Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

A che punto siamo

Women of the world unite

 

Ho trovato molto interessante questo articolo scritto da Jindi Mehat e ho deciso di tradurlo. Ci sono molti spunti, soprattutto in tema di coerenza e di ottica ampia che noi femministe dovremmo portare avanti. C’è una distanza dalla reale condizione di vita di tante donne che va colmata. Non siamo tutte nelle stesse condizioni di partenza e la lotta è ancora lunga. Ma se non riusciamo a capire che ciò che alcuni chiamano libertà, autodeterminazione confina strettamente con nuove formule di schiavitù, arretramenti nei diritti, naturalmente solo di alcune, le più svantaggiate per classe, per nascita, per contesto socio-culturale, non progrediremo, resteremo sempre con delle conquiste tronche, facilmente superabili alla prima folata di vento neoliberal. I nostri corpi sono sempre stati territori di battaglia, il patriarcato e i vari sistemi che nei secoli lo hanno sostenuto, hanno sempre cercato di usare le donne, concepiti come esseri umani di un livello inferiore, se non oggetti deumanizzati. Rigettiamo l’idea che alcune persone ci vogliono far credere, che l’autodeterminazione coincida con la messa a profitto del nostro corpo, della nostra persona, perfettamente in linea con le nuove frontiere della bio-economia. Lottiamo per i nostri diritti, che vanno coltivati e resi fertili per poter continuare a essere vivi e fruibili. Il motto femminista “Il corpo è mio e decido io”, non intendeva rendere le donne strumento ri-produttivo per altri, ma parlava di una maternità liberamente scelta per sé. La maternità che diventa contrattualizzata, con una donna involucro, che perde diritti su di sé, sul feto e sul bambino che nasce, apre un quadro su cui dovremmo interrogarci. Tante cose ormai vengono normalizzate con la mano di bianco data dalla formula magica “in nome della libertà individuale”. Dobbiamo sempre pensare a quale sia il limite e i fattori che rendono la libertà una pura illusione, per mascherare nuove forme di sfruttamento e di discriminazione. Non smetterò mai di ripetere che le Altre non sono aliene da noi, se parliamo di sorellanza, il destino delle donne tutte ci deve interessare, nel senso di care

 

Quest’anno il Vancouver Rape Relief ha commemorato la Giornata Internazionale della Donna con la proiezione del film Suffragette di Sarah Gavron, la storia di un gruppo di suffragette bianche ai primi del Novecento, in Gran Bretagna, mentre combattevano per il diritto di voto. Il film è stato giustamente criticato per aver operato una sorta di whitewashing del movimento delle suffragette britanniche, una “pallida” rappresentazione, è comunque uno sguardo stimolante sulle tattiche e sul sacrificio personale necessari per determinare un cambiamento sostanziale per le donne.

Dopo aver superato qualche esitazione iniziale, la protagonista del film Maud Watts diventa sempre più coinvolta nel movimento delle suffragette in un momento in cui la tattica del movimento si è spostata da forme più morbide di protesta all’azione diretta, tra le quali lanci di mattoni dalle finestre, mettere le bombe nelle cassette postali, sabotaggio delle linee elettriche. Man mano che il suo coinvolgimento aumenta, Watts ne paga le conseguenze, perde il lavoro, il figlio, la sua casa, e viene arrestata più volte.

Insieme a ogni perdita diventa più decisa, come le altre, tra cui il personaggio di Emily Wilding Davison, una suffragetta realmente esistita, morta nel 1913 al Derby di Epsom dopo essere stata colpita dal cavallo di re Giorgio V, per portare l’attenzione al suffragio femminile. L’inazione diventa impossibile in quanto queste donne perdono sempre di più, restano sempre con meno cose da perdere.

La lotta per la liberazione della donna ha avuto altri momenti di forte determinazione, di azione decisa oltre al movimento delle suffragette. Durante la seconda ondata di femminismo, dal 1960 al 1980, le tattiche femministe variavano dalle protestare al concorso del 1968 di Miss America, all’organizzazione di azioni quali Take Back the Night , a picchetti e atti vandalici contro sexy shop e strip club, all’ordinanza Dworkin-MacKinnon per i diritti civili che ha proposto il trattamento della pornografia come una violazione dei diritti civili delle donne, consentendo loro di chiedere i danni in sede civile. Le femministe hanno realizzato significative conquiste, tra cui l’aumento delle protezioni legali contro alcune forme di discriminazione di genere, l’aborto legalizzato e il controllo delle nascite, e la creazione di centri per supportare le vittime di stupro, prima che ci fosse la risposta reazionaria di gruppi di destra e religiosi che hanno annullato questi progressi.

Nel 1975, il 90 % delle donne islandesi ha partecipato ad uno sciopero generale, di un giorno, rifiutandosi di lavorare, cucinare, o occuparsi dei figli, chiudendo o paralizzando l’attività nei giornali, nelle fabbriche, nelle scuole, nelle banche, e nei viaggi aerei per dimostrare l’importanza sottovalutata del lavoro delle donne.

Da allora, il femminismo individualista è diventato mainstream, senza capire che certe conquiste non erano equamente distribuite, che le donne occidentali, bianche, di classe media, eterosessuali erano state avvantaggiate in modo sproporzionato. E mentre la vita per alcune donne è (un po’) migliorata, il femminismo mainstream continua a ignorare le lotte della parte più vulnerabile, e il loro incessante lavoro collettivo verso la liberazione anche delle donne.

L’adozione di metodi moderati ha sostituito quelli più diretti, radicali, perché la vita per le donne è migliorata sufficientemente, per abbastanza donne? Oppure, è che la convinzione – un’idea che non regge se misurata a confronto con la realtà globale – sia parte di ciò che tiene le donne lontane da un cambiamento sociale su larga scala? Se osserviamo attentamente come le donne vivano male in tutto il mondo, dovremmo chiederci perché ciò non si ritiene abbastanza grave da giustificare un’azione decisiva. Cos’altro deve accadere prima di essere pronte a fare di più?

 

Lasciateci mangiare brioche

Le società funzionano quando i poteri rispondono alle esigenze delle persone emarginate. È difficile conciliare i persistenti livelli della violenza maschile contro le donne, e il modo in cui le società, i sistemi legali e governi di tutto il mondo rispondono quando le donne si fanno avanti chiedendo una responsabilizzazione, con la convinzione che i nostri interessi, la sicurezza e la libertà rivestono una grande importanza per tutti.

Le società che desiderano affrontare seriamente la violenza maschile contro le donne non dovrebbero essere cieche sulla realtà di genere, dove gli uomini commettono il 95 % di tutti i crimini violenti, e il 98 % di tutti i crimini sessuali violenti (qui) , invece di sfornare campagne che colpevolizzano le donne (qui) , che incoraggiano le donne a mettersi al riparo, limitando i nostri comportamenti (qui) . Se gli interessi delle donne contassero, le denunce di aggressioni sessuali da parte delle donne non incontrerebbero sospetti, non si richiamerebbe l’idea delle false accuse per vendetta e non sarebbero trattate come ingannatrici, come manipolatrici in cerca di attenzione.

