Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Un mondo illusorio in cui tutto sembrava risolto (o quasi)


Sulla questione del numero di donne che ogni anno lascia “volontariamente” il lavoro dopo la maternità (dato che purtroppo non fotografa il sommerso di chi un contratto non ce l’ha) ho scritto molte volte sul mio blog. In quest’anno strano faccio fatica a scrivere. Ma avrei due pensieri. Questo report in materia di provvedimenti di convalida delle dimissioni e risoluzioni consensuali di lavoratrici madri e lavoratori padri (Relazione annuale sulle convalide delle dimissioni e risoluzioni consensuali delle lavoratrici madri e dei lavoratori padri) fotografa le dimissioni annuali, ma sarebbe utile indagare sul dopo, su quando e se queste donne sono riuscite a rientrare nel mondo del lavoro e a quali condizioni, con quali equilibri e modalità. Infine, a distanza di anni da quel modulo a fini statistici che anche io ho dovuto compilare davanti a un’impiegata che se fosse stata un robot sarebbe stata più empatica, nessuno mi ha mai chiesto come me la passassi, se avessi bisogno di un supporto per rientrare, se col tempo ero riuscita a risolvere i miei problemi e avevo trovato un equilibrio. Nessun ente, persona mi ha mai aiutata a non sprecare ciò che avevo appreso in anni di studio e in 10 anni di lavoro. La cosa che fa più danni è la solitudine di queste storie. La cosa che fa più male a distanza di tempo è sentirsi ancora dire “arrangiati”, “sii flessibile”, sei tu che non ci riesci e sei troppo debole”. E tutto il mare di donne che hanno in questi giorni avversato lo smart working fanno ancor più un effetto macigno. Perché se me lo avessero concesso, io non sarei stata costretta a dimettermi. Meditate. Non è mai soltanto una questione privata e ed esclusivamente personale. Riguarda una società che fatica ad occuparsi di fenomeni evidenti, preoccupanti, ad alto tasso discriminatorio. Una inesorabile emorragia, in crescita nel 2019, per la maggior parte di carattere femminile: 37.611 (circa il 73% del totale), (nel 2018 erano state 35.963).

“Fra le motivazioni delle dimissioni/risoluzioni consensuali addotte da lavoratrici e lavoratori (in sede di colloquio con il personale addetto al rilascio del provvedimento di convalida, volto a accertare la genuinità del consenso) la più ricorrente è rimasta la difficoltà di conciliare l’occupazione lavorativa con le esigenze di cura della prole, registrata in 20.730 casi (20.212 nel 2018), in percentuale pari a circa il 35% del totale, sostanzialmente in linea con quella dell’anno precedente (36%).

Tale motivazione si è sostanziata, in particolare, in:

− assenza di parenti di supporto in 15.505 casi (15.385 nel 2018), pari a circa il 27% del totale, percentuale coincidente con quella dell’anno precedente;

− elevata incidenza dei costi di assistenza al neonato (es. asilo nido o baby sitter) in 4.260 casi (3.907 nel 2018) pari a circa il 7% del totale, dato corrispondente a quello del 2018;

− mancato accoglimento al nido in 965 casi (920 nel 2018), pari a circa il 2% del totale, percentuale identica a quella rilevata nel 2018.”

Pesano anche fattori concernenti l’organizzazione e le condizioni di lavoro, particolarmente gravose o difficilmente compatibili con la cura dei figli.

Accogliere sorprese anno dopo anno certi dati è indice di quanto poco presenti a noi stesse siano certe esperienze, di quanto possano prima o poi riguardarci da vicino. E se le nuove generazioni di donne percepiscono questo disastro come casi marginali, isolati, rari, inciampi di persone poco adatte al mercato del lavoro, se pensano che oramai la loro vita lavorativa non incorrerà mai in simili sventure, in tali muraglie non aggirabili, allora abbiamo sbagliato qualcosa nella trasmissione intergenerazionale di quanto ancora enormi siano divari, discriminazioni sulla base del genere. Abbiamo sbagliato anche a non renderlo parte centrale delle nostre battaglie di donne e di femministe. Di quanto la “cura” sia tutto sommato tuttora a carico delle donne, con gli uomini che partecipano ma fino a un certo punto, mai fino ad intaccare il loro cammino di vita e di lavoro, le loro passioni o hobby. Quello resta territorio sacro, mai sacrificabile. Dare una mano significa già dare per scontato che in ogni caso resterà in carico alle donne. Il limite di tutto questo è che anziché dare impulso a una compatta e solidale battaglia per interrompere questa china negativa, restiamo ognuna, ciascuna concentrata sul proprio caso, alla ricerca di una toppa che possa risolvere la situazione personale. Il fatto che tutto o quasi tutto cambi in funzione degli aiuti familiari a disposizione, dimostra come ci sia un gap di welfare pubblico e di come anche questo non sia tutto. Perché ci vuole comunque un nuovo disegno dei tempi di vita e di lavoro. Ci vuole un nuovo equilibrio e patto collettivo, affinché non ci siano più scelte obbligate, che mangiano desideri, progetti, energie. La vita non può passare rinviando tutto in funzione di un mercato del lavoro tanto fragile, incapace e sordo ai cambiamenti. Le nostre energie dissipate spesso in lotte intestine, a chi si intesta le battaglie per poi non cambiare niente, se non per ritagliarsi spazietti di microinteressi personali. Le nostre energie a spiegare che non abbiamo raggiunto proprio nemmeno un decimo degli obiettivi accolte dai ragazzini e dalle ragazzine come qualcosa di anacronistico e antico. Accorgersene quando si è già dentro il problema è già troppo tardi. E basta a ripeterci che il lavoro c’è, anche tra noi donne, quando sappiamo che ad ogni nuova crisi siamo sempre noi le prime a pagarne gli effetti negativi e a retrocedere ulteriormente. Nei dialoghi a scuola si oscilla tra la negazione e una rimozione, salvo poi riuscire a verificare anche nel proprio micro ambiente familiare quanto la questione discriminazione e la miriade di scelte obbligate siano molto presenti. Questa presenza si sedimenta e anziché sfociare in una ribellione, assistiamo a una rassegnazione alquanto diffusa, una rimozione che non fa altro che conservare quel sistema padronale, paternalistico e patriarcale del “tornate a lavurà e zitte”. Prendere o lasciare anche a scapito di tutto il resto, ciechi e disposti a rinunciare via via a sempre maggiori diritti pur di portare a casa qualcosa. Altro che lotta di classe. Qui siamo alla narcolessia della lotta, quando arriviamo a sentire la mancanza dell’occhio del padrone.. quando difendiamo indifendibili uscite politiche e istituzionali per ordini di scuderia. Per non arrolvellarci troppo su alternative che magari potrebbero solo farci bene e portarci nuovi modelli. Nemmeno il Covid ha spalancato le porte all’urgenza di ripensare e ribaltare tutto. Ci sono meccanismi che devono essere rivisti. Non soluzioni tampone o reti di protezione fai da te, ma un ripensamento di tutta la costruzione delle nostre esistenze, del sistema pubblico di sostegno alla genitorialità. Non è solo nelle mani del buon padre imprenditore il futuro, perché che sia piccola, media o grande impresa, è tutto nella cultura di chi organizza il lavoro e di come lo concepisce in chiave di produttività. Se ci si occupasse di benessere e di soddisfazione del dipendente, non credo che si troverebbe una situazione rosea e la bassa produttività avrebbe alcune chiare spiegazioni. Di fronte a tanti bivi, difficoltà, progetti di vita rinviati, lavoro mangia tempi di vita, nessun potere contrattuale, non ci si può aspettare risultati positivi e prospettive positive.

Quindi meno sguardi di sorpresa e più tentativi di comprendere i fenomeni e monitorarli nel tempo, ascoltando e accompagnando chi in questi report è solo un numero statistico ma ha diritto a non essere perso per strada. Così ci siamo persi anni di opportunità di intervenire. Non rinviamo di un altro anno.

I richiami internazionali intanto non cessano: il Comitato europeo dei diritti sociali (Ceds) del Consiglio d’Europa si è espresso sul reclamo presentato dall’ong “University Women of Europe” che contestava a 15 dei 47 Stati membri dell’organizzazione paneuropea di non rispettare il diritto delle donne alla parità di retribuzione e alle pari opportunità professionali: “l’Italia ha violato i diritti delle donne perché ha fatto insufficienti progressi misurabili nel promuovere uguali opportunità per quanto concerne una pari retribuzione”. Solo la punta dell’iceberg, in cui se sei sola, senza welfare pubblico o familiare, senza patrimonio pecuniario o una dote di relazioni tali da poterti ricollocare facilmente, sei automaticamente espulsa dal mercato del lavoro. Non importa l’esperienza, le doti, i sacrifici che hai fatto o sei disposta a fare. Non crediamo mai alle donne che ci dicono che basta volerlo.

Cercasi opportunità, questo spesso manca in un Paese in cui devi avere le spalle coperte per non essere marginalizzato.

Contano sulla nostra stanchezza, sulla nostra solitudine, sul fatto che non rovineremo mai la festa a un sistema che è tuttora tanto diseguale e discriminatorio, imperniato di metodi annientanti e ricattatori.

Anche l’ultimo rapporto Istat ci restituisce un quadro in cui le disparità, i carichi di cura e di lavoro domestico sono assai sbilanciati. Il Covid ha solo creato una frattura più ampia e visibile, a cui non si può risolvere a suon di bonus, voucher, servizi per l’infanzia ed educativi, perché lo abbiamo più volte sottolineato, le leve devono essere altre, in una rivoluzione dei tempi, dei compiti, dei modelli organizzativi in azienda, di cambio di mentalità, di una genitorialità diversa, perché sinora tutto si è retto sul sacrificio di qualcuno, in primis donna e a seguire nonni (forma di welfare tipicamente italico). Prendersi in carico politicamente la questione dell’occupazione femminile significa finalmente sedersi attorno a un tavolo e ascoltare le donne, soprattutto quelle che sono state costrette a uscire dal mercato del lavoro o ad accettarne le mille storture. Un piano non può che partire da esperienze reali, perché qualsiasi impatto di genere delle politiche non può solo avere un approccio meccanicistico, ma implica un’osservazione di come ci deve essere un mix di politiche che siano il più possibile a misura di ciascuna storia e situazione, che permettano una genitorialità agita e consapevole, senza che si dia come mera soluzione quella di delegare in toto ad altri soggetti o servizi. La politica deve pensare che la normalità non devono essere le acrobazie, ma un ritmo e un modello di vita più umano e volto al benessere di tutti i soggetti. Soprattutto, dopo aver sciorinato dati e statistiche, occorre che si metta mano alla realtà e si cerchi di osservare la realtà da vicino, senza che le persone restino numeri che se la devono poi cavare da sé, dopo la costernazione di rito. Siamo un po’ saturi di dover assistere periodicamente alle lacrime di coccodrillo di chi promette sempre soluzioni a breve, tanto poi nulla cambia. Intanto, molte risorse in questo paese ammuffiscono e si spiana la strada a un sistema che premia solo chi è genuflesso, disposto a sacrificare diritti e qualità della vita, una neoschiavitù che conta su tanto lavoro sommerso e invisibile. La partecipazione delle donne è un diritto costituzionale, a cui non abbiamo mai dato molto peso. A chi stiamo delegando la rappresentanza delle donne? Con quanta compattezza e collaborazione reciproca stiamo agendo? Perché in tanti anni abbiamo permesso le emorragie di donne dalla vita attiva, tollerando che situazioni positive fossero appannaggio di poche e che soltanto per alcune ci fosse qualche vantaggio? A me viene in mente solo una cosa, un sistema patriarcale e conservatore che ha mantenuto in piedi questo meccanismo illusorio, su cui di generazione in generazione ci siamo adagiate, non comprendendo bene l’operazione in atto. A molte donne è sembrato sufficiente ed equo così, in una bolla in cui alla fin fine ci si doveva salvare da sé e per sé. Il Covid ha fatto scoppiare molte di quelle bolle ed ora siamo di fronte a un disastro che si è fatto finta di non vedere per decenni. Abbiamo rinunciato a tanto, ora cerchiamo di prendere coscienza dei costi che abbiamo pagato pensando che tutto sommato non c’erano alternative e che il modello fosse il migliore possibile. Quel modello ci ha rubato tanto, ci ha sottratto tempo, energie, entusiasmo e pezzi di vita importantissimi. Fa tristezza doverci dividere sempre su altri fronti, senza prendere in mano la realtà e accorgerci di come sia sdrucciolevole la vita da equilibriste. Focalizziamoci su aspetti e su lotte che possono vederci insieme e non permettiamo a niente e a nessuno di fermarci o di dirottarci su binari che non ci portano da nessuna parte. Non lasciamo affondare nei numeri dei report le nostre esistenze, non accontentiamoci mai. Perché il rischio è che anche dopo il Covid ci lasceranno le briciole. E che nessuno si permetta di lamentarsi della continua decrescita della natalità, stando alle condizioni attuali di vita.

