Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Dal Congresso delle famiglie di Verona ad alcune proposte legislative, come picconare i diritti delle donne e la loro possibilità di autodeterminarsi


Il World Congress of Families di Verona si avvicina. Al contempo appare chiaro che negli ultimi mesi le parti politiche che sostengono il Congresso hanno seminato e hanno lavorato nell’ottica di porre le basi per un capovolgimento in merito ai diritti sessuali e riproduttivi.
Si spinge il piede sull’acceleratore in questa direzione, Pillon è in buona compagnia. Non si tratta solo di provocazioni, ma come spesso ripeto, è in atto un lavoro di rewind culturale, che goccia a goccia scava e determina un lavoro sulla sensibilità e sulle idee dell’opinione pubblica.

Ho già espresso le mie riflessioni qui sul Ddl 950 a prima firma del senatore Gasparri.

L’altro ramo del parlamento intanto vede la presentazione di una proposta di legge (a firma Stefani, deputato vicino al ministro Fontana) “Disposizioni in materia di adozione del concepito”, sottoscritta da una cinquantina di parlamentari.

Ma vediamo nella relazione introduttiva cosa troviamo.

“La legge n. 194 del 1978 si proponeva di legalizzare l’aborto (…) e di contrastare l’aborto clandestino, mentre, ad avviso dei proponenti, ha contribuito ad aumentare il ricorso all’aborto quale strumento contraccettivo e non ha affatto debellato l’aborto clandestino.”

Eppure, da evidenze ufficiali, secondo le relazioni annuali sullo stato di attuazione della legge predisposte dal Ministero della salute, gli aborti dal 1982 al 2017 sono passati da 234.800 a 80.733.
Anzi, in una situazione che negli anni ha visto una progressiva riduzione degli investimenti nei consultori pubblici, dell’impegno per assicurare una contraccezione accessibile e gratuita, di una ostilità di assicurare percorsi strutturati di educazione sessuale nelle scuole, direi che i risultati della 194 ci sono stati, al di là dei risultati derivanti dalla contraccezione di emergenza nel ridurre il numero di Ivg.
Altrettanto falso è il dato fornito nel preambolo della proposta leghista secondo cui: “nel periodo 1990-2010, gli aborti oltre la dodicesima settimana sono cresciuti del 182 per cento e costituiscono il 27 per cento di tutti gli aborti.”

L’ignoranza regna sovrana: “Gli aborti legali, effettuati dal 1978 ad oggi, sono circa 6 milioni, senza contare le «uccisioni nascoste» prodotte dalle pillole abortive e dall’eliminazione degli embrioni umani sacrificati nelle pratiche della procreazione medicalmente assistita.
Le statistiche annuali degli aborti mostrano un leggero calo negli anni, ma non tengono conto delle varie pillole abortive: manca all’appello una popolazione di 6 milioni di bambini, che avrebbero impedito il sorgere dell’attuale crisi demografica.”

Come al solito c’è l’attacco alla procreazione medicalmente assistita.
Si confondono chiaramente le pillole di contraccezione di emergenza (che abortive non sono, nessun farmaco abortivo viene venduto in farmacia!) e la RU486, somministrata secondo protocollo in ambiente ospedaliero entro i 49 giorni di gestazione.

Ci si dimentica che la natalità in diminuzione segue fattori che non concernono certo la legalizzazione dell’aborto.
Si sceglie di fare figli sulla base di valutazioni precise, sulle prospettive di vita, su questioni economiche, lavorative, servizi di welfare e soprattutto è dimostrato che laddove c’è un più alto tasso di partecipazione femminile al mondo del lavoro si fanno anche più figli.
In mancanza di seri e strutturati interventi in merito, è diventato sempre più arduo progettare non solo di superare il figlio unico, ma anche solo di pensare di farne uno.

La natalità ha subito un declino anche nei paesi dove l’aborto era vietato, pensiamo alla cattolicissima Irlanda, che per anni ha dovuto attendere la legalizzazione, arrivata solo quest’anno, dopo un referendum per l’abrogazione dell’ottavo emendamento della Costituzione.

Oggi il record di bassa natalità è della Polonia, che ha una delle leggi più restrittive in materia di aborto, previsto solo in tre casi: pericolo di vita per la madre, stupro e grave malformazione del feto.
“Secondo alcuni studi, ogni anno nel paese avvengono tra gli 80 mila e i 200 mila aborti clandestini e molte donne sono costrette ad andare in Germania o in Repubblica Ceca per interrompere la gravidanza.”

https://www.internazionale.it/video/2019/03/08/battaglia-femminista-aborto-polonia

“Un dato preoccupante è la crescita del numero di aborti tra le minorenni dal 1992 al 2010: quello delle ragazze fino a 18 anni è cresciuto del 45,2 per cento, quello delle ragazze fino a 15 anni è cresciuto addirittura del 112,2 per cento.”

Peccato che la relazione ministeriale, a pagina 21, afferma che: “Nel 2017 continua la diminuzione del numero assoluto di IVG per le minori italiane e straniere. (…) In generale il contributo delle minorenni all’IVG in Italia rimane basso (2.8% di tutte le IVG nel 2017 rispetto a 3.0% nel 2016), con un tasso pari a 2.7 per 1000 nel 2017, valore molto più basso di quelli delle maggiorenni (6.7 per 1000).

Confrontato con i dati disponibili a livello internazionale, si conferma il minore ricorso all’aborto tra le giovani in Italia rispetto a quanto registrato negli altri Paesi dell’Europa Occidentale, in linea con la loro moderata attività sessuale e con l’uso estensivo del profilattico riscontrati in alcuni recenti studi (De Rose A., Dalla Zuanna G. (ed). Rapporto sulla popolazione – Sessualità e riproduzione nell’Italia contemporanea. Società editrice il Mulino, 2013 e Istat. Come cambia la vita delle donne, 2004-2014. Istat, 2015).”

Dati IVG tra le minorenni, 2000-2017

“Non vengono in nessun modo pubblicizzati i dati scientifici relativi alle conseguenze sulla salute fisica e psichica della donna dell’aborto chirurgico e farmacologico.”

Su questi aspetti ero già intervenuta, chi volesse approfondire trova qui ciò che scrissi quie in occasione della presentazione della mozione Amicone in consiglio comunale a Milano e di una analoga nel Municipio 5.
Infine sempre su questo aspetto suggerisco il rapporto della task force APA sulla salute mentale e l’aborto, segnalato dalla pagina IVG, ho abortito e sto benissimo

Si adopera il numero elevato dell’obiezione per evidenziare come l’aborto ponga numerosi “conflitti di coscienza”, quando sappiamo benissimo che spesso non si tratta di problemi di coscienza, ma di valutazioni sulla carriera.

Leggiamo che: “Con la pillola abortiva RU486 si vuole permettere un aborto fai da te, al di fuori delle strutture ospedaliere, anche se la legge n. 194 del 1978 non lo prevede, contribuendo al diffondersi di una cultura dello scarto”

Siamo evidentemente alla mistificazione della realtà. La RU486 non viene somministrata fuori dagli ospedali e non c’è nessun fai da te. Le donne che si recano in consultorio, durante i colloqui, ricevono tutte le informazioni, sostegni del welfare, sulle possibili soluzioni alternative all’aborto, non si può lasciar intendere che non vengano accompagnate e che sia tutto un automatismo asettico, e che per evitare questo ci sia bisogno di far entrare i nochoice nelle strutture pubbliche.

