Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Summer Holiday

mafalda_sexy

Ebbene, iniziano le vacanze estive.. mia figlia è al settimo cielo e non vede l’ora di sguazzare al mare. Pure io 🙂

Ci prendiamo una bella pausa. Magari riuscirò a scrivere qualcosa, vedremo..

Un abbraccio forte a tutt*!

SEE YOU SOON!

 

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Le donne e le classi

 

Magritte, Les Graces Naturelles, (c.1948)

Magritte, Les Graces Naturelles, (c.1948)

Partendo dalla distribuzione in classi degli individui, sulla base dei dati EU SILC (2012), rileviamo grosso modo tre formazioni sociali legate alla distribuzione funzionale del reddito: la classe dei lavoratori, il cui reddito è esclusivamente da lavoro; la classe dei capitalisti il cui reddito è esclusivamente da capitale e rendita; la classe media, costituita da chi percepisce sia redditi da capitale che da lavoro e reddito misto da lavoro autonomo.
La redistribuzione del reddito avviene attraverso l’interazione osmotica tra tre elementi: Stato, mercato e famiglia.
Ma come si pone la donna in questi meccanismi economici e sociali?
Come evidenzia e argomenta bene questo articolo apparso su InGenere, le donne italiane, rispetto alla media europea, sembrano più polarizzate tra i “capitalisti” e la classe media; sotto la media europea è invece la loro presenza tra i “lavoratori”. Come se ci fosse un buco che inghiotte le donne di questa fascia. Questa voragine la conosciamo molto bene.
La ricerca ci porta poi a ragionare sui sussidi statali e sui trasferimenti inter-familiari di reddito.
La quota di donne che dipende da trasferimenti inter-familiari e dal welfare è maggiore rispetto a quella degli uomini, sia in Italia sia in Europa. Ma il divario si accentua se guardiamo i nuclei familiari composti da un solo adulto: risulta che sono per lo più di genere femminile i casi di dipendenza da trasferimenti inter-familiari e da welfare.
Ci si è interrogati se il femminismo fosse in grado di creare un ponte tra le istanze di donne di classi sociali diverse, nel corso di un dibattito online The Curve, where feminists talk economics. Premetto che il contesto di riferimento è statunitense, quindi poco confrontabile con il nostro europeo e italiano, si pone l’accento sul fatto che le femministe generalmente non parlano abbastanza di questioni economiche, ma si concentrano su:

“discussions about so-called culture problems like abortion access and domestic violence lack the economic context necessary to appreciate their true causes and repercussions. When topics such as the pay gap or workplace discrimination come up, coverage is often superficial and focused on the experiences of a tiny elite. Meanwhile, the economic pressures on women are mounting: as inequality soars, women make up a growing proportion of the long-term unemployed, low-income women lead a growing majority of single-mother households, middle-income women struggle with few social supports, and even the progress being made by high-income women into the executive suites remains glacially slow.”.

Insomma, secondo l’articolo, dovremmo imparare a leggere i problemi, i gap, le discriminazioni, i ritardi e le difficoltà attraverso una lente di stampo “economico”. Quindi anziché parlare di fattori culturali dovremmo concentrarci di più sul contesto economico. Io preferirei più una riflessione sul modello economico, che però non può e non deve essere l’unico filtro per leggere i fenomeni. Perché i ritardi e i problemi culturali ci sono e sono innegabili.
Lasciando perdere lo pseudo femminismo della Sandberg, che invita a spinte individualistiche di affermazione personale, Kathleen Geier si chiede:

“Different classes of women—low-income women who make up over half of minimum wage earners, middle-income women whose wages have stagnated for a decade and elite women seeking to shatter glass ceilings—have needs and problems that look very different from one another. Is there a way for feminism to bridge the class divide and advance an economic agenda that will serve the interests of all women?”

Esiste un femminismo cross-class in grado di trasformare l’economia a vantaggio di tutte le donne?
E si suggerisce che:

 “The barriers to women’s progress are not personal, they are structural, and they are embedded in the workings of American capitalism”.

Quindi si tratta di questioni di gap socio-economico, indotto da un sistema produttivo che genera da sé ineguaglianze e distanze.
Personalmente, se differenti e innegabili sono i presupposti, gli strumenti, le risorse e gli obiettivi di ciascuna classe di donne, penso sia difficile definire delle soluzioni uniche e valevoli per tutte. Perché le misure che possono alleviare le fatiche di una donna precaria, con un salario basso non saranno adeguate o rispondenti agli obiettivi o alle istanze di una donna della classe media o capitalista. E viceversa. I pesi delle variabili in gioco sono innegabilmente diversi. Perciò se di misure correttive dobbiamo parlare, penso sia necessario lavorare innanzitutto sulla rimozione di quelle barriere di classe, che non hanno necessariamente caratteristiche e appartenenze di genere.
Poi possiamo anche mettere in piedi un mix di sistemi di welfare, che creino sinergie utili tra interventi aziendali e privati con forme pubbliche di sostegno alla conciliazione. Basta non smarrire per strada i compiti di riequilibrio e di sostegno universali che solo un intervento pubblico può e deve assicurare. Altrimenti continueremo ad avere garantiti vs non garantiti, in una lotta tra poveri inascoltati.
Interessante la proposta di legge che vorrebbe introdurre il voucher universale per i servizi alla persona e alla famiglia.

