Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Narrazione alterata, stereotipata e romanzata della violenza


Siamo rimaste esterrefatte e incredule di fronte al contenuto dell’articolo a firma di Giampaolo Visetti sull’edizione cartacea de La Repubblica del 20 giugno 2017 (riportato sul web qui).
Siamo sconcertate di fronte a questa ennesima rappresentazione alterata, nociva di un femminicidio. Ci saremmo aspettate, avremmo auspicato più equilibrio in questa narrazione. Anastasia Shakurova è stata uccisa lucidamente e premeditatamente da Stefano Perale, insieme al suo compagno Biagio Bonomo e al figlio che aspettava. Una donna è stata ancora una volta spazzata via per mano di un uomo.
Avviene il consueto ribaltamento delle responsabilità, con la celebrazione del maschio di alto livello in ogni senso, costretto dalla donna a trasformarsi in assassino. La mitezza, l’alta moralità, la rispettabilità e stima sociale, l’elevata cultura tutto corrotto da questa figura femminile.
Purtroppo ancora una volta si lascia spazio a questa trasfigurazione strumentale e misogina della vittima per costruire una donna che non esiste, ma solo immaginata. Anastasia non può più raccontare il suo punto di vista, la sua storia, chi era, quali erano i suoi sogni. Eppure i giornalisti potrebbero farlo, dandole voce, riuscendo a ricostruire la sua figura reale di donna e, soprattutto, evitando di romanzare i fatti e, peggio ancora, di assolvere il femminicida con articoli del genere. Sembra la solita trovata per aumentare la tiratura, per fornire ai lettori assetati, nel pieno della calura estiva, l’ennesima cronaca morbosa. Peccato che si stia parlando di una giovane donna, che non ha potuto proseguire il suo cammino di vita.
Eppure il Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti ha fatto proprio, lo scorso dicembre, il documento della Federazione Internazionale dei Giornalisti (IFJ) a proposito di violenza sulle donne, elaborato nel solco della Dichiarazione delle Nazioni Unite del 1993.

In esso si “richiama i giornalisti all’uso di un linguaggio corretto, cioè rispettoso della persona, scevro da pregiudizi e stereotipi, ad una informazione precisa e dettagliata nella misura in cui i particolari di un accadimento siano utili alla comprensione della vicenda, delle situazioni, della loro dimensione sociale. Ad esempio, adottando nei casi di femminicidio il punto di vista della vittima, possiamo ridarle la dignità e l’umanità che, in una cronaca quasi sempre centrata sulla personalità dell’omicida, vanno perdute. Ancora il documento offre indicazioni importanti circa il rapporto che il/la giornalista può instaurare con chi ha subito violenza, salvaguardandone l’identità, evitando la descrizione circostanziata dei luoghi, preservando quindi il diritto alla privacy.”

Invece questo pezzo pubblicato da La Repubblica non solo non riesce assolutamente ad andare in questa direzione ma non ci prova neanche. Quando si affrontano temi delicati come questo ci si dovrebbe avvalere della collaborazione di esperti che aiutino a collocare gli atti di violenza nel loro contesto storico e culturale, cercando di andare alla radice del fenomeno e fugando l’idea che la violenza sia qualcosa di improvviso, di ineludibile.
Pertanto, ci chiediamo a cosa risponda la scelta editoriale di pubblicare questo tipo di narrazione? Certamente ne è responsabile in primis il giornalista, ma perché pubblicarlo per avallare questa narrazione nociva? Si dovrebbe privilegiare una linea giornalistica che sia sempre rispettosa delle vittime, restituendo un quadro reale e dignitoso delle loro vite interrotte. Occorre evitare la rivittimizzazione delle donne e soprattutto l’insinuazione di una loro corresponsabilità o addirittura istigazione. Non si può suggerire che la donna con il suo comportamento e le sue scelte abbiano indotto l’uomo a toglierle la vita.
Continuare ad assolvere gli uomini che commettono femminicidi è quanto di più tossico e sbagliato ci possa essere. I messaggi che vengono trasmessi si cristallizzano nell’immaginario comune, sostenendo meccanismi altamente pericolosi. Si legittima e si normalizza il femminicidio, che diventa la “soluzione”, a tal punto di “pubblicizzarla” sulle borse, come avvenuto recentemente a Firenze. Occorre sottolineare le responsabilità degli uomini: le loro azioni non sono frutto di una ossessione o di una sofferenza, ma nascono dal desiderio di annientare la vita di una donna, che si vuole possedere e controllare, da riottenere come un “tesoro smarrito” a ogni costo, un oggetto da ottenere e da buttare via quando non soddisfa le proprie aspettative.
“Tutto è finito, il professore di inglese modello Stefano Perale telefona alla polizia per pagare il suo conto.” come si fa al ristorante. La donna in questo quadro diventa una specie di scacciapensieri del senso di fallimento,”una ragazza di trenta che spazza via la solitudine, assieme alla sensazione di aver già perso tutto senza aver avuto mai niente, segna il confine tra un commiato e un riscatto.” Addirittura si parla di improvvisa metamorfosi “di un uomo buono che si scopre assassino spietato”. Non c’è nulla di improvviso, ma tutto rientra in un piano calcolato con freddezza, procurandosi tutti gli strumenti utili a metterlo in atto. Nessuna metamorfosi, solo un ego che ha voluto fortemente strappare via la vita ad Anastasia. Si arriva finanche a tratteggiare un Perale che “sognava che Anastasia potesse volergli bene, sposarlo, diventare una famiglia”, tradito dalla “ragazza che lo aveva illuso di essere ancora vivo”. Arrivando addirittura ad insinuare anche una ipotesi non comprovata dagli organi preposti: “Era felice perché stava per diventare una mamma: il sogno della vita che a lui aveva negato.”
Da questo giornalismo deformante nasce una sceneggiatura totalmente sbilanciata sull’uomo, sulle sue presunte “buone ragioni”, sulla sua innocuità e mitezza, sulla sua bontà interrotta dall’azione egoista e ammaliatrice della donna che tutto distrugge. Ci dovete anche spiegare in cosa consista questa “distanza emotiva tra Venezia e Mosca”, quasi a suggerire la freddezza di Anastasia nei confronti del povero professore, per giustificare la reazione “virile, passionale” di un maschio italico. Siamo ai consueti stereotipi. Non si può continuare a giocare con le parole amore e giovinezza: “un professore di cinquant’ anni può scoprire di essere un assassino mosso da un equivoco sull’amore e sulla giovinezza, ma non riesce a mutare in un killer.” Nessun equivoco sull’amore, qui chiaramente assente, né sulla giovinezza, Perale resta l’autore di un duplice assassino premeditato.
Altro che mistero di una notte di “follia” come si cerca di suggerire sin dal titolo.
Ci auguriamo un giornalismo maturo, che sappia rispettare le donne sempre, senza manipolare i fatti e romanzare sulla violenza contro le donne. Ci auguriamo che si mettano in campo adeguati momenti di formazione per i giornalisti, perché non si debbano più leggere simili contenuti da romanzo d’appendice.
Il gruppo Chi Colpisce Una Donna, Colpisce Tutte Noi
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Prevenire e contrastare la violenza: al centro la donna

