Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

La soluzione? Sciopero della maternità/paternità

 

Secondo questo articolo, le donne hanno retto meglio alla crisi. Come? Semplice, rendendosi talmente flessibili da non creare più alcun problema, diventando strumenti più versatili di sfruttamento. Pochi diritti, zero richieste, senza orari certi, senza garanzie e soprattutto senza famiglia, o meglio senza figli. “L’83% dei manager è convinto che la maternità di una collaboratrice sia un problema”, quindi niente problemi. Tra poco arriveremo ai contratti privati tra datore di lavoro e dipendente in cui oltre alle dimissioni in bianco, firmeremo anche una clausola in cui ci impegniamo a non figliare. Manca poco, vista l’ansia governativa di alleggerimento delle garanzie e della legittimazione del precariato permanente.
Non mi interessano gli specchietti per le allodole delle grandi aziende che si impegnano a favorire la conciliazione (salvo poi licenziare in massa i dipendenti per altre ragioni), non mi interessano gli spot pubblicitari di come si può alleggerire il lavoro di padri e madri in azienda. Vogliamo soluzioni valide per tutti, ad ogni livello e tipologia contrattuale e di lavoro, dipendente o autonomo che sia. Dobbiamo scardinare il mobbing aziendale, morbo che si acuisce quando diventi mamma o papà. Il problema della cura riguarda anche genitori o parenti anziani o malati. Dobbiamo costruire un sistema di condivisione, con buona pace di chi considera il problema solo una questione femminile. Altrove, i papà possono alternarsi con le mamme. Altrove, dove la civiltà è giunta. Io e nessun altr* dobbiamo essere costrett* a scegliere tra lavoro e famiglia, o a rinviare o a rinunciare ad avere figli.
In sede di colloquio non dev’esserci chiesto il nostro stato di famiglia, ma cosa sappiamo fare e le nostre esperienze lavorative. Che io sappia cambiare o meno un pannolino non ti deve interessare, almeno che non stia facendo un colloquio come educatrice o educatore di nido.
Questo si chiama discriminazione.
Iniziamo ad occuparcene seriamente, sistematicamente e non solo saltuariamente?
Vogliamo una legge che garantisca a tutti la libertà e la possibilità di optare per un part-time, anche solo per un breve arco temporale (vedi il modello olandese).

Vogliamo dei servizi che non siano un mero parcheggio per bambini, delle mense scolastiche decenti, vorremmo che l’investimento nelle scuole ci fosse davvero, che un nido non venisse a costare quasi un intero stipendio. Gli interventi a sostegno di maternità e paternità non devono essere appannaggio solo dei redditi più bassi, come strumento anti-povertà, ma devono includere anche tutta quella fascia larghissima di persone che pur appartenendo a livelli di reddito leggermente più alti, non se la passano poi tanto bene. Al netto degli evasori, ovviamente. Altrimenti converrà sempre più lasciare il lavoro. E poi vi meravigliate delle culle sempre più vuote, come evidenzia l’ultimo rapporto Istat.

Per approfondimenti:

1, 2.
– La mia rassegna del 29 maggio 2014

 

P.s.

In questi giorni si tiene il Festival dell’economia di Trento. La solita passerella di donne ai vertici che vogliono darci lezioni di conciliazione. Ne possiamo anche fare a meno.

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Oltre la misoginia

Anarkikka - #NoViolenzaDonne

Anarkikka – #NoViolenzaDonne

 

In passato ho già affrontato queste questioni (qui, qui, qui e qui).
Il mio ragionamento odierno parte da un interessante post su Abbatto i muri.
Secondo un principio che negli USA è considerato sacro e fondante, l’autodifesa è inattaccabile. Proprio nel nome del rispetto di questo principio, si fonda la prosperità dell’industria delle armi. I fattori che scatenano le stragi o la violenza sono molteplici e devono a mio avviso essere analizzati caso per caso. Ciò non scagiona la scelta e la possibilità di avere sempre un’arma a portata di mano, a qualsiasi età e in qualsiasi stato mentale tu sia. La misoginia, l’odio nei confronti delle donne, di cui ho scritto un post qualche giorno fa, ha radici profonde e culturalmente si avvantaggia di una complicità femminile per essere trasmesso di generazione in generazione. Ma la misoginia non può da sola spiegare tutta questa violenza.
Vi consiglio questo post di Ida, molto preciso e ben articolato, che si sofferma a riflettere sull’eterosessualità e il dominio. Ogni dettaglio è importante, non va trascurato e va analizzato.
Dobbiamo essere decis* e iniziare a scardinare i pilastri su cui si fonda la violenza. Uno fra tutti, l’industria delle armi che ci vuole tutti in una guerra permanente. Dobbiamo analizzare a fondo il problema, in tutte le sue declinazioni, e intervenire. Il processo sarà lungo, ma non possiamo fare gli struzzi per sempre. Altrimenti, episodi come quello del ragazzo di 22 anni Elliot Rodger, diventeranno sempre più frequenti.
Come dice qui Estelle Tang: “We want to be able to move around freely, but we don’t want to be hurt”.
Chiudo, segnalandovi questo video realizzato da Un altro genere di comunicazione. Stiamo attenti anche al modo in cui le notizie delle violenze vengono riportate dai media.

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#breastunit. Diritto di cura

Ribloggo questo post, perché trovo che sia fondamentale non spegnere mai l’attenzione sul tumore al seno. Riguarda tutte noi.

“Il coraggio di avere coraggio. Di metterci faccia, cuore e testa. Perché le battaglie più importanti, quelle per la nostra salute, si combattono e si vincono solo così”.

#breastunit. Diritto di cura. Il 17 giugno a Milano.

Immagine

Questo post è pubblicato in contemporanea da diverse blogger, che in tal modo hanno inteso avviare un passaparola sul tema: se ti va, copiaincollalo anche tu ed aggiungi il tuo nome in fondo. Che cosa propone? di lottare con noi per il diritto a cure di qualità per il tumore al seno.

