Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Il femminismo è un cammino

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Qualche giorno fa avevo scritto questo articolo per Dol’s Magazine, a proposito dello stato di salute del femminismo. Buona lettura!

Qui un estratto:

L’Espresso della scorsa settimana ha pubblicato un’inchiesta, titolata “Le donne hanno perso”, centrata proprio sul femminismo, ma con un titolo che contiene già un giudizio finale.

Forse sarebbe stato meglio usare una domanda, piuttosto che affermare. Anche perché se ci guardiamo attorno di femminismo ce n’è, dispiace che buona parte sia invisibile dai media e dai riflettori mainstream. È arrivato il 14 ottobre un articolo sullo stesso L’Espresso, che cerca di integrare l’inchiesta sul numero 41/2015.
Ma appunto, sarebbe stato meglio un segno di interpunzione che ci aiutasse a interrogarci tutte/i, al di là del solito scontro tra blocchi ha vinto/ha perso, chi ha ragione/chi ha torto che annullano ogni via di mezzo, ogni sfumatura e prospettiva differente. Il femminismo non è una partita di calcio, che ha una durata limitata e sancisce un risultato. Che senso ha ragionare in questi termini se siamo “in cammino”?
Per questo recupero dal saggio La virtù della resistenza di Carol Gilligan, la domanda: noi donne dove siamo ora? Il tema è “le vite delle donne”. Forse occorre centrare innanzitutto la nostra collocazione, oggi, nella sua molteplicità.

 

Per leggere l’articolo completo: http://www.dols.it/2015/10/18/il-femminismo-e-un-cammino/

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Un ponte tra sorelle in Marcha

 

Un mese fa ho scritto questo appello, un moto emozionale per proporre un tavolo di lavoro comune, per riuscire a materializzare anche da noi qualcosa di simile a ciò che sono riuscite a realizzare le donne in Spagna. Un esperimento di politica partecipata delle donne, per tornare a rendersi visibili, incidere in modo adeguato alle circostanze, fare pressione sui luoghi decisionali, sul Governo in primis come evidenziato dalla richiesta ad esso avanzata di rendere la violenza contro le donne Questione di Stato. In tante abbiamo voluto credere che potesse nascere qualcosa di indipendente, spontaneo, autonomo. Abbiamo tentato di coinvolgere le varie componenti dei gruppi/associazioni femminili e femministe italiane, su un progetto che ci portasse a collaborare a un testo, a una piattaforma che ragionasse sulla situazione italiana e rivendicasse gli interventi più urgenti. Fare scendere nuovamente in piazza le donne italiane sarebbe stato solo il punto finale di un lavoro condiviso e di una modalità operativa utile anche per il futuro. Non siamo riuscite a coagulare il desiderio di manifestare esplicitamente, tutte insieme, la nostra insofferenza per una situazione che per noi donne ha gravissimi punti di sofferenza, una violenza che si esprime in molteplici modi.

Ringraziamo chi ha condiviso questo sogno, ma la realtà italiana non è quella spagnola. Non si può tentare qualcosa in maniera diffusa, se non la si vuole fare, né conseguentemente si può sviluppare una volontà di indignazione collettiva laddove manchi anche solo il sentirsi parte di un tutto, laddove la solidarietà e l’empatia siano solo concetti astratti, da nominare per infarcire un discorso. Di solidarietà e di empatia ne abbiamo trovate, ma non a sufficienza per costruire qualcosa di diffuso. Chissà se ciò è avvenuto perché non si sono comprese la spontaneità e la sincerità della proposta, da portare avanti e da costruire in modo collettivo, oppure perché le cose nuove non appartengono a questo paese vecchio. Le cose nuove, e ce ne sono, sono marginalizzate da un racconto lamentoso e sempre uguale a se stesso e così succede che, mentre la Spagna è sveglia, noi siamo in un coma profondo. Nel 2012 molte realtà avevano aderito alla convenzione NO MORE, c’erano stati tentativi di interloquire direttamente con le istituzioni. C’erano richieste e proposte concrete al Governo e alle Regioni, progetti e incontri. Qualcosa quindi è stata già tentata in Italia, ma qual’è il bilancio, oggi, a fine 2015? Cosa è successo nel frattempo alle numerose componenti che si erano impegnate allora? Mancava e manca un tassello, le donne che non sono scese in piazza in maniera significativa a testimoniare la condivisione di quelle richieste e di quelle iniziative. Oltre al One billion rising e superate le iniziative correlate alla data del 25 novembre la loro presenza torna a farsi sentire solo sporadicamente, nella migliore delle ipotesi. Provate a chiedere a una ragazza o donna comuni, non impegnate attivamente, cosa ne sanno di tutte queste iniziative. Oppure quale ricaduta abbiano? Cosa resta? Che impatto hanno nelle coscienze e nei comportamenti? Che risonanza hanno sul medio-lungo periodo? Perché ogni tentativo di innescare un movimento permanente va perduto o si consuma in poco tempo? Dovremmo un minimo interrogarci su questi aspetti.

Non ci siamo e non vogliamo capire che dobbiamo raggiungere le giovani donne che, ancora oggi nel 2015, sembrano delle copie perfette delle nostre antenate ottocentesche, perché non conoscono i propri diritti e non sanno che l’amore non ha nulla a che vedere con la violenza o il controllo. Mentre la tv trasmette ancora messaggi come “amore criminale”, con accostamenti piuttosto pericolosi, noi cosa facciamo oltre che a scriverne? Dovremmo intervenire ben prima che le donne approdino nei centri antiviolenza. Sì, si scrivono libri, romanzi, si fanno degli interventi nelle scuole, ma cosa succede ai ragazzi dopo? Li conosciamo, li osserviamo? Vi invito a un bel giro a Baggio (quartiere di Milano) o al quartiere San Paolo di Bari. Intersecare i diritti con il contesto socio-economico delle persone è fondamentale. Il femminismo non può trascurare le differenze di questo tipo, le discriminazioni fondate sul censo, sui bisogni primari che impattano fortemente sulle nostre vite. Purtroppo spesso non le vogliamo vedere e non ce ne occupiamo adeguatamente. Per le nostre pari opportunità ci è rimasto solo il dipartimento, ma senza guida e una ministra che abbia potere decisionale e sieda con pari dignità in consiglio dei ministri. Abbiamo una miriade di associazioni/gruppi, ma come incidono nella realtà? Perché questi numeri non si traducono in capacità di pressione sulle istituzioni? Sono autoreferenziali? Il capitale umano femminista che potrebbe sostenere il cambiamento dentro e fuori le istituzioni c’è, ma a volte è bloccato anche lì da gerarchie e dal fatto che non tutte hanno uguale peso e diritto di parola. E quando si riceve un incarico istituzionale si dovrebbe continuare a “rompere”, anche 10 volte di più di quanto si facesse prima. La paura e la precarietà contano molto, per essere sottovalutate o non prese in considerazione per nulla.

