Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Guadagno meno di te: percorso tra i differenziali di genere, alla ricerca di soluzioni


Avviato a Milano, in Regione, un percorso sul tema del gender pay gap. Un’iniziativa articolata di approfondimento e informazione, che sarà seguita da un confronto tra tutte le parti, per avanzare suggerimenti e proposte concrete.

Secondo il recente rapporto Oxfam, meno della metà della popolazione femminile italiana è occupata e tra queste 1/4 lavora in ruoli al di sotto delle proprie potenzialità. Circa 3 lavoratrici su 4 sono “vittime” del part-time involontario, per tenere tutto in equilibrio figli, vita privata, lavoro, finché ce la si fa. Il dato del 2016 fornito dall’Ispettorato del Lavoro sulle dimissioni volontarie con figli fino a 3 anni d’età parla chiaro: sono state 37.738, di cui le donne che si sono licenziate sono state 29.879. Tra le mamme, appena 5.261 sono i passaggi ad altra azienda, mentre tutte le altre (24.618) hanno specificato motivazioni legate alla difficoltà di assistere il bambino (costi elevati e mancanza di nidi) o alla difficoltà di conciliare lavoro e famiglia. La Lombardia è in testa con un numero altissimo di dimissioni convalidate: 8.850, di cui 3.757 sono dovute al passaggio ad altra azienda, ma tutte le altre (5.093) sono legate a motivi familiari. Tra le donne quasi la metà (3.105) si sono licenziate per mancato accoglimento al nido, assenza di parenti di supporto e elevata incidenza dei costi di assistenza del figlio. Considerando che al nord i costi del nido si aggirano attorno ai 500 euro, con differenze regionali notevoli e valori minori al Sud. Nidi e servizi alle famiglie sono ridotti ai minimi termini, come ricordato ancora dall’Istat in una recente analisi. I posti disponibili, in tutto 357.786, coprono solo il 22,8% del potenziale bacino di utenza (i bambini sotto i tre anni residenti in Italia).

I dati appaiono impietosi a questo proposito: i lavori domestici sono ancora prerogativa delle donne (81%) rispetto agli uomini (20%), il 97% delle donne contro il 72% degli uomini si prende cura dei propri figli.

Questa situazione alimenta e perpetua le discriminazioni, perché ai colloqui di lavoro, come sempre compare la domanda “vorrai avere figli?” e se per caso ne hai, quasi sempre ha risultati negativi nella selezione.

slide Oxfam

Solo il 55% delle madri italiane lavora, di cui il 40% ha un contratto part-time e la metà si tratta di una scelta obbligata. Se si mettono insieme l’ammontare medio di uno stipendio part-time e i costi per il nido si comprendono i dati del numero di donne che optano per le dimissioni.

I dati evidenziano come l’Italia sia ancora indietro in tema di accesso al mercato del lavoro, retribuzione e avanzamento di carriera.

Nel 2017: una donna su due non aveva un lavoro; solo il 48,9% delle donne tra i 15 e i 64 anni aveva un’occupazione; più del 10% delle donne occupate era a rischio di povertà, ovvero donne che pur lavorando vivono in un nucleo familiare con un reddito disponibile al di sotto della soglia del rischio povertà. L’Italia ha continuato ad essere tra i peggiori attori per quanto concerne il tasso di partecipazione economica delle donne, indicatore monitorato nel Global Gender Gap Index realizzato dal World Economic Forum: posizionandosi al 118° posto su 142 Paesi.

Il divario di genere si allarga così, secondo il Wef, oltre il 30%. Una situazione ancora più inaccettabile visto che dal 2006 l’Italia ha dovuto recepire, tramite il decreto legislativo 198, una direttiva europea su pari opportunità e pari trattamento tra uomini e donne in materia di occupazione. L’ennesima norma rimasta lettera morta nel Paese reale.

Si ripete sempre che il divario di genere fa male non solo alle donne ma anche all’economia. È quindi sempre più importante non dimenticarsi di questo aspetto e cercare di intervenire. Per questo è importante il percorso avviato sul tema dalla consigliera regionale Paola Bocci, che porta a interrogarci e a confrontarci alla ricerca di risposte e soluzioni, un’iniziativa articolata di approfondimento e informazione, che sarà seguita da un confronto tra tutte le parti, per avanzare suggerimenti e proposte concrete. Presso il Pirellone, il 15 ottobre si è svolta la prima tappa a partire dalla domanda “Ma perché io guadagno meno di te?”, dai risvolti assai interessanti, grazie a un approfondimento di ottimo livello apportato dagli interventi. Paola Bocci apre i lavori con un intervento che potete leggere qui.

“In Lombardia, la Regione con il maggior numero di donne occupate, se il divario occupazionale tra uomini e donne è meno sensibile che in alte regioni, resta significativo invece il divario salariale. Questo anacronistico permanere di un alto differenziale retributivo tra uomini e donne, pur in presenza di una legislazione di sostegno in apparenza ineccepibile, non accenna a diminuire, relegando le donne in posizione di subalternità e causando danni anche alle aziende. Tutto avviene però in un clima di inconsapevolezza collettiva, che quindi rende urgente e necessario approfondire il fenomeno da differenti punti di vista, cercando di individuarne. È un tema sentito e su cui viene chiesto di intervenire per ridurre il divario, anche considerando che la parità di genere è uno dei primi 5 obiettivi di Sviluppo del Millennio per l’Onu.”