Se le società facessero veramente gli interessi della metà femminile della popolazione, una situazione come quella che abbiamo in alcune parti del mondo di oggi, in cui la violenza maschile contro le donne è in aumento così rapidamente, avrebbe ricevuto una decisa e permanente risposta (qui). Invece, con quasi il doppio delle donne uccise dal proprio partner a partire dal 2001 (qui) , rispetto ai 911 americani uccisi in Iraq e durante le guerre afgane, una risposta proporzionata è vista come irrealistica, estrema, incomprensibile. E mentre io non sto sostenendo un intervento militare, vale la pena chiedersi: in assenza di una sorta di guerra sulla guerra alle donne, quali elementi le donne dovrebbero portare al fine di convincerci che i nostri interessi ci riguardano?

 

La fiducia crolla

Le società hanno meno probabilità di raggiungere momenti rivoluzionari quando operano sulla fiducia reciproca e su una visione condivisa del bene comune. Queste società sono di solito, quelle tradizionali, strettamente solidali in cui la maggior parte delle persone pensano che le cose si stiano svolgendo più o meno nel modo in cui si suppone che ciò accada. Il cambiamento sociale su larga scala diventa possibile quando la fiducia si rompe.

Per le donne, il personale è veramente politico. Non potremmo essere più strettamente integrate con gli uomini: sono i nostri padri, fratelli, figli, amici, colleghi, capi e, per alcune di noi, i nostri compagni. Molte donne sono economicamente dipendenti dagli uomini a causa del minor valore attribuito al lavoro delle donne, altre sono intrappolate in relazioni violente e di sfruttamento, consapevoli del fatto che le donne corrono un rischio maggiore del 70% di essere uccise dopo aver lasciato i compagni. (qui)

La nostra socializzazione di genere amplifica la potenza di questi legami stretti. Condizionata dalla nascita ad essere gentile, piccola e modesta, alle donne viene insegnato che il loro valore sta nelle loro relazioni – relazioni che dobbiamo mantenere attraverso una costante e incondizionata propensione a mettere i bisogni degli altri prima dei nostri. Incoraggiate ad accontentare e ad accettare, ci viene insegnato a dubitare dei nostri istinti e a dare la colpa a noi stesse invece di chiedere agli altri di prendersi la propria responsabilità. (qui)

Le società certamente cercano di convincere le donne che il modo in cui le cose vanno è inevitabile e immutabile. Con narrazioni religiose che perdono terreno in favore delle giustificazioni fondate nell’essenzialismo biologico, ci è stato detto che i comportamenti sono radicati nelle differenze del nostro sesso biologico – che le organizzazioni e le istituzioni che ci opprimono esistono a causa degli ormoni e questioni congenite. E mentre queste spiegazioni certamente soffocano la speranza che le cose possano essere diverse e consentono che lo status quo permanga immutato, non reggono il confronto rispetto a quello che continuiamo a scoprire sulla natura dei comportamenti appresi e sulle differenze tra il cervello delle donne e quello degli uomini.

Tutto questo ci porta a fidarci? Se dobbiamo credere che gli uomini che sono violenti o sfruttatori lo sono perché non sono in grado di controllare fisicamente se stessi, come ci si può aspettare che ci fidiamo di loro? E perché dovremmo aspettarci che loro lavorino al nostro fianco in buona fede per la nostra liberazione?

Considerando i molti modi in cui le donne sono letteralmente legate agli uomini e l’intricato insieme di giustificazioni che la nostra società usa per spiegarci perché le cose non cambieranno, non è una sorpresa che molte donne non siano disposte o in grado di lottare. Ecco perché è ancora più importante che coloro che possono lottare lo facciano.

 

Spostamento di alleanze

Se la fiducia è necessaria per mantenere lo status quo in una società, un cambiamento rivoluzionario diventa più probabile quando le persone dotate di un potere superiore (finanziario, sociale, e politico) spostano la loro fedeltà dal proteggere i propri interessi ristretti, riconoscendo gli interessi comuni che condividono con le persone emarginate. Queste persone privilegiate reindirizzano l’accesso al potere e le risorse che solitamente servono a mantenere lo status quo per la sua sostituzione, unendosi con quelle persone emarginate che sono sempre stati pronte a fare i sacrifici maggiori.

Il fatto che il movimento femminista mainstream di oggi supporti idee e politiche che ignorano – o attivamente danneggiano – quelle che sono più svantaggiate di noi, denota che ciò che manca è la consapevolezza che la reale misura di come le donne stanno operando è di come le più vulnerabili di noi stanno facendo, e non quanto più accogliente la parte maggiormente agiata può diventare.

C’è una ignoranza ostinata nel tentativo di “sanare” l’oggettivazione sessuale come empowering senza considerare come questo rafforza l’idea che i corpi delle donne esistano in funzione dell’approvazione e della valutazione da parte del sesso maschile, ed i molti modi in cui le credenze incidono sulle donne e ragazze di tutto il mondo (qui). C’è una sorta di miopia pericolosa in gioco quando le femministe occidentali criticano la mutilazione genitale femminile. L’aumento dei tassi di chirurgia estetica fanno parte della stessa dinamica in cui i corpi delle donne vengono mutilati in forme definite da uomini (qui). C’è bisogno di una gretta indifferenza per supportare le industrie di sfruttamento sessuale come la pornografia e la prostituzione, favorendo politiche sbagliate di riduzione del danno che mantengono una classe in gran parte povera, per lo più donne di colore costrette attraverso i soldi a servire sessualmente gli uomini.

Invece di riconoscere che le donne non sono libere fino a quando tutte le donne saranno libere, le femministe mainstream abbandonano a loro stesse le più svantaggiate, rigettando l’azione radicale e collettiva del movimento delle donne delle origini come obsoleta e irrilevante, come resti di un’epoca passata, come se fosse in contrasto con la forza necessaria per stimolare le donne più fortunate ad agire.

 

Crisi

Numerose teorie concordano sul fatto che le rivoluzioni tendono ad accadere in risposta a crisi acute – forti delusioni dopo periodi di speranze in costante crescita. Come ciò si applica alle donne, che hanno vissuto sotto il patriarcato per migliaia di anni, e, oltre a una manciata di momenti rivoluzionari, lavorato all’interno delle strutture di potere dominanti per provare a cambiarle? Vuol dire che semplicemente non abbiamo ancora sofferto abbastanza?

Questo dipende dalla vostra definizione di “noi”.