Prendiamo atto che siamo più salottiere che da movimento pubblico, modalità di compartecipazione a cui conseguono rischi che in molte non vogliono correre. Ve ne racconto alcuni. In piazza c’è il rischio dell’imprevisto, del dover dire anche cose scomode che mettono a repentaglio i propri affari personali, in piazza c’è il rischio di incontrare altre donne, non quelle elitarie, ma donne vere con cui confrontarsi, a cui dare risposte, a cui non raccontare l’ennesima balla incomprensibile. In piazza si è un corpo unico, e tutti i personalismi non contano, tutte le amicizie buone non contano più. In piazza ti devi confrontare con tante persone, cosa che non riesci a fare da nessun’altra parte, né fra le quattro mura, né con le campagne di impegno. Se vogliamo incontrare altre donne, è nelle vie, nelle piazze e non altrove che dobbiamo andare, in ogni luogo ove le donne non sono nemmeno consapevoli dei loro diritti e ove raramente vengono ascoltate. La politica delle donne è questa, considerarle le prime nostre interlocutrici, tutte, nessuna esclusa. Eh sì, dobbiamo lavorare altrove. Un “altrove” che molte non hanno mai bazzicato, che non frequentano perché non sanno nemmeno che esista, mentre nella realtà quello spazio ideale è pieno dei bisogni e delle aspettative delle donne italiane. Dovremmo lavorare non per fare carriera, non per interessi personali, non per avere spazi di visibilità personali, ma per cambiare noi stesse, superare i nostri egoismi, le nostre rendite di posizione a favore di quante diritti e garanzie se li vedono costantemente negati.

Qui di seguito il documento/lettera di solidarietà che abbiamo pensato di inviare alle nostre sorelle spagnole, tramite Dale Zaccaria che sarà in Spagna e ci racconterà come andrà la manifestazione del 7 novembre. La sua presenza lì, a marciare insieme alle donne iberiche con la stessa parola d’ordine No alla violenza machista, ci farà sentire meno sole e chissà che non serva a smuovere qualcosa anche qui. Le nostre forze sono poche, ma non potevamo non lanciare dall’Italia un grazie alle nostre sorelle spagnole.

Vi aspettiamo al presidio a Milano, il 7 novembre, per creare un ponte con le nostre sorelle spagnole: https://www.facebook.com/events/761159740678508/

 

Care sorelle,
vi siamo grate per il vostro lavoro, per i messaggi di coraggio e di forza che state lanciando con il movimento del 7 novembre. L’invito a manifestare è giunto forte anche in Italia, dove la situazione, circa le molteplici forme di violenza a cui le donne sono soggette, è molto grave.
Abbiamo lanciato anche noi un appello, un moto emozionale per proporre un tavolo di lavoro comune, per riuscire a materializzare anche da noi qualcosa di simile a ciò che siete riuscite proficuamente a realizzare in Spagna. Un esperimento di politica delle donne, per tornare a rendersi visibili, incidere in modo adeguato alle circostanze, fare pressione sui luoghi decisionali, sul Governo in primis. In tante abbiamo voluto credere che potesse nascere qualcosa di indipendente, spontaneo, autonomo. Abbiamo tentato di coinvolgere le varie componenti dei gruppi/associazioni femminili e femministe italiane, su un progetto che portasse le donne italiane a collaborare a un testo, a una piattaforma che ragionasse sulla situazione italiana e rivendicasse gli interventi più urgenti. Portare le donne italiane nuovamente in piazza, sarebbe stato solo il punto finale di un lavoro condiviso e di una modalità operativa utile anche per il futuro. Non siamo riuscite a coagulare il desiderio di manifestare esplicitamente, tutte insieme, la nostra insofferenza per una situazione che per noi donne italiane ha gravissimi punti di sofferenza, visto che la violenza machista si esprime in molteplici modi. Ringraziamo quante hanno condiviso questo sogno, ma la realtà italiana non è quella spagnola. Nonostante questo, abbiamo deciso di portare comunque in Spagna un messaggio dall’Italia, non rappresentiamo certamente tutte le italiane, ma non ce la sentiamo di restare indifferenti a tutti gli episodi di violenza che colpiscono le donne. Desideriamo tornare a “manifestarci” nelle piazze per rendere visibili i problemi. Siamo consapevoli che il nostro spazio di azione, di pensiero e di confronto non può coincidere più soltanto con i luoghi fisici e ideali del nostro paese, ma dobbiamo imparare a rapportarci anche all’esterno, soprattutto all’Europa, come popolo e come progetto di comunità europea.
In Italia manca un corpo intermedio che sappia dare voce alle donne, monitorare l’azione di governo e delle istituzioni, suggerire un cambio di rotta. Ci vorrà tempo, lavoro, condivisione, ma non dobbiamo lasciarci scoraggiare dalla lunghezza della strada che abbiamo davanti. Questo tentativo di uscire da una situazione cristallizzata lo dobbiamo a tutte le donne, soprattutto a quelle che non riescono a far sentire la loro voce. La realtà ci dice che una donna su tre, tra i 16 e i 70 anni, ha subito nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale, i fatti ci illustrano che oggi si denuncia di più, ma resta comunque ancora forte lo stigma su queste donne, spesso oggetto di linciaggio mediatico, specie sui social network. Si tenta di contrastare questo fenomeno, ma non sembra bastare, se non si va alle sue radici, ossia alle origini di questa cultura dello stupro e della violenza. E lì che troviamo il patriarcato, che con un’azione reiterata di “restaurazione” riporta le donne sotto il totale controllo degli uomini, attraverso l’uso sistematico della violenza.
L’Italia ha aderito alla Convenzione di Istanbul, ma una firma non è un sufficiente segnale di comprensione del fenomeno e di una volontà chiara di contrastarlo. I mezzi messi a disposizione sono sempre troppo pochi, come conferma l’ultimo Piano antiviolenza, con il quale è stato erogato qualche milione di euro alle Regioni, senza che sia organizzato un controllo su come questi fondi vengono poi distribuiti e utilizzati. Non sempre si comprende la necessità di lavorare sulle nuove generazioni, contrastando le discriminazioni, aiutandole a comprendere la ricchezza e l’importanza delle differenze, impostando un lavoro fondato sulla cultura del rispetto, superando le barriere di genere, costruendo relazioni sane e non imperniate di cultura machista, facendo comprendere che la mascolinità non coincide con l’uso della forza e della sopraffazione. Altra grave mancanza di questo Piano antiviolenza è un efficace Piano anti-tratta, che tenti di mettere in campo le migliori strategie per arginarne il fenomeno. Manca finanche una cabina di regia che sappia programmare e monitorare le azioni per contrastare le violenze di genere. Ma come approntare misure del genere ove manchi un Ministero delle Pari Opportunità e maggiori investimenti nel relativo Dipartimento?

