Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Aspettare stanca

su 13 agosto 2022
Penelope disfa (svela) il suo lavoro di notte (1886)
Dora Wheeler Keith (Stati Uniti, 1856-1940) pannello ricamato con fili di seta su tessuto in seta,
New York, Stati Uniti – The Metropolitan Museum

“La parità di genere non è solo un diritto umano fondamentale, ma la condizione necessaria per un mondo prospero, sostenibile e in pace. Garantire alle donne e alle ragazze parità di accesso all’istruzione, alle cure mediche, a un lavoro dignitoso, così come la rappresentanza nei processi decisionali, politici ed economici, promuoverà economie sostenibili, di cui potranno beneficiare le società e l’umanità intera.”

I traguardi dell’obiettivo 5 ‘Raggiungere l’uguaglianza di genere ed emancipare tutte le donne e le ragazze’ dell’Agenda 2030 ONU parlano chiaro:

5.1     Porre fine, ovunque, a ogni forma di discriminazione nei confronti di donne e ragazze

5.2     Eliminare ogni forma di violenza nei confronti di donne e bambine, sia nella sfera privata che in quella pubblica, compreso il traffico di donne e lo sfruttamento sessuale e di ogni altro tipo

5.3     Eliminare ogni pratica abusiva come il matrimonio combinato, il fenomeno delle spose bambine e le mutilazioni genitali femminili

5.4     Riconoscere e valorizzare la cura e il lavoro domestico non retribuito, fornendo un servizio pubblico, infrastrutture e politiche di protezione sociale e la promozione di responsabilità condivise all’interno delle famiglie, conformemente agli standard nazionali

5.5     Garantire piena ed effettiva partecipazione femminile e pari opportunità di leadership ad ogni livello decisionale in ambito politico, economico e della vita pubblica

5.6     Garantire accesso universale alla salute sessuale e riproduttiva e ai diritti in ambito riproduttivo, come concordato nel Programma d’Azione della Conferenza internazionale su popolazione e sviluppo e dalla Piattaforma d’Azione di Pechino e dai documenti prodotti nelle successive conferenze

5.a     Avviare riforme per dare alle donne uguali diritti di accesso alle risorse economiche così come alla titolarità e al controllo della terra e altre forme di proprietà, ai servizi finanziari, eredità e risorse naturali, in conformità con le leggi nazionali

5.b     Rafforzare l’utilizzo di tecnologie abilitanti, in particolare le tecnologie dell’informazione e della comunicazione, per promuovere l’emancipazione della donna

5.c     Adottare e intensificare una politica sana ed una legislazione applicabile per la promozione della parità di genere e l’emancipazione di tutte le donne e bambine, a tutti i livelli.

Fonte: https://unric.org/it/obiettivo-5-raggiungere-luguaglianza-di-genere-ed-emancipare-tutte-le-donne-e-le-ragazze/?fbclid=IwAR1N31nf52jgIB3YryjPqvKs4iVWpPbWRPX_gK_dMQjs2cTUfF-iYx9s5qw

Secondo il Global Gender Gap Index 2022 recentemente pubblicato dal WEF, l’Italia è al 63° posto nella classifica generale tra 146 Paesi. Siamo però al 110° posto per quanto riguarda la partecipazione e le opportunità, al 59° per livello di istruzione, al 108° per quanto riguarda la salute e aspettativa di vita e al 40° per emancipazione politica.

Le note dolenti ricadono quindi su lavoro e salute. Anche per l’istruzione occorre fare uno sforzo in più.

Siamo penalizzate sul fronte della partecipazione al mondo del lavoro, disparità salariale, livelli salariali. Io aggiungerei la precarietà e la mancanza di sicurezza. Le morti, il mobbing, le molestie, le discriminazioni di vario tipo nel mondo del lavoro rendono la situazione assai preoccupante.

Ne parla ancora una volta Linda Laura Sabbadini su Repubblica oggi 13 agosto, in un pezzo dal titolo “Perché le donne non votano”.