Alla fine, dobbiamo registrare che le cose sono cambiate in meglio unicamente per le donne di alcuni ambienti, per lo più già abbastanza privilegiati. Da questi vantaggi e progressi la maggior parte delle donne è stata esclusa. Non è detto che avere un numero maggiore di donne ai vertici della politica o delle aziende possa contribuire a distribuire miglioramenti a tutte le altre. Se si è trattato ancora una volta di privilegi, forse le istanze di tutte, collettive, diffuse sono state annegate a vantaggio di una minima parte.

E non avremo fatto grandi passi in avanti, ma staremo sempre a osservare i tassi di occupazione femminile, le difficoltà di conciliazione, i tagli ai servizi di sostegno per le donne ecc. Come evidenzia questa intervista a Chiara Saraceno.

Dal governo del nostro Paese ci aspettiamo risposte concrete e non operazioni di pinkwashing.
E non sono sufficienti queste chiavi di lettura, per farci sentire meglio e per farci respirare aria di un cambiamento reale in atto.

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Non è liberazione

Marc Chagall - La passeggiata

Marc Chagall – La passeggiata

Voglio fare un brevissimo intervento, perché leggendo questo articolo apparso su La Repubblica a firma di Guia Soncini mi ha destato alcune perplessità.
Innanzitutto, si ondeggia parecchio, mescolando di tutto un po’, senza definire una direzione e un senso generale che si intende comunicare al lettore. Inoltre, ho trovato superficiali certi ritratti di coppia, come se si volesse coprire l’intero globo terraqueo delle relazioni umane. Le solite macchiette, col rischio di presentare dei ritratti posticci e parziali.
Le conclusioni (che magari ho frainteso) mi hanno infastidito non poco.
In pratica si auspica che una donna, anziché dover giustificare il fatto di lavorare e di aver successo perché sia di buon esempio alla figlia, assuma su di sé una serie di caratteristiche prettamente maschili. In pratica le si chiede di sfondare nel lavoro, di far carriera per una “vera emancipazione”, condita da egoismo, ambizione, avidità, il tutto “per se stesse”. Questa machizzazione del feminino è quanto di peggio ci si possa augurare, almeno dal mio punto di vista.
Ho già espresso qui, condividendo una riflessione di Daniela Pellegrini, la mia posizione in merito. La ritrovo per caso in uno scritto di Rossana Rossanda (LE ALTRE, Bompiani 1979, Feltrinelli 1989), ripreso da Lea Melandri su FB.

“E’ il rivolgimento di quel potere che non sta nel dispotismo del tiranno, o nelle leggi dello stato, o nell’arbitrio del padrone, ma nel dominio che da millenni il maschio esercita sulla femmina, e che ha modellato non solo la subalternità della donna, ma la concezione -noi diremmo l’ideologia- che l’insieme dell’idea del potere degli uomini, la tradizionale sfera politica, porta in sé. E’ un dominio basato sulla differente forza fisica, sulla costrizione secolare della donna a un ruolo imposto, sulla sua riduzione a soggetto di diritti minori o nulli. Le donne sanno che questo potere continua, discriminandole in forme meno evidenti, più sottili, anche là dove sono avvenute le rivoluzioni proletarie e socialiste, le più radicali, quelle che si proponevano l’uguaglianza tra gli uomini. Non solo, ma sanno che questa specifica oppressione le fa NON SOLO SUBALTERNE, MA IN QUALCHE MISURA SIMILI AI LORO OPPRESSORI; MODELLATE SU DI ESSI: per cui per liberarsi davvero debbono anche liberarsi di quanto del modo di essere e pensare dell’uomo è stinto dentro di loro. Debbono andare insomma a una rivoluzione anche in se stesse, nelle idee, nel costume; a lacerare rapporti affettivi, a cancellare antiche educazioni”
(cit., Feltrinelli, p.86)

La liberazione passa per una rivoluzione delle idee, dei modelli, dei rapporti, delle soluzioni, delle chiavi di lettura che noi donne dobbiamo darci senza riverniciare e restaurare le strutture costruite dagli uomini. Seguire le orme maschili ci porterebbe semplicemente a una falsa liberazione, diventeremmo simili a cloni, a esseri modellati a immagine e somiglianza dei nostri maschietti.
Per non parlare poi del fatto che il richiamo dell’articolo della Soncini sembra coinvolgere solo uno spicchio dell’universo delle donne, quelle nate e cresciute bene, con un ruolo di potere o economico forte. Per cui tutte le altre resterebbero escluse da questo magnificare la donna che ricalca la spregiudicatezza dei meccanismi dei maschietti. In pratica si rischia un discorso elitario o in stile Sandbergism (Sheryl Sandberg, ndr).

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