Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Prospettive. Consapevolezza per costruire un futuro diverso


“Don’t be told what you want don’t be told what you need
there’s no future no future no future for you
(…)
When there’s no future how can there be sin
we’re the flowers in the dustbin
we’re the poison in your human machine
we’re the future your future”
1977 – Sex Pistols
Quando la realtà, le colpe e gli errori del sistema si sbattevano in faccia al potere e non si nascondevano. Non puoi creare un futuro diverso se non abbatti ciò che ti ha rubato il futuro. Non si può conservare quanto ci ha portati allo stato attuale, non si può difendere chi ha incrementato la forbice delle disuguaglianze. Non si può andare sotto braccio con chi ha distrutto l’ambiente. Non si può cambiare con lo sguardo nostalgico rivolto al passato, come se prima della pandemia fosse tutto ok.
Nel 1977 c’era più consapevolezza e lucidità di oggi. Il futuro ci è stato rubato già da tempo, per svariati motivi (si pensi all’evasione fiscale, a chi prende sussidi pur non avendone diritto, ai fondi pubblici sperperati e a un sistema clientelare mai smantellato). La scuola per anni è stata l’ultima ruota del carro degli investimenti pubblici, al pari della Sanità. La Cenerentola dei dicasteri, all’ultimo posto anche nei pensieri degli italiani. Vi si pensava solo quando si apostrofava gli insegnanti come “privilegiati, fannulloni e scansafatiche da tre mesi di vacanza”. Non vi siete indignati nemmeno quando non c’era la carta igienica, vi limitavate a portarla, assecondando una gestione non solo al risparmio anzi indegna di un Paese civile. Questo era il vostro pensiero. Al massimo vi adoperavate con qualche denuncia e ricorso per difendere i vostri pargoli ingiustamente bocciati e tartassati da insegnanti “crudeli e incapaci”. Questo, anziché riconoscere i limiti dei vostri figli e del vostro compito di genitori. Li avete difesi nonostante fossero indifendibili, nonostante avessero offeso pesantemente gli insegnanti. Poveri pargoli, mai cresciuti.
Continuare a fantasticare su un ascensore sociale che non c’è da decenni, sulla possibilità di emancipazione attraverso lo studio quando siamo in una società familista, clientelare, in cui si procede solo per raccomandazioni, in cui la gente in gamba deve andare via per poter avere una speranza di un futuro migliore, di cosa parliamo? Svegliamoci e forse capiremo che solo evitando di trascinarci nel lamento e nell’illusione potremo cambiare qualcosa. Suvvia, dovremmo aver capito come vanno le cose e come si possono cambiare. Non c’è destino, siamo noi a fare la differenza. Ma bisogna tornare a lottare, non solo per aprire un involucro ma per pretendere che quel luogo in cui si impara e si diventa adulti sia gestito in sicurezza, sia di qualità, non abbia più strutture fatiscenti, non ci siano più classi pollaio, che gli insegnanti vengano pagati adeguatamente, che siano trattati dallo Stato in modo serio, non come baby sitter o fornitori a cottimo di sapere. Dovreste chiedere la fine del precariato a vita, dovreste chiedere di dare di nuovo dignità al lavoro di chi forma le future generazioni. Dobbiamo chiedere rispetto per il loro lavoro, la loro salute. Dobbiamo chiedere soluzioni strutturali che possano riportare la scuola al rango che le compete, dobbiamo investire adeguatamente affinché questo si realizzi, non si fa nulla semplicemente contando sullo spirito di sacrificio dei singoli. Gli insegnanti devono potersi formare periodicamente non a proprie spese, ma sulla base di un progetto ministeriale che investa su di loro e li sostenga lungo tutta la loro carriera. Insegniamo ai nostri figli ad essere cittadini e a lottare per i loro diritti, invece di raccontargli che solo la scuola in presenza garantisce un futuro. La scuola in questo stato non ha la bacchetta magica, ci vuole tutto ciò che ho detto prima e i genitori non possono non capirlo. Il futuro si costruisce con la consapevolezza e il senso di responsabilità, il senso civico che implica che in pandemia ciascuno faccia la sua parte e rinunci a qualcosa. Che poi già da tempo nei corsi universitari di preparazione per l’insegnamento, e non solo, si parla di forme di didattica e mezzi diversi, eh sì, anche di adoperare nuovi strumenti digitali, multimediali. Nulla deve essere come prima. Oggi, con le regole Covid, non si può fare molto più di una classica lezione frontale e la trasmissione di un nozionismo che spesso resta giusto il tempo di superare l’interrogazione o la verifica. Se poi frequentaste un po’ le scuole che sono rimaste aperte, vi accorgereste che sono assai poco frequentate, assenze numerose, quarantene, organico carente per malattia, presenza a singhiozzo, malesseri in classe con bambini ko. Sì lo so, sono cose che noto solo io, tutto a posto, avanti così.
Chiedo ai genitori di non offuscare le menti dei propri figli con frasi sterili e vuote, con l’ideologica pretesa di scuole aperte, punto e basta. Ci vuole altro, molto altro e c’è da lottare. Chiedete ai vostri figli di comprendere la fase e di fare di tutto per difendere la salute dei compagni, degli insegnanti, dei familiari, della comunità di cui fanno parte. L’educazione civica essenziale, considerarsi e sentirsi parte di un organismo collettivo. Crescere cittadini, parte di una società, in cui non esisto solo io. Pre-occuparsi, aver cura degli altri, dell’ambiente, del mondo attorno a noi. Magari riusciamo a costruire un futuro e una società migliore. Responsabilità e impegno. Senso di realtà è maturità. La pandemia può essere un’ottima lezione per maturare. Può valere molto se ne usciamo diversi. Lottare per il futuro, senza ipocrisie e senza aver nostalgia di modelli dinosaureschi e tossici. 
Ce la possiamo fare, ce la possono fare anche le nuove generazioni, ma hanno bisogno di nuovi occhi, nuove idee, imparare a fare la loro rivoluzione, che se guardano noi sono spacciati.
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Senza salute non c’è didattica di qualità né apprendimento! Priorità a insegnanti e studenti