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L’ascesa della famiglia nucleare

ca. 1306-1290 B.C. --- Ancient Egyptian Fresco of Husband and Wife Plowing Fields --- Image by © The Art Archive/Corbis

ca. 1306-1290 B.C. — Ancient Egyptian Fresco of Husband and Wife Plowing Fields — Image by © The Art Archive/Corbis

 

Qui di seguito la mia traduzione di un secondo post di Simon Copland, sulla scia del precedente (che vi consiglio di leggere prima questo post), continua il viaggio attraverso la sessualità, la famiglia, i ruoli di genere, i rapporti economici e di potere. Riflessioni interessanti e che ci aiutano a sfatare qualche falso mito sulla nostra società e sui nostri rapporti sociali. Sappiamo quanto sia complicata la ricostruzione di sistemi sociali appartenenti alla preistoria, non ci sono fonti o documenti da cui attingere per supportare tale lavoro. Molti studi sulle società matriarcali per esempio si sono concentrati su comunità tuttora esistenti. Difficile però individuare quanto di originale e quanto di “influenzato” da una contemporaneità sempre più omologante sia presente in queste comunità. Tuttavia, studiosi di diverse discipline non hanno mai abbandonato questo sforzo, per comprendere le nostre radici ancestrali, come siamo giunti sin qui, nel bene e nel male. Soprattutto, l’analisi di Copland tocca da vicino il ruolo della donna, il cui destino è strettamente connesso alla nascita della proprietà privata e di modelli di società fondati su classi diverse. Buona lettura e grazie Simon!

 

In questo post (vedi qui) mi ero soffermato sulla nostra visione dominante della storia moderna su sessualità e famiglia. Questo modello ci insegna che la monogamia e il patriarcato siano parte della nostra natura. Ci dicono che sono vecchi come la società stessa. Tuttavia, come ho mostrato, molti antropologi e biologi sostengono prove che dimostrano che le cose stanno diversamente. Infatti, in epoca preistorica, gran parte delle famiglie erano poligame e in un sacco di società le donne avevano un alto grado di autorità e controllo. Perciò, come siamo arrivati al punto in cui ci troviamo? Questo è l’argomento del post di questa settimana.

Le società poligame ed egualitarie preistoriche di cui abbiamo discusso sono state incrinate in primo luogo da una invenzione: l’agricoltura.
L’agricoltura probabilmente ha avuto l’impatto più significativo di qualsiasi altra invenzione della società umana. È cambiato radicalmente il modo in cui vivevamo. Le società di cacciatori-raccoglitori vivevano in gran parte o completamente di sussistenza. Diverse società hanno vissuto in modi diversi, ma la gente viveva principalmente in piccoli clan nomadi, raramente si stabilivano in un unico luogo per un tempo lungo. Costantemente in movimento, noi esseri umani non avevamo i mezzi, né il bisogno di accumulare risorse. Raccoglievamo bacche, radici e altri vegetali spontanei, oppure cacciavamo o pescavamo; lavoravamo solo poche ore al giorno, quanto bastava per raccogliere ciò che ci serviva per sopravvivere.

L’agricoltura ha cambiato tutto questo. Con il suo sviluppo, in particolare con i processi sempre più intensivi (con l’aratro e l’irrigazione), improvvisamente gli esseri umani sono stati in grado di estrarre significativamente più risorse. Abbiamo iniziato ad accumulare il surplus, o quello che oggi chiamiamo ricchezza. Come Sharon Smith afferma (QUI):

“Questo è stato un punto di svolta per la società umana, perché nel tempo, questo avrebbe portato alla sostituzione della produzione per uso con quella per lo scambio e infine per il profitto – che porta alla nascita delle prime società classiste circa 6.000 anni fa (le prime in Mesopotamia, seguite poche centinaia di anni dopo da Egitto, Iran, Valle dell’Indo e Cina)”.

A differenza dei piccoli clan nomadi, ci siamo stabiliti in città e nelle fattorie per accumulare ricchezza. Non abbiamo più vissuto di sussistenza, al contrario, abbiamo iniziato a commerciare le risorse che ci circondavano per sopravvivere. Abbiamo dovuto produrre sempre di più in modo da avere maggiori risorse da commerciare.

Gli impatti di tutto ciò sono stati ovviamente enormi, ma non necessariamente positivi. Lo scienziato Jared Diamond (QUI) ha definito questo cambiamento: “il peggiore errore nella storia della razza umana”. L’agricoltura ha portato con sé, egli sostiene: “”la disuguaglianza sociale e sessuale, la malattia e il dispotismo, che affliggono la nostra esistenza”. L’evidenza (QUI) suggerisce che l’agricoltura ha comportato una intensificazione del lavoro, che ha portato a una dieta meno varia. A sua volta la salute e la vita media delle comunità sono scese drammaticamente.

Anche l’egualitarismo del passato scompare (QUI). L’agricoltura ha portato ad una maggiore specializzazione del lavoro, la creazione di nuovi ruoli sociali. Questa divisione ha creato le prime gerarchie sociali – le classi proprietarie che gestivano le risorse e le classi lavoratrici che lavorano nelle aziende agricole (QUI). Grazie al potenziale guadagno economico individuale, alcune famiglie sono diventate più ricche di altre, creando le prime basi del nostro sistema di classe moderno.

Questi cambiamenti sociali si sono fatti sentire maggiormente all’interno della famiglia. Engels affermava che con lo sviluppo dell’agricoltura i compiti maschili si allontanarono dalla caccia per dedicarsi a quelli della cura della fattoria. Dal momento che gli uomini erano stati in gran parte responsabili dell’approvvigionamento di fonti di proteine nelle società di cacciatori-raccoglitori, ha fatto sì che continuassero a svolgere questo ruolo, occupandosi degli animali addomesticati della fattoria. Inoltre, essendo complicato per le donne occuparsi dei lavori agricoli pesanti e contemporaneamente dovendo curare la prole, questo tipo di lavori sono finiti nell’ambito esclusivamente maschile (QUI). Questo è un cambiamento molto importante. La fattoria, o più precisamente come sostiene Engels, il bestiame addomesticato, è stata la prima vera proprietà privata. Aziende agricole e animali addomesticati erano di proprietà di individui, piuttosto che appartenenti all’intera comunità.

Prendendo il controllo sull’agricoltura, di conseguenza, gli uomini hanno ottenuto anche il controllo della proprietà privata. Gli uomini hanno acquisito il controllo della maggior parte delle ricchezze in una società.
Questo impatto è stato aggravato dal fatto che l’agricoltura richiede una maggiore attenzione alla riproduzione. Nelle società di cacciatori-raccoglitori le comunità sono state mantenute piccole (QUI), con il solo obiettivo di rimpiazzare i membri esistenti della comunità. Infatti, Christopher Ryan e Cacilda Jethá, gli autori di “Il sesso all’alba” (QUI), sostengono che ci sono prove che le società di cacciatori-raccoglitori praticavano un elevato numero di infanticidi – uccidevano i bambini che venivano considerati in eccesso rispetto alle esigenze della comunità. Questo è stato del tutto capovolto. L’agricoltura richiedeva molto più lavoro della caccia e della raccolta, perciò anche maggiori risorse umane (QUI). Le famiglie avevano bisogno di figli per occuparsi della fattoria. Per questo notiamo un notevole incremento della popolazione dopo l’avvento dell’agricoltura (QUI). Mentre gli uomini giocavano un ruolo crescente nell’ambito della produzione, di conseguenza, il ruolo delle donne era destinato sempre più alla riproduzione. La riproduzione era diventata compito delle donne, per fornire lavoratori destinati ai campi.

E questo, come Engels sosteneva, ha una ricaduta sui rapporti di forza all’interno della famiglia. Con gli uomini che prendono il controllo della produzione delle risorse, nasce l’esigenza di avere qualcuno a cui passare queste risorse. Avevano bisogno di qualcuno che potesse ereditare le ricchezze che avevano costruito. Ma nelle famiglie poligame del passato, gli uomini non avevano un modo per poter fare questo – non sapevano chi erano i loro figli e a chi tramandare la loro ricchezza. Da questo deriva la nuova necessità di monogamia. Gli uomini ora pretendono la monogamia in cambio di cura (ad esempio fornendo le risorse a donne e bambini). In questo modo si garantivano la sicurezza che coloro a cui tramandavano le ricchezze fossero figli propri. Questo lentamente ha portato alla sconfitta della società matrilineare. Così come gli uomini hanno preso il controllo della produzione, hanno assunto il controllo della famiglia, da cui è derivata l’introduzione della discendenza patrilineare. Engels la descriveva così:

“Il rovesciamento del diritto matrilineare è stato la sconfitta storica mondiale del genere femminile. L’uomo ha assunto il comando anche in casa; la donna è stata degradata e ridotta in schiavitù; è diventata schiava del suo desiderio e un mero strumento per la produzione di bambini.. Inoltre, per assicurarsi la fedeltà della moglie e quindi la paternità dei suoi figli, lei finisce incondizionatamente sotto il controllo del marito; se dovesse decidere di ucciderla, sta semplicemente esercitando un suo diritto.”

Ciò che è rilevante è che la divisione sessuale del lavoro non cambia in modo significativo dalla società di cacciatori-raccoglitori a quella agricola. Gli uomini restano in gran parte “responsabili” del “mondo esterno”, mentre le donne continuano a prendersi cura della riproduzione e della famiglia. È con lo sviluppo delle società classiste che il potere si allontana significativamente dall’ambiente domestico, cambiando altresì la relativa influenza dei generi. Nel libro Toward an Anthropology of Women (QUI), Karen Sacks sostiene:

“La proprietà privata trasforma le relazioni tra gli uomini e le donne all’interno della famiglia, proprio perché erano cambiate radicalmente le relazioni politiche ed economiche nella società più ampia. Per Engels la nuova ricchezza consistente in animali addomesticati, significava che esisteva un surplus di merci disponibili per lo scambio tra le unità produttive. Con il tempo, la produzione degli uomini con specifica finalità di scambio crebbe, si espanse e ha messo in secondo piano la produzione per l’uso domestico. Poiché la produzione a fini di scambio ha eclissato quella per l’utilizzo immediato, la natura della famiglia è cambiata, così l’importanza del lavoro delle donne al suo interno, e di conseguenza, la posizione delle donne nella società.”

 

Questa è la storia. Monogamia e patriarcato non sono naturali, fanno parte di un particolare sviluppo economico – la crescita dell’agricoltura, la proprietà privata e di un sistema basato sulle classi.
Nel prossimo post analizzeremo meglio questi aspetti, scandagliando capitalismo e patriarcato moderni. Ci sono state molte critiche a Engels, di cui parleremo. Ma cercheremo anche le prove che supportano queste teorie, domandandoci come i ruoli di genere hanno resistito sino ai nostri giorni?

