Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Uno spazio tutto per sé. Prevenire la violenza attraverso progetti di empowerment femminile


Come preannunciato in questo articolo dal titolo Cosa cambia in Italia in tema di stereotipi  di genere e violenza vorrei parlarvi di una interessante modalità per arrivare ad essere vicini e al fianco delle donne, nel loro quotidiano, nei quartieri e nei luoghi in cui vivono, conoscendo le esperienze e le loro storie, comprendendo che i percorsi di ciascuna non sono assimilabili, sono differenti e che per questo occorre parlare un linguaggio e mettere in campo un’azione in grado di coinvolgere tutte davvero.

Dare il tempo giusto alle donne e non considerarle una massa unica, ma multiforme e per questo occorre lavorare in modo mirato, in punta di piedi, senza voler forzare nulla e senza giudicare.

Lo Spazio Donna è un progetto sperimentale di WeWorld Onlus, che avevo avuto modo di conoscere in primis a fine 2016, durante una seduta della commissione pari opportunità del Comune di Milano. In seguito avevo invitato a Baggio, il quartiere di Milano in cui abito, una referente di WeWorld, perché ci illustrasse questa ottima esperienza di empowerment delle donne.

Empowerment inteso come «“capacitazione” (Amartya Sen 2000, ndr), “mettere in grado di”, “rafforzamento”, “potenziamento”, “responsabilizzazione” e “consapevolezza”».

‘aver coinvolto soggetti associativi già operanti sul territorio è a mio avviso una scelta importantissima e per niente scontata, che dimostra la volontà di operare da vicino nelle realtà che le donne vivono, accompagnandole in un percorso di emancipazione e di presa di coscienza del proprio valore.

I partner capofila che hanno progettato e gestito gli Spazi Donna in collaborazione con WeWorld rappresentano realtà associative presenti nei territori interessati, caratterizzate da una pluriennale esperienza nel campo della prevenzione e cura della violenza contro le donne, la lotta al degrado e la promozione dell’inclusione sociale.

• Spazio Donna di Roma, in partnership con Be Free soc.cop.sociale, nel quartiere di San Basilio,
• 2 Spazi Donna a Napoli, in partnership con la Cooperativa Sociale “Obiettivo Uomo” Onlus nei quartieri di Scampia e San Lorenzo,
• 2 Spazi Donna a Palermo, in partnership con l’Associazione Per Esempio nei quartieri di Borgo Vecchio e San Filippo Neri (Zen 2).

Attorno a questi soggetti si è costituita una rete di stakeholder ovvero di soggetti interessati e “utili” al raggiungimento degli obiettivi (i Servizi sociali dei Comuni/Municipi, le scuole, le forze dell’ordine nelle varie articolazioni a seconda dei territori, i Tribunali dei minori, le Prefetture, le ASL e i loro consultori/ambulatori, i Centri antiviolenza, le Parrocchie ed altri enti del Terzo settore e del No profit impegnati negli stessi quartieri), in gran parte già attiva sul territorio, che attraverso gli Spazi Donna si è potuta rafforzare nel suo ruolo di coordinamento e di indirizzamento delle donne ai servizi pertinenti.

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Il silenzio e l’indifferenza sulla salute sessuale e riproduttiva


Le parole non sono più sufficienti per dare un quadro del disastro in tema di salute sessuale e riproduttiva in Italia, una situazione che appare ancora più evidente dalla cronaca che ne ho fatto in questi anni e da ciò che desumo confrontandomi con le altre donne, soprattutto le più giovani, che spesso hanno un atteggiamento ” diritti a posto, so tutto”. Un problema che riguarda non solo la certezza del pieno rispetto dei diritti delle donne e delle loro scelte, ma che diventa enorme quando parliamo di prevenzione e di contraccezione, di genitorialità consapevole.

Mentre nell’era Obama si affermava la consuetudine della contraccezione gratuita, che nemmeno Trump è riuscito a cancellare, da noi i contraccettivi ormonali passavano tutti nella fascia C dei farmaci a pagamento. E dopo l’allarme lanciato a riguardo e rimasto sepolto tra le attiviste e gli addetti ai lavori e mai decollato veramente (c’è anche da chiedersi perché tanta indifferenza), il 6 dicembre 2017 il “Comitato per la contraccezione gratuita e consapevole” ha lanciato una petizione a riguardo, diretta all’Agenzia del Farmaco, Ministero della Salute, affinché sia garantito a tutte le cittadine e ai cittadini l’accesso gratuito alla contraccezione.

Vi invito a firmare, perché è necessario invertire la rotta e avviare seriamente un’educazione a una sessualità consapevole e una fruizione maggiore dei metodi contraccettivi e di protezione delle malattie sessualmente trasmissibili.

La situazione è più o meno questa e a tal proposito l’anno scorso secondo il barometro presentato dall’Ippf (International Planned Parenthood Federation) l’Italia si collocava al 12° posto (su 16) in Europa in tema di contraccezione.

Non sto a ripetere quanto la piena applicazione della legge 194 passi proprio da questo nodo. Non mi va di ricordare quanta arretratezza culturale arroccata su posizioni di stampo confessionale sta lentamente minando l’applicazione di quanto previsto 4 decenni fa. Grave è che qualcuno voglia introdurre l’obiezione in farmacia, quando non sono in vendita farmaci abortivi ma solo contraccettivi, grave è che si voglia includere il parere paterno nell’iter di interruzione di gravidanza, grave è che queste posizioni siano radicate anche in contesti che dovrebbero aver metabolizzato e dovrebbero difendere i principi di autodeterminazione delle donne.

