Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Politiche di work life balance, basta col fai da te


Tra novità in ambito europeo e la vita quotidiana nelle nostre città, occorre intervenire in modo strutturale su più livelli, con nuove strategie e soprattutto investimenti, che portino a una espansione del welfare pubblico, oggi ridotto all’osso o che disperde energie e risorse in bonus o interventi una tantum, per niente sistematici. Qualcosa che ci faccia superare i limiti e i pesi di anni di abitudine al fai da te.

Nel corso della seduta del 21 giugno del Consiglio “Occupazione, politica sociale, salute e consumatori”, gli Stati membri dell’UE “hanno raggiunto un accordo su tre fascicoli legislativi che rappresentano un elemento essenziale per costruire un’Europa sociale più forte: la revisione delle norme sul coordinamento dei sistemi di sicurezza sociale, una nuova direttiva sull’equilibrio tra attività professionale e vita familiare e una direttiva relativa a condizioni di lavoro trasparenti e prevedibili”. Un passaggio che si inserisce nell’alveo del pilastro europeo dei diritti sociali.

Marianne Thyssen, Commissaria responsabile per l’Occupazione, gli affari sociali, le competenze e la mobilità dei lavoratori, ha commentato:

“Oltre a confermare ufficialmente l’accordo sulle norme relative al distacco dei lavoratori, che garantisce la parità di retribuzione per uno stesso lavoro svolto nel medesimo luogo, il Consiglio ha raggiunto un accordo sulla revisione delle norme relative al coordinamento dei sistemi di sicurezza sociale, che garantirà maggiore equità e chiarezza per i lavoratori mobili e le autorità degli Stati membri. Per quanto riguarda la direttiva su condizioni trasparenti e prevedibili, avevo sostenuto un approccio più ambizioso. Con la nostra proposta volevamo far sì che tutti i lavoratori, in un mondo del lavoro in rapida evoluzione, godessero dei diritti fondamentali. L’accordo di oggi può rappresentare solo un primo passo; in occasione dei prossimi negoziati con il Parlamento europeo mi adopererò per raggiungere un compromesso equilibrato. Lo stesso vale per la questione dell’equilibrio tra attività professionale e vita familiare, un ambito in cui spero potremo veramente cambiare le cose per le numerose coppie e famiglie che affrontano quotidianamente la sfida di conciliare lavoro e vita familiare.”

La proposta di direttiva sull’equilibrio tra l’attività professionale e la vita familiare è volta a un approccio più equilibrato per promuovere e rendere realmente più agevoli le scelte dei genitori e dei prestatori di assistenza su come vogliono conciliare lavoro e vita familiare. L’augurio di Věra Jourová, Commissaria responsabile per la Giustizia, i consumatori e la parità di genere, è che il Parlamento europeo e il Consiglio portino avanti questa importante proposta e raggiungano un compromesso che permetta di offrire miglioramenti concreti, insieme a una soluzione al problema della sottorappresentanza delle donne nel mercato del lavoro.

CONTESTO

Il 26 aprile 2017 la Commissione ha presentato una proposta di direttiva sull’equilibrio tra attività professionale e vita familiare per i genitori e i prestatori di assistenza. Tale documento, che rappresenta uno dei principali obiettivi del pilastro europeo dei diritti sociali, “stabilisce una serie di standard minimi nuovi o più elevati per il congedo di paternità, il congedo parentale e il congedo per i prestatori di assistenza; fa seguito al ritiro, nel 2015, della proposta della Commissione di rivedere la direttiva 92/85/CEE sul congedo di maternità e adotta una prospettiva più ampia per migliorare la vita dei genitori e dei prestatori di assistenza che lavorano.”


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Con le giuste parole la lingua è una danza


La lingua come una danza: come non essere d’accordo con il verso finale della filastrocca contenuta nello “scrigno” ideato dall’Associazione Donne in Rete “La grammatica la fa… la differenza”, illustrazioni di Gabriella Carofiglio, edito da Matilda Editrice (ex Casa Ed. Mammeonline). Le autrici (di Anna Baccelliere, Annamaria Piccione, Flavia Rampichini, Chiara Valentina Segrè, Luisa Staffieri e Giamila Yehya) si avvicendano e accompagnano bambini e bambine, attraverso racconti, filastrocche e giochi, alla scoperta di un universo linguistico che può avere orizzonti ampi o ristretti, a seconda delle scelte che si fanno quando parliamo o scriviamo, quando trasformiamo i pensieri in parole.



Un percorso didattico ma non solo, che riesce con la sua formulazione ad oltrepassare l’ambito scolastico e può essere un valido strumento per tutti/e per avvicinarsi a questi temi, grazie anche agli approfondimenti dell’appendice che raccoglie i contributi di Lina Appiano, Daniela Finocchi, Gemma Pacella, Graziella Priulla, Debora Ricci, Maria Teresa Santelli. Era da tempo che volevo leggere questo lavoro e posso dire che ha superato di gran lunga le aspettative e ha suscitato l’interesse di mia figlia, che a settembre farà la prima elementare. Mi ha chiesto di cosa parlasse e le ho letto la filastrocca “Dubbi grammaticali”. Abbiamo parlato di cose un po’ complesse ma in modo molto semplice. Lei mi sente spesso parlare di questi argomenti, avverte e comprende certe sfumature, confermando che mai è troppo presto. La possibilità di cambiare prassi e mentalità è a portata di mano, a partire dal linguaggio, perché la lingua è materia viva, forma della nostra cultura. Anche perché poi tutto viene più naturale e non risulta più cacofonico e strano, ma appunto adoperare correttamente le parole e declinarle per genere è una preziosa abitudine. Le regole grammaticali appaiono più sensate se avviene una riflessione su di esse e su ciò che possono rappresentare, costruire, realizzare. Il linguaggio prende forma e diventa davvero una rete amica, non un corpo estraneo, ma una chiave per avventurarsi in un mondo più ricco e vario, senza perdere pezzi interessanti e utili. Così anche i diritti e l’uguaglianza non son più concetti astratti, svincolati dalla quotidianità, ma costituiscono qualcosa che plasticamente diventa vivo e pratica incessante, anche attraverso la lingua. Tutto appare per ciò che è: strettamente interconnesso. Azioni, relazioni, interazioni, strutture mentali prendono forma attraverso il linguaggio.

Nel saggio “C’è differenza” di Graziella Priulla, leggiamo:

“Sebbene il linguaggio sia strumento per collegare, unire, creare relazioni, condividere, esso può anche diventare uno strumento per dividere, discriminare, escludere. Denigrare è la condizione prima per avvalorare l’inferiorità. (…) Nell’offesa non c’è nessun argomento, nessuna idea. Il fine è solo ferire l’altro.”

Ma oltre agli insulti e alle ingiurie delle parole, nelle loro mille sfumature e varietà (dal sessismo al razzismo), tuttora molto diffuse, accade che di sottovalutazione in sottovalutazione, si finisce col tollerare cose che innocue non sono. Una escalation di odio dagli effetti nefasti, con i social che amplificano ciò che è già presente nel mondo reale. Tutto questo normalizza e dona una sorta di dignità subculturale a uno stile espressivo, fino a giustificarne l’uso: parlare così, quindi pensare così ti rende parte del gruppo dominante, ma anche complice di una deriva molto pericolosa, dagli effetti altamente nocivi.

Sono veicoli di pregiudizi e di un immaginario violento e volto appunto a ferire, ad annientare.

Le parole sono importanti sempre e vanno usate con cura. Per dare esistenza e per tendere all’uguaglianza. L’uso corretto del linguaggio di genere non è un esercizio elitario, sterile, inutile, bensì ne paghiamo tutti le conseguenze: senza una reale comprensione delle ricadute, più arduo sarà riuscire a stabilire un dialogo costruttivo, composto da un doppio binario mittente-destinatario.

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Lettera aperta alla Ministra della Salute


Spett.le Ministra della Salute On. Giulia Grillo,

Abbiamo atteso il suo insediamento per portarLe all’attenzione un aspetto che riguarda l’ultimo aggiornamento della Farmacopea Ufficiale, rilasciato dal tavolo tecnico istituito dalla ex Ministra della Salute Beatrice Lorenzin, a cui hanno partecipato rappresentanti del Ministero della Salute, dell’Istituto Superiore di Sanità, dell’Agenzia italiana del farmaco, della Federazione ordini professionali e dell’industria farmaceutica. Con il decreto del 17 maggio 2018 è stato introdotto un primo aggiornamento e i lavori del tavolo proseguiranno anche nei prossimi mesi.
Dopo la liberalizzazione della vendita delle “pillole dei giorni dopo” senza obbligo di ricetta per le maggiorenni, permane un fattore che rende non sempre semplice reperirle in farmacia. All’interno del documento della Farmacopea Ufficiale sono evidenziate le categorie di farmaci che ciascuna farmacia è tenuta ad avere “in casa”, per l’immediata disponibilità all’utenza (“quanto deve essere tenuto in farmacia come sostanza e/o come prodotto medicinale”). Tra queste categorie è prevista quella dei “Contraccettivi sistemici ormonali”, con l’annotazione specifica che la farmacia ne deve possedere almeno “Una del gruppo”.

In pratica è stabilita una categoria unica, che va dalla pillola ormonale di uso quotidiano a quelle contraccettive di emergenza. Ma si tratta di due entità totalmente differenti. Conseguentemente per il farmacista è sufficiente averne un solo tipo, per essere in regola. Da tempo la SMIC (Società medica italiana per la contraccezione) ha evidenziato le conseguenze negative di siffatta categoria unitaria. Infatti era stato già da tempo richiesto che venisse inserita una categoria specifica, dedicata ai farmaci per la contraccezione d’emergenza, contraddistinti da scopo e modalità di utilizzazione diverse e specifiche. Con una categoria ad hoc si potrebbe offrire alle donne italiane la sicurezza di riuscire a reperire in ogni farmacia del territorio nazionale un anticoncezionale d’emergenza (pillola del giorno dopo, levonorgestrel, Norlevo, Lonel, Levonelle ed altri, o dei 5 giorni dopo, ulipristal acetato EllaOne), senza essere costrette, come tuttora capita, a passare da una farmacia all’altra.
Il Ministero della Salute nella sua ultima Relazione annuale sulla Legge 194 presentata al Parlamento nel dicembre 2017 ha evidenziato che:

“L’andamento di questi ultimi anni ( ndr: il forte decremento delle IVG di questi ultimi anni), come già presentato lo scorso anno, potrebbe essere almeno in parte collegato alla determina AIFA del 21 aprile 2015 (G.U. n.105 dell’8 maggio 2015) che elimina, per le maggiorenni, l’obbligo di prescrizione medica dell’Ulipristal acetato (ellaOne), contraccettivo d’emergenza meglio noto come “pillola dei 5 giorni dopo”.

Più precisamente sembrerebbe che questa flessione dipenda dall’incremento della pillola dei cinque giorni dopo, che è passata da meno di 17mila confezioni del 2014 a più di 145mila nel 2015, a 200mila nel 2016 ed a 255mila nel 2017, pari a quasi il 50% del totale delle vendite della contraccezione d’emergenza. Ne discende che, non consentire che la contraccezione d’emergenza sia una categoria specifica all’interno della Farmacopea Ufficiale, pregiudica una sua tempestiva assunzione dopo il rapporto, inibendo un’efficace prevenzione e di conseguenza impedendo un ulteriore calo delle interruzioni volontarie di gravidanza.
Chiaramente è altrettanto auspicabile che vi sia una maggiore informazione sui metodi contraccettivi di uso quotidiano, pillole o dispositivi, finalizzata ulteriormente a consolidare l’abitudine a prendersi cura di sé ed a conoscere il proprio corpo, con un sistema costante di prevenzione delle gravidanze indesiderate. Occorre accompagnare le donne nella scelta del metodo anticoncezionale che meglio si adatta alle proprie esigenze. In tal senso, accanto ad una revisione delle categorie nella Farmacopea, auspichiamo un intervento che incentivi e consenta un uso consapevole e responsabile della contraccezione, ripensando a interventi diffusi di educazione sessuale ad opera di rivitalizzati Consultori e prevedendo una riclassificazione degli anticoncezionali in fascia A. L’efficacia della prevenzione passa per una contraccezione accessibile a tutte, che non sia più un lusso per una minoranza. Conseguentemente la rimborsabilità dal SSN è il primo passo, se davvero si vuole stare dalla parte delle donne.
Al riguardo della nuova Farmacopea Ufficiale della Repubblica Italiana siamo al corrente che il Ministero ha precisato che si tratta soltanto di un primo aggiornamento della lista e che verranno fatti successivi aggiustamenti. Speriamo in un Suo intervento in tali sedi, che tenga conto delle perplessità espresse sulla non individuazione di una categoria specifica per la contraccezione d’emergenza, come anche di una maggiore e migliore accessibilità della contraccezione ordinaria. Riteniamo che queste nostre istanze vadano nella direzione di quanto da Lei stessa dichiarato sulla piattaforma Rousseau: “Ridurre le disuguaglianze di cura e assistenza fra cittadini” impegnandosi per una sanità pubblica “giusta, efficiente e accessibile attraverso un adeguato finanziamento, una seria programmazione, una revisione della governance farmaceutica, un potenziamento dell’assistenza territoriale”. Certo “ambiziosi intenti”, per usare le sue stesse parole, ma non più procrastinabili per chi abbia realmente a cuore le sorti della sanità pubblica e i bisogni dei suoi utenti, come nel caso delle precipue richieste portate alla Sua attenzione.

Roma, 12 giugno 2018
UDI-Unione Donne in Italia

http://www.udinazionale.org/


 

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La lettera in formato pdf

 

Ringraziamo il Dott. Emilio Arisi, Presidente della Società medica italiana per la contraccezione, per la supervisione e per i dati/contributi forniti per la redazione di questa lettera.