@Hanna Barczyk

Le ultime novità in termini di contrasto alla violenza contro le donne, tra cambiamenti significativi, nuovi progetti europei e criticità che richiedono la giusta attenzione e la capacità di ascoltare tutte le parti coinvolte.

 

In tema di violenza contro le donne indubbiamente occorre ancora fare tanto, soprattutto in termini di sistema e di interventi strutturali, non più emergenziali. In quest’ottica si sta lavorando a livello di dipartimento delle pari opportunità. Vedremo i risultati del nuovo piano d’azione nazionale contro la violenza sessuale e di genere.

Tanto dovrà essere fatto in termini di prevenzione e interventi sulla cultura che alimenta e giustifica la violenza. Tanto dovrà essere fatto in termini di formazione di tutti i soggetti coinvolti. Tanto soprattutto in ottica di informazione sulle modalità e sui supporti per uscire da una situazione di violenza.

Al contempo registriamo gli sforzi della Polizia di Stato per ottimizzare approcci e interventi. Già attivo in prova dal 20 gennaio, è stato introdotto il protocollo “Eva” che ha messo insieme una serie di linee guida per gli agenti delle volanti e per quelli in sala operativa, che a distanza coordinano e gestiscono tutti gli interventi. Si tratta di attuare una standardizzazione degli interventi per tutte le Province e anche a livello di interforze. È prevista anche una banca dati sulle aggressioni negli specifici domicili, “per permettere agli agenti della Polizia di Stato di sapere se in passato vi siano stati altri episodi di violenza in un determinato contesto familiare e per tenere sotto controllo le situazioni più rischiose anche in assenza di formale denuncia.”

Il protocollo “Eva” è stato ideato e sperimentato nell’Ufficio prevenzione generale e soccorso pubblico (Upgsp) della Questura di Milano, oggi è operativo in tutte le Questure d’Italia. “Eva” si fonda su due strumenti per tutelare le vittime: l’allontanamento d’urgenza dalla casa familiare e l’arresto obbligatorio in caso di maltrattamento o atti persecutori, per cui si deve verificare una reiterazione delle condotte violente. È previsto un apposito modulo in cui verrà indicata la presenza di ingiurie, minacce, molestie e percosse ma anche di eventuali suppellettili danneggiate o di lividi e ferite che ha portato all’intervento della Polizia. Nel caso in cui la vittima non voglia parlare o minimizzi vengono raccolte le dichiarazioni di eventuali testimoni. Tutte le informazioni confluiscono in un database a disposizione degli agenti e potranno essere una base utile per una eventuale azione dell’autorità giudiziaria. Si sta iniziando pian piano a capire che la donna va protetta e che l’approccio pacificatore è deleterio e molto pericoloso. Purtroppo continuiamo a registrare episodi in cui il sistema di protezione della donna non funziona, non si riesce a intervenire tempestivamente, non si fa nulla quando il violento esce dal carcere, si sottovalutano i segnali di pericolo, le donne finiscono col restare sole. Non è sufficiente l’azione dei centri antiviolenza senza una efficace attività di rete che coinvolga più soggetti.

