Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Non perdiamo la bussola

@Firuz Kutal

Auspico che di fronte alla violenza contro le donne si riesca a mantenere un atteggiamento scevro da pregiudizi, intenti fuorvianti, spostamenti di significato e di focus.

Le vicende di stupri commessi da stranieri ci dovrebbero aiutare a capire la trasversalità della sub-cultura dello stupro e della violenza. Ci aiutano a capire che la violenza contro le donne è un fenomeno che appartiene a tutte le culture. Uomini di ogni censo, titolo di studio e nazionalità, con un unico denominatore comune: la cultura patriarcale, con la visione della donna che porta con sé.

Lo stupro alle donne piace” è un’affermazione frutto di una mentalità purtroppo molto diffusa, tipica di un modello machista patriarcale che tutto può sui corpi delle donne, deumanizzate e oggettivizzate. Questa mentalità la troviamo dappertutto, basta leggere i commenti su certi gruppi MRA (men’s rights activism) o quello che scrivono alla presidente Boldrini. Basta ricordare certi epiteti e attacchi ricevuti come attiviste femministe.
Gli stupri di gruppo purtroppo non sono rari, dal massacro del Circeo fino al caso di Fortezza da Basso, con la sentenza che seguì, di cui parlai qui.

Questo tipo di sub-cultura si annida dappertutto, si tramanda identica nei secoli, anche grazie agli stereotipi, luoghi comuni introiettati da noi donne. Il “se l’è cercata” ancora molto diffuso, suggerisce una corresponsabilità delle donne, una dolorosa rivittimizzazione di chi subisce violenza. Abbiamo ancora molta strada da fare.

La sub-cultura alla base di simili comportamenti appartiene a un modello di società che fa fatica a rimuovere discriminazioni fondate sul genere e che sottovaluta i segnali, salvo poi cavalcarli in funzione razzista e populista. Oppure come ultimamente accade per colpire organizzazioni umanitarie e che cercano di fare inclusione e integrazione.

Certi episodi evidenziano bene cosa c’è alla base della violenza e come ci siano degli elementi comuni tra tutti coloro che la commettono. Non è che il patriarcato e il maschilismo siano roba tipica solo di alcuni paesi e altrove non ve ne sono tracce. La violenza commessa non è roba estranea all’uomo, anche chiamarli animali sposta altrove l’attenzione e le responsabilità. Questi sono esseri umani al 100% portatori di una sub-cultura per cui la violenza contro le donne è una cosa normale e legittimata nei secoli. Sono uomini comuni, vicini di casa, amici, partner, familiari. Parlare di bestie significa spostare il focus e la realtà. Lo stesso quando si parla di “follia” alludendo a patologie psichiatriche, ci si allontana dall’idea che la violenza ha radici molto più comuni e non necessariamente patologiche, quasi a voler giustificare i suoi atti.

La violenza non dovrebbe avere mai alibi e giustificazioni, un uomo deve imparare a capire che la donna non è un oggetto alla sua mercé.

Non permettiamo che la violenza contro le donne sia strumentalizzata per altri fini e si finisca col perdere la matrice della violenza contro le donne, basata sulla differenza di genere.

Un NO è un NO. Chiunque commetta violenza non si deve sentire legittimato o restare impunito, pensando di trovare scorciatoie e riduzioni di pena.

Iniziamo a cambiare la cultura insieme e lavoriamo su una giustizia piena e certa. Ma soprattutto non lasciamo sole le donne che subiscono violenza.


La violenza di genere è una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione contro le donne che comprende tutti gli atti di violenza fondati sul genere che provocano o sono suscettibili di provocare danni o sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica o economica – comprese le minacce di compiere tali atti – la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica, che nella vita privata.

(Convenzione di Istanbul, 2011)


Avevo pubblicato questo post inizialmente solo sul mio profilo Facebook. Trovo opportuno non perderlo nel flusso dei social e renderlo disponibile anche nel mio blog.

Sempre sul tema:

Annunci
1 Commento »

Non è solo una questione di forma. Dove sono le donne?

 

Ci ho messo qualche giorno, il tempo di ascoltare e riflettere. Ne è risultata una fotografia interessante del nostro Paese. Spero che avrete la pazienza di arrivare sino in fondo a questo articolo.

Meeting di Comunione e Liberazione 2017. Titolo dell’incontro del 22 agosto: “La Polis al centro della politica”. Una polis rappresentata a metà. Basta uno sguardo d’insieme per capire quanto ascoltano e si confrontano con le donne. Dispiace che nessuno si sia premurato di guardarsi attorno, chiedendosi se non fosse più opportuno ampliare e aprire il tavolo alle donne, invitandone e cercandone almeno una. Non è solo questione di forma, ma di sostanza che nutre certe iniziative e le rende credibili. Avrebbe integrato un gruppo tutto al maschile e fornito finalmente un messaggio diverso. Non è per sterile polemica, è che proprio non ce la faccio più a vedere questi quadretti. Autosufficienza.


Questo è l’impatto di un parterre tutto maschile. Ma scendiamo nel dettaglio.

In apertura il giornalista Giorgio Giovannetti delinea questo quadro: “perdite di 140.000 cittadini ogni anno, con un incremento degli italiani che si trasferiscono all’estero (102.000 nel 2015). I giovani a Roma, Milano, Torino tra i 18 e i 34 anni che vivono a casa dei genitori sono il 92,6% della popolazione. Nel 2030 secondo i demografi ci saranno più abitanti +1,5%, ma si registrerà una diminuzione del 5,6% degli italiani, mentre l’incremento degli stranieri sarà dell’81,1%. L’immagine dell’Italia non sarà quella di oggi. Il Censis parlava di recente di un Paese senza futuro.”

Poi interviene il sindaco di Firenze Dario Nardella, che esordisce parlando di gap generazionale elevato e di sostenibilità del sistema. L’obiettivo è evidenziare le politiche dei comuni per invertire questa tendenza e migliorare la sostenibilità di questi processi demografici.
Come possiamo essere tranquilli, sereni, tracciare una strada certa nell’affrontare le questioni dell’immigrazione, se non abbiamo una strategia chiara sulla natalità e su come oggi giovani coppie possano trovare luoghi, strumenti, condizioni ideali per poter costruire delle famiglie, diventa tutto sballato, finiamo con l’affrontare da una prospettiva completamente scorretta, o comunque limitata questioni che viviamo come un’emergenza addosso a noi come ad esempio l’immigrazione.”

A questo punto mi domando, la questione natalità a quali obiettivi e a quali preoccupazioni risponde? Aiutatemi a capire, sinceramente cosa è che diventa “sballato”? Il computo italiani vs stranieri?

Poi si parla di: social housing (che dal mio punto di vista ha i suoi pregi ma anche i suoi limiti, se si pensa che dipende dal contesto e dai costi abitativi non sempre così “calmierati”) e di gratuità delle scuole materne comunali, senza rette o tasse di iscrizione. “Una scelta chiara. Riguarda tutto il paese, sintonia tra amministratori delle città, deve portare a cambiare quel numero 1,34 bambini per donna, che significa che noi non abbiamo un futuro. Un punto economico, organizzativo, normativo di un sistema che non sostiene le donne come lavoratrici, come mogli, come madri. Ma c’è anche una questione culturale di un Paese che ha smesso di sperare di avere fiducia, di guardare al tema dell’eredità (il tema generale del Meeting 2017 è “Quello che tu erediti dai tuoi padri, riguadagnatelo, per possederlo”).

Tutto ruota intorno alla figura del padre, che trasmette beni e cultura alle generazioni successive. La madre è un fantasma nella storia dell’umanità, eppure anche lei trasmette. Nasconderlo è non riconoscere il contributo femminile, ma ci sta, siamo in un meeting di CL. Meno normale è che nessuno colmi il buco.

