Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Le donne e la doppia presenza

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Vi propongo questo mio articolo pubblicato su Mammeonline.net. Tra i temi affrontati , modelli di  e  come nuova tirannia. Buona lettura!

 

Doppia presenza (secondo gli studi sociologici degli anni ’70), doppia giornata, doppio lavoro (Laura Balbo coniava questa categoria nel 1978), doppio sfruttamento (mercato-famiglia) l’emancipazionismo ha rappresentato questo “doppio” nella vita delle donne, ha mostrato tutti i limiti insiti in un contesto sociale in mutamento, ma con ruoli privati molto congelati, specie qui in Italia, e in un modello di lavoro e di produzione nettamente ed esclusivamente maschile.

La nostra gestione simultanea dei due globi di vita pubblico-privato, familiare-produttivo, produzione-ri-produzione, hanno cercato di trovare un equilibrio, un’equiparazione tra questi ambiti. Per molto tempo abbiamo visto differenza e uguaglianza come due cose separate, inconciliabili, inseguendo la seconda, rifuggendo dalla memoria della prima. Per poter entrare e permanere in certi contesti lavorativi abbiamo dovuto assecondare il fatto che il modello maschile si rifiutasse di integrare la differenza sessuale nella cultura del lavoro creata dagli uomini.

L’accettazione  e l’integrazione esigevano la negazione di ogni specificità, soluzione diversa, e l’invisibilità del genere con cancellazione della differenza. Quindi abbiamo avuto l’accesso, ma la parità è rimasta teoria, poco reale. Al contempo, in lavori tipicamente femminili, sono state riversate alcune capacità sviluppate in ambito domestico.

Cristina Borderías, nel suo “Strategie della libertà“, Manifesto Libri, 2000, scrive: “Produzione e riproduzione esigono dalle donne logiche di accettazione e di esercizio di valori radicamente contrapposti. Per questo la doppia presenza ha significato non solo la difficoltà di accumulare due giornate di lavoro o di assicurare una presenza simultanea nella famiglia e nella professione, ma necessità di tenere insieme e mettere in relazione le logiche dispari delle due culture del lavoro.”

Quindi è necessario cambiare i tempi, trovare una nuova forma di organizzazione sociale e di regolare pubblico e privato.

 

CONTINUA A LEGGERE QUI: http://www.mammeonline.net/content/le-donne-doppia-presenza

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Non siamo pezzi

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Qui di seguito un estratto del mio ultimo articolo per Dol’s Magazine su #‎autooggettivazione‬ ‪#‎sessualizzazione‬ ‪#‎donne‬ ‪#‎stereotipi‬ e ‪#‎media‬

Insegnare, imparare a leggere i segnali che oggettivano i nostri corpi è possibile, per immunizzarci e chiedere che questi messaggi vengano banditi dai media tutti, “sottraendo lo spazio alle donne dell’apparenza a favore delle donne della realtà.” Formazione e informazione adeguate, quindi, che ancora stentano ad affermarsi e a decollare. Devono diventare la regola. Gli anticorpi vanno formati, a scuola, nei centri di aggregazione giovanile, nelle biblioteche, non è più possibile assistere a certe messinscene mediatiche, in cui le donne sono sempre associate al mondo animale, cagne e roba simile. Reiterare ruoli, gesti, comportamenti di un modello per anni veicolato attraverso i media, non ci rende libere, ma è come se ci ingabbiassimo da sole, icone di quel mondo che rappresenta la donna a pezzi (seni, sederi, frammenti senza volto, slegati dalla persona) che dovremmo rigettare. Trent’anni e più di tv e media commerciali, ci hanno immerso in un linguaggio e in una rappresentazione delle donne a pezzi, con inquadrature innaturali, beni di consumo, esposte per aumentare le vendite e gli inserti pubblicitari. Ci ingabbiamo da sole perché questo per anni ci hanno insegnato, ci hanno fatto vedere, ci hanno somministrato. Ci hanno insegnato che questa è la realtà, l’unica valida.

 

PER LEGGERE L’INTERO ARTICOLO: http://www.dols.it/2016/01/24/non-siamo-pezzi/

Consiglio di letturahttps://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2016/01/22/ipersessualizzazione-e-auto-oggettificazione/

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Una sanzione e passa la paura della clandestinità

Nulla è cambiato. Chiediamo le stesse cose.

Nulla è cambiato. Chiediamo le stesse cose.

 

Questo post è il frutto di uno scambio di idee con Maddalena Robustelli, che ringrazio per le sue riflessioni e il suo contributo.

Abbiamo visto l’inchiesta andata in onda lo scorso 17 gennaio QUI. Nulla di nuovo per coloro che seguono da tempo la vicenda della 194, una legge dello Stato italiano svuotata e ostacolata in ogni modo da un numero sempre crescente di obiettori di coscienza.

Alla fine del 2015 avevo pubblicato e parlato dei dati in Lombardia, con gravi problemi causati dagli alti numeri di obiettori, ma anche con gravi inefficienze nella somministrazione della RU486 QUI.

Continuiamo da anni a denunciare lo stato delle cose, c’è chi si adopera per capire meglio cosa accade nelle varie strutture, chi come ho già segnalato ha creato un blog per fare una inchiesta a 360° sull’aborto QUI, ci sono associazioni come Laiga e Vita di donna che fanno trincea e tengono alta l’attenzione su questo tema. Ma per molte donne oggi non è più tra le priorità, perché si pretende che tutto si risolva con l’educazione alla contraccezione, che tra l’altro manca. Ma sappiamo che questo non è tutto, che tutto può accadere e che la facoltà di scegliere di interrompere una gravidanza e di poter essere seguita adeguatamente sono diritti fondamentali, perché la salute psico-fisica della donna viene prima di tutto, in uno Stato in cui questo è normato da una legge in vigore dal 1978 e che deve garantirne la piena applicazione. Pertanto, in un contesto di questo tipo:

  • in cui manca un’educazione capillare alla contraccezione, alla prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili, che siano declinate al femminile e al maschile;
  • con cifre di obiezione che spingono alla migrazione interregionale per poter ottenere nei tempi di legge una prestazione prevista nei LEA;
  • con consultori che salvo rare eccezioni (in Piemonte o nel Lazio dove Marta Bonafoni si sta impegnando molto a riguardo), sono in sofferenza e con servizi variegati da regione a regione;
  • donne immigrate senza permesso di soggiorno, spesso schiave della prostituzione e vittime di tratta, senza documenti, che ricorrono agli aborti clandestini per paura di rivolgersi alle strutture ospedaliere;
  • kit faidate per abortire acquistabili online;
  • numeri del Ministero che tendono a sottostimare il fenomeno del ritorno consistente degli aborti clandestini (aumentano gli aborti spontanei, di cui una percentuale è sicuramente addebitabile ad aborti casalinghi finiti con l’arrivo in pronto soccorso per gravi emorragie o infezioni);

cosa è prioritario per lo Stato?

Vitalba Azzollini (QUI) porta in evidenza un fatto, passato sotto traccia, buttato lì tra altre fattispecie:

“il recente decreto in materia di depenalizzazioni ha inasprito la sanzione a carico delle donne che decidano di ricorrere ad aborti clandestini o comunque violino la legge citata: la multa di ammontare irrisorio (51 euro) prevista in precedenza è stata sostituita da una sanzione amministrativa la cui entità può arrivare a 10.000 euro.”

 

Nel comunicato stampa del Governo leggiamo (QUI):

“L’obiettivo della riforma è quello di trasformare alcuni reati in illeciti amministrativi, anche per deflazionare il sistema penale, sostanziale e processuale, e per rendere più effettiva la sanzione. Si ritiene infatti che rispetto a tali illeciti abbia più forza di prevenzione, generale e speciale, una sanzione certa in tempi rapidi che la minaccia di un processo penale che per il particolare carattere dell’illecito e per i tempi stessi che scandiscono il procedimento penale rischia di causare la mancata sanzione.”

La donna che ricorre ad aborto clandestino viene punita con una sanzione amministrativa, anziché con una multa di rilievo penale. Viene depenalizzato il reato a carico della donna (Art. 19, co. 2, della legge 194/1978), rendendolo di livello amministrativo, e ci viene venduta questa innovazione come una miglioria, ci viene suggerito che la certezza della sanzione e la riduzione dei tempi possano diventare un deterrente, che possano addirittura avere uno scopo preventivo. Non è l’educazione a una contraccezione diffusa, non è l’assicurare un servizio efficiente e che sappia essere vicino alla donna nel modo giusto, ma la sanzione che previene tutto. Se l’obiettivo dichiarato è quello di dare un taglio a tutti i giudizi che altrimenti intaserebbero la macchina giudiziaria, al contempo si toglie alla donna la possibilità di spiegare le cause che l’hanno portata alla clandestinità, non si fa luce su quanti ostacoli di fatto rendono preferibile per molte donne abbandonare l’iter previsto dalla legge. Quindi, anziché capire cosa genera questo innalzamento degli aborti clandestini, senza ragionare su un contesto che fa acqua da tutte le parti, si commina una sanzione e via avanti così.

Ci teniamo le cliniche clandestine, i rischi per la salute, i danni psico-fisici a carico delle donne, le violenze a cui sono sottoposte le donne che decidono di abortire, la colpevolizzazione ad oltranza della donna e solo della donna, come sempre, come se si concepisse per riproduzione asessuata.

Che lo Stato non voglia vedere, che lo Stato voglia far cassa da questo stato di cose, da un disservizio che andrebbe sanato e non alimentato, è inaccettabile. A questo punto suggeriamo che i soldi derivanti da questa nuova sanzione confluiscano in un fondo destinato all’educazione alla contraccezione. Siamo di fronte a un deserto, non piace il profilattico, non piace la contraccezione ormonale e non, non piace la contraccezione d’emergenza perché è anche questo un percorso ad ostacoli, il coito interrotto è la regola, c’è un ritorno a un’ignoranza preoccupante per quanto riguarda la consapevolezza del proprio corpo e della sessualità, come pensiamo di andare avanti? I ragazzi non sanno nemmeno cosa sia la visita dall’andrologo, le ragazze indugiano per anni prima di fare una visita dal ginecologo, non conoscono rischi, patologie, non imparano ad ascoltare il proprio corpo, non sono aiutati a comprendere troppe cose di sè.

