Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Sforbiciamo lo stipendio?

aborto

La legge 194 è stata il frutto di un compromesso. Inserendo la possibilità per i medici di essere obiettori e quindi di non praticare l’interruzione di gravidanza, si è creata una pericolosa eccezione, che oggi sta mettendo a serio rischio non solo l’applicazione di una legge dello stato, ma soprattutto la salute delle donne. Si moltiplicano gli episodi in cui le donne sono sottoposte a veri episodi di violenza e di accanimento. Non c’è più il rispetto e la garanzia di diritti sacrosanti: alla vita, alla salute, al rispetto dell’individuo. Siamo carne da macello. Le continue disfunzioni delle strutture ospedaliere che pullulano di obiettori più o meno in buona fede, i pellegrinaggi in cerca della RU486, le torture psicologiche che ti propinano (vedi i fondi Nasko in Lombardia), le ore passate ad aspettare in attesa di una visita, sono tutti sintomi di un problema strutturale devastante. Dietro c’è una precisa volontà di negare un normale e sereno servizio.

Devi sempre affrontare la montagna, perché devi espiare la tua colpa. Per non parlare dello strano incremento di aborti “spontanei”.
E a livello istituzionale? Silenzio quasi tombale.
Nel mio partito sappiamo come va. Oggi leggo una delle poche voci indipendenti e serie del PD, Marina Terragni, che si avventura in una proposta interessante: decurtare gli stipendi ai medici obiettori. A mio avviso si tratta di una buona idea, da verificare, insieme alle organizzazioni sindacali di categoria. Sarebbe da studiare la percentuale di stipendio da decurtare in caso di obiezione. Sarebbe forse un buon strumento per far uscire allo scoperto tutti coloro che diventano obiettori per mera convenienza di carriera o simili.
Facciamone una proposta di legge, portiamola avanti, vediamo cosa accade. Sono curiosa di vedere le facce dei colleghi e delle colleghe della Terragni. Quanto meno un segnale di vita.
Quanto meno ne parliamo?

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Quando mancano le parole

ragù

Ho provato a soprassedere, ma ho dovuto cedere. Le esternazioni della Picierno a dir poco “infelici”, sono dettate da superficialità e da una voluta (o meno) non conoscenza della realtà. Quando vivi in certi contesti perdi il contatto con la realtà, almeno che tu non sia animato da doti personali che ti portano a mantenere i piedi per terra. Ci sono questioni su cui sarebbe preferibile non aprir bocca, se questi sono i risultati. Se non si sa che dire e se non si ha qualcosa di intelligente e sensato da dire, meglio tacere. La non curanza con cui si parla è indice di pigrizia mentale e di mancanza di rispetto per i potenziali interlocutori e elettori. Come se il voto derivasse da un atto di fede o di amore spassionato nei confronti di un leader o di un partito. Se si vuole essere sinistra, non è sufficiente la parola o un’etichetta. Parlando in questo modo si è non dissimili dalla destra becera e qualunquista. Che siamo all’interno di una permanente campagna pubblicitaria lo abbiamo capito, ma almeno ci risparmino questi consigli per gli acquisti.

Qui non si tratta di elemosina o di social card, ma di usare bene le parole. La Picierno, per quanto possa essere un’ottima deputata (mi era sembrata tale sino a ieri), si è giocata la carta credibilità.

Queste toppe postume lasciamole a casa. Leggendo quest’ultima intervista mi va in tilt il sistema nervoso. La Picierno che da brava massaia cucina il ragù per ore ed ore. Con 80 euro riesce a comprare macinato “sceltissimo”. Se volete, potete gustarvi il video della Picierno che fa la spesa. Oppure vederla a Ballarò.

Non ci lamentiamo se diventiamo una barzelletta e risultiamo indifendibili.

Vi consiglio questo post di Abbatto i muri.

Basta così.

Una militante sconcertata, per usare un eufemismo.

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Radici

Pat_violenza_donne

Siamo tutti talmente concentrati sull’identikit dell’uomo violento, da dimenticarci tutto il contorno. Lo spiega bene Lea Melandri in questo articolo, apparso il 28 aprile sul Corriere, in cui riprende alcuni passaggi del libro di Claudio Vedovati “Il lato oscuro degli uomini”.

“La costruzione della categoria degli uomini violenti porta con sé la separazione di questi uomini dalla cultura maschile condivisa da cui nasce la violenza stessa. (…) consente alla cultura maschile di rimuovere, ancora una volta, qualcosa di sé”.

In poche parole, si allontana e si isola quel “prototipo” difettoso, senza parlare di un contesto culturale patriarcale che ha dato supporto e vita alla maschilità. Soprattutto questo manichino del violento diventa un modo per esorcizzare qualcosa che invece può coabitare con noi stessi. Questo categorizzare non aiuta ciascun uomo a guardare dentro di sé, ad analizzare e a risolvere quello che Michael Kaufman chiama “paradosso del potere maschile”, un potere che gode di privilegi ma che è anche «fonte di enorme paura, isolamento e dolore per gli uomini stessi», che esercita il controllo ma che è costretto a una vigilanza continua.
A mio avviso si tratta di un processo che dovrebbe coinvolgere anche l’universo femminile, perché si tratta di modelli che vengono tramandati non soltanto da modelli paterni, ma anche da modelli materni che non riescono a sciogliere dei nodi culturali pesanti all’interno della famiglia. Secondo me, non sono comportamenti che nascono dal nulla o per una natura impazzita. Anche inculcare il mito del successo a tutti i costi può provocare danni permanenti nel rapporto dei propri figli con gli altri. Rincorrere la perfezione, sia in chiave maschile che femminile, può essere devastante. Una mancanza, un fallimento possono scatenare un fattore arcaico sopito di violenza, che non essendo mai stato messo a fuoco e analizzato, spunta al primo colpo, al primo cedimento dell’impianto perfetto. Molti ricercano dei surrogati, ma a mio avviso sono solo dei palliativi, perché ormai il processo è innescato.

