Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Fondi antiviolenza: no alle elemosine!

I fatti che attendevamo ora sono qui davanti ai nostri occhi e non sono confortanti. Ai centri antiviolenza è stata destinata soltanto l’elemosina di Stato.
Nessun piano organico antiviolenza.
Nessun confronto con gli operatori dei centri indipendenti.
Finanziamenti talmente miseri che mettono a serio rischio le attività dei centri.
Ecco la denuncia dei centri D.i.Re.
http://www.direcontrolaviolenza.it/ai-centri-antiviolenza-solo-le-briciole-dei-finanziamenti-stanziati-e-il-resto-dei-fondi-a-chi/
Proprio alla vigilia dell’entrata in vigore della Convenzione di Istanbul il prossimo 1 agosto:
http://www.direcontrolaviolenza.it/la-convenzione-di-istanbul-entrera-in-vigore-ad-agosto/

womenareurope

– le ipotesi di ripartizione sui fondi:

l’articolo su ilsole24ore:
http://www.sanita.ilsole24ore.com/art/dal-governo/2014-06-27/anteprima-violenza-contro-donne-172140.php?uuid=AbysNhxJ

la lettera inviata dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri a Ministero del Tesoro, Ragioneria di Stato e Regioni e provincie autonome:
http://www.sanita.ilsole24ore.com/pdf2010/Sanita2/_Oggetti_Correlati/Documenti/Dal-Governo/violenza_donne.pdf?uuid=777c2450-fe0e-11e3-86b5-17559ee4cf87

– l’intervento di Nadia Somma:

Femminicidio, conferenza Stato-Regioni: centri antiviolenza, l’elemosina che non vogliamo

 di Nadia Somma | 30 giugno 2014

Ma le donne libere e indipendenti no! E’ questa la logica che ha guidato la Conferenza Stato-Regioni per ripartire i fondi previsti dalla cosiddetta legge sul femminicidio?

Seimila euro suddivisi in due anni: sono i finanziamenti  “certi e costanti” che il Governo erogherà per aiutare i centri antiviolenza delle donne a non chiudere. Una presa in giro alla quale D.i.Re, l’associazione nazionale dei centri antiviolenza, ha risposto  con un duro comunicato stampa.

I criteri di ripartizione proposti dalla Conferenza Stato-Regioni sono stati pubblicati due giorni fa sulSole 24 Ore, e ne aveva scritto anche Marina…

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Le donne e i bambini di Tuam

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‘That’s a long time ago, forget about it, it doesn’t matter any more.’

Così Catherine Corless riassume l’atteggiamento che ha prevalso tra gli abitanti della piccola Tuam, cittadina della contea di Galway in Irlanda, quando sono stati pubblicati i risultati della sua ricerca, che sta scuotendo le coscienze degli irlandesi e non solo. Questa donna, oggi sessantenne, ha ricostruito pazientemente un pezzo dimenticato della storia locale, un episodio terribile per anni rimosso e mai affrontato. Ha denunciato le violenze e i maltrattamenti subiti dalle madri e dai loro bambini nati fuori dal matrimonio. Fino agli anni ’60 le ragazze madri, cacciate dalle famiglie, venivano ospitate in case d’accoglienza gestite dalle suore cattoliche, ma erano obbligate ad abbandonare i figli. Questa era la prassi in tutta l’Irlanda. Questi bambini spesso morivano a causa delle malattie e della malnutrizione. Catherine non ha mai dimenticato questi orfani che venivano sistemati in fondo alla sua classe e sottoposti a ogni tipo di dileggio. Oggi non possiamo immaginarci cosa potesse rappresentare diventare madre senza essere sposata in una società come quella irlandese di quei tempi. Il 10 giugno 2014 il primo ministro irlandese Enda Kenny ha annunciato la creazione di una commissione di inchiesta per comprendere cosa sia realmente successo alle quelle donne e ai loro bambini. Questo “abominio” come lo ha definito Kenny sembra aver coinvolto circa 35mila ragazze madri che sarebbero finite in circa 10 istituti, tra cui quello di Tuam, gestito dalle suore del buon soccorso. Ci sono storie di adozioni forzate, bambini schiavizzati dalle famiglie adottive, separazioni forzate dalle madri e dai fratelli. La ricerca di Catherine richiama anche un altro episodio della storia locale di Tuam. Nel 1975 due bambini, mentre giocavano attorno al muro di cinta del vecchio istituto ormai abbattuto, scoprirono una fossa contenente dei corpicini. La zona venne benedetta ma la questione finì lì. Allora non si poteva criticare la chiesa e i sacerdoti. Oggi, l’Irlanda è diventata più laica e più di un bambino su tre nasce fuori dal matrimonio. Oggi che il patto tra potere politico e chiesa si è indebolito, che la popolazione non è più disposta ad accettare certe forme di emarginazione sociale, non è più ammissibile che non si diano risposte su episodi così terribili. Oggi si sa che i corpi erano 796, appartenenti a bimbi deceduti tra il 1925 e il 1961, anno della chiusura dell’istituto di Tuam. Corless oggi vuole restituirgli un nome, trovare la loro identità, per ridare loro quella voce che gli è stata tolta in nome di cieche pratiche, che di religioso non avevano niente. Donne e bambini privati dei loro diritti.

“This was a country that applauded motherhood but ensured that unmarried mothers and their children had no rights; a society where gossip was a means of ensuring conformity; where poverty and illnesses such as TB (tubercolosi, ndr) were rife; where class determined your relationship to authority; where secrecy shaped our social interactions and responsibility and accountability were too seldom practised”.
Maria Luddy – docente di storia moderna dell’Irlanda alla University of Warwick, UK. Qui l’articolo completo.

 

Oggi le istituzioni sono chiamate a rispondere e ad assumersi le proprie responsabilità, a scusarsi e a risarcire anche economicamente le vittime. Anche per consentire a coloro che sono stati separati dalle proprie madri, fratelli e sorelle di ricostruire la propria storia, le proprie origini. Questo mi sembra il minimo.
Questa è un’altra orrenda pagina per l’Irlanda, dopo lo scandalo dei preti pedofili e delle Magdalene laudries, gli istituti religiosi per ragazze “perdute”, costrette a lavorare gratuitamente per espiare i loro peccati.

Ho trovato qui una interessante tesi di laurea di Ann Marie Graham, che ricostruisce il contesto legislativo irlandese, tra il 1921 e il 1979, a riguardo delle ragazze madri.

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Una donna di troppo

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Ci sono incontri e casualità che mi portano a pensare. Qualche giorno fa alla Ladyfest ho incontrato Daniela Pellegrini. Quando la senti parlare capisci che la pasta di cui è fatta è preziosa, che le sue parole e i suoi pensieri sono stati il frutto di anni di riflessione, di letture e di confronti/scontri. Lei che già negli anni ’60 aveva intuito la necessità di superare il dualismo sessuale o sessuato (basato sui ruoli attribuiti attraverso la cultura) maschio/femmina e in generale in ogni contesto umano.

“Bisogna uscire dalla relazione/scissione del ‘due’ ed entrare in una terza posizione. La terza posizione sta a significare un ‘relativo plurale di ogni differenza’, e perciò di ogni ‘parzialità’ di soggetti e soggettività”.

Qualche giorno fa mi trovavo in biblioteca alla ricerca di un libro e mi sono imbattuta nel suo lavoro Una donna di troppo (Fondazione Badaracco – Franco Angeli 2012, parte della collana Letture d’archivio curata da Lea Melandri): casualmente era appena stato acquisito dalla biblioteca rionale. Penso che non sia per caso, penso che questo testo mi sia arrivato per dirmi qualcosa.
Ho iniziato a leggerlo e subito ho avuto mille sollecitazioni, scoperte e mi sono sentita meno sola.
La sua scrittura, a volte ostica per i mille richiami al mondo dell’antropologia, della psicanalisi, di tutti i mondi di cui Daniela si è nutrita, mi ha rinfrancata e mi ha dato la misura della distanza con quel modo di costruire un movimento. Ho avuto la sensazione di quanto si fosse impoverito il movimento nel tempo. Quel lessico, quella ricerca, quella profondità e quella capacità di analisi e di approfondimento oggi sono merce rara. Tutto era curato, anche ciò che era improvvisato mostrava un livello e una capacità di profondità notevoli. C’era l’energia, la fiducia, l’istinto, la passione, mai l’urlo o la rabbia che soffoca qualsiasi riflessione.
La sua è una collezione di documenti di una vita politica, vissuta appassionatamente in prima persona, a partire dai tasselli proto-femministi dei primi anni ’60, passando per l’esplosione del Movimento delle donne, per giungere vicino ai nostri giorni. C’è, a rileggere quelle carte, la sensazione che qualcosa sia inevitabilmente mutato, ma non in una direzione utile e sperata. Così, l’emancipazione si è incanalata nell’integrazione della donna in quel mondo confezionato dagli uomini, con tutte le implicazioni e i compromessi di cui parla Daniela e da cui voleva tenersi lontana.
L’autrice tenta la ricerca e la definizione di un metodo per l’emancipazione delle donne. La prassi seguita all’epoca da numerose realtà associative prevedeva l’istituzione di particolari accorgimenti pratici al fine di inserire le donne nella società, “così com’è costituita nel momento in cui essa agisce”. Tutto questo sarebbe funzionale al superamento delle impasse dei compiti femminili che frenano l’azione extra-familiare. Al contempo si richiedono dei “trattamenti di favore”, perché al momento questi “freni” non sono ancora stati superati, ma sono riconosciute come sostanzialmente inscindibili dall’esser femmina. Insomma, la donna stretta in questa morsa non ci guadagna nulla. Ecco che la Pellegrini critica il metodo di integrazione: “significa immettere la donna nella società così com’è , di tradizione decisionale maschile, con degli accorgimenti che, non eliminando l’inconciliabilità dei ruoli prefissati, ne permettono la coesistenza nelle sole donne”. L’integrazione obbliga la donna a trovare un compromesso, a barcamenarsi tra le due dimensioni, ricavandone solo un “doppio aggravio”, con la conferma di non essere in grado di “adeguarsi al mondo maschile” e con ben poche possibilità di autodefinirsi e autodeterminarsi. Da qui la necessità di abbandonare le strutture teoriche create dagli uomini, “per valutarci libere dalle panie e limitazioni che i due poli sessuali, interpretati da altri e non da noi stesse”.
Possiamo dire che quest’analisi è tuttora molto attuale, siamo ferme. Non siamo riuscite a sviluppare inediti strumenti e chiavi di lettura, soluzioni alternative che superassero i ruoli predeterminati. Siamo state lusingate dal canto delle sirene dell’integrazione e abbiamo abbandonato la ricerca di nuove soluzioni culturali. La questione femminile non è riuscita a diventare un “problema” sociale complessivo, quella “rivoluzione ontologica” che coinvolge tutto l’essere. Ci siamo accontentate delle briciole.
Tornerò sul volume di Daniela Pellegrini, perché, come ho già detto, sono molteplici le sollecitazioni che mi ha fornito.