Ancora una volta lo Stato preferisce soprassedere e preoccuparsi di sanzionare anziché provvedere a sanare a monte la situazione. Se l’IVG rientra nei LEA (livelli essenziali di assistenza), lo Stato deve garantire la sua piena e celere applicazione, l’obiezione ha prodotto già una infinità di violenze. E se vogliamo fare uno sforzo in chiave di prevenzione, avviamo campagne di sensibilizzazione, educazione a una buona contraccezione/sessualità e alla protezione dalle malattie a trasmissione sessuale. Inoltre, diamoci una mossa a sostituire i contraccettivi ormonali obsoleti con quelli a basso dosaggio nei prontuari dei farmaci che passa il SSN. Investiamo nel necessario ricambio generazionale dei medici non obiettori, per non ritrovarci a brevissimo senza più operatori che applichino la 194. Lo assicuriamo o ce ne freghiamo?

Cerchiamo di garantire una assistenza umana alle donne, non deve accadere quello che è successo a Laura Fiore e a tante altre.

Ricordiamo che molto spesso dietro l’obiezione non ci sono ragioni confessionali, ma direi più legate alla carriera. Le discriminazioni che pesano su chi non è obiettore sono fortissime, come stare in trincea, vieni ghettizzato. In Lombardia sappiamo bene come una pseudo appartenenza confessionale e affari/successo vadano sotto braccio. Infine, l’obiezione costa, costa molto se pensiamo a tutti i medici gettonisti che sono chiamati a fornire una prestazione prevista dalla legge italiana, ma che medici regolarmente assunti nella sanità pubblica non forniscono. Per non parlare dei milioni di euro elargiti alle cliniche private convenzionate per fornire il servizio di IVG. Andate a chiedere in Svezia come vanno le selezioni per le scuole di specializzazione per i ginecologi.

L’obiezione di coscienza, “clausola di salvaguardia” introdotta per garantire la scelta dei medici che operavano già prima dell’introduzione della 194 è rimasta lì, e nel tempo anziché affievolirsi, si è rafforzata.

Il Consiglio d’Europa dichiara che l’Italia sta violando la legge perché a causa della troppa presenza di medici obiettori non viene garantita l’applicazione della legge 194 in maniera uniforme in tutto il territorio nazionale. L’Italia ha violato l’articolo 11 della Carta sociale europea che assicura il diritto alla salute perché ha mancato di mettere in atto le misure necessarie per consentire l’interruzione di gravidanza laddove siano presenti obiettori di coscienza. Lo ha stabilito, con decisione depositata il 10 marzo 2014, il Comitato europeo dei diritti sociali nel ricorso n. 87/2012. QUI

Nel 2015 ben due risoluzioni europee hanno ribadito che le donne devono avere pieno controllo sulle proprie scelte in merito ai loro diritti sessuali e riproduttivi, attraverso un libero accesso alla contraccezione e alle interruzioni di gravidanza. (QUI e QUI)

E mentre i no-choice periodicamente manifestano indisturbati insieme a Forza Nuova per cancellare la 194, ai nostri presidi siamo sempre in poche, la gente si ferma a chiedere i motivi per cui siamo lì, a volte sembra di vivere nel medioevo. Così si perdono i diritti, dimenticandosi di averli e di aver combattuto per essi. E anche questa è violenza, perché significa continuare a esercitare un potere, un controllo sui corpi delle donne, una cieca disapplicazione dei suoi diritti e della tutela della sua salute.

Pretendiamo la copertura del servizio nelle strutture pubbliche, basta gettonisti o contributi alle strutture private convenzionate: i soldi che si risparmierebbero potrebbero essere investiti in programmi di educazione sessuale e alla contraccezione nelle scuole, o per potenziare le attività di formazione fatte dai consultori, che non hanno risorse a sufficienza.

Un pensiero alle donne di San Marino che nel 2016 hanno ancora simili articoli del codice penale (grazie a Morena Ranocchini per le immagini e per la segnalazione):

 

San Marino 1 San Marino 2

 

 

Per la serie “Visti dagli altri”:

http://www.nytimes.com/2016/01/17/world/europe/on-paper-italy-allows-abortions-but-few-doctors-will-perform-them.html?_r=1

Per approfondire:

https://medium.com/in-transition/l-obiezione-e-la-coscienza-97382712e633#.zdeoo041a

http://www.leggioggi.it/2016/01/18/bozza-tabella/

http://www.rai.it/dl/portaleRadio/media/ContentItem-35b98082-da94-4acb-914a-558eda6a0a2a.html

http://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2016/1/22/16G00011/sg

Firma la petizione:

https://www.change.org/p/ministero-salute-no-alle-sanzioni-per-le-donne-che-ricorrono-all-aborto-clandestino?recruiter=43612969&utm_source=share_petition&utm_medium=copylink

Le riflessioni continuano su Dols:

http://www.dols.it/2016/02/19/194-sullo-stato-di-obiezione-e-di-sanzione/

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Molestatori

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Le analisi e le considerazioni di Laurie Penny sui fatti di Colonia mi sembrano molto interessanti (e vicine alle considerazioni che avevo fatto qui) e per questo pubblico il pezzo che compare su Internazionale numero 1136 di questa settimana. Buona lettura.

In un certo senso è un passo avanti. Dopo mesi di malcelata xenofobia, in Europa le autorità hanno cominciato a trattare gli immigrati come normali cittadini: quando a Colonia decine di donne sono state aggredite durante la notte di capodanno da gruppi di “arabi”, la polizia è stata lenta a intervenire e il comune ha risposto consigliando alle donne di tenersi lontane dagli estranei. L’unica differenza è che stavolta la stampa di destra non ha dato la colpa delle aggressioni alle donne, ma ai progressisti che difendono i migranti.
Sarebbe fantastico se gli stupri, le molestie sessuali e la misoginia fossero sempre presi sul serio come quando i colpevoli sono musulmani o migranti. Le aggressioni di Colonia sono un episodio gravissimo, ma lo stesso vale per la reazione delle autorità e degli islamofobi che ne hanno approfittato per definire “selvaggi” tutti i musulmani e gli immigrati. A Colonia ci sono state manifestazioni di protesta organizzate da Pegida, un’organizzazione xenofoba di estrema destra non certo famosa per la sua dedizione alla causa del femminismo.
La cancelliera Angela Merkel ha risposto con norme più rigide sul diritto d’asilo, ma per molti commentatori questo non è sufficiente. È un miracolo: finalmente la destra si occupa della cultura dello stupro! È bastato che avesse una scusa per attaccare i migranti e i musulmani e dire alle femministe che non hanno idea di come risolvere i problemi delle donne. Quest’appropriazione della retorica femminista in nome dell’imperialismo e del razzismo va avanti da secoli e in occidente fa parte del dibattito politico dal 2001. Alcuni uomini hanno deciso che avevano il dovere di spiegare alle femministe che solo i musulmani sono sessisti, e lo hanno fatto insultando tutte le donne che non erano d’accordo con loro. Queste persone mi hanno chiesto ripetutamente di “condannare” gli attacchi di Colonia.
Quindi mettiamolo bene in chiaro: la violenza sessuale non è mai accettabile. Né per motivi culturali né per motivi religiosi né perché commessa da individui emarginati e arrabbiati. La misoginia non dev’essere tollerata. Se partiamo da questo presupposto, non c’è paese o cultura al mondo che non debba farsi un profondo esame di coscienza. Io sto dalla parte dei molti migranti arabi, musulmani e asiatici che combattono il sessismo nelle loro comunità. Nessuno ha pensato di chiedergli qual è il modo migliore per combattere la violenza sessuale, eppure gli attacchi contro le donne musulmane sono aumentati dopo gli attentati di Parigi.

La cosa più ragionevole da fare per rispondere ai fatti di Colonia sarebbe chiedere (come stanno facendo molte  femministe tedesche) più intransigenza nei confronti degli stupri e delle molestie sessuali in tutta Europa.
Invece la soluzione che si sente proporre più spesso è limitare l’immigrazione.
Tutto questo risponde all’idea secondo cui solo gli stranieri selvaggi e i criminali stuprano e molestano le donne, anche se in Germania e altrove la maggior parte degli stupri sono commessi da persone conosciute dalle vittime e non ci sono dati a sostegno della tesi che i migranti sono più inclini a molestare rispetto agli altri gruppi sociali. Come sempre, il patriarcato bianco si preoccupa della sicurezza e della dignità delle donne solo quando gli abusi possono essere attribuiti agli emarginati.
L’oppressione delle donne è un fenomeno globale perché il patriarcato è un fenomeno globale. È radicato nelle strutture economiche e sociali in quasi tutte le comunità del mondo. Il sessismo e la misoginia, però, hanno risvolti diversi a seconda degli ambienti culturali o religiosi e dell’appartenenza etnica, di classe e generazionale.
Il fatto è che la misoginia non ha né etnia né religione. Viviamo in una società abituata a tollerare un certo livello di sessismo e violenza sessuale quotidiana. Ma allora, se pensiamo che questo tipo di violenza non sia diverso da tutti gli altri e che i migranti debbano essere trattati come gli altri cittadini europei, forse dovremmo accettare che tutti siano liberi di trattare le donne come pezzi di carne ambulanti, giusto?
Sbagliato. È ora di prendere sul serio la violenza sessuale e la misoginia ogni giorno, non solo quando i colpevoli sono musulmani o migranti. Questo significa che i rifugiati devono imparare a rispettare la dignità delle donne, che gli uomini di tutte le religioni devono imparare che non si può stuprare, aggredire e attaccare le donne, neanche se la loro ideologia lo permette.
Vogliamo rendere l’Europa un faro dei diritti delle donne? Fantastico. Facciamolo.