Il machismo permea le nostre vite, tanto che per molte donne questa è “normalità”. Una normalità pericolosissima perché apre la porta a ogni tipo di violenza, le donne sono facilmente oggettificate, de-umanizzate, tanto che i loro diritti appaiono più deboli e facilmente bypassabili. Lo vediamo chiaramente con le nostre sorelle vittime di tratta, trattate alla di esseri sub-umani che possono essere uccise, cancellate, deportate perché non rientrano nello schema di donna costruito dagli uomini in secoli di storia.
LA VIOLENZA NON HA MAI SENSO O GIUSTIFICAZIONE! LA VIOLENZA NON DEVE AVERE SPAZIO NELLE NOSTRE VITE!
BASTA VIOLENZE, BASTA FEMMINICIDI, NON DOBBIAMO ASSUEFARCI ALLA VIOLENZA. LA VIOLENZA DEVE DIVENTARE UNA QUESTIONE DI STATO AI PRIMI POSTI DELL’AGENDA POLITICA.

Chiediamo, quindi, che si attui pienamente in Italia la Convenzione di Istanbul e che si seguano puntualmente le raccomandazioni CEDAW, monitorandone periodicamente l’applicazione.

Auspichiamo misure cautelari più stringenti per gli uomini che sono stati denunciati per aver commesso atti di violenza, perché la donna che denuncia deve sentirsi tutelata e protetta veramente. Esigiamo che tutti i livelli istituzionali si impegnino a contrastare la violenza contro le donne, in ogni sua forma e in ogni ambito della nostra vita.

Qualsiasi politica si decida di mettere in campo, ci auguriamo che ci si ricordi che si tratta di difendere delle vite umane, di donne in carne e ossa, con le loro storie reali, che hanno diritto a vivere serenamente senza che qualcuno decida di rovinare e distruggere le loro esistenze.

Il vostro lavoro, care compagne spagnole, deve essere di sprone a chi sente forte in sé il senso di un impegno in tal senso. Con la Marcha Estatal contra las violencias machistas del 7 novembre siete riuscite nell’obiettivo di portare in pubblico donne che a viva voce reclameranno i propri diritti e chi, come noi ha deciso di tentare infruttuosamente il vostro percorso, non solo marcerà idealmente con voi a Madrid, ma proverà nel prossimo futuro a rendere fattivamente concrete le ragioni delle rivendicazioni delle donne italiane. Ognuna con le proprie capacità e competenze, per raggiungere quanto più sia auspicabile l’obiettivo non di rappresentarle, ma di renderle consapevoli che possono rivendicarle da sé in prima persona quelle stesse ragioni.
E, soprattutto, impariamo a credere alle donne e sosteniamole davvero tutte/i.
Per cercare di donare al nostro paese un clima di verità e giustizia.

 

La lettera tradotta in spagnolo da un’amica di Madrid Silvia Wallace che ringrazio particolarmente. Si manda la lettera alle compagne femministe spagnole della #Marcha7N.

Queridas hermanas,

Os estamos muy agradecidas por vuestro trabajo, por los mensajes de ánimo y fuerza que estáis promoviendo con el movimiento del 7 de noviembre. La invitación a manifestarse ha llegado con fuerza a Italia, donde la situación toma múltiples formas de violencia de las cuáles las mujeres son objeto, lo cual es muy grave.
Hemos lanzado también nosotras una llamada, un leit-motiv emocional para proponer una mesa de discusión en común, para lograr una materialización como la que soléis lograr en España. Un experimento de política de las mujeres, para devolverles la visibilidad, incidir de un modo adecuado en las circunstancias actuales, hacer presión sobre los puntos de decisión, y sobre el Gobierno en primer lugar. Hemos querido creer que pudiera nacer algo independiente, espontáneo, autónomo. Hemos tratado de involucrar a las componentes de grupos y asociaciones femeninos y feministas italianos en un proyecto que llevase a las mujeres italianas a colaborar en un texto, una plataforma que repensase la situación italiana y reivindicase las intervenciones más urgentes. Llevar a las mujeres italianas de nuevo a las plazas, éste sería solo el punto último de un trabajo compartido y de una modalidad operativa útil de cara al futuro. No hemos logrado coagular el deseo de manifestar explictamente, todas juntas, nuestro sufrimiento por una situación que para nosotras como mujeres italianas tiene muchos lugares de intenso dolor, viendo que la violencia machista se manifiesta de múltiples formas. Agradecemos a todas aquellas que han compartido nuestro sueño, pero la realidad española no es la misma que la italiana. A pesar de ello, hemos decidido llevar a España un mensaje desde Italia, no representamos obviamente a todas las mujeres italianas, pero nos negamos a permanecer indiferentes a los episodios de violencia que golpean a las mujeres cada día. Deseamos volver a manifestarnos en las plazas para hacer visible los problemas actuales. Somos conscientes de que nuestro campo de acción, de pensamiento y de confrontación no pueden coincidir sólo con los lugares físicos e ideales de nuestro país, pero debemos aprender a relacionarnos con el exterior, sobre todo con Europa, como pueblo y como proyecto de Comunidad Europea.
En Italia falta un cuerpo intermedio que sepa dar voz a las mujeres, monitorizar las acciones del gobierno y de las instituciones, sugerir un cambio de ruta. Hará falta tiempo, trabajo, compartir, pero no debemos dejar nos vencer por lo largo del camino que hemos emprendido. Este deseo de salir de una situación cristalizada es algo de todas las mujeres, sobre todo de aquellas que no lograr hacer escuchar su voz. La realidad nos dice que una de cada tres mujeres, entre 16 y 70 años, sufre durante su vida alguna forma de violencia física o sexual, los hechos nos muestran que a día de hoy se denuncia más, pero aún permanece el estigma sobre estas mujeres, a manudo objeto de linchamiento mediático, también en las redes sociales. Se trata de contrarrestar este fenómeno, pero no siempre se logra, si no se llega hasta el fondo del problema, es decir a los orígenes de la cultura de la violencia, no se habrá conseguido nada. Es aquí donde encontramos las raíces del patriarcado, que con una acción reiterada de “restauración” coloca a las mujeres bajo el control de los hombres, a través del uso sistemático de la violencia.
Italia se ha adherido a la Convención de Estambul, pero una firma no basta para comprender un fenómeno ni para establecer una voluntad firme de cambiarlo. Los medios puestos a disposición son insuficientes, como confirma el último Plan anti violencia, con el cual se ha distribuido dinero a las distintas regiones, pero sin que este sea gestionado debidamente. Nos siempre se comprende la necesidad de colaborar, sobre todo con las nuevas generaciones, contrastando las discriminaciones, ayudándolas a comprender la riqueza y la importancia de la diferencia, fomentando un trabajo basado en la cultura del respeto, superando las barreras del género, construyendo relaciones sanas y no impregnadas de cultura machista, haciendo comprender que la masculinidad no coincide con el uso de la fuerza. Otro grave déficit de este Plan anti violencia es un Plan eficaz anti- trata, que logre llevar a la práctica mejores estrategias para abordar dicho fenómeno. Falta la coordinación y monitorización de las múltiples acciones para contrarrestar la violencia de género. Pero cómo implantar este tipo de medidas en un sitio donde no existe un Ministerio de Igualdad?
El machismo es permeable en nuestra vida, tanto que para muchas mujeres esta es la normalidad. Una normalidad absolutamente peligrosa. ya que abre la puerta a todo tipo de violencia, las mujeres son fácilmente reificables, deshumanizantes, tanto que sus derechos se muestran más débiles. Lo vemos claramente en nuestra hermanas víctimas de la trata, como seres sub-humanos que pueden ser asesinados, cancelados, deportados porque no entran en el esquema de mujer construido por los hombre a los largo de siglo de historia.
¡La violencia no tiene sentido ni justificación!
¡La violencia no puede tener espacio en nuestras vidas
¡Basta de violencia! ¡Basta de feminicidios! ¡No debemos subyugarnos a la violencia!
¡La violencia debe convertirse en una cuestión de Estado de primer orden dentro de la agenda política!
Pedimos que se actúe plenamente en Italia según lo firmado en el Convenio de Estambul y que se sigan literalmente las recomendaciones CEDAW, monitorizando periódicamente la aplicaciones.
Pedimos medidas cautelares más duras para los hombres que han sido denunciados por haber cometido actos violentos, porque las mujeres que denuncian deben sentirse custodiadas y protegidas de un modo real. Exigimos que a todos los niveles institucionales se impliquen a terminar con la violencia contra las mujeres en todas su formas
Cualquier política destinada a aplicarse debe tener en cuenta que de lo que se trata es de defender vidas humanas, de mujeres de carne y hueso, son sus historias reales, que tienen derecho a vivir tranquilamente sin que nadie se permita arruinar sus vidas.
Vuestro trabajo, queridas compañeras españolas, debe servir de aliento a quien se siente seguro de si mismo, de llevar a cabo esta empresa. Con la Marcha Estatal contra las violencias machistas del 7 de noviembre habéis logrado poner en el punto de mira del público a esas mujeres que reclamarán sus derechos, y a quien, como nosotras ha decidido seguir vuestro ejemplo, no sólo marcharán con vosotras en Madrid, sino que probarán en el futuro más inmediato concretar esas mismas reivindicaciones para las mujeres italianas. Cada una con sus propias capacidades y competencias, para mostrar cuanto es deseable este objetivo, de hacerlas conscientes de que pueden reivindicar todo esto en primera persona. Y sobre todo, aprendemos a creer que en las mujeres.
Para tratar de dar a nuestro pais un clima de verdad y justicia.