 

(…) L’affermazione di sé attraverso modelli di appartenenza identitari come il gruppo, la nazione, il lavoro, la guerra, usati per superare la percezione di precarietà della propria virilità. La passione per il potere come strumento che definisce pubblicamente la propria identità, che dà virilità, che nasconde la paura dell’impotenza (…)

Abbiamo costruito un modello sociale che porta in sé gli elementi distorsivi del passato patriarcale e quelli contemporanei del “tutto il meglio subito”, del successo e della perfezione. Siamo macchine di produzione perfette e infallibili, inquadrati in schemi e mentalità atte alla produzione, abituati a rapporti umani che assomigliano sempre più a un prodotto in serie e a una suppellettile nuova da aggiungere al nostro guardaroba di vita. Tutto questo cumulo di tensioni e di aspettative porta inevitabilmente ad avere delle bombe innescate pronte ad esplodere, come un vaso pieno d’acqua, pronto a traboccare. Ci sono persone incapaci di gestire queste bombe interiori, andrebbero aiutati a guardarsi dentro e a non rifiutare a priori l’esistenza di queste problematiche.
Siamo di fronte a un problema culturale, che esigerà un processo lungo di cambiamento e di cura, che deve coinvolgere l’intero tessuto della società. Finchè l’informazione avrà questi connotati e questi pregiudizi, sarà difficile scardinare certi retaggi e paraocchi che ci annegano in questo vortice di violenza senza fine. Vi consiglio questo articolo de Il ricciocorno schiattoso.

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Oltre il carcere

Gramsci

Ci sono persone che non ci sono più (scusate il giro di parole sgrammaticato) eppure la loro presenza e il loro messaggio continuano a essere sempre più forti e importanti, col passare del tempo. Persone le cui idee e la cui capacità di ragionamento non hanno subito un arresto, mai, nemmeno quando la libertà è stata loro tolta, proprio per quelle idee. Anzi, la prigionia ha sprigionato le loro capacità analitiche e di progetto per il futuro, non pensando a sé, ma per tutti gli altri.

Su questo dobbiamo soffermarci, se molti di noi non sanno che farsene della libertà, se per molti non ha importanza difendere i diritti e le garanzie. Affinché non ci si abitui ad essere tenui e deboli spettatori degli accadimenti quotidiani.

Gramsci era un’anima autonoma, a volte in dissenso con la minestra che proponeva il suo partito. Ecco, dovremmo lasciar germogliare questo spirito, così daremo senso al nostro impegno.

Nino ci ha lasciati 77 anni fa. Vi lascio questo post, a cura dell’Associazione Casanatale Antonio Gramsci Ales.

 

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Una mattina mi son svegliata

Anarkikka 25 aprile

Anarkikka 25 aprile

La Resistenza italiana ha avuto soprattutto un forte significato catartico, di riscatto e di resurrezione della nazione.
La Resistenza è un monito, un insegnamento, un qualcosa che ci permette di sentirci uniti, socialisti e cattolici, una delle rare volte che hanno saputo unire le proprie forze e i propri ideali per un fine più elevato. Un simbolo per tutte le generazioni, una bussola in caso di smarrimento. Insomma, essenziale per capire da dove veniamo, cosa era ed è veramente importante ieri, oggi e domani.
Per noi donne deve rappresentare un momento per ricordare e celebrare tutte le donne che nel loro piccolo e grande impegno quotidiano hanno dimostrato di poter cambiare stereotipi e consuetudini arcaiche, che le tenevano imprigionate in ruoli codificati in secoli di società patriarcali. Il 25 aprile dev’essere un inno alle capacità che tutte noi donne abbiamo, di essere coscienti di noi stesse, del nostro saper essere e saper fare, di essere soggetti autonomi in grado di autodeterminarsi. Le donne della Resistenza, insieme a tutte coloro che hanno lottato nel corso di tutto il secolo scorso devono farci da guida, affinché quei diritti, che ci sono stati riconosciuti, non vengano accantonati e rimossi con un colpo di scopa restauratrice. Ogni donna deve poter scegliere il suo destino. Oggi e sempre!

 

Cito il brano linea gotica dei CSI: “occorre essere attenti per essere padroni di se stessi”. Ecco un insegnamento fondamentale per il futuro di tutt*.

Restiamo vigili, sveglie e resistenti sempre!
Questo articolo, apparso su Abbattoimuri e originariamente su Me-DeA, è una pietra preziosa e un contributo perfetto per questa giornata. Ve lo propongo e sono certa che vi trascinerà in un vortice di considerazioni e riflessioni importanti. Buona lettura.

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Opinione personale #Boschi

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Ci sono cose che dovrebbero restare private, esistono desideri e aspirazioni che sono talmente delicati e deperibili alle intemperie del mondo esterno, per cui è preferibile lasciarle accucciate dentro di noi e nella sfera intima delle persone a cui scegliamo di aprirci. La distanza tra pubblico e privato spesso si assottiglia talmente, da rendere impercettibile la linea di demarcazione. Questo può legittimamente avvenire per scelta personale o perché qualcun altro interferisce e oltrepassa quel confine.

A proposito della tanto citata Maria Elena Boschi, ho letto questo post, che trovo molto condivisible, perché l’analisi sull’intervista della Boschi su Vanity Fair, avviene in modo onesto e nella misura che giudico corretta. La nostra ministra ha parlato di sé come una qualsiasi altra donna, senza un ruolo pubblico tanto rilevante, farebbe. Ma ha valicato quel confine di cui parlavo prima, rivestendo la sua sfera personale di una patina artificiosa. Le critiche che le sono state più volte lanciate sono state tipiche del nostro mondo maschilista. Ma oggi arriva qualcosa che mi sommuove. Questa intervista è posticcia, io l’avrei evitata, perché ricade nei cliché da cui dovremmo cercare di svincolarci, c’è la rappresentazione di un qualcosa che magari non si condivide affatto, un’astratta idea di focolare domestico da appiccicare alla propria vita, per dare sostegno ai messaggi che il proprio partito vuole veicolare in questa ennesima campagna elettorale. Un figlio, o addirittura tre, un compagno, una famiglia non sono degli ammennicoli da accatastare sulla propria figura per abbellimento o legittimazione sociale. Non sono nemmeno dei passatempo. E se si confonde politico-personale-campagna elettorale, il pastone indigesto è servito. Ci ritroviamo tutti gli argomenti nello stesso pentolone: bellezza, intelligenza, maternità, famiglia etero, solitudine, triade di figli, un compagno da ricercare o da fabbricare, la figura di rappresentanza politica, il partito, la politica, la società maschilista e chi più ne ha, più ne metta. La Boschi per fugare tutte le chiacchiere da bar o da parrucchiera che girano, non avrebbe dovuto rilasciare una intervista siffatta, o magari non avrebbe dovuto ascoltare i suoi guru d’immagine. Avrebbe dovuto scegliere la via dei contenuti, si sarebbe dovuta dedicare alla costruzione di un personaggio diverso da come l’hanno sinora dipinta, magari prendendo delle posizioni autonome e coraggiose su temi vicini all’universo femminile e perché no materno, alle porzioni della nostra società meno considerate e tutelate. Avrebbe potuto parlare di temi concreti, di diritti civili, di diritti di conciliazione e condivisione. Si parla tanto di quote rosa, ci aspettiamo la forza e la sensibilità necessari per sostenere e affrontare certi temi. Bisogna fare da apripista e non appiattirsi sulle solite croste a olio. Facendo così avrebbe trasmesso un messaggio più verace del suo sentire, si sarebbe smarcata da certi modelli ed etichette e avrebbe dimostrato di essere fieramente libera in un contesto di servi, amici e nominati. Sono certa che la Boschi saprà sorprendermi in futuro, quanto meno me lo auguro.