Questo gap evidenzia come il mondo del lavoro non vada di pari passo con i cambiamenti in corso nella società civile.

Per approfondire questo tema è necessario definire un metodo di analisi corretto, per ottenere dati percentuali affidabili e saper leggere i dati in rapporto agli ambiti produttivi, alla scolarità e in tutto il percorso lavorativo.

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La mozione no-choice arriva anche a Milano

Ora che la mozione è arrivata a Milano, forse riusciremo a concentrarci e a mettere questo problema tra le priorità. Ho presentato un documento politico, lanciato un allarme, chiesto di prendere posizione esplicita, perché era chiaro che non si sarebbero fermati a Verona. A questo punto dobbiamo mettere in campo tutte le nostre forze e metterci la faccia, esplicitare e far sentire la nostra voce, la nostra posizione, non si può più rinviare, soprassedere. Chi vuole restare nell’ombra e non esporsi ci rimanga pure, noi continuiamo a lottare. Domenica ero a volantinare, in occasione della Sagra di Baggio, su questo tema, con pochi ma essenziali punti e istanze.



C’è bisogno di questo, di parlare alle persone di cosa sta accadendo, di ciò che è in corso, un attacco alla nostra autodeterminazione che passa per l’abnorme obiezione di coscienza, i privati che entrano nelle convenzioni pubbliche e che non applicano la legge 194, la lenta agonia dei consultori pubblici, i centri di aiuto alla vita e associazioni no-choice da tempo nei nostri ospedali, una Lega che si oppone a RU486 in day hospital, un disastro nella contraccezione, prevenzione delle gravidanze indesiderate e delle malattie sessualmente trasmissibili e nell’educazione sessuale. Queste associazioni private devono stare fuori dalle strutture pubbliche, basta volantini negli ambulatori per le IVG. I soldi pubblici devono andare a rivitalizzare e a sostenere i luoghi deputati dalla legge, i consultori familiari pubblici. Andate a rileggervi l’art. 2 della 194. Avrei da aggiungere tra le cause dell’attuale situazione, un lavoro di smantellamento dei governi regionali che dura da decenni e la relazione ministeriale che ogni anno minimizza le criticità. DOVE VOGLIAMO FINIRE? MA CI RENDIAMO CONTO DELLE PAROLE USATE IN QUESTE MOZIONI? BASTA con questo vento oscurantista che si è insinuato dappertutto e vuole impedire, tra l’altro, l’applicazione della 194, che ci consente la scelta, alle donne, solo alle donne spetta l’ultima parola. Giù le mani dai nostri corpi e dai nostri diritti! 

Qui di seguito il mio comunicato in merito a questa mozione: non cambierà le cose, ma almeno non rimango in silenzio. Non so quando sarà calendarizzata la discussione di questa mozione Amicone, ma dovremo e dobbiamo mobilitarci.