“Se tu oggi ricevi una eredità il problema è come la passi alle nuove generazioni, più bella, più importante, ricca.” Il focus è sul delta generazionale. Basta andare nelle scuole per verificare quanto sia reale la dimensione degli stranieri nelle nostre città, o governiamo questi processi o finiremo per subirli. E quando li subiamo nascono gli estremismi, l’odio e l’indifferenza, lo scontro, l’incomprensione. Un grande paese come il nostro deve essere capace di costruire un futuro, deve coltivare l’orgoglio di un progetto di vita, anche di politica generativa.”
La bellezza della famiglia e dei legami familiari, personali, la necessità di incrementare la fiducia nelle relazioni interpersonali, contesto ideale per la nascita e la crescita della famiglia. Nardella è preoccupato dell’incremento dei divorzi, dell’idea di libertà dalle responsabilità, di una società materialista e individualista.

Matteo Ricci, sindaco di Pesaro esordisce: “la paura, finché questo paese continuerà ad essere impaurito, i figli non si fanno. I modelli familiari sono cambiati, ma l’elemento della paura è centrale, un elemento che non è reale. Ci sono stati passaggi più difficili, economicamente, ma era diversa la fiducia. La paura va superata se vogliamo risolvere il calo demografico. Se noi continuiamo a descrivere questo paese come un paese che non ce la farà mai che messaggio di speranza e di fiducia diamo ai nostri figli, ai nostri giovani? Non vuol dire non vedere la realtà. Vuol dire che quel problema si può superare, che il domani potrà essere meglio dell’oggi”.

E qui mi vien da domandare se davvero sia solo un problema di racconto e di narrazione. In pratica dobbiamo raccontare il paese che non c’è? Così si torna a sperare? Ma davvero?

“Rincorrere la rabbia produce paura. Soffiare sulla rabbia produce violenza”.
Il secondo nodo da sciogliere, prima dei servizi, è il lavoro. Le difficoltà a immaginare il futuro dipende dal lavoro. Abbiamo deciso di sostenere la volontà di fare impresa, zero tassazione per i primi 3 anni”.

Giorgio Gori, sindaco di Bergamo, presenta la situazione del 2016: 875 nati, 1.352 morti. Saldo demografico positivo grazie alle 4.668 persone immigrate, non tutti stranieri, la città ricomincia a crescere e a essere attrattiva.
“La famiglia classica padre, madre, figli: 36% del totale. Il 64% è composto da 1 o due persone. A Milano un nucleo familiare su due è composto da una sola persona. Le coppie si consolidano verso i 40 anni ed è alto il tasso di separazione. Questa fotografia ci racconta un’Italia in deficit di speranza. Creare comunità con un clima di fiducia che permetta la costruzione di nuclei familiari. Evidenzia il fatto che “chi ha una vita familiare e che ha dei figli, non è capace di raccontare questa scelta nella sua positività. Per noi che abbiamo questa fortuna è una grande felicità, dobbiamo raccontarlo e non lo stiamo facendo”. In pratica, si consiglia di raccontare quanto è bello “tenere famiglia”.
“Si è diffusa una idea di libertà nella sua dimensione individuale, fare figli è una fatica, un impedimento. Ma noi siamo parte del destino del nostro paese, non siamo solo individui, l’eredità è restituire questo paese alle future generazioni, ma queste ci devono essere per poterlo fare. Ci vuole coraggio, andare al di là degli impedimenti materiali (compito della politica), sentirsi responsabili, dare un domani al nostro paese.” Viene fornito un elenco di tutti i bonus e le misure economiche nazionali o locali a beneficio delle mamme, ma evidentemente non sono sufficienti come rileva Gori.
Ridare autonomia ai giovani, finiscono tardi di studiare, trovano tardi un lavoro, escono tardi dalla famiglia. Si chiude su: “Lavorare sull’occupazione”, con un ovvio elogio del jobs act, e un accenno agli ultimi annunci sulle politiche giovanili (peccato che si è cancellato l’art. 18 e gli sgravi per le assunzioni dei giovani e i vari bonus non sono misure strutturali in grado di scongiurare i licenziamenti dei giovani assunti con detassazioni; oltre alla questione di non generare differenze discriminatorie tra lavoratori).

Matteo Biffoni, sindaco di Prato. 140 etnie, la città attrae da fuori. Grande comunità cinese, “a me questa cosa fa sempre un po’ impressione, abbiamo la terza comunità cinese d’Europa”. Più matrimoni misti. Il 50,6 dei nati è da mamme italiane (34 anni media), il resto da mamme straniere (29 anni media). Dispersione scolastica al 14%. L’inclusione anche ad anno in corso funziona. Il futuro non è più quello di una volta, non mi voglio rassegnare a questo. Aiutare su casa, lavoro, figli.” Positivo l’intervento sulle garanzie in tema di diritti di maternità e di paternità per lavoratori dipendenti e autonomi (sappiamo quanto sinora fatto per equiparare i congedi per la maternità).

Luigi Brugnaro, sindaco di Venezia. Io sono italiano, dobbiamo costruire il futuro. Mi ribello all’idea che il paese sia senza futuro. L’immigrazione non è un qualcosa di ineluttabile. Parla come un fiume in piena: l’immigrazione, miscelare, condividere un percorso, presidiare i confini, blocco navale umanitario. “Ho ritirato i libretti gender dalle scuole. Confusione a tre anni, senza l’autorizzazione dei genitori.” Sostenibilità della famiglia: tirare su figli è una responsabilità, se uno pensa che fa figli solo se può comprarsi la casa col mutuo, mio padre, ecc.” Vi risparmio il discorso sulla “zingara”, la chiusura della moschea, le misure antiterrorismo, sulla cittadinanza italiana e del sentimento nazionale, “gli stranieri ci stanno comprando tutto, le migliori brand aziendali”. Potrei chiudere qui, ma proseguo.

Andrea Gnassi, sindaco di Rimini, auspica un patto con governo centrale che assicuri autonomia organizzativa, fiscale e di investimento ai sindaci. Parla anche di una riforma istituzionale per rispondere ai problemi del territorio.

Tutti sottolineano che la soluzione non è nell’assistenzialismo, ma nel fornire strumenti per coltivare il senso di fiducia verso il futuro.
Tutti rilevano che l’immigrazione contribuisce a rendere meno accentuate le conseguenze dell’invecchiamento della popolazione e a rendere più stabile il saldo demografico grazie ai tassi di natalità più elevati delle donne straniere. Peccato che già da qualche anno si rilevava un calo anche dei nati da genitori di origine straniera.

Fin qui la cronaca del meeting di Rimini.

In parallelo, come prodotto di questo meeting, su numerose testate è rimbalzata la firma di un documento sulla natalità.
Che nello stesso anno a più riprese si debba assistere a questo martellamento e a questo continuo tornare sul tema della natalità, fecondità lo trovo emblematico.
A Rimini, 7 sindaci, 7 uomini hanno firmato un “piano strategico per la natalità” volto a incrementare il numero da 1,34 a 2 figli per donna. Vediamo nel dettaglio di cosa si tratta.
Il documento ha il seguente titolo: “Le città e la sfida demografica per una politica generativa – Impegnare il Paese su nascite, welfare, anziani”.
Cosa intendiamo per politica generativa? Visto il martellamento sul tema natalità e gap generazionale sembrerebbe che si stia parlando di questo. Ma approfondendo c’è un precedente, qualcuno che ha coniato questo termine, che ha un senso un po’ più ampio.

