Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Più fatti meno finta indignazione. A partire da noi

su 8 Maggio 2022

Tratto il tema da anni, sul mio blog ne ho scritto innumerevoli volte, partendo da me e da ciò che vivevo attorno a me. Smettiamola di indignarci se qualche imprenditore o imprenditrice esterna ciò che puntualmente e giornalmente avviene, che fa parte di una cultura aziendale di stampo ottocentesco, che volentieri tornerebbe ai tempi antecedenti al varo di norme a tutela delle lavoratrici madri o che semplicemente disciplinassero il mondo del lavoro per contrastare abusi e sfruttamento. Che però, nonostante le leggi, continuano ad avvenire, insieme a molestie e mobbing. Nel silenzio generale, che si interrompe se va bene in occasione dell’8 marzo, in cui si dicono due parole di circostanza. Nessun contesto lavorativo ne è immune, anche le istituzioni sono tagliate e organizzate su un modello di vita di stampo maschile, in cui non sono ammessi impegni personali, familiari e imprevisti che sperimenti in modo significativo solo quando hai carichi di cura sulle spalle, figli, genitori o familiari non autosufficienti. Queste cose “devi imparare a gestirle”, chi solidarizza, chi ti crede, chi ti ascolta? Donne contro donne, in una lotta inutile e vana a chi dimostra di essere più flessibile, affidabile ovvero disposta ad assentire sempre, subordinata e efficiente, multitasking. Donne contro donne pur di ricevere chissà quale beneficio dall’adesione a un tipo di organizzazione del lavoro imperniata su un abito patriarcale, maschilista, liberista, divoradiritti. Se vuoi lavorare, se vuoi contare, se vuoi avere un posticino devi adeguarti.

In quell’H24 è riassunto tutto un marciume di pseudo imprenditori e manager che impongono una linea che oggi più che mai appare inconciliabile con la vita, puro sfruttamento, puro schiavismo. Andiamo bene giovani perché così ci possono pagare poco o niente con la scusa di formarci, non andiamo bene giovani perché fonte di problemi quali matrimonio e figli. Donne e figli visti come problema, un peso, non come risorsa, non come qualcosa su cui investire, costruire futuro, ricchezza, occasioni, opportunità. Donne che devono essere assimilate da un sistema maschilista e sfruttatore, altrimenti sono out. Non esiste formazione continua tranne in rari casi e quindi se si lascia il lavoro dopo un figlio, rientrare è un percorso quasi impossibile. La soglia dei 40 come la descrive l’imprenditrice di cui si parla in questi giorni è anch’essa una semplificazione, perché non si capisce perché mai occuparsi dei figli o della famiglia debba avere un termine. Esserci o doversi curare di qualcuno, di scegliere tempi e modalità di lavoro per poter accompagnare un figlio nelle sue fasi di crescita non dovrebbe essere una roba a scadenza, almeno che la signora in questione non pensi che la maternità si limiti a un meccanico mettere al mondo i figli e poi delegare il resto a qualcun altro. Tutto si risolve scaricando su altri, se non si può e non si vuole si finisce tra gli scarti. Insomma, anche in questo si denota una visione materialistica della vita e della cura. Una roba gestionale, nulla di più. Ed è in questi meccanismi che anneghiamo più o meno tutti e tutte. Anche io. Basta organizzarsi mi dicevano. Fosse solo una questione di family plan. Nemmeno la pandemia ci ha fatto comprendere i limiti di questo sistema di corsa frenetica a riscaldare la sedia in ufficio per dimostrare di essere produttivi e collaborativi. Il mito della presenza in ufficio, il dover raccontare di avere la giornata stipata di impegni, retribuiti ovviamente, come motivo di orgoglio. Dobbiamo issare la bandiera di donne capaci di tenere in piedi tutto, come ironicamente e intelligentemente ci rappresentava Angela Finocchiaro. In questo incastro mangiavita ci perdiamo tutti e tutte. Noi donne in primis, pensando che sia sufficiente trovare il giusto contenitore per ogni aspetto, salvo imprevisti. Così i nostri figli si sono dovuti adattare ai ritmi di cui parla l’imprenditrice, con agende giornaliere piene di attività che devono riempire ogni angolo di giornata, oziare o non far nulla non va bene, bisogna produrre qualcosa sin da piccoli. Così poi ci si trova in lockdown tra perfetti sconosciuti e il cortocircuito è servito. La signora è l’emblema di una emancipazione in salsa maschile che se ne frega delle macerie attorno e sono certa che i risultati non siano buoni. Chi vive male e si sente fagocitato dal lavoro, produce poco e male. Un modello di lavoro che se non partecipi all’aperitivo o cena aziendale sei una reietta. Un modello in cui devi essere a disposizione dell’azienda h24 7/7. Non è una novità, quindi anziché indignarci, forse dovremmo agire per cambiarlo. Costruire un futuro diverso, partendo innanzitutto da noi, insubordinandoci e sottraendoci a queste logiche e prassi. Rifiutandoci di spiegare all’ennesimo uomo di turno perché non siamo disponibili e prone a qualsiasi richiesta, rifiutandoci semplicemente di seguire quel modello e stile di vita. Perché l’unica cosa sacra è il nostro tempo, che ha un valore. Tante persone non hanno avuto rispetto per il mio tempo, per me, agendo il loro potere e controllo per piegarmi, convincermi che se mi fossi comportata bene e fossi stata collaborativa sarebbe stato meglio per me, perché sarei stata premiata. Collaborare è dire “sì va bene” e mettere tutto in secondo piano, genuflettersi e accettare qualsiasi cosa, anche la più illogica, assurda, inutile, improduttiva. Pretendono le nostre scuse, fanno leva sui nostri sensi di colpa, sul sentirci sempre sotto esame e mai del tutto stimate per ciò che siamo e cosa facciamo. Ci mettono in competizione, donne contro donne, età contro età, fasi contro fasi, vite contro vite. Non c’è luogo in cui non sentiremo gli occhi puntati addosso, che rimarcheranno una nostra inefficienza, una qualche mancanza. Potremo aver fatto i salti mortali ma alla prima occasione in cui non riusciremo a stare al passo ci verrà fatta pagare. Ed in questo conflitto quotidiano con noi stesse e le altre, a misurare i cm che ci distanziano da una presunta perfezione, avremo perso tempo, momenti, vita, istanti e occasioni. Ci avranno fregato per benino. Sono anni che perdiamo diritti nel mondo del lavoro. Siamo arrivate a includere in un libro destinato a uno pseudo empowerment delle bambine, in perfetto stile pinkwashing e fintamente pro-parità, un personaggio come Margaret Thatcher, senza che nessuno si ricordasse cosa abbia rappresentato. Svegliamoci e evitiamo di far circolare cultura tossica e proporre come esempi personaggi del genere. Scegliamo bene le case editrici e i libri con cui generare, promuovere uguaglianza e cultura paritaria e fondata sul rispetto: basterebbe guardare l’offerta Settenove e non lasciar chiudere case editrici importanti come Matilda editrice. Ma anche qui siamo prone e subordinate a logiche commerciali e di puro pinkwashing, solo perché non siamo capaci di chiedere consiglio e di affidarci a chi ha più esperienza. Lavorare insieme è questo, altrimenti è pensare di avere a che fare con sudditi e schiavi.