La mozione milanese a firma del consigliere comunale Luigi Amicone (Fi e ciellino doc), firmata anche da Milano Popolare, dalla Lega e da Stefano Parisi, ricalca in gran parte i presupposti ideologici e le distorsioni informative presenti nelle mozioni “gemelle” di Verona, Ferrara e Roma, con un pallino fisso: diffondere l’etichetta “città per la vita”. La mozione parla del ruolo dei consultori in termini di assistenza alle donne in gravidanza, cita l’art. 2 della legge 194, ma si “dimentica” di precisare che alla lettera D:
“I consultori sulla base di appositi regolamenti o convenzioni possono avvalersi, per i fini previsti dalla legge, della collaborazione volontaria di idonee formazioni sociali di base e di associazioni del volontariato, che possono anche aiutare la maternità difficile dopo la nascita.”
si prevede la possibilità di supporto esterno di associazioni di “volontariato” DOPO LA NASCITA. Chiaro no?!
Come si può pretendere che i consultori pubblici svolgano appieno i compiti assegnati loro dalla legge 194, se negli anni
– si è proceduto a un progressivo e sistematico svuotamento di competenze, di personale, di strumentazione,
– si è coscientemente mantenuta bassa e insufficiente la loro diffusione territoriale, ben al di sotto delle raccomandazioni (il Progetto Obiettivo Materno Infantile del 2000 ne prevedeva 1 ogni 20.000 abitanti),
– si è modificata la natura di questi presidi territoriali, a beneficio dei privati accreditati con il SSN che non applicano la legge 194?
Come si può concepire che si chieda di inserire a bilancio comunale congrui finanziamenti pubblici per soggetti di natura privata, nati per contrastare una legge dello Stato e per sottrarre alle donne la libertà di scegliere autonomamente e senza pressioni e ingerenze indesiderate se diventare o meno madri?
Chiediamo che si torni a investire nei consultori familiari pubblici, ripristinando e salvaguardando la loro funzione originaria e la loro connotazione di servizio di base fortemente orientato alla prevenzione, informazione e promozione della salute, che abbia al centro le donne.
Pensare che la causa della crisi demografica sia arginabile e risolvibile con un intervento che induca e convinca le donne a portare avanti la gravidanza ad ogni costo, significa non comprendere che alla base della denatalità e della decisione di interrompere la gravidanza non ci sono solo ragioni economiche e che la monetizzazione non risolve problemi di natura ben più vasta. Forse occorrerebbe soffermarsi sui differenziali di genere per poter analizzare correttamente il calo demografico.
La legge 194 garantisce la possibilità di scelta, in capo esclusivamente alla donna che potrà e dovrà valutare autonomamente se diventare madre o meno. Nessuno può sindacare e deve permettersi di giudicare tale scelta. Alla luce di quanto avviene negli ospedali lombardi e altrove, in cui operano i Centri di aiuto alla vita e alle modalità con cui svolgono le loro azioni dissuasive e colpevolizzanti, compiendo un vero e proprio terrorismo psicologico, ci risulta ben difficile pensare che questo sia un aiuto, quanto piuttosto una indebita violazione della privacy e del diritto all’autodeterminazione delle donne. Le donne di Napoli che si sono mobilitate in piena estate ci hanno dimostrato che contrastare l’ingresso di queste formazioni è possibile.
Il ritorno all’aborto clandestino è causato dai lunghi tempi di attesa per l’intervento, a loro volta dettati dalle stratosferiche quote di obiezione raggiunte, che di fatto mettono a rischio il servizio di IVG.
Se davvero la situazione fosse sotto controllo, non avremmo il ricorso alla pratica dei gettonisti, che operano “a chiamata” per effettuare gli interventi al posto degli obiettori e che ogni anno comportano un aggravio di spesa non indifferente per le casse regionali.
Il numero degli aborti è calato costantemente in questi 40 anni, a dimostrazione dell’efficacia della legge e del fatto che progressivamente è aumentata la consapevolezza e la responsabilità in materia di salute sessuale e riproduttiva. Quindi non si capisce come la mozione possa affermare che la legge abbia contribuito ad aumentare il ricorso all’aborto come metodo contraccettivo.
Anzi, nonostante gli ostacoli a un’azione di prevenzione, alla possibilità di fornire gratuitamente presidi contraccettivi (attualmente totalmente a carico delle donne), alla diffusione strutturale di programmi di educazione sessuale nelle scuole, gli aborti sono diminuiti. Piuttosto, cerchiamo al più presto di trovare i finanziamenti regionali per consentire l’erogazione gratuita almeno sotto i 24 anni dei contraccettivi nei consultori, come da odg 99 presentato dalla consigliera PD Paola Bocci e approvato in Regione questa estate. Contemporaneamente dovremo compiere passi in avanti sulla diffusione di metodologie più innovative per le IVG, come previsto dall’art. 15, consentendo di somministrare la RU486 (aborto farmacologico) in day hospital, come richiesto dalla stessa Paola Bocci. Esiste una sola pillola abortiva: la mozione declinando “pillola” al plurale dimostra di confondere la contraccezione di emergenza, disponibile in farmacia, con la pillola RU486, somministrata attualmente solo in ospedale, previo ricovero di 3 giorni.
La diagnosi prenatale va difesa e non si possono diffondere deformazioni sui benefici dei progressi tecnologici.
Si riprende il tentativo compiuto a Trieste, con una mozione, per fortuna ritirata, che invitava “il sindaco e l’assessore competente ad adoperarsi per richiedere” una campagna informativa su tutti i danni ed i problemi alla salute che una donna può incorrere se decide di interrompere una gravidanza”. Un altro esempio di tentativo di terremotare la legge 194 e di diffondere false informazioni tra le donne che vorrebbero continuare a poter scegliere senza pressioni colpevolizzanti.
Da un lato questa mozione parla dei livelli enormi di obiezione, segno, secondo il redattore, del peso di coscienza degli operatori o forse sarebbe meglio dire “segnale di quanto spesso lo si faccia più per ragioni di carriera”, come loro stessi spesso rivelano; dall’altro si afferma che l’obiezione non sia un ostacolo all’accesso all’aborto. Insomma, molta confusione e poca attinenza alla realtà.
Una mozione scritta male formalmente e contenutisticamente, con notevoli incongruenze ed falsità.
Per le ragioni esposte sinora ci opponiamo a questo vento oscurantista che è arrivato anche a Milano e metteremo in campo tutte le azioni necessarie per informare adeguatamente e contrastare queste azioni mistificatorie volte solo a creare spaccature e confusione dentro e fuori le istituzioni.
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Galassia Pillon: oltre il ddl 735


Che ricadute avrebbe il ddl Pillon e il disegno generale che lo sostiene? Se già oggi non riusciamo a proteggere adeguatamente i bambini dalla violenza, se continuiamo a permettere a padri violenti di continuare a vedere i figli pur in presenza di abusi conclamati, cosa potrebbe accadere se dovesse passare il ddl 735?