Dal Congresso delle famiglie di Verona ad alcune proposte legislative: come picconare i diritti delle donne e la loro possibilità di autodeterminarsi

La proposta di legge n. 1238 va sempre nella direzione di introdurre una revisione della posizione e qualità giuridica del concepito, in tal caso prevedendone l’adottabilità.

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Verona e dintorni. Paese Italia, anno 2019

Cosa sta accadendo in Italia e non solo, attorno ai diritti tanto faticosamente conquistati, che riguardano le nostre vite e i nostri corpi.

È fatto noto che a Verona il 29-30-31 marzo si terrà il World Congress of Families. Ufficialmente, da programma, vorrebbero semplicemente dare un sostegno alle famiglie, a superare le loro difficoltà quotidiane. I temi ufficiali del Congresso:

  • La bellezza del matrimonio
  • I diritti dei bambini
  • Ecologia umana integrale
  • La donna nella storia
  • Crescita e crisi demografica
  • Salute e dignità della donna
  • Tutela giuridica della Vita e della Famiglia
  • Politiche aziendali per la famiglia e la natalità

Eppure, c’è molto altro, sotto la superficie apparentemente innocua. Dietro c’è il lavoro di una rete internazionale, che di fatto ha pianificato e sostiene gli obiettivi politici dei movimenti più reazionari in Europa.

Per capire come sono organizzati, è utile leggere un documento di aprile 2018, pubblicato da EPF, una rete di parlamentari di tutta Europa, impegnati a tutelare la salute sessuale e riproduttiva delle persone nel loro paese ed all’estero, troviamo le “visioni degli estremisti religiosi per mobilitare le società europee contro i diritti umani in materia di sessualità e riproduzione”:

Agenda Europa

Per saperne di più: il documento completo, tradotto in italiano da SNOQ Torino. Qui un’intervista a Giulia Siviero molto interessante.

Tra i loro obiettivi quindi lo smantellamento dei diritti e delle libertà duramente conquistate negli ultimi decenni, assieme al ripristino di ruoli sociali ingabbiati e stereotipati per uomini e donne, il non riconoscimento di famiglie diverse da quelle eterosessuali unite in matrimonio.

Ritorna il tentativo di ripristinare un controllo sui corpi delle donne e di sottrarre loro il diritto ad autodeterminarsi:quindi stop a contraccettivi e aborto. Naturalmente segue l’abolizione delle unioni civili e del divorzio e tanto altro.

Quando a inizio anno ho appreso del Congresso mi è sembrato l’ennesimo tassello di un piano assai articolato e diffuso. Oggi ritengo che sia solo la punta dell’iceberg di un processo iniziato già negli anni ’80, a cui hanno alacremente partecipato, passino dopo passino, coloro che non hanno mai accettato determinati cambiamenti, che non si sono voluti fermare nemmeno davanti a due referendum, il cui risultato ha di fatto sancito un cambiamento culturale in atto. Ma i cambiamenti culturali non sono irreversibili, specialmente se negli anni non sono curati e manutenuti dalla collettività. Con il passare dei decenni molta polvere si è depositata, tante cose sono cambiate, anche le sensibilità, e la memoria di queste lotte non è sempre stata trasferita alle nuove generazioni. Intanto, c’è chi ha lavorato in background, entrando in modo capillare in ogni contesto e ambiente, radicalizzando le sue posizioni e idee e cercando di creare una lobby che lavorasse a una restaurazione reazionaria.

A leggere il retroterra culturale e il programma espressi da Agenda Europa sembra un’opera uscita dalla tragedia dell’assurdo o da una farsa, a noi pare roba venuta da un passato lontano che riteniamo ormai sepolto e irresuscitabile, a noi sembra qualcosa di improponibile, anacronistico, un accidente, un imprevisto in una visione di storia come progresso e miglioramento, che si rivela ancora una volta errata. Eppure, eppure sono interpreti e portavoci di un movimento internazionale di destra, che è al contempo sessista, omofobo, razzista e esplicitamente antifemminista. Sembrerebbe che si tratti anche di una “mobilitazione professionale” ispirata dal Vaticano.

In Italia abbiamo un visibile e innegabile scivolamento in atto che ha subito negli ultimi anni un’accelerazione, ma che come dicevo prima ha le radici ben più profonde nel tempo. Molto del lavoro è stato pianificato negli anni: contaminare piano piano e “occupare” spazi strategici, sottraendo spazi e aria alla laicità, lasciando penetrare associazioni niente affatto innocue all’interno degli ospedali pubblici, lasciando vagare per i reparti i volontari con il loro armamentario colpevolizzante, grazie ai numerosi accordi tra i centri di aiuto alla vita o similari e le strutture pubbliche lombarde.

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Una cofirmataria del Ddl Pillon ritira la propria sottoscrizione


Dopo mesi di analisi, dibattiti, confronti, oltre 100 soggetti auditi in merito al ddl 735, a prima firma del senatore Simone Pillon, sono apparse, evidenti e innegabili, non solo profonde criticità ed elementi pregiudizievoli ma anche punti inemendabili e insanabili, perché portatori di una visione e di una cultura che rischia di compromettere equilibri e tutele, faticosamente raggiunte negli anni. Sono stati, peraltro, evidenziati rilievi di possibili elementi di incostituzionalità, come anche si è detto quanto tale disegno di legge renderebbe di fatto più arduo e oneroso il percorso del divorzio, quanto conterrebbe aspetti in contrasto con la Convenzione di Istanbul e quanto non garantirebbe la tutela non solo delle vittime di violenza domestica, ma anche dei figli.

Le audizioni, consultabili sul sito del Senato, hanno fatto emergere le valutazioni tecniche/professionali di numerosi soggetti che hanno rilevato grossi pericoli insiti nel ddl Pillon, che fa da pilastro agli altri ddl ad esso collegati. 

Nello specifico il Movimento per l’infanzia e l’adolescenza ha parlato tra l’altro di “un disegno di legge a protezione degli imputati di violenza e abusi sessuali in famiglia e punitivo delle donne ed i bambini”, “di disposizioni a favore della pedofilia e dei padri violenti e maltrattanti”. Tale associazione ha peraltro sottolineato che l’impianto normativo aderisce alla “propaganda ideologica sulla scienza spazzatura della PAS e delle false accuse”, “che spezza in due la vita dei bambini, toglie loro sicurezze e serenità, per esasperare il conflitto dei genitori”.

Udi -Unione Donne in Italia- invece, attraverso un’approfondita analisi nella sua relazione ha rilevato che i ddl Pillon e collegati sono “in contrasto con le Convenzioni internazionali ratificate dallo Stato italiano e ledono i diritti fondamentali dei minori e delle donne che trovano fondamento nella Carta Costituzionale per come interpretata dalla Corte Costituzionale e applicata dalla Suprema Corte di Cassazione.”. La Casa Internazionale delle Donne ha descritto un tentativo “di ripristinare il primitivo ‘ordine familiare precostituito’ ”, assieme a un revival della potestà genitoriale che di fatto soffoca una genitorialità sana, fondata su una responsabilità condivisa. Lungi dal pensare di poter rigidamente regolare tutto nei minimi dettagli, la suddetta associazione ha sottolineato come alla quantità di tempo non corrisponda conseguentemente una relazione di qualità e ha concluso la sua audizione ribadendo che si tratta di “un attacco ai diritti dei bambini, delle donne e dei padri responsabili.”.