“I problemi nell’applicazione sono l’insufficiente presenza dei consultori familiari, le scarse iniziative per la promozione della contraccezione e il persistere di una inadeguata politica a sostegno delle coppie e delle famiglie”, così scrive Livia Turco nel suo Per non tornare al buio, ed è proprio dall’obiezione di coscienza e del numero di obiettori (che per il Ministero della Salute non rappresentano un problema, ma che per tanti professionisti e associazioni hanno raggiunto cifre che rischiano di mettere a repentaglio il servizio) che occorre ripartire per riaprire il dibattito sull’aborto, su quanto siano crollati gli aborti dal varo della 194, di quanto si sia diffusa una cultura della responsabilità verso la procreazione, figlia proprio di quella fase storica che ha prodotto la legge e ha sancito un equilibrio, con al centro la salute psico-fisica della donna. Sono convinta che ci sia stata una maturazione del dibattito etico, ma qualcosa non sta funzionando con le più recenti generazioni, con un pericolo di smarrimento del senso e dei contenuti delle conquiste raggiunte. Non si è forse posta attenzione su come trasmettere il reale concetto di libertà di cui si parla, una libertà di esercitare la propria responsabilità nei confronti di se stessi e degli altri, vivere in un contesto relazionale e di rapporti paritari, in cui la scelta delle donne non sia stigmatizzata ma correttamente sostenuta e non ostacolata, avere piena conoscenza del proprio corpo, attribuirgli il giusto valore, incentivare pratiche che possano incentivare una sessualità consapevole, l’esercizio pieno dei propri diritti. Alla base ci deve essere l’informazione e l’accesso a tutta una serie di presidi, servizi, strumenti per non lasciare il vuoto per non lasciare che si propaghino pregiudizi, prassi pericolose o che si lavori sempre in fase emergenziale. Perché la sensazione è che ci si avvii sempre più verso una rimozione del problema, una invisibilizzazione degli aspetti più urgenti, in funzione di un martellamento in stile fertility day: questo non dobbiamo permetterlo. Perché l’ultima parola resti in capo alle donne, che possano mettere in atto scelte autonome e consapevoli.

Gli attacchi contro la salute e i diritti sessuali e riproduttivi delle donne oggi assumono molte forme in Europa. Gli ostacoli che impediscono l’accesso all’aborto sicuro sono tra i più problematici.

Ed è in questa chiave che ci si sta muovendo a livello europeo.

“La salute e i diritti sessuali e riproduttivi delle donne sono diritti umani. Tuttavia, le donne in Europa hanno ancora questi diritti negati o limitati a seguito di leggi, politiche e pratiche che riflettono in ultima analisi gli stereotipi e le disparità di genere.

Gli stati devono impegnarsi risolutamente a promuovere l’uguaglianza di genere in questa sfera cruciale della vita. Hanno il dovere di fornire a tutte le donne servizi e assistenza sanitaria sessuale e riproduttiva accessibili, convenienti e di buona qualità.”

Così si è espresso, il 4 dicembre, il commissario del Consiglio d’Europa (un’organizzazione internazionale il cui scopo è promuovere la democrazia, i diritti umani, l’identità culturale europea e la ricerca di soluzioni ai problemi sociali in Europa, è estraneo all’Unione europea e non va confuso con organi di quest’ultima) per i diritti umani Nils Muižnieks.

“Gli stati europei devono garantire maggiormente la salute e i diritti sessuali e riproduttivi delle donne. Hanno l’obbligo per i diritti umani di fornire un’educazione sessuale completa, l’accesso alla contraccezione moderna e l’assistenza all’aborto sicuro, e l’assistenza sanitaria materna di qualità.”


La salute e i diritti sessuali e riproduttivi delle donne comprendono:

– Un’educazione sessuale completa

– metodi contraccettivi facilmente fruibili e a prezzi accessibili

– aborto senza rischi

– assistenza sanitaria materna di qualità

Ci sono stati enormi progressi nel mondo e in Europa. Ma allo stesso tempo, e forse proprio a causa di questi progressi, abbiamo cominciato a registrare delle forme di regressione e arretramento.

In Europa si registrano restrizioni in merito al diritto all’aborto. Anche quando la legge lo autorizza, le donne incontrano molteplici ostacoli per poterlo esercitare:

– ostacoli finanziari, sociali e pratici

– diniego di cura e di servizi

– autorizzazione da parte di un terzo, colloquio di consulenza obbligatorio e periodi di attesa lunghi

Ecco perché il commissario Nils Muižnieks ha rivolto agli stati europei una serie di raccomandazioni volte a garantire i diritti sessuali e riproduttivi di tutte le donne.

Queste raccomandazioni sono incentrate sugli obblighi degli stati per garantire alle donne il diritto alla vita, il diritto di non essere sottoposte a torture o a trattamenti sbagliati, il diritto alla salute, alla privacy e all’uguaglianza.

La relazione presentata dal commissario Nils Muižnieks fornisce una panoramica degli obblighi degli Stati ai sensi delle norme internazionali ed europee sui diritti umani nel campo della salute e dei diritti sessuali e riproduttivi delle donne. Produce una serie di esempi di carenze che gli Stati europei devono affrontare, in particolare per quanto riguarda i diritti alla vita, alla salute, alla privacy, alla non discriminazione, nonché il diritto a non subire torture e maltrattamenti, con particolare attenzione all’educazione sessuale completa, alla contraccezione moderna, all’assistenza per interruzioni di gravidanza affinché queste pratiche siano sicure e legali e all’assistenza sanitaria materna di qualità.


