Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Respect-MI: insieme si può


Al via il progetto promosso dall’Associazione Libere Sinergie per sensibilizzare e informare la cittadinanza sulla violenza di genere, coinvolgendo tutti i soggetti del territorio, a partire dalle Scuole.

Il 26 novembre, presso il giardino di via Montegani a Milano ed in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, verrà inaugurata la panchina rossa promossa dall’Associazione Libere Sinergie. Primo step di un percorso che, come spiega la presidente della neonata Associazione, che ha curato la stesura dettagliata del progetto per le scuole, Simona Sforza, “consiste nel dipingere di rosso alcune panchine dislocate nei parchi e nelle vie della città, specialmente in periferia, per non dimenticare le donne vittime di femminicidio”. Panchine che però “devono essere – continua Sforza – dei simboli fisici tangibili di un impegno quotidiano di tutti e di tutte per aiutare le donne a uscire da situazioni di violenza, un luogo per diffondere consapevolezza e sensibilità su queste vite segnate o interrotte dalla violenza”.

L’iniziativa, nata con il patrocinio del Municipio 5 del Comune di Milano, si svolgerà a partire dalle 15:00 e vedrà la partecipazione, fra gli altri, degli studenti della III C dell’istituto Kandinsky che si faranno autori e protagonisti delle successive fasi del progetto, ovvero la decorazione grafica della panchina, attraverso un percorso prima di riflessione e di approfondimento del fenomeno della violenza in laboratori specifici e poi di personalizzazione e realizzazione di una idea artistica, che renda “parlante” la panchina. Il coinvolgimento delle scuole rimane infatti una delle priorità per l’Associazione Libere Sinergie per combattere la violenza di genere come problema culturale.
Periodicamente verranno organizzati presidi informativi proprio presso la panchina, affinché la cittadinanza sia coinvolta permanentemente e faccia proprio il senso e gli obiettivi del progetto che la panchina materialmente rappresenta.
Il progetto vede anche il sostegno e la collaborazione di Mister Coas, poeta di strada e fermo sostenitore della lotta ad ogni forma di violenza, che ha aderito all’iniziativa sottolineando “come in un’epoca in cui si comunica e si scrive tanto velocemente senza dare troppo peso a quello che si dice, sia bello creare un percorso condiviso e dare forza ad un progetto come questo: diretto, all’aperto, gratuito e che coinvolge zone della città bellissime, ma cariche di complessità. ”
La prima panchina ed a seguire tutte le altre, che verranno dipinte di rosso da Libere Sinergie e dalle scuole di volta in volta coinvolte, riporteranno tutte il numero nazionale antiviolenza 1522, perché oltre che un momento di riflessione vogliono essere un strumento utile per segnalare a chi rivolgersi per iniziare un percorso di fuoriuscita dalla violenza.

Libere Sinergie nasce il 26 giugno 2017 dalla duplice volontà di portare avanti progetti educativi per prevenire la violenza di genere e fornire una sorta di mappatura di servizi già esistenti. Il tema della violenza non è il solo che compone gli obiettivi dell’Associazione: salute di genere e prevenzione, lavoro al femminile e forme di work-life balance, allargando fino a presidiare e a sostenere tutti i diritti delle donne, per raggiungere una società sempre più egualitaria e paritaria, in cui tutte e tutti possano esprimere le proprie potenzialità, senza muri o ostacoli.

Mister Caos, che ha fatto degli spazi cittadini le pagine su cui scrivere le sue poesie, è organizzatore e direttore artistico della seconda edizione del festival internazionale della poesia di strada. Le sue composizioni sono affisse a Milano, Roma, Palermo, New York, Parigi ed Hong Kong, per citarne alcune.

Associazione Libere Sinergie: http://www.liberesinergie.org
Mister Caos: http://www.mistercaos.com

Milano, 23 novembre 2017

 

 

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#25novembre La strada è ancora lunga

 

Mi dispiace essere confermata dai fatti. Mi dispiace dover constatare che avevo visto giusto. Dopo un anno si sono materializzati tutti i miei timori.

Nell’ottobre 2016 avevo espresso i miei dubbi in merito a una proposta che Emilio Maiandi, presidente della commissione 4 del Municipio 7, aveva presentato come tematica di approfondimento in occasione del 25 novembre. Nel dettaglio si trattava di un evento che si occupasse dell’assenza di supporto nella maternità come forma di violenza. A ottobre 2016 se ne parlò brevemente e genericamente in commissione, senza un reale approfondimento.

Le mie preoccupazioni si sono materializzate il 20 novembre, quando a margine della seduta del Consiglio di Municipio 7 ho scoperto che per il 25 novembre 2017 si è organizzato un evento dal titolo: Lo sguardo di una madre.

Per questo 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, istituita dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 1999, nata per sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema, la giunta del municipio 7 delibera, senza coinvolgere la commissione competente in materia, le associazioni e i gruppi del territorio, come accadeva in passato, l’organizzazione di una iniziativa in cui si invita il Centro Ambrosiano di Aiuto alla Vita e il Movimento per la Vita. Dalla locandina si evince che 4 uomini, cosa molto consueta ma non per questo accettabile, parleranno di maternità, di donne, di diritti delle donne. Ci risiamo, sui corpi e sulle scelte delle donne, parlano gli uomini. Un centro di aiuto alla vita entra nelle istituzioni e per il 25 novembre si devia l’attenzione dagli obiettivi specifici e propri della Giornata e si affronta un tema che è importante, ma che non può avere un unico interlocutore, un unico punto di vista, oltretutto fortemente schierato. Questa è manipolazione. La violenza di genere è un fenomeno ben preciso, che non va confuso e strumentalizzato per altri fini.

Il minestrone non aiuta, anzi pericolosamente sminuisce e fa azione di disturbo. Si sposta l’attenzione altrove. A mio avviso, i problemi legati alla maternità fanno rima con discriminazioni, con disparità, con diritti affievoliti, con precarietà. Il mancato sostegno alla maternità è frutto di una mentalità che considera il lavoro di cura qualcosa di scontato, gratuito e un welfare sostitutivo. La conciliazione e la condivisione sono temi della genitorialità, non solo in capo alle donne, alle madri. Trovo importante parlare dei supporti alla maternità, ma aggiungerei sempre la parola “consapevole”. Purtroppo non possiamo ignorare la crescita esponenziale delle gravidanze precoci, precocissime, che in condizioni socio-economiche-culturali difficili e di disagio, possono innescare processi cronici, difficili da interrompere. Quindi occorre intervenire per garantire una educazione che prevenga questo e aiuti le donne a scegliere consapevolmente quando, come e se diventare madri. Contraccezione, conoscenza e cura del proprio corpo: non concentrarsi unicamente sul mito della maternità, sarebbe un passo importante. Un figlio non è qualcosa di monetizzabile, non basta un bonus o sostegni caritatevoli per crescere bene un figlio. Non permettiamo che si faccia pressione colpevolizzando le donne affinché portino avanti la gravidanza.e che la questione venga affrontata invitando un unico soggetto come interlocutore, che rappresenta una realtà di stampo confessionale, con un approccio ben preciso. La scelta di una donna di interrompere la gravidanza non può essere forzata e condizionata da organismi esterni, perché si è genitori per sempre e questo tipo di pressioni possono pregiudicare per sempre lo sviluppo della vita di una donna.

Quella prevista per il 25 novembre in Municipio 7 è una iniziativa a senso unico, che ospita di fatto una sola realtà, che tra l’altro non rispetta pienamente l’autodeterminazione delle donne, che è marcatamente contro un diritto previsto da una legge dello Stato italiano, la 194/1978, una realtà no-choice, che dichiaratamente interviene in un momento delicato e rischia di colpevolizzare le donne e le loro scelte. Nel sito si legge:

“Il CAV Ambrosiano nasce a Milano nel 1980 dalla volontà e dall’impegno di alcuni volontari , a favore della vita nascente, contro l’aborto, al fine di rimuovere quei condizionamenti interni ed esterni che le donne sole e in gravidanza spesso percepiscono come insormontabili.”

L’unica che ha diritto di scegliere e di valutare è la donna in piena autonomia, senza pressioni, da qualunque versante provengano.

Il tutto avviene il 25 novembre, giornata dai temi ben precisi, ma evidentemente non colti dalla maggioranza municipale. L’iniziativa è stata costruita senza possibilità di contraddittorio, senza una sola voce che parli di contraccezione e di modalità prevenzione delle gravidanze indesiderate, un percorso educativo che riguarda entrambi i sessi.

Rimarco il fatto che dalla locandina si evince che gli organizzatori e i relatori sono tutti uomini. Noi donne non abbiamo voce. Noi donne impegnate da anni su questi temi non siamo ascoltate e soprattutto questo mi sembra un pesante schiaffo in una giornata in cui dovrebbero essere ben altri i focus e soprattutto le modalità di approfondimento e di confronto. Uno spot molto pericoloso, senza un barlume di laicità, un valore fondamentale. Altro che cultura del rispetto, siamo proprio allo sbeffeggiamento di lotte di decenni. La legge 194 nel 2018 compie 40 anni e non gode di buona salute. Che senso ha chiedere più consultori pubblici e laici se poi si fa pubblicità a questo genere di movimenti all’interno di pubbliche istituzioni?

Le ripercussioni di gravidanze indesiderate portate a termine con pressioni di vario tipo spesso sono molto gravi, con cicli di disagio multiforme che rischiano di non interrompersi, ai danni non solo delle donne, ma soprattutto dei figli. Per chi conosce la realtà e il territorio è evidente che abbiamo un problema, una sottovalutazione delle conseguenze.

In questo clima mi spiace registrare che la mozione urgente presentata proprio ieri da Federico Bottelli, non raggiungendo il numero di firme sufficienti, non viene nemmeno votata. Tale mozione sollecitava il municipio a “promuovere e realizzare iniziative volte a ridurre il fenomeno della violenza di genere e sensibilizzare la cittadinanza e in particolare gli studenti delle scuole secondarie di secondo grado del Municipio 7 sul tema delle violenze di genere” e di esaminare la proposta protocollata per una targa contro la violenza sulle donne. La mozione non ha raggiunto i 2/3 delle firme dell’assemblea, raccogliendone solo 10, con il parere favorevole dei consiglieri del PD e del M5S.

La maggioranza presente in consiglio in massa ha deciso che fosse sufficiente l’iniziativa sulla maternità, calata dall’alto dalla giunta, monodirezionale e chiaramente priva di una reale possibilità di interlocuzione utile.

La mozione Bottelli verrà ripresentata con una nuova formula in commissione 4.

Nell’iniziativa municipale non vi è traccia di uno degli scopi fondamentali del 25 novembre: informare e sensibilizzare sulla violenza di genere.

Evidentemente si preferisce adoperare questa giornata per fare propaganda su altro, nessuna traccia di contrasto agli stereotipi, ai ruoli segregati per genere e a meccanismi relazionali nocivi.

Sembra di essere in pieno medioevo e soprattutto sulle scelte delle donne sono ancora una volta degli uomini a discettare e a tracciare la via.

Sui nostri corpi sono ancora gli uomini a decidere. Paradossale che nel 2017, in occasione della Giornata del 25 novembre, le donne vengano adoperate all’occorrenza, strumentalizzate per veicolare messaggi con lo sguardo indietro e per ribadire che noi donne siamo incapaci di scelte autonome, abbiamo bisogno di “guide” maschili, che ci aiutino a scegliere come loro desiderano. Paradossale che non vi sia spazio per ciò che le donne pensano, il loro pensiero viene ancora una volta silenziato, subordinato a una interpretazione maschile. C’è una preoccupazione di controllare le donne, come se non fossero individui, esseri umani pienamente consapevoli e in grado di autodeterminarsi. Abbiamo l’impressione che l’assenza di donne nell’iniziativa municipale sia un segnale non casuale, ma indichi ancora una volta la mentalità secondo la quale non è bene che le donne parlino per se stesse, senza intermediari. Sempre sotto tutela di un padre, di un marito, di un fratello. Mai autonome, mai pienamente capaci. Forse perché non emerga che le donne reali, non quelle dipinte da certi ambienti, non vogliono essere ridotte a mere fattrici e ai ruoli/comportamenti codificati nei secoli dagli uomini.