In Lombardia il 28 aprile è stata deliberata (Delibera X-6526) l’istituzione di un Albo regionale dei centri antiviolenza, case rifugio e case di accoglienza, che è condizione necessaria ma non sufficiente per accedere ai finanziamenti. A dicembre 2016 era stato approvato l’Osservatorio regionale antiviolenza O.R.A. che possiede un sistema di raccolta dati che prevede l’utilizzo del codice fiscale, l’apertura del fascicolo donna e l’attribuzione di un codice donna. I dettagli li trovate nella delibera 19 dicembre 2016 – n. X/6008 (Delibera X-6008 da pagina 20 in poi).

Il 31 maggio è stato approvato in Commissione sanità il parere sulla proposta di istituzione dell’Albo regionale dei centri antiviolenza, case rifugio e di accoglienza, che attende ancora un altro passaggio in giunta per l’approvazione della delibera definitiva. Non sono stata in grado di reperire il documento in questione, ma emerge da questa nota una definizione dei requisiti per i centri già operativi e quelli di nuova istituzione: per i primi è necessario aver indicato nello Statuto l’impegno prioritario nel contrasto alla violenza sulle donne o una consolidata esperienza di almeno 5 anni; per i nuovi, oltre al requisito relativo allo Statuto, è richiesto che tutti gli operatori (sì, il solito maschile neutro) abbiano tre anni di esperienza continuativa maturata nei centri già esistenti.

Inoltre si chiede che si rispetti la clausola, prevista dalla Conferenza Stato-Regioni, sull’impiego prioritario di personale femminile adeguatamente formato.

La Rete lombarda dei Centri Antiviolenza che fa capo a DIRE ha preso posizione il 6 giugno per evidenziare i punti su cui non concorda e ciò che risulta in contrasto con quanto stabilito dalla Convenzione di Istanbul e dall’Intesa Stato Regioni del novembre 2014. In gioco ci sono aspetti molto delicati sulla gestione dei casi, sulla composizione dell’albo, sul personale operativo, sui protocolli, sulle modalità di funzionamento del sistema O.R.A.

Qui il comunicato dettagliato della Rete lombarda.

 

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P.s. Maria Elena Boschi, che detiene la delega alle pari opportunità, ha presentato un bando che mette a disposizione 22 milioni per le associazioni che si occupano del recupero delle vittime della tratta di donne. Qui i dettagli.

L’impegno vero è smetterla di guardare e di parlare di numeri. Non siamo numeri, ma vite e storie di donne interrotte per mano di uomini. Parlare come si fa qui di fenomeno, una percentuale, un trend, un grafico non aiuta a comprendere cosa accade veramente alle donne.

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Una TV che non rispetta i vissuti di donne e bambine