Ringrazio Nicoletta Poidimani per l’intervista a Daniela Pellegrini.

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Una risorsa da difendere e da valorizzare

L’incontro del 25 giugno (che avevo anticipato qui) ci ha chiarito meglio le idee sul progetto di riorganizzazione della Sanità lombarda, che investirà anche i consultori familiari, trasformandoli in centri per le famiglie. Il processo sembra inarrestabile, Regione e Asl vanno diritti verso l’attuazione del piano. L’assessore Pierfrancesco Majorino ha illustrato le competenze del Comune di Milano in materia di salute, in merito alle quali ha solo una responsabilità formale: con la regionalizzazione della Sanità, ciascuna regione è dotata di autonomia decisionale Questo porta a una disomogeneità dei servizi sul territorio nazionale, con gravi ripercussioni anche sulle politiche di tutela della salute dei cittadini. Il risultato è affidato alla buona volontà delle istituzioni coinvolte e alla loro capacità di creare sinergie e relazioni proficue.
In materia di consultori, purtroppo il Comune si trova di fronte al muro di gomma della Asl. Il Comune in occasione della presentazione del documento di programmazione annuale delle Asl (gennaio 2012 e 2013) ha mostrato le sue perplessità/contrarietà in merito alle scelte di riforma dei servizi. Con esito pari a zero.
In occasione della fase di creazione delle città metropolitane sarà importantissimo definire le competenze di ciascun attore coinvolto, specie in ambito sanitario.
L’assessora regionale Maria Cristina Cantù ha più volte precisato che la trasformazione dei consultori non è mirata a depotenziare i servizi rivolti alla donna, bensì si cercherà di occuparsi di famiglia a 360°. Gli effetti saranno tutti da verificare nei fatti, ma sembra quasi che si vogliano mettere in contrapposizione la salute della donna con quella della famiglia, come se fossero due entità distinte ed estranee. Come se non fossero intrecciate e ci fossero diritti primari e secondari. Noi donne “vinciamo” sempre l’ultimo posto nella classifica delle priorità.
Oggi siamo di fronte a nuove necessità per la tutela della salute, con la sessualità delle giovani donne e delle immigrate che necessitano di risposte e di attenzioni specifiche e mirate. Oggi, se vogliamo, c’è ancor più bisogno di servizi come quelli offerti dai consultori. Purtroppo, si effettua un calcolo meramente ragionieristico, di quadratura dei numeri, di contenimento della spesa. Per cui qualità, relazioni con gli utenti e risultati pratici sono di secondaria importanza, anzi sono fattori irrilevanti ai fini della pianificazione sanitaria. Inoltre, seguendo questo schema fondato meramente sul risparmio ad ogni costo, si vanno a intaccare i servizi di prevenzione, con un grosso impatto sul lungo periodo, in termini di maggiori costi di cura a carico del S.S.N.
Il Comune di Milano è impegnato sul fronte di una più efficiente organizzazione dei servizi sociali, al fine di intercettare meglio i bisogni e fornire soluzioni specifiche. Il Comune cerca di collaborare a stretto contatto con la Asl, ma la capacità del Comune di incidere sui progetti Asl sembra vicina allo zero. Al momento c’è l’idea di creare uno sportello unico di accesso ai servizi (per informare e gestire insieme i cittadini), da realizzarsi attraverso la collaborazione Comune di Milano-Asl. Vedremo cosa si riuscirà a realizzare in questo momento in cui la parola d’ordine non è sperimentare, ma tagliare.
La consigliera regionale Sara Valmaggi, molto impegnata sul fronte per la difesa dei consultori familiari, è intervenuta partendo da un dato di fatto: la legge regionale 44/1976 non è mai stata attuata veramente. Infatti, era previsto 1 consultorio per ogni 20.000 cittadine in età fertile. I dati parlano da soli: in zona 7 si arriva a 1 consultorio per 56.000 abitanti (tra pubblici e privati convenzionati). Il problema è aggravato dal fatto che molti consultori privati accreditati non applicano appieno la Legge 194, in ambito di aborto e contraccezione.
Qui, quiquiquiquiqui e qui alcuni dati del 2013 relativi ai consultori di Milano.
La volontà di risparmiare, concentrando i servizi di varia natura (donne, bambini, anziani, disabili), non contempla l’idea che la prevenzione sia una forma importantissima di investimento nel futuro.
Al momento è in atto una fase di accreditamento dei consultori pubblici e privati, sulla base dei seguenti criteri: la conformità delle strutture ospitanti i consultori, la tipologia di servizi offerti e le professionalità presenti. Sarebbe auspicabile che tra i criteri rientrasse la piena applicazione della legge 194.
Abbiamo chiesto notizie in merito al pagamento del ticket (tipicità lombarda, non prevista nella normativa nazionale) e all’obbligo di prescrizione medica per l’accesso ai consultori, due prassi fortemente criticate. Essendo di pertinenza della potestà regionale e rientrando nell’autonomia organizzativa e finanziaria nell’erogazione dei servizi, sono contemplati come “compartecipazione alla spesa” da parte dei cittadini. Sarebbe auspicabile che i servizi dei consultori rientrassero nei livelli essenziali di assistenza o che quanto meno i ticket siano commisurati al reddito.
Diana De Marchi, membro della segreteria del PD lombardo, è intervenuta riportandoci la sua esperienza di insegnante, sulla necessità di fare prevenzione e informazione presso le giovani generazioni, tornando a svolgere progetti sistematici e permanenti nelle scuole al fine di educare i ragazzi (anche delle medie) a una sessualità consapevole, a un’affettività equilibrata, alla conoscenza dei metodi contraccettivi, delle malattie sessualmente trasmissibili, del proprio corpo e dei propri diritti. I consultori devono tornare a svolgere questo ruolo di formazione specifica permanente e non solo subordinata all’iniziativa di singoli insegnanti o dirigenti scolastici. I consultori familiari pubblici devono essere messi in grado di tornare a svolgere queste attività in modo continuativo e questo può avvenire solo destinando loro maggiori risorse finanziarie e in termini di personale. Fare prevenzione e diffondere una maggiore consapevolezza sono strumenti indispesabili che dobbiamo salvaguardare, perché significa investire sul nostro futuro.
Per anni in Lombardia si è incentivata la competizione tra strutture pubbliche e private, ma con la progressiva sottrazione di risorse al pubblico (in particolar modo sui servizi territoriali come i consultori, non tanto nella creazione di nuovi ospedali) non lo si è messo in grado di attrezzarsi e di fornire un servizio di qualità. L’unico vero obiettivo è stato finora il pareggio di bilancio, a detrimento dello standard qualitativo dei servizi. Vi chiedo come si può chiedere di pagare una visita ginecologica nei consultori, senza che questi siano dotati di un ecografo? Siamo nel 2014. Come si può chiedere a una donna di fare la visita di base in consultorio, andare altrove a farsi l’ecografia e tornare con i risultati? La chiamate prevenzione? Può essere considerato un servizio efficiente? A me sembra solo che ci sia la volontà di un progressivo svuotamento delle funzioni dei consultori pubblici. Alla fine la gente preferirà i centri privati con più fondi, dotati di una strumentazione adeguata e aggiornata, che non costringa gli utenti a fare il ping pong tra due o più strutture.
Ricordiamoci che ogni servizio perso, ogni spazio che si chiude o si ridimensiona diventa difficile da recuperare. Restiamo vigili.

 

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HPV: un problema solo femminile?

Louis Treserras

Louis Treserras

Ho trovato questo articolo prezioso sia nel contenuto, che nella costruzione del ragionamento. Mi trovo concorde pienamente con il quadro tratteggiato e ho anche apprezzato la conclusione aperta e dialogante con il lettore.
Penso che sui modelli di fare comunicazione sui temi che riguardano la sessualità, la contraccezione, la salute sessuale e le malattie sessualmente trasmissibili, l’affettività si debba intervenire, urgentemente. Perché l’unilateralità con cui vengono gestiti i messaggi e le campagne informative diventa fuorviante, pericolosa. Ancora una volta si chiude il problema nel recinto delle “femmine”, come se l’uomo fosse immune, asetticamente lontano da certe problematiche. Siamo di fronte a un gap culturale, che ci spinge automaticamente a riferirci unicamente a un target di donne. Non penso che la causa sia da ascrivere a una maggiore propensione all’ascolto e all’autoconsapevolezza da parte delle donne. Purtroppo sembra che la presa in carico debba essere sempre e soltanto femminile, quando nella pratica dovrebbe essere congiunta, condivisa. Mi sembra anacronistico che ancora oggi si debba ragionare in un’ottica mono-genere. Tutt* dovrebbero essere i destinatari, i soggetti attivi e consapevoli.
Il papilloma virus (HPV) poi è avvolto nella nebbia. È già tanto se si è a conoscenza del vaccino, la cui campagna pubblicitaria campeggia negli ambulatori dei medici di base. Purtroppo, le ragioni non vengono spesso divulgate con adeguato approfondimento, per cui si corre il rischio che questa vaccinazione finisca nel tritacarne, insieme a tutti gli altri vaccini, oggi sotto la mannaia oscurantista di chi li vede come una minaccia alla salute. Piccola digressione sul tema: personalmente, penso che i benefici di una vaccinazione siano superiori ai rischi. Purtroppo molti hanno smarrito la memoria di alcune malattie e non si rendono conto dell’importanza di vaccinarsi, per sé e per gli altri. Poi ognuno è libero di scegliere.
Tornando al tema principale, penso che sia ora di sviluppare campagne che coinvolgano l’intera popolazione. Inoltre, non trovo ammissibile che siccome il papilloma virus è potenzialmente letale solo per la donna, non si debbano svolgere studi anche sugli uomini che sono portatori sani. Forse, intervenire anche sui maschietti, non sarebbe un’idea malvagia. Dovremmo aver archiviato la presunta “purezza” e “immunità” dell’uomo da un pezzo.
L’approccio medico non dovrebbe essere esclusivamente finalizzato alla soluzione pratica di un problema specifico, ma dovrebbe cercare di intervenire sulle sue cause, sul contesto, facendo prevenzione, cercando di avere uno sguardo a 360° sul fenomeno (anche nella ricerca). La trasmissione del virus non avviene col pensiero e l’uomo è parte attiva nel processo, al pari della donna.
Inoltre, sarebbe ora che la farmacologia iniziasse a tarare i test anche sulle donne.
Ho trovato particolarmente calzante questa affermazione:

“Soprattutto nello studio di certe nuove malattie l’approccio medicalizzante (che coinvolge quasi la totalità delle scienze dure quali biologia, chimica, sessuologia, ostetrica, ginecologia, virologia etc.) tende ad avere uno riguardo centrale sul corpo delle donne in quanto oggetto di scienza completamente scisso dalla sua natura umana (ontologica), e più che rivelare rischia di oscurare”.