 

Le notizie degli ultimi giorni ci dimostrano quanto sia difficile riuscire a proteggere i minori da genitori violenti. Abbiamo letto tutti della tragedia accaduta a Taranto, dove un uomo, dopo aver litigato con la moglie proprio per la frequentazione con i figli, ha gettato la figlia dal balcone e ha accoltellato il figlio. Una violenza che continua oltre la separazione, che ha generato la decisione della donna di separarsi, e infine si riversa sui figli. Una violenza maschile che deve annientare e distruggere tutto, anche i figli, perché la donna abbia una sofferenza eterna. Giustamente i giudici avevano tolto a quest’uomo la responsabilità genitoriale, si possono immaginare le motivazioni, eppure tanti interrogativi restano in piedi, più di una sottovalutazione del rischio ha consentito che quest’uomo commettesse tutto questo orrore. Quindi ci chiediamo che ricadute avrebbe il ddl Pillon e il disegno generale che lo sostiene? Se già oggi non riusciamo a proteggere adeguatamente i bambini dalla violenza, se continuiamo a permettere a padri violenti di continuare a vedere i figli pur in presenza di abusi conclamati, cosa potrebbe accadere se dovesse passare il ddl 735?

In origine, oltre al ddl 735 a firma Pillon, vi era più di un disegno di legge depositato al Senato, in materia di affido in casi di separazione, per la precisione:

– n° S.45 – Disposizioni in materia di tutela dei minori nell’ambito della famiglia e nei procedimenti di separazione personale dei coniugi, Iniziativa Parlamentare di Antonio De Poli (FI-BP) e Cofirmatari: Paola Binetti (FI-BP), Antonio Saccone (FI-BP).

– n° S.768 – Modifiche al codice civile e al codice di procedura civile in materia di affidamento condiviso dei figli e di mediazione familiare. Iniziativa Parlamentare di Maria Alessandra Gallone (FI-BP).

– n° S.118 – Norme in materia di mediazione familiare nonché modifica all’articolo 337-octies del codice civile, concernente l’ascolto dei minori nei casi di separazione dei coniugi. Iniziativa Parlamentare di Antonio De Poli (FI-BP). Sostanzialmente si occupa di definire ruoli, compiti, figure e modalità della mediazione, che resta un invito per i coniugi separandi. Il testo inoltre prevede che, all’’articolo 337-octies del codice civile, “il giudice deve prendere in considerazione la sua opinione (il minore, ndr), tenendo conto dell’età e del grado di maturità. Il giudice può altresì disporre che il minore sia sentito con audizione protetta, in locali a ciò idonei, anche fuori dell’ufficio giudiziario, e che la medesima, oltre che verbalizzata, sia registrata con mezzi audiovisivi”.

– n° S.282 – Introduzione dell’articolo 706-bis del codice di procedura civile e altre disposizioni in materia di mediazione familiare. Iniziativa Parlamentare di Vanna Iori (Partito Democratico).

Il primi due sono stati congiunti al 735 in data 10 settembre e i restanti il 26 settembre. Questo significa che“stante l’attinenza di materia” si discuteranno congiuntamente in commissione, come ha confermato lo stesso senatore Pillon.

Andiamo per gradi, giusto per orientarci in questa galassia di testi.

Il ddl 282 di area PD viene ritirato il 26 settembre, con il “ddl Pillon” già ampiamente oggetto di critiche, soprattutto per quanto concerne l’inserimento della mediazione obbligatoria. Ed è proprio su questa materia che verteva il testo 282, all’art. 4 infatti prevedeva l’introduzione nel c.p.c. dell’art. 706bis:

“– (Mediazione familiare). – Qualora vi siano figli minorenni e vi sia disaccordo nella fase di elaborazione di un affidamento condiviso, la parte ricorrente o le parti congiuntamente hanno l’obbligo, prima di adire il giudice e fatti salvi i casi di assoluta urgenza o di grave e imminente pericolo per l’integrità psico-fisica dei figli minorenni o del ricorrente, di adire un organismo di mediazione familiare, pubblico o privato, o un mediatore familiare libero professionista ai sensi della legge 14 gennaio 2013, n. 4, nonché di partecipare ad almeno tre incontri volti a fornire sostegno alla genitorialità nella separazione e al raggiungimento di un accordo sulla nuova organizzazione familiare, nell’esclusivo interesse del figlio o dei figli…”

e all’art. 5:

“Nella procedura di negoziazione assistita per la separazione personale dei coniugi (…), e in presenza di figli minori di anni quattordici, i coniugi hanno l’obbligo, prima del raggiungimento dell’accordo, di adire un organismo di mediazione familiare, pubblico o privato, o un mediatore familiare libero professionista ai sensi della legge 14 gennaio 2013, n. 4, nonché di partecipare ad almeno tre incontri volti a fornire sostegno alla genitorialità nella separazione e al raggiungimento di un accordo sulla nuova organizzazione familiare, nell’esclusivo interesse dei figli.”

A differenza del ddl 735 che prevedeva la gratuità solo del primo appuntamento, in questo caso la mediazione sarebbe stata gratuita, in quanto il 282 prevedeva che “ In ogni azienda sanitaria locale, di preferenza presso i servizi dei consultori familiari, ove esistenti, è istituito un servizio di mediazione familiare, ad accesso libero e gratuito…”

Come già detto questo testo è stato ritirato e quindi non sarà all’esame.