Se improvvisamente viviamo in un continente con una politica di tolleranza zero sulla violenza sessuale e la misoginia, ottimo, approfittiamo del momento. Vediamo se lo stato e i cittadini cominceranno a impegnarsi realmente per punire i colpevoli e aiutare le vittime. È più facile accusare gli emarginati di essere responsabili della misoginia piuttosto che ammettere che a qualunque altitudine gli uomini devono comportarsi meglio. Tutto il resto è ipocrisia.

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La verità come disvelamento

Giordano Pariti, 2004

Giordano Pariti, 2004

 

#Libertà #Verità #DirittiDelleDonne #UteroInAffitto di questi e di altri temi affini parlo nel mio ultimo articolo per Mammeonline.net

Qui di seguito un breve estratto:

Il corpo ha modificato il suo significato, i suoi orizzonti grazie alle nuove frontiere messe a disposizione dalla tecnologia. Per cui potremmo trovarci di fronte a una sorta di deumanizzazione meccanicistica, anche involontaria.

Cito dal testo di Chiara Volpato, pag 85, Deumanizzazione: “si riferisce alla negazione degli aspetti di emozionalità, calore, apertura, vitalità, profondità. Gli individui a cui si negano tali caratteristiche sono percepiti come inerti, freddi, rigidi, passivi, superficiali, privi di curiosità e immaginazione. Essi vengono implicitamente o esplicitamente oggettivati, vale a dire considerati alla stregua di macchine, automi o robot, che suscitano indifferenza e mancanza di empatia.”

La medicina e la tecnologia, la contrattualizzazione e la standardizzazione di alcune procedure possono portare a una impersonalità e passività forzate, ponendo in secondo piano la dimensione umana in un contesto relazionale. Questo andrebbe maggiormente evidenziato, soprattutto perché per molte persone è importante che ci sia una netta separazione tra committenti e portatrice (termine che non mi piace ma che viene normalmente utilizzato), non a tutti piace l’idea di una relazione continuativa e duratura con la portatrice.

 

Per leggere l’articolo completohttp://www.mammeonline.net/content/la-verita-come-disvelamento

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Autonomia, redistribuzione, parità di genere

Olimpia Zagnoli

Olimpia Zagnoli

 

Qualche giorno fa è uscito un bel pezzo sul NYT a firma di Judith Shulevitz, QUIche mi ha portato a ragionare e a scrivere questo post. Certamente nel pezzo del NYT ci sono molti riferimenti alla realtà statunitense, ma buona parte delle considerazioni sono applicabilissime anche alla realtà italiana.

Finlandia (QUI), Svizzera, Utrecht (QUI e QUI, QUI), insomma in giro per il mondo si inizia a considerare l’ipotesi di avviare e di sperimentare un reddito di base universale. Potrebbe essere un modo per riconoscere un valore al lavoro delle donne come madri o caregivers, che attualmente è del tutto gratuito e che ha come ricaduta principale le scelte di riduzione oraria del lavoro retribuito o il suo abbandono. Perché specialmente in Italia la situazione è estremamente sbilanciata, le donne sono coloro che maggiormente si fanno carico di lavori di cura per figli o familiari anziani e malati.

Ecco i dati del 2012 secondo l’Istat, su uso del tempo e ruoli di genere, pagina 29 e segg: QUI.

La quantità di tempo dedicato al lavoro non remunerato (lavoro domestico e di cura) varia considerevolmente tra paese e paese. Le donne italiane lavorano di più in casa in tutte le fasi del ciclo di vita, da 12 ore alla settimana, se vivono con i genitori, a 51 ore settimanali, se sono in coppia con figli piccoli (Figura 1.3).

1.3

Secondo l’indagine Istat Stereotipi, rinunce e discriminazioni di genere, sul 2011, pubblicata il 9 dicembre 2013, il 44,1% delle donne, contro il 19,9% degli uomini, ha dovuto fare qualche rinuncia in ambito lavorativo a causa di impegni e responsabilità familiari o semplicemente per volere dei propri familiari.

Nel rapporto Istat Come cambia la vita delle donne del dicembre 2015 (che copre gli anni dal 2004 al 2014), si evidenzia la seguente situazione, in merito al sovraccarico di lavoro familiare delle donne:

Finora ampio spazio si è dato al discorso del gender pay gap, i problemi legati ai congedi parentali, spesso semi-assenti per i papà, la debolezza del sistema di infrastrutture del lavoro di cura, come le chiama Anne-Marie Slaughter. Ma chiaramente, come ho più volte sottolineato in questo blog, questo rappresenta solo una parte del contesto ostile per le donne che devono combinare lavoro, carriera (se non si blocca inesorabilmente) e figli.

“Ma il problema non è che i datori di lavoro odiano le donne e i bambini. È che partono dal presupposto secondo cui la maternità è una scelta di vita, un lavoro non meritevole di salario, e nessun altro all’infuori dei genitori devono pagare per questo. Salari per l’educazione dei figli e per il lavoro domestico?”

Lo so, all’interno del femminismo si è lottato per far entrare le donne nel mondo del lavoro, non per dargli una remunerazione che consentisse loro di stare fuori da quel mondo. Sono consapevole che ci potrebbe essere un rovescio negativo della medaglia, una remunerazione potrebbe diventare un disincentivo all’impiego, ma dobbiamo chiederci se è umano quello che oggi ci viene chiesto e se è equo. Considerando che la divisione equa dei compiti di cura familiari (una via necessaria e auspicabile) è lontana dall’essere raggiunta.

Insomma, sembra che noi donne ci mettiamo sul groppone questo lavoro di cura per la gloria che ci dona questo ruolo. In realtà l’intera società beneficia di questo benefit spontaneo e gratuito. In più ci fa da zavorra al lavoro.

“Come Marx avrebbe detto se avesse considerato il lavoro delle donne nella sua teoria del valore-lavoro (non l’ha fatto), il “lavoro riproduttivo” (come le femministe chiamano la creazione e la cura delle famiglie e delle abitazioni) è alla base dell’accumulo del capitale umano. Io dico che è giunto il tempo per qualcosa di simile a un indennizzo”.

Secondo una affermazione radicale:

“Il reddito di base universale è una condizione necessaria per una società giusta, in quanto riconosce il fatto che la maggior parte di noi – uomini, donne, genitori e non – mettiamo a disposizione una grande quantità di lavoro non retribuito per sostenere il benessere generale. Se non ci stiamo occupando dell’educazione dei figli, allora possiamo dedicarci al volontariato in tutto il quartiere.”

Politicamente, il reddito di base universale sembra molto più plausibile di una sovvenzione che mira solo alle mamme, perché le politiche hanno più capacità di resistenza quando vengono percepite come garanzia di diritti universali, piuttosto che l’elargizione di contributi a pioggia.” Niente oboli o soluzioni che confermano ruoli di genere.

Certo c’è il problema di come finanziare questa misura.

Questo dibattito va avanti da secoli.

“Nel 1797, Thomas Paine ha suggerito che le nazioni dovrebbero dare a ogni ventunenne, una somma forfettaria, perché coloro che ereditano la terra hanno un vantaggio ingiusto rispetto a quelli che non hanno. Dalla metà del secolo scorso, gli economisti e i leader su entrambi i lati dello spettro politico proponevano i redditi minimi.

L’eroe libertario Friedrich A. Hayek affermava “una sorta di livello sotto il quale nessuno deve cadere.” Milton Friedman proponeva una imposta negativa sul reddito (simile al nostro attuale credito di imposta, ma questo solo per le persone che hanno un reddito. L’imposta sul reddito negativo sarebbe andata anche ai disoccupati). Nel 1969, il presidente Richard Nixon ha proposto il Family Assistance Plan, un piccolo stipendio annuo in sostituzione del welfare – $ 1600 e $ 800 in buoni pasto per una famiglia di quattro persone. La sua proposta di legge è stata approvata dalla Camera dei Rappresentanti, ma è morta in Commissione Finanze del Senato.

Proposte di reddito di base sono rispuntate, da destra come da sinistra.

Charles Murray della American Enterprise Institute pensa che un reddito garantito potrebbe sostituire lo stato sociale. QUI

Qui occorre capire cosa si vuole smantellare dello stato sociale, perché se mi dai un reddito di base e mi devo pagare spese mediche astronomiche, il gioco non torna, diventa un’arma a doppio taglio.

Le proposte di reddito di base stanno guadagnando terreno proprio a causa del divario tra ricchi e poveri, una forbice che si allarga sempre più.

Inoltre, computer e la gig economy rischiano di creare milioni di disoccupati. Uno studio dell’Università di Oxford del 2013 QUI ha concluso che i computer potrebbero sostituire gli esseri umani in quasi la metà di tutte le occupazioni negli USA fra non più di due decenni. Non stiamo parlando solo di lavori manuali. I computer sono in grado di svolgere compiti cognitivi non routinari che potrebbero spazzare via le posizioni di middle-management, come i commercialisti o gli ispettori dei trasporti, così come molti posti di lavoro qualificati nei servizi, alcuni dei quali tipicamente svolti da donne (per esempio cameriere nei ristoranti, segretarie legali).

Chiaramente, si assottiglierà l’offerta di lavoro, è innegabile, si lavorerà di meno e molte professioni verranno automatizzate, c’è sempre meno bisogno di controllo umano. Si rende necessario un ripensamento dell’intero assetto socio-economico e del rapporto salario-lavoro. Sono questioni da sempre sul banco, ma oggi assumono una rilevanza e un impatto maggiori di un tempo.

Ecco perché alcuni membri dell’elite della Silicon Valley, meglio conosciuti per il loro disprezzo per il governo, sostengono formule all-inclusive, sovvenzioni in denaro complete. Nel mese di novembre, Robin Chase, il co-fondatore ed ex amministratore delegato di Zipcar, ha richiesto un reddito di base QUI. I venture capitalist come Albert Wenger QUI di Union Square Ventures e John Lilly QUI di Greylock Partners, che investe in LinkedIn e Airbnb, hanno detto che è il momento di iniziare a pensare a un U.B.I. (universal basic income). Il fondatore di HowStuffWorks.com, Marshall Brain, ha anche scritto un romanzo sul reddito di base, titolato “Manna” (QUI) e contrappone un mondo da incubo in cui i robot sono dirigenti e i lavoratori schiavi con un insediamento utopico nel deserto australiano, in cui i cittadini ricevano una quota garantita della ricchezza creata da tali robot e possano dedicarsi a ideare nuove tecnologie innovative. È la versione della Silicon Valley celeste.

