Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

La nostra prima panchina rossa

25 NOVEMBRE E DINTORNI…

Libere Sinergie

Il 26 novembre, in occasione della Giornata per il contrasto alla violenza sulle Donne del 25 novembre, abbiamo inaugurato la PANCHINA ROSSA di LIBERE SINERGIE presso i giardini pubblici di via Montegani a Milano.

E’ il nostro primo progetto reale sul territorio che inizia a prendere forma, condiviso con tutti i cittadini e le cittadine, gli studenti e le studentesse dell’Istituto Kandinsky, presente in zona, e realizzato grazie alla sensibilità e alla collaborazione delle Istituzioni del Municipio 5 di Milano.
E’ stato un pomeriggio di sole e di festa, che ha visto intervenire: Alessandro Bramati, Presidente del Municipio 5, e Silvia Soresina, Vicepresidente della commissione Pari Opportunità e Politiche Sociali. Hanno inoltre partecipato, insieme a noi:
Dario Pruonto, in arte Mister Caos, writer e poeta di strada, direttore del Festival di poesia di strada di San Donato milanese, che ha curato la parte artistica…

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Respect-MI: insieme si può


Al via il progetto promosso dall’Associazione Libere Sinergie per sensibilizzare e informare la cittadinanza sulla violenza di genere, coinvolgendo tutti i soggetti del territorio, a partire dalle Scuole.

Il 26 novembre, presso il giardino di via Montegani a Milano ed in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, verrà inaugurata la panchina rossa promossa dall’Associazione Libere Sinergie. Primo step di un percorso che, come spiega la presidente della neonata Associazione, che ha curato la stesura dettagliata del progetto per le scuole, Simona Sforza, “consiste nel dipingere di rosso alcune panchine dislocate nei parchi e nelle vie della città, specialmente in periferia, per non dimenticare le donne vittime di femminicidio”. Panchine che però “devono essere – continua Sforza – dei simboli fisici tangibili di un impegno quotidiano di tutti e di tutte per aiutare le donne a uscire da situazioni di violenza, un luogo per diffondere consapevolezza e sensibilità su queste vite segnate o interrotte dalla violenza”.

L’iniziativa, nata con il patrocinio del Municipio 5 del Comune di Milano, si svolgerà a partire dalle 15:00 e vedrà la partecipazione, fra gli altri, degli studenti della III C dell’istituto Kandinsky che si faranno autori e protagonisti delle successive fasi del progetto, ovvero la decorazione grafica della panchina, attraverso un percorso prima di riflessione e di approfondimento del fenomeno della violenza in laboratori specifici e poi di personalizzazione e realizzazione di una idea artistica, che renda “parlante” la panchina. Il coinvolgimento delle scuole rimane infatti una delle priorità per l’Associazione Libere Sinergie per combattere la violenza di genere come problema culturale.
Periodicamente verranno organizzati presidi informativi proprio presso la panchina, affinché la cittadinanza sia coinvolta permanentemente e faccia proprio il senso e gli obiettivi del progetto che la panchina materialmente rappresenta.
Il progetto vede anche il sostegno e la collaborazione di Mister Coas, poeta di strada e fermo sostenitore della lotta ad ogni forma di violenza, che ha aderito all’iniziativa sottolineando “come in un’epoca in cui si comunica e si scrive tanto velocemente senza dare troppo peso a quello che si dice, sia bello creare un percorso condiviso e dare forza ad un progetto come questo: diretto, all’aperto, gratuito e che coinvolge zone della città bellissime, ma cariche di complessità. ”
La prima panchina ed a seguire tutte le altre, che verranno dipinte di rosso da Libere Sinergie e dalle scuole di volta in volta coinvolte, riporteranno tutte il numero nazionale antiviolenza 1522, perché oltre che un momento di riflessione vogliono essere un strumento utile per segnalare a chi rivolgersi per iniziare un percorso di fuoriuscita dalla violenza.

Libere Sinergie nasce il 26 giugno 2017 dalla duplice volontà di portare avanti progetti educativi per prevenire la violenza di genere e fornire una sorta di mappatura di servizi già esistenti. Il tema della violenza non è il solo che compone gli obiettivi dell’Associazione: salute di genere e prevenzione, lavoro al femminile e forme di work-life balance, allargando fino a presidiare e a sostenere tutti i diritti delle donne, per raggiungere una società sempre più egualitaria e paritaria, in cui tutte e tutti possano esprimere le proprie potenzialità, senza muri o ostacoli.