Il Commissario ha presentato 54 raccomandazioni volte ad aiutare gli stati europei a rispondere alla pressante necessità di:

– rinnovare l’impegno politico per i diritti delle donne e difenderli da misure regressive che minano la salute e i diritti sessuali e riproduttivi delle donne;

– istituire sistemi sanitari che sostengano e promuovano la salute e i diritti sessuali e riproduttivi delle donne;

– garantire una educazione sessuale completa e obbligatoria;

– garantire l’accessibilità, la disponibilità e la fruizione a prezzi accessibili delle forme più moderne di contraccezione;

– garantire a tutte le donne l’accesso alle cure per un aborto sicuro e legali;

– assicurare che dinieghi di assistenza da parte degli operatori sanitari per motivi di coscienza o di religione non mettano in pericolo l’accesso tempestivo delle donne all’assistenza sanitaria sessuale e riproduttiva;

– rispettare e proteggere i diritti umani delle donne durante il parto e garantire a tutte le donne l’accesso a un’assistenza sanitaria materna di qualità;

– eliminare le pratiche coercitive e salvaguardare il consenso informato delle donne e il processo decisionale nei contesti di assistenza sessuale e riproduttiva;

– assicurare a tutte le donne l’accesso a rimedi efficaci per le violazioni dei loro diritti sessuali e riproduttivi;

– eliminare la discriminazione in leggi, politiche e pratiche e garantire l’uguaglianza per tutte le donne nel godimento della salute e dei diritti sessuali e riproduttivi.

 

“I diritti sessuali e riproduttivi proteggono alcuni degli aspetti più significativi e intimi delle nostre vite. Garantire questi diritti per le donne è una componente essenziale degli sforzi per raggiungere i diritti delle donne e l’uguaglianza di genere. Date le tendenze in ripresa che cercano di ridurre le protezioni in questo campo, dobbiamo garantire che restiamo fedeli a questi diritti, che sono stati stabiliti solo dopo una lunga lotta. Gli Stati hanno il dovere di fornire a tutte le donne servizi e servizi sanitari e riproduttivi accessibili, economici e di buona qualità “

ha dichiarato il commissario Muižnieks.

Vi consiglio di guardare questo video, nel quale viene intervistata anche una donna italiana che ha raccontato la sua esperienza e Irene Donadio, portavoce dell’IPPF. L’Italia è uno di quei Paesi su cui c’è un’allerta e che è stato più volte attenzionato al Consiglio d’Europa proprio in tema di gravi limitazioni all’esercizio delle interruzioni di gravidanza e lesioni proprio di quei diritti di cui sopra.

Questo quanto viene riportato nella relazione a proposito dell’Italia, abbiamo un box dedicato e non certo per meriti.


Negazione di cure alle donne in caso di aborto e accesso a servizi sicuri e legali

In Italia molte donne non sono in grado di trovare un medico disposto a fornire i servizi legali a cui hanno diritto. Altre subiscono ritardi così gravi nell’accesso ai servizi da rischiare di non rientrare nei termini legali per i servizi di aborto (con il pericoloso ritorno agli aborti clandestini e non sicuri, ndr). I report indicano che il 70% dei medici si rifiuta di fornire cure per l’aborto. In una decisione del 2016, il Comitato europeo per i diritti sociali (ECSR) ha esaminato una denuncia che sosteneva che l’Italia aveva omesso di garantire il diritto alla salute delle donne a causa del rifiuto di assistenza da parte dei medici, mettendo a repentaglio l’accesso a procedure legali di aborto. L’ECSR ha concluso che le donne che cercano di accedere ai servizi legali per l’interruzione di gravidanza hanno incontrato numerose difficoltà sostanziali. Ha rilevato che l’Italia soffre di una incapacità nel regolamentare e nel sorvegliare efficacemente in merito all’obiezione di coscienza, che costringe le donne a una ricerca estenuante delle strutture sanitarie, in altre regioni d’Italia o all’estero, in grado di assicurargli le cure adeguate. Una violazione dell’articolo 11, paragrafo 1 (diritto alla salute) della Carta sociale europea (riveduta).

 

Più che di questione di coscienza, emerge sempre più la convenienza di certe scelte, sempre più spesso è per non essere ghettizzati, per non venire penalizzati nella carriera, insomma per avere meno problemi. Quindi il problema è attrezzarsi per superare queste difficoltà che nulla hanno a che fare con scelte etiche personali, prevedendo meccanismi riequilibranti e la salvaguardia della salute e delle scelte delle donne.

Tra l’altro permane lo scarso ricorso alla RU486, che trova ancora molti ostacoli ed è poco incentivata, assieme alle carenze di una formazione universitaria adeguata nelle scuole di specializzazione.

Non siamo disposte ad assistere all’annullamento dei nostri diritti. Due anni fa si è depenalizzato l’aborto clandestino, ma si sono al contempo innalzate le sanzioni previste (15 gennaio 2016). Questo provvedimento non evidenzia le cause a monte di un ritorno preoccupante agli aborti clandestini, tra cui innanzitutto un abnorme numero di obiettori di coscienza, la cui media nazionale del 70%, raggiunge in alcune regioni anche quote superiori al 90%. Questo provvedimento insieme ad altri denota l’approccio inadeguato alla materia e al problema.