Tutto molto bello, dicono gli scettici, ma il reddito di base universale rappresenta ancora un rischio morale. Dare alla gente soldi per niente, porterà all’incremento dei pigri e il resto degli uomini andranno in bancarotta. Ma questo non sembra essere il nostro caso. Al contrario: il reddito di base dà i lavoratori meno motivi di ciondolare a casa, più di di quanto non facciano le politiche perversamente disincentivanti come quella in cui ogni dollaro guadagnato è un taglio ai sussidi familiari. La ricerca suggerisce che, piuttosto che indebolire la volontà di lavorare, erogazioni regolari incondizionate permettono alle persone di gestire la loro carriera più saggiamente.

In cinque studi famosi sulla imposta negativa sul reddito condotti negli USA e in Canada nel 1970, un reddito minimo ha portato a un po’ di diminuzione delle ore di lavoro, anche perché i disoccupati si sono presi più tempo per trovare nuovi posti di lavoro. I ricercatori ipotizzano che si riservavano per le posizioni che più ritenevano adeguata alle loro abilità. Negli Stati Uniti, i capifamiglia maschi calano di ben il 9 % all’anno. (…) In entrambi i paesi, gli adolescenti rimangono a scuola più a lungo. E le donne con figli hanno trascorso in media fino al 30 per cento in meno di tempo sul lavoro.

Il reddito di base universale incontra sia critiche che sostegni tra le femministe. Il reddito di base potrebbe incoraggiare le donne ad abbandonare il lavoro, dicono, perdendo terreno su un tema su cui il femminismo ha combattuto così duramente. Ma questa preoccupazione mi sembra, anche, paternalistica. Le donne dovrebbero avere più scelte, non meno. Così come gli uomini. La parità tra i sessi non dovrebbe richiedere a tutti di conformarsi a modelli tradizionalmente maschili di lavoro.

Faccio un piccolo inciso, richiamando questa affermazione apparsa in questo articolo, a proposito della denatalità italiana: “Il sociologo danese Gøsta Esping-Andersen tempo fa disse che in alcuni Paesi, tra i quali l’Italia, la rivoluzione di genere partita dalla maggiore istruzione femminile infine si è bloccata: la società non si è adattata alle madri lavoratrici né dentro le famiglie, né dentro il mercato del lavoro, e uno dei risultati è, appunto, una bassissima fecondità permanente.” In pratica è palese che ci sia stato da un lato un ingresso nel mondo del lavoro, ma a condizioni “maschili”, che praticamente non hanno tenuto conto di una necessaria maturazione parallela del sistema sociale e del sistema delle relazioni, della distribuzione equa degli impegni familiari all’interno delle coppie.

Inoltre, le politiche dei redditi di base hanno dimostrato di ridurre i tipi di povertà specificamente femminili.

Dai risultati degli esperimenti di prestiti per lo sviluppo condotti nelle città povere dell’India, emerge che le ragazze sono aumentate di peso e al contempo è aumentato il tempo trascorso a scuola, a tassi superiori rispetto a quelli raggiunti dai ragazzi, probabilmente perché quando ci sono pochi soldi in famiglia, le ragazze ricevono meno cibo e sono tenute maggiormente a casa.

Sarebbe interessante verificare se anche da noi si otterrebbe un effetto analogo sull’istruzione, incentivando le ragazze a proseguire gli studi. Trovo molto importante un lavoro di questo tipo, perché ancora oggi troppe ragazze abbandonano gli studi, perdendo un’occasione di emancipazione e di uscita da strade obbligate e limitanti. Le giovani donne dovrebbero essere aiutate a non restare ingabbiate in aspettative che ne limitano le aspirazioni.

Negli Stati Uniti, come Kathryn J. Edin e H. Luca Shaefer hanno mostrato nel loro libro sulla povertà estrema “$ 2,00 a Day,” il processo di accesso ai buoni pasto e all’assistenza temporanea per le famiglie bisognose, il programma di welfare-to-work creato nel 1996, può essere così impegnativo, sconcertante e degradante che molti candidati semplicemente rinunciano. E chi coloro che aspettano pazienti in fila, sono costretti a fare la pipì nelle tazze per i test antidroga o tornano a casa a mani vuote? Le donne, sempre più spesso, dato che il numero di famiglie sulle spalle delle madri single sono quattro volte superiori rispetto a quelle con un padre single, e le famiglie con a capo una donna che ricevono il sussidio di disoccupazione sono un terzo in più rispetto a quelle con a capo uomini.

Per quanto riguarda le mamme che restano a casa, che hanno alle spalle un partner, un reddito di base consentirebbe loro di mettere da parte dei soldi propri. La maggior parte degli strumenti di pensionamento-risparmio sono legati agli stipendi, il che significa che i genitori che non lavorano non hanno modo di avere una copertura sociale, 401(k) o I.R.A. Un reddito di base permetterebbe loro di risparmiare per la vecchiaia. Per le madri che non hanno stipendio c’è il rischio di essere obbligate a restare intrappolate in relazioni violente, un reddito di base proprio renderebbe più facile per loro uscire da queste situazioni.

Quanto il reddito di cittadinanza è in grado di realizzare dipende da come è configurato. Un reddito minimo garantito davvero e universale sarebbe costoso. Significa $ 12.000 all’anno per ogni cittadino con più di 18 anni, e $ 4.000 per bambino QUI. Di questo passo, avremmo bisogno di circa 3 miliardi di dollari, circa l’80 % del bilancio federale totale. Il programma potrebbe essere ancora più efficace, e più giusto, se i bambini percepissero la somma piena, visto che crescere un bambino porta alla povertà così tante persone – e tante donne! (è improbabile che questo produrrebbe un boom delle nascite, in quanto anche una bella vincita difficilmente coprirebbe i costi della crescita dei figli).

Il prezzo da pagare per questi trasferimenti di denaro sarebbe in parte compensato dai risparmi. La maggior parte dei programmi contro la povertà diventerebbero superflui. Resta compito della burocrazia estirpare gli imbroglioni (…). I più ricchi potrebbero farsi rimborsare parte dei loro contributi in tasse, in proporzione al loro reddito da lavoro. Inoltre, un reddito di base ridurrebbe gli effetti negativi della povertà e quindi il costo per la società per una cattiva salute pubblica, per la criminalità e per l’incarcerazione. Alcuni esperimenti di reddito di base hanno dimostrato che i beneficiari fanno maggior uso dei servizi medici e infrangono la legge meno spesso di coloro che non li ricevono. E poi c’è la spinta per l’economia che deriverebbe dal fatto che i poveri con a disposizione un reddito di base inizierebbero a comprare più beni.

Alcune delle numerose strategie proposte per recuperare il denaro necessario includono una tassazione uniforme relativamente alta; la fine delle scappatoie fiscali; un’imposta sul valore aggiunto; l’eliminazione dei diritti della classe media, quali la deduzione dei tassi dei mutui e le pensioni di anzianità; una più attenta rimozione degli sprechi in sicurezza sociale; una tassa sulle transazioni finanziarie speculative; e una carbon tax. Potremmo anche ricavare denaro dallo sfruttamento delle risorse pubbliche. L’Alaska, che paga già ai suoi cittadini qualcosa di molto simile a un reddito di base, manda a ogni adulto e bambino un dividendo annuale variabile di circa 2.000 $, ricavato da un fondo che investe in royalties pagate allo Stato da parte dei produttori di petrolio e gas naturale. (una sorta di risarcimento alla popolazione per lo sfruttamento dell’ambiente e delle risorse naturali, compreso l’inquinamento, ndr).

La verità, però, è che il reddito di base è una forma di redistribuzione. Ce lo potremo permettere solo quando decideremo che ne vale la pena permetterselo. Ma è proprio quello che dobbiamo decidere. Dobbiamo tagliare la spesa militare se vogliamo realizzarlo, o aumentare le tasse ai ricchi. La volontà politica per una tale enorme ristrutturazione della nostra economia richiederebbe una sostanziale revisione del rapporto tra lo Stato e il popolo. Forse, come Thomas Paine, dovremmo cominciare a pensare a questi trasferimenti di ricchezza, come a un diritto di cittadinanza, invece di una polizza assicurativa contro un disastro finanziario.

Anche se abbiamo iniziato in modo modesto, per abituare la gente all’idea, offrendo somme a chi vive sotto il livello di povertà ($ 6,000, per esempio), queste potrebbero essere una boa per le famiglie americane che lottano per non affondare.

Il reddito di base sarebbe anche per noi un modo per avvicinarci a un mondo con una maggiore parità di genere. Il denaro extra renderebbe più facile per un padre diventare il caregiver primario se lo desidera. Una mamma con un lavoro potrebbe permettersi aiuti per la cura dei bambini e mantenere al contempo un proprio reddito (riducendo il rischio di povertà una volta andata in pensione, il gap pensionistico è il risultato del gap salariale, di orari parziali obbligati, di periodi in cui la donna non può lavorare per obblighi di cura, ndr). I genitori che restano a casa avrebbero soldi in banca, maggiore rilevanza in famiglia, e il rispetto che deriva dallo svolgere un lavoro con un valore misurabile. E avremmo stabilito il principio che il lavoro di amore non ha prezzo, ma vale la pena pagare per esso.