Se questa non è violenza…

Dovremo con forza tornare a lottare per rivendicare rispetto per i diritti delle donne, in tutte le loro declinazioni, sottolineando innanzitutto DONNE, non macchine da riproduzione. Abbiamo avuto la conferma, qualora non ne fossimo sufficientemente consapevoli, che la strada è ancora lunga.

 

 

Il mio comunicato stampa lo trovate qui.

 

 

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La necessità di colmare i gap di genere


Di report in report, la fotografia che emerge in tema di eguaglianza di genere e di riduzione delle distanze in ogni ambito tra uomini e donne non è rassicurante. Il traguardo sembra allontanarsi, vediamo perché.

 

Il Global Gender Gap Index è stato introdotto per la prima volta dal Forum Economico Mondiale nel 2006 con l’intento di fornire un quadro sulle diseguaglianze basate sul genere e monitorare il loro progresso nel tempo. L’edizione di quest’anno mette a confronto 144 paesi, valutando il divario tra donne e uomini su salute, istruzione e gli indicatori economici e politici. Si prefigge di capire se i Paesi stiano distribuendo le loro risorse e opportunità equamente tra donne e uomini, indipendentemente dai loro livelli di reddito complessivi. Il rapporto misura le dimensioni del divario di disuguaglianza di genere in quattro settori:

– Partecipazione economica e opportunità – stipendi, partecipazione e leadership

– Istruzione – accesso ai livelli di istruzione di base e superiore

– Empowerment politico – rappresentanza nelle strutture decisionali

– Salute e sopravvivenza – aspettativa di vita e rapporto tra il numero di maschi e il numero di femmine di una popolazione

I punteggi dell’indice possono essere interpretati come la percentuale del divario colmato tra donne e uomini, consentendo ai paesi di confrontare le loro prestazioni attuali rispetto alla loro performance passata. Inoltre, le classifiche consentono confronti tra paesi.

Il Wef misura le disparità uomo-donna e quindi la distanza, le differenze in ciascuna area di analisi tra condizione femminile e maschile.

Le classifiche sono progettate per creare una consapevolezza globale sulle sfide poste dalle differenze di genere e dalle opportunità create dalla riduzione dei gap. Questo report nasce come base per progettare misure efficaci per ridurre queste disparità di genere.

Saadia Zahidi of the WEF said gender equality was ‘both a moral and economic imperative’.

Com’è la situazione generale quest’anno?

“A bad year in a good decade: the World Economic Forum Global Gender Gap Report 2017 finds the parity gap across health, education, politics and the workplace widening for the first time since records began in 2006.”

Non proprio un anno d’oro, visto che per la prima volta dal 2006 la forbice si allarga in tutte le dimensioni oggetto del report. In passato, seppur i miglioramenti siano sempre stati lenti, i progressi non erano mai mancati. Vediamo nel dettaglio perché c’è stato un arretramento e dove è stato più consistente.

Il divario globale di genere potrà essere colmato esattamente in 100 anni, rispetto agli 83 anni previsti lo scorso anno. Le differenze di genere più considerevoli restano nelle sfere economiche e della salute. Per cancellare il divario economico di genere ci vorranno 217 anni. Ciò rappresenta un’inversione del progresso ed è il valore più basso misurato dall’Indice dal 2008.

 

Pur registrando una riduzione del gap di genere rispetto a 11 anni fa, occorre non smettere di investire per accelerare il progresso. Allo stato attuale del progresso, il gap globale in termini di genere può essere chiuso in 61 anni in Europa occidentale, 62 anni in Asia meridionale, 79 anni in America Latina e nei Caraibi, 102 anni in Africa subsahariana, 128 anni in Europa orientale e l’Asia centrale, 157 anni in Medio Oriente e Nord Africa, 161 anni in Asia orientale e nel Pacifico e 168 anni in Nord America.

Alcuni paesi, tra cui Francia e Canada, l’anno scorso hanno fatto grandi passi in avanti verso la parità. L’Islanda rimane il paese con la migliore condizione di parità tra i generi.

Una varietà di modelli e di studi empirici hanno suggerito che migliorare la parità di genere può determinare significative ricadute in termini economici, che variano a seconda della situazione delle diverse economie e delle sfide specifiche che devono affrontare.

 

Le ricadute economiche della parità

Vari studi hanno suggerito che migliorare la parità di genere può determinare significativi dividendi economici, che variano a seconda della situazione delle diverse economie e delle sfide specifiche che devono affrontare. Notevoli stime recenti suggeriscono che la parità di genere economica potrebbe aggiungere un ulteriore 250 miliardi di dollari al PIL del Regno Unito, 1.750 miliardi di dollari rispetto a quelli degli Stati Uniti, 550 miliardi di dollari per il Giappone, 320 miliardi di dollari per la Francia e 310 miliardi di dollari al PIL della Germania.

Altre stime recenti suggeriscono che la Cina potrebbe vedere un aumento di PIL da 2,5 trilioni di dollari dalla parità di genere e che il mondo nel suo complesso potrebbe aumentare il PIL globale di 5,3 trilioni di dollari entro il 2025 se chiudesse il divario di genere nella partecipazione economica del 25% nello stesso periodo.

La questione della parità si rileva anche a livello industriale e aziendale, con segregazioni di genere: secondo una ricerca in collaborazione con LinkedIn, emerge che gli uomini sono sotto-rappresentati nell’istruzione, nella salute e nel benessere, mentre le donne sono sotto-rappresentate nell’ingegneria, nella produzione e nella costruzione, nell’informazione, nella comunicazione e nella tecnologia. Tale segmentazione per genere si traduce nel fatto che ogni settore perde i vantaggi potenziali di una maggiore diversità di genere: maggiore innovazione, creatività e ritorni. Esistono poi differenze significative quando si parla di posizioni di leadership, con un vantaggio degli uomini ancora molto rilevante. Di conseguenza, non basta concentrarsi sulla correzione degli squilibri nell’istruzione e nella formazione; il cambiamento è necessario anche all’interno delle aziende.

E l’Italia come si classifica?

Direi che per capire le ragioni del fatto che quest’anno siamo precipitate all’82ma posizione, possiamo leggere a pagina 25 del report. Il divario di trattamento tra donne e uomini nel nostro Paese torna, per la prima volta dal 2014, a superare il 30%.

“Italy (82) sees a drop in wage equality for similar work and women in ministerial roles, and widens its gender gap to more than 30% for the first time since 2014.”

 

Italy

Nero su bianco, in barba a tutti quelli che sostengono che ormai donne e uomini sono quasi alla pari nel mondo del lavoro. I dati occupazionali forse possono dare l’occupazione femminile in crescita, ma a queste condizioni, restando sempre all’89mo posto per partecipazione al mondo del lavoro.

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Storie di violenza domestica nell’Italia di oggi

#BookCity – Storie di violenza domestica nell’Italia di oggi

Contro ogni violenza sulle donne
17 novembre ore 17.30
presso SIAM – MILANO

Recitazione di brani letterari scelti del libro Il Canto delle Balene e dal libro Il manifesto di Venezia. Contro la violenza di genere, che raccoglie alcune storie di violenza domestica realmente accadute. Tratti da un’inchiesta giornalistica realizzata dall’autrice nel nordest i racconti contenuti nel libro vedono protagoniste quattro donne di diverse età ed estrazioni sociali, che in modi diversi hanno vissuto esperienze di violenza dentro le mura domestiche.
L’incontro intende attraverso l’approfondimento di un tema di drammatica attualità, la divulgazione di dati e di iniziative nonchè attraverso la lettura di brani scelti dal libro in oggetto proporre un momento di riflessione intergenerazionale sul tema della violenza domestica proprio nel mese di novembre dedicato alla sensibilizzazione per l’eliminazione della violenza sulle donne.

Con:
Diana De Marchi, Presidente Commissione Pari Opportunità e Diritti Civili del Comune di Milano
Laura Capone Direttore editoriale LCE – Laura Capone Editore
Giuliana Grando psicanalista, già Supervisora del Centro Antiviolenza del Comune di Venezia, Presidente ABA Venezia
Simona Sforza blogger ed attivista politica
Giovanna Pastega giornalista e scrittrice
Claudia Casolaro, dance performer
Testi di Giovanna Pastega

Vi aspettiamo!

 

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#LaCasaSiamoTutte

 

Il Comune di Roma ha mandato una lettera alla Casa Internazionale delle donne di via della Lungara, chiedendo il pagamento di 833.512,30 euro entro 30 giorni. Cifra per la Casa impossibile da reperire. Occorre scongiurare in tutti i modi il rischio sfratto. Oggi alle 18 ci sarà un’assemblea cittadina.

Per testimoniare la nostra vicinanza e solidarietà alle donne della Casa si può firmare la petizione qui.

Tante le voci che si sono espresse in questi giorni a sostegno della Casa. Pasionaria ha dato vita a questo mosaico di parole che potessero dare una fotografia efficace di ciò che è la Casa, di ciò che ha saputo costruire in 30 anni.

Questo il mio contributo:

«In un Paese in cui gli spazi di incontro sociali e culturali accoglienti, accessibili e fruibili da tutt* sono rari e pertanto preziosi, fa male assistere all’idea che una storia trentennale si possa intaccare per una questione debitoria, senza considerare quanto la Casa internazionale delle donne ha donato alla città e non solo. Ci auguriamo che si possano trovare soluzioni che consentano di non interrompere questo scambio, per non tagliare i fili di relazioni positive che nella storia della Casa si sono intrecciati. Uno spazio che a partire dall’esperienza femminista ha offerto occasioni di ascolto, di incontro e confronto, di elaborazione di una politica differente, solidale. Uno spazio da abitare con idee e corpi in movimento, da condividere, un punto di riferimento per tante donne. Ha svolto un’azione instancabile che permettesse di valorizzare il contributo e i saperi femminili. Ce ne vorrebbero tanti di luoghi di questo tipo, per questo penso che si debba risolvere al meglio questa vicenda. Per il bene dell’intera comunità non solo cittadina, ma italiana, perché la Casa è un bene di tutto il Paese».

 

Questa storia non si può interrompere, dobbiamo adoperarci affinché si trovi una soluzione che non pregiudichi le attività della Casa. Questi spazi si devono moltiplicare, diffondere, non si può pensare di subordinare tutto a una questione economica.

 

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Potere e violenza. La difficoltà di cambiare prassi.

Artemisia Gentileschi – La ninfa Corisca e il satiro – coll. privata – © Luciano Pedicini, Napoli


Quando si parla di diseguaglianza di potere a volte si rischia di smarrire ciò di cui stiamo parlando. Il consenso e la scelta vengono deformati, subiscono una sorta di pressione forzata in un contesto disequilibrato: non sono più così chiari e subiscono un condizionamento. Il potere non è solo uno status di superiorità in termini di controllo, di status, gerarchico, di età, di posizione, di genere.

Il potere se lo guardiamo a livello base è la differenza tra una persona che è in uno stato di bisogno, di sopravvivenza, di assenza di alternative percorribili e chi dall’altra possiede la forza “coercitiva” di varia entità, di vario tipo.
Il denaro è una di queste leve.

Strano verificare che per alcune il consenso sia inficiato solo quando si parla di potere maschile a ridosso del caso Weinstein e dintorni. Strano che la stortura la si noti solo ora e non quando si propagandava la magnificenza della “scelta” autodeterminata in prostituzione. Eppure da tempo si parlava di un grave ed evidente affievolimento della libertà di scelta in alcuni contesti, chiaramente ad alto livello di violenza. Strano che oggi si parli di potere e di condizioni di diseguaglianza che rendono consenso e scelte individuali meno libere, anzi vere e proprie lesioni dei diritti fondamentali di un essere umano.