Mi aspetto troppo? È da tempo che non abbiamo delle belle donne di carattere. Vorrei un ecosistema partitico di sinistra capace di esporre chiaramente le proprie posizioni, senza balbettare sui contenuti reali dei propri obiettivi. Non possiamo fare campagna elettorale con i quadretti di Peynet, dobbiamo scendere nel profondo, parlare distintamente, mai sottovoce. Altrimenti saremo la solita polvere fastidiosa e temporanea. La Boschi per lasciare il segno deve osare e usare la sua testolina.

La politica è coraggio delle idee, non fanno storia i ripetitori a pappagallo.

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Abituarsi a non pensare con la propria testa

 

Claude Monet - San Giorgio Maggiore Venezia

Claude Monet – San Giorgio Maggiore Venezia

 

Leggendo questo articolo, mi è sopraggiunta un’idea. Tutto questo affannarsi a dare la colpa della cattiva informazione, a un certo modo di fare giornalismo, non porta a capire le motivazioni che sono alla base di tutto questo fenomeno di appiattimento globale.
Queste modalità e questo ingrigirsi della penna, deriva essenzialmente da due fattori: le risorse scarse dell’editoria contemporanea, con annesso oligopolio, e la graduale e inesorabile pigrizia di buona parte dei cittadini italiani: a mala pena riescono a masticare le notizie trite e condensate di un’Ansa e riportate su uno di quei quotidiani gratuiti che si leggono in metro la mattina. Da qui, la sbagliata rinuncia a priori a spiegare bene le cose.
In questo deserto dei Tartari è facile proporre la vulgata quotidiana, omologata e predigerita. L’importante è non scomodare troppo gli stomaci già ulcerosi del cittadino medio e il buon umore dei nuovi politici tutti decorosamente allineati. Chi non lo è, fa parte dei rapaci notturni, meglio definiti gufi.
Ecco che le europee sono l’ennesima prova di costruzione di una dimensione fantastica da domenica sportiva, due fazioni e nulla più. I contenuti sono latitanti, nascosti e fruibili solo da quella esigua parte che non si rassegna a consegnare il proprio cervello al capo di turno. Ogni riferimento è puramente casuale. Quindi tutti in silenzio, raccolti in una reverenziale quiete, assistiamo al susseguirsi di notizie, a cui seguono smentite e correzioni, critiche e complimenti in un turbinio confuso. Tanto che alla fine, ci si arrende all’evidenza di non aver capito a che punto siamo. Non abbiamo nemmeno lasciato spazio all’alternativa, presi come siamo nella lotta tra europeisti ed euroscettici. Non abbiamo nemmeno preso in considerazione la via di mezzo, la rimodulazione. Questo perchè ci hanno spiegato che non si può stare a metà, perché altrimenti si è doppiogiochisti e non si prende le parti di nessuno, come invece ci chiedono di fare. Io di solito prendo le mie parti, non amo abbracciare in toto ed esclusivamente una parte, così, tanto per simpatia e per fede dogmatica. Sono abituata a seguire la mia testa e a vagliare di volta in volta. Se poi è una cattiva abitudine ditemelo, magari ho bisogno di una purga cerebrale. Visti i tempi, non mi sorprende più niente.

Non si può parlare di TTIP, non si possono affrontare i temi sulla povertà (poi ci roviniamo la giornata), non si accenna al fatto che potremmo trovarci le larghe intese anche in UE, tra PPE e PSE, non si possono chiedere le coperture finanziarie, non si può parlare di detrazioni del coniuge a carico. Il lavoro diventa un oggetto confuso, relegato in un futuristico Act. Non si parla di diritti civili e di salute riproduttiva e delle posizioni su tali materie da parte dei candidati alle europee. Si sussurra lo slittamento del pareggio di bilancio, ma senza troppa enfasi.
Insomma, è tutto un sussurro, hanno messo la sordina e noi ci deliziamo in questo clima onirico crepuscolare. Quella dell’ultima spiaggia è una delle sirene che ci dovrebbero incoraggiare ad abbandonarci fiduciosi all’uomo magnifico.
Dov’è finita l’agorà? Si parla di postdemocrazia, che si potrebbe riassumere con l’assioma “divieto di discorso sui fini”. La critica non è un impedimento al discorso democratico, ma dovrebbe essere la linfa che ne dimostra la vitalità.

Vi consiglio questa lettura, che aiuta a smuovere un po’ i nostri stanchi neuroni.
Ancora una volta è una questione che gira attorno alla “scelta”.

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La donna che si sente amata non abortisce

 

Magritte

Magritte

 

Ci risiamo. Ora le donne, dopo essere state apostrofate come assassine, colpevoli di un abominio, si devono anche sentir dire una frase del genere.
Il 3 maggio si svolgerà a Roma un convegno “Dai una chance ad ogni vita” in preparazione alla Marcia nazionale per la vita del 4 maggio.
Nel corso del convegno si premierà Flora Gualdani, colei che ha pronunciato la frase con cui ho titolato il mio post.
È la fondatrice della Casa Betlemme, ad Arezzo. Se leggete l’articolo di Tempi, si parla della solita versione iniziatica e di illuminazione divina, per parlare della missione intrapresa da questa donna. In pratica:

“la “questione procreatica” sarebbe diventata “epocale e drammatica” e che l’uomo, per non autodistruggersi, dovrà tornare a “genuflettersi davanti al Creatore” e al “mistero dell’Incarnazione”.

Ok, tutto è ammesso, ma da qui a coprire l’intero mondo donna, ce ne passa. Le mille motivazioni che portano una donna a scegliere di interrompere la gravidanza non sono riassumibili, né banalizzabili in questo modo.
Riporto un altro brano:

“L’ambulatorio ostetrico è uno speciale confessionale laico, e dopo mezzo secolo so che la donna è indotta all’aborto non tanto da motivi economici ma soprattutto dalla paura di sentirsi sola. Quindi ciò che conta è che la donna si senta amata, non lasciata sola. La donna che si sente amata non abortisce. Lo dico per esperienza. Deve sentirsi preziosa a motivo di quel suo stato interessante, che deve essere “interessante” per la società intera, perché l’utero gravido è tabernacolo che dà futuro alla storia. Davanti ad una gestante dovremmo sempre genufletterci riconoscenti”.

