Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Sensazioni dal Paese con la testa che guarda indietro

@ Olimpia Zagnoli


Mi trovo in un vortice di pensieri difficili da maneggiare, sensazioni e percezioni sgradevoli, mi sento appesantita, schiacciata dalle notizie di due giovani vite stroncate prematuramente. Mi sento paralizzata e queste prime parole che sto scrivendo hanno avuto bisogno di superare il senso di nausea che mi provoca questo paese, che tra i lustrini di un Sanremo che simula un’attenzione per le donne (condito naturalmente dall’immancabile, molesto messaggio di sottofondo “tornate a fare figli e a fare le mamme”) e le vittime di violenza e poi nei fatti si comporta all’opposto e il fiume in piena di promesse, rumore e violenza da campagna elettorale, è dotato dei quotidiani più meschini, scritti da alcune firme che nonostante gli appelli, i manifesti, i richiami continuano ad incrementare la dose di morbosità e di romanzato attorno alle donne. Un dilagare che non ha più territori in cui non giunge. Non c’è più una soglia prima della quale si sceglie di fermarsi. Non c’è nemmeno il pudore e il rispetto per chi non c’è più. Non importa il come non ci sono più, la maniera di trattare le vite di queste donne è sempre la medesima. Corpi, giudizi un tanto al chilo, ricostruzioni del tutto infondate, invisibilizzazione delle vittime, ricerca esasperata di un elemento di colore e di melodramma in storie che sono terribilmente dolorose e quel dolore va rispettato, esige che ci si sappia regolare, bloccare prima, anche a costo di non scrivere nulla. Accanto al dovere di cronaca esiste un dovere di rispettare le persone, soprattutto se non ci sono più e non possono difendersi. Invece, con queste modalità di fare pseudo informazione, tutto passerà e resterà solo la spazzatura di quelle penne che ci hanno ricamato su. Perché alla fine, sarà impossibile cancellare premendo il tasto rewind. E da troppo tempo c’è un diffuso senso di reale e colpevole indifferenza per ciò che le donne si trovano a vivere e a subire. Donne le cui difficoltà e ostacoli si moltiplicano e si tramandano di generazione in generazione, senza che a nessuno importi di interrompere questo ciclo.

Nulla è innocuo, come non lo è questo articolo (che non è l’unico e non cambia la sostanza se poi è stato rimosso dall’edizione online) che riesce a cambiare radicalmente il punto di osservazione, creando empatia verso un uomo che si è chiaramente approfittato di una ragazza sola, giovanissima, in difficoltà. Una ricostruzione romanzata che assolve e normalizza un abuso, perché di questo si tratta. Qui scompare il ruolo attivo di uno stupratore e resta solo una ragazza che vende la sua bellezza. Se Pamela sulla sua strada non avesse incontrato un soggetto che si è preoccupato solo di soddisfare i suoi interessi da cliente abusando di una ragazza, forse la storia non si sarebbe conclusa così tragicamente. È una responsabilità collettiva che manca ed è quella differenza che possiamo fare tutti e tutte se dotati/e di una cultura diversa, se non continueremo a ribaltare piani e punti di vista ma ricostruiremo i fatti senza alterare la realtà e il fatto che se non cambieremo continueremo a perdere tante e tante donne, solo perché nell’egoismo, nell’indifferenza e in frasi come “il mestiere più antico del mondo ” si nasconde il peggio dell’umanità. Smettiamola di assecondare e di giustificare questa robaccia. Non siamo allo stato di natura e tutti siamo in grado di compiere scelte corrette se adeguatamente educati e consapevoli delle nostre azioni. Perché occorre comprendere che continuare a giustificare gli uomini per le loro abitudini e la loro mentalità genererà solo altre vite interrotte, distrutte, annientate e segnate.

Eppure i valori e i punti di riferimento sembrano ancorati ancora a un passato in cui le donne erano considerate esseri umani di serie b, oggetti appartenenti a un uomo, che fosse padre, marito o fratello. Così siamo ancora considerate, corpi, oggetti, campi su cui combattere guerre e agire conflitti, strumentalizzando le donne per altri fini. Nulla di più scontato se ci adoperano in chiave razzista e xenofoba, ci fanno diventare vessilli di cieche furie fasciste. Ma il nostro massacro continua, non si ferma, in un modo o nell’altro passa inosservato, se non deformato e riciclato in altra chiave. Si parla di noi solo in termini morbosi e voujeristici, con uno stile immutato dai giornali di cronaca nera degli anni ’50 e ’60.

In un paese in cui è tuttora considerato sano e normale abusare di una donna, secoli di cultura patriarcale e machista non possiamo scardinarli con la sola forza del pensiero. Se dopo le ondate degli scandali berlusconiani, ridotti a brandelli a distanza di una manciata di anni, se si vuole picconare e abbattere il pilastro della legge Merlin che punisce lo sfruttamento della prostituzione, evidentemente ci vuole molta più decisione e qualcosa va aggiustata se vogliamo seriamente contrastare questa deriva culturale.

Tutto è legato, strettamente interconnesso. Così non bastano le parole, non ce ne sono più. Un deserto attorno alle vite delle donne, strattonate ora di qua ora di là, utili alla bisogna, incelofanate in statistiche e in ricostruzioni deturpanti e che tolgono dignità, deumanizzate, incasellate e suddivise in categorie, svuotate e riempite di istanze da chi non ha mai ascoltato veramente le loro voci. Questo accade in questo putridume di paese, diviso, sezionato, mai risolto, mai educato, mai liberato da zavorre culturali altamente nocive. Contente saremo alla mercé dei programmi elettorali. E anche se le donne denunciano le violenze, come emerge dall’analisi della commissione d’inchiesta sul femminicidio, un quarto delle denunce viene archiviato e i casi di assoluzione dei violenti variano da regione a regione. Sanzioni blande per le molestie sul lavoro, la valutazione errata delle situazioni, la consuetudine a derubricare le violenze a conflitti familiari, l’ombra della Pas, i sistemi informativi che non parlano tra loro, una raccolta dati inefficiente e lacunosa. Anche la commissione auspica che i media abbandonino la spettacolarizzazione o certe derive in caso di violenza e di femminicidi. Ma con gli auspici non andiamo lontano se non c’è un sistema che penalizzi simili abitudini.

E forse la chiave per capire cosa veramente muove tutto e perpetua un certo status quo è nel potere.

Oggi come secoli fa, quando ci mandavano al rogo per «una competizione senza quartiere fra le Chiese cattolica e protestante per la suddivisione del mercato religioso».

Utili a muovere gli ingranaggi, oggi come ieri, le nostre vite, i nostri destini, i nostri sogni finiscono tutti sul rogo e sembra possibile torturare i nostri diritti perché, nonostante tante battaglie, è più facile e rapido tornare indietro e perdere di nuovo tutto. Per colpa di chi non ha mai voluto ascoltarci e considerarci per tutto l’universo complesso e variegato che siamo. Per colpa di chi ci ha usato e continua a farlo. Per colpa di chi prende e strappa. Per colpa di chi non fa mai domande e non incrina mai le buone e sante abitudini. Per colpa di chi sembra indifferente alla realtà che vivono le donne e vuole credere che tutto va bene. Per colpa di chi considera le donne e i loro diritti materiale da sfruttare politicamente ed elettoralmente. Non affannatevi, è una pantomima indegna che respingiamo al mittente. Se è necessaria una responsabilizzazione collettiva, è necessario che questa sia sincera, autentica, non posticcia, a corrente alternata, altrimenti i risultati saranno nulli, se non addirittura controproducenti. In anni di militanza ho imparato a riconoscervi.

Il clima asfittico italiano lo si denota anche dalle blande lettere scritte da attrici e da giornaliste in tema di molestie. è giunto il momento di parlare chiaramente di cosa accade nel mondo del giornalismo e dappertutto (perché nel 2015 non avete seguito la strada aperta da Olga Ricci, dove eravate?). Iniziamo a fare un vero #metoo con nomi, testate, storie e testimonianze.

È il momento del coraggio, della trasparenza: un varco che potrebbe chiudersi presto e che non va sprecato con metodi fumosi, tiepidi e vaghi. Le parole possono essere forti tanto da spaccare un muro di consuetudini, è il momento, un fenomeno cosmico raro da cogliere.

Il sistema per cambiare deve crollare e deve per prima osa incrinarsi il clima di omertà e impunità, deve iniziare a tremare e sentirsi in pericolo. L’estinzione parte da una denuncia forte e circostanziata.

Questo mondo ha bisogno di poesia e da questa lirica di Dale Zaccaria ricomincio a sperare, a ritrovare la fiducia. Credo che questa sia la sorellanza, arriva quando sei smarrita e ti spinge ad andare avanti. Grazie Dale.

Donna/per chi ti ha violato/per chi non ti ha amato/donna sincera/scogliera di mare/buia come la notte/forte come la luna piena/donna bambina/legata alle stelle/fatta di nuova terra/di nuova pelle/donna per tutta la vita/che nasci generando/che accendi sempre il mondo/donna amata/donna gettata sulla strada/madre sola/nuova luce/nuova memoria/donna che ti hanno creato e poi ti hanno ucciso/donna come la sabbia/ la porta il vento/nella storia di tutti/nella fine di un canto.

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Oltre le statistiche: le donne pretendono la giusta attenzione

olimpia zagnoli

Oltre le statistiche che vedono incrementarsi il numero delle donne occupate, occorre leggere a fondo per comprendere come e perché non è tutto oro quello che luccica. Al di là del metodo di computo degli occupati che lascia qualche perplessità sulla reale qualità e quantità di occupazione, da anni registriamo un numero enorme di “uscite volontarie”. Un report che registra periodicamente i genitori con bambini fino ai 3 anni che si dimettono, mostra un’emorragia silenziosa, che resta privata nonostante qualche cenno temporaneo sui giornali, nonostante il fenomeno sia conosciuto ma con un’attenzione a corrente alternata, perché quando si parla di stato di salute dell’occupazione femminile, si preferisce marginalizzare il dettaglio. Quasi trentamila donne, e questo è solo il numero della punta dell’iceberg, fanno questa scelta. Nella parte sommersa dell’iceberg restano coloro che vedono esaurirsi il contratto a termine senza che venga rinnovato, oppure coloro che sono costrette a lavorare senza un contratto e non hanno mai avuto diritti. Perché si sa che se vuoi lavorare, se devi lavorare accetti tutto, anche perdere tutele e garanzie. Eppure il lavoro è citato nel primo articolo della nostra Costituzione.

Non ne ho scritto per qualche giorno. Non avrei voluto scrivere, devo dire la verità. L’ho fatto ogni anno e quella relazione mi ricorda a che punto sono e perché. Parlo in prima persona, perché la formula impersonale in questo caso non avrebbe senso. Non c’è rammarico, solo la sensazione che poi di quelle donne nessuno si preoccuperà di seguirne le vite e i destini, nessuno cercherà di capire quanto una firma volontaria inciderà sul loro futuro e che corso prenderà la loro esistenza.

In Italia le dimissioni volontarie sono state 37.738. Secondo i dati dell’Ispettorato nazionale del lavoro che le convalida, nel 2016, le donne che si sono licenziate sono state 29.879. Tra le mamme, 5.261 sono i passaggi ad altra azienda, spesso con ruoli e mansioni elevate, mentre tutte le altre (24.618) hanno specificato motivazioni legate alla difficoltà di assistere il bambino (costi elevati e mancanza di nidi) o alla difficoltà di conciliare lavoro e famiglia. Per gli uomini la situazione è invertita, la maggior parte lascia il lavoro per passare ad altra azienda.

 

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Uno spazio tutto per sé. Prevenire la violenza attraverso progetti di empowerment femminile


Come preannunciato in questo articolo dal titolo Cosa cambia in Italia in tema di stereotipi  di genere e violenza vorrei parlarvi di una interessante modalità per arrivare ad essere vicini e al fianco delle donne, nel loro quotidiano, nei quartieri e nei luoghi in cui vivono, conoscendo le esperienze e le loro storie, comprendendo che i percorsi di ciascuna non sono assimilabili, sono differenti e che per questo occorre parlare un linguaggio e mettere in campo un’azione in grado di coinvolgere tutte davvero.

Dare il tempo giusto alle donne e non considerarle una massa unica, ma multiforme e per questo occorre lavorare in modo mirato, in punta di piedi, senza voler forzare nulla e senza giudicare.

Lo Spazio Donna è un progetto sperimentale di WeWorld Onlus, che avevo avuto modo di conoscere in primis a fine 2016, durante una seduta della commissione pari opportunità del Comune di Milano. In seguito avevo invitato a Baggio, il quartiere di Milano in cui abito, una referente di WeWorld, perché ci illustrasse questa ottima esperienza di empowerment delle donne.

Empowerment inteso come «“capacitazione” (Amartya Sen 2000, ndr), “mettere in grado di”, “rafforzamento”, “potenziamento”, “responsabilizzazione” e “consapevolezza”».

‘aver coinvolto soggetti associativi già operanti sul territorio è a mio avviso una scelta importantissima e per niente scontata, che dimostra la volontà di operare da vicino nelle realtà che le donne vivono, accompagnandole in un percorso di emancipazione e di presa di coscienza del proprio valore.

I partner capofila che hanno progettato e gestito gli Spazi Donna in collaborazione con WeWorld rappresentano realtà associative presenti nei territori interessati, caratterizzate da una pluriennale esperienza nel campo della prevenzione e cura della violenza contro le donne, la lotta al degrado e la promozione dell’inclusione sociale.

• Spazio Donna di Roma, in partnership con Be Free soc.cop.sociale, nel quartiere di San Basilio,
• 2 Spazi Donna a Napoli, in partnership con la Cooperativa Sociale “Obiettivo Uomo” Onlus nei quartieri di Scampia e San Lorenzo,
• 2 Spazi Donna a Palermo, in partnership con l’Associazione Per Esempio nei quartieri di Borgo Vecchio e San Filippo Neri (Zen 2).