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Altro che i Flintstones

Photograph: Everett Collection/Rex Features

Photograph: Everett Collection/Rex Features

 

In un post di qualche tempo fa ero tornata indietro nel tempo, alla preistoria, cercando di comprenderne il modello di società e di relazioni, seguendo anche un recente studio pubblicato su Science. Come promesso, continuo il mio viaggio. Oggi vi propongo un articolo pubblicato a maggio su The Guardian, a firma di Simon Copland. La situazione è molto complessa e si evidenziano varie teorie e interpretazioni. Buona lettura 🙂

 

Nello studio condotto dagli scienziati della University College di Londra, si dimostrava che uomini e donne nelle prime comunità umane vivessero in una relativa eguaglianza. Lo studio sfata gran parte delle nostre convinzioni sulla storia umana. Mark Dyble, l’autore principale dello studio, ha dichiarato: “l’uguaglianza tra i sessi è uno degli importanti cambiamenti che distingue gli esseri umani. Non è stato mai messo a fuoco realmente in passato.”
Nonostante le dichiarazioni di Dyble, tuttavia, questo non è il primo studio che si avventura su questo terreno. In realtà fa parte di un ennesimo colpo sparato all’interno di un dibattito tra le comunità scientifiche e antropologiche lungo vari secoli. È un dibattito che pone alcune domande fondamentali: chi siamo, come siamo diventati la società che siamo oggi?
La nostra idea moderna delle società preistoriche, o quella che potremmo definire la “narrazione standard della preistoria”, assomiglia un po’ ai Flintstones. La narrazione racconta che siano sempre vissuti in famiglie nucleari. Gli uomini impegnati sempre nella caccia o in altri lavori, mentre le donne restavano a casa a badare ai figli e alla casa. La famiglia nucleare e il patriarcato sono vecchi come la società stessa.
La narrazione è multisfaccettata, ma ha forti radici nella scienza biologica, le cui tracce si possono far risalire alla teoria della selezione sessuale di Darwin. La premessa di Darwin era che a causa della loro necessità di trasportare e nutrire un bambino, le donne abbiano dovuto investire maggiori energie sulla prole rispetto agli uomini. Le donne quindi sarebbero molto più restie a partecipare all’attività sessuale, dando origine a conflitti tra i due sessi in tema di “agende sessuali”. Questo crea una situazione piuttosto imbarazzante. Con le donne che producono questa “ insolitamente impotente e dipendente prole”, hanno bisogno di un compagno che non solo abbia dei buoni geni, ma sia in grado di fornire beni e servizi (cioè riparo, carne e protezione) per la donna e il bambino. Tuttavia, gli uomini sono disposti a fornire alle donne tale sostegno solo avendo la certezza che quei bambini siano i loro – altrimenti starebbero fornendo supporto ai geni di un altro uomo. A loro volta gli uomini esigono fedeltà; una garanzia che la loro linea genetica venga mantenuta.
Helen Fisher lo chiama “il contratto del sesso”, ma gli autori di “Sesso all’alba”, Christopher Ryan e Cacilda Jethá, sono un po’ più taglienti nella loro analisi: “la narrazione standard delle relazioni eterosessuali si riducono alla prostituzione: una donna scambia i suoi servizi sessuali per avere accesso alle risorse… Darwin sostiene che la tua madre fosse una puttana. Semplicemente questo.”
Qui, come sostengono alcuni scienziati, si trovano le radici della nostra famiglia nucleare e il patriarcato. La nostra gerarchia di genere si basa su un bisogno biologico innato per le donne di essere sostenute dagli uomini. La stessa capacità delle donne di dare alla luce i bambini, le pone in una posizione più bassa all’interno della società.

Insomma, siamo nel bel mezzo di una diatriba senza fine, ndr.

Gli scienziati usano tutta una serie di altri strumenti per provare e sostenere questa narrazione. Molti adoperano gli esempi dei nostri parenti più stretti. Gli scienziati hanno studiato la monogamia dei gibboni e le gerarchie sessuali degli scimpanzé per evidenziare una naturale espressione dei nostri desideri innati.
Altri scienziati usano la biologia umana. Un esempio comune è la libido apparentemente debole delle donne. Parlando del suo libro “Why Can’t a Woman be More Like a Man?”, uscito l’anno scorso, Lewis Wolpert afferma: “Circa la metà degli uomini pensano al sesso ogni giorno e più volte al giorno, che rappresenta la mia esperienza personale, mentre solo il 20% delle donne pensano al sesso con la stessa frequenza. Gli uomini hanno un maggior numero di probabilità di essere sessualmente promiscui, un richiamo atavico, in cui la procreazione è stata importantissima”.
Se segui la teoria del “contratto del sesso” questo è logico. Un desiderio sessuale basso garantisce che le donne siano più selettive nelle loro decisioni sessuali, assicurandosi di accoppiarsi solo con uomini di alta qualità. Le donne, secondo alcuni scienziati, sono evolutivamente progettate per essere selettive nella scelta dei loro compagni.
Eppure per secoli, in molti hanno messo in dubbio la logica, la biologia della narrazione tradizionale.
Il primo tentativo in questo senso è venuto dall’antropologa Lewis Morgan, con il suo libro Ancient Society. In esso presentò i risultati dei suoi studi sugli Irochesi, una società americana di cacciatori-raccoglitori, nativi americani che vivevano nello stato di New York. Gli Irochesi, osservava Morgan, vivevano in grandi nuclei familiari, sulla base di relazioni poligame, in cui uomini e donne vivevano in uguaglianza generale.
Il lavoro di Morgan ha avuto una visibilità più ampia quando è stato ripreso da Friedrich Engels (famoso co-autore de Il Manifesto comunista) nel suo libro The Origin of Family, Private Property and the State. Engels ha recuperato i dati di Morgan, per sostenere che le società preistoriche vivessero in quello che lui definiva “comunismo primitivo”. Altri antropologi oggi lo chiamano “feroce egualitarismo”: società in cui le famiglie erano basate sul poliamore e in cui le persone vivevano in una uguaglianza attiva (in pratica l’uguaglianza forzata/imposta).
Morgan e Engels non stavano dipingendo l’immagine del “buon selvaggio”. Gli esseri umani non sono stati né egualitari, né poligami a causa della loro coscienza sociale, ma a causa del bisogno. Le società di raccoglitori/cacciatori si son basate in gran parte su piccoli clan non stanziali con gli uomini impegnati nella caccia, mentre il ruolo delle donne era quello di raccogliere radici, bacche, frutta, oltre ad occuparsi della casa. Le persone sono sopravvissute attraverso il supporto del clan, quindi la condivisione del lavoro all’interno del clan era essenziale. Questo ha avuto delle influenze anche sulla sessualità.
Il poliamore ha consentito di creare forti reti di figli adottivi, per cui divenne responsabilità di tutti occuparsi dei figli. Come afferma Christopher Ryan: “Queste relazioni sessuali intrecciate rafforzano la coesione del gruppo e potrebbe offrire una forma di sicurezza in un mondo incerto”. Lo stesso di può dire per le altre gerarchie sociali. Come spiega Jared Diamond, con nessuna possibilità di accumulare o conservare risorse, “non ci possono essere re, nessuna classe di parassiti sociali che ingrassano con il cibo sottratto agli altri”. Caccia e raccolta impongono l’uguaglianza sociale. Era l’unico modo in cui le persone potevano sopravvivere.
Inizialmente sviluppate nell’800, queste teorie sono morte con il XX secolo. Con Engels legato a Marx, molte di queste idee si son perse nei meandri della Guerra Fredda. Molte femministe della seconda ondata, guidate principalmente da Simone de Beauvoir con il suo libro Il secondo sesso, hanno messo in discussione le idee di Engels.
Recentemente tuttavia, queste teorie hanno conosciuto una sorta di rinascita. A monte dello studio di Dyble, nuove prove antropologiche e scientifiche sostengono questa sfida alla narrazione classica. Nel 2012 Katherine Starkweather e Raymond Hames hanno condotto un’indagine su esempi di “poliandria (avere più mariti) non classica”, scoprendo che il fenomeno esisteva in molte più società di quanto si pensasse in precedenza.
In un altro esempio, Stephen Beckman e Paul Valentine hanno esaminato il fenomeno della “paternità divisibile” nelle tribù del Sud America: la convinzione che i bambini siano concepiti dall’unione di spermatozoi di più maschi. Questa convinzione che è comune tra varie tribù amazzoniche, richede un’attività sessuale poligama da parte delle donne, e che gli uomini condividono il carico di cura dei bambini.
Poi c’è l’esempio dei Mosua in Cina, una società in cui le persone sono molto promiscue e non esiste alcuna vergogna associata a queste abitudini. Le donne Mosua hanno un alto grado di autorità, i bambini sono accuditi dalla madre e dai suoi parenti. I padri non hanno alcun ruolo nell’educazione del bambino – in effetti nella lingua Mosua non possiede alcuna parola per esprimere il concetto di padre.
In Sesso all’alba, uscito nel 2010, Ryan e Jethá forniscono una serie di prove biologiche per confermare questi dati antropologici. Diamo un’occhiata alle loro controreazioni ai due esempi fatti in precedenza: il comportamento dei nostri parenti più stretti e l’apparentemente bassa libido femminile.
Ryan e Jethá sostengono che, mentre sì, gibboni e scimpanzé sono parenti stretti, i nostri parenti più stretti sono in realtà i bonobo. I bonobo vivono in società femmino-centriche, dove la guerra è rara e il sesso ha un’importante funzione sociale. Sono poligami, con maschi e femmine che hanno entrambi partner multipli. Questo sembra più simile alle società che descrivevano Morgan e Engels.
Quando si parla di “bassa libido” delle donne, Ryan e Jethá semplicemente non sono d’accordo, sostenendo di fatto che le donne si siano evolute per fare sesso con partner multipli. Osservano, per esempio la capacità delle donne di avere orgasmi multipli durante lo stesso rapporto sessuale, fare sesso in ogni fase del ciclo mestruale e la propensione a fare molto rumore mentre fanno sesso – che secondo loro è un richiamo preistorico di accoppiamento, per richiamare altri uomini a partecipare. Questi tratti evolutivi, sostengono, assicurano che la riproduzione abbia successo.
In breve, lo studio di Dyble difficilmente metterà la parola fine a una battaglia che dura da almeno due secoli.
Il documento tuttavia incrina ulteriormente la narrazione standard della nostra preistoria. Una cosa appare chiara: la storia è molto più complessa di quanto di pensasse. Tanto complessa che forse non sapremo mai come fosse veramente. Senza una macchina del tempo è impossibile avere conferme. Ma oggi possiamo essere certi che le cose erano diverse da come ci venivano raccontate dalla narrazione classica. Noi non siamo solo versioni di una moderna famiglia dell’età della pietra.

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Donne e Pianeta

© Anarkikka

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Sono stata sollecitata da un commento su FB di Elena al mio post La Natura, l’Altro e l’Altra, sul passaggio uomo-natura. Tra le problematiche femminili-femministe e le tematiche ambientali il passo è breve. L’uomo è stato da sempre impegnato nel tentativo di dominazione e di sottomissione della natura (come aveva rilevato Massimo Lizzi in un commento al mio post), quasi sempre incurante delle conseguenze di queste azioni. Il suo fare è stato sempre rivolto all’oggi, mai al domani e nemmeno alle future generazioni, se non in termini di passaggi ereditari, di trasferimento della “roba”, della terra come proprietà privata, bene non in sé ma in quanto simbolo di potere e di dominio (sarebbe anche interessante approfondire la tematica della redistribuzione delle risorse in una comunità). La donna ha in sé una radice di materna, una caratteristica propria del suo genere, che, sia chiaro non deve fissarla unicamente nel ruolo di madre biologica, ma che la aiuta a farsi madre rispetto al mondo, alla natura, alle future generazioni. Questo istinto che la porta a uscire da sé e ad avere e ad attuare una prospettiva ampia, aperta e in avanti, ci riallaccia al tema della cura per il nostro pianeta. Elena mi ha suggerito il testo La filosofia della crisi ecologica di Vittorio Hösle del 1992.

“Le catastrofi ecologiche sono la sciagura che incombe su di noi in un futuro non più lontano; nonostante tutti gli sforzi collettivi per rimuovere tale prospettiva, nonostante tutte le strategie sviluppate per rassicurarci e tranquillizzarci, nel frattempo questa convinzione si è consolidata nelle coscienze della maggior parte delle persone e costituisce il cupo sottofondo del senso della vita per la giovane generazione dei paesi più sviluppati”.

Salvo sporadici slanci di cambiamento, solitamente si reagisce con l’apatia, l’indifferenza, in una folle corsa verso l’inesorabile abisso al quale sembriamo destinati. Per cui ci perdiamo nell’edonismo del carpe diem, fregandocene del resto. Soprattutto, molto spesso “ragioniamo” (o meglio sragioniamo) per categorie stagne. Ma queste modalità non appartengono alla pratica filosofica. Ecco come la filosofia può aiutarci.

“la filosofia si occupa della verità, e precisamente non di questo o quel singolo momento di essa, ma della verità che concerne la totalità dell’essere; e in questa totalità l’uomo, unico essere naturale a noi noto in grado di udire la voce della legge morale, occupa un posto particolare. La filosofia non può restare indifferente di fronte al suo destino. Nessuno dei grandi filosofi si è sottratto alle emergenze del proprio tempo […] quindi nel momento in cui è in gioco non solo il destino del proprio popolo, ma anche quello dell’umanità e di gran parte della natura animata, essere indifferenti significa tradire la causa della filosofia”.