Guglielmo Minervini, scomparso prematuramente un anno fa, amministratore e politico pugliese, ne parlava così:

“La politica generativa è quella che si crea quando l’amministratore smette di chiedersi “quante risorse stanzio” e inizia a chiedersi “quante risorse attivo”, di qui il suo nome.” Una visione della politica nata nella mia Puglia, “Lo Stato e il Partito – si legge nella quarta di copertina del volume di Minervini (La politica generativa. Pratiche di comunità nel laboratorio Puglia. Carocci, 2016) – non sono più sovrani e la società ha imparato a operare in autonomia, come una immensa rete di scambi che innescano processi creativi di trasformazione. Se la politica vuole recuperare efficacia deve trasformarsi in un dispositivo che aiuta le persone a condividere una comune visione di futuro, valorizzando il capitale di energie e competenze, passioni e tempo. È questa, per Guglielmo Minervini, la politica generativa: una piattaforma in grado di attivare il cambiamento e di incidere sul corso degli eventi, sperimentando nuove pratiche di comunità. Perché la politica generativa è soprattutto una politica che crede nelle persone”.

Torniamo al documento siglato a Rimini.
La richiesta e l’obiettivo:

“Insieme al Governo nazionale, agli studiosi, alla società civile e al mondo dell’associazionismo lanciamo dalla cornice del Meeting di Rimini una sfida ambiziosa al Paese: lavorare insieme sulla sfida demografica e impegnarsi nell’adozione di un Piano Strategico che abbia l’obiettivo di incrementare l’attuale livello di natalità da 1,34 a 2 figli per donna, al fine di garantire il ricambio generazionale e quindi il futuro del nostro Paese. Chiediamo a tal fine l’impegno di maggiori risorse economiche, da reperire attraverso l’efficientamento e razionalizzazione della spesa pubblica.”

7 brillanti amministratori, 6 di centrosinistra e uno di centrodestra, che nel corso del meeting si gongolano di aver ciascuno contribuito egregiamente a incrementare le nascite, avendo tutti da due a cinque figli. La progenie, l’eredità dei padri, la dinastia assicurata.
Insomma, tutti buoni padri di famiglia, con il sindaco di Cittareale, Francesco Nelli, che si domanda “a chi lascio mio figlio se mia moglie deve andare a fare una ecografia e io devo andare in Comune?”
Il documento contiene i seguenti punti:

1. la promozione di una corretta campagna comunicativa, scevra da approcci ideologici, per informare su tutti i servizi e i mezzi di sostegno alle famiglie;
2. maggiori incentivi fiscali ed economici per i neo genitori, che rafforzino le iniziative degli ultimi Governi;
3. la creazione di un sistema di welfare che offra diritti di maternità e paternità a tutti i lavoratori, anche non dipendenti;
4. il miglioramento della conciliazione tra vita familiare e professionale ed un’organizzazione del lavoro più funzionale ed attenta alle nuove esigenze lavorative dei genitori, con l’obiettivo primario di agevolare una maggiore partecipazione delle donne al mercato del lavoro, elemento decisivo per una ripresa della natalità;
5. un maggiore investimento, in collaborazione con l’associazionismo e il privato sociale, nei servizi di assistenza agli anziani non-autosufficienti, il cui carico di cura è oggi in larga misura sulle spalle delle famiglie e in particolare delle donne, costituendo un fattore di allontanamento di queste ultime dal mercato del lavoro;
6. la riduzione delle spese delle famiglie per l’iscrizione e la frequenza alle scuole dell’infanzia, grazie a maggiori investimenti pubblici e privati nei servizi all’infanzia;
7. l’attivazione di politiche per l’emancipazione e l’autonomia dei giovani, a partire da misure che ne favoriscano l’inserimento e la stabilità occupazionale;
8. l’ampliamento della platea interessata dal Reddito di Inclusione, a comprendere quella vasta porzione di giovani che versa oggi in condizioni di povertà;
9. la trasformazione, in tutte le medio-grandi città, di vecchi immobili pubblici in social housing e nuove forme di abitazione a sostegno di famiglie e giovani genitori e la sottoscrizione di accordi territoriali, promossi dai Comuni, finalizzati ad incrementare l’offerta di alloggi a canone convenzionato destinati ai giovani e alle giovani coppie;
10. l’attivazione di asili, condomini e servizi di domicilio condiviso per una vera convivenza generazionale che, sull’esempio di alcune realtà già presenti nel nostro Paese, porti a dialogare le esperienze della popolazione anziana e la vivacità dei più giovani;
11. una maggiore collaborazione e sostegno alle iniziative dell’associazionismo e del privato sociale nell’assistenza agli anziani;
12. il varo di un piano nazionale per l’inserimento sociale degli immigrati economici, basato sulla formazione e sul lavoro, che faccia tesoro delle positive esperienze locali che hanno accompagnato l’impegno di accoglienza che tenga conto delle effettive esigenze del sistema produttivo nazionale e delle capacità di accoglienza in generale.


Per quanto ho potuto visionare del documento, si tratta di un testo molto semplice, nessun approfondimento o nota bibliografica, citazioni di esperti, crediti. I contenuti, pur se interessanti, sono un generico proposito, una dichiarazione d’intenti, poco contestualizzata. Dovremmo pensare ad esempio a come stabilizzare i giovani in presenza di contratti sempre più precarizzanti e di come non creare ulteriori conflitti generazionali in tema di lavoro e di previdenza. Insomma, un po’ di coerenza e onestà non guasterebbe. Nessuna copertura, nessun accenno alle risorse se non l’auspicio di poterle “reperire attraverso l’efficientamento e razionalizzazione della spesa pubblica”. Nemmeno la spending review ha frenato l’aumento del debito pubblico, per cui possiamo immaginare che nel nostro prossimo futuro non navigheremo nell’oro.
Io che mi aspettavo di reperire nel documento le collaborazioni di cui si erano avvalsi per stilarlo, mi sono trovata di fronte a un semplice elenco, avente a corredo più o meno le stesse considerazioni espresse al tavolo del meeting.
Uomini che discettano su cosa fare per le donne, assenti dal dibattito e dalla elaborazione di idee, quasi si consideri scontata la loro opinione, la loro scelta, il loro ruolo. “Perché mai le donne non dovrebbero concordare con noi 7?”, si saranno chiesti i sindaci. Perché mai le cose non cambiano diciamo noi. Ecco perché non cambiano, perché tutto si decide sulle nostre teste e sulle nostre vite, come a farci un favore di esonerarci dall’uso delle nostre teste e dall’esercizio del nostro libero arbitrio. Non è concepibile che le donne possano autodeterminarsi e fare progetti come soggetti autonomi e non legate alle loro funzioni biologiche e riprodutive.
Due, donne, due figli, almeno due per garantire il futuro della “razza italica” come Patrizia Prestipino si premurava di dire qualche giorno fa.

Parla da sé il fatto che a nessuno di questi 7 sindaci uomini sia venuto in mente di coinvolgere qualche donna con incarichi istituzionali, qualche donna esperta su questi temi, una consigliera di parità, qualche attivista. Nessuno che abbia avvertito l’assenza e la parzialità di questo atto e meeting. Nessuno che abbia avvertito l’esigenza di confrontarsi con l’altra parte in causa, le donne. Perché i figli ancora si fanno e si crescono in due, quindi la scelta e le condizioni vanno valutate sia per gli uomini che per le donne. Vista così sembra ancora una roba tutta sul groppone delle donne. È come se si sostenesse, “noi aggiustiamo qualche dettaglio e poi le donne accetteranno di buon grado di figliare”. È come se si stesse dicendo, noi facciamo il piano, lo firmiamo e poi voi lo concretizzate come vi chiediamo e vi suggeriamo noi. Un approccio paternalistico se vogliamo inquadrare l’impressione trasmessa da questo meeting e da questo documento declinati al maschile. Che nessuno si sia premurato di chiedere una condivisione dei contenuti di questo documento con le donne, citate solo come coloro che devono poi praticamente fare almeno due figli. Oppure è avvenuto, dove è avvenuto? Il documento è stato presentato già pronto, blindato, come si usa fare tra decisori democratici. Forse si prevede in futuro un lavoro insieme alle donne?