Attorno a questi soggetti si è costituita una rete di stakeholder ovvero di soggetti interessati e “utili” al raggiungimento degli obiettivi (i Servizi sociali dei Comuni/Municipi, le scuole, le forze dell’ordine nelle varie articolazioni a seconda dei territori, i Tribunali dei minori, le Prefetture, le ASL e i loro consultori/ambulatori, i Centri antiviolenza, le Parrocchie ed altri enti del Terzo settore e del No profit impegnati negli stessi quartieri), in gran parte già attiva sul territorio, che attraverso gli Spazi Donna si è potuta rafforzare nel suo ruolo di coordinamento e di indirizzamento delle donne ai servizi pertinenti.

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Il silenzio e l’indifferenza sulla salute sessuale e riproduttiva


Le parole non sono più sufficienti per dare un quadro del disastro in tema di salute sessuale e riproduttiva in Italia, una situazione che appare ancora più evidente dalla cronaca che ne ho fatto in questi anni e da ciò che desumo confrontandomi con le altre donne, soprattutto le più giovani, che spesso hanno un atteggiamento ” diritti a posto, so tutto”. Un problema che riguarda non solo la certezza del pieno rispetto dei diritti delle donne e delle loro scelte, ma che diventa enorme quando parliamo di prevenzione e di contraccezione, di genitorialità consapevole.

Mentre nell’era Obama si affermava la consuetudine della contraccezione gratuita, che nemmeno Trump è riuscito a cancellare, da noi i contraccettivi ormonali passavano tutti nella fascia C dei farmaci a pagamento. E dopo l’allarme lanciato a riguardo e rimasto sepolto tra le attiviste e gli addetti ai lavori e mai decollato veramente (c’è anche da chiedersi perché tanta indifferenza), il 6 dicembre 2017 il “Comitato per la contraccezione gratuita e consapevole” ha lanciato una petizione a riguardo, diretta all’Agenzia del Farmaco, Ministero della Salute, affinché sia garantito a tutte le cittadine e ai cittadini l’accesso gratuito alla contraccezione.

Vi invito a firmare, perché è necessario invertire la rotta e avviare seriamente un’educazione a una sessualità consapevole e una fruizione maggiore dei metodi contraccettivi e di protezione delle malattie sessualmente trasmissibili.

La situazione è più o meno questa e a tal proposito l’anno scorso secondo il barometro presentato dall’Ippf (International Planned Parenthood Federation) l’Italia si collocava al 12° posto (su 16) in Europa in tema di contraccezione.

Non sto a ripetere quanto la piena applicazione della legge 194 passi proprio da questo nodo. Non mi va di ricordare quanta arretratezza culturale arroccata su posizioni di stampo confessionale sta lentamente minando l’applicazione di quanto previsto 4 decenni fa. Grave è che qualcuno voglia introdurre l’obiezione in farmacia, quando non sono in vendita farmaci abortivi ma solo contraccettivi, grave è che si voglia includere il parere paterno nell’iter di interruzione di gravidanza, grave è che queste posizioni siano radicate anche in contesti che dovrebbero aver metabolizzato e dovrebbero difendere i principi di autodeterminazione delle donne.

“I problemi nell’applicazione sono l’insufficiente presenza dei consultori familiari, le scarse iniziative per la promozione della contraccezione e il persistere di una inadeguata politica a sostegno delle coppie e delle famiglie”, così scrive Livia Turco nel suo Per non tornare al buio, ed è proprio dall’obiezione di coscienza e del numero di obiettori (che per il Ministero della Salute non rappresentano un problema, ma che per tanti professionisti e associazioni hanno raggiunto cifre che rischiano di mettere a repentaglio il servizio) che occorre ripartire per riaprire il dibattito sull’aborto, su quanto siano crollati gli aborti dal varo della 194, di quanto si sia diffusa una cultura della responsabilità verso la procreazione, figlia proprio di quella fase storica che ha prodotto la legge e ha sancito un equilibrio, con al centro la salute psico-fisica della donna. Sono convinta che ci sia stata una maturazione del dibattito etico, ma qualcosa non sta funzionando con le più recenti generazioni, con un pericolo di smarrimento del senso e dei contenuti delle conquiste raggiunte. Non si è forse posta attenzione su come trasmettere il reale concetto di libertà di cui si parla, una libertà di esercitare la propria responsabilità nei confronti di se stessi e degli altri, vivere in un contesto relazionale e di rapporti paritari, in cui la scelta delle donne non sia stigmatizzata ma correttamente sostenuta e non ostacolata, avere piena conoscenza del proprio corpo, attribuirgli il giusto valore, incentivare pratiche che possano incentivare una sessualità consapevole, l’esercizio pieno dei propri diritti. Alla base ci deve essere l’informazione e l’accesso a tutta una serie di presidi, servizi, strumenti per non lasciare il vuoto per non lasciare che si propaghino pregiudizi, prassi pericolose o che si lavori sempre in fase emergenziale. Perché la sensazione è che ci si avvii sempre più verso una rimozione del problema, una invisibilizzazione degli aspetti più urgenti, in funzione di un martellamento in stile fertility day: questo non dobbiamo permetterlo. Perché l’ultima parola resti in capo alle donne, che possano mettere in atto scelte autonome e consapevoli.

Gli attacchi contro la salute e i diritti sessuali e riproduttivi delle donne oggi assumono molte forme in Europa. Gli ostacoli che impediscono l’accesso all’aborto sicuro sono tra i più problematici.

Ed è in questa chiave che ci si sta muovendo a livello europeo.

“La salute e i diritti sessuali e riproduttivi delle donne sono diritti umani. Tuttavia, le donne in Europa hanno ancora questi diritti negati o limitati a seguito di leggi, politiche e pratiche che riflettono in ultima analisi gli stereotipi e le disparità di genere.

Gli stati devono impegnarsi risolutamente a promuovere l’uguaglianza di genere in questa sfera cruciale della vita. Hanno il dovere di fornire a tutte le donne servizi e assistenza sanitaria sessuale e riproduttiva accessibili, convenienti e di buona qualità.”

Così si è espresso, il 4 dicembre, il commissario del Consiglio d’Europa (un’organizzazione internazionale il cui scopo è promuovere la democrazia, i diritti umani, l’identità culturale europea e la ricerca di soluzioni ai problemi sociali in Europa, è estraneo all’Unione europea e non va confuso con organi di quest’ultima) per i diritti umani Nils Muižnieks.

“Gli stati europei devono garantire maggiormente la salute e i diritti sessuali e riproduttivi delle donne. Hanno l’obbligo per i diritti umani di fornire un’educazione sessuale completa, l’accesso alla contraccezione moderna e l’assistenza all’aborto sicuro, e l’assistenza sanitaria materna di qualità.”


La salute e i diritti sessuali e riproduttivi delle donne comprendono:

– Un’educazione sessuale completa

– metodi contraccettivi facilmente fruibili e a prezzi accessibili

– aborto senza rischi

– assistenza sanitaria materna di qualità

Ci sono stati enormi progressi nel mondo e in Europa. Ma allo stesso tempo, e forse proprio a causa di questi progressi, abbiamo cominciato a registrare delle forme di regressione e arretramento.

In Europa si registrano restrizioni in merito al diritto all’aborto. Anche quando la legge lo autorizza, le donne incontrano molteplici ostacoli per poterlo esercitare:

– ostacoli finanziari, sociali e pratici

– diniego di cura e di servizi

– autorizzazione da parte di un terzo, colloquio di consulenza obbligatorio e periodi di attesa lunghi

Ecco perché il commissario Nils Muižnieks ha rivolto agli stati europei una serie di raccomandazioni volte a garantire i diritti sessuali e riproduttivi di tutte le donne.

Queste raccomandazioni sono incentrate sugli obblighi degli stati per garantire alle donne il diritto alla vita, il diritto di non essere sottoposte a torture o a trattamenti sbagliati, il diritto alla salute, alla privacy e all’uguaglianza.

La relazione presentata dal commissario Nils Muižnieks fornisce una panoramica degli obblighi degli Stati ai sensi delle norme internazionali ed europee sui diritti umani nel campo della salute e dei diritti sessuali e riproduttivi delle donne. Produce una serie di esempi di carenze che gli Stati europei devono affrontare, in particolare per quanto riguarda i diritti alla vita, alla salute, alla privacy, alla non discriminazione, nonché il diritto a non subire torture e maltrattamenti, con particolare attenzione all’educazione sessuale completa, alla contraccezione moderna, all’assistenza per interruzioni di gravidanza affinché queste pratiche siano sicure e legali e all’assistenza sanitaria materna di qualità.


Il Commissario ha presentato 54 raccomandazioni volte ad aiutare gli stati europei a rispondere alla pressante necessità di:

– rinnovare l’impegno politico per i diritti delle donne e difenderli da misure regressive che minano la salute e i diritti sessuali e riproduttivi delle donne;

– istituire sistemi sanitari che sostengano e promuovano la salute e i diritti sessuali e riproduttivi delle donne;

– garantire una educazione sessuale completa e obbligatoria;

– garantire l’accessibilità, la disponibilità e la fruizione a prezzi accessibili delle forme più moderne di contraccezione;

– garantire a tutte le donne l’accesso alle cure per un aborto sicuro e legali;

– assicurare che dinieghi di assistenza da parte degli operatori sanitari per motivi di coscienza o di religione non mettano in pericolo l’accesso tempestivo delle donne all’assistenza sanitaria sessuale e riproduttiva;

– rispettare e proteggere i diritti umani delle donne durante il parto e garantire a tutte le donne l’accesso a un’assistenza sanitaria materna di qualità;

– eliminare le pratiche coercitive e salvaguardare il consenso informato delle donne e il processo decisionale nei contesti di assistenza sessuale e riproduttiva;

– assicurare a tutte le donne l’accesso a rimedi efficaci per le violazioni dei loro diritti sessuali e riproduttivi;

– eliminare la discriminazione in leggi, politiche e pratiche e garantire l’uguaglianza per tutte le donne nel godimento della salute e dei diritti sessuali e riproduttivi.

 

“I diritti sessuali e riproduttivi proteggono alcuni degli aspetti più significativi e intimi delle nostre vite. Garantire questi diritti per le donne è una componente essenziale degli sforzi per raggiungere i diritti delle donne e l’uguaglianza di genere. Date le tendenze in ripresa che cercano di ridurre le protezioni in questo campo, dobbiamo garantire che restiamo fedeli a questi diritti, che sono stati stabiliti solo dopo una lunga lotta. Gli Stati hanno il dovere di fornire a tutte le donne servizi e servizi sanitari e riproduttivi accessibili, economici e di buona qualità “

ha dichiarato il commissario Muižnieks.

Vi consiglio di guardare questo video, nel quale viene intervistata anche una donna italiana che ha raccontato la sua esperienza e Irene Donadio, portavoce dell’IPPF. L’Italia è uno di quei Paesi su cui c’è un’allerta e che è stato più volte attenzionato al Consiglio d’Europa proprio in tema di gravi limitazioni all’esercizio delle interruzioni di gravidanza e lesioni proprio di quei diritti di cui sopra.

Questo quanto viene riportato nella relazione a proposito dell’Italia, abbiamo un box dedicato e non certo per meriti.


Negazione di cure alle donne in caso di aborto e accesso a servizi sicuri e legali

In Italia molte donne non sono in grado di trovare un medico disposto a fornire i servizi legali a cui hanno diritto. Altre subiscono ritardi così gravi nell’accesso ai servizi da rischiare di non rientrare nei termini legali per i servizi di aborto (con il pericoloso ritorno agli aborti clandestini e non sicuri, ndr). I report indicano che il 70% dei medici si rifiuta di fornire cure per l’aborto. In una decisione del 2016, il Comitato europeo per i diritti sociali (ECSR) ha esaminato una denuncia che sosteneva che l’Italia aveva omesso di garantire il diritto alla salute delle donne a causa del rifiuto di assistenza da parte dei medici, mettendo a repentaglio l’accesso a procedure legali di aborto. L’ECSR ha concluso che le donne che cercano di accedere ai servizi legali per l’interruzione di gravidanza hanno incontrato numerose difficoltà sostanziali. Ha rilevato che l’Italia soffre di una incapacità nel regolamentare e nel sorvegliare efficacemente in merito all’obiezione di coscienza, che costringe le donne a una ricerca estenuante delle strutture sanitarie, in altre regioni d’Italia o all’estero, in grado di assicurargli le cure adeguate. Una violazione dell’articolo 11, paragrafo 1 (diritto alla salute) della Carta sociale europea (riveduta).

 

Più che di questione di coscienza, emerge sempre più la convenienza di certe scelte, sempre più spesso è per non essere ghettizzati, per non venire penalizzati nella carriera, insomma per avere meno problemi. Quindi il problema è attrezzarsi per superare queste difficoltà che nulla hanno a che fare con scelte etiche personali, prevedendo meccanismi riequilibranti e la salvaguardia della salute e delle scelte delle donne.

Tra l’altro permane lo scarso ricorso alla RU486, che trova ancora molti ostacoli ed è poco incentivata, assieme alle carenze di una formazione universitaria adeguata nelle scuole di specializzazione.

Non siamo disposte ad assistere all’annullamento dei nostri diritti. Due anni fa si è depenalizzato l’aborto clandestino, ma si sono al contempo innalzate le sanzioni previste (15 gennaio 2016). Questo provvedimento non evidenzia le cause a monte di un ritorno preoccupante agli aborti clandestini, tra cui innanzitutto un abnorme numero di obiettori di coscienza, la cui media nazionale del 70%, raggiunge in alcune regioni anche quote superiori al 90%. Questo provvedimento insieme ad altri denota l’approccio inadeguato alla materia e al problema.

E non dimentichiamo Valentina Milluzzo che ha perso la vita in un reparto in cui c’era obiezione al 100%.