 

Mi sconcerta questo sottolineare sempre la fragilità intrinseca della donna, come se fosse incapace di scegliere per sé e abbia sempre bisogno di un sostegno.

“Occorre capire come mai la donna occidentale dimentichi sempre più di essere “femmina, madre e sposa”.

In tutte queste affermazioni non c’è traccia di una minima possibilità di scelta libera per la donna, che in questo quadretto desolante, essendo incapace di intendere e di volere, si fa soggiogare dalla società e dallo stile di vita occidentale. Dovremmo essere tutte ugualmente omologate in un ruolo codificato nei secoli da società patriarcali che ci volevano schiave mute, adoranti, sottomesse e dipendenti economicamente e psicologicamente. Questi discorsi stranamente non vengono mai declinati al maschile. Siamo sempre noi a doverci sacrificare, omologare, immolare. Dobbiamo dimenticare la faccenda dei ruoli preconfezionati e precostituiti. Donne e uomini devono essere parimenti liberi di scegliere che forma dare alla propria vita. Siamo nel 2014, sarebbe anche ora.
La Gualdani riduce tutto a un “capriccio”, a un sentirsi sola e abbandonata. Peccato che un figlio se lo metti al mondo te ne devi occupare, la maternità è un progetto per la vita. La maternità deve essere una scelta libera e consapevole, altrimenti i danni sono enormi, in primis per il figlio. Una donna deve scegliere se e quando diventare madre. Per questo occorre battersi per una maggior autocoscienza e consapevolezza di sé, dei metodi contraccettivi sicuri, dei propri diritti, della propria capacità di scelta autonoma. Nessuno deve interferire o fare pressioni psicologiche sulla donna. Questa storia della colpa deve finire. Ognuno deve essere libero di scegliere, ripeto.
Vogliamo guardare in faccia la realtà o ci limitiamo a raccontare solo la favola con tanto di happy ending? Ci siamo guardati attorno? Non aggiungo altro: a voi il compito di completare.

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Democrazia.

Vi segnalo questa riflessione molto acuta, preziosa, che coglie l’essenza di un principio che negli anni è stato travisato, manipolato, sfruttato ad ogni modo da un sistema di partiti oligarchico e autoreferenziale.
Si tratta di un tema che mi è molto caro e che avevo già in passato trattato.
Un post da leggere tutto d’un fiato. Buona lettura!

Un disinvolto mondo di criminali

democrazia

– Una pessima democrazia sempre preferibile ad una buona dittatura. (Errico Malatesta).

Democrazia significa teoricamente governo di popolo; governo di tutti a vantaggio di tutti.Il popolo deve, in democrazia,  nominare gli esecutori delle sue volontà, sorvegliarli, revocarli. Naturalmente questo suppone che tutti gli individui che compongono il popolo abbiano la possibilità di formarsi un’opinione e di farla valere su tutte le questioni. Suppone dunque che ognuno sia politicamente ed economicamente indipendente e che nessuno sia obbligato per vivere a sottoporsi alla volontà altrui. La maggioranza deve rispettare i diritti delle minoranze;  ma è la maggioranza che determina quali sono questi diritti, le minoranze in conclusione non hanno che il diritto di fare quello che la maggioranza vuole e permette.

Ma la maggioranza cos’è? La maggioranza è di sua natura arretrata, conservatrice, pigra nel pensare e nel fare, e nello stesso tempo è impulsiva, eccessiva, docile a tutte le suggestioni,  facile…

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La violenza della cecità

Caravaggio: Marta e Maria Maddalena

Caravaggio: Marta e Maria Maddalena

Ho dovuto sbollire lo sconcerto, ci ho messo qualche giorno. Ci sono delle dichiarazioni che trasmettono solo violenza. Le parole del cardinal Sgreccia grondano di questa violenza e calpestano irrimediabilmente la donna. C’è sempre un bene supremo quando si parla di donne. Tutti gli altri peccati possono essere lavati con un buon smacchiatore e un colpo di confessione. La donna non è degna di tutela, protezione, comprensione e accoglienza. Eppure, non mi sembra esattamente la posizione di Cristo.
Oggi, venerdì santo di passione, vorrei ricordare tutte le donne vittime di violenza e di stupro. Ognuna con la sua storia, attraverso guerre, genocidi e difficoltà familiari e personali. Ognuna con la sua sofferenza che dura per la vita. Perché nessuno si deve permettere di violentare nuovamente la loro anima, la loro persona, le loro scelte, che devono poter essere e restare libere.

Vi consiglio questo post sul blog Comunicazione di genere.

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La chiamano deviazione: #dimissioniinbianco

Ci vorrebbe una bella capriola con doppio rovescio: riuscire a spiegare perché il DDL sulle dimissioni in bianco sia stato fatto confluire nel calderone unico del Jobs Act, anziché approvarlo anche al Senato.

Sacconi in commissione?

No, hanno precisato che si tratta semplicemente di una scelta dettata da un lungimirante e puro spirito di organicità degli interventi normativi in materia di lavoro.

Ok, andiamo avanti così, tanto per coerenza e chiarezza assoluta.

Questa come la spieghiamo in giro?

Mi date un ombrello per ripararmi dal lancio di uova?

Approvarla subito no?

Speriamo che non si perda nei meandri degli emendamenti al Jobs Act.

Speriamo e tanti auguri.
Una donna democratica, basita e infuriata.

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I diversi volti del femminismo

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Ritorno sul tema, su cosa vuol dire oggi essere una femminista. Mi interrogo perché oggi mi sento più coinvolta di un tempo e mi chiedo quali possano essere le cause e gli errori da evitare per non tornare ad addormentarci.
La mia è una generazione strana, non propriamente fortunata come i baby boomers, ma pur sempre cullata dalle premure dei nostri genitori, che tuttora, per molti, sono il paracadute sociale ed economico in questi anni di precariato. Questa sorta di rete protettiva, per chi ce l’ha, ci ha portati ad occuparci poco dei temi etici, delle battaglie tipiche degli anni ’60, ’70. Gli anni ’80 della nostra infanzia sono stati leggeri e sofferenti, ma non hanno lasciato traccia in noi di quel nero punk. Cristina D’Avena era il nostro mito e la caduta del muro venne vissuto come un segnale di un meraviglioso avvenire di pace. Lo stesso grunge ci ha portati a una adolescenza alquanto solitaria, poco comunitaria, raggomitolati su noi stessi e sul nostro spleen, che non capivamo bene da dove scaturisse. Non sono mancati gli inciampi, ma evidentemente non sono stati tali da spingerci a una mobilitazione. Ognuno ha seguito la strada del “si salvi chi può”.