Nel 2018 si raggiunse un tasso di astensionismo del 27%, un picco: un segnale inequivocabile che mandano soprattutto le donne, che in questo caso sono il 5% in più degli uomini.

È chiaro che si tratta di una crescita di sfiducia nella democrazia. Nel ’76 l’astensionismo era del 6,6%, da allora è cresciuto inesorabilmente. Sabbadini traccia le radici di un fenomeno politicamente rilevante: un diverso ruolo assunto dal sistema dei partiti nella nostra società: “Il rapporto tra cittadini e partiti era molto stretto nel primo trentennio della Repubblica e si esprimeva, nel momento delle elezioni, non solo con un’alta partecipazione al voto, ma anche con l’espressione dell’adesione ad un partito come affermazione di una appartenenza ad un gruppo sociale e ad un progetto politico ben preciso.”

Quindi è dentro la società che si deve tornare, per confrontarsi e misurarsi, per rappresentare e conoscerne i volti e le istanze e solo dopo progettare. Dentro la società, comprendendo il valore che ciascun/a cittadino/a ha e può portare.

Sabbadini aggiunge: “la crescita della non partecipazione al voto è andata di pari passo con una maggior mobilità e fluidità dell’elettorato italiano” e dietro, in rincorsa i partiti.

Il voto è percepito come una facoltà di cui avvalersi, il non voto deriva da “motivazioni demografiche o tecnico elettorali, sempre più espressione di disagio e distacco dovuto a sfiducia nella possibilità di cambiare situazione.”

E qui arriviamo alle donne che evidentemente si aspettavano di più, anche perché nel frattempo si è iniziato a parlare di 50E50, pari opportunità ecc.

Sabbadini ci pone la domanda: “avviene (l’astensionismo, ndr) perché le donne sono lontane dalla politica o perché la politica è lontana dalle donne?” Guardando ai risultati tangibili, che ciascuna di noi può sperimentare, la risposta è scontata. Sì certo, oggi abbiamo qualcosina in più, addirittura 10 giorni al 100% per i neopapà e la legge sulla parità salariale (tra l’altro già codificata a livello costituzionale, art. 37), eppure i dati della partecipazione al mondo del lavoro non sono confortanti, non lo dico io. Sabbadini ci ricorda un po’ di cose incompiute, dai nidi pubblici del 1971 ancora rari e con ampie differenze geografiche, alla legge sull’assistenza sociale del 2000 (che per tante donne e i loro figli non ha migliorato la situazione). I fondi per la violenza, per la sanità, per il reddito di libertà sempre in ritardo e pieni di cavilli e burocrazia. Una legge 194 svuotata a suon di obiezione e di tutte le conseguenze di anni di tagli alla sanità pubblica, consultori in primis. E quella infinita difficoltà di portare un cambiamento culturale nelle scuole contro stereotipi e violenza maschile contro le donne: prevenzione, ci siamo dimenticati una delle P fondamentali della convenzione di Istanbul.

La metà delle donne non ha un lavoro, quando ce l’ha è precario, sottopagato e lo perde quasi sempre all’arrivo del primo figlio se non ha una rete di welfare familiare che le copra le spalle. Se ne parla sempre, ma il paese resta un paese ostile per donne e mamme. C’è chi non se ne accorge, ma evidentemente chi non va più a votare sì. L’art. 3 della Costituzione è lì che giace inapplicato e l’autonomia economica dignitosa delle donne non c’è. Sabbadini parla di disincanto, sfiducia o convinzione che la politica non possa, non sappia, non voglia risolvere i problemi e le montagne quotidiane e quindi si va di faidate e di ‘si salvi chi può’. Più che una scossa ci vorrebbe un terremoto nelle coscienze di chi si candida e viene eletto per rappresentare e per trovare soluzioni.