 

Mi piacerebbe che come donne riuscissimo ad affrontare questa sfida, progettando con un punto di vista “nostro”, nuovo, un approccio che porti la nostra sensibilità, tentando di avviare un progetto concreto che sperimenti un reddito di base universale e incondizionato. Non è un semplice reddito minimo. Un lavoro che implica, come si è visto, una volontà di compiere scelte anche drastiche, per trovare le risorse necessarie. La politica richiede che si compiano delle scelte, spesso una inversione di tendenza. La lotta alla corruzione, all’evasione, una revisione delle spese militari, una definizione delle priorità di una nazione, che dovrebbe contemplare al primo posto l’idea di un benessere il più possibile diffuso, sono l’unica strada percorribile se si desidera cambiare in meglio. Ma come al solito è questione di volontà, di modificare anche, se necessario, le nostre sedimentazioni culturali.

 

Un po’ di storia:

http://ti.me/1BHANAt

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Manifestarsi

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Leggo da più parti che si sta parlando di manifestare contro la violenza di genere. Cosa è cambiato in questi ultimi mesi, da quando a settembre scrivevo questo post (seguito da altri qui e qui, qui e qui e qui) e iniziava un tentativo di organizzare un percorso unitario per giungere a una manifestazione nazionale o multicittà, sulla scia di quella di Madrid, in un contesto di certo più neutrale e meno strumentalizzabile di quello odierno?

Quando parlavo di tornare per le strade, nelle piazze, tra e con le donne mi son giunti commenti di ogni genere. Tra mancate comprensioni del contenuto dell’appello “Care compagne”, letture sbagliate, “niet” a priori, “non si può fare”, “state strumentalizzando la violenza”, “perché guardare all’estero?”, “chi si credono di essere”, “non va bene la piazza”, “manifestare è maschile, non si addice alle donne”, “ci vuole ben altro”, “manifestare non è la strada giusta per la lotta”, “non serve a niente”, silenzi e chiacchiericci, accuse di voler cancellare la storia e i movimenti associativi femminili e femministi con un colpo di stato dittatoriale unificatore, accuse di ignorare la Storia delle donne italiane ed altre amenità, è andata in scena la magnificenza della difesa dei mille orticelli personali.

L’appello, poi sfociato nella pagina collettiva Noi non ci stiamo, era una proposta, che speravamo si espandesse e trovasse sostegni trasversali, non volevamo egemonizzare un bel niente, come qualcuno ha obiettato, volevamo che ciascuna desse il proprio contributo per realizzare, con i tempi necessari, quanto accaduto in Spagna il 7 novembre scorso. E se leggete bene, non avevo scritto alcun manifesto, come qualcuna ha ingiustamente suggerito, ma chiedevo che ci lavorassimo a più mani. Quel primo appello era un sassolino lanciato in un piccolo stagno, che aveva prodotto un piccolo cerchio di adesioni, anche molto entusiaste. La costellazione femminile e femminista italiana avrebbe dovuto poi creare i cerchi successivi. Se il tessuto fosse stato più vitale e non in sofferenza, avrebbe dovuto rispondere con entusiasmo o quanto meno pensarci almeno un po’, senza scartare velocemente questa ipotesi di azione. Sarebbe potuto partire un lavoro collettivo, da elaborare e costruire nel tempo, potevamo prenderci anche un anno. Non è avvenuto per vari motivi, ma ritengo che forse da qualche parte si sia pensato che fosse meglio perseguire un obiettivo non pubblico, ma “riservato”. Riservato in senso “non diffuso” e allargato. anche ad ambiti, modalità e forze inconsuete per una parte del panorama femminista nostrano. Legittimo pensarlo, ma necessitante comunque del confronto con il dato obiettivo di un Paese ove la violenza è “diffusa”. Penso che questa dimensione di protesta pubblica, “aperta”, imprevedibile e poco gestibile, “senza rete” a molte non piaccia.
Aderire alla manifestazione spagnola, portando in risalto anche in Italia le tante sfaccettature della violenza maschile e patriarcale, sarebbe stato un segnale di vita, di lotta sana, libera da input e da altre strumentalizzazioni. Questo è fondamentale, evitare di essere strumento, ancora una volta “arieti”, se davvero vogliamo che al centro ci sia l’attenzione sulla violenza agita dagli uomini sulle donne. Mobilitarsi attraverso un moto spontaneo e libero per rivendicare i nostri diritti. Sarebbe stato lontano da schemi e calcoli di ogni sorta. Non lo si è capito per vari motivi. Al presidio di solidarietà a Milano il 7 novembre eravamo un manipolo di donne. Un segnale di come se non si accendono i riflettori per altro, le questioni delle donne non interessano a nessuno. A quanto pare in Spagna si inizia a intravedere qualche segnale interessante QUI.
Le Sisters Uncut nel Regno Unito fanno continuamente flash mob e ci dimostrano che di motivi per fare attivismo in luoghi pubblici, per le strade ce ne sono tanti e che lottare è un esercizio quotidiano, senza bisogno di autorizzazioni, investiture, eventi, input politici o altro. Si manifesta perché c’è una caterva di motivi per cui noi donne non ci stiamo e non accettiamo più questa società e questo sistema che ci ignora e ci manipola a seconda delle esigenze. Si deve rompere il silenzio che avvolge le donne e tutte le violenze di vario tipo che devono attraversare nel corso delle loro vite. Si deve rompere il silenzio.

Manifestare oggi, nel contesto contingente, è possibile unicamente condividendo la prospettiva delle donne di Colonia: #NoRazzismo e #NoSessismo. Unendoci trasversalmente, così come trasversale è la violenza agita nei nostri confronti. Non devono però affiancarsi seguaci di Salvini, della Meloni, di Casa Pound o di Forza Nuova e similari. La domanda centrale è: come fare? Come riaffermare la nostra libertà di azione e di rivendicazione dopo tanto silenzio e tanto torpore nelle piazze? Con tutto il carico di problematiche che avevamo incontrato già a settembre. Dobbiamo avere la forza di ribadire che la violenza contro noi donne è violenza, è tale, punto e basta, gli uomini si comportano così indipendentemente dalla nazionalità, dal livello socio-economico, dalla religione. Nessuna “distrazione” dal punto centrale. La violenza contro noi donne è universale, di matrice patriarcale e machista, nessun uomo in teoria ne è immune, si tratta di una questione culturale, ma non cultura occidentale contro le altre culture. Possiamo per favore iniziare a parlare di violenza punto e basta? Dobbiamo per forza rincorrere ciò che ci viene suggerito da altri? Come avevo detto a settembre, se si aspetta la congiuntura astrale perfetta non si scende mai in piazza, bisogna praticare ed esercitare l’abitudine a manifestare pubblicamente, ripetutamente insieme.. Questione di allenamento e di volontà di non restare in silenzio.

Un’ultima domanda, a proposito della (non)cultura dello stupro. Secondo voi, uno che cerca sul motore di ricerca la seguente stringa: “donne stuprate in guerra e metropolitana film porno gratis”, fa parte della più volte citata cultura occidentale laica, civile e progredita? Vi pare in linea con una sana prospettiva/cultura che rispetta le donne? Dobbiamo lavorare proprio su questa assenza di rispetto diffusa, diffusissima, onnipresente. Questi sono soggetti che si nutrono di violenza e poi un bel giorno si svegliano e decidono di praticarla nella realtà, perché il film porno non gli basta più. Questo è solo uno degli esempi di frasi ricercate sul web che portano al mio blog e che vengono registrate da wordpress e che vedo nel mio menù di amministratrice di questo sito. Potrei segnalarne altre dello stesso tenore, ma ve le risparmio.

Segnalo questa interessante intervista alla scrittrice Nina George su La Repubblica del 10 gennaio 2016 (FONTE QUI).

“FATTI GRAVI E CRIMINALI, MA LA GERMANIA È UN PAESE SESSISTA”

«Quello che è successo a Colonia la notte di San Silvestro è una vergogna. Ma sono comportamenti frequenti in Germania. I tedeschi, che oggi si scandalizzano per gli atroci fatti di Capodanno, fanno finta di non vedere. Nel mio Paese le donne sono sempre state discriminate. E lo sono ancora. È arrivato il momento di dirlo». È glaciale il j’accuse di Nina George, 42enne scrittrice tedesca, pluripremiata autrice del bestseller mondiale Una piccola libreria a Parigi (Sperling & Kupfer). Lei si dice « ancora scossa dopo Colonia». Ma «non ha paura».

Perché ce l’ha così con il suo Paese?
«Perché ora questa vicenda viene strumentalizzata dai razzisti, come abbiamo visto ieri con la manifestazione di Pegida. Ma sono cose che sono sempre successe. È sconvolgente l’omertà dei tedeschi. Perché le nostre donne non dicono niente quando sono i connazionali ubriachi a molestarle durante l’Oktoberfest (la celebre sagra della birra a Monaco, ndr) o lo stesso Carnevale a Colonia? Che vergogna».

Però una violenza collettiva del genere, forse coordinata, non si era mai vista.
«Sono criminali che non hanno niente a che fare con l’-Islam e che vanno puniti con estrema severità, non c’è dubbio. Ma sono cose che, in silenzio, sono sempre successe in Germania. Perché, nonostante i bei proclami, qui le donne non vengono mai difese. Abbiamo visto come le loro denunce agli agenti siano rimaste inascoltate quella notte a Colonia. Oppure come gli uomini presenti non le abbiano difese. In Germania manca il coraggio. E le donne raramente denunciano le violenze, perché sanno che non vengono ascoltate. Questo è un Paese che discrimina le donne».

Come fa a dirlo, scusi? Perfino il cancelliere è una donna.
«Ma la concezione della donna in Germania è molto particolare. Fa male dirlo, ma è così. La donna da noi viene vista principalmente come una potenziale mutti, una “mamma”, e questo influisce molto sulla vita quotidiana, sui salari, sul rispetto. Basta vedere la percentuale di artiste o scrittrici famose. Sono pochissime. Due anni fa c’è stata una clamorosa protesta delle donne, la Aufschrei (una sorta di “grido scandalizzato”, ndr) che denunciò pubblicamente il clamoroso sessismo nel nostro Paese. Ma tutti l’hanno già rimossa. E nulla è cambiato».