Il ddl 45 viene introdotto in questo modo:

“I frequenti casi di sindrome di alienazione genitoriale (PAS), documentati dagli studi di Richard A. Gardner, confermano la necessità, (…), sull’affidamento condiviso dei figli, di dare concreta attuazione al primordiale diritto di ogni bambino ad avere accanto entrambe le figure genitoriali, ciascuna delle quali ha un ruolo diversificato ma complementare per una corretta evoluzione psicofisica della personalità infantile e adolescenziale.”

Che in un testo di legge della nostra Repubblica si affermi come verità frequente e fenomeno reale la Pas è assai grave. Non lo dico io, ma esperti in materia e chiunque si consapevole di chi fosse il suo inventore. Le parole chiare del magistrato Fabio Roia spiegano perfettamente ciò che sta accadendo e il tentativo di sdoganare un fenomeno che non è tale:

“Si tratta di una falsa sindrome, nel senso che sotto il profilo di patologia non ha avuto nessun tipo di riconoscimento scientifico perché non è mai stata inclusa nei manuali delle malattie psichiatriche che è il Dsm. E quindi non ha ottenuto una validazione.”

Alla domanda precisa sul motivo per cui la Pas venga adoperata nei tribunali italiani e non si riesce a contrastare tale prassi, Roia risponde:

“E’ una disfunzione culturale. Bisognerebbe fare una grande opera di formazione su tutti gli operatori che fanno le indagini sulla famiglia: mi riferisco agli assistenti sociali e ai consulenti tecnici. Perché alcuni di questi operatori leggono la violenza e la pesano, altri ritengono che non sia di loro competenza ma del giudice penale. Questo atteggiamento è profondamente sbagliato: perché quando un giudice deve valutare l’idoneità di un genitore a svolgere il suo ruolo, deve valutare anche l’esistenza o meno di comportamenti violenti. Non può essere qualcosa di separato. Quando un bambino si rifiuta di vedere un genitore, penso ai casi di violenza domestica, potrebbe legittimamente non volerlo frequentare a seguito di traumi innescati dai comportamenti violenti di quel genitore. E invece spesso si dice che quel bambino è stato alienato dalla madre.”

Un malanno di una cultura che pregiudizialmente considera la madre malevola a priori e non sempre indaga a sufficienza sulle ragioni per cui il bambino mostra un rifiuto o un timore. Per non parlare delle false accuse, eppure: “tutti i dati nazionali, internazionali, europei, giudiziari e di analisi Istat ci dicono che normalmente nei procedimenti penali per violenza la donna è vittima nel 90% dei casi.” Purtroppo, come sostiene Roia, simili insinuazioni permeano l’attività di alcuni professionisti chiamati a fare da consulenti in tribunale e ultimamente ho sentito citare Gardner anche in luoghi che non dovrebbero accogliere come fonte autorevole un pedofilo e un soggetto considerato inattendibile.

L’elevata conflittualità tra gli ex coniugi di cui parla il ddl 45 non si rileva nei dati che vedono le separazioni essere per l’82% consensuali, con un 89% di affidi condivisi. Cosa prevede in concreto? All’articolo 2 “In caso di affidamento condiviso, si prevede la fissazione della residenza anagrafica dei figli minori presso entrambi i genitori.”

L’articolo 3 “prevede la sospensione della potestà genitoriale in caso di calunnia da parte di un genitore o di un soggetto esercente la stessa a danno dell’altro.” Qui ci sono tutte le argomentazioni care allo stesso senatore Pillon che ha aperto le Crociate contro le donne calunniatrici. Per non parlare del fatto che per legge (Art. 316 comma 1 C. C. ex Dlgs. n. 154/2013) non si parla più di potestà ma di responsabilità genitoriale, magari documentarsi prima di scrivere sarebbe auspicabile.

Inoltre, con la previsione di pene aggravate (art.4), questo testo sottende un evidente tentativo di dissuadere le donne dal denunciare.

“L’articolo 4, oltre a riaffermare il concetto che l’educazione dei figli costituisce un diritto ma anche e soprattutto un dovere, punisce in uguale misura sia il genitore che si sottrae agli obblighi di assistenza, cura ed educazione dei figli minori sia quello che attua comportamenti tali da privarli dell’apporto educativo dell’altra figura genitoriale. Al quinto comma del novellato articolo 570 del codice penale si prevede la possibilità per il giudice di irrogare la sanzione del lavoro di pubblica utilità”.

L’articolo 5 vorrebbe innovare la materia dei maltrattamenti e il relativo art. 572 del C.P. che oggi è denominato “Maltrattamenti contro familiari o conviventi” e si vorrebbe trasformare in “Maltrattamenti in famiglia o verso fanciulli”. La nuova formulazione chiaramente sposta e deforma il focus di azione. Leggiamo altresì: “Chiunque, fuori dei casi indicati nell’articolo 571, usa sistematicamente violenza fisica o psichica nei confronti di una persona della famiglia o di un minore (…)” Sistematicamente, significa in maniera continuativa, che non contempla quanto in tutti i casi di violenza domestica si intervallino periodi acuti e periodi di “luna di miele”, si parla infatti di ciclo della violenza. Si riducono le pene per questi reati e soprattutto nei casi più lievi addirittura si può optare per i servizi di pubblica utilità, come quelli che commina il giudice di pace.