Insomma, c’è del materiale su cui concentrarsi. Anche politicamente, se vogliamo seriamente contare e fare la differenza, non basta avere scranni, ma occorre che questa rappresentanza femminile si riempia di azioni rivolte a quella metà della popolazione che chissà perché è sempre agli ultimi posti dell’agenda. Occorre che non si creino veti, montagne, ostacoli alle azioni delle donne che riescono ad arrivare nelle istituzioni. Le idee che portiamo, al di là di coloro che si rivelano mere esecutrici, possono essere utili a trovare soluzioni e strade mai percorse, a patto che non ci mettiate le zavorre e non ci facciate ostruzionismo. Io parlo e continuerò a parlar chiaro. Un Paese che investe sulla parità, su salute e istruzione di qualità per le donne, sta ponendo le basi per il suo futuro. Continuando a ignorare le nostre istanze, le nostre proposte, le nostre problematiche, avremo delle ricadute pessime su tutta la popolazione. Non ci annacquate in formule e soluzioni neutre. Analizziamo a fondo i dati e i fenomeni, cerchiamo di scoprire sempre la dimensione di genere e i perché alcuni problemi diventano più complessi e cronici per le donne. Certo le motivazioni le conosciamo, ma è difficile che la politica riesca a tenere insieme più generazioni e la variabile di genere. Spesso fa finta di dimenticarsi di una dimensione, guarda caso le donne. Evitiamo per una volta di far finta di non conoscere le ragioni per cui questo Paese non è ancora un luogo facile per le donne, anzi. Ne va del nostro futuro e di tutti. Non vogliamo bonus, ma il buon vecchio stato sociale che avete smantellato e che le leggi varate negli anni vengano applicate, in ogni ambito, senza più discriminazioni e violenze, riconoscendo le peculiari esigenze delle donne e delle madri, perché non è con la livella e con soluzioni esclusivamente ‘paritarie’ che si danno le risposte necessarie. Bisogna che entriate nelle vite delle donne.

Bisogna partire dalla base, dalla società reale non quella vista attraverso le lenti di chi ce l’ha fatta e sta bene, e dalle basi, valori e conflitti. Non si possono cambiare le cose con gli strumenti di chi e con chi ha guidato sinora, salvo eccezioni. Partire non dal potere ma dalla rappresentanza di classi e istanze, avendo il coraggio di affrontare ciò che rende questo Paese arduo e impossibile per le donne. Meno spocchia elitaria, meno pinkwashing, meno femminismo opportunistico, più voglia di ascoltare. La politica non è carriera personale. Se anche tra noi si negano i problemi e si liquidano le criticità, non si va da nessuna parte. Ché magari non abbiamo fatto e non facciamo tutto bene. E siccome di fregature ulteriori non ne vogliamo, eviterei la strada della rottamazione 2.0 o di uno scontro generazionale. Cambiare e realizzare il cambiamento non è una questione anagrafica, si può essere conservatori/trici e servi/e dello status quo, delle logiche che ci hanno portato alla situazione attuale anche a 20 anni. Non c’è bisogno di spremersi troppo le meningi per non fare gaffe, trovare le parole e le idee giuste, se la vostra sensibilità è autentica e se pensate davvero che è il momento di dare centralità alle donne. Bravi/e ci avete messo in un pacchetto (col fiocchetto), una paginetta, avete fatto il compitino, ma non basterà se vi siederete su questo e penserete che se le cose non cambiano è colpa degli altri che non collaborano e non capiscono. Aspettare stanca, le donne sono stanche e la pazienza è finita, non potete aspettarvi che automaticamente e un po’ smemorate ricominceremo da zero a tessere pazientemente la tela, che altri/e in vesti patriarcali ci disfano continuamente, per tenerci ferme più o meno allo stesso punto. Dopo un po’ di anni facciamo fatica a fidarci che si vedranno i tanto auspicati cambiamenti.

In ogni caso, andate a votare, le donne che ci hanno precedute hanno fatto tanto per ottenere questo diritto.


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