Probabilmente dobbiamo indagare sul versante della razionalità asettica dell’uomo, che ha pian piano rimosso una soggettività intrinseca della Natura, per giustificarne un controllo privo di limiti e regole. Il controllo è diventato sempre più un sopruso, uno sfruttamento, un depredare, un succhiare risorse, unicamente per massimizzare ricchezze personali, la produzione, nel nome del progresso economico e di un benessere cieco ed egoistico. Apro una piccola parentesi. Mi viene in mente che non dappertutto è stata negata la soggettività e una sorta di coscienza di sé della natura. Penso a luoghi come il Giappone, in cui lo shintoismo ha coniugato l’animismo autoctono al Taoismo. Mi raccontava una ragazza giapponese, che conobbi qualche anno fa: per loro ogni cosa è dotata di un’essenza in sé, per cui c’è una sorta di rispetto nei confronti di ogni elemento del mondo (aspetto che si ritrova anche nel rapporto con il cibo), soggetto e non solo oggetto della nostra percezione esperienziale. C’è una mentalità diversa, o almeno c’era in origine. Perché poi anche il Giappone e altri paesi orientali hanno scelto di mettere da parte questa originale idea e di buttarsi nell’economia e nella produzione di tipo occidentale, anche a scapito della natura. Nel mio post analizzavo il passaggio dal dominio sulla Natura, a un controllo sugli altri uomini (quindi alla società) e sulle donne. Hösle suggerisce una ridefinizione nel sistema di valori e delle categorie.

“Sarebbe erroneo ritenere che la crisi ecologica possa essere superata per mezzo di provvedimenti di natura esclusivamente politico-economica. Se la crisi ecologica ha le proprie radici in certe direttrici spirituali che hanno condotto a determinati valori e categorie, non si potrà conseguire un mutamento radicale se non correggendo questi valori e categorie. Probabilmente al centro di questa trasformazione vi dovrà essere il concetto di natura; il rapporto tra l’uomo e la natura dovrà essere impostato in un modo diverso da come viene impostato in gran parte della filosofia e delle scienze moderne”.

Quindi, mi viene da aggiungere, anche attraverso la ri-fondazione di un rapporto Uomo-Uomo-Natura-Donna circolare, che abbracci, includa, capace di una dialettica costruttiva e non volta all’annientamento dell'”Altra parte”. Eliminare la dimensione morale ha di fatto aperto la strada a ogni tipo di sopraffazione, che oggi prende la forma del neoliberismo. Riprendo quanto rilevavo al principio di questo post. La deumanizzazione e la collocazione del soggetto donna a un gradino inferiore dell’umanità (continuando a rinviare le soluzioni concrete delle disparità di genere, sottovalutando, ridimensionando o addirittura negando tutte le forme di violenza che le donne devono subire), così come la privazione della soggettività della Natura, sono in realtà tutti sintomi e strumenti di un dominio e di una sopraffazione dell’uomo sulla donna come sul pianeta. Le violenze hanno la stessa radice valoriale e culturale. Per questo motivo penso che l’appello che l’IWECI (International Women’s Earth and Climate Summit) lanciò un anno fa debba essere ripreso, sostenuto. Siamo noi donne che dobbiamo rinnovare gli approcci, le analisi, le soluzioni, le chiavi di lettura dei fenomeni. Siamo noi donne che dobbiamo saper recuperare le nostre doti prospettiche per non lasciare che l’intero pianeta sprofondi nell’abisso. Colgo l’invito per il #25Novembre di Politica Femminile, da cui ho tratto il seguente pezzo dell’attivista e ambientalista indiana Vandana Shiva.

“ho più volte sostenuto che lo stupro della Terra e lo stupro delle donna sono intimamente connessi – sia metaforicamente, nel modo di cui si costruisce la visione del mondo, sia materialmente: nel modo in cui si costruiscono le vite quotidiane delle donne. (esiste) connessione tra lo sviluppo di politiche economiche violente ed inique, e l’aumento di crimini contro le donne. […] L’idea di una crescita illimitata in un mondo limitato può mantenersi solo attraverso il furto delle risorse del debole da parte del potente. E il furto di risorse, essenziale per la crescita, crea una cultura dello stupro: lo stupro della terra, delle economie locali autosostenibili, lo stupro delle donne. […] dobbiamo cambiare il paradigma dominante: porre fine alla violenza contro le donne significa anche superare l’economia violenta a favore di economie pacifiche e non violente, capaci di rispettare le donne e il Pianeta”.

Da La Rete delle reti femminili: la Premio Nobel ‪‎Jody Williams‬.
https://www.youtube.com/watch?v=ZRz-OLu324U

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La Natura, l’Altro e l’Altra

Adamo ed Eva, Marc Chagall, 1912

Adamo ed Eva, Marc Chagall, 1912

 

Oggi esplorerò il versante filosofico puro di Simone de Beauvoir. Un po’ ostico? No, vedrete che sarà un viaggio piacevole. Parto da questo estratto de Il secondo sesso, per fare qualche considerazione filosofica, che è necessaria per il punto a cui desidero arrivare. Vi allego qui pagg. 187-188 de Il secondo sesso.
Si parte dal presupposto che “il soggetto cerca di affermarsi, l’altro lo limita e lo nega se gli è necessario; il soggetto non si realizza che attraverso questa realtà estranea“. In parole povere, l’individuo ha bisogno di una dimensione duale per esplicare e dare misura della sua esistenza. Condizione di scontro, lotta, confronto, contrapposizione. L’altro, su cui il soggetto cerca di affermarsi, gli è necessario: non si tratta di un rapporto monodirezionale, perché in realtà è reciproco, la necessità del soggetto passivo è speculare a quella del dominante. In prima istanza esiste il rapporto uomo-natura, che l’uomo può cercare di dominare, controllare, sottomettere, può impadronirsene. Ma la natura non è in grado di soddisfarlo appieno, perché o si realizza come opposizione astratta, pura, restando un ostacolo estraneo, oppure, si lascia dominare, ma in questo caso l’uomo la consumerà e la distruggerà. In questo rapporto con la natura, l’uomo resta comunque solo. Anche la scoperta di avere un ruolo nella procreazione (ne avevo parlato qui) per l’uomo ha rappresentato una vittoria sulla natura, un altro esempio di come l’uomo può controllare la natura, interagire con le sue regole e impadronirsene.
Perché ci deve essere una coscienza altra (da me) ed è necessario che questa sia cosciente di sé, e che in qualche modo io possa riconoscermi in essa. Riporto fedelmente: “Non v’è presenza dell’altro che se l’altro è presente a sé; in altre parole, la reale alterità consiste in una coscienza separata dalla mia e identica a sé”.

Quindi avviene un ulteriore passaggio: l’uomo in rapporto all’altro uomo. Nel rapporto con gli altri uomini, l’uomo sperimenta e realizza la sua trascendenza (in senso esistenzialista): l’uomo alla perenne ricerca di superare se stesso, di elevarsi rispetto alla natura e agli altri (cosa preclusa per secoli alla donna, confinata in ruoli predeterminati, fissi, statici, immutabili che non le permettevano di sperimentare e di mettersi alla prova e superarsi). Questa relazione implica però dei rapporti di forza che mettono a dura prova la libertà del singolo uomo, perché “ogni coscienza pretende di porsi come soggetto unico e sovrano. Cerca di realizzarsi precipitando l’altra in schiavitù“. In pratica, c’è una eterna lotta di affermazione sull’altro, logica impressa nelle relazioni e ineludibile, perché necessaria ad esse e alla loro piena sperimentazione e realizzazione. C’è un passaggio successivo: lo schiavo, “nella fatica e nel terrore, sperimenta se stesso come essenziale, e per un rivolgimento dialettico, è il padrone che appare ora l’inessenziale”. È il rapporto di reciprocità e di specularità di cui parlavo all’inizio. I rapporti sono sempre intrecciati e ribaltabili, si possono osservare da angolature diverse e si troverà sempre il rapporto dialettico signore-servo di Hegel. Alla base della filosofia di Simone De Beauvoir c’è proprio questo.
Il conflitto padrone-schiavo potrebbe risolversi con “un libero riconoscersi di ciascun individuo nell’altro, ciascuno ponendo insieme sé e l’altro come oggetto e come soggetto di un movimento reciproco”. Questo riconoscersi reciprocamente delle libertà non è un tratto comune, si tratta di una virtù rara. Si tratta di un processo che non ha mai fine, a cui si tende continuamente, ma che non si completa mai veramente. È come se fosse una tensione all’infinito tra soggetto e oggetto e viceversa.
Quindi, l’incapacità dell’uomo di compiersi in solitudine, mettendolo per forza di cose in relazione con gli altri, contemporaneamente lo mette in pericolo. In questa continua tensione a dominare e a controllare l’altro, altro che gli resiste e gli si contrappone a sua volta, la vita degli uomini è un’impresa ardua, mai compiuta e sempre in fieri e insicura. Ma l’uomo non ama le difficoltà e il pericolo, aspira alla quiete, e dall’altro canto è attirato dalla vita. L'”inquietudine dello spirito”è la prova del suo essere vivo, in pieno sviluppo e raffigura il superamento di sé; la lotta con l’altro è garanzia e testimonianza della sua stessa esistenza. L’uomo vive contraddittoriamente in bilico tra esistenza ed essere, tra la vita e il riposo. È la coscienza infelice del borghese di Hegel.

Apro una piccola parentesi, per cercare di comprendere quando avviene la scoperta di questa realtà difficile, fatta di un continuo tendere a qualcosa, senza mai riuscire a trovare quiete. Ho riflettuto e penso che si possa far rientrare nella fase di passaggio dall’adolescenza all’età adulta, quando si sperimenta un nuovo rapporto con sé, una conoscenza di sé, al di là delle esperienze quotidiane. Nel passaggio tra infanzia e età adulta si realizzano delle scoperte cruciali. Non potrà essere semplice e privo di sofferenza lo scoprire che quella essenza (che è l’essere in potenza), quella percezione di te stesso è in realtà un’entità astratta, un’idea, nel senso platonico, un’immagine di noi stessi che rimarrà nell’iperuranio e probabilmente non vedrà mai una realizzazione concreta, perché sarà inafferrabile e in eterno mutamento/adattamento, frutto del rapporto dialettico con gli altri.

Fin qui il rapporto tra uomo-natura e tra uomo e uomo. Simone De Beauvoir compie un ulteriore salto e arriva al nocciolo della questione che più le interessa.
“La donna è precisamente quel sogno incarnato; lei è il desiderato intermediario tra la natura straniera all’uomo e il suo simile che gli è troppo identico”. E l’uomo esclamò: BINGOO! L’uomo ha trovato un simile a sé, cosciente di sé, ma non troppo pericoloso, che non gli oppone il silenzio ostile della natura, né necessita di un riconoscimento reciproco. Cosa non da poco, sembra semplice “impadronirsi della sua carne”. Grazie alla donna, l’uomo può sfuggire dall’imperitura e “implacabile dialettica del padrone e dello schiavo, che ha origine nella reciprocità delle libertà”. In pratica, con la donna, l’uomo ha trovato una sorta di soluzione alla sua tensione continua.
Insomma la sua isola ideale, il suo sicuro approdo. La donna rappresenta “l’Altro in assoluto, senza reciprocità, l’inessenziale che non ritorna mai all’essenziale”. Comprendete che attraverso questo presupposto gli uomini hanno trovato la soluzione alla loro esistenza, a scapito della donna, che per garantire la quiete all’uomo deve restare in una posizione di subordinazione.

“La donna non è un inutile doppione dell’uomo; è il luogo incantato ove si compie la vivente alleanza dell’uomo e della natura. Se la donna sparisse, gli uomini si troverebbero soli, forestieri, senza passaporto in un deserto glaciale. Lei è la terra stessa innalzata al culmine della vita, la terra diventata sensibile e gioiosa; e senza di lei, per l’uomo la terra è muta e morta”. (M. Carrouges, I poteri della donna, Cahiers du Sud CCXCII)

Nel caso ci fossero problemi e la donna si permettesse di lamentarsi, basta non cedere e non darsi per vinti.
Balzac (citato da Simone De Beauvoir in nota) sintetizza bene i diritti che l’uomo può accampare sulla donna in questo passaggio tratto dal suo Physiologie du marriage:

“Non datevi pena alcuna per i suoi mormorii, delle sue grida, dei suoi dolori; la natura l’ha fatta a nostro uso, e per sopportare tutto: figli, sventure, colpi e pene degli uomini. Non accusatevi di durezza. In tutti i codici delle nazioni sedicenti civili l’uomo ha scritto le leggi che regolano il destino delle donne sotto questa epigrafe sanguinosa: “Vae Victis! Guai ai vinti!”.

