Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Aquí estamos las feministas


Basta diatribe, lotte intestine, dispersione di energie e smarrimento degli obiettivi prioritari. Sono come catene, ci tengono inchiodate al vuoto. Operazioni di delegittimazione, discredito, conflitti personali, incapacità di applicare il rispetto nella nostra vita quotidiana, piccole o grandi che siano queste fratture e operazioni sono imbarazzanti e preoccupanti davanti alla situazione che ci troviamo a vivere. Perché sì, ci troviamo a viverle e a confrontarci con una realtà spietata e un paese che fa finta di non accorgersi dello stato in cui sono le donne. Non considerateci solo corpo elettorale e iniziate ad ascoltarci giorno per giorno. La verità è che siamo per lo più una questione rimossa, secondaria. Abbiamo le vite delle donne che si vanno sgretolando di fronte a tanti muri, difficoltà, ostacoli, forme di violenza, di non ascolto e di mancato sostegno. Tante vite che vengono inghiottite in buchi neri e che devono spesso da sole trovare una via d’uscita. E siamo sempre a chiederci il perché solo dopo che accade l’irreparabile, mai che qualcosa intervenga prima a sanare e a prevenire.

Così per il lavoro, di cui il caso di Marica Riccuti è solo l’ultimo di una serie interminabile di vicende che mostrano una fragilità di un sistema che non sa accogliere e sostenere, un problema non solo di cultura aziendale, ma che richiama l’intera comunità sulle conseguenze di una economia che divora le vite e l’umanità. Non rendersi conto di quanto possa essere difficile è segno dei tempi, segno di un affievolimento/demolizione dei diritti e delle garanzie. Questo tipo di pronunciamenti hanno l’effetto di una stilettata, l’ennesima. Migliaia di dimissioni volontarie di lavoratrici madri, che si contano ogni anno, cosa rappresentano per voi?

Così per la salute sessuale e riproduttiva, se dopo 40 anni dal varo della legge 194, siamo di fronte a un progressivo deterioramento dello stato del rispetto e di applicazione della medesima, dell’autodeterminazione e dei diritti delle donne. Questo è possibile perché negli anni questi soggetti hanno potuto diffondere disinformazione allo stato puro (si pensi al contenuto del manifesto che continua a girare per l’Italia nelle ultime settimane), insinuarsi in ogni contesto, ottenere sostegni trasversali. Hanno potuto sostare impunemente davanti agli ospedali per colpevolizzare le donne. Sono entrati negli ospedali in varie tipologie di attività. Abbiamo un numero di obiettori di coscienza che ha pesantemente inficiato una corretta e certa assistenza per le donne. Stiamo arretrando e non da ora, un ritorno al medioevo complice un costante lavorio per calpestare la laicità. Il problema è grave, anche se per alcun* non sussiste.

Ci troviamo poi di fronte alla marea femminista spagnola che si è mobilitata in pochissimo tempo, come già in passato aveva dimostrato di saper fare, confermando la capacità di una presenza permanente sui territori, in seguito alla sentenza che condannava la “manada” di 5 uomini, da 5 a 9 anni di carcere (la procura aveva chiesto 22 anni) per abuso sessuale, non riconoscendo la violenza sessuale su una giovane diciottenne stuprata a Pamplona il 7 luglio 2016. In strada sono scesi anche gli uomini, tanti e tante uniti per organizzare una risposta, un no compatto a un verdetto che non riconosce la verità, non fa giustizia. Affermare “Hermana, Yo sì te creo” significa dimostrare di non accettare che si annacqui e si sminuisca la violenza mai, in nessun caso, significa che il dominio della violenza machista ha i giorni contati perché la comunità non lascerà spazio a questi individui e a chi li giustifica. Sono anticorpi che in Spagna sono più vivi che mai, sono la risposta pronta a una magistratura che non riesce a compiere fino in fondo il proprio dovere, sono il segno non si lascerà correre, sono il baluardo contro soggetti che si credono superiori alla legge, sono il fronte contro questi tentativi di sottrarre libertà alle donne. Anche le carmelitane che prendono posizione:

 

Allo stato attuale della legislazione spagnola, vi sono gradazioni diverse: si parla di ‘abuso’ sessuale per i casi più lievi e di violenza sessuale, per i più gravi. I giudici che si sono pronunciati sul caso della ragazza violentata a Pamplona si sarebbe trattato solo di abuso perché la ragazza non si sarebbe opposta, non ha reagito ma ha accettato passivamente ciò che accadeva.