Il corpo delle donne resta un oggetto “avulso”, da studiare e da curare. Quasi come se si trattasse di materia a sé stante.
Dobbiamo insegnare ai ragazzi e alle ragazze che l’affettività, la salute, la contraccezione, la sessualità non sono temi da affrontare per genere, ma in modo orizzontale, paritario, complementare, congiunto, coinvolgendo tutt*. Finché ci ostineremo a tenere più registri separati, i risultati saranno scarsi o nulli.

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Spose?!

Nujoud Ali - foto di Stephanie Sinclair

Nujoud Ali – foto di Stephanie Sinclair

Ci ho messo del tempo per iniziare a scriverci su. Non è semplice, perché mi sentivo strappare un pezzo di carne ad ogni storia che leggevo. Ma dobbiamo parlarne, perché quelle bambine potevamo essere noi, le nostre figlie o nipoti. Noi abbiamo avuto solo la fortuna di nascere altrove, in un contesto diverso.
I numeri del fenomeno delle spose bambine è allucinante: l’Onu stima che siano circa sessanta milioni nel mondo.
Il Niger è al primo posto, seguito da Rep. Centrafricana, Ciad, Bangladesh, Guinea, Mali, ecc. (i dati completi qui). Resta difficile censire i casi in gran parte del Medio Oriente.
Non ci sono solo ragioni culturali, analfabetismo, c’è soprattutto la povertà che spinge le famiglie a “dare in moglie” le figlie, per saldare i debiti e non doverle nutrire e mantenere. Da una ricerca condotta in Afghanistan, il 52% delle spose sono bambine.
Questa pratica compromette irreversibilmente la crescita e la salute psico-fisica di queste bambine, costrette a subire violenze e un tipo di vita che alla loro età non è ammissibile. Il loro corpo non può sopportare gravidanze così precoci, e anche psicologicamente sono pratiche devastanti. Solitamente le uniche vie d’uscita da queste situazioni sono uccidere il marito o suicidarsi, se non sei morta prima per gravidanze e violenza.
Queste giovani non conosceranno mai una vita normale, non potranno mai crescere e seguire le tappe tipiche di ogni età, né tantomeno studiare.
Quasi tutti i Paesi citati hanno fissato per legge un’età minima per il matrimonio, spesso a 18 anni, ma in molti casi, per questioni legate alla religione islamica, questo limite non viene rispettato. In Yemen, nonostante il divieto di matrimoni sotto i 17 anni, ci ricordiamo tutti del caso di Fawziya, 11 anni, costretta a sposarsi precocemente con un uomo più anziano. Lei ed il suo bambino sono morti durante il parto. Aveva solo 12 anni.
Ci sono storie di bambine anche più piccole.
Se sopravvivi al parto, ci sono altre complicazioni. Due milioni di queste bambine sono affette da fistole vescico-vaginali o retto-vaginali, in seguito a lacerazioni prodotte dalla pressione della testa del feto. Le fistole causano incontinenza.
Inoltre, devi augurarti che tuo marito non ti “doni” anche malattie sessualmente trasmissibili.
Vi consiglio questo post, che parla di Stephanie Sinclair, fotografa per il New York Times e per il National Geographic, che ha fotografato e documentato il fenomeno delle Child Brides.

Inoltre, qui trovate notizie sulla rete Girls not brides.
Un percorso infernale, davanti al quale non possiamo girare la testa e far finta di niente.
Per questo dobbiamo parlarne e chiedere di porre fine a queste pratiche.
Siamo vicin* a Razieh Ebrahimi, sposa a 14 anni, madre a 15, a 17 ha ucciso l’uomo che era stata costretta a sposare e dal quale subiva continue violenze, oggi rischia il patibolo in Iran. Qui l’appello di Amnesty International per salvarla.

Il fenomeno interessa anche i paesi “occidentali”, specialmente nelle comunità di immigrati. Qui Bologna e la Gran Bretagna. Si legge che sono state “inasprite le pene per il reato il ‪‎matrimonio forzato‬ in Gran Bretagna: fino a 7 anni di carcere per chi costringe qualcuno alle nozze contro la propria volontà. Attraverso l’inasprimento delle pene il governo di Londra si propone di salvare migliaia di potenziali vittime, concentrate soprattutto nelle comunità immigrate, garantendo loro la libertà di scegliere”.

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La norma c’è già

Pausa - Sergio Cerchi (Firenze, 1957)

Pausa – Sergio Cerchi (Firenze, 1957)

Ci risiamo, siamo ancora qui a voler modificare un limite. Dopo Firenze, ora anche in Puglia c’è qualcuno che ci prova. Allora, se si è stabilita una soglia limite (28 settimane) perché si possa richiedere l’iscrizione nei registri comunali dei feti mai arrivati al termine della gravidanza, ci sarà un motivo. Il motivo è semplice, perché se tale limite non ci fosse, si creerebbe un pericoloso vuoto, che renderebbe attaccabile la stessa norma che consente alla donna di compiere una libera scelta. L’albo e la sepoltura sono i mezzi con i quali gli antiabortisti vogliono scardinare la Legge 194. Da un lato ci sono le famiglie che magari vorrebbero ricorrere a questa pratica, in totale buona fede, ma dall’altro ci sono le organizzazioni che premono perché quanto previsto dalla 194 venga cancellato per tutte. Una libertà di scelta che sarebbe negata. A partire dalla 28 settimana si parla di parto prematuro, prima si parla di aborto. Queste previsioni sono contenute nella legge 285 del 1990 e il DPR 254 del 2003: prima della ventesima i feti vanno nell’inceneritore, a meno che qualcuno non reclami i resti. Fino alla ventottesima le aziende ospedaliere sono obbligate alla tumulazione in fosse comuni, come accade per gli arti amputati, sempre che i genitori non preferiscano un’altra sistemazione. Dopo la ventottesima i feti diventano bambini, possono essere registrati all’anagrafe come nati morti e avere una tomba con lapide (nome e cognome) come tutti. Questi vincoli servono a disciplinare la materia, che altrimenti sarebbe aleatoria e soggetta a mille interpretazioni e strumentalizzazioni. Se l’obiettivo è il riconoscimento giuridico dell’embrione umano, non ci stiamo. Questo spalancherebbe il portone alla cancellazione delle norme per l’interruzione volontaria di gravidanza, contenute nella Legge 194. Significherebbe tornare agli aborti clandestini e condannare le donne. Naturalmente, non tutte, solo coloro che non si potrebbero permettere di andare all’estero o in cliniche private ad hoc. Torneremmo alla salvaguardia della salute e ai diritti differenziati per censo. Stiamo attent*!

 

Aggiornamento del 25 giugno 2014

Vi suggerisco questo articolo che parla del Museo della Contraccezione e l’Aborto di Vienna. Un ottimo modo per ricordarci quanto possa essere terribile la vita delle donne, in assenza di metodi sicuri di contraccezione e di aborto.

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Non solo promesse

Dalì, Meditative Rose , 1958

Dalì, Meditative Rose , 1958

Quando le istituzioni prendono posizione e intervengono incisivamente per sanare un problema. Parlo del governatore del Lazio Zingaretti, che ha saputo pronunciarsi laddove molti suoi colleghi (anche di partito) hanno balbettato e latitato, per abbattere ciò che ormai sta diventando un vero e proprio muro, che di fatto tende ad ostacolare l’applicazione della Legge 194: l’obiezione di coscienza dei medici.
La Regione Lazio, attraverso le Linee di indirizzo regionali per le attività dei Consultori Familiari NU00152 del 12/05/2014, introduce il principio secondo cui gli obiettori, qualora siano in servizio presso i Consultori Familiari, non possano sottrarsi al rilascio del certificato necessario alla donna per recarsi in una struttura autorizzata per richiedere l’aborto.
Inoltre, nel medesimo documento, si prescrive l’obbligo di inserire lo IUD (Intra Uterine Device), che solitamente viene compreso nell’obiezione di coscienza, in quanto impedisce l’annidamento dell’ovulo fecondato nell’utero.

Grazie a Vita di donna  e a Unite in rete – Firenze per la documentazione.

Qualche informazione in più la trovate anche qui.

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Merlin tra ieri e oggi

Fiore blu - Georgia O’Keeffe (1887-1986)

Fiore blu – Georgia O’Keeffe (1887-1986)

Lo scorso 18 giugno ho partecipato a un convegno, organizzato dalla Caritas Ambrosiana, per cercare di afferrare ulteriori spunti di approfondimento sul tema della prostituzione.