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Il cambiamento che auspichiamo

@OlimpiaZagnoli


Il femminicidio è l’atto finale e consapevole di uomini portatori di una cultura che gli attribuisce un dominio incondizionato, l’esercizio di un potere assoluto sulla donna. Una cultura patriarcale, machista, misogina, fondata sulla sopraffazione. Il femminicidio è l’epilogo tragico e terribile che pone fine alla vita di tante, troppe donne. Il “prima” è composto da una serie di avvenimenti, parte del ciclo della violenza. Una sequenza ciclica che non si risolve da sé, ma replica atti violenti di diverso tipo e li alterna a fasi di “calma apparente”, tali da far sperare alle donne che li vivono che ci sia una speranza di cambiamento nel comportamento dei compagni.

La teoria del “ciclo della violenza”


Da dentro non è così semplice come appare, non è così scontato e ovvio che dopo aver vissuto in relazioni violente si abbia la possibilità, si scelga di spezzare le catene e allontanarsi da esse. Non è semplice assolutamente prendere certe decisioni, soprattutto i tempi non sono uguali per tutte, occorre rispettare e comprendere tutto questo. Sono molteplici i fattori che pressano sulle decisioni delle donne. Qui il punto vero è come sostenere le donne e accompagnarle nel modo giusto, affinché la violenza non sia una questione privata e non restino sole. Prima che si arrivi a situazioni di non ritorno. Per non dover continuare a registrare nuove vittime di femminicidio.

Ma è altrettanto necessario ripensare al sistema procedurale, di attenuanti e sconti di pena in questi casi. Pensiamo al rito abbreviato*, sul quale chiedevamo di intervenire prima della conclusione della legislatura precedente:

“Appare evidente che la scelta del Legislatore di introdurre il rito abbreviato per snellire e velocizzare i processi, ha causato non poche distorsioni in termini di giustizia, perché si sono moltiplicati i casi in cui, proprio grazie agli sconti previsti, si sono ridotte all’osso le pene anche per reati gravi e con ricadute pesantissime. Una conseguenza del genere ha conseguentemente indebolito, agli occhi dei più, la funzione di prevenzione, di dissuasione e di difesa sociale della pena.

Qualsiasi tipo di pena chiaramente non riuscirà a riportare in vita una persona, non cancellerà una violenza subita, ma dovrebbe dare la misura di come il sistema giudiziario italiano consideri determinati crimini e reati. L’entità della pena prevista per un reato contribuisce ad attribuire il giusto peso e gravità a determinati comportamenti lesivi. Se viene meno questa caratteristica in molti potrebbero sentirsi legittimati o protetti dal sistema giudiziario, come anche dal Legislatore che consente assottigliamenti anche consistenti delle pene. La certezza della pena e il rispetto delle vittime non possono essere lesi al prezzo di snellire la macchina della giustizia.”

È ciò che auspico sia assicurato non solo per le donne vittime di violenza maschile, ma anche per i familiari che devono poter ottenere un pieno riconoscimento di quanto grave sia l’atto compiuto. Occorre dare un segnale e questo puo giungere solo ripensando seriamente e in modo completo sul fenomeno della violenza di genere. Occorre che si valuti attentamente quali devastanti conseguenze ci sono e riuscire a trovare soluzioni legislative e giurisprudenziali che ne tengano sufficientemente conto.

Oggi il mio pensiero è per Valentina Belvisi: domani si discuterà il ricorso in appello dei legali di suo padre che chiedono uno sconto della pena. Valentina è la figlia di Rosanna Belvisi, che il 15 gennaio dell’anno scorso fu devastata da 29 coltellate dal marito, a Lorenteggio, un quartiere di Milano. In primo grado è stato condannato a 18 anni: non sono state riconosciute le aggravanti per crudeltà e ha potuto beneficiare di uno sconto di un terzo della pena legato al rito abbreviato richiesto dall’imputato.

Non potremo riavvolgere il nastro e riportare tra noi le donne che come Rosanna non ci sono più. Ma oggi più che mai abbiamo bisogno di segnali e di iniziare a lavorare per correggere ciò che non funziona, sia prima che dopo, e non è dalla parte delle sopravvissute o dei familiari delle vittime della violenza maschile. Lo dobbiamo a Valentina e sua madre e a tutte le donne le cui vite sono state attraversate dalla violenza. Per questo c’è bisogno di femminismo, perché altrimenti si procede zoppicando. Il cambiamento che auspichiamo riguarda benefici ampi e destinati a tutte le donne, con e dalla loro parte sempre. Non ci serve una solidarietà a corrente alternata. Occorrono ancora una volta soluzioni strutturali e di ampio respiro politico.

 


AGGIORNAMENTO 6 GIUGNO 2018:

Il giudice di secondo grado non ha concesso ulteriori sconti di pena. Ribadisco che oggi, se davvero vogliamo che le cose cambino, occorre lavorare affinché per talune fattispecie non sia possibile richiedere il rito abbreviato e ottenere i conseguenti benefici. Per far sì che a determinati crimini sia attribuito il giusto peso e le commisurate conseguenze di pena, è necessario lavorare a livello legislativo, procedere al più presto in questo senso. I magistrati applicano le leggi vigenti, ricordiamolo sempre.

* In merito al rito abbreviato, ho chiesto ragguagli all’avvocata Roberta Schiralli, che ringrazio per la sua chiarezza e per il suo contributo: “Un giudice non si può rifiutare di concedere il rito abbreviato, lo chiede la parte (imputato). Il giudice può rigettare il rito abbreviato se la parte lo chiede “condizionato” all’espletamento di una prova, che lui non ritiene di ammettere. Solitamente il rito abbreviato “semplice/secco” si attiene allo stato degli atti (ndr, sulla base degli elementi contenuti nel fascicolo del PM). Ammette quindi la richiesta come abbreviato secco, senza ulteriori approfondimenti.”

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Un rinnovato impegno per la cittadinanza di genere


La storia è attraversata da uomini e donne, ma per secoli i passi compiuti dalle donne sono stati marginalizzati e relegati in un angolo, subordinati e oscurati da una narrazione monosessuata al maschile. Una storia che è relazioni e intrecci tra i generi sarebbe zoppa senza considerare il genere femminile. Pertanto nella ricostruzione è fondamentale ricomporre un modello relazionale, di rapporto e di incontro/scontro tra i generi. La cittadinanza è un concetto che irrompe con la Rivoluzione francese, con l’avvento dei diritti universali dell’uomo. E l’altra metà, le donne che posto occupavano? Nel 1791, Olympe De Gouges con la sua Dichiarazione dei diritti delle donne e della cittadina, rimise ordine e cercò di portare un equilibrio per il quale pagò con la ghigliottina, dimentica delle “virtù che convengono al suo sesso e di essersi immischiata nelle cose della Repubblica. Olympe, insieme a Théroigne de Méricourt (che aveva proposto la formazione di un battaglione di donne per partecipare alla guerra, fu rinchiusa in manicomio) rappresentano il tentativo di mobilitare le donne per la causa della liberazione dall’oppressione di un potere gestito solo dagli uomini.

Nel 1792, a Londra, Mary Wollstonecraft pubblicava “La rivendicazione dei diritti delle donne”, le donne per superare la loro condizione subalterna dovevano prendere coscienza del loro valore sociale attraverso l’educazione, dando centralità al valore pubblico e politico della dimensione personale.

Quando parliamo di “cittadinanza di genere” cosa intendiamo, di quali specificità è portatrice? L’essere donne, uguali e differenti, essere partecipi della vita sociale, politica, comunitaria significa garantire benessere e miglioramenti per tutte le componenti. Questo è il farsi e il potersi fare cittadina, esercitando consapevolmente e pienamente i propri diritti, conoscendone in primis l’origine e il cammino che ci ha portato ad acquisirli. Quali soluzioni, quali risposte, quale qualità della vita, quale grado di attenzione, quale priorità sono state accordate alle donne? Quale la nostra autonomia e quale la nostra capacità di incidere e di cambiare il corso degli eventi e della storia, quali sono state le nostre parole davanti alla storia e alle sue sfide? Quanto è solida e ampia la nostra democrazia? Quanto dipende dalla presenza e da un’azione delle donne? E se si smarrisce ciò che è stato il contributo delle donne per pigrizia o per una solerte “operazione dimenticanza”, cosa accade?

E lo notiamo quando in un momento di crisi e di difficoltà, quando si parla di riforma e di costruire una nuova stagione per un partito, ritroviamo ancora una volta tra i relatori di un evento solo degli uomini.

Nessuna discontinuità. Tutto cambia attorno, ma non sembra che ci sia la volontà di accorgersene e di dimostrare di voler intraprendere un cammino diverso. E non crediate che non ci siano donne in grado di spingere e di segnare una nuova stagione. Le energie ci sono, ma a furia di non includerle e di non valorizzare ciò che è autenticamente differente, si ha la sensazione di un immobilismo ripiegato su se stesso. D’altronde cosa e chi si pensa di rappresentare se non ci si accorge di queste anomalie?

A volte sembra tutto molto simile nelle difficoltà a quando nella Consulta del 1945 si discuteva sull’opportunità di estendere il diritto di voto alle donne, con i partiti di massa che ne temevano le conseguenze, tra calcoli politici e dubbi sulle loro capacità di scelta. Le donne andavano educate alla partecipazione: “C’era da “alfabetizzare” un intero popolo alla politica, alla partecipazione, all’espressione delle proprie istanze, alla democrazia rappresentativa. Ancora più importante diventava la formazione delle donne, escluse da sempre, ritenute non idonee alla politica e alla vita pubblica.” 

Pio XII allertava le conseguenze sugli equilibri del focolare domestico. Nel febbraio del 1946 con 179 voti contro 156 contrari, le donne riuscirono a conquistare il suffragio. Il 2 giugno 1946, 21 donne vennero elette all’Assemblea costituente. Solo 5 donne entrarono a far parte della Commissione Speciale, detta “dei 75”, incaricata di elaborare e proporre il progetto di Costituzione da discutere in aula: Maria Federici (DC), Teresa Noce (PCI), Angelina Merlin (PSI), Nilde Iotti (PCI) e Ottavia Penna Buscemi (UOMO QUALUNQUE).

Fu l’occasione di riscatto civile per tutte le donne, la testimonianza di una volontà di voler rappresentare le italiane tutte. Ci riuscirono facendo squadra. Numeri esigui ma che seppero segnare l’anima della nostra Carta costituzionale: il principio di uguaglianza (art. 3), la famiglia e il matrimonio (artt. 29, 30, 31) il lavoro femminile e la parità di retribuzione (art. 37), il diritto di voto (art. 48), l’accesso alle cariche politiche elettive e amministrative (art. 51). Il clima ostile non permise da subito l’ammissione delle donne nella Magistratura, ma non per questo si smise di lottare: dovremo attendere il 9 febbraio del 1963.

Un contributo ampio, oltre le questioni femminili, volto a costruire un nuovo tessuto democratico, con un pensiero e soluzioni con sguardo di donna, che fosse finalmente anche a misura di donna.

Il tema della cittadinanza femminile non è un orpello decorativo da commemorazione, lo si vede plasticamente quando viene messo nell’ombra: gli effetti e i risultati sono in frenata, in retromarcia.

Teresa Mattei intervenne nel corso dei lavori dell’Assemblea costituente:

“Il riconoscimento della raggiunta parità esiste per ora negli articoli della nuova Costituzione. Questo è un buon punto di partenza per le donne italiane, ma non certo un punto di arrivo. Guai se considerassimo questo un punto di arrivo, un approdo”.

Il passaggio dalla carta alla pratica nella realtà è tuttora in atto, un’eredità di cui dobbiamo innanzitutto essere consapevoli. Un lavoro che implica uno sforzo comune tra uomini e donne, che rileva il grado di maturità di un Paese e il livello di superamento dei muri di genere.

Stando alle vicende di questi ultimi mesi/giorni, si stenta a credere che ci sia sufficiente senso di responsabilità e senso del valore di istituzioni e della nostra Carta. Se manca il passaggio intergenerazionale, il rischio di tornare indietro è purtroppo molto concreto. Ciò che è accaduto ha mostrato alcuni gravi segnali di un cortocircuito prodotto da una sorta di smarrimento delle fondamenta comuni della nostra casa. Nel chiacchiericcio e nei calcoli da perenne campagna elettorale si sono disciolte, rendendo più arduo un discorso politico serio e di qualità. Tutto e il contrario di tutto, in un modello gattopardesco che parla di “cambiamento”, in un gioco pericoloso di ribaltamento di significato.

E noi donne di cosa abbiamo paura? Cosa stiamo aspettando? Ci andranno ancora bene i meccanismi di stampo maschile che ci sottraggono opportunità di rappresentanza autentica e puzzano di tanfo patriarcale? Ci andranno bene soluzioni e proposte politiche che non tengono conto della nostra voce e del nostro punto di vista?

Articolo pubblicato anche su Dol’s Magazine.

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Dall’Italia all’Irlanda per rispettare la volontà e la scelta delle donne


I primi 40 anni della Legge 194, Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza. A che punto siamo?

Al principio fu la battaglia contro una delle più evidenti espressioni dell’assetto patriarcale della società. Un movimento che si batté per garantire alle donne l’accesso all’aborto, libero, assistito e gratuito. Una pratica che era clandestina, esisteva, veniva gestita in modo diverso a seconda delle condizioni e delle disponibilità economiche della donna, tra ginecologi, ostetriche e mammane. Differenze di classe e di censo che decidevano della salute della donna. Ci si scontrava contro leggi che bollavano la contraccezione come “attentato all’integrità della stirpe”, come da Codice penale Rocco, e l’aborto era considerato un crimine per lo Stato italiano e un omicidio per la Chiesa.