Oggi, da madre, sono tornata ad interrogarmi su certi temi e su quello che desidero sia il mondo che mia figlia troverà ad accoglierla quando sarà adolescente. Magari sarà più forte di me, ma vorrei che non si tornasse indietro e che si accompagnassero le future donne in un percorso di crescita e di autoconsapevolezza a 360°. Ma come agire e come orientarsi per non fallire nuovamente?
Vi consiglio questo post, sui femminismi che oscillano tra coloro che ci credono e coloro che giocano a fare le donne alternative e le paladine dei diritti. Analisi chiara, sincera e che offre un’occasione per riflettere sul futuro delle reti e dei movimenti femministi. Come quando andavo al liceo, il mondo era costellato da ragazze che giocavano a fare le donne emancipate e invece erano forse più confuse e fragili di me. Oggi molti diritti e tutele sono sotto attacco e di personaggi tiepidi e opportunisti non ce n’è bisogno, dobbiamo arrivare al nocciolo, espandere le informazioni su sessualità e autodeterminazione. Partendo dalle persone. Tutte le altre scorie e gli obiettivi strettamente di carriera personale (le femministe di convenienza) devono essere lasciati indietro. Dobbiamo divulgare, parlare, raggiungere quante più persone possiamo, fare rete ma senza formalismi e soluzioni elitarie. Dobbiamo essere convinte e imbastire una mobilitazione costante, pura, schietta, spontanea, leggera ma profonda, che scandagli i punti essenziali.

Vi consiglio il libro di Barbara Bonomi RomagnoliIrriverenti e libere – femminismi nel nuovo millennio“, controcorrente.

Ringrazio Anarkikka per l’immagine del post.

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Dopo il #12a Milano #no194

Leggendo questo resoconto del 12 aprile a Milano, mi resta solo da constatare che i #no194 sono un guazzabuglio ideologico confuso e pieno di odio verso i deboli, che siano donne o immigrati. La vita sembra altrove, scorgo solo violenza nelle loro parole, violenza a priori e gratuita.

Senza parole.

Andiamo avanti @womenareurope!

Un bellissimo video del presidio festante alle Colonne di San Lorenzo a Milano, il 12 aprile #moltopiùdi194.

Rimando al sito Womenareurope per tutte le iniziative organizzate il 12 aprile in giro per l’Italia.

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#1oradamore

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Ho firmato la petizione #1oradamore lanciata dalla deputata Celeste Costantino, perché penso che sia essenziale trasmettere precocemente un messaggio corretto e sano del rapporto tra i sessi, per un’affettività sin da subito non segnata da stereotipi di genere e da falsi ideali.

Il rispetto reciproco deve maturare con i ragazzini, altrimenti intervenire da adulti si potrebbe rivelare insufficiente e inefficace.

Ecco il motivo per cui mi auguro che si arrivi presto ad approvare la proposta di legge, di cui Celeste Costantino è stata la prima firmataria.

La lotta alla violenza deve iniziare sin dalle prime fasi della vita. Parlarne a scuola è essenziale, affinché non sia più il semplice passaparola a costruire le fondamenta degli uomini e delle donne di domani.

Lo stesso discorso vale per i consultori pubblici, da preservare e da incentivare, per il loro ruolo di educatori nella società.

La petizione.

Il video della campagna.

Il post di Marta Bonafoni.

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Non li conto più

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Non conto più i casi in cui si sta cercando deliberatamente di attaccare la salute delle donne e la libertà di autodeterminazione. Con un’audizione pubblica, il 10 aprile sono state presentate a Bruxelles le firme raccolte nei 28 paesi membri per la campagna Uno di noi, che fa riferimento al Movimento per la Vita.
Si chiede all’UE di non sostenere più, né a livello politico né a livello economico, le attività che potrebbero compromettere gli embrioni umani, la ricerca sulle cellule staminali embrionali e i servizi di aborto sicuro erogati dalle ONG nei Paesi in via di sviluppo. Obiettivo primario è il riconoscimento giuridico dell’embrione umano, che equivarrebbe a sancire il diritto “alla vita e dell’integrità” sin dal concepimento.
Il parlamento europeo dovrebbe esprimersi entro il 28 maggio. L’Italia ha garantito la maggior parte delle firme della petizione.
Per i dettagli vi suggerisco questo articolo di Cecilia M. Calamani.
Ma veniamo al cuore di tutto: 120 milioni di dollari ogni anno, questa la cifra annuale che l’UE elargisce alle ONG per la protezione della salute riproduttiva delle donne. Ho come la sensazione che in ballo ci siano altri obiettivi, altre questioni, che vanno ben oltre l’etica e il suolo comunitario. Si tratta, ipotizzo, di chiudere i cordoni della borsa per tutti i programmi rivolti all’aiuto e alla tutela degli ultimi, delle comunità più povere, in cui la maternità spesso coincide con la morte? La Laiga sostiene che in questi Paesi muoiono quasi 800 donne al giorno per problemi legati alla gravidanza o al parto. Vorrei capire se questo coincide con la tutela della vita. Insomma, alla fine si tratta quasi sempre di creare una voragine tra ricchi e poveri, non importa dove essi siano. Con buona pace della fratellanza e della solidarietà tra i popoli.

Ne parla anche Womenareurope qui.

 

AGGIORNAMENTO DEL 29.05.2014

Good news: Bruxelles respinge petizione per la tutela degli embrioni. Ue non darà seguito a richiesta dell’iniziativa ‘Uno di noi’.

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Il punto sulla situazione italiana alla vigilia delle europee (parte I)

Ribloggo sul mio blog questo post che fa un primo recap in merito alla salute sessuale e riproduttiva delle donne italiane ed europee in vista delle prossime europee del 25 maggio. Un modo per conoscere i vari fronti su cui ci stiamo muovendo.