Direi eureka! Ci siamo svegliate dal torpore.
Avevamo bisogno del caso Weinstein per smascherare questa realtà, indicibile e inammissibile anche per tante di noi?

Esattamente come i clienti si sentono in diritto di abusare di una donna, come ogni volta che si tenta un’azione di normalizzazione della violenza sulle donne prostituite, esattamente come ogni qualvolta ogni forma di potere viene esercitata per piegare una donna, per avere accesso al suo corpo, per controllarla e sottometterla.
I modi sono molteplici, ma a monte la mentalità, la subcultura dello stupro e della violenzaè la medesima, restano cristallizzati i rapporti stereotipati, i cliché sui ruoli, con i medesimi risultati devastanti per le donne.

Esattamente questa verità abbiamo smascherato: che non può esserci libera scelta, piena scelta se non si hanno alternative di vita, se ci sono diseguaglianze di potere, se l’unica strada a disposizione è vincolata da una situazione di svantaggio, di bisogno, di ricatto, di un potere che tutto può.
Certo ci si può sottrarre, ma nulla è automatico e scontato, nulla è così semplice come appare, dobbiamo pensare che non tutte potranno o avranno la forza di farlo. Sappiamo quanto sia complicato denunciare, affrontare tutto ciò che ne consegue. Troppe sono le variabili e forse occorrerebbe concentrarsi su quel “a monte”, su prassi e consuetudini diffusissimi, piuttosto che puntare il dito sulle sopravvissute.

 

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Indennizzo irrisorio per la vita di una donna o per le violenze di genere subite

Dopo anni di inerzia, l’Italia tenta di allinearsi con quanto richiesto in Europa in materia di indennizzo per le vittime di reati intenzionali violenti. Vediamo con quali risultati.

Non c’è giorno in cui non scopriamo qualche nuovo tassello che sempre più pare farci indietreggiare. Mentre siamo ancora in attesa di una toppa normativa al 162ter e agli effetti della depenalizzazione del reato di stalking, che impone alla vittima un risarcimento monetario, ci giunge notizia di un’altra soluzione che ci lascia alquanto perplesse, per usare un eufemismo.

È circostanza comunemente nota quanto sia difficile per le sopravvissute alla violenza e per i familiari/figli delle vittime di femminicidio vedersi riconosciuto e saldato un risarcimento. L’Italia con enorme leggerezza, ha accumulato un buon numero di richiami dalla Corte di Giustizia dell’UE ed esortazioni fin dal 2011 dalla Commissione Europea, per non aver ottemperato a quanto previsto nella Direttiva Europea CE/2004/80, in cui si prevedeva che ciascuno Stato si dotasse di un sistema efficace, volto a garantire un compenso equo e adeguato per tutte le vittime di reati intenzionali violenti, tra i quali rientrano la violenza fisica e il femminicidio. Correva l’anno 2004.

Occorre ricordare che a monte di questa direttiva europea vi era l’esigenza di abolire ogni ostacolo alla libera circolazione delle persone e dei servizi all’interno dell’UE, per cui anche la sicurezza e la certezza di un sistema di compensazione equo in caso di reati intenzionali violenti facevano parte di accordi tra gli stati. In pratica, si doveva garantire omogeneità di trattamento a tutti i cittadini europei.

Alla direttiva europea del 2004, l’Italia rispose con il decreto legislativo 6 novembre 2007, n. 204 che la recepì però in maniera parziale, perché si impegnava ad assistere le vittime italiane di reati perpetrati in altri stati membri nell’ottenere da questi ultimi un congruo risarcimento. A questa interpretazione incompleta si aggiungeva anche la completa dimenticanza dell’art. 12, paragrafo 2, della direttiva 2004/80/EC, che obbligava gli stati membri a far sì che “le loro normative nazionali prevedano l’esistenza di un sistema di indennizzo delle vittime di reati intenzionali violenti commessi nei rispettivi territori, che garantisca un indennizzo equo ed adeguato delle vittime”.

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Qui la nota, pubblicata su Noi Donne, del gruppo Chi Colpisce Una Donna, Colpisce Tutte Noi.

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Uguaglianza di genere: qual è la situazione nell’Europa dei 28 Stati?


Qual è l’andamento dell’eguaglianza uomo-donna nell’Europa dei 28 Stati? Ce lo racconta il nuovo Gender Equality Index, l’indice pubblicato dall’EIGE, l’agenzia dell’Unione europea che si occupa di uguaglianza tra uomini e donne.

La graduatoria è divisa in sei macro domini e fotografa la situazione in ogni singolo paese in tema di uguaglianza su lavoro, soldi, istruzione, tempo, salute e potere.

Il progresso verso l’uguaglianza di genere nell’UE rimane lento. Il punteggio dell’Indice di uguaglianza di genere nel 2015 giunge a 66,2 su 100, mostrando la necessità di un maggiore miglioramento in tutti gli Stati membri. Questo è un miglioramento relativamente piccolo dal 2005 quando l’Indice era pari a 62,0 punti.

La classifica generale vede in cima Svezia, Danimarca e Finlandia, con la Francia al quinto posto dopo l’Olanda.


 

Tra i sei domini dell’indice, il maggior miglioramento si riscontra in quello del potere, mentre le disuguaglianze di genere nel dominio del tempo sono cresciute.


 

Il recente passato ha registrato uno sviluppo positivo verso l’uguaglianza di genere. I maggiori miglioramenti sono stati notati in Italia e Cipro.
La situazione resta stabile nella Repubblica Ceca, in Slovacchia e Regno Unito, mentre c’è stato un arretramento di un paio di paesi (Finlandia, Paesi Bassi).

Il dominio del lavoro occupa il terzo posto nella classifica dei punteggi dell’Indice di uguaglianza di genere, anche se i progressi in questo settore sono stati molto lenti (aumento di 1,5 punti negli ultimi 10 anni).
Il divario di genere nell’occupazione FTE arriva fino ai 16 punti percentuali, che riflette una partecipazione complessiva inferiore delle donne nel mercato del lavoro e una maggiore quota di part-time. La partecipazione di donne con scarso livello di istruzione è solo la metà del tasso di partecipazione di uomini poco qualificati e queste categorie di donne sono ad alto rischio disoccupazione di lunga durata e di avere una occupazione precaria.

La partecipazione all’occupazione è anche limitata per le donne con bambini, indipendentemente dal fatto che vivano con un partner o crescano da sole i figli.

Il basso tasso di partecipazione delle donne al mercato del lavoro è un ostacolo al raggiungimento dell’obiettivo Europa 2020 di un impiego del 75%.

Allo stesso tempo ci sono nuove opportunità che derivano da alcune iniziative politiche, come il Pilastro europeo dei diritti sociali (ne parlavo anche qui) che ha posto l’uguaglianza di genere come uno dei suoi principi fondamentali. I risultati dell’Indice di uguaglianza di genere 2017 sottolineano la necessità di integrare l’uguaglianza di genere in tutte le aree del Pilastro, compreso il supporto attivo all’occupazione, un’occupazione sicura e flessibile, con salari equi e un equilibrio tra lavoro e vita.

A tal proposito è interessante la nuova iniziativa sul work-life balance della Commissione europea, con nuovi standard per congedi e permessi di cura: l’iniziativa New Start mira a permettere a genitori e ad altre persone con responsabilità di cura di bilanciare meglio vita e lavoro e migliorare la condivisione dei compiti tra uomini e donne. Appena un uomo su tre cucina e svolge lavori domestici quotidianamente, a differenza della grande maggioranza delle donne (79 %).

Occorre lavorare per ridurre la segregazione di genere in alcuni settori del mercato del lavoro come nell’istruzione.

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Cosa accadrà dopo gli hashtag #metoo e #quellavoltache?


Mi sono presa un po’ di tempo per riflettere. Un tempo che non è quasi più possibile concedersi prima di provare a leggere ciò che accade. Per vari motivi ho assunto questo tempo lento e l’ho adoperato. Soprattutto in ascolto e in dialogo. Forse questo pezzo non sarebbe stato scritto senza tutto questo, senza tutto ciò che in questi giorni mi ha attraversato, senza lo scambio come sempre proficuo con Maddalena, senza tutte quelle coincidenze che ti portano a interrogarti, senza fretta, mettendo insieme tutti i pezzi. Provando a gettare lo sguardo un po’ attorno, un po’ più in là delle circostanze e dell’immediato accadere.

 

Cosa accadrà dopo l’hashtag #metoo o #quellavoltache?

Cosa accadrà dopo che avremo esaurito questo canale in cui convogliare la nostra indignazione e le nostre innumerevoli esperienze in cui il potere maschile si è palesato e ha voluto agire su di noi un abuso, una molestia, una violazione della nostra persona?

Cosa accadrà quando questo flusso di coscienza collettivo sarà esaurito e ripiegato su se stesso, quando i trend dei social si saranno sgonfiati? Cosa accadrà alle donne dopo questo moto spontaneo di condivisione? Mi chiedo questo e, immediatamente dopo, quale sia il senso compiuto di una denuncia se resta solo tra le mura di un social, persa nel flusso senza sosta, soppiantata da un’altra notizia, con la velocità delle ali in volo di un colibrì. Cosa accade ogni volta che una donna trova il coraggio di parlarne e dopo subentra un silenzio spiazzante a coprire tutto? Scoperchiare il pentolone su questo tipo di fatti è un po’ ingenuamente come scoprire in che condizione vivano le donne e sorprendersi di come sin da piccole si debbano confrontare con simili costumi machisti, tutti connotati da un senso di onnipotenza e di proprietà delle “femmine”. Femmine per dare un senso di assimilazione al mondo animale, perché evidentemente una certa mentalità e stile di comportamento maschile non sono mai andati oltre al considerarci sub-umane, confermando l’esercizio consolidato nei secoli di una sorta di “diritto” maschile su di noi.

L’ingresso delle donne in un numero crescente di ambiti non ha fatto altro che moltiplicare le occasioni in cui sottometterle, molestarle, ricattarle, manipolarle, umiliarle. Perché nel frattempo non c’è stato un cambiamento culturale in quel tessuto maschilista, mai incrinato e mai messo in discussione. Perché nel frattempo si è confidato in un progressivo riassetto, in chiave di restaurazione o in chiave progressista. Perché nel frattempo i comportamenti e le modalità di relazione sono rimaste irrigidite su un’incompleta accettazione della presenza e del ruolo pieno e non subordinato delle donne. Non si tratta unicamente di molestie o ricatti sessuali, ma di un’infinita sequenza e varietà di sottili lesioni dei diritti fondamentali e della dignità delle donne. Non essendo mai stati seriamente affrontati, avendo subito cicliche rimozioni e riduzioni, scardinare questi comportamenti, talmente invasivi da restare nel profondo delle esperienze delle donne, risulta un percorso in salita. Restano lì e riaffiorano, come abbiamo visto in questi giorni.

Due anni fa usciva il libro-denuncia Toglimi le mani di dosso di Olga Ricci, che costituisce una tappa fondamentale nel cammino di una consapevolezza nuova, visto che è un testo in cui l’autrice racconta la sua esperienza di molestie e ricatti nel mondo del giornalismo. A monte vi era un blog, Il porco al lavoro, purtroppo al momento offline, che ha raccolto tante storie di donne che hanno vissuto esperienze simili. Le storie riaffiorano e danno voce a vissuti traumatici, sepolti sotto un’enorme difficoltà e senso di impotenza che induce a le donne a tenere per sé gli abusi. Olga Ricci creò nel suo blog uno spazio in cui queste testimonianze potessero emergere e potessero ottenere la giusta attenzione, creando una sensibilità non fugace, né frettolosa. Penso che questo sia stato il suo pregio, dare una casa a queste storie, passare dalla dimensione individuale di un’esperienza a una più ampia, mostrando un fenomeno enorme, sottovalutato, volutamente marginalizzato e reso invisibile. Lavori come quello di Olga Ricci hanno materializzato queste lesioni che le donne trovano sul loro cammino professionale e lavorativo, consegnandole ad una valenza non più individuale ma collettiva, perché la violenza di genere giammai deve essere relegata al ruolo di una vicenda personale della singola donna abusata.