Decidere sul proprio corpo, quando questo corpo per secoli era stato considerato appendice, proprietà, oggetto in possesso dell’uomo.

Nonostante questo contesto medievale, le donne abortivano clandestinamente con ogni mezzo, tra sonde, chinino, prezzemolo e altre pratiche più o meno rischiose.

Il primo tentativo di avviare la discussione in Parlamento avvenne con il ddl Fortuna nel 1971.

Occorreva trovare nuove strategie per diffondere la discussione anche oltre gli ambiti istituzionali, tra le donne, ma anche per iniziare a rompere il silenzio delle pratiche clandestine e aprire una nuova stagione. A partire dal 1973 il CISA (Centro Informazione Sterilizzazione Aborto) avviò l’apertura di strutture in cui praticare in sicurezza le IVG. Alcune donne e gruppi di donne iniziarono ad autodenunciarsi, avviando processi politici (ricordiamo Gigliola Pierobon nel 1973 e 263 donne di Trento nel 1974). Nel 1974 il Movimento di Liberazione della Donna raccolse in una settimana 13.000 firme perché in Parlamento si discutesse urgentemente sull’aborto. Arrivò la proposta di legge del PCI, mentre la Corte Costituzionale dichiarò illegittimo l’art. 546 del c.p. che non consentiva alcun tipo di scelta alla donna, nemmeno in caso di pericolo per la sua vita. Nel 1975 furono raccolte 750.000 firme per un referendum abrogativo sulle leggi fasciste sull’aborto. Il Parlamento si svegliò e iniziò l’esame di un disegno che unificava varie proposte, era marzo 1976. Il 2 aprile DC e MSI votarono contro l’art. 2, perché ritenevano l’aborto un reato. Il giorno dopo 50.000 donne manifestarono e non si fermarono più fino all’approvazione della 194, il 22 maggio 1978.

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AGGIORNAMENTO 26 maggio 2018:

Di gravidanza non si dovrà più morire, l’Irlanda ha votato sì al referendum per l’abrogazione dell’ottavo emendamento, il 66,4% dei voti ha permesso finalmente di sbloccare una situazione grave che dal 1983 consentiva l’interruzione solo nei casi in cui fosse «reale e sostanziale» il rischio per la vita della partoriente. Il premier irlandese ha promesso una norma entro l’anno per consentire alle donne irlandesi di scegliere, per un aborto sicuro, legale e senza dover andare all’estero.

Non riesco ad esprimere la gioia per questa conquista delle sorelle irlandesi… hanno davvero scritto la storia. Una storia che riguarda tutte noi!

Prendiamo esempio dalla perseveranza delle irlandesi e lavoriamo sodo per mutare la situazione disastrosa in cui versano i nostri diritti sessuali e riproduttivi.

 

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Legge 194: i primi 40 anni di una legge che va difesa, con prospettive a sostegno della salute sessuale e riproduttiva delle donne


Sono trascorsi 40 anni, questo 22 maggio dalla promulgazione della legge 194, Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza.

Gli anniversari servono solo se riescono a far prendere coscienza, non solo per tracciare un bilancio, ma se riusciamo a correggere e a risolvere ciò che nel tempo è andato perduto, si è sfilacciato come un tessuto di cui non abbiamo avuto abbastanza cura.

Attorno a questo numero di legge è rimasto un alone di silenzio e negli anni si è sempre cercato di marginalizzare tutto ciò che questa norma portava con sé. Fino a smarrirne la genesi e fino a doverne constatare i profondi tentativi di svuotarla nella sua applicazione. In una crescente difficoltà, non abbiamo mollato mai del tutto, anche se negli anni è tornato ad essere un tema tabù, anche per la politica, abbiamo tentato di uscire dal silenzio, ci siamo trascinate fino ad oggi cercando di continuare ad arginare questo smottamento. I risultati sono questi: si attesta al 70,9% la percentuale nazionale di ginecologhe e ginecologi obiettrici e obiettori di coscienza, mentre tra gli/le anestesisti/e siamo al 48,8%.

Da quanto rileva l’Ass. Luca Coscioni solo il 59,4% delle strutture con reparto di ostetricia rispetta la legge e pratica l’IVG. Mentre il Ministero della salute afferma che “su base regionale e, per quanto riguarda i carichi di lavoro per ciascun ginecologo non obiettore, anche su base sub-regionale, non emergono criticità nei servizi di IVG”, valutando però la presenza dei servizi su base statistica e non su base territoriale. Per non parlare dei costi aggiuntivi per la Sanità pubblica, sostenuti per reclutare i medici “gettonisti” che vanno a supplire gli obiettori. Non è solo una questione di numeri, ma di garantire un livello e una qualità di assistenza buone.

 


La relazione ci dice che i consultori sono 0,6 ogni 20.000 abitanti (il POMI del 2000 ne prevedeva 1 ogni 20.000 abitanti), rilevando purtroppo che “molte sedi di consultorio familiare sono servizi per l’età evolutiva o dedicati agli screening dei tumori e pertanto non svolgono attività connessa al servizio IVG”. Per non parlare dei problemi relativi al ricambio generazionale, di personale, alla strumentazione di cui sono dotati (mancano gli ecografi). Il tutto aggravato da pratiche regionali differenti che creano difformità sul territorio nazionale (costi delle prestazioni e una gratuità che non è più assicurata dappertutto). Insomma dal 1975 assistiamo a una lenta perdita di presidi e di diritti.

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Donne: equilibri e disequilibri di una condizione che merita cure adeguate

@Anna Parini


Passata la festa della mamma, in occasione della quale sono stati sciorinati dati, dolciumi e zuccherini, le mamme si trovano sempre nella medesima condizione e di dolce resta ben poco, che possa garantire una qualità della vita soddisfacente, altro che indice bes.

Per chi se lo fosse perso, Save the Children ha elaborato un report “Le equilibriste, la maternità in Italia”, un indice sulla condizione delle madri in collaborazione con ISTAT.

L’occupazione è una questione di genere, perché non solo il numero è differente a discapito delle donne, ma varia molto a seconda se ci sono figli e del loro numero. Ma questo già è assai risaputo.

“Decidono di diventare madri sempre più tardi (l’Italia è in vetta alla classifica europea per anzianità delle donne al primo parto con una media di 31 anni) e rinunciano sempre più spesso alla carriera professionale quando si tratta di dover scegliere tra lavoro e impegni familiari (il 37% delle donne tra i 25 e i 49 anni con almeno un figlio risulta inattiva).”

D’altronde, i numeri delle dimissioni volontarie non accennano a diminuire e sono ancora una volta le donne che compongono la fetta maggioritaria.

Non è solo una questione di accesso, ma di permanenza e a quali condizioni. L’ultimo Global gender gap parla da sé: siamo ottantaduesimi su 144 Paesi, abbiamo fatto tanti passi indietro soprattutto a causa della voce lavoro, siamo al 118° posto.

Disuguaglianze socio-economiche che penalizzano non solo le donne, ma l’intero sistema Paese.

I dati sulla divisione dei tempi del lavoro familiare, inclusi nel rapporto annuale Istat 2018(pagina 219, n. b. fanno riferimento a un report del 2014!), rivelano che le donne “dedicano circa 3 ore in più degli uomini alle attività domestiche e di cura dei familiari, la differenza supera le 4 ore nelle coppie con figli, e arriva a 4 ore e 40 nelle coppie in cui lavora solo lei.” Hanno all’incirca 84 ore al mese (più di mille in un anno) in meno di un uomo per sé e per il lavoro.

Lavare e stirare, pulire la casa sono ancora appannaggio delle donne tra il 70-80%. I carichi familiari determinano poi le motivazioni per cui le donne sono circa i 3/4 dei part-time, che diventa quasi un obbligo, almeno che non si possa usufruire di aiuti esterni quali familiari o collaboratori domestici. Anche il tasso di partecipazione alla comunità con attività di volontariato risente dai compiti di cura familiari.

Gli uomini risultano ancora più propensi a condividere la cura dei figli, occuparsi della spesa e seguire la contabilità familiare.

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Non si cambia la cultura se questi sono i messaggi


Alla cortese attenzione di:
Presidente Rai Monica Maggioni 
Direttore RAI Andrea Fabiano
Direttrice di RAI Fiction Eleonora Andreatta
Presidente AGCOM Angelo Marcello Cardani 
Presidente Com. Media e Minori Donatella Pacelli
Loro Sedi
Oggetto: Segnalazioni sulla Fiction Il Capitano Maria, in onda su RAIUNO

Gentilissime e Gentilissimi,
vi scriviamo per segnalare e porre alla vostra attenzione e riflessione, ciascuno per le proprie competenze e il proprio ruolo, la fiction Il Capitano Maria.

Già a partire dal titolo, che non declina al femminile il grado militare e adopera il semplice nome di battesimo per designare la protagonista (al pari del Commissario Rex, la nota fiction su un cane pastore), si evidenzia un primo elemento di discriminazione e di mancanza di attenzione a un pari trattamento, che parte dal linguaggio adoperato.

Nel corso del primo episodio possiamo evidenziare alcuni messaggi che un servizio pubblico dovrebbe evitare di proporre e di divulgare.
1. Iniziamo dal fatto che la Capitana adopera il cognome del marito, quando secondo l’ordinamento italiano tale cognome si può posporre al proprio da nubile, che non scompare e non è sostituito da quello del coniuge. L’errore della fiction è sintomo del retaggio di una mentalità patriarcale, in cui si passava da un cognome all’altro, che ignora la Riforma del diritto di famiglia del 1975.
2. Un bambino, liberato dalla cintura di esplosivo, è affidato a una carabiniera, dopo aver scartato l’omologo con laurea in psicologia, in virtù della sua storia personale di figlia maggiore all’interno di una “famiglia numerosa”. Per la serie, mai rompere gli schemi e i ruoli stereotipati in cui sono ingabbiate le donne anche nella rappresentazione mediatica che ne fa il servizio pubblico.
3. Nell’ora di religione nella classe della figlia della Capitana, all’interno di un dibattito che sembra suggerire che i musulmani sarebbero terroristi, si ascolta una sua frase che veicola il sempiterno binomio amore e violenza: “Se io amo un ragazzo, lui mi tradisce o anche solo mi manca di rispetto, io lo ammazzo. L’amore è violenza, altrimenti che amore è?”. Luce Guerra fa un’affermazione pesante come un macigno e nessuno interviene a stigmatizzarla o ad evidenziarne la pericolosità e le conseguenze che recano con sé, neppure l’insegnante.
4. Verso la fine si assiste alla scena del preside che cerca di conquistarsi un posto prioritario nel piano di evacuazione della scuola. Una sorta di novello Schettino, che getta discredito su un’intera categoria.

Uno scenario di luoghi comuni, composto per non scomodare troppo le menti del pubblico televisivo, che si devono crogiolare nei consueti stereotipi, schemi, pregiudizi e aspettative sempre uguali. Perché cambiare linguaggio, messaggio, ruoli, comportamenti, scardinare mentalità secolari? Meglio proporre un prodotto televisivo neutro, finanche innocuo? A nostro parere l’effetto è contrario perché innocuo non lo è assolutamente, visto che di messaggi nocivi, errati e fuorvianti ne lancia parecchi.

Eppure, a leggere le Linee guida editoriali per la produzione della fiction Rai, lo spirito dell’Azienda appare assai diverso: “Un’offerta che dovrà sempre essere improntata al rispetto della dignità della persona ed alla non discriminazione e che dovrà contribuire al superamento degli stereotipi culturali attraverso una rappresentazione veritiera della società civile, orientata al recupero di identità valoriali e rispettosa delle diverse sensibilità”.

Lo scorso 8 marzo è stato siglato il nuovo contratto che regolamenta il servizio pubblico radiotelevisivo e digitale per i prossimi 5 anni, affidato alla Rai in base ad una convenzione rinnovata nel 2017 per 10 anni. Nella prima parte “Principi generali” sono stati inseriti specifici impegni in tema di rispetto delle diversità di genere (Art. 2, comma 1 lettera b)…avere cura di raggiungere le diverse componenti della società, prestando attenzione alla sua articolata composizione in termini di genere (Art. 2, comma 3 lettera g)… assicurare il superamento degli “stereotipi di genere, al fine di promuovere la parità e di rispettare l’immagine e la dignità della donna anche secondo il principio di non discriminazione” (Art. 8, comma 2 lettera c) …promuove modelli di riferimento, femminili e maschili, paritari e non stereotipati, mediante contenuti che educhino al rispetto della diversità di genere e al contrasto della violenza” (Art. 9, comma 1) “La Rai assicura nell’ambito dell’offerta complessiva, diffusa su qualsiasi piattaforma e con qualunque sistema di trasmissione, la più completa e plurale rappresentazione dei ruoli che le donne svolgono nella società, nonché la realizzazione di contenuti volti alla prevenzione e al contrasto della violenza in qualsiasi forma nei confronti delle donne” (Art. 9, comma 2 lettera a) ….promuovere la formazione tra i propri dipendenti, operatori e collaboratori esterni, affinché in tutte le trasmissioni siano utilizzati un linguaggio e delle immagini rispettosi, non discriminatori e non stereotipati nei confronti delle donne”(Art. 8, comma 2 lettera d) … si caratterizzi per una cura prioritaria per il linguaggio, con riferimento a un uso appropriato della lingua italiana.

Ci sembra che, rispetto al suddetto Contratto di servizio, numerosi punti della fiction in questione, già nella prima puntata siano stati disattesi e che gli scopi si siano persi per strada. Non sappiamo se sia un problema di scelta degli autori o dei prodotti, ma qualcuno in RAI dovrebbe verificare preventivamente cosa sia mandato in onda, qualcuno in RAI dovrebbe interrogarsi se i programmi siano o meno in linea con i principi e gli impegni presi. 