Il testo del ddl 768 è più moderato del 735, con qualche elemento che però lo ricalca, come per la previsione di un contributo per l’uso della casa familiare, all’articolo 3:

“Il godimento della casa familiare è attribuito di regola secondo la legge ordinaria; nel caso in cui la frequentazione dei genitori sia necessariamente sbilanciata è attribuito tenendo conto esclusivamente dell’interesse dei figli e compensandone le conseguenze economiche. Ove il genitore senza titolo di godimento sia privo di sufficienti mezzi economici per garantire alla prole un’adeguata dimora nei tempi di permanenza della stessa presso di lui, il giudice può stabilire un contributo a fini abitativi a carico dell’altro genitore” e la riproposizione di tempi prefissati con la: “frequentazione mai inferiore a un terzo del tempo presso ciascun genitore”. Si apre un varco per quanto riguarda l’ascolto dei figli in tema di affidamento, all’articolo 5 e viene affrontato e inserito il fenomeno della violenza domestica all’articolo 2: “Il giudice può escludere un genitore dall’affidamento, con provvedimento motivato, qualora ritenga che da quel genitore, se affidatario, possa venire pregiudizio al minore. Il perdurante maltrattamento intrafamiliare, la violenza sia fisica che psicologica, in particolare la violenza di genere e la violenza assistita dai figli, l’abuso e la trascuratezza, comportano l’esclusione dall’affidamento.” Purtroppo occorre rilevare che anche in questo testo si spinge per la mediazione obbligatoria, all’articolo 11: “In tutti i casi di disaccordo nella fase di elaborazione di un affidamento condiviso le parti hanno l’obbligo, prima di adire il giudice e salvi i casi di assoluta urgenza o di grave e imminente pregiudizio per i minori, di rivolgersi a un organismo di mediazione familiare, pubblico o privato, o a un mediatore familiare libero professionista (…).”

In nome della difesa della bigenitorialità, si mettono a rischio molte cose. Mettere al centro l’interesse del bambino significa innanzitutto rifiutare una impostazione adultocentrica che riserva diritti e potestà superiori ai genitori sulla testa dei minori. Noi siamo ancora pesantemente indietro nell’applicazione di convenzioni internazionali (penso alla Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza e quella di Istanbul). È stata da poco presentata la Carta dei diritti dei figli nella separazione dei genitori dall’’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza Filomena Albano. All’art. 1 si afferma il diritto a “preservare le relazioni familiari, a non esser separati dai genitori, a mantenere rapporti regolari e frequenti con ciascuno di essi” e si conclude con: “L’amore non si misura con il tempo ma con la cura e l’attenzione.” Ecco, i tempi paritetici e la suddivisione prevista dal ddl Pillon sembra non comprendere questo aspetto, come non riesce a discernere che ciascun caso va valutato in modo specifico, entrando nel merito, soprattutto per far emergere situazioni di violenza domestica.

Tra i diritti individuati troviamo quello di “continuare a essere figli e vivere la loro età, di essere informati e aiutati a comprendere la separazione dei genitori. E ancora: bambini e ragazzi nelle separazioni hanno diritto a essere ascoltati e a esprimere i propri sentimenti, a non subire pressioni e che le scelte che li riguardano siano condivise da entrambi i genitori. I figli, infine, hanno diritto a non essere coinvolti nei conflitti tra genitori, al rispetto dei loro tempi e a ricevere spiegazioni sulle decisioni che li riguardano.”

Ripetiamo quanto sia importante che ci sia ascolto, che non vengano considerati pacchi da spostare a seconda dei desiderata genitoriali. Le decisioni dei genitori non possono arrivare sulla testa dei figli e travolgerli, devono essere considerati individui che hanno non solo doveri, ma anche diritti autonomi e pieni.

Inoltre, all’art. 9 leggiamo che i figli hanno il diritto “di essere preservati dalle questioni economiche, di non sentire il peso del disagio economico del nuovo equilibrio familiare, o di non vivere forme di violenza economica da parte di un genitore.” Tutte questioni ampiamente sollevate tra le criticità del ddl 735.

Il 23 ottobre inizieranno le audizioni in commissione. Appuntamento il 10 novembre con le mobilitazioni promosse  da D.i.Re Donne in rete contro la violenza, ma nel frattempo, non abbassiamo la guardia e soprattutto cerchiamo di fare informazione corretta andando tra la gente, consapevoli che chi sostiene questo ddl è assai attivo sul web e non risparmia alcun metodo per assaltare chi gli si oppone.

Spiragli emergono anche dagli avvocati riuniti a Catania per il XXXIV Congresso Nazionale Forense: “che quelle possibilità concrete (di genitorialità paritetica, ndr) siano costruite in funzione della situazione di ciascun minore interessato. Quello che viene fuori dai tavoli è l’esigenza che non si apra a nessun automatismo, insomma. Bisogna capire che su quel terreno va riconosciuto e mantenuto al giudice il potere discrezionale, garante di una valutazione il più vicino possibile al reale superiore interesse del bambino.”

 

Articolo pubblicato anche su Dol’s magazine.