Il coraggio di avere coraggio. Di metterci faccia, cuore e testa. Perché le battaglie più importanti, quelle per la nostra salute, si combattono e si vincono solo così. Come hanno deciso di fare le donne di Europa Donna Italia e di tutte le associazioni di pazienti il 17 giugno a Milano, durante il convegno organizzato in Regione Lombardia dal titolo “Tumore al seno: dalla prevenzione alla cura di qualità. Il ruolo del volontariato“, indossando una parrucca rosa per promuovere un’azione di sensibilizzazione dell’opinione pubblica e delle autorità sanitarie verso un obiettivo prioritario:

realizzare entro il 2016 l’organizzazione…

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C’è tutto un mondo oltre le principesse

ciliegi

Insomma, chiariamoci un po’, la donna italiana (e non solo) per i media oscilla sempre e solo tra questi due estremi: principessa o olgettina. Tutte le altre donne non sono degne di menzione o di far notizia. Ora abbiamo acquisito una nuova eroina, la trasfigurazione angelica della Boschi che cavalca ogni occasione mondana o umanitaria per apparire con la sua figura mitologica; oggi viene addirittura promossa a principessa del popolo. Quale popolo poi non si sa e io non voglio essere parte di questa rappresentazione edificante. Dall’altro abbiamo coloro che sono disposte a fare tutto pur di emergere. Provo un disgusto profondo per questa tendenza sempre più diffusa alla semplificazione, all’immagine che soffoca la realtà e i fatti. Perché l’universo donna non è mai, ripeto mai, rappresentato per quello che è.

Io non mi sento rappresentata da questi personaggi da passerella, che mai si preoccuperanno dei problemi reali di tante donne. Per cui sarebbe ora di finirla con questa pantomima che ci vuole tutte omologate o invisibili.

Siete capaci di vedere le sfumature???

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Nuovo codice, nuovi malumori

Eva - Sergio Cerchi (Firenze, 1957)

Eva – Sergio Cerchi (Firenze, 1957)

Il codice deontologico dei medici ti consente di incrociare le braccia se la prestazione va contro la tua coscienza o il tuo convincimento clinico, ma non ti esenta dal fornire un aiuto verbale al paziente. È bastato poco, per scatenare forti reazioni. In caso di obiezione di coscienza, è stato previsto l’obbligo di fornire informazioni per consentire la fruizione della prestazione altrove. In pratica, il medico pur se obiettore è vincolato dal nuovo codice a fornire indicazioni sulla struttura più idonea e più vicina per poter accedere alla prestazione prevista per legge, qual è l’interruzione volontaria di gravidanza (ex Legge 194).
Non regge, non regge affermare che fornire indicazioni di questo tipo significa rendersi complici di un aborto. A mio parere la nuova dicitura è pienamente in linea con quella che dovrebbe essere una buona prassi. C’è molta confusione su questo tema, tanta ignoranza e strumentalizzazione. Qui siamo davanti a una battaglia ideologica che va ben oltre il buon senso e la stessa missione del medico. Mi dispiace, ma se c’è di mezzo la salute e la libertà di scelta delle donne, non ci può essere anche il silenzio di un medico che ostacola l’applicazione di una norma dello stato. Perché si pone il problema di coscienza solo per l’embrione e non anche nei confronti di un essere umano che chiede che un suo diritto venga garantito e rispettato? Guarda caso si tratta di un soggetto, la donna, da schiacciare e da colpevolizzare. Ma aiutare mai? Imparate ad aiutare e ad ascoltare i pazienti, forse potreste diventare dei buoni medici. Dico forse, se non ci fossero di mezzo questioni pecuniarie e di carriera.

Per approfondimenti:
L’articolo di Chiara Lalli su WIRED.

La notizia su l’Unità.

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#CiaoMaria!

Ivan Aivazovsky - Storm at Sea on a Moonlight Night

Ivan Aivazovsky – Storm at Sea on a Moonlight Night

Potremmo chiamarlo morbo cassintegrazione o precarietà. A un certo punto il palliativo delle promesse e della pazienza non servono più. La storia di Maria è comune a tante altre persone che il modello di produzione sta schiacciando. Da soli, perché questo accade, si perde la forza di continuare a credere che un giorno le cose cambieranno, che attraverso un impegno personale si possa arrivare a superare le avversità. Siamo navi inclinate nel bel mezzo di una tempesta che non sappiamo quando e se finirà. Di giorno in giorno il silenzio delle istituzioni e dei politici segna una connivenza con un sistema imprenditoriale che evidentemente non si vuole correggere e aggiustare. Anzi, si auspica un aumento di quella precarietà che uccide e che va oltre ogni immaginabile piaga. Sei anni di CIG sono un abisso troppo lungo e profondo a cui nessuno ha saputo dare risposte. Essere tagliati fuori a 47 anni, non poter essere più parte integrante e attiva di una vita collettiva ti porta a restare isolato. Questa solitudine e questa mancanza di fiducia nel futuro ci hanno privati di una donna e di tante altre vite, che per Marchionne saranno meno importanti dei profitti e dei margini, ma per noi devono essere un monito, ci devono spingere a dire BASTA, a non abbassare più la testa, a non voltare lo sguardo da una realtà spietata e folle.
Dobbiamo respingere con forza al mittente il modello di produzione che ci vuole schiavi e vittime sacrificali. Le istituzioni non possono tacere, non possono sostenere questo modo di fare il manager, l’imprenditore, l’amministratore delegato. Dove sono finiti tutti i diritti e le tutele sul lavoro o più semplicemente degli individui? I rappresentanti delle istituzioni abbiano il coraggio di dire che sono diventati carta straccia, quantomeno per amore di sincerità. Non vogliamo essere ammorbati con le parole di circostanza solite. Se i fatti non arriveranno, il collasso della società sarà inevitabile e non ci sarà più niente da recuperare.

Ciao Maria!

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Misoginia e potere

Ivan Stepanovych Marchuk (Ucraina, 1936) Luna piena

Ivan Stepanovych Marchuk (Ucraina, 1936) Luna piena

Cosa significa avere un figlio maschio? Cosa rappresenta per l’immaginario femminile? Io non posso raccontarlo in prima persona perché ho una figlia. Leggendo questo articolo di Claudio Marcelli, ho scoperto che le mie prime impressioni in gravidanza erano in controtendenza. Non so come, ma pensavo di aspettare un maschietto, era una sensazione. Non avevo una reale preferenza, desideravo solo che stesse bene.

Marcelli spiega che avere un figlio maschio è un’occasione per crescere un uomo emotivamente alfabetizzato:

“Educare un figlio maschio al rispetto e alla parità è una straordinaria opportunità di opporsi alla discriminazione e alla violenza contro le donne”.