LETTERA APERTA A TUTTI COLORO CHE HANNO A CUORE LA SCUOLA E CHE HANNO POTERE DI CAMBIARE.

Sono una attivista politica, una femminista, una donna impegnata nella comunità. E sono anche una mamma. Sono figlia di insegnanti e da qualche anno sono tornata a frequentare le scuole come formatrice su tematiche come il contrasto agli stereotipi, alla violenza e alle discriminazioni di genere. Per mia figlia e per i suoi compagni ho scelto di impegnarmi anche negli organi collegiali di istituto.

Vi scrivo perché sento il bisogno di confrontarmi, ma anche di segnalare alcuni aspetti che riguardano il complesso universo della scuola che a mio avviso non sono stati evidenziati sufficientemente. La scuola ha riaperto in presenza, anche se superiori e ora parte delle medie sono già passate alla didattica a distanza. Come genitori abbiamo tutti sperato che le condizioni pandemiche non arrivassero ai numeri e alla situazione attuale, specialmente a Milano, città in cui vivo. Abbiamo sperato che si potesse ricominciare ad avere un minimo di regolarità, anche se con comportamenti diversi e adeguati alla fase. Qualcosa non è andata nel verso sperato, i protocolli si sono dimostrati abbastanza fragili e inadeguati, la scuola avrebbe dovuto avere un sistema esterno di protezione multidisciplinare e multidimensionale, una sorta di paracadute, che avrebbe dovuto evitare di veder crollare subito il tracciamento, l’assistenza, la diagnostica, con ritardi e difficoltà crescenti. Il fatto di aver poi definito delle regole dalle maglie larghe non ha aiutato: aver stabilito che per rientrare in comunità erano sufficienti 14 giorni di quarantena senza tampone o certificazione medica, purché asintomatici, oppure 10 giorni con tampone, eseguito il decimo giorno, ha probabilmente generato dei problemi, perché sappiamo che nelle fasce più giovani della popolazione il Covid19 ha spesso una forma asintomatica. Così rischiamo di non vedere la parte dell’iceberg sommersa. Si è scelto di alleggerire il sistema diagnostico a scapito di una reale verifica della diffusione dell’infezione. Addirittura, apprendiamo che a Milano non si faranno più tamponi ai contatti stretti di positivi. Non avviando azioni di test massivi periodici sulla popolazione scolastica ci si è fermati a registrare il visibile, il sintomatico. Si è preferito altresì non effettuare nessun controllo stringente sui familiari degli studenti sottoposti a quarantena per contatto con positivo. I risultati? Tutti si sono sentiti liberi di uscire e fare una vita normale, anche coloro che erano in quarantena. Tanto è vero che la dirigente della scuola di mia figlia ha dovuto fare una circolare ad hoc per spiegare per l’ennesima volta che chi è in quarantena non deve uscire di casa. L’idea dell’autocertificazione adottata in molte scuole per giustificare le assenze pari o superiori ai tre giorni ha poi generato ulteriori sottovalutazioni. Da tutta Italia apprendiamo giorno dopo giorno come affidarci al senso di responsabilità e del rispetto delle regole del cittadino non sempre è una buona idea, perché alcuni, in piena pandemia come in tempi normali, non sono dotati di senso civico. Ma il motivo della mia lettera è soprattutto un altro, riguarda la mia esperienza con le elementari, il grado che sto vivendo più da vicino (anche se alcuni aspetti possono essere utili per tutti).