Siamo vicine alle sorelle di El Salvador che subiscono pesanti condanne, in particolar modo a Teodora Vásquez (per saperne di più qui). Vi chiedo di sostenere questa petizione.

Siamo in attesa della annuale Relazione IVG sull’attuazione Legge 194/78 tutela sociale maternità e interruzione volontaria di gravidanza, in ritardo come sempre. Ma la situazione sembra che ci stia sfuggendo di mano.

Non chiedeteci di portare pazienza o di avere fiducia.

Una società che non rispetta le donne, i loro diritti e le loro scelte non può definirsi democratica, aperta, civile e progredita. Occorre ascoltare le donne e essere vicini ai loro bisogni. La tutela della maternità passa anche dal garantire servizi adeguati di prevenzione e di educazione a una genitorialità consapevole, mettendo in grado di pianificare e di definire le proprie scelte riproduttive. Colpevolizzare, stigmatizzare e ostacolare non è la strada giusta, perché di fatto manca un impegno serio da parte delle istituzioni nell’attuare i principi alla base della 194. Meno campagne demagogiche, reazionarie e lesive e più consultori laici, informazioni e presidi accessibili.

L’unica cosa che gode di ottima salute è il tentativo di tanti gruppi, associazioni di riportarci indietro, al buio, ridurci al silenzio. Non lo permetteremo. Fuori dalle nostre vite! Riportiamo al centro le donne, la loro salute e i loro diritti.

 

Per approfondire:

https://www.coe.int/en/web/commissioner/-/progress-needed-to-ensure-women-s-sexual-and-reproductive-health-and-rights-in-europe

https://rm.coe.int/summary-of-the-issue-paper-on-women-s-sexual-and-reproductive-health-a/168076df75

https://www.coe.int/en/web/commissioner/women-s-sexual-and-reproductive-rights-in-europe

https://rm.coe.int/women-s-sexual-and-reproductive-health-and-rights-in-europe-issue-pape/168076dead

Questo articolo è stato pubblicato anche su Dol’s Magazine.

Aggiornamento 30 dicembre 2017:

Dopo la denuncia dei Radicali: “Dichiarazione di Riccardo Magi, Antonella Soldo e Silvja Manzi, dirigenti di Radicali Italiani e promotori della lista “+Europa, con Emma Bonino” – Sciolte le Camere, la relazione annuale al parlamento sull’applicazione della legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza non è stata depositata. La stessa legge (art.16) impone al ministro della Salute di presentare il documento ogni anno entro il mese di febbraio: scadenza mai rispettata, lo scorso anno la relazione fu disponibile a dicembre. Ma quest’anno, a 11 mesi dalla scadenza non è stata depositata, e nel frattempo le Camere sono state sciolte. Dunque i parlamentari – e di conseguenza i cittadini – sono ancor meno nella condizione di conoscere e far conoscere i contenuti. Non esiste un precedente.

La Ministra Lorenzin ha risposto: “che è stata “regolarmente trasmessa” oggi (29 dicembre, ndr) al Parlamento”.
Di fatto è stata trasmessa con 10 mesi di ritardo, visto che il mese previsto è febbraio, e tra l’altro al momento non è ancora pubblicata sul sito del ministero.

Attendiamo ancora che questa Relazione sulla 194 con i dati del 2016 venga finalmente resa pubblica sul sito del Ministero, giusto per far chiarezza.

Oggi, 12 gennaio 2018, nel frattempo vi segnalo la relazione in questione pubblicata sul sito Quotidiano Sanità:

http://www.quotidianosanita.it/governo-e-parlamento/articolo.php?articolo_id=57617

http://www.quotidianosanita.it/allegati/allegato6361472.pdf

http://www.quotidianosanita.it/governo-e-parlamento/articolo.php?approfondimento_id=10531

Qui invece trovate la Relazione Ministro Salute attuazione Legge 194/78 tutela sociale maternità e interruzione volontaria di gravidanza – dati definitivi 2014 e 2015

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Cosa cambia in Italia in tema di stereotipi di genere e violenza


Dopo l’ondata del 25 novembre, prendiamoci del tempo per riflettere. Per cercare di capire in che contesto viviamo, quale sia il punto di vista degli italiani e delle italiane sul tema, che tipo di cultura permea le relazioni e la nostra società, per fare il punto su quali leve e aspetti lavorare.

Il 23 novembre sono stati presentati i risultati di una indagine “La percezione della violenza contro le donne e i loro figli”, condotta da Ipsos per conto di WeWorld Onlus, organizzazione non governativa che da quasi 20 anni promuove e difende i diritti dei bambini e delle donne a rischio in Italia e nel mondo. È stata l’occasione a distanza dalla precedente ricognizione, del 2014, per fare un bilancio dell’opinione di un campione di 1000 persone (49% uomini, 51% donne tra i 18 e i 65 anni) intervistate nel mese di ottobre 2017, su una serie di affermazioni in tema di stereotipi di genere (tra parentesi la somma delle percentuali di chi è molto d’accordo o abbastanza d’accordo):

  • La donna è capace di sacrificarsi per la famiglia molto più di un uomo (65%)
  • Per una donna è molto importante essere attraente (62%)
  • Tutte le donne sognano di sposarsi (37%)
  • In presenza di figli piccoli è sempre meglio che il marito lavori e la moglie resti a casa con i bambini (36%)
  • Per l’uomo più che per le donne è molto importante avere successo nel lavoro (35%)
  • La maternità è l’unica esperienza che consente a una donna di realizzarsi completamente (32%)
  • È soprattutto l’uomo che deve mantenere la famiglia (28%)
  • Avere un’istruzione universitaria è più importante per un ragazzo che per una ragazza (17%)
  • È giusto che in casa sia l’uomo a comandare (13%)

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A proposito di pericolose generalizzazioni stereotipate

 


In questo paese oscilliamo da un lato tra la santificazione/venerazione della maternità, con tanto di dipartimento mamme e di bonus ad hoc, e dall’altro con attacchi più o meno velati alle donne, in generale, ma ultimamente anche alle neomamme o mamme.

Non c’è un equilibrio. Non c’è un quadro realistico. Non c’è un approccio serio e non stereotipato. Non c’è separazione tra realtà e finzione che deforma e strumentalizza tutto, in funzione di un discredito generalizzato intriso di odio e pregiudizio.

C’è chi mette in piedi una campagna di vero e proprio odio e dileggio contro le neomamme, creando addirittura una categoria specifica, tutta omogenea e tutta uguale, in balia di quella “isteria” che da sempre ci è stata appiccicata addosso. “Pancine” alla sbarra delle imputate, deumanizzate e diventate parte di corpi, nell’immaginario di questo personaggio del Web che tutto distrugge e che alimenta una, l’ennesima, mistificazione della rete. Per certi surfisti della rete che costruiscono e alimentano queste barricate, le neomamme diventano uno dei tanti bersagli, in un misto di dileggio e di misoginia. Le neomamme diventano una massa informe, un cluster, una categoria di soggetti ignoranti, gretti, superstiziosi, in balia di ormoni e di una natura che le porta a essere normalmente, biologicamente instabili, credulone, inaffidabili, in definitiva inferiori. Esattamente come storicamente ci hanno dipinte per secoli. Come se Simone de Beauvoir non fosse mai esistita e non avesse mai scritto nulla in merito. Come se anni di femminismo fossero passati invano.

Ed ecco che una delle tante gogne generate dai social e dal Web diventa uno strumento per tornare indietro, a quel ferro da stiro, a quella dimensione unicamente domestica, a quella monocapacità riproduttiva, a quel grembiule. Donne che diventano oggetti e alle quali facilmente si possono associare falsi stereotipi che però quasi tutti sono disposti a ritenere veri e rappresentativi di tutte le donne, perché “si sa che è così”. Su questo ritenere le donne assoggettabili ad un unico calderone di idee, pensieri e comportamenti si è fondata nei secoli la società patriarcale. Su queste costruzioni e ricostruzioni maschili del mondo delle donne si sono rette le discriminazioni e i pregiudizi che ci hanno affossate. Su questi temi tanta strada è stata fatta, a livello teorico e pratico, per smontare queste impalcature di frottole ai nostri danni. Eppure ciclicamente ritornano. Ritornano a dimostrazione che non possiamo abbassare la guardia e soprattutto dobbiamo creare un clima di solidarietà femminile che sappia abbattere questi tentativi. Purtroppo questo non c’è, o non è ancora diffuso. Non è una cosa semplice ma concordo con le analisi di Donatella Caione, editora di Matilda Editrice e con una esperienza consolidata alle spalle dalla parte delle donne e delle mamme, sulla pericolosità di “screditare una intera categoria, quella delle giovani mamme, e indirettamente le donne. E ovviamente non manca la violenza verbale di chi commenta le videate, violenza verbale sempre presente quando si parla di donne.”

Vi invito a leggere tutte le considerazioni (anche qui e qui) di Donatella, perché aiutano a smascherare l’operazione in atto.

 

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Un passo di civiltà lungo tre anni


Per la rubrica “come è andata a finire”.

Un passo di civiltà per il quale ci sono voluti tre anni. Sì è dall’autunno del 2014 che si è aperta la tenzone in merito ai costi della fecondazione eterologa.

Apprendiamo da un comunicato di Sara Valmaggi che:

“Il consiglio regionale ha approvato la mozione che ho presentato con la consigliera di Insieme x la Lombardia, Chiara Cremonesi e il Patto civico, che chiedeva che negli ospedali lombardi si possa accedere alle pratiche di fecondazione assistita eterologa con il solo pagamento del ticket. Mi sembra un ottimo passo avanti. L’assessore ha annunciato in aula la delibera entro dicembre: lo prendiamo in parola e auspichiamo che finalmente si ripari la discriminazione, già decretata dal Tar e dal Consiglio di Stato, finora subita dalle coppie lombarde.”

Anni per giungere a questa conclusione, dopo che la Regione Lombardia aveva deciso di porre interamente in carico ai pazienti il costo della pratica, differentemente da quanto previsto per la fecondazione omologa e da quanto messo in atto in altre regioni italiane. Una discriminazione delle coppie lombarde durata un tempo lunghissimo se ci pensiamo. Un aggravio di costi a carico delle coppie ingiustificato e altamente lesivo di una uguaglianza che nei fatti è venuta meno, pur essendo una pratica rientrante nei nuovi Lea.

Ma si sa, questi sono i risultati quando si smembra una legge, la 40/2004 che da subito ha mostrato grossi limiti, a colpi di sentenze della Corte costituzionale e non interviene una legge organica che riorganizzi la materia, ma si procede per pezzi, per successive modifiche nelle prassi, altamente variegate anche a causa dell’autonomia regionale in materia sanitaria.

E speriamo che la delibera regionale arrivi entro la fine dell’anno. E speriamo che si torni a parlare seriamente di legge 194, di contraccezione accessibile, di sessualità consapevole e di infiltrazioni confessionali che vogliono imporsi sulle scelte delle donne. Questioni che in Lombardia, ma anche altrove, sono urgentissime e per troppo tempo dimenticate e diventate marginali perché “scomode” a livello di ritorno elettorale.

 

Vi invito a firmare questa petizione per una contraccezione gratuita e consapevole.

 

 

Per approfondire:

Sul business dell’eterologa: http://www.repubblica.it/salute/2017/07/05/news/italia_l_eterologa_e_in_mano_ai_privati-170054707/

I nuovi Livelli Essenziali di Assistenza. Le novità per la salute della donna:

http://www.salute.gov.it/portale/documentazione/p6_2_5_1.jsp?lingua=italiano&id=334

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Prima che si chiuda la legislatura, si revisioni il rito abbreviato


La legislatura si sta per chiudere. Insieme ad altri provvedimenti che rischiano di non vedere l’approvazione, c’è questa riforma del rito abbreviato che potrebbe non essere più applicabile ad alcuni reati particolarmente gravi e che prevedono l’ergastolo. Per questo abbiamo pensato a questa lettera al Presidente del Senato Pietro Grasso. Pensiamo che questa correzione vada nell’interesse trasversale, generale: non va assolutamente rinviata.

***

Alla cortese attenzione del Presidente del Senato Pietro Grasso

Oggetto: richiesta di accelerazione iter per revisione rito abbreviato

Egregio Presidente,

Le scriviamo questa lettera, consapevoli che siamo alle battute finali della XVII Legislatura e che vi sono diversi provvedimenti di cui viene richiesta l’approvazione. Tra questi non possiamo non sottoporre alla Sua attenzione, quello che potrebbe rispondere alle istanze e alle sollecitazioni di diversi soggetti, nonché ad interessi trasversali e diffusi tra la popolazione italiana. Il progetto di legge 4376, contenente “Modifiche all’articolo 438 del codice di procedura penale, in materia di inapplicabilità e di svolgimento del giudizio abbreviato”, presentato il 21 marzo 2017, è passato in prima lettura alla Camera il 28 novembre scorso ed è stato trasmesso al Senato. Con questa norma si prescrive di escludere il giudizio abbreviato, che in caso di condanna, consente di ottenere l’abbattimento di un terzo della pena, nei procedimenti connessi ad alcuni gravi delitti, quali i crimini per i quali è prevista la pena dell’ergastolo. Qualora si superasse lo scoglio del Senato, il rito abbreviato non potrà più essere applicato a reati come strage, omicidio premeditato, violenze sessuali, tratta di persone e sequestro di minori o a scopo estorsivo con morte dell’ostaggio. Questo salvo che l’imputato non subordini la richiesta “a una diversa qualificazione dei fatti o all’individuazione di un reato diverso”.

Appare evidente che la scelta del Legislatore di introdurre il rito abbreviato per snellire e velocizzare i processi, ha causato non poche distorsioni in termini di giustizia, perché si sono moltiplicati i casi in cui, proprio grazie agli sconti previsti, si sono ridotte all’osso le pene anche per reati gravi e con ricadute pesantissime. Una conseguenza del genere ha conseguentemente indebolito, agli occhi dei più, la funzione di prevenzione, di dissuasione e di difesa sociale della pena.

