata e soprattutto occorre che tutti i soggetti coinvolti (dalla dirigenza, alla classe insegnanti e studenti) siano consapevoli del fatto che si devono mettere in discussione molte abitudini, pregiudizi e stereotipi culturali tossici, sedimentati negli anni. Non è una passeggiata e implica uno sforzo, in primis a partire da sé.

Ne ho già parlato qui e qui.

Parliamo anche di questi aspetti, perché l’operazione marginalizzazione delle questioni di genere che riguardano le donne non è più accettabile. Questi aspetti che dovrebbero essere al centro del dibattito sono considerati secondari, scarsamente portatori di consensi. Ecco, che invece, per quanto mi riguarda, pretendo che si cambi rotta e che si dia spazio alle donne nelle agende politiche nazionali ed europee. Ci siamo stancate di essere considerate buone solo come portatrici di voti e preferenze, quando non ci ascoltate mai e non ci considerate delle interlocutrici di valore.

 

Per approfondire su “Il potere delle donne in politica”, un dossier del 7 marzo a cura della Camera.

 

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Verso una piena parità retributiva


Continuiamo ad esplorare il tema donna-lavoro, che avevamo intrapreso qualche giorno fa (qui).

Le discriminazioni nel mondo del lavoro sono molteplici e le donne anche quando un’occupazione ce l’hanno, devono spesso ‘subire’ una retribuzione minore rispetto al collega uomo, a parità di mansioni. Perché così si fa, perché tra contratti nazionali e di secondo livello c’è un abisso e questi giochetti retributivi sono assai frequenti.

Il problema non è solo l’occupazione, ma quale occupazione, la sua qualità e la sua remunerazione, quanto vieni valorizzata oppure devi semplicemente adattarti, prendere o lasciare. Con differenze regionali che pesano tanto e creano vere e proprie discriminazioni nelle discriminazioni.

Prosegue il percorso iniziato a ottobre in regione Lombardia, fortemente voluto e portato avanti dalla consigliera Paola Bocci (qui il primo step), sul tema del gender pay gap.

Il divario retributivo di genere misurato dalla Commissione europea è la differenza nella retribuzione oraria lorda tra uomini e donne, trasversale ai vari settori dell’economia. Il divario retributivo di genere medio in Italia è del 5,3% (Il divario retributivo di genere medio nell’UE è del 16,2%).

(Per approfondire i dati a livello europeo qui e qui trovate la documentazione).

Ma la misurazione sulla paga oraria lorda non è sufficiente. Tenendo insieme la differenza sulla retribuzione oraria (differente tra pubblico e privato), sul numero di ore lavorate (molte donne hanno un part-time involontario) e il tasso di occupazione (uno dei più bassi in Europa), la disparità complessiva è decisamente più alta e il divario retributivo annuale medio arriva al 43,7% .

“Nel 2017 l’UE ha presentato un piano d’azione per colmare il divario retributivo tra donne e uomini. Il piano affronta questioni quali gli stereotipi e l’equilibrio tra vita professionale e vita privata e invita i governi, i datori di lavoro e i sindacati ad adottare misure concrete per garantire che la retribuzione delle donne sia determinata in modo equo.”

La situazione è meno grave nel settore pubblico (l’anzianità è spesso uno dei parametri della retribuzione), mentre nel privato (laddove spesso il guadagno dipende da fattori come straordinari, flessibilità, trasferte, che penalizzano le donne) si accentua. Così come il gap è più elevato ai livelli apicali (con ricadute anche sulla possibilità di influire su politiche aziendali).

Angela Alberti, del coordinamento donne Cisl Lombardia, nel suo contributo al dibattito avviato dalla consigliera Paola Bocci, ha precisato:

“Nonostante l’articolo 37 della Costituzione che recita “La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore” e l’accordo interconfederale del luglio 1960 che ha posto fine a contratti collettivi di lavoro con tabelle salariali diversificate fra uomini e donne, questo fenomeno è ancora presente e diffuso, nel nostro paese come in Europa. La differenza di stipendio si manifesta già sulla paga oraria (dati Eurostat) e viene poi ampliata da altri fenomeni (quali ad esempio il minor tasso di occupazione).”

Inoltre, occorre concentrarsi sul fatto che l’evento che accentua e aggrava la situazione è la maternità, che crea di fatto conseguenze difficilmente sanabili e reversibili.

“Uno studio preliminare dei dati amministrativi dell’Inps, svolto all’interno del programma VisitInps, permette di stimare l’effetto della nascita di un figlio sulle carriere dei genitori e quantificare così la penalizzazione femminile in termini di reddito da lavoro.”

Cosa accade al reddito da lavoro di una donna intorno alla nascita del figlio?

“il ritorno ai livelli precedenti la maternità avviene solo dopo circa venti mesi, rispecchiando un lento rientro al lavoro, la riduzione delle ore lavorate e il rischio di lasciare o perdere la propria occupazione. La probabilità di lavorare con un contratto a tempo indeterminato o a tempo pieno, infatti, si riduce, dopo 36 mesi, rispettivamente dell’11 e del 16 per cento, mentre in media i giorni lavorati diminuiscono del 5 per cento. Se si considera l’andamento crescente del reddito nei tre anni che precedono l’inizio del congedo di maternità (….), lo scenario si aggrava: oltre al lento ritorno ai livelli precedenti la maternità, la nascita del figlio apre un divario fra il reddito percepito dalla donna e quello che avrebbe ricevuto in assenza della nascita – ipotizzando un trend costante – e il divario non si colma nel tempo.”

Le norme in Italia non mancano, ma occorre spingere per una loro piena e concreta applicazione.

La legge 125/91 rafforza il concetto con Azioni positive per la realizzazione della parità uomo-donna nel lavoro: favorendo sulla carta misure di conciliazione (diversa organizzazione aziendale), istituendo il comitato Pari opportunità a livello nazionale e rafforzando il ruolo e l’operatività della figura regionale della Consigliera di parità.

Secondo l’articolo 46 del D.L. 11 aprile 2006 n. 198 – Codice per le pari opportunità fra uomini e donne – le aziende pubbliche e private che occupano oltre 100 dipendenti sono tenute a redigere un rapporto almeno ogni due anni sulla situazione del personale maschile e femminile, compresa la retribuzione effettivamente corrisposta (vi anticipo che a breve pubblicherò un approfondimento riguardante la Lombardia).

Considerando la composizione aziendale più diffusa in Italia, sarebbe auspicabile ampliare la platea di imprese coinvolte in questa indagine, includendo anche piccole realtà (chiaramente semplificandone la compilazione), in modo da avere un’analisi più completa.

Assolombarda spiega il suo punto di vista e a proposito di differenziali tra uomini e donne, anche a parità di mansioni svolte, li giustifica:

“alla luce di fattori che oggettivamente influiscono sull’evoluzione professionale: discontinuità legate alle maternità che rallentano l’accumulo di esperienza, la cura della famiglia che si traduce in vincoli alla mobilità e/o minori disponibilità in termini di orari di lavoro limitando così le scelte professionali, ecc.”

In pratica, ci sarebbero fattori che per l’imprenditore sono cruciale nel determinare la retribuzione: dal livello di scolarità, all’esperienza nel ruolo, al grado di qualificazione, ai livelli di responsabilità.

Quindi sembrerebbe una cosa “giustissima” penalizzare le donne, che chiaramente hanno una carriera più discontinua poiché si devono tuttora assumere quasi totalmente i compiti di cura (secondo l’ultimo rapporto Censis “l’81% delle donne cucina e svolge lavori domestici ogni giorno e al 97% di esse è demandata la cura dei figli”). Equo no?