Le stesse preoccupazioni le ha condivise la statistica Linda Laura Sabbadini, che ha rimarcato come “il disegno non mette al centro il loro benessere” e come “le madri sarebbero fortemente penalizzate dal punto di vista economico”. Ha poi evidenziato un ulteriore elemento, trasversalmente riconosciuto come cruciale, che è correlato anche alla mediazione familiare obbligatoria, sostenendo che “La violenza contro le donne da parte del partner è molto diffusa tra le donne che hanno vissuto una separazione; ciononostante il 90% non la denuncia neanche al momento della separazione”. La statistica ha pure precisato che “Più del 60% dei bambini assistono alla violenza del padre sulla madre ed è quindi ragionevole supporre che questa potrebbe essere la causa del rifiuto di vedere il padre. Ciò significa che il rifiuto del bambino a stare con il padre non può essere automaticamente imputato all’influenza negativa della madre. Non ci sono dati oggettivi per dimostrare la colpa della madre, mentre ci sono dati oggettivi per ipotizzare che se un bambino si rifiuta di vedere il padre ciò possa essere dovuto al fatto di aver visto il padre picchiare la madre”. Infine sul rischio povertà Linda Laura Sabbadini ha evidenziato come: “L’eliminazione dell’assegno di mantenimento dei figli provocherebbe quasi il raddoppio della povertà assoluta tra le madri.”.

La CGIL dal suo canto ha sottolineato come: “il combinato disposto tra la suddivisione paritaria del tempo, il mantenimento solo diretto e la tutela delle precedenti condizioni economiche del minore fanno sì che quest’ultimo venga trattato alla stregua della casa di proprietà e che si affermino criteri non già affettivi ma meramente economici.”

Infine, la segretaria di Magistratura democratica, Mariarosaria Guglielmi, ha affermato in un passaggio della sua relazione in apertura del Congresso nazionale dell’associazione che: “Ci troviamo di fronte a un progetto di controriforma che, in nome di un ordine morale ‘superiore’, che vuole farsi anche ordine giuridico, ridisegna la regolamentazione della crisi familiare in contrasto con il bene supremo da salvaguardare, rappresentato dall’interesse del minore e con il principio personalistico proclamato all’articolo 2 della Costituzione, che assegna alle ‘formazioni sociali’, come la famiglia, il fine di permettere e di promuovere lo svolgimento della personalità di ciascuno”.

Tante voci critiche, ordunque, si sono levate in questi mesi, non solo dentro le aule delle audizioni in Commissione Giustizia del Senato ma anche fuori da parte di esponenti della società civile. Appare sempre più chiaro che su certi temi, che coinvolgono le vite e i diritti di tante persone, ci sia bisogno di un lavoro necessitante di un approccio diverso, fondato su una cultura che, appunto, voglia concretamente migliorare il benessere in gioco, in primis quello dei figli. Occorre un percorso più ampio, più condiviso e meno calato dall’alto, che non sia scritto seguendo i desiderata e gli input di una sola parte, che il sen. Pillon si sente di rappresentare, dimenticandosi di dover ottemperare a interessi che dovrebbero realizzare un miglioramento per tutti i soggetti coinvolti, senza pregiudizi o modalità ostili e misogine.

A questo punto dell’iter dei disegni di legge in questione, con le audizioni terminate e con il senatore leghista che sta lavorando a un testo unico, occorre un forte senso di responsabilità in quanti ricoprano incarichi istituzionali e abbiano a cuore il futuro di tanti minori, donne ed uomini. Auspichiamo che facciano sentire la propria voce e prendano posizione contro questo tentativo di riportarci pericolosamente indietro e di colpire i soggetti più deboli in fase di separazione familiare. Abbiamo bisogno di creare una rete trasversale tra le forze politiche, che riesca a evidenziare come questi testi siano inemendabili e insanabili e che, se si vuole lavorare ad una riforma in materia, si debba cambiare metodo, cultura fondante e modalità di lavoro. Non si può legiferare con la stessa accetta che si vuole poi adoperare nella definizione dell’affido tra ex coniugi.

Pertanto, cogliamo come auspicio di speranza l’ordine del giorno sul ddl Pillon predisposto da Patrizia Cadau, consigliera e capogruppo del Movimento 5 Stelle al Comune di Oristano, che al riguardo si è augurata che “venga ritirato dalla Commissione Giustizia il disegno di legge Pillon perché costituisce un vero e proprio attentato alla sicurezza delle donne e dei bambini e perché propone una visione sociale di particolare arretratezza in merito alle pari opportunità e al dibattito sui diritti umani”. Sulla stessa linea riteniamo ancor più importante che lo scorso 5 marzo la senatrice Angela Anna Bruna Piarulli (M5S) abbia ritirato la propria firma dal ddl Pillon. Chiediamo, conseguentemente che anche le altre cofirmatarie, Grazia D’Angelo (M5S), Elvira Lucia Evangelista (M5S) e Alessandra Riccardi (M5S), seguano l’esempio della loro collega e che sempre più esponenti della maggioranza pentaleghista, come delle altre forze di minoranza, riconoscano la pericolosità e la dannosità di questi ddl. Invitiamo a prendervi le distanze per il tramite del ritiro delle correlate sottoscrizioni, atto che assumerebbe la valenza di un atto non solo simbolico ma anche sostanziale, perché dimostrerebbe non solo una capacità di ascolto e riflessione, con quanto avuto modo di apprendere durante le audizioni in Commissione Giustizia, ma anche di sintonia con la società e la cittadinanza che dall’autunno scorso sta protestando contro la paventata riforma dell’affidamento familiare prevista dal disegno di legge Pillon ed suoi collegati.

Chiediamo, in particolare, che si colga l’occasione offerta dalle due citate esponenti pentastellate per avviare all’interno del Movimento 5 Stelle uno stringente confronto sull’argomento, pur in presenza di un originario contratto di governo configurante una “rivisitazione dell’istituto dell’affidamento condiviso dei figli” nell’ottica di realizzare “un autentico equilibrio tra entrambe le figure genitoriali, nel rapporto con la prole”. E, nonostante in tale contratto fosse previsto di “assicurare la permanenza del figlio con tempi paritari tra i genitori, rivalutando anche il mantenimento in forma diretta senza alcun automatismo circa la corresponsione di un assegno di sostentamento e valutando l’introduzione di norme volte al contrasto del grave fenomeno dell’alienazione parentale”, auspichiamo che questi impegni teorici, alla luce del serrato confronto istituzionale con gli esperti della materia, inducano a rivedere il proprio aprioristico consenso a quanto sottoscritto nell’accordo governativo.

Quell’impegno iniziale oggi richiede una sua responsabile rivisitazione sulla base di quanto emerso nelle audizioni parlamentari. A questo punto dell’iter del disegno di legge Pillon e dei suoi collegati, in attesa del conseguente testo unico, ciascun senatore della Commissione Giustizia dovrebbe coscientemente onorare i propri obblighi istituzionali. E, se una breccia si è aperta, soprattutto in riferimento al ritiro della firma dell’esponente pentastellata Piarrulli, evento passato sottotraccia sui media, auspichiamo che ciò serva ad aprire un reale confronto all’interno di tutto il Movimento 5 Stelle. Un passaggio imprescindibile che, al di là delle dichiarazioni pubbliche di suoi sottosegretari o singoli rappresentanti istituzionali, consenta di delineare finalmente una sua posizione chiara e netta, dentro e fuori le istituzioni, su questi ddl.

