Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Laura siamo noi. La forza di una donna, di una madre.

27 dicembre 2018

Inizio a pensare in modo sempre più convinto che delle donne, delle madri e dei loro figli in questo Paese non interessa a nessuno. Lo dico soprattutto a chi si occupa di politica istituzionale, chi siede nelle istituzioni, chi milita nei partiti e si riempie la bocca ogni giorno di questioni femminili, di rosa e di belletti. Il problema è qui sotto i nostri occhi e continuate a non volerlo vedere. Il silenzio è evidente, ho scritto e postato appelli dappertutto e non è solo una questione di Natale. Che serve essere militante se poi nemmeno riesco a ricevere uno straccio di risposta? Ve lo ripeto, è una vergogna ciò che si sta consumando sulla pelle di Laura, di suo figlio e di tutte le madri nella stessa condizione. E voi cosa vi affannate a fare a inscenare la pantomima attorno al 25 novembre? Ciò che il 25 novembre rappresenta è davanti alle nostre porte di casa ogni giorno. E ci dovete dare una risposta, dovete ascoltare ciò che questa donna continua a raccontare, le sue richieste di aiuto non possono cadere nel vuoto, occorre intervenire ora prima che sia compiuto qualcosa di grave ed estremamente dannoso. Non possiamo sempre agire sulle emergenze, né possiamo pensare che tutto ricada sulle spalle dei singoli, quando c’è una responsabilità plurima, pubblica, politica, collettiva se si giungerà all’allontanamento coatto. Tutto avviene nei nostri tribunali e ci appare incomprensibile come si possa sulla base di una valutazione di una CTU intrisa di cultura pasista, mettere a rischio il futuro, il benessere e l’equilibrio di due persone. Anziché badare ai macrosistemi, muovete tutti gli ingranaggi che potete muovere. Fate qualcosa, intervenite! Rispondete alle sollecitazioni! Cosa serve andare in piazza a manifestare contro il ddl Pillon se poi nei casi concreti non ci siete????!!!!


Scrivo ciò che da settimane sta riempendo i miei pensieri. Da un lato la vicenda di Laura Massaro e di suo figlio mi fa pensare a quanto può essere spietato un sistema che arriva a dare valore a teorie del tutto infondate scientificamente pur di colpire le donne, di sottrarre loro la parte più preziosa della propria esistenza, un figlio, senza valutare bene nel merito né quanto denunciato da Laura, né quanto ribadito dall’assistente sociale, né soprattutto dando ascolto alla parte più sensibile, un bambino che da 6 anni è in balia di un iter giudiziario, avvocati, psicologiche, assistenti sociali.
Un bambino che sta bene nel suo attuale ambiente familiare, che a detta delle insegnanti è sereno e equilibrato sotto ogni punto di vista. Impensabile concepire di allontanarlo da sua madre e da un contesto in cui lui vive bene e cresce circondato da tanto affetto.

Dall’altro c’è il silenzio attorno a questa vicenda, che al di là di soggetti che stanno dando pieno sostegno a Laura, non vede risposte da quei livelli e da quegli ambiti che davvero potrebbero rappresentare e fare la differenza.

Perché qui è in gioco il futuro non solo di Laura, ma di un bambino che rischia a breve di essere soggetto a “prelevamento coatto” per essere portato in una casa famiglia, per un periodo di tempo transitorio e poi di essere affidato al padre in via esclusiva, come disposto dalla ultima Ctu (chiesta dal padre) su basi inconsistenti, che accusa Laura di grave alienazione genitoriale. Siamo ancora qui, giriamo attorno non solo a una valutazione sbagliata, ma che si poggia su presupposti teorici sbagliati, che in un sistema sano, civile non dovrebbero nemmeno poter essere proposti.

Siamo qui, sul ciglio di un provvedimento che pesa come una spada di Damocle su due vite e che rischia di lasciare un segno permanente se nessuno deciderà di intervenire.

Mi affido alla capacità e alla volontà di chi può farlo nelle sedi opportune e preposte.

Mi affido a un barlume di buon senso che affiori nelle coscienze di chi ha in mano questa situazione. Mi affido che si comprenda quanto male può fare un allontanamento siffatto. Personalmente la vedo come una violazione dei diritti umani.

Una donna che pur denunciando violenze psicologiche e atteggiamenti “persecutori” da parte del suo ex, riceve in risposta una valutazione che le getta addosso colpe inesistenti e infondate, attuando un disegno rivittimizzante e colpevolizzante. Laura è seguita da oltre un anno da un centro antiviolenza la cui relazione è stata messa agli atti ed è stata anche fornita alla Ctu, che però ha ritenuto di non considerarla affatto.

Tutta una serie di testimonianze, atti, fattori che avrebbero potuto ricostruire adeguatamente e più conformemente alla realtà i fatti, sembra che non siano stati ritenuti rilevanti in corso di valutazione.

Chiedo un aiuto per Laura e suo figlio, che sono in una situazione ogni giorno più grave, date loro una mano affinché la relazione della Ctu sia fermata, che nessuno intervenga ad allontanare il bambino da sua madre!

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E basta con Sfera Ebbasta


LETTERA APERTA
Alla spett.le attenzione del Ministro dell’Istruzione Marco Bussetti e del Sottosegretario con delega alle Pari Opportunità e Giovani Vincenzo Spadafora
Vi scriviamo in un momento in cui assistiamo al riemergere di nuove polemiche in merito a brani musicali contenenti messaggi e linguaggio sessisti, dove le donne sono rappresentate in modo degradante e i contenuti fanno da substrato a comportamenti violenti e misogini, giustificando abusi e oggettivazioni delle donne e una sorta di modello maschile dominante e prevaricatore. Sfera Ebbasta giunge dopo altri artisti che si erano distinti sempre per questo tipo di prodotto musicale, tra i quali i rapper Skioffi e Emis Killa, ragione per cui oggi torniamo a sollecitare un intervento del Ministero dell’Istruzione e del Dipartimento P.O, come d’altronde avevamo già fatto l’anno scorso.
Non crediamo assolutamente nei benefici di una censura, che non ha mai funzionato. Piuttosto è ormai indifferibile e urgente lavorare affinché i fruitori, spesso giovanissimi, di questi prodotti e contenuti provenienti dalla musica e da più media siano in grado di decodificarne il senso, analizzarlo, coglierne ogni aspetto, anche quelli nocivi, per capirne il significato ed elaborare un’opinione al riguardo.
Mettere gli adolescenti nelle condizioni di sviluppare il proprio pensiero critico su testi musicali di tal genere diventerebbe una sorta di cassetta per gli attrezzi utile non solo in caso di sessismo.
Per questo motivo torniamo a chiedere una progettazione sistematica nelle scuole di ogni ordine e grado, volta a proporre un’educazione alla parità tra i sessi, a tentare di prevenire la violenza di genere e tutte le discriminazioni, a consentire relazioni tra uomini e donne fondate sul rispetto e la parità e a contrastare gli stereotipi ed il linguaggio sessista.
Una siffatta progettazione ci appare l’unico, vero, strumento che abbiamo per intraprendere un percorso, o quanto meno una riflessione, idonea a coinvolgere anche genitori e insegnanti. Non possiamo crogiolarci nel senso di ineluttabilità, di immutabilità, per cui certi modelli culturali ci sono sempre stati e ci saranno sempre.
Non dobbiamo rassegnarci a considerare normali certi comportamenti, perché la Storia ci insegna che i passi in avanti possono farsi. Come è successo, per esempio, abolendo il delitto d’onore, nonché il matrimonio riparatore, e riconoscendo la violenza sessuale come reato contro la persona. Non possiamo sempre sviare dalle sollecitazioni che la nostra realtà ci pone, condannandoci ad un’impotenza senza via d’uscita.
Prendere posizione contro espressioni a carattere profondamente sessista non è una questione di cui si debbano occupare solo le femministe e le associazioni femminili. Non è questa la chiave univoca, perché non è esclusivamente materia da donne, ma riguarda sia uomini che donne perché intacca il pensiero, il linguaggio e la prassi di entrambi i sessi. Quindi si tratta di prendere le distanze da un meccanismo che sembra innocuo, ma non lo è, soprattutto per le giovani generazioni prive di strumenti idonei al proposito.
C’è un effettivo bisogno di intraprendere un percorso di rinnovamento nella cultura che sappia diffondere una specifica consapevolezza, composta da tutti gli anticorpi necessari per costruire una società più equa e paritaria, in cui non vi sia più alcuno spazio per discriminazioni e violenza di genere.
Abbiamo più di qualcosa che non va e non riguarda solo la musica. Riguarda il nostro modo di rappresentare le donne, le relazioni, la costruzione di una maschilità nuova, di modelli fluidi che siano meno gabbie stereotipate, ma luoghi capaci di accogliere le molteplicità dell’essere uomo e donna, di raccontare un’altra storia in grado di contemplare rispetto e valorizzare le differenze. Sugli adulti il lavoro è indubbiamente più arduo e complesso, ma sulle nuove generazioni è tutto possibile, siamo in tempo per evitare che sessismo, misoginia e cultura patriarcale si cristallizzino e si fissino nel loro sentire e agire.
È urgente lavorare oggi in modo capillare, per non ritrovarsi domani con la stessa situazione attuale, in cui gli stereotipi insistono gravemente nelle relazioni e nei ruoli, nelle aspettative su uomini e donne, rischiando conseguentemente di alimentare gabbie e comportamenti violenti. Non si può reagire se non si viene dotati di strumenti di consapevolezza sul valore di sé, dei propri diritti, sulla parità di genere, per costruire e vivere relazioni paritarie. Diversamente la violenza si radica sin da adolescenti perché viene a mancare una cultura del rispetto.
Fondamentale diventa allora il ruolo delle istituzioni scolastiche, che dovrebbero riconoscere l’importanza di comprendere cosa ci sia alla base dei fenomeni culturali che coinvolgono i più giovani. Per mirare bene gli interventi educativi, per far maturare in loro uno sguardo nuovo, per non lasciarsi travolgere e manipolare da certi messaggi, da certi prodotti, su cui difficilmente nel prosieguo potrebbero porsi degli argini.
Simona Sforza
Maddalena Robustelli
Carla Rizzi
Donatella Caione
Robyn Lilith Kintsugi
Paola Gualano
Francesca Cau
Ketty Salaris
Roberta Schiralli
Paola Paladini
Silvia Rossini
Chiara Moradei
Chiara Zanotto
Helga Sirchia
Luisa Vicinelli
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Questo non è amore. Una riflessione a proposito dei dati sui femminicidi