Io aggiungerei che l’educazione passa anche per una non discriminazione in base al genere. Le mamme dovrebbero educare e cercare di rendere indipendenti, autonomi i propri figli, sia maschi che femmine. L’educazione all’autonomia renderà più semplice per i figli spiccare il volo in età adulta, riuscire a cavarsela da soli e non sempre dipendere dai genitori (o dalla compagna di vita che sostituirà la mamma), avere rispetto per l’altro sesso e riuscire a condividere in maniera equilibrata una vita di coppia. Invece, ne parlavo ieri con una ragazza finlandese, sono le stesse donne, madri e compagne, le fautrici di una misoginia latente e invasiva, che rende spesso gli uomini incapaci di assumersi responsabilità, di rendersi veramente autonomi e di gestire una relazione di coppia che implichi anche condivisione delle mansioni e delle attività familiari. Questa educazione differenziata, che ancora in molti casi insegna solo alle bambine a cavarsela da sé, implica un ritardo culturale notevole e una sorta di legittimazione a quell’oppressione permanente e difficile da sradicare. Ci sono tanti piccoli segnali di questo condizionamento e di una mentalità che è diffusa anche a causa di una posizione distorta di noi donne, davanti a un problema educativo dei nostri figli maschi. Se una madre o una compagna non si aspettano dal proprio figlio o compagno maturità, capacità di cooperare in casa, se non educano all’ascolto, al rispetto, alla parità, a una vita compartecipata, i risultati possono essere gravi. Si perpetua un modello gestito su piani distinti e rigidamente separati, su binari inconciliabili, che non riusciranno mai a parlare tra loro. Per questi uomini ci sarà un’unica soluzione, un unico modo di affrontare le relazioni con l’altro sesso, fondato sulla sottomissione della donna, sulla supremazia/egemonia maschile, sul tentativo di opprimere e arginare quella pericolosa emancipazione femminile, che loro fanno fatica a comprendere e ad accettare e che vedono come la causa di tutti i mali. Questa oppressione a volte arriva ad esprimersi attraverso la violenza sulle donne, che è innescata da una mentalità misogina, che serve a legittimare un potere dell’uomo e un possesso incondizionato e illimitato sulla donna.
Così ne parla Giovanna Nuvoletti:

“Perché la misoginia è stata una grande invenzione, grandissima. Le fonti non sono scritte ma ci sono delle prove di una precedente epoca di matriarcato, c’è il lavoro della Gimbutas, ma quel che importa, quel che so per certo, è che c’è stata poi una guerra vera e propria, che ha utilizzato lo strumento razzista della demonizzazione degli esseri da opprimere. Perché si è dovuto opprimere? Per creare il potere”.

La questione non è culturalmente distante da noi, non appartiene a forme arcaiche di cultura. Purtroppo i retaggi di una mentalità misogina sono dappertutto, a tutti i livelli e contesti. Finché noi donne non cambieremo prospettive, non invertiremo la rotta (lasciando emergere l’assurdità di tali aspetti e comportamenti), non smuoveremo le montagne ideologiche di una società e di un’economia che ci vuole “sottomesse” e facilmente strumentalizzabili, non avremo assicurato un superamento delle attuali problematiche relazionali tra uomo e donna. Un’affettività matura implica un profondo e radicato rispetto dell’altro/a. In questo noi donne, nei nostri diversi ruoli, dovremmo insegnare ai nostri uomini a sostituire la paura (che a volte alimenta l’odio) con il rispetto e la voglia di comprensione. Occorre sostituire alla trincea permanente contro le donne, il dialogo e l’apertura. Non ci sono cose che gli uomini e le donne non possano imparare a fare, è giunto il momento di iniziare l’interscambio.

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Il giorno dopo e quelli che verranno

Ci siamo, le percentuali del PD sono da giubilo generale, panciute come solo la DC sapeva fare ed è forse anche per questo che vorrei non sentire più che è merito di Matteo. Perché se davvero ci si appoggia a questo passato, vuol dire che c’è poco di cui gioire. Abbiamo il partito plebiscitario che in molti desideravano e hanno costruito, un partito con un’immagine personalistica ben definita (basti pensare che molte schede (naturalmente annullate) portavano il marchio Renzi, come nei tempi felici si scriveva ovunque Berlusconi). Abbiamo la pancina piena di voti e dobbiamo stare attenti a non perdere la testa. Oggi vorrei sottolineare che la vittoria è patrimonio di tutte le anime che il PD contiene, nel bene e nel male. Mi fa venire un po’ di mal di stomaco, sapere che si è compiuto il miracolo di Matteo, che ha saputo intercettare i voti dei forzitalioti e di altri dispersi di centro-destra, attirati dalla rassicurante figura di Matteo il non-comunista, perché questo significherebbe ammettere che siamo diventati un’altra cosa.

Oggi, tuttavia, ho un mio personale motivo di gioia: Renata Briano andrà a Bruxelles. È come se un seme di buona politica sia riuscito a germogliare, nonostante tutto. Sono certa che farà un gran bene.
C’è tanto da fare e il PD ha tante forze positive che vanno ben al di là del potenziale di Renzi. Questi sono i motivi che mi hanno spinta a restare e a continuare ad aver fiducia nel PD.

Dovremo essere capaci di non subire un arretramento in chiave neo-democristiana. Siamo in pochi a non essere ancora stati folgorati da Matteo. Magari domani toccherà a me. Magari riusciamo a contenere la deriva personalistica. Mi dispiace, ma non dirò mai che è tutto merito di Matteo, non è nel mio DNA un approccio del genere.

Tornando al nostro Paese, ora ci aspettano tempi e riforme difficili, forse indigeste, ma visto il successo elettorale, dovremo tenercele così come sono. Questo non vale solo per l’Italia.

Vorrei tornare un attimo con i piedi per terra. Li avete visti i risultati altrove? Avete presente il sogno di Schulz presidente? Probabilmente ce lo dovremo dimenticare, ci toccherà Juncker, con quel che ne consegue. L’inversione di rotta che molti speravano potrebbe restare un miraggio. Perché a saper leggere i dati sotto una lente più attenta, potremmo scorgere una rinascita popolare, che molti davano per moribonda, di cui Renzi potrebbe benissimo esserne un sintomo. Scricchiola sotto il peso della Troika il risultato generale e dimostra come non c’è molto di cui gioire.

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Consapevolmente in Consultorio

Consultorio-in-piazza

Bilancio estremamente positivo e come accade quando sei a contatto con le persone, ricevi sempre in cambio una enorme quantità di energia. Il nostro Consultorio in Piazza a Baggio di ieri è stato un’esperienza entusiasmante.