Qualsiasi tipo di pena chiaramente non riuscirà a riportare in vita una persona, non cancellerà una violenza subita, ma dovrebbe dare la misura di come il sistema giudiziario italiano consideri determinati crimini e reati. L’entità della pena prevista per un reato contribuisce ad attribuire il giusto peso e gravità a determinati comportamenti lesivi. Se viene meno questa caratteristica in molti potrebbero sentirsi legittimati o protetti dal sistema giudiziario, come anche dal Legislatore che consente assottigliamenti anche consistenti delle pene. La certezza della pena e il rispetto delle vittime non possono essere lesi al prezzo di snellire la macchina della giustizia.

Il suindicato progetto di legge era stato già presentato nel 2013 ma, dopo essere passato alla Camera nel luglio 2015, non ebbe accoglienza favorevole al Senato. Oggi i tempi, prima della fine della legislatura, sono assai ridotti e rischiano di interrompere l’iter di una norma che potrebbe aiutare a correggere quelle suindicate distorsioni. Per questo chiediamo che si acceleri l’iter delDDL 2989 – giunto al Senato il 30 novembre scorso ed in attesa di assegnazione alla competente Commissione – e che si trovi la soluzione più idonea e rapida per non far decadere questa proposta come già in passato. Una di queste strade potrebbe essere la valutazione dell’applicazione del regolamento del Senato relativamente all’assegnazione dei disegni di legge in commissione deliberante. Sarebbe un vero peccato chiudere i lavori del Parlamento rinviando alla nuova legislatura il riavvio dell’iter di una norma siffatta, per l’ennesima volta.

Occorre che si trovi un equilibrio che salvaguardi da un lato i diritti delle vittime e dei loro familiari e dall’altro quelli dell’imputato. Occorre che la verità sia accertata e che sia fatta giustizia piena, cosa che senza un dibattimento rischia di non accadere del tutto, come necessita oltremodo per i crimini più efferati, soprattutto nella loro considerazione sociale. Pensiamo ai femminicidi ed alle violenza sessuali, reati verso i quali è particolarmente alta la nostra attenzione. L’occupazione simbolica del Parlamento da parte delle donne lo scorso 25 novembre dovrebbe avere delle ricadute concrete, volte a sollecitare una più precisa considerazione delle loro istanze, che necessitano di un ascolto e soluzioni capaci di sanare quanto ancora non funziona adeguatamente. Nella coscienza che una conseguenza del genere spesso va a ledere profondamente le vite delle sopravvissute e il loro desiderio di giustizia, come anche incide indelebilmente le sorti dei familiari delle donne uccise di femminicidio.

Ci auguriamo che si trovi la volontà politica di concludere la legislatura con un provvedimento che possa andare in questa direzione, affinché non decada ancora una volta un tentativo di riportare un equilibrio nel sistema e non si rinvii qualcosa che potrebbe cambiare la sostanza di tanti processi e giudizi. Alla Camera si è riusciti a trovare la convergenza di più parti politiche, evidenziando in siffatto modo come il tema sia condiviso e percepito come urgente da molti. Manca il passo successivo al Senato ed è nostro più vivo auspicio che esso avvenga repentinamente, nella più sentita consapevolezza della sua impellente necessità.

Il gruppo Chi Colpisce Una Donna, Colpisce Tutte Noi

 

 

Lettera pubblicata su Dol’s Magazine e su Noi Donne.

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Respect-MI: insieme si può


Al via il progetto promosso dall’Associazione Libere Sinergie per sensibilizzare e informare la cittadinanza sulla violenza di genere, coinvolgendo tutti i soggetti del territorio, a partire dalle Scuole.

Il 26 novembre, presso il giardino di via Montegani a Milano ed in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, verrà inaugurata la panchina rossa promossa dall’Associazione Libere Sinergie. Primo step di un percorso che, come spiega la presidente della neonata Associazione, che ha curato la stesura dettagliata del progetto per le scuole, Simona Sforza, “consiste nel dipingere di rosso alcune panchine dislocate nei parchi e nelle vie della città, specialmente in periferia, per non dimenticare le donne vittime di femminicidio”. Panchine che però “devono essere – continua Sforza – dei simboli fisici tangibili di un impegno quotidiano di tutti e di tutte per aiutare le donne a uscire da situazioni di violenza, un luogo per diffondere consapevolezza e sensibilità su queste vite segnate o interrotte dalla violenza”.

L’iniziativa, nata con il patrocinio del Municipio 5 del Comune di Milano, si svolgerà a partire dalle 15:00 e vedrà la partecipazione, fra gli altri, degli studenti della III C dell’istituto Kandinsky che si faranno autori e protagonisti delle successive fasi del progetto, ovvero la decorazione grafica della panchina, attraverso un percorso prima di riflessione e di approfondimento del fenomeno della violenza in laboratori specifici e poi di personalizzazione e realizzazione di una idea artistica, che renda “parlante” la panchina. Il coinvolgimento delle scuole rimane infatti una delle priorità per l’Associazione Libere Sinergie per combattere la violenza di genere come problema culturale.
Periodicamente verranno organizzati presidi informativi proprio presso la panchina, affinché la cittadinanza sia coinvolta permanentemente e faccia proprio il senso e gli obiettivi del progetto che la panchina materialmente rappresenta.
Il progetto vede anche il sostegno e la collaborazione di Mister Coas, poeta di strada e fermo sostenitore della lotta ad ogni forma di violenza, che ha aderito all’iniziativa sottolineando “come in un’epoca in cui si comunica e si scrive tanto velocemente senza dare troppo peso a quello che si dice, sia bello creare un percorso condiviso e dare forza ad un progetto come questo: diretto, all’aperto, gratuito e che coinvolge zone della città bellissime, ma cariche di complessità. ”
La prima panchina ed a seguire tutte le altre, che verranno dipinte di rosso da Libere Sinergie e dalle scuole di volta in volta coinvolte, riporteranno tutte il numero nazionale antiviolenza 1522, perché oltre che un momento di riflessione vogliono essere un strumento utile per segnalare a chi rivolgersi per iniziare un percorso di fuoriuscita dalla violenza.

Libere Sinergie nasce il 26 giugno 2017 dalla duplice volontà di portare avanti progetti educativi per prevenire la violenza di genere e fornire una sorta di mappatura di servizi già esistenti. Il tema della violenza non è il solo che compone gli obiettivi dell’Associazione: salute di genere e prevenzione, lavoro al femminile e forme di work-life balance, allargando fino a presidiare e a sostenere tutti i diritti delle donne, per raggiungere una società sempre più egualitaria e paritaria, in cui tutte e tutti possano esprimere le proprie potenzialità, senza muri o ostacoli.

Mister Caos, che ha fatto degli spazi cittadini le pagine su cui scrivere le sue poesie, è organizzatore e direttore artistico della seconda edizione del festival internazionale della poesia di strada. Le sue composizioni sono affisse a Milano, Roma, Palermo, New York, Parigi ed Hong Kong, per citarne alcune.

Associazione Libere Sinergie: http://www.liberesinergie.org
Mister Caos: http://www.mistercaos.com

Milano, 23 novembre 2017

 

 

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#25novembre La strada è ancora lunga

 

Mi dispiace essere confermata dai fatti. Mi dispiace dover constatare che avevo visto giusto. Dopo un anno si sono materializzati tutti i miei timori.

Nell’ottobre 2016 avevo espresso i miei dubbi in merito a una proposta che Emilio Maiandi, presidente della commissione 4 del Municipio 7, aveva presentato come tematica di approfondimento in occasione del 25 novembre. Nel dettaglio si trattava di un evento che si occupasse dell’assenza di supporto nella maternità come forma di violenza. A ottobre 2016 se ne parlò brevemente e genericamente in commissione, senza un reale approfondimento.

Le mie preoccupazioni si sono materializzate il 20 novembre, quando a margine della seduta del Consiglio di Municipio 7 ho scoperto che per il 25 novembre 2017 si è organizzato un evento dal titolo: Lo sguardo di una madre.

Per questo 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, istituita dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 1999, nata per sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema, la giunta del municipio 7 delibera, senza coinvolgere la commissione competente in materia, le associazioni e i gruppi del territorio, come accadeva in passato, l’organizzazione di una iniziativa in cui si invita il Centro Ambrosiano di Aiuto alla Vita e il Movimento per la Vita. Dalla locandina si evince che 4 uomini, cosa molto consueta ma non per questo accettabile, parleranno di maternità, di donne, di diritti delle donne. Ci risiamo, sui corpi e sulle scelte delle donne, parlano gli uomini. Un centro di aiuto alla vita entra nelle istituzioni e per il 25 novembre si devia l’attenzione dagli obiettivi specifici e propri della Giornata e si affronta un tema che è importante, ma che non può avere un unico interlocutore, un unico punto di vista, oltretutto fortemente schierato. Questa è manipolazione. La violenza di genere è un fenomeno ben preciso, che non va confuso e strumentalizzato per altri fini.

Il minestrone non aiuta, anzi pericolosamente sminuisce e fa azione di disturbo. Si sposta l’attenzione altrove. A mio avviso, i problemi legati alla maternità fanno rima con discriminazioni, con disparità, con diritti affievoliti, con precarietà. Il mancato sostegno alla maternità è frutto di una mentalità che considera il lavoro di cura qualcosa di scontato, gratuito e un welfare sostitutivo. La conciliazione e la condivisione sono temi della genitorialità, non solo in capo alle donne, alle madri. Trovo importante parlare dei supporti alla maternità, ma aggiungerei sempre la parola “consapevole”. Purtroppo non possiamo ignorare la crescita esponenziale delle gravidanze precoci, precocissime, che in condizioni socio-economiche-culturali difficili e di disagio, possono innescare processi cronici, difficili da interrompere. Quindi occorre intervenire per garantire una educazione che prevenga questo e aiuti le donne a scegliere consapevolmente quando, come e se diventare madri. Contraccezione, conoscenza e cura del proprio corpo: non concentrarsi unicamente sul mito della maternità, sarebbe un passo importante. Un figlio non è qualcosa di monetizzabile, non basta un bonus o sostegni caritatevoli per crescere bene un figlio. Non permettiamo che si faccia pressione colpevolizzando le donne affinché portino avanti la gravidanza.e che la questione venga affrontata invitando un unico soggetto come interlocutore, che rappresenta una realtà di stampo confessionale, con un approccio ben preciso. La scelta di una donna di interrompere la gravidanza non può essere forzata e condizionata da organismi esterni, perché si è genitori per sempre e questo tipo di pressioni possono pregiudicare per sempre lo sviluppo della vita di una donna.

Quella prevista per il 25 novembre in Municipio 7 è una iniziativa a senso unico, che ospita di fatto una sola realtà, che tra l’altro non rispetta pienamente l’autodeterminazione delle donne, che è marcatamente contro un diritto previsto da una legge dello Stato italiano, la 194/1978, una realtà no-choice, che dichiaratamente interviene in un momento delicato e rischia di colpevolizzare le donne e le loro scelte. Nel sito si legge:

“Il CAV Ambrosiano nasce a Milano nel 1980 dalla volontà e dall’impegno di alcuni volontari , a favore della vita nascente, contro l’aborto, al fine di rimuovere quei condizionamenti interni ed esterni che le donne sole e in gravidanza spesso percepiscono come insormontabili.”

L’unica che ha diritto di scegliere e di valutare è la donna in piena autonomia, senza pressioni, da qualunque versante provengano.

Il tutto avviene il 25 novembre, giornata dai temi ben precisi, ma evidentemente non colti dalla maggioranza municipale. L’iniziativa è stata costruita senza possibilità di contraddittorio, senza una sola voce che parli di contraccezione e di modalità prevenzione delle gravidanze indesiderate, un percorso educativo che riguarda entrambi i sessi.

Rimarco il fatto che dalla locandina si evince che gli organizzatori e i relatori sono tutti uomini. Noi donne non abbiamo voce. Noi donne impegnate da anni su questi temi non siamo ascoltate e soprattutto questo mi sembra un pesante schiaffo in una giornata in cui dovrebbero essere ben altri i focus e soprattutto le modalità di approfondimento e di confronto. Uno spot molto pericoloso, senza un barlume di laicità, un valore fondamentale. Altro che cultura del rispetto, siamo proprio allo sbeffeggiamento di lotte di decenni. La legge 194 nel 2018 compie 40 anni e non gode di buona salute. Che senso ha chiedere più consultori pubblici e laici se poi si fa pubblicità a questo genere di movimenti all’interno di pubbliche istituzioni?

Le ripercussioni di gravidanze indesiderate portate a termine con pressioni di vario tipo spesso sono molto gravi, con cicli di disagio multiforme che rischiano di non interrompersi, ai danni non solo delle donne, ma soprattutto dei figli. Per chi conosce la realtà e il territorio è evidente che abbiamo un problema, una sottovalutazione delle conseguenze.

In questo clima mi spiace registrare che la mozione urgente presentata proprio ieri da Federico Bottelli, non raggiungendo il numero di firme sufficienti, non viene nemmeno votata. Tale mozione sollecitava il municipio a “promuovere e realizzare iniziative volte a ridurre il fenomeno della violenza di genere e sensibilizzare la cittadinanza e in particolare gli studenti delle scuole secondarie di secondo grado del Municipio 7 sul tema delle violenze di genere” e di esaminare la proposta protocollata per una targa contro la violenza sulle donne. La mozione non ha raggiunto i 2/3 delle firme dell’assemblea, raccogliendone solo 10, con il parere favorevole dei consiglieri del PD e del M5S.

La maggioranza presente in consiglio in massa ha deciso che fosse sufficiente l’iniziativa sulla maternità, calata dall’alto dalla giunta, monodirezionale e chiaramente priva di una reale possibilità di interlocuzione utile.

La mozione Bottelli verrà ripresentata con una nuova formula in commissione 4.

Nell’iniziativa municipale non vi è traccia di uno degli scopi fondamentali del 25 novembre: informare e sensibilizzare sulla violenza di genere.