Naturalmente nessuno tiene conto se sei paralizzata dalla paura e temi per la tua vita. Mi capita di parlarne ai ragazzi e alle ragazze e a volte utilizzo la canzone Me and a gun di Tori Amos, sottolineando alcuni passaggi che aiutano a capire cosa accade in quei momenti e quali meccanismi automatici si innescano per “uscirne”.

Risultato dopo le mobilitazioni? Il ministro dell’Istruzione e portavoce del governo di Madrid, Inigo Mendez de Vigo, ha dichiarato che una riforma del Codice penale spagnolo in materia di violenza sessuale è una “priorità”.


Sembra un altro pianeta visto dall’Italia. Per tanti motivi. Eppure di sentenze e motivazioni indigeste ne abbiamo anche da noi, di interrogatori e iter giudiziali rivittimizzanti ne abbiamo in quantità, la cronaca ci riempie di esempi di victim blaming… Eppure, eppure, sembra che sia sempre una questione marginale, roba da femministe, da quel “residuo” di donne un po’ biliose e sopra le righe, quelle da cui stare alla larga e dalle quali prendere le distanze. E ci vedete un po’ così, un po’ sparpagliate, un po’ “maicontente”, innocue attiviste, tanto poi le redini le tengono sempre le fautrici di quello che potremmo ascrivere a un “donnismo” pacato e dalle “buone relazioni”, amicizie che contano, che ci usano e poi ci svendono. Tutto finisce a tarallucci e antiacidi. E ciò che in Spagna e altrove riceve un sostegno ampio, qui si ritrova a raccogliere i cocci di un #metoo rispedito al mittente e archiviato in gran fretta. Il sistema chiaramente non funziona, mostra le sue falle. Ed è su questa fragilità che occorre riflettere, su quel che non riesce a decollare, sulla costante sensazione di dover sempre “chiedere il permesso” ad ogni passo, sulla permanente constatazione di una difficoltà a portare avanti istanze ed azioni autentiche, disinteressate e senza fini egoistici. Tutto si sbriciola o sembra ripiegarsi in una dimensione che non riesce a coinvolgere larghe parti. Non ce lo possiamo permettere eppure continuo a chiedermi perché non si riesce ad agire oltre. Continuano a scorrermi davanti tutte le vicende, gli episodi, le difficoltà che viviamo in quanto donne, e vorrei svegliarmi in un Paese capace di non svilire e strumentalizzare tutto, vorrei non pormi sempre le stesse domande, vorrei ci fossero meno inciampi.

Alla fine è sempre la stessa storia, ci vogliono in modello “fantoccio”, ancelle omologate a una serie di pretese e regole patriarcali, mansuete, sottomesse, complici di un sistema, che ci adopera a suo piacimento per lasciar tutto immutato. La cosa peggiore è pensare che tutto questo non si possa cambiare. Il cambiamento inizia dal sentire che accanto, lungo il cammino, c’è chi ti comprende, sa come ti senti, ti crede, ti ascolta, ti rispetta, non ti giudica, ti accetta per come sei, riconosce il tuo valore. Basta guardarsi negli occhi e accennare a una sillaba di sorellanza. Cambiare però ha un costo, soprattutto a livello personale, sono ripercussioni dure ma necessarie se si vuole cambiare qualcosa.

Ragioniamo infine su come gli anticorpi e l’abitudine a scendere in piazza si formano… e ricordiamoci cosa è successo a Melito di Porto Salvo, a Firenze a settembre, a Milano ai primi di febbraio, dopo ogni stupro, ogni femminicidio… ogni volta che una donna viene schiacciata e oppressa, annullata, cancellata.