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La scuola che non c’è. Come la narrazione edulcorata ci porta a nascondere la realtà.


Così la ministra Lucia Azzolina, su Radio anch’io:

“Guai a pensare che la scuola non sia attività produttiva e a sacrificarla: è la principessa delle attività produttive, senza formazione non abbiamo futuro”.

“Sono convinta” che con la chiusura delle scuole “rischiamo un disastro educativo, sociologico, formativo, psicologico. Un bambino che deve imparare a leggere e a scrivere, non può farlo da dietro uno schermo. Dobbiamo essere molto prudenti, i ragazzi hanno diritto ad un pezzo di normalità nella loro vita”

Forse ci vuole un bel bagno di realtà. C’era una volta la scuola che prima di ogni altra cosa ti insegnava a leggere e a scrivere, perché le basi dovevano essere solide prima di poter passare ad altro. Così si passavano almeno due anni a fare quasi esclusivamente questo lavoro, affiancando man mano altro, ma sempre con un esercizio mirato a rendere autonomi i bambini nella lettura e scrittura, rigorosamente in corsivo, lo stampatello per la lettura. In seconda elementare eri già abbastanza veloce per ogni attività necessaria per progredire nello studio. La maestra usava pochissimo i libri, dettava e dettava esercizi e noi imparavamo a scrivere e a diventare veloci e precisi, potevamo farne tanti senza stancarci perché allenati e aiutati dalla scrittura in corsivo. Veloci anche nella lettura perché c’era esercizio sia a casa che a scuola. Ci sono dei tempi giusti che devi dedicare, non puoi tagliarli o saltarli. C’è lo studio di gruppo (viene meglio se in classe si è pochi e non le classi pollaio a cui siamo abituati) e quello individuale, meglio sempre se c’è la possibilità di concentrazione, quindi ambiente poco rumoroso e tempi che devono adattarsi a ciascun bambino. Ci vuole allenamento. Chiedo ad Azzolina di provare ad immedesimarsi negli studenti che devono esercitarsi quotidianamente in lettura e scrittura a casa, dopo 8 ore a scuola, soprattutto ora in era covid. Fattibile? Ce lo dica la ministra.

Giusto per farvi capire perché sono tanto perplessa. Mi trovo a Milano, nel 2020.