Se ci capita di parlare nelle scuole medie o superiori di questi temi, troveremo più o meno le stesse considerazioni “imprenditoriali”: le ragazze e le giovani donne spesso sottovalutano il problema e a volte viene dato per immutabile, come qualcosa di connaturato al genere. In pratica spesso ci si ferma ben prima di iniziare a lottare per invertire lo status quo, sia in termini di compiti di cura che di parità nel mondo del lavoro. L’indifferenza e la rassegnazione non possono essere la risposta.Soprattutto, occorre capire cosa avviene nella contrattazione di secondo livello, come viene costruita la parte variabile della retribuzione, come vengono gestite le premialità ecc.

Colmare il divario retributivo di genere, il gender pay gap, è al centro dell’impegno dell’Ue, ma occorre un impegno a tutti i livelli nazionali, e quello regionale non può certo sottrarsi a questa sfida non rinviabile.

Dopo un lungo percorso di studi, incontri e analisi, coordinato e curato da Paola Bocci (qui La pubblicazione – https://www.pdregionelombardia.it/pubblicazione2-30aprile-post-stampa/), è stata elaborata una proposta di legge regionale, presentata alla stampa lo scorso 3 maggio.

 

 

Questo testo andrebbe a modificare la legge regionale quadro sul mercato del lavoro in Lombardia, la l.r. 22 del 28 settembre 2006. Tale legge, all’articolo 22 elenca le azioni per la parità di genere e la conciliazione tra tempi di lavoro e di cura, ma non prevede azioni specifiche per il raggiungimento della parità retributiva. È arrivato il momento di attivare azioni positive e provvedimenti mirati a ridurre il divario retributivo, agendo su diverse linee di intervento.

In primis occorre far emergere maggiormente il fenomeno, attraverso una maggiore trasparenza dei dati raccolti e pubblicizzazione/diffusione del rapporto biennale redatto dalle imprese con più di cento dipendenti e della Relazione della Consigliera regionale di Parità.

Come secondo elemento, è necessario dare sostegno e impulso all’orientamento agli studi e ai percorsi di formazione delle ragazze, che le prepari alle qualifiche professionali più richieste dal mercato del lavoro. Quindi contrasto alla segregazione di genere negli studi e aiutare le donne a migliorare le proprie capacità di contrattazione e avanzamenti di carriera.

“In Lombardia le studentesse universitarie sono oltre la metà (54%), ma solo il 33% sceglie una laurea STEM fra scienza, tecnologia, matematica e ingegneria, dove – nel caso specifico – abbiamo un tasso ancora inferiore del 24%.”

Stiamo attenti anche a legare troppo studi-richieste del mondo produttivo, perché queste ultime cambiano rapidamente e spesso non è facile prevederne gli sviluppi. Quindi un ruolo centrale sarà determinato dalla formazione continua e permanente. E poi, occorre sempre tenere presenti le inclinazioni personali che permettono anche di finire gli studi, perché scegliere unicamente in funzione di un ipotetico sblocco lavorativo può rivelarsi a volte controproducente e non portare a nessun risultato.

Dobbiamo altresì intervenire su un dato assai preoccupante:

“Quattro giovani donne italiane su dieci fra i 25 e i 29 anni sono “inattive”, cioè non studiano, non lavorano, non cercano lavoro. Sono le cosiddette NEET. Fra i ragazzi della stessa età la percentuale è del 28%, che pone questo gender gap al quinto posto fra i più alti dell’area OCSE. I dati parlano chiaro: per le giovani donne dunque vale l’adagio: meno studi, meno lavori e se lavori si va allargando il gap con i coetanei uomini: il divario fra tassi occupazionali di maschi e femmine è maggiore dove si studia di meno. In altre parole, lo svantaggio si accumula nel tempo.”

Il terzo livello di intervento riguarda il supporto a enti locali e imprese che promuovono la parità di genere anche salariale, attraverso:

– la costituzione e allo sviluppo di reti di imprese locali,

– l’istituzione di un Albo delle imprese virtuose,

– l’introduzione di premialità (da concordare con sindacati e associazioni datoriali, che possa anche incentivare a fini di ritorno d’immagine per le aziende),

– l’introduzione di una giornata dedicata,

il tutto avvalendosi di finanziamenti del Fondo Sociale Europeo e finanziamenti propri regionali.

La quarta linea di intervento è costituita da un insieme di azioni di sostegno al reddito per periodi temporanei, per integrare reddito e contributi previdenziali in caso di utilizzo di congedi parentali e di lavoro part-time o astensione facoltativa per motivi di cura e assistenza di familiari. A questo si aggiungerebbero percorsi di formazione e aggiornamento per chi rientra al lavoro dopo la maternità o assenze per cura di familiari.

È stato stimato un fabbisogno di spesa di 3 milioni di euro l’anno.

E per sviluppare azioni di promozione, sensibilizzazione, verifica e monitoraggio si prevede l’istituzione di un Tavolo di lavoro permanente che coinvolga Regione, organizzazioni sindacali, associazioni datoriali, università, CPO (Consiglio per le Pari Opportunità), Consigliera Regionale di Parità.

Dopo il deposito della proposta di legge, sarà necessario che si crei un consenso per discuterlo prima in commissione e poi in aula. Ci si augura una collaborazione dell’assessora alle Politiche per la Famiglia, Genitorialità e Pari Opportunità Silvia Piani e dell’assessora all’Istruzione, Formazione e Lavoro Melania De Nichilo Rizzoli.

Questo significa fare la differenza in politica, questo è il lavoro che ci aspettiamo che donne nelle istituzioni portino avanti, quindi grazie a Paola Bocci per aver saputo costruire, con metodo e convintamente, questo percorso, conclusosi con una proposta concreta e ben articolata. Abbiamo bisogno di capacità di questo calibro.

Il mio auspicio è che questa attenzione dedicata alle condizioni di vita delle donne si diffonda sempre più e che non siano considerate materia di serie b. La spinta propulsiva dobbiamo darla noi donne e dobbiamo accorgerci dell’importanza cruciale di questi aspetti, ne va del nostro futuro e di quello delle donne di domani. Sentire donne che continuano ad attraversare l’attività politica e le istituzioni in modo neutro, senza mai portare qualcosa di proprio o curarsi di adottare un approccio di genere, è assai triste e direi anche alquanto inutile. Aver cura di questi temi non è ghettizzante come qualcuno/a pensa e afferma, è ciò che hanno bisogno le donne e gli uomini di questo Paese.

Perché il benessere delle donne, la parità e la partecipazione eguale a tutti gli ambiti di vita fa bene a tutta la società. Uomini abbiamo bisogno che questo cammino lo facciate insieme a noi!

 

Per approfondire la proposta di legge regionale a prima firma Paola Bocci:

https://www.pdregionelombardia.it/conf_stampa_gpg-3maggio19/

https://paolabocci.wordpress.com/2019/05/03/un-progetto-di-legge-regionale-per-raggiungere-la-parita-salariale-materiali-e-comunicato-stampa/

https://www.pdregionelombardia.it/16147/

 

 

ARTICOLO PUBBLICATO IN ANTEPRIMA SU DOL’S MAGAZINE

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Discorso attorno alla comunicazione sul fenomeno della violenza maschile contro le donne

@ Pat Carra

 


Avverto la necessità di ritornare sul tema “prevenzione ed educazione“, approfondendo le considerazioni che avevo fatto qui.