Aquí estamos las feministas. Assorbiamo tutto l’orgoglio e la forza di queste parole e delle nostre sorelle. Ne abbiamo bisogno, soprattutto quando ci sembra che manchi l’ossigeno per andare avanti.

Si estamos juntos, somos huracan.

No voy a pedir permiso

Para ser libre.

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Scuola: raccontare esperienze per una rappresentazione differente


Troppe macerie e generalizzazioni sono piovute sul mondo della scuola, specialmente negli ultimi giorni. Troppi sapientoni si sono prodigati in fiumi di analisi e di strali, con la sensazione finale che tanto si parla di scuola, ma poco la si conosce da dentro. Con il risultato di terremotare tutto quanto, scaricando responsabilità sulla base di pregiudizi e di giudizi sommari.

C’è chi ne fa un’analisi prettamente classista, esattamente come chi preferisce continuare a pensare che la violenza e certi comportamenti lesivi dei diritti si annidino principalmente negli strati sociali dotati di meno mezzi materiali e immateriali. Eppure come sappiamo benissimo e ripetiamo da anni, si tratta di fenomeni trasversali, che occorre leggere a livello culturale, che traggono origine da modelli e da esempi culturali e comportamentali. Ci sono adulti che mimano attenzione ed empatia, grandi ideali e valori, ma sotto pelle, covano forme e metodi di bullismo e di sopraffazione latenti, che all’occorrenza mettono in pratica per schiacciare gli altri. E non è questione di censo, non è questione di origine, non è questione di titolo di studio.

Dell’universo scolastico non si riesce a comprendere realmente i problemi, i fenomeni, i meccanismi, ma anche le potenzialità, ciò che funziona, genera risultati e ricadute positive. Solo polveroni per oscurare tutto il resto. Si costruiscono montagne fittizie, e la prima domanda dovrebbe essere con quali finalità? I motivi per cui avvengono certi episodi e comportamenti restano inesplorati, tutti occupati a scaricare responsabilità, tutti a non voler riconoscere l’urgenza di un lavoro diffuso e sistematico per tornare a una crescita piena, che non sia solo composta di nozioni e di prestazioni da valutazione sulla preparazione, ma che sia accompagnata da una maturazione emotiva e relazionale capace di interrompere cicli nocivi. E allora avviciniamoci in punta di piedi a questo mondo, ricordandoci per un attimo gli studenti che siamo stati, gli insegnanti che abbiamo incrociato, le difficoltà di certi passaggi evolutivi, cerchiamo di conoscere con cura cosa avviene realmente a scuola, quanto importante sia l’operato e il portato educativo degli insegnanti, riconosciamo i tanti segnali positivi e incoraggianti, senza pretendere di esaurire la rappresentazione delle nuove generazioni solo attraverso episodi gravi e negativi di sopraffazione e di insubordinazione.

Perché solo chi si accosta alla scuola, scopre quanti tesori vi germogliano dentro, con ragazzi e ragazze che hanno solo bisogno di stimoli, di essere coinvolti, di essere accompagnati in percorsi che costruiscano non solo competenze, saperi, capacità, ma che gli consentano di sperimentare se stessi, acquisire consapevolezza di sé e strumenti per orientarsi nelle difficili fasi del diventare grandi. Basta davvero entrare nei corridoi e nelle aule, insieme a loro, ai loro insegnanti, per comprendere di cosa sto parlando. Girando per le scuole con un progetto di contrasto agli stereotipi, alle discriminazioni e alla violenza di genere, mi rendo sempre più conto di quanto ribollire positivo di idee, spunti di riflessione, di cambiamento ci sia. Noi adulti possiamo e dobbiamo incoraggiarli a lasciar emergere questo flusso, affiancarli in un cammino che agevoli e permetta che nuovi e positivi punti di vista si affermino, che si diffonda una cultura della parità e del rispetto, per una comunità umana libera da gabbie e catene culturali, che imbrigliano le nostre energie e istanze di cambiamento. Si possono spezzare circoli viziosi, muri, barriere che offuscano e limitano il nostro io, la nostra autenticità, il nostro desiderio di essere noi stessi/e e non ciò che le aspettative altrui costruiscono di noi. I risultati arrivano da sé e sono sempre un dono prezioso, dimostrano quanto sia importante non disperdere questa possibilità, questa opportunità, questa impellente necessità di espressione, di sperimentare se stessi/e e le proprie potenzialità.