Esperienza personale. In due mesi di scuola in presenza solo 3 righe scritte in corsivo. Tutto il resto in stampatello. È così dalla prima elementare. Corsivo questo sconosciuto. Poi ci si lamenta che fanno fatica a scriverlo. Lo credo, senza esercizio quotidiano! Ovvio che si arriva in terza elementare in queste condizioni da analfabetismo di ritorno. Sappiamo quanto importante sia il corsivo per lo sviluppo di alcune aree del cervello. Direi che non ci siamo proprio. Magari in tutto questo c’è una ratio, nessuno scrive più a mano, siamo ormai digitali al 100%. Dipendenti da uno strumento digitale, una protesi, mai autonomi. Ma come dico sempre a mia figlia, c’è un tempo per ogni cosa, ma per imparare alcune cose, come la scrittura, non puoi rimandare troppo. In passato imparavamo a usare la macchina da scrivere, il PC ma era qualcosa di successivo, in più, dattilografia era una materia. Che poi uso del PC implica un’autonomia anche nelle capacità di districarsi tra programmi, applicazioni, funzioni, procedure, risoluzione dinamica dei problemi. Analfabetismo vuol dire avere difficoltà a comprendere le procedure, anche un testo di istruzioni breve. Analfabetismo che viene da lontano, e deriva proprio da una mancanza di consolidamento delle nozioni e saperi di base. Dobbiamo insegnare ai nostri figli a sbatterci la testa anche per ore sui problemi e sulle cose nuove. Questo è l’apprendimento principale.

La ministra poi dimentica un altro pilastro importante: imparare a far di conto, a partire dalle 4 operazioni. Stesso discorso precedente, ma un po’ più articolato. Ci vuole esercizio e consolidamento di ciascuna operazione, che riguarda anche la complessità della stessa, insomma devo essere in grado di risolvere operazioni semplici e complesse, naturalmente commisurate alla classe. Imparare a far di conto non è una corsa ad affastellare operazioni, ma acquisire una sicurezza, una piena comprensione del senso/metodo/tecnica di un’operazione, prima di passare a imparare la successiva. Passare alla divisione se si vede che in molti zoppicano sulla moltiplicazione e tabelline non ha molto senso.

Ma molte di queste problematiche dipendono anche dal fatto che spesso si succedono maestre diverse ogni anno. Quindi metodi e didattica differenti, approcci e capacità di trasmissione dei saperi diverse.

Ed anche per la matematica vale la regola: tanto esercizio.

Scienze, storia e geografia vanno studiate di pomeriggio, ma anche qui tornerebbe utile l’abitudine allo studio pomeridiano quotidiano, ma è difficile quando torni a casa alle 5.

Abitudine, autonomia, esercizio, gradualità, tempi a misura di bambino, tempi ragionevoli di studio a scuola e a casa. A casa, perché tanto poi alle medie sarà così e non si potrà dire, non sono “abituato”. La scuola elementare dovrebbe accompagnare gradualmente i bambini ad acquisire queste capacità. Altrimenti è normale non riuscire a star dietro un impegno che aumenta.

E poi, ministra, la normalità nella scuola in era covid ce la siamo abbondantemente giocata.

Poi la prego di fare uno sforzo di onestà: diciamo che la scuola è stata percepita e vissuta dai genitori come un servizio, dai datori di lavoro come un’attività funzionale al sistema produttivo, stampella pubblica per permettere ai genitori di andare al lavoro e ai padroni di produrre profitto. Negli anni la politica e i diversi livelli amministrativi hanno di fatto cercato di garantire questo, sorvolando su ciò che invece la scuola avrebbe dovuto garantire: un’istruzione di buon livello, accessibile a tutti, utile a porre le basi indispensabili per affrontare i livelli universitari e successivi. Una mia amica ha giustamente parlato di “istituzionalizzazione del baby parking”. Educazione e formazione orpelli, accessori secondari.

I tempi infatti hanno via via negli anni ricalcato i tempi del lavoro, con buona pace della sostenibilità di tale orario da parte dei bambini. Anzi se un full time fa 40 ore settimanali, 8 ore al giorno, alcuni scolari ne fanno 8+2 (pre e post scuola). Ma i tempi non sarebbero nemmeno un problema se modulati e organizzati con attività diversificate, variegate, anche facoltative per accogliere le esigenze di tutti. Certo se pensi di fare tante ore di lezione frontale e interrogazioni non so quanto possa essere utile e sostenibile. Ma i genitori questo non lo sanno, nemmeno si pongono il problema.