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Verona: laboratorio per un Medioevo di ritorno. Contro la 194/78, contro i diritti delle donne


Lo scorso 4 ottobre il Consiglio Comunale di Verona ha approvato una mozione, presentata dal consigliere della Lega Zelger, che, impegnando il sindaco e la Giunta a inserire nel prossimo assestamento di bilancio un congruo finanziamento ad associazioni no-choice, di fatto compie un attacco alla Legge 194/1978 che in questi 40 anni ha garantito alle donne di poter scegliere di interrompere la gravidanza in sicurezza, ponendo fine all’epoca delle mammane, del prezzemolo e dei ferri da calza.

Tra i soggetti beneficiari di questa mozione vengono citati: il progetto Gemma e Chiara. Il primo a cura della Fondazione Vita Nova offre un contributo economico per la durata della gravidanza e l’anno successivo alle donne incinte che sarebbero intenzionate a “non accogliere il proprio bambino”.

Il secondo è un progetto del Centro diocesano aiuto alla vita di Verona, e fornisce alimenti e beni di prima necessità o un piccolo contributo economico alle mamme sole in difficoltà. La mozione prevede anche la promozione del progetto regionale ‘Culla segreta’.

 

Verona: laboratorio per un Medioevo di ritorno. Contro la 194/78, contro i diritti delle donne.

 

A destare preoccupazione sono soprattutto le premesse.

Nella mozione si concentrano una serie di palesi mistificazioni:

– si sostiene che l’aborto venga usato come metodo contraccettivo. Sappiamo invece quanto questa scelta sia sempre stata ponderata assai bene. Piuttosto ci si preoccupi del fatto che i contraccettivi ormonali sono tutti a pagamento.

– si crea confusione tra pillole abortive e contraccettivi di emergenza, che hanno contribuito a ridurre ulteriormente il numero delle IVG.

– si continua a pensare che le cause che portano le donne ad abortire siano di natura esclusivamente economica e che quindi basti un obolo per dissuaderle.

– il ritorno alla clandestinità è causato dalle difficoltà che le donne incontrano per via delle liste di attesa lunghissime, causate da un’obiezione che in alcune regioni supera grandemente l’80%, costringendo le donne a viaggi anche interregionali per poter trovare una struttura ospedaliera che le accolga.

– si associa la 194 alla crisi demografica, citando i numeri delle mancate nascite.

– si compie un’azione di terrorismo psicologico, paventando rischi psicofisici a carico delle donne che abortiscono.

– si definiscono “uccisioni nascoste” gli embrioni eliminati dopo pratiche di procreazione medicalmente assistita.

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#DdlPillon. Abbiamo bisogno di resistenza per non perdere la speranza


Lo scorso 2 ottobre si è tenuta la prima riunione del neonato Comitato NoPillon di Milano. Ciò che è importante in questa fase politica è che vi siano tracce di mobilitazione, che ci si trovi attorno a una causa e che si abbia la forza per contrastare venti che potrebbero riportarci nel passato.

Non farò una cronaca passo passo, né in ordine cronologico degli interventi, ma mi preme evidenziare ciò che di buono ho portato a casa e da cui partire.

Positivo che l’obiettivo comune e unanime sia quello di ottenere il ritiro del ddl 735.

Parto dall’intervento vibrante e caloroso di Laura Boldrini. Mai come adesso mi è sembrato necessario il suo richiamo all’unità delle donne, alla non divisione e dispersione in mille rivoli che non collaborano fra loro, alla necessità del femminismo da praticare tutti i giorni. Occorre una mobilitazione per riuscire a parlare con una sola voce a questo attacco globale alle donne, avviando una stagione di resistenza, esercitando un ruolo attivo, la responsabilità di cambiare, attraverso una nuova rivoluzione femminista. Una conditio sine qua non per non tornare indietro. Boldrini parla giustamente di segnali che denotano l’avanzare di una ideologia oscurantista, su più temi. Il senatore Pillon non è un caso isolato, circoscritto, espressione di una tendenza, ma gode di un nutrito sostegno proprio all’interno del Governo. La formazione dell’esecutivo, con i numeri che non assicurano parità di genere, è la rappresentazione plastica di un Governo più simile a quello di Kabul che di Madrid. Un governo del “cambiamento talebano”. Questo ddl esprime una visione maschilista del matrimonio e della genitorialità, con minori che diventano pacchi postali, non interessa il loro benessere, con l’ossessione di mantenere unita la famiglia ad ogni costo, perché avviare la separazione diventerebbe un percorso a ostacoli. È chiaro che in parallelo si prospetti anche una maggiore difficoltà per le donne che desiderano separarsi per allontanarsi da situazioni di violenza domestica. Visto che la maggior parte dei femminicidi avviene quando la donna pone fine alla relazione, chiede il divorzio, Pillon risolve questo problema non permettendo più che le donne escano dalla famiglia. “Le donne devono stare zitte e a occhi bassi”. Le donne sono sempre state sottomesse, umiliate, picchiate: non sembrerebbe proprio il caso di cambiare secondo i fautori del ddl. Occorre diffondere informazioni, sensibilizzazione dappertutto, perché le persone non sono consapevoli di quanto questo ddl vorrebbe introdurre. È necessario arrivare a tutte le donne, anche a coloro che non vedono le discriminazioni. Fa bene Boldrini a ricordare la vicinanza di Salvini ad Orban, all’ossimoro della “democrazia illiberale”. Il modello corrente è questo, qualcosa che è contro tutti i principi di uno stato di diritto. Come donne dobbiamo esigere rispetto, ciò che ci spetta.