La donna deve essere al centro di prassi fondate sulla capacità di ascolto e di sostegno concreto, soprattutto ci auguriamo che la rete tra pubblico e privato funzioni sempre meglio e arrivi ad aiutare sempre più donne.

A pochi giorni dallo scorso 25 novembre, alla presenza del Capo della Polizia Franco Gabrielli,  è stata presentata la seconda edizione della pubblicazione che porta il nome della campagna della Polizia di Stato, “Questo non è amore”, frutto della strategia della Direzione Centrale Anticrimine, guidata dal Prefetto Vittorio Rizzi, in materia di contrasto alla violenza contro le donne. Tale documento serve a fare il punto sui dati in materia di violenza di genere in possesso delle forze di polizia, sugli strumenti a disposizione delle donne per difendersi, sulle iniziative d´informazione e sulla strategia della Polizia di Stato.

Per quanto riguarda i dati, si registra per i primi nove mesi del 2018 una diminuzione degli omicidi volontari del 19% (da 286 a 231 morti), una conferma di un trend già registrato negli ultimi 10 anni: a fronte di questa flessione per gli omicidi di uomini, che diminuiscono del 28%, il numero delle donne uccise cala solo di 3 unità (da 97 a 94 casi).

Riporto uno stralcio del comunicato che fa riferimento al femminicidio:

“(termine non giuridico, ma di uso comune) è una sottocategoria in cui rientrano solo i casi di uccisione di una donna da parte di un uomo proprio in quanto donna, come atto estremo di prevaricazione e superiorità.

Comunemente si pensa che il femminicidio sia l´omicidio avvenuto in ambito familiare o affettivo e, infatti, il 78% delle uccisioni di donne avvengono tra le mura domestiche.

Non tutti gli omicidi di donne in ambito familiare o affettivo sono, però, da considerare femminicidi, nel senso di uccisioni di donne in ragione del proprio genere. Dei 94 omicidi di donne dei primi nove mesi del 2018, 73 si sono verificati in ambito familiare, ma l´esame puntuale di tutte le drammatiche dinamiche che hanno condotto all´uccisione evidenzia che solo in 32 casi si possa propriamente parlare di femminicidio, dovendosi escludere i casi in cui, ad esempio, il marito uccide la moglie malata terminale per porre fine alla sua sofferenza, il fratello ammazza la sorella per motivi economici o il nipote uccide la nonna per l´eredità. Sono stati analizzati anche quei casi in cui il femminicidio ha provocato altre vittime innocenti, come il caso in cui il marito uccide la moglie, ma poi non si ferma e ammazza anche i figli.”

datidati2A questo punto, ci sembra opportuno porre qualche domanda, compiere una riflessione, perché altrimenti si corre il rischio di appiattire tutto sulla base di numeri e di definizioni, perdendo di vista l’ampiezza dello spettro del fenomeno violenza e in particolare dei femminicidi.

La Polizia pur rilevando in un primo tempo che il femminicidio sia “l’uccisione di donne e bambine a causa del loro genere”, in seguito per censire il numero di casi adopera di fatto una definizione simile a quella “statistica” che ritroviamo sul sito Eige: “L’uccisione di una donna da parte di un partner intimo e la morte di una donna come risultato di azioni dannose per lei. Si può definire partner intimo un ex coniuge, un coniuge o un partner fisso, indipendentemente dal fatto che l’omicida abbia condiviso o condivida la stessa residenza della vittima.”

Eppure, il termine femminicidio, dallo spagnolo feminicidio, racchiude un significato molto più complesso, comprendendo soprattutto gli aspetti sociologici della violenza e le implicazioni politico-sociali del fenomeno. È necessario ricordare come lo adoperasse per prima  l’antropologa messicana Marcela Lagarde per evidenziare la drammatica situazione vissuta dalle donne in Messico, in particolare nella zona di Ciudad Juárez.

Per Marcela Lagarde il femminicidio rappresenta:

“la forma estrema della violenza di genere contro le donne, prodotto dalla violazione dei suoi diritti umani in ambito pubblico e privato attraverso varie condotte misogine, quali i maltrattamenti, la violenza fisica, psicologica, sessuale, educativa, sul lavoro, economica, patrimoniale, familiare, comunitaria, istituzionale, che comportano l’impunità delle condotte poste in essere, tanto a livello sociale quanto dallo Stato e che, ponendo la donna in una condizione indifesa e di rischio, possono culminare con l’uccisione o il tentativo di uccisione della donna stessa, o in altre forme di morte violenta di donne e bambine: suicidi, incidenti, morti o sofferenze fisiche e psichiche comunque evitabili, dovute all’insicurezza, al disinteresse delle istituzioni e all’esclusione dallo sviluppo e dalla democrazia”.

E aggiunge:

“La cultura in mille modi rafforza la concezione per cui la violenza maschile sulle donne è un qualcosa di naturale, attraverso una proiezione permanente di immagini, dossier, spiegazioni che legittimano la violenza, siamo davanti a una violenza illegale ma legittima, questo è uno dei punti chiave del femminicidio”.

Il femminicidio non è un fulmine a ciel sereno, ma il culmine di un ciclo della violenza. “In questo senso, il femminicidio individua una responsabilità sociale nel persistere, ancora oggi, di un modello socio-culturale patriarcale, in cui la donna occupa una posizione di subordinazione, divenendo soggetto discriminabile, violabile, uccidibile. Sul piano dei comportamenti individuali, il femminicidio può essere visto come la massima espressione del potere e del controllo dell’uomo sulla donna, l’estremizzazione di condotte misogine e discriminatorie fondate sulla disuguaglianza di genere.”

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Quindi ci aspetteremmo che si considerassero appieno certe dimensioni, il contesto e livelli di lettura di tali uccisioni di donne da parte di uomini, per riuscire a ricomprendere tutte le violenze e le discriminazioni legate al genere, che colpiscono la donna nella sua sfera fisica, psicologica e sociale.

In Italia molti soggetti si sono occupati negli anni di monitorare i femminicidi, redigendo report specifici: Casa delle donne per non subire violenza Onlus di Bologna, UDI Monteverde, In quanto donna, Corriere della Sera. Ma se i dati ufficiali vengono forniti dalla Polizia di Stato, che come abbiamo letto applica dei criteri di selezione che rischiano di escludere tanti casi di femminicidi che invece per altri soggetti e in base ad altri fattori lo sono pienamente, se le basi per pianificare interventi e politiche ad hoc fossero solo queste, quale potrebbe essere il risultato? Il vero problema è innanzitutto avere dei criteri univoci, condivisi a livello ufficiale, che possano essere adoperati per un’analisi e un report puntuale su questo fenomeno. Il pericolo è che si sottostimi e si sottovaluti ciò che accade, se non se ne comprende la complessità.

Occorre creare un organismo, meglio se interno al Dipartimento per le Pari Opportunità, che si occupi di questo tipo di rilevazione e soprattutto codifichi un metodo di analisi e di selezione dei dati, delle fonti, dei criteri. Inoltre, si potrebbe iniziare a ipotizzare di varare una verifica su cosa non ha funzionato in ciascun caso di femminicidio, per comprendere aspetti comuni, cosa non ha funzionato nelle azioni volte a proteggere le vittime, eventuali carenze nei servizi, sottovalutazioni del rischio, raccolta di spunti di miglioramento e perfezionamento degli strumenti in campo e a disposizione sul territorio.

