Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Coronavirus. La lotta per i diritti in tempi di emergenza

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Hana Shafi’s ‘Tireless Mural’ @womensart1

In questi giorni di ordinanze da Coronavirus abbiamo avuto modo di pensare e di ripensare a modelli, stili e abitudini di vita, conoscendo un po’ di più anche gli anfratti invisibilizzati e negati dei nostri equilibri precari e delle nostre fragili certezze.

Chi ha voluto e potuto lasciarsi andare a una riflessione sul proprio quotidiano avrà sicuramente avuto modo di guardare in faccia le tante storture e adattamenti obbligati in cui siamo costretti da un’organizzazione del lavoro che non sempre fa bene alla nostra vita privata e al nostro benessere.

Approcci comunicativi non sempre coerenti e spesso contraddittori non ci hanno permesso di avere uno sguardo razionale a questa emergenza. Insomma, il solito cortocircuito a cui la politica e non solo ci hanno abituato, polarizzando ogni tema, fenomeno e dibattito, senza mai ottenere dei buoni risultati in termini di corretta percezione. Nemmeno le voci del mondo scientifico hanno fatto breccia con efficacia, riuscendo a farci ragionare sulla necessità di determinate misure di contenimento della diffusione del virus.

Che poi tra un “non fermiamoci” e un interesse prioritario alla tutela della salute collettiva ci siamo un po’ persi e scontrati, senza riuscire a mettere in atto una regola fondamentale, ovvero che non esiste alcun diritto se prima non viene garantito e tutelato il diritto alla salute.

Quindi con qualche temporanea rinuncia a livello personale dovremmo aver compreso e accettato di buon grado quanto positive potrebbero essere le ricadute per una dimensione, quella collettiva, spesso trascurata, snobbata, negata.

Abbiamo ampiamente dimostrato che non siamo in grado di abbracciare questa importante e basilare linea di comportamento.
Al posto del lamento dei profitti e del lavoro perso, avrei preferito leggere più pensieri legati a una presa di consapevolezza delle cose realmente importanti.

Per questo parto dalla mia dimensione personale e desidero condividere con voi un pezzo di queste giornate da pseudo “quarantena”, con un post che ho scritto il 24 febbraio sul mio profilo Facebook:

“Mia figlia che si sveglia canticchiando… rallentiamo, prendiamoci questi momenti di “pausa” per ricaricarci e recuperare un po’ di buon umore, che non esistono solo i dané (li terrése) e gli aperitivi, che se non andate al ristorante o al cinema o non fate il weekend fuori porta vi sentite male, ma esistono le coccole, le letture a quattrocchi, gli abbracci, i tempi lenti, tornare a parlare in famiglia, che quando sono a scuola 40 ore la settimana (come se fossero lavoratori full time) e tornano tramortiti, non c’è la serenità né il tempo per farlo. (…) Che magari iniziamo a capire come meglio riorganizzare anche il lavoro e capiamo che lo smart working forse migliora la qualità della vita. Che tanto la produttività non va di pari passo con il tempo impiegato a scaldare la sedia. Che pensare che più tempo a scuola non sempre corrisponde a una formazione di qualità.”

Cosa sono per me questi giorni di pausa, in cui gran parte delle cose che avevo pianificato e programmato sono saltate?
Sono essenzialmente tempo per riflettere su tanti piccoli grandi aspetti della mia vita, che già di suo ha subito negli anni numerosi cambiamenti, stravolgimenti, riadattamenti continui, tanto che forse mi sono abituata all’idea del non poter controllare tutto e che nulla è immutabile.

Sin dai tempi dell’università ho adottato una sorta di flessibilità, di adattamento continuo a seconda delle materie da studiare. Cosa che mi è servita poi nel mondo del lavoro e nella mia multiforme capacità di adattamento. Sono un po’ camaleontica per necessità e ogni passaggio è stato frutto di una scelta tortuosa, complessa, a volte obbligata, ma alla fine ho sempre cercato di ripristinare un equilibrio, consapevole di quanto fosse comunque precario. I momenti in cui sbuffi, ti lamenti, ti opponi ci sono, ma poi in qualche modo occorre trovare una soluzione che riusciamo più o meno a indossare senza troppi fastidi. Che se ci strizziamo per farci rientrare in un vestito “troppo stretto” di vita e lavorativo non va affatto bene.

In questi tempi è emerso ancora una volta come il carico di cura sia tuttora assai sbilanciato e a carico delle donne. La chiusura delle scuole, necessaria e ineludibile, ha creato non pochi problemi di gestione e di conciliazione, come d’altronde accade in caso di malattia dei figli o di scuola chiusa per vacanze. Chi non ha i nonni o entrate sufficienti per una tata si è trovata di fronte ai consueti problemi, eppure se ci pensiamo, sono gli stessi di prima, allorquando la scuola non può essere la soluzione ad ogni problema di conciliazione. Qualcuno, come il Moige, ha provato a proporre qualche richiesta (che va bene, a patto che i permessi non siano ad esclusivo carico delle madri).

Il non poterci permettere interruzioni, che non fa rima solo con il precariato o con contratti strambi o col lavoro autonomo: questo è il nocciolo del problema. Pensare che noi coincidiamo e siamo il nostro lavoro, un altro pezzo del problema.

Pensare che il nostro valore e la nostra priorità sia il nostro lavoro e quanto ci rende. Quando c’è un valore negato a tante attività “gratuite”, di cura, di solidarietà, di sostegno sociale, che sono invisibili ma vanno a creare valore, colmare i vuoti, permettere che l’economia visibile possa mantenersi in piedi.

Il richiamo e l’invito allo smartworking in questi giorni si è fatto necessità, per cause di forza maggiore oggi si scoprono modalità di organizzazione del lavoro alternative, spesso mal digerite da tanti vertici aziendali che preferiscono vedere il gregge a sformare le sedie piuttosto che riorganizzare il lavoro.

 

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