La violenza domestica, in larga parte violenza commessa da uomini contro le loro partner o familiari, è la più rilevante causa di danni per le donne (qui). Gli studi dimostrano che tra il 35 e il 70 % delle donne ha subito violenza fisica e / o sessuale nella loro vita (qui). Le donne rappresentano il 70 % di tutte le persone in stato di povertà (qui). Le donne e le ragazze sono il 70 % delle vittime di traffico di esseri umani (qui), e il 98 % delle vittime di traffico sessuale. Ai nostri giorni, almeno 200 milioni di donne e bambine hanno subito la mutilazione genitale femminile (qui). Secondo stime prudenti, una donna su quattro del Nord America subirà una aggressione sessuale nel corso della sua vita (qui) . Le probabilità sono molto più alte per coloro che sono più vulnerabili: in Nord America l’83 % delle donne con disabilità subisce aggressioni sessuali nella propria vita (qui), e in Canada il 57 % delle donne aborigene sono state vittime di abusi sessuali (qui).

Come possiamo conoscere questi fatti e non prendere in considerazione le condizioni delle donne che vivono all’interno di una situazione di crisi? Questa è una crisi – una crisi che siamo state abituate a giustificare e ad accettare. Una crisi che si è protratta per così tanto tempo che abbiamo costruito un enorme quantità di storie per spiegare il motivo per cui questo è accaduto, storie per spiegare perchè è così e così sarà per sempre.

Quindi sorelle, ci siamo ancora? Le donne sono abbastanza impoverite? Abusate? Uccise? Siamo pronte a guardare al di fuori delle nostre esperienze ristrette e a riconoscere che la nostra migliore possibilità di liberare tutte le donne è quella di lavorare insieme per ciascuno dei nostri interessi? Siamo pronte a rispondere a questa crisi per ciò che rappresenta, per cominciare a costringere le istituzioni che affermano di sostenere i nostri interessi a fare lo stesso?

Siamo pronte? Se non lo siamo, quanto la situazione deve ancora peggiorare – per quante di noi – prima di riuscire a essere pronte?

 

Jindi Mehat is an East Vancouver-based second wave feminist who is reconnecting with feminism after several tours of duty in male-dominated corporate land. Follow her @jindi and read more of her work at Feminist Progression.

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Nuovo provvedimento dell’Aifa in materia di contraccezione di emergenza

Norlevo

 

Le attiviste di #ObiettiamoLaSanzione accolgono favorevolmente la decisione dell’Aifa, con la quale si statuisce che la vendita della “pillola del giorno dopo” non sia assoggettabile a prescrizione medica per le maggiorenni. Si riconosce in tal modo anche in Italia ciò che da circa quindici anni ha deciso l’Oms in materia di Contraccezione di emergenza (CE), nel cui novero rientra tale farmaco . Infatti è ormai dimostrato che l’uso di Levonorgestrel (Norlevo) e di Ulipristal acetato (Ellaone) non abbia effetti abortivi, ma piuttosto di interferenza con l’ovulazione , caratteristiche che li rendono più simili quindi ad una pillola estro progestinica che funziona più efficacemente, inibendo la produzione di ovociti.

Proprio per poter più rapidamente ritardare l’ovulazione, è necessaria quindi una grande tempestività di assunzione della “pillola del giorno dopo” e di contro l’obbligo di prescrizione medica veniva a ritardarne l’acquisto e quindi l’efficacia.
Per tale motivo tutti gli organismi regolatori dei farmaci in Europa (E.M.A.) e nel resto del mondo hanno a ragion veduta, senza alcuna leggerezza, scelto di abolire la ricetta permettendo così in “emergenza” di assumere questi due farmaci che, come ci mostrano numerose ricerche non hanno fatto segnalare in questi anni nessun grave effetto collaterale nei milioni di donne che le hanno assunte. Appare conseguentemente pretestuosa la presa di posizione del presidente di Federfarma Roma, Vittorio Contarina, che così si è espresso “La Norlevo è un derivato ormonale: provoca effetti collaterali e rischia di disincentivare l’uso del preservativo, con aumento del rischio di contrarre malattie veneree. L’Aifa ci ripensi”.
Invece i dati rilevati in vari Paesi europei ci mostrano che tra le utilizzatrici della contraccezione d’emergenza non vi è stato né aumento di malattie sessualmente trasmesse, né riduzione del ricorso alla contraccezione, né aumento di interruzioni volontarie di gravidanza. Anzi si potrebbe mettere in correlazione il calo delle IVG con un maggiore e più tempestivo uso di tale tipo di contraccezione. Si ricorda infine che il suo maggiore ricorso è generalmente legato ai casi di rottura del profilattico. Ci domandiamo, ordunque, quale reale vantaggio per la salute ci sarebbe a rendere più complesso e tortuoso l’acquisto di Norlevo, come vorrebbe il dott. Vittorio Contarina.
Certamente molto altro rimane da fare, ossia una maggiore, diffusa, corretta e completa informazione sui temi della contraccezione sia per i cittadini, sia per i medici di medicina generale, che per i farmacisti. A riprova di tale necessità v’è il dato che l’Italia, con il suo 16% di donne in età fertile che assume la pillola estroprogestinica, rimane tra i Paesi europei con le più basse percentuali di uso di contraccettivi orali, appena prima della Grecia. Con l’aggravante che tali stime negli ultimi anni tendono a scendere invece che ad aumentare.
In quest’ottica ci sembra lodevole l’iniziativa di proporre Linee Guida e Protocolli sulla CE a tutte le farmacie da parte della SIFAC (Società Italiana di Farmacia Clinica), in modo che tutti i loro titolari abbiano elementi specifici di riferimento elaborati dalle proprie società scientifiche. Così i farmacisti sarebbero in grado di rispondere alle domande delle donne che chiedono la contraccezione d’emergenza, invece di frapporre ad esse clausole di coscienza e comunicazioni dai toni minacciosi verso la salute femminile, prive di reale supporto scientifico.

 

Comunicato pubblicato su Noi Donne: http://www.noidonne.org/blog.php?ID=07065

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Quando i diritti diventano acquistabili

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Vivere in una società individualista, dove l’Io diventa metro e misura dell’etica.