Far crescere i cittadini e le cittadine è un compito importante ma delicato, motivo per il quale ci attendiamo che in seguito a questa nostra segnalazione la RAI, in quanto servizio pubblico, dia attuazione ai citati impegni assunti e adotti in merito strumenti e procedure di verifica prima della messa in onda.
Rimaniamo in attesa di un cortese riscontro e inviamo i nostri saluti.

14 maggio 2018

Gruppo d’ascolto RAI
Rosanna Oliva de Conciliis, Presidente della Rete per la Parità
Donatella Martini, Presidente DonneInQuota
Maddalena Robustelli, SNOQ-Vallo di Diano
Simona Sforza, blogger
Serenella Molendini, Consigliera nazionale di Parità supplente
Mariella Crisafulli, Consigliera di Parità Provincia di Messina
Annamaria Barbato Ricci, comunicatrice, scrittrice, giornalista e avvocata
Carla Cantatore, UDI Monteverde
Donatella Caione, editrice di libri per l’infanzia
Alba Coppola, docente
Ester Rizzo, scrittrice
Concetta Callea, docente
Angela Nava Mambretti, Presidente CNU
Annamaria Isastia, storica – Soroptimist
Marilisa D’Amico, Università degli Studi di Milano
Roberta Schiralli, avvocata
Patrizia Tomio, Pres. Conferenza Naz. C.P.O. delle Università italiane
Giuliana Giusti, linguista Università Cà Foscari Venezia
Suny Vecchi, Snoq-Ancona Comitato 13 febbraio
Fabrizia Boiardi, DonneInQuota
Maria Pia Ercolini, Presidente Ass. Toponomastica Femminile
Giusy Agueli, Presidente Ass. Palma Vitae
Elisa Giomi, Università Roma Tre
Donne in Rete Foggia
Mariolina Di Salvo, Consigliera Ordine Professionale Assistenti Sociali-Sicilia
Marcella Mariani, giornalista-Il Paese delle Donne
Pina Arena,FINISM Catania
Grazia Mazze’, sindacalista
Vera Parisi, docente
Francesca Riggi, fotografa
Clelia Lombardo, scrittrice
Roberta Schenal, docente
Daniela Pasquali
Maria Angela Bonas Brizzi
Vincenza Amato
Nadia Boaretto
Carla Rizzi
Titta Vadalà
Giovanna Lauricella
Paola Testa
Giovanna Tomassini

La raccolta delle firme è ancora aperta

Contatti: 3356161043
info@donneinquota.org – segreteria.reteperlaparita@gmail.com

 

Lettera aperta pubblicata anche su Noi Donne

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Quanto valore diamo al lavoro invisibile delle donne?

Renato Guttuso – Le due cucitrici


Leggendo questo articolo apparso sul Guardian ho riflettuto sui tanti stereotipi e alibi che tuttora insistono quando si parla di lavoro delle donne.

Si parte dal dogma secondo cui: “il divario retributivo di genere non ha nulla a che fare con la discriminazione nelle decisioni di assunzione o di promozione“. Per la serie, il problema non sussiste, viviamo in una società egualitaria, in cui sono sufficienti il merito, le competenze e gli skills.

Poi ci sono le donne che dal loro privilegio e dalla loro totale “adorazione di un capitalismo libero”, sostengono che in reltà sono le donne a scegliere di lavorare per meno, garantendosi uno spazio in ogni occasione “nell’interesse dell’equilibrio”.
Certo, la solita favola della libera scelta, quando davanti non hai grandi alternative e quando c’è un compromesso a cui sottostare che ti schiaccia quanto un macigno.

“Ma il divario retributivo non è la scelta delle donne. È sia una causa che una conseguenza della disuguaglianza di genere. Per molti aspetti è più importante della discriminazione retributiva perché mette in luce le profonde disuguaglianze strutturali in ogni parte della nostra società e dell’economia.” rileva giustamente Sandi Toksvig.

La situazione in Uk non è difforme da quanto accade in Italia: la crisi ha di fatto tagliato la spesa in infrastrutture sociali, viste come ambiti sacrificabili. “Secondo Save the Children, 870.000 madri tornerebbero sul posto di lavoro se potessero permettersi un’assistenza all’infanzia – riducendo i sussidi di disoccupazione e aumentando la base imponibile.”

Si investe in ambiti “maschili”, in infrastrutture fisiche, perché si pensa che facciano da traino all’economia. Non si capisce che un investimento nell’assistenza all’infanzia e sociale può portare molti benefici: si fatica a comprendere che “la crisi globale della disuguaglianza è una crisi di disuguaglianza di genere.”

“Le nostre vite sono ancora rigidamente divise in economiche e sociali, produttive e riproduttive, retribuite e non retribuite. La metà ha sempre più valore dell’altra. Il risultato è che la redistribuzione della ricchezza in questo paese, e globalmente, troppo spesso avviene dalle donne più povere agli uomini più ricchi.”

Sembra che non si voglia accettare l’idea che una maggiore uguaglianza delle donne corrisponda a un beneficio diffuso.

 

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Guardarsi attorno può servire. Buone pratiche a contrasto della violenza di genere.


Guardarsi attorno può servire per comprendere quali margini di miglioramento possiamo implementare anche nel nostro Paese. Mi è capitata sotto mano questa analisi sulle pratiche messe in atto dalla Svezia in materia di violenza di genere. Il documento, datato aprile 2018, è a cura del Policy Department on Citizens’ Rights and Constitutional Affairs, su richiesta dalla Commissione del Parlamento UE per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere (FEMM).


 

Il Consiglio svedese per la prevenzione della criminalità ha presentato una nuova relazione il 27 marzo 2018, che evidenzia le tendenze fino al 2015 (non include i dati del 2016, che sono ancora preliminari).

Nel corso della loro vita, il 25% delle donne è stato vittima di un crimine all’interno di una relazione, nel circa il 24% dei casi si è trattato di violenza psicologica e nel 15% di violenza fisica. Il Consiglio ha affermato che vi è una violazione dell’integrità di una donna che riguarda la violenza contro le donne che subiscono ripetute violenze all’interno di relazioni strette. Nel 2015, sono stati segnalati 1.844 casi, ma è stato evidenziato che molti reati sfuggono alle stime per mancanza di denuncia. Secondo il National Crime Survey 2015 solo il 26% dei reati è stato effettivamente denunciato, con un indice più alto per le aggressioni (64%) e più basso per reati sessuali (8%).

Quindi cosa prevede la Svezia per affrontare il fenomeno?

Qui di seguito il quadro legislativo in Svezia per combattere la violenza contro le donne.

In Svezia, la violenza contro le donne è regolata principalmente in diversi capitoli del codice penale. Il codice penale si applica, in particolare, a quanto segue:

  • violenza domestica,
  • violenza sessuale (compreso lo stupro, violenza sessuale, molestie o stalking),
  • tratta di esseri umani,
  • cyber-violenza e molestie con l’uso di nuove tecnologie,
  • pratiche lesive (come i matrimoni forzati).

Non esiste una legislazione speciale, tutti i reati sono contemplati nel Codice penale. Fa eccezione la legge speciale sulle mutilazioni genitali femminili, un reato punibile anche se l’atto è stato commesso in un paese in cui non è illegale. Esiste anche una legge ad hoc sulle molestie e lo stalking.

Quale strategia viene messa in atto per prevenire e combattere la violenza degli uomini contro le donne?

La traversale ottica di genere che attraversa tutta l’attività politica e di governo, porta a considerare il contrasto della violenza contro le donne come una priorità. La strategia nazionale per prevenire e combattere la violenza degli uomini contro le donne è entrata in vigore il 1 gennaio 2017, con una copertura di 10 anni. Ha quattro obiettivi:

  • incrementare l’efficacia di un lavoro di prevenzione per combattere la violenza;
  • migliorare la capacità di individuazione della violenza e una maggiore protezione e sostegno a donne e bambini vittime di violenza;
  • più efficace lotta al crimine;
  • migliorare la conoscenza del fenomeno e dello sviluppo metodologico. La strategia ha una vasta portata e tiene conto di diversi aspetti della violenza contro le donne (anche in relazioni omosessuali, donne trans, migranti e musulmane, ma anche su un’idea di mascolinità nociva e distruttiva). La partecipazione degli uomini è considerata essenziale per questa strategia di prevenzione. Oltre al coinvolgimeno coordinato di tutti gli attori interessati, il governo ha affrontato riforme in aree chiave: eliminazione di norme che giustificano la violenza, l’acquisto di servizi sessuali e altre restrizioni alla libertà di azione e alle scelte di vita di donne e ragazze.

Per poter realizzare questo piano d’azione, il governo svedese ha stanziato 600 milioni di corone svedesi, volte a finanziare nuove misure per il periodo 2017-2020, oltre ai 300 milioni di corone svedesi destinati a comuni e consigli provinciali.

Attualmente, in Svezia sono disponibili tre tipi di organizzazioni a sostegno delle donne vittime di abusi:

  1. rifugi per le donne e centri di supporto per giovani donne,
  2. gruppi di sostegno alle vittime di reati
  3. centri di crisi municipali.

Storicamente, le organizzazioni costituite su base volontaria hanno assunto la principale responsabilità di proteggere le donne. Queste organizzazioni hanno alcuni dipendenti ufficiali, ma si affidano principalmente ai volontari, sono supportate da sovvenzioni governative / rimborsi municipali.

I rifugi sono offerti dalla National Organization for Women’s Shelters and Young Women’s Shelters (Roks) e dalla Swedish Association of Women’s Shelters e Young Women’s Empowerment Centres (SKR). La missione di entrambe le organizzazioni è duplice, pur proteggendo direttamente le donne che soffrono di violenza domestica, hanno anche una posizione in politica, tentando di influire le politiche pubbliche.

La Crime Victim Support Association (BOJ) si concentra esclusivamente sul supporto individuale e non si rivolge solo alle donne, e ha circa 100 gruppi di supporto locali.

In seguito a molteplici emendamenti alla legge sui servizi, c’è stato un crescente coinvolgimento con i servizi municipali. Una sorta di responsabilizzazione condivisa ed allargata, con un approccio allargato, che abbraccia molteplici ambiti e mette in campo una strategia strutturata e interconnessa.

 

Sempre a livello di UE, il parlamento non smette di sollecitare i Paesi membri.

Lo scorso 19 aprile il parlamento europeo ha approvato una risoluzione che invita la Commissione a “includere la protezione di tutti i cittadini, in particolare di quelli che si trovano nelle situazioni più vulnerabili, nell’Agenda europea sulla sicurezza, con particolare riguardo per le vittime di reati, quali la tratta di esseri umani o la violenza di genere, comprese le vittime del terrorismo, che necessitano di particolare attenzione, sostegno e riconoscimento sociale.”

Si invita:

“a mettere a punto campagne volte a incoraggiare le donne a denunciare qualsiasi forma di violenza sulla base del genere, in modo da proteggerle e poter migliorare l’accuratezza dei dati sulla violenza fondata sul genere;”

“a presentare un atto legislativo per sostenere gli Stati membri nella prevenzione e nella soppressione di tutte le forme di violenza nei confronti delle donne e delle ragazze e di violenza di genere;”

Altresì si invita il Consiglio ad “attivare la “clausola passerella” mediante l’adozione di una decisione unanime che configuri la violenza contro le donne e le ragazze (e altre forme di violenza di genere) come reato, ai sensi dell’articolo 83, paragrafo 1, TFUE;”

Si auspica che dopo la firma, il 13 giugno 2017, di adesione dell’UE alla Convenzione di Istanbul, la Commissione (in linea con la sua risoluzione del 12 settembre 2017 sull’adesione dell’UE alla convenzione di Istanbul), designi “un coordinatore dell’UE sulla violenza nei confronti delle donne che sia responsabile del coordinamento, dell’attuazione, del monitoraggio e della valutazione delle politiche, degli strumenti e delle misure dell’Unione per prevenire e combattere tutte le forme di violenza nei confronti delle donne e delle ragazze e per fungere da rappresentante dell’UE presso il Comitato delle parti della convenzione;”

Gli Stati membri sono invitati “a garantire formazione, procedure e orientamenti adeguati a tutti i professionisti che si occupano delle vittime di tutti gli atti di violenza che rientrano nel campo di applicazione della convenzione di Istanbul, al fine di evitare discriminazioni o una seconda vittimizzazione durante i procedimenti giudiziari, medici e di polizia.”

Un interessante incontro all’interno delle Giornate Romane per le P.O.


Sul miglioramento in termini di “preparazione” c’è molto da lavorare anche in Italia (ben venga il recente varo delle linee guida per i P.S.). Sappiamo quanto la situazione nostrana non sia molto rosea, conosciamo quanto siano ancora presenti pratiche volte a colpevolizzare le sopravvissute e a minimizzare la violenza, insinuando una corresponsabilità delle donne. Tutto questo deve finire.

A più di un anno dalla sentenza di condanna dell’Italia da parte del CEDU, il CSM ha iniziato a lavorare su una sorta di vademecum dedicato ai giudici e alla polizia giudiziaria e secondo cui chiunque è chiamato a trattare i reati contro le donne deve avere una comprovata esperienza nell’ambito. Sempre secondo le nuove regole tutte le procure e i tribunali d’Italia sono chiamati a implementare una sezione specializzata in reati di violenza domestica, di genere e ai femminicidi, al fine di velocizzare i processi e per gestire queste tipologie di reati come a “trattazione prioritaria”, sia in fase di indagine che di dibattimento, per avere una protezione efficace delle vittime. Un’altra importante novità in tema di violenza è data dal fatto che le vittime non dovranno più testimoniare in presenza del proprio aggressore, al fine di preservare la loro integrità psicofisica.