“Ma io non sono violento” ergo “la questione della violenza non mi riguarda”, è una questione lontana da me, che riguarda altri, interessa le donne, sono le donne che devono risolversela e svegliarsi, che se non reagiscono evidentemente non è poi così grave. “Voi femministe siete misandriche”. Ecco, dopo decenni siamo ancora con questo tipo di mentalità, giovani maschi sorretti da uomini adulti che li “educano” ad essere “veri” uomini. Ragazze che pensano che sia colpa delle donne che non denunciano e che fanno finta che il problema non ci sia. Così gli uomini scaricano sulle donne tutto quanto e il ciclo può continuare indisturbato nei secoli. Ecco dopo decenni di lotta, di azione e presa di parola, riflessioni sulle radici del fenomeno della violenza, le giovani generazioni la pensano ancora così. Certo non tutti/e, per fortuna, ma ogni volta che mi imbatto in queste situazioni vengo assalita da uno sconforto profondo, soprattutto se, nonostante tutti gli sforzi compiuti per cercare di disvelare certi meccanismi, la situazione non cambia. Nonostante tutto, siamo ancora a questa diffusa e persistente deresponsabilizzazione maschile, un tirarsi fuori semplicemente perché si ha paura di riflettere su una idea di maschilità, virilità tutt’altro che estinte.

Simone De Beauvoir ne spiega la genesi:

“La donna è precisamente quel sogno incarnato; lei è il desiderato intermediario tra la natura straniera all’uomo e il suo simile che gli è troppo identico”.

L’uomo ha trovato un simile a sé, cosciente di sé, ma non troppo pericoloso, che non gli oppone il silenzio ostile della natura, né necessita di un riconoscimento reciproco. Cosa non da poco, sembra semplice “impadronirsi della sua carne”. Grazie alla donna, l’uomo può sfuggire dall’imperitura e “implacabile dialettica del padrone e dello schiavo, che ha origine nella reciprocità delle libertà”. In pratica, con la donna, l’uomo ha trovato una sorta di soluzione alla sua tensione continua. Insomma la sua isola ideale, il suo sicuro approdo. La donna rappresenta “l’Altro in assoluto, senza reciprocità, l’inessenziale che non ritorna mai all’essenziale”. Comprendete che attraverso questo presupposto gli uomini hanno trovato la soluzione alla loro esistenza, a scapito della donna, che per garantire la quiete all’uomo deve restare in una posizione di subordinazione (ne avevo parlato qui).

La violenza è lo strumento per mantenere il potere e il controllo sulle proprie mogli e compagne, perché il disequilibrio non muti. È anche una conseguenza delle esperienze di vita (violenza assistita) e delle paure che provano: per alcuni uomini agire in un certo modo è prova per sé e per gli altri di essere “dei veri uomini”.

In un suo articolo dal titolo “La «questione maschile». La violenza degli uomini contro le donne nella realtà e nelle rappresentazioni mediali“, Sveva Magaraggia rileva:

“Sono le donne, invece, a morire per mano dei loro compagni nel momento in cui si sottraggono a questo ruolo. Quando interrompono le relazioni d’amore, smettono di restituire uno sguardo che nutre il narcisismo maschile, per dirla con le parole di Jessica Benjamin (1988), e iniziano a diventare misura del potere maschile perduto. Per questo, come mettono in luce i dati, uno dei momenti più pericolosi per le donne è quello della separazione e del divorzio.”

Alcuni continuano a pensare che la causa dei femminicidi sia il fatto che le donne non denunciano, non ne parlano. Eh no, perché così restiamo ancorati al falso mito secondo cui la donna alla fine è corresponsabile e che sia in capo a lei la soluzione di tutto. Invece l’origine della violenza sta nell’uomo, nella sua scelta, nella sua mentalità, nella sua idea di relazione fondata sul possesso e su profonde ragioni culturali, su una struttura sociale e nei rapporti tra i generi squilibrati. Vorrei che si comprendesse bene che il focus deve cambiare, perché non è un problema delle donne. Non si risolve tutto attraverso una legge o delle pene più severe, perché il lavoro da compiere è in primis in chiave di prevenzione ed è culturale. Altrimenti, tra 10 o 20 anni avremo ancora l’enorme numero di casi di violenza stimati in questi anni dall’Istat.

@ Pat Carra


Sentiamo ancora ragazzi che non hanno alcuna intenzione di fare la propria parte per cercare di costruire un futuro diverso, relazioni fondate sul rispetto e la parità. Ripenso a campagne come il fiocco bianco, a come si cerca da anni di cambiare modelli e modi di comunicare la violenza, anche nelle campagne informative e di sensibilizzazione. È innegabile che, anche se la maggioranza degli uomini non commetteranno mai violenza su una donna, non per questo si devono tirare fuori, ma devono fare la loro parte, a partire da loro stessi, rompendo il silenzio che di fatto continua a creare alibi e a sottovalutare le ricadute di modelli tossici di mascolinità, senza che da loro stessi ci sia una stigmatizzazione. Oltretutto, sarebbe utile interrogarsi su forme di violenza meno riconosciute e considerate “normali”. È importante che gli uomini si assumano la responsabilità e si facciano attivi per contrastare la violenza, perché è anche un problema politico, collettivo, oltre che individuale.

Per questo si continua a ragionare sulle forme più utili e fruttuose da adoperare per fare informazione, comunicazione e sensibilizzazione sul fenomeno della violenza maschile.

Senza includere e coinvolgere il maschile non andremo da nessuna parte, senza indagare e comprendere le maschilità e le virilità nelle loro varie forme non ci sposteremo di un millimetro. Può sembrare banale ma spostare i riflettori su questi aspetti serve a cambiare soggetto e oggetto del discorso ed evidenziare l’origine della violenza. Altrimenti avremo partecipato a una delle tante operazioni e modalità di occultamento. Poi occorre indagare dentro tutti e tutte noi su quanto i modelli, gli stereotipi e i pregiudizi agiscano per noi, in noi, perpetuando gerarchie, discriminazioni, modelli. Dobbiamo avere il coraggio di disvelare, rendere visibile tutto questo, non dare nulla per scontato o normale, a partire da noi.

Come sottolinea Sveva Magaraggia (Comunicazione pubblicitaria e genere. Le campagne di comunicazione sociale e pubblicitarie contro la violenza e gli stereotipi di genere – http://www.aboutgender.unige.it Vol. 4 N° 8 anno 2015 pp. 134-164):

“mettere il maschile al centro del discorso pubblico sulla violenza di genere significa far emergere il nesso profondo, non casuale ma intimo, che esiste tra maschilità e violenza: le diverse forme e manifestazioni della violenza di genere affondano le proprie radici nei modelli di maschilità che sono considerati i modi ideali e desiderabili, i modi normali e normati di essere uomini (Kramer 1997; Connell 2005). (…) Dare rilievo alla normalità degli uomini maltrattanti quando si analizza la violenza di genere significa avere come focus le norme culturali che costruiscono la maschilità egemonica oggi in Italia (Magaraggia e Cherubini 2013). (…) Infine, mettere il maschile al centro del discorso pubblico sulla violenza implica anche rivolgersi agli uomini quando si costruiscono politiche di prevenzione della violenza, poiché da loro deve iniziare (ed è in parte già iniziato) un discorso di decostruzione della maschilità egemonica e di moltiplicazione delle forme di maschilità accettate. La dimensione omosociale e l’influenza del gruppo dei pari gioca un ruolo cruciale nella costruzione della maschilità (Flood 2008) e soprattutto nella «riproduzione di versioni egemoni di maschilità, che marginalizzano e silenziano sia le visioni alternative dell’essere uomini (le maschilità considerate “effeminate”) sia le visioni della femminilità, percepite entrambe come forme di alterità» (Ferrero Camoletto 2014, 707).”