Le storie, come quella di Olga, ci scuotono per riportarci con i piedi per terra, per ricordare a coloro che sostengono che nel mondo del lavoro le donne abbiano raggiunto la parità, anzi che siano “avvantaggiate”, che così non è, che il sistema non si è ancora liberato di questi mostri che si sentono padroni delle donne, come se fossero soprammobili e oggetti a loro completa disposizione. Quel racconto vivo arriva come un pugno, perché parla a noi donne e riesce a portare a galla il senso di impotenza, di confusione, di frastornamento, di solitudine e di isolamento. Congiunto ai sensi di colpa e anche di incredulità che ci travolgono quando ci troviamo ad affrontare simili abusi e che ci portano a porci tanti se, tanti punti interrogativi col conseguente senso di smarrimento. Uno schiaffo a tutte le nostre competenze, aspirazioni legittime, a fare semplicemente bene il nostro lavoro, quello per cui siamo disposte a lavorare per pochi euro, senza orario, senza prospettive, senza contratto, solo per passione, perché non ci si riesce a immaginare in un’altra occupazione. Perché le nostre competenze dovranno pur valere? Oppure è una chimera, un mito?

Eppure dopo la pubblicazione e la divulgazione di Toglimi le mani di dosso non c’è stato l’effetto “bomba”, come ci si sarebbe aspettate. Non un interrogarsi e uno scuotersi dello specifico ambito lavorativo messo sott’accusa, alcuna luce ha rischiarato le fitte nebbie descritte da Olga Ricci, al sol fine di tentare di affrontare il problema delle molestie sui luoghi di lavoro. Non c’è stata una diffusione a tappeto del dibattito. Se ne è parlato, certamente, ma di certo non si è verificata la valanga di commenti e reazioni innescate dalla vicenda Weinstein. Perché? Cosa ha impedito di affrontare questo problema e scoperchiare il vaso di Pandora? I lustrini e lo star system si sono svegliati da un consapevole torpore o, meglio, fenomeno di cecità omertosa e condivisa del “tutti sapevano ma abbiamo preferito girare la testa dall’altra parte”, atteggiamento che non scagiona e non costituisce un alibi per chi attorno non è intervenuto a fermare il produttore. E, forse, occorrerebbe poter convogliare questo diffuso malessere per potere passare dallo star system ad altri ambiti lavorativi, chiamando ciascuno alle proprie responsabilità. Perché conosciamo le ragioni per cui le donne fanno fatica a denunciare e il contesto è uno dei fattori: il rischio che non ti credano, che ti puntino il dito dicendo che te la sei cercata o che ne hai tratto dei benefici, è altissimo. Processate e colpevolizzate dall’opinione pubblica e da chi gli sta intorno, spesso lasciate sole in queste battaglie a difendersi da attacchi su più fronti.

Non permettiamo che cada il silenzio e che tutto si risolva in un’ondata temporanea di reazione e di denuncia, impegniamoci a consolidare consapevolezza e azioni capaci di rendere permanente la nostra protesta. Certi abusi, molestie e ricatti non devono più trovare spazi e conseguentemente essere tollerati come consuetudine ineluttabile. I social mangiano tutto, i social divorano velocemente consumando un tema dietro l’altro. La scia, affinché sia positiva e produca effetti duraturi, necessita di un’assunzione collettiva di responsabilità perché le cose cambino, ciascuno nel proprio contesto, scuola, media, aziende pubbliche e private, associazioni, gruppi, famiglie, magistratura, corpi intermedi, istituzioni. Abbiamo bisogno di risposte politiche perché si tratta di questioni politiche.

Certamente gli hashtag hanno fatto da detonatore a tante storie personali, sepolte ma mai rimosse. Ma tutto sta avvenendo in un luogo che non offre la possibilità di garantire la giusta protezione, profondità e che non permette un passaggio ulteriore. Un passaggio necessario perché la bufera mediatica non sia avvenuta inutilmente e, soprattutto, perché si compia un cambiamento concreto. I social, in grado di accendere in pochi istanti i riflettori, hanno reso evidente l’esistenza di un fenomeno dai contorni enormi, anche se non se ne ha purtroppo un quadro preciso. Un’onda lunga di partecipazione e condivisione c’è stata, inutile negarlo, ma passiamo a valutare l’effetto di questo tsunami alla luce di quanto di molesto vorremmo che non accadesse più sui luoghi di lavoro.

Impegniamoci affinché ci sia maggiore e migliore consapevolezza sul problema e sugli strumenti difensivi, a disposizione di chi subisce questo tipo di soprusi, abusi e violenze. Interroghiamoci su come trasformare la consapevolezza personale in una collettiva, il più possibile permanente, e determiniamoci a che il racconto di ciascuna non si richiuda su se stesso e non si riaccostino i battenti della questione, terminata la prima fase di consapevole narrazione.

Dopo la catarsi collettiva attraverso gli status su Facebook si deve costruire, per uscire dal vicolo cieco, non richiudere il problema nella scatola, tornando al proprio privato dopo aver raccontato #metoo. Poiché non è il racconto su un social idoneo né sufficiente a mutare il quadro concreto, è necessario consolidare in azione la protesta virtuale e guardare le molestie da vari punti di vista. Colmare quella mancanza di solidarietà, che ha fatto puntare il dito e giudicare le donne, capire cosa accade tra colleghe, indagare sulla terra bruciata che si crea attorno a chi subisce questi abusi e si sente come Olga. Capire perché per un hashtag si crea un effetto domino di reazioni a catena e poi nella vita lavorativa di solidarietà ve ne è così poca, se non addirittura zero. In un senso di precarietà che tutto inghiotte, rivalutare anche questo stato d’animo di solidale empatia , che non deve essere considerato zavorra inutile e demodé.

Interroghiamoci sul perché ci liberiamo delle nostre personali zavorre sui social, ma anche sul motivo per il quale in parallelo non reagiamo di fronte ad un episodio di molestie e di ricatti sessuali che riguardi una collega. Riflettiamo sul fatto che sono tante le variabili e che ognuna reagirà diversamente non solo dall’altra, ma a seconda del frangente e del momento di vita.

Cresciamo con costanti percezioni di doverci muovere nelle sabbie mobili di discriminazioni, sessismo, giudizi e pregiudizi, eppure siamo sempre impreparate, incredule quando ci imbattiamo in certi vortici di molestie. Vengono meno difese e lucidità per poter reagire. Su questa paralisi “i porci al lavoro” contano, insieme al fatto che molto probabilmente non denunceremo, perché l’onere della prova per ricatti e molestie resta a nostro carico, così come dentro noi ne resteranno gli effetti. Potremmo anche scegliere di non denunciare mai, ma il danno che abbiamo subito è reale, non è inesistente. Voi questo dovete riconoscerlo, altrimenti siamo proprio all’anno zero. Da questo riconoscimento del danno si deve partire, senza minimizzare o derubricare.

Andiamo al di là dell’uso spontaneo delle nostre testimonianze e della loro funzione, come se fossero solo fotogrammi di tante vite e valutiamo gli effetti al di là del luogo virtuale adoperato per parlarne. Se quel #metoo riuscisse a superare la dimensione personale e diventasse una dimostrazione collettiva, per dire “anche se non ho mai subito, io ti supporto, io ti credo, io ti difendo, io sto al tuo fianco, senza se e senza ma, perché mi metto nei tuoi panni e non sto col bilancino e il cronometro in mano per giudicare come e dopo quanto ne hai parlato”, potrebbe diventare collante umano per mandare in soffitta queste barbariche modalità di oppressione delle donne in ambito lavorativo e non solo.

Australian artist Meredith Woolnough – #womensart


Perché, per impegnarci in prima persona, dobbiamo sempre attendere che la cosa ci tocchi e ci riguardi da vicino? Questo sarebbe il momento per trasformare quel vuoto di sorellanza solidale in un pieno di condivisione che non si può estinguere in una manciata di giorni, ma è in grado di renderci più partecipi, consapevoli e meno indifferenti in ogni luogo e contesto in cui agiamo.

Oltre le testimonianze dobbiamo riempire di sostanza questa richiesta di attenzione sul problema. Perché alla base ci sono delle istanze che non devono essere lasciate inevase dalle istituzioni preposte. Scardinando in primis il senso diffuso di questi uomini che si sentono intoccabili, impunibili e nel pieno diritto, in virtù del loro status di potere e di genere, di esercitare qualsiasi tipo di controllo e di dominio sulle donne.

Eppure qualche semino è già stato gettato in questo terreno, forse occorre adoperarsi, prima che si richiuda il varco aperto da un hashtag, per diffondere consapevolezza e riattivare un percorso di cambiamento concreto. Non siamo all’anno zero*, ma usciamo dai social e agiamo, diffondiamo consapevolezza oltre l’onda emotiva. Domani non vogliamo trovarci con figlie e nipoti che raccontano ancora le medesime storie di molestie e abusi sul lavoro.

Il gruppo Chi Colpisce Una Donna, Colpisce Tutte Noi

 


Per approfondire:

https://simonasforza.wordpress.com/2016/05/01/rimozione-collettiva/

http://www.dols.it/2016/12/12/sulle-molestie-nei-luoghi-di-lavoro-litalia-si-allinea-alleuropa/

http://www.raiplay.it/video/2017/10/Intervista-in-esclusiva-a-Asia-Argento—17102017-02f1d3b6-7dce-4b8a-a6bd-f43e003db6cf.html

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Un crimine contro l’umanità, una violenza contro le donne


Alcune considerazioni a caldo sulla presentazione del libro Stupro a pagamento – Paid for di Rachel Moran.

Rachel Moran è una sopravvissuta irlandese, co-fondatrice di SPACE international (organizzazione che riunisce sopravvissute provenienti da 7 paesi), ha vissuto 7 anni in prostituzione, dai 15 ai 22 anni. Ne è uscita e come sottolinea lei stessa non era scontato che ci riuscisse, molte donne vi restano intrappolate. Lei ha avuto la possibilità di uscirne per tempo, a una età che le ha permesso di rifarsi una vita, continuare gli studi e laurearsi in giornalismo. Il suo attivismo è venuto di conseguenza, piano piano, non poteva restare in silenzio, doveva dare voce a chi come lei la vita in prostituzione la conosceva bene, in tutti i suoi aspetti, senza sconti o edulcorazioni. E col tempo si sono unite a Rachel nuove attiviste sopravvissute.

 

Non recensirò il libro in questo pezzo, me lo devo studiare per bene. Ma ci tengo a fermare i pensieri e le mie emozioni.

Una delle prime occasioni in cui ho “incrociato” di Rachel Moran è stata nel 2014, da questo intervento al FemiFest 2014.

Chiara, efficace, semplicemente ti sa comunicare l’essenziale. Una conferma della sua capacità di trasmettere la sua esperienza e il suo percorso. La sua testimonianza è di per sé sufficiente per smascherare qualsiasi “depistaggio” o tentativo di glamourizzazione della vita in prostituzione.

Primo disvelamento: oggi è molto diffusa l’abitudine a separare la tratta dalla prostituzione.

In passato avevo trattato l’argomento qui e qui, penso che queste considerazioni siano ancora valide e utili a comprendere la questione per cui disgiungere i fenomeni serve solo a coprire la realtà.

Così come il termine sex worker, coniato dagli sfruttatori, serve solo a deformare la realtà di abuso e violenza di cui è intrisa la vita delle donne prostituite. Prostituite perché esiste una domanda, una richiesta di sesso a pagamento.

Senza la domanda si ridurrebbe l’offerta e lo sfruttamento delle donne, compreso il fenomeno della tratta di esseri umani, il secondo business mondiale dopo quello delle armi e prima di quello della droga.