Un adempimento che tra l’altro andrebbe ad attuare una raccomandazione già presente nella Convenzione Cedaw: “Gli Stati Parti assicurino che le leggi contro la violenza e gli abusi familiari, lo stupro, la violenza sessuale e le altre forme di violenze di genere diano adeguata protezione a tutte le donne e rispettino la loro integrità e dignità. Dovrebbero essere forniti alle vittime appropriati servizi di protezione e di sostegno. Una formazione attenta alle specificità di genere rivolta ai funzionari giudiziari, agli agenti delle forze di polizia e ad altri funzionari pubblici è essenziale per l’efficace attuazione della Convenzione”.

Ma credo che il punto centrale su cui lavorare parta da questo assunto:

“Perché le donne esercitino pienamente i loro diritti, in quanto donne, occorre infatti che le bambine che sono state abbiano imparato quali sono i loro diritti in quanto bambine, e a tutelarli e rivendicarli (Bosisio, Leonini, Ronfani 2003)”

L’ho ripreso dal documento dettagliato del We World Index 2018 presentato il 18 aprile a Roma.

 

Fonte: We World Index 2018


Mi sembra fondamentale per comprendere da dove occorre iniziare a investire tempo ed energie. Non possiamo certamente immaginare un cambiamento significativo senza lavorare sulle generazioni future di donne, includendole in un percorso di autoconsapevolezza e valorizzazione di sé, a 360°.

Senza prevenzione, declinata in informazione, formazione e sensibilizzazione, non potremo rompere e sgretolare i modelli stereotipati culturali che sono alla base di una discriminazione e subordinazione delle donne.

Dobbiamo renderci parte attiva di questo cambiamento, di questo immenso lavoro di diffusione di consapevolezza. Ne abbiamo di strada da fare, tanto da non poterci permettere di disperdere energie.

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Aquí estamos las feministas


Basta diatribe, lotte intestine, dispersione di energie e smarrimento degli obiettivi prioritari. Sono come catene, ci tengono inchiodate al vuoto. Operazioni di delegittimazione, discredito, conflitti personali, incapacità di applicare il rispetto nella nostra vita quotidiana, piccole o grandi che siano queste fratture e operazioni sono imbarazzanti e preoccupanti davanti alla situazione che ci troviamo a vivere. Perché sì, ci troviamo a viverle e a confrontarci con una realtà spietata e un paese che fa finta di non accorgersi dello stato in cui sono le donne. Non considerateci solo corpo elettorale e iniziate ad ascoltarci giorno per giorno. La verità è che siamo per lo più una questione rimossa, secondaria. Abbiamo le vite delle donne che si vanno sgretolando di fronte a tanti muri, difficoltà, ostacoli, forme di violenza, di non ascolto e di mancato sostegno. Tante vite che vengono inghiottite in buchi neri e che devono spesso da sole trovare una via d’uscita. E siamo sempre a chiederci il perché solo dopo che accade l’irreparabile, mai che qualcosa intervenga prima a sanare e a prevenire.

Così per il lavoro, di cui il caso di Marica Riccuti è solo l’ultimo di una serie interminabile di vicende che mostrano una fragilità di un sistema che non sa accogliere e sostenere, un problema non solo di cultura aziendale, ma che richiama l’intera comunità sulle conseguenze di una economia che divora le vite e l’umanità. Non rendersi conto di quanto possa essere difficile è segno dei tempi, segno di un affievolimento/demolizione dei diritti e delle garanzie. Questo tipo di pronunciamenti hanno l’effetto di una stilettata, l’ennesima. Migliaia di dimissioni volontarie di lavoratrici madri, che si contano ogni anno, cosa rappresentano per voi?

Così per la salute sessuale e riproduttiva, se dopo 40 anni dal varo della legge 194, siamo di fronte a un progressivo deterioramento dello stato del rispetto e di applicazione della medesima, dell’autodeterminazione e dei diritti delle donne. Questo è possibile perché negli anni questi soggetti hanno potuto diffondere disinformazione allo stato puro (si pensi al contenuto del manifesto che continua a girare per l’Italia nelle ultime settimane), insinuarsi in ogni contesto, ottenere sostegni trasversali. Hanno potuto sostare impunemente davanti agli ospedali per colpevolizzare le donne. Sono entrati negli ospedali in varie tipologie di attività. Abbiamo un numero di obiettori di coscienza che ha pesantemente inficiato una corretta e certa assistenza per le donne. Stiamo arretrando e non da ora, un ritorno al medioevo complice un costante lavorio per calpestare la laicità. Il problema è grave, anche se per alcun* non sussiste.

Ci troviamo poi di fronte alla marea femminista spagnola che si è mobilitata in pochissimo tempo, come già in passato aveva dimostrato di saper fare, confermando la capacità di una presenza permanente sui territori, in seguito alla sentenza che condannava la “manada” di 5 uomini, da 5 a 9 anni di carcere (la procura aveva chiesto 22 anni) per abuso sessuale, non riconoscendo la violenza sessuale su una giovane diciottenne stuprata a Pamplona il 7 luglio 2016. In strada sono scesi anche gli uomini, tanti e tante uniti per organizzare una risposta, un no compatto a un verdetto che non riconosce la verità, non fa giustizia. Affermare “Hermana, Yo sì te creo” significa dimostrare di non accettare che si annacqui e si sminuisca la violenza mai, in nessun caso, significa che il dominio della violenza machista ha i giorni contati perché la comunità non lascerà spazio a questi individui e a chi li giustifica. Sono anticorpi che in Spagna sono più vivi che mai, sono la risposta pronta a una magistratura che non riesce a compiere fino in fondo il proprio dovere, sono il segno non si lascerà correre, sono il baluardo contro soggetti che si credono superiori alla legge, sono il fronte contro questi tentativi di sottrarre libertà alle donne. Anche le carmelitane che prendono posizione:

 

Allo stato attuale della legislazione spagnola, vi sono gradazioni diverse: si parla di ‘abuso’ sessuale per i casi più lievi e di violenza sessuale, per i più gravi. I giudici che si sono pronunciati sul caso della ragazza violentata a Pamplona si sarebbe trattato solo di abuso perché la ragazza non si sarebbe opposta, non ha reagito ma ha accettato passivamente ciò che accadeva.

Naturalmente nessuno tiene conto se sei paralizzata dalla paura e temi per la tua vita. Mi capita di parlarne ai ragazzi e alle ragazze e a volte utilizzo la canzone Me and a gun di Tori Amos, sottolineando alcuni passaggi che aiutano a capire cosa accade in quei momenti e quali meccanismi automatici si innescano per “uscirne”.

Risultato dopo le mobilitazioni? Il ministro dell’Istruzione e portavoce del governo di Madrid, Inigo Mendez de Vigo, ha dichiarato che una riforma del Codice penale spagnolo in materia di violenza sessuale è una “priorità”.


Sembra un altro pianeta visto dall’Italia. Per tanti motivi. Eppure di sentenze e motivazioni indigeste ne abbiamo anche da noi, di interrogatori e iter giudiziali rivittimizzanti ne abbiamo in quantità, la cronaca ci riempie di esempi di victim blaming… Eppure, eppure, sembra che sia sempre una questione marginale, roba da femministe, da quel “residuo” di donne un po’ biliose e sopra le righe, quelle da cui stare alla larga e dalle quali prendere le distanze. E ci vedete un po’ così, un po’ sparpagliate, un po’ “maicontente”, innocue attiviste, tanto poi le redini le tengono sempre le fautrici di quello che potremmo ascrivere a un “donnismo” pacato e dalle “buone relazioni”, amicizie che contano, che ci usano e poi ci svendono. Tutto finisce a tarallucci e antiacidi. E ciò che in Spagna e altrove riceve un sostegno ampio, qui si ritrova a raccogliere i cocci di un #metoo rispedito al mittente e archiviato in gran fretta. Il sistema chiaramente non funziona, mostra le sue falle. Ed è su questa fragilità che occorre riflettere, su quel che non riesce a decollare, sulla costante sensazione di dover sempre “chiedere il permesso” ad ogni passo, sulla permanente constatazione di una difficoltà a portare avanti istanze ed azioni autentiche, disinteressate e senza fini egoistici. Tutto si sbriciola o sembra ripiegarsi in una dimensione che non riesce a coinvolgere larghe parti. Non ce lo possiamo permettere eppure continuo a chiedermi perché non si riesce ad agire oltre. Continuano a scorrermi davanti tutte le vicende, gli episodi, le difficoltà che viviamo in quanto donne, e vorrei svegliarmi in un Paese capace di non svilire e strumentalizzare tutto, vorrei non pormi sempre le stesse domande, vorrei ci fossero meno inciampi.

Alla fine è sempre la stessa storia, ci vogliono in modello “fantoccio”, ancelle omologate a una serie di pretese e regole patriarcali, mansuete, sottomesse, complici di un sistema, che ci adopera a suo piacimento per lasciar tutto immutato. La cosa peggiore è pensare che tutto questo non si possa cambiare. Il cambiamento inizia dal sentire che accanto, lungo il cammino, c’è chi ti comprende, sa come ti senti, ti crede, ti ascolta, ti rispetta, non ti giudica, ti accetta per come sei, riconosce il tuo valore. Basta guardarsi negli occhi e accennare a una sillaba di sorellanza. Cambiare però ha un costo, soprattutto a livello personale, sono ripercussioni dure ma necessarie se si vuole cambiare qualcosa.

Ragioniamo infine su come gli anticorpi e l’abitudine a scendere in piazza si formano… e ricordiamoci cosa è successo a Melito di Porto Salvo, a Firenze a settembre, a Milano ai primi di febbraio, dopo ogni stupro, ogni femminicidio… ogni volta che una donna viene schiacciata e oppressa, annullata, cancellata.

Aquí estamos las feministas. Assorbiamo tutto l’orgoglio e la forza di queste parole e delle nostre sorelle. Ne abbiamo bisogno, soprattutto quando ci sembra che manchi l’ossigeno per andare avanti.

Si estamos juntos, somos huracan.

No voy a pedir permiso

Para ser libre.

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Scuola: raccontare esperienze per una rappresentazione differente


Troppe macerie e generalizzazioni sono piovute sul mondo della scuola, specialmente negli ultimi giorni. Troppi sapientoni si sono prodigati in fiumi di analisi e di strali, con la sensazione finale che tanto si parla di scuola, ma poco la si conosce da dentro. Con il risultato di terremotare tutto quanto, scaricando responsabilità sulla base di pregiudizi e di giudizi sommari.

C’è chi ne fa un’analisi prettamente classista, esattamente come chi preferisce continuare a pensare che la violenza e certi comportamenti lesivi dei diritti si annidino principalmente negli strati sociali dotati di meno mezzi materiali e immateriali. Eppure come sappiamo benissimo e ripetiamo da anni, si tratta di fenomeni trasversali, che occorre leggere a livello culturale, che traggono origine da modelli e da esempi culturali e comportamentali. Ci sono adulti che mimano attenzione ed empatia, grandi ideali e valori, ma sotto pelle, covano forme e metodi di bullismo e di sopraffazione latenti, che all’occorrenza mettono in pratica per schiacciare gli altri. E non è questione di censo, non è questione di origine, non è questione di titolo di studio.

Dell’universo scolastico non si riesce a comprendere realmente i problemi, i fenomeni, i meccanismi, ma anche le potenzialità, ciò che funziona, genera risultati e ricadute positive. Solo polveroni per oscurare tutto il resto. Si costruiscono montagne fittizie, e la prima domanda dovrebbe essere con quali finalità? I motivi per cui avvengono certi episodi e comportamenti restano inesplorati, tutti occupati a scaricare responsabilità, tutti a non voler riconoscere l’urgenza di un lavoro diffuso e sistematico per tornare a una crescita piena, che non sia solo composta di nozioni e di prestazioni da valutazione sulla preparazione, ma che sia accompagnata da una maturazione emotiva e relazionale capace di interrompere cicli nocivi. E allora avviciniamoci in punta di piedi a questo mondo, ricordandoci per un attimo gli studenti che siamo stati, gli insegnanti che abbiamo incrociato, le difficoltà di certi passaggi evolutivi, cerchiamo di conoscere con cura cosa avviene realmente a scuola, quanto importante sia l’operato e il portato educativo degli insegnanti, riconosciamo i tanti segnali positivi e incoraggianti, senza pretendere di esaurire la rappresentazione delle nuove generazioni solo attraverso episodi gravi e negativi di sopraffazione e di insubordinazione.

Perché solo chi si accosta alla scuola, scopre quanti tesori vi germogliano dentro, con ragazzi e ragazze che hanno solo bisogno di stimoli, di essere coinvolti, di essere accompagnati in percorsi che costruiscano non solo competenze, saperi, capacità, ma che gli consentano di sperimentare se stessi, acquisire consapevolezza di sé e strumenti per orientarsi nelle difficili fasi del diventare grandi. Basta davvero entrare nei corridoi e nelle aule, insieme a loro, ai loro insegnanti, per comprendere di cosa sto parlando. Girando per le scuole con un progetto di contrasto agli stereotipi, alle discriminazioni e alla violenza di genere, mi rendo sempre più conto di quanto ribollire positivo di idee, spunti di riflessione, di cambiamento ci sia. Noi adulti possiamo e dobbiamo incoraggiarli a lasciar emergere questo flusso, affiancarli in un cammino che agevoli e permetta che nuovi e positivi punti di vista si affermino, che si diffonda una cultura della parità e del rispetto, per una comunità umana libera da gabbie e catene culturali, che imbrigliano le nostre energie e istanze di cambiamento. Si possono spezzare circoli viziosi, muri, barriere che offuscano e limitano il nostro io, la nostra autenticità, il nostro desiderio di essere noi stessi/e e non ciò che le aspettative altrui costruiscono di noi. I risultati arrivano da sé e sono sempre un dono prezioso, dimostrano quanto sia importante non disperdere questa possibilità, questa opportunità, questa impellente necessità di espressione, di sperimentare se stessi/e e le proprie potenzialità.