L’incontro ha avuto il pregio di affrontare il problema da più punti di vista: quello degli operatori del terzo settore che prestano assistenza alle prostitute, cercando di fornirgli una “via d’uscita”, quello giuridico, attraverso l’analisi della legislazione in materia, quello sociologico e storico.
Il lavoro degli operatori della Caritas è rivolto alle donne sfruttate, a coloro che usano il proprio corpo per sopravvivere, che rappresentano il segmento maggiore del fenomeno prostituzione.
L’avvocato della Caritas, Manuela De Marco, ci ha illustrato la ricerca condotta dalla Caritas nel 2013, nel corso delle uscite notturne dei volontari dell’unità di strada Avenida, della cooperativa Farsi Prossimo di Caritas Ambrosiana. L’indagine è nata dalla necessità di tornare a inquadrare il fenomeno. Dopo gli anni ’90 che hanno visto fiorire un buon numero di associazioni e di servizi per cercare di intervenire sul problema, oggi a causa delle difficoltà di reperire fondi ad hoc, le attività sono sempre più in affanno. In questo contesto, anche quantificare i numeri della tratta è un’impresa ardua: occorre intercettare le vittime e creare una banca dati sistematica che dia evidenza dei permessi di soggiorno, per motivi umanitari, così come previsto dall’art.18 T.U. 286/98 sull’immigrazione.

L’indagine ha visto la collaborazione di 156 enti che operano sul territorio, cercando di rilevare sia la mappatura dei servizi offerti da coloro che si occupano di tratta, sia la percezione degli operatori rispetto al fenomeno.
È emersa una discrepanza tra i dati ufficiali e quelli riportati dagli enti interpellati. Anche le ordinanze che prevedevano le multe per i clienti hanno avuto un effetto limitato nel tempo, per cui, passata la paura iniziale, le ragazze sono tornate di nuovo per strada. I servizi di assistenza sono più numerosi e strutturati al nord, rispetto al resto d’Italia. La ricerca si è limitata a tracciare una fotografia della tratta delle donne, non riuscendo a intercettare altre forme di sfruttamento, come quello legato al traffico d’organi, né la prostituzione in appartamento. Le nazionalità delle donne incontrate hanno evidenziato una netta maggioranza di rumene e di nigeriane, con un ritorno delle albanesi. Il numero di minorenni cresce. È stato colto un peggioramento delle condizioni di vita di queste donne, che vanno dalla povertà al disagio psichico e alle dipendenze da stupefacenti e alcol. Tutte queste componenti aumentano le difficoltà di un recupero e di un reinserimento. La crisi e la precarietà del lavoro ha compromesso la situazione per gli stranieri, favorendo lo sfruttamento delle donne.
Si è parlato anche della connessione tra vittime di tratta e le richiedenti asilo: la prima condizione andrebbe accertata in fase di arrivo delle immigrate per favorirne l’inserimento in percorsi ad hoc.
Qui il comunicato stampa e alcuni grafici che illustrano i risultati.

Molto interessante è stata l’analisi di Giorgia Serughetti, assistente di ricerca presso il Dipartimento di Sociologia dell’Università di Milano-Bicocca e autrice del libro Uomini che pagano le donne – Dalla strada al web, i clienti nel mercato del sesso contemporaneo – 2013 edizioni Ediesse.

La legge Merlin e i lunghi dibattiti che la accompagnarono non analizzarono la dimensione del cliente e la domanda di prostituzione, restando solo alla superficie del fenomeno, senza curarsi di indagarne le cause profonde. Oggi non possiamo evitare di non vedere il legame tra patriarcato, meccanismi di consumo e prostituzione, così come è innegabile il ruolo centrale di un modello culturale.
Chi sono oggi i clienti? Il numero di chi ha pagato una donna almeno una volta nella vita oscilla tra un 10-40%. In Italia 1 su 8. Pagare una donna è “normale”, non è sinonimo di devianza se questi sono i numeri. I clienti sono dei maschi banali, rappresentano un universo multi-sfaccettato. Non entra in gioco solo il modello patriarcale, di coloro che non hanno ancora fatto i conti con i movimenti di liberazione della donna. Si tratta di uno specchio dei comportamenti che si fondano sul dare-avere, senza legami di sorta, in un fluido scambio di relazioni, fondate su una visione consumistica.
Quando si cerca di trovare delle soluzioni al problema della prostituzione, oggi il dibattito si alterna essenzialmente tra il modello svedese o nordico (che prevede un meccanismo sanzionatorio per il cliente e criminalizza la domanda) e il modello olandese/tedesco (che sostiene la legalizzazione e la predisposizione di una serie di diritti per le sexworkers). Critiche e limiti ci sono per entrambi i sistemi. Il primo è stato accusato di rendere più pericolosa la condizione della donna, che sarebbe più esposta a episodi di violenza. Nel secondo caso, ci sarebbe una strutturazione pubblica e una gestione organizzata della prostituzione, che diverrebbe di fatto un lavoro come un altro, regolamentato e disciplinato dalla legge: il risultato sarebbe un’accettazione passiva del fenomeno, senza indagarne le cause e le origini e senza necessariamente risolvere il problema della tratta e dello sfruttamento da parte della criminalità.
Dopo il fallimento del tentativo del ministro Carfagna che nel 2009 voleva introdurre un meccanismo sanzionatorio per i clienti, si sono succedute una serie di ordinanze locali di vario tipo, nessuna delle quali è stata in grado di arginare la piaga dello sfruttamento.
Anche la proposta di legge dell’onorevole Spillabotte, secondo Serughetti, copre solo coloro che intendono svolgere volontariamente la professione, non contemplando coloro che invece sono costrette a prostituirsi. Resta la difficoltà di creare una legislazione unitaria in grado di aiutare e garantire sia la prostituzione coatta che libera, che copra tutte le fattispecie.
In questo contesto, occorre mettere a fuoco il fatto che vi è una commistione delle logiche che afferiscono alla dimensione intima e quelle tipiche della sfera economica. Il fenomeno del consumo e dell’acquisto di un altro corpo rientra in un immaginario tutto da comprendere e da analizzare. Il fenomeno va compreso a partire dal suo humus culturale. Un tempo l’unica ad essere stigmatizzata era la prostituta, oggi anche il cliente ha difficoltà a dichiarare apertamente di essere tale, un consumatore di prostituzione.
A questo si aggiunge il processo di normalizzazione del mercato del sesso, attraverso la pubblicità (utili le analisi del sito Un altro genere di comunicazione, ndr), i comportamenti di parte del mondo politico, il rapporto tra potere-prestigio-consumo che passa attraverso il possesso del corpo di una donna. Sono necessarie politiche in grado di stimolare la costituzione di un nuovo immaginario.
Mi propongo di leggere il lavoro di Serughetti, che mi è sembrata dotata di un linguaggio interessante e per niente banale.
L’intervento di Sandro Bellassai (Docente di Storia contemporanea presso l’Università di Bologna, membro dell’associazione Maschile Plurale, autore del libro La legge del desiderio – Carocci) ha tratteggiato i passaggi storici della regolamentazione della prostituzione, dal regolamento Cavour del 1860 alla legge Merlin che cambiò l’assetto del desiderio maschile, fondato su una differenza di potere tra il mondo dell’uomo e delle donne.
Si pose fine alla schedatura delle prostitute presso le Questure italiane, che segnava a vita le donne e le privava di alcuni diritti civili (addirittura all’inizio del suffragio universale, nel 1945, si voleva negare l’elettorato passivo e attivo alle prostitute; la correzione arrivò solo nell’ottobre 1945). Inoltre, vennero abolite le visite mediche obbligatorie per le prostitute, una vera e propria violenza e un sopruso da parte dello stato.
È stato ricordato il libello di Indro Montanelli sulle case chiuse, “Addio, Wanda!”, del 1956: “un colpo di piccone alle case chiuse fa crollare l’intero edificio, basato su tre fondamentali puntelli: la Fede cattolica, la Patria e la Famiglia. Perché era nei cosiddetti postriboli che queste tre grandi istituzioni trovavano la più sicura garanzia”. Montanelli non era immune da un immaginario maschile, a dir poco reazionario (ricordiamo il suo racconto “esotico”).
I dieci anni che precedono l’approvazione della legge Merlin, vedono la donna al centro del confronto e dei dibattiti. La donna che è naturalmente viziosa e lussuriosa. La donna che nei secoli è stata considerata necessaria all’uomo, in funzione del soddisfacimento dei suoi desideri. Tant’è vero che vi era il riconoscimento del diritto di comprare una donna, pagando la tariffa prevista. C’era di fatto una dicotomia tra questa “normalità” di pagare una donna e la scelta di creare dei luoghi chiusi, nascosti, come se ci fosse qualcosa di non normale. In tutto questo, il desiderio maschile, seppur vizioso, viene scaricato sulla donna, che diviene “discarica” impura dei vizi dell’uomo, che così si “purifica”. Mentre il desiderio femminile non può che essere unicamente finalizzato a quello maschile.
Altra contrapposizione creata dagli uomini è quella tra prostituta da un lato, che dev’essere lussuriosa e sporca, e l’angelo del focolare, pura, asessuata, funzionale alla riproduzione, moglie sottomessa e muta.
Desidero aprire una breve parentesi, a proposito di vita coniugale, per suggerirvi questa ricostruzione su più livelli tratta dal blog di Ida, accurata e ottimamente documentata.