Evidentemente si preferisce adoperare questa giornata per fare propaganda su altro, nessuna traccia di contrasto agli stereotipi, ai ruoli segregati per genere e a meccanismi relazionali nocivi.

Sembra di essere in pieno medioevo e soprattutto sulle scelte delle donne sono ancora una volta degli uomini a discettare e a tracciare la via.

Sui nostri corpi sono ancora gli uomini a decidere. Paradossale che nel 2017, in occasione della Giornata del 25 novembre, le donne vengano adoperate all’occorrenza, strumentalizzate per veicolare messaggi con lo sguardo indietro e per ribadire che noi donne siamo incapaci di scelte autonome, abbiamo bisogno di “guide” maschili, che ci aiutino a scegliere come loro desiderano. Paradossale che non vi sia spazio per ciò che le donne pensano, il loro pensiero viene ancora una volta silenziato, subordinato a una interpretazione maschile. C’è una preoccupazione di controllare le donne, come se non fossero individui, esseri umani pienamente consapevoli e in grado di autodeterminarsi. Abbiamo l’impressione che l’assenza di donne nell’iniziativa municipale sia un segnale non casuale, ma indichi ancora una volta la mentalità secondo la quale non è bene che le donne parlino per se stesse, senza intermediari. Sempre sotto tutela di un padre, di un marito, di un fratello. Mai autonome, mai pienamente capaci. Forse perché non emerga che le donne reali, non quelle dipinte da certi ambienti, non vogliono essere ridotte a mere fattrici e ai ruoli/comportamenti codificati nei secoli dagli uomini.

Se questa non è violenza…

Dovremo con forza tornare a lottare per rivendicare rispetto per i diritti delle donne, in tutte le loro declinazioni, sottolineando innanzitutto DONNE, non macchine da riproduzione. Abbiamo avuto la conferma, qualora non ne fossimo sufficientemente consapevoli, che la strada è ancora lunga.

 

 

Il mio comunicato stampa lo trovate qui.

 

 

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La necessità di colmare i gap di genere


Di report in report, la fotografia che emerge in tema di eguaglianza di genere e di riduzione delle distanze in ogni ambito tra uomini e donne non è rassicurante. Il traguardo sembra allontanarsi, vediamo perché.

 

Il Global Gender Gap Index è stato introdotto per la prima volta dal Forum Economico Mondiale nel 2006 con l’intento di fornire un quadro sulle diseguaglianze basate sul genere e monitorare il loro progresso nel tempo. L’edizione di quest’anno mette a confronto 144 paesi, valutando il divario tra donne e uomini su salute, istruzione e gli indicatori economici e politici. Si prefigge di capire se i Paesi stiano distribuendo le loro risorse e opportunità equamente tra donne e uomini, indipendentemente dai loro livelli di reddito complessivi. Il rapporto misura le dimensioni del divario di disuguaglianza di genere in quattro settori:

– Partecipazione economica e opportunità – stipendi, partecipazione e leadership

– Istruzione – accesso ai livelli di istruzione di base e superiore

– Empowerment politico – rappresentanza nelle strutture decisionali

– Salute e sopravvivenza – aspettativa di vita e rapporto tra il numero di maschi e il numero di femmine di una popolazione

I punteggi dell’indice possono essere interpretati come la percentuale del divario colmato tra donne e uomini, consentendo ai paesi di confrontare le loro prestazioni attuali rispetto alla loro performance passata. Inoltre, le classifiche consentono confronti tra paesi.

Il Wef misura le disparità uomo-donna e quindi la distanza, le differenze in ciascuna area di analisi tra condizione femminile e maschile.

Le classifiche sono progettate per creare una consapevolezza globale sulle sfide poste dalle differenze di genere e dalle opportunità create dalla riduzione dei gap. Questo report nasce come base per progettare misure efficaci per ridurre queste disparità di genere.

Saadia Zahidi of the WEF said gender equality was ‘both a moral and economic imperative’.

Com’è la situazione generale quest’anno?

“A bad year in a good decade: the World Economic Forum Global Gender Gap Report 2017 finds the parity gap across health, education, politics and the workplace widening for the first time since records began in 2006.”

Non proprio un anno d’oro, visto che per la prima volta dal 2006 la forbice si allarga in tutte le dimensioni oggetto del report. In passato, seppur i miglioramenti siano sempre stati lenti, i progressi non erano mai mancati. Vediamo nel dettaglio perché c’è stato un arretramento e dove è stato più consistente.

Il divario globale di genere potrà essere colmato esattamente in 100 anni, rispetto agli 83 anni previsti lo scorso anno. Le differenze di genere più considerevoli restano nelle sfere economiche e della salute. Per cancellare il divario economico di genere ci vorranno 217 anni. Ciò rappresenta un’inversione del progresso ed è il valore più basso misurato dall’Indice dal 2008.

 

Pur registrando una riduzione del gap di genere rispetto a 11 anni fa, occorre non smettere di investire per accelerare il progresso. Allo stato attuale del progresso, il gap globale in termini di genere può essere chiuso in 61 anni in Europa occidentale, 62 anni in Asia meridionale, 79 anni in America Latina e nei Caraibi, 102 anni in Africa subsahariana, 128 anni in Europa orientale e l’Asia centrale, 157 anni in Medio Oriente e Nord Africa, 161 anni in Asia orientale e nel Pacifico e 168 anni in Nord America.

Alcuni paesi, tra cui Francia e Canada, l’anno scorso hanno fatto grandi passi in avanti verso la parità. L’Islanda rimane il paese con la migliore condizione di parità tra i generi.

Una varietà di modelli e di studi empirici hanno suggerito che migliorare la parità di genere può determinare significative ricadute in termini economici, che variano a seconda della situazione delle diverse economie e delle sfide specifiche che devono affrontare.

 

Le ricadute economiche della parità

Vari studi hanno suggerito che migliorare la parità di genere può determinare significativi dividendi economici, che variano a seconda della situazione delle diverse economie e delle sfide specifiche che devono affrontare. Notevoli stime recenti suggeriscono che la parità di genere economica potrebbe aggiungere un ulteriore 250 miliardi di dollari al PIL del Regno Unito, 1.750 miliardi di dollari rispetto a quelli degli Stati Uniti, 550 miliardi di dollari per il Giappone, 320 miliardi di dollari per la Francia e 310 miliardi di dollari al PIL della Germania.

Altre stime recenti suggeriscono che la Cina potrebbe vedere un aumento di PIL da 2,5 trilioni di dollari dalla parità di genere e che il mondo nel suo complesso potrebbe aumentare il PIL globale di 5,3 trilioni di dollari entro il 2025 se chiudesse il divario di genere nella partecipazione economica del 25% nello stesso periodo.

La questione della parità si rileva anche a livello industriale e aziendale, con segregazioni di genere: secondo una ricerca in collaborazione con LinkedIn, emerge che gli uomini sono sotto-rappresentati nell’istruzione, nella salute e nel benessere, mentre le donne sono sotto-rappresentate nell’ingegneria, nella produzione e nella costruzione, nell’informazione, nella comunicazione e nella tecnologia. Tale segmentazione per genere si traduce nel fatto che ogni settore perde i vantaggi potenziali di una maggiore diversità di genere: maggiore innovazione, creatività e ritorni. Esistono poi differenze significative quando si parla di posizioni di leadership, con un vantaggio degli uomini ancora molto rilevante. Di conseguenza, non basta concentrarsi sulla correzione degli squilibri nell’istruzione e nella formazione; il cambiamento è necessario anche all’interno delle aziende.

E l’Italia come si classifica?

Direi che per capire le ragioni del fatto che quest’anno siamo precipitate all’82ma posizione, possiamo leggere a pagina 25 del report. Il divario di trattamento tra donne e uomini nel nostro Paese torna, per la prima volta dal 2014, a superare il 30%.

“Italy (82) sees a drop in wage equality for similar work and women in ministerial roles, and widens its gender gap to more than 30% for the first time since 2014.”

 

Italy

Nero su bianco, in barba a tutti quelli che sostengono che ormai donne e uomini sono quasi alla pari nel mondo del lavoro. I dati occupazionali forse possono dare l’occupazione femminile in crescita, ma a queste condizioni, restando sempre all’89mo posto per partecipazione al mondo del lavoro.

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Storie di violenza domestica nell’Italia di oggi

#BookCity – Storie di violenza domestica nell’Italia di oggi

Contro ogni violenza sulle donne
17 novembre ore 17.30
presso SIAM – MILANO

Recitazione di brani letterari scelti del libro Il Canto delle Balene e dal libro Il manifesto di Venezia. Contro la violenza di genere, che raccoglie alcune storie di violenza domestica realmente accadute. Tratti da un’inchiesta giornalistica realizzata dall’autrice nel nordest i racconti contenuti nel libro vedono protagoniste quattro donne di diverse età ed estrazioni sociali, che in modi diversi hanno vissuto esperienze di violenza dentro le mura domestiche.
L’incontro intende attraverso l’approfondimento di un tema di drammatica attualità, la divulgazione di dati e di iniziative nonchè attraverso la lettura di brani scelti dal libro in oggetto proporre un momento di riflessione intergenerazionale sul tema della violenza domestica proprio nel mese di novembre dedicato alla sensibilizzazione per l’eliminazione della violenza sulle donne.

Con:
Diana De Marchi, Presidente Commissione Pari Opportunità e Diritti Civili del Comune di Milano
Laura Capone Direttore editoriale LCE – Laura Capone Editore
Giuliana Grando psicanalista, già Supervisora del Centro Antiviolenza del Comune di Venezia, Presidente ABA Venezia
Simona Sforza blogger ed attivista politica
Giovanna Pastega giornalista e scrittrice
Claudia Casolaro, dance performer
Testi di Giovanna Pastega

Vi aspettiamo!

 

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#LaCasaSiamoTutte

 

Il Comune di Roma ha mandato una lettera alla Casa Internazionale delle donne di via della Lungara, chiedendo il pagamento di 833.512,30 euro entro 30 giorni. Cifra per la Casa impossibile da reperire. Occorre scongiurare in tutti i modi il rischio sfratto. Oggi alle 18 ci sarà un’assemblea cittadina.

Per testimoniare la nostra vicinanza e solidarietà alle donne della Casa si può firmare la petizione qui.

Tante le voci che si sono espresse in questi giorni a sostegno della Casa. Pasionaria ha dato vita a questo mosaico di parole che potessero dare una fotografia efficace di ciò che è la Casa, di ciò che ha saputo costruire in 30 anni.

Questo il mio contributo:

«In un Paese in cui gli spazi di incontro sociali e culturali accoglienti, accessibili e fruibili da tutt* sono rari e pertanto preziosi, fa male assistere all’idea che una storia trentennale si possa intaccare per una questione debitoria, senza considerare quanto la Casa internazionale delle donne ha donato alla città e non solo. Ci auguriamo che si possano trovare soluzioni che consentano di non interrompere questo scambio, per non tagliare i fili di relazioni positive che nella storia della Casa si sono intrecciati. Uno spazio che a partire dall’esperienza femminista ha offerto occasioni di ascolto, di incontro e confronto, di elaborazione di una politica differente, solidale. Uno spazio da abitare con idee e corpi in movimento, da condividere, un punto di riferimento per tante donne. Ha svolto un’azione instancabile che permettesse di valorizzare il contributo e i saperi femminili. Ce ne vorrebbero tanti di luoghi di questo tipo, per questo penso che si debba risolvere al meglio questa vicenda. Per il bene dell’intera comunità non solo cittadina, ma italiana, perché la Casa è un bene di tutto il Paese».

 

Questa storia non si può interrompere, dobbiamo adoperarci affinché si trovi una soluzione che non pregiudichi le attività della Casa. Questi spazi si devono moltiplicare, diffondere, non si può pensare di subordinare tutto a una questione economica.

 

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Potere e violenza. La difficoltà di cambiare prassi.

Artemisia Gentileschi – La ninfa Corisca e il satiro – coll. privata – © Luciano Pedicini, Napoli


Quando si parla di diseguaglianza di potere a volte si rischia di smarrire ciò di cui stiamo parlando. Il consenso e la scelta vengono deformati, subiscono una sorta di pressione forzata in un contesto disequilibrato: non sono più così chiari e subiscono un condizionamento. Il potere non è solo uno status di superiorità in termini di controllo, di status, gerarchico, di età, di posizione, di genere.

Il potere se lo guardiamo a livello base è la differenza tra una persona che è in uno stato di bisogno, di sopravvivenza, di assenza di alternative percorribili e chi dall’altra possiede la forza “coercitiva” di varia entità, di vario tipo.
Il denaro è una di queste leve.

Strano verificare che per alcune il consenso sia inficiato solo quando si parla di potere maschile a ridosso del caso Weinstein e dintorni. Strano che la stortura la si noti solo ora e non quando si propagandava la magnificenza della “scelta” autodeterminata in prostituzione. Eppure da tempo si parlava di un grave ed evidente affievolimento della libertà di scelta in alcuni contesti, chiaramente ad alto livello di violenza. Strano che oggi si parli di potere e di condizioni di diseguaglianza che rendono consenso e scelte individuali meno libere, anzi vere e proprie lesioni dei diritti fondamentali di un essere umano.

Direi eureka! Ci siamo svegliate dal torpore.
Avevamo bisogno del caso Weinstein per smascherare questa realtà, indicibile e inammissibile anche per tante di noi?

Esattamente come i clienti si sentono in diritto di abusare di una donna, come ogni volta che si tenta un’azione di normalizzazione della violenza sulle donne prostituite, esattamente come ogni qualvolta ogni forma di potere viene esercitata per piegare una donna, per avere accesso al suo corpo, per controllarla e sottometterla.
I modi sono molteplici, ma a monte la mentalità, la subcultura dello stupro e della violenzaè la medesima, restano cristallizzati i rapporti stereotipati, i cliché sui ruoli, con i medesimi risultati devastanti per le donne.