Nel 2012 è uscita la campagna Noi no! Il senso di questa esclamazione, come ci spiegavano le ideatrici di Comunicattive, non voleva dire “noi non c’entriamo, noi siamo innocenti”, ma il contrario. Era un modo per far prendere la parola agli uomini, in modo da assumersi le loro responsabilità, esponendosi e impegnandosi in prima persona. La campagna prevedeva una serie di manifesti con volti di uomini accompagnati da tre verbi chiave, con la spiegazione da dizionario: minacciare, umiliare e picchiare. Non solo violenza fisica quindi. “Il target maschile e la presenza della figura maschile in primo piano, mostrata non più come perpetratore di violenze, bensì come capace di rivestire un ruolo attivo nella lotta contro la violenza contro le donne sono le novità di questa campagna (Coco 2013, da S. Magaraggia).”


La campagna “Riconoscersi uomini – Liberarsi dalla violenza” del 2013 di Maschile Plurale e Officina, “propone un modo diverso di essere uomini, liberi dalla violenza e in relazione con le donne, una relazione che diventa occasione di ascolto, di riflessione e di maturazione umana, anche nei momenti più conflittuali e dolorosi.” Uomini anche qui come soggetti attivi contro la violenza, che non rappresentano una mascolinità egemonica, ma sperimentano nella quotidianità formule e modelli differenti. È pertanto possibile costruire alleanze con uomini che non agiscono maschilità tossiche.


Avon, insieme a Cerchi d’Acqua – Cooperativa Sociale che dal 2000 opera come centro Antiviolenza a Milano – ha lanciato nel 2013 la campagna di comunicazione Uomo Contro Donna: fermiamo questo match, volta a denunciare questo fenomeno negativo sempre più in crescita. Il volto della campagna era il campione di rugby Mauro Bergamasco.


Sottolinea Magaraggia:

“Si è scelto di mostrare una maschilità egemonica, quella di un rugbista, che lancia un messaggio contro la violenza. Ogni immagine è corredata da altrettante headline molto eloquenti: “Ogni volta che una donna viene picchiata è una sconfitta per tutti”, “Per molte donne l’incontro più difficile è tra le mura di casa”, “Una donna su tre ha subito violenza da un uomo: siamo dei perdenti”, “Intimidazioni, ricatti, pugni, stupri. E non c’è arbitro che intervenga”. Inoltre, per non restringere l’ambito alla sola violenza fisica non sono stati mostrati volti femminili tumefatti. Questa campagna pubblicitaria è un ottimo esempio di traduzione della complessità di questo fenomeno in immagini.”

Sempre di questo periodo è la campagna Intervita: “Contro la violenza sulle donne ci servono altri uomini”.

Interessante in questo senso anche la campagna istituzionale Five men – Cose da uomini: “L’obiettivo principale è quello di abbandonare rappresentazioni di donne come vittime deboli maltrattate, e mostrare l’altra faccia del problema: il comportamento sbagliato di uomini. Il progetto si propone quindi di creare consapevolezza sul tema, coinvolgendo positivamente uomini e ragazzi e mettendoli in prima linea in questa lotta come attori del cambiamento.”

Dall’estero ci arrivano alcuni interessanti spunti. Stesse finalità di presa di parola ha il progetto Step in Speak up contro le violenze sessuali nei campus (qui e qui) o quest’altro.

Interessante anche questo programma che coinvolge studenti, insegnanti e famiglie.

Insomma, è già da qualche anno che ci si muove in questa direzione.

Tutto questo risulta assai chiaro se facciamo attenzione al modo in cui usiamo il linguaggio, mutando chi è al centro e viceversa fuori dal cono di luce. Come su un palcoscenico. Mi sembra utilissimo questo “gioco” della linguista femminista Julia Penelope (tratta da Jackson Katz, fonte):

“Si inizia con una frase molto semplice: Giovanni ha picchiato Maria. Giovanni è il soggetto. Ha picchiato è il verbo. Maria è l’oggetto. Chiaro.

Ora passiamo alla seconda frase, che dice la stessa cosa in forma passiva. Maria è stata picchiata da Giovanni. Qualcosa è accaduto in una sola frase. Abbiamo spostato la nostra attenzione da Giovanni a Maria, e si può vedere che Giovanni è molto vicino alla fine della frase, tanto vicino da cadere fuori dalla nostra mappa psichica.

Nella terza frase, Giovanni è scomparso, e la frase diventa: Maria è stata picchiata, e ora tutto riguarda Maria. Non pensiamo più a Giovanni. Il discorso è ora totalmente incentrato su Maria.

Negli ultimi anni, abbiamo poi usato come sinonimo di picchiare il termine maltrattare, così la frase è diventata Maria è stata maltrattata. In questa sequenza, la frase finale che consegue è: Maria è una donna maltrattata. Così ora Maria è diventata quello che Giovanni le ha fatto, ma senza che Giovanni sia nominato e, come abbiamo visto, lui da tempo ha lasciato la narrazione.”

Riportare al centro l’uomo significa parlare di come la violenza gioca un ruolo fondamentale nella costruzione di maschilità.

Tante iniziative che a volte appaiono come tante gocce nel mare, perché ancora qualcosa deve maturare nel profondo. A volte penso che forse nemmeno la generazione di mia figlia riuscirà ad uscire completamente da questo tunnel. I messaggi attorno sono sconfortanti e tutto diventa come la tela di Penelope. D’altronde anche il ministro dell’Interno sostiene che le violenze sono in calo, riferendosi ai soli stupri e di fatto occultando tutte le altre forme di violenza e tutti i casi che non emergono perché non denunciati (chissà perché le donne non denunciano, forse perché poi restano sole e vengono rivittimizzate e non credute).

I media partecipano tuttora a mantenere di fatto quasi del tutto immutato il sistema culturale.

Sempre Magaraggia cita la ricerca condotta da Gius e Lalli nel 2014, dalla quale emergono:

“macro retoriche utilizzate dai quotidiani nazionali nel dare notizia dei femminicidi, che possono essere raggruppate in: la deresponsabilizzazione dell’uomo violento, l’alterizzazione e mostrificazione degli uomini violenti, l’attribuzione della colpa alla donna vittima/sopravvissuta alla violenza e infine l’utilizzo del frame passionale per descrivere i femminicidi (Monckton-Smith 2012).

Queste retoriche permettono di interpretare la violenza di genere in due modi specifici: proteggendo la parte forte della società, da un lato ed evitando i sentimenti di rabbia e indignazione nel grande pubblico, dall’altro.” Si enfatizzano, tra gli uomini violenti, coloro che appartengono alle categorie “più deboli (devianti, quelli con problemi psicologici, quelli che abusano di sostanze, i migranti, coloro che hanno perso il lavoro)”, esentando e non nominando tutti gli altri, di fatto deresponsabilizzandoli, spesso ritenendo colpevoli o corresponsabili le stesse donne vittime di violenza. Così si costruisce “un frame narrativo che protegge la parte forte della società, gli uomini bianchi, normodotati, caratterizzati da normalità psichica e comportamentale che picchiano, violentano, controllano, uccidono le (ex) compagne. Il «male blaming può avvenire solamente se al di fuori dei confini della nostra normale umanità» (Gius e Lalli 2014, 69 trad. nostra), e ancora oggi «nell’immaginario e nella rappresentazione collettiva non c’è posto se non per autori già accreditati come diversi, cioè come soggetti che per cause cliniche o sociali siano già collocati fuori o ai margini della cosiddetta normalità» (Ventimiglia 1996, 20).”