La salute sessuale e riproduttiva è un diritto

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Vale la pena a questo punto della campagna elettorale europea, ancora non nel vivo, condividere le informazioni e le posizioni relative alla salute sessuale e riproduttiva delle donne italiane ed europee. Il clamore suscitato dalla bocciatura del rapporto Estrela e dalla proposta di legge Gallardòn in Spagna ha avuto il solo pregio di responsabilizzare diversi contesti politici rispetto al momento che si sta vivendo, che non è solo di crisi economica ma di attacco oscurantista e patriarcale ai diritti delle persone considerate più deboli: donne e persone LGBT. Del secondo tema e delle emergenze relative all’attività dell’UNAR, nonchè alla mancata nomina di un* ministr* (o simil grado) per le pari opportunità, se ne scriverà in altro post. In questo ci limiteremo alla sola parte relativa all’autodeterminazione delle donne ed al rispetto del loro diritto ad un’interruzione di gravidanza libera e sicura.

La necessità di mettere a disposizione di elettori ed…

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Questione di censo

140 year old mom, with 5 day old son

A ridosso dello svuotamento della legge 40, riflettevo su una questione, che coinvolge anche l’IVG. I paletti che vengono posti, gli impedimenti, gli ostacoli valgono solo per coloro che non si possono permettere di pagare o di andare all’estero. Si tratta di divieti o muri che valgono solo per chi non ha disponibilità economiche. Chi è benestante può aggirare il problema e non venire sottoposto a una pressione psicologica terribile.
Lo stesso meccanismo avverrebbe nel caso si reintroducesse il divieto di abortire, con reato annesso.
Innanzitutto, si porrebbero i problemi di applicazione di un simile disegno, come imporre una maternità coatta? Questo tema è in parte spiegato in questo articolo di Chiara Lalli, apparso su WIRED.

Ma io aggiungo una ulteriore questione. Una legge che vieti l’aborto non escluderà l’aborto clandestino, anche a scapito della salute delle donne, così come non potrà imprigionare le gestanti, per effettuare un controllo costante durante tutti i 9 mesi. Cosa si potrà fare? Fare visite settimanali a tutte le donne in età fertile, per controllare il loro “stato”?
Questa legge creerebbe solo una discriminazione economica, perché chi potrà, andrà all’estero ad abortire in totale libertà e sicurezza.
Sono state rispolverate anche le etichette, le frasi compassionevoli e tutto l’intero armamentario della colpa. Naturalmente questo non tocca le “nate bene”.
Quello che è accaduto nel nostro paese è appunto una discriminazione di classe, di categorie sociali. Trovo questa una vera persecuzione ai danni delle porzioni di società più svantaggiate. Si è voluta creare una separazione, due differenti trattamenti.
Forse la questione confessionale svolge solo un ruolo marginale e strumentale, per giustificare le azioni di uno Stato in cui non tutti i suoi cittadini sono uguali e con gli stessi diritti. Un bel ritorno all’ancien régime.
Purtroppo questo avviene anche in altri ambiti, come per quanto concerne la conciliazione tra vita lavorativa e lavoro di cura in famiglia.

I soldi discriminano sempre e di questo uno stato dovrebbe occuparsi: rimuovere gli ostacoli per tutti e garantire un godimento pieno dei diritti.
Altrimenti non sono diritti, bensì privilegi sulla base del censo.

Non riesco a comprendere perché si ha paura di riconoscere a un’altra persona una libertà di scelta, soprattutto quando questa non limita la libertà personale di nessuno. Trovo inspiegabile invece, che si voglia imporre una visione e una scelta unica agli altri, in tutti i modi.

Troverei più utile che si investisse nell’educazione sessuale e contraccettiva, per una maternità consapevole. Il ruolo dei genitori non si conclude con il mettere al mondo i figli.. di questo dovremmo occuparci.

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Le donne e la Resistenza

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In vista del 25 aprile, riprendo questo bellissimo e prezioso articolo di Laura Coci, membro del direttivo provinciale ANPI Lodi.

IL RUOLO DELLE DONNE NELLA STORIA
GUERRA ALLA GUERRA: LE DONNE NELLA RESISTENZA ITALIANA

Le donne della Resistenza per la pace. Il tema rimanda alla scelta delle donne.

Io non credo nel determinismo biologico, non credo che le donne siano dalla parte della pace per natura, semplicemente in quanto donne, ma che lo siano in quanto donne democratiche.

Le donne sono dalla parte della pace (e della storia) per scelta, una scelta che riguarda donne e uomini, nell’Italia del 1943, una scelta determinante non solo per il presente, ma anche, soprattutto, per il futuro, per chi, incolpevole, subirà non le intenzioni, ma gli effetti delle azioni compiute.

“Allora c’è la storia – scrive Italo Calvino nel Sentiero dei nidi di ragno – C’è che noi, la storia, siamo dalla parte del riscatto, loro dall’altra. Da noi, niente va perduto, nessun gesto, nessuno sparo, pur uguale al loro, m’intendi? uguale al loro, va perduto, tutto servirà se non a liberare noi a liberare i nostri figli, a costruire un’umanità senza più rabbia, serena, in cui si possa non essere cattivi. L’altra è la parte dei gesti perduti, degli inutili furori, perduti e inutili anche se vincessero, perché non fanno storia, non servono a liberare ma a ripetere e perpetuare quel furore e quell’odio, finché dopo oltre venti o cento o mille anni si tornerebbe così, noi e loro, a combattere con lo stesso odio anonimo negli occhi e pur sempre, forse senza saperlo, noi per redimercene, loro per restarne schiavi”.

La scelta per la storia, per “un’umanità senza più rabbia, serena, in cui si possa non essere cattivi”, è la scelta per la pace.

La guerra delle donne inizia l’8 settembre del ‘43: non è guerra di aggressione (o umanitaria, o preventiva) ma di resistenza, resistenza civile e resistenza partigiana, senza armi e con le armi. Parlerò di entrambe.

Non che prima le donne non conoscessero la guerra: dal ‘40, da oltre tre anni, conoscono fame e stenti, dolore e lutti. Per le donne ebree, poi, la guerra è iniziata ancora prima, nel ‘38, con le leggi razziali.

“Speravo che malgrado tutto le cose sarebbero andate bene, che la guerra sarebbe finita presto […] che, dissipato l’incubo, la vita avrebbe ripreso un ritmo di pace” scrive Giuliana Gadola Beltrami: è l’illusione seguita al 25 luglio, alla caduta del fascismo, è soprattutto la speranza e l’attesa della fine della guerra, e della pace, che si coniuga a “una volontà di lavorare, di far qualcosa, qualunque cosa, meglio che mai”.