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Di nuovo sull’applicazione della direttiva 2006/54/CE

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Risoluzione del Parlamento europeo dell’8 ottobre 2015 sull’applicazione della direttiva 2006/54/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 5 luglio 2006, riguardante l’attuazione del principio delle pari opportunità e della parità di trattamento fra uomini e donne in materia di occupazione e impiego (2014/2160(INI)).

Questo il nuovo capitolo dell’UE in materia di pari  opportunità e parità di trattamento fra uomini e donne in materia di occupazione e impiego. Ne avevo già ampiamente parlato qui.

Il gender pay gap arriva a una media del 16,4% (con distanze anche notevoli tra i diversi Stati membri), ancor più preoccupante è il divario pensionistico (che è una diretta conseguenza del divario retributivo) che giunge a una media europea del 38,5%.

Il parlamento europeo invita la Commissione a procedere a una profonda revisione della direttiva del 2006, che giunga a formularne una ex novo e, contemporaneamente, invita gli Stati membri e la Commissione ad avviare una serie di iniziative per contrastare e “risolvere” il divario retributivo e il divario di trattamento tra uomini e donne in UE.

Si parla chiaramente di trasparenza, per cui si propone la creazione di un sistema di valutazione e di classificazione professionale chiaro e neutrale rispetto al genere. La trasparenza è declinata anche in termini di salari e della necessità di una definizione di criteri chiari per misurare il valore del lavoro, affinché a parità di mansioni si abbia pari retribuzione.

A tal proposito l’Istituto Europeo per l’Eguaglianza di Genere (EIGE) è pronto a lanciare un nuovo database eige.europa.eu/sites/default/files/documents/MH0214932ENN.pdf che funzionerà come punto d’accesso unico a tutte le statistiche di genere per l’UE e i singoli Stati membri. Includerà dati su mercato del lavoro, situazione economica e finanziaria di donne e uomini, uso del tempo, istruzione e formazione, violenza basata sul genere. È pronta anche una nuova piattaforma sul mainstreaming di genere, con informazioni pratiche e strumenti per introdurre l’ottica di genere nel lavoro delle istituzioni e degli organismi decisionali.

La risoluzione non legislativa, che richiama l’importanza di una rappresentanza equilibrata di genere negli organi amministrativi delle aziende, invita la Commissione a introdurre audit salariali obbligatori per le società quotate in Borsa negli Stati membri dell’UE, e a introdurre sanzioni contro le imprese che non ottemperino alle loro responsabilità in merito alla parità di genere. Un bel “disturbo” per l’attuale gestione fantasiosa delle retribuzioni.

La risoluzione cerca di dare anche un calcio agli stereotipi, incoraggiando campagne di sensibilizzazione destinate a tutte le classi sociali, con un maggiore coinvolgimento dei media, strategie per scongiurare la segregazione professionale delle donne e incentivare scelte aperte in merito al lavoro. Si auspica anche l’integrazione delle questioni di genere nell’istruzione e nella formazione professionale. Viene ribadito che l’emancipazione delle donne e delle ragazze passa attraverso l’istruzione.

Si invita gli Stati membri ad applicare attivamente il bilancio di genere contribuendo così al miglioramento della situazione delle donne sul mercato del lavoro; invita la Commissione a favorire lo scambio di migliori pratiche per quanto concerne il bilancio di genere.

Gli Stati membri dovrebbero intensificare gli sforzi per combattere il lavoro sommerso e precario; si “evidenzia l’elevato livello di lavoro sommerso femminile, che incide negativamente sul reddito delle donne, sulla copertura e sulla tutela previdenziale e si ripercuote negativamente sui livelli del PIL dell’UE; sottolinea la necessità di affrontare in particolare il lavoro domestico, svolto soprattutto da donne, considerandolo una sfida particolare, in quanto rientra principalmente nel settore informale, è singolarizzato e per sua natura invisibile, e richiede pertanto l’elaborazione di misure mirate per affrontare la questione in modo efficace; deplora inoltre l’abuso dei contratti di lavoro atipici, fra cui i contratti a zero ore, utilizzati per eludere gli obblighi in materia di occupazione e protezione sociale; si rammarica dell’aumento del numero di donne intrappolate nella spirale della povertà lavorativa”.