E non dimentichiamo Valentina Milluzzo che ha perso la vita in un reparto in cui c’era obiezione al 100%.

Siamo vicine alle sorelle di El Salvador che subiscono pesanti condanne, in particolar modo a Teodora Vásquez (per saperne di più qui). Vi chiedo di sostenere questa petizione.

Siamo in attesa della annuale Relazione IVG sull’attuazione Legge 194/78 tutela sociale maternità e interruzione volontaria di gravidanza, in ritardo come sempre. Ma la situazione sembra che ci stia sfuggendo di mano.

Non chiedeteci di portare pazienza o di avere fiducia.

Una società che non rispetta le donne, i loro diritti e le loro scelte non può definirsi democratica, aperta, civile e progredita. Occorre ascoltare le donne e essere vicini ai loro bisogni. La tutela della maternità passa anche dal garantire servizi adeguati di prevenzione e di educazione a una genitorialità consapevole, mettendo in grado di pianificare e di definire le proprie scelte riproduttive. Colpevolizzare, stigmatizzare e ostacolare non è la strada giusta, perché di fatto manca un impegno serio da parte delle istituzioni nell’attuare i principi alla base della 194. Meno campagne demagogiche, reazionarie e lesive e più consultori laici, informazioni e presidi accessibili.

L’unica cosa che gode di ottima salute è il tentativo di tanti gruppi, associazioni di riportarci indietro, al buio, ridurci al silenzio. Non lo permetteremo. Fuori dalle nostre vite! Riportiamo al centro le donne, la loro salute e i loro diritti.

 

Per approfondire:

https://www.coe.int/en/web/commissioner/-/progress-needed-to-ensure-women-s-sexual-and-reproductive-health-and-rights-in-europe

https://rm.coe.int/summary-of-the-issue-paper-on-women-s-sexual-and-reproductive-health-a/168076df75

https://www.coe.int/en/web/commissioner/women-s-sexual-and-reproductive-rights-in-europe

https://rm.coe.int/women-s-sexual-and-reproductive-health-and-rights-in-europe-issue-pape/168076dead

Questo articolo è stato pubblicato anche su Dol’s Magazine.

Aggiornamento 30 dicembre 2017:

Dopo la denuncia dei Radicali: “Dichiarazione di Riccardo Magi, Antonella Soldo e Silvja Manzi, dirigenti di Radicali Italiani e promotori della lista “+Europa, con Emma Bonino” – Sciolte le Camere, la relazione annuale al parlamento sull’applicazione della legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza non è stata depositata. La stessa legge (art.16) impone al ministro della Salute di presentare il documento ogni anno entro il mese di febbraio: scadenza mai rispettata, lo scorso anno la relazione fu disponibile a dicembre. Ma quest’anno, a 11 mesi dalla scadenza non è stata depositata, e nel frattempo le Camere sono state sciolte. Dunque i parlamentari – e di conseguenza i cittadini – sono ancor meno nella condizione di conoscere e far conoscere i contenuti. Non esiste un precedente.

La Ministra Lorenzin ha risposto: “che è stata “regolarmente trasmessa” oggi (29 dicembre, ndr) al Parlamento”.
Di fatto è stata trasmessa con 10 mesi di ritardo, visto che il mese previsto è febbraio, e tra l’altro al momento non è ancora pubblicata sul sito del ministero.

Attendiamo ancora che questa Relazione sulla 194 con i dati del 2016 venga finalmente resa pubblica sul sito del Ministero, giusto per far chiarezza.

Oggi, 12 gennaio 2018, nel frattempo vi segnalo la relazione in questione pubblicata sul sito Quotidiano Sanità:

http://www.quotidianosanita.it/governo-e-parlamento/articolo.php?articolo_id=57617

http://www.quotidianosanita.it/allegati/allegato6361472.pdf

http://www.quotidianosanita.it/governo-e-parlamento/articolo.php?approfondimento_id=10531

Qui invece trovate la Relazione Ministro Salute attuazione Legge 194/78 tutela sociale maternità e interruzione volontaria di gravidanza – dati definitivi 2014 e 2015

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La gogna social, l’abitudine a non verificare e le soluzioni a istanze reali che non arrivano


Non avrei voluto tornare sul tema, perché dare visibilità a quanto sta accadendo significa attribuirgli un valore di qualche tipo. Ci torno dopo questo articolo, perché nel frattempo la situazione si è evoluta e aggravata. Perché l’asticella d’odio e violenza si è notevolmente alzata. Quindi interrogarsi su questo è necessario, tanto quanto allargare lo sguardo verso altre questioni.

 

Un’operazione fondata sulla pubblicazione di post e commenti veri o meno, poco importa. Verificarne l’autenticità è una ipotesi remota e poi perché farlo se fanno ridere, tanto basta. Ciò che importa è partecipare alla messinscena, come a teatro o meglio come quando si andava ad assistere agli spettacoli nell’arena romana. Screenshot da dare in pasto al pubblico dell’arena e suscitare ogni più viscerale reazione, cori di ogni genere, tutto va bene, nulla va sprecato, uno sport tipico del web, a cui i social si prestano a meraviglia. Un meccanismo che a volte può prendere pieghe molto pericolose.

Mi sono chiesta cosa genera tutto questo movimento e sollecitudine nel difendere ciò che il distruggitore ha generato, creato, messo in scena, a mio avviso molto ben consapevolmente.

Sapete perché piace? Perché così ci si può sentire superiori e migliori, dire che mai e poi mai si farà così, come le “pancine”. Giudicare e sentirsi a posto.