Ci hanno abituato a pensare e ad agire come monadi. Celebriamo il successo individuale, non sono concepibili fallimenti. Non sono concepibili limiti. Non ci sono più istanze collettive e politiche. L’Io diventa autosufficiente e l’unico metro di giudizio, l’unica misura dell’umano. Una chiusura e una mancanza di comprensione della realtà molto pericolose. Questo individualismo esasperato ha vari effetti, alcuni invisibili, che arrivano però a minare la stessa etica che fonda il nostro vivere sociale.
Il partire da sé è stato trasformato, deformato, come se la soluzione potesse risiedere dentro ciascuno di noi. La risposta dentro noi stessi. Come se la responsabilità fosse su noi stessi, come se non ci fosse relazione con altri. Monadi appunto, con diritti individuali che possono benissimo schiacciare quelli altrui, perché alla fine si lotta unicamente per il proprio benessere, felicità, successo, orticello di interessi. E se oggi decido che posso procurarmi un corpo che mi generi un bambino, risulta tutto regolare, l’ottica dell’io sopra ogni cosa prevale. Una società in cui ci sono rapporti di forza che prevalgono e vengono legittimati nel nome del desiderio. I bisogni solitamente non sono argomento gradevole, e quando si parla di bisogni che possono portare una donna a scegliere di essere la “portatrice”, l’involucro, solitamente si cerca di negarli, di imbellettarli con parole dolci, come dono altruistico. Anche il partire da sé non aiuta se c’è troppa distanza tra il farei e il “lo faccio”. Perché se l’ipotesi del mettere in pratica è remota, lontana, improbabile, forse perde forza, diventa un bel discorso di teoria. Non riusciamo a gestire emozioni e questioni molto più semplici, possiamo essere in grado di donarci e di mantenere il distacco? Cosa significa provare empatia? Cosa significa usare un’altra persona come mezzo? Cosa significa prendere possesso di un altro individuo, imponendogli doveri e regole per contratto? La questione di fondo non è impedire di, ma di ragionare sul contesto in cui queste nuove forme di business si sviluppano, in modo ampio, sulle ricadute che non sono solamente quelle del mettere al mondo un bambino.

 

Continua a leggere su Dol’s Magazine: 

http://www.dols.it/2016/03/17/quando-i-diritti-diventano-acquistabili/

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Il rispetto che non c’è

Immagine tratta dalla copertina del libro "Non è un paese per donne"

Immagine tratta dalla copertina del libro “Non è un paese per donne”

 

Ho saltato la giornata dell’8 marzo, anche se bollivo in pentola qualcosa. Ho pensato di tornare a parlare quando il brusio e l’eco della giornata si fossero dissolti. Tanto poi si torna nell’ombra e le questioni delle donne tornano sotto il tappeto, insieme alla polvere di una sorta di indifferenza allergica a tutto ciò che non va al suo posto e si ostina, ma guarda un po’, a non andarci. Ma come, non ci aiutiamo da sole? Ma come non ce la facciamo? Ma sì, lasciateci pure dove siamo, dimenticatevi di noi per il prossimo anno, fino alla prossima “festa”. Tanto nel nostro Paese non è obbligatorio rispondere alle domande, alle richieste, non sembra necessario dare conto delle cose che non vanno e che andrebbero sanate. Si può soprassedere, passandoci sopra tra una mimosa e un occhio pesto.

Secondo il recente report di Job Pricing, il trend di presenza di donne nel mercato del lavoro è cresciuto negli ultimi dieci anni, nonostante la disoccupazione incomba e pesi su uomini e donne; preoccupa l’incremento del dato disoccupazionale del 12,1% per la fascia di donne 15-29 anni.

Il gender pay gap, calcolato da Job Pricing nel 2015 sulla base della RAL, vede le donne guadagnare il 10,9% in meno degli uomini, anche considerando la flessione dello 0,7% delle retribuzioni femminili. La media è € 29.985 per gli uomini e € 26.725 per le donne. Secondo i dati Eurostat sul 2014, calcolati sul salario orario lordo medio, l’Italia è all’8° posto su 31 stati, in termini di pay gap. La differenza retributiva è più evidente nei servizi. A pagina 20 sono evidenziati i settori con differenze salariali a favore degli uomini o delle donne.

Siamo più istruite, e questo trend è in crescita, basta guardare il numero di laureati/e.

C’è un dato da brividi, il gender pay gap tra i laureati raggiunge quota 36,3%. Raccapricciante. E non penso che sia destinato a salire il salario delle donne, se partiamo basse non riusciremo mai ad eguagliare gli uomini. A guardare queste medie mi accorgo che ero proprio fuori range, fuori mercato. La mia RAL come consulente ultraspecializzata era da fame, ben al di sotto di quota 25, come se avessi fatto fino alla scuola dell’obbligo. La media come al solito funziona come nelle statistiche dei consumatori di pollo. E poi mi si chiede come mai non ho resistito.

Secondo Manageritalia in collaborazione con AstraRicherche, l’Italia è “al 41° posto su 145 paesi (22° in Europa su 45 paesi) sul fronte delle pari opportunità: gli stereotipi socio-familiari resistono e il 71% degli italiani (50% la media europea) ritiene che gli uomini siano meno competenti delle donne nello svolgimento dei compiti domestici e il 43% (29% media europea) crede che un padre debba anteporre la carriera al doversi occupare dei figli piccoli”. Insomma, con soli due giorni di congedo di paternità retribuito, il futuro sembra roseo, cambiamo con calma la cultura…

Il Centro studi di Bnl In Italia, ci trasmette una nota positiva: nel 2015 il numero delle imprese fondate da donne è cresciuto di 14.352 unità. Mi piacerebbe anche conoscere la longevità di queste imprese.

I dati Ocse ci dicono che una donna su due non lavora.

Questo grafico realizzato da The Economist, che rappresenta l'”indice del tetto di cristallo”, evidenzia bene come siamo posizionati noi italiani.

Italy glass-ceiling index

Italy glass-ceiling index

 

Un diagramma che dal 2013 recupera vari dati di 29 Paesi (l’accesso delle donne all’istruzione superiore, la loro partecipazione alla forza lavoro, retribuzioni, programmi di alternanza studio-lavoro, la rappresentanza nel senior management, i costi di cura dei bambini, e da quest’anno la misurazione dei congedi di maternità/paternità retribuiti) evidenzia i punti deboli italiani. Non occorrono commenti. Vorrei solo evidenziare l’arretratezza sui congedi di paternità retribuiti. Numerosi studi dimostrano che laddove i neo-papà prendono il congedo parentale, le madri tendono a reinserirsi nel mercato del lavoro, l’occupazione femminile è più alta e il divario di reddito tra uomini e donne è più basso. I nostri due giorni sono veramente ridicoli. L’idea di fondo è che applicando periodi di congedo similari, si riduce il divario di carriera tra uomini e donne, e lo slittamento di carriera tra le donne in età fertile è ridotto. Ma le culture sono difficili da cambiare e lo sappiamo che è principalmente un fattore culturale che impedisce la risoluzione di questo tipo di gap. Inoltre, sappiamo benissimo quanto può costare anche agli uomini richiedere le ore di allattamento o i congedi, non sono rari i casi di neo-papà mobbizzati che si sono rivolti alla Consigliera di parità per essere tutelati e che sono andati in causa per questo tipo di discriminazioni.