Donne a Confronto ringrazia Dimensioni Diverse ONLUS per la realizzazione artistica del banchetto di Lucy, che ha dato visibilità alla nostra iniziativa. Il volantino che ho realizzato è stato molto apprezzato e non mancheremo di ripetere questa iniziativa. Ho incrociato persone di tutte le età. Mi preme ringraziare in particolar modo tutte le ragazze adolescenti e le giovani donne per l’accoglienza che ci hanno dato. Non è semplice superare la timidezza iniziale e fermarsi a parlare di questi temi: queste ragazze ci hanno piacevolmente sopresi. C’è tanto bisogno di diffondere informazioni, consapevolezza sui nostri diritti, sui servizi pubblici a disposizione a tutela della salute sessuale e riproduttiva della donna. Le persone hanno sete di essere coinvolte, sono lontane solo perché nessuno si rivolge a loro con le dovute attenzioni, per sentire cosa pensano, di cosa hanno bisogno, quali sono i loro dubbi e problemi e cosa desiderano. Noi donne abbiamo una capacità di ascolto molto speciale. Sono veramente rinfrancata dalle “chiacchierate” avute ieri al Consultorio in Piazza a Baggio, eravamo in tant*, tante culture e idee, diversi mondi e tante esperienze a confronto, a raccontarci vari punti di vista e ad arricchirci a vicenda.
Non vedo l’ora di tornare in Piazza!
Il nostro album fotografico

Qui, la notizia sul sito di Dimensioni Diverse ONLUS.

Qui, la notizia riportata dalla Libera Università delle Donne, che ringraziamo per aver condiviso la nostra iniziativa.

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Al di là del rosa

Red Water Lilies

Siamo qui a poche ore da queste europee. In Italia non c’è solo la dicotomia tra europeisti ed euroscettici, ma questa tornata elettorale è caricata di un aspetto ulteriore, che in qualche modo ha deformato la trasmissione dei contenuti: una verifica governativa, la ricerca di un plebiscito delle urne che legittimi un esecutivo auto-generatosi e auto-insediatosi. Il 26 avremo la risposta.
Al di là di questo aspetto, nel corso di questa campagna elettorale si è parlato tanto di pinkwashing, una sorta di lavaggio del cervello e di martellamento mediatico su quanto siano rilevanti e importanti le donne in politica. Ancora una volta siamo cadute in trappola, adoperate come strumento politico-pubblicitario dal meccanismo partitico. Il mondo politico maschile sembra essersi accorto di noi solo oggi, interessato a trainare le liste con uno specchietto elettorale, un po’ di smalto e rossetto per nascondere un’avversione profonda a molte delle istanze che tutte le altre donne, fuori dai partiti, portano avanti. Perchè appare abbastanza chiaro che poche di quelle donne candidate ci vorranno e ci potranno aiutare realmente. Ho sempre pensato che la scelta del voto dovesse passare per i contenuti programmatici e per il background del candidato. Per cui seguirò anche questa volta questa regola personale. Ho oculatamente selezionato le mie preferenze, basta ragionare autonomamente e documentarsi. Le persone valide ci sono, basta sceglierle con attenzione. Chi parla di sorellanza, non conosce bene le dinamiche di partito, perché molte donne (parlo di militanti e non) scelgono non per affinità di genere, bensì per interessi personali. Mi spiego meglio. Tra un candidato inadeguato e una donna capace, si sceglie spesso di sostenere il primo, se questo può assicurarti un vantaggio all’interno del partito o fuori. Così si creano correnti non in stile rosa, bensì in funzione delle probabilità di trarre vantaggi diretti dal sostegno a un candidato.
Penso che l’unica cattiva abitudine da sradicare sia appunto questa modalità di scelta.

Finché non saremo in grado di fare diversamente e di applicare un ragionamento appropriato, i risultati saranno sempre deludenti e naturalmente mai a vantaggio delle donne e tantomeno della collettività.

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Consultorio in piazza

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Il 25 maggio, Donne a Confronto parteciperà alla manifestazione aMAGGIOaBAGGIO (Milano, Parco di Baggio: via Anselmo da Baggio – via Pistoia), presentando l’iniziativa “Consultorio in Piazza“, volta a promuovere il prezioso lavoro dei consultori familiari pubblici, in difesa della salute, dei diritti e dell’autodeterminazione delle donne. Qui, l’evento su Facebook.

Donne a Confronto vuole portare in una piazza di Milano un’idea nata in Calabria.

Infatti il Consultorio in Piazza nasce da un’intuizione del Coordinamento calabrese 194, donne eccezionali che hanno creato questa iniziativa, per riappropriarsi di un luogo pubblico, quale appunto la piazza, per riportare tra le persone, tra i giovani le tematiche che riguardano la sessualità, la contraccezione, l’aborto, la maternità consapevole. Se volete saperne di più sul Coordinamento calabrese 194: Facebook e Sito

Il 25 maggio, il gruppo Donne a Confronto aprirà il suo banchetto, in stile Lucy dei Peanuts, per parlare di questi temi.

Sarà un’occasione per parlare del manifesto della rete italiana Women Are Europe.

Venite a trovarci, vi aspettiamo!

 

 

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WAE, ecco il nostro manifesto

wae

Vi avevo già parlato qui dell’assemblea nazionale tenutasi a Milano lo scorso 6 aprile, dal titolo: “Autodeterminazione, sessualità, aborto e salute riproduttiva”.

Nel corso di quell’incontro, promosso dalla rete Women are Europe (WAE), le donne provenienti da varie associazioni e movimenti provenienti da tutta Italia, si sono scambiate idee e proposte sul tema della giornata.

Al termine abbiamo tutte concordato sull’idea di produrre un manifesto, che parlasse alle donne, che di fatto rendesse più esplicito a tutte su quali temi e perché vogliamo fare rete. Ci è parso un buon modo per iniziare a far rete e per unire le forze nel nome dell’‪‎autodeterminazione‬ e della libertà di scelta per tutte le donne. Occorre rilanciare un dibattito pubblico su questi temi, per diffondere consapevolezza e difendere i risultati raggiunti in anni di lotta (tra cui la legge 194 e i consultori familiari pubblici). C’è veramente tanto da fare, se non vogliamo permettere che si torni indietro di decenni (basta vedere i dati sulla contraccezione in Italia).

Ci eravamo date pochi punti sui quali basare il manifesto e focalizzare le nostre prossime attività.

Oggi quel manifesto è pronto.

Se ne condividete obiettivi e contenuto vi prego di aderire e di diffondere il manifesto.

GRAZIE GRAZIE GRAZIE a tutte coloro che ci hanno lavorato!!!

Ora tocca a tutt* noi operare sul nostro territorio per organizzare iniziative e sensibilizzare tutt* su questi temi, per noi e per le prossime generazioni.