Un servizio, un ennesimo servizio di Nemo, Nessuno escluso, su cui dobbiamo riflettere e interrogarci perché trasmesso da una rete pubblica in prima serata. La sposa bambina descrive con dovizia di particolari i preparativi della cerimonia di Prima comunione di una bambina meridionale. Ci domandiamo da cosa nasca questo servizio e a cosa risponda? A fornire uno spaccato di quanta fragilità ci possa essere nella nostra società? A colpevolizzare una madre? A fotografare un fenomeno di costume, offrendo uno spaccato folcloristico del nostro Sud? A fare un cabaret triste e uno spettacolo morboso su di una bambina? Il tutto senza andare a monte, restando solo alla superficie delle cose che accadono e accendendo i riflettori sulle spese folli per una comunione, senza interrogarsi sulle ragioni più profonde e sul contesto da cui esse traggono origine.
Lasciando tutto alle immagini, alle frasi delle madri e agli sguardi smarriti di bambine condotte in ingranaggi che lasciano il segno, risulta evidente solo lo stigma e l’aspetto folcloristico, tagliente però più di una lama. Con il gravame preliminare di quel titolo che ci accompagna per tutto il servizio, quelle parole che insieme proprio non ci stanno: Sposa e Bambina. C’è che a queste bambine vengono sottratti orizzonti perché le stesse madri sono impossibilitate, dal contesto in cui sono cresciute e in cui vivono, a fornire strumenti diversi per costruirsi un futuro. I padri non ci sono, come sempre o sono invisibili o restano sullo sfondo.
Anni e anni di tv commerciale del biscione hanno creato un immaginario che non lascia molte alternative, come del resto fece anche Boncompagni quando si inventò le ragazze poco più che bambine di Non è la Rai. Fautori di un modello televisivo Lolita oggetto sessuale per un pubblico incapace di percepirne le conseguenze. Conseguenze che si annidano e alimentano un immaginario che, anziché essere eradicato si afferma come fonte di riscatto. L’emancipazione fatta di lustrini e paillettes diventa monodirezionale, con la conseguenza che Belen, se diviene per la madre il modello auspicabile per la figlia, per la bambina non è altro che un immagine irreale su di un poster pubblicitario, al punto da domandarsi: “Ma Belen è viva?”.
Chiedere a una bambina di 9 anni di essere più sexy davanti all’obiettivo fa venire i brividi, perché è come se si stesse cancellando la sua infanzia, il suo diritto di essere semplicemente una bambina di 9 anni, senza doverne dimostrare di più, senza occuparsi di essere come qualcun’altra. Tagliando a fette il tempo, quasi si volesse fuggire da un presente fatto di difficoltà e sacrifici e da un futuro altrettanto oneroso. E succede così che si investa in una cerimonia, come confermato dalle parole della padrona del negozio di abiti per comunione: “Abbiamo notato che i clienti sono focalizzati più sulla comunione che sul matrimonio, forse perché non c’è l’aspettativa di un futuro, preferiscono fare adesso tutto. (…) Le mamme cercano questo (ndr abito) come da grande, così le vogliono da bambine.”
Come succede ai concorsi per baby miss, molto diffusi negli USA, si assiste anche in Italia ad un’adultizzazione precoce e indotta, utilissima ad una industria della moda, della pubblicità, dello spettacolo che richiede come merce di scambio lo scempio delle vite di queste bambine. Così facendo si plasma e si replica all’infinito una cultura capace di costringere bambine e donne in gabbie utili a segregarle socialmente e culturalmente per accrescerne conseguentemente le differenze di opportunità. Le responsabilità sono di tutti coloro che a queste madri e a queste figlie non offrono alternative di vita, di pensiero, di emancipazione, ossia quel gancio in mezzo al cielo che gli consentirebbe di cambiare orizzonti e prospettive di vita. Forse in qualche caso la madre cerca il proprio riscatto sociale attraverso la figlia, quasi a volersi concedere un’altra, seppur tardiva, opportunità. Forse nemmeno si rende conto che sua figlia è ancora una bambina, solo travestita e ricostruita da adulta.
È, però, onere dei media, della scuola, della comunità d’appartenenza, di chi giudica senza capire, senza comprendere che c’è un problema e un vuoto più vasti. Se in tutta la tua vita ti viene detto che è solo attraverso la bellezza, il tuo corpo, l’ingresso nel mondo dello spettacolo, che puoi costruirti un futuro, non vedrai alternative. Non potrai immaginare altre strade, non potrai essere diversa da questo programma e da questo destino.
La vicenda descritta nasce a Napoli ma non ha confini territoriali, potrebbe spaziare ovunque se solo allargassimo lo sguardo ad ogni luogo caratterizzato da alcuna emancipazione mentale, zero aspirazioni, nessuna via d’uscita se non quelle legate agli stereotipi e ruoli femminili. Soprattutto laddove lo studio e la scuola non vengano percepiti come occasione di riscatto e di opportunità su cui investire.
Il servizio televisivo La sposa bambina dovrebbe richiamare tutti noi alla responsabilità di permettere a tutti le stesse opportunità, in modo che si possa partire più o meno tutti dallo stesso punto e che vengano rimossi concretamente tutti gli ostacoli ad una crescita e a uno sviluppo paritario e non discriminatorio. Un obbligo che per la televisione pubblica dovrebbe costituire l’essenza della sua mission, non fosse altro che per offrire gli strumenti per tentare di comprendere le ragioni di questi fenomeni, nonché le correlate responsabilità private o pubbliche che siano.
La tv è responsabile della costruzione, della veicolazione e della sopravvivenza di certi immaginari, come anche delle false aspettative e visioni distorte che ad essi conseguono. Nel tempo ha prodotto e consolidato modelli idonei ad ingabbiare le persone e non si è preoccupata di fornire stimoli alternativi, limitandosi così ad assecondare la cultura vigente. Con il tempo l’intrattenimento, non sempre di qualità, ha preso il sopravvento e anche la Rai si è adeguata. Non ha mai mostrato qualcosa di diverso, storie di riscatto diverse, salvo sporadicamente. Non ci crede e non investe sino in fondo, a volte perde finanche l’attenzione a specifici contenuti quali quelli delle infinite declinazioni dell’essere donna, delle infinite sue possibilità, dei diritti acquisiti da difendere e quelli per cui si deve lottare.
La tv in questo caso si è deresponsabilizzata, producendo e mandando in onda questa storia senza supportarla con un approfondimento adeguato, di fatto addossando la responsabilità solo sulle donne, sulle mamme, che invece sono le vittime di un sistema che non concede alternative di emancipazione e di miglioramento.
Troppo semplice narrare di un ascensore sociale bloccato, facendone ricadere la colpa sulla chi è vi è rimasto rinchiuso e non su chi deve garantire il funzionamento dell’intero sistema sociale, affinché sia assicurata a tutti una prospettiva di vita dignitosa ed il più possibile egualitaria e paritaria.
Questo servizio non rispetta le persone, le donne, i bambini, con i loro rispettivi vissuti. Li proietta e li getta in pasto ai telespettatori. Una tv che fa servizio pubblico non può superficialmente mandare in onda qualcosa senza pensare alle inevitabili conseguenze, strumentalizzando le vite altrui per fare audience. La tv del tiro al bersaglio, della gogna, del circo, del tutto va bene pur di alzare lo share non può legare con la mission del servizio pubblico degno di tal nome.
Il gruppo Chi Colpisce Una Donna, Colpisce Tutte Noi
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Una parvenza di attenzione alla conciliazione