A tal proposito, anche l’OCSE dedica il suo policy brief di marzo al tema del congedo di paternità. Sul grafico risulta ancora la vecchia normativa di un giorno retribuito, ma la sostanza non è cambiata.

paternità

 

Il mondo del lavoro italiano vede ancora come una sciagura la genitorialità, che porta con sé i compiti di cura e di accudimento che devono essere condivisi. Diventare genitori non può essere percepito come un disastro dal datore di lavoro, ma va gestito, va sostenuto, va organizzato. Due son le cose, o non si è capaci o non si ha la minima intenzione di progredire verso un modello più sostenibile di lavoro e produzione. La ri-produzione sembra restare “roba da femmine”, considerate ancora individui di secondo livello, sacrificabili e alle quali si chiede di sacrificarsi.

L’Unione Europea continua a produrre report, roadmap, suggerimenti per raggiungere un equilibrio di genere. Da ultimo questo documento della Commissione Europea “Impegno strategico per la parità di genere 2016-2019” , frutto di una consultazione pubblica e di una valutazione dei punti di forza e di debolezza della Strategia per la parità tra donne e uomini (2010-2015). Esso identifica più di trenta azioni chiave da attuare in cinque settori prioritari, con scadenze e indicatori per il monitoraggio. Inoltre, si sottolinea la necessità di integrare una parità di genere nella prospettiva di tutte le politiche dell’UE, nonché nei programmi di finanziamento comunitari. La Strategia del 2010-2015 focalizzava la sua azione su queste macroaree:

– pari indipendenza economica per le donne e gli uomini;

– parità delle retribuzioni per un lavoro di uguale valore;

– parità nel processo decisionale;

– dignità, integrità e fine della violenza nei confronti delle donne;

– promozione dell’uguaglianza di genere fuori dai confini dell’UE;

– questioni orizzontali (ruoli di genere, strumenti normativi e governativi).

Sono stati compiuti passi in avanti, come ad esempio, il più alto tasso di occupazione mai registrato per le donne (64% nel 2014) in UE e la loro crescente partecipazione ai processi decisionali in ambito economico. Tuttavia, questa tendenza al rialzo è compensata dalla disuguaglianza persistente in altre aree (retribuzione).

Nel suo programma di lavoro, la Commissione ha ribadito il suo impegno a continuare il lavoro di promozione della parità tra uomini e donne. Ciò significa mantenere al centro della politica di parità di genere le cinque aree tematiche prioritarie esistenti:

1. incremento della partecipazione delle donne al mercato del lavoro e la pari indipendenza economica delle donne e degli uomini;

2. riduzione del divario retributivo e pensionistico di genere, quindi lotta alla povertà tra le donne;

3. promozione della parità tra donne e uomini nel processo decisionale;

4. lotta contro la violenza basata sul genere e la protezione e il sostegno alle vittime;

5. promozione dell’uguaglianza di genere e dei diritti delle donne in tutto il mondo.

 

Qui di seguito una presentazione riassuntiva sugli obiettivi che si intendono raggiungere:

Altro aspetto rilevante è l’integrazione di una prospettiva di genere in ogni tipologia di intervento UE. Naturalmente è necessario assicurare anche un finanziamento di queste politiche per raggiungere una parità di genere, cooperando strettamente con tutti gli attori responsabili.

Fin qui un mondo ideale, in cui tutto può migliorare e volgere al meglio. E tanti Paesi europei sono sulla buona strada, quanto meno ci provano.

Che dire sull’Italia, dove le pari opportunità sono relegate nell’angolino, non meritevoli neppure di un dicastero dedicato? Che dire del clima che si respira nel Bel Paese medievale degli attacchi quotidiani alle donne? Il cammino per noi è tutto in salita.

Dopo la campagna disgustosa per il referendum sulle trivelle, che non linko perché preferisco non rilanciare simili livelli di disumanità e di degrado culturale, leggo un’altro esempio di tale degrado. Inqualificabili e di una violenza inaudita i metodi con cui in questo Paese ci si rivolge alle donne. Solidarietà a Patrizia Bedori e a tutte le donne che quotidianamente ricevono attacchi sessisti, misogini e indegni di un Paese civile. Chiaramente si tratta di un grosso ritardo culturale e di una sorta di resistenza al cambiamento. Trovo altrettanto grave quanto detto da Bertolaso a Giorgia Meloni. Noi donne, come gli uomini, possiamo fare ed essere tante cose, rivestire più di un ruolo nonostante ci sia ancora chi ci vuole mantenere in determinati ruoli e ghetti. Non ci lasceremo ingabbiare e fregare ancora. Possiamo scegliere di avere più ruoli, anche diversi nelle varie fasi della nostra vita, ma assegnarci un destino in quanto donne è violenza. Insultare e considerare una donna inadeguata perché non conforme a un canone che ci vuole tutte giovani e belle, è violenza. E questo purtroppo avviene anche da parte di molte donne che hanno interiorizzato questa mentalità. Mi sembra che gli attacchi si moltiplichino. A quando un Paese che sappia esprimere e praticare rispetto verso le donne? Quando capiremo che il benessere e la realizzazione piena delle aspirazioni delle donne porta vantaggi per tutti? Se partecipano le donne progredisce tutto il Paese, se non partecipano resterà quella provincia sperduta, arretrata, distante anni luce dalla civiltà e da una cultura del rispetto. La nostra partecipazione a tutti gli aspetti della vita culturale-sociale-economica-politica dell’Italia è fondamentale se vogliamo competere e crescere.

Qualche giorno fa avevo pubblicato questo appello per la mia zona, per sostenere la partecipazione attiva delle donne alla vita politica e nelle istituzioni di ogni livello. A quanto pare il mio auspicio è più che attuale.

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L’Otto ieri, oggi e domani

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@Anarkikka

 

Il 22 febbraio scorso abbiamo dato il via a una tenace battaglia per chiedere ai Ministeri competenti di rivedere la decisione di innalzare fino a 10.000 euro le sanzioni per le donne che dovessero ricorrere agli aborti fuori dalle strutture accreditate, come previsto dalla legge 194/1978.

Ribadiamo che le donne sono le vittime di un sistema che ha reso l’accesso alle IVG un percorso ad ostacoli, a causa di un numero abnorme di personale obiettore di coscienza. Quindi, anziché indagare sulle cause di questo preoccupante ritorno alla clandestinità, fatto di stime al ribasso e superficiali, si è preferito depenalizzare (ben venga) e fissare una sanzione smisurata come se potesse essere un deterrente. L’unico effetto deterrente si avrà sulle donne che pur di non vedersi comminare la sanzione, preferiranno non recarsi in ospedale per farsi curare in caso di complicanze. L’effetto potrebbe essere estremamente pericoloso per la salute e la vita stessa delle donne.