Le prostitute venivano considerate affette da “follia morale” da numerosi di medici, evidentemente ancora sotto l’influsso di tesi lombrosiane, davvero inaccettabili. Permaneva l’idea dell’esistenza di una sorta di profilo innato, potremmo dire genetico, della prostituta, come se si trattasse del corrispettivo femminile del criminale lombrosiano.
Anche le visite mediche a cui erano obbligate le prostitute non erano volte a salvaguardare la salute delle donne, bensì a garantire che l’uomo “puro” non si infettasse. C’era solo il diritto maschile alla salute. La donna era infetta a priori nel caso non si fosse lasciata visitare. Potete immaginare le condizioni igieniche di queste visite e il rischio di contrarre davvero qualche malattia. Il corpo della prostituta è di pubblica proprietà, per cui lo stato ha il potere di coercizione su tale corpo, attraverso le visite.
Con la legge Merlin qualcosa cambia, ma non si parla di diritti e di dignità di queste donne, non si indaga sulla loro condizione, restano sempre un gruppo opaco, poco conosciuto, come se tutte fossero uguali, con le stesse problematiche e le stesse aspettative. Interrogarsi per comprendere meglio questa realtà, cercare di riflettere sulla domanda di prostituzione, portando al centro del discorso l’uomo, aiuterebbe a far emergere la disuguaglianza di potere tra uomini e donne nella società.
Marco Quiroz Vitale, Docente di Sociologia dei diritti umani presso l’Università degli studi di Milano, ha voluto dimostrare l’attualità della legge Merlin, le cui lacune iniziali e le previsioni troppo ampie sono state sanate nel tempo dai vari pronunciamenti della dottrina e della giurisprudenza e da leggi successive. Pertanto “non si vede la necessità di modificare l’assetto della Merlin, non vi sono ragioni tecniche o giuridiche. La norma è tuttora efficace e serve a contrastare le attività criminali e penalmente perseguibili”.
Al dibattito è mancata, a mio avviso, una riflessione su come sia importante l’educazione a scuola, il prima possibile, strutturando programmi adeguati di educazione sentimentale, sessuale e all’affettività. La famiglia non può e non deve essere l’unico contesto per far maturare le future generazioni e fargli comprendere i benefici di un rapporto equilibrato tra i sessi, fondato sul rispetto reciproco. Ma forse il contesto del convegno non consentiva una trattazione “serena” di una materia che da sempre ha avuto “pochi sostegni” da ambienti confessionali. Eppure la rivoluzione culturale, più volte evocata, passa anche per l’abbandono di certe zavorre ideologiche. Se veramente vogliamo cambiare. Altrimenti ci limiteremo sempre solo a parlarne, senza tentare di sradicare a monte il fenomeno dello sfruttamento e della tratta.
Se poi qualcuno ritiene che prostituirsi sia un lavoro come un altro, liberi di pensarlo, ma raccontatelo a chi ogni giorno non ha alternative, subisce violenze ed è schiava. Perché la maggioranza non è composta da sexworkers sorridenti e libere. La vita della maggior parte delle prostitute non è autodeterminata. Queste donne non hanno scelta e, ripeto, sono la maggioranza di coloro che si prostituiscono. Per queste donne dobbiamo lottare, per queste donne occorre trovare strumenti e servizi per renderle libere dai loro sfruttatori e non solo. Libere dalla violenza quotidiana. Perché le vittime sono persone reali. Come queste.

Non serve a nulla raccontare storie al “limite”, lontane culturalmente e geograficamente da noi, per sostenere quanto è bello essere libere di prostituirsi. Impariamo a ragionare focalizzandoci sul nostro contesto e non su storie singole. Analizziamo i dati, i fatti, i racconti di chi è sulla strada perché qualcuno le costringe. Per onestà e per non raccontare favole sulla pelle delle donne che libertà di scelta non hanno.

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Pericolose accelerazioni estive

tren de la libertad

In Spagna i Popolari non abbandonano l’idea del progetto di legge Gallardòn, che vorrebbe ridurre considerevolmente le fattispecie per poter abortire. Anzi, i sostenitori della proposta di legge sembra che vogliano approfittare della calura e della sonnolenza estive, per convertire l’ante-proyecto in un vero e proprio progetto di legge, da presentare in Parlamento a luglio. L’obiettivo è giungere a un’approvazione entro la fine dell’anno.
Ma nessuna di coloro che si mobilitò in occasione della manifestazione dello scorso 1 febbraio a Madrid ha intenzione di lasciar passare sotto silenzio questa improvvisa accelerata dei sostenitori della legge che potrebbe riportare la Spagna indietro di decenni. Quel tren de la libertad che portò nella capitale oltre centomila persone è pronto alla lucha e con esso tutte le reti (tra cui Women are Europe) che si sono formate in tutta Europa per dire no a questa legge che sarebbe una mannaia per i diritti all’autodeterminazione delle donne. L’aborto non può tornare a essere clandestino, le donne devono poter scegliere liberamente e veder garantito il loro diritto alla salute.
Il tren de la libertad è diventato un docu-film, frutto del collage del materiale girato da più di 80 registe, che hanno documentato la mobilitazione e la marcia che riempì le strade di Madrid il 1 febbraio. La “prima” è prevista nelle Asturie il prossimo 10 luglio. Qui il trailer. Qui l’elenco delle città spagnole in cui avverranno le proiezioni, gratuite.

Speriamo che questa importante testimonianza di mobilitazione giunga anche in Italia, dove la situazione non è rosea. Basti pensare al numero stratosferico di medici obiettori di coscienza e a come lentamente stiano (e non da oggi) cercando di tagliare le attività dei consultori familiari pubblici, favorendo quelli confessionali accreditati.
Se ci addormentiamo, pensando che da noi non si possa tornare indietro, è finita. Svegliamoci tutt* e difendiamo la Legge 194, chiediamo una sua piena applicazione in ogni parte d’Italia. Ricordiamoci inoltre l’importanza della legge 405 del 1975 che istituì i consultori familiari. Forse non tutti siete a conoscenza di ciò che sta accadendo in Lombardia, dove non solo si paga il ticket per le prestazioni del consultorio, ma sta per entrare in vigore la trasformazione dei consultori familiari in centri per la famiglia. La Regione Lombardia sta procedendo con la “ristrutturazione” dei consultori, che potrebbe snaturare le funzioni attribuite ai consultori dalla normativa nazionale, con il rischio di non assicurare più i servizi sanitari, sociali e psicologici per la salute della donna. Ne parliamo mercoledì 25 giugno a Milano, con Pierfrancesco Majorino, Diana De Marchi e Sara Valmaggi: qui l’evento su FB.

“La maternidad es una vocación como cualquier otra. Debería ser libremente elegida, y no impuesta sobre la mujer.”

Anaïs Nin.

 

Ringrazio Silvia Vaccaro per il suo articolo.

 

Aggiornamenti

Le donne spagnole non si fermano e scrivono una lettera aperta alla vicepresidente del governo spagnolo Soraya Sáenz de Santamaría per chiedere il ritiro dell’ante-proyecto di legge di cui parlavo. Speriamo!

Intanto si organizzano Falò di S. Giovanni per bruciare la proposta Gallardòn.

Si preannuncia un verano calentito 🙂

Say no to the new abortion law in Spain! In tante lingue diverse esprimiamo il nostro dissenso!

In molte città europee si tornerà in piazza per manifestare la nostra solidarietà alle donne spagnole. Qui alcune info sul sito WAE.

verano Caliente

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Abuso?

Alex Alemany

Alex Alemany

Vi sottopongo un problema su cui riflettere. I numeri della diffusione/diagnosi dell’ADHD (Attention Deficit Hiperactivity Disorder) parlano da soli: 11% negli USA, che consumano anche l’80% degli psicofarmaci prodotti nel mondo. Meno dell’1% in Italia. Qui un articolo uscito sul Corriere. Da cosa dipende? Un rapporto con i farmaci diverso, una maggior facilità nel ricorrere ai farmaci come panacea per ogni cosa, anche per una malattia che forse non è tale? Una necessità di incasellare gli esseri umani sin dall’infanzia, affinché siano pronti a produrre? Somministriamo psicofarmaci perché è più semplice che andare a capire e a curare le cause di un disagio o di una malattia? Cosa ci aspettiamo dai nostri figli? Vogliamo dei figli o dei robot? Siamo veramente in grado di diagnosticare l’ADHD, con assoluta certezza? Le multinazionali dei farmaci che ruolo hanno in questa vicenda? Siamo sicuri che non ci siano alternative alla prassi che preferisce e sceglie di “anestetizzare” con psicofarmaci devastanti? Come si può diagnosticare questa patologia, se tale è, in un bambino di 1 anno? Quali sono i parametri del “normale”. Guardando lo spezzone del documentario nella scuola americana, mi è sembrato come un lager, bambini bollati e classificati “da correggere, a suon di farmaci e di vita iper-regolamentata. Per raggiungere l’ideale dell’uomo medio americano. Mi son venuti i brividi.
Il numero dei casi è evidentemente sovradimensionato, con ripercussioni irreversibili sui minori coinvolti. Ma questo abuso di sostanze e di diagnosi provoca anche un altro rischio: in questa storia assurda e con il proliferare di questa patologia, diventa difficile concentrarsi su coloro che effettivamente hanno questi problemi, trovare soluzioni alternative ai farmaci, terapie migliori, indagare sulle origini di questo tipo di disagio o malattia, che potrebbe non solo non avere un’unica causa e un’unica fattispecie, ma potrebbe richiedere interventi diversificati e più mirati. Occorrerebbe anche affinare le tecniche di diagnosi, per evitare errori.
Somministrare una pillola forse è più semplice che curare in altro modo, ma fare il medico non deve limitarsi a curare i sintomi superficiali, ma capire che di fronte ha un essere umano unico e irripetibile, con una storia, dei pensieri, delle esigenze, dei diritti.

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Raccontiamo una storia?

copertina cinema

Alice Guy-Blaché, nata a Saint Mandè, Parigi, nel 1873. Dopo il diploma, viene assunta come segretaria di Léon Gaumont, ingegnere e padrone dell’omonima fabbrica di apparecchi fotografici, che sarebbe diventata la prima società di produzione cinematografica della storia. Ai tempi il cinema non esisteva ancora. Non c’era nemmeno il suffragio universale.
Quando, nel dicembre 1895, i fratelli Lumiere invitarono Léon Gaumont alla proiezione de “La sortie de l’usine” partecipò anche Alice. Questa giovane donna non era affascinata dall’aspetto meccanico di questa macchina, ma si immaginò che si potesse usare questo nuovo mezzo per raccontare delle storie. Nasce l’idea di un romanzo scritto attraverso le immagini: il film.
Questo è quello che racconta in un’intervista nel 1968.

Il capo le concesse di iniziare a sperimentare la produzione e la realizzazione di storie, purché non lasciasse indietro il suo lavoro principale di segretaria. Era l’inizio di qualcosa di magico.
Nel 1896 il primo film della storia vide la luce: “La feè de choux”. Ne seguirono altri, sempre più curati. Alice creò tutto da zero, definendo i generi comico, drammatico, avventuriero, storico, religioso ecc. Fu lei che tra il 1902 e il 1906 immaginò e applicò la sincronizzazione del suono con le immagini, trent’anni prima dell’invenzione del sonoro. Lei inventò le riprese in esterni con La madame a des envies (La signora ha le voglie). Questo cortissimo di 1:30 secondi, annata 1907, ha un’ironia e uno sguardo molto particolari. Vi consiglio di guardare la scena dei cavoli 🙂

A 33 anni si trasferisce col marito a New York, diventa mamma e subito dopo fonda la sua società di produzione cinematografica, la Solax. Qui decolla la sua carriera di cineasta, ideando un approccio naturale, spontaneo alla recitazione e realizzando anche i primi western e horror. I suoi film erano ricchi anche di “effetti speciali”, grazie all’uso di tecniche e di trucchi per accrescere l’aspetto drammatico. Una donna coraggiosa, piena di idee e di passione.