Dopo altri rappresentanti istituzionali locali pentastellati, che nel recente passato hanno votato contro il disegno di legge Pillon, ultimamente due esponenti femminili 5 Stelle hanno aperto un’ulteriore breccia. Nostra speranza è che si allarghi sempre più e lasci entrare una luce nuova, capace di rischiarare il buio in cui forze oscurantiste e retrograde vorrebbero fare calare i destini di tante donne e bambini italiani alle prese con i problemi conseguenti ad una separazione familiare.

Simona Sforza e Maddalena Robustelli

 

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AGGIORNAMENTO: IN DATA 28 MARZO anche il senatore Giarrusso, cofirmatario del Dll Pillon, ha ritirato la sua sottoscrizione.

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In che anno siamo? L’oggettivazione delle donne e una cultura ferma al passato.


 

È passato un decennio da quando Lorella Zanardo mise in rete il documentario Il corpo delle donne, un lavoro realizzato con Cesare Cantù e Marco Malfi Chindemi, che si proponeva di svolgere non solo una precisa ricognizione, ma anche un’analisi dotata di un nuovo sguardo, per diffondere consapevolezza su quella che era l’immagine delle donne nella tv italiana. Arrivò come una doccia ghiacciata ma necessaria, perché fino ad allora, diciamocelo, eravamo rimaste anestetizzate da 20 anni di tv commerciale di un certo calibro.

E oggi? Oggi che dovremmo essere più consapevoli e in grado di reagire immediatamente a ogni nuova riproposizione di quei modelli e di quella rappresentazione? Ci ritroviamo in prima serata questo, un redivivo programma mediaset, che è una involuzione e una conferma che siamo ancora fermi/e a 10 anni fa. Stessa pappa, stessa minestra, stesse inquadrature ginecologiche, stessi immaginari, stessi ruoli, stesse costruzioni di una cultura che davvero non ci permette di fare nemmeno un passettino in avanti. Il vertice del gender gap del WEF sarà per noi sempre una montagna ardua da scalare anche per questo. Non si può non cogliere ciò che sottolinea Lorella Zanardo quando denuncia ancora una volta quello che la tv italiana ci somministra:

“questi programmi non aiutano. Ma il dramma è che in questi anni uomini e donne PROGRESSISTI hanno difeso questa roba: in nessun altro Paese lo avrebbero fatto, mi sono trovata in mille occasioni a discutere con simil- intellettuali che considerano questi programmi divertenti; gente che è così idiota da non considerare che chi guarda questi programmi spesso non ha strumenti educativi. Programmi che non liberano i corpi ma che bensì li oggettivano. Il Corpo nudo non è mai il problema!Il problema è come i corpi vengono inquadrati. Il presentatore è adorato dalla sinistra ed è stato l’ospite top della Leopolda.”

Questo è Ciao Darwin anno 2019:

Sappiamo che un certo tipo di mentalità, di retrogusto culturale è trasversale e ha simpatizzanti a destra come a sinistra. Ed è bello notare quanto tra le donne sedicenti progressiste ci sia una capacità di “separare”, di far finta di nulla, a seconda della convenienze, per non scomodare il padrone.

A volte suggeriscono alle femministe di “farsi una risata”, ebbene non c’è davvero nulla di divertente, perché quando si trattava di buttare giù il re della tv commerciale andava bene, oggi invece non si fa una piega e anzi. Quando si invitò Bonolis alla Leopolda, presi posizione cercando (spesso invano) di far capire dove fosse il problema:

“Il problema è la credibilità, la cultura che si esprime scegliendo di invitare Bonolis, la coerenza con una pratica di cambiamento a parole ma che, scegliendo come interlocutore un esponente della cultura nociva che produce solo involuzioni, viene meno, si incrina tutto. E ci andiamo di mezzo tutte, perché è un problema se non capiamo il punto. La cultura si cambia prendendo le distanze da certi modelli. I disastri di certe trasmissioni li conosciamo, Zanardo evidenzia un cortocircuito non solo nella comunicazione ma anche di scelte culturali. Al centro di tutte le pratiche politiche ci deve essere coerenza. Quale esempio potrà mai costituire Bonolis? Un’idea di progresso capace di smantellare stereotipi e ruoli ingessati dal patriarcato? Allarghiamo lo sguardo ed otterremo un quadro più chiaro. Soprattutto ci si aprirà un modo di leggere le critiche che potrà aiutarci a cambiare in meglio. Se non si riesce, avremo perso in partenza e davvero non riusciremo mai a produrre una cultura politica che sappia costruire e fare la differenza.”

A quando questo miracolo?

Quando ci decideremo a lavorare su un’offerta televisiva diversa? Quando comprenderemo l’importanza di investire finalmente nelle scuole per una educazione ai media, per costruire consapevolezza, per dare ai ragazzi e alle ragazze gli strumenti per comprendere e decodificare ciò che ci viene proposto dalla tv, ma anche da tutti i media. Imparare a leggere oltre la superficie. Manca un lavoro capillare, strutturato e permanente su questo, educazione alla cittadinanza è anche questo. A partire dalla corretta declinazione di genere, ma soprattutto al contrasto di hate speech o alle colpevolizzazioni e alle giustificazioni, contro ogni forma di sessismo e soprattutto dando una rappresentazione piena e realistica delle donne, in ogni molteplice ruolo e contesto. Questo è fondamentale, come mi ha insegnato Lorella Zanardo, attraverso un video del Geena Davis Institute on gender in media, “If she can see it, she can be it.” La parità, le medesime opportunità, la consapevolezza del proprio valore e capacità, la costruzione del sé e delle aspirazioni avviene anche se cambiamo prassi nei media. Non è un problema il nudo, ma l’oggettivazione con tutto ciò che reca con sé e che plasma la nostra percezione di noi stesse.

Scrive Graziella Priulla nel suo saggio La libertà difficile delle donne, 2016 Settenove:

“L’ostentazione esibita e reiterata del corpo femminile è il contesto che dà valore alla donna in quanto merce e all’uomo che le si accompagna in quanto padrone di un oggetto di valore”

la cultura visuale serve a convogliare e a diffondere proprio questa idea, di commercio e di sapersi vendere, i corpi femminili al pari di merci. Priulla cita anche Walter Benjamin: “Sotto il dominio del feticismo delle merci il sex-appeal della donna si tinge più o meno intensamente dei colori del richiamo della merce.”

Per non parlare poi di quali corpi e di quali modelli estetici la tv si fa veicolo, dando una rappresentazione del tutto fuorviante e lontana dalla realtà, con ricadute non proprio innocue nella vita del pubblico che assiste a queste messinscene, senza alcuno strumento spesso per effettuare una analisi critica.