Manuela Ulivi di Cadmi interviene evidenziando le conseguenze nefaste di una mediazione familiare obbligatoria, richiamando anche l’esplicito divieto della Convenzione di Istanbul in casi di violenza. Appare evidente come spesso i tempi per l’accertamento della violenza in sede penale non collimino con quelli dell’iter civile di separazione. Motivo per cui sarebbe troppo alto il rischio a cui si esporrebbero le donne se questo ddl dovesse essere approvato. Si va verso una privatizzazione dei diritti, le parti trattano ma quasi mai sono sullo stesso piano, questo è innegabile, soprattutto dal punto di vista economico. Chi ha maggiori risorse potrà permettersi i professionisti e i consulenti migliori e quindi otterrà maggiori benefici. Si ha come l’impressione che si voglia pesantemente condizionare l’altro genitore. Viene ricordato il funambolesco strumento del piano genitoriale in cui i genitori dovrebbero accordarsi su frequentazioni parentali e amicali, percorsi di studio, attività, vacanze dei figli: con un probabile aumento del conflitto. Questo ddl inoltre manipola la causa di pericolo per il minore che prevede l’uso di ordini di allontanamento dal soggetto che ne è la fonte, introducendo nel nostro ordinamento l’aspetto dell’alienazione (causa di pericolo). Se la persona che chiede protezione non può, non riesce a dimostrare la violenza, il rischio è che si affidi al minore proprio al soggetto che la agisce, con la previsione dell’inversione della residenza.

 

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Le cose illuminate

Ho trascorso un weekend che mi ha ricaricata di speranza. Sabato 29 settembre è stato inaugurato il giardino Zoia 105 e con esso la prima panchina rossa contro la violenza maschile sulle donne del Municipio 7.


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Una panchina che segna un piccolo ma importante passo in una delle periferie del mio cuore, nato dalla ferma volontà di chi lo ha proposto e realizzato. Uno spontaneo moto che questa estate mi ha fatto cogliere al volo questa opportunità (quando Corrado Angione mi ha informata dell’apertura di questo nuovo giardino), per seminare un segnale e un simbolo permanente dell’impegno collettivo per aiutare le donne che vivono situazioni di violenza. Il gruppo è più che collaudato, insieme a Dario Pruonto, in arte Mister Caos, artefice della panchina e Carla Rizzi. Questa panchina spero diventi un luogo di riferimento, e che attraverso il passaparola si diffonda nel quartiere il messaggio che reca con sé. Mi è sufficiente pensare alle parole di una signora che ho incrociato e per la quale questa panchina ha un significato speciale. Non c’è nulla che sia in grado di esprimere meglio il significato di questa panchina. Come sempre quando scrivo e metto in ordine i pensieri lo faccio per condividere le mie sensazioni dal mio punto di osservazione, spesso lascio che si interponga il tempo necessario per assorbire e comprendere meglio quanto è accaduto. Ringrazio chi ha saputo avvicinarsi a questa idea con il giusto spirito, qualcosa che è diventata realtà con la giusta attenzione e sensibilità, ringrazio chi la ha sinceramente sostenuta, chi ne ha compreso l’obiettivo. Ringrazio Parvaneh Hassibi e il team del Casd (Centro ascolto soccorso donna) per aver partecipato, per essere sempre disponibili e con le quali speriamo di proseguire nel cammino di informazione e  consapevolezza sul territorio.


Queste sono le cose davvero importanti. Il noise esterno non ci fermerà. Porto dentro me la sensazione che i simboli, accompagnati da un autentico impegno, riescono a dare un contributo notevole. Le donne hanno bisogno di punti di riferimento, specie se si trovano a vivere esperienze di violenza, per questo ci è sembrato importante far fiorire una panchina rossa, per donare un messaggio di speranza: uscire dalla violenza è possibile e le donne hanno diritto a vivere un’esistenza libere da ogni forma di abuso, controllo o sopraffazione. In passato questo era più complicato, oggi abbiamo gli strumenti e i servizi che ci possono aiutare. Noi possiamo nel nostro quotidiano diffondere una nuova cultura e far conoscere i presidi territoriali che possono dare un concreto sostegno, l’ascolto giusto.
Domenica pomeriggio ho recepito altrettante vibrazioni positive dalla manifestazione Intolleranza zero. Insomma, altri modi di pensare, di vivere il presente, di costruire futuro, di fare politica, di recuperare valori ed etica sono possibili. Recuperare e diffondere speranza, costruire una comunità solidale, sono nostre dirette responsabilità, scacciando via l’indifferenza e partecipando attivamente.


Consigli di lettura:

http://www.corrierealtomilanese.com/2018/09/30/milano-al-municipio-7-una-panchina-rossa-parlante-contro-la-violenza-sulle-donne/
http://narrazionidifferenti.altervista.org/intolleranza-zero-voci-dalla-piazza-di-milano/

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