Si accenna al fatto che la Commissione debba introdurre controlli e standard comuni per garantire l’indipendenza e l’efficacia degli organismi nazionali per la parità.

Si invitano gli Stati membri a creare le condizioni per l’assistenza legale gratuita alle vittime di discriminazioni, insieme al divieto di qualunque discriminazione basata sull’orientamento sessuale e l’identità di genere, minoranze etniche, e a un richiamo per implementare politiche di conciliazione come leve per superare divari e discriminazioni.

Invita gli Stati membri ad adottare le misure necessarie per invertire l’onere della prova, garantendo che spetti sempre al datore di lavoro provare che tali differenze di trattamento verificate non abbiamo generato alcuna discriminazione.

Insomma, si delineano interventi a più livelli, a 360°. Il lavoro da fare è tanto, e sarebbe ora che ci fosse anche un movimento delle donne che dal basso spinga affinché i decisori politici nazionali ascoltino e applichino questi suggerimenti europei. Altrimenti queste parole cadranno ancora nel vuoto. E sarà anche una nostra responsabilità diretta, con effetti devastanti non tanto su di noi, quanto sulle prossime generazioni, che man mano perderanno buona parte delle conquiste fatte, se nessuna di noi le difenderà. Per quanto tempo dovremo ancora sentirci dire che certe discriminazioni ce le dobbiamo combattere da sole, ognuna per proprio conto, chi può può, chi non ce la fa si arrangi? E ancora ci verrà consigliato di trovarci il marito ricco, come paracadute sociale ed economico. E ancora una volta come tante pecorelle ci convinceremo che questo è il nostro unico destino. Vantaggio per poche, baratro per tutte le altre. E nei salotti buoni ci si gingillerà con l’idea di essere grandi filantrope. Vi ricordate la mamma suffragetta dei bimbi del film Mary Poppins..? Dall’altra parte c’è un mondo in cui ci si sporca le mani, si fa fatica, si lotta, ci si espone anche in prima persona. Parlo per esperienza personale. Quando ci sveglieremo?

 

Mary Poppins Winifred Banks

 

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Andiamo avanti

Foto: Milano: manifestazione per raccolta di firme contro la violenza sulle donne. 1 Mar 1980. @http://cavicchioni.photoshelter.com/image/I0000upEk4xFtoGk

Foto: Milano: manifestazione per raccolta di firme contro la violenza sulle donne. 1 Mar 1980. @http://cavicchioni.photoshelter.com/image/I0000upEk4xFtoGk

 

Questo post è per dirvi che il nostro percorso continua, con qualche difficoltà in più del previsto, ma continua. Ci sono un po’ di novità…

Pubblico un comunicato di Noi non ci stiamo per chiarire alcuni punti e allontanare un po’ di nubi che nel frattempo si sono formate attorno.

 

Abbiamo iniziato questo percorso non per sostituirci ad altre, ma per cercare di creare un tessuto di lavoro comune insieme alle varie componenti che oggi in Italia si occupano di violenza di genere, visto che proposte condivise in questi ultimi anni hanno stentato ad andare avanti. Tra i nostri intenti c’è principalmente quello di tentare di creare un modo nuovo di collaborare nell’affrontare i problemi, evidenziando cosa non va e proponendo specifici punti di intervento. Tra questi potremmo annoverare un uso delle misure cautelari/coercitive più idonee a evitare che uomini denunciati possano arrivare a gesti estremi o a perseverare in atti violenti. Per esempio potremmo chiedere che non manchino i fondi per dotare gli stalker dei braccialetti elettronici per verificare quando si avvicinano alle loro vittime. E poi dovremmo intervenire sulla preparazione e formazione dei giudici e degli attori coinvolti a seguito della denuncia di una donna. Infine, potremmo iniziare a chiedere un monitoraggio super partes su come vengono gestiti e distribuiti i pochi fondi messi a disposizione dall’ultimo Piano nazionale antiviolenza. Potremmo chiedere una verifica seria e indipendente dei soggetti beneficiari di questi fondi, per evitare che si assegnino risorse a realtà fittizie, messe in piedi unicamente per intercettare questi finanziamenti. Insomma, tutte e tutti noi dovremmo fare la nostra parte, senza paura di fare sgarbi a qualcuno di importante, senza paura di scoperchiare prassi insane. Perché se davvero vogliamo fare del bene alle donne, dobbiamo iniziare a far chiarezza, pulizia e chiedere che le norme trovino piena e corretta attuazione. Le donne vittime di violenza non hanno certo bisogno di ragionamenti clientelari o di piccole lotte per la spartizione della torta. Le donne vittime di violenza non possono attendere oltre, non possono essere vittime né dell’egoismo/autoreferenzialità di alcune parti né della strumentalizzazione di ciò che vivono sulla propria pelle. I ragionamenti sui massimi sistemi sono per loro natura lontani da una realtà che esige risposte concrete ai bisogni calpestati delle donne . Certo li possiamo fare, li vogliamo fare quei ragionamenti, ma noi attualmente dovremmo essere ovunque, tranne che in un luogo chiuso, anche in senso metaforico. Ci mettiamo a disposizione e offriremo il nostro contributo a qualsiasi iniziativa vada nella direzione di coniugare discorso teorico e pratica all’esterno. Se non incalziamo le istituzioni, nulla cambierà. Le elaborazioni concettuali non sono sufficienti, soprattutto oggi che non ci sono più quei soggetti collettivi che, forti delle loro ruolo sociale, fungevano da corpi intermedi con le istituzioni e garantivano una interlocuzione con esse in grado di rappresentare le aspettative delle donne italiane. Siamo convinte che il lavoro teorico possa andare in parallelo con l’azione pratica, solo a volerlo. Basta lavorare nella stessa direzione, andando incontro alle esigenze e alle istanze di genere provenienti dalle nostre comunità di riferimento. Collaborare per condividere un siffatto percorso si configurerà quale una ricchezza, non solo per noi che ci impegneremmo nella sua realizzazione, ma per le tutte donne che intendiamo rappresentare.

 

Guardando la foto del 1980, sembra passato un secolo. All’epoca stavo per compiere un anno, in così tanto tempo si sarebbero potute fare molte cose. In così tanto tempo avremmo dovuto restare vigili e continuare a “manifestarci” nelle piazze per rendere visibili i problemi. Qualcosa non è andato e man mano abbiamo perso l’abitudine a stare tra donne in luoghi e spazi aperti, non solo pubblici. Le quattro mura sono diventate la nostra corazza quotidiana, pensando che là fuori nessuna più fosse interessata a certi temi, a certe battaglie.

Boh, forse mi son persa qualcosa.

Per non perderci però l’esperienza fantastica delle nostre sorelle spagnole, Dale Zaccaria (http://www.womeninculture.eu/ http://www.dalezaccaria.com/) farà da filo conduttore con la Spagna del ‪#‎YOVOY7N‬ e ci racconterà cosa accadrà. Questo piccolo spazio ospiterà la cronaca di questo bel segnale di vita del femminismo. Con l’augurio che scocchi la scintilla anche da noi. La ringraziamo per questo dono che ci farà, portandoci un arcobaleno di idee e di proposte concrete.. perché la violenza contro le donne non può attendere. L’appello delle spagnole parla chiaro.