Aggiunge Priulla:

“Alla base di tanti ricchi e articolati settori di attività c’è l’idea che il corpo così com’è sia inadeguato e dunque vada riplasmato, modificato, messo a norma per adattarlo a una triade imperativa: giovinezza-bellezza-salute. Direttamente o indirettamente il corpo a cui si pensa è quello adatto a stare in vetrina, a favore di telecamera, sotto i riflettori. Intere generazioni vivono la socializzazione attraverso la mediazione simbolica delle figure omologate che popolano lo star system. Anche le donne che fanno politica vengono valutate e selezionate in base a questi criteri. Inchiodate a un’ossessiva, eterna manutenzione che alimenta industrie sofisticate, ci è difficile viverci pienamente e accettarci serenamente. Soffriamo di una rincorsa infinita tra reale e impossibile. Sembriamo condannate a impietosi auto-giudizi e a quotidiane frustrazioni: a provare costantemente lo scarto tra il corpo reale cui ci sentiamo incatenate, e il corpo ideale cui ci sforziamo di somigliare, con un dispendio di energie che potrebbero essere dedicate a ben altre forme di autorealizzazione. L’auto-oggettivazione a livello individuale moltiplica le emozioni negative, riduce la percezione di benessere, aumenta i sintomi depressivi e i disturbi alimentari, crea disfunzioni nelle abilità cognitive. A livello sociale perpetua stereotipi, incentiva le disuguaglianze, ostacola la parità.

La stessa frequente distinzione di genere tra i ruoli e i rituali, assai più che l’impegnativa parità, serve a uno scopo funzionale all’industria: attenuare i segni della disuguaglianza per far credere alla donna/target di essere libera. Di scegliere merci, consumare merci: passaporti per la legittimazione sociale e fonti certe di felicità.

Se la grazia domestica era il modello antico, l’ideale di oggi è una sessualità voyeuristica oggettificata. La femminilità è presentata come un costrutto che solletica il narcisismo di lei ma alla fine consiste in ciò che lui trova stimolante. Mutandine o tanga, bikini o topless. Pose lascive, allusioni pornosoft, ammiccamenti erotici. Sguardi preorgasmici, bocche socchiuse. Non si sta vendendo sesso, si stanno vendendo le rappresentazioni di soggetto e oggetto.”

@Timo Kuilder

Le inquadrature di pezzi di corpo, fanno parte di una precisa strategia, in pubblicità come in tv.

“La frammentazione del corpo vede la bellezza come somma delle singole imperfezioni, oltre che come passaporto unico per la seduzione. I particolari anatomici vengono inquadrati con ossessiva retorica feticistica. Ci hanno abituati/e a riconoscere come donna anche solo una parte (la testa è la meno importante, non è funzionale alla narrazione: né volontà, né pensiero, ndr vedasi i concetti di face-ism e body-ism). La seduzione femminile è fatta di lacerti da degustare al meglio. Le donne vengono dissezionate da zoomate intrusive che smembrano carni da degustare.”

Non è un problema di corpi, di nudità, ma di come essi vengono strumentalmente usati e il senso di certe rappresentazioni, di cosa si veicola e poi si sedimenta nello spettatore o nella spettatrice. Le donne come oggetti sessuali consumabili, disponibili sessualmente e da predare. Non è possibile ignorare le conseguenze. So già che i commenti saranno del genere, “sei una bacchettona, una moralista”.. ma giacché siamo in grado dopo decenni di studi su questi fronti di analizzare questo materiale, perché non provare a cambiare verso? La restaurazione avviene anche così, pensando che tutti questi contenuti in fondo siano innocui, che il patriarcato è moribondo, che alla fine è conveniente e che dovremmo essere più che liete di questo corso tipico del capitalismo neoliberista. Dovremmo reagire invece tutte e tutti, se davvero ci crediamo nella necessità di un cambiamento che deve partire proprio dalla cultura. Le cose non cambiano da sole, nemmeno se ce le propinano come fonti di liberazione e di emancipazione. Per questa operazione è necessario essere libere, autonome, indipendenti e non sodali con chi gattopardescamente ci vuole illudere e fregare.

Così come chiediamo libri di testo differenti, dobbiamo pretendere che si abbia cura di tutto ciò che i media vecchi e nuovi diffondono.

Scriviamo un racconto diverso, a ruoli e prospettive aperte e libere per le bambine, le ragazze e le donne. Costruiamo un immaginario più vasto e che sappia contemplare e valorizzare la molteplicità dell’essere, del pensare, dell’agire.

 

Per approfondire:

http://www.dols.it/2016/01/24/non-siamo-pezzi/

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Grazie a chi ha segnalato questo sito

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Da stamattina sono state bloccate le condivisioni su Facebook. Veramente assurdo che vi interessiate di questo mini blog, di una femminista che cerca di fare informazione indipendente. In ogni caso si andrà avanti…

and Thanks for All the Fish!

AGGIORNAMENTO 14 MARZO 2019

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Distrazione e disinformazione di massa. Nel caso non aveste ancora capito cosa stiamo attraversando…


8 Marzo 2019, Matteo Salvini: con la sua consueta imperturbabilità ribadisce il suo diritto di rispondere a ciascun attacco nei suoi confronti, senza alcuno sconto, quindi rivendica la sua abitudine di pubblicare sulla sua pagina Facebook, foto di donne che lo contestano, facendole sbranare dai follower con commenti di una violenza inaudita. Questa sarebbe per il ministro una sana modalità di azione, a me pare semplicemente un esempio dei tempi che viviamo.

Aggiunge che: “Il Ddl Pillon sarà il punto di partenza per la riforma del diritto di famiglia a tutela dei minori… certo si può migliorare, emendare, ma la parità di diritti di padri, madri e figli, su questo bisogna lavorare”. “Il diritto di famiglia va riformato nell’interesse delle donne, degli uomini, ma soprattutto dei minori, dei nonni che perdono i nipoti. Contro i padri che non danno gli alimenti pur potendoselo permettere, alle madri che con le false accuse, intasando i tribunali, trattano i figli come merce di scambio per ottenere quello che non sempre potrebbero ottenere. I bimbi sono usati troppo spesso per le beghe degli alunni”. Quindi per fare l’interesse dei minori, garantire loro maggior benessere, li equipariamo a pacchi postali, da spostare ogni tot giorni da un’abitazione all’altra, secondo piani genitoriali e schimi rigidi, costringendoli a cambiare abitudini, luoghi, contesti, per seguire il meccanismo delirante dei tempi paritetici, senza entrare nel merito delle specifiche e singole esigenze, senza consentire appunto ai figli, anche in relazione alla loro età, di avere condizioni di vita a loro veramente favorevoli.

Bernard Buffet

Il testo di Pillon vorrebbe attuare un modello di bigenitorialità rigido, chiuso, estraneo a considerazioni relative all’interesse del minore. Almeno che non ci siano le seguenti ipotesi ostative: violenza; abuso sessuale; trascuratezza; indisponibilità di un genitore; inadeguatezza evidente degli spazi predisposti per la vita del minore.

Violenze che devono però essere comprovate e passate in giudicato. Eppure sappiamo quanto differenti siano i tempi della giustizia penale e civile.

Gli affidi sono condivisi nell’89% dei casi, ma il collocamento prevalente è ancora a carico della madre. Il motivo lo spiega bene la giudice Monica Velletti, giudice tribunale civile Roma, nella puntata di Presa Diretta:

Né ci si può appellare all’Europa, sostenendo che ci dobbiamo adeguare a quanto prescritto a quel livello, perché le cose l’Europa le ha concepite in modo del tutto diverso da quanto la cultura, l’ideologia che sta alla base della riforma Pillon ha partorito. Perché è assai pericoloso asserire che Pillon di fatto recepisce e vorrebbe attuare qualcosa che è stata disegnata a livello europeo. Assai pericoloso pensare che questo testo, o gli altri ad esso collegati, sia recuperabile anche solo in parte: si corre il rischio non solo di lasciar intendere che sia cosa buona e giusta in alcune sue parti, ma che ne si condivida l’impianto, che da più soggetti è stato giudicato assai negativo. Non lascerò passare l’idea semplicistica e manipolatoria che Pillon stia semplicemente compiendo quanto a livello europeo si suggerisce di attuare, che ci si debba allineare a qualcosa che altrove è già realtà, ma guarda caso omettendo le specificità di ciascun paese e soprattutto senza tenere conto della diversa condizione della donna.