Io non lucrerei e non giocherei con tanta leggerezza con le vite altrui. Così come fa la cosiddetta tv del dolore. Ci deve essere un limite e se non ce lo sappiamo dare i risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Un tassello ulteriore su cui riflettere: l’azione di cyberbullismo messa in atto contro Donatella Caione, con uno sciame di seguaci ciechi pronti a scrivere roba di ogni tipo per difendere il loro guru, completa un quadro pessimo. Non conosciamo il web, i social e ciò che sono in grado di generare e scatenare, prendiamo per oro colato tutto e poi siamo pronti a farci strumentalizzare e a generalizzare, ingigantendo fenomeni reali, perdendo il rispetto delle regole civili di confronto. A dimostrazione dell’irrazionale reazione che può essere scatenata: nella foga di scagliarsi contro Donatella, alcune hanno frainteso le sue parole e hanno creduto che fosse contro la fecondazione artificiale, nonostante i suoi anni di battaglie per demolire quella schifezza di legge 40. Questo è Facebook, questo è ciò che ha prodotto il distruggitore.

Il lavoro da mettere in campo per le donne è ben di diverso tipo e Donatella Caione lo fa da anni egregiamente.

Per quanto mi riguarda, per cambiare la realtà, io non derido nessuno, faccio informazione e cerco di combattere l’ignoranza, le superstizioni, le visioni retrograde in altro modo. Ho gli occhi ben più che aperti e proprio per questo uso strumenti diversi. Non è suscitando ilarità e gettando in pasto al pubblico ludibrio certe cose, magari manipolate e ingigantite che si cambia. Si cambia se pretendiamo che ci sia più informazione seria e si educhino e si supportino donne e uomini adeguatamente in tema di genitorialità, sessualità come in ogni altro campo. Ma in questo abbiamo bisogno delle istituzioni, perché c’è un vuoto da colmare e occorre un’azione sistemica e permanente.

Se il problema “pancine” esiste, occorre verificarne la dimensione, le caratteristiche e la diffusione reali, le radici multiformi e piuttosto adoperarsi per aiutare le donne, sgombrare il campo da ignoranza, superstizioni, credenze, stimolare azioni di empowerment e superamento di stereotipi. Tutte cose ben diverse dall’effetto del distruggitore, che generalizzando e facendo una narrazione macchiettistica delle donne non opera certo in loro favore. Quindi anziché fare finta di svegliarsi oggi di fronte ai problemi, forse sarebbe meglio conoscere la realtà e rimanere ancorati ad essa, senza creare scannatoi virtuali, ancora una volta moltiplicatori di astio e violenza e stereotipi misogini. Mancano i servizi che supportino le donne in fasi delicate e difficili, di solitudine di fronte a circostanze nuove della vita, a situazioni inaspettate. Occorre capire di cosa le donne hanno veramente bisogno, perché ci sono cortocircuiti e passaggi di informazioni che non funzionano, perché di questo si tratta. Dovremmo occuparci seriamente delle donne: non ho nessuna intenzione di sottovalutare o ridicolizzare i loro vissuti, le loro paure, le loro richieste di aiuto, perché anche di questo stiamo parlando. Occorre richiamare ciascuno alle proprie responsabilità, cosa che con una gogna pubblica difficilmente avverrà.

Il rischio di generalizzazioni contro una categoria, oggi le “pancine”, domani chissà, è fortissimo. Si presume che ci sia un gruppo omogeneo, poi si pensa che sia tutto in balia degli ormoni, e questo non mi può non far pensare al termine isteria e alla sua etimologia. Un secolare metodo per stigmatizzare le donne e giustificare la loro inferiorità. L’azione di lapidazione in pubblica piazza fa parte del rito. Parteciparvi significa replicare e legittimare metodi ancestrali, di purificazione e di colpevolizzazione delle donne. Compiacersi di essere migliori, di essere immuni, di non essere “contaminati” dalla ciò che queste donne esprimono. Perché il tiro al bersaglio ci rigenera e ci dona il siparietto per ridere un po’. Deridere e irridere direi. Roba di pancia, che di certo non eleva (ma gli permette di esprimere opinioni in gran quantità) coloro che partecipano alla fiera messa in piedi dal distruggitore per dileggiare oggi un gruppo e domani un altro, a seconda del filone che più attira click e popolarità. Siamo dentro a questo macchinario postmoderno.

Andiamo a esaminare il fenomeno reale, lavoriamo sulla condizione femminile reale, se ci sono modalità per aiutare le donne, non alimentiamo pregiudizi. Pensiamo davvero che sia sufficiente dileggiare le donne e i loro commenti per risolvere un problema sociale che nessuno vuole conoscere a fondo, perché gli basta vedere un suo ologramma ritoccato e farlocco e riderci sopra? Quanto è lecito e sano fare “ironia”, ammesso che si possa chiamare così, sulla pelle delle donne e sentirsi a posto così, perché il mostro lo teniamo lontano da noi, per non vedere il mostro che è in noi? Per non parlare di chi definisce “satira” l’operazione del distruggitore, forse è bene imparare a usare a proposito le parole.

Il fuoco purificatore, la pulizia da queste sacche di ignoranza o altro, il rogo mediatico di queste donne, un blocco unitario, omogeneo da cancellare perché inquina la comunità dei “migliori”. Catarsi collettiva attraverso un falso rimedio, a mio avviso un modo molto arcaico, reazionario e inefficace di affrontare i problemi reali. Soprattutto si generano muri, guerre intestine tra donne, superficiali etichette e gabbie, senza andare mai a fondo, sempre planando con un fare inquisitorio. Senza andare mai alla radice del perché.