E se volete vi posso raccontare di altri segnali che dovrebbero farci capire che non va proprio tutto alla perfezione. La formazione di qualità va costruita e garantita sul campo. La ministra dovrebbe trascorrere maggior tempo a scuola e iniziare a capire che precarietà degli insegnanti, classi pollaio e strutture inadeguate non vanno d’accordo con una scuola realmente formativa e di buon livello per tutti, capace di fare la differenza per il futuro di intere generazioni, in grado di ridurre l’abbandono e la dispersione scolastica, di non lasciare nessuno indietro, come si suole dire continuamente ma non viene mai tradotto in realtà. In questa pandemia cerchiamo di rallentare e di capire se davvero basta la bacchetta magica di “un tempo pieno in presenza”, per garantire gli obiettivi fondamentali della scuola. Magari questo modello e questi moduli scolastici hanno bisogno di un check up, una sorta di tagliando dopo anni dalla loro introduzione.

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La pandemia e ciò che per decenni abbiamo buttato sotto il tappeto


Quando anni fa già parlavo di servizi sociosanitari territoriali snaturati, ridotti all’osso, senza personale, senza strumentazione, non sembrava così importante. Quando lamentavo l’assenza di un ecografo in gran parte dei consultori familiari pubblici, mi si rispondeva da parte degli addetti ai lavori che non servivano, che per eco bastava andare in ospedale e poi ritornare al controllo con la ginecologa con i risultati. Intanto, chi aveva i soldi andava dal privato. Intanto proliferavano i consultori privati no-choice.
Quando sostenevo che i pediatri di libera scelta e i medici di medicina generale fossero troppo pieni di assistiti e senza strumentazione per poter fornire un servizio di qualità o anche solo minimamente adeguato alle esigenze della popolazione. Quando eravamo costretti ad andare in P.S. per un problema acuto perché i medici e i pediatri erano fuori orario o giorno di visita. Ci dicevate di non inondare gli ospedali, mentre voi andavate dal medico privato.
Quando per un esame diagnostico aspettavi anche un anno, molti si erano abituati a pagare, chi non poteva si attaccava al tram.
Quando è arrivata la pandemia e alla prima ondata i tamponi erano una chimera, abbiamo sperato che fosse solo un problema temporaneo. Invece con la seconda ondata stiamo registrando la medesima problematica, forse un po’ migliorata, ma intanto i tempi sono biblici e a Milano si tagliano i tamponi dei contatti stretti. Se vuoi/puoi e sei scrupoloso te lo paghi. Quindi no problem come sopra.
Quando fare il vaccino antinfluenzale diventa un percorso ad ostacoli anche per i soggetti fragili, ti viene suggerito che se paghi ti eviti ogni disagio.
Quando anziché chiedere allo Stato forme di welfare per conciliare lavoro-vita privata, continui a scaricare tutto sulle scuole e pretendi di tenerle aperte a tutti i costi anche nel bel mezzo di una pandemia. Quando ne parlavo già anni fa sembrava che farneticassi, che fossi solo una povera sfigata che pativa le conseguenze di una mancanza di sostegni, una pigrona che non era stata capace di trovare una soluzione da sé. Quando dovevamo lottare unite, per strumenti di work-life balance tante donne se ne sono fregate, tanto c’erano le tate, la scuola, i nonni. Ogni anno snobbavate i numeri delle dimissioni volontarie a ridosso della maternità. Mi raccomando, mai lottare per migliorare le cose, meglio continuare così, tanto per cosa l’hanno creata la scuola? Mica per formare ed educare… E poi sai che c’è, lavorassero queste insegnanti privilegiate che fanno 3 mesi di vacanze. Bella mentalità davvero. Complimenti ai genitori che ragionano così.
Ora reclamate il diritto all’istruzione. Ma per favore…!
Quando per anni non abbiamo mai voluto affrontare con forza il problema dell’evasione fiscale, non lamentiamoci del fatto che non ci sono risorse. Questo è il paese dove il cittadino medio è stato abituato ad evadere, chiedere aiuti e bonus anche quando non gli spettavano, dichiarare il falso per avere esenzioni sanitarie e scolastiche. Abbiamo tollerato tutto questo, a molti, troppi è andata bene così.
Quando per anni si tagliava su Sanità e Scuola, chi se ne preoccupava? Eravamo 4 gatti, che se ne accorgevano perché lo pativano sulla propria pelle e perché non potevano assistere indifferenti a questo scempio.
Magari svegliarsi per tempo e imparare che a furia di lasciar correre e mettere pezze, ci rimettiamo tutti, anche coloro che credevano e credono di essere più furbi degli altri.
Lamentarsi senza far nulla per cambiare, perché tanto c’è l’escamotage, l’amico, il parente, posso pagare, “io posso tutto, chissene degli altri” questa è la colpa più grande.