Niente? Nemmeno dopo il decennio di Angela Merkel?
«Anche se oggi mi ha un po’ deluso associando spudoratamente i fatti di Colonia all’immigrazione, lei è un vero esempio di donna, lontano da ogni stereotipo di “ragazza copertina”. Certo, oggi i tempi sono migliori rispetto a quando c’erano Kohl o Schröder. Ma il problema rimane. Del resto, la Germania non ha mai avuto un vero femminismo. È ora di plasmarne uno per il XXI secolo. Non sarà facile. Ma ora il problema vero è un altro».

Quale?
«Il razzismo che pervade sempre di più la nostra società. Si faccia un giro sui social network in Germania: è inquietante la valanga di bufale xenofobe che ogni giorno circuiscono sempre più persone. Online c’è una propaganda invisibile che sta inquinando le radici dello Stato democratico tedesco. Una mia amica era alla stazione di Colonia la sera di San Silvestro e poco dopo su Facebook ha scritto un post in difesa dei migranti. Ha ricevuto minacce di morte. E qualcuno le ha detto: “Meritavi di essere stuprata”».

 

Altro articolo interessante, Signorelli: a Colonia una guerra tra maschilisti, in cui viene intervistata l’antropologa Amalia Signorelli QUI.

 

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Farsa e realtà

Paul Townsend via flickr (CC BY-ND 2.0) https://creativecommons.org/licenses/by-nd/2.0/

Paul Townsend via flickr (CC BY-ND 2.0) https://creativecommons.org/licenses/by-nd/2.0/

 

Qui di seguito la mia traduzione* di un pezzo di Mira Sigel (QUI l’originale The farce of #Cologne).

 

Un numero imprecisato di donne sono state violentate e derubate la notte di Capodanno a Colonia. Circa 150 vittime [7 gennaio 2015] hanno fatto denuncia alla polizia, alcune parlano di stupro. Secondo quanto riferito, gli autori erano di origine nord africana e araba. La gente sui social network si divide tra coloro che parlano di accuse razziste, e chi ancora si interroga sul senso del declino dell’Occidente. I politici parlano di “polso duro della giustizia”. Le vittime sembrano scomparire in questo fermento.

Capodanno, una notte diversa dalla norma. Ognuno è in festa, tutti restano in piedi fino a tardi, molti si lasciano andare. A causa della paura di attacchi terroristici, polizia e polizia federale erano in presidio alla stazione ferroviaria di Colonia centrale. Grandi folle si trovano sulla piazza, alcuni gruppi lanciano petardi e fuochi d’artificio tra la folla. Le donne sono state palpate, circondate, minacciate, rapinate e anche violentate. Gli astanti che cercavano di dare una mano sono stati minacciati. Descrizioni concordanti raccontano che gli autori avevano tra i 15 e 35 anni, del Nord Africa e di origine araba. La polizia non si è accorta di nulla. Nella loro relazione sulla situazione hanno detto che il Capodanno è stato pacifico. Le prime notizie di attacchi sono apparse sui social network, in cui le vittime e i testimoni hanno segnalato quello che era successo a loro o ciò che avevano visto. Alcuni quotidiani locali hanno diffuso l’argomento. I mass media hanno cercato di ignorarlo, temendo di suscitare risentimenti razzisti o per non diffondere bufale. Si è scatenato un putiferio, ci sono accuse, assegnazioni di colpa, allarmi. Ma l’intera agitazione è una farsa totale, che prende in giro le vittime.

L’ex ministro della Famiglia, Kristina Schröder, non ci ha messo molto a postare su Twitter a proposito della violenza misogina insita nell’Islam. Gli attacchi di Colonia sono un chiaro risultato dell’immigrazione e della cosiddetta crisi dei rifugiati? È facile dare la colpa agli altri, ai non-nativi. Perché la società musulmana dovrebbe essere la ragione per cui degli uomini stranieri hanno aggredito le donne qui? È ipocrita e ridicolo affermare che noi mostriamo agli uomini migranti come trattare correttamente le donne. Al contrario: arrivano in un paese dove trovano pubblicità pornificata su ogni cartellone e su ogni video. Le donne sono offerte apertamente come un prodotto. L’acquisto di sesso è diventato mainstream da molto tempo e lo stupro è un reato non sempre punito. Tariffe flat e i facial abuse sono alcuni delle individuali e occidentali libertà di cui gode un uomo tedesco in una cosiddetta società civile, e anche i media supportano queste libertà in ogni modo; nessuno vuole riconoscere la violenza sessuale, quando l’uomo medio tedesco eiacula per una donna che viene picchiata e perde i sensi in un film porno. Se qualcuno è ancora in dubbio sulla questione se la prostituzione è violenza sessuale, lui o lei dovrebbe guardarsi intorno un po’ nei forum degli acquirenti di sesso. “Onlyintheass” o “whore destroyer” sono alcuni comuni nickname degli utenti. Si dovrebbe evitare di leggere i messaggi che scrivono, il rischio di reazioni a catena è enorme.

Il più grande tabloid tedesco, il BILD, titola “The sexmob in our cities”, e Alice Schwarzer, sulla rivista femminista EMMA, parlano di stupri di gruppo alla stazione ferroviaria, e chiamano gli autori terroristi. Può sembrare astruso, ma entrambi hanno ragione. Ma non sono i non-nativi, gli altri, i profughi, che producono quel clima, ma la nostra, la società disonesta, che accetta una cultura dello stupro, che la riflette in testi di canzoni, nella pubblicità e in innumerevoli film e articoli, e di una società dove le vittime di stupro sono denigrate e i colpevoli la fanno franca nonostante quello che hanno fatto. La “sexmob nelle nostre città” esiste – giorno dopo giorno – in tutte le grandi città tedesche – in particolare lungo i marciapiedi, nei bordelli, nelle saune-club e negli appartamenti.

Gli uomini stranieri, che provengono da paesi musulmani, di solito non sono abituati a forme di aperto sfruttamento sessuale delle donne. Prostituzione e pornografia esistono anche nei loro paesi, ma sono nascoste e fuorilegge dalla società. C’è una rigida separazione dei sessi, che di solito prevede che la donna, che deve mettersi il velo, rimanga in aree private e si autolimiti. Gli uomini nei paesi musulmani hanno più libertà e anche un concetto di sé diverso. È possibile argomentare se questo sia il risultato della religione o della cultura, ma una cosa è certa: non è nei loro geni. Questi uomini vengono in un paese dove tutto è porno, e questo “tutto è porno” di nuovo riguarda esclusivamente le donne. Sono gli oggetti sui cartelloni pubblicitari, le carni fresche nei bordelli, distese seminude, ornamenti femminili – sono pubblicizzate accessibili e appariscenti. Le donne nella nostra cultura sono una merce, ostentata, disumanizzata, umiliata. Con queste premesse, come possiamo essere sorpresi, che gli uomini provenienti da un contesto culturale diverso, non capiscano fin da subito, che va bene solo per il buon tedesco abusare e assalire le donne in vicoli bui, in metropolitana, al carnevale , nella propria casa o sullo schermo del televisore, ma non in gruppo o in spazi pubblici? Andiamo. Dovremmo garantire un po’ di integrazione. Poi i migranti violenti sicuramente impareranno come possono usare le donne e i loro corpi senza affrontare il tribunale. Milioni di uomini tedeschi mostrano loro ogni giorno come farlo – totalmente legale e senza punizioni.

L’acquisto di sesso è ufficialmente legale in Germania dal 2002 ed è anche accettato. Le donne che si prostituiscono non hanno alcun diritto, nessuna protezione, non ci sono limiti. Anche con la nuova legge a protezione della prostituzione non sembra cambiato nulla. Gli uomini possono fare ciò che vogliono con le donne, purché paghino dieci dollari per questo. Le organizzazioni che gestiscono il commercio di sesso suggeriscono alle prostitute di evitare di indossare sciarpe e orecchini, in modo da non essere ferite facilmente. Le donne come merce sono pubblicizzate alla portata di tutti, gli acquirenti celebrano le loro visite ai bordelli con video dedicati.

Coloro che non vogliono andare in un bordello e pagare per il sesso, possono utilizzare altri modi ed essere abbastanza sicuri che non gli succeda niente, se decidono di commettere violenze sessuali sulle donne. Lo stupro è quasi escluso dalla punizione giudiziaria in Germania, solo una piccola quantità di vittime continua a sporgere denuncia e di quei delinquenti solo un ridicolo 8,4 % viene condannato a pene sempre più ridicole. Prima di andare in tribunale le vittime devono passare attraverso mortificanti verifiche della loro credibilità e nel caso abbiano più di un partner sessuale, l’avvocato della difesa sarà lieto di chiamarle troie. Questo è legale in Germania e questa è la realtà del nostro sistema legale!

Quelli con la voce più forte su Twitter e sugli altri social media che chiedono di punire i colpevoli, sono quelli che di solito prendono in giro le femministe che lottano contro il sessismo e le vittime di violenza sessuale. Sono coloro che di solito sono i primi a pensare che le vittime di violenza sessuale mentano e utilizzino questa menzogna come atto di vendetta. Le vittime di Colonia sono usate da loro per propaganda razzista, non gliene frega niente delle donne, della loro sicurezza o dei loro diritti. Se gli aggressori di Colonia fossero stati i tifosi di calcio tedeschi, le vittime sarebbero state chiamate nazi isteriche e nessuno avrebbe neppure osato credere loro. Non abbiamo bisogno della figura dello straniero, dell’immigrato per far sentire le donne insicure in Germania. Durante il carnevale a Colonia ogni anno accadono numerosi attacchi, ma, in questa occasione, le vittime sono “avvertite” dei rischi del carnevale, che pertanto devono bere di meno e indossare gonne più lunghe. Non riescono a capire quanto queste dichiarazioni siano vicine alla tradizione islamica in cui le donne indossano il velo, entrambe sono forme di #victimblaming.