La mia preoccupazione è comprendere la ratio dell’impostazione generale, che a mio avviso non avrebbe dovuto partire dall’obiettivo di due figli per donna, ma da come incrementare la partecipazione delle donne in ogni ambito della vita di questo Paese.
Per quanto riguarda la collaborazione alla redazione del documento, ipotizzando che ci siano state anche figure femminili, non citate e non esplicitate in esso, perché non si è avvertita la necessità invitarle al dibattito del meeting? Mi sembra che il palco del potere che decide sia sempre e solo abitato da uomini. Questo rende anche i buoni propositi del documento un po’ meno credibili.
Perché quando ci sono le occasioni pubbliche di confronto nei partiti, si alzano trincee e non si ascoltano i suggerimenti e gli spunti critici? A cosa serve la partecipazione e l’attivismo delle donne nei partiti e nella politica se poi dobbiamo essere trattate come mere esecutrici e comparse?

Ciò che preoccupa è l’impostazione, già finalizzata a un obiettivo superiore: fare figli, farne almeno due. Questo è ciò che stride: l’interesse prioritario. 

Eppure si può affrontare le cose da un altro punto di vista, proprio perché Gori accenna al fatto che i compiti di cura, specie degli anziani, pesano maggiormente sulle donne (disequilibrio dei carichi familiari).

Li vedo con il pallottoliere alla mano che cercano di calcolare quanti pupi dobbiamo generare per riequilibrare il trend demografico. Che qualcuno si sia premurato di darsi uno sguardo attorno. Che qualcuno si sia degnato di leggere le raccomandazioni che da più parti arrivano, tutte dedicate all’empowerment delle donne e volte a incrementare la loro presenza attiva nella società e nell’economia. La natalità è un di cui, se le donne (e gli uomini) stanno bene, hanno una condizione di vita stabile e non precaria, forse saranno più propensi a far figli, ma anche no, perché non è una scelta obbligata. Non è solo una questione di retribuzioni dei trentenni (-12% rispetto alla media nazionale, nel ’77 erano +3%) ma delle prospettive negative sul futuro. Avete mai avuto a che fare con periodi in cui il lavoro non c’è e se ne cerca un’altro, certi che molto probabilmente, salvo miracoli, sarà anche quello precario, ammesso che lo si trovi? Un figlio può peggiorare ulteriormente questa precarietà, non esserne consapevoli significa essere sprovveduti.
È una scelta obbligata quella di coloro che da anni sono costretti a dimettersi per problemi di work life balance oppure che perdono il lavoro dopo la nascita del figlio o sono costretti in situazioni di precarietà. Forse andrebbero fornite alternative. La natalità può essere un argomento rilevante, ma posto così, col calcolatore alla mano mi sembra più un esercizio di pura matematica e di demografia a tappe forzate.
Non servono solo più nidi, per un buon equilibrio vita privata-lavoro occorre flessibilità (non schiavismo e lavoro gratis senza orario), che nell’ambito lavorativo si traduce in due comportamenti: la possibilità di modulare l’orario di servizio e il luogo di lavoro. È questa la ricetta che può permettere alle donne di continuare la carriera professionale dopo aver avuto un figlio, secondo una ricerca pubblicata sulla rivista scientifica «Human Relations». Ma io aggiungerei che occorrerebbe permettere flessibilità anche agli uomini, assegnando loro crescenti e pari responsabilità e compiti di cura.

“I ricercatori del dipartimento di sociologia dell’Università di Kent hanno dimostrato che conciliare le soddisfazioni sul posto di lavoro con il desiderio di allargare la famiglia è possibile, purché nei confronti delle donne si adotti un atteggiamento meno rigido riguardo al tempo trascorso di fronte al pc e al luogo da cui ci si connette.”

Interessante il lavoro della Commissione Europea con la proposta di direttiva sul work life balance, per preservare i diritti esistenti e delinearne di nuovi sia per gli uomini che per le donne. La proposta mette al centro l’individuo in quanto lavoratore e genitore/caregiver. Non si parla solo di “mamme”, si affrontano i compiti di cura in maniera sistematica e complessa. Ne avevo parlato qui.

Da qualche anno si sta spingendo al finanziamento del welfare aziendale e su misure di conciliazione nei luoghi di lavoro. A mio avviso c’è bisogno di un forte intervento statale, centrale, stringente su flessibilità, su prevenzione e contrasto di abusi su orari/mansioni e incentivi certi per misure di conciliazione in ogni settore. Insomma garantire una flessibilità a tutti, non solo a categorie e settori volenterosi e privilegiati. Solo l’azione statale può riequilibrare le disuguaglianze e garantire pari trattamento e pari retribuzioni.

Se non consentiamo di modulare diversamente i tempi di lavoro e della città avremo sempre di fronte condizioni svantaggiose e demotivanti. Soprattutto occorre che i decisori si impegnino e capiscano finalmente che occorre un riequilibrio uomo-donna nei compiti di cura e di assistenza, perché i servizi esterni non sono sufficienti e a casa continua ad esserci una differenza, che seppur in flessione negli ultimi anni, stenta a colmarsi.

Secondo il report Onu del 2017, sugli obiettivi di sviluppo sostenibile entro il 2030, “le donne continuano, infatti, a impiegare più del triplo del tempo rispetto agli uomini nella cura della casa e dei figli. “Il tempo impiegato per i lavori domestici non retribuiti e la cura dei figli – scrive l’Onu – sconvolge la capacità delle donne di impegnarsi in altre attività, come l’istruzione e la formazione”. Un problema che riguarda, allo stesso modo, sia i Paesi considerati in via di sviluppo, sia quelli che l’evoluzione, anche su questi temi, avrebbero dovuto già raggiungerla.”

Nel documento dei sette sindaci è positivo che si parli di genitorialità e di paternità, con un cenno alla necessità di “agevolare una maggiore partecipazione delle donne al mercato del lavoro, elemento decisivo per una ripresa della natalità”. Ma allora perché non invertire l’impostazione? Perché non fare un patto focalizzato su come incrementare la partecipazione delle donne in ogni ambito e soprattutto come farle entrare e permanere nel mondo del lavoro? Come assicurare a uomini e donne condizioni di vita dignitosi, prospettive migliori insomma. Porla così è utile, vederla finalizzata alla natalità un po’ meno, perché sembra che sia lì l’interesse e non sul benessere di uomini e donne. Vogliamo colmare i gap di genere, i gap salariali e bloccare i trattamenti discriminatori. I figli arriveranno se avremo accordato la giusta attenzione a questi aspetti.

Il documento siglato dai sette sindaci precisa che: “Siamo ben consapevoli che qualsiasi contributo della politica e delle istituzioni non può – e non deve – sostituirsi alle decisioni personali in merito alla costruzione di nuove famiglie e alla scelta di avere figli. Ma, allo stesso modo, è dovere della buona Politica lavorare per garantire le migliori condizioni generali al soddisfacimento delle aspirazioni e dei desideri dei concittadini.”

Scusate, ma non è detto che le aspirazioni e i desideri dei/delle cittadini/e abbiano a che fare per forza con la genitorialità e la formazione di una famiglia.