 

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Foto in apertura: un elaborato al termine di un laboratorio contro stereotipi e violenza di genere, ad opera di una studentessa della V A del liceo artistico – Istituto Einaudi di Magenta.

 

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Molto più che panchine


Il 26 novembre scorso con l’associazione Libere Sinergie abbiamo dato il via al progetto “Panchine rosse contro la violenza sulle donne”, inaugurando una prima panchina presso i giardini pubblici di via Montegani a Milano. Abbiamo dato 4 mani di colore per porre le basi di un lavoro che sarebbe partito da lì in poi.

Da quel giorno è iniziato il percorso con i ragazzi e le ragazze della III C dell’Istituto Kandinsky di Milano, dapprima con un laboratorio su sessismo, stereotipi e violenza di genere curato dalla sottoscritta e da Carla Rizzi: un passaggio fondamentale di approfondimento, per fornire gli strumenti necessari alla comprensione del fenomeno, per riflettere insieme sulle sue radici. Sono stati incontri che ci hanno permesso di creare quel clima e quella sensibilità necessarie per dare corpo alle fasi successive. Ringraziamo i ragazzi e le ragazze per le idee e l’interesse, gli spunti di riflessione e di miglioramento che ci hanno donato. Un’esperienza di reciproco arricchimento umano ed emotivo che custodiremo con cura, scintille e intrecci preziosi con le nuove generazioni: il vero motore e il carburante di un attivismo fatto con cuore e passione, fatto di puro volontariato. Cogliere quelle luci che si accendono piano piano nei loro occhi è una gratificazione enorme, sguardi che si allargano e spiccano il volo. Ascoltare il loro punto di vista ci fa crescere insieme. Capita ogni volta e ogni volta sono infinitamente grata loro.

Le scuole sono davvero il perno essenziale di questo progetto, che stiamo proponendo e portando anche in altri istituti superiori. Per questo l’incontro con il writer e poeta di strada Dario Pruonto, in arte Mister Caos http://www.mistercaos.com/ , è stato importantissimo. È un compagno di viaggio speciale, fa la differenza. Abbiamo cucito le varie fasi del progetto, tessendo una collaborazione con lui, con la sua creatività, la sua professionalità e la sua capacità di coinvolgere i giovani, toccando le giuste corde. Ha accompagnato i ragazzi in un viaggio attraverso la street art, la poesia e il recupero del valore e dell’importanza delle parole per poter trasmettere messaggi in modo efficace, per poter raggiungere quante più persone possibile. Una guida non solo creativa e grafica, che ha saputo fargli strada in un lavoro in cui le parole e il messaggio fossero il cuore di tutto. Mister Caos li ha condotti in un libero flusso creativo fatto di costruzione-demolizione-ricostruzione, attraverso un brainstorming che lasciasse emergere le parole e i concetti chiave. Proprio come dubbi, ripensamenti, contrasti e contorsioni iperboliche esistenziali e mentali concorrono a fornire materiale per la poesia: distillato di un susseguirsi di parole che riescono a penetrare e a farci riflettere.

A partire da questa raccolta di idee, gli studenti e le studentesse, supportati dalla loro professoressa Jaya Cozzani, hanno sviluppato un progetto grafico ricco di significati, dal contenuto profondo, che realizzeranno in team con Mister Caos il prossimo 19 aprile a partire dalle ore 10:00. Questo mix di grafica, parole e messaggi rivestirà due panchine e le renderà “parlanti”, strumenti attivi di contrasto e di sensibilizzazione collettiva e condivisa. Un invito alla cittadinanza tutta affinché si attui un cambiamento nella cultura e nelle relazioni, un progressivo superamento delle discriminazioni e squilibri di genere e si concretizzi un impegno collettivo volto a debellare la violenza di genere in ogni sua forma.

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Qui https://youtu.be/VFuWy4oCYL0 il video della realizzazione delle due panchine rosse.

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Le origini dell’8 marzo tra episodi leggendari e realtà storica


Le origini dell’8 marzo si perdono tra episodi leggendari, privi di fondamento e realtà storica.

Negli anni sono state tramandate numerose ricostruzioni, aneddoti. Il più ricorrente è che questa celebrazione sia stata istituita per ricordare un incendio che uccise centinaia di operaie di una fabbrica di camicie Cotton o Cottons a New York l’8 marzo del 1908. Episodio mai avvenuto, anche se di incendio ve ne fu uno il 25 marzo del 1911 nella fabbrica Triangle, nel quale morirono 140 persone, soprattutto immigrate italiane e dell’Est europeo.  Le pessime condizioni di lavoro e di sicurezza dell’epoca chiaramente rendevano frequenti incidenti di questo tipo, che diedero maggiore impulso alle lotte operaie.

È falso anche l’altro mito secondo cui la Giornata internazionale della donna viene celebrata per ricordare la dura repressione di una manifestazione sindacale di operaie tessili organizzata a New York nel 1857.

Facendo un viaggio nel tempo, scopriamo che il primo Woman’s Day si celebrò il 28 febbraio 1909, su iniziativa del Partito Socialista americano: si svolse una manifestazione a favore del diritto di voto delle donne, che fu poi introdotto negli Usa nel 1920.

In seguito, in occasione della Seconda Conferenza internazionale delle donne socialiste, organizzata nel 1910 a Copenaghen, si discusse di istituire una Giornata di rivendicazione dei diritti delle donne, in primis il suffragio, senza però fissare una data precisa.

La socialista tedesca Clara Zetkin, insieme a Luise Sietz, furono le proponenti della giornata. Zetkin rivendicava traguardi sociali, tuttora attuali: il diritto delle donne al lavoro professionale, uguale salario a parità di lavoro, sindacalizzazione, previdenze sociali, istituzioni sociali d’aiuto per le madri.

In assenza di un accordo su un giorno unitario, si continuò a celebrare la giornata in date diverse a seconda dei paesi.

Il primo caso in cui le celebrazioni coincisero con l’8 marzo fu nel 1914, giorno d’inizio di una «settimana rossa» di agitazioni proclamata dai socialisti tedeschi.. Nel 1917 ci fu un’altra manifestazione, sempre l’8 marzo, nella quale le donne di San Pietroburgo, chiesero la fine della guerra. Quattro giorni dopo lo zar abdicò e il governo provvisorio concesse alle donne il diritto di voto. Dopo la rivoluzione bolscevica, nel 1922 Lenin istituì l’8 marzo come festività ufficiale.

In Italia fu celebrata per la prima volta il 12 marzo 1922, per iniziativa del Partito comunista d’Italia.

Nel settembre del 1944, nacque a Roma l’UDI, Unione Donne in Italia (formata da donne appartenenti al PCI, al PSI, al Partito d’Azione, alla Sinistra Cristiana e alla Democrazia del Lavoro). Su iniziativa dell’UDI, l’8 marzo 1945, si celebrò la prima giornata della donna nelle zone dell’Italia libera. Alla fine della guerra, l’8 marzo 1946 fu celebrato in tutta l’Italia e vide la prima comparsa di quello che sarebbe diventato il suo simbolo: la mimosa, secondo un’idea di Teresa Noce, di Rita Montagnana e di Teresa Mattei. La mimosa, un fiore più economico della violetta (suggerita da Longo sul modello francese) e facilmente reperibile, recava con sé un significato speciale.

Come ricorda Teresa Mattei, ex partigiana, la più giovane dell’assemblea costituente, che negli anni sarà sempre al fianco delle donne nelle loro battaglie e sarà sempre fieramente coerente con i suoi ideali, autrice di quel “di fatto” dell’art. 3 della Costituzione: «La mimosa era il fiore che i partigiani regalavano alle staffette. Mi ricordava la lotta sulle montagne e poteva essere raccolto a mazzi e gratuitamente».

 

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Sensazioni dal Paese con la testa che guarda indietro

@ Olimpia Zagnoli


Mi trovo in un vortice di pensieri difficili da maneggiare, sensazioni e percezioni sgradevoli, mi sento appesantita, schiacciata dalle notizie di due giovani vite stroncate prematuramente. Mi sento paralizzata e queste prime parole che sto scrivendo hanno avuto bisogno di superare il senso di nausea che mi provoca questo paese, che tra i lustrini di un Sanremo che simula un’attenzione per le donne (condito naturalmente dall’immancabile, molesto messaggio di sottofondo “tornate a fare figli e a fare le mamme”) e le vittime di violenza e poi nei fatti si comporta all’opposto e il fiume in piena di promesse, rumore e violenza da campagna elettorale, è dotato dei quotidiani più meschini, scritti da alcune firme che nonostante gli appelli, i manifesti, i richiami continuano ad incrementare la dose di morbosità e di romanzato attorno alle donne. Un dilagare che non ha più territori in cui non giunge. Non c’è più una soglia prima della quale si sceglie di fermarsi. Non c’è nemmeno il pudore e il rispetto per chi non c’è più. Non importa il come non ci sono più, la maniera di trattare le vite di queste donne è sempre la medesima. Corpi, giudizi un tanto al chilo, ricostruzioni del tutto infondate, invisibilizzazione delle vittime, ricerca esasperata di un elemento di colore e di melodramma in storie che sono terribilmente dolorose e quel dolore va rispettato, esige che ci si sappia regolare, bloccare prima, anche a costo di non scrivere nulla. Accanto al dovere di cronaca esiste un dovere di rispettare le persone, soprattutto se non ci sono più e non possono difendersi. Invece, con queste modalità di fare pseudo informazione, tutto passerà e resterà solo la spazzatura di quelle penne che ci hanno ricamato su. Perché alla fine, sarà impossibile cancellare premendo il tasto rewind. E da troppo tempo c’è un diffuso senso di reale e colpevole indifferenza per ciò che le donne si trovano a vivere e a subire. Donne le cui difficoltà e ostacoli si moltiplicano e si tramandano di generazione in generazione, senza che a nessuno importi di interrompere questo ciclo.

Nulla è innocuo, come non lo è questo articolo (che non è l’unico e non cambia la sostanza se poi è stato rimosso dall’edizione online) che riesce a cambiare radicalmente il punto di osservazione, creando empatia verso un uomo che si è chiaramente approfittato di una ragazza sola, giovanissima, in difficoltà. Una ricostruzione romanzata che assolve e normalizza un abuso, perché di questo si tratta. Qui scompare il ruolo attivo di uno stupratore e resta solo una ragazza che vende la sua bellezza. Se Pamela sulla sua strada non avesse incontrato un soggetto che si è preoccupato solo di soddisfare i suoi interessi da cliente abusando di una ragazza, forse la storia non si sarebbe conclusa così tragicamente. È una responsabilità collettiva che manca ed è quella differenza che possiamo fare tutti e tutte se dotati/e di una cultura diversa, se non continueremo a ribaltare piani e punti di vista ma ricostruiremo i fatti senza alterare la realtà e il fatto che se non cambieremo continueremo a perdere tante e tante donne, solo perché nell’egoismo, nell’indifferenza e in frasi come “il mestiere più antico del mondo ” si nasconde il peggio dell’umanità. Smettiamola di assecondare e di giustificare questa robaccia. Non siamo allo stato di natura e tutti siamo in grado di compiere scelte corrette se adeguatamente educati e consapevoli delle nostre azioni. Perché occorre comprendere che continuare a giustificare gli uomini per le loro abitudini e la loro mentalità genererà solo altre vite interrotte, distrutte, annientate e segnate.

Eppure i valori e i punti di riferimento sembrano ancorati ancora a un passato in cui le donne erano considerate esseri umani di serie b, oggetti appartenenti a un uomo, che fosse padre, marito o fratello. Così siamo ancora considerate, corpi, oggetti, campi su cui combattere guerre e agire conflitti, strumentalizzando le donne per altri fini. Nulla di più scontato se ci adoperano in chiave razzista e xenofoba, ci fanno diventare vessilli di cieche furie fasciste. Ma il nostro massacro continua, non si ferma, in un modo o nell’altro passa inosservato, se non deformato e riciclato in altra chiave. Si parla di noi solo in termini morbosi e voujeristici, con uno stile immutato dai giornali di cronaca nera degli anni ’50 e ’60.

In un paese in cui è tuttora considerato sano e normale abusare di una donna, secoli di cultura patriarcale e machista non possiamo scardinarli con la sola forza del pensiero. Se dopo le ondate degli scandali berlusconiani, ridotti a brandelli a distanza di una manciata di anni, se si vuole picconare e abbattere il pilastro della legge Merlin che punisce lo sfruttamento della prostituzione, evidentemente ci vuole molta più decisione e qualcosa va aggiustata se vogliamo seriamente contrastare questa deriva culturale.

Tutto è legato, strettamente interconnesso. Così non bastano le parole, non ce ne sono più. Un deserto attorno alle vite delle donne, strattonate ora di qua ora di là, utili alla bisogna, incelofanate in statistiche e in ricostruzioni deturpanti e che tolgono dignità, deumanizzate, incasellate e suddivise in categorie, svuotate e riempite di istanze da chi non ha mai ascoltato veramente le loro voci. Questo accade in questo putridume di paese, diviso, sezionato, mai risolto, mai educato, mai liberato da zavorre culturali altamente nocive. Contente saremo alla mercé dei programmi elettorali. E anche se le donne denunciano le violenze, come emerge dall’analisi della commissione d’inchiesta sul femminicidio, un quarto delle denunce viene archiviato e i casi di assoluzione dei violenti variano da regione a regione. Sanzioni blande per le molestie sul lavoro, la valutazione errata delle situazioni, la consuetudine a derubricare le violenze a conflitti familiari, l’ombra della Pas, i sistemi informativi che non parlano tra loro, una raccolta dati inefficiente e lacunosa. Anche la commissione auspica che i media abbandonino la spettacolarizzazione o certe derive in caso di violenza e di femminicidi. Ma con gli auspici non andiamo lontano se non c’è un sistema che penalizzi simili abitudini.