Siccome la questione del fatto che il Ddl Pillon sia in linea con un dettato europeo non sussiste e non è assolutamente adoperabile a mo’ di propaganda in nessuna sede, aggiungo uno stralcio della Risoluzione 2079 (2015) del Consiglio d’Europa:

“introduce into their laws the principle of shared residence following a separation, limiting any exception to cases of child abuse or neglect, or domestic violence, with the amount of time for which the child lives with each parent being adjusted according to the child’s needs and interests”.

Pillon di fatto omette nel suo testo un fattore centrale e discriminante come la violenza domestica, in più fa finta di non aver visto che la risoluzione prevede la possibilità di modulare i tempi paritari sulla base delle necessità e dell’interesse del minore. Non c’è la rigidità e l’inflessibilità dei tempi previsti dall’art. 11 del Ddl Pillon nel testo europeo.

Scompare altresì ogni riferimento alla valorizzazione del minore quale soggetto titolare di uno specifico potere d’iniziativa, che invece è espressamente previsto dall’art. 5.11 della Risoluzione 2079. Tale disposizione, con riferimento ai piani genitoriali, prevede che vi sia la “possibility for children to request a review of arrangements that directly affect them, in particular their place of residence”. È previsto quindi un ruolo attivo dei minori anche nella definizione di quanto deciso dai genitori, specialmente per quanto riguarda i luoghi di residenza. Si dovrebbe sempre verificare la praticabilità di certe previsioni, oltre che la loro costituzionalità.


Anche il nostro ordinamento riconosce la tutela del “best interest of the child”, principio di natura costituzionale, in quanto come Paese ci siamo impegnati ad ottemperare anche a normative sovranazionali (ex art. 117 Cost.), in riferimento alla Convenzione di New York del 1989 ed ad altri testi che salvaguardano l’interesse del minore. Nessuna legge può essere varata se contraria a quanto previsto dal nostro testo costituzionale, questione da non dimenticare mai.

Ve lo faccio spiegare anche da un ex ministro, giudicate voi se combacia o meno con quanto prescritto dal ddl 735 e da un intento che vuole criminalizzare le donne che denunciano le violenze domestiche o che vogliono separarsi per allontanarsi da compagni maltrattanti.

A ottobre 2016 l’ex ministro della Giustizia Orlando interveniva in risposta a una interrogazione:

“La risoluzione del Consiglio d’Europa n. 2079 del 2015, firmata anche dai rappresentanti italiani, al par. 5.5 richiama gli Stati membri ad introdurre nella loro legislazione il principio della shared residence dei figli in caso di separazione, limitando le eccezioni alle ipotesi di abuso, negligenza o violenza domestica, e “ad organizzare i tempi di permanenza in funzione dei bisogni e dell’interesse dei bambini”. Pertanto, la shared residence si sostanzia in una “tendenziale” parità di permanenza del minore con entrambi i genitori al fine di garantire l’effettività del suo diritto alla continuità affettiva con ciascuno di essi: principio che, per sua natura, non può essere assoluto, dovendosi necessariamente commisurare ai bisogni ed al “superiore interesse” del minore, richiamato in tutte le convenzioni internazionali di protezione e di tutela dell’infanzia e dell’adolescenza. Con tale chiave di lettura della shared residence, non condizionata da impostazioni adultocentriche, non pare in contrasto la disciplina dell’affido esistente nell’ordinamento italiano. Come è noto, la legge 8 febbraio 2006, n. 54, ha introdotto l’istituto dell’affidamento condiviso dei figli in caso di separazione dei coniugi, modificando il testo dell’originario art. 155 del codice civile ed introducendo gli articoli da 155-bis a 155-sexies. Successivamente, il decreto legislativo 28 dicembre 2013, n. 154, ha abrogato tali ultime norme e modificato nuovamente il disposto dell’art. 155, il quale oggi si limita a rinviare, per l’affidamento dei figli in caso di separazione, agli art. 337-bis e seguenti del codice civile. Tali norme affermano, fra l’altro, il diritto del minore a mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascun genitore, ricevendo cura ed educazione da entrambi, dovendo il giudice valutare prioritariamente la possibilità che i figli minori restino affidati a entrambi i genitori e potendo decidere per l’affido esclusivo ad uno solo dei genitori, ma, in ogni caso, assumendo ogni decisione “con esclusivo riferimento all’interesse morale e materiale della prole”. La determinazione dei tempi e delle modalità di permanenza dei figli presso ciascuno dei genitori non è lasciata, pertanto, ad alcun arbitrio giurisprudenziale, ma è funzionale all’effettiva realizzazione del diritto che ha il figlio minore di conservare un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori.”

e ancora aggiungeva:

“Nell’analisi delle fattispecie concrete, l’ordinamento interno ha demandato, infatti, al giudice il compito di adattare i tempi di permanenza con ciascun genitore alle esigenze di vita del minore, senza che possano trovare spazio pregiudizi che traggono fondamento su una presunta diversa capacità genitoriale scaturente da diversità di genere. È evidente che le esigenze di vita sono ontologicamente diverse per ogni singolo minore e sottoposte a variabili, da considerare caso per caso. Stabilire, in via di principio, l’affido materialmente condiviso, con analoghi periodi di permanenza del minore presso entrambi i genitori, significherebbe condizionare fortemente l’attività interpretativa in valutazione concreta dei fabbisogni del minore, calati nella realtà familiare.

Si può ricordare che, sulla base delle informazioni assunte dai competenti Dipartimenti, risulta che, nel nostro Paese, le separazioni consensuali siano la maggioranza ed in esse, com’è noto, il tribunale si limita ad omologare l’accordo raggiunto dalla coppia, potendo intervenire solo se tale accordo leda l’interesse dei figli minori. Ne consegue che nella maggioranza dei casi sono i genitori a volere l’assetto “sbilanciato” in favore di uno solo dei due (di solito, la madre).”

 

Sarebbe quindi da salvaguardare il potere del Giudice di valutare, caso per caso, quale sia l’interesse del minore, quindi avendo riguardo al “best interest of the child”. Naturalmente si auspica altresì una formazione specifica del giudice affinché sappia cogliere ogni dettaglio utile a fare l’interesse del minore. Soprattutto ci si augura che la violenza domestica possa emergere e non restare sommersa: nella valutazione dell’affidamento non può essere sottovalutata o non tenuta in debita considerazione. Ne parla il giudice Fabio Roia, che ci aiuta anche a confutare la tesi delle “false accuse” tanto care al senatore Pillon:

Pertanto, riportiamo i piedi per terra e ricostruiamo i fatti come sono, perché non si continui a diffondere disinformazione su questi temi. Sono testi irrecuperabili, inemendabili, totalmente corrotti alle radici, altamente pericolosi se introdotti nel nostro ordinamento. Nel caso questi disegni di legge dovessero essere approvati, non solo si introdurrebbe l’alienazione parentale nel nostro ordinamento, non solo si ostacolerebbe il divorzio, non solo si consentirebbe di assicurare al padre violento di continuare a frequentare i figli e a condividere l’affidamento, non solo si irrigidirebbe la vita dei figli, non solo si andrebbe contro gli interessi dei minori, ma, con il ddl 45 De Poli, ci sarebbero cambiamenti notevoli anche in materia penale, in tema di maltrattamenti, ma anche in merito alla fattispecie della “calunnia”, quindi in caso di indimostrabilità delle violenze subite e denunciate. C’è come detto in precedenza ben più che il mero intento di rivedere la materia dell’affidamento dei figli, si intravede un disegno in chiave misogina e regressiva di revisione del diritto di famiglia, ma anche di tutte le fattispecie che riguardano la violenza di genere. L’obiettivo sottinteso è obbligare le donne a non denunciare gli abusi e a non separarsi più.

