Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

I modelli femminili e il sistema culturale

Alla fine della lettura di questo post Le prefiche di Silvio. (di Alessandra Moretti) sono rimasta un po’ perplessa.

Perplessità che in parte si estende anche all’autrice, perché il suo discorso apparirebbe più sincero e sentito se a farlo fosse un’altra donna. Io non penso che Berlusconi ci abbia trainato sin qui senza una nostra connivenza. Si tratta, a mio parere, di una lenta ma inequivocabile dispersione dei nostri valori, dei nostri punti di riferimento e di una sana capacità di crescere con la nostra testa e le nostre forze. Il Paese si è del tutto abbandonato tra le braccia di un sistema di classe dirigente che prometteva faville e felicità a vagonate. A molti ha fatto comodo così. Questa delega in bianco e questo disinteresse si sono poi trasferite nell’ambito privato, relazionale e personale. Insomma, Berlusconi (e non solo) ha trovato terreno fertile. Ci siamo comportati come ad una eterna festa, senza preoccuparci di cosa fosse la realtà. La realtà è ben più complessa e difficile di come ci hanno fatto credere. Se invece di propagandare l’annientamento dell’altro per poter avere successo nella vita, si sottolineasse l’importanza di concetti come la solidarietà sociale e il benessere collettivo forse non saremmo conciati così male. La cultura dovrebbe essere tra i primi pensieri, anziché venir relegata in cantina. Il bel visino e orpelli simili sono cose vecchie come il mondo, armi spuntate di chi non ha nient’altro su cui contare. Infine, non dimentichiamoci che spesso noi donne siamo vittime di noi stesse, se continuiamo a scegliere le scorciatoie e ci facciamo la guerra fra di noi. Un po’ di sana autocritica non ci farebbe male e ci permetterebbe di ricostruire su basi più solide.

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Cosa vuol dire impegno politico oggi

Leggo sempre più spesso articoli che sottolineano la distanza che si frappone tra politici/politica e nuove generazioni. C’è chi scorge come causa l’età avanzata della nostra classe politica, c’è chi si prodiga nel dire che “tanto non cambia nulla”, chi si lamenta dello status quo e ne prende semplicisticamente le distanze. Questi ultimi due atteggiamenti sono trasversali e si possono ravvisare in qualunque fascia d’età e in qualunque grado culturale. Sembrerebbe esserci un morbo che ormai ha infettato tutto e tutti, che ha reso gli italiani sempre più indifferenti, assuefatti, lamentosi, passivi e con un unico obiettivo: la difesa di quel piccolo orticello che è la nostra dimensione privata. Non esiste più osmosi tra vita pubblica (impegno) e privata. Se da un lato si può in parte dare la colpa alla classe dirigente italiana, dall’altro dovremmo andare a ricercare le radici di questa nuova forma di ignoranza nella mancata costruzione di una identità politica e culturale che ci renda tutti consapevoli dell’importanza di interessarci della “cosa politica”. Per quanto riguarda poi il mondo femminile, oggi chiediamo di fare grandi passi, ma il nostro movimento è molto più asfittico e di nicchia rispetto ai tumultuosi anni ’60-’70. I femminismi sono solo un pallido ricordo. La partecipazione in prima persona (mentale e reale) è rara, il più delle volte tesa a liquidare qualsiasi tentativo di sollecitare un sommovimento interiore. La risposta di molte donne è “non mi interesso molto di queste cose”. Davanti a una persona che si ammutolisce e che ti guarda esterrefatta se inizi a parlare di politica, a volte ti mancano le parole. Come se stessimo parlando di massimi sistemi, come se la loro vita politica si esaurisse al momento delle elezioni (nel migliore dei casi). Poi c’è chi si ritrae per una sedicente mancanza di cultura specifica. Forse sarebbe bastato che a scuola, in famiglia o in altri contesti qualcuno gli avesse insegnato a porsi delle domande e a cercare delle risposte: quel salutare spirito della curiosità e della verifica critica. E allora, poi non lamentiamoci se l’unica idea di donna che è in voga è quella di colei che è immersa in un eterno shopping o alla caccia dell’uomo ricco. Il mio sogno è che quando mia figlia sarà donna potrà vivere in un mondo dove sarà una rarità assoluta sentire simili discorsi. Il cambiamento passa attraverso il nostro impegno personale, il fallimento può arrivare, ma non per questo dobbiamo farci rubare il sogno  e l’obiettivo di partecipare alla costruzione del nostro futuro multi-plurigenere. L’interesse per la politica deve crescere con noi, dobbiamo incrementarlo per la salute stessa delle nostre istituzioni e del nostro Paese in toto. La sonnolenza della partecipazione è la morte della società.