@Anna Parini

 

La parità di genere in Italia è un rapporto 40-60 dei capilista e l’alternanza di genere nel listino e nei collegi. La parità è un belletto da usare una tantum per dare la parvenza di una società che aspira e lavora per l’eguaglianza degli individui.

La parità è diventata la parola “mamma” incastrata a forza in un discorso politico e una fantastica cascata di bonus. La parità è richiamare le donne solo sotto elezioni. La parità costruita dal linguaggio e dal racconto politico è tutto il fumo che siamo state costrette a respirare sinora. Alcune ancora fanno fatica a capire che dovremmo essere passate da un pezzo dalle quote rosa da riserva alla democrazia paritaria. Tutto il fumo che ci sottrae diritti e ci porta indietro. Basta vedere quanto male siano ridotti i servizi consultoriali pubblici. Che poi c’è chi sostiene che alla fin fine non possiamo farci niente e che le alternative ci sono. Ma davvero ci siamo arrese a questa deriva che non vede nessun desiderio di opposizione?

Ecco, mi piacerebbe sapere cosa sarebbe successo alla donna licenziata al rientro dalla maternità a Grassobbio alla Reggiani Macchine se non ci fosse stata la pronta reazione e solidarietà dei suoi colleghi. Ve lo dico io: non ci sarebbe stata la promessa dell’azienda di procedere a un ricollocamento e tutto sarebbe passato sotto silenzio. Nessuno se ne sarebbe occupato, come accade nella stragrande maggioranza dei casi di discriminazioni di genere.

Torno a parlare sui temi del lavoro dopo aver pubblicato questo pezzo.

Il 2 giugno sull’inserto milanese del Corriere ho letto un articolo su quanto possa diventare ostile il luogo di lavoro al rientro della maternità. Ce ne parla Marzia Pulvirenti, responsabile del Centro donna della CGIL a Milano, che avevamo incontrato lo scorso novembre per parlare di molestie sul luogo di lavoro. Un clima insopportabile al rientro in ufficio, mansioni svuotate o modificate fino all’assurdo, incarichi fittizi, tempi infiniti di assegnazione a nuovi progetti, scrivania e materiali di lavoro scomparsi, rimproveri, richiami, pesanti critiche, per alcune nemmeno un bentornata o congratulazioni per il bambino. Fino a toglierti premi di produttività (non è legale ma accade) e qualsiasi ipotesi di crescita professionale. Si viene tagliate fuori nonostante le competenze, l’esperienza, solo perché chiedi un paio d’anni senza trasferte fuori regione o internazionali. C’è chi per questo arriva a somatizzare queste pressioni, alcune iniziano a sperimentare attacchi di panico e crisi depressive. C’è chi ti risponde che basta organizzarsi e attrezzarsi per conciliare, occorre scegliere altrimenti sei fuori. E poi non tutti gli ambienti sono solidali, spesso i primi a coalizzarsi con il datore di lavoro sono proprio i colleghi, i primi a lamentarsi del fatto che tu non riesci più a rimanere in ufficio fino alle 10. Meglio tagliare una risorsa e formarne un’altra piuttosto che cercare di andare incontro alle esigenze della neomamma. Altro che valorizzazione del capitale umano.

Copyright Corriere della Sera

Pulvirenti racconta un’escalation di piccoli, grandi, pesanti accadimenti che rendono la vita delle lavoratrici un inferno: 230 casi riconosciuti negli ultimi due anni. Ma sono molte di più coloro che si rivolgono al Centro solo per informazioni su diritti, tutele, in via preventiva. Raccogliere i pezzi di una serie di episodi, a volte quotidiani, è doloroso e non è semplice. Non sempre è sufficiente l’approccio “amichevole” di una interlocuzione tra sindacato e datore di lavoro. Non sempre basta una diffida formale, non sempre si ha la forza di arrivare alle vie legali. Molto prima, prima che si arrivi al Centro donna o ci si rivolga a una consigliera di parità ci sono giorni, mesi in cui la resistenza delle donne che vivono il mobbing e trattamenti discriminatori viene messa a dura prova. La resistenza porta a scegliere la via più rapida per tagliare la fonte dei problemi, ciò che all’improvviso ti fa crollare certezze, autostima, variabili, prospettive. Ci ripetono che una donna su tre lascia il lavoro entro un anno dalla nascita del primo figlio, spesso spontaneamente, portandosi dentro quello che ha trovato al rientro e che l’ha portata a questa scelta indotta. A Milano in due anni ne hanno contati 118 di casi di questo tipo. Come vedete, una legge contro le dimissioni in bianco non è in grado di fare da barriera a forme di abbandono del lavoro che di volontario hanno ben poco.