#iodecido, non dimentichiamolo!

Per maggiori informazioni:

Blog WAE

Pagina Facebook

Adesioni

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L’individuo e la collettività

Marc Chagall - Campo di grano in un pomeriggio d'estate, 1942

Marc Chagall – Campo di grano in un pomeriggio d’estate, 1942

 

L’unica possibilità di ottenere risultati concreti e duraturi per tutti coloro che si sentono vittime di discriminazione è data dall’appellarsi alla categoria del “morale”.

La mentalità contemporanea ultraliberale pone l’accento sulla totale libertà dell’individuo di fare come meglio gli aggrada (anche a scapito di una lesione dello speculare diritto altrui?), questo al di là di una concezione di società come unione di persone che intessono relazioni basate su paradigmi e regole implicite. Bisogna però stare attenti alle conseguenze a cui questa mentalità può portare. Se in astratto la teoria ultraliberale potrebbe essere considerata come pleonastica, in realtà essa racchiude un vizio di forma, poiché non fa alcun riferimento alla storicità della società. In altre parole considera lo stato delle cose come se fosse sempre a un punto zero, da dove partire e sviluppare “il migliore dei mondi possibili”, mentre in realtà bisogna affrontare il fatto che nella società si agisce all’interno di strutture di sudditanza storicamente affermatesi e di cui non si può far finta di niente. Non sarà certo riferendosi alla libertà dell’individuo, per quanto questa possa essere un valore reale, che si possono sostituire ai rapporti di forza esistenti, nuovi rapporti sociali, poiché è evidente che le libertà di chi si trova in una situazione di superiorità sociale avrà sempre uno spettro piu ampio di coloro che lottano per la sola sopravvivenza. Solamente la volontà di cambiare le strutture al di fuori dell’interesse personale e della propria libertà, in vista di una società essenzialmente libera (e non di una società di individui liberi) può portare all’eliminazione dei rapporti di forza così come sono sempre stati. Ma questa volontà è per forza sviluppabile in quella categoria di valori astratti legati al “giusto” e allo “sbagliato” del morale.

Per concretizzare quanto ho cercato di spiegare, poniamo l’esempio della contrattazione sul lavoro e sulla retribuzione. Ci sono indubbiamente tipologie di persone più o meno forti in sede di colloquio o quando si stanno stabilendo diritti e paga. Se si è dipendenti da una necessità impellente di lavorare, per svariati motivi (che possono andare dalla famiglia da mantenere fino all’impossibilità di avere un altra fonte di sussistenza anche solo per sé), di certo non si avrà la stessa quota di libertà e di autonomia, la stessa forza contrattuale di una persona che ha comunque le spalle coperte e che ha alternative di sopravvivenza e di vita, derivanti da rendite familiari o da altro.

La libertà ha tante misure diverse e tanti ostacoli: dobbiamo avere il coraggio di constatare questa naturale differenza e cercare di trovare soluzioni eque, che riequilibrino al meglio queste distanze, di varia origine. Per questo occorre ragionare in termini più ampi, superando la dimensione meramente individualistica. Qui entra in gioco la dimensione politica del nostro agire e del nostro pensare a soluzioni.

Aggiornamento del 19 maggio 2014

Vi consiglio questo bel post di Cristina Morini.

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Genuflesse e sorridenti

L'angelo del focolare - 1925 - regia di  Carl Theodor Dreyer

L’angelo del focolare – 1925 – regia di Carl Theodor Dreyer

Al di là del fatto che sia condivisibile o meno la posizione, ritengo alquanto azzardato scrivere delle indicazioni su un aspetto come il matrimonio e le donne, tematica estremamente soggettiva e varia. Secondo Costanza Miriano noi donne per essere felici dobbiamo recuperare il nostro ruolo di angeli accoglienti del focolare, tutte sorrisi e parole dolci. Che mai ti venga l’idea di mettere il broncio, di contraddire il partner, di esprimere troppo le tue opinioni e di voler ogni tanto dire la tua quando si deve decidere qualcosa.
Penso che questo ritorno all’ortodossia sia portatore di un invito pericoloso per le donne, in un Paese che già di per sé non brilla per emancipazione e autoconsapevolezza femminili, così come stentano a essere rispettati i diritti delle donne, dal campo lavorativo a quello della salute riproduttiva e sessuale. Per non parlare del problema della violenza tra le mura domestiche.
Per questo ho trovato eccezionale e formidabile la protesta del Collettivo Altereva al salone del libro di Torino, lo scorso 10 maggio.
Ci stiamo imbarbarendo e al contempo non guardiamo in faccia la realtà. Non è recuperando un comportamento sottomesso, docile e remissivo che si mantiene in piedi un rapporto. Non ci si può ispirare a un passato idilliaco che non c’è mai stato. I matrimoni delle nostre nonne o bisnonne non erano immuni da problemi, da violenze o da rapporti difficili. Semplicemente allora le donne erano meno consapevoli dei propri diritti e culturalmente costrette ad accettare le regole di una società patriarcale, che teneva volontariamente le donne in una posizione di ignoranza e di debolezza psicologica e materiale. Il percorso di emancipazione delle donne è maturato gradualmente, di pari passo anche con la diffusione di una maggiore istruzione e della conseguente possibilità di poter fare da sé, lavorando, per non dipendere necessariamente dalle figure maschili (padri, fratelli o mariti).
I matrimoni di una volta non erano più felici, semplicemente non c’erano molte alternative per le donne.
Non vogliamo tornare ad essere mute ancelle della casa. Ora che siamo più consapevoli e possiamo finalmente parlare, diciamo fieramente no a qualsiasi tentativo di portarci al silenzio.
La scrittrice/giornalista in fondo lo fa per convenienza personale e per alzare un polverone sul nulla. È una donna molto fortunata, un po’ annoiata, ben inserita in un mondo clerical-chic e che non ha la miriade di problemi del quotidiano che vivono le persone semplici come noi. Vive nel suo giardino incantato e ci propina questa marmellatona avvelenata che cerca di rabbonire tutte quelle donne che non vogliono ammettere che la causa di tutti i propri mali sono proprio loro stesse. Perché? Perché non sanno tacere ed essere sottomesse.

Finiamola con questi finti consigli da amica e buttiamo alle ortiche tutte queste inutili pagine.

 

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Pugna?