In vista della prossima Conferenza Nazionale sulla Famiglia del 28 e 29 settembre, si è sollecitata l’azione di Comuni e Città Metropolitane per dare visibilità a quanto realizzato in materia di politiche per le famiglie. Il documento dei 7 sindaci si inserisce in questo quadro di impegno oppure è un’azione estemporanea e non si pone all’interno di in un progetto che poi possa avere una sua concretizzazione?

Sarò grata a chi vorrà rispondere ai miei quesiti. Soprattutto perché non si può continuare a fare proposte estemporanee e non strutturate, che poi non possono essere realizzate.

Sembra che in Italia l’interesse sulle donne sia sempre e solo legato alla loro capacità riproduttiva. E ora che facciamo? Ci teniamo anche questa?

Vorremmo che finalmente cambiasse radicalmente l’atteggiamento che il potere ha nei confronti delle donne. Ricordando che le pari opportunità tra uomini e donne prevedono l’assenza e quindi la rimozione di ogni ostacolo alla partecipazione economica, politica e sociale. In ogni occasione. Grazie.

Mai genuflessa,

Simona Sforza

 

p.s.
Vi consiglio di ascoltare i due interventi del sindaco Brugnaro e poi riflettere sul fatto che costui sia tra i firmatari del documento.

 

Per approfondire:

Censis 2016: http://www.repubblica.it/economia/2016/12/02/news/censis_l_italia_bloccata_che_non_investe_piu_torna_a_tuffarsi_nel_sommerso-153253818/

http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Rapporto-Censis-dice-Italia-in-letargo-collettivo-non-sa-piu-progettare-il-futuro-8a1b54c3-8b48-4eff-bbfb-acf48d434793.htmlhttp://www.censis.it/5?shadow_evento=121147

Anci – Conferenza Nazionale sulla Famiglia del 28 e 29 settembre:

http://www.anci.it/index.cfm?layout=dettaglio&IdSez=821213&IdDett=61503

http://www.anci.it/Contenuti/Allegati/Lettera%20Monitoraggio%20dei%20servizi_interventi%20attivati%20nei%20Comuni%20a%20valere%20sui%20fondi%20delle%20Intese1.pdf

Flessibilità:

http://www.lastampa.it/2017/08/23/societa/mamme/la-flessibilit-permette-alle-donne-di-mantenere-il-posto-di-lavoro-dopo-il-parto-7YcVWdQnPJx1JRbUpjYc9H/pagina.html

http://www.alleyoop.ilsole24ore.com/2017/08/10/suistainable-development-goals-2017-ancora-troppa-violenza-e-soffitti-di-cristallo/?uuid=106_uBhj4ddr

La registrazione video del meeting del 22 agosto:

https://www.radioradicale.it/scheda/517797/meeting-di-rimini-2017-la-polis-al-centro-della-politica-workshop-con-sindaci-italiani

Giulia Siviero sullo stesso tema:

http://www.ilpost.it/giuliasiviero/2017/08/25/politica-genrativa-nardella-due-figli-per-donna/

Sempre al meeting, la vicenda che ha visto protagonisti il sindaco Nardella e il sindaco Brugnaro:

http://firenze.repubblica.it/cronaca/2017/08/22/news/nardella_e_lo_scherzo_discutibile_all_urlo_di_allah_akbar_polemiche_e_scuse_sui_social-173638337/

2 commenti »

Violenza di genere. Lettera aperta al Quotidiano Avvenire


Spettabile quotidiano Avvenire e spettabile Direttore,
ci permettiamo di inviarvi alcune riflessioni in merito ai contenuti di un articolo pubblicato online lo scorso 18 agosto.
Daniele Novara, pedagogista, scrive un articolo denso di stereotipi e di misoginia, portatore di una lettura della violenza contro le donne che non fa altro che colpevolizzarle, addossando le responsabilità a figure materne opprimenti e “soffocanti”.
Proprio così, si parla di un eccesso di ruolo materno, di un desiderio di “eliminazione della figura femminile” che nasce da questa figura materna oppressiva. Non ci stiamo a questa ricostruzione e a questo spostamento delle responsabilità ancora una volta sulle donne.

“Liberare i bambini dall’eccesso di soffocamento materno. Viviamo un eccesso di ruolo materno, di cura, di controllo. Le madri a volte soffocano i figli. Fuori dal lettone dopo i 3 anni; giù dal passeggino a 4 anni; via il pannolino a 2 anni; autonomia nelle pratiche di pulizia personale dai 5/6 anni. I bambini vanno liberati. So di madri che, per eccesso di zelo e di controllo, curano l’igiene del figlio di 9 anni e lo tengono nel lettone con sé, e non si rendono conto di mantenere il proprio bambino in una situazione di ambiguità, anche un po’ morbosa, in cui il piccolo fatica a sviluppare autonomia e vive situazioni che possono essere fonte di umiliazione e frustrazione profonda. Il desiderio, poi, di eliminare la figura femminile può nascere anche da qui.”