Magari seguendo la procedura adottata in Gran Bretagna: “Nel 2011 una legge inglese ha stabilito l’obbligo di istituire una commissione per ogni caso di omicidio causato da violenza domestica, riunendo tutte le agenzie e i servizi pubblici del territorio in cui è avvenuto. Questa procedura chiamata Domestic Homicide Review, ha lo scopo di portare tutti gli attori coinvolti a rispondere alla domanda: avremmo potuto salvare la vittima?”

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Articolo pubblicato anche su Noi Donne qui.

Grazie a Maddalena Robustelli per aver condiviso con me le riflessioni e la scrittura di questo articolo.

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Quando ci troviamo senza gli strumenti per avviare un confronto e un’analisi nel merito


Il sessismo

Il sessismo permea ogni aspetto, luogo, contesto, ambito, dalla vita privata al lavoro, non è mai giustificato, ma qualcosa di adoperato quotidianamente in modo più o meno evidente, ostile, esplicito, per ripristinare l’ordine patriarcale, costruendo e alimentando una inferiorità della donna, la sua sottomissione, facendo da sponda a violenza e abusi, sfruttamento e oggettivazione. In pratica, conservare dominio e controllo sulle donne, tramandando e confermando la cultura patriarcale. Il sessismo, parte del bagaglio misogino, non è qualcosa di innocuo, ma è altamente dannoso per la sua capacità di penetrare nella mentalità e nel pensiero di chi lo assorbe, costruisce stereotipi che impediscono un ragionamento scevro da condizionamenti e pregiudizi, in questo caso maschilisti.

In questi giorni ho riflettuto molto sull’ultimo caso di Sfera Ebbasta, sui testi trap, rap, la musica. Mi sono data il tempo per ascoltare e per elaborare. E mi sono posta molte domande, a cui devo dire non ho trovato risposte certe. Posso solo tentare un ragionamento, un’analisi e proporle perché dal confronto possa nascere un dibattito, compiendo un passo in avanti, scorgendo sfumature che nelle contrapposizioni del bianco/nero non sono facili da trovare.

E le femministe?

Immancabile, direi. Questo articolo richiama le femministe, e già su questo dovrebbe accendersi una lampadina. Gli uomini ci spiegano le cose e ci suggeriscono anche su cosa, perché, quando e come mobilitarci, indignarci e prendere posizione. Si chiama mansplaining, che va a braccetto con il paternalismo. E no, troppo facile, soprattutto perché non è roba da donne, ma è una questione che riguarda sia uomini che donne, intacca il pensiero, il linguaggio e la prassi di entrambi i sessi, quindi si tratta di prendere le distanze da un meccanismo che sembra innocuo ma non lo è. Per un approfondimento rimando all’ottimo articolo di Donatella Caione che su questi temi è attiva da anni.

Detto questo, il sessismo è pane quotidiano essenzialmente perché è il modo di agire più semplice e immediato per ristabilire una gerarchia, un gradino, per svilire ogni tentativo civile di dialogo e confronto, silenziare e per annichilire, anche per poter riaffermare l’inferiorità delle donne, all’occorrenza, qualora mai si pensasse di aver raggiunto parità e uguaglianza. Una questione insanata, tuttora aperta, se pensiamo ai fiumi di riflessioni femministe a partire da Simone de Beauvoir, per giungere al prezioso lavoro di Chiara Volpato in Deumanizzazione. Come si legittima la violenza e Psicosociologia del maschilismo. Pensare che sia solo un problema di rap/trap o di un genere musicale sarebbe assai riduttivo, semplicistico, quando in effetti è solo un pezzo del puzzle, basta leggere i giornali e guardare nel nostro quotidiano, le pubblicità, per accorgersi quanto diffuso sia questo mal-vezzo. Politici e rappresentanti istituzionali partecipano numerosi a questa affermata consuetudine. Tassello dopo tassello, goccia a goccia lo stillicidio scava e crea voragini grandi come grand canyon culturali. Una sorta di erosione mentale, da cui è complicato uscire.

Censura? Quali interventi?

Il primo vero enorme problema non è pensare di censurare, che sappiamo non ha mai funzionato, ma come lavorare affinché i fruitori di questi prodotti e contenuti, che provengono da più parti, siano in grado di decodificarne il senso, sezionarlo, analizzarlo, coglierne ogni aspetto, anche quelli nocivi, elaborare un’opinione e capirne il significato, ovvero tutto ciò che compone il pensiero critico. Una cassetta per gli attrezzi che torna utile non solo in caso di sessismo. Per questo un’educazione di genere, alle differenze, a relazioni tra uomini e donne fondate sul rispetto e la parità, al contrasto degli stereotipi e linguaggio sessisti, ci appare l’unico vero strumento che abbiamo per intraprendere un percorso, quanto meno una riflessione. Non possiamo crogiolarci nel senso di ineluttabilità, di immutabilità, per cui certi modelli culturali ci sono sempre stati e ci saranno sempre. Altrimenti saremmo sempre fermi a considerare normali certi comportamenti. Invece le cose cambiano e in tanti aspetti si sono fatti passi in avanti, per esempio abolendo il delitto d’onore, il matrimonio riparatore e riconoscendo la violenza sessuale come reato contro la persona. Evitiamo di applicare il solito metodo di di mettere sotto il tappeto le questioni, liquidandole come roba da bacchettone femministe che non comprendono l’arte. Non si tratta di questo e ancora una volta si tratta di un invito a non sottovalutare e ragionarci almeno un po’. Non possiamo sempre sviare dalle sollecitazioni che la nostra realtà ci pone. Come dire, chiudiamo qui la faccenda perché sull’arte non si discute, nulla di più sbagliato, perché l’arte e i fenomeni stessi ci spingono a far emergere elementi, generando una dialettica che possa produrre anche cambiamento.

Purtroppo sempre vero e attuale ciò che dicevamo l’anno scorso a proposito del brano Yolandi di Skioffi:

“Non è una novità, non è il primo caso, né sarà l’ultimo. A livello musicale abbiamo una lunga tradizione, una sorta di visione mitizzata dell’uomo che abusa, agisce il proprio potere di vita e di morte su una donna. Così come non sono nuovi epiteti e gergo. Sembra che ci si compiaccia in questa sequenza orrorifica. Anche questo fa parte di un certo merchandasing della violenza, una esibizione ostentatamente machista. Si ricalca un modello, lo si cosparge di un po’ di glitter, di una parvenza artistica e lo si dà in pasto al pubblico. Si vende questo prodotto e il relativo corollario di subcultura maschilista, sessista e violenta.

Qualcuno potrebbe sostenere che è una “istantanea” del punto di vista distorto del femminicida. Eppure il rischio emulazione, di immedesimazione è altissimo e ci dobbiamo chiedere se vale la pena lasciar correre. Soprattutto se quel pubblico è composto di giovanissimi, digiuni di chiavi di lettura e di mezzi per guardare oltre la superficie. Ci chiediamo che impatto possano avere simili contenuti su un individuo in formazione, che sta costruendo una propria idea e percezione delle relazioni affettive.

Non è sufficiente segnalare un contenuto, una foto, un video, un testo sul web, sui social, perché ve ne saranno altri mille similari e comunque il brano e quello che diffonde continueranno a girare altrove. Occorre allargare lo sguardo di azione facendo riferimento all’urgenza di un intervento educativo massivo che doti i ragazzi degli strumenti per decodificare certi messaggi e valutarne senso e conseguenze.”

Al momento questo tipo di interventi restano a macchia di leopardo, non sono sistematici, anzi c’è chi li ostacola con forza, ed è proprio questo il punto. So bene, per esperienza diretta, quanto bisogno c’è di diffondere questo tipo di esperienze, quanto bisogno di confronto e di approfondimento c’è tra i ragazzi e le ragazze e quanto arricchimento reciproco si sprigiona quando si propongono certi percorsi.

Il sessismo, la violenza, la trasgressione

La trasgressione è qualcosa di naturale e alimento irrinunciabile dalla pre-adolescenza in poi. Una fase per misurare i propri limiti, conoscersi, esplorare, formarsi. Ci siamo passati/e tutti/e, con varie declinazioni e zig zag. Conosciamo e ricordiamo tutto quello che rappresenta quel senso del “proibito”, sconosciuto limite da superare ad ogni costo. Quindi non è possibile farne una questione di scontro generazionale, di adulti che non comprendono le nuove generazioni. Non possiamo nemmeno farne un elemento distintivo legato al nostro tempo attuale. Perché sappiamo che così non è. Dobbiamo però tener conto del rischio normalizzazione, emulazione della violenza e dei comportamenti veicolati, in totale assenza di mezzi e strumenti di decodifica e contestualizzazione.