Mister Caos, che ha fatto degli spazi cittadini le pagine su cui scrivere le sue poesie, è organizzatore e direttore artistico della seconda edizione del festival internazionale della poesia di strada. Le sue composizioni sono affisse a Milano, Roma, Palermo, New York, Parigi ed Hong Kong, per citarne alcune.

Associazione Libere Sinergie: http://www.liberesinergie.org
Mister Caos: http://www.mistercaos.com

Milano, 23 novembre 2017

 

 

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#25novembre La strada è ancora lunga

 

Mi dispiace essere confermata dai fatti. Mi dispiace dover constatare che avevo visto giusto. Dopo un anno si sono materializzati tutti i miei timori.

Nell’ottobre 2016 avevo espresso i miei dubbi in merito a una proposta che Emilio Maiandi, presidente della commissione 4 del Municipio 7, aveva presentato come tematica di approfondimento in occasione del 25 novembre. Nel dettaglio si trattava di un evento che si occupasse dell’assenza di supporto nella maternità come forma di violenza. A ottobre 2016 se ne parlò brevemente e genericamente in commissione, senza un reale approfondimento.

Le mie preoccupazioni si sono materializzate il 20 novembre, quando a margine della seduta del Consiglio di Municipio 7 ho scoperto che per il 25 novembre 2017 si è organizzato un evento dal titolo: Lo sguardo di una madre.

Per questo 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, istituita dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 1999, nata per sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema, la giunta del municipio 7 delibera, senza coinvolgere la commissione competente in materia, le associazioni e i gruppi del territorio, come accadeva in passato, l’organizzazione di una iniziativa in cui si invita il Centro Ambrosiano di Aiuto alla Vita e il Movimento per la Vita. Dalla locandina si evince che 4 uomini, cosa molto consueta ma non per questo accettabile, parleranno di maternità, di donne, di diritti delle donne. Ci risiamo, sui corpi e sulle scelte delle donne, parlano gli uomini. Un centro di aiuto alla vita entra nelle istituzioni e per il 25 novembre si devia l’attenzione dagli obiettivi specifici e propri della Giornata e si affronta un tema che è importante, ma che non può avere un unico interlocutore, un unico punto di vista, oltretutto fortemente schierato. Questa è manipolazione. La violenza di genere è un fenomeno ben preciso, che non va confuso e strumentalizzato per altri fini.

Il minestrone non aiuta, anzi pericolosamente sminuisce e fa azione di disturbo. Si sposta l’attenzione altrove. A mio avviso, i problemi legati alla maternità fanno rima con discriminazioni, con disparità, con diritti affievoliti, con precarietà. Il mancato sostegno alla maternità è frutto di una mentalità che considera il lavoro di cura qualcosa di scontato, gratuito e un welfare sostitutivo. La conciliazione e la condivisione sono temi della genitorialità, non solo in capo alle donne, alle madri. Trovo importante parlare dei supporti alla maternità, ma aggiungerei sempre la parola “consapevole”. Purtroppo non possiamo ignorare la crescita esponenziale delle gravidanze precoci, precocissime, che in condizioni socio-economiche-culturali difficili e di disagio, possono innescare processi cronici, difficili da interrompere. Quindi occorre intervenire per garantire una educazione che prevenga questo e aiuti le donne a scegliere consapevolmente quando, come e se diventare madri. Contraccezione, conoscenza e cura del proprio corpo: non concentrarsi unicamente sul mito della maternità, sarebbe un passo importante. Un figlio non è qualcosa di monetizzabile, non basta un bonus o sostegni caritatevoli per crescere bene un figlio. Non permettiamo che si faccia pressione colpevolizzando le donne affinché portino avanti la gravidanza.e che la questione venga affrontata invitando un unico soggetto come interlocutore, che rappresenta una realtà di stampo confessionale, con un approccio ben preciso. La scelta di una donna di interrompere la gravidanza non può essere forzata e condizionata da organismi esterni, perché si è genitori per sempre e questo tipo di pressioni possono pregiudicare per sempre lo sviluppo della vita di una donna.