Pedagogia e neuroscienze ci hanno aiutato a diffidare della “ricetta” per crescere il bambino “perfetto” e ci hanno rivelato la complessità dell’opera educativa a fronte dell’unicità di ogni essere umano. Ciascun individuo è un universo in fieri, con un suo percorso evolutivo, con una sua irripetibile e inimitabile soggettività. Dall’esperienza di genitori sappiamo che i bambini non sono tutti identici e che non è detto che a pari età corrisponda lo stesso livello di sviluppo. Ci chiediamo inoltre perché si faccia riferimento unicamente alle influenze sullo sviluppo della personalità e delle relazioni del figlio, maschio. Esiste quindi una differente ricaduta sulle figlie, si prevede una educazione differente a seconda che si tratti di un figlio o di una figlia? Su questa dicotomia, suggerita dal ragionamento del pedagogista, forse occorrerebbe riflettere maggiormente. Non dovremmo avere un comune obiettivo di crescere figli, che siano maschi o femmine, capaci di relazionarsi all’insegna del rispetto, rifuggendo ogni forma di violenza o di sopraffazione dell’altro/a?
Peccato che anni di approfondimenti, studi e riflessioni femministe abbiano dimostrato che le radici della violenza risiedono proprio in una cultura di stampo patriarcale, che viene replicata in famiglia da modelli secolari in cui la figura maschile è dominante, assoluta, in cui le relazioni non sono paritarie e i conflitti si risolvono con abusi ai danni della donna.
Pensiamo davvero che basti la formula “più padri”, “che incentiva l’autonomia, che stimola l’esplorazione della vita e valorizza la fatica del crescere senza diventare dispotico”? Pensiamo che “La virilità è una questione di argini, limiti, sponde, coraggio e avventure. Aiutarli a litigare bene” sia la soluzione? Sappiamo cosa reca con sé la parola “virilità” nella nostra società, il modello maschile a cui si guarda e che si trasmette da generazioni e che tante responsabilità ha in termini di aspettative obbligate e ruoli.
L’impasto in cui i figli, maschi e femmine, crescono e con cui vengono alimentati produce una visione distorta dei rapporti tra i due generi, così in parallelo si consolidano stereotipi e ruoli di genere. La corresponsabilità in tema di educazione dovrebbe essere chiara al pedagogista, che purtroppo separa e distingue ancora troppo ruoli e compiti di madri e padri.
In assenza di un lavoro di rimozione di cliché e paradigmi maschilisti, su questa cultura patriarcale che madri e padri replicano e trasmettono attraverso le loro espressioni e interazioni quotidiane, il pedagogista Novara dovrebbe spiegarci quale tipo di cultura e di azione preventiva della violenza possa passare da generazioni di maschi convinti di essere un modello di perfezione, tutto dominio, controllo e possesso.
Dovrebbe farci comprendere meglio cosa può trasmettere una famiglia imbevuta di stereotipi e di errori/difficoltà relazionali.
La famiglia in questo articolo diventa la soluzione e l’argine di un fenomeno che viene nuovamente relegato a una questione privata, familiare.
Abbiamo fatto tanta fatica affinché l’intera comunità, società si assumesse le sue responsabilità di fronte alla violenza contro le donne ed ora ci vogliono far tornare indietro, riducendo tutto a una questione di educazione familiare, intima, interna all’ambito domestico dove sappiamo che avvengono la maggior parte degli episodi di violenza. L’esempio familiare è importante, ma non è assolutamente sufficiente.
La violenza di genere non è una questione “privata” ma pubblica, politica, che va affrontata a più livelli e che deve coinvolgere più attori all’interno della società. Nessuno può sottrarsi a questo impegno, altrimenti tutti gli interventi saranno zoppi e inefficaci.
Conosciamo benissimo l’ostilità pregiudiziale di un certo mondo ad interventi educativi e preventivi a scuola. Ma senza l’intervento sistematico e capillare nelle scuole di ogni ordine e grado, volto a modificare la cultura alla base della violenza di genere, non estirperemo le radici della violenza. Occorre l’azione di un soggetto o più soggetti terzi, esterni alla famiglia, che non può essere monade, nucleo chiuso e impermeabile alla società. La famiglia deve essere supportata dall’esterno e collaborare con l’esterno.
Così come non sono sufficienti politiche repressive, leggi che intervengono a posteriori, ma è necessaria una adeguata preparazione di magistratura e forze dell’ordine. La violenza va prevenuta e contrastata a 360°.
Per questo occorre convincersi del fatto che non si può più rinviare un lavoro di prevenzione nelle scuole e in ogni contesto in cui sin dai primi anni si definiscono relazioni e si formano le personalità dei futuri adulti. Un intervento educativo che non può essere unicamente rivolto ai maschi, ma deve riguardare anche le femmine, affinché si diffonda una cultura del rispetto delle differenze di genere, fuori da gabbie di genere e da modelli maschili e femminili intrisi di stereotipi. Dobbiamo lavorare a una società fondata sulla parità e sulla cultura dell’ascolto, del rispetto, dell’accoglienza delle multiformi modalità di essere uomini e donne. Se riusciremo a realizzare un percorso di crescita che contempli tutto questo avremo finalmente intaccato ciò che alimenta violenza e discriminazioni di genere.
Un approccio che guardi alla famiglia come l’unica agenzia educativa responsabile della maturazione degli individui, è sintomo di una mancanza di comprensione della violenza e delle sue cause. L’educazione deve prevedere responsabilità molteplici e deve coinvolgere più entità, rivolgendosi ai bambini sin dalla prima infanzia, fornendo strumenti di decodificazione della realtà e di costruzione paritaria delle relazioni. Non è semplicemente insegnare ai maschi come “litigare bene”, perché sappiamo che le forme di violenza sono molteplici, in alcuni casi meno visibili (violenza psicologica ed economica per esempio) e la violenza non è riducibile a questo aspetto. Prevenire e contrastare la violenza è un impegnativo lavoro volto a modificare equilibri e modalità relazionali, ruoli sociali e familiari, modelli di riferimento, stereotipi di genere, aspettative sulla base del genere di appartenenza.
Insomma, occorre decostruire e superare il genere come complessa costruzione culturale, con tutti gli incasellamenti che ne conseguono nel “maschile” e nel “femminile” tipici di ciascun contesto storico-culturale, con le relative funzioni sociali ad essi legati/attribuiti/assegnati. Le aspettative comportamentali e funzionali assegnate al genere hanno ricadute anche nelle relazioni e nel modo di rapportarsi con gli altri. Solo così potremo rimuovere desideri e manie di possesso, di controllo, di proprietà, e quel binomio distruttivo amore-violenza ancora tanto diffuso. Ripetiamo, è un lavoro da fare sia su maschi che femmine, perché la relazione non è composta da un solo individuo, perché sappiamo che pezzi di cultura patriarcale purtroppo sono interiorizzati anche dalle donne. Un cammino da compiere insieme, a tutti i livelli sociali e istituzionali.
Ci auguriamo che si comprenda come il tema della violenza contro le donne meriti e necessiti di essere affrontato in maniera più ampia e meno stereotipata.

3 commenti »

Dietro la maschera delle dimissioni volontarie

Anna Parini


Oggi torno a scrivere dopo la pausa estiva, lontana dal pc, ma non per questo lontana dalle notizie che si sono susseguite. Notizie più o meno edulcorate o omesse del tutto dai media. Non potevo non fare una carrellata e una riflessione.

Non è un numero in flessione, bensì nel 2016 si è registrata una crescita del 12% rispetto al 2015. Si tratta del numero di dimissioni “volontarie” delle lavoratrici madri e dei lavoratori padri (la relazione annuale e un articolo qui). Notevole l’incremento della Lombardia passata a 8.850 dimissioni nel 2016 rispetto alle 6.947 del 2015.

La maggior parte sono donne. Risulta ancora più vantaggioso lasciare il lavoro che restare, risultano in aumento i casi in cui è una scelta obbligata, dettata da un contesto ostile e che fa fatica a tenere dentro al mondo del lavoro chi deve svolgere un compito di cura e non ha sostegni.

Ogni anno continuo a sperare che questo numero sia sempre più basso e invece così non è.

Continuo a sperare che oltre gli addetti ai lavori e qualche giornalista attenta ci si interroghi.

Ci si interroghi su quel 79% di madri che decidono più o meno volontariamente di lasciare il proprio impiego.

Perché nonostante i bonus e i grandi proclami di attenzione sul tema della conciliazione a quanto pare siamo in un Paese tremendamente indietro, che non consente alle donne una reale e agevole partecipazione al mercato del lavoro. Che se non si ha il privilegio di un lavoro che “aiuta” e non si ha un welfare familiare che sostiene non c’è grande scelta. Qualcuno si dovrà sacrificare. E sono ancora le donne in maggioranza.

Come evidenzia bene il Rapporto ombra 2017 sull’applicazione della Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione della donna (CEDAW):

Il Governo dal 2015 ha erogato diversi bonus (bonus bebè, bonus mamme domani nel 2017 senza vincoli di reddito, bonus asilo nido). Tali misure, pur essendo di sostegno al costo dei figli, non sono sufficienti perché non vi sono reali investimenti per aumentare e migliorare la diffusione dei servizi per la prima infanzia, ed escludono anche buona parte delle mamme immigrate che hanno un tasso di fertilità più alto.
Dopo la maternità continuano a lavorare solo 43 donne su 100 per difficoltà di conciliazione: per mancanza di servizi in prossimità, rigidità degli orari di apertura e costo elevato o per effetto di “mobbing post partum”, costrette a dare le dimissioni.

(…)

La cosiddetta “convalida delle dimissioni“, è la misura introdotta per evitare le “dimissioni in bianco” (ex Dlgs 151/2001 e dal Decreto legislativo n. 151/2015, ndr). Tuttavia per ingannare l’attuale disciplina delle dimissioni telematiche, accade che alcuni datori di lavoro impongano alla lavoratrice di consegnare il codice “pin Inps”, così l’azienda possa compilare le dimissioni al posto della lavoratrice e se questa rifiuta, scattano diverse forme di ricatto.
Gli uffici del Ministero del lavoro possono intervenire con la procedura di mancata convalida in caso di sospetto di irregolarità, ma in totale sono 12 (nel 2016, ndr) per tutto il territorio nazionale, dimostrando un controllo del tutto inadeguato della situazione.