Il disagio. La presa di coscienza

Esistono brani della storia del rock che raccontano disagio, rabbia, depressione, dolore e riescono a esprimerlo attraverso figure, metafore, non solo attraverso un linguaggio esplicito. Narrare una storia non è mai semplice, è una dote, un talento, qualcosa di speciale. Ecco ci sono modalità differenti che riescono a parlare del medesimo tema ma a proporlo in termini tali da attivare la riflessione. Non si intende fare una valutazione del livello artistico, semplicemente sarebbe bello educare all’ascolto e a scavare nei testi, proponendo un lavoro critico a riguardo. Un po’ come entrare in un romanzo, fare letteratura. Ricordo il metodo di insegnamento della mia insegnante di inglese delle superiori, per cui i brani musicali erano parte del percorso, al pari di una poesia, di un testo teatrale o del romanzo. Si può fare, anzi è un modo per avvicinarsi ai ragazzi e alle ragazze, entrare in un mondo a loro più in sintonia. Ma occorre saperlo fare, senza alcuna presunzione e restando “in ascolto”. L’autore dell’articolo sopra citato sul Il Fatto Quotidiano, Fabrizio Basciano, musicologo, musicista, docente potrebbe iniziare ad occuparsi di questo, anziché chiedersi in modo retorico cosa fanno le femministe a riguardo.

Responsabilità. Mercato, produttori, industria discografica, domanda e offerta

Per Federica Sciarelli, Sfera Ebbasta non ha responsabilità per quanto accaduto a Corinaldo, però, a suo parere andrebbe fatta una seria riflessione sui messaggi che veicola con le proprie canzoni. Ma a questo punto occorre allargare lo sguardo. Riprendo le argomentazioni del rapper Kento: “la fruizione della musica è cambiata più negli ultimi 15 anni che nei precedenti 150 e ovviamente l’industria non può non tenerne conto. Un esempio per tutti: sono sempre più rari i contratti discografici che comprendano solo l’elemento discografico e i concerti e non anche il merchandising e i diritti d’immagine in generale. Il prodotto è l’artista, non più la musica. Ecco la gara all’estremizzazione del look, dell’attitudine, in un certo senso anche dei testi.”

In questo c’è chiaramente un richiamo a una responsabilità più vasta, che tira in ballo direttamente un elemento che traina tutto: il mercato e ciò che crea business. Un moloch al quale tutto diventa sacrificabile, subordinabile.

E Kento suggerisce: “Un altro filo conduttore abbastanza discutibile tra la trap e una parte del rap classico è certo machismo e sessismo ostentato del quale, a 45 anni dalla nascita del movimento Hip-Hop, potremmo forse cominciare a fare serenamente a meno.” Non è un’impresa semplice, deve partire dai soggetti interessati questo farne a meno. Ma chiaramente domanda e offerta si influenzano a vicenda, i gusti stessi sono qualcosa di raramente spontaneo. E il potere degli artisti per poter prendere le distanze da una industria discografica che continua a investire in questo senso non è poi così forte.

Tra l’altro NUDM alcuni mesi fa aveva redatto un manifesto antisessista, proprio mettendo in connessione sessismo e hip hop/rap: “non un’imposizione o uno strumento di censura/autocensura ma un punto di partenza per una discussione seria e approfondita. A tutti gli artisti e le artiste che si riconoscono nei suoi valori chiediamo di sottoscriverlo e farlo girare.”


Insomma, la strada non ha soluzioni semplici e immediate. Né possiamo cucirci la bocca perché si tratta di arte o invocando la libertà di espressione.

Abbiamo più di qualcosa che non va e non riguarda solo la musica. Riguarda il nostro modo di rappresentare le donne, le relazioni, la costruzione di una maschilità nuova, di modelli fluidi che siano meno gabbie stereotipate, ma che sappiano accogliere le molteplicità dell’essere uomo e donna, di raccontare un’altra storia, che contempli rispetto e valorizzi le differenze. Sugli adulti il lavoro è indubbiamente più arduo e complesso, ma sulle nuove generazioni è tutto possibile, siamo in tempo per evitare che sessismo, misoginia e cultura patriarcale si cristallizzino e si fissino nel loro sentire e agire.

Concludo, ragionando su quanto accade sempre più frequentemente negli ultimi tempi: attacchi verbali e fisici nei confronti di donne con ruoli istituzionali. Un effetto del clima d’odio che purtroppo viene alimentato anziché arginato. Dimostra quanto vasta e diffusa sia l’abitudine alla prevaricazione e a colpire le donne, una violenza che non deve trovare più sponde e che va stigmatizzata sempre. Siamo immersi in un clima pesante, difficile, ostile, e ad essere uno dei bersagli privilegiati sono ancora una volta le donne, soprattutto se libere e portatrici di valori e contenuti positivi e progressisti. Si deve andare avanti con coraggio e perseveranza nella costruzione di una società priva di violenza e intolleranza, ma è una cosa che riguarda tutti/e noi nel quotidiano, nessun ambito può essere escluso.

Per approfondimento:

http://www.lascuoladellemamme.net/node/5052

https://francescoprisco.blog.ilsole24ore.com/2018/05/18/sciroppo-babbuini-e-sessismo-la-trap-fatta-a-pezzi-dal-rapper-vecchia-scuola/

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Di femminismo e di autodeterminazione

Particolare del manifesto
8 marzo dei due no – 1981 – Fonte https://archiviodigitale.udinazionale.org/1981/03/08/8-marzo-dei-due-no/


Riprendo in mano il libro indagine di Elvira Banotti “La sfida femminile. Maternità e aborto”, 1971. Un testo che contribuisce a darci un quadro del prima del 1978, anno dell’approvazione della legge 194, della legalizzazione dell’aborto in Italia. Un lavoro che oltre ad accogliere i racconti delle esperienze delle donne, ci offre alcuni spunti di riflessione sui motivi di tanta ostilità tuttora presenti nella nostra società, volti a restringere il campo di applicazione della legge, volti a ostacolare il percorso delle donne. Ogni tanto fa bene tornare indietro per poter avere più strumenti per leggere e dare senso a ciò che avviene oggi.

Si pongono alcuni interrogativi, funzionali a discutere in un campo specifico: la maternità.

“Il diritto di realizzare la maternità può o non può essere iscritto tra i diritti personalissimi? Esiste per ora in questa materia “lesione” delle facoltà della donna?

Se il diritto non ha mai accolto la piena facoltà della donna a disporre del proprio corpo, ciò dipende dai rapporti di forza finora esistenti tra la comunità maschile e quella femminile. Tuttavia, se si tien conto che lo Stato è un’organizzazione titolare di poteri oggettivi e non di diritti, mentre la persona è titolare di diritti e poteri soggettivi, non potrà non essere chiaro che nel nostro caso dobbiamo appunto tentare di ridurre e abolire lo spazio di potere dello Stato per far posto all’autonomia della donna, ristabilendo la preminenza del contenuto individuale nella maternità. Peraltro, non è solo nella eliminazione di questo assurdo ostacolo del divieto di aborto che si deve discutere, ma delle libertà compromesse della donna. Siccome la maternità è ancora fissata e regolata su una vasta scala di valori oggettivi (in conflitto con i valori soggettivi che la donna cerca) il relegamento della procreazione tra i “fenomeni naturali” ha prodotto uno strano sistema di corrispondenze: concepita come qualità impersonale della donna, la filiazione viene sottratta ed estraniata dalle sue proprie esigenze diventando così esperienza oggettiva. Tuttavia, la strumentalizzazione a cui la donna è costretta viene accuratamente mascherata attraverso il concetto estemporaneo di “vocazionalità”; un concetto che implicitamente si fa portatore della soggettività, rivalutandola. Ma come è possibile ingannare la donna su un piano così scoperto? Come può esistere vocazionalità per un atto imposto? Arrivare a questo difficile connubio è compito del mito, con il quale si tenta, attraverso l’esaltazione parossistica di una maternità astratta, di far dimenticare alla donna che lei è madre non per libera scelta. Abbiamo quindi tutta una serie di contrasti sul piano dei fatti e dell’etica e, come conseguenza, la prima incrinatura sul piano politico. Poiché molti fattori culturali hanno costretto la donna a mascherare la propria personalità, essa non è ancora giunta all’individuazione della vita emotiva e, in stretta connessione, ad affermare la propria individualità fisica. Da qui partono le successive mistificazioni ed i pregiudizi che danno origine al divieto di aborto volontario, nel quale, rispetto a un mitico “istinto”, prevale una ben più precisa volontà di individuazione della propria persona e di liberazione da coercizioni organiche. L’aborto diventa così l’affermazione della coscienza e della conoscenza di sé, un momento di chiarificazione personale e interpersonale.

Il divieto di aborto condensa una secolare verbalizzazione che è servita da copertura ad una delle più grandi violenze che la misoginia maschile abbia consumato sul corpo delle donne. Sottratta alla valutazione di colei che materialmente la viveva e subordinata alle valutazioni dell’uomo, la maternità si è infatti trasformata in un’esperienza terroristica e umiliante, attraverso la quale la donna si è vista privata del piacere della sessualità e dell’espressa e dichiarata partecipazione alla gestazione. Ancora oggi, laddove l’aborto è vietato, la donna è persino privata del diritto a interrompere la gestazione quando questa si svolge patologicamente; la si costringe a rischiare la propria vita per crearne un’altra.