Si continua a lavorare e a ricevere contributi. Ringraziamo l’avvocata Roberta Schiralli che ha curato questa analisi sulla violenza di genere:

E Noi non ci stiamo ha creato una infografica esplicativa ad hoc:

ciclo

 

 

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Quel che non volete sapere e vedere oltre le scritte sui muri

manifestazione 10 ottobre

 

Ho provato a raccontare il presidio-manifestazione di sabato 10 a Milano, dal punto di vista delle donne, per mettere a fuoco i motivi per cui eravamo in piazza. Ringrazio Dol’s Magazine per avermi ospitata.

Qui un estratto:

Se provassimo per un solo istante a sgombrare il campo da questa spazzatura che è piovuta addosso al corteo di sabato, pacifico, spontaneo, indipendente, di donne che si sono ritrovate a raccontare cosa sta accadendo in Italia. Se provassimo a capire cosa significa l‘assenza totale di spazi di riflessione e di confronto pubblici in cui informare le donne sui loro diritti.

Se provassimo a chiederci dove le nuove generazioni si informano o spesso si disinformano. Se provassimo a capire i veri motivi per cui eravamo lì, anziché oscurarli. Se riuscissimo a interrogarci al di là delle scritte, sulla situazione delle donne in Italia, sarebbe un bel segnale di civiltà e di capacità di provare empatia.

Ci siamo appropriate di uno spazio, la strada, per raccontare i bisogni delle donne, per una volta, siamo tornate noi donne a esprimerci con la nostra sola voce. E se ci foste stati, in mezzo alla parola fregna, che male non fa, avreste potuto ascoltare anche altro. Gli obiettori di coscienza che hanno svuotato la legge 194 e di fatto incrinano e ostacolano l’esercizio di quello che a livello europeo è stato definito come un diritto inalienabile. Abbiamo chiesto che servizi come i consultori vengano rafforzati e diffusi sul territorio. Abbiamo ricordato che la salute sessuale e riproduttiva delle donne non è negoziabile o subordinabile a nessun discorso confessionale, che deve essere sempre tutelata e garantita, che non vogliamo ingerenze di nessun tipo sulle nostre scelte di donne.

Continua a leggere l’articolo completo su Dol’s Magazine.

http://www.dols.it/2015/10/14/quel-che-non-volete-sapere-e-vedere-oltre-le-scritte-sui-muri/

 

P.s.

Grazie al Ricciocorno per questo splendido pezzo che ci parla di miti funzionali e ci interroga sul senso di alcune affermazioni e tendenze sul femminismo:

il mito che vuole le donne di oggi distanti o addirittura ostili al femminismo, a cosa serve?

La sua funzione è forse simile a quella che può assolvere una dichiarazione di morte del patriarcato?

https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2015/10/14/chi-e-morto-alzi-la-mano/

 

Grazie anche a Lorella Zanardo per aver parlato di questo piccolo spazio femminista e per aver contribuito a dare un’immagine viva del femminismo italiano 🙂

http://espresso.repubblica.it/attualita/2015/10/13/news/dalla-parte-delle-donne-1.234270?ref=fbpe

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Un pomeriggio femminista

pomeriggio femminista

 

Milano, ancora una volta invasa da fascisti e preganti no-choice. Una sfilata che in un Paese laico e antifascista non si dovrebbe vedere. Invece, torna periodicamente. Non potevamo certo stare a casa.
Allora abbiamo deciso di scendere anche noi per le strade, con teli e cartelloni, prezzemolo e ferri da calza, un megafono e tanta voglia di urlare basta con queste azioni che ci vogliono portare indietro di decenni, con la protezione di un gruppo che rimpiange il Duce. Nulla di organizzato, nessuna autorizzazione, una mobilitazione spontanea, un evento fatto girare su Facebook, ci siamo ritrovate in piazza Cadorna e tutto il resto è avvenuto naturalmente. All’angolo di via Orefici la polizia ci ha circondate, volevamo prendere la metro, ma in un certo punto ci hanno bloccate, non ci siamo fatte fermare e hanno dovuto desistere. A un certo punto sembrava che le cose si mettessero male per noi, abbiamo resistito agli strattonamenti dei poliziotti che invece di occuparsi dei fascisti che sfilavano si dedicavano ad arginare noi pericolose streghe femministe che volevano solo far conoscere ai passanti cosa stava succedendo, mostrando le conseguenze della mancata applicazione della 194, una violenza che si sta consumando ancora una volta sui nostri corpi. Abbiamo ricordato che la salute sessuale e riproduttiva delle donne non è negoziabile o subordinabile a nessun discorso confessionale, che deve essere sempre tutelata e garantita, che non vogliamo ingerenze di nessun tipo sulle nostre scelte di donne. Madri solo per scelta, quindi. La 194 – per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione di gravidanza – nel corso degli anni ha subito uno svuotamento a causa dell’art. 9 che disciplina l’obiezione di coscienza. Abbiamo raccontato tutto questo, chiedendo che l’obiezione non costringa le donne a viaggi anche intraregionali per trovare un ospedale che pratichi IVG, ambulatori e medici che siano disposti a fornire le pillole del giorno e dei 5 giorni dopo, farmacisti che le vendano.
Abbiamo chiesto che servizi come i consultori vengano rafforzati e diffusi sul territorio.
Insieme per difendere il nostro diritto a scegliere liberamente se essere o non essere madri. Abbiamo ribadito che non ci dovrebbero essere obiettori nel servizio pubblico. Sì a una educazione alla contraccezione e a una sessualità consapevole. Vogliamo servizi e contraccettivi gratuiti e accessibili x tutte noi! Se una donna sceglie di interrompere la gravidanza deve essere assistita nel migliore dei modi, non dobbiamo tornare alla clandestinità, al faidate, alle pillole ordinate via internet, a rischiare di morire o di avere gravi conseguenze sulla nostra salute. Dobbiamo tornare in piazza x difendere i nostri diritti e chiedere di rafforzare tutele e servizi pubblici. Non permettiamo a nessuno di sottrarci tutte le conquiste che ci hanno permesso di scegliere e di non morire più. Ci siamo fatte sentire! GRAZIE A TUTTE E A TUTTI COLORO CHE ERANO A MANIFESTARE CON NOI! Non ci vogliono grandi mezzi o grandi organizzazioni, proviamo a immaginare cosa accadrebbe se periodicamente scendessimo in piazza, in varie città, contemporaneamente, concordando dei punti semplici e chiari di rivendicazione. A mio avviso, prima di tutto riprendere l’abitudine a stare insieme, a fare cose libere di esprimerci, sentirci parte di un gruppo ampio, senza gerarchie o cabine di regia, ci renderebbe naturalmente un corpo più compatto, entusiaste e meno impegnate in calcoli di astrofisica femminista. Ci vuole un metodo che sappia coniugare riflessione teorica e prassi politica delle donne. Senza la pratica tutto diventa più debole, artefatto e meno incisivo, a volte si rischia l’invisibilità. Ieri c’era un’atmosfera diversa, quella che si respira solo quando noi donne prendiamo in mano il nostro destino e diventiamo parte attiva e promotrice di un cambiamento. Ieri ci siamo incontrate, eravamo arrivate lì tutte fortemente motivate, non possiamo più restare in silenzio, nei nostri salotti, aspettando che qualcosa di maestoso si muova per noi. Lustrini e paillettes non hanno mai fatto per noi femministe. Noi siamo il fattore che fa la differenza, non attendiamo oltre. Ieri abbiamo dimostrato che un drappello di femministe può fare e dire tanto!