Avvilente assistere a una politica che rincorre e asseconda, unicamente a fini di consenso, i desiderata di una pletora di genitori da sempre notoriamente debolmente preoccupati dell’apprendimento dei figli, ma oggi in prima linea per tenere l’involucro scuola aperto qualsiasi cosa accada. Insegnanti chiamati a gestire stress e problemi quotidiani, una didattica in piena pandemia, tirati di qua e di là dai genitori, obbligati ad assecondare tutto, a subire tutto, a vedere sbriciolarsi diritti, a mettere a rischio la propria salute perché coloro che prendono le decisioni non vogliono trovare alternative, costruire soluzioni diverse e in linea con una emergenza pandemica, con un sistema sanitario in tilt dopo nemmeno due mesi di nuova crescita dei casi.

Ma in coscienza come fate a mandare i vostri figli a scuola in questo periodo, non provate mai preoccupazione, non vi accorgete dei rischi? Al punto in cui siamo, possiamo ancora andare dietro a una parte dei genitori, gli stessi che probabilmente minimizzano o negano i rischi della pandemia o sono disposti a sacrificare vite umane? Perché, anche quando le scuole non sono focolaio, sono un luogo non sicuro quando tutto salta, tracciamento, test, tempi di diagnosi, monitoraggio capillare e periodico (mai avviato). Il peso che hanno le scuole su un sistema sanitario e sui laboratori allo stremo occorre alleggerirlo, tanto non si riesce comunque ad avere frequenza e apprendimento di qualità. Questa non è scuola e occorre fermare l’esperimento partito a settembre al motto “armiamoci e partite”, con studenti e personale scolastico mandati allo sbaraglio senza paracadute, in spazi ed equipaggiamento inadeguati per una pandemia di queste proporzioni. Fermarci è un dovere morale e civico. Altrimenti saremo corresponsabili di morti e sofferenza. E invece di continuare a chiedere ad ogni costo le scuole aperte, iniziate a pretendere cure tempestive e certe, perché il problema vero e concreto che abbiamo è l’alta probabilità di essere abbandonati a noi stessi se ci ammaliamo. Prendere la tachipirina non è la cura, svegliatevi, chi può permetterselo non si accontenta e cerca cure più adeguate. Hanno ripreso a martellare con co-morbilità o questione anagrafica, che incidono di più se non ricevi assistenza tempestiva (un Trump e un Berlusconi lo dimostrano) e deresponsabilizza i più giovani. Logico che se non si interviene ai primi sintomi e si aspetta l’insufficienza respiratoria il decorso non può essere favorevole. Il sistema è saturo. Forse se chi ci governa dicesse questa verità con chiarezza eviteremmo molti starnazzamenti e comportamenti fuori luogo e strafottenti. Dobbiamo pretendere cure tempestive e mirate. Stiamo tornando a marzo. 
Ma molti italiani sono gli stessi di cui parlavo sopra. Disinteressati di tutto finché non traballano le loro scarse certezze e punti di riferimento. Nemmeno ora consapevoli che l’unica cosa che dovrebbero pretendere e per cui dovrebbero lottare è un servizio di assistenza sanitaria territoriale e a domicilio efficace e certa, un potenziamento dello stesso, perché anziché chiedere bonus o fondi a pioggia, occorre chiedere che i finanziamenti vadano in una direzione unica: curare e salvare le persone in questa terribile pandemia. L’unico modo per ridurre dolore, sofferenza, stress, traumi, danni e segni permanenti nella nostra società. Ci sarà poi tempo per il resto: come non dimenticarsi della scuola, investire seriamente su di essa e tornare a considerarla un pilastro fondamentale per il futuro, dando valore agli insegnanti e al lavoro che svolgono.
Impareremo mai la lezione? 
 
Consiglio di lettura: Roncaglia: la scuola del Covid è un incubo e la Dad non è un nemico
 
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