Terra dei papaveri, John Ottis Adams (1851- 1927)

Terra dei papaveri, John Ottis Adams (1851- 1927)

 

Visto che siamo nel pieno di una diatriba, una sorta di guerra dei Roses, su chi incarna al meglio le sacre vesti della femminista ideale e su cosa la caratterizzi, iniziamo a chiarirci un po’ le idee.
Ho trovato molto sensato, corretto e condivisibile il post di Ida Dominijanni.
Nel mio post avevo espresso le mie perplessità in merito a un certo modo di interpretare la libertà di usare il proprio corpo, nel nome di un femminismo originario (il corpo è mio e lo gestisco io) e che oggi occorrerebbe rileggere e ricontestualizzare, se non si vuole correre il rischio di cadere in errate letture e semplificazioni. Quello che ipotizzavo era una stretta connessione tra meccanismi simil-femministi e un impianto liberal-capitalistico, che fa rima con neoliberismo. In pratica, il femminismo si è vestito dell’ideologia neoliberale, facendo un bel cortocircuito di mezzi, metodi, idee e finalità. Quello che prefiguravo nel mio post era una sorta di “lasciapassare” per qualsiasi cosa. Le affermazioni di questo tipo di femminismo sono strumentali per far passare l’idea che un “consumatore finale di sesso” come Berlusconi fondamentalmente sia una persona perfettamente nella norma, così come il suo giro di escort. “Facciamo quello che ci pare” è stato il cavallo di battaglia del Silvio nazionale.
Tutto diventa mercificabile, messaggio pubblicitario, ogni contenuto si svuota e si riempie con la parolina magica dell’emancipazione e dell’affrancamento femminista, che serve ormai a vendersi per avere un po’ di visibilità. Si è schiave di un sistema di produzione e di battage pubblicitario costante, spacciandolo per autodeterminazione consapevole della donna. Non basta però l’etichetta per dire qualcosa di sensato.
Sotto l’egida delle leggi di mercato si sviluppa un tappeto di una miriade di trovate che anche a un ingenuo apparirebbero per quel trucco che rappresentano. Così abbiamo la tinta rosa delle quote in politica (salvo poi non occuparci delle dimissioni in bianco), la Bacchiddu, la Chirico, la Conchita Wurst ecc. Tutti prodotti di consumo, di marketing che si rendono tali, indispensabili simulacri della nostra contemporaneità post-capitalista, di un usa e getta. Questo fa davvero bene alla causa di chi non ha lo stesso potere e che vive ogni giorno senza possibilità di scelta, senza una vera alternativa? Un sistema che si autoalimenta, mettendoci tutti nello stesso calderone di consumatori e prodotto, semplificando messaggi, ideali e contenuti per rendere tutto più sorridente al marketing onnipresente.

Io non ci sto a farmi incasellare dalla Chirico di turno. In questo modo vengon meno le peculiarità delle donne, quando si riutilizzano gli stessi metodi e schemi maschili per affermarsi, rivestendoli di semplice apparenza fisica, senza sostanza. Qui non c’è sorellanza che tenga, c’è unicamente il voler per forza costruire un universo femminile ad uso e consumo degli uomini, consapevolmente o meno. Abbiamo superato in parte alcuni aspetti del patriarcato, ed ora qualcuna di noi sente la nostalgia del passato.
Il fatto di aver scollegato le lotte femministe da certi ideali di sinistra, di aver creato un femminismo apolitico e allergico alla “categoria del politico”, ha in qualche modo portato a questi risultati e a questa revisione degli stessi principi, che un tempo servivano a tenere ben lontane le intromissioni da parte di speculatori padronali. Con una base culturale politica più solida non saremmo cadute nella trappola di renderci merce. Il politico serve a portare le riflessioni e il ragionamento “fuori da noi”, dalla nostra dimensione individuale. Il politico serve a smascherare lo sfruttamento e la manipolazione di corpi e pensieri da parte del sistema produttivo o di accumulazione contemporaneo.
Inoltre, aver rifiutato la categoria “morale” nelle battaglie delle donne, ha prodotto delle deviazioni strane. La morale è mutevole e cambia a seconda delle epoche, intercettandone i cambiamenti. Per cui, non si può linciare a priori tutto ciò che coincide o che si può annoverare con la morale. Tacciare di colpevole moralismo un certo femminismo che cerca di fare un’analisi un po’ più profonda e meno superficiale non aiuta alla riflessione sulle tematiche femminili. Rischiamo di perderci qualche pezzo importante e fondamentale, e soprattutto si apre la porta a qualunque assurdità.
La libertà di prostituirsi, così come propagandata ultimamente, fa coincidere in capo a un unico soggetto l’“operaio”, il prodotto e l’imprenditore. Ripeto la domanda del mio post precedente: “Siamo sicuri che qui ci sia veramente libertà di scelta”? Solo questo accumulo strano di elementi dovrebbe portarci a riflettere e a comprendere che qualcosa non quadra.

Non occorre scomodare la saggistica a riguardo, per capire che si tratta di interpretazioni del femminismo strumentali a un sistema postcapitalista e ultraliberale, in cui tutto e tutti sono attori e merci del mercato al tempo stesso, preferibilmente in assenza di regole e di diritti collettivi. Siamo giunti ad auspicare un diritto che ogni singolo individuo si può confezionare a seconda della convenienza personale, anche in contrapposizione con delle regole collettive, che garantiscano tutti indistintamente. Questo modo di ragionare apre le porte a forme autoritarie o entropiche, in cui tutto è ammesso, in cui si lotta con ogni mezzo e vince chi è più forte, furbo e scaltro. Nel nome della mia libertà personale non posso e non devo mai calpestare i diritti altrui, ignorando le sue problematiche e le sue sofferenze. Questo non era il mondo che sognavano le nostre madri e che noi ora dovremmo aggiustare, pena il fallimento di tutte le nostre lotte.