In qualche caso, quando si procede in via giudiziale, si ha il ripristino della situazione lavorativa, con il giudice che procede a prescrivere un risarcimento del danno professionale, prevedendo una percentuale di retribuzione per ogni mese del demansionamento (dal 10% al 40%). Poi occorre valutare danni alla salute e morali. Ma quante donne hanno la forza di arrivare sino in fondo, intraprendere un iter lungo che non è detto che si concluda in modo favorevole? Su questo contano i datori di lavoro, che la donna si dimetta in via spontanea e si arrenda di fronte ai tempi di un ricorso legale. Oltre al fatto che se si ha un contratto atipico, la situazione e le tutele diventano precarie.

Esistono resistenze culturali, che producono formule organizzative aziendali che non sempre sono in grado di accogliere adeguatamente i cambiamenti non solo post maternità, ma in ogni occasione in cui un uomo o una donna si trovano a dover rimodulare la propria vita privata e lavorativa. Perché di mobbing soffrono anche gli uomini. Certo a causa di visioni stereotipate dei ruoli di genere, le donne sperimentano una condizione di precarietà maggiore rispetto agli uomini e di una maggiore esposizione alle discriminazioni lavorative. Le donne vengono ostacolate e frenate nei loro progetti e scelte.

Lo stato pensa bene di ritirarsi pian piano dalla “cura” di questioni cruciali, dando spazio da un paio d’anni alla formula del welfare aziendale: interventi di carattere sociale in forma di trasferimenti monetari o servizi, alternativi alla retribuzione aziendale classica, proposti dalle imprese e liberamente scelte dalle persone in alternativa (asili nido/scuola dell’infanzia, polizze sanitarie e previdenziali, ore di permesso per assistere i genitori, telelavoro o lavoro agile). L’obiettivo dichiarato è migliorare il clima aziendale e fidelizzare le persone. Rispetto a quanto raccontato sinora a proposito della situazione milanese, con un sommerso che non riusciamo a vedere e a quantificare sia in termini di lavoro che di discriminazioni, non sentite la stonatura?

Un neopaternalismo industriale che segna la progressiva resa dello stato in materia di welfare. Ce la vendono come responsabilità sociale delle imprese, che ci guadagnano in termini di sconti fiscali, ma sappiamo come da un lato ci siano queste belle facciate e poi si continui a mobbizzare le persone. Un modo per dirti di non chiedere di più, di non pretendere rinnovi contrattuali perché mamma impresa già ti garantisce tanto.

Intanto ci sono evidenti problemi. Emmanuele Pavolini, Università di Macerata, intervenendo l’anno scorso (luglio 2016) in un convegno alla Camera li evidenziava:

– Rischio di scarico di responsabilità su impresa: Welfare aziendale inteso in alcuni casi come sostitutivo di quello pubblico.

– Rischi di dualizzazione: quali profili di lavoratori hanno accesso al welfare aziendale e quali no.

– Il welfare interaziendale e territoriale: il Welfare aziendale va adattato alle esigenze sia di imprese di grandi dimensioni come delle PMI e collocato all’interno di un’ottica di rete pubblicoprivata.

– Bisogni di conciliazione non troppo coperti per ora (neanche) dal Welfare aziendale: non autosufficienza.

Pavolini indicava anche cinque punti su cui intervenire:

1. Dal welfare aziendale al welfare interaziendale per le PMI e per le filiere che vedono assieme grandi imprese e PMI: rafforzare e sostenere ruolo Enti Bilaterali.

2. Sostenere l’azione di soggetti in grado di facilitare la costruzione di reti fra imprese e altri attori nel territorio – progetti che finanzino e sostengano «reti territoriali per la conciliazione» (Lombardia). Ma come funzionano e come vengono monitorate (ndr)?

3. Sostegno delle spese per l’accesso a servizi socio-educativi (voucher) e/o creazione diretta di servizi aziendali (asili nido) aperti al territorio: sostenere l’accesso ai servizi è lo strumento migliore per ridurre i processi di «dualizzazione» dati i costi dei servizi per la prima infanzia relativamente alti e le liste di attesa lunghe.

4. Semplificazione della normativa di incentivazione fiscale al welfare aziendale e supporto alla contrattazione decentrata (L. Stabilità).

5. ATTENZIONE: OCCORRONO INVESTIMENTI FINANZIARI NELLA RETE PUBBLICA DI SERVIZI ALLA PRIMA INFANZIA (PER AUMENTARE POSTI E ABBASSARE RETTE) ALTRIMENTI TUTTO IL RESTO REGGE SOLO PER ALCUNI PROFILI DI LAVORATORI E LAVORATRICI!