Il gruppo di donne di #ObiettiamoLaSanzione e coloro che hanno sostenuto la protesta lanciata con il primo tweetstorm del 22, sinora hanno ricevuto solo una risposta in data 25 febbraio, quella del Ministero della Giustizia, da parte del Sottosegretario Gennaro Migliore che ha riferito in seguito all’interrogazione di Marisa Nicchi. Il commento del gruppo di attiviste #ObiettiamoLaSanzione è stato questo: in sintesi riteniamo inaccettabile un tempo di verifica e di monitoraggio lungo 18 mesi.

In parallelo, sempre il 25 febbraio, abbiamo inviato anche questa lettera aperta alle parlamentari, parte dell’Intergruppo parlamentare per le donne, i diritti e le pari opportunità.

Ancora un lungo silenzio.

Non ci siamo fermate e abbiamo deciso di manifestare l’otto marzo, lottando per le donne, con un nuovo tweetstorm indirizzato al Presidente del Consiglio, attuale responsabile delle Pari Opportunità, vista l’assenza di una Ministra o di un’altra delegata. Ancora un’ondata di proteste che hanno viaggiato via social e via email.

Ci aspettiamo delle risposte adeguate all’articolata lettera che abbiamo inviato all’Intergruppo, non possiamo accettare rinvii e silenzi, perché il tempo non è dalla nostra parte e i nostri diritti sono costantemente sotto attacco e affievoliti ogni giorno che passa. Manterremo alta l’attenzione su questo tema e vigileremo finché la situazione relativa alle sanzioni e quella più ampia sulla piena applicazione della 194 non riceveranno le giuste ed efficaci attenzioni e soluzioni. Non lasceremo che il silenzio seppellisca questa palese lesione di diritti.

 

Le donne promotrici di #ObiettiamoLaSanzione
Anarkikka attivista, vignettista
Barbara Bonomi Romagnoli giornalista, attivista
Monica Lanfranco giornalista, blogger
Loredana Lipperini
Donatella Martini Donne InQuota
Cristina Obber giornalista, scrittrice
Lea Fiorentini Pietrogrande
Benedetta Pintus Pasionaria.it
Antonella Penati Federico nel cuore
Maddalena Robustelli
Simona Sforza blogger e attivista
Nadia Somma blogger, attivista
Paola Tavella giornalista
Lorella Zanardo Il corpo delle donne

 

 

Per continuare ad aderire, lasciate un commento sotto questo post di Anarkikka:

http://anarkikka.blogautore.espresso.repubblica.it/2016/02/21/obiettiamolasanzione/

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L’otto per le donne. E tu?

copertina fb page base

 

Le donne di ObiettiamoLaSanzione e tutte le persone che hanno aderito all’iniziativa, non abbassano la guardia!

L’8 marzo dalle 12,00 alle 14,00 nuovo tweetbombing a Matteo Renzi Responsabile Pari Opportunità, con il tweet:
A @matteorenzi Responsabile Pari Opportunità: L’OTTO PER LE DONNE. E TU? #‎ObiettiamoLaSanzione
con in allegato la vignetta qui in alto.

Condividete, fate girare!
Abbiamo bisogno di tutt* voi per continuare a tenere alta l’attenzione sull’ingiusto aumento di sanzioni alle donne costrette all’aborto clandestino e su una corretta applicazione della legge 194. Per vincere ci vuole costanza e determinazione!
Grazie a tutt*.

Le donne promotrici di ObiettiamoLaSanzione
Anarkikka attivista, vignettista
Barbara Bonomi Romagnoli giornalista, attivista
Monica Lanfranco giornalista, blogger
Loredana Lipperini
Donatella Martini Donne InQuota
Cristina Obber giornalista, scrittrice
Benedetta Pintus Pasionaria.it
Antonella Penati Federico nel cuore
Maddalena Robustelli
Simona Sforza blogger e attivista
Nadia Somma blogger, attivista
Paola Tavella giornalista
Lorella Zanardo Il corpo delle donne

Per saperne di più:
#ObiettiamoLaSanzione
#ObiettiamoLaSanzione Lettera aperta alle donne del Parlamento.
#ObiettiamoLaSanzione Al sottosegretario Gennaro Migliore
Intervento di Paola Tavella (a nome di tutte) alla conferenza stampa dell’Onorevole Nicchi
su ”Modifica della norma sulla super sanzione per l’interruzione di gravidanza al di fuori della legge 194”

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Donne, lavoro e discriminazioni

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Durante questi anni di crisi economica ci siamo concentrati sulle ricadute occupazionali, sulla difesa dei posti di lavoro a qualunque costo. Forse questo impegno ha lasciato da parte il discorso del contrasto a fenomeni di discriminazioni nei luoghi di lavoro. La partecipazione al mercato del lavoro ci vede sempre in posizioni molto basse nelle classifiche internazionali. Ricordo che l’Italia è al 111° posto (del segmento economic participation and opportunity, siamo al 91° posto per labour force participation) su 145 paesi del Global gender gap report 2015 del WEF, con il 13% di disoccupazione femminile, 2 punti sopra quella maschile, solo il 54% delle donne contro il 74% che partecipa al mercato del lavoro (è occupata o sta cercando) e che guadagna però la metà del suo collega. Nessun paese avanzato è messo male come il nostro, ci collochiamo tra gli ultimi insieme a Cuba, Messico, Arabia Saudita, Bangladesh. Negli ultimi dieci anni abbiamo solo peggiorato.

Lo scorso 22 febbraio ho seguito il convegno organizzato dalla Consigliera di Parità della Lombardia presso l’Auditorium Testori di Milano. Questa figura, poco conosciuta e valorizzata, in qualità di pubblico ufficiale, ha l’obbligo di agire in giudizio per accertare e rimuovere gli effetti delle discriminazioni collettive e individuali (che coinvolgono uomini e donne). Inoltre, promuove concrete politiche di pari opportunità di genere, coinvolgendo tutte le figure che operano nel mercato del lavoro: dalle lavoratrici e lavoratori alle istituzioni, dalle parti sociali ai soggetti privati.

Il Fondo nazionale per le Consigliere di Parità per il triennio 2015-2017 è stato azzerato, da qui la domanda che ha aperto il convegno: ha ancora senso parlare di parità di genere nel mondo del lavoro? Il convegno è stato anche l’occasione per fare un bilancio di chiusura del mandato della consigliera di parità Carolina Pellegrini e della sua supplente Paola Mencarelli.

Qui una presentazione che riassume chi si rivolge alla Consigliera di Parità, quante segnalazioni arrivano all’ufficio regionale e cosa denunciano, i canali informativi che portano a rivolgersi all’ufficio, i settori lavorativi (spesso sono anche le P.A. a discriminare), le tipologie di approccio per risolvere i vari casi, l’esito delle denunce.