Gli uomini pagano per poter stuprare, per poter possedere un corpo, per ottenere sesso non desiderato da una donna. Le ragazze che entrano in questo incubo sono sempre più giovani e quasi sempre c’è una storia di emarginazione, difficoltà di sopravvivenza, famiglie disfunzionali e fragili, impossibilità a trovare un lavoro e a sostentarsi perché troppo piccole, situazioni in cui non si ha una casa e si vive da senzatetto, abusi e violenze familiari, un passato traumatico. Un quadro che non può assolutamente far pensare che si tratti di libera scelta, di una scelta volontaria. Non avere alternative altera la capacità di scelta degli individui, entri in un vicolo cieco. Così come Rachel spiega bene che è folle parlare di consenso da parte di una ragazza minorenne. Una narrazione che sostiene che una ragazza possa essere consenziente serve solo a giustificare la perversione di uomini che abusano di minorenni, poco più che bambine.

È un crimine universale, una vera e propria violazione dei diritti umani. Ma perché pur essendo essenzialmente questo, siamo ancora qui a chiederci se punire questo crimine, perpetuato da sfruttatori e clienti? C’è una sorta di rassegnazione e di ineluttabilità quando si pensa che la prostituzione sia qualcosa di permanente, di non cancellabile. Però se pensiamo agli omicidi, continuano ad avvenire nonostante ci sia il reato e il carcere, eppure a nessuno viene in mente di mettere in discussione la punibilità di un reato simile. Noi consentiamo che ci sia invece un terreno franco, in cui è consentito pagare e commettere fondamentalmente un abuso su un’altra persona.

Le storie e le condizioni che portano le donne nel mondo della prostituzione sono rimaste le medesime nonostante il passare dei secoli, dei decenni e i vari cambiamenti storici. Oggi abbiamo un elevato numero di persone vittime di tratta, ma le necessità di spostarsi geograficamente ha sempre costituito un aumento del rischio di subire varie forme di violenza e sfruttamento. In un lavoro della Caritas leggiamo:

“La dislocazione di donne in particolare da alcune zone del Paese ad altre soprattutto sul piano agricolo (mondine) o agroalimentare (raccolta frutti e confezionamento prodotti), come anche lo spostamento nel dopoguerra dalle campagne alla città e dal Sud al Nord hanno portato nei primi decenni del ‘900 al verificarsi di fenomeni gravi di violenza alle donne, di sfruttamento sul lavoro e anche di sfruttamento sessuale. “

Storicamente lo spartiacque è stato il varo della legge Merlin nel 1958. È stata rivoluzionaria per come Lina Merlin ha lavorato, perché di fatto ha messo in atto una vera e propria campagna di ascolto delle donne. Rachel Moran racconta le audizioni delle donne al parlamento irlandese, che hanno poi portato ad aprire nuovi orizzonti e scenari e fino all’adozione del modello nordico o abolizionista. Esattamente questo ascolto ha portato Lina Merlin a tracciare le basi della legge che ha posto fine alle case chiuse e allo sfruttamento di stato. Lina Merlin riceveva moltissime lettere dalle donne, che raccontavano la loro esperienza in prostituzione. Da questo è nata una legge, che nonostante la perfettibilità di ogni cosa, ha messo al centro la donna, che non è criminalizzata, prostituirsi non è un reato, ma ha reso tale lo sfruttamento, il favoreggiamento e l’induzione alla prostituzione.

Quindi alla base di tutto ci deve essere una rilevante capacità di ascolto della realtà da parte delle istituzioni. Istituzioni che secondo il modello abolizionista devono assicurare strategie concrete di fuoriuscita dalla prostituzione: abitazioni, sostegni economici, la possibilità di crescere i propri figli, un lavoro, cure sanitarie, istruzione.

Il modello funziona se vengono messi in campo questi sostegni, accanto alla punibilità di chiunque compia una forma di sfruttamento economico e sessuale di una persona (cliente, pappone, trafficante ecc.), senza distinzione di genere sia per chi la esercita che per chi la subisce. Inoltre lo stato si impegna a varare programmi di educazione alle relazioni. Chiarissimo no? Chi si oppone chiaramente ha interessi economici, ideologici e personali molto forti. Queste le ragioni di una resistenza e di una opposizione. Non è solo un fattore culturale, in Italia e in altri Paesi preferiamo chiudere gli occhi e assuefarci al racconto deformante della prostituzione come lavoro. Alla base la più grande menzogna, che vuole coprire la realtà della violenza a cui sono soggette le persone prostituite.

Nessuna donna sceglierebbe mai e rimarrebbe in questa vera e propria schiavitù se avesse delle alternative di vita. Non potete costringere le donne in questo abuso permanente, ignorando che ciascun essere umano ha diritto a una vita dignitosa, senza violenza. Per questo dobbiamo ascoltare le sopravvissute, chi ha vissuto sulla propria pelle questa esperienza.

Purtroppo devo registrare l’assenza ieri sera di una parte di attivismo femminista. Non è un buon segnale, soprattutto perché se perdiamo l’abitudine ad ascoltare e ad approfondire siamo perdute.

È un pessimo segnale perché a perdere sono le donne e tutte le persone sfruttate e vendute. Naturalmente finché la cosa non ci riguarda, potremo continuare a raccontare del mito della prostituta felice. Per approfondire: qui. Penso che ci sia questo alla base della vulgata dei fautori del sex work, la rimozione della realtà, una maschera della trappola della violenza, come se il denaro la potesse legittimare. Subire violenza continuata può ragionevolmente essere un lavoro come un altro?

Quindi che fare? Su questo Rachel Moran è decisa: realizzare una coalizione ampia e che converga su questa battaglia, senza che si creino dispersioni di energie su altri temi, che rischiano di allontanare dall’obiettivo di realizzare un sistema sul modello abolizionista.

Credo che sia la chiave di ogni azione per cambiare realmente le cose, non disperdersi, per concentrarsi su determinati obiettivi e perseguirli con coraggio e determinazione.

Dobbiamo pensare alle donne di domani, abbiamo l’obbligo di costruire per loro un futuro migliore.

 

Per approfondire qui La cognizione dell’orrore, di Mariangela Mianiti.

 

Articolo pubblicato anche su Dol’s Magazine qui.

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#Stalking: ricapitoliamo


E’ assai necessario fare un piccolo ripasso della tempesta che ha investito da giugno ad oggi il reato di stalking.

In seguito alla legge di riforma del codice penale, approvata il 14 giugno scorso, si prevede l’introduzione dell’articolo 162 ter, che prevede l’estinzione dei reati con querela di parte remissibile a seguito di condotte riparatorie.
Tra i reati interessati dal 162-ter rientra lo stalking, un reato faticosamente inserito nel nostro ordinamento attraverso l’articolo 612 bis, introdotto dal D.L. 23.2.2009, n. 11, recante «Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica e di contrasto alla violenza sessuale, nonché in tema di atti persecutori».

L’allarme è stato lanciato lo scorso 27 giugno da Loredana Taddei, Responsabile nazionale delle Politiche di Genere di Cgil, Liliana Ocmin, Responsabile del coordinamento nazionale donne Cisl e da Alessandra Menelao, Responsabile nazionale dei centri di ascolto della Uil.

Ricordiamo tutti come venne frettolosamente bollata questa denuncia dei sindacati. Poche le voci fuori dal coro di condanna. Sporadiche e flebili le reazioni che avrebbero dovuto essere ben più forti. Ma si sa, il caldo estivo causa abbassamenti di pressione e le vacanze chiamano.
Abbiamo voluto ricordarlo con un cartello ad hoc, per fare un esercizio di memoria, per evidenziare la perniciosa abitudine a negare.


Arriva la conferma autorevole di Eugenio Albamonte, segretario dell’Associazione nazionale magistrati:

«Al di là della gravità della possibile estinzione del reato introdotta dall’articolo 162 ter per lo stalking, c’è una forte sperequazione tra i termini di custodia cautelare e quelli della pena. Perché con la nuova norma lo stalker può essere arrestato, ma poi attraverso una sanzione pecuniaria può ottenere l’estinzione del reato».

Negare l’evidenza non si può più.
Il guardasigilli Andrea Orlando, che in prima battuta, insieme a quanto dichiarato dal collega Gennaro Migliore e da altri esponenti politici, aveva parlato di “preoccupazioni non fondate” e aveva poi assicurato di essere pronto a “riconsiderare la punibilità a querela prevista nella legge del 2009”. Interviene la senatrice del Pd Francesca Puglisi:“Con le colleghe del Senato studieremo l’emendamento più efficace che tuteli le donne vittime di violenza”.
Siamo ormai a luglio, dopo sollecitazioni da più parti, il ministro Andrea Orlando deve trovare la “nave” su cui far transitare il correttivo; si ipotizza il ddl sugli orfani di femminicidio oppure quello sulla prostituzione minorile, tutti senza date certe. In più ai primi di luglio arriva il primo stop al ddl per la tutela degli orfani di femminicidio dal centrodestra, perché “nel testo si fa riferimento anche ai figli delle Unioni civili“. Questo nonostante l’appello a sostenere la norma a firma di alcune deputate di Forza Italia.

Si doveva fare presto a correggere gli effetti del 162 ter sul reato di stalking, che sarebbe entrato in vigore il 3 agosto. Un altro problema è che il nuovo art. 162 ter ha effetti retroattivi: le esperte rilevano che è applicabile anche ai processi in corso, anche dopo l’apertura del dibattimento e addirittura in appello (“tranne il giudizio di legittimità”). Inoltre alcuni processi per atti persecutori avviati d’ufficio o con aggravanti, spesso con il dibattimento vedono cadere per difetto di prova l’aggravante o il reato in concorso perdendo così la procedibilità d’ufficio, con la conseguenza che possono diventare estinguibili con la nuova norma.

Il 13 settembre vengono presentati ben due emendamenti all’articolo 162-ter del codice penale, primo comma:
prima firmataria Francesca Puglisi https://parlamento17.openpolis.it/emendamento/263388
prima firmataria Doris Lo Moro https://parlamento17.openpolis.it/emendamento/263445

Una corsa contro il tempo. Purtroppo è di due giorni fa la notizia della sentenza di Torino, le prime conseguenze nefaste si iniziano a vedere.
Fioccano scuse, mea culpa, tutti improvvisamente si svegliano all’improvviso. La bomba innescata a giugno è esplosa.

Esce il seguente comunicato:

“L’ufficio legislativo, su precisa direttiva del Ministro Orlando, ha depositato nei giorni scorsi parere favorevole all’emendamento presentato dalla senatrice Puglisi (Pd) nell’ambito dei lavori parlamentari sulla proposta di legge a tutela degli orfani dei crimini domestici, calendarizzata dalla Commissione giustizia del Senato la prossima settimana.

Aspettiamo “fiduciose”, ma con un grado di allerta massimo. La toppa per sanare lo stalking rischia di subire le conseguenze dei veti sul progetto della legge per la tutela degli orfani di femminicidio.

Aspettiamo, ma al contempo sottolineiamo che per le sentenze di estinzione come quella di Torino e tutte quelle che potrebbero arrivare, le donne potrebbero non vedere giustizia né il ripristino delle misure di protezione previste per lo stalking, che decadono contestualmente all’estinizione del reato.

Nel frattempo è arrivata anche la notizia dell’iniziativa di impugnare la decisione della giudice di Torino da parte dell’Avvocato generale Giorgio Vitari e del procuratore generale Francesco Saluzzo.

Si è creato un danno gravissimo, concreto, immediato alle donne, insieme a un pericoloso messagio culturale, che si può perseguitare una donna e poi sanare con una manciata di euro.

Le dichiarazioni tardive di scuse e di attenzione al problema non sanano le conseguenze della “svista” che sono sotto i nostri occhi.