E forse la chiave per capire cosa veramente muove tutto e perpetua un certo status quo è nel potere.

Oggi come secoli fa, quando ci mandavano al rogo per «una competizione senza quartiere fra le Chiese cattolica e protestante per la suddivisione del mercato religioso».

Utili a muovere gli ingranaggi, oggi come ieri, le nostre vite, i nostri destini, i nostri sogni finiscono tutti sul rogo e sembra possibile torturare i nostri diritti perché, nonostante tante battaglie, è più facile e rapido tornare indietro e perdere di nuovo tutto. Per colpa di chi non ha mai voluto ascoltarci e considerarci per tutto l’universo complesso e variegato che siamo. Per colpa di chi ci ha usato e continua a farlo. Per colpa di chi prende e strappa. Per colpa di chi non fa mai domande e non incrina mai le buone e sante abitudini. Per colpa di chi sembra indifferente alla realtà che vivono le donne e vuole credere che tutto va bene. Per colpa di chi considera le donne e i loro diritti materiale da sfruttare politicamente ed elettoralmente. Non affannatevi, è una pantomima indegna che respingiamo al mittente. Se è necessaria una responsabilizzazione collettiva, è necessario che questa sia sincera, autentica, non posticcia, a corrente alternata, altrimenti i risultati saranno nulli, se non addirittura controproducenti. In anni di militanza ho imparato a riconoscervi.

Il clima asfittico italiano lo si denota anche dalle blande lettere scritte da attrici e da giornaliste in tema di molestie. è giunto il momento di parlare chiaramente di cosa accade nel mondo del giornalismo e dappertutto (perché nel 2015 non avete seguito la strada aperta da Olga Ricci, dove eravate?). Iniziamo a fare un vero #metoo con nomi, testate, storie e testimonianze.

È il momento del coraggio, della trasparenza: un varco che potrebbe chiudersi presto e che non va sprecato con metodi fumosi, tiepidi e vaghi. Le parole possono essere forti tanto da spaccare un muro di consuetudini, è il momento, un fenomeno cosmico raro da cogliere.

Il sistema per cambiare deve crollare e deve per prima osa incrinarsi il clima di omertà e impunità, deve iniziare a tremare e sentirsi in pericolo. L’estinzione parte da una denuncia forte e circostanziata.

Questo mondo ha bisogno di poesia e da questa lirica di Dale Zaccaria ricomincio a sperare, a ritrovare la fiducia. Credo che questa sia la sorellanza, arriva quando sei smarrita e ti spinge ad andare avanti. Grazie Dale.

Donna/per chi ti ha violato/per chi non ti ha amato/donna sincera/scogliera di mare/buia come la notte/forte come la luna piena/donna bambina/legata alle stelle/fatta di nuova terra/di nuova pelle/donna per tutta la vita/che nasci generando/che accendi sempre il mondo/donna amata/donna gettata sulla strada/madre sola/nuova luce/nuova memoria/donna che ti hanno creato e poi ti hanno ucciso/donna come la sabbia/ la porta il vento/nella storia di tutti/nella fine di un canto.

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Oltre le statistiche: le donne pretendono la giusta attenzione

olimpia zagnoli

Oltre le statistiche che vedono incrementarsi il numero delle donne occupate, occorre leggere a fondo per comprendere come e perché non è tutto oro quello che luccica. Al di là del metodo di computo degli occupati che lascia qualche perplessità sulla reale qualità e quantità di occupazione, da anni registriamo un numero enorme di “uscite volontarie”. Un report che registra periodicamente i genitori con bambini fino ai 3 anni che si dimettono, mostra un’emorragia silenziosa, che resta privata nonostante qualche cenno temporaneo sui giornali, nonostante il fenomeno sia conosciuto ma con un’attenzione a corrente alternata, perché quando si parla di stato di salute dell’occupazione femminile, si preferisce marginalizzare il dettaglio. Quasi trentamila donne, e questo è solo il numero della punta dell’iceberg, fanno questa scelta. Nella parte sommersa dell’iceberg restano coloro che vedono esaurirsi il contratto a termine senza che venga rinnovato, oppure coloro che sono costrette a lavorare senza un contratto e non hanno mai avuto diritti. Perché si sa che se vuoi lavorare, se devi lavorare accetti tutto, anche perdere tutele e garanzie. Eppure il lavoro è citato nel primo articolo della nostra Costituzione.

Non ne ho scritto per qualche giorno. Non avrei voluto scrivere, devo dire la verità. L’ho fatto ogni anno e quella relazione mi ricorda a che punto sono e perché. Parlo in prima persona, perché la formula impersonale in questo caso non avrebbe senso. Non c’è rammarico, solo la sensazione che poi di quelle donne nessuno si preoccuperà di seguirne le vite e i destini, nessuno cercherà di capire quanto una firma volontaria inciderà sul loro futuro e che corso prenderà la loro esistenza.

In Italia le dimissioni volontarie sono state 37.738. Secondo i dati dell’Ispettorato nazionale del lavoro che le convalida, nel 2016, le donne che si sono licenziate sono state 29.879. Tra le mamme, 5.261 sono i passaggi ad altra azienda, spesso con ruoli e mansioni elevate, mentre tutte le altre (24.618) hanno specificato motivazioni legate alla difficoltà di assistere il bambino (costi elevati e mancanza di nidi) o alla difficoltà di conciliare lavoro e famiglia. Per gli uomini la situazione è invertita, la maggior parte lascia il lavoro per passare ad altra azienda.

 

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Uno spazio tutto per sé. Prevenire la violenza attraverso progetti di empowerment femminile


Come preannunciato in questo articolo dal titolo Cosa cambia in Italia in tema di stereotipi  di genere e violenza vorrei parlarvi di una interessante modalità per arrivare ad essere vicini e al fianco delle donne, nel loro quotidiano, nei quartieri e nei luoghi in cui vivono, conoscendo le esperienze e le loro storie, comprendendo che i percorsi di ciascuna non sono assimilabili, sono differenti e che per questo occorre parlare un linguaggio e mettere in campo un’azione in grado di coinvolgere tutte davvero.

Dare il tempo giusto alle donne e non considerarle una massa unica, ma multiforme e per questo occorre lavorare in modo mirato, in punta di piedi, senza voler forzare nulla e senza giudicare.

Lo Spazio Donna è un progetto sperimentale di WeWorld Onlus, che avevo avuto modo di conoscere in primis a fine 2016, durante una seduta della commissione pari opportunità del Comune di Milano. In seguito avevo invitato a Baggio, il quartiere di Milano in cui abito, una referente di WeWorld, perché ci illustrasse questa ottima esperienza di empowerment delle donne.

Empowerment inteso come «“capacitazione” (Amartya Sen 2000, ndr), “mettere in grado di”, “rafforzamento”, “potenziamento”, “responsabilizzazione” e “consapevolezza”».

‘aver coinvolto soggetti associativi già operanti sul territorio è a mio avviso una scelta importantissima e per niente scontata, che dimostra la volontà di operare da vicino nelle realtà che le donne vivono, accompagnandole in un percorso di emancipazione e di presa di coscienza del proprio valore.

I partner capofila che hanno progettato e gestito gli Spazi Donna in collaborazione con WeWorld rappresentano realtà associative presenti nei territori interessati, caratterizzate da una pluriennale esperienza nel campo della prevenzione e cura della violenza contro le donne, la lotta al degrado e la promozione dell’inclusione sociale.

• Spazio Donna di Roma, in partnership con Be Free soc.cop.sociale, nel quartiere di San Basilio,
• 2 Spazi Donna a Napoli, in partnership con la Cooperativa Sociale “Obiettivo Uomo” Onlus nei quartieri di Scampia e San Lorenzo,
• 2 Spazi Donna a Palermo, in partnership con l’Associazione Per Esempio nei quartieri di Borgo Vecchio e San Filippo Neri (Zen 2).

Attorno a questi soggetti si è costituita una rete di stakeholder ovvero di soggetti interessati e “utili” al raggiungimento degli obiettivi (i Servizi sociali dei Comuni/Municipi, le scuole, le forze dell’ordine nelle varie articolazioni a seconda dei territori, i Tribunali dei minori, le Prefetture, le ASL e i loro consultori/ambulatori, i Centri antiviolenza, le Parrocchie ed altri enti del Terzo settore e del No profit impegnati negli stessi quartieri), in gran parte già attiva sul territorio, che attraverso gli Spazi Donna si è potuta rafforzare nel suo ruolo di coordinamento e di indirizzamento delle donne ai servizi pertinenti.

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Il silenzio e l’indifferenza sulla salute sessuale e riproduttiva


Le parole non sono più sufficienti per dare un quadro del disastro in tema di salute sessuale e riproduttiva in Italia, una situazione che appare ancora più evidente dalla cronaca che ne ho fatto in questi anni e da ciò che desumo confrontandomi con le altre donne, soprattutto le più giovani, che spesso hanno un atteggiamento ” diritti a posto, so tutto”. Un problema che riguarda non solo la certezza del pieno rispetto dei diritti delle donne e delle loro scelte, ma che diventa enorme quando parliamo di prevenzione e di contraccezione, di genitorialità consapevole.

Mentre nell’era Obama si affermava la consuetudine della contraccezione gratuita, che nemmeno Trump è riuscito a cancellare, da noi i contraccettivi ormonali passavano tutti nella fascia C dei farmaci a pagamento. E dopo l’allarme lanciato a riguardo e rimasto sepolto tra le attiviste e gli addetti ai lavori e mai decollato veramente (c’è anche da chiedersi perché tanta indifferenza), il 6 dicembre 2017 il “Comitato per la contraccezione gratuita e consapevole” ha lanciato una petizione a riguardo, diretta all’Agenzia del Farmaco, Ministero della Salute, affinché sia garantito a tutte le cittadine e ai cittadini l’accesso gratuito alla contraccezione.

Vi invito a firmare, perché è necessario invertire la rotta e avviare seriamente un’educazione a una sessualità consapevole e una fruizione maggiore dei metodi contraccettivi e di protezione delle malattie sessualmente trasmissibili.

La situazione è più o meno questa e a tal proposito l’anno scorso secondo il barometro presentato dall’Ippf (International Planned Parenthood Federation) l’Italia si collocava al 12° posto (su 16) in Europa in tema di contraccezione.

Non sto a ripetere quanto la piena applicazione della legge 194 passi proprio da questo nodo. Non mi va di ricordare quanta arretratezza culturale arroccata su posizioni di stampo confessionale sta lentamente minando l’applicazione di quanto previsto 4 decenni fa. Grave è che qualcuno voglia introdurre l’obiezione in farmacia, quando non sono in vendita farmaci abortivi ma solo contraccettivi, grave è che si voglia includere il parere paterno nell’iter di interruzione di gravidanza, grave è che queste posizioni siano radicate anche in contesti che dovrebbero aver metabolizzato e dovrebbero difendere i principi di autodeterminazione delle donne.

“I problemi nell’applicazione sono l’insufficiente presenza dei consultori familiari, le scarse iniziative per la promozione della contraccezione e il persistere di una inadeguata politica a sostegno delle coppie e delle famiglie”, così scrive Livia Turco nel suo Per non tornare al buio, ed è proprio dall’obiezione di coscienza e del numero di obiettori (che per il Ministero della Salute non rappresentano un problema, ma che per tanti professionisti e associazioni hanno raggiunto cifre che rischiano di mettere a repentaglio il servizio) che occorre ripartire per riaprire il dibattito sull’aborto, su quanto siano crollati gli aborti dal varo della 194, di quanto si sia diffusa una cultura della responsabilità verso la procreazione, figlia proprio di quella fase storica che ha prodotto la legge e ha sancito un equilibrio, con al centro la salute psico-fisica della donna. Sono convinta che ci sia stata una maturazione del dibattito etico, ma qualcosa non sta funzionando con le più recenti generazioni, con un pericolo di smarrimento del senso e dei contenuti delle conquiste raggiunte. Non si è forse posta attenzione su come trasmettere il reale concetto di libertà di cui si parla, una libertà di esercitare la propria responsabilità nei confronti di se stessi e degli altri, vivere in un contesto relazionale e di rapporti paritari, in cui la scelta delle donne non sia stigmatizzata ma correttamente sostenuta e non ostacolata, avere piena conoscenza del proprio corpo, attribuirgli il giusto valore, incentivare pratiche che possano incentivare una sessualità consapevole, l’esercizio pieno dei propri diritti. Alla base ci deve essere l’informazione e l’accesso a tutta una serie di presidi, servizi, strumenti per non lasciare il vuoto per non lasciare che si propaghino pregiudizi, prassi pericolose o che si lavori sempre in fase emergenziale. Perché la sensazione è che ci si avvii sempre più verso una rimozione del problema, una invisibilizzazione degli aspetti più urgenti, in funzione di un martellamento in stile fertility day: questo non dobbiamo permetterlo. Perché l’ultima parola resti in capo alle donne, che possano mettere in atto scelte autonome e consapevoli.

Gli attacchi contro la salute e i diritti sessuali e riproduttivi delle donne oggi assumono molte forme in Europa. Gli ostacoli che impediscono l’accesso all’aborto sicuro sono tra i più problematici.

Ed è in questa chiave che ci si sta muovendo a livello europeo.

“La salute e i diritti sessuali e riproduttivi delle donne sono diritti umani. Tuttavia, le donne in Europa hanno ancora questi diritti negati o limitati a seguito di leggi, politiche e pratiche che riflettono in ultima analisi gli stereotipi e le disparità di genere.