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Nel segno della democrazia all’interno del partito

iosostengocivati

Ieri si è consumata l’ennesima figuraccia del PD. L’assoluzione piena data dal PD alla Cancellieri mostra la debolezza di un partito davanti a ragioni incomprensibili di ragion di stato o meglio di uno status quo che ci vede commissariati e ingessati nelle larghe intese. Evidentemente non abbiamo ancora toccato il fondo, se continuiamo a bruciare così la nostra credibilità. Sembra che l’etica in politica sia diventata una specie di radice da estirpare in tutti i modi.

Oggi assistiamo al linciaggio dell’unica persona che ci ha provato a riportare un po’ di “pulizia” nell’andamento di questo PD, che governa complice del PDL. Pippo Civati ci ha provato, proponendo una mozione di sfiducia sul caso Cancellieri ai suoi compagni, che invece, come dei fedeli e succubi soldatini, si sono allineati a Letta in nome di non si sa quale terrificante auspicio. Si chiedeva a Pippo di astenersi e di non allinearsi. Civati è candidato alla segreteria del partito e in molte occasioni ha scelto strade solitarie e di netta contrapposizione con la linea del suo partito, ma in questa occasione ha scelto di seguire la maggioranza. La democrazia in un partito passa anche per queste strade. La democrazia è diversa dalla libertà: in democrazia si discute e poi si segue la volontà della maggioranza, salvo rare eccezioni. Socrate insegna. L’alternativa è scegliere di tirarsi fuori dalla comunità. Ma, credo che Civati voglia portare avanti il suo progetto all’interno del più ampio disegno del PD, altrimenti non si sarebbe proposto come segretario e avrebbe da tempo abbandonato il partito. Civati crede ancora nel PD e tutti dovremmo capire che questo è il momento di sostenerlo e di fare un salto in avanti, senza abbandonarci a sterili delusioni o a facili conclusioni.

Il fallimento è sempre un’opportunità, uno step imprescindibile per un possibile cambiamento.

“Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior” e noi nel letame ci siamo dentro fino al collo.

#Civoti #iosostengocivati

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Il postmodernismo secondo Matteo

Oggi si ripete l’esperimento mediatico di Matteo Renzi: #matteorisponde. Già un evento simile dovrebbe farci pensare, ma secondo mio marito si tratta di postmodernismo allo stato puro: io sono davanti al mio pc, clicco su twitter il profilo di Renzi, arrivo sul sito di Renzi, e lo trovo davanti al pc, intento a guardare un altro pc per rispondere alle domande su twitter, parlando a voce alta per riferire al pubblico cosa sta scrivendo. Lo schema mediatico è il seguente: Tweet di colui che pone la domanda – Renzi lo legge – Io guardo Renzi – Renzi mi spiega – Renzi scrive – Colui che ha posto la domanda legge la risposta di Renzi.

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Tra questione maschile e femminile

Il prossimo 25 novembre sarà la giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Nel 2013 siamo al punto di partenza. Perciò, credo che sia il caso di porci delle domande. Dopo decenni di battaglie e di rivendicazioni, spesso arroccate su posizioni solitarie, spocchiose e autoreferenziali dovremmo ammettere che ci sono stati degli errori di base e non solo dal punto di vista maschile. Porci sempre in contrapposizione e parlando solo tra di noi, come se l’universo maschile fosse un qualcosa di estraneo, irrilevante, che non ci riguardasse interagire con gli uomini, ponendo le basi per un dibattito serio sulle problematiche femminili. Al massimo siamo giunte a scaricare la patata bollente agli uomini, sostenendo che è diventato un loro problema (il che è vero solo a metà). Siamo andate avanti come un treno, sulla nostra strada, spesso lamentandoci, salvo poi non praticare mai, all’occorrenza, un briciolo di solidarietà femminile. In pratica, a parole siamo “amiche solidali”, poi nella realtà quotidiana, ci sbraniamo, ci voltiamo le spalle e facciamo delle stupide battaglie per “dimostrare” che no, non siamo tutte uguali, ma che ci sono donne più “degne ed elevate” di altre. Siamo talmente abituate a parlarci addosso, che abbiamo perso l’attitudine a riflettere e ad ascoltare non solo le donne come noi, ma anche gli uomini. La spocchia e la supponenza è una sorta di peccato originale di qualsiasi tentativo di essere credibili. Siamo unite solo teoricamente, mentre siamo in perenne lotta per affermare le nostre “singolarità”, non importa se pestandoci i piedi a vicenda. Il tutto sempre tra donne. Se a ciò aggiungiamo che gli uomini sono figli di donne, dovremmo prenderci una manciata di corresponsabilità, se siamo così indietro. Siamo ferme perché per noi non ci siamo mai messe veramente a disposizione. Siamo ferme se non riusciamo ad essere consce dei nostri limiti e non combattiamo per una “uguaglianza” che non può essere realizzabile, pena la perdita delle nostre peculiarità. Se Dio ha creato uomo e donna ha voluto dare vita a due tipi differenti, ognuno diverso e complementare all’altro. Siamo ferme quando decidiamo di tenere i generi separati. Il problema è bipolare. Occorre avere la vista di un’aquila bicipite.