Oggi dopo secoli di violenza psichica e sessuale, la donna che sceglie tra maternità e non maternità scavalca prima di ogni altro questo pregiudicante assorbimento fatto da parte maschile di una esperienza non propria. Facendo della maternità un problema individuale, la donna si affaccia ad un orizzonte più vasto, che le permette di verificare e superare la falsa seduzione del sistema di riferimento definito per lei dall’uomo.” (Pagg. 21-22)

In queste pagine che ho riportato c’è molto di una verità che deve essere ribadita e riaffermata ancora oggi, contiene una tensione tuttora non totalmente risolta, con pericolosi e vivissimi tentativi di riportare le donne ancora all’interno, subordinate a quel sistema maschile patriarcale. Persistono e si ripresentano gli incrollabili miti del “naturale”, del “destino”, dell’”istinto”, di un ruolo femminile al servizio e che si dona al maschile, ai suoi piani, desideri, ambizioni, costruzioni, con i nostri corpi funzionali a tutto questo.

La legge 194 è sotto un quotidiano attacco, non necessariamente a causa di qualcosa sotto forma di mozioni o di processioni no-choice, di associazioni che si infiltrano negli ospedali pubblici e nei consultori e fanno azione colpevolizzante e di violenza psicologica, di numeri abnormi di obiettori. Non è solo attraverso le varie tipologie di movimenti per la vita che si insinuano nelle scuole con i loro sistemi diseducativi, pericolosi, terroristici, violenti, mistificatori, al posto dei consultori familiari pubblici e laici. Una vergogna, un fallimento per uno Stato civile che dovrebbe educare e informare seriamente, anziché permettere simili ingerenze nocive e traumatizzanti. Quando prenderemo in mano la situazione e interverremo per bloccare questo scempio? È tanto difficile capire i danni compiuti da costoro? Eppure la realtà è sotto i nostri occhi, in tutto il suo disastro.

Il lento e progressivo rimaneggiamento delle idee, il rovesciamento dei termini della questione, avviene anche a causa di qualcosa di più sottile, che cerca di fatto di manipolare l’opinione pubblica, instillando quotidiane dosi no-choice. Accade che anche scegliere di pubblicare la lettera di un padre “mancato” su uno dei principali quotidiani nazionali, serva di fatto a sfondare e a bombardare ancora una volta uno dei principali fondamenti della legge 194: che spetti alla donna l’ultima parola, la sola che abbia valore, la donna autodeterminandosi sceglie se proseguire o meno la gravidanza. Pubblicare una lettera di un uomo che rivendica invece un suo ruolo decisionale, è un chiaro segnale di arretramento, non solo per i suoi contenuti, ma per spalleggiare un pericoloso movimento tellurico che oggi è abbastanza contenuto ma che visti i tempi potrebbe arrivare a subordinare le nostre scelte riproduttive a un volere, potere maschile ancora sui nostri corpi. Non ci sto, non concepisco questo voler dare sostegno a un tentativo di incrinare qualcosa che non va assolutamente toccato. La donna che ha deciso per l’IVG lo ha fatto perché lei ha valutato cosa rappresentasse quella gravidanza, non era desiderata e non voleva portarla a termine per mille motivi su cui nessuno deve intervenire e permettersi di giudicare, e solo lei poteva decidere in merito. Questo non deve essere mai messo in discussione, altrimenti che succederà, ci incateneranno come nel racconto dell’Ancella fino al parto?

Nemmeno su questo siamo più legittimate a decidere, a scegliere? Non metterò il link all’articolo, mi fa male pensare a quanto indietro stiamo tornando. Non decidiamo di abortire “di nascosto”, è nostro diritto non coinvolgere il “padre del concepito”. Questo è il quadro:

“Premetto che sono padre di una bambina di 17 mesi ed ho una compagna. Circa 6 mesi fa la mia ex-fidanzata C., con cui mi vedevo frequentemente anche dopo la nascita di mia figlia, è rimasta incinta dopo una notte di amore. Ho scoperto per caso questa situazione perché C. aveva deciso di fare l’interruzione volontaria di gravidanza di nascosto. Su questo punto secondo me la legge 194 è lacunosa: possibile che la decisione di tenere un figlio dove non ci sono problemi oggettivi (salute, economici, affettivi) dipenda solo ed esclusivamente dalla decisione della madre? Ho provato in tutti i modi a persuadere C. nel portare avanti la gravidanza ma non c’è stato nulla da fare ed a distanza di mesi mi porto ancora questo lutto nel cuore”.

Ed è di fronte a questo mettere continuamente in discussione la capacità autonoma della donna di decidere, per rientrare in un sistema di controllo, in cui ciò che avviene nei nostri corpi è funzionale, deciso, stabilito al di fuori di noi, altrove, dove il maschile ha pieni poteri e pretende di conservarli. Questo richiama anche tutti i tentativi di somministrarci ulteriori inganni, favole che si servono di un linguaggio suadente, che ci illude di essere protagoniste, per ridurci ancora una volta a meri strumenti, oggetti, involucri, su cui sospendere l’umanità e i diritti di ciascun essere umano, per renderli obbedienti all’ennesima strategia patriarcale.

Ritorniamo alle origini delle parole e continuiamo ad adoperarle non dimenticandocene mai il significato, il valore storico delle lotte che recano con sé. Non è concepibile la rottamazione delle parole e della storia che le ha attraversate. Le parole non sono intercambiabili o questione secondaria, servono a dare corpo ai significati intrinseci, a maggior ragione se si tratta di diritti. Come per esempio il diritto all’autodeterminazione, quale riconoscimento della capacità di scelta autonoma e indipendente dell’individuo. È una nostra rivendicazione, di una “capacità”, di un riconoscimento pieno di ciò, a partire dalle questioni della sessualità e della riproduzione. Significa rivendicare la totale autonomia della gestione del proprio corpo, che significa innanzitutto comprensione e valorizzazione di sé, affermazione di un sé, consapevoli di possibili manipolazioni. Costituì un po’ il punto di innesco fondamentale per denunciare, come abbiamo letto, le mille forme di violenza, coercizione e discriminazione subite dalle donne in ambito privato e sociale, da secoli di cultura di stampo patriarcale.

Con le lotte femministe si scoprono nuove percezioni di sé. Demolendo tutti i pregiudizi che oggi si cerca di riaffermare in alcune mozioni no-choice, in merito alle conseguenze dell’aborto, da Trieste al Municipio 5 di Milano.

Leggo sempre un paragrafo di Elvira Banotti, che introduce la sua indagine:

“Verificheremo così come le donne che hanno il coraggio del loro “peccato” non abbiano depressioni, traumi, ma sentano rafforzata la propria predisposizione ad esistere. Una volta uscite dalle restrizioni programmate esse assimilano le modificazioni attinte dentro di sé e vivono l’aborto come una ricomposizione della propria autonomia emotiva.

Potrà anche verificarsi che una volta sperimentato questo processo alla natura si riscontrino a livello inconscio presenze di confusi sensi di colpa. Questa fenomenologia è il riflesso immediato e diretto delle condizioni culturali e fornisce appunto la prova dell’introiezione del rapporto autoritario e punitivo e dell’ansia per aver voluto vivere un comportamento proibito. Siccome è proprio l’inconscio a incamerare i valori ereditati dalla tradizione, condensata in una serie infinita di fattori esogeni (idee, sentimenti dominanti, condizioni di vita materiale, regole politiche, pressioni da circostanze d’ordine collettivo, rapporti tra persona e persona e tra persone e gruppi sociali), esso tenta di imporre immagini ancestrali che si sedimentano in ogni singolo individuo; per cui ogni affermazione della persona e della volontà si scontra sempre con una resistenza e un condizionamento. Ed è proprio la capacità di distaccarsi da questi “filtri” delle esperienze personali ad operare come momento di affermazione dell’autocoscienza.”

È evidente che tutto il senso di colpa nasca e fuoriesca da una cultura che abbiamo assorbito fin da piccole, come nonostante oggi una legge ci consenta di effettuare una legittima decisione, c’è qualcosa di più profondo e tuttora radicato dentro di noi, quella cultura patriarcale che tuttora esplica i suoi effetti, perché è ancora fortemente presente, agisce nel profondo e cerca di riaffermare se stessa anche attraverso i sensi di colpa e lo stigma. Come se tutte le donne dovessero reagire allo stesso modo, come se si volesse appiattire il vissuto di ciascuna, per non consentire altro se non senso di solitudine, trauma e colpa. Abbiamo da rimuovere tuttora una enorme quantità di polvere di pregiudizi che si è sedimentata sulle donne, e non dimentichiamoci che secoli di lavaggio del cervello non si risolvono facilmente, considerando anche tutte le forme di resistenza che un certo tipo di cultura continua ad esercitare. Continuano a suggerirci, imporci come una donna deve rispondere, comportarsi, reagire in ogni occasione, accade anche quando subiamo violenza.