La vita di Alice cambia di colpo nel 1919, quando il marito l’abbandona per una giovane attrice. Nel 1921 è costretta a vendere il suo studio in America. Nel 1922 torna in Francia sola, con due bambini. Prova a ricominciare in Francia ma senza più successo. Dimenticata per anni, ottenne solo in tarda età i meritati riconoscimenti grazie all’interessamento della Cinémathèque française, nella persona di Henri Langlois, dall’Association Musidora (che creò nel 1974 il primo Festival de films de femmes in Francia) e, a partire dagli anni Settanta, dagli studi del movimento femminista. Nel 1953 fu insignita in Francia della Légion d’honneur e trascorse gli ultimi anni della sua vita scrivendo l’autobiografia (Autobiographie d’une pionnière du cinéma ‒ 1873-1968, pubblicata postuma nel 1976) e prodigandosi affinché l’importanza della sua attività venisse alla luce attraverso una corretta ricostruzione storica. Morirà a Parigi nel 1968 a 98 anni.

Pamela Green (e il co-regista Jarik van Sluijs) ha realizzato un documentario su questa donna straordinaria, che vede Robert Redford come produttore e Jodie Foster voce narrante. Qui il trailer.

Qui, un bel blog su Alice.

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Buoni Fornero

Sono misure poco efficaci, oltre ad essere macchinose, se non da fantascienza, le procedure per accedervi. La condizione è tornare al lavoro subito, rinunciare alla maternità facoltativa (in cui ti viene corrisposto solo il 30% della retribuzione ordinaria), un diritto sancito per legge, per accedere a un sostegno pari a 300 euro per 6 mesi. Come lasciare un bimbo così piccolo a una baby sitter o al nido? Cosa accade al termine di questo periodo? Lo stato come ti aiuta a conciliare? Queste sarebbero le domande più corrette da porsi. Sono 20 milioni di euro stanziati nel 2013 per uno strumento congeniato da persone che non sanno niente di come si vive nella realtà. Forse, questi soldini andrebbero investiti altrimenti. Forse, occorrerebbe prevedere degli strumenti normativi che sappiano guardare al di là della figura della madre, includendo anche i padri. Sarebbe anche giunto il momento!

 

Aggiornamento 04.09.2014

Qui le istruzioni per i Bonus bebè 2014 per le madri lavoratrici.

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Non è solo genetica

Sandria Savory

Sandria Savory

Questo post nasce dalla lettura di questo articolo sul libro The confidence code di Claire Shipman e Katty Kay. Non dipende solo dalla genetica se una persona ha più o meno fiducia in se stessa. Ci sono i fattori familiari e ambientali che incidono, e lo fanno spesso in termini decisivi. Il successo e la carriera che sembrano incentivate da un’alta percezione di sé, da una fiducia in sé elevata, da quella che viene chiamata honest overconfidence, non possono essere fondate principalmente solo sulla predisposizione naturale, biologica, altrimenti i fattori socio-economici non avrebbero un peso così forte nelle possibilità che ciascuno di noi ha nella vita. Ricordiamoci che il mondo in cui viviamo non ci consente di partire tutti dal medesimo gradino.
La fiducia in sé parte da piccoli, da quando in famiglia ti mettono o meno il marchio di inadeguat*, scars*, continuano a fare continui paragoni con gli altr*, ti fanno capire che sarai sempre incapace e mediocre. Il bello è che di solito continuano a ripetertelo anche quando diventi adult*. A volte sarebbe preferibile essere ignorati che essere al centro di questi amorevoli e incoraggianti giudizi.
Di solito i genitori tendono a proteggere i propri figli, li sostengono e sono fieri di loro. Solitamente. A volte ci sono genitori che ripetono solo e soltanto che i figli sono delle nullità, che non hanno mai combinato niente di buono nella vita e che hanno fatto solo scelte sbagliate. Solo perché diventano adulti e scelgono da soli la propria strada.
Poi ci sono gli insegnanti, che a volte partoriscono frasi come: “ la ragazza è intelligente, studia, ma non sa vendere bene la propria merce”.
La mia autostima, evidentemente geneticamente bassa, è stata affondata per anni sotto questo genere di colpi. Poi a un certo punto ho iniziato a prendere a pugni queste etichette e a rinviarle al mittente. Ma evidentemente non è stato sufficiente. Sono tuttora appiccicate al mio corpo psichico. Questi marchi di solito in sede di colloquio non mi hanno mai dato fastidio. Certo, non ambivo a una carriera direttiva, perché avevo altre ambizioni e progetti nella vita, ma la mia insicurezza non mi ha mai impedito di trovare lavoro. Le cose sono mutate drasticamente con il cambiamento del mio stato di famiglia, da quando sono diventata moglie e madre. Questi e non altri sono stati i fattori discriminanti. Devo ringraziare coloro che candidamente hanno ammesso di adoperare certi metodi di valutazione: quanto meno sono stati sinceri.

Perciò, prima di fare considerazioni che pongono l’accento sul genere e su caratteristiche “vincenti”, sostenute da fini ricercatori e da indagini mediche, guardiamo il contesto e parliamo bene di tutti i fattori. Il cambiamento culturale e sociale è indispensabile. Fino a che in sede di colloquio saranno adoperati due pesi e due misure, non ci sarà selfconfidence che tenga. In sede di colloquio, così come si avverte l’insicurezza del/la candidato/a, così emerge lo sguardo compassionevole di chi esamina e sa già che ti dovrà scartare per questioni che esulano dalle tue competenze o capacità. Non è vero che noi donne non chiediamo stipendi e contratti adeguati: semplicemente il più delle volte, le nostre richieste non vengono accolte. Dobbiamo mutare in primis queste regole che storpiano e impediscono una competizione ad armi pari.
Inoltre la capacità di successo lavorativo subisce l’influenza dei meccanismi del mondo del lavoro in cui siamo immersi. In Italia, in cui i rapporti familiari, i cosiddetti “agganci”, hanno un ruolo decisivo e preponderante nella ricerca di un lavoro e negli sviluppi di carriera, la strada è resa ancora più ripida e irta di ostacoli.
Fino a che inseguiremo il modello di successo e di lavoro maschile non avremo fatto passi in avanti. C’è tutto un universo parallelo di vita privata da salvaguardare, sia che si desideri una famiglia o meno. Io non voglio replicare le scelte di un uomo, ma essere in grado di scegliere, come donna. Creiamo la nostra strada e cerchiamo di contemplare altri modelli di vita possibili, possibilmente non preconfezionati da uomini per donne.
Non è mica detto che tutte le donne aspirino al medesimo e unico modello di vita. Può anche darsi che io non mi faccia avanti per motivi del tutto personali e che vanno comunque rispettati. Spesso i modelli che questi libri propongono, sono semplicemente finalizzati a confezionare il lavoratore o la lavoratrice “ideali” per il mondo produttivo capitalistico.
Per cui, questi pseudo consigli mi sembrano della stessa risma di quelli della Sandberg (COO Facebook). Roba da donne di successo, ricche e di potere, che vogliono “educare” le altre e affermare: “ti insegno io come essere brava”.

“Estes’s work illustrates a key point: the natural result of low confidence is inaction. When women don’t act, when we hesitate because we aren’t sure, we hold ourselves back. But when we do act, even if it’s because we’re forced to, we perform just as well as men do”.

In pratica, per aumentare la fiducia in se stesse, le donne devono pensare meno e agire di più.
I neuroscienziati parlano di plasticità. Altri la chiamano flessibilità. Noi la chiamiamo viaggio alla ricerca di un equilibrio all’interno della precarietà. Per fortuna che siamo dotate di grande fantasia.
Ancora una volta sembra che le questioni di gender gap siano “colpa” delle donne.
Ripeto ancora una volta, che “mollare” non è necessariamente un male, una debolezza, un difetto, ma può essere sintomo di una scelta consapevole, in un contesto che semplice non è.
Non vogliamo tutt* le medesime vite, preconfezionate.

Aggiornamento del 20.06.2014

Ho letto di un sondaggio per scoprire se, diventando madri, si sono acquisite capacità preziose da sfruttare nel lavoro. Posso fieramente constatare e rispondere che il fatto di essere diventata madre è stata considerata come una iattura dal mondo del lavoro. Io ero pronta a conciliare, loro no.

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Motivazioni e orizzonti

Gerhard Nesvadba

Gerhard Nesvadba

Arrivano le motivazioni della sentenza che lo scorso 9 aprile rimuoveva il divieto di fecondazione eterologa, contenuto nella Legge 40.
Il divieto per le coppie sterili di ricorrere all’eterologa è privo di adeguato fondamento costituzionale e “la scelta di tale coppia di diventare genitori e di formare una famiglia che abbia dei figli” è “espressione della fondamentale e generale libertà di autodeterminarsi”.
Fin qui siamo riusciti a fare un po’ di pulizia, rimuovendo di fatto una norma incostituzionale e che per anni ha sancito un divieto su base di censo. Ne avevo parlato qui.
Ora il governo deve riavviare la conferenza Stato-Regioni e imbastire un dialogo con associazioni, centri e medici. Occorrerà creare una rete di servizi su tutto il territorio nazionale per assicurare l’accesso all’eterologa. Spiega il costituzionalista Stefano Ceccanti: “molto si può fare con l’interpretazione, con il ricorso a norme già esistenti per l’eterologa all’estero e ci può pensare il governo, aggiornando le linee guida specie sul numero delle donazioni”. Sembra quindi che l’obbligo di riportare la legge 40 in Parlamento non esiste. Quindi sembrerebbe solo strumentale la questione dei presunti vuoti normativi, paventata da alcuni.
Resta da sondare e da completare invece, il tema dei diritti per i figli dell’eterologa e dei riverberi della sentenza sul diritto di famiglia. Ci auguriamo che si troveranno le soluzioni per rendere possibile quell’insopprimibile diritto ad essere genitori.
Ma se da un lato possiamo gioire per le migliaia di coppie che ora potrebbero finalmente ricorrere all’eterologa per coronare il loro sogno di genitori, dall’altro dobbiamo mantenere alta la guardia, perché il governo sembra non invertire la rotta. Leggiamo sul sito dell’Associazione Luca Coscioni: “L’esperta nominata in rappresentanza del Governo all’udienza del 18 giugno davanti alla Corte Europea dei Diritti umani (per il ricorso Parrillo contro Italia,ndr) è Assuntina Morresi”, con un curriculum che parla da sé: “già consulente del Ministro Sacconi e dell’ex sottosegretario Roccella, oggi consulente del Ministro Lorenzin su 194 e legge 40, pubblicamente schierata a difesa della legge 40 anche da editorialista del quotidiano Avvenire. A lei non potrà che essere affidato il compito -coerente con la sua storia- di sostenere la proibizione della ricerca sugli embrioni”.
A questo punto incrociamo le dita e speriamo che non si blocchi tutto.