Quella prevista per il 25 novembre in Municipio 7 è una iniziativa a senso unico, che ospita di fatto una sola realtà, che tra l’altro non rispetta pienamente l’autodeterminazione delle donne, che è marcatamente contro un diritto previsto da una legge dello Stato italiano, la 194/1978, una realtà no-choice, che dichiaratamente interviene in un momento delicato e rischia di colpevolizzare le donne e le loro scelte. Nel sito si legge:

“Il CAV Ambrosiano nasce a Milano nel 1980 dalla volontà e dall’impegno di alcuni volontari , a favore della vita nascente, contro l’aborto, al fine di rimuovere quei condizionamenti interni ed esterni che le donne sole e in gravidanza spesso percepiscono come insormontabili.”

L’unica che ha diritto di scegliere e di valutare è la donna in piena autonomia, senza pressioni, da qualunque versante provengano.

Il tutto avviene il 25 novembre, giornata dai temi ben precisi, ma evidentemente non colti dalla maggioranza municipale. L’iniziativa è stata costruita senza possibilità di contraddittorio, senza una sola voce che parli di contraccezione e di modalità prevenzione delle gravidanze indesiderate, un percorso educativo che riguarda entrambi i sessi.

Rimarco il fatto che dalla locandina si evince che gli organizzatori e i relatori sono tutti uomini. Noi donne non abbiamo voce. Noi donne impegnate da anni su questi temi non siamo ascoltate e soprattutto questo mi sembra un pesante schiaffo in una giornata in cui dovrebbero essere ben altri i focus e soprattutto le modalità di approfondimento e di confronto. Uno spot molto pericoloso, senza un barlume di laicità, un valore fondamentale. Altro che cultura del rispetto, siamo proprio allo sbeffeggiamento di lotte di decenni. La legge 194 nel 2018 compie 40 anni e non gode di buona salute. Che senso ha chiedere più consultori pubblici e laici se poi si fa pubblicità a questo genere di movimenti all’interno di pubbliche istituzioni?

Le ripercussioni di gravidanze indesiderate portate a termine con pressioni di vario tipo spesso sono molto gravi, con cicli di disagio multiforme che rischiano di non interrompersi, ai danni non solo delle donne, ma soprattutto dei figli. Per chi conosce la realtà e il territorio è evidente che abbiamo un problema, una sottovalutazione delle conseguenze.

In questo clima mi spiace registrare che la mozione urgente presentata proprio ieri da Federico Bottelli, non raggiungendo il numero di firme sufficienti, non viene nemmeno votata. Tale mozione sollecitava il municipio a “promuovere e realizzare iniziative volte a ridurre il fenomeno della violenza di genere e sensibilizzare la cittadinanza e in particolare gli studenti delle scuole secondarie di secondo grado del Municipio 7 sul tema delle violenze di genere” e di esaminare la proposta protocollata per una targa contro la violenza sulle donne. La mozione non ha raggiunto i 2/3 delle firme dell’assemblea, raccogliendone solo 10, con il parere favorevole dei consiglieri del PD e del M5S.

La maggioranza presente in consiglio in massa ha deciso che fosse sufficiente l’iniziativa sulla maternità, calata dall’alto dalla giunta, monodirezionale e chiaramente priva di una reale possibilità di interlocuzione utile.

La mozione Bottelli verrà ripresentata con una nuova formula in commissione 4.

Nell’iniziativa municipale non vi è traccia di uno degli scopi fondamentali del 25 novembre: informare e sensibilizzare sulla violenza di genere.

Evidentemente si preferisce adoperare questa giornata per fare propaganda su altro, nessuna traccia di contrasto agli stereotipi, ai ruoli segregati per genere e a meccanismi relazionali nocivi.

Sembra di essere in pieno medioevo e soprattutto sulle scelte delle donne sono ancora una volta degli uomini a discettare e a tracciare la via.