Gli stati devono impegnarsi risolutamente a promuovere l’uguaglianza di genere in questa sfera cruciale della vita. Hanno il dovere di fornire a tutte le donne servizi e assistenza sanitaria sessuale e riproduttiva accessibili, convenienti e di buona qualità.”

Così si è espresso, il 4 dicembre, il commissario del Consiglio d’Europa (un’organizzazione internazionale il cui scopo è promuovere la democrazia, i diritti umani, l’identità culturale europea e la ricerca di soluzioni ai problemi sociali in Europa, è estraneo all’Unione europea e non va confuso con organi di quest’ultima) per i diritti umani Nils Muižnieks.

“Gli stati europei devono garantire maggiormente la salute e i diritti sessuali e riproduttivi delle donne. Hanno l’obbligo per i diritti umani di fornire un’educazione sessuale completa, l’accesso alla contraccezione moderna e l’assistenza all’aborto sicuro, e l’assistenza sanitaria materna di qualità.”


La salute e i diritti sessuali e riproduttivi delle donne comprendono:

– Un’educazione sessuale completa

– metodi contraccettivi facilmente fruibili e a prezzi accessibili

– aborto senza rischi

– assistenza sanitaria materna di qualità

Ci sono stati enormi progressi nel mondo e in Europa. Ma allo stesso tempo, e forse proprio a causa di questi progressi, abbiamo cominciato a registrare delle forme di regressione e arretramento.

In Europa si registrano restrizioni in merito al diritto all’aborto. Anche quando la legge lo autorizza, le donne incontrano molteplici ostacoli per poterlo esercitare:

– ostacoli finanziari, sociali e pratici

– diniego di cura e di servizi

– autorizzazione da parte di un terzo, colloquio di consulenza obbligatorio e periodi di attesa lunghi

Ecco perché il commissario Nils Muižnieks ha rivolto agli stati europei una serie di raccomandazioni volte a garantire i diritti sessuali e riproduttivi di tutte le donne.

Queste raccomandazioni sono incentrate sugli obblighi degli stati per garantire alle donne il diritto alla vita, il diritto di non essere sottoposte a torture o a trattamenti sbagliati, il diritto alla salute, alla privacy e all’uguaglianza.

La relazione presentata dal commissario Nils Muižnieks fornisce una panoramica degli obblighi degli Stati ai sensi delle norme internazionali ed europee sui diritti umani nel campo della salute e dei diritti sessuali e riproduttivi delle donne. Produce una serie di esempi di carenze che gli Stati europei devono affrontare, in particolare per quanto riguarda i diritti alla vita, alla salute, alla privacy, alla non discriminazione, nonché il diritto a non subire torture e maltrattamenti, con particolare attenzione all’educazione sessuale completa, alla contraccezione moderna, all’assistenza per interruzioni di gravidanza affinché queste pratiche siano sicure e legali e all’assistenza sanitaria materna di qualità.


Il Commissario ha presentato 54 raccomandazioni volte ad aiutare gli stati europei a rispondere alla pressante necessità di:

– rinnovare l’impegno politico per i diritti delle donne e difenderli da misure regressive che minano la salute e i diritti sessuali e riproduttivi delle donne;

– istituire sistemi sanitari che sostengano e promuovano la salute e i diritti sessuali e riproduttivi delle donne;

– garantire una educazione sessuale completa e obbligatoria;

– garantire l’accessibilità, la disponibilità e la fruizione a prezzi accessibili delle forme più moderne di contraccezione;

– garantire a tutte le donne l’accesso alle cure per un aborto sicuro e legali;

– assicurare che dinieghi di assistenza da parte degli operatori sanitari per motivi di coscienza o di religione non mettano in pericolo l’accesso tempestivo delle donne all’assistenza sanitaria sessuale e riproduttiva;

– rispettare e proteggere i diritti umani delle donne durante il parto e garantire a tutte le donne l’accesso a un’assistenza sanitaria materna di qualità;

– eliminare le pratiche coercitive e salvaguardare il consenso informato delle donne e il processo decisionale nei contesti di assistenza sessuale e riproduttiva;

– assicurare a tutte le donne l’accesso a rimedi efficaci per le violazioni dei loro diritti sessuali e riproduttivi;

– eliminare la discriminazione in leggi, politiche e pratiche e garantire l’uguaglianza per tutte le donne nel godimento della salute e dei diritti sessuali e riproduttivi.

 

“I diritti sessuali e riproduttivi proteggono alcuni degli aspetti più significativi e intimi delle nostre vite. Garantire questi diritti per le donne è una componente essenziale degli sforzi per raggiungere i diritti delle donne e l’uguaglianza di genere. Date le tendenze in ripresa che cercano di ridurre le protezioni in questo campo, dobbiamo garantire che restiamo fedeli a questi diritti, che sono stati stabiliti solo dopo una lunga lotta. Gli Stati hanno il dovere di fornire a tutte le donne servizi e servizi sanitari e riproduttivi accessibili, economici e di buona qualità “

ha dichiarato il commissario Muižnieks.

Vi consiglio di guardare questo video, nel quale viene intervistata anche una donna italiana che ha raccontato la sua esperienza e Irene Donadio, portavoce dell’IPPF. L’Italia è uno di quei Paesi su cui c’è un’allerta e che è stato più volte attenzionato al Consiglio d’Europa proprio in tema di gravi limitazioni all’esercizio delle interruzioni di gravidanza e lesioni proprio di quei diritti di cui sopra.

Questo quanto viene riportato nella relazione a proposito dell’Italia, abbiamo un box dedicato e non certo per meriti.


Negazione di cure alle donne in caso di aborto e accesso a servizi sicuri e legali

In Italia molte donne non sono in grado di trovare un medico disposto a fornire i servizi legali a cui hanno diritto. Altre subiscono ritardi così gravi nell’accesso ai servizi da rischiare di non rientrare nei termini legali per i servizi di aborto (con il pericoloso ritorno agli aborti clandestini e non sicuri, ndr). I report indicano che il 70% dei medici si rifiuta di fornire cure per l’aborto. In una decisione del 2016, il Comitato europeo per i diritti sociali (ECSR) ha esaminato una denuncia che sosteneva che l’Italia aveva omesso di garantire il diritto alla salute delle donne a causa del rifiuto di assistenza da parte dei medici, mettendo a repentaglio l’accesso a procedure legali di aborto. L’ECSR ha concluso che le donne che cercano di accedere ai servizi legali per l’interruzione di gravidanza hanno incontrato numerose difficoltà sostanziali. Ha rilevato che l’Italia soffre di una incapacità nel regolamentare e nel sorvegliare efficacemente in merito all’obiezione di coscienza, che costringe le donne a una ricerca estenuante delle strutture sanitarie, in altre regioni d’Italia o all’estero, in grado di assicurargli le cure adeguate. Una violazione dell’articolo 11, paragrafo 1 (diritto alla salute) della Carta sociale europea (riveduta).

 

Più che di questione di coscienza, emerge sempre più la convenienza di certe scelte, sempre più spesso è per non essere ghettizzati, per non venire penalizzati nella carriera, insomma per avere meno problemi. Quindi il problema è attrezzarsi per superare queste difficoltà che nulla hanno a che fare con scelte etiche personali, prevedendo meccanismi riequilibranti e la salvaguardia della salute e delle scelte delle donne.

Tra l’altro permane lo scarso ricorso alla RU486, che trova ancora molti ostacoli ed è poco incentivata, assieme alle carenze di una formazione universitaria adeguata nelle scuole di specializzazione.

Non siamo disposte ad assistere all’annullamento dei nostri diritti. Due anni fa si è depenalizzato l’aborto clandestino, ma si sono al contempo innalzate le sanzioni previste (15 gennaio 2016). Questo provvedimento non evidenzia le cause a monte di un ritorno preoccupante agli aborti clandestini, tra cui innanzitutto un abnorme numero di obiettori di coscienza, la cui media nazionale del 70%, raggiunge in alcune regioni anche quote superiori al 90%. Questo provvedimento insieme ad altri denota l’approccio inadeguato alla materia e al problema.

E non dimentichiamo Valentina Milluzzo che ha perso la vita in un reparto in cui c’era obiezione al 100%.

Siamo vicine alle sorelle di El Salvador che subiscono pesanti condanne, in particolar modo a Teodora Vásquez (per saperne di più qui). Vi chiedo di sostenere questa petizione.

Siamo in attesa della annuale Relazione IVG sull’attuazione Legge 194/78 tutela sociale maternità e interruzione volontaria di gravidanza, in ritardo come sempre. Ma la situazione sembra che ci stia sfuggendo di mano.

Non chiedeteci di portare pazienza o di avere fiducia.

Una società che non rispetta le donne, i loro diritti e le loro scelte non può definirsi democratica, aperta, civile e progredita. Occorre ascoltare le donne e essere vicini ai loro bisogni. La tutela della maternità passa anche dal garantire servizi adeguati di prevenzione e di educazione a una genitorialità consapevole, mettendo in grado di pianificare e di definire le proprie scelte riproduttive. Colpevolizzare, stigmatizzare e ostacolare non è la strada giusta, perché di fatto manca un impegno serio da parte delle istituzioni nell’attuare i principi alla base della 194. Meno campagne demagogiche, reazionarie e lesive e più consultori laici, informazioni e presidi accessibili.

L’unica cosa che gode di ottima salute è il tentativo di tanti gruppi, associazioni di riportarci indietro, al buio, ridurci al silenzio. Non lo permetteremo. Fuori dalle nostre vite! Riportiamo al centro le donne, la loro salute e i loro diritti.

 

Per approfondire:

https://www.coe.int/en/web/commissioner/-/progress-needed-to-ensure-women-s-sexual-and-reproductive-health-and-rights-in-europe

https://rm.coe.int/summary-of-the-issue-paper-on-women-s-sexual-and-reproductive-health-a/168076df75

https://www.coe.int/en/web/commissioner/women-s-sexual-and-reproductive-rights-in-europe

https://rm.coe.int/women-s-sexual-and-reproductive-health-and-rights-in-europe-issue-pape/168076dead

Questo articolo è stato pubblicato anche su Dol’s Magazine.

Aggiornamento 30 dicembre 2017:

Dopo la denuncia dei Radicali: “Dichiarazione di Riccardo Magi, Antonella Soldo e Silvja Manzi, dirigenti di Radicali Italiani e promotori della lista “+Europa, con Emma Bonino” – Sciolte le Camere, la relazione annuale al parlamento sull’applicazione della legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza non è stata depositata. La stessa legge (art.16) impone al ministro della Salute di presentare il documento ogni anno entro il mese di febbraio: scadenza mai rispettata, lo scorso anno la relazione fu disponibile a dicembre. Ma quest’anno, a 11 mesi dalla scadenza non è stata depositata, e nel frattempo le Camere sono state sciolte. Dunque i parlamentari – e di conseguenza i cittadini – sono ancor meno nella condizione di conoscere e far conoscere i contenuti. Non esiste un precedente.

La Ministra Lorenzin ha risposto: “che è stata “regolarmente trasmessa” oggi (29 dicembre, ndr) al Parlamento”.
Di fatto è stata trasmessa con 10 mesi di ritardo, visto che il mese previsto è febbraio, e tra l’altro al momento non è ancora pubblicata sul sito del ministero.

Attendiamo ancora che questa Relazione sulla 194 con i dati del 2016 venga finalmente resa pubblica sul sito del Ministero, giusto per far chiarezza.

Oggi, 12 gennaio 2018, nel frattempo vi segnalo la relazione in questione pubblicata sul sito Quotidiano Sanità:

http://www.quotidianosanita.it/governo-e-parlamento/articolo.php?articolo_id=57617

http://www.quotidianosanita.it/allegati/allegato6361472.pdf

http://www.quotidianosanita.it/governo-e-parlamento/articolo.php?approfondimento_id=10531

Qui invece trovate la Relazione Ministro Salute attuazione Legge 194/78 tutela sociale maternità e interruzione volontaria di gravidanza – dati definitivi 2014 e 2015

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Cosa cambia in Italia in tema di stereotipi di genere e violenza


Dopo l’ondata del 25 novembre, prendiamoci del tempo per riflettere. Per cercare di capire in che contesto viviamo, quale sia il punto di vista degli italiani e delle italiane sul tema, che tipo di cultura permea le relazioni e la nostra società, per fare il punto su quali leve e aspetti lavorare.

Il 23 novembre sono stati presentati i risultati di una indagine “La percezione della violenza contro le donne e i loro figli”, condotta da Ipsos per conto di WeWorld Onlus, organizzazione non governativa che da quasi 20 anni promuove e difende i diritti dei bambini e delle donne a rischio in Italia e nel mondo. È stata l’occasione a distanza dalla precedente ricognizione, del 2014, per fare un bilancio dell’opinione di un campione di 1000 persone (49% uomini, 51% donne tra i 18 e i 65 anni) intervistate nel mese di ottobre 2017, su una serie di affermazioni in tema di stereotipi di genere (tra parentesi la somma delle percentuali di chi è molto d’accordo o abbastanza d’accordo):

  • La donna è capace di sacrificarsi per la famiglia molto più di un uomo (65%)
  • Per una donna è molto importante essere attraente (62%)
  • Tutte le donne sognano di sposarsi (37%)
  • In presenza di figli piccoli è sempre meglio che il marito lavori e la moglie resti a casa con i bambini (36%)
  • Per l’uomo più che per le donne è molto importante avere successo nel lavoro (35%)
  • La maternità è l’unica esperienza che consente a una donna di realizzarsi completamente (32%)
  • È soprattutto l’uomo che deve mantenere la famiglia (28%)
  • Avere un’istruzione universitaria è più importante per un ragazzo che per una ragazza (17%)
  • È giusto che in casa sia l’uomo a comandare (13%)

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