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Per un paio di scarpe di Chanel

Il bacio, Henri de Toulouse-Lautrec, 1892

Il bacio, Henri de Toulouse-Lautrec, 1892

Cosa non si farebbe? Premetto che sono per la libertà di scelta sul modello da adottare per fare imprenditoria e su come utilizzare il proprio corpo. Al termine di questa narrazione mi sono chiesta se l’obiettivo ne valesse veramente la pena. La motivazione sembra nobile: sfuggire al precariato (e forse alla fatica quotidiana). Ma poi spuntano le scarpe Chanel e mi sorge un dubbio. Questa storia sembra suggerire che chi guadagna 1.000 euro e fa l’impiegata sia solo una sfigata, una che non sia in grado di fare del proprio corpo un’impresa commerciale. Insomma una massa di idiote. Una marea di donne incapaci che si ostinano a sgobbare per 1.000 miseri euro. Poveracce noi, verrebbe da dire. Ma se poi si guardano bene gli obiettivi di Stella, il nome fittizio della protagonista dell’articolo, ti appaiono per quello che sono. Così come quando sostiene di vivere alla giornata. Ci si dimentica che sono proprio le persone che vivono quotidianamente nella precarietà e nelle retribuzioni da fame a vivere alla giornata, senza prospettive neanche di medio termine. Stella voleva sfuggire veramente a questo tipo di vita? Continua a vivere in un modo “precario” e senza progetti. Mi sembra che non ci sia stato un grande vantaggio. Non voglio credere che i soldi siano rimasti l’unico motore trainante che ci resta. Dove sono finite le altre aspirazioni? La liberazione rischia di nascondere una nuova schiavitù, questa volta del vile denaro e di qualche bene di lusso da indossare. Siamo sicuri che qui ci sia veramente libertà di scelta, oppure solo vuoto e superficialità di scelta? Tanto orgoglio per svolgere la sua professione per cui aveva grandi attitudini, e poi la cosa deve rimanere un segreto. Siamo certi che non si tratti di un’ennesima vittima finita nel tritacarne del sistema capitalistico? Sono scelte autonome o comunque indotte da un certo sistema?

Tutti i lavoratori dipendenti in fondo lasciano che la propria azienda utilizzi il loro corpo per le finalità produttive. Abbiamo fatto tanto affinché questo utilizzo fosse possibilmente regolamentato e contenuto, ma a quanto pare oggi molti non sono più interessati a questa lotta.

Questa vicenda pare confermare una tendenza in atto da qualche anno a questa parte. Si assiste sempre di più all’affermarsi della dimensione individuale su quella collettiva, anche nel campo della richiesta di libertà e diritti. Sulla base del classico assunto liberale, l’individuo tende a prevalere sulle necessità e sui bisogni collettivi. Anche a livello normativo si assiste a un dominio crescente del contratto ad personam, rispetto alla dimensione legislativa, uguale per tutti. Questo fenomeno, apparentemente conveniente, può nascondere un aspetto pericoloso, presupponendo che nella realtà nessuno parta dalla stessa linea di partenza in tema di diritti e di libertà. Nella questione contingente, Stella ha tutto il diritto di svolgere la professione che desidera e apparentemente non crea problemi. Ma questo non va a banalizzare tutto il discorso sui diritti di coloro che si prostituiscono per bisogno? Visto che la cosa è normale, perché sbracciarsi tanto per tutelare tutte le donne che lo fanno per fame?

P.s. casualmente ho recuperato questo documento collettivo di Resistenza Femminista, che mi è sembrato perfetto ed esplicativo di quanto cercavo di esprimere nel mio post. Ve lo consiglio.

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Una storia che non è mai passata

masi

La storia di Giorgiana Masi non può passare perché purtroppo quello che le accadde nel 1977 continua a ripetersi. C’è chi dimentica e chi non può, perché la memoria è una delle poche cose che ci restano e che ci aiutano a leggere il nostro presente.

Era il 12 maggio e Giorgiana Masi, studentessa diciottenne, perse la vita in un giorno di scontri, cariche della polizia, lacrimogeni e spari verso i manifestanti.
Quella manifestazione era stata vietata, in seguito al provvedimento dell’allora ministro dell’interno Cossiga, che aveva dato disposizioni per vietare nella capitale, fino al 31 maggio, tutte le manifestazioni pubbliche. Il clima era incandescente.
Il Partito Radicale decise di sfidare il divieto, promuovendo un sit-in in piazza Navona per il 12 maggio, motivato dalla raccolta di firme alla proposta dei referendum abrogativi e dal celebrare il terzo anniversario della vittoria nel referendum sul divorzio. Alla manifestazione radicale si erano uniti anche i vari gruppi della sinistra extra-parlamentare (che poi saranno ricordati come il movimento del ’77), semplici studenti e femministe. Purtroppo c’erano anche tanti agenti in borghese infiltrati come autonomi. C’erano anche squadre speciali.

Tante le ipotesi e le piste su questa ignobile azione, nessuna certezza, poiché tuttora non sono stati individuati i colpevoli. Purtroppo tutto è rimasto confinato nella nuvola nera e torbida della strategia della tensione, nella quale molti hanno insabbiato peso e responsabilità. Il clima di omertà è rimasto immutato fino ai nostri giorni e poco è cambiato.
Se ci fossero state condanne giuste e indagini esemplari, forse non dovremmo assistere ancora a episodi come questo.

Dobbiamo ricordare Giorgiana, per ribadire anche oggi il diritto di manifestare e la libertà di lottare per una società più giusta. Giorgiana lottava per quei diritti, quei valori e quegli ideali oggi messi in discussione e sotto attacco.

Liber* tutt*!

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Come faccio a non far tutto

Masha i Medved

Masha i Medved

Ci ripetono che il mestiere della mamma è il più bello e insieme il più faticoso del mondo. Ma qui parlo per me. È stato il cambio rivoluzionario più radicale, ma oggi, a due anni di distanza, non mi ricordo nemmeno più com’era la mia vita precedente. Non potrei più tornare ad allora, perché oggi ho la mia scricciolina che mi chiama “mammina mia, cara o in alternativa dolce” (ha imparato bene a modulare l’intensità di zucchero nelle parole). Non credete a quelle supermamme che dicono di riuscire a tenere tutto sotto controllo e che nulla grossomodo è mutato! Le cose cambiano eccome e arrivi a prendere decisioni drastiche che mai prima avresti contemplato. Chi non lo fa, chi dice che la sua vita lavorativa continua alla grande, chi sostiene che basta organizzarsi, di solito scarica sugli altri il peso e le responsabilità. Anche perché la giornata è fatta di 24 ore. Ognuna compie le sue scelte, ma almeno non veniteci a raccontare le solite frottole che fanno sentire delle emerite incapaci coloro che non ce la fanno. Non si può far tutto, bene e senza qualche rinuncia, anche di un certo peso. Non esiste la supermamma, esiste la mamma e basta! Cerchiamo di fare del nostro meglio, ma almeno cerchiamo di essere sincere tra di noi.

 
Vi segnalo questo post sulla donna multitasking. Pericoloso strumento di tortura per tutte le donne che non riescono ad essere abbastanza multitasking, che non sono perfette equilibriste tra focolare e lavoro.