L’unico segnale utile di attenzione alle donne che ora chi siede nelle istituzioni deve dare è sanare le conseguenze del nuovo art. 162 ter c.p. sul reato di stalking. Nessuno ha dato l’allarme durante i lavori sulla riforma del codice penale, ora il tempo è scaduto. La norma è legge e inizia a portare i suoi frutti avvelenati. La monetizzazione di un reato come lo stalking non deve essere ammissibile. Occorre intervenire ORA. Ora si deve trovare la convergenza delle forze. Se volete dimostrare di voler veramente ascoltare le donne, questa è l’occasione, non altre.
Vigileremo. Siate certi che lo faremo.

 

Il gruppo Chi Colpisce Una Donna, Colpisce Tutte Noi

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Lettera aperta alla Ministra Valeria Fedeli


Alla cortese attenzione della Ministra dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Valeria Fedeli
CC: Onorevoli Laura Boldrini e Maria Elena Boschi
*** 
Onorevole Ministra,
Le scriviamo perché i segnali di pericolosi arretramenti culturali stanno raggiungendo una cadenza quotidiana allarmante. Più che arretramenti, si tratta del permanere e della diffusione dei più evidenti elementi alla base della cultura che fa da substrato alla violenza di genere. In rete specialmente, accanto a fenomeni di hate speech e di cyberbullismo, girano contenuti esplicitamente violenti che alimentano e legittimano la violenza contro le donne. Un esempio tra i più recenti è il brano musicale “Yolandi” a firma del rapper Skioffi.
Non è una novità, non è il primo caso, né sarà l’ultimo. A livello musicale abbiamo una lunga tradizione, una sorta di visione mitizzata dell’uomo che abusa, agisce il proprio potere di vita e di morte su una donna. Così come non sono nuovi epiteti e gergo. Sembra che ci si compiaccia in questa sequenza orrorifica. Anche questo fa parte di un certo merchandasing della violenza, una esibizione ostentatamente machista. Si ricalca un modello, lo si cosparge di un po’ di glitter, di una parvenza artistica e lo si dà in pasto al pubblico. Si vende questo prodotto e il relativo corollario di subcultura maschilista, sessista e violenta.
Qualcuno potrebbe sostenere che è una “istantanea” del punto di vista distorto del femminicida. Eppure il rischio emulazione, di immedesimazione è altissimo e ci dobbiamo chiedere se vale la pena lasciar correre. Soprattutto se quel pubblico è composto di giovanissimi, digiuni di chiavi di lettura e di mezzi per guardare oltre la superficie. Ci chiediamo che impatto possano avere simili contenuti su un individuo in formazione, che sta costruendo una propria idea e percezione delle relazioni affettive.
Non è sufficiente segnalare un contenuto, una foto, un video, un testo sul web, sui social, perché ve ne saranno altri mille similari e comunque il brano e quello che diffonde continueranno a girare altrove. Occorre allargare lo sguardo di azione facendo riferimento all’urgenza di un intervento educativo massivo che doti i ragazzi degli strumenti per decodificare certi messaggi e valutarne senso e conseguenze.
Ed è per questo che ci rivolgiamo a Lei Ministra Fedeli. Da troppo tempo (dal 2015 e intanto la legislatura volge al termine) attendiamo le linee guida nazionali per l’attuazione dell’articolo 1 comma 16 della legge 107/2015 (“Buona scuola”), qui di seguito riportato:

16. Il piano triennale dell’offerta formativa assicura l’attuazione dei principi di pari opportunità promuovendo nelle scuole di ogni ordine e grado l’educazione alla parità tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni, al fine di informare e di sensibilizzare gli studenti, i docenti e i genitori sulle tematiche indicate dall’articolo 5, comma 2, del decreto-legge 14 agosto 2013, n. 93, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 ottobre 2013, n. 119, nel rispetto dei limiti di spesa di cui all’articolo 5-bis, comma 1, primo periodo, del predetto decreto-legge n. 93 del 2013.

http://www.gazzettaufficiale.it/eli/…/2015/07/15/15G00122/sg

http://www.gazzettaufficiale.it/eli/…/2013/08/16/13G00141/sg

Le chiediamo di dare un’accelerazione a riguardo, superando resistenze e le barricate della bufala della “Teoria del gender”, a quanto pare ancora molto diffusa nonostante questa circolare ministeriale.
Al centro di questa azione formativa ci devono essere i ragazzi e i bambini: sono loro i futuri adulti e se certi modelli si radicano, difficilmente si potranno sradicare in una fase successiva. Non si deve coinvolgere solo genitori e insegnanti in un piano di formazione sul tema della violenza e delle discriminazioni di genere.
Abbiamo letto le sue dichiarazioni recenti:

“Io mi muovo sempre nel rispetto dell’autonomia delle scuole, della libertà di insegnamento, ma è un’offerta che facciamo, diamo strumenti ai docenti, e anche ai genitori. Nel piano nazionale per l’educazione al rispetto c’è e ci deve essere il coinvolgimento dei genitori. Sto lavorando con la rappresentanza e l’Associazione nazionale dei genitori, abbiamo un forum ufficiale con gli studenti. Ho affidato un rilancio molto serio e profondo del patto di corresponsabilità educativa tra scuola e famiglia che presenteremo il 21 di novembre.”

È urgente lavorare oggi per non ritrovarsi domani con la situazione attuale. Perché la violenza ripetuta porta a conseguenze permanenti devastanti nelle donne che la sperimentano. Nonostante le ragazze e le donne oggi trovino maggior forza nel denunciare e nel sottrarsi ai rapporti violenti e di sopraffazione, è ancora troppo diffusa l’abitudine a confondere proprio questo tipo di caratteristiche con l’amore, come un’attestazione di tale sentimento. Sappiamo che così non è, ma l’immaginario in cui sono immersi i ragazzi e le ragazze non è ancora bonificato da tutto questo armamentario patriarcale.
Purtroppo su questo incidono “le camicie di forza di genere”, che ingabbiano e limitano i ragazzi e le ragazze in ruoli stereotipati e comportamenti attesi. Non si può reagire se non si viene dotati di strumenti di consapevolezza sul valore di sé, dei propri diritti, sulla parità di genere, per costruire e vivere relazioni paritarie.
La violenza si radica se manca una cultura del rispetto. Occorrono alleanze tra le varie agenzie educative e interventi permanenti, capillari, non episodici. Occorre conoscere cosa c’è alla base dei fenomeni culturali che coinvolgono i più giovani, occorre mirare bene gli interventi educativi, occorre far maturare in loro lenti nuove per non lasciarsi travolgere e manipolare da certi messaggi, da certi prodotti. Maturare è anche sviluppare un senso critico autonomo, perché noi non vogliamo meri consumatori – esecutori passivi, dobbiamo crescere cittadini pienamente consapevoli, in grado di sviluppare anticorpi giusti per interpretare e affrontare ogni sollecitazione, input. Parlarne sporadicamente non serve, occorre un intervento educativo trasversale e costante sin dai primi anni di scuola, prima che si sedimentino sovrastrutture nocive.
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Per una informazione corretta

 

A proposito della notizia riportata da numerose testate di un provvedimento da parte del GIP di Catania che avrebbe “derubricato a infortunio sul lavoro” la violenza sessuale su una dottoressa che prestava servizio come guardia medica. Occorre fare chiarezza su quanto è stato riportato.
La Procura di Catania che ha disposto l’arresto dell’aggressore 26enne, gli contesta i reati di violenza sessuale aggravata (perché commessa in danno di incaricato di pubblico servizio), di sequestro di persona, di lesioni volontarie pluriaggravate e di danneggiamento.
La dottoressa, tramite i suoi legali, ha presentato denuncia contro il 26enne e ha annunciato che si costituirà parte civile nel processo. Pertanto non vi è stata alcuna deformazione del reato da parte del magistrato. Tanto è vero che il GIP ha disposto il carcere come misura cautelare, vista la gravità dei fatti commessi e dei reati contestati.
Lo conferma il procuratore di Catania Carmelo Zuccaro, in una lettera inviata all’ordine nazionale dei giornalisti:

“E’ una ‘falsa notizia’ quella riportata da ‘alcuni quotidiani di informazione online’ sulla presunta derubricazione da violenza sessuale a infortunio sul lavoro del reato contestato all’uomo che violentato una dottoressa in servizio alla guardia medica di Trecastagni”.

Pertanto la questione della classificazione come “infortunio sul lavoro” riguarda un ambito lavorativo e non penale, quindi all’interno del rapporto di lavoro tra la dottoressa e la pubblica amministrazione, in questo caso l’ASP di Catania (Azienda Sanitaria Provinciale).
I media hanno deformato le responsabilità in questa vicenda, fuorviando l’opinione pubblica. Un fatto molto grave, soprattutto perché non aiuta a fare chiarezza, ma genera ostilità infondata e cieca.
La dottoressa ha sollevato la questione della mancanza di strumenti idonei a garantire la sicurezza di chi opera negli ambulatori di prima assistenza, l’assenza di telecamere collegate con le forze dell’ordine, nonostante il ripetersi di episodi di aggressioni ai danni del personale sanitario. La dottoressa si è sentita inascoltata anche dalle istituzioni, che già in passato non avevano preso provvedimenti in tema di sicurezza:

“Per l’azienda sono stata vittima di un infortunio sul lavoro”, come ha dichiarato a Repubblica. Ha inoltre riferito che «Abbiamo delle telecamere che praticamente sono a circuito chiuso, cioè sono ridicole. Cioè a che cosa servono? Solo ad avere delle prove se è successo un delitto là dentro? Basterebbe utilizzare dei mezzi come una telecamera… cioè ricollegare quelle telecamere invece di essere a circuito chiuso in un sistema con sorveglianza remota, cosa che abbiamo chiesto, implorato e che non ci è stato dato, sicuramente, non dico che avrebbe evitato l’aggressione, quella una volta che io apro… eh, succede. Però avrebbe limitato il danno, cioè immediatamente sarebbero arrivati i soccorsi». «Io – ha ribadito la donna – chiedo solo di fare il mio lavoro nel rispetto della mia dignità di medico, di tutti i medici».