Sui nostri corpi sono ancora gli uomini a decidere. Paradossale che nel 2017, in occasione della Giornata del 25 novembre, le donne vengano adoperate all’occorrenza, strumentalizzate per veicolare messaggi con lo sguardo indietro e per ribadire che noi donne siamo incapaci di scelte autonome, abbiamo bisogno di “guide” maschili, che ci aiutino a scegliere come loro desiderano. Paradossale che non vi sia spazio per ciò che le donne pensano, il loro pensiero viene ancora una volta silenziato, subordinato a una interpretazione maschile. C’è una preoccupazione di controllare le donne, come se non fossero individui, esseri umani pienamente consapevoli e in grado di autodeterminarsi. Abbiamo l’impressione che l’assenza di donne nell’iniziativa municipale sia un segnale non casuale, ma indichi ancora una volta la mentalità secondo la quale non è bene che le donne parlino per se stesse, senza intermediari. Sempre sotto tutela di un padre, di un marito, di un fratello. Mai autonome, mai pienamente capaci. Forse perché non emerga che le donne reali, non quelle dipinte da certi ambienti, non vogliono essere ridotte a mere fattrici e ai ruoli/comportamenti codificati nei secoli dagli uomini.

Se questa non è violenza…

Dovremo con forza tornare a lottare per rivendicare rispetto per i diritti delle donne, in tutte le loro declinazioni, sottolineando innanzitutto DONNE, non macchine da riproduzione. Abbiamo avuto la conferma, qualora non ne fossimo sufficientemente consapevoli, che la strada è ancora lunga.

 

 

Il mio comunicato stampa lo trovate qui.

 

 

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La necessità di colmare i gap di genere


Di report in report, la fotografia che emerge in tema di eguaglianza di genere e di riduzione delle distanze in ogni ambito tra uomini e donne non è rassicurante. Il traguardo sembra allontanarsi, vediamo perché.

 

Il Global Gender Gap Index è stato introdotto per la prima volta dal Forum Economico Mondiale nel 2006 con l’intento di fornire un quadro sulle diseguaglianze basate sul genere e monitorare il loro progresso nel tempo. L’edizione di quest’anno mette a confronto 144 paesi, valutando il divario tra donne e uomini su salute, istruzione e gli indicatori economici e politici. Si prefigge di capire se i Paesi stiano distribuendo le loro risorse e opportunità equamente tra donne e uomini, indipendentemente dai loro livelli di reddito complessivi. Il rapporto misura le dimensioni del divario di disuguaglianza di genere in quattro settori:

– Partecipazione economica e opportunità – stipendi, partecipazione e leadership

– Istruzione – accesso ai livelli di istruzione di base e superiore

– Empowerment politico – rappresentanza nelle strutture decisionali

– Salute e sopravvivenza – aspettativa di vita e rapporto tra il numero di maschi e il numero di femmine di una popolazione

I punteggi dell’indice possono essere interpretati come la percentuale del divario colmato tra donne e uomini, consentendo ai paesi di confrontare le loro prestazioni attuali rispetto alla loro performance passata. Inoltre, le classifiche consentono confronti tra paesi.

Il Wef misura le disparità uomo-donna e quindi la distanza, le differenze in ciascuna area di analisi tra condizione femminile e maschile.

Le classifiche sono progettate per creare una consapevolezza globale sulle sfide poste dalle differenze di genere e dalle opportunità create dalla riduzione dei gap. Questo report nasce come base per progettare misure efficaci per ridurre queste disparità di genere.

Saadia Zahidi of the WEF said gender equality was ‘both a moral and economic imperative’.

Com’è la situazione generale quest’anno?

“A bad year in a good decade: the World Economic Forum Global Gender Gap Report 2017 finds the parity gap across health, education, politics and the workplace widening for the first time since records began in 2006.”

Non proprio un anno d’oro, visto che per la prima volta dal 2006 la forbice si allarga in tutte le dimensioni oggetto del report. In passato, seppur i miglioramenti siano sempre stati lenti, i progressi non erano mai mancati. Vediamo nel dettaglio perché c’è stato un arretramento e dove è stato più consistente.

Il divario globale di genere potrà essere colmato esattamente in 100 anni, rispetto agli 83 anni previsti lo scorso anno. Le differenze di genere più considerevoli restano nelle sfere economiche e della salute. Per cancellare il divario economico di genere ci vorranno 217 anni. Ciò rappresenta un’inversione del progresso ed è il valore più basso misurato dall’Indice dal 2008.