È sempre più vero che i corpi delle donne sono campi di varie battaglie consumate per mano patriarcale, e quando dico patriarcale mi riferisco a una cultura che pensa e agisce in tutti/tutte per controllare, dominare, schiacciare, assoggettare, annientare, invisibilizzare, sottomettere le donne. Attorno a noi crescenti segnali di una liberazione e emancipazione incompiute e illusorie. Su alcuni fronti purtroppo dobbiamo anche registrare una palese sconfitta, in primis perché allearsi col maschile che tutto può e promette tanto, è assai più conveniente che guardare a fondo, capire le implicazioni di ciò che avviene, stare dalla parte di chi per secoli non ha avuto voce e non ha potuto decidere. Si sceglie di difendere i privilegi e i desideri maschili, per i quali restiamo oggetti sessuali o riproduttivi. Libertà e scelta sono i nuovi mantra che ci somministrano per convincerci, quando poi nei fatti ci usano come beni di consumo, uteri, corpi al servizio, stendardi da pink washing, ricacciandoci indietro di decenni. Ci sottraggono diritti e tutele e non ne capiamo la portata. Ci continuano a chiedere di non disturbare. Molte di noi ci hanno vendute già ai manovratori patriarcali. Per assecondare le “varie sensibilità”, non disturbare, non essere scomode, mediare, dare un colpo al cerchio e uno alla botte, ci ritroviamo con i diritti che cadono a pezzi e vengono messi in discussione. Molte di noi ringraziano per le briciole ricevute in cambio, gioiose di un vantaggio personale, chiuso su se stesso. Molte di noi ci chiedono di pazientare. Non è tempo di avere pazienza, le cose non cambiano da sole. Molte di noi non si sono ancora arrese. Molte di noi continueranno a pretendere non semplici pannicelli consolatori, commemorativi di una situazione da destino immutabile, ma una differenza piena di azione, un cambio di passo concreto, per contrastare e fermare la violenza sulle donne che si presenta sotto innumerevoli forme. Sulle nostre vite vogliono passare con lo schiacciasassi, non lo permetteremo.

La conquista di sé è un percorso, un cammino da costruire, che ogni persona deve poter, saper vivere, sperimentare, ascoltando e facendo attenzione ogniqualvolta si passa da una dimensione di assoggettamento a qualcosa di esterno, di gruppo, sociale, a una voce personale di coscienza soggettiva, di sé. La responsabilità in primis verso se stessa, non come forma di subordinazione a qualcosa o a qualcuno, ma esercizio di libertà, rispetto di sé. Un passo necessario di assunzione di una libertà più consapevole e alta, capace di riconoscere e di vedere quando viene calpestata, manipolata, alterata, distorta, tanto da ritorcersi contro noi stesse. Una libertà che sia autenticamente nostra e non un surrogato che altri desiderano somministrarci, ancora una volta.

 

Per approfondire:

L’Irlanda ce l’ha fatta!

Al fianco delle donne di Napoli:

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Inaspettate


Il femminismo fa paura, così come una rivoluzione arriva come un vento forte, una marea inaspettata, e scardina consuetudini, cambia la percezione della realtà. Il femminismo, inaspettato irrompe nella scena della storia ed è stato capace di generare un disvelamento su potere, ruoli sociali, violenza maschile, relazioni tra i generi, discriminazioni, una uguaglianza che deve fare i conti con un istinto individualista, che ci deriva anche da un impianto neo liberista, che fondamentalmente invade ogni ambito, i diritti in primis.

Il femminismo spiazza, distrugge i pilastri culturali vecchi di secoli, ci ha permesso di rompere l’idea che per le donne tutto fosse destino e natura immutabile, permettendoci di mettere a fuoco un sistema patriarcale strutturato e deliberatamente misogino atto a mantenere la donna in posizione subordinata, di controllo, oppure di libertà apparente. Ed è di questa libertà che passa dal continuare ad assecondare certe regole, ruoli, assetti che non ce ne facciamo niente e costituisce l’emancipazione posticcia che ci hanno somministrato come anestetico.

Il femminismo ci ha permesso di dare forma a tutto questo, interpretando i fenomeni sotto una nuova luce. Il femminismo crea scompiglio, evidenzia modalità patriarcali in ogni contesto e ambito, anche nel modo di agire politico. È più che mai evidente che il cammino non è finito, i fatti dimostrano come l’alterità femminile non ha mai avuto pieno riconoscimento, è arrivata ma non si è compiuto appieno il percorso, non è maturata una nuova coscienza, un attribuire valore al contributo femminile nei fatti.

Il femminismo non insegna solo la resistenza alle prevaricazioni e discriminazioni maschiliste, ma ne riconosce la natura politica, ossia l’esercizio di un dominio vero e proprio e contro questo si batte. Il portato del femminismo fa paura e spesso viene negato o strumentalizzato, addomesticato, reso innocuo.

Il femminismo fa paura e genera spesso resistenze, perché mostra quanto intrecciate siano le questioni, i fenomeni, le discriminazioni, gli abusi, e di come altrettanto intersezionali debbano essere le risposte e le soluzioni.

Il femminismo genera forza, fierezza, capacità di reagire, per questo trova tanta ostilità tra uomini e donne.

Il femminismo fa paura perché è complesso e multiforme, difficilmente manipolabile se non previa ipersemplificazione e annacquamento.

Il femminismo fa paura perché sono le donne che parlano con la propria autentica voce nella storia, attraversano la realtà contaminandola di nuova consapevolezza e con una visione differente.

Il femminismo fa paura per il linguaggio di cui è portatore, perché allarga i confini del mondo, li spalanca e gli dona nuovi paesaggi mai esplorati prima. Il linguaggio, le parole, ciò che disvelano, hanno un peso, una storia, un valore prezioso. Questo fa paura, un uso consapevole del proprio pensiero, del proprio ragionamento, mettere in discussione le fondamenta patriarcali delle nostre società e sommuoverle dal profondo a partire da sé.

Il femminismo accende la miccia del cambiamento personale, per poi passare alla dimensione collettiva, è una scossa, l’innesco di una rivoluzione.

Non dobbiamo avere paura del femminismo, perché è qualcosa che ci riguarda da vicino, che ci ha permesso di raggiungere traguardi inimmaginabili, perché ha saputo immaginare un mondo diverso, valori e ideali differenti, rompere pregiudizi e stereotipi, allargare l’orizzonte delle donne per secoli confinate in ruoli e contesti angusti. Ci ha aperto lo sguardo su noi stesse, sulla nostra società, sul mondo.

Le strategie per demolire e scoraggiare l’adesione alla rivoluzione femminista sono molteplici: roba vecchia; le femministe sono acide e cattive, misandriche; le femministe hanno rovinato le relazioni con gli uomini e messo in testa alle donne tanti inesistenti dubbi; non ne abbiamo più bisogno, ora abbiamo tutto; sono divise anche tra loro; ingigantiscono i problemi; cercano guai e vedono tutto nero; le femministe odiano gli uomini; se sei femminista rischi l’isolamento e ti fai del male da sola.

Così di questo passo si deforma la realtà, si corrobora il mito del femminismo come speculare al maschilismo, si riduce l’opportunità di conoscere ed intraprendere un percorso. Gli sguardi e le ostilità con cui molte volte devo confrontarmi non sono sufficienti a fermarmi.
Continuerò a portare le mie idee e il mio agire femminista, perché anche se apparentemente penseranno di poterci silenziare e controllare, usare e pilotare, il cambiamento femminista non potranno arrestarlo, basta guardarsi attorno nel mondo.
Siamo l’imprevisto della storia, la libertà femminile è l’imprevisto che apre ad altri imprevisti. Per questo vi facciamo tanta paura quando con orgoglio agiamo nel mondo il nostro essere e sentire femminista.
Tremate tremate le streghe non sono mai andate via!

 

Per approfondire:

Alcune domande e (poche) risposte sul significato della parola femminista

 

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Astensioni per maternità. Come vogliono farci credere che sarà meglio per noi.


Ricapitoliamo. Un breve passo indietro, per capire com’era qualche decennio fa e da dove vengono certi diritti.