Quale personalizzazione del servizio ci può essere, quando vengono meno gli intermediari sindacali e il rapporto datore di lavoro-dipendente diventa one to one? Volete farci credere che improvvisamente questo rapporto si è autoequilibrato e si è instaurata una pax aziendale che tutto tutela e tutto risolve? Macché riconoscimento culturale e concreto dei lavori di cura attraverso il welfare aziendale, quando nemmeno ti riconoscono un part-time temporaneo. L’unica libera scelta che possiamo fare è non credere a queste nuove sirene che ci stanno costruendo e tornare a lottare seriamente. Con un nuovo progetto sul lavoro. La CGIL ci ha provato, ma non c’è alcun ascolto, si è deciso di poter fare a meno dei corpi intermedi. Le donne sono state l’imprevisto della storia, qualcosa l’abbiamo modificata, ma evidentemente non in modo permanente e profondo, perché i diritti occorre difenderli non solo acquisirli. Dobbiamo tornare a spiegare che l’orizzonte è la genitorialità e permettere di viverla non come un malanno, un impedimento, un macigno. Così come dovrebbe essere di fronte a ogni criticità e cambiamento. Non augurateci buona fortuna come se dovessimo prepararci a un destino ineluttabile che ci porta fuori dal mondo del lavoro. Siamo indignate di essere inserite nel discorso politico come mamme, siamo donne, questo ci aiuterebbe a cambiare la cultura politica e aziendale. Non ce la facciamo più a sentirci ripetere “trovati un lavoro”, ci avete sottratto il futuro con la vostra ottusa visione semplicistica, che ci ha sottratto diritti e non ci assicura servizi. Iniziamo a tagliare voucher baby sitter e i mitici bonus, creiamo più servizi pubblici. Lo abbiamo visto che questi sistemi non portano risultati in termini di natalità (ossessione governativa): siamo fermi perché evidentemente sono altri i fattori in gioco e che servirebbero. Pretendere che nonostante le nostre precarietà si sfornino figli per la patria si qualifica da sé. Iniziamo a rendere accessibili a tutti interventi friendly come part-time reversibili, turni agevolati, “smart working”. Iniziamo ad assicurare parità retributiva. Forse se partiamo da politiche che guardano al benessere e alla qualità di vita della donna a 360° e non solo nella loro funzione riproduttiva, avremo fatto un passaggio culturale e di civiltà fondamentale.

Che fine hanno fatto poi i 100 milioni per nuovi asili nido stanziati dalla legge di stabilità 2014 e mai spesi dalle Regioni (come risultava da un’audizione dell’ottobre 2016)? Quelle risorse sono rimaste alle Regioni, senza integrare i bilanci dei comuni per l’erogazione del servizio? Questi gli ultimi aggiornamenti che riguardano i nidi. Adesso si parla di un fondo nazionale. Vedremo come andrà questo ennesimo capitolo.

In compenso è arrivato il bonus asili nido e quello da 1.500 euro per baby sitter, tate e badanti a Milano. Non ci sono abbastanza posti, le rate e le quote di iscrizione sono spesso alte, le scuole estive diventano inaccessibili a causa dei rincari ma chi riesce a intervenire su questi aspetti? Ho l’impressione che si punti ad alimentare più il business della cura che altro.

Dobbiamo evitare il faidate, spingere per una visione e per politiche strutturali e sistemiche, ridurre la forbice nord-sud. Se l’obiettivo è rendere questo Paese a misura di donna, dobbiamo avere una visione, di Paese, di investimenti, di equilibri, di modernità e di parità coerenti e che sostengano questo progetto. Occorre il coraggio di percepire la necessità di politiche che daranno i loro frutti solo nel medio-lungo periodo, in un interesse che non guarda solo l’oggi e non guarda solo al proprio.

Rafforzare le modalità di accesso delle donne a posti di lavoro dignitosi e di qualità è un impegno rinnovato all’ultimo G7 di Taormina. Qualità e dignità sono caratteristiche del lavoro che quando si tratta di varare politiche in Italia stranamente perdono forza e valore. Stranamente.

In sintesi, per quel che concerne il tema lavoro:

Ci si è posti l’obiettivo di ridurre il divario tra i tassi di partecipazione alla forza lavoro di uomini e donne del 25% entro il 2025, attraverso la promozione della partecipazione femminile, migliorandone qualità ed equità in ottica di genere. Condizione essenziale è riconoscere l’impatto negativo del gap di partecipazione, retributivo e pensionistico. Altresì occorre riconoscere e dare valore al lavoro domestico e di cura non retribuiti quali contributi fondamentali all’economia.

Una stima/valutazione può essere svolta in modo omogeneo dagli istituti statistici nazionali, europei e internazionali, partendo da quanto già disponibile (OCSE, i dati della 19ma International Conference on Labor Statisticians (ICLS) Resolution on Work Statistics, il lavoro dell’ILO (labor force survey (LFS). Unire i dati serve a monitorare progressi e a ricalibrare le misure, in modo che i compiti non pesino solo sulle donne. Investire in infrastrutture sociali per sostenere ogni tipo di compito di cura, un mix interconnesso di strutture, luoghi, spazi, programmi, progetti, servizi e reti che servono a migliorare gli standard e la qualità della vita in una comunità. A questi vanno aggiunti strutture e servizi per la salute, strutture didattiche, aree ricreative, nonché programmi per incrementare lo sviluppo dello sviluppo comunitario e culturale.