 

Pur registrando una riduzione del gap di genere rispetto a 11 anni fa, occorre non smettere di investire per accelerare il progresso. Allo stato attuale del progresso, il gap globale in termini di genere può essere chiuso in 61 anni in Europa occidentale, 62 anni in Asia meridionale, 79 anni in America Latina e nei Caraibi, 102 anni in Africa subsahariana, 128 anni in Europa orientale e l’Asia centrale, 157 anni in Medio Oriente e Nord Africa, 161 anni in Asia orientale e nel Pacifico e 168 anni in Nord America.

Alcuni paesi, tra cui Francia e Canada, l’anno scorso hanno fatto grandi passi in avanti verso la parità. L’Islanda rimane il paese con la migliore condizione di parità tra i generi.

Una varietà di modelli e di studi empirici hanno suggerito che migliorare la parità di genere può determinare significative ricadute in termini economici, che variano a seconda della situazione delle diverse economie e delle sfide specifiche che devono affrontare.

 

Le ricadute economiche della parità

Vari studi hanno suggerito che migliorare la parità di genere può determinare significativi dividendi economici, che variano a seconda della situazione delle diverse economie e delle sfide specifiche che devono affrontare. Notevoli stime recenti suggeriscono che la parità di genere economica potrebbe aggiungere un ulteriore 250 miliardi di dollari al PIL del Regno Unito, 1.750 miliardi di dollari rispetto a quelli degli Stati Uniti, 550 miliardi di dollari per il Giappone, 320 miliardi di dollari per la Francia e 310 miliardi di dollari al PIL della Germania.

Altre stime recenti suggeriscono che la Cina potrebbe vedere un aumento di PIL da 2,5 trilioni di dollari dalla parità di genere e che il mondo nel suo complesso potrebbe aumentare il PIL globale di 5,3 trilioni di dollari entro il 2025 se chiudesse il divario di genere nella partecipazione economica del 25% nello stesso periodo.

La questione della parità si rileva anche a livello industriale e aziendale, con segregazioni di genere: secondo una ricerca in collaborazione con LinkedIn, emerge che gli uomini sono sotto-rappresentati nell’istruzione, nella salute e nel benessere, mentre le donne sono sotto-rappresentate nell’ingegneria, nella produzione e nella costruzione, nell’informazione, nella comunicazione e nella tecnologia. Tale segmentazione per genere si traduce nel fatto che ogni settore perde i vantaggi potenziali di una maggiore diversità di genere: maggiore innovazione, creatività e ritorni. Esistono poi differenze significative quando si parla di posizioni di leadership, con un vantaggio degli uomini ancora molto rilevante. Di conseguenza, non basta concentrarsi sulla correzione degli squilibri nell’istruzione e nella formazione; il cambiamento è necessario anche all’interno delle aziende.

E l’Italia come si classifica?

Direi che per capire le ragioni del fatto che quest’anno siamo precipitate all’82ma posizione, possiamo leggere a pagina 25 del report. Il divario di trattamento tra donne e uomini nel nostro Paese torna, per la prima volta dal 2014, a superare il 30%.

“Italy (82) sees a drop in wage equality for similar work and women in ministerial roles, and widens its gender gap to more than 30% for the first time since 2014.”

 

Italy

Nero su bianco, in barba a tutti quelli che sostengono che ormai donne e uomini sono quasi alla pari nel mondo del lavoro. I dati occupazionali forse possono dare l’occupazione femminile in crescita, ma a queste condizioni, restando sempre all’89mo posto per partecipazione al mondo del lavoro.

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Storie di violenza domestica nell’Italia di oggi

#BookCity – Storie di violenza domestica nell’Italia di oggi

Contro ogni violenza sulle donne
17 novembre ore 17.30
presso SIAM – MILANO

Recitazione di brani letterari scelti del libro Il Canto delle Balene e dal libro Il manifesto di Venezia. Contro la violenza di genere, che raccoglie alcune storie di violenza domestica realmente accadute. Tratti da un’inchiesta giornalistica realizzata dall’autrice nel nordest i racconti contenuti nel libro vedono protagoniste quattro donne di diverse età ed estrazioni sociali, che in modi diversi hanno vissuto esperienze di violenza dentro le mura domestiche.
L’incontro intende attraverso l’approfondimento di un tema di drammatica attualità, la divulgazione di dati e di iniziative nonchè attraverso la lettura di brani scelti dal libro in oggetto proporre un momento di riflessione intergenerazionale sul tema della violenza domestica proprio nel mese di novembre dedicato alla sensibilizzazione per l’eliminazione della violenza sulle donne.