Ritorniamo a quanto disciplinava la legge 242 del 19 giugno del 1902, Sul lavoro delle donne e dei fanciulli, la cosiddetta legge Carcano: la novità più rilevante riguardava proprio la tutela giuridica della maternità, che prevedeva il congedo di maternità obbligatorio a favore delle madri lavoratrici, che copriva le quattro settimane successive al parto, ovviamente non retribuito. La legge prevedeva un’eccezione a tale diritto, stabilendo che “in via del tutto eccezionale” le puerpere potessero essere impiegate al lavoro anche nel periodo precedente, ma non prima di tre settimane post-partum, da considerarsi come periodo di riposo forzato: perciò il periodo di congedo obbligatorio, effettivamente coperto dalla legge, consisteva in una settimana successiva al parto. Tale disciplina evidenziava la situazione difficile nella quale versavano le madri, tenuto conto che a queste ultime non era assicurata alcuna retribuzione, in quanto la legge taceva su tale punto, né era garantita la conservazione del posto di lavoro ed avevano solo un’alternativa, ossia “affrontare, lavorando, danni certi alla loro salute, oppure col riposo, la fame”, come dichiarò Filippo Turati all’epoca in Parlamento.

Nella legge Carcano del 1902, la salvaguardia delle donne dal lavoro era “essenzialmente diretta a preservare la loro capacità di procreazione. Appare evidente che la donna non era tutelata in quanto soggetto debole durante il periodo di maternità, al fine di preservare le proprie condizioni lavorative, unitamente alla salute, bensì era un individuo da proteggere solo in quanto concepito come uno strumento, un mezzo, per la procreazione. L’accento veniva posto sulla funzione piuttosto che sull’individuo. Veniva tutelata la maternità, non l’essere femminile, ma la donna in quanto madre. Non c’è da stupirsi, in questo periodo la normalità era considerare la donna un essere inferiore, con un unica funzione sociale di madre. Nessuna traccia di un riconoscimento parziale o completo di diritti politici e derivanti dal lavoro produttivo femminile.” (1)

Parziali modifiche arrivarono nel 1907, e con alcune eccezioni, tipo quanto previsto dal R.D. 1 agosto 1907, n. 636, il Testo Unico sulle leggi sanitarie, all’art.82 era prevista: “l’astensione obbligatoria per le mondariso, il quale ricomprendeva il periodo dell’ultimo mese di gravidanza e il primo mese dopo il parto.”

L’istituzione del congedo di maternità rimaneva una forma di tutela puramente formale, soprattutto per l’assenza di retribuzione nel periodo di riposo. Proprio per sostenere economicamente le lavoratrici in congedo, solo nel 1910 vennero istituite le Casse di maternità con la l. 17 luglio 1910, n. 520. Un modo per assicurare una prestazione economica durante il periodo di astensione dal lavoro per maternità; una elargizione dal carattere assistenziale, costituita da una somma predeterminata, comunque non commisurata al salario.

L’avvento del regime fascista chiaramente segnò uno stop significativo in termini di emancipazione femminile, con una convinta azione volta a limitarne l’occupazione, mentre si incentivava le donne a dedicarsi ai compiti di cura familiari, con una funzione femminile in chiave principalmente riproduttiva per assicurare la conservazione della stirpe italica.

Nonostante questo clima, venne varata la legge n. 1347, del 5 luglio del 1934, contenente Disposizioni sulle lavoratrici madri. Tale disciplina prevedeva l’istituto dell’astensione obbligatoria che copriva un periodo intercorrente tra un mese prima della data presunta del parto, fino al termine delle sei settimane successive. (2)

Inoltre, venne garantito il diritto alla conservazione del posto di lavoro durante la gravidanza e il diritto a due periodi di riposo giornalieri per l’allattamento.

“La Costituzione italiana del 1948 segna così una svolta decisiva ed irreversibile, perlomeno in linea di principio, nel processo di liberazione della donna e di parificazione sociale dei due sessi: i costituenti – o per essere più precisi le costituenti 154 – avevano voluto sancire espressamente il diritto delle lavoratrici alla parità di trattamento.” (3)

Con l’articolo 37 la nostra Costituzione promuove il valore sociale della maternità, garantendo una protezione speciale ed adeguata per il bambino e la madre. Ciò comporta che il datore di lavoro non potrebbe esonerarsi dal dovere di collaborare. Oltre a sancire la parità di diritti e di retribuzione, tra la donna lavoratrice e il lavoratore, richiede che siano predisposte quelle condizioni di lavoro che consentano l’adempimento della funzione familiare della madre, la quale viene considerata essenziale.

Si inscrive nel complesso di garanzie riconosciute a beneficio della donna in tema di pari opportunità sul lavoro e di salvaguardia della sua funzione essenziale nella famiglia (artt. 29, 30 Costituzione).

In materia di tutela della maternità, abbiamo assistito a un passaggio da una visione tradizionale di ispirazione protettiva in cui la donna merita tutela per la sua funzione strumentale e l’entità economica è basata sul lavoro maschile, a una impostazione che considera le specifiche esigenze e condizioni delle lavoratrici, come donne e come madri. Le linee guida presenti nella nostra Costituzione conducono ad una legislazione dal carattere protettivo, ma la definizione di specifiche tutele è, o almeno dovrebbe, anche se nella realtà spesso accade il contrario, essere predisposta al fine di rendere compatibili il lavoro e lo stato di gravidanza e puerperio, così da rendere possibile la coesistenza della funzione familiare e della condizione lavorativa.

“Il soggetto femminile viene configurato come “soggetto debole” (del rapporto di lavoro) ed, in quanto tale, da tutelare mediante la previsione di apposite misure. La tutela dei “soggetti deboli” rappresenta un’esplicazione dell’istanza solidaristica che connota il cosiddetto Stato sociale. In tale contesto, il concetto di solidarietà deve intendersi “come «partecipazione» ed «impegno» nei confronti di un «soggetto debole», e quindi come esplicazione del principio personalista, nella misura in cui la «partecipazione» e l’«impegno» si traducono nella rimozione degli ostacoli che impediscono (o, quanto meno, mettono a repentaglio) il pieno sviluppo della persona umana.” (4)

Tale concezione trova sostegno nella stessa denominazione utilizzata nella legge del 26 agosto 1950, n. 860 la quale dettava norme proprio in materia di tutela fisica ed economica delle lavoratrici madri.

I principi di carattere solidaristico del welfare hanno portato a tutelare la donna, dapprima in quanto soggetto debole, per il valore sociale della maternità, e in una seconda fase, anche per il suo contributo professionale (per cui viene previsto anche il divieto di licenziamento ai fini del mantenimento del posto di lavoro).

Con la legge n. 7 del 1963 venne previsto che il licenziamento a causa di matrimonio fosse nullo. Inoltre, viene stabilita la mutualizzazione degli oneri sociali previsti per la gravidanza ed il puerperio. Il tema della tutela della maternità vive un’accelerazione negli anni ’70, con il movimento delle donne. Viene adottata la legge 1204/71 sulla tutela delle lavoratrici madri (abrogata dal successivo DL 26 marzo 2001, n. 151, Testo unico delle disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità, a norma dell’articolo 15 della legge 8 marzo 2000, n. 53). La legge del 1971 stabilisce il divieto di licenziamento della lavoratrice madre (articolo 2); il divieto di adibire le lavoratrici durante il periodo di gestazione e fino a sette mesi dopo il parto al trasporto e al sollevamento di pesi, nonché ai lavori pericolosi, faticosi ed insalubri (articolo 3); il periodo di astensione obbligatoria comprendente i due mesi precedenti la data presunta del parto sino ai tre mesi dopo il parto (articolo 4). All’art 15 si disciplinava la retribuzione nei periodi di astensione obbligatoria e facoltativa.

Con la Legge 903, del 9 dicembre 1977 è stata sancita la parità uomo-donna nel rapporto di lavoro, tenendo in considerazione le peculiari difficoltà relative all’occupazione femminile e al suo inserimento nel mercato del lavoro. Estese con l’art. 6 l’astensione obbligatoria dal lavoro di cui all’art. 4, lett. c), della L. n. 1204/1971 (e il trattamento economico relativo), anche alle lavoratrici che abbiano adottato bambini, o che li abbiano ottenuti in affidamento preadottivo. La norma è stata successivamente modificata alla legge 8 marzo 2000, n. 53, che ha introdotto per la prima volta la fruizione del congedo parentale maschile. La materia è stata infine raccolta nel d.lgs. 26 marzo 2001, n. 151 (“Testo unico delle disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità, a norma dell’articolo 15 della legge 8 marzo 2000, n. 53”). Con il d.lgs. n.80/2015, in attuazione del Jobs Act, ha apportato ulteriori modifiche alla disciplina dei congedi parentali, con novità anche per i lavoratori e le lavoratrici autonomi/e.

Un lungo cammino non c’è che dire, prima di vedere sanciti tutti questi diritti.

Ed oggi? Una donna in gravidanza potrà scegliere se lavorare fino al giorno del parto, con il benestare del medico, e stare con il bambino o la bambina per cinque mesi dopo la nascita: una delle novità presenti della manovra per il 2019, che riguardano la famiglia, approvate in commissione Bilancio della Camera.