32 accessi nel 2012, diventati negli anni 70, 73, 66 nel 2015. I numeri sono importanti, ma vanno contestualizzati. Se li esaminiamo insieme al fatto che in tante aziende, in alcuni settori, la rappresentanza sindacale manca o ha poco potere, per cui spesso il dipendente discriminato si trova da solo a fronteggiare questi problemi e non sa nemmeno della possibilità di rivolgersi all’ufficio della Consigliera di Parità, capiamo quanto ogni singolo accesso è un successo, una importante possibilità di far valere i propri diritti. Cosa viene denunciato: violenze di genere 2%, vessazioni/molestie/mobbing 12%, mobilità/C.i.g. 2%, licenziamento 10%, normativa/servizi/progetti 6%, discriminazione economica 4%, demansionamento 10%, convalida dimissioni 2%, contrattazione 3%, conciliazione lavoro famiglia 32%, carriera 2%, altro 16%.

Il dato più elevato è quello che corrisponde alle questioni di conciliazione, un segnale forte di sofferenza reale. Dietro ogni numero c’è una storia, una persona. Ci siamo noi. Avevo da poco rassegnato le dimissioni dal mio lavoro quando partecipai a un incontro in cui era presente Carolina Pellegrini. Eppure tornare a sentir parlare di questi temi mi provoca una sofferenza che gli anni non hanno saputo attenuare. Ogni volta che ne scrivo provo le stesse sensazioni laceranti, quella sensazione di solitudine e sconfitta che provai al momento della convalida delle mie dimissioni. Sconfitta perché dovevo dichiarare la mia volontarietà, pur sapendo che quella era una scelta obbligata da una serie di risposte negative del mio datore di lavoro, da mesi passati a resistere e dalla mancanza di supporti che mi permettessero di conciliare vita privata e lavoro. Mi sentivo e mi sento schiacciata da una mancanza di alternative, schiacciata da un sistema che mi stava espellendo come se improvvisamente la mia maternità mi avesse trasformato in un corpo estraneo, una scoria da smaltire e da rigettare. Io non mi sono rivolta alla consigliera di parità, e se lo avessi fatto sarei finita nella schiera di coloro che dopo una prima consulenza decidono di non proseguire. Perché le pressioni sono tante e perché non sempre hai la forza di opporti, di affrontare l’ennesimo scontro, quando sai che le hai veramente provate tutte. Nella mia vita ho resistito alla precarietà, a stipendi da fame, a singhiozzo, a c.i.g., a tutto, ma non ho saputo fronteggiare e reagire di fronte alla “scelta” di dimettermi. Non è la strada giusta, la strada giusta è lottare e farsi aiutare. Per questo si dovrebbe tornare a pretendere che quel fondo per le Consigliere di Parità si torni a riempire.

Non essendoci una consigliera di parità provinciale, dopo la decadenza della Provincia, la consigliera regionale ha dovuto occuparsi anche degli atti di carattere individuale, non solo collettivo. L’approccio ha sempre privilegiato la collaborazione con altri enti, organismi e assessorati, cercando di intervenire attraverso interventi programmati. Ci sono state importanti collaborazioni, ma non è sempre stato facile.

Le risorse azzerate non facilitano certo il compito di questa importante figura. Mancano i soldi per sostenere le spese degli avvocati che devono difendere le persone in caso di causa in tribunale, quando la conciliazione e gli accordi informali tra ditta e lavoratore falliscono.

Ogni anno viene inviata una relazione al Ministero del Lavoro QUI

Le segnalazioni arrivano dal singolo dipendente, dal suo legale o dal delegato sindacale. Gli interventi autonomi della Consigliera sono altresì possibili, se si individuano discriminazioni in seguito all’esame delle relazioni sul personale che le imprese con più di 100 dipendenti sono tenute a presentare, ma che in poche presentano. La prassi prevede l’audizione del denunciante e del datore di lavoro, che solitamente è disponibile a collaborare. Si cerca di privilegiare una conciliazione condivisa, che permetta di conservare il posto di lavoro, rimuovendo gli atti discriminatori.

Si interviene per esempio su richieste di part-time negato, di premi produttivi non erogati a donne a causa di periodi di astensione dal lavoro per maternità obbligatoria. Altri problemi si riscontrano nell’usufruire dei congedi parentali. Insomma i diritti legati alla maternità e alla paternità continuano ad essere vissuti come oneri insostenibili dai datori di lavoro, nonostante la Costituzione, il Testo unico delle disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità, aggiornato, da ultimo, con le modifiche apportate dal D.Lgs. 15 giugno 2015, n. 80 e, successivamente, dalla L. 7 agosto 2015, n. 124. QUI

Si fa fatica con una legislazione disordinata, che fatica a individuare quale sia la misura utile per garantire parità di genere, con troppi gradi di giudizio e una difficoltà a intervenire in casi di discriminazioni multiple (genere, nazionalità ecc.). Questo l’intervento dell’avv. Alberto Guariso. Prendiamo in esame casi di discriminazione per genere e per età. L’anzianità di servizio va premiata, secondo il contratto a tutele crescenti previsto dal Jobs Act. Sappiamo che le donne sono coloro che più sono soggette a interruzioni e quindi risultano le più svantaggiate da un sistema che premia la permanenza e l’anzianità aziendale. Questi sistemi penalizzano le donne. Ancora troppo ambigua la norma che riguarda l’onere della prova:

Codice delle pari opportunità (Dlgs 198/2006)

Art. 40.

Onere della prova

(legge 10 aprile 1991, n. 125, articolo 4, comma 6)

1. Quando il ricorrente fornisce elementi di fatto, desunti anche da dati di carattere statistico relativi alle assunzioni, ai regimi retributivi, all’assegnazione di mansioni e qualifiche, ai trasferimenti, alla progressione in carriera ed ai licenziamenti, idonei a fondare, in termini precisi e concordanti, la presunzione dell’esistenza di atti, patti o comportamenti discriminatori in ragione del sesso, spetta al convenuto l’onere della prova sull’insussistenza della discriminazione.

Finché le sanzioni saranno esigue, discriminare converrà ai datori di lavoro. La paura di intaccare la libertà di contrattazione del datore di lavoro incide sul tipo di intervento e sul tipo di sanzione. Ci devono essere sanzioni diverse da quelle pecuniarie e che devono dissuadere dal compiere comportamenti discriminatori. Discriminare costa molto in termini economici, ma culturalmente non è ancora una questione percepita dai datori di lavoro.