Allontaniamoci per un istante dalle dissertazioni teoriche per scendere nel nostro quotidiano. Prendiamo in considerazione il rapporto imprenditore/capo e dipendente/operaio/lavoratore subordinato. Possiamo adoperare il meccanismo illustrato poc’anzi: c’è una relazione necessaria e conflittuale per natura in questi rapporti. Proprio da quella posizione dello schiavo, che si sente “essenziale”, può nascere quel tentativo e l’istanza socialista per cambiare lo status quo e per consentire una rivoluzione del proletariato. Insomma gli equilibri sono perennemente instabili e ribaltabili ed è forse un bene che lo siano, perché altrimenti ci sarebbe stagnazione, una società e un’economia immobili. Invece, lo scontro dialettico è necessario per la stessa vitalità e sopravvivenza di ciascuna delle due parti. Il cambiamento è possibile grazie al conflitto, se si dovesse mettere a tacere il contraddittorio e il dissenso ci troveremmo tutti imbrigliati e sicuramente non liberi. Il pensiero unico è la morte di ogni cosa. Il cambiamento non può avvenire senza un rapporto dialettico tra le parti. Non occorre aggiungere o specificare a cosa mi riferisco. Non venite a dirmi che sono cose e modelli vecchi!
Quando qualcuno (come avviene sempre più spesso di questi tempi, soprattutto a causa della crisi) afferma che il dipendente deve mettersi nei panni dell’imprenditore, deve compartecipare al destino dell’azienda, che è in qualche modo “socio” dell’impresa, nel bene e nel male (soprattutto e forse unicamente di fatto nel male), avviene un livellamento, una negazione di quel rapporto dialettico di cui parlavo prima. Significa voler forzatamente e innaturalmente mettere tutti sullo stesso piano teorico, per mantenere nella pratica una subordinazione e tutti gli effetti negativi di essa. Si tratta di un tentativo subdolo di disinnescare la reazione dell’altro (dipendente, proletario), di anestetizzare l’altra parte, in modo tale che questa non abbia più la forza e la consapevolezza di sé per reagire e opporsi. Trovo pericoloso negare e annullare questo rapporto duale, conflittuale, necessario affinché sia assicurato un movimento, un cambiamento costante, una mutevolezza della condizione umana. Insomma, se non ci fosse la possibilità di resistere e di contrapporsi, probabilmente saremmo in un regime schiavista.

Specularmente questo modello lo si può applicare anche nel rapporto uomo-donna, alle forme di sessismo benevolo e ai tentativi di backlash da parte degli uomini, di cui ho parlato in alcuni miei post precedenti.
Il cambiamento passa per un rapporto vivo e dialettico tra i sessi.
Se siete giunti a leggere fino in fondo, vi ringrazio 🙂

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Perspicaci

Beatrice Lechtanski

Beatrice Lechtanski

Parto da un concetto espresso da Pierre Bourdieu (La domination masculine, 1998) e ripreso da Chiara Volpato nel suo “Psicosociologia del maschilismo” (2013):

“Una delle doti più apprezzate della psicologia femminile, l’intuizione, è collegata al secolare stato di sottomissione delle donne, dato che ha la funzione di stimolare l’attenzione e la vigilanza necessarie per prevenire i desideri maschili e anticipare eventuali disaccordi”.

Le donne devono sviluppare un sesto senso per conoscere meglio gli uomini di quanto questi abbiano bisogno di conoscere loro stessi, in quanto sono i detentori del potere sociale. Le donne devono conoscere il loro partner a fondo, prevedendone contento e scontento. Per questo sono meno propense a servirsi degli stereotipi (strumento più tipicamente maschile di lettura della realtà e delle persone), affidandosi maggiormente alle proprie percezioni dirette. La subordinazione ha pertanto affinato una caratteristica. Se riflettiamo in molti casi è proprio così, anche se non possiamo generalizzare (non è detto che tutte le donne sviluppino questa attitudine o che non si servano di stereotipi). Secoli di rapporti di coppia in cui la donna ha sempre avuto una posizione subordinata, hanno consolidato delle abilità vitali. Un’abitudine che parte da bambine e si affina col tempo. Ma non è solo un retaggio del passato, perché in molte situazioni, ancora oggi possiamo ritrovare questa “necessità”, questo istinto volto a prevenire. Questo spirito è servito e serve alle donne per difendersi, fornendogli gli strumenti per sopravvivere a una vita in una trincea permanente. Questo richiama anche un’altra attitudine femminile, specie quando si è in una condizione di sottomissione e di violenza: il voler sempre scusare il proprio oppressore, superiore, partner, padre o figura dominante. L’intuizione che può servire a prevenire eventuali reazioni violente o volte a punire e a ribadire l’ordine gerarchico, diventa un modus vivendi, un modo per sopravvivere, per arginare una situazione difficile e rimandare la decisione di troncare queste relazioni. Questo si traduce nell’aspettare il momento più propizio per fare delle richieste o anche solo per poter parlare. Una pratica quotidiana di autodifesa e di ricerca dell’equilibrio che poi sembra diventare “normale”, ma che non lo è affatto. Un dominio che tuttora molte donne sperimentano, anche nelle case “perfette” da mulino bianco.
Ma l’intuizione è anche la virtù che ci ha permesso di guardare attraverso le nostre esistenze, le nostre esperienze, i nostri desideri, scorgendo altre possibili letture della nostra vita e del senso delle cose. L’intuizione ha permeato ogni passaggio attraverso cui le donne hanno fatto esperienza e preso coscienza di sé, che ha permesso di elaborare un concetto del soggetto donna separato dal ruolo di madre, per aprire la strada alle infinite possibilità della conoscenza e dei corpi. L’intuizione ci ha permesso di riempire di nuovi sensi le nostre esistenze, i nostri corpi, i nostri rapporti, le nostre identità. L’intuizione ci ha permesso di de-costruire e costruire modelli, ruoli e schemi.

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Cos’è la fantasia?

Mucca Moka di Agostino Traini - Emme Edizioni

Mucca Moka di Agostino Traini – Emme Edizioni

Mia figlia, che ha due anni e mezzo, mi ha spiazzato ancora una volta con le sue domande. Ieri mi ha chiesto cosa fosse la fantasia. Un concetto astratto è difficile da rendere, ma ci ho provato. Ho notato che mia figlia adora farmi domande complesse, che come le scatole cinesi, implicano altre domande a catena. Le ho spiegato che la fantasia è tutto ciò che ci permette di immaginare di fare e di essere cose diverse, ti permette di sognare anche quando non dormi, ti permette di inventare nuovi giochi, di cucinare deliziosi manicaretti, di volare, di guidare un aereo, di scorgere sagome buffe nelle nuvole, di saltare fino a raggiungere la luna (tra un po’ sfonderà il letto a furia di provarci 🙂 io glielo consento per compensare il mio desiderio frustrato da bambina, quando non mi permettevano di saltare sul letto) di salire sulle nuvole, di andare in mongolfiera, di essere chi vuoi tu, di fare mille cose diverse anche senza avere gli strumenti a portata di mano. Una coperta diventa la tua grotta oppure puoi giocare a fare il fantasmino. Dei cartoncini colorati ritagliati sono sufficienti a inventarsi storie sempre nuove. La fantasia ti permette di trasformare i tuoi giochi, inventandoti nuove soluzioni, modi di adoperare quello stesso gioco. Significa trovare alternative, guardare le cose da un punto di vista nuovo e diverso. La fantasia è anche sentirsi liberi. Lei è una divoralibri, divorastorie di ogni tipo. La fantasia è ad esempio immaginarsi e fingere che la lava del vulcano di Mucca Moka sia davvero bollente e faccia tanto fumo.. anche se poi la razionalità di mia figlia emerge comunque: “mamma ma non brucia davvero, è un disegno”. Ecco, la fantasia non va d’accordo con la logica e la razionalità. Ma la fantasia ti permette di proiettarti al di là del presente, del contesto, del già noto, di ciò che è scontato e precostituito per te, ti proietta nel futuro e ti aiuta a smontare gli schemi, a essere un individuo autonomo. Con il tempo diventi più concreto, più ancorato alla realtà, ma un pizzico di fantasia aiuta sempre. Sarà un caso che mi piace il surrealismo?
Concordo in pieno con quanto afferma il Ricciocorno in questo bel post.

p.s. Ringrazio Agostino Traini, l’autore di Mucca Moka: mia figlia è stata “rapita” dalle avventure di questa MUUU!

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Quello che le donne non dicono (e dovrebbero dire)

In Pink - Andrei Baciu

In PinkAndrei Baciu

Ci sono cose che non ci confessiamo, cose che non riusciamo a esprimere, risposte che dovremmo dare quando c’è qualcuno che ci critica o banalizza la nostra storia.
Che quando compiamo una scelta non ci sono mai le seconde possibilità a posteriori.
Che lavorare non è semplicemente portare a casa i soldi o non coincide in toto con questo.
Che l’impegno sociale ha un valore.
Che il disimpegno è il cancro della società contemporanea.
Che la casalinghitudine di ritorno è una scelta dettata da questioni personali e familiari insondabili dall’esterno. Non è un morbo, lo diventa solo se la tua vita in casa sostituisce in toto il tuo rapporto con l’esterno e con gli altri.
Che prendersi cura di un figlio che ha bisogno di te non è morboso o frutto di menti materne incapaci di altro.
Che ognuna di noi trova la sua “tranquillità”, che è temporanea, diversa per ognuna e per ogni fase della vita, soggetta al cambiamento insito nella vita stessa.
Una scelta va rispettata e non giudicata.
I giudizi spesso sono manchevoli della comprensione del contesto e delle motivazioni a monte.
Ci sono molteplici modi di vivere la casalinghitudine.
Che stare a casa per un periodo non significa smettere di avere un ruolo nel mondo.
Che i rischi sono gli stessi di chi lavora.
Che i sensi di colpa non vanno via. Lavoro o meno. Ce li portiamo dietro, forse per una questione atavica, che ci fa sentire sempre mancanti di qualcosa. Ci possiamo lavorare su, ma non esiste una candeggina infallibile.
Che l’autonomia è un esercizio quotidiano per non cadere in pigrizia.
Che l’autonomia non coincide in toto con il fattore economico. Ci hanno abituate a pensare così, in termini capitalistici, ma non è esattamente così.
Il nostro ruolo nel mondo non ci è dato unicamente dal lavoro.
Il lavoro non è tempo per sé, è tempo per la produzione. Il tempo per sé è prendersi cura di sé, del proprio io, di quella stanza tutta per sé. Il tempo per sé può essere solo qualcosa di totalmente gratuito verso noi stesse, purché ci gratifichi e non sia soggetto a coercizioni.
Agli uomini che pensano che abbiamo un valore solo se portiamo a casa la pagnotta, rispondiamo di fare un corso accelerato di XXI secolo.
Agli uomini che se ti impegni nel sociale ti rispondono che fai cose inutili, che perdi solo tempo, che sottrai comunque alla famiglia, rispondiamo di tornare nella caverna.
A chi pensa che il femminismo è morto, rispondiamo che evidentemente sono loro che si sono assentati dal mondo.
A chi vuole educarci con sane dosi paternalistiche, rispondiamo come il Ricciocorno qui.
Che non ci sono ricette, solo tentativi più o meno riusciti di soluzione dei problemi.
Che non siamo chiuse a riccio nel nostro nucleo familiare, ma sappiamo guardare oltre e preoccuparci di altro.
Che non dobbiamo legare la nostra emancipazione e liberazione al denaro.
Che i diritti non sono legati a un filo con il denaro che guadagniamo.
Che il nostro lavoro di cura resta tale, lavoro o non lavoro. Semplicemente se lavoriamo, lo demandiamo ad altri. Qui occorrerebbe riflettere.
Che le nostre scelte sono meglio di quelle che fanno gli altri: non è vero. Sono semplicemente le nostre.
Che mamma è solo una delle mille qualifiche che possiamo avere.
Che la mammitudine svilisca la donna: dipende dalla pasta di cui si è fatte.
Che la mammitudine è una scelta, una delle tante, e ognuno fa le sue.
Che l’obiettivo è uno solo: rimuovere le barriere di una libera scelta.
Che chiedere parità implica un discorso politico più ampio e condiviso.