Lo fanno per il nostro bene, come quando si è presentata la legittima difesa come uno strumento a tutela delle donne. Siamo noi che non abbiamo capito, siamo noi donne italiane a doverci allineare ai modelli europei, dobbiamo cambiare mentalità, sì come qualcuno l’ha definita, “parassitaria”. Peccato che ad alcuni uomini durante il matrimonio ha fatto comodo che la donna assumesse su di sé quasi tutto il carico di cura familiare, rinunciando spesso a carriera, lavoro, autonomia economica e prospettive future, riducendo orario di lavoro e cercando di conciliare tutto, seguendo il nostro marito e sostenendo le sue aspirazioni lavorative. Per poi sentirci anche dire che siamo noi a dover cambiare, fare come le donne degli altri Paesi europei. Chissà perché è a noi donne che viene richiesta versatilità, adattabilità, tuffi carpiati, acrobazie e possibilmente tutta una serie di disponibilità al mutamento delle situazioni. Chissà perché siamo noi donne, che oltre a vederci stravolgere la vita da una serie di discriminazioni e ostacoli, dobbiamo anche assistere al progressivo annientamento di quel po’ di diritti conquistati. Il pensiero di tanti seguaci di Pillon ha contaminato anche un sacco di donne, anche in contesti in cui si dovrebbe riuscire a discernere con la propria testa.

A colpi di sentenze e di ddl ci vogliono riportare indietro di decenni.

Un uomo ottiene una riduzione della pena per un femminicidio da lui commesso, poiché in preda a una “tempesta emotiva” soverchiante, dettata dalla gelosi. Dramma della gelosia e delitto d’onore di ritorno.

Tre giudici donne scrivono in sentenza: “Troppo mascolina. Poco avvenente. E quindi è poco credibile che sia stata stuprata, più probabile che si sia inventata tutto”. Così due giovani, condannati in primo grado a cinque e tre anni per violenza sessuale, vengono assolti in appello. Per fortuna interviene la Cassazione, che annulla la sentenza. Appello dunque da rifare.*

Ci sono segnali inquietanti dappertutto, ogni giorno. Non permetteremo che si compiano arretramenti e continueremo a far chiarezza ogni qualvolta ce ne sarà bisogno. Certo sarà assai complicato, anche grazie alle donne che vanno sottobraccio al patriarcato e fanno il gioco di queste falangi reazionarie.

 

*aggiornamento: Corte di Cassazione.

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Un 8 marzo oltre l’oppressione di genere. Sfide e istanze urgenti


Riprendo in mano il testo “Un silenzio assordante” di Patrizia Romito, che ho di recente ascoltato a lezione presso l’Università Bicocca. Il testo è un fondamentale per chi voglia avvicinarsi al tema della violenza su donne e minori, analizza benissimo e tratteggia le strategie di occultamento della violenza.


Ma ciò su cui vorrei soffermarmi è qualcosa di specifico, piuttosto utile nel contesto contingente attuale, necessario se vogliamo contrastare chi di fatto nega o tenta di ridimensionare i fatti.
Se stralciamo dal discorso la natura e le radici della violenza sulle donne, se non nominiamo a sufficienza gli autori, gli uomini, se non sottolineiamo che grandissima parte della violenza sulle donne e sui minori è da essi esercitata, se non parliamo di elementi culturali secolari patriarcali, se ci ritroviamo ad ascoltare spesso che la violenza è tutta uguale, ne facciamo un calderone unico, senza capire che discriminazioni e violenza di genere hanno delle peculiarità e che nasconderle implica non voler accettare quello che accade alle donne in quanto donne.
“La non conoscenza ha una funzione, per i dominanti come per i dominati, e cioè il mantenimento dell’ordine delle cose (…). È proprio tra gli oppressi che la negazione dell’oppressione è più forte.”
Nicole-Claude Mathieu (L’Anatomie politique. Catégorisations et idéologies du sexe, Paris, Côté-femmes,1991)
Conosciamo la diffusione della violenza e degli abusi, dei quali tutte siamo state testimoni dirette o indirette, tutte ne siamo state in qualche modo toccate, da vicino o per vicinanza.
Eppure, come evidenzia Romito, facciamo una enorme fatica, nonostante queste esperienze condivise, a raggiungere una “unanimità sul significato di queste esperienze”, facciamo fatica a solidarizzare, anzi a volte prevale la negazione e una sorta di torva diffidenza.
Si allontana da sé il problema, o si cerca di farlo.
Eppure sono soprattutto donne le insegnanti che ne vedono i segnali sui propri alunni e sulle proprie alunne e non sanno come intervenire o scelgono di non farlo.
Lo stesso per psicologhe e assistenti sociali che tra un padre abusante e una madre che cerca di proteggere suo figlio, credono al primo e ne prendono le difese.
Spesso sono donne anche le avvocate, le magistrate, le poliziotte che non comprendono la realtà dei fatti e perciò ratificano decisioni e provvedimenti che non tengono conto delle conseguenze e compiono danni incalcolabili per le vite delle donne e dei loro figli.
E non è possibile scoprire solo oggi, sotto i marosi del Ddl Pillon e affini, ciò che da anni si compie ai danni delle donne.
E mi sembra alquanto doloroso tuttora sentire donne (perché dagli uomini ce lo aspettiamo, così come le assurde argomentazioni dei filo Pillon e di Mantenimento diretto) che dicono “ma anche le donne”, “io avrei fatto questo e quello, io sarei andata via, le donne provocano ed esasperano gli uomini”.
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Il vento e la tempesta. Le sfide delle libertà delle donne.


Me lo vedo il solito rito, rituale dell’8 marzo. È qui, condito e farcito come ogni anno, tra chi si ostina a chiamarlo ancora “festa” e chi cerca di riportarci a una riflessione che sia la più ampia, diffusa e consapevole possibile. Impossibile quest’anno non sentire quel sentore di rogo che aleggia su tante delle nostre conquiste in tema di diritti. Impossibile non avvertire sempre più l’avanzata delle truppe reazionarie che marciano sui nostri corpi, sulla nostra autodeterminazione, sul cambiamento culturale che da anni stiamo cercando di portare avanti, nonostante fatica, divisioni e strumentalizzazioni.