 

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Foto in apertura: un elaborato al termine di un laboratorio contro stereotipi e violenza di genere, ad opera di una studentessa della V A del liceo artistico – Istituto Einaudi di Magenta.

 

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Molto più che panchine


Il 26 novembre scorso con l’associazione Libere Sinergie abbiamo dato il via al progetto “Panchine rosse contro la violenza sulle donne”, inaugurando una prima panchina presso i giardini pubblici di via Montegani a Milano. Abbiamo dato 4 mani di colore per porre le basi di un lavoro che sarebbe partito da lì in poi.

Da quel giorno è iniziato il percorso con i ragazzi e le ragazze della III C dell’Istituto Kandinsky di Milano, dapprima con un laboratorio su sessismo, stereotipi e violenza di genere curato dalla sottoscritta e da Carla Rizzi: un passaggio fondamentale di approfondimento, per fornire gli strumenti necessari alla comprensione del fenomeno, per riflettere insieme sulle sue radici. Sono stati incontri che ci hanno permesso di creare quel clima e quella sensibilità necessarie per dare corpo alle fasi successive. Ringraziamo i ragazzi e le ragazze per le idee e l’interesse, gli spunti di riflessione e di miglioramento che ci hanno donato. Un’esperienza di reciproco arricchimento umano ed emotivo che custodiremo con cura, scintille e intrecci preziosi con le nuove generazioni: il vero motore e il carburante di un attivismo fatto con cuore e passione, fatto di puro volontariato. Cogliere quelle luci che si accendono piano piano nei loro occhi è una gratificazione enorme, sguardi che si allargano e spiccano il volo. Ascoltare il loro punto di vista ci fa crescere insieme. Capita ogni volta e ogni volta sono infinitamente grata loro.

Le scuole sono davvero il perno essenziale di questo progetto, che stiamo proponendo e portando anche in altri istituti superiori. Per questo l’incontro con il writer e poeta di strada Dario Pruonto, in arte Mister Caos http://www.mistercaos.com/ , è stato importantissimo. È un compagno di viaggio speciale, fa la differenza. Abbiamo cucito le varie fasi del progetto, tessendo una collaborazione con lui, con la sua creatività, la sua professionalità e la sua capacità di coinvolgere i giovani, toccando le giuste corde. Ha accompagnato i ragazzi in un viaggio attraverso la street art, la poesia e il recupero del valore e dell’importanza delle parole per poter trasmettere messaggi in modo efficace, per poter raggiungere quante più persone possibile. Una guida non solo creativa e grafica, che ha saputo fargli strada in un lavoro in cui le parole e il messaggio fossero il cuore di tutto. Mister Caos li ha condotti in un libero flusso creativo fatto di costruzione-demolizione-ricostruzione, attraverso un brainstorming che lasciasse emergere le parole e i concetti chiave. Proprio come dubbi, ripensamenti, contrasti e contorsioni iperboliche esistenziali e mentali concorrono a fornire materiale per la poesia: distillato di un susseguirsi di parole che riescono a penetrare e a farci riflettere.

A partire da questa raccolta di idee, gli studenti e le studentesse, supportati dalla loro professoressa Jaya Cozzani, hanno sviluppato un progetto grafico ricco di significati, dal contenuto profondo, che realizzeranno in team con Mister Caos il prossimo 19 aprile a partire dalle ore 10:00. Questo mix di grafica, parole e messaggi rivestirà due panchine e le renderà “parlanti”, strumenti attivi di contrasto e di sensibilizzazione collettiva e condivisa. Un invito alla cittadinanza tutta affinché si attui un cambiamento nella cultura e nelle relazioni, un progressivo superamento delle discriminazioni e squilibri di genere e si concretizzi un impegno collettivo volto a debellare la violenza di genere in ogni sua forma.

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Qui https://youtu.be/VFuWy4oCYL0 il video della realizzazione delle due panchine rosse.

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