Con:
Diana De Marchi, Presidente Commissione Pari Opportunità e Diritti Civili del Comune di Milano
Laura Capone Direttore editoriale LCE – Laura Capone Editore
Giuliana Grando psicanalista, già Supervisora del Centro Antiviolenza del Comune di Venezia, Presidente ABA Venezia
Simona Sforza blogger ed attivista politica
Giovanna Pastega giornalista e scrittrice
Claudia Casolaro, dance performer
Testi di Giovanna Pastega

Vi aspettiamo!

 

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#LaCasaSiamoTutte

 

Il Comune di Roma ha mandato una lettera alla Casa Internazionale delle donne di via della Lungara, chiedendo il pagamento di 833.512,30 euro entro 30 giorni. Cifra per la Casa impossibile da reperire. Occorre scongiurare in tutti i modi il rischio sfratto. Oggi alle 18 ci sarà un’assemblea cittadina.

Per testimoniare la nostra vicinanza e solidarietà alle donne della Casa si può firmare la petizione qui.

Tante le voci che si sono espresse in questi giorni a sostegno della Casa. Pasionaria ha dato vita a questo mosaico di parole che potessero dare una fotografia efficace di ciò che è la Casa, di ciò che ha saputo costruire in 30 anni.

Questo il mio contributo:

«In un Paese in cui gli spazi di incontro sociali e culturali accoglienti, accessibili e fruibili da tutt* sono rari e pertanto preziosi, fa male assistere all’idea che una storia trentennale si possa intaccare per una questione debitoria, senza considerare quanto la Casa internazionale delle donne ha donato alla città e non solo. Ci auguriamo che si possano trovare soluzioni che consentano di non interrompere questo scambio, per non tagliare i fili di relazioni positive che nella storia della Casa si sono intrecciati. Uno spazio che a partire dall’esperienza femminista ha offerto occasioni di ascolto, di incontro e confronto, di elaborazione di una politica differente, solidale. Uno spazio da abitare con idee e corpi in movimento, da condividere, un punto di riferimento per tante donne. Ha svolto un’azione instancabile che permettesse di valorizzare il contributo e i saperi femminili. Ce ne vorrebbero tanti di luoghi di questo tipo, per questo penso che si debba risolvere al meglio questa vicenda. Per il bene dell’intera comunità non solo cittadina, ma italiana, perché la Casa è un bene di tutto il Paese».

 

Questa storia non si può interrompere, dobbiamo adoperarci affinché si trovi una soluzione che non pregiudichi le attività della Casa. Questi spazi si devono moltiplicare, diffondere, non si può pensare di subordinare tutto a una questione economica.

 

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Potere e violenza. La difficoltà di cambiare prassi.

Artemisia Gentileschi – La ninfa Corisca e il satiro – coll. privata – © Luciano Pedicini, Napoli


Quando si parla di diseguaglianza di potere a volte si rischia di smarrire ciò di cui stiamo parlando. Il consenso e la scelta vengono deformati, subiscono una sorta di pressione forzata in un contesto disequilibrato: non sono più così chiari e subiscono un condizionamento. Il potere non è solo uno status di superiorità in termini di controllo, di status, gerarchico, di età, di posizione, di genere.

Il potere se lo guardiamo a livello base è la differenza tra una persona che è in uno stato di bisogno, di sopravvivenza, di assenza di alternative percorribili e chi dall’altra possiede la forza “coercitiva” di varia entità, di vario tipo.
Il denaro è una di queste leve.

Strano verificare che per alcune il consenso sia inficiato solo quando si parla di potere maschile a ridosso del caso Weinstein e dintorni. Strano che la stortura la si noti solo ora e non quando si propagandava la magnificenza della “scelta” autodeterminata in prostituzione. Eppure da tempo si parlava di un grave ed evidente affievolimento della libertà di scelta in alcuni contesti, chiaramente ad alto livello di violenza. Strano che oggi si parli di potere e di condizioni di diseguaglianza che rendono consenso e scelte individuali meno libere, anzi vere e proprie lesioni dei diritti fondamentali di un essere umano.