 

Aggiornamento del 20.06.2014

Sul ricorso Parrillo contro Italia, qui un aggiornamento.

Per quanto riguarda i costi, non solo economici, della procreazione assistita qui.

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Se non possiamo più raccontare

Anarkikka per Europa Donna Italia - #breastunit

Anarkikka per Europa Donna Italia – #breastunit

Non riesco a capire perché ci deve essere un unico modo di agire, di parlare, di raccontare un tema. Se ogni cosa dev’essere considerata strumentalizzazione. Non può esistere un unico verbo o persone che possono parlare, attivarsi, commentare e altre no. Parlo della questione posta qui sulla #breastunit. Così, come questa reprimenda (fuori luogo e che personalmente non condivido, nemmeno se sulla scorta di un libro) delle donne che subiscono violenza che ho letto qui, alle quali si chiede di stare possibilmente in silenzio, di non fare le vittime, senza però dare risposte concrete su come superare o come rielaborare questa esperienza dolorosa. Spesso raccontare e condividere può aiutare, può essere terapeutico. Come se tutt* fossimo uguali e dovessimo reagire allo stesso modo. Assolutismo dei sentimenti, del dolore, della sofferenza, delle reazioni. Come se qualcuno ci dovesse impartire come è giusto comportarsi in ogni occasione. Come quando ti chiedono di definire il tuo dolore su una scala da 1 a 10: il dolore è soggettivo e nessuno può permettersi di affermare che il mio livello di sopportazione del dolore non è adeguato e non va bene.
Se non ne parliamo, se non cerchiamo di sensibilizzare sul tumore al seno, usando anche, perché no, il richiamo del colore rosa di una maglietta o di una parrucca, se le donne con un’esperienza di violenza non possono raccontare a proprio modo e nessuno può cercare di organizzare iniziative e dibattiti per sensibilizzare la cittadinanza, cosa ci resta?
Un conto è il capitalismo che cerca di venderci un braccialetto antiviolenza, un conto è organizzare manifestazioni, convegni per informare, discutere, aprire un dibattito. Per quanto possano essere utilizzate strumentalmente da qualcuno, non possiamo buttare via il bambino con l’acqua sporca. In tanti portano avanti tali battaglie in buona fede e credendoci appieno. Grazie a queste persone la vita di tutt* può migliorare. Non dobbiamo confondere le cose e fare di tutta l’erba un fascio.
Se non teniamo accesa l’attenzione su certi temi, si resta fermi e non si compiono progressi. Invece, occorre diffondere informazioni, consapevolezza, dal cancro alla violenza, fino ai diritti di ciascuna donna. Non dobbiamo aspettare che il problema ci riguardi e ci coinvolga direttamente per agire. Dobbiamo metterci a disposizione sempre e dare il nostro piccolo contributo.
Non dobbiamo più obbligare i pazienti a compiere chilometri di viaggio per poter usufruire di terapie e di strumentazioni adeguate e innovative. In famiglia ho vissuto questi drammi e non è ammissibile che non si ponga rimedio. In certe condizioni di salute, farsi Bari-Milano non è il massimo.
Ci sono tanti problemi da affrontare, ma non è restando in silenzio e pretendendo che lo facciano tutti, che si risolvono i problemi. Occorre battersi ognuna con i propri mezzi e metodi, nel proprio piccolo, affinché qualcosa cambi, migliori realmente. Perciò penso che quello delle breast unit sia un buon progetto, con obiettivi chiari e essenziali, importanti. Non dobbiamo aspettare fermi, in attesa che accada quel cambiamento politico e culturale necessario, ma batterci affinché certi dibattiti non siano mai trascurati, perché l’informazione non cessi mai di girare, perché siamo noi in prima persona ad essere chiamati a compiere piccoli, ma significativi passi in avanti, su più fronti e a più livelli. I tagli alla Sanità, al welfare non si contrastano restando immobili. Mai!
Se ne volete sapere di più sulle breast unit, vi consiglio questo post di Luigia Tauro: qui. Ci vediamo a Milano il 17 giugno.

 

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Il buon medico non obietta

 

MANIFESTO DELLA CONSULTA DI BIOETICA

“Oggi non c’è più bisogno di riconoscere il diritto all’obiezione di coscienza in quanto chi contesta l’accettabilità morale dell’interruzione di gravidanza può sempre scegliere una professione o specializzazione che non prevede questa pratica”.

Così leggiamo nel commento della Consulta di bioetica onlus, al lancio della terza campagna il ‘Buon medico non obietta’. Qui e qui potete trovare maggiori informazioni sulle tappe di questa iniziativa che dal 6 al 30 giugno in varie città italiane, vedrà svolgersi dibattiti e incontri per sensibilizzare la popolazione su una tematica così importante, delicata e che visto il numero elevatissimo di obiettori, sta diventando un vero e proprio ostacolo all’applicazione della 194.

La Consulta di Bioetica chiede “l’abrogazione dell’articolo 9 della legge 194″, quello che prevede il diritto all’obiezione degli operatori. La Consulta di Bioetica si batte affinché “la somministrazione della pillola abortiva RU486 su tutto il territorio nazionale in regime di day hospital e anche nei Consultori familiari, come già avviene per esempio in Toscana”.
In effetti, i numeri elevatissimi di coloro che scelgono di obiettare sono alquanto sospetti. Ho già in passato argomentato le mie perplessità a riguardo. A questo punto sarebbe il caso di suggerire ai signori obiettori, che se non se la sentono di svolgere la professione al 100%, per ragioni di coscienza o confessionali, sarebbe auspicabile che scegliessero una specializzazione che non preveda di svolgere aborti. Il medico va fatto con responsabilità e convinzione, non solo per l’alta remunerazione. Questo all’università non lo insegnano, è una dote innata. Buon lavoro, a ciascuno secondo le proprie attitudini e capacità. Di etica quando ci sono di mezzo i soldi e la carriera non se ne vede nemmeno l’ombra.

 

Aggiornamento del 2 luglio 2014

Qui un articolo di Silvia Vaccaro sulla giornata conclusiva della Campagna.

Qui la registrazione dell’ultima giornata.

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Sul naturale e sul parto

baby

Lascio perdere la questione del programma televisivo in sé, perché rientra in un perfetto piano per attirare telespettatori e per produrre qualcosa di nuovo da vendere. Di cattivo gusto ormai ce n’è talmente tanto, che diventa difficile esprimere un parere su questo ennesimo reality. Sarebbe uno spreco di energie.
Sulla questione del parto mi sono già soffermata svariate volte. Questa ennesima notizia che promuove l’idea che “naturale è bello”, con annessa nascita nella natura selvaggia, è solo una ulteriore conferma di una involuzione reazionaria del genere umano. A mio avviso, è un vero delitto, una vera piaga che annulla decenni di ricerche, di studi per migliorare la vita, la salute, per aumentare le garanzie di vita di mamma e bambino. È come se in questo modo si compisse un’opera enorme di disinformazione e di indottrinamento fuorviante molto pericoloso. Ogni anno 300mila donne e più di sei milioni di bambini muoiono al momento del parto e questo soprattutto nei paesi più poveri. Di questo dobbiamo parlare, di queste persone, di come si dovrebbero diffondere pratiche di parto sicure. Perché se non si parla di questo, siamo proprio fuori di testa e complici di una disinformazione diffusa. Da Semmelweis in poi, molti passi in avanti sono stati compiuti, purtroppo non è così dappertutto. Vi consiglio vivamente questo illuminante articolo del chirurgo Atul Gawande, in cui si parla della difficoltà di diffondere le buone pratiche e scoperte mediche sul campo.
Non c’è niente di peggio che trattare certi temi in modo superficiale.
Siccome non siamo tutti stanchi, ricchi e annoiati occidentali, alla ricerca del mito del ritorno alle caverne e alla natura, ma ci teniamo a sopravvivere al parto e a dare maggiori chance ai nostri figli, non è consigliabile diffondere certi messaggi. Certamente, ognuna è libera di scegliere come partorire e come curarsi, ma evitiamo false soluzioni che possono mettere a rischio la salute delle persone.
Sapete quante balle e falsi miti si diffondono? Stiamo attent* a non tornare ai tempi della Tavola rotonda, con elfi, maghi e fate.
P.S. Non venite a parlarmi di orgasmic birth! Con le doglie?? Ci vuole proprio una buona dose di immaginazione..

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Quei soggetti imprevisti

Irriverenti e libere2

 

Il pomeriggio dell’8 giugno sono stata alla Ladyfest per seguire la presentazione del libro Irriverenti e libere – Femminismi nel nuovo millennio di Barbara Bonomi Romagnoli.