Quindi è ancora una volta un problema culturale, di modello sociale e produttivo, di sistema che si pavoneggia con parole come “condivisione”, “parità” ma poi pratica discriminazione a go go contro le donne. In tutti gli ambiti. E le donne imparano prestissimo a incarnare quella cultura patriarcale, pensando di salvarsi. Pensano addirittura che declinando al maschile il loro titolo professionale possano raggranellare autorevolezza e essere accettate nel club a trazione maschile. Non sarà sufficiente sbandierare un po’ di femminismo appiccicato alla meglio se poi nella pratica ci si comporta come tante Maria Antonietta, intente a contemplare e ad agire il proprio potere, tra brioches e vita agiata. Nemiche tra noi perché educate a non aiutarci, a non ascoltarci, a farci la guerra per le briciole, che quando arriviamo a una posizione gerarchica superiore facciamo di tutto per invisibilizzare, silenziare, subordinare le altre. Ma Maria Antonietta sappiamo come è finita. È quel modello lì da monarche assolute che trasuda un ancien régime da mandare al macero. Ma dobbiamo essere disposte a non essere ossequiose con questi soggetti, a non voler spartire nulla con queste ancelle e con il potere maschile. A non credere che andrà tutto bene se osserveremo le loro regole e i loro diktat. Invece, molte, troppe di noi ci vanno sotto braccio e ne sono anche contente. Mi spiace, ma io non sto buona e tranquilla, se non lo avete capito, è arrivato il momento di terremotare il sistema. Partendo dal nostro quotidiano. Impariamo a dire no, sin da piccole, impariamo a insubordinarci a chi ci vuole controllare, a chi ci minaccia di ripercussioni. Questa è politica, POLITICA che deve saper dare risposte di fronte alla miseria di certa imprenditoria e di uno stato, di una società che scarica ancora tutto su un welfare familiare retto da donne. Vi ricordate Teresa Mattei e la sua espulsione dal PCI? Ecco, dobbiamo recuperare quella fierezza, coerenza, coraggio di Teresa. Saper agire il dissenso in ogni contesto, per non perdere ciò in cui crediamo, per non veder svilita la nostra dignità in cambio di briciole e di una esistenza sbiadita, fatta di una serie di compromessi al ribasso. Quindi, oltre la consueta indignazione, occorre agire in modo drasticamente differente! Perché poi quando ci troviamo discriminate e senza lavoro, siamo sole, cavoli nostri ed è questa la verità che dobbiamo avere il coraggio di raccontare e contrastare.


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