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Infanzia glitterata

Rob Gonsalves

Rob Gonsalves

In Francia, i concorsi di bellezza per bambini diventano illegali. Sicuramente vi sarà capitato di vedere qualche immagine dei concorsi che si organizzano negli USA. Il tema è stato trattato con intelligenza nel prezioso film Little Miss Sunshine. Ma la realtà è da film horror. Le immagini parlano più di ogni discorso: i volti, i vestiti, gli atteggiamenti, insomma tutto è devastato nei minimi particolari, per trasformare le bambine in adolescenti e piccole Barbie. Sotto una coltre di trucco, capelli cotonati, possibilmente biondo platino, ci sono bambine, esibite come al mercato del bestiame, senza la possibilità di dire no a questo “progetto genitoriale”. Questa bella abitudine di sfruttare le cosiddette “potenzialità” dei figli per guadagnarci su. E allora concorsi a go go. Ce ne sono anche in Italia, non ci facciamo mancare niente, soprattutto quando si tratta di “usanze” negative. Ma facciamo finta di non vederli. Esiste anche una “Carta di Milano” per il rispetto dell’immagine dei bambini nella comunicazione commerciale, un documento messo a punto da più di 70 esperti di comunicazione e pubblicità, che può essere sottoscritto on line qui. Ma cosa accade nella realtà? Se guardate la pubblicità che passano su canali per bimbi (anche RAI), siete sicuramente a rischio gastrite. Ci sono spot con modelle piccolissime, la cui età appare indefinibile a causa del trucco e delle movenze. In pratica, è come cancellare un’intera fase della vita, l’infanzia, e sostituirla con una lunga e glitterata adolescenza, con tanto di pubertà mentale inculcata con violenza subdola. Mi chiedo che senso abbia poi regalare un beauty con i trucchi insieme a un paio di scarpe.. L’ideatore di queste campagne di marketing deve avere una percezione “disordinata” di cosa vuol dire essere bambina. Chi controlla i messaggi che vengono passati? Perché diamo ai bambini una visione adultizzata dell’infanzia? L’infanzia se non viene tutelata e preservata da queste violente intrusioni, sarà un’occasione persa per sempre per diventare grandi, ma grandi veramente, cioè maturi e senza sovrastrutture che ci rendono dei fantocci senza consapevolezza di noi come individui. Diventeranno dei puri consumatori passivi, incapaci di incidere nel mondo e di conoscere e rivendicare i propri diritti. In più, cresceranno con la convinzione che l’unica cosa importante è la bellezza e l’involucro. Poi non lamentiamoci che ci sono persone che passano la loro adolescenza e poi tutta la vita nell’ossessione di diventare belle, restare belle e trasformarsi in cigno. Caspita, ci sarà qualcos’altro su cui concentrare le proprie energie! Posso dire una cosa? Non mi piace ad esempio questo racconto. Perché non raccontiamo storie diverse? Quella trasformazione in cigno potrebbe non avvenire in senso estetico, ma potrebbe sbocciare una persona ‘bellissima’ per il suo carattere, la sua simpatia, la sua intelligenza, i suoi difetti e il suo essere semplicemente UNICA. Perché non ne parliamo mai? Perché i nostri orizzonti devono sempre essere limitanti e limitati da storie con tanto di happy ending zuccheroso? Sarebbe il caso anche di raccontare il processo che ti porta ad accettarti così come sei. Questo può avvenire unicamente se non si bruciano tutte le tappe dei primi anni di vita e si permette ai bambini di crescere ognuno con i suoi tempi.

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Una “tutela” come anestetico? No, grazie!

Marta Orlowska

Marta Orlowska

Riassumo qualche passaggio del testo di Lea Melandri Amore e violenza, che sarà il punto di partenza per alcune considerazioni che volevo condividere con voi.
Nel disagio della civiltà, Freud inizia a cogliere l’aspetto violento che si annida nell’amore, per quel retaggio primordiale che si porta dentro: la nostalgia dell’originaria unità a due. Violenta è l’appropriazione del maschio sul corpo femminile, da cui ha ricevuto cure e stimoli sessuali (il dominio patriarcale); violento è anche il sogno d’amore, inteso come fusione di due esseri in uno, una ricomposizione del maschile e del femminile. La pulsione di morte è la tentazione di risolvere definitivamente la questione. L’aggressività è necessaria per conservare quell’unità ideale, trovando una minaccia all’esterno (questo vale anche per i gruppi, le nazioni e le etnie). L’Eros ha in sé una logica di conflitto (amore e guerra, in un rapporto di dipendenza circolare), che si può esprimere attraverso un’appropriazione del corpo femminile, la chiusura della donna in un ruolo di madre, di cura, la sua esclusione dalla comunità e dagli ambiti decisionali (salvo poi, nelle società che si ritengono più “avanzate”, destinarle le briciole della torta del potere).
“Lo stupro e l’omicidio sono le forme estreme del sessismo e sarebbe un errore considerarle isolatamente, come se non fossero situate in una linea di continuità con rapporti di potere e culture patriarcali che, nonostante la costituzione, le leggi, i valori sbandierati della democrazia, stentano a riconoscere la donna come persona”.
Relegare la donna a un ruolo puramente sessuale e legato alla procreazione, la cancellazione della donna come persona, individualità, soggetto politico produce inevitabilmente uno svilimento del suo corpo, che diventa vile, come quello di uno schiavo, di un prigioniero, su cui l’uomo ha esercitato da sempre, fino alle soglie della modernità, un potere di vita e di morte. Questa mentalità (di cui parla anche Zaron Burnett qui) è arrivata nel nostro contemporaneo (società, istituzioni, rapporti umani) e lo ha contaminato, rendendo latente (ma non meno pericolosa) questa pulsione, ma non l’ha cancellata. La violabilità del corpo femminile è un fattore culturale che ha permeato la comunità occidentale, dalle sue origini greche, romane e cristiane. La violenza non è un corpo estraneo, passeggero, frutto di un raptus: è un ingrediente delle nostre radici, con cui ci si deve confrontare. Fin quando non si affronterà questo problema in questi termini, nulla verrà risolto.
Per quanto riguarda gli aspetti emancipatori delle donne: se queste vengono messe sotto “tutela”, “protezione” attraverso nomine, concessioni di incarichi da parte dell’uomo, che le “includono” nel circolo del potere maschile e gli concedono uno spazio, si sarà compiuto un ennesimo atto di quel gioco sottile che è sempre stretto nelle redini maschili. Il cerchio del controllo dell’uomo sulle donne non si aprirà finché non saremo in grado di affrancarci da questi meccanismi, finché non ci rifiuteremo di essere la longa manus di qualcun altro che ci concede di esibire il nostro sorriso e nulla più. Vogliamo veramente che venga riconosciuto il nostro giusto valore? Evitiamo di essere l’ombra di noi stesse e la trasfigurazione di un corpo che non ci appartiene e che viene ancora una volta adoperato per essere merce e complemento d’arredo, in uno spettacolo in cui le decisioni e le scelte sono sempre dell’uomo. Diciamo pure no a questo spettacolo mutilatorio delle nostre aspirazioni legittime. Perché anche questa è violenza, quando il corpo, la materialità, l’involucro, sostituisce la donna come persona, soggetto di diritti, di saper fare e di contenuti. E se non ci accorgiamo di essere diventate ancora una volta merce, prodotto manipolabile, allora è giunto il momento di svegliarci. E faccio un appello alle donne: cerchiamo di riempire di senso le nostre azioni, dai sorrisi ad ogni cosa, educhiamo le più giovani a non separare corpo, anima, sentimenti e mondo interiore. Educhiamole a una giusta percezione di sé, del mondo in cui vivono, dei rapporti umani, delle relazioni, del denaro e di quel che è il vero successo (la trasmissione Presa Diretta di ieri sera testimonia un buco nero nella nostra comunità sociale). Quando i media esibiscono un corpo di una donna, svuotato della sua essenza, stanno proponendo un messaggio pericoloso: il successo, la carriera, i soldi e il potere per una donna vanno conquistati unicamente ammiccando e facendo la gattina. E purtroppo a noi donne, a quel corpo che portiamo in giro, viene sempre chiesto di dimostrare mille volte in più il nostro valore e il nostro merito rispetto a quanto viene preteso da un uomo. Concentriamo le nostre energie su un cambiamento culturale, che deve partire da noi stesse. Pretendiamo dagli uomini un reale cambio di rotta e di mentalità e non accettiamo regalini, carriere facilitate, insomma le briciole. A partire anche dal linguaggio, perché le parole contano tanto, forse più delle immagini. Il mutamento dev’essere profondo, noi donne dobbiamo esserne il motore propulsivo, altrimenti ci saremo rese complici di un mancato cambiamento. Non possiamo attendere che l’uomo, da solo, porti avanti quella rivoluzione culturale necessaria. Non dobbiamo mollare.

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In bilico tra il desiderio di libertà e il bisogno di una guida

Rafal Olbinski

Rafal Olbinski

Vorrei condividere le riflessioni di Lea Melandri, in un paragrafo del suo Amore e violenza del 2011. Sarà il punto di partenza per una navigazione improvvisata, con i miei poveri neuroni. Vi suggerisco di leggere l’allegato (qui), prima delle mie piccole considerazioni. La Melandri ci parla di una libertà che ha delle caratteristiche tutte particolari. La libertà dei nostri giorni è una “libertà di somigliare”. In altri miei post ho più volte sottolineato la mia allergia all’omologazione forzata a modelli ideali di madre, di donna, di persona. Ho sempre cercato di mantenere le distanze da modelli ideali e corporei preconfezionati e scelti per me da qualcun altro, che per quanto possano sembrare rassicuranti e di più facile utilizzo, nascondono il rischio di una falsa scelta e quindi di una non libertà. Una libertà non piena che investe e può travolgere maggiormente le personalità più fragili o per natura o per contesto temporale/emotivo/sociale. Finché il modello ideale, che ci investe attraverso i media e le sollecitazioni sociali, diventa un obiettivo personale, che investe unicamente il proprio corpo e la propria persona, potrebbe restare un problema circoscritto al singolo individuo. Diventa molto più pericoloso quando il modello che ci viene proposto riguarda i nostri figli. La fabbrica di soggetti perfetti, normali, sulla base di standard decisi altrove, nei quali ciascun genitore viene “invitato” a far rientrare i propri figli. Una macchina che induce a incasellare i nostri figli in modelli estetici, culturali e professionali di successo, con un carico enorme di aspettative assurde. Capite che questo meccanismo di conformismo imperante può produrre solo enormi danni. Come se fossimo tutti ancorati a un percorso tracciato in precedenza altrove, da altri. Tutti durante l’adolescenza ci siamo sentiti inadeguati e per questo ci siamo “omologati”, chi più chi meno, ma questa fase dev’essere transitoria, perché poi deve lasciare spazio a individui adulti, in grado di compiere scelte autonome, giuste o non giuste che siano considerate. Compiere percorsi preordinati e confezionare individui perfetti non è purtroppo un vecchio ricordo di progetti di eugenetica, di società totalitarie, ma rappresenta una ricerca tuttora in atto. Il sogno di un prototipo di un’umanità superiore è sempre latente. Paradossalmente, viviamo la contraddizione di sentirci enormemente liberi, ma siamo anche invasi da un “forte senso di impotenza, di una frenesia del nuovo a tutti i costi, intrisa di ansie conservatrici, di esaltazioni individualistiche, accompagnate da rinascenti voglie comunitarie”. Capite quanto le due “anime” vivano in una permanente lotta? La tensione tra il desiderio di libertà e il bisogno di una guida può nascondere il pericolo dell’affermazione di nuove forme di dispotismo (come Tocqueville stesso aveva previsto). Questo dispotismo non è solo di tipo politico, ma può riguardare anche la sfera delle idee, della maturazione delle personalità, della percezione dei propri diritti e dei propri bisogni. Se la libertà viene svuotata di contenuto e restano solo le sue spoglie, con un simulacro di libertà, si affaccia “una servitù regolata e tranquilla”, che ci culla nell’illusione di godere di ogni libertà. Il nostro senso di inadeguatezza viene placato e nutrito da un Bene supremo, da una personalità carismatica che tutto sa e tutto risolve, per noi.

“Ma perché l’eccezione diventi la norma, in una società che si riconosce sia pure formalmente di eguali, è necessario che il modello vincente a cui si è chiamati a somigliare abbia in sé qualcosa di comune, tratti di una generalità riconoscibile e famigliare a molti”.

A questo punto dobbiamo notare le tracce di questo processo nella realtà. Affinché gli individui si lascino traghettare dal pifferaio di turno, devono in qualche modo ritrovare un pezzo di sé o di un modello ideale a cui si anela. Il gioco è fatto. Fateci caso. Nella società dell’individualismo obbligato, un ruolo preponderante assume il corpo, quell’involucro esterno con leggi e limiti propri, ma che va imbrigliato, levigato, perfezionato, reso giovane e bello per dimostrare il successo del suo proprietario o della sua proprietaria. Vi sembra attinente all’attualità? Il pacchetto giovane e bello/a viene venduto e diventa riferimento generale, con stravolgimento di ciò che è normale, di ciò che è emancipazione, di ciò che significa libertà. Perché risulta più rassicurante assomigliare, rifarsi a, seguire, omologarsi che essere semplicemente se stessi, con i propri punti di forza e le proprie fragilità, uniche, dentro e fuori.

 

Aggiornamento 10 settembre 2014

Vi suggerisco questo cortometraggio di  Frédéric Doazan, che rende bene l’idea.

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Diploma da genitori

Autumn Park - Leonid Afremov

Autumn Park – Leonid Afremov

La rete pullula di consigli su come essere genitori DOC e quali errori sono da evitare. Ma “il troppo stroppia”.