Per alcune è sufficiente aver regolamentato il contrasto alle dimissioni in bianco, prassi superata da una realtà ben più articolata e complessa, che prevede una scelta obbligata ma che avviene nell’alveo della legalità e di una anormalità normalizzata. Come abbiamo visto e sperimentato esistono vari modi per “pressare” una dipendente, accade alle donne in quanto donne. Un gioco di equilibrismi che non regge alla quotidianità e a una vita che non prevede soluzioni per tutti. E davvero sembra che questa emorragia dal mondo del lavoro scompaia di fronte alla promessa di oboli senza tetto di reddito, una pioggia che non cura i problemi e disperde risorse che potrebbero essere adoperate per soluzioni in grado di intervenire in quella landa semideserta del sostegno alla genitorialità. Se solo si conoscessero i numeri dei posti disponibili nei nidi pubblici e i costi dei privati forse apparirebbe più chiaro il motivo per cui il bonus nido sia una scelta più acchiappavoti che altro.

L’occupazione femminile interessa solo sporadicamente, per lavarsi la coscienza e come scusa per un Pil che cresce troppo lentamente, nonostante si gioisca anche dei lievi rialzi. Abbiamo spesso una istruzione elevata ma in questo paese vale poco e le competenze/specializzazione valgono poco se si deve navigare in un sistema che privilegia altri fattori. Lo sappiamo che il sistema è truccato e a un certo punto si smette di credere in un meccanismo meritocratico che non sempre c’è.

Insomma, ogni tanto si propone qualche prebenda e mancia elettorale e tutti contenti.

Ammesso che si siano fatti bene i loro calcoli propagandistici. Io penso di no.

Penso che nessuna donna scelga a cuor leggero di lasciare il proprio impiego. Le ricadute negative non sono solo nell’immediato, ma anche nel lungo periodo. E relegare i numeri delle dimissioni volontarie fuori dalle notizie più rilevanti indica un chiaro obiettivo: far finta che tutto vada per il meglio, raccontare di uno stato attento e vicino alle donne, purché madri. Pensare positivo non ci consentirà automaticamente di riuscire a riottenere il nostro lavoro. Suggerirci che in qualche modo ce la faremo non ci aiuterà perché basterà guardare cosa significa riuscire a conciliare e che questa opportunità sarà direttamente proporzionale al nostro reddito con il quale pagare servizi di baby sitting e doposcuola o alla disponibilità full time di nonni o affini. Basta recarsi all’uscita delle scuole.

I tempi della città e quelli del lavoro scollegati e da ripensare e reimpostare.

Tempi biblici di viaggio casa-lavoro, mezzi pubblici spesso inadeguati, servizi con orari incompatibili. Quando si parla di condivisione dei carichi/impegni familiari occorre pensare che contesti lavorativi sempre più deregolamentati e soggetti a variazioni e imprevisti rendono questo obiettivo una corsa ad ostacoli, gli equilibrismi si fanno doppi e non è detto che le cose migliorino e che si compensino. In questa Babele lavorativa ci siamo tutti, uomini e donne. Orari e impegni suscettibili di emergenze che diventano quotidiane, richiedono una resistenza onerosa, che in presenza di retribuzioni basse e prospettive future stagnanti, in assenza di un welfare familiare e di uno pubblico adeguato, rende più auspicabile uscire piuttosto che restare sulle montagne russe.

Consideriamo tutte le ricadute su di noi e sui figli di uno stile di vita che non lascia spazio oltre la dimensione lavorativa. È una riflessione che al di là dei figli dovremmo fare. Questo vortice come ci fa sentire? È il senso unico e pieno della nostra esistenza? Anche chiedere ai nostri figli di rincorrere questi tempi sin dalla nascita è l’optimum? Non fermarci mai forse ci aiuta a non accorgerci di cosa siamo diventati, con la stanchezza che giustifica ogni assenza.

Qual è la funzione del lavoro? Cosa siamo oltre che lavoratori consumatori di tempo e di beni materiali? Chiaramente questo sarà il modello che trasmetteremo ai nostri figli, non potremo farne a meno perché questo sarà il prototipo di vita. Cosa produrremo di nostro per noi stessi, in grado di darci un senso e una dignità in quanto persone, esseri umani, cittadini? Un senso che non deriva dal lavoro e non può chiudersi e completarsi in esso. Attenzione perché poi anche i diritti umani o civili potrebbero decadere o indebolirsi in assenza di un lavoro. Su nuovi equilibri e modelli occorre lavorare e riflettere.

Lisa Gattini suggerisce a proposito di partecipazione femminile nel mondo del lavoro:

“Dunque come invertire questa tendenza? Diverse le azioni possibili: promuovere una cultura di genere, delle pari opportunità a partire dai trattamenti retributivi, da una contrattazione della conciliazione, dal ridimensionamento della flessibilità in ambito di lavoro festivo; consolidare le reti dei servizi territoriali a favore della occupazione femminile e il sostegno al reddito per le famiglie mono genitoriali e non; istituire luoghi di ascolto preventivo per le donne che intendono dimettersi, per valutare assieme a loro tutte le residue possibilità prima di questa decisione che impoverisce prima di tutto loro ma anche noi intesi come collettività. Le dimissioni non sono una questione privata.”

Le dimissioni non sono una mera questione privata, lo diventano quando c’è il deserto e quando la politica fa finta di sostenere la genitorialità. E quel voler gettare il peso della decisione e degli oneri sulle donne.

Non gonfiate il racconto sull’occupazione femminile. Sappiamo che quel picco storico è costituito principalmente da precariato e da lavoratrici over 50. Per non parlare di part time involontario, livello di impiego medio-basso e gap salariale delle donne, che può raggiungere anche il 25%.



Nell’Ue le donne sono ancora sotto rappresentate nel mercato del lavoro. La perdita causata dal gender employment gap è stimata in 370 miliardi di euro all’anno.

Nel 2015 il tasso medio di occupazione delle donne tra i 20 e i 64 anni nei 28 paesi Ue era pari al 64,3% rispetto al 75,9% di quello degli uomini, un gap dell’11,6%. Gli unici Stati membri con un gender employment gap inferiore al 5% sono Finlandia, Lituania, Lettonia e Svezia.

In coda con un gap superiore al 15% ci siamo anche noi: Repubblica Ceca (16.6%), Romania (17,5%), Grecia (18%), Italia (20%) e Malta 27.8%. La causa: la bassa partecipazione delle donne al mercato del lavoro in questi paesi.

Sappiamo che per innalzare il tasso di occupazione è necessario innalzare il tasso di occupazione femminile.

Ma l’attenzione langue, al di là degli annunci riguardanti i record di occupazione femminile.

Siamo arrabbiate perché ci avete preso in giro ancora una volta, uno schiaffo alle nostre storie che non volete ascoltare. Uno schiaffo quando ci dite che per noi non c’è spazio e ci colpite nonostante sappiate quanto dolore abbiamo dentro anche a distanza di anni da quella firma “consensuale” con cui ci hanno chiuso la porta in faccia. Ringrazio in particolare modo le donne che si sono alacremente dimostrate indifferenti e pronte a pugnalare. Avete venduto anche l’anima. Ma il fango che avete sparso non vi è servito a silenziarmi.

Il primo passo fondamentale è iniziare dalla parità delle retribuzioni tra uomini e donne, con stipendi a misura equa del lavoro svolto, con donne non più sottopagate, con a disposizione entrate in grado di consentire una conciliazione più agevole e meno onerosa.

Secondo step indispensabile sono servizi per la conciliazione accessibili realmente. Non ci rendiamo conto dell’importanza di un piano strategico studiato sulle esigenze concrete, senza lasciare i singoli alla mercé del caso o delle condizioni personali/familiari più o meno favorevoli.