 

Per foto e video:
https://www.facebook.com/events/1650153871924041/

http://milano.corriere.it/notizie/cronaca/15_ottobre_10/tensione-pro-contro-aborto-verdure-lanciate-manifestanti-03189260-6f64-11e5-98e3-5a49a4f4dd41.shtml

http://milano.repubblica.it/cronaca/2015/10/10/news/aborto-124796453/

 

p.s.

Un solo commento: ci dividiamo sempre su tutto, ma quello che crea problemi è sempre l’indipendenza e l’autonomia quando un gruppo di donne prendono in mano i propri diritti e manifestano per difenderli, quando si sceglie di non restare in silenzio, indipendentemente da quello che pensano le massime autorità dei movimenti vari. Una precisazione, le scritte sui muri lungo il percorso erano lì dalla notte precedente. Abbiamo usato il prezzemolo per ricordare a tutt* cosa accadeva prima della 194. Abbiamo usato le nostre voci per far sapere a tutti per cosa manifestavamo. Queste erano le nostre uniche armi pacifiche e libere. Per dimostrare che non siamo scomparse, che siamo ancora qui per difendere i nostri diritti oggi e sempre. Ieri ho ricevuto un dono prezioso: le voci di altre donne, che come me erano lì per ribadire che indietro non si torna. E non ci fermeremo di fronte agli attacchi patriarcali e normalizzatori, di chi ci vuole controllare, di chi ci vuole togliere tante conquiste di civiltà. Ieri eravamo unite nel dire no ai fascisti e al patriarcato, a chi ci toglie i servizi a tutela della nostra salute, a chi ci vorrebbe madri a ogni costo.

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Difendiamo il diritto all’aborto e alla libertà di scelta

urlo

 

Sabato 10 tornano a Milano i No-Choice con un corteo organizzato dal solito Comitato NO-194 , dalle ore 15 alle ore 18, con partenza da piazza Cadorna. Tornano con il loro bagaglio di molestie e l’idea di abrogare la 194 . I no-choice in ogni loro manifestazione sono lì presenti a ricordarci che i nostri diritti sono fragili e che non è possibile liquidare certe marce e presidi come qualcosa di anacronistico, senza ripercussioni su nessuno. Ogni qualvolta uno di questi gruppi, più o meno numeroso, si intromette nella vita di una donna, noi dovremmo sentirci tutte toccate in prima persona, perché dobbiamo dire basta a queste periodiche violenze dei no-choice. Le loro marce, le loro veglie, i loro manifesti e i loro gadget, le loro battaglie oggi anche sui social, sono tutti palesi tentativi di sostituirsi alle donne, ridotte a mero ruolo di incubatrice, i cui diritti sono ridotti a briciole, come irrilevanti inezie rispetto al destino superiore del feto. Madri a ogni costo, anche contro la propria volontà, perché in quanto donne noi non dovremmo poter decidere su noi stesse e su quanto avviene dentro di noi. Si comprende quanto si intenda svuotare le donne di una piena capacità decisionale e di potestà su se stesse. I diritti riproduttivi hanno una valenza molto ampia, investono la donna in quanto essere umano, eguale e pienamente titolare di diritti inviolabili. Inviolabile e inalienabile come il diritto a interrompere la gravidanza se non si desidera portarla a termine.
Contromanifestiamo per ribadire il diritto a un aborto legale, gratuito e sicuro!

CI RITROVIAMO tutte a Milano, sabato 10 ottobre, piazza Cadorna, davanti alle Ferrovie Nord, ore 14.

Qui l’evento su Facebook:
https://www.facebook.com/events/1650153871924041/

Vi aspettiamo numerose!

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Terzo passo

mafalda-terzo passo

 

La notizia della manifestazione delle nostre sorelle spagnole che il prossimo 7 novembre marceranno contro la violenza sulle donne, ci ha portato a interrogarci sul tema anche in Italia, il che comporta uno sforzo di analisi e un bilancio di quanto siamo riuscite a ottenere sinora, sulle caratteristiche del movimento delle donne da noi e quali siano i suoi obiettivi. Per questo sono stati scritti i primi due post:

https://simonasforza.wordpress.com/2015/09/21/care-compagne-vi-scrivo/

https://simonasforza.wordpress.com/2015/09/28/secondo-passo/

 

Proseguono i nostri sforzi nel tentativo di verificare la capacità e la volontà dell’attivismo femminile italiano di ricompattarsi e di unire le forze su obiettivi e strategie essenziali, che portino risultati concreti. Sinora la strategia della parcellizzazione delle lotte ha portato alle difficoltà che sono sotto i nostri occhi. Non esiste un piano progettuale comune, condiviso, siamo più che altro trincerate nella difesa di tanti orticelli. Questo ci rende tremendamente fragili e l’azione appare confusa. Nessuno ci ascolta perché siamo divise, non riusciamo a fare rete.
Le italiane sono diverse dalle spagnole perché non hanno un percorso condiviso. Ci sono troppi paletti, esclusioni a priori, veti incrociati e l’abitudine forse a seguire gerarchie invisibili di chi ha voce in capitolo. Forse è giunto il momento di iniziare a costruirlo questo cammino comune, ragionando insieme su una piattaforma o un manifesto di azione unitaria. Alcuni punti essenziali su cui concentrarci e lavorare insieme, urgenze non più rinviabili come quella di un serio contrasto alla violenza di genere in ogni sua forma.
Il futuro delle donne è nelle nostre mani, se vogliamo renderlo un po’ più accogliente, non solo per noi, ma per tutti (visto che se le cose migliorano per le donne, ne traggono beneficio tutti), dobbiamo unire le nostre forze e capacità.

Siamo in grado di seguire l’esempio delle donne spagnole e iniziare a costruire un progetto condiviso similare, in linea con la situazione italiana e le peculiarità del nostro paese?
Vogliamo costruirlo insieme questo manifesto di azione unitaria?

Vogliamo dare nuova vita e nuove forme al movimento delle donne? Un movimento spontaneo, solidale e compatto che torni a far sentire la propria voce e a ottenere ascolto e risposte!