Un appunto: l’autrice di questo post, oscilla tra due posizioni inconciliabili. Giudica, ma poi sostiene che non si possa giudicare e che occorre sbarazzarci del peso dei sensi di colpa. Forse ho frainteso, ma fatico a capire. L’autrice ha forse un atteggiamento tanto altalenante perché da un lato vuole ergersi a mamma esemplare e dall’altra è consapevole dei suoi limiti e forse è proprio afflitta da quei sensi di colpa di cui parla. Mi deve supportare la tesi secondo cui al giorno d’oggi, una mamma severa sia maggiormente soggetta a critiche rispetto a un papà. Trovo poco corretto sostenere che il modo di comportarsi dei figli dipenda in assoluto da colpe educative dei genitori. Potrei citare svariati casi di bambini “non in linea” con gli standard (che poi bisogna capire chi li definisce), con fratelli “perfetti”. Stessa famiglia, ma caratteri e modi diversi. I bambini non sono tutti uguali e smettiamola di ricercare il modello perfetto. Il modello perfetto serve solo per la produzione capitalista. Sicuramente quelle mamme “imperfette” avranno alle spalle mesi, anni di lotte estenuanti, chi è mamma può capire di cosa sto parlando. Diciamo che alcuni figli sono meno gestibili di altri e che molti scelgono di appaltare il ruolo genitoriale a tate, nonni e asili. Perché quando la situazione diventa tosta, molti scelgono di gettare la spugna, mentre altri continuano a lottare nelle sabbie mobili. Ognuno è libero di scegliere, ma diciamo la verità. Sono dalla parte di quelle mamme “reali” che non rappresentano l’ideale della mamma perfetta, ma sono il risultato di situazioni spesso difficili, che metterebbero a dura prova la pazienza di chiunque. I figli non sono tutti angeli. La maternità non è una favola, soprattutto quando si passa la giornata tra un capriccio e l’altro, senza poter riprendere fiato. Basta con le favole! Raccontiamo che fare i genitori è un mestiere fatto di alti e bassi, costellato da innumerevoli errori, frutto anche di fattori innegabili quali la stanchezza e il fatto che si cumulano ore e ore di contrattazioni con i propri figli h24. Chi sostiene che la contrattazione sia una forma educativa sbagliata, si faccia avanti che lo faccio uscire dal mondo dei sogni! Ci sono persone che inorridiscono quando sentono che fai vedere la tv ai tuoi figli mentre mangiano.. provate ad avere un figlio inappetente e sottopeso e capirete perché i cartoni spesso salvano la vita, non solo delle mamme. L’educazione da manuale è rassicurante, ma spesso inapplicabile e fonte di quei mille sensi di colpa di un genitore. Perché sulla carta siamo tutti bravissimi genitori ed educatori. Sì, mollandoli ad altri. Siamo tutte belle, noi mamme, ma ognuna a suo modo. Le ricette edificanti non esistono, nemmeno nel giardino del re. Essere genitori non è un titolo onorifico, ma va conquistato giorno dopo giorno sul campo. C’è chi ha la mania delle medagliette che attestano questo o quel traguardo raggiunto. Io, ne ho sempre fatto a meno.
Stiamo attenti, perché poi si entra in un circolo vizioso, i genitori diventano i nemici da combattere e migliaia di bambini vengono allontanati dalle famiglie per motivi inesistenti, solo perché qualcuno si è messo in testa che non sei un genitore DOC, con tanto di pedigree. Sicuramente ci saranno in molti casi dei validi motivi, ma a volte sarebbe opportuno valutare meglio. I giudizi troppo frettolosi possono fare molti danni.

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Summer Holiday

mafalda_sexy

Ebbene, iniziano le vacanze estive.. mia figlia è al settimo cielo e non vede l’ora di sguazzare al mare. Pure io 🙂

Ci prendiamo una bella pausa. Magari riuscirò a scrivere qualcosa, vedremo..

Un abbraccio forte a tutt*!

SEE YOU SOON!

 

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Abuso?

Alex Alemany

Alex Alemany

Vi sottopongo un problema su cui riflettere. I numeri della diffusione/diagnosi dell’ADHD (Attention Deficit Hiperactivity Disorder) parlano da soli: 11% negli USA, che consumano anche l’80% degli psicofarmaci prodotti nel mondo. Meno dell’1% in Italia. Qui un articolo uscito sul Corriere. Da cosa dipende? Un rapporto con i farmaci diverso, una maggior facilità nel ricorrere ai farmaci come panacea per ogni cosa, anche per una malattia che forse non è tale? Una necessità di incasellare gli esseri umani sin dall’infanzia, affinché siano pronti a produrre? Somministriamo psicofarmaci perché è più semplice che andare a capire e a curare le cause di un disagio o di una malattia? Cosa ci aspettiamo dai nostri figli? Vogliamo dei figli o dei robot? Siamo veramente in grado di diagnosticare l’ADHD, con assoluta certezza? Le multinazionali dei farmaci che ruolo hanno in questa vicenda? Siamo sicuri che non ci siano alternative alla prassi che preferisce e sceglie di “anestetizzare” con psicofarmaci devastanti? Come si può diagnosticare questa patologia, se tale è, in un bambino di 1 anno? Quali sono i parametri del “normale”. Guardando lo spezzone del documentario nella scuola americana, mi è sembrato come un lager, bambini bollati e classificati “da correggere, a suon di farmaci e di vita iper-regolamentata. Per raggiungere l’ideale dell’uomo medio americano. Mi son venuti i brividi.
Il numero dei casi è evidentemente sovradimensionato, con ripercussioni irreversibili sui minori coinvolti. Ma questo abuso di sostanze e di diagnosi provoca anche un altro rischio: in questa storia assurda e con il proliferare di questa patologia, diventa difficile concentrarsi su coloro che effettivamente hanno questi problemi, trovare soluzioni alternative ai farmaci, terapie migliori, indagare sulle origini di questo tipo di disagio o malattia, che potrebbe non solo non avere un’unica causa e un’unica fattispecie, ma potrebbe richiedere interventi diversificati e più mirati. Occorrerebbe anche affinare le tecniche di diagnosi, per evitare errori.
Somministrare una pillola forse è più semplice che curare in altro modo, ma fare il medico non deve limitarsi a curare i sintomi superficiali, ma capire che di fronte ha un essere umano unico e irripetibile, con una storia, dei pensieri, delle esigenze, dei diritti.

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Se non possiamo più raccontare

Anarkikka per Europa Donna Italia - #breastunit

Anarkikka per Europa Donna Italia – #breastunit

Non riesco a capire perché ci deve essere un unico modo di agire, di parlare, di raccontare un tema. Se ogni cosa dev’essere considerata strumentalizzazione. Non può esistere un unico verbo o persone che possono parlare, attivarsi, commentare e altre no. Parlo della questione posta qui sulla #breastunit. Così, come questa reprimenda (fuori luogo e che personalmente non condivido, nemmeno se sulla scorta di un libro) delle donne che subiscono violenza che ho letto qui, alle quali si chiede di stare possibilmente in silenzio, di non fare le vittime, senza però dare risposte concrete su come superare o come rielaborare questa esperienza dolorosa. Spesso raccontare e condividere può aiutare, può essere terapeutico. Come se tutt* fossimo uguali e dovessimo reagire allo stesso modo. Assolutismo dei sentimenti, del dolore, della sofferenza, delle reazioni. Come se qualcuno ci dovesse impartire come è giusto comportarsi in ogni occasione. Come quando ti chiedono di definire il tuo dolore su una scala da 1 a 10: il dolore è soggettivo e nessuno può permettersi di affermare che il mio livello di sopportazione del dolore non è adeguato e non va bene.
Se non ne parliamo, se non cerchiamo di sensibilizzare sul tumore al seno, usando anche, perché no, il richiamo del colore rosa di una maglietta o di una parrucca, se le donne con un’esperienza di violenza non possono raccontare a proprio modo e nessuno può cercare di organizzare iniziative e dibattiti per sensibilizzare la cittadinanza, cosa ci resta?
Un conto è il capitalismo che cerca di venderci un braccialetto antiviolenza, un conto è organizzare manifestazioni, convegni per informare, discutere, aprire un dibattito. Per quanto possano essere utilizzate strumentalmente da qualcuno, non possiamo buttare via il bambino con l’acqua sporca. In tanti portano avanti tali battaglie in buona fede e credendoci appieno. Grazie a queste persone la vita di tutt* può migliorare. Non dobbiamo confondere le cose e fare di tutta l’erba un fascio.
Se non teniamo accesa l’attenzione su certi temi, si resta fermi e non si compiono progressi. Invece, occorre diffondere informazioni, consapevolezza, dal cancro alla violenza, fino ai diritti di ciascuna donna. Non dobbiamo aspettare che il problema ci riguardi e ci coinvolga direttamente per agire. Dobbiamo metterci a disposizione sempre e dare il nostro piccolo contributo.
Non dobbiamo più obbligare i pazienti a compiere chilometri di viaggio per poter usufruire di terapie e di strumentazioni adeguate e innovative. In famiglia ho vissuto questi drammi e non è ammissibile che non si ponga rimedio. In certe condizioni di salute, farsi Bari-Milano non è il massimo.
Ci sono tanti problemi da affrontare, ma non è restando in silenzio e pretendendo che lo facciano tutti, che si risolvono i problemi. Occorre battersi ognuna con i propri mezzi e metodi, nel proprio piccolo, affinché qualcosa cambi, migliori realmente. Perciò penso che quello delle breast unit sia un buon progetto, con obiettivi chiari e essenziali, importanti. Non dobbiamo aspettare fermi, in attesa che accada quel cambiamento politico e culturale necessario, ma batterci affinché certi dibattiti non siano mai trascurati, perché l’informazione non cessi mai di girare, perché siamo noi in prima persona ad essere chiamati a compiere piccoli, ma significativi passi in avanti, su più fronti e a più livelli. I tagli alla Sanità, al welfare non si contrastano restando immobili. Mai!
Se ne volete sapere di più sulle breast unit, vi consiglio questo post di Luigia Tauro: qui. Ci vediamo a Milano il 17 giugno.

 

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Bikini niña con foam? No, gracias!!!

Farfalla

Vivendo sotto la dolce “dittatura” di mia figlia, ormai guardo solo Rai YoYo e simili. Sono diventata una notevole esperta in cartoni e in pubblicità per bambini. La cosa che mi crea più sconcerto sono le bimbe ammiccanti di alcuni spot (vedi le scarpe per bambine che ti regalano gli occhiali da sole con gli strass). Una vera e propria distorsione dell’infanzia, bimbe che sembrano in piena adolescenza già a 6-7 anni.

Oggi poi mi capita di leggere questa notizia in cui Carrefour propone nel suo catalogo mare una serie di costumi da bagno per bambine di 9 anni, imbottiti (Bikini niña con foam si legge cliccando sull’immagine del catalogo online). Accade in Spagna, costumi con taglie 9-14 anni. La piccola modella è ritratta mentre sorseggia un cocktail, come se fosse pronta per la “vendita”.
Lo stesso modello di bikini fu proposto nel 2010 in Inghilterra, addirittura per bimbe di 7 anni, dalla Primark, che fu poi costretta a ritirarlo in seguito alle proteste. L’associazione FACUA ha già denunciato Carrefour.
Trovo questi messaggi eccessivi, stiamo andando nella direzione sbagliata, stiamo accorciando e deturpando l’infanzia e plagiando delle bambine. Quale può essere il target?
Se lo scopo è solo vendere, siamo veramente al capolinea. Diamoci una regolata e per favore invertiamo la rotta. DICIAMO NO!

Proteggiamo l’infanzia, delicata e importantissima fase della nostra vita. Diamo il giusto tempo al bruchino per diventare farfalla.

 

Fonti:

http://hartodecarrefour.blogspot.com.es/2014/05/carrefour-vende-bikinis-para-ninas.html
http://www.elbalcondemateo.es/2014/05/bikinis-con-relleno-para-ninas-de-9-anos/

Ringrazio La rete delle reti femminili per la segnalazione.

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Misoginia e potere

Ivan Stepanovych Marchuk (Ucraina, 1936) Luna piena

Ivan Stepanovych Marchuk (Ucraina, 1936) Luna piena

Cosa significa avere un figlio maschio? Cosa rappresenta per l’immaginario femminile? Io non posso raccontarlo in prima persona perché ho una figlia. Leggendo questo articolo di Claudio Marcelli, ho scoperto che le mie prime impressioni in gravidanza erano in controtendenza. Non so come, ma pensavo di aspettare un maschietto, era una sensazione. Non avevo una reale preferenza, desideravo solo che stesse bene.