Vogliamo cercare di risolvere il problema di donne che dovrebbero essere aiutate, informate, educate adeguatamente, anziché essere solo oggetto di pubblico ludibrio? Se manca una educazione adeguata, servizi di supporto, accesso agli strumenti contraccettivi, vogliamo occuparcene oppure ci basterà inveire su degli screenshot di dubbia provenienza? Vogliamo parlare di solitudine e di tentativi di affrontare la maternità senza avere mai avuto gli strumenti adeguati? Vogliamo interrogarci sui motivi a monte di quanto le donne, dileggiate dal distruggitore, ci stanno comunicando? Vogliamo rispondere alle istanze reali delle donne italiane che vengono lasciate indietro e se va bene tirate fuori sotto elezioni? Vogliamo comprendere le pressioni e i ruoli indotti? Vogliamo soffermarci su una società che pretende e prescrive modelli di donne e sulle ricadute che queste aspettative possono produrre? Vogliamo restare ancorati a un primitivo lancio di pietre o lavorare per migliorare la condizione delle donne? Vogliamo parlare di cosa c’è che non funziona nelle nostre comunità se queste donne devono ricorrere al web e non hanno punti di riferimento sul territorio, in cui incontrarsi e organizzare azioni di mutuo aiuto? Ne parlavo anche qui, le soluzioni ci sono, basta implementarle. Parliamo di questioni reali e urgenti, che restano oscurate, nascoste, ben in ombra con ciò che il distruggitore ha messo in piedi.

Mi spiegate qual è l’azione positiva e di sensibilizzazione, di cambiamento della società che il distruggitore opera, attraverso questa fiera pubblica delle mamme messe alla gogna? Occorre riflettere a proposito dell’operazione atta a costruire un mostro dalla fisionomia e dalle dimensioni create ad arte a tavolino, un bersaglio, uno sfogatoio e farci business per vendere se stesso e avere visibilità. Non c’è alcuna verifica, si danno in pasto conversazioni che possono benissimo essere fittizie, si spaccia per informazione e spaccato sociologico ciò che non è. Un’azione manipolatoria e denigratoria delle vite delle donne, l’ennesima, un dileggio discriminatorio e cieco, che non fa altro che alimentare un immaginario e uno stereotipo ben preciso, il tutto messo in campo da un uomo, come lo definite? E lo stigma permane e si diffonde. Buon pasto.

 

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Cosa cambia in Italia in tema di stereotipi di genere e violenza


Dopo l’ondata del 25 novembre, prendiamoci del tempo per riflettere. Per cercare di capire in che contesto viviamo, quale sia il punto di vista degli italiani e delle italiane sul tema, che tipo di cultura permea le relazioni e la nostra società, per fare il punto su quali leve e aspetti lavorare.

Il 23 novembre sono stati presentati i risultati di una indagine “La percezione della violenza contro le donne e i loro figli”, condotta da Ipsos per conto di WeWorld Onlus, organizzazione non governativa che da quasi 20 anni promuove e difende i diritti dei bambini e delle donne a rischio in Italia e nel mondo. È stata l’occasione a distanza dalla precedente ricognizione, del 2014, per fare un bilancio dell’opinione di un campione di 1000 persone (49% uomini, 51% donne tra i 18 e i 65 anni) intervistate nel mese di ottobre 2017, su una serie di affermazioni in tema di stereotipi di genere (tra parentesi la somma delle percentuali di chi è molto d’accordo o abbastanza d’accordo):

  • La donna è capace di sacrificarsi per la famiglia molto più di un uomo (65%)
  • Per una donna è molto importante essere attraente (62%)
  • Tutte le donne sognano di sposarsi (37%)
  • In presenza di figli piccoli è sempre meglio che il marito lavori e la moglie resti a casa con i bambini (36%)
  • Per l’uomo più che per le donne è molto importante avere successo nel lavoro (35%)
  • La maternità è l’unica esperienza che consente a una donna di realizzarsi completamente (32%)
  • È soprattutto l’uomo che deve mantenere la famiglia (28%)
  • Avere un’istruzione universitaria è più importante per un ragazzo che per una ragazza (17%)
  • È giusto che in casa sia l’uomo a comandare (13%)

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A proposito di pericolose generalizzazioni stereotipate

 


In questo paese oscilliamo da un lato tra la santificazione/venerazione della maternità, con tanto di dipartimento mamme e di bonus ad hoc, e dall’altro con attacchi più o meno velati alle donne, in generale, ma ultimamente anche alle neomamme o mamme.

Non c’è un equilibrio. Non c’è un quadro realistico. Non c’è un approccio serio e non stereotipato. Non c’è separazione tra realtà e finzione che deforma e strumentalizza tutto, in funzione di un discredito generalizzato intriso di odio e pregiudizio.