L’8 settembre, rifiutando la legalità fascista in nome di ben altra idea di legittimità (perché è immorale far pagare alle popolazioni prezzi così alti in termini di rischi e sofferenze) le donne danno vita a una grandissima operazione di salvataggio, il salvataggio dei soldati italiani sbandati. Quanto vale la vita di un ufficiale, di un soldato, in divisa grigia? Ecco, allora, che le donne svestono e rivestono i giovani uomini di ritorno dai fronti, occultano divise militari e reperiscono, confezionano, fanno indossare abiti civili ai “ragazzi”, figli reali e simbolici, figli che non si fanno per darli al fascismo, per mandarli a morire in guerra

“Ricordo che la mamma diede abiti civili a un soldato inglese: lo aiutò perché pensava che come faceva lei, così altre avrebbero forse aiutato i suoi figli” racconta Giovanna Patrini.

Le donne portano a compimento una gigantesca opera di travestimento, maternale, che esalta il loro ruolo di madri, che curano e consolano (così è, per esempio, per “Mamma Agnese”, la protagonista dell’Agnese va a morire di Renata Viganò). Ed è una maternità collettiva, portatrice di pace, di cui gli uomini sono ben consapevoli: “Le donne pareva che volessero coprirci con le sottane: qualcuna più o meno ci provò” scrive Luigi Meneghello nei Piccoli maestri.

Da subito la Resistenza delle donne si articola nelle due modalità, senza armi e con le armi. Scrive Anna Bravo che “è resistenza civile quando si tenta di impedire la distruzione di cose e beni ritenuti essenziali per il dopo, o ci si sforza di contenere la violenza intercedendo presso i tedeschi, ammonendo i resistenti perché Non bisogna ridursi come loro, quando si dà assistenza in varie forme a partigiani, militanti in clandestinità, popolazioni, o si agisce per isolare moralmente il nemico; quando si sciopera per la pace o si rallenta la produzione per ostacolare lo sfruttamento delle risorse nazionali da parte dell’occupante; quando ci si fa carico del destino di estranei e sconosciuti, sfamando, proteggendo, nascondendo qualcuna delle innumerevoli vite messe a rischio dalla guerra”.

Privilegiando questa lettura (Resistenza civile e Resistenza armata), le donne contribuiscono alla Liberazione in numero elevato. Certo – come sappiamo – le donne scompaiono quando nella lingua italiana si declina al maschile: e già negli scioperi del marzo ‘43, dietro al termine “operai” arrestati e condannati si scopre che ci sono, anche in maggioranza, donne.

Ne sono consapevoli i Gruppi di difesa della donna, che non mancano di rivendicare la titolarità delle azioni e la presenza pubblica delle donne, che non sono soltanto mogli, madri, sorelle di partigiani: sono le prime a scendere in piazza, sono quelle che urlano più forte: per l’aumento del salario, per il ritorno dei figli dal fronte, per dire basta guerra. Le parole d’ordine dei grandi scioperi di cui abbiamo ricordato da pochi giorni il cinquantennale sono pace, pane, libertà. Pace, prima di tutto, come condizione necessaria a instaurare benessere e democrazia.

Se gli uomini danno vita a due eserciti, uno in parte volontario, l’altro frutto della più grande diserzione di massa, altrettanto fanno le donne. Le donne non hanno il problema di sfuggire all’arruolamento forzato di Salò: tanto le partigiane quanto le ausiliarie compiono una scelta incondizionata, “gratuita”: le une per “un’umanità senza più rabbia, serena, in cui si possa non essere cattivi”, le altre per “ripetere e perpetuare quel furore e quell’odio”. Le donne della Resistenza per la pace, le donne di Salò per le città in macerie, le macellerie coloniali, i campi di sterminio.

Vi è grande consapevolezza nella scelta, anche se talvolta essa appare dissimulata nella casualità, nella noncuranza. L’8 settembre, a Roma, alla madre che le chiede “Ma che ci va a fare una donna?”, Carla Capponi risponde che “Donne e uomini sono tutti utili”.

Per le donne la scelta delle armi è sempre dolorosa (alcune non la compiono), ma talvolta ineludibile. Il rapporto con le armi passa attraverso un sentimento di rivolta: è quel quando è troppo è troppo che leggiamo in più di una memoria, è l’ingiustizia divenuta intollerabile, è l’urgenza di porre fine al fascismo e alla guerra.

Utilizzando le armi, le donne invadono il ruolo maschile (perché le armi sono pensate dagli uomini per gli uomini), ma non ne fanno un oggetto di presunzione, bensì di estrema necessità, in una contingenza storica eccezionale. “Non mi è mai piaciuto vedere gli altri cadere, anche se erano il nemico”, scrive Laura Perseghettini, e “Non è per odio per nessuno che si deve fare”, dice Filippo Beltrami a Giuliana, che nell’immaginario popolare diviene leggendaria quanto il marito: “con una raffica di mitra la Signora ha ucciso sei tedeschi” sente dire di sé, in treno, dopo la morte di lui.

La contingenza storica è eccezionale: non è in gioco la sensatezza e la necessità dell’uso delle armi e neppure stupisce il contributo di donne in armi.

Con alcuni distinguo: l’assenza di odio, per esempio, che è un tratto importantissimo, così come la partecipazione al dolore delle vittime incolpevoli.

Nell’agosto del ‘43 Carla Capponi incontra un giovane soldato nazista a Ostia: lui le mostra le foto di famiglia e tra queste la propria foto in posa con un partigiano russo impiccato: lei ricorderà sempre la sensazione di orrore che fa “soffrire indicibilmente”, alla quale si aggiungono altri ricordi intollerabili, come quello del rastrellamento degli ebrei del ghetto romano, nell’ottobre

“Fu alla stazione Tiburtina che il diciassette alle cinque del pomeriggio, partirono diciotto vagoni piombati dentro ai quali era anche una bimba, nata durante la notte… Pensare a quella madre giovanissima con la sua piccola creatura nuda, nel lungo viaggio verso le camere a gas, divenne per me un assillo che mi tormentò ogni qualvolta dovevo intraprendere un’azione contro gli aguzzini tedeschi e i loro alleati fascisti”; o la memoria di Teresa Gullace, la donna romana uccisa davanti alla caserma di viale Giulio Cesare, dove si trovava il marito in attesa della deportazione, che ha ispirato il memorabile personaggio di Nina in Roma città aperta; o ancora il ricordo delle dieci donne dei quartieri Ostiense, Portuense e Garbatella abbattute “come si ammazzano le bestie al mattatoio” perché avevano preso pane e farina da un forno, per sfamare i figli.