Andrea Rapacciuolo della Direzione Interregionale del Lavoro di Milano sottolinea l’importanza di diffondere le informazioni per consentire alle persone di sapere a chi rivolgersi in caso di abuso. Ci ha parlato di un nuovo modello per la convalida delle dimissioni per genitori con figli fino ai tre anni. Hanno aumentato le domande, ci dicono che questo serve a far riflettere maggiormente il dipendente dimissionario. Non siamo noi a dover riflettere, quando arriviamo a convalidare le dimissioni ne abbiamo passate già tante, siamo stremati, siamo ormai in balia della rassegnazione, abbiamo le lacrime agli occhi, è come se stessimo firmando la nostra condanna. Le strade per noi si sono già chiuse. Se questo questionario ha solo finalità statistiche e ti trovi davanti un funzionario annoiato che non vede l’ora che tu finisca la compilazione per passare alla persona successiva, mi spiegate a che serve tutto questo? Sono solo parole al vento. Più domande? Caspiterina, ci dimettiamo perché costrette e senza alternative, voi leggete che abbiamo chiesto un part-time per problemi legati a un figlio, non ce lo hanno concesso e non intervenite, ci porgete solo un questionario più prolisso? Pensate che questa sia una prassi sufficiente per contrastare pratiche discriminatorie? Infatti, il fenomeno è in costante crescita:

10.400 dimissioni con convalida, di cui circa 7.000 in Lombardia (1.200 padri), 2.500 circa in Piemonte, 220 in Liguria, 103 in Valle d’Aosta. Da marzo 2016 è prevista la convalida telematica QUI.

Carolina Pellegrini e Paola Mencarelli e Graziella Carneri, Segretario CGIL Lombardia, ci riportano l’esperienza del corso di formazione dedicato ai delegati sindacali per consentirgli di svolgere attivamente il processo di prevenzione e individuazione precoce delle situazioni di discriminazione legate al genere. Un corso in cui si sono illustrate le leggi in materia, i diritti, gli organismi e gli strumenti di difesa.

Carneri dice che le donne devono poter lavorare, far carriera e fare figli. Ci parla di condivisione e di congedo di paternità obbligatorio, di come sono stati fatti passi in avanti, anche nella cultura aziendale. Ripeto che a mio avviso la realtà non è rosea: tante aziende sbandierano la loro responsabilità sociale, ma poi mobbizzano e discriminano silenziosamente i propri dipendenti. Quindi se il lavoratore/la lavoratrice viene lasciato/a solo/a, che probabilità ha di difendersi e di impugnare un licenziamento per giustificato motivo che in realtà copre la discriminazione? I delegati sindacali intervenuti parlano proprio di questa necessità di non lasciare i lavoratori da soli.

Si è parlato anche di sicurezza nei luoghi di lavoro, in ottica di genere: Paola Mencarelli e Nicoletta Cornaggia, Regione Lombardia, con Mariarosaria Spagnuolo, Assolombarda. Perché l’approccio del D.L. 81 su salute e sicurezza QUI è generalmente neutro, come se tutti i corpi fossero uguali e reagissero allo stesso modo agli agenti chimici, alle sostanze, come se l’usura non fosse contemplata in mansioni ripetitive, tipicamente femminili a causa della segregazione orizzontale. L’usura da lavoro è difficilmente dimostrabile, spesso gli effetti si vedono quando si è già in pensione. Si è accennato a una indagine qualitativa su alcune aziende, su focus group (non campioni rappresentativi) in tema di sicurezza, che rispecchia i risultati degli studi di settore. Nelle aziende sono sentiti i temi relativi alla conciliazione, allo stress, alla fatica. Non c’è consapevolezza della diversità dei rischi uomo-donna, dell’importanza di dispositivi di sicurezza differenziati in base al genere. Le norme sono utili più a sanzionare che a prevenire. È importante adeguare la sorveglianza sanitaria, introducendo statistiche di genere, considerando chi svolge le mansioni. Soprattutto considerando gli oneri familiari e di cura che ancora pesano sulle donne.

Infine problemi relativi alla sicurezza riguardano il nuovo disegno di legge sullo smartworking. La stessa rappresentazione del lavoro agile delle donne è ancora stereotipato, alle prese con figli e cura della casa, mentre lo smartworking al maschile è sempre iperprofessionale e business oriented.

C’è da auspicare una maturazione culturale, che faccia diventare le aziende più propense a valutare forme di flessibilità positive.

Cosa fa la Regione Lombardia? Qui qualche info sul programma per la conciliazione famiglia-lavoro.

Intanto, come emerge da questo articolo, “tra il terzo trimestre del 2014 e lo stesso trimestre del 2015 le donne inizialmente disoccupate e successivamente divenute occupate sono diminuite dello 0,9%, mentre quelle rimaste disoccupate sono diminuite del 6,1 per cento. L’inevitabile conclusione è che, in un anno, la percentuale di donne inizialmente disoccupate che hanno abbandonato il mercato del lavoro nel trimestre successivo è aumentata del 7 per cento.”

Non è una maggiore flessibilità contrattuale, con una semplificazione in uscita e incentivi all’ingresso, che può portare a un incremento della partecipazione delle donne al mercato del lavoro. Si tratta di fornire strumenti, servizi e mettere a sistema pratiche di conciliazione per uomini e donne, di cambiare la cultura aziendale. L’inattività non è un destino, una scelta obbligata, lo diventa se più fattori rendono più oneroso lavorare, se gli oneri familiari e di cura non vengono condivisi e gravano in gran parte sulle donne, se i servizi di sostegno mangiano una fetta cospicua di stipendio, se la flessibilità richiesta significa lavorare senza limiti orari e regole certe, se lavorare diventa incompatibile con la vita personale.

Atti del convegno:

L’intervento di Daniela Manassero, Avvocata esperta in diritto del lavoro e antidiscriminatorio.

Dimissioni delle Madri e dei Padri – anno 2015

 

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Flessibilità lavorativa: quale?

flessibilità

 

Il mio ultimo articolo per Mammeonline.net su conciliazione vita privata e lavoro, su flessibilità, su smartwork e il benessere delle donne.

Qui un breve estratto:

Oggi parliamo di flessibilità lavorativa. Nonostante le giornate del lavoro agile (qui e qui) e i disegni di legge (qui), per promuovere e diffondere nuove pratiche di conciliazione tra lavoro e vita privata, la resistenze al cambiamento sono notevoli. Resistenze culturali da parte dei manager, ma anche le difficoltà connesse a una copertura assicurativa e alle norme sulla sicurezza.
Una certa cultura aziendale, tuttora viva e vegeta, misura la produttività e il valore del lavoro sulla base del numero di ore che un dipendente passa seduto alla propria scrivania. Questa visione distorta che misura l’impegno in base a questa permanenza premia le persone per la loro disponibilità a sacrificare tempo ed energie dalle loro vite personali nel perseguimento della “causa aziendale”. Vengono premiati atteggiamenti che non prevedono un raziocinio personale del dipendente e nemmeno la razionalità di una politica del personale.

 

CONTINUA A LEGGERE SU MAMMEONLINE: 

http://www.mammeonline.net/content/flessibilit-lavorativa-quale

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