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Potrebbe succedere e dipende anche da te

Civati e Barca

Ci sono momenti in cui avverti maggiormente che è possibile cambiare e che devi attivarti in prima persona affinché qualcosa si realizzi davvero.

Ecco perché occorre darci una mossa, ora.

Immaginiamo una giornata tipo, dopo la primarie del PD, se Pippo dovesse farcela….

OGGI È UN GIORNO NUOVO.  Il 9 dicembre mi alzerei presto e andrei a Bologna, per prima cosa, per dare una tessera a Romano Prodi. Una tessera Gold per il 2014. Non è detto che accetterebbe, ma è necessario provarci.

CON SEL. Nel pomeriggio, chiederei un incontro ai gruppi parlamentari di Sel, per sottoscrivere ancora la carta d’intenti che facemmo firmare a tre milioni di persone giusto un anno fa, anche se sembrano passati secoli. E proporrei loro di fare un unico partito del centrosinistra, che farebbe bene sia al Pd sia a Sel.

LEGGE ELETTORALE NUOVA. Chiederei a Enrico Letta e ai ministri, viceministri e sottosegretari del Pd di incontrarci e parlarci francamente, sulla base delle indicazioni ricevute dagli elettori delle primarie. Sulla legge elettorale, per prima cosa (perché avremmo dovuto votare il ritorno al Mattarellum quando arrivò alla Camera, ormai sei mesi fa) e su un messaggio da dare sull’uguaglianza, subito, senza perderci in miliardi di mediazioni confuse e spesso fallimentari.

TAGLIO ALLE PENSIONI D’ORO. Chiederei un appuntamento a Giuliano Amato, per capire se lui non intenda dare l’ottimo esempio e rinunciare a due delle sue tre pensioni. E se dal punto di vista costituzionale i diritti acquisiti di chi sta bene non possano trovare un equilibrio con i diritti acquisiti (e negati) a chi sta male.

TAGLIO AI COSTI DELLA POLITICA. Lancerei una campagna di moralizzazione totale della politica, a cominciare dai costi degli enti locali per arrivare al Parlamento. Chiederei ai parlamentari del Pd di rinunciare a un terzo dello stipendio, non per darlo al Pd come fanno ora, ma per lasciarlo alla Camera e al Senato. E a chi tra loro abita a Roma di considerare se è il caso di percepire una diaria analoga a quella che riguarda i parlamentari che abitano nel Sud-Tirolo o in provincia di Nuoro.

NUOVA CLASSE DIRIGENTE PD. Ovviamente farei tutto quanto dopo avere sentito Cuperlo e Renzi e anche Pittella, perché mi sembra giusto fare così. E chiederei loro di indicarmi le persone migliori con cui costruire insieme il nuovo Partito democratico, che premi il merito e non l’appartenenza a questa o a quella corrente. La qualità e non la fedeltà.

CON FABRIZIO BARCA. Verso sera, come in quel film, offrirei un bicchiere di vino a Fabrizio Barca, per quello che ha fatto in questi mesi, restituendo alla politica il sapore antico dello studio e della riflessione ‘lunga’: gli chiederei di guidare un centro studi formidabile, all’aria aperta, diffuso sul territorio nazionale e autonomo: autonomo rispetto alla quotidianità della dichiarazione continua di tutti su tutto e autonomo rispetto alla mia stessa segreteria. Perché è così che si ragiona meglio, quando le persone possono dare il meglio di sé, senza condizionamento alcuno.

E POI, SULLA STRADA. Personalmente, rifletterei sul fatto se sia giusto rimanere in Parlamento o se non sia meglio dedicarsi esclusivamente al lavoro di segretario, anche perché dovremo girare molto con il nuovo gruppo dirigente (nuovo perché, senza toni eccessivi, lo cambieremo tutto, e spero si sia capito). Sui luoghi di lavoro, per prima cosa, in tutta Italia, in un viaggio tra piccole aziende e grandi stabilimenti, nelle startup e nei call center, nelle fabbriche e nei centri di ricerca. Dove le cose vanno bene e dove purtroppo le cose vanno malissimo. E dovremo stare la maggior parte del nostro tempo nella provincia del Paese, dove tutti o quasi si sentono lontani, non solo geograficamente, dai luoghi dove si prendono le decisioni.

Giuseppe Civati

 

Dalla delusione alla speranza:

http://www.civati.it/temi/

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Non Una Di Meno - Milano

Contro la violenza maschile sulle donne e tutte le forme di violenza di genere

ilportodellenuvole.wordpress.com/

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