Ebbene, a che pensa Carla Capponi (che è, evidentemente, una partigiana in armi esemplare) prima dell’attentato di via Rasella? “Avevo bisogno di ritrovare tutte le ragioni che mi portavano a compiere quell’attacco… Malgrado questi pensieri il mio animo era distante, e nel pensare a quei soldati non riuscivo a provare odio… Mi tornava alla mente la disperata difesa della donna ebrea a cui avevano saccheggiato il negozio e che avrebbero ucciso; mi sentivo parte di quella tragedia come se avessi vissuto in prima persona lo sterminio. Per tutti coloro che avevano sofferto ed erano morti ingiustamente, che erano ingiustamente perseguitati, per loro dovevo battermi”. Usare le armi, sì, ma per porre fine alla guerra, per avere finalmente la pace.

Altro distinguo forte e significativo è la pietas: Ada Gobetti cerca il turbamento sul viso del figlio davanti alla morte del nemico (guai, se non ci fosse) e Vitalina Lassandro, a proposito delle uccisioni, afferma che “non avere disgusto di queste cose significherebbe non avere sensibilità neanche per il bene”.

La Resistenza delle donne si declina, dunque, sia senza armi sia con le armi: due modalità che non sono separabili, che sono concepite all’interno di una scelta comune, che rendono ragione – tra l’altro – della vittoria della Resistenza. Due modalità che hanno per unico fine la libertà e la pace.

Dopo la guerra le donne hanno mantenuto la memoria, molti uomini, invece, sono ammutoliti (“Mio nonno taceva e piangeva, mia nonna parlava e raccontava”, quasi fossero Francesca e Paolo, scrive la giovane Emilia Rancati): l’indicibile, spesso, è stato detto dalle donne.

Non è casuale che siano le donne dell’ANPI a chiedere pace in questo 8 marzo: chi ha conosciuto la guerra teme troppo il suo ripetersi, non soltanto per sé, ma per gli altri uomini e donne.

L’8 marzo del ‘45, nell’Italia occupata, i Gruppi di difesa della donna rivendicavano il diritto non alla festa della donna, ma alla Giornata internazionale delle donne, che era celebrata in tutti i paesi liberi, e che invece nella parte d’Italia oppressa dall’occupante nazifascista era commemorata ancora illegalmente (l’interruzione durava, di fatto, dal primo dopoguerra, per la lunga frattura del fascismo): sapremo però ugualmente, come abbiamo dimostrato in molte altre occasioni, affermare la nostra volontà di farla finita con la guerra, dichiaravano le donne nel volantino distribuito clandestinamente quel giorno.

Che sia di buon augurio, e che a noi pure, figlie di quelle madri simboliche, vostre figlie, sia dato di farla finita con la guerra, di affermare le ragioni della pace.

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Terrore e senso di colpa

Ieri leggendo della tragica morte della prima donna in Italia per conseguenze pare collegate all’uso della pillola abortiva RU486, ho riflettuto sui toni adoperati dai giornali nel raccontare i fatti. Ho addirittura letto l’intervista a una dottoressa americana pro-life che sosteneva quanto fosse preferibile la via chirurgica. Insomma, leggi e rileggi, l’effetto finale è chiaramente di panico, paura. In pratica ti cresce un grosso punto interrogativo sulla testa e ti chiedi cosa stia accadendo. Ringrazio il post del blog Al di là del buco per aver fornito una analisi sincera e seria. I giornali si sono adoperati a ricostruire i fatti, con un unico intento, a mio avviso e anche per l’autrice del post, scatenare un clima di paura e di diffidenza. Ma se ci pensiamo bene, di controindicazioni ce ne sono migliaia, anche per i farmaci e i vaccini più comuni. Il rischio è presente in ogni operazione, anche la più semplice. Per cui, l’eco e la strumentalizzazione di certe notizie mi sembra non solo irrispettoso nei confronti della famiglia della vittima, ma anche fuorviante e pericoloso. Rientra pienamente in quell’azione oscurantista in atto, con il tentativo permanente di tornare indietro. Perché, ricordiamolo, di aborto, prima della 194, si moriva nelle mani delle mammane. Senza assistenza medica e senza diritto alla salvaguardia della salute, il rischio è elevato.

Oggi arriva qualche chiarimento in più, in questa intervista a Silvio Viale: qui.
Mi viene in mente un episodio della mia vita, sicuramente di tenore nettamente minore, ma significativo di ciò che sta accadendo. Questa spinta malata verso tutto ciò che è naturale, tradizionale ecc. è piena di conseguenze negative. La libertà di scelta non c’è più, sei ostaggio dell’apertura mentale di chi ti trovi davanti. Io ho avuto difficoltà ad allattare mia figlia al seno, perché lei era piccolina alla nascita e faceva fatica ad attaccarsi bene. Allora, dietro pressioni forti delle ostetriche, ho iniziato ad usare il tiralatte. Per quasi sei mesi sono andata avanti così, ogni 3 ore, con continue infezioni e dolori fisici molto forti. Ma ho continuato per mia figlia, e devo ammetterlo, sotto la pressione psicologica delle operatrici dell’ospedale, che se ne sono fregate dei miei dolori e mi hanno considerato una madre poco amorevole. Insomma, per farla breve, nessuno mi ha mai diagnosticato un’infezione. Casualmente, per una forte faringite sono stata costretta a prendere un antibiotico a largo spettro. Ecco, i dolori e le fitte al seno scompaiono. Vado avanti con l’allattamento, ma dovendo rientrare al lavoro decido di interrompere l’allattamento. Vado dal medico e il medico mi prospetta una via crucis, dolori, infezioni, consigliandomi di evitare di interrompere bruscamente con le pillole in commercio. In pratica, lo stesso discorso che mi avevano fatto sino ad allora. Decido di provare. Nessun problema, scopro che non era poi così tanto difficile, e comunque sempre meno doloroso di quello che ho passato prima. Con questo è andato via anche il senso di colpa che mi avevano sapientemente inculcato. Questo è il clima che viviamo, a vari livelli. Questo è il metodo applicato da sedicenti professionisti.

Io sono per la libertà di scelta, sempre e in ogni caso, perché ogni donna è diversa dall’altra e nessuna può permettersi di giudicare l’altra o di imporle qualcosa.
Sono vicina alla famiglia e soprattutto al figlio della donna.

 

Aggiornamento del 26 aprile 2014:

Leggendo il testo di questa petizione, promossa dall’UDI, mi accorgo che sull’argomento RU486 siamo messi proprio male, se per avere la pillola occorre pagare 100 euro di ticket. Non deve essere un lusso, occorre rimuovere questo ennesimo ostacolo alla libera scelta delle donne.

Aggiornamento dell’8 maggio 2014:

Questi sono i primi esiti delle indagini sulle cause del decesso della donna di Torino. La RU486 è stata esclusa dalle cause.

 

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