Non lasciamo che le nostre battaglie vengano intercettate e strumentalizzate da altri, torniamo ad avere un ruolo attivo, propositivo e stimolante, tornando a fare rete.

Nulla può giustificare l’assenza di un tentativo di cambiare modo d’azione, nulla può giustificare una resa di fronte a una realtà difficile e violenta. Perché la violenza tocca tutte, e implica una responsabilità collettiva, oltre che personale. Diamo vita a un soggetto politico collettivo, lavoriamo a un manifesto di pochi punti, chiari, netti. Abbiamo bisogno dell’apporto di tutte, per riflettere sul panorama in cui ci muoviamo. Non significa buttare alle ortiche tutto quello che è stato fatto finora, solo organizzarlo e migliorare la nostra capacità di lavorare insieme, di avere una sorta di osmosi tra le varie realtà sul campo. 

Potremmo anche fissare delle date di incontri faccia a faccia, in cui ognuna di noi (singole, collettivi, associazioni, centri antiviolenza, gruppi) potrebbe portare il proprio contributo.

Qualcuna mi ha chiesto perché semplicemente non partecipo ad altre realtà esistenti. Semplicemente perché non mi ritrovo nelle modalità di azione, perché mi piacerebbe tornare in piazza e rendere visibili i problemi, di cui solitamente ci lamentiamo e teniamo per noi. Molte donne restano lontane e non vengono coinvolte, non conoscono nemmeno i loro diritti. Dobbiamo rimediare soprattutto a questo.

La giornata del 25 è diventata un’occasione di commemorazione della nostra condizione di donne immerse in uno stato di violenza permanente. E poi rimandiamo la questione all’anno successivo. Sì c’è chi se ne occupa 365 giorni l’anno, ma questo lavoro necessita di un supporto collettivo che pretenda e monitori una gestione intelligente e non improvvisata della violenza. 

E vorrei che si diffondesse un po’ di solidarietà in più tra noi. Non abbiamo bisogno di figure materne che ci rassicurino, non andrà meglio se non ci rimbocchiamo le maniche in prima persona. Di critiche e di strali ne pioveranno, ma solitamente sono un buon segno, vuol dire che c’è movimento tellurico dove prima c’era stasi.

Manca un corpo intermedio che sappia dare voce alle donne, monitorare l’azione di governo e delle istituzioni, suggerire un cambio di rotta. Ci vorrà tempo, lavoro, condivisione, ma non dobbiamo lasciarci scoraggiare dalla lunghezza della strada che abbiamo davanti. Questo tentativo di uscire da una situazione cristallizzata lo dobbiamo a tutte le donne.

Come promesso, quindi, siamo giunte al terzo passo. 

Per poter avere un punto di contatto più semplice e immediato con tutt* coloro che hanno accolto positivamente il nostro appello, è stata creata una pagina Facebook:

https://www.facebook.com/Noi-non-ci-stiamo-430354490485103

Abbiamo pensato di chiamarla NOI NON CI STIAMO, per dare un respiro collettivo ai “Io non ci sto” elencati nel post Secondo passo.

Inizia il lavoro collettivo.. ci auguriamo di essere in tant*.

Siamo orgogliose che Stefania Spanò abbia scelto di camminare insieme a noi, intraprendendo questo percorso di mobilitazione collettiva. La sua energia, le sue idee, la sua passione e la sua creatività saranno indispensabili e preziose per proseguire in questo progetto. 

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Ain’t I a Woman?

Sojourner Truth

 

Sojourner Truth, nel 1851, Convegno per i diritti delle donne dell’Ohio, che si tiene ad Akron.

“Ain’t I a Woman? Non sono forse una donna, io?
La ripete ben quattro volte, questa domanda. Come se volesse inciderla nella memoria di ciascuno dei partecipanti a quel congresso in cui si parla dell’abolizione della schiavitù, ma non dei diritti delle donne, dell’uguaglianza tra i sessi.”

Così ci racconta Milton Fernández nel suo Donne. Pazze, sognatrici, rivoluzionarie edito da Rayuela Edizioni. Lo sguardo di un uomo che riesce a cogliere con una sensibilità rara le molteplicità dell’esser donna attraverso 34 donne che hanno attraversato la storia, quella storia che di solito gli ha assegnato un ruolo marginale, ma che loro hanno solcato in modo rivoluzionario, lasciando un segno indelebile. Questo libro è stato una splendida scoperta, grazie a Nadia Muscialini di Soccorso Rosa. Mi piacerebbe cogliere alcune delle storie di donne presenti in questa raccolta di racconti, come spunti di riflessione. Il prossimo 15 ottobre l’autore presenterà il suo libro a Milano – Baggio (Qui l’evento su FB).

Ho scelto di iniziare il mio viaggio attraverso le pagine di questo libro, dalla storia di Sojourner perché in questo momento mi ha dato molta speranza.

“Se la prima donna creata da Dio è stata in grado di mettere il mondo sottosopra, tutte noi insieme possiamo rimetterlo per il verso giusto, e tornare a rovesciarlo quante volte vogliamo, basta deciderlo… cosicché, uomini, mettetevi l’anima in pace… e accettate un consiglio: è meglio per voi che non cerchiate di impedircelo…”

Sojourner si batté per il suffragio universale, dei diritti di tutte le donne, senza distinzione di colore, dell’abolizione della pena di morte.
Sojourner è approdata sul pianeta rosso il 4 luglio del 1997, infatti il modulo della NASA portava il suo nome. Nel giorno dell’orale del mio esame di maturità.
Questa donna che aveva vissuto esperienze dolorosissime, è stata schiava ma non ha mai perso la speranza di essere libera, coglie una cosa che ancora oggi molte di noi faticano a comprendere. Solo il lavoro unitario delle donne può rivoluzionare il mondo in meglio, non ci sono limiti se si è solidali. Questo il mio augurio per il movimento delle donne italiane in questo periodo storico, che sappiano guardare a Sojourner che con la sua forza ha attraversato i secoli, quasi fosse una stella luminosa per aiutarci a trovare il cammino verso una società migliore, che ci consideri esseri umani in tutto e per tutto.

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Non Una Di Meno - Milano

Contro la violenza maschile sulle donne e tutte le forme di violenza di genere

ilportodellenuvole.wordpress.com/

I tessitori di nuvole hanno i piedi ben piantati per terra

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"Ci sono persone che sanno tutto e purtroppo è tutto quello che sanno." [Oscar Wilde]

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"Nell'ora più profonda della notte, confessa a te stesso che moriresti se ti fosse vietato scrivere. E guarda profondamente nel tuo cuore dove esso espande le sue radici, la risposta, e ti domandi, devo scrivere?". Rilke

irréductiblement féministe !

l'humanité sera civilisée quand elle aura aboli le système patriarcal et autres systèmes d'oppression politiques, économiques et religieux