Direi eureka! Ci siamo svegliate dal torpore.
Avevamo bisogno del caso Weinstein per smascherare questa realtà, indicibile e inammissibile anche per tante di noi?

Esattamente come i clienti si sentono in diritto di abusare di una donna, come ogni volta che si tenta un’azione di normalizzazione della violenza sulle donne prostituite, esattamente come ogni qualvolta ogni forma di potere viene esercitata per piegare una donna, per avere accesso al suo corpo, per controllarla e sottometterla.
I modi sono molteplici, ma a monte la mentalità, la subcultura dello stupro e della violenzaè la medesima, restano cristallizzati i rapporti stereotipati, i cliché sui ruoli, con i medesimi risultati devastanti per le donne.

Esattamente questa verità abbiamo smascherato: che non può esserci libera scelta, piena scelta se non si hanno alternative di vita, se ci sono diseguaglianze di potere, se l’unica strada a disposizione è vincolata da una situazione di svantaggio, di bisogno, di ricatto, di un potere che tutto può.
Certo ci si può sottrarre, ma nulla è automatico e scontato, nulla è così semplice come appare, dobbiamo pensare che non tutte potranno o avranno la forza di farlo. Sappiamo quanto sia complicato denunciare, affrontare tutto ciò che ne consegue. Troppe sono le variabili e forse occorrerebbe concentrarsi su quel “a monte”, su prassi e consuetudini diffusissimi, piuttosto che puntare il dito sulle sopravvissute.

 

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Indennizzo irrisorio per la vita di una donna o per le violenze di genere subite

Dopo anni di inerzia, l’Italia tenta di allinearsi con quanto richiesto in Europa in materia di indennizzo per le vittime di reati intenzionali violenti. Vediamo con quali risultati.

Non c’è giorno in cui non scopriamo qualche nuovo tassello che sempre più pare farci indietreggiare. Mentre siamo ancora in attesa di una toppa normativa al 162ter e agli effetti della depenalizzazione del reato di stalking, che impone alla vittima un risarcimento monetario, ci giunge notizia di un’altra soluzione che ci lascia alquanto perplesse, per usare un eufemismo.

È circostanza comunemente nota quanto sia difficile per le sopravvissute alla violenza e per i familiari/figli delle vittime di femminicidio vedersi riconosciuto e saldato un risarcimento. L’Italia con enorme leggerezza, ha accumulato un buon numero di richiami dalla Corte di Giustizia dell’UE ed esortazioni fin dal 2011 dalla Commissione Europea, per non aver ottemperato a quanto previsto nella Direttiva Europea CE/2004/80, in cui si prevedeva che ciascuno Stato si dotasse di un sistema efficace, volto a garantire un compenso equo e adeguato per tutte le vittime di reati intenzionali violenti, tra i quali rientrano la violenza fisica e il femminicidio. Correva l’anno 2004.

Occorre ricordare che a monte di questa direttiva europea vi era l’esigenza di abolire ogni ostacolo alla libera circolazione delle persone e dei servizi all’interno dell’UE, per cui anche la sicurezza e la certezza di un sistema di compensazione equo in caso di reati intenzionali violenti facevano parte di accordi tra gli stati. In pratica, si doveva garantire omogeneità di trattamento a tutti i cittadini europei.

Alla direttiva europea del 2004, l’Italia rispose con il decreto legislativo 6 novembre 2007, n. 204 che la recepì però in maniera parziale, perché si impegnava ad assistere le vittime italiane di reati perpetrati in altri stati membri nell’ottenere da questi ultimi un congruo risarcimento. A questa interpretazione incompleta si aggiungeva anche la completa dimenticanza dell’art. 12, paragrafo 2, della direttiva 2004/80/EC, che obbligava gli stati membri a far sì che “le loro normative nazionali prevedano l’esistenza di un sistema di indennizzo delle vittime di reati intenzionali violenti commessi nei rispettivi territori, che garantisca un indennizzo equo ed adeguato delle vittime”.

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Qui la nota, pubblicata su Noi Donne, del gruppo Chi Colpisce Una Donna, Colpisce Tutte Noi.

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Uguaglianza di genere: qual è la situazione nell’Europa dei 28 Stati?