Marcelli spiega che avere un figlio maschio è un’occasione per crescere un uomo emotivamente alfabetizzato:

“Educare un figlio maschio al rispetto e alla parità è una straordinaria opportunità di opporsi alla discriminazione e alla violenza contro le donne”.

Io aggiungerei che l’educazione passa anche per una non discriminazione in base al genere. Le mamme dovrebbero educare e cercare di rendere indipendenti, autonomi i propri figli, sia maschi che femmine. L’educazione all’autonomia renderà più semplice per i figli spiccare il volo in età adulta, riuscire a cavarsela da soli e non sempre dipendere dai genitori (o dalla compagna di vita che sostituirà la mamma), avere rispetto per l’altro sesso e riuscire a condividere in maniera equilibrata una vita di coppia. Invece, ne parlavo ieri con una ragazza finlandese, sono le stesse donne, madri e compagne, le fautrici di una misoginia latente e invasiva, che rende spesso gli uomini incapaci di assumersi responsabilità, di rendersi veramente autonomi e di gestire una relazione di coppia che implichi anche condivisione delle mansioni e delle attività familiari. Questa educazione differenziata, che ancora in molti casi insegna solo alle bambine a cavarsela da sé, implica un ritardo culturale notevole e una sorta di legittimazione a quell’oppressione permanente e difficile da sradicare. Ci sono tanti piccoli segnali di questo condizionamento e di una mentalità che è diffusa anche a causa di una posizione distorta di noi donne, davanti a un problema educativo dei nostri figli maschi. Se una madre o una compagna non si aspettano dal proprio figlio o compagno maturità, capacità di cooperare in casa, se non educano all’ascolto, al rispetto, alla parità, a una vita compartecipata, i risultati possono essere gravi. Si perpetua un modello gestito su piani distinti e rigidamente separati, su binari inconciliabili, che non riusciranno mai a parlare tra loro. Per questi uomini ci sarà un’unica soluzione, un unico modo di affrontare le relazioni con l’altro sesso, fondato sulla sottomissione della donna, sulla supremazia/egemonia maschile, sul tentativo di opprimere e arginare quella pericolosa emancipazione femminile, che loro fanno fatica a comprendere e ad accettare e che vedono come la causa di tutti i mali. Questa oppressione a volte arriva ad esprimersi attraverso la violenza sulle donne, che è innescata da una mentalità misogina, che serve a legittimare un potere dell’uomo e un possesso incondizionato e illimitato sulla donna.
Così ne parla Giovanna Nuvoletti:

“Perché la misoginia è stata una grande invenzione, grandissima. Le fonti non sono scritte ma ci sono delle prove di una precedente epoca di matriarcato, c’è il lavoro della Gimbutas, ma quel che importa, quel che so per certo, è che c’è stata poi una guerra vera e propria, che ha utilizzato lo strumento razzista della demonizzazione degli esseri da opprimere. Perché si è dovuto opprimere? Per creare il potere”.

La questione non è culturalmente distante da noi, non appartiene a forme arcaiche di cultura. Purtroppo i retaggi di una mentalità misogina sono dappertutto, a tutti i livelli e contesti. Finché noi donne non cambieremo prospettive, non invertiremo la rotta (lasciando emergere l’assurdità di tali aspetti e comportamenti), non smuoveremo le montagne ideologiche di una società e di un’economia che ci vuole “sottomesse” e facilmente strumentalizzabili, non avremo assicurato un superamento delle attuali problematiche relazionali tra uomo e donna. Un’affettività matura implica un profondo e radicato rispetto dell’altro/a. In questo noi donne, nei nostri diversi ruoli, dovremmo insegnare ai nostri uomini a sostituire la paura (che a volte alimenta l’odio) con il rispetto e la voglia di comprensione. Occorre sostituire alla trincea permanente contro le donne, il dialogo e l’apertura. Non ci sono cose che gli uomini e le donne non possano imparare a fare, è giunto il momento di iniziare l’interscambio.

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Per un paio di scarpe di Chanel

Il bacio, Henri de Toulouse-Lautrec, 1892

Il bacio, Henri de Toulouse-Lautrec, 1892

Cosa non si farebbe? Premetto che sono per la libertà di scelta sul modello da adottare per fare imprenditoria e su come utilizzare il proprio corpo. Al termine di questa narrazione mi sono chiesta se l’obiettivo ne valesse veramente la pena. La motivazione sembra nobile: sfuggire al precariato (e forse alla fatica quotidiana). Ma poi spuntano le scarpe Chanel e mi sorge un dubbio. Questa storia sembra suggerire che chi guadagna 1.000 euro e fa l’impiegata sia solo una sfigata, una che non sia in grado di fare del proprio corpo un’impresa commerciale. Insomma una massa di idiote. Una marea di donne incapaci che si ostinano a sgobbare per 1.000 miseri euro. Poveracce noi, verrebbe da dire. Ma se poi si guardano bene gli obiettivi di Stella, il nome fittizio della protagonista dell’articolo, ti appaiono per quello che sono. Così come quando sostiene di vivere alla giornata. Ci si dimentica che sono proprio le persone che vivono quotidianamente nella precarietà e nelle retribuzioni da fame a vivere alla giornata, senza prospettive neanche di medio termine. Stella voleva sfuggire veramente a questo tipo di vita? Continua a vivere in un modo “precario” e senza progetti. Mi sembra che non ci sia stato un grande vantaggio. Non voglio credere che i soldi siano rimasti l’unico motore trainante che ci resta. Dove sono finite le altre aspirazioni? La liberazione rischia di nascondere una nuova schiavitù, questa volta del vile denaro e di qualche bene di lusso da indossare. Siamo sicuri che qui ci sia veramente libertà di scelta, oppure solo vuoto e superficialità di scelta? Tanto orgoglio per svolgere la sua professione per cui aveva grandi attitudini, e poi la cosa deve rimanere un segreto. Siamo certi che non si tratti di un’ennesima vittima finita nel tritacarne del sistema capitalistico? Sono scelte autonome o comunque indotte da un certo sistema?

Tutti i lavoratori dipendenti in fondo lasciano che la propria azienda utilizzi il loro corpo per le finalità produttive. Abbiamo fatto tanto affinché questo utilizzo fosse possibilmente regolamentato e contenuto, ma a quanto pare oggi molti non sono più interessati a questa lotta.

Questa vicenda pare confermare una tendenza in atto da qualche anno a questa parte. Si assiste sempre di più all’affermarsi della dimensione individuale su quella collettiva, anche nel campo della richiesta di libertà e diritti. Sulla base del classico assunto liberale, l’individuo tende a prevalere sulle necessità e sui bisogni collettivi. Anche a livello normativo si assiste a un dominio crescente del contratto ad personam, rispetto alla dimensione legislativa, uguale per tutti. Questo fenomeno, apparentemente conveniente, può nascondere un aspetto pericoloso, presupponendo che nella realtà nessuno parta dalla stessa linea di partenza in tema di diritti e di libertà. Nella questione contingente, Stella ha tutto il diritto di svolgere la professione che desidera e apparentemente non crea problemi. Ma questo non va a banalizzare tutto il discorso sui diritti di coloro che si prostituiscono per bisogno? Visto che la cosa è normale, perché sbracciarsi tanto per tutelare tutte le donne che lo fanno per fame?

P.s. casualmente ho recuperato questo documento collettivo di Resistenza Femminista, che mi è sembrato perfetto ed esplicativo di quanto cercavo di esprimere nel mio post. Ve lo consiglio.

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Come faccio a non far tutto

Masha i Medved

Masha i Medved

Ci ripetono che il mestiere della mamma è il più bello e insieme il più faticoso del mondo. Ma qui parlo per me. È stato il cambio rivoluzionario più radicale, ma oggi, a due anni di distanza, non mi ricordo nemmeno più com’era la mia vita precedente. Non potrei più tornare ad allora, perché oggi ho la mia scricciolina che mi chiama “mammina mia, cara o in alternativa dolce” (ha imparato bene a modulare l’intensità di zucchero nelle parole). Non credete a quelle supermamme che dicono di riuscire a tenere tutto sotto controllo e che nulla grossomodo è mutato! Le cose cambiano eccome e arrivi a prendere decisioni drastiche che mai prima avresti contemplato. Chi non lo fa, chi dice che la sua vita lavorativa continua alla grande, chi sostiene che basta organizzarsi, di solito scarica sugli altri il peso e le responsabilità. Anche perché la giornata è fatta di 24 ore. Ognuna compie le sue scelte, ma almeno non veniteci a raccontare le solite frottole che fanno sentire delle emerite incapaci coloro che non ce la fanno. Non si può far tutto, bene e senza qualche rinuncia, anche di un certo peso. Non esiste la supermamma, esiste la mamma e basta! Cerchiamo di fare del nostro meglio, ma almeno cerchiamo di essere sincere tra di noi.

 
Vi segnalo questo post sulla donna multitasking. Pericoloso strumento di tortura per tutte le donne che non riescono ad essere abbastanza multitasking, che non sono perfette equilibriste tra focolare e lavoro.

Fermiamoci qui, non dobbiamo per forza saper fare tutto e bene. Questo è solo un mito e una immagine surreale di un fantoccio di donna dai superpoteri, abile a risolvere qualsiasi inconveniente. Una specie di colla universale.
Donne che crocifiggono le donne e le istruiscono su come essere donne, mamme e mogli perfette. Ma anche basta!
Il problema della condivisione implica anche una bella sveglia per i maschietti, perché la condivisione non è un nuovo balocco trendy di cui fregiarsi in sede di discussione politica, di associazione femminile o sulle testate di rosa vestite. La condivisione implica cambiamenti e sacrifici reali e congiunti, appunto condivisi.
E poi un augurio a tutte le mamme, della bella copertina del New Yorker del 13 maggio dell’anno scorso.

Felice Festa della mamma a tutte le mamme!

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Ogni mamma è (anche) una donna

Intervita - Carta della mamma

Intervita Onlus – Carta della mamma – Le mamme viste dai bambini: cosa desiderano, cosa amano e cosa le rende tristi

 

Leggendo questo articolo, sulle interviste ai bambini, realizzate da Intervita Onlus, per realizzare il suo Rapporto sullo stato della mamma di oggi, a supporto della campagna Mia mamma è (anche) una donna, ho cercato di ritornare alla Simona bambina e riflettere su cosa pensavo di mia madre. Ho sempre visto una donna affaticata, di corsa, con mille impegni tra il lavoro di insegnante e tutti quelli di cura familiare. Ricordo che ero fiera di questa sua capacità di essere multitasking. Ma ho sempre compreso questo suo non avere molto tempo, o meglio questo suo non averne da dedicare a se stessa. L’ho dato per scontato, per normale. Accettavo il fatto che non avesse il tempo per giocare con me. Eppure non la sentivo distante, è sempre stata premurosa e presente. Nella mia testolina di bambina evidentemente ho maturato l’idea che in qualche modo dovessi evitare di intralciare le sue attività. Insomma, in punta di piedi ho cercato di fare da sola. C’erano varie difficoltà, ma solitamente lei è andata avanti, chinando il capo. Oggi direi che ha sbagliato e che si è tarpata le ali. Ieri pensavo che rientrasse nella logica consueta di una donna, di una madre e di una moglie. Ma con il senno di poi non si può ragionare. Lei ha compiuto le sue scelte e probabilmente non c’erano molte alternative. Continuo a pensare che lei abbia fatto tanti sacrifici per ragioni altruiste, per non sconvolgere gli equilibri. Con il tempo però ci si abitua e non si ha più la forza e il coraggio di opporsi e di osare, anche quando sarebbe il caso di dire qualche no. Con il tempo ci si dimentica cosa vuol dire fare qualcosa unicamente per sé, per quella donna, come se altri ruoli si fossero nel frattempo sovrapposti a quella dimensione primaria e originaria, offuscandone gusti, aspirazioni, desideri, aspettative, passioni.
Forse la maternità rende possibile e più semplice questo fenomeno, con varie gradazioni che sono molto soggettive. Non è una questione generazionale a mio avviso, ma una scelta personale, di contesto e in qualche modo casuale. La maternità è uscire da sé e spostare il centro al di là di se stesse. Ognuna trova il suo equilibrio o disequilibrio a suo modo. Così la conciliazione può avere molte facce, molte soluzioni, molte scelte, molti bivi, molte rinunce. Perché il nostro essere adulti responsabili implica anche un più ampio grado di scelta e spesso due cose non sono sempre conciliabili. Si resiste, ma a un certo punto occorre scegliere. I nostri figli forse capiranno o forse no. Ma questo fa parte del gioco e della fallibilità umana. Nessun* di noi ha la sfera di cristallo per decidere quale strada si rivelerà la meno irta di ostacoli, per cui ci affidiamo all’istinto e quell’istinto di mamma lupa persiste.

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