Siamo spesso più qualificate degli uomini e raggiungiamo livelli di istruzione più elevati, ma a un certo punto ci smaterializziamo dal mondo del lavoro. Siamo ancora fragili in tema di condivisione equa dei compiti di cura, per cui le donne sono ancora azzoppate nella partecipazione attiva a livello sociale ed economico, con conseguente maggiore rischio povertà.

Se vogliamo sostenere il sistema previdenziale occorre intervenire per rendere agevole questa partecipazione.

L’attuale “infrastruttura” normativa che disciplina i congedi risale più o meno agli anni ’90 e non consente un’equa suddivisione dei carichi di cura. Urge un intervento di revisione in chiave di riequilibrio di genere.

Ci viene in aiuto la Commissione europea con la proposta di direttiva sul work life balance, per preservare i diritti esistenti e delinearne di nuovi sia per gli uomini che per le donne. La proposta mette al centro l’individuo in quanto lavoratore e genitore/caregiver. Non si parla SOLO di “MAMME”, si affrontano i compiti di cura in maniera sistematica e complessa.


 


Perché intervenire a livello legislativo su congedi e mondo del lavoro? Perché altrimenti il cambiamento concreto non avviene e non si può ottenere un riequilibrio tra i generi affidandosi alla buona volontà dei singoli lavoratori. Abbiamo visto che senza alcun tipo di obbligo sono le donne ad assumersi i compiti di cura, con gli effetti negativi in termini di scelte lavorative. Il cambiamento culturale va in qualche modo sostenuto.

Gli incentivi dovrebbero indurre gli uomini ad avvalersi di opportunità per conciliare la vita lavorativa con quella familiare: un modo per redistribuire i compiti di cura in famiglia.

Difficile se il racconto sui media è ancora questo dell’Ansa:

 

Stanno semplicemente facendo i papà. Stanno semplicemente svolgendo il loro compito di genitori. Così come le mamme lo fanno da secoli.

Questo pacchetto volto a modificare la struttura degli strumenti di work life balance, fa parte del Pillar of Social Rights (Pilastro europeo dei diritti sociali) e mira ad accrescere la partecipazione delle donne alla vita economica e sociale dell’Unione: parla di genitori e di prestatori di assistenza (caregiver), di strategie per le imprese al fine di incrementare il capitale umano, guardando ai compiti di cura come nuove competenze e non come piaga da estirpare.

Necessario è anche un ripensamento dei tempi della città, del lavoro, di vita è altrettanto necessario. Così come modelli lavorativi più a misura di donne e uomini, la produttività decresce superato un certo numero di ore e dipende molto dal benessere della/del lavoratrice/lavoratore. Spazi equilibrati tra lavoro e vita privata, consentendo a tutti una migliore qualità della vita. Senza che nessuna dimensione divori l’altra.

Parità significa piene opportunità di sviluppare ed esprimere noi stessi/e in ogni ambito.

Non vogliamo recinti protetti, ma una società più equa ed egualitaria. Costruiamola. Le politiche devono essere in grado di incidere in questo senso, operando trasversalmente per rimuovere ostacoli e discriminazioni. Ragionare per compartimenti stagni non aiuta, ma incrementa ostilità e divisioni, una lotta per le briciole, una difesa di un orticello chiuso quando altrove si è già da tempo compresa l’importanza di un approccio più ampio.

Interrogarsi su questi aspetti aiuterebbe. Fuori dai ruoli. Fuori dalle scelte obbligate e dagli stereotipi.

Affinché quella barca, presente nell’illustrazione di apertura, tenda all’equilibrio e la donna non senta su di sé il peso di tante scelte obbligate e delle discriminazioni multiple.

To be continued….

 


Per approfondimenti:

  • I dati sugli asili nido secondo Istat (2013):

http://www.infodata.ilsole24ore.com/2017/08/17/gli-asilo-nido-loccupazione-femminile-la-mappa-italiana/

  • L’Oréal Italia, nell’integrativo l’assistenza agli anziani:

http://www.corriere.it/economia/17_agosto_02/oreal-italia-nell-integrativo-l-assistenza-anziani-e4244e88-7760-11e7-84f5-f24a994b0580_amp.html

  • Relazione annuale sulle convalide delle dimissioni e risoluzioni consensuali delle lavoratrici madri e dei lavoratori padri:

https://www.ispettorato.gov.it/it-it/studiestatistiche/Documents/Relazioni-convalide-dimissioni-lavoratrici-madri/Relazione-annuale-2016-Convalide-dimissioni-risoluzioni-consensuali-lavoratrci-madri.pdf

  • Dietro il boom dell’occupazione femminile:

http://phastidio.net/2017/08/01/dietro-boom-occupazione-femminile/

  • InGenere:

http://www.ingenere.it/articoli/mai-cosi-tante-nel-mercato-lavoro

  • Una carrellata di leggi per le donne in 70 anni di Repubblica:

http://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/01008031.pdf

  • Parità di genere, colmare il gap porterebbe 12 trilioni di dollari alla crescita globale:

https://www.key4biz.it/parita-di-genere-colmare-il-gap-porterebbe-12-trilioni-di-dollari-alla-crescita-globale/160066/#.VzydEaO8GFM.twitter

  • Metodo di rilevazione dei dati Istat:

2 commenti »

Non Una Di Meno - Milano

Contro la violenza maschile sulle donne e tutte le forme di violenza di genere

ilportodellenuvole.wordpress.com/

I tessitori di nuvole hanno i piedi ben piantati per terra

Variabili Multiple

Uguali e Diversi allo stesso tempo. A Sinistra con convinzione.

Blog delle donne

Un blog assolutamente femminista

Parla della Russia

I took a speed-reading course and read War and Peace in twenty minutes. It involves Russia.

Critical thinking

Sociology, social policy, human rights

Aspettare stanca

per una presenza qualificata delle donne in politica e nei luoghi decisionali

mammina(post)moderna

Just another WordPress.com site

Femminismi Italiani

Il portale dei femminismi italiani e dei centri antiviolenza

violetadyliphotographer

Just another WordPress.com site

Il Golem Femmina

Passare passioni, poesia, bellezza. Essere. Antigone contraria all'accidia del vivere quotidiano

Last Wave Feminist

"Feminism requires precisely what patriarchy destroys in women: unimpeachable bravery in confronting male power." Andrea Dworkin

Links feminisme

geen feminisme zonder socialisme, geen socialisme zonder feminisme

Rosapercaso

Il blog femminista che parla d'amore

vocedelverbomammmare

tutto, ma proprio tutto di noi

Stiamo tutti bene

Le tragicomiche avventure di una famiglia di nome e di fatto

Abolition du système prostitueur

Blog du collectif Abolition 2012

REAL for women

Reflecting Equality in Australian Legislation for women

Banishea

Gegen Prostitition. Für Frauen. Für Selbstbestimmung und Unabhängigkeit. Gegen Sexkauf. Not for Sale. Weil Frauen keine Ware sind.

Psicodinamica

idee di psicologia e psicoterapia

Sarah Ditum

Writing, etc.

Femina Invicta

Feminist. Activist. Blogger.

THE FEM

A Feminist Literary Magazine

O capitano! Mio capitano!...

"Ci sono persone che sanno tutto e purtroppo è tutto quello che sanno." [Oscar Wilde]

Diana

"Nell'ora più profonda della notte, confessa a te stesso che moriresti se ti fosse vietato scrivere. E guarda profondamente nel tuo cuore dove esso espande le sue radici, la risposta, e ti domandi, devo scrivere?". Rilke

irréductiblement féministe !

l'humanité sera civilisée quand elle aura aboli le système patriarcal et autres systèmes d'oppression politiques, économiques et religieux