Esattamente questa verità abbiamo smascherato: che non può esserci libera scelta, piena scelta se non si hanno alternative di vita, se ci sono diseguaglianze di potere, se l’unica strada a disposizione è vincolata da una situazione di svantaggio, di bisogno, di ricatto, di un potere che tutto può.
Certo ci si può sottrarre, ma nulla è automatico e scontato, nulla è così semplice come appare, dobbiamo pensare che non tutte potranno o avranno la forza di farlo. Sappiamo quanto sia complicato denunciare, affrontare tutto ciò che ne consegue. Troppe sono le variabili e forse occorrerebbe concentrarsi su quel “a monte”, su prassi e consuetudini diffusissimi, piuttosto che puntare il dito sulle sopravvissute.

 

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Indennizzo irrisorio per la vita di una donna o per le violenze di genere subite

Dopo anni di inerzia, l’Italia tenta di allinearsi con quanto richiesto in Europa in materia di indennizzo per le vittime di reati intenzionali violenti. Vediamo con quali risultati.

Non c’è giorno in cui non scopriamo qualche nuovo tassello che sempre più pare farci indietreggiare. Mentre siamo ancora in attesa di una toppa normativa al 162ter e agli effetti della depenalizzazione del reato di stalking, che impone alla vittima un risarcimento monetario, ci giunge notizia di un’altra soluzione che ci lascia alquanto perplesse, per usare un eufemismo.

È circostanza comunemente nota quanto sia difficile per le sopravvissute alla violenza e per i familiari/figli delle vittime di femminicidio vedersi riconosciuto e saldato un risarcimento. L’Italia con enorme leggerezza, ha accumulato un buon numero di richiami dalla Corte di Giustizia dell’UE ed esortazioni fin dal 2011 dalla Commissione Europea, per non aver ottemperato a quanto previsto nella Direttiva Europea CE/2004/80, in cui si prevedeva che ciascuno Stato si dotasse di un sistema efficace, volto a garantire un compenso equo e adeguato per tutte le vittime di reati intenzionali violenti, tra i quali rientrano la violenza fisica e il femminicidio. Correva l’anno 2004.

Occorre ricordare che a monte di questa direttiva europea vi era l’esigenza di abolire ogni ostacolo alla libera circolazione delle persone e dei servizi all’interno dell’UE, per cui anche la sicurezza e la certezza di un sistema di compensazione equo in caso di reati intenzionali violenti facevano parte di accordi tra gli stati. In pratica, si doveva garantire omogeneità di trattamento a tutti i cittadini europei.

Alla direttiva europea del 2004, l’Italia rispose con il decreto legislativo 6 novembre 2007, n. 204 che la recepì però in maniera parziale, perché si impegnava ad assistere le vittime italiane di reati perpetrati in altri stati membri nell’ottenere da questi ultimi un congruo risarcimento. A questa interpretazione incompleta si aggiungeva anche la completa dimenticanza dell’art. 12, paragrafo 2, della direttiva 2004/80/EC, che obbligava gli stati membri a far sì che “le loro normative nazionali prevedano l’esistenza di un sistema di indennizzo delle vittime di reati intenzionali violenti commessi nei rispettivi territori, che garantisca un indennizzo equo ed adeguato delle vittime”.

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Qui la nota, pubblicata su Noi Donne, del gruppo Chi Colpisce Una Donna, Colpisce Tutte Noi.

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Uguaglianza di genere: qual è la situazione nell’Europa dei 28 Stati?


Qual è l’andamento dell’eguaglianza uomo-donna nell’Europa dei 28 Stati? Ce lo racconta il nuovo Gender Equality Index, l’indice pubblicato dall’EIGE, l’agenzia dell’Unione europea che si occupa di uguaglianza tra uomini e donne.

La graduatoria è divisa in sei macro domini e fotografa la situazione in ogni singolo paese in tema di uguaglianza su lavoro, soldi, istruzione, tempo, salute e potere.

Il progresso verso l’uguaglianza di genere nell’UE rimane lento. Il punteggio dell’Indice di uguaglianza di genere nel 2015 giunge a 66,2 su 100, mostrando la necessità di un maggiore miglioramento in tutti gli Stati membri. Questo è un miglioramento relativamente piccolo dal 2005 quando l’Indice era pari a 62,0 punti.

La classifica generale vede in cima Svezia, Danimarca e Finlandia, con la Francia al quinto posto dopo l’Olanda.


 

Tra i sei domini dell’indice, il maggior miglioramento si riscontra in quello del potere, mentre le disuguaglianze di genere nel dominio del tempo sono cresciute.


 

Il recente passato ha registrato uno sviluppo positivo verso l’uguaglianza di genere. I maggiori miglioramenti sono stati notati in Italia e Cipro.
La situazione resta stabile nella Repubblica Ceca, in Slovacchia e Regno Unito, mentre c’è stato un arretramento di un paio di paesi (Finlandia, Paesi Bassi).

Il dominio del lavoro occupa il terzo posto nella classifica dei punteggi dell’Indice di uguaglianza di genere, anche se i progressi in questo settore sono stati molto lenti (aumento di 1,5 punti negli ultimi 10 anni).
Il divario di genere nell’occupazione FTE arriva fino ai 16 punti percentuali, che riflette una partecipazione complessiva inferiore delle donne nel mercato del lavoro e una maggiore quota di part-time. La partecipazione di donne con scarso livello di istruzione è solo la metà del tasso di partecipazione di uomini poco qualificati e queste categorie di donne sono ad alto rischio disoccupazione di lunga durata e di avere una occupazione precaria.

La partecipazione all’occupazione è anche limitata per le donne con bambini, indipendentemente dal fatto che vivano con un partner o crescano da sole i figli.

Il basso tasso di partecipazione delle donne al mercato del lavoro è un ostacolo al raggiungimento dell’obiettivo Europa 2020 di un impiego del 75%.

Allo stesso tempo ci sono nuove opportunità che derivano da alcune iniziative politiche, come il Pilastro europeo dei diritti sociali (ne parlavo anche qui) che ha posto l’uguaglianza di genere come uno dei suoi principi fondamentali. I risultati dell’Indice di uguaglianza di genere 2017 sottolineano la necessità di integrare l’uguaglianza di genere in tutte le aree del Pilastro, compreso il supporto attivo all’occupazione, un’occupazione sicura e flessibile, con salari equi e un equilibrio tra lavoro e vita.

A tal proposito è interessante la nuova iniziativa sul work-life balance della Commissione europea, con nuovi standard per congedi e permessi di cura: l’iniziativa New Start mira a permettere a genitori e ad altre persone con responsabilità di cura di bilanciare meglio vita e lavoro e migliorare la condivisione dei compiti tra uomini e donne. Appena un uomo su tre cucina e svolge lavori domestici quotidianamente, a differenza della grande maggioranza delle donne (79 %).

Occorre lavorare per ridurre la segregazione di genere in alcuni settori del mercato del lavoro come nell’istruzione.

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Cosa accadrà dopo gli hashtag #metoo e #quellavoltache?


Mi sono presa un po’ di tempo per riflettere. Un tempo che non è quasi più possibile concedersi prima di provare a leggere ciò che accade. Per vari motivi ho assunto questo tempo lento e l’ho adoperato. Soprattutto in ascolto e in dialogo. Forse questo pezzo non sarebbe stato scritto senza tutto questo, senza tutto ciò che in questi giorni mi ha attraversato, senza lo scambio come sempre proficuo con Maddalena, senza tutte quelle coincidenze che ti portano a interrogarti, senza fretta, mettendo insieme tutti i pezzi. Provando a gettare lo sguardo un po’ attorno, un po’ più in là delle circostanze e dell’immediato accadere.

 

Cosa accadrà dopo l’hashtag #metoo o #quellavoltache?

Cosa accadrà dopo che avremo esaurito questo canale in cui convogliare la nostra indignazione e le nostre innumerevoli esperienze in cui il potere maschile si è palesato e ha voluto agire su di noi un abuso, una molestia, una violazione della nostra persona?

Cosa accadrà quando questo flusso di coscienza collettivo sarà esaurito e ripiegato su se stesso, quando i trend dei social si saranno sgonfiati? Cosa accadrà alle donne dopo questo moto spontaneo di condivisione? Mi chiedo questo e, immediatamente dopo, quale sia il senso compiuto di una denuncia se resta solo tra le mura di un social, persa nel flusso senza sosta, soppiantata da un’altra notizia, con la velocità delle ali in volo di un colibrì. Cosa accade ogni volta che una donna trova il coraggio di parlarne e dopo subentra un silenzio spiazzante a coprire tutto? Scoperchiare il pentolone su questo tipo di fatti è un po’ ingenuamente come scoprire in che condizione vivano le donne e sorprendersi di come sin da piccole si debbano confrontare con simili costumi machisti, tutti connotati da un senso di onnipotenza e di proprietà delle “femmine”. Femmine per dare un senso di assimilazione al mondo animale, perché evidentemente una certa mentalità e stile di comportamento maschile non sono mai andati oltre al considerarci sub-umane, confermando l’esercizio consolidato nei secoli di una sorta di “diritto” maschile su di noi.

L’ingresso delle donne in un numero crescente di ambiti non ha fatto altro che moltiplicare le occasioni in cui sottometterle, molestarle, ricattarle, manipolarle, umiliarle. Perché nel frattempo non c’è stato un cambiamento culturale in quel tessuto maschilista, mai incrinato e mai messo in discussione. Perché nel frattempo si è confidato in un progressivo riassetto, in chiave di restaurazione o in chiave progressista. Perché nel frattempo i comportamenti e le modalità di relazione sono rimaste irrigidite su un’incompleta accettazione della presenza e del ruolo pieno e non subordinato delle donne. Non si tratta unicamente di molestie o ricatti sessuali, ma di un’infinita sequenza e varietà di sottili lesioni dei diritti fondamentali e della dignità delle donne. Non essendo mai stati seriamente affrontati, avendo subito cicliche rimozioni e riduzioni, scardinare questi comportamenti, talmente invasivi da restare nel profondo delle esperienze delle donne, risulta un percorso in salita. Restano lì e riaffiorano, come abbiamo visto in questi giorni.

Due anni fa usciva il libro-denuncia Toglimi le mani di dosso di Olga Ricci, che costituisce una tappa fondamentale nel cammino di una consapevolezza nuova, visto che è un testo in cui l’autrice racconta la sua esperienza di molestie e ricatti nel mondo del giornalismo. A monte vi era un blog, Il porco al lavoro, purtroppo al momento offline, che ha raccolto tante storie di donne che hanno vissuto esperienze simili. Le storie riaffiorano e danno voce a vissuti traumatici, sepolti sotto un’enorme difficoltà e senso di impotenza che induce a le donne a tenere per sé gli abusi. Olga Ricci creò nel suo blog uno spazio in cui queste testimonianze potessero emergere e potessero ottenere la giusta attenzione, creando una sensibilità non fugace, né frettolosa. Penso che questo sia stato il suo pregio, dare una casa a queste storie, passare dalla dimensione individuale di un’esperienza a una più ampia, mostrando un fenomeno enorme, sottovalutato, volutamente marginalizzato e reso invisibile. Lavori come quello di Olga Ricci hanno materializzato queste lesioni che le donne trovano sul loro cammino professionale e lavorativo, consegnandole ad una valenza non più individuale ma collettiva, perché la violenza di genere giammai deve essere relegata al ruolo di una vicenda personale della singola donna abusata.

Le storie, come quella di Olga, ci scuotono per riportarci con i piedi per terra, per ricordare a coloro che sostengono che nel mondo del lavoro le donne abbiano raggiunto la parità, anzi che siano “avvantaggiate”, che così non è, che il sistema non si è ancora liberato di questi mostri che si sentono padroni delle donne, come se fossero soprammobili e oggetti a loro completa disposizione. Quel racconto vivo arriva come un pugno, perché parla a noi donne e riesce a portare a galla il senso di impotenza, di confusione, di frastornamento, di solitudine e di isolamento. Congiunto ai sensi di colpa e anche di incredulità che ci travolgono quando ci troviamo ad affrontare simili abusi e che ci portano a porci tanti se, tanti punti interrogativi col conseguente senso di smarrimento. Uno schiaffo a tutte le nostre competenze, aspirazioni legittime, a fare semplicemente bene il nostro lavoro, quello per cui siamo disposte a lavorare per pochi euro, senza orario, senza prospettive, senza contratto, solo per passione, perché non ci si riesce a immaginare in un’altra occupazione. Perché le nostre competenze dovranno pur valere? Oppure è una chimera, un mito?

Eppure dopo la pubblicazione e la divulgazione di Toglimi le mani di dosso non c’è stato l’effetto “bomba”, come ci si sarebbe aspettate. Non un interrogarsi e uno scuotersi dello specifico ambito lavorativo messo sott’accusa, alcuna luce ha rischiarato le fitte nebbie descritte da Olga Ricci, al sol fine di tentare di affrontare il problema delle molestie sui luoghi di lavoro. Non c’è stata una diffusione a tappeto del dibattito. Se ne è parlato, certamente, ma di certo non si è verificata la valanga di commenti e reazioni innescate dalla vicenda Weinstein. Perché? Cosa ha impedito di affrontare questo problema e scoperchiare il vaso di Pandora? I lustrini e lo star system si sono svegliati da un consapevole torpore o, meglio, fenomeno di cecità omertosa e condivisa del “tutti sapevano ma abbiamo preferito girare la testa dall’altra parte”, atteggiamento che non scagiona e non costituisce un alibi per chi attorno non è intervenuto a fermare il produttore. E, forse, occorrerebbe poter convogliare questo diffuso malessere per potere passare dallo star system ad altri ambiti lavorativi, chiamando ciascuno alle proprie responsabilità. Perché conosciamo le ragioni per cui le donne fanno fatica a denunciare e il contesto è uno dei fattori: il rischio che non ti credano, che ti puntino il dito dicendo che te la sei cercata o che ne hai tratto dei benefici, è altissimo. Processate e colpevolizzate dall’opinione pubblica e da chi gli sta intorno, spesso lasciate sole in queste battaglie a difendersi da attacchi su più fronti.