Ecco come “si evita di suscitare rabbia e indignazione nel grande pubblico connotando la violenza di genere come il risultato dell’amore e della passione, piuttosto che del potere e del possesso, agganciando quindi questo fenomeno a un ordine semantico di passione, idolatria, affetto, perdita del controllo, piuttosto che a quello di autorità, dominio, egemonia e potestà. Questa strategia ci permette di convivere con questo fenomeno senza rimettere in discussione l’ordine di genere, provando compassione (per le vittime e per gli autori), invece che rabbia (Gill and Kanai 2018).”

Questo è esattamente ciò che accade nella mentalità di uomini e donne, l’opportunità di sentirsi lontani dal problema, come se la violenza appartenesse a un altro mondo alieno e distante.

Una specie di protezione collettiva, che essendo di matrice culturale, coinvolge anche le donne.

Che meraviglia di Paese. Siamo proprio certi di non avere bisogno di un intervento massivo di educazione alle relazioni e all’affettività a partire dalle scuole dell’infanzia? Siamo proprio certi che sia tutto ok in termini di rispetto e parità di genere?

Ogni intervento educativo, che sollecita una riflessione su queste tematiche, è un percorso difficile, che crea fastidio, terremota certezze e modelli che abbiamo adoperato in automatico e che ci sono sembrate normali, fino a quando non visualizziamo ciò che celano e implicano. Tutto resterà pressoché immutato, fino a quando non permetteremo che il discorso attorno alla violenza emerga in modo autentico e diffuso, finché non riusciremo a superare forme di negazione personali (per autoproteggerci da qualcosa che non è lontana, ma vicina) o collettive (proteggere la cultura di genere, pensando all’autore come un “monstrum”, altro da noi, allontanando il problema e negando la “normalità” dell’uomo violento).

Infine, serve un patto educativo intergenerazionale, altrimenti anche gli interventi educativi saranno vani, si sgretoleranno in un batter di ciglia di fronte a un prof o a un adulto che dirà loro che sono tutte balle e che va tutto bene così, che non c’è nessun problema culturale, che è tutto frutto di una parte di donne che ce l’ha su con gli uomini. Intanto il patriarcato gongola e si gode la scena.

Jackson Katz spiega bene il meccanismo, da cui, per fortuna, non ci facciamo fermare:

“Molte donne che hanno cercato di affrontare questi temi, oggi come in passato, spesso sono state ostacolate. Sono state insultate con epiteti sgradevoli come: odiatrici di uomini e il disgustoso e offensivo femminazi. Questa pratica ha un nome, si chiama: uccidere il messaggero. È perché le donne agiscono e parlano per sé e per le altre donne (ma anche per uomini e ragazzi). Per questo si dice loro di sedersi e stare zitte, per mantenere il sistema attualmente in vigore, perché non ci piace quando la gente vuole affondare la barca. Non ci piace quando le persone sfidano il nostro potere. È meglio che si siedano e stiano zitte, in fondo. Ma meno male che le donne non lo hanno fatto! Meno male che viviamo in un mondo dove c’è una leadership femminile forte, che contrasta tale tendenza.”

 

Articolo ripubblicato anche su Dol’s magazine: https://www.dols.it/2019/05/16/prevenzione-ed-educazione-alla-non-violenza/

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L’ostilità all’educazione alla parità e al rispetto di genere


È stata approvata da pochi giorni alla Camera la proposta di legge “Istituzione dell’insegnamento dell’educazione civica nella scuola primaria e secondaria e del premio annuale per l’educazione civica”, che introduce 33 ore di insegnamento trasversale e il voto in pagella in tutte le scuole, dalle elementari alle superiori.

Non un’ora dedicata, ma una serie di argomenti affidati ai vari insegnanti. Si insegneranno “principi di legalità, cittadinanza attiva e digitale, sostenibilità ambientale, diritto alla salute e al benessere della persona”. L’educazione civica quindi riapproda tra i banchi di scuola in una veste nuova.

Ma, guarda caso, c’è sempre un “ma”.
Nessuno spazio sarà riservato alla parità di genere: bocciato l’emendamento di Leu, a firma di Federico Fornaro e Nicola Fratoianni.

Cosa aveva di tanto grave e pericoloso questa integrazione al testo? Aveva l’ardire di introdurre tra i temi da trattare “l’educazione sentimentale finalizzata alla crescita educativa, culturale ed emotiva dei giovani in materia di parità e solidarietà tra uomini e donne”.

I temi:

a) Costituzione, istituzioni dello Stato italiano, dell’Unione europea e degli organismi internazionali; storia della bandiera e dell’inno nazionale;

b) Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, adottata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 25 settembre 2015;

c) educazione alla cittadinanza digitale;

d) elementi fondamentali di diritto, con particolare riguardo al diritto del lavoro;

e) educazione ambientale, sviluppo ecosostenibile e tutela del patrimonio ambientale, delle identità, delle produzioni e delle eccellenze territoriali e agroalimentari;

f) educazione alla legalità e al contrasto delle mafie;

g) educazione al rispetto e alla valorizzazione del patrimonio culturale e dei beni pubblici comuni;

h) formazione di base in materia di protezione civile.

“Nell’ambito dell’insegnamento trasversale dell’educazione civica sono altresì promosse l’educazione stradale, l’educazione alla salute e al benessere, l’educazione al volontariato e alla cittadinanza attiva. Tutte le azioni sono finalizzate ad alimentare e rafforzare il rispetto nei confronti delle persone, degli animali e della natura.”

Il testo prevede anche la creazione della “Consulta dei diritti e dei doveri dell’adolescente digitale”, che opera in coordinamento con il Tavolo tecnico per la prevenzione e il contrasto del cyberbullismo. Nella Consulta è assicurata la rappresentanza degli studenti, degli insegnanti, delle famiglie e degli esperti del settore e un componente è espresso dall’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza

Insomma, va bene la tutela dell’ambiente, la lotta alle mafie, la conoscenza della nostra Costituzione (temi certamente importantissimi e ben venga che siano stati contemplati), ma non, si badi bene, qualcosa di specifico che sia volto a costruire una piena uguaglianza e che ponga le basi per relazioni fondate sul rispetto e non sulla sopraffazione e sul dominio.

L’educazione dovrebbe essere impostata diversamente: non a un rispetto “generico” improntato al “volemose bene”.

Perché occorre lavorare alle radici culturali di discriminazioni e violenza di genere, penetrare nelle dinamiche storiche e sociali che hanno alimentato modelli relazionali nocivi, approfondire stereotipi e pregiudizi penetrati nel nostro Dna in secoli di cultura patriarcale.

Non è una passeggiata riuscire a rimuovere tante incrostazioni e pensare che si possa fare un minestrone unico di rispetto “delle persone, degli animali e della natura” non solo è indice di scarsa attenzione, ma anche di un atteggiamento superficiale e profondamente sbagliato.

Testimonianza tangibile di un approccio traballante: evidentemente il benessere che una maggiore uguaglianza e parità possono apportare all’intera società non è proprio contemplato, riconosciuto. 