E di fronte a ciò che avviene alle vite delle donne, alle loro scelte sempre più soffocate e limitate da nostalgiche formule patriarcali tuttora in voga e assai diffuse, abbiamo una estrema difficoltà a fare diventare questi attacchi qualcosa che stimoli e provochi una reazione a catena, compatta e unanime, un grido che invochi un’azione urgente e non più rinviabile. Abbiamo difficoltà di creare un linguaggio e un progetto comune, comprensibile a tutte. Abbiamo una difficoltà a riconoscere tuttora le radici di genere di alcuni fenomeni, di alcune disuguaglianze e discriminazioni. Concetti e lotte perse e disperse nel mare magnum di un calderone unico di una solidarietà, di un’umanità generalista, di un volemose bene disperso e confuso. Coscienza che si smarrisce in un rincorrersi un po’ da un appuntamento all’altro, tra una passerella e un selfie, senza un ordine e una definizione del come, dove vogliamo arrivare. Tutto annegato in un muoversi e mobilitarsi come se si stesse andando a una festa. Purtroppo occorre riconoscere che la festa la stanno facendo a noi da tempo e che davvero non c’è più tempo.

Alice Mizrachi

Alice Mizrachi

Accade che tra capo e collo il Ddl Pillon, marcia spedito verso l’inglobamento degli altri testi collegati, il suo ritiro si allontana, mostrando un iter che potrebbe essere non facilmente controllabile da chi da mesi ne evidenzia il pericolo. E l’unica carta che resta da giocare è evidenziare l’impianto ideologico e culturale, giuridico che è alla sua base, già contro i principi costituzionali e del nostro ordinamento. Occorre combattere sempre più su questo livello, mostrarne i reali intenti e le ricadute telluriche in materia civile e penale. E poi elaborare una seria strategia parlamentare di contrattacco. Cosa ci vuole per prendere le distanze da un siffatto disegno? Sappiate che anche da qui si è capaci di trarre le conclusioni di mesi di temporeggiamento.

Accade che tra capo e collo si vuole continuare a smantellare la già precaria condizione dei diritti sessuali e riproduttivi. Tra imbarazzi e ambiguità politiche, tra una picconata e un regionalismo che ci rende sempre più diseguali, tra fiumi di obiettori e l’avanzata dei nochoice, tutto può accadere. E questa atmosfera smorza qualsiasi voglia di tornare a rivendicare di più, a correggere quelle parti di legge 194 costruite furbamente per permettere questo progressivo sgretolamento. Non so se giocare in difesa e di rimessa alla lunga non sia controproducente.

E mentre in Spagna si galoppa in tema di genitorialità e congedi, in UE si parla di 10 giorni di congedo obbligatorio e retribuito dopo la nascita di un figlio, da noi spuntano come funghi tentativi di propagandare la maternità con toni idilliaci, tanto da passare sul Corrierone un grande spot sulla famiglia numerosa, inanellando parole come Provvidenza, benedizione, evento (mica frutto di una scelta), i figli vengono. Tutto questo nel 2019. Un bello spot per spingere la natalità, che in realtà potrebbe avere solo l’effetto contrario vista la situazione. Almeno che, almeno che non continuiate a considerare le donne degli uteri ambulanti, con “attitudini” naturali immutabili come ancora si sente dire. Sei tu che sei “refrattaria” alla chiamata della natura femminile, sei tu che “non ce la fai” e sei egoista. Il femminismo “ti ha dato alla testa”.

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Laboratorio Stereotipi di genere e sessismo. Disparità e discriminazioni. La sub-cultura alla base della violenza di genere.

Alice Mizrachi


Rompere il ghiaccio, rompere la naturale timidezza di fronte a due adulte sconosciute che arrivano proponendo un laboratorio contro gli stereotipi e la violenza di genere. Ogni volta che io e Carla Rizzi ci avviciniamo a una nuova classe, ogni volta che entriamo in punta di piedi nelle loro abitudini e nei loro spazi scolastici, siamo consapevoli della delicatezza del nostro compito e della sfida ardua che abbiamo di fronte. Catturare la loro attenzione o suscitare semplicemente un dubbio, una domanda non è affatto scontato. La sensazione più gratificante è quando mettono in discussione o si sentono parte in causa di ciò che racconti. Seguirli e affiancarli nelle loro argomentazioni e riflessioni, lasciandosi trasportare da loro su terreni e temi che per loro, in quel momento, sono prioritari e più interessanti da esplorare. Ecco perché il materiale che adoperiamo è solo un canovaccio, perché al 90% saranno i ragazzi e le ragazze al timone del laboratorio, e spesso il discorso spazia e si allarga finendo su rotte impreviste ed entusiasmanti.
Siamo noi grate loro di quanto ci restituiscono nel tempo passato insieme. Perché le loro domande, il loro punto di vista, la loro esperienza ci servono da calibro e da termometro.
Non abbiamo risposte o certezze, proponiamo delle proposte di riflessione, in questo tempo veloce e frettoloso in cui ci si indaga sempre meno dentro e nelle relazioni si pensa di sapere sempre tutto, dando troppe cose per normali e innocue. Ci torneranno poi con calma da sole/i, se vorranno, dando ciascuno/a la propria risposta, magari quando gli si presenterà una situazione che richiamerà gli scambi sui temi da noi affrontati. Partendo dal linguaggio, dalle parole, attraversando i contenuti dei vari media e le sollecitazioni proposte dalla società in cui siamo immerse/i, cerchiamo di evidenziare quanto non siano da sottovalutare elementi culturali, segnali, prassi e comportamenti che fanno da substrato e da veicolo delle varie forme di violenza contro le donne e di come ne anticipino e ne moltiplichino i risultati.
Noi restiamo in ascolto e a disposizione per approfondire in ogni direzione. Soprattutto ci interessa che loro conoscano e mettano in pratica nel loro quotidiano i mezzi e le lenti per leggere la realtà, i messaggi, gli episodi, in ogni contesto, in ogni situazione.
Più punti interrogativi, critiche, scricchiolii di certezze emergono, più efficace sarà stato il nostro contributo. Un primo campo in cui si riverseranno le nostre conversazioni sarà la progettazione e la realizzazione delle panchine rosse, che dovranno parlare, portare un messaggio che dovrà raggiungere tutti e tutte, per testimoniare e segnare un impegno collettivo contro la violenza contro le donne, in quanto donne. Ed è proprio a partire dalle basi e dalla condivisione dei termini, dei loro significati, dal riportare ciascun tassello al proprio posto per poter avere un quadro il più possibile reale e concreto di tutto ciò che sta alla base dei fenomeni di discriminazione e di violenza di genere.
Capita di dover costruire da zero, oppure di dover rimuovere insieme a loro un pulviscolo fatto di pregiudizi che si sono sedimentati tra infanzia e adolescenza, esperienze di vita che hanno forgiato già percezioni e punti di vista, non sempre scevri da stereotipi o inciampi culturali. Ecco che attraverso la narrazione di episodi ed eventi che hanno attraversato la storia delle donne, in tempi più o meno recenti, cerchiamo di far cogliere ai ragazzi e alle ragazze il lungo cammino dei diritti, verso una sempre maggiore uguaglianza sostanziale di genere, una parità che è ancora lungi dall’essere raggiunta e per la quale è necessario dedicare un impegno comune, attraverso un passaggio di testimone tra generazioni.
Spesso portare a loro conoscenza le storie e le testimonianze di donne come Franca Viola sono determinanti per scoprire da dove nascono i cambiamenti legislativi e come si è arrivati ad affermare principi che oggi diamo per scontati. Desideriamo trasmettere, attraverso la nostra attività di volontariato gratuito, ciò che il femminismo ha rappresentato e rappresenta per tante generazioni di donne. Uscire dalla bolla e prendere consapevolezza di sé, come individui e come collettività: noi cerchiamo semplicemente di donare loro la scintilla di innesco.
Simona Sforza e Carla Rizzi per Alida – Associazione Libere Donne Attive
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