Fermiamoci qui, non dobbiamo per forza saper fare tutto e bene. Questo è solo un mito e una immagine surreale di un fantoccio di donna dai superpoteri, abile a risolvere qualsiasi inconveniente. Una specie di colla universale.
Donne che crocifiggono le donne e le istruiscono su come essere donne, mamme e mogli perfette. Ma anche basta!
Il problema della condivisione implica anche una bella sveglia per i maschietti, perché la condivisione non è un nuovo balocco trendy di cui fregiarsi in sede di discussione politica, di associazione femminile o sulle testate di rosa vestite. La condivisione implica cambiamenti e sacrifici reali e congiunti, appunto condivisi.
E poi un augurio a tutte le mamme, della bella copertina del New Yorker del 13 maggio dell’anno scorso.

Felice Festa della mamma a tutte le mamme!

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Ogni mamma è (anche) una donna

Intervita - Carta della mamma

Intervita Onlus – Carta della mamma – Le mamme viste dai bambini: cosa desiderano, cosa amano e cosa le rende tristi

 

Leggendo questo articolo, sulle interviste ai bambini, realizzate da Intervita Onlus, per realizzare il suo Rapporto sullo stato della mamma di oggi, a supporto della campagna Mia mamma è (anche) una donna, ho cercato di ritornare alla Simona bambina e riflettere su cosa pensavo di mia madre. Ho sempre visto una donna affaticata, di corsa, con mille impegni tra il lavoro di insegnante e tutti quelli di cura familiare. Ricordo che ero fiera di questa sua capacità di essere multitasking. Ma ho sempre compreso questo suo non avere molto tempo, o meglio questo suo non averne da dedicare a se stessa. L’ho dato per scontato, per normale. Accettavo il fatto che non avesse il tempo per giocare con me. Eppure non la sentivo distante, è sempre stata premurosa e presente. Nella mia testolina di bambina evidentemente ho maturato l’idea che in qualche modo dovessi evitare di intralciare le sue attività. Insomma, in punta di piedi ho cercato di fare da sola. C’erano varie difficoltà, ma solitamente lei è andata avanti, chinando il capo. Oggi direi che ha sbagliato e che si è tarpata le ali. Ieri pensavo che rientrasse nella logica consueta di una donna, di una madre e di una moglie. Ma con il senno di poi non si può ragionare. Lei ha compiuto le sue scelte e probabilmente non c’erano molte alternative. Continuo a pensare che lei abbia fatto tanti sacrifici per ragioni altruiste, per non sconvolgere gli equilibri. Con il tempo però ci si abitua e non si ha più la forza e il coraggio di opporsi e di osare, anche quando sarebbe il caso di dire qualche no. Con il tempo ci si dimentica cosa vuol dire fare qualcosa unicamente per sé, per quella donna, come se altri ruoli si fossero nel frattempo sovrapposti a quella dimensione primaria e originaria, offuscandone gusti, aspirazioni, desideri, aspettative, passioni.
Forse la maternità rende possibile e più semplice questo fenomeno, con varie gradazioni che sono molto soggettive. Non è una questione generazionale a mio avviso, ma una scelta personale, di contesto e in qualche modo casuale. La maternità è uscire da sé e spostare il centro al di là di se stesse. Ognuna trova il suo equilibrio o disequilibrio a suo modo. Così la conciliazione può avere molte facce, molte soluzioni, molte scelte, molti bivi, molte rinunce. Perché il nostro essere adulti responsabili implica anche un più ampio grado di scelta e spesso due cose non sono sempre conciliabili. Si resiste, ma a un certo punto occorre scegliere. I nostri figli forse capiranno o forse no. Ma questo fa parte del gioco e della fallibilità umana. Nessun* di noi ha la sfera di cristallo per decidere quale strada si rivelerà la meno irta di ostacoli, per cui ci affidiamo all’istinto e quell’istinto di mamma lupa persiste.

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Vorrei capire cosa c’è dietro

Tramonto Odilon Redon (1840 – 1916)

Tramonto Odilon Redon (1840 – 1916)

 

Ho letto questa notizia e qualcosa non mi quadrava e tuttora, dopo averci riflettuto su, ci sono degli aspetti leggermente opachi. E quando qualcosa è opaco, non riesco a capire cosa c’è dietro. La storia: una donna che scopre di essere incinta e decide di non portare avanti la gravidanza. Per cui decide di fissare un appuntamento per abortire. Fin qui una storia normalissima.
Poi Emily Letts, così si chiama la donna, fa un’indagine: “Inizialmente voleva prendere la pillola RU486 e limitarsi a raccontare la sua decisione sul blog, ma poi ha trovato un video su Internet in cui una donna si era filmata mentre prendeva la pillola abortiva RU486, per mostrare alle altre donne che non era una cosa dolorosa e che era convinta della sua scelta. Letts provò a cercare filmati del genere di aborti chirurgici, non ne trovò e decise di girarne uno lei”.
Nell’intervista a Cosmopolitan, sostiene: “While I was pregnant and waiting for my procedure, I thought, “Wait a minute, I have to use this”. Due sono le strade: usarla per propri fini oppure per le altre donne.
Ok, ammesso anche che volesse fare un servizio buono alle donne, qui mi puzza un po’ di azione strumentale e di mossa pubblicitaria. Sembra che abbia fatto un’indagine in rete, prima di scegliere la modalità di aborto, come se volesse essere certa di essere la prima. Avrebbe potuto prendere la pillola, ma ha scelto la via chirurgica:
“I could have taken the pill, but I wanted to do the one that women were most afraid of. I wanted to show it wasn’t scary — and that there is such a thing as a positive abortion story. It’s my story”.
In tutta la vicenda, anche se non si vuol pensare male, si rischia di strumentalizzare le battaglie di coloro che cercano di informare sull’aborto e di assicurare una piena libertà di scelta. Qui, a mio parere, la dimensione personale viene meno e resta solo l’idea di esibirsi ad ogni costo, facendo passare messaggi e opinioni sbagliate su tutte le donne che decidono di abortire. Roba del genere rischia di essere un boomerang, non è detto che non sia stata pensata proprio per screditare chi abortisce e gli attivisti per l’autodeterminazione della donna. Non è detto che sia un aiuto per le donne. Cosa c’è dietro? Serve davvero per aiutare le altre donne? Serve davvero per scacciare via tutte le dicerie e le false informazioni attorno all’aborto chirurgico? Non so.
Un’informazione aggiuntiva: Letts è una ex attrice professionista.

Spero di sbagliarmi e che i miei dubbi siano falsi. Lo spero vivamente per tutte le donne.

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