C’è chi mette in piedi una campagna di vero e proprio odio e dileggio contro le neomamme, creando addirittura una categoria specifica, tutta omogenea e tutta uguale, in balia di quella “isteria” che da sempre ci è stata appiccicata addosso. “Pancine” alla sbarra delle imputate, deumanizzate e diventate parte di corpi, nell’immaginario di questo personaggio del Web che tutto distrugge e che alimenta una, l’ennesima, mistificazione della rete. Per certi surfisti della rete che costruiscono e alimentano queste barricate, le neomamme diventano uno dei tanti bersagli, in un misto di dileggio e di misoginia. Le neomamme diventano una massa informe, un cluster, una categoria di soggetti ignoranti, gretti, superstiziosi, in balia di ormoni e di una natura che le porta a essere normalmente, biologicamente instabili, credulone, inaffidabili, in definitiva inferiori. Esattamente come storicamente ci hanno dipinte per secoli. Come se Simone de Beauvoir non fosse mai esistita e non avesse mai scritto nulla in merito. Come se anni di femminismo fossero passati invano.

Ed ecco che una delle tante gogne generate dai social e dal Web diventa uno strumento per tornare indietro, a quel ferro da stiro, a quella dimensione unicamente domestica, a quella monocapacità riproduttiva, a quel grembiule. Donne che diventano oggetti e alle quali facilmente si possono associare falsi stereotipi che però quasi tutti sono disposti a ritenere veri e rappresentativi di tutte le donne, perché “si sa che è così”. Su questo ritenere le donne assoggettabili ad un unico calderone di idee, pensieri e comportamenti si è fondata nei secoli la società patriarcale. Su queste costruzioni e ricostruzioni maschili del mondo delle donne si sono rette le discriminazioni e i pregiudizi che ci hanno affossate. Su questi temi tanta strada è stata fatta, a livello teorico e pratico, per smontare queste impalcature di frottole ai nostri danni. Eppure ciclicamente ritornano. Ritornano a dimostrazione che non possiamo abbassare la guardia e soprattutto dobbiamo creare un clima di solidarietà femminile che sappia abbattere questi tentativi. Purtroppo questo non c’è, o non è ancora diffuso. Non è una cosa semplice ma concordo con le analisi di Donatella Caione, editora di Matilda Editrice e con una esperienza consolidata alle spalle dalla parte delle donne e delle mamme, sulla pericolosità di “screditare una intera categoria, quella delle giovani mamme, e indirettamente le donne. E ovviamente non manca la violenza verbale di chi commenta le videate, violenza verbale sempre presente quando si parla di donne.”

Vi invito a leggere tutte le considerazioni (anche qui e qui) di Donatella, perché aiutano a smascherare l’operazione in atto.

 

CONTINUA A LEGGERE SU DOL’S QUI.

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Un passo di civiltà lungo tre anni


Per la rubrica “come è andata a finire”.

Un passo di civiltà per il quale ci sono voluti tre anni. Sì è dall’autunno del 2014 che si è aperta la tenzone in merito ai costi della fecondazione eterologa.

Apprendiamo da un comunicato di Sara Valmaggi che:

“Il consiglio regionale ha approvato la mozione che ho presentato con la consigliera di Insieme x la Lombardia, Chiara Cremonesi e il Patto civico, che chiedeva che negli ospedali lombardi si possa accedere alle pratiche di fecondazione assistita eterologa con il solo pagamento del ticket. Mi sembra un ottimo passo avanti. L’assessore ha annunciato in aula la delibera entro dicembre: lo prendiamo in parola e auspichiamo che finalmente si ripari la discriminazione, già decretata dal Tar e dal Consiglio di Stato, finora subita dalle coppie lombarde.”

Anni per giungere a questa conclusione, dopo che la Regione Lombardia aveva deciso di porre interamente in carico ai pazienti il costo della pratica, differentemente da quanto previsto per la fecondazione omologa e da quanto messo in atto in altre regioni italiane. Una discriminazione delle coppie lombarde durata un tempo lunghissimo se ci pensiamo. Un aggravio di costi a carico delle coppie ingiustificato e altamente lesivo di una uguaglianza che nei fatti è venuta meno, pur essendo una pratica rientrante nei nuovi Lea.

Ma si sa, questi sono i risultati quando si smembra una legge, la 40/2004 che da subito ha mostrato grossi limiti, a colpi di sentenze della Corte costituzionale e non interviene una legge organica che riorganizzi la materia, ma si procede per pezzi, per successive modifiche nelle prassi, altamente variegate anche a causa dell’autonomia regionale in materia sanitaria.

E speriamo che la delibera regionale arrivi entro la fine dell’anno. E speriamo che si torni a parlare seriamente di legge 194, di contraccezione accessibile, di sessualità consapevole e di infiltrazioni confessionali che vogliono imporsi sulle scelte delle donne. Questioni che in Lombardia, ma anche altrove, sono urgentissime e per troppo tempo dimenticate e diventate marginali perché “scomode” a livello di ritorno elettorale.

 

Vi invito a firmare questa petizione per una contraccezione gratuita e consapevole.

 

 

Per approfondire:

Sul business dell’eterologa: http://www.repubblica.it/salute/2017/07/05/news/italia_l_eterologa_e_in_mano_ai_privati-170054707/

I nuovi Livelli Essenziali di Assistenza. Le novità per la salute della donna:

http://www.salute.gov.it/portale/documentazione/p6_2_5_1.jsp?lingua=italiano&id=334

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Prima che si chiuda la legislatura, si revisioni il rito abbreviato


La legislatura si sta per chiudere. Insieme ad altri provvedimenti che rischiano di non vedere l’approvazione, c’è questa riforma del rito abbreviato che potrebbe non essere più applicabile ad alcuni reati particolarmente gravi e che prevedono l’ergastolo. Per questo abbiamo pensato a questa lettera al Presidente del Senato Pietro Grasso. Pensiamo che questa correzione vada nell’interesse trasversale, generale: non va assolutamente rinviata.