A questo punto sorge un’altra questione. Come sappiamo esistono i congedi dedicati alle donne che hanno subito violenza. Perché in questo caso non si è adoperato questo strumento? Perché la dottoressa non ne ha fatto richiesta?
Cerchiamo di capire in cosa consiste questo strumento, affinché le donne possano avvalersene.
Il 15 aprile 2016 è arrivata la circolare INPS per rendere applicabile il congedo per le vittime di violenza di genere contenuto nell’art. 24 del decreto legislativo n. 80 del 15 giugno 2015. Il congedo è previsto in caso di violenza di genere, quindi di un episodio di violenza motivato in base al genere sessuale che causi alla donna un danno fisico o mentale o una sofferenza fisica o mentale.
La normativa prevede che le lavoratrici dipendenti del settore pubblico (in base alle condizioni dettate dall’Amministrazione cui appartengono) e privato, escluse le lavoratrici addette ai servizi domestici e familiari, possano avvalersi di un congedo indennizzato per un periodo massimo di 3 mesi, anche non continuativo, al fine di svolgere i percorsi di protezione certificati dai servizi sociali del Comune di appartenenza, dai Centri antiviolenza o dalle Case Rifugio (ex art. 5 bis del D. L. n. 93/2013, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 119/2013). Il congedo può essere fruito su base giornaliera o oraria entro tre anni dall’inizio del percorso. Per le giornate di congedo la lavoratrice ha diritto a percepire una indennità giornaliera, pari al 100% dell’ultima retribuzione da calcolare prendendo a riferimento le sole voci fisse e continuative della retribuzione stessa. È possibile inoltre trasformare il rapporto di lavoro da tempo pieno a part-time, nonché l’opportunità di ritornare al tempo pieno. Le collaboratrici a progetto possono chiedere di sospendere il rapporto contrattuale per motivi connessi allo svolgimento dei suddetti percorsi di protezione.
La lavoratrice deve comunicare al datore di lavoro l’intenzione di fruire del congedo con un preavviso di almeno sette giorni, allegando i certificati che attestano l’inserimento in un percorso di recupero. La lavoratrice dovrà presentare domanda (attraverso i moduli ad hoc scaricabili dal sito) alla struttura territoriale INPS, di regola prima dell’inizio del congedo. Si tratta di un piccolo ma importante passo per consentire un percorso con meno intoppi di uscita dalla violenza.
In altri Paesi interventi simili esistono già da tempo e sono inquadrati in un sistema più organico e strutturato, per dare alle donne vittime di violenza un’autonomia economica e la sicurezza di poter guardare al futuro più serenamente.
Se per esempio guardiamo la Spagna, vengono coperte anche le lavoratrici autonome, che hanno diritto a una serie di agevolazioni, incentivi e sospensioni delle tassazioni. Hanno avviato dal 2004 programmi di inserimento lavorativo, incentivi alle imprese che assumono donne con esperienze di violenza, spazi abitativi, sussidi integrativi, facilitazioni per la mobilità geografica. Insomma per lo Stato i diritti economici e lavorativi di queste donne sono centrali, insieme agli interventi di prevenzione, per il cambiamento culturale e al sostegno ai centri antiviolenza.
A distanza di più di un anno dalla circolare Inps, Tito Boeri denuncia che solo “150 donne dal luglio 2015 hanno fruito del congedo per chi è in cura per avere subito violenze”. Intanto, si dovrebbe evitare di patologicizzare le donne che hanno subito violenza, non dovremmo riferirci a loro come “in cura”, ma come donne sopravvissute alla violenza, che hanno intrapreso un percorso di fuoriuscita e di sostegno per poter affrontare e superare il trauma legato all’esperienza che hanno vissuto. Al netto dei termini adoperati dal presidente dell’Inps, resta il problema dell’esiguo numero di congedi richiesti.
Occorre in primo luogo scandagliarne le cause reali, comprendere soprattutto dov’è il collo di bottiglia, cosa impedisce di richiederlo e di usufruirne. Si tratta di una mancanza di informazione a riguardo? Si tratta delle condizioni di lavoro e dei contesti lavorativi che scoraggiano e rendono arduo richiedere il congedo? Si tratta di un problema all’interno del rapporto tra dipendente e datore di lavoro? Alla denuncia di Boeri si dovrebbe accompagnare un interrogarsi su questi aspetti, per poter intervenire e invertire la rotta. Pertanto le istituzioni competenti dovrebbero attivarsi a riguardo, per ricercare le cause e comporre la strategia di intervento, anche avviando una capillare campagna informativa su questo tipo di congedi. Occorre creare consapevolezza sui diritti e sugli strumenti, altrimenti si rischia di vanificare le positive integrazioni legislative apportate. Soprattutto le istituzioni possono e devono coadiuvare il lavoro dei sindacati. È necessario un intervento politico per diffondere una corretta informazione.
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Lettera aperta alla Direttrice generale di Confindustria Marcella Panucci

Siamo rimaste esterrefatte da quanto andato in onda lo scorso 28 settembre nel corso della trasmissione radiofonica La Zanzara condotta da Giuseppe Cruciani, su Radio24 del Gruppo 24 ORE, le cui quote di maggioranza sono detenute da Confindustria. Fa specie che nel 2017 si debbano ascoltare certe esternazioni in libertà, visto che dal minuto 72:43 ci viene somministrata una conversazione che è un vero e proprio vilipendio della dignità delle donne. Tra Cruciani e Sgarbi si svolge uno scambio di battute davvero inascoltabile, condito dai più triti stereotipi sessisti, volgari, di un comune becerume maschilista.

Le donne ridotte ad oggetti sessuali, come se facessero parte di un servizio dovuto all’uomo. Si parla di “figa”, si badi bene sempre un pezzo di donna, ma non l’intero essere umano, non sia mai considerare le donne in quanto esseri umani al 100%. Cruciani chiede a un tratto: “Com’è la figa siciliana?”. Sgarbi risponde, naturalmente non facendosi scrupoli di sorta e non tirandosi indietro: “Nessuna figa è migliore di quella siciliana…”, via via dilungandosi sulla differenza tra napoletane e siciliane, con chiusa su depilazione sì/depilazione no.
Questo pezzo di donna per i due sodali diviene un ottimo passatempo tra un impegno politico e l’altro in Sicilia. Non si fermano nemmeno di fronte al tentativo di David Parenzo di stoppare nel prosieguo questo turpiloquio, facendo notare che “non è proprio tema da campagna elettorale”. La donna, mai persona, ma parte anatomica, oggetto di piacere val bene una maggiore audience.
Ad aggravare lo scempio verbale è la circostanza che la trasmissione vada in onda dalle 18:30, quindi in una fascia accessibile a tutti, anche ai minori. Radio 24 intende forse educare in questo modo anche i futuri uomini a come “trattare” la materia? Se sì vuol dire che dai tempi dell’avanspettacolo non abbiamo fatto molta strada, certi immaginari, un certo pensiero, una certa subcultura vengono tuttora tramandati, con le medesime forme e il medesimo svilimento delle donne. Non ci stiamo ad assistere a questo libero sfogo di machismo e di sessismo.
Non ci stiamo a veder ridotte le donne a parti sessuali da usare all’occorrenza. Chiediamo che si prendano provvedimenti e si rispettino i diritti delle donne. Questo schiacciare il pedale dell’acceleratore sull’oggettivazione delle donne è un atto indegno che ci auguriamo la direzione della radio e della testata e, soprattutto, la proprietà vorranno sanzionare, richiamando autori e conduttore al riguardo. E pretendendo che sia applicato un pieno ed incondizionato rispetto della dignità delle donne, sempre.
Pubblicato anche su Noi Donne
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Libere Sinergie si presenta

Vi aspettiamo … per presentarvi Libere Sinergie!

Libere Sinergie

Siamo liete/i di invitarvi alla presentazione dell’Associazione  Libere Sinergie che si terrà in Casa dei Diritti, Via de Amicis 10, venerdì 29 settembre a partire dalle ore 18.00.

Vi aspettiamo per raccontarvi come è nata l’idea e per costruire insieme sinergie positive per le donne.

Nel corso dell’incontro, letture a cura di Rossella Raimondi.

E per chi vorrà fermarsi, oltre ad un piccolo rinfresco in Casa dei Diritti, ci piacerebbe proseguire la serata davanti ad una pizza.

Modera e interviene

Paola Rizzi

Giornalista dell’Associazione Gi.U.Li.A

Con la partecipazione di

Diana De Marchi

Presidente Commisione Pari Opportunità e Diritti Civili – Comune di Milano

Vi aspettiamo numerosi/e!

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Luci ed ombre della narrazione della violenza sui media

@Annalisa Grassano

Ci sono delle dirette responsabilità  dei media nel supportare il cambiamento e rimuovere le radici della cultura della violenza e dello stupro.

Da attivista per i diritti delle donne e da blogger senza tesserino né da pubblicista né da giornalista spesso e volentieri ricevo richiami, perché non avrei i “titoli” per pubblicare articoli e riflessioni, non sarei abbastanza autorevole per farlo. Mi ci vorrebbe la patente, guarda un po’ come gira il mondo, le parole delle donne non hanno tutte lo stesso diritto di cittadinanza e di esistenza.

Eppure lo faccio da tempo, ben prima che aprissi il mio blog. Vengo da quella sterminata schiera di “senza tesserino” che si sono per anni intestarditi tra una redazione e l’altra, con o senza contratto, molto spesso non remunerati. Oggi scrivo in modo indipendente, perché stare zitta non so stare.

Ultimamente mi è capitato di essere invitata a cancellare quanto avevo scritto in merito a come alcuni giornalisti non riuscivano a rispettare il genere grammaticale corretto a proposito della donna trans stuprata a Rimini. Facevo semplicemente notare quanto fosse diversa la narrazione, quanta poca cura ed empatia c’era in alcuni articoli:

A Canosa, durante un convegno formativo proprio su questi aspetti, ho avvertito una certa ostilità, di una parte dei giornalisti presenti, al mio invito a cambiare “stile giornalistico”.

Ergo, abbiamo un problema.

Quindi mi accingo a dire la mia sulle note ed evidenti difficoltà che una parte del giornalismo (online, su carta e televisivo) italico ha nel narrare la violenza.

L’Ordine dei Giornalisti non è restato indifferente in questi anni, ha cercato di diffondere una sensibilità diversa tra i propri iscritti, a partire dalla Carta di Treviso all’adozione del documento della Federazione Internazionale dei Giornalisti (IFJ) a proposito di violenza sulle donne.

Per non parlare poi di tutte le occasioni di formazione sparse sul territorio italiano organizzate dagli ordini locali.

Non siamo di fronte a un immobilismo, quanto piuttosto da una resistenza da parte di una quota della categoria e di un modo di fare “cronaca” subordinato alle logiche di vendite e di click.

Ci sono giornalisti attenti, che sanno misurare le parole, che conoscono l’impatto che può avere un pezzo sulle sopravvissute o sui familiari e i figli di una vittima di femminicidio. Tutto parte dal rispetto nei confronti di chi ha subito la violenza sulla propria pelle. Se davvero si seguisse il documento siglato dall’Ordine, al primo posto dovrebbe esserci la salvaguardia delle donne.

L’auspicio dell’Ordine è chiaro, richiama:

“all’uso di un linguaggio corretto, cioè rispettoso della persona, scevro da pregiudizi e stereotipi, ad una informazione precisa e dettagliata nella misura in cui i particolari di un accadimento siano utili alla comprensione della vicenda, delle situazioni, della loro dimensione sociale.”

Questo si traduce in un racconto che non deve avere tracce di un morboso e malsano voyeurismo.

 

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Quando il giornalismo moltiplica la violenza


All’Ordine dei giornalisti, all’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza

Premesso che, ai sensi della Convenzione di Istanbul, la violenza contro le donne come una violazione dei diritti umani è una forma di discriminazione ed impegna i paesi firmatari ad esercitare la dovuta diligenza nel prevenire la violenza, proteggere le vittime e perseguire i colpevoli, siamo convinte che tale protezione significhi anche che queste vicende dolorosissime non debbano essere divulgate senza alcun freno. Con particolare riferimento a quanto le vittime abbiano raccontato a magistrati e organi di polizia, riteniamo che ciò non debba essere dato in pasto all’opinione pubblica nei minimi dettagli, senza alcun rispetto per la privacy, i sentimenti e le ricadute sulle donne che le hanno vissute. Questo, purtroppo, è quanto hanno fatto due quotidiani italiani Libero e Il Fatto Quotidiano, il primo in un Libero del 6 settembre a firma di Roberta Catania, mentre per l’altro non è specificato l’autore.
Siamo a conoscenza della circostanza per la quale nello scorso dicembre il Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti ha statuito che:

“I giornalisti dovranno riflettere sul grado di dettagli che desiderano rivelare. L’eccesso di dettagli rischia di far precipitare il reportage nel sensazionalismo. (…) La considerazione dei bisogni della sopravvissuta quando la si intervista consente di realizzare un reportage responsabile.”

In virtù di queste linee guida ci chiediamo a cosa possa servire riportare i dettagli di un episodio di violenza sessuata desunti da atti giudiziari, quando tutti siamo consapevoli che lo stupro è un atto ignobile e orribile, devastante e impresso per tutta la vita nel profondo di chi lo subisce. Non è giornalismo quello che non si pone il problema di “sentire” cosa possa significare per la sopravvissuta vedere riportato tutto pubblicamente sui giornali. Non è giornalismo quello che cavalca la violenza contro le donne in chiave xenofoba. Non è giornalismo quello che, attraverso un racconto morboso, al limite del pornografico, fa rivivere alle sopravvissute quei tragici momenti.

Questo modo di fare “cronaca” e di raccontare le cose non serve a frenare o contrastare la violenza, bensì la alimenta, la veicola e la moltiplica. Con l’aggravante che diffonde e quasi propaganda la morbosità di coloro che si sentono legittimati ad esercitarla, ad abusare impunemente dei corpi delle donne.
Raccontare la realtà non è come realizzare un film dove si possono trovare spettacolarizzazioni forti della violenza . La visione di un film può essere regolamentata, invece i giornali online o cartacei, avendo un vasto pubblico, sono alla portata di chiunque, anche di minori. Gli effetti di una comunicazione giornalistica come quella di Libero e del Fatto quotidiano possono conseguentemente essere devastanti.