Non permettiamo che cada il silenzio e che tutto si risolva in un’ondata temporanea di reazione e di denuncia, impegniamoci a consolidare consapevolezza e azioni capaci di rendere permanente la nostra protesta. Certi abusi, molestie e ricatti non devono più trovare spazi e conseguentemente essere tollerati come consuetudine ineluttabile. I social mangiano tutto, i social divorano velocemente consumando un tema dietro l’altro. La scia, affinché sia positiva e produca effetti duraturi, necessita di un’assunzione collettiva di responsabilità perché le cose cambino, ciascuno nel proprio contesto, scuola, media, aziende pubbliche e private, associazioni, gruppi, famiglie, magistratura, corpi intermedi, istituzioni. Abbiamo bisogno di risposte politiche perché si tratta di questioni politiche.

Certamente gli hashtag hanno fatto da detonatore a tante storie personali, sepolte ma mai rimosse. Ma tutto sta avvenendo in un luogo che non offre la possibilità di garantire la giusta protezione, profondità e che non permette un passaggio ulteriore. Un passaggio necessario perché la bufera mediatica non sia avvenuta inutilmente e, soprattutto, perché si compia un cambiamento concreto. I social, in grado di accendere in pochi istanti i riflettori, hanno reso evidente l’esistenza di un fenomeno dai contorni enormi, anche se non se ne ha purtroppo un quadro preciso. Un’onda lunga di partecipazione e condivisione c’è stata, inutile negarlo, ma passiamo a valutare l’effetto di questo tsunami alla luce di quanto di molesto vorremmo che non accadesse più sui luoghi di lavoro.

Impegniamoci affinché ci sia maggiore e migliore consapevolezza sul problema e sugli strumenti difensivi, a disposizione di chi subisce questo tipo di soprusi, abusi e violenze. Interroghiamoci su come trasformare la consapevolezza personale in una collettiva, il più possibile permanente, e determiniamoci a che il racconto di ciascuna non si richiuda su se stesso e non si riaccostino i battenti della questione, terminata la prima fase di consapevole narrazione.

Dopo la catarsi collettiva attraverso gli status su Facebook si deve costruire, per uscire dal vicolo cieco, non richiudere il problema nella scatola, tornando al proprio privato dopo aver raccontato #metoo. Poiché non è il racconto su un social idoneo né sufficiente a mutare il quadro concreto, è necessario consolidare in azione la protesta virtuale e guardare le molestie da vari punti di vista. Colmare quella mancanza di solidarietà, che ha fatto puntare il dito e giudicare le donne, capire cosa accade tra colleghe, indagare sulla terra bruciata che si crea attorno a chi subisce questi abusi e si sente come Olga. Capire perché per un hashtag si crea un effetto domino di reazioni a catena e poi nella vita lavorativa di solidarietà ve ne è così poca, se non addirittura zero. In un senso di precarietà che tutto inghiotte, rivalutare anche questo stato d’animo di solidale empatia , che non deve essere considerato zavorra inutile e demodé.

Interroghiamoci sul perché ci liberiamo delle nostre personali zavorre sui social, ma anche sul motivo per il quale in parallelo non reagiamo di fronte ad un episodio di molestie e di ricatti sessuali che riguardi una collega. Riflettiamo sul fatto che sono tante le variabili e che ognuna reagirà diversamente non solo dall’altra, ma a seconda del frangente e del momento di vita.

Cresciamo con costanti percezioni di doverci muovere nelle sabbie mobili di discriminazioni, sessismo, giudizi e pregiudizi, eppure siamo sempre impreparate, incredule quando ci imbattiamo in certi vortici di molestie. Vengono meno difese e lucidità per poter reagire. Su questa paralisi “i porci al lavoro” contano, insieme al fatto che molto probabilmente non denunceremo, perché l’onere della prova per ricatti e molestie resta a nostro carico, così come dentro noi ne resteranno gli effetti. Potremmo anche scegliere di non denunciare mai, ma il danno che abbiamo subito è reale, non è inesistente. Voi questo dovete riconoscerlo, altrimenti siamo proprio all’anno zero. Da questo riconoscimento del danno si deve partire, senza minimizzare o derubricare.

Andiamo al di là dell’uso spontaneo delle nostre testimonianze e della loro funzione, come se fossero solo fotogrammi di tante vite e valutiamo gli effetti al di là del luogo virtuale adoperato per parlarne. Se quel #metoo riuscisse a superare la dimensione personale e diventasse una dimostrazione collettiva, per dire “anche se non ho mai subito, io ti supporto, io ti credo, io ti difendo, io sto al tuo fianco, senza se e senza ma, perché mi metto nei tuoi panni e non sto col bilancino e il cronometro in mano per giudicare come e dopo quanto ne hai parlato”, potrebbe diventare collante umano per mandare in soffitta queste barbariche modalità di oppressione delle donne in ambito lavorativo e non solo.

Australian artist Meredith Woolnough – #womensart


Perché, per impegnarci in prima persona, dobbiamo sempre attendere che la cosa ci tocchi e ci riguardi da vicino? Questo sarebbe il momento per trasformare quel vuoto di sorellanza solidale in un pieno di condivisione che non si può estinguere in una manciata di giorni, ma è in grado di renderci più partecipi, consapevoli e meno indifferenti in ogni luogo e contesto in cui agiamo.

Oltre le testimonianze dobbiamo riempire di sostanza questa richiesta di attenzione sul problema. Perché alla base ci sono delle istanze che non devono essere lasciate inevase dalle istituzioni preposte. Scardinando in primis il senso diffuso di questi uomini che si sentono intoccabili, impunibili e nel pieno diritto, in virtù del loro status di potere e di genere, di esercitare qualsiasi tipo di controllo e di dominio sulle donne.

Eppure qualche semino è già stato gettato in questo terreno, forse occorre adoperarsi, prima che si richiuda il varco aperto da un hashtag, per diffondere consapevolezza e riattivare un percorso di cambiamento concreto. Non siamo all’anno zero*, ma usciamo dai social e agiamo, diffondiamo consapevolezza oltre l’onda emotiva. Domani non vogliamo trovarci con figlie e nipoti che raccontano ancora le medesime storie di molestie e abusi sul lavoro.

Il gruppo Chi Colpisce Una Donna, Colpisce Tutte Noi

 


Per approfondire:

https://simonasforza.wordpress.com/2016/05/01/rimozione-collettiva/

http://www.dols.it/2016/12/12/sulle-molestie-nei-luoghi-di-lavoro-litalia-si-allinea-alleuropa/

http://www.raiplay.it/video/2017/10/Intervista-in-esclusiva-a-Asia-Argento—17102017-02f1d3b6-7dce-4b8a-a6bd-f43e003db6cf.html

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Un crimine contro l’umanità, una violenza contro le donne


Alcune considerazioni a caldo sulla presentazione del libro Stupro a pagamento – Paid for di Rachel Moran.

Rachel Moran è una sopravvissuta irlandese, co-fondatrice di SPACE international (organizzazione che riunisce sopravvissute provenienti da 7 paesi), ha vissuto 7 anni in prostituzione, dai 15 ai 22 anni. Ne è uscita e come sottolinea lei stessa non era scontato che ci riuscisse, molte donne vi restano intrappolate. Lei ha avuto la possibilità di uscirne per tempo, a una età che le ha permesso di rifarsi una vita, continuare gli studi e laurearsi in giornalismo. Il suo attivismo è venuto di conseguenza, piano piano, non poteva restare in silenzio, doveva dare voce a chi come lei la vita in prostituzione la conosceva bene, in tutti i suoi aspetti, senza sconti o edulcorazioni. E col tempo si sono unite a Rachel nuove attiviste sopravvissute.

 

Non recensirò il libro in questo pezzo, me lo devo studiare per bene. Ma ci tengo a fermare i pensieri e le mie emozioni.

Una delle prime occasioni in cui ho “incrociato” di Rachel Moran è stata nel 2014, da questo intervento al FemiFest 2014.

Chiara, efficace, semplicemente ti sa comunicare l’essenziale. Una conferma della sua capacità di trasmettere la sua esperienza e il suo percorso. La sua testimonianza è di per sé sufficiente per smascherare qualsiasi “depistaggio” o tentativo di glamourizzazione della vita in prostituzione.

Primo disvelamento: oggi è molto diffusa l’abitudine a separare la tratta dalla prostituzione.

In passato avevo trattato l’argomento qui e qui, penso che queste considerazioni siano ancora valide e utili a comprendere la questione per cui disgiungere i fenomeni serve solo a coprire la realtà.

Così come il termine sex worker, coniato dagli sfruttatori, serve solo a deformare la realtà di abuso e violenza di cui è intrisa la vita delle donne prostituite. Prostituite perché esiste una domanda, una richiesta di sesso a pagamento.

Senza la domanda si ridurrebbe l’offerta e lo sfruttamento delle donne, compreso il fenomeno della tratta di esseri umani, il secondo business mondiale dopo quello delle armi e prima di quello della droga.

Gli uomini pagano per poter stuprare, per poter possedere un corpo, per ottenere sesso non desiderato da una donna. Le ragazze che entrano in questo incubo sono sempre più giovani e quasi sempre c’è una storia di emarginazione, difficoltà di sopravvivenza, famiglie disfunzionali e fragili, impossibilità a trovare un lavoro e a sostentarsi perché troppo piccole, situazioni in cui non si ha una casa e si vive da senzatetto, abusi e violenze familiari, un passato traumatico. Un quadro che non può assolutamente far pensare che si tratti di libera scelta, di una scelta volontaria. Non avere alternative altera la capacità di scelta degli individui, entri in un vicolo cieco. Così come Rachel spiega bene che è folle parlare di consenso da parte di una ragazza minorenne. Una narrazione che sostiene che una ragazza possa essere consenziente serve solo a giustificare la perversione di uomini che abusano di minorenni, poco più che bambine.

È un crimine universale, una vera e propria violazione dei diritti umani. Ma perché pur essendo essenzialmente questo, siamo ancora qui a chiederci se punire questo crimine, perpetuato da sfruttatori e clienti? C’è una sorta di rassegnazione e di ineluttabilità quando si pensa che la prostituzione sia qualcosa di permanente, di non cancellabile. Però se pensiamo agli omicidi, continuano ad avvenire nonostante ci sia il reato e il carcere, eppure a nessuno viene in mente di mettere in discussione la punibilità di un reato simile. Noi consentiamo che ci sia invece un terreno franco, in cui è consentito pagare e commettere fondamentalmente un abuso su un’altra persona.

Le storie e le condizioni che portano le donne nel mondo della prostituzione sono rimaste le medesime nonostante il passare dei secoli, dei decenni e i vari cambiamenti storici. Oggi abbiamo un elevato numero di persone vittime di tratta, ma le necessità di spostarsi geograficamente ha sempre costituito un aumento del rischio di subire varie forme di violenza e sfruttamento. In un lavoro della Caritas leggiamo:

“La dislocazione di donne in particolare da alcune zone del Paese ad altre soprattutto sul piano agricolo (mondine) o agroalimentare (raccolta frutti e confezionamento prodotti), come anche lo spostamento nel dopoguerra dalle campagne alla città e dal Sud al Nord hanno portato nei primi decenni del ‘900 al verificarsi di fenomeni gravi di violenza alle donne, di sfruttamento sul lavoro e anche di sfruttamento sessuale. “

Storicamente lo spartiacque è stato il varo della legge Merlin nel 1958. È stata rivoluzionaria per come Lina Merlin ha lavorato, perché di fatto ha messo in atto una vera e propria campagna di ascolto delle donne. Rachel Moran racconta le audizioni delle donne al parlamento irlandese, che hanno poi portato ad aprire nuovi orizzonti e scenari e fino all’adozione del modello nordico o abolizionista. Esattamente questo ascolto ha portato Lina Merlin a tracciare le basi della legge che ha posto fine alle case chiuse e allo sfruttamento di stato. Lina Merlin riceveva moltissime lettere dalle donne, che raccontavano la loro esperienza in prostituzione. Da questo è nata una legge, che nonostante la perfettibilità di ogni cosa, ha messo al centro la donna, che non è criminalizzata, prostituirsi non è un reato, ma ha reso tale lo sfruttamento, il favoreggiamento e l’induzione alla prostituzione.

Quindi alla base di tutto ci deve essere una rilevante capacità di ascolto della realtà da parte delle istituzioni. Istituzioni che secondo il modello abolizionista devono assicurare strategie concrete di fuoriuscita dalla prostituzione: abitazioni, sostegni economici, la possibilità di crescere i propri figli, un lavoro, cure sanitarie, istruzione.

Il modello funziona se vengono messi in campo questi sostegni, accanto alla punibilità di chiunque compia una forma di sfruttamento economico e sessuale di una persona (cliente, pappone, trafficante ecc.), senza distinzione di genere sia per chi la esercita che per chi la subisce. Inoltre lo stato si impegna a varare programmi di educazione alle relazioni. Chiarissimo no? Chi si oppone chiaramente ha interessi economici, ideologici e personali molto forti. Queste le ragioni di una resistenza e di una opposizione. Non è solo un fattore culturale, in Italia e in altri Paesi preferiamo chiudere gli occhi e assuefarci al racconto deformante della prostituzione come lavoro. Alla base la più grande menzogna, che vuole coprire la realtà della violenza a cui sono soggette le persone prostituite.

Nessuna donna sceglierebbe mai e rimarrebbe in questa vera e propria schiavitù se avesse delle alternative di vita. Non potete costringere le donne in questo abuso permanente, ignorando che ciascun essere umano ha diritto a una vita dignitosa, senza violenza. Per questo dobbiamo ascoltare le sopravvissute, chi ha vissuto sulla propria pelle questa esperienza.