***

Alla cortese attenzione del Presidente del Senato Pietro Grasso

Oggetto: richiesta di accelerazione iter per revisione rito abbreviato

Egregio Presidente,

Le scriviamo questa lettera, consapevoli che siamo alle battute finali della XVII Legislatura e che vi sono diversi provvedimenti di cui viene richiesta l’approvazione. Tra questi non possiamo non sottoporre alla Sua attenzione, quello che potrebbe rispondere alle istanze e alle sollecitazioni di diversi soggetti, nonché ad interessi trasversali e diffusi tra la popolazione italiana. Il progetto di legge 4376, contenente “Modifiche all’articolo 438 del codice di procedura penale, in materia di inapplicabilità e di svolgimento del giudizio abbreviato”, presentato il 21 marzo 2017, è passato in prima lettura alla Camera il 28 novembre scorso ed è stato trasmesso al Senato. Con questa norma si prescrive di escludere il giudizio abbreviato, che in caso di condanna, consente di ottenere l’abbattimento di un terzo della pena, nei procedimenti connessi ad alcuni gravi delitti, quali i crimini per i quali è prevista la pena dell’ergastolo. Qualora si superasse lo scoglio del Senato, il rito abbreviato non potrà più essere applicato a reati come strage, omicidio premeditato, violenze sessuali, tratta di persone e sequestro di minori o a scopo estorsivo con morte dell’ostaggio. Questo salvo che l’imputato non subordini la richiesta “a una diversa qualificazione dei fatti o all’individuazione di un reato diverso”.

Appare evidente che la scelta del Legislatore di introdurre il rito abbreviato per snellire e velocizzare i processi, ha causato non poche distorsioni in termini di giustizia, perché si sono moltiplicati i casi in cui, proprio grazie agli sconti previsti, si sono ridotte all’osso le pene anche per reati gravi e con ricadute pesantissime. Una conseguenza del genere ha conseguentemente indebolito, agli occhi dei più, la funzione di prevenzione, di dissuasione e di difesa sociale della pena.

Qualsiasi tipo di pena chiaramente non riuscirà a riportare in vita una persona, non cancellerà una violenza subita, ma dovrebbe dare la misura di come il sistema giudiziario italiano consideri determinati crimini e reati. L’entità della pena prevista per un reato contribuisce ad attribuire il giusto peso e gravità a determinati comportamenti lesivi. Se viene meno questa caratteristica in molti potrebbero sentirsi legittimati o protetti dal sistema giudiziario, come anche dal Legislatore che consente assottigliamenti anche consistenti delle pene. La certezza della pena e il rispetto delle vittime non possono essere lesi al prezzo di snellire la macchina della giustizia.

Il suindicato progetto di legge era stato già presentato nel 2013 ma, dopo essere passato alla Camera nel luglio 2015, non ebbe accoglienza favorevole al Senato. Oggi i tempi, prima della fine della legislatura, sono assai ridotti e rischiano di interrompere l’iter di una norma che potrebbe aiutare a correggere quelle suindicate distorsioni. Per questo chiediamo che si acceleri l’iter delDDL 2989 – giunto al Senato il 30 novembre scorso ed in attesa di assegnazione alla competente Commissione – e che si trovi la soluzione più idonea e rapida per non far decadere questa proposta come già in passato. Una di queste strade potrebbe essere la valutazione dell’applicazione del regolamento del Senato relativamente all’assegnazione dei disegni di legge in commissione deliberante. Sarebbe un vero peccato chiudere i lavori del Parlamento rinviando alla nuova legislatura il riavvio dell’iter di una norma siffatta, per l’ennesima volta.

Occorre che si trovi un equilibrio che salvaguardi da un lato i diritti delle vittime e dei loro familiari e dall’altro quelli dell’imputato. Occorre che la verità sia accertata e che sia fatta giustizia piena, cosa che senza un dibattimento rischia di non accadere del tutto, come necessita oltremodo per i crimini più efferati, soprattutto nella loro considerazione sociale. Pensiamo ai femminicidi ed alle violenza sessuali, reati verso i quali è particolarmente alta la nostra attenzione. L’occupazione simbolica del Parlamento da parte delle donne lo scorso 25 novembre dovrebbe avere delle ricadute concrete, volte a sollecitare una più precisa considerazione delle loro istanze, che necessitano di un ascolto e soluzioni capaci di sanare quanto ancora non funziona adeguatamente. Nella coscienza che una conseguenza del genere spesso va a ledere profondamente le vite delle sopravvissute e il loro desiderio di giustizia, come anche incide indelebilmente le sorti dei familiari delle donne uccise di femminicidio.

Ci auguriamo che si trovi la volontà politica di concludere la legislatura con un provvedimento che possa andare in questa direzione, affinché non decada ancora una volta un tentativo di riportare un equilibrio nel sistema e non si rinvii qualcosa che potrebbe cambiare la sostanza di tanti processi e giudizi. Alla Camera si è riusciti a trovare la convergenza di più parti politiche, evidenziando in siffatto modo come il tema sia condiviso e percepito come urgente da molti. Manca il passo successivo al Senato ed è nostro più vivo auspicio che esso avvenga repentinamente, nella più sentita consapevolezza della sua impellente necessità.

Il gruppo Chi Colpisce Una Donna, Colpisce Tutte Noi

 

 

Lettera pubblicata su Dol’s Magazine e su Noi Donne.

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