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Lavoro, statistiche e donne. Come stiamo?


È da poco passato il 1 maggio, festa dei lavoratori e delle lavoratrici. Come ogni anno si adopera questa data per fare bilanci e riflessioni sullo stato di salute della nostra occupazione e le domande sono sempre le medesime, con al centro il grande buco nero dell’occupazione femminile. Ho pensato che fosse utile scandagliare vari aspetti.

Secondo una ricerca Open Polis pubblicata il 30 aprile scorso, si rileva che:

“L’Italia è uno dei paesi europei con i livelli più bassi di occupazione femminile. Rispetto a una media Ue di 66,5 occupate ogni 100 donne tra 20 e 64 anni, il nostro paese si trova al penultimo posto con il 52,5%, appena sopra la Grecia (48%) (mentre, secondo i dati Istat del 2018 il tasso di occupazione è del 67,6% per gli uomini e del 49,5% per le donne tra i 15 e i 64 anni). L’Italia è anche il secondo paese con il più ampio divario occupazionale uomo-donna: 19,8 punti differenza rispetto a una media Ue di 11,5. Per fare un esempio, nei paesi scandinavi e del nord Europa le differenze sono molto più contenute: 1 punto in Lituania, 3,5 in Finlandia, 4 in Svezia. Il gap occupazionale aumenta se si confrontano i soli uomini e donne con figli. Rispetto a una media europea di 18,8 punti percentuali di distanza tra padri e madri occupate, l’Italia si trova al di sopra di quasi 10 punti (28,1). Un dato in linea con quello della Grecia e molto distante dagli 8,3 punti di differenza della Svezia.”

Il divario nella fascia di età 20-49 anni tra gli uomini e le donne con almeno un figlio (2017) è di 30 punti.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i bambini su dati Eurostat (ultimo aggiornamento: mercoledì 13 Febbraio 2019)

FONTE: elaborazione openpolis – Con i bambini su dati Eurostat
(ultimo aggiornamento: mercoledì 13 Febbraio 2019)

 

“Lo squilibrio è ancora più significativo se si confrontano le occupate rispetto al numero di figli. Nel nostro paese le donne tra 20 e 49 anni senza figli lavorano nel 62,4% dei casi, contro una media europea del 77,2%. Tra le donne con un figlio, le italiane lavorano nel 57,8% dei casi, contro l’80,2% nel Regno Unito, il 78,3% in Germania, il 74,6% in Francia.”

FONTE: elaborazione openpolis - Con i bambini su dati Eurostat (ultimo aggiornamento: mercoledì 13 Febbraio 2019)

FONTE: elaborazione openpolis – Con i bambini su dati Eurostat
(ultimo aggiornamento: mercoledì 13 Febbraio 2019)

Nei maggiori paesi dell’Unione le donne con due figli partecipano al mercato del lavoro in misura maggiore delle italiane senza figli: +12 punti, se confrontata con Regno Unito e Germania, quasi +16 punti rispetto alla Francia.

Anche quando i figli sono 3 o più, la quota occupazionale femminile non è così dissimile da quella delle donne con un solo figlio in Italia.

Tornando in Italia, si rileva come i territori con più nidi sono spesso quelli dove più donne lavorano.

Continuiamo a ribadire, e i dati ce lo confermano, una relazione tra partecipazione delle donne al mercato del lavoro e diffusione e efficienza dei servizi per la prima infanzia. Nelle 4 regioni (Valle d’Aosta, Umbria, Emilia e Toscana) dove la presenza di asili nido e servizi integrativi per la prima infanzia supera il 33%, il tasso di occupazione femminile supera il 60%. In parallelo laddove mancano o sono carenti tali servizi si registrano i dati occupazionali più bassi (Campania, Sicilia, Calabria e Puglia).

FONTE: elaborazione openpolis - Con i bambini su dati Istat (ultimo aggiornamento: domenica 31 Marzo 2019)

FONTE: elaborazione openpolis – Con i bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: domenica 31 Marzo 2019)

 

 

FONTE: elaborazione openpolis - Con i bambini su dati Istat (ultimo aggiornamento: lunedì 15 Aprile 2019)

FONTE: elaborazione openpolis – Con i bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: lunedì 15 Aprile 2019)

 

Sono anni che si sottolinea come uno degli strumenti per veder lievitare l’occupazione femminile sia quello di fornire supporti per la conciliazione, per permettere a chi non alternative e soggetti a cui affidare i figli, di trovare quanto meno una risposta da parte di uno stato che martella sulla natalità e sulla necessità di fare figli e poi ti lascia nel pantano.

La Lombardia è un caso a parte, perché l’offerta di lavoro è più elevata che in altre regioni e in cui l’occupazione femminile (tasso occupazione femminile (25-34 anni) è al 67%, pur avendo posti al nido 0-2 anni in misura non eccezionale (28,1 posti autorizzati per 100 bambini di 0-2 anni (2016).

Ovviamente i servizi per la conciliazione naturalmente non possono essere l’unica chiave di analisi e di spiegazione dell’occupazione delle donne. Occorrerebbe pertanto analizzare la composizione del numero di donne che lavorano (non hanno figli? Il livello retributivo (che consente di supplire alla mancanza di servizi pubblici) e il tipo di lavoro svolto, i tempi di spostamento casa-lavoro, presenza di welfare familiare). Milano, per esempio, ha tassi occupazionali femminili maggiori rispetto alla media lombarda, ma un gran numero di loro non ha figli e crescono le famiglie unipersonali.

Quindi per analizzare il livello di occupazione femminile (e i fattori che lo incentivano o lo penalizzano) occorrerebbe andare anche a sondare quali costi e scelte ci sono dietro, anche rispetto a ciò che accade ai lavoratori. La statistica ci può aiutare, ma poi è evidente che le situazioni possono essere molteplici, così come è importante non pensare che tutte le scelte siano libere, quando spesso possono essere “obbligate” da vari fattori. Dobbiamo costruire un sistema che renda le scelte delle donne realmente libere. Così ancora non è visti i risultati del report Le equilibriste – la maternità in Italia (qui qui alcuni dettagli) di Save The Children* che evidenzia come il ricorso al part-time per le mamme sembra una scelta quasi obbligata.

 

Ogni anno continuiamo a vedere pubblicate storie di donne che hanno dovuto lasciare il lavoro. Non siamo affatto un esercito silenzioso. Parliamo noi e parlano i dati annuali. Ciò che manca sono le risposte e l’ascolto. Soprattutto cosa accade quando magari si cerca di rientrare dopo anche un paio o una manciata di anni e ti ritrovi con gli stessi problemi (aggravati) di quando cercavi lavoro e ti domandavano se fossi sposata e se avessi figli. Perché questo è ancora il livello. Non è che non ricevi più chiamate e che queste chiamate si trasformano in una ennesima occasione di umiliazione, perché sei meno appetibile, sei meno competitiva, ti reputano “difficilmente gestibile”. Eppure all’estero non sembrano farsi questi problemi, le aziende sanno che i genitori potranno contare su una rete di servizi di qualità.