Purtroppo devo registrare l’assenza ieri sera di una parte di attivismo femminista. Non è un buon segnale, soprattutto perché se perdiamo l’abitudine ad ascoltare e ad approfondire siamo perdute.

È un pessimo segnale perché a perdere sono le donne e tutte le persone sfruttate e vendute. Naturalmente finché la cosa non ci riguarda, potremo continuare a raccontare del mito della prostituta felice. Per approfondire: qui. Penso che ci sia questo alla base della vulgata dei fautori del sex work, la rimozione della realtà, una maschera della trappola della violenza, come se il denaro la potesse legittimare. Subire violenza continuata può ragionevolmente essere un lavoro come un altro?

Quindi che fare? Su questo Rachel Moran è decisa: realizzare una coalizione ampia e che converga su questa battaglia, senza che si creino dispersioni di energie su altri temi, che rischiano di allontanare dall’obiettivo di realizzare un sistema sul modello abolizionista.

Credo che sia la chiave di ogni azione per cambiare realmente le cose, non disperdersi, per concentrarsi su determinati obiettivi e perseguirli con coraggio e determinazione.

Dobbiamo pensare alle donne di domani, abbiamo l’obbligo di costruire per loro un futuro migliore.

 

Per approfondire qui La cognizione dell’orrore, di Mariangela Mianiti.

 

Articolo pubblicato anche su Dol’s Magazine qui.

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#Stalking: ricapitoliamo


E’ assai necessario fare un piccolo ripasso della tempesta che ha investito da giugno ad oggi il reato di stalking.

In seguito alla legge di riforma del codice penale, approvata il 14 giugno scorso, si prevede l’introduzione dell’articolo 162 ter, che prevede l’estinzione dei reati con querela di parte remissibile a seguito di condotte riparatorie.
Tra i reati interessati dal 162-ter rientra lo stalking, un reato faticosamente inserito nel nostro ordinamento attraverso l’articolo 612 bis, introdotto dal D.L. 23.2.2009, n. 11, recante «Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica e di contrasto alla violenza sessuale, nonché in tema di atti persecutori».

L’allarme è stato lanciato lo scorso 27 giugno da Loredana Taddei, Responsabile nazionale delle Politiche di Genere di Cgil, Liliana Ocmin, Responsabile del coordinamento nazionale donne Cisl e da Alessandra Menelao, Responsabile nazionale dei centri di ascolto della Uil.

Ricordiamo tutti come venne frettolosamente bollata questa denuncia dei sindacati. Poche le voci fuori dal coro di condanna. Sporadiche e flebili le reazioni che avrebbero dovuto essere ben più forti. Ma si sa, il caldo estivo causa abbassamenti di pressione e le vacanze chiamano.
Abbiamo voluto ricordarlo con un cartello ad hoc, per fare un esercizio di memoria, per evidenziare la perniciosa abitudine a negare.


Arriva la conferma autorevole di Eugenio Albamonte, segretario dell’Associazione nazionale magistrati:

«Al di là della gravità della possibile estinzione del reato introdotta dall’articolo 162 ter per lo stalking, c’è una forte sperequazione tra i termini di custodia cautelare e quelli della pena. Perché con la nuova norma lo stalker può essere arrestato, ma poi attraverso una sanzione pecuniaria può ottenere l’estinzione del reato».

Negare l’evidenza non si può più.
Il guardasigilli Andrea Orlando, che in prima battuta, insieme a quanto dichiarato dal collega Gennaro Migliore e da altri esponenti politici, aveva parlato di “preoccupazioni non fondate” e aveva poi assicurato di essere pronto a “riconsiderare la punibilità a querela prevista nella legge del 2009”. Interviene la senatrice del Pd Francesca Puglisi:“Con le colleghe del Senato studieremo l’emendamento più efficace che tuteli le donne vittime di violenza”.
Siamo ormai a luglio, dopo sollecitazioni da più parti, il ministro Andrea Orlando deve trovare la “nave” su cui far transitare il correttivo; si ipotizza il ddl sugli orfani di femminicidio oppure quello sulla prostituzione minorile, tutti senza date certe. In più ai primi di luglio arriva il primo stop al ddl per la tutela degli orfani di femminicidio dal centrodestra, perché “nel testo si fa riferimento anche ai figli delle Unioni civili“. Questo nonostante l’appello a sostenere la norma a firma di alcune deputate di Forza Italia.

Si doveva fare presto a correggere gli effetti del 162 ter sul reato di stalking, che sarebbe entrato in vigore il 3 agosto. Un altro problema è che il nuovo art. 162 ter ha effetti retroattivi: le esperte rilevano che è applicabile anche ai processi in corso, anche dopo l’apertura del dibattimento e addirittura in appello (“tranne il giudizio di legittimità”). Inoltre alcuni processi per atti persecutori avviati d’ufficio o con aggravanti, spesso con il dibattimento vedono cadere per difetto di prova l’aggravante o il reato in concorso perdendo così la procedibilità d’ufficio, con la conseguenza che possono diventare estinguibili con la nuova norma.

Il 13 settembre vengono presentati ben due emendamenti all’articolo 162-ter del codice penale, primo comma:
prima firmataria Francesca Puglisi https://parlamento17.openpolis.it/emendamento/263388
prima firmataria Doris Lo Moro https://parlamento17.openpolis.it/emendamento/263445

Una corsa contro il tempo. Purtroppo è di due giorni fa la notizia della sentenza di Torino, le prime conseguenze nefaste si iniziano a vedere.
Fioccano scuse, mea culpa, tutti improvvisamente si svegliano all’improvviso. La bomba innescata a giugno è esplosa.

Esce il seguente comunicato:

“L’ufficio legislativo, su precisa direttiva del Ministro Orlando, ha depositato nei giorni scorsi parere favorevole all’emendamento presentato dalla senatrice Puglisi (Pd) nell’ambito dei lavori parlamentari sulla proposta di legge a tutela degli orfani dei crimini domestici, calendarizzata dalla Commissione giustizia del Senato la prossima settimana.

Aspettiamo “fiduciose”, ma con un grado di allerta massimo. La toppa per sanare lo stalking rischia di subire le conseguenze dei veti sul progetto della legge per la tutela degli orfani di femminicidio.

Aspettiamo, ma al contempo sottolineiamo che per le sentenze di estinzione come quella di Torino e tutte quelle che potrebbero arrivare, le donne potrebbero non vedere giustizia né il ripristino delle misure di protezione previste per lo stalking, che decadono contestualmente all’estinizione del reato.

Nel frattempo è arrivata anche la notizia dell’iniziativa di impugnare la decisione della giudice di Torino da parte dell’Avvocato generale Giorgio Vitari e del procuratore generale Francesco Saluzzo.

Si è creato un danno gravissimo, concreto, immediato alle donne, insieme a un pericoloso messagio culturale, che si può perseguitare una donna e poi sanare con una manciata di euro.

Le dichiarazioni tardive di scuse e di attenzione al problema non sanano le conseguenze della “svista” che sono sotto i nostri occhi.

L’unico segnale utile di attenzione alle donne che ora chi siede nelle istituzioni deve dare è sanare le conseguenze del nuovo art. 162 ter c.p. sul reato di stalking. Nessuno ha dato l’allarme durante i lavori sulla riforma del codice penale, ora il tempo è scaduto. La norma è legge e inizia a portare i suoi frutti avvelenati. La monetizzazione di un reato come lo stalking non deve essere ammissibile. Occorre intervenire ORA. Ora si deve trovare la convergenza delle forze. Se volete dimostrare di voler veramente ascoltare le donne, questa è l’occasione, non altre.
Vigileremo. Siate certi che lo faremo.

 

Il gruppo Chi Colpisce Una Donna, Colpisce Tutte Noi

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Lettera aperta alla Ministra Valeria Fedeli


Alla cortese attenzione della Ministra dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Valeria Fedeli
CC: Onorevoli Laura Boldrini e Maria Elena Boschi
*** 
Onorevole Ministra,
Le scriviamo perché i segnali di pericolosi arretramenti culturali stanno raggiungendo una cadenza quotidiana allarmante. Più che arretramenti, si tratta del permanere e della diffusione dei più evidenti elementi alla base della cultura che fa da substrato alla violenza di genere. In rete specialmente, accanto a fenomeni di hate speech e di cyberbullismo, girano contenuti esplicitamente violenti che alimentano e legittimano la violenza contro le donne. Un esempio tra i più recenti è il brano musicale “Yolandi” a firma del rapper Skioffi.
Non è una novità, non è il primo caso, né sarà l’ultimo. A livello musicale abbiamo una lunga tradizione, una sorta di visione mitizzata dell’uomo che abusa, agisce il proprio potere di vita e di morte su una donna. Così come non sono nuovi epiteti e gergo. Sembra che ci si compiaccia in questa sequenza orrorifica. Anche questo fa parte di un certo merchandasing della violenza, una esibizione ostentatamente machista. Si ricalca un modello, lo si cosparge di un po’ di glitter, di una parvenza artistica e lo si dà in pasto al pubblico. Si vende questo prodotto e il relativo corollario di subcultura maschilista, sessista e violenta.
Qualcuno potrebbe sostenere che è una “istantanea” del punto di vista distorto del femminicida. Eppure il rischio emulazione, di immedesimazione è altissimo e ci dobbiamo chiedere se vale la pena lasciar correre. Soprattutto se quel pubblico è composto di giovanissimi, digiuni di chiavi di lettura e di mezzi per guardare oltre la superficie. Ci chiediamo che impatto possano avere simili contenuti su un individuo in formazione, che sta costruendo una propria idea e percezione delle relazioni affettive.
Non è sufficiente segnalare un contenuto, una foto, un video, un testo sul web, sui social, perché ve ne saranno altri mille similari e comunque il brano e quello che diffonde continueranno a girare altrove. Occorre allargare lo sguardo di azione facendo riferimento all’urgenza di un intervento educativo massivo che doti i ragazzi degli strumenti per decodificare certi messaggi e valutarne senso e conseguenze.
Ed è per questo che ci rivolgiamo a Lei Ministra Fedeli. Da troppo tempo (dal 2015 e intanto la legislatura volge al termine) attendiamo le linee guida nazionali per l’attuazione dell’articolo 1 comma 16 della legge 107/2015 (“Buona scuola”), qui di seguito riportato:

16. Il piano triennale dell’offerta formativa assicura l’attuazione dei principi di pari opportunità promuovendo nelle scuole di ogni ordine e grado l’educazione alla parità tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni, al fine di informare e di sensibilizzare gli studenti, i docenti e i genitori sulle tematiche indicate dall’articolo 5, comma 2, del decreto-legge 14 agosto 2013, n. 93, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 ottobre 2013, n. 119, nel rispetto dei limiti di spesa di cui all’articolo 5-bis, comma 1, primo periodo, del predetto decreto-legge n. 93 del 2013.

http://www.gazzettaufficiale.it/eli/…/2015/07/15/15G00122/sg

http://www.gazzettaufficiale.it/eli/…/2013/08/16/13G00141/sg

Le chiediamo di dare un’accelerazione a riguardo, superando resistenze e le barricate della bufala della “Teoria del gender”, a quanto pare ancora molto diffusa nonostante questa circolare ministeriale.
Al centro di questa azione formativa ci devono essere i ragazzi e i bambini: sono loro i futuri adulti e se certi modelli si radicano, difficilmente si potranno sradicare in una fase successiva. Non si deve coinvolgere solo genitori e insegnanti in un piano di formazione sul tema della violenza e delle discriminazioni di genere.
Abbiamo letto le sue dichiarazioni recenti:

“Io mi muovo sempre nel rispetto dell’autonomia delle scuole, della libertà di insegnamento, ma è un’offerta che facciamo, diamo strumenti ai docenti, e anche ai genitori. Nel piano nazionale per l’educazione al rispetto c’è e ci deve essere il coinvolgimento dei genitori. Sto lavorando con la rappresentanza e l’Associazione nazionale dei genitori, abbiamo un forum ufficiale con gli studenti. Ho affidato un rilancio molto serio e profondo del patto di corresponsabilità educativa tra scuola e famiglia che presenteremo il 21 di novembre.”

È urgente lavorare oggi per non ritrovarsi domani con la situazione attuale. Perché la violenza ripetuta porta a conseguenze permanenti devastanti nelle donne che la sperimentano. Nonostante le ragazze e le donne oggi trovino maggior forza nel denunciare e nel sottrarsi ai rapporti violenti e di sopraffazione, è ancora troppo diffusa l’abitudine a confondere proprio questo tipo di caratteristiche con l’amore, come un’attestazione di tale sentimento. Sappiamo che così non è, ma l’immaginario in cui sono immersi i ragazzi e le ragazze non è ancora bonificato da tutto questo armamentario patriarcale.
Purtroppo su questo incidono “le camicie di forza di genere”, che ingabbiano e limitano i ragazzi e le ragazze in ruoli stereotipati e comportamenti attesi. Non si può reagire se non si viene dotati di strumenti di consapevolezza sul valore di sé, dei propri diritti, sulla parità di genere, per costruire e vivere relazioni paritarie.
La violenza si radica se manca una cultura del rispetto. Occorrono alleanze tra le varie agenzie educative e interventi permanenti, capillari, non episodici. Occorre conoscere cosa c’è alla base dei fenomeni culturali che coinvolgono i più giovani, occorre mirare bene gli interventi educativi, occorre far maturare in loro lenti nuove per non lasciarsi travolgere e manipolare da certi messaggi, da certi prodotti. Maturare è anche sviluppare un senso critico autonomo, perché noi non vogliamo meri consumatori – esecutori passivi, dobbiamo crescere cittadini pienamente consapevoli, in grado di sviluppare anticorpi giusti per interpretare e affrontare ogni sollecitazione, input. Parlarne sporadicamente non serve, occorre un intervento educativo trasversale e costante sin dai primi anni di scuola, prima che si sedimentino sovrastrutture nocive.
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