Qual è l’andamento dell’eguaglianza uomo-donna nell’Europa dei 28 Stati? Ce lo racconta il nuovo Gender Equality Index, l’indice pubblicato dall’EIGE, l’agenzia dell’Unione europea che si occupa di uguaglianza tra uomini e donne.

La graduatoria è divisa in sei macro domini e fotografa la situazione in ogni singolo paese in tema di uguaglianza su lavoro, soldi, istruzione, tempo, salute e potere.

Il progresso verso l’uguaglianza di genere nell’UE rimane lento. Il punteggio dell’Indice di uguaglianza di genere nel 2015 giunge a 66,2 su 100, mostrando la necessità di un maggiore miglioramento in tutti gli Stati membri. Questo è un miglioramento relativamente piccolo dal 2005 quando l’Indice era pari a 62,0 punti.

La classifica generale vede in cima Svezia, Danimarca e Finlandia, con la Francia al quinto posto dopo l’Olanda.


 

Tra i sei domini dell’indice, il maggior miglioramento si riscontra in quello del potere, mentre le disuguaglianze di genere nel dominio del tempo sono cresciute.


 

Il recente passato ha registrato uno sviluppo positivo verso l’uguaglianza di genere. I maggiori miglioramenti sono stati notati in Italia e Cipro.
La situazione resta stabile nella Repubblica Ceca, in Slovacchia e Regno Unito, mentre c’è stato un arretramento di un paio di paesi (Finlandia, Paesi Bassi).

Il dominio del lavoro occupa il terzo posto nella classifica dei punteggi dell’Indice di uguaglianza di genere, anche se i progressi in questo settore sono stati molto lenti (aumento di 1,5 punti negli ultimi 10 anni).
Il divario di genere nell’occupazione FTE arriva fino ai 16 punti percentuali, che riflette una partecipazione complessiva inferiore delle donne nel mercato del lavoro e una maggiore quota di part-time. La partecipazione di donne con scarso livello di istruzione è solo la metà del tasso di partecipazione di uomini poco qualificati e queste categorie di donne sono ad alto rischio disoccupazione di lunga durata e di avere una occupazione precaria.

La partecipazione all’occupazione è anche limitata per le donne con bambini, indipendentemente dal fatto che vivano con un partner o crescano da sole i figli.

Il basso tasso di partecipazione delle donne al mercato del lavoro è un ostacolo al raggiungimento dell’obiettivo Europa 2020 di un impiego del 75%.

Allo stesso tempo ci sono nuove opportunità che derivano da alcune iniziative politiche, come il Pilastro europeo dei diritti sociali (ne parlavo anche qui) che ha posto l’uguaglianza di genere come uno dei suoi principi fondamentali. I risultati dell’Indice di uguaglianza di genere 2017 sottolineano la necessità di integrare l’uguaglianza di genere in tutte le aree del Pilastro, compreso il supporto attivo all’occupazione, un’occupazione sicura e flessibile, con salari equi e un equilibrio tra lavoro e vita.

A tal proposito è interessante la nuova iniziativa sul work-life balance della Commissione europea, con nuovi standard per congedi e permessi di cura: l’iniziativa New Start mira a permettere a genitori e ad altre persone con responsabilità di cura di bilanciare meglio vita e lavoro e migliorare la condivisione dei compiti tra uomini e donne. Appena un uomo su tre cucina e svolge lavori domestici quotidianamente, a differenza della grande maggioranza delle donne (79 %).

Occorre lavorare per ridurre la segregazione di genere in alcuni settori del mercato del lavoro come nell’istruzione.

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Non Una Di Meno - Milano

Contro la violenza maschile sulle donne e tutte le forme di violenza di genere

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Uguali e Diversi allo stesso tempo. A Sinistra con convinzione.

Blog delle donne

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Passare passioni, poesia, bellezza. Essere. Antigone contraria all'accidia del vivere quotidiano

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"Nell'ora più profonda della notte, confessa a te stesso che moriresti se ti fosse vietato scrivere. E guarda profondamente nel tuo cuore dove esso espande le sue radici, la risposta, e ti domandi, devo scrivere?". Rilke

irréductiblement féministe !

l'humanité sera civilisée quand elle aura aboli le système patriarcal et autres systèmes d'oppression politiques, économiques et religieux