Inserire un’ottica di equità di genere serve in ogni fase del processo di decisione politica e di definizione delle priorità nella definizione delle infrastrutture: concepire, pianificare, approvare, eseguire, monitorare, analizzare e controllare il budget.

Prevedere la dimensione di genere consente di ottimizzare l’impatto e / o aumentare la quantità di risorse disponibili dedicate. L’obiettivo è creare un sistema di servizi, infrastrutture e servizi sociali, anche in partenariato pubblico-privato, realmente accessibili a tutti.

 

Sul lavoro di cura:

http://www.ingenere.it/articoli/sguardi-globali-lavoro-domestico-venezia

http://www.ingenere.it/dossier/come-cambia-lavoro-di-cura

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I destini e i diritti interconnessi di bambini, adolescenti e donne

@WeWorld

Penso che sia fondamentale fare una premessa per parlare di “rischio esclusione”, cuore del lavoro presentato da WeWorld nel suo Indice annuale. Allarghiamo lo sguardo e cerchiamo di analizzare questo tema così come giustamente evidenzia il report di WeWorld:

“Una lettura superficiale delle due Convenzioni ONU che concernono le bambine/i, gli adolescenti e le donne – la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza (CRC, 1989) e la Convenzione sull’Eliminazione di tutte le Forme di Discriminazione contro le Donne (CEDAW, 1979) – potrebbe condurre a vederle come distinte e inconciliabili. Le due Convenzioni sono invece complementari e interdipendenti: proteggere i diritti delle donne è importante in sé, ma lo è anche per bambine/i e garantire i diritti della popolazione under 18, specialmente delle bambine, è il primo passo per promuovere le pari opportunità tra uomini e donne (Unfpa e Unicef, 2010). Donne, bambine/i e adolescenti hanno maggiori probabilità di cadere in povertà rispetto agli uomini (One, 2015). Tra gli esseri umani, infatti, le donne e i bambini – e tra questi ultimi in misura maggiore le bambine – sono più a rischio di povertà e di violazioni dei diritti umani (Oakley, 1994). È per questo che ai bambini e alle donne sono riservati due specifici trattati per difenderne i diritti fondamentali. Se due specifici trattati erano dunque necessari, ciò ha però fatto sì che originariamente e fino a qualche anno fa dei diritti dei bambini e delle bambine, da un lato, e di quelli delle donne, dall’altro, si parlasse separatamente, come se il rispetto o la violazione dei diritti degli uni non avesse niente a che fare con il rispetto o la violazione dei diritti delle altre, e viceversa. Più recentemente i diritti delle donne e dei bambini e i due relativi trattati (la CRC e la CEDAW) sono invece stati letti e analizzati in stretta relazione. Ciò non significa negare le specificità dei due gruppi e di alcuni diritti loro propri, ma ammettere come il rispetto dei diritti dei bambini/e abbia ricadute positive sul rispetto dei diritti delle donne e viceversa. Si è quindi cominciato a parlare di complementarietà tra la CRC e la CEDAW, ma ancora più efficacemente di sequenzialità (Price Cohen, 1997). Perché le donne esercitino pienamente i loro diritti, in quanto donne, occorre infatti che le bambine che sono state abbiano imparato quali sono i loro diritti in quanto bambine, e a tutelarli e rivendicarli (Bosisio, Leonini, Ronfani 2003). Quindi, anche se emanata successivamente, la CRC va intesa, come afferma Cynthia Price Cohen, precorritrice della CEDAW, nel senso di imprescindibile punto di partenza per ribadire il riconoscimento dei diritti delle donne e contemporaneamente per considerare i diritti delle bambine come “parte di una più ampia definizione dei diritti delle donne” medesime (Price Cohen, 1997: 74).”

Per giungere a una analisi completa della condizione di bambine e donne occorre spingersi oltre le dimensioni consuete di indagine (educazione, salute, benessere materiale) per esplorare fattori nuovi: pari opportunità, partecipazione sociale, accesso all’informazione, ambiente e abitazione, protezione personale, i conflitti, accesso al lavoro, creazione di capitale umano ed economico, sfruttamento del lavoro minorile e la violenza contro le donne.

Il WeWorld Index 2017 rileva che i Paesi in cui bambini, adolescenti e donne soffrono di esclusione insufficiente, grave o gravissima sono 102 sui 170 analizzati dallo studio. Senza un intervento repentino le disuguaglianze di genere sono destinate a crescere in maniera esponenziale (il loro numero è aumentato di 22 milioni tra il 2016 e il 2017).

L’Italia fotografata risulta il Paese meno inclusivo dell’UE, ci collochiamo al 21° posto, raggiungiamo la sufficienza. L’Italia dovrebbe fare uno sforzo quasi doppio rispetto alla Norvegia (al primo posto) per conseguire i risultati del paese ideale.

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