La sindaca Reker di Colonia ha proseguito sullo stesso versante, quando ha iniziato a dare consigli di comportamento per le donne dopo gli incidenti e di mantenere la distanza di un braccio dagli sconosciuti. Lei stessa è stata attaccata da un delinquente di destra con un coltello solo qualche settimana fa. Invece di prendersi cura della sicurezza delle donne negli spazi pubblici, le donne vengono dichiarate la parte-colpevole per essere state molestate sessualmente. Gli uomini sono scusati, come al solito. Son ragazzi! Molto prima degli incidenti accaduti a Colonia, in Germania, le donne sapevano di non essere sicure di notte, sui trasporti pubblici e negli spazi pubblici. Un terzo delle donne in Europa ha subito violenza sessuale.

La vera beffa per le vittime è, che non esiste una garanzia legale per quello che è successo loro. “Governare con fermezza”, su cui i politici vogliono esercitarsi ora, non ha nemmeno una base giuridica in Germania. Il Ministro della Giustizia Maas dovrebbe saperlo. Secondo la legge tedesca è stupro, solo se una vita è stata minacciata o è stata commessa una violenza di massa. Un semplice “no” o un “distanza di un braccio” non conta nelle aule dei tribunali tedeschi, l’autore del reato potrebbe aver interpretato questo come parte del flirt. A partire da “Cinquanta sfumature di grigio” un “No” significa “Sì” e la violenza è tollerata con gioia e volontariamente. L’elemento criminale definito come molestie sessuali non esiste nemmeno nel diritto tedesco. Le 150 vittime di Colonia sono lasciate sole con la speranza di un segnale politico, perché Berlino teme per la pace sociale in Germania, legalmente non avranno mai giustizia, proprio come le centinaia di migliaia di altre vittime di stupro in Germania ogni anno.

Le vittime di Colonia non appaiono neppure in questo dibattito per le parti maggioritarie. Alcuni le usano per la propaganda xenofoba, altri temono il razzismo così tanto, che preferirebbero che le vittime tacessero. Entrambi gli atteggiamenti sono atti di codardia, entrambi sono sbagliati. La cosa giusta da fare è quella di riconoscere la violenza sessuale come parte della nostra società. Quindi se vogliamo evitare che gli immigranti la pratichino, dobbiamo prima assicurarci di sanzionarla nel modo giusto. Abbiamo bisogno di ascoltare le vittime, rispettarle e proteggerle. Chi si deve vergognare e chi è fuori legge sono gli aggressori. In tutta questa discussione le vittime vengono trascurate, tutte queste donne traumatizzate, che sono lasciate sole, sono dichiarate colpevoli per quello che gli è successo o sono adoperate per scopi politici. Sono loro che dovremmo ascoltare e a loro dovremmo mostrare la nostra profonda solidarietà. A tutte loro.

* This is a not authorized translation. I decided to translate it in order to give the possibility to read this excellent post in italian. I apologize if it could be a problem, but from my point of view it’s necessary to diffuse this text to clarify the situation about Cologne facts.

 

 

Se tu parli di una guerra nel cuore dell’Europa, di una jihad sessuale e generalizzi, esporti/estendi gli attributi di questi uomini violenti a tutti gli stranieri, ai musulmani, chiaramente non potrai perseguire più la politica dell’accoglienza e forse questo ai governi fa comodo. Il fatto che il fenomeno da Colonia sembra estendersi ad altre città europee, indica che questi fatti stanno diventando qualcosa di più, qualcosa su cui giustificare politiche di restrizione in materia di immigrazione. Si parla sempre più di revisione delle procedure di asilo, di limiti al numero di immigrati, di sospensioni di Schengen.

Inoltre, a mio avviso c’è in atto la costruzione di un ingroup e di un outgroup. Se vengono da noi, sostiene Dacia Maraini, devono adattarsi alla nostra civiltà, quindi fatemi capire: se restano da loro possono continuare a fare i violenti, tanto non ce ne frega niente? Allora c’è una differenza ontologica tra le donne occidentali e le altre? Si stanno definendo le caratteristiche dell’ingroup e dell’outgroup, cosa va preservato e cosa va allontanato e ostracizzato, dentro e fuori, civiltà e natura, Noi/Loro.

Spacchiamo il capello cercando di capire il grado e il tipo di misoginia, di sessismo, di violenza, degli atti di molestie, quando sarebbe più utile condannare la violenza contro le donne in toto, senza se e senza ma, senza orpelli e declinazioni di altro tipo. Per me la violenza è tale, punto e basta, gli uomini si comportano così indipendentemente dalla nazionalità, dal livello socio-economico, dalla religione. Se invece si punta a sottolineare un aspetto “etnico”, io sento puzza di “distrazione” dal punto centrale. La violenza contro noi donne è universale, di matrice patriarcale e machista, nessun uomo in teoria ne è immune, si tratta di una questione culturale, ma non cultura occidentale contro le altre culture. Possiamo per favore iniziare a parlare di violenza punto e basta? Dobbiamo per forza rincorrere ciò che ci viene imbeccato da persone che non sanno nemmeno cosa significa discriminazione e le conseguenze di essa? Come donne conosciamo bene cosa sia la discriminazione e la deumanizzazione, quindi mi chiedo se siamo consapevoli dell’operazione in atto, in cui noi donne siamo adoperate e la violenza rischia di passare in secondo piano. Stiamo creando un nuovo ghetto, un Nemico interno, uno straniero che porta inciviltà nelle nostre candide città. Come se violenza, sessismo e misoginia fossero fenomeni alieni a cui i nostri uomini europei/occidentali sono immuni, grazie alle nostre leggi che colpiscono questi reati. Come abbiamo visto, queste sono solo favole. Questa cultura dello stupro e della violenza è dappertutto e va sradicata comprendendone (e nominando) la matrice patriarcale. Mi chiedo davvero tutto questo sostegno all’odio cosa di buono ci può portare. La (non)cultura dello stupro è diffusa ovunque, non mi sembra che sia necessario importarla. Questo dovremmo ripetere e non continuare il racconto xenofobo che si sta facendo. Sì xenofobo, perché quando si arriva a generalizzare e a creare il Mostro, si stanno ponendo le basi per una lotta razzista ed etnica. Io ripeto che non ci sto, ripeto che per me la violenza non ha colore, etnia, religione, ha le radici che ho evidenziato prima.

In Germania ci sono tantissimi bordelli, però delle violenze che gli uomini commettono su queste donne nessuno si preoccupa, siamo ancora alla divisione tra donneperbene e donnepermale, come se dovessimo preoccuparci a compartimenti stagni. La violenza non dovrebbe avere territori in cui è tollerata, le vittime sono tutte uguali e la violenza serve a sottomettere le donne, tutte, a umiliarle, considerandole oggetti di proprietà maschile. Forse si tratta veramente di un backlash del patriarcato che è in crisi e cerca di resistere riproponendo la violenza per ricondurre le donne alla sottomissione.

Dice Ida Dominijanni: “Se cominciassimo a leggere il disordine mondiale nei termini di una crisi planetaria del patriarcato, e non nei termini autorassicuranti di un Eden occidentale della libertà femminile in guerra contro l’inferno patriarcale islamico, probabilmente cominceremmo finalmente a fare un po’ d’ordine, a capodanno e tutti i giorni.”

Una lettura consigliata sulle minoranze e la deumanizzazione di gruppi estranei, Chiara VolpatoDeumanizzazione. Come si legittima la violenza:

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Onore alle donne?

Colette Rodríguez, Cuba,Pintora cubana, Mujer Doméstica

Colette Rodríguez, Cuba,Pintora cubana, Mujer Doméstica

“Senza le donne l’Italia sarebbe più povera e più ingiusta”. Così si esprimeva il presidente della Repubblica alla vigilia dell’8 marzo 2015. Alla fine dell’anno rende omaggio a tutte le donne, a quelle che con il loro esempio positivo possono ispirare tutti gli italiani, e cita Solesin, Cristoforetti e Gianotti e la campionessa paralimpica Nicole Orlando. “Nominando loro rivolgo un pensiero di riconoscenza a tutte le donne italiane. Fanno fronte a impegni molteplici e tanti compiti, e devono fare ancora i conti con pregiudizi e arretratezze. Con una parità di diritti enunciata ma non sempre assicurata; a volte persino con soprusi o con violenze”. Tanto onore e tante parole, ma pochi fatti concreti. Soprattutto, ancora una volta rischiamo di essere usate e di finire nel tritacarne di cerimonie e carriere di vario tipo.

Allora, per iniziare l’anno ho scritto una bella lista di punti aperti, che possono anche essere degli appunti di viaggio.

 

Punto primo: meno bonus una tantum e più politiche strutturali e diffuse. Per capirci, facciamo girare ricchezza e risorse, niente pacchetti di aiuto a pioggia, ma frutto di una verifica sul campo e di una strategia di lungo corso. Si chiama politica della redistribuzione, e qualcuno dovrà sacrificarsi o iniziare a pagare equamente, in base alle proprie possibilità. Non me ne frega niente di caste, albi, evasori, truffatori, girocontisti sportivi, i soldi per queste politiche si possono trovare se lo si desidera.

Cosa ne pensano politici/politiche, candidati/e e aspiranti amministratori/amministratrici locali e nazionali del lavoro di cura? Così, tanto per capire di cosa stiamo parlando, perché di essere un dorato, insostituibile e inestimabile welfare sostitutivo ci siamo anche un po’ rotte. Vorremmo con piacere essere sostituite, o quanto meno vedere che si è compreso come il carico vada ripartito equamente con l’altra metà del cielo plumbeo italiano.

 

Punto secondo: iniziamo a fare sul serio con le Pari opportunità e con i diritti delle donne. Torno a chiedere un Ministero in carne, ossa e portafoglio. Altre soluzioni sono chiaramente inadeguate e non percorribili. Ora basta altre attese. Ci piacerebbe anche che la ex consigliera per le pari opportunità del presidente del consiglio o il dipartimento, insomma qualcuno, tracciasse un bilancio del 2015 sulle pari opportunità, sui diritti delle donne, parlandoci anche di progetti in corso se ce ne sono. Non penso sia impossibile riunire tutte le informazioni che riguardano la vita delle donne. Ci piacerebbe inoltre sapere le ricadute pratiche di bonus e di altri interventi normativi ad hoc presenti per esempio nel jobsact, non da ultimo sarebbe utile relazionare (da parte delle istituzioni) su come siamo messi in merito ai fondi antiviolenza. Questo sarebbe un bel segnale di trasparenza e di comunicazione efficace, altrimenti ci riduciamo a meri spot, notizie flash che vengono presto messe sotto il tappeto e di cui nessuno più si occupa.