Gli interventi e gli “asterischi” sono stati tutti molto interessanti e ricchi di spunti di riflessioni, da Lorella Zanardo a Eleonora Cirant, dal collettivo Ambrosia a esponenti del mondo femminista di varie generazioni.
L’autrice ha ricostruito le motivazioni e la genesi del libro, nato dalla necessità di non veder svanire tutta una serie di lavori, gruppi, sperimentazioni, che nel corso dell’ultimo decennio hanno rivitalizzato un dibattito femminista che sembrava addormentato dopo le fiammate degli anni ’60-’70 e qualche eco nei primi anni ’80.
Non è un lavoro onnicomprensivo, non è un’enciclopedia femminista degli ultimi anni, è una selezione attraverso un filtro personale dei fenomeni che Barbara ha vissuto più da vicino professionalmente come giornalista e umanamente come attivista. Sono le storie che sono passate meno sui media di larga diffusione, ma che hanno rappresentato, ognuna a suo modo, un modo di fare attivismo e di difendere quell’autodeterminazione che era stata l’emblema storico del movimento delle donne.
Il libro è un ottimo punto di partenza per tutta una serie di considerazioni e riflessioni su cosa ci si aspettava e cosa ci aspetta nel futuro prossimo. E’ uno di quei libri su cui ci torni più volte perché le voci racchiuse nelle sue storie ti invitano a tornare e a riflettere a lungo. E’ un libro di scoperte e di racconti che ti aiutano a mettere a fuoco una miriade di dettagli, passaggi e idee.
Non ci sono giudizi, se non quelli forniti dalle dirette interessate, intervistate dall’autrice. Questo mi è sembrato un approccio perfetto. Barbara ha saputo trovare il giusto equilibrio anche quando ha accennato all’esperienza dello Sciopero delle donne.
Tutte queste numerose declinazioni dell’attivismo “femminista” hanno mostrato tutte le difficoltà di trovare un modus vivendi e operandi tra donne. Personalmente penso che non dipenda dal numero delle partecipanti o dalla distanza geografica o anagrafica. Questa fragilità delle relazioni tra donne, tra attiviste credo sia insuperabile, per la natura stessa dei temi, per la differenza di opinioni, di approcci, di aspettative, di modalità di stare insieme, senza “sovrapporsi” e senza primati e personalismi pericolosi e fastidiosi. Non per questo non dobbiamo continuare a fare gruppo, a sperimentare nuove soluzioni, nuovi esercizi per stare insieme. Dobbiamo solo essere consapevoli dei meccanismi interni che si possono creare e cercare di tamponare per tempo e accettare che magari le cose non sempre hanno il successo sperato. Motivo per cui forse occorrerebbe ridurre la quantità di carne sul fuoco, concentrandosi su piccoli obiettivi, condivisibili e da portare avanti sul proprio territorio. Se mescoliamo gli innumerevoli problemi, dibattiti, temi che ruotano attorno alle tematiche delle donne, si rischia di fare un minestrone difficilmente gestibile. Secondo me la concentrazione delle energie su pochi, ma essenziali obiettivi comuni porterebbe giovamento ai movimenti. Così, penso che lavorare su progetti singoli, come si è detto nel corso del pomeriggio, sia un fatto positivo e una modalità molto utile. L’anima di tutti questi progetti siamo noi stesse, con le nostre storie, le nostre esperienze, le nostre sensibilità, le nostre energie e le nostre idee, insomma noi donne.
Se negli anni ’70 era inconcepibile una distanza tra movimento femminista e impegno per un cambiamento socio-economico, oggi appare evidente che si è creata una cesura tra le due tipologie di azioni e secondo me si corre il rischio di decontestualizzare le proprie battaglie, come se fare politica e voler incidere sulla realtà sia un qualcosa da fare a compartimenti stagni. Abbiamo forse modificato il significato di impegno politico o più semplicemente lo abbiamo riadattato ai tempi di allergia diffusa a una politica troppo affaristica, verticistica e istituzionale. Eppure, se veramente vogliamo sollevare la coltre di inerzia delle istituzioni e se vogliamo che certe istanze e certi cambiamenti avvengano veramente dobbiamo riprendere in mano un lavoro faticoso e difficile, ma che non può non comprendere un dialogo con le sedi decisionali reali, cercando di far intervenire il cambiamento di rotta anche in questi contesti. Naturalmente, stando attente a non farci strumentalizzare. Il femminismo cosiddetto storico aveva raggiunto una diffusione notevole, diventando una forza interlocutoria credibile e importante, che più di un risultato è riuscita a portare a casa. La nicchia è bella e rassicurante, ci fa sentire a nostro agio, tra persone che parlano la medesima lingua. Ma non sempre questa nostra prospettiva ci aiuta ad allargare il nostro dibattito, a divulgare le nostre idee e le nostre richieste di cambiamento. La ricostruzione di Barbara ha proprio questo obiettivo, tra gli altri: divulgare e informare attraverso un racconto esperienziale, utile a chi è a digiuno o che ha vissuto da lontano certi temi e movimenti. Utile anche a chi bazzica da tempo questi temi e questi gruppi, per comprendere cosa non è andato bene e cosa invece si può recuperare per i giorni a venire.

Inoltre, come ho scritto già in altri post, mi piacerebbe che i gruppi, i movimenti delle donne sfuggissero alla trappola/tentazione individualista, di lotta autoreferenziale o elitaria. Per individualista non intendo i singoli, ma la deriva che spesso alcuni piccoli gruppi imboccano. Questa tendenza che per alcuni è naturale, dev’essere riconosciuta e in qualche modo superata se non si vuole che l’esperienza si spenga o si affievolisca. Occorre ragionare in termini di battaglie diffuse, collettive, affinché diritti e risultati siano per tutt*, per superare quegli ostacoli socio-economici che nella vita non ci fanno partire tutt* dal medesimo punto.
Non dobbiamo aver paura delle etichette, essere femminista non deve essere sinonimo di strega o di persona fuori dal tempo: sono solo manipolazioni utili a demonizzare chi vuole un cambiamento culturale e reale di un mondo ostile alle donne. I motivi per lottare e resistere sono tanti e attualissimi.
Ma dobbiamo imparare a dialogare con tutti, ognun* con i propri metodi e pratiche, ognuna con il suo approccio ai temi del corpo, della sessualità e della percezione del sé. Dobbiamo uscire un po’ tutte dalle gabbie, di cui ha parlato la Zanardo. A mio avviso, non ricominciamo sempre da zero, è solo un’impressione di mutamenti e azioni che scorrono e si susseguono tutte con obiettivi comuni e che servono a liberare le donne da quelle camicie di forza culturali che le hanno sempre volute e tenute ai margini. Un percorso da fare mano nella mano, tutt* insieme. Noi ci proviamo. Noi, quei soggetti imprevisti (mutuando Carla Lonzi) della Storia.

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Significati e priorità dal basso

A Dark Pool, Laura Knight, 1918

A Dark Pool, Laura Knight, 1918

Penso che occorra guardare un po’ le cose dal livello 0, a volte -1. Questo a volte può aiutare a centrare l’ottica e a guardare la realtà con uno sguardo meno sfocato di quello che di solito emerge dai media.
Dal basso si vedrebbero altre priorità e si rivestirebbe di nuovi significati non solo la realtà, ma anche l’azione politica da mettere in campo.
Fioccano, strabordano, vengono pubblicati miriadi di articoli che martellano tutti su un unico tema: com’è bello far la mamma e tutto quanto il resto insieme.
Allora, dico: cambiamo registro e se proprio vogliamo parlarne, non interroghiamo i piani medio-alti delle donne, ma raccontiamo la realtà, nella sua crudezza, nella sua spietatezza quotidiana, nelle sue debolezze, insomma curiamoci di parlare sinceramente delle scelte, che noi donne compiamo. Ne abbiamo le tasche piene di questi prontuari sulla donna tuttofare, che vuol curarsi di tutto e ce la mette tutta. Queste ricettine semplici non le vogliamo, perché non tutte ci possiamo permettere di delegare o di avere un sostegno!
Tagliare le detrazioni per coniuge a carico non è un incentivo all’occupazione è solo un voler eliminare una tutela in tempi di disoccupazione altissima, di precariato, di contratti capestro e di salari da fame. Chi mi paga l’asilo nido? Chi mi paga la tata? Non raccontiamo favole e non diciamo che ce lo chiede l’UE. Ricordiamoci ogni tanto il salario medio di una donna. E poi facciamo i conti e dispensiamo consigli e suggerimenti.
Vorrei che ogni tanto uscisse fuori un articolo in cui si parla di cosa significa essere tra l’incudine e il martello, sull’orlo di un abisso e non avere una possibilità di scelta reale. Almeno che non si stia parlando di una società fantastica in cui tutti partiamo con le stesse possibilità.
“Credo che le donne possano fare tutto” conferma la Fedeli qui (Valeria Fedeli ndr) “il tema è che devono essere messe nelle condizioni economiche, sociali e culturali, anche nella rappresentazione dei media, per poterlo fare. Anche nella rappresentazione dei media. Le donne desiderano poter vivere con serenità la scelta di cura dei propri affetti familiari e nello stesso tempo cercare di conciliarla con i propri impegni professionali. Ritengo, perciò che dovremo lavorare, oltre che sulla conciliazione dei tempi privati e di lavoro e sull’effettiva garanzia che la maternità sia sempre una scelta libera, anche sul rendere naturale la condivisione dei compiti di cura tra madri e padri”.
Bene, diciamoci una volta per tutte che al momento non siamo nelle condizioni economiche, sociali e culturali per essere in grado di far tutto. E anche se lo fossimo, non è detto che vorremmo tutte ugualmente e per forza raggiungere gli stereotipi della donna-mamma in carriera. Almeno questo lasciatecelo scegliere! Si parla di serenità di scelta, evidentemente perché non si percepiscono i mille dolorosi compromessi a cui una donna deve adattarsi.
Tutto questo raccontare edulcorato, viatico multivitaminico per le donne “deboli”, che non si sanno valorizzare sulla strada del successo, rientra a pieno titolo in una strategia fondata su specchietti per le allodole e su strumenti (in cui i media sguazzano) per farci sentire sempre “sbagliate”. Una semplificazione della realtà, utile solo a puntare il dito contro qualcuno/a. Mollare non significa fallire. Mollare, così come non farlo, significa trovare delle priorità nella propria vita. Semplicemente ognuna dev’essere libera di trovarne di sue e di essere in grado di realizzare la vita che desidera. Finché non tutte avremo le stesse possibilità, nessuno si dovrà permettere di usarci e di sbatterci in faccia questi esempi di “successo”.

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