Dal 2011 al 2017, secondo le rilevazioni annuali dell’Ispettorato del lavoro, 165.562 hanno lasciato il posto di lavoro, indicando come causa principale “incompatibilità tra l’occupazione lavorativa e le esigenze di cura della prole“. Nell’ultimo rapporto riferito al 2017, con 30.672 dimissioni e risoluzioni contrattuali di lavoratrici madri (il 77 per cento delle 39.738 totali, che comprendono anche quelle dei lavoratori padri) si è registrato il picco degli ultimi sette anni. Una crescita costante, una vera emorragia occupazionale al femminile, causata da problemi di conciliazione. Mantenere il lavoro e trovarne uno è una impresa titanica, e arriva già con il primo figlio. Ma i problemi sorgono anche quando ti devi prendere cura di un familiare malato.

Lo spiega bene in questa intervista Tito Boeri, a proposito di partecipazione delle donne al mercato del lavoro.

Uecoop, l’Unione europea delle cooperative, ha curato una rielaborazione sui dati dell’Ispettorato del lavoro in occasione della Festa della mamma.

“I ritmi della vita moderna, gli impegni sempre più pressanti, la precarietà di molte professioni, le crisi economiche e l’incertezza sul futuro stanno mettendo a dura prova la capacità di resistenza delle famiglie – spiega Uecoop – con il problema di trovare e pagare un posto alla scuola maternaper i figli. Negli asili nido italiani c’è posto solo per 1 bambino su 4, il 24% di quelli fino a tre anni d’età contro il parametro del 33% fissato dall’Unione europea per poter conciliare vita familiare e professionale e promuovere la partecipazione delle donne al mondo del lavoro. Il welfare privatoè ormai complementare rispetto al pubblico per rispondere a una crescente richiesta di servizi – sottolinea Uecoop – e se da una parte il 46% dei benefit più desiderati è legato alle spese scolastiche dei figli per tasse e libri di testo c’è un altro 22% che punta su asili nido e baby sitter. Per questo i servizi di welfare familiare sono sempre più importanti – spiega Uecoop – e quelli legati all’infanzia hanno ormai un ruolo strategico soprattutto in presenza di due genitori che lavorano entrambi e che non hanno parenti a cui affidare la prole nelle ore di assenza fuori casa. Non è un caso che per 6 dipendenti su 10 (59%) al primo posto nella classifica dei benefit aziendali preferiti – spiega Uecoop su dati Ipsos – ci siano quelli legati alle spese familiari, dall’asilo alla scuola dei figli. Infatti. Per rispondere a questa domanda di assistenza – sottolinea Uecoop – sono sempre più diffusi nelle grandi aziende anche asili per i figli dei dipendenti oppure iniziative di mini nido con “tate” che seguono piccoli gruppi di bambini in grandi appartamenti attrezzati. Servizi che sia nel pubblico che nel privato – evidenzia Uecoop – sono spesso realizzati insieme a cooperative in grado di offrire personale già formato e locali adatti. Purtroppo tutto questo a volte non basta e le mamme – conclude Uecoop – si trovano divise tra famiglia e lavoro con la necessità di lasciare il secondo per poter seguire la prima.”

Manca quindi un serio sostegno universale, che non lasci fuori nessuna. Non servono bonus che quando finiscono sei punto e a capo, ma servizi certi e strutturati, accessibili e fruibili da tutti/e.

Per un cambio di mentalità e per far sì che la conciliazione non sia un peso quasi esclusivamente sulle spalle delle donne, come accade ora, ma sia condiviso con il partner, sarebbe utile al più presto adempiere alla direttiva comunitaria recentemente varata in tema di congedi parentali e per i care givers.

Annalisa Rosselli su InGenere ha provato a stimare quanto costerebbero due mesi di congedo di paternità obbligatori.

“Abbiamo fatto un calcolo molto approssimativo (“sul retro di una busta” dicono gli economisti) sui dati del 2018, quando sono nati 449mila bambini. Abbiamo supposto che la percentuale dei padri con un lavoro dipendente sia la stessa che esiste tra tutti gli uomini della fascia di età 25-54 anni, cioè il 58 per cento (dati Eurostat). Quindi se avessimo dovuto pagare due mesi di stipendio al 58 per cento dei padri dei 449mila bambini nati nel 2018, senza fare distinzione tra stranieri e italiani, al salario medio lordo di 18mila euro l’anno il costo sarebbe stato inferiore agli 800 milioni o comunque inferiore, tenendo conto di un ampio margine di errore, a un miliardo l’anno.”

Meno di “quota cento” che beneficia chi ha avuto un percorso di carriera senza “buchi”, ancora una volta in maggioranza uomini.

La partecipazione nel mondo lavoro non è un percorso ancora eguale, ma soggetto fortemente alla dimensione di genere. In un Paese in cui i canali per trovare un lavoro sono spesso ridotti, subordinati a fattori assai poco paritari ed eguali (se non hai contatti, relazioni amicali o parentali…), le donne pur se qualificate e che potrebbero dare un buon contributo, spesso restano a casa.

Tuttora mi tocca leggere ancora inserzioni in cui viene richiesta “bella presenza” o si cerca “ragazza carina” come se fossero skill.

“Mettere ordine nel caos di assegni, detrazioni e bonus ora in vigore per le famiglie, che costano molto ma sono inefficienti, e sostituirli con un unico trasferimento diretto e universale. E investire le risorse che adesso sono destinate a quota 100 in servizi di qualità per la prima infanzia, partendo dalle zone più svantaggiate. In un colpo solo questo consentirebbe di ridurre le disuguaglianze di partenza che penalizzano i figli delle famiglie disagiate, creare domanda di lavoro per le donne e favorire la conciliazione per quelle che hanno redditi bassi e senza servizi sono costrette a smettere di lavorare quando diventano madri”.

la proposta della sociologa Chiara Saraceno.

I dati Censis pubblicati il 3 maggio su tasso attività femminile.

L’importante è tener conto dei vari report e analisi e adoperarli per stilare riforme e politiche attive effettivamente utili per superare i problemi. In pratica, ci si augura che non restino un esercizio di annotazione annuale, una fotografia inutilizzata e messa nello scaffale ad ammuffire.

 

*Le infografiche di Save The Children:

infografica le equilibriste - la situazione delle mamme in Italia 2019 - https://www.contenthubsavethechildren.org/Share/2yo10087t3mi368cvx5sj600f1q85h6i

infografica le equilibriste – la situazione delle mamme in Italia 2019 – https://www.contenthubsavethechildren.org/Share/2yo10087t3mi368cvx5sj600f1q85h6i

infografica Mother's index - la condizione delle mamme in Italia 2019 - https://www.contenthubsavethechildren.org/Share/2yo10087t3mi368cvx5sj600f1q85h6i

infografica Mother’s index – la condizione delle mamme in Italia 2019 – https://www.contenthubsavethechildren.org/Share/2yo10087t3mi368cvx5sj600f1q85h6i

Articolo pubblicato in anteprima su Dol’s Magazine

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Quanto ancora?


Quanto tempo ancora dovrà passare prima che Laura Massaro e suo figlio possano tornare ad essere liberi dalla spada di Damocle che da anni ha di fatto sospeso le loro vite e le ha messe nelle mani di tribunali, avvocati, assistenti sociali, Ctu?

Torno a parlare di Laura, torno a parlare di tutte le madri che come lei hanno vissuto e vivono sospese, col rischio di perdere i loro figli o che già lo hanno sperimentato direttamente.

Il pm del tribunale dei minori di Roma, lo scorso 2 maggio, ha espresso il suo parere: sospendere la responsabilità genitoriale di Laura, che debbano essere nominati un tutore e un curatore per suo figlio, che il tutore dovrà continuare a fissare gli incontri protetti padre-figlio (di fatto obbligandolo a vedere il padre). Se questo disposto non dovesse essere rispettato, si aprirebbero le porte della casa famiglia o si procederebbe all’affidamento del bambino a parenti idonei.