Ho pensato a lungo su questa forma di ulteriore flessibilità. Sulla carta potrebbe avere un senso, potrebbe dare alle lavoratrici un margine di scelta, lavorando sino all’ultimo se possibile, ammesso poi che le cose siano così predeterminabili. Da capire altresì come gestire eventuali imprevisti, anticipi, cambiamenti dell’ultimo momento, perché sappiamo che le date valgono fino a un certo punto. Anche in termini di organizzazione aziendale. Ma questo è solo uno degli aspetti. Penso invece che sarà forte la pressione sulle donne in gravidanza da parte dei datori di lavoro. Sì certo ci deve essere un certificato medico che attesti le condizioni compatibili con il lavoro. Sì è vero che dipende da lavoro e lavoro. Ma il congedo obbligatorio prima del parto era una tutela, qualcosa che garantiva la possibilità di prepararsi e di organizzarsi, tutelando soprattutto la donna (e il nascituro, non dimentichiamocene), da stress, carichi da lavoro che spesso non si avvertono ma ci sono. Un diritto che garantiva le donne da eventuali abusi e sollecitazioni a “rinunciare” a una protezione, che spettava di diritto e poteva semplicemente subire piccole variazioni (2 mesi prima della data presunta del parto, ovvero 1 mese prima della data presunta del parto, se l’interessata si avvale della facoltà di fruire della flessibilità del congedo di maternità, alcuni cambiamenti qui). Come ben vediamo si sta man mano assottigliando il diritto a beneficio di una flessibilità che non si sa quanto sia un reale beneficio.

Certo è un’opzione che viene ora permessa alle donne, ma quanto resterà tale, una scelta libera da vincoli e da ricatti? Quanto subordinerà futuri rinnovi contrattuali o condizioni in azienda dopo la nascita del figlio? Quanto sarà l’ennesimo grimaldello nelle mani dei datori di lavoro? Quanto verranno assicurate davvero la salute e il benessere delle donne e dei nascituri? Si tratta del solito mito che anche noi donne spesso ci infliggiamo, l’idea di poter, dover far tutto, come se certe differenze non sussistessero nella realtà. Come se il nostro corpo fosse separato dal resto, atto a produrre e riprodurre. Che poi tutto questo a fronte della previsione di soli 5 giorni di congedo obbligatorio di paternità. I figli sono ancora quasi totalmente un affare da donne, con buona pace di una condivisione della genitorialità, che però, guarda caso, per questo governo diventa una priorità con il ddl Pillon.

Altro che parità di opportunità, in fondo in fondo ci stanno solo convincendo che i due mesi di astensione obbligatoria prima del parto non erano poi tanto una cosa buona per noi, ma qualcosa di superfluo, un privilegio che magari in futuro potrà essere del tutto rimosso. Ci convinceranno che è giusto così, magari arriveremo anche a ringraziare. Il datore di lavoro probabilmente solleciterà il nostro ‘buon senso’ e di ponderare bene una scelta che ci potrebbe causare ripercussioni sul dopo… d’altronde penso che in piccole realtà già accada qualcosa di simile, formalmente si è in congedo obbligatorio ma poi si continua a lavorare perché altrimenti si rischia il posto. Siccome le donne con lavoro dipendente non hanno spesso margini di scelta autonomi, protezioni, potrebbero fioccare “certificazioni” ad hoc, con al macero tutte le opportunità reali e i diritti tanto faticosamente conquistati. Spero di sbagliarmi e di essere smentita dai fatti, ho solo il timore che dovremo combattere contro l’ennesima discriminazione e pressione lavorativa.

Tanto che ce ne facciamo dei diritti? Una sorta di deresponsabilizzazione dello Stato e a sua volta del datore di lavoro che scarica sulle spalle della donna la decisione, più o meno libera, perché si sa che non c’è garanzia, né si può vigilare efficacemente e capillarmente su cosa accade nella realtà di ciascuna azienda. Una sorta di passaggio di rimessa del welfare state, come se tutto si riducesse all’individuo, al singolo, che si assume tutti i rischi, gli oneri di ciò che decide. Tanto se le cose non vanno bene, ciascuno potrà solo dare la colpa a se stesso, che non ce la fa, che non è in grado di adattarsi e di avere successo. Trasposto nell’ambito femminile, il meccanismo non cambia, ciascuna guarda il “suo”, l’orticello, la sua esperienza e pretende di darle valenza generale. Chi non ce la fa è una sfigata ed è colpa sua se non regge l’equilibrio tra lavoro e vita privata. Ci troviamo di fronte a una legge, l’ennesima, per far contenti i datori di lavoro e fingere di andare incontro alle esigenze delle donne. Le leggi devono tutelare tutte le donne da eventuali abusi o evidenti differenziali di potere, che tuttora sussistono e che spesso non siamo nemmeno in grado di riconoscere. Ce ne accorgiamo spesso quando ormai tutto è compiuto e ci hanno fregato sotto tutti i punti di vista, magari anche con il nostro benestare, inficiato da un mantra che ci fa credere che sia un miglioramento quando non lo è.. Nell’ordine dello stato neoliberista, tra poco torneremo alla normativa del 1902. Perché la vera domanda da porsi è in quale quadro e prospettiva economica si muove questo tipo di riforme. Si tratta di affievolire lentamente i diritti e le garanzie, fino a farle percepire come inutili orpelli di un tempo passato, anacronistici rimasugli di un mondo che non c’è più, pertanto rimovibili facilmente, consapevoli della debolezza di una ipotetica resistenza in tal guisa. È già successo ad altre conquiste, si pensi allo svuotamento dello Statuto dei Lavoratori. Una lenta e costante preparazione di un contesto giuslavoristico flessibile, fluido e appetibile per eventuali investimenti stranieri, un lento e quasi impercettibile appropinquarsi di un diverso stato di diritto, dove siamo sempre un po’ più soli, monadi senza più consapevolezza e coscienza, ottimi oggetti subordinati di una economia neo-neo-liberista che tutto può e tutto avvolge. Tanto da non farci percepire più alcun dolore o nostalgia di alcuni diritti, anzi facendoci abbracciare soluzioni che speravamo largamente superate. Non siamo più abituati a mettere insieme tutti i tasselli del puzzle, su questo contano.

Vi invito a leggere le riflessioni di Donatella Caione qui. Un estratto particolarmente efficace e preciso del problema che ci attanaglia.

“Ma desidero ritornare al concetto che i diritti da difendere non si misurano sulla propria pelle. Le battaglie si fanno per i diritti di tutte. Ottenere l’astensione obbligatoria prima del parto è stato un diritto conquistato anche grazie al fatto che c’erano donne che partorivano nei campi o nelle fabbriche. Il principio dell’astensione obbligatoria prima del parto è un principio fondamentale che sancisce una tutela della madre e del nascituro. Dire che si può rinunciarvi se si è in una condizione privilegiata di lavoro non molto usurante è pericoloso perché apre la strada a mettere in discussione il diritto. Perché se oggi va bene a te poi domani può dover andar bene a tizia o a caia. I diritti si difendono, in modo solidale. Non saremmo andate avanti se ognuna avesse pensato solo a quello che fa comodo a se stessa o alla piccola categoria di cui fa parte. E il fatto che non sia usurante per tizia non vuol dire che non lo sia per caia. Io non voglio che si metta in discussione un diritto. La storia degli ultimi decenni ci insegna come soprattutto per le donne sia facile tornare indietro e perderli i diritti. L’astensione obbligatoria prima del parto è un diritto e rinunciarvi perché si è in una situazione facilitata che lo consente è una di quelle classiche modalità del tipo “penso ai cavoli miei”. Lottiamo invece insieme perché si aumenti l’astensione post parto, lottiamo perché le autonome abbiano pari diritti delle dipendenti. Ma insieme, non ognuna per i cavoli suoi e per i suoi interessi. Lottiamo contro le dimissioni in bianco, lottiamo per una vera tutela della maternità e cerchiamo di non compiacerci di questi giochetti del tipo “io posso lavorare e lo faccio perché preferisco godermi mio figlio dopo e magari risparmiare la baby sitter per un mese”. Si chiama solidarietà femminile, si chiama sorellanza , è quella che ha spinto le donne che negli anni Settanta ci hanno fatto conquistare i diritti di cui godiamo… o meglio godevamo, perché ormai li stiamo perdendo tutti uno dopo l’altro.”

 

(1) PUCCINI SANDRA, Condizione della donna e questione femminile (1892-1922), in Problemi del socialismo, n. 4, 1976, p. 17.

Si veda anche BEBEL AUGUST, La donna e il socialismo, traduzione di FEDERICI F., Milano-Palermo-Napoli, 1905, p. 397.

(2) VITALI FRANCESCA, I luoghi della partecipazione. Una ricerca su donne, lavoro e politica, Milano, 2009, p. 103.

(3) MORELLO MARIA, La maternità al centro delle prime forme di tutela della salute e della sicurezza delle lavoratrici.

(4) BELLOCCI MARIO, PASSAGLIA PAOLO, La tutela dei «soggetti deboli» come esplicazione dell’istanza solidaristica nella giurisprudenza costituzionale, in http://www.cortecostituzionale.it/, 2006.

 

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