 

Punto terzo: cosa ci raccontate della legge di stabilità e quali sorprese in termini di tagli e non solo, ci dovremo aspettare sulla pelle delle donne?

Da quanto leggo sulla legge di stabilità, queste sono le somme da corrispondere alla Presidenza del Consiglio dei ministri per le politiche delle pari opportunità nel triennio 2016-2018: 2.823; 2.823; 2.823.

 

Punto quarto: cosa si dice sul versante del piano nazionale antitratta? Questa l’unica traccia nella legge di stabilità:

comma 417. Per lo svolgimento delle azioni e degli interventi connessi alla realizzazione del programma unico di emersione, assistenza e integrazione sociale previsto dall’articolo 18, comma 3-bis, del testo unico di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, attuativo del Piano nazionale d’azione contro la tratta e il grave sfruttamento degli esseri umani, di cui all’articolo 13, comma 2-bis, della legge 11 ago-sto 2003, n. 228, nonché per la realizzazione delle correlate azioni di supporto e di sistema da parte della Presidenza del Consiglio dei ministri – Dipartimento per le pari opportunità, è destinata al bilancio della Presidenza del Consiglio dei ministri una somma pari a 3 milioni di euro per ciascuno degli anni 2016, 2017 e 2018.

 

Punto quinto: ci auguriamo il più elevato grado di collaborazione, integrazione e lavoro sinergico tra le varie parti, al fine di definire le linee guida del Percorso di tutela delle vittime di violenza. A noi il compito di vigilare, come sempre, usando sempre la nostra testa.

comma 790. In attuazione dei princìpi di cui alla direttiva 29/2012/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 25 ottobre 2012, in materia di diritti, assistenza e protezione delle vittime di reato, in attuazione della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, ratificata ai sensi della legge 27 giugno 2013, n. 77, nonché in attuazione del decreto-legge 14 agosto 2013, n. 93, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 ottobre 2013, n. 119, è istituito, nelle aziende sanitarie e ospedaliere, un percorso di protezione denominato «Percorso di tutela delle vittime di violenza», con la finalità di tutelare le persone vulnerabili vittime della altrui violenza, con particolare riferimento alle vittime di violenza sessuale, maltrattamenti o atti persecutori (stalking). All’istituzione del Percorso di tutela delle vittime di violenza si provvede con le risorse finanziarie, umane e strumentali previste a legislazione vigente (che vuol dire che nessun nuovo stanziamento è previsto per l’attuazione di questo percorso, ndr).

comma 791. Con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, di concerto con i Ministri della giustizia, della salute e del-l’interno, d’intesa con la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, tenuto conto delle esperienze già operative a livello locale, entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, sono definite a livello nazionale le linee guida volte a rendere operativo il Percorso di tutela delle vittime di violenza, di cui al comma 790, anche in raccordo con le previsioni del Piano d’azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere, di cui all’articolo 5, comma 1, del decreto-legge 14 agosto 2013, n. 93, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 ottobre 2013, n. 119. L’attuazione delle linee guida avviene attraverso l’istituzione di gruppi multidisciplinari finalizzati a fornire assistenza giudiziaria, sanitaria e sociale, riguardo ad ogni possibile aspetto legato all’emersione e al tempestivo riconoscimento della violenza e a ogni tipo di abuso commesso ai danni dei soggetti di cui al comma 790, garantendo contestualmente la rapida attivazione del citato Percorso di tutela delle vittime di violenza, nel caso in cui la vittima intenda procedere a denuncia, e la presa in carico, da parte dei servizi di assistenza, in collaborazione con i centri antiviolenza. La partecipazione ai gruppi multidisciplinari di cui al secondo periodo non comporta l’erogazione di indennità, gettoni, rimborsi di spese o altri emolumenti.

Ricordiamoci che la violenza contro le donne, in qualunque forma sia esercitata, non è un fatto privato, ma riguarda l’intera società. Non è più derubricabile a cronaca o a fatto accidentale.

Ci fa piacere che in Italia, la giustizia sappia darci anche dei segnali positivi (fonte):

“Quasi trent’anni di matrimonio, assai difficili per la donna. Poi lei prende coraggio e sceglie la strada della separazione. Violenta la reazione del marito. Ma gli episodi verificatisi negli ultimi mesi del rapporto sono valutabili come l’ennesima testimonianza della vita da incubo della donna. Ciò rende comprensibile la condanna dell’uomo per il reato di “maltrattamenti”. Irrilevante il fatto che la moglie abbia tollerato per anni (Cassazione, sentenza 47209/15).”

Punto sesto: i temi delle donne non devono essere strumentalizzati, ripeto: astenersi è meglio, si legge lontano un miglio quanto non se ne capisca un’acca. Fa male alle vostre campagne, di qualsiasi tipo esse siano.

Sempre in tema di capacità di capire e rappresentare il contesto. Articoli come questo mi dimostrano quanto lontan* siamo dal comprendere la realtà quotidiana della stragrande maggioranza delle donne. La rappresentazione è sempre la stessa, tutto è possibile se lo si desidera, ma non si coglie mai la verità che sta dietro, dentro una quotidianità difficile, dietro i tasselli che non vanno a posto nemmeno con tanto impegno e volontà. Lo dico qui per tutte le donne che non hanno alcun aiuto, che si trovano ad affrontare da sole e senza soldi e senza status sociale maternità, lavoro, malattie e discriminazioni di ogni tipo. La vita senza paracaduti è una serie di ostacoli e di sconfitte, un adattarsi continuo a nuove e inaspettate tegole. Le rinunce non sono solo i momenti per sé, sono quelle che segnano la vita ben più nel profondo. E quante di noi possono permettersi l’aiuto di una ragazza belga? Lo chiedo perché questo fa la differenza, la differenza tra resistere o tagliare con la carriera (o più comunemente con un modestissimo impiego). Chi di noi può permettersi la badante h24 per un familiare malato? Forse sarebbe il caso di pubblicare a quanto ammonta una busta paga media per una donna, spesso costretta a part-time, spesso precaria e con una busta paga non sempre certa. Chissà perché non facciamo più figli, chissà perché tante donne non possono permettersi una indipendenza totale ed effettiva dal proprio nucleo familiare originario e restano in casa con i genitori. Potete capirlo veramente solo se avete provato a vivere con un salario da fame, non sempre certo, in aziende che ritardano le retribuzioni o saltano le mensilità. Durante questa crisi le donne hanno “tenuto” maggiormente in termini lavorativi, unicamente in virtù della maggior appetibilità dei loro salari più bassi rispetto a quelli degli uomini. Il sistema continua a reggersi non solo sul welfare delle donne, ma su quello dei nonni che si fanno welfare generazionale. Quando questo ombrello (che non tutti hanno) si assottiglierà fino a scomparire, avremo di fronte un muro che ci imporra scelte radicali.

“La ricchezza media dei neo trentenni oggi è circa la metà dei trentenni di ieri.” scrive nel libro Come siamo cambiati. Gli italiani e la crisi Roberta Carlini (QUI una recensione). Questo dato avrà le stesse ricadute del pay gap uomo-donna, semmai andremo in pensione. Visione vuol dire creare condizioni di vita dignitosa per il futuro. Visione è la qualità fondamentale per la politica, visione significa non lasciare indietro nessuno non solo oggi, ma anche domani e dopodomani, al di là delle scadenze elettorali. Leggete i dati delle immatricolazioni all’università e scoprirete che stiamo tornando indietro, che l’ascensore sociale si è fermato, e non si sa se ripartirà. Il nostro Paese non è composto solo da coloro che possono permettersi un’istruzione d’eccellenza. Il nostro Paese è composto da ragazzi in gamba che però non sempre hanno il pedigree per emergere, che restano indietro ancora per questioni di censo, perché non possono permettersi di aspettare dieci anni o più la giusta collocazione, devono iniziare a lavorare per mantenersi, le occasioni si assottigliano e ci si deve adattare.

In un Paese in cui non c’è altro, in cui l’attenzione per le donne è intermittente, esibita in modo finto e strumentale, mi aspetto che il racconto delle donne al lavoro sia ben diverso, perché altrimenti non ci sveglieremo mai dall’indifferenza con cui le nostre vite vengono “rappresentate”. La forbice sociale e i gap di genere si superano solo se si conosce bene la realtà. La favola del faidate ci ha stancate e ci ha umiliate per troppo tempo. Per il 2016 mi aspetto una rappresentazione più completa. A volte i “non ce l’ho fatta” ci raccontano più cose delle storie di successo. Perché alla fine i dati sono questi:

Istat

A volte non basta essere donna per capire come vivono le donne e quali siano i loro problemi quotidiani.

Il rispetto parte anche dalla sincerità e da un racconto più autentico e vicino alle esistenze reali delle donne.

Il rispetto perché noi donne non siamo strumenti, suppellettili, oggetti, ma esseri umani.

Punto settimo: perché non pensare a una rete di servizi integrati territoriali studiata per noi donne, per fare prevenzione, formazione, informazione, supporto con un approccio di genere su discriminazioni, violenza, contraccezione e vita sessuale ecc.? Immagino un lavoro per restaurare i consultori e renderli di nuovo punti di riferimento e di incontro/scambio.

 

Mi scuso se torno sempre sugli stessi punti, ma lo faccio nella speranza che qualcosa accada.

 

Letture consigliate:

  • Come cambia la vita delle donne 2004-2014 (Fonte Istat) QUI
  • L’intervista Simone Oggionni, che parla del suo libro “Manifesto per la Sinistra e l’Umanesimo Sociale” scritto con Paolo Ercolani per Mimesis. Si respira aria gramsciana e la sottoscritta non può che apprezzare.

 

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