In pratica Laura si trova ad essere passata dalla posizione di vittima a quella di carnefice.

La parola ora spetta al giudice, se accogliere o meno la valutazione del pm.

Questo ennesimo tassello non tiene conto né delle denunce di Laura, né del fatto che è seguita da un centro antiviolenza, né di tutte le prove messe agli atti nel corso degli anni (dal 2013 è iniziato l’iter giudiziario). Non hanno sinora tenuto in considerazione nemmeno le dichiarazioni del bambino, sulla sua capacità autonoma di pensiero, sui suoi desideri e preferenze. Non sono state tenute in considerazione le esigenze di salute del bambino, che ora ha 9 anni.

Nonostante insegnanti e servizi sociali abbiano fornito pareri positivi sullo sviluppo e sullo stato psicofisico del bambino, l’adeguatezza della figura materna è dimostrata da questo, si continua a ritenere responsabile Laura di alienazione genitoriale, di manipolare il figlio contro l’altro genitore, sulla base di una teoria spazzatura, che ora ha cambiato nome ma è sempre la stessa roba ascientifica e totalmente infondata prodotta da Richard Gardner, psicoanalista americano, tra l’altro sostenitore della pedofilia.

La cosa più sconvolgente è che sinora nessuno sta intervenendo per fermare questo scempio che avviene da anni e colpisce numerose donne. Il ddl Pillon è solo l’ultimo atto di una lunga vicenda che negli anni ha trovato molti proseliti, sostenitori della Pas o alienazione che dir si voglia.

Laura torna a parlare: “Dal 2013 ad oggi nessuno ha messo in primo piano la volontà e il benessere del mio bambino.” Una mamma incensurata, che ha sempre seguito passo passo le richieste dei servizi sociali, del tribunale, anche contro la volontà di suo figlio, non è ancora ritenuto sufficiente per fermare la macchina terribile che sta schiacciando le loro vite. Ha anche accettato di ritirare le denunce nei confronti del padre, per atti persecutori e stalkizzanti, sperando che tutto si concludesse per il meglio. Lo ha fatto dando ascolto ai consigli dei servizi sociali e dei giudici che le chiedevano di ridurre il conflitto con il padre, “abbassare la conflittualità” è stata la parola d’ordine. Perché ancora oggi si continua a confondere il conflitto con la violenza. Dopo le denunce le donne sono sole ed è chiaro che diventa tutto insostenibile e in salita.

Laura deve combattere contro l’accusa infondata e infamante di alienazione genitoriale, di cui sono ritenuti colpevoli anche i nonni materni. L’alienazione è diventata negli anni un’arma contro madri e figli, laddove emergono maltrattamenti e violenze domestiche o semplicemente si evidenzia l’inadeguatezza di un genitore.

Torno a fare un appello per Laura. Torno a chiedere a chi ha la possibilità, il ruolo istituzionale, chi può fornire sostegno di mettersi a disposizione. Ho ancora nella mia casella di posta le numerose email che ho scritto per chiedere che qualcuno si interessasse. Abbiamo bisogno di risposte che invertano la rotta. OGGI. Il silenzio che c’è stato sinora da chi ricopre incarichi politici istituzionali di rilievo è la cartina di tornasole dell’attenzione che c’è alle esistenze delle donne, ai loro problemi e al loro benessere. Si parla di denunciare le violenze, si parla di protezione delle donne e dei figli che hanno subito e vissuto queste situazioni, ma ha ragione Laura, nulla sembra servire. Si resta numeri, statistiche snocciolate dalla Polizia di Stato o dal ministro dell’Interno. Intanto le nostre vite passano, si trascinano sotto il peso di vicende giudiziarie infinite, in cui si fa fatica a conoscere una giustizia e un senso. Intanto ci si deve fare forza, in quasi solitudine, se escludiamo il sostegno meritevole di qualche associazione. Intanto, lo stereotipo delle madri malevole, che usano strumentalmente l’accusa di violenza per escludere il padre, si consolida e trova sempre maggiori spazi. Eppure sappiamo quanto rari siano questi casi “falsi”, che però diventano paradigmatici, modello per poter mettere il bavaglio alle donne e ai loro figli. Il meccanismo funziona perché di fatto le madri vengono stritolate in una morsa, più vogliono proteggere i figli, più corrono il rischio di subire pesanti accuse, di essere diffamate e screditate. Chi di fatto ha commesso le violenze viene “salvato” e deve semplicemente attendere che l’ingranaggio innescato faccia il suo corso.

La separazione da un uomo violento rischia di diventare una continuazione della stessa violenza, se nessuno interviene per interromperla; questo genere di uomini tenta in ogni modo di mantenere il controllo sulla donna e i figli. Alla stregua della “roba” di Mazzarò, narrato da Verga.

Scrive Patrizia Romito, pag. 166, Un silenzio assordante:

“In una società di tradizione patriarcale, le donne e i figli appartengono al padre. (…) Questo modello di società e questi diritti sono stati rimessi in discussione dal movimento delle donne, con alti e bassi, ma con una certa continuità negli ultimi due secoli; di conseguenza sono avvenuti cambiamenti sostanziali, a cui la società patriarcale ha opposto dura resistenza. Solo se abbiamo bene in mente questo contesto e l’entità posta in gioco, possiamo capire quello che avviene oggi.”

Romito richiama i cambiamenti legislativi in materi di violenza domestica, nella separazione, nell’affido dei figli in Italia e in altri Paesi. Purtroppo da anni si prescrive la mediazione (la vorrebbe imporre anche Pillon e altri testi affini) in caso di maltrattamenti, ignorando spesso la richiesta della donna di allontanare l’uomo violento. Si fa sempre più strada un tentativo di legiferare in materia di affido omettendo di proposito la dimensione della violenza domestica. L’invisibilizzazione e la negazione sono le strategie più praticate.

Se le donne si oppongono, cercano di resistere, di proteggere se stesse e i propri figli, vengono bollate come manipolatrici, le si silenzia attraverso l’uso a mo’ di randello dell’alienazione. Madri e figli non vengono ascoltati. Le donne rischiano di non essere credute e di perdere la responsabilità genitoriale, l’affido, in pratica vengono colpevolizzate e punite. Si tratta di una delle modalità di occultamento della violenza, come ha cercato di mostrare la professoressa Patrizia Romito.

Continuiamo a vedere applicata questa spazzatura dell’alienazione nonostante le falle e le ripetute critiche sul piano etico e scientifico. Dagli Usa all’Italia c’è chi spalleggia e diffonde queste pseudo teorie e davvero non si riesce a capire come le si possa applicare in modo spesso acritico e senza conoscere chi le ha create.

Non è un racconto di una realtà distopica, è ciò che da anni vivono tante donne e bambini.

Il rischio maggiore è che si dia credito a tutto questo costrutto e che in un’opinione pubblica poco informata o totalmente a digiuno, non abituata o non in grado di verificare, si consolidino pregiudizi e narrazioni spazzatura.

Pillon & Co. stanno semplicemente aspettando la fine delle elezioni europee per servirci un boccone avvelenato.

Trovo un errore aver abbassato i riflettori su questi pericoli. Le battaglie non si possono interrompere, rischiamo troppo.

Così come non possiamo permettere che Laura continui a vedere la sua vita e quella di suo figlio in bilico. Hanno diritto ad essere sereni e a non essere separati.

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