Una narrazione di questo tipo è altamente nociva, in quanto propone la pubblicazione degli atti giudiziari con le dichiarazioni di chi ha subito violenza, senza alcun filtro, senza porsi domande sugli effetti di tali scelte. Non c’è empatia con le vittime, non c’è piena consapevolezza della gravità di pubblicare dettagli sensibili gettati in modo crudo in un articolo. Raccontare agli inquirenti e alla polizia ciò che si è vissuto è già complicato, traumatico, porta le sopravvissute a rivivere momenti di sofferenza atroce. Devono già affrontare questo passo, con il terrore di non essere credute o essere giudicate male. Vogliamo che si amplifichino queste tensioni emotive anche per il timore che la violenza imposta possa essere riportata sui giornali, gettandole ancora di più in uno stato di profonda prostrazione?

Al punto 5 del documento sottoscritto a dicembre dall’OdG:

“Trattare la sopravvissuta con rispetto; rispettando la sua privacy e informandola in maniera completa e dettagliata sugli argomenti che saranno trattati nel corso dell’intervista e sulle modalità d’uso dell’intervista stessa. Le sopravvissute hanno il diritto di rifiutarsi di rispondere alle domande e di divulgare più informazioni di quanto non desiderino. Rendersi disponibile per un contatto ulteriore con la persona intervistata e lasciare le proprie generalità le permetterà di restare in contatto con il/la giornalista se lo vuole o ne ha bisogno.”

In questo caso non si è trattato di interviste, ma di pubblicazioni di dichiarazioni rese davanti agli organi giudiziari. Ebbene, pare che nessuno abbia chiesto l’autorizzazione alle sopravvissute, che invece vanno tutelate e non usate come merce per acchiappare nell’immediato e facilmente lettori e click di gradimento, e secondariamente per fomentare odio e xenofobia.

Inoltre qualche considerazione su come vengono chiamati gli stupratori. Non sono bestie, sono uomini, che in quanto tali commettono queste atrocità. Sono uomini che sui nostri corpi commettono da sempre ogni tipo di violenza. Non sono alieni o animali, sono uomini che crescono accanto a noi, vivono con noi, ma non accettano la nostra autonomia, non ci rispettano e ci considerano esseri umani di serie b se non proprio oggetti da usare e da abusare.
Un buon giornalismo che vuole contribuire a sradicare la cultura della violenza potrebbe adoperarsi a realizzare un prodotto che si avvalga della collaborazione di esperte dei centri antiviolenza o altri professionisti che si occupano di violenza di genere.
Un buon giornalismo dovrebbe fornire informazioni utili alle donne che vivono la violenza sulla propria pelle e vorrebbero uscire da questo tunnel.
Un buon giornalismo si dovrebbe porre molte domande prima di decidere di pubblicare certi contenuti.
Un buon giornalismo deve impegnarsi a scardinare l’idea che la violenza contro le donne sia una tragedia inesplicabile e irrisolvibile.
Un buon giornalismo dovrebbe attenersi a quanto adottato dall’Ordine nel documento sopra citato, che richiama:

“all’uso di un linguaggio corretto, cioè rispettoso della persona, scevro da pregiudizi e stereotipi, ad una informazione precisa e dettagliata nella misura in cui i particolari di un accadimento siano utili alla comprensione della vicenda, delle situazioni, della loro dimensione sociale.”

Certi dettagli riportati senza un briciolo di coscienza servono solo ad alimentare un compiaciuto e malsano voyeurismo. Si può agire violenza in molti modi, anche scegliendo di non rispettare il vissuto e il diritto alla privacy delle sopravvissute alle violenze, come hanno purtroppo fatto questi due quotidiani. Certe scelte hanno l’effetto di una stilettata particolarmente dolorosa, per cui chiediamo un intervento tempestivo in merito a quanto accaduto.
Il contrasto alla violenza maschile esige la capacità di adoperare tutte le opportune tutele e protezioni delle donne che subiscono tutto questo sulla propria pelle. Non si possono più accettare simili superficiali approcci alla violenza, da nessuno, a maggior ragione dai media che hanno un ruolo e una responsabilità fondamentali.

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Non perdiamo la bussola

@Firuz Kutal

Auspico che di fronte alla violenza contro le donne si riesca a mantenere un atteggiamento scevro da pregiudizi, intenti fuorvianti, spostamenti di significato e di focus.

Le vicende di stupri commessi da stranieri ci dovrebbero aiutare a capire la trasversalità della sub-cultura dello stupro e della violenza. Ci aiutano a capire che la violenza contro le donne è un fenomeno che appartiene a tutte le culture. Uomini di ogni censo, titolo di studio e nazionalità, con un unico denominatore comune: la cultura patriarcale, con la visione della donna che porta con sé.

Lo stupro alle donne piace” è un’affermazione frutto di una mentalità purtroppo molto diffusa, tipica di un modello machista patriarcale che tutto può sui corpi delle donne, deumanizzate e oggettivizzate. Questa mentalità la troviamo dappertutto, basta leggere i commenti su certi gruppi MRA (men’s rights activism) o quello che scrivono alla presidente Boldrini. Basta ricordare certi epiteti e attacchi ricevuti come attiviste femministe.
Gli stupri di gruppo purtroppo non sono rari, dal massacro del Circeo fino al caso di Fortezza da Basso, con la sentenza che seguì, di cui parlai qui.

Questo tipo di sub-cultura si annida dappertutto, si tramanda identica nei secoli, anche grazie agli stereotipi, luoghi comuni introiettati da noi donne. Il “se l’è cercata” ancora molto diffuso, suggerisce una corresponsabilità delle donne, una dolorosa rivittimizzazione di chi subisce violenza. Abbiamo ancora molta strada da fare.

La sub-cultura alla base di simili comportamenti appartiene a un modello di società che fa fatica a rimuovere discriminazioni fondate sul genere e che sottovaluta i segnali, salvo poi cavalcarli in funzione razzista e populista. Oppure come ultimamente accade per colpire organizzazioni umanitarie e che cercano di fare inclusione e integrazione.

Certi episodi evidenziano bene cosa c’è alla base della violenza e come ci siano degli elementi comuni tra tutti coloro che la commettono. Non è che il patriarcato e il maschilismo siano roba tipica solo di alcuni paesi e altrove non ve ne sono tracce. La violenza commessa non è roba estranea all’uomo, anche chiamarli animali sposta altrove l’attenzione e le responsabilità. Questi sono esseri umani al 100% portatori di una sub-cultura per cui la violenza contro le donne è una cosa normale e legittimata nei secoli. Sono uomini comuni, vicini di casa, amici, partner, familiari. Parlare di bestie significa spostare il focus e la realtà. Lo stesso quando si parla di “follia” alludendo a patologie psichiatriche, ci si allontana dall’idea che la violenza ha radici molto più comuni e non necessariamente patologiche, quasi a voler giustificare i suoi atti.

La violenza non dovrebbe avere mai alibi e giustificazioni, un uomo deve imparare a capire che la donna non è un oggetto alla sua mercé.

Non permettiamo che la violenza contro le donne sia strumentalizzata per altri fini e si finisca col perdere la matrice della violenza contro le donne, basata sulla differenza di genere.

Un NO è un NO. Chiunque commetta violenza non si deve sentire legittimato o restare impunito, pensando di trovare scorciatoie e riduzioni di pena.

Iniziamo a cambiare la cultura insieme e lavoriamo su una giustizia piena e certa. Ma soprattutto non lasciamo sole le donne che subiscono violenza.


La violenza di genere è una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione contro le donne che comprende tutti gli atti di violenza fondati sul genere che provocano o sono suscettibili di provocare danni o sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica o economica – comprese le minacce di compiere tali atti – la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica, che nella vita privata.

(Convenzione di Istanbul, 2011)


Avevo pubblicato questo post inizialmente solo sul mio profilo Facebook. Trovo opportuno non perderlo nel flusso dei social e renderlo disponibile anche nel mio blog.

Sempre sul tema:

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Non è solo una questione di forma. Dove sono le donne?

 

Ci ho messo qualche giorno, il tempo di ascoltare e riflettere. Ne è risultata una fotografia interessante del nostro Paese. Spero che avrete la pazienza di arrivare sino in fondo a questo articolo.

Meeting di Comunione e Liberazione 2017. Titolo dell’incontro del 22 agosto: “La Polis al centro della politica”. Una polis rappresentata a metà. Basta uno sguardo d’insieme per capire quanto ascoltano e si confrontano con le donne. Dispiace che nessuno si sia premurato di guardarsi attorno, chiedendosi se non fosse più opportuno ampliare e aprire il tavolo alle donne, invitandone e cercandone almeno una. Non è solo questione di forma, ma di sostanza che nutre certe iniziative e le rende credibili. Avrebbe integrato un gruppo tutto al maschile e fornito finalmente un messaggio diverso. Non è per sterile polemica, è che proprio non ce la faccio più a vedere questi quadretti. Autosufficienza.


Questo è l’impatto di un parterre tutto maschile. Ma scendiamo nel dettaglio.

In apertura il giornalista Giorgio Giovannetti delinea questo quadro: “perdite di 140.000 cittadini ogni anno, con un incremento degli italiani che si trasferiscono all’estero (102.000 nel 2015). I giovani a Roma, Milano, Torino tra i 18 e i 34 anni che vivono a casa dei genitori sono il 92,6% della popolazione. Nel 2030 secondo i demografi ci saranno più abitanti +1,5%, ma si registrerà una diminuzione del 5,6% degli italiani, mentre l’incremento degli stranieri sarà dell’81,1%. L’immagine dell’Italia non sarà quella di oggi. Il Censis parlava di recente di un Paese senza futuro.”

Poi interviene il sindaco di Firenze Dario Nardella, che esordisce parlando di gap generazionale elevato e di sostenibilità del sistema. L’obiettivo è evidenziare le politiche dei comuni per invertire questa tendenza e migliorare la sostenibilità di questi processi demografici.
Come possiamo essere tranquilli, sereni, tracciare una strada certa nell’affrontare le questioni dell’immigrazione, se non abbiamo una strategia chiara sulla natalità e su come oggi giovani coppie possano trovare luoghi, strumenti, condizioni ideali per poter costruire delle famiglie, diventa tutto sballato, finiamo con l’affrontare da una prospettiva completamente scorretta, o comunque limitata questioni che viviamo come un’emergenza addosso a noi come ad esempio l’immigrazione.”

A questo punto mi domando, la questione natalità a quali obiettivi e a quali preoccupazioni risponde? Aiutatemi a capire, sinceramente cosa è che diventa “sballato”? Il computo italiani vs stranieri?

Poi si parla di: social housing (che dal mio punto di vista ha i suoi pregi ma anche i suoi limiti, se si pensa che dipende dal contesto e dai costi abitativi non sempre così “calmierati”) e di gratuità delle scuole materne comunali, senza rette o tasse di iscrizione. “Una scelta chiara. Riguarda tutto il paese, sintonia tra amministratori delle città, deve portare a cambiare quel numero 1,34 bambini per donna, che significa che noi non abbiamo un futuro. Un punto economico, organizzativo, normativo di un sistema che non sostiene le donne come lavoratrici, come mogli, come madri. Ma c’è anche una questione culturale di un Paese che ha smesso di sperare di avere fiducia, di guardare al tema dell’eredità (il tema generale del Meeting 2017 è “Quello che tu erediti dai tuoi padri, riguadagnatelo, per possederlo”).

Tutto ruota intorno alla figura del padre, che trasmette beni e cultura alle generazioni successive. La madre è un fantasma nella storia dell’umanità, eppure anche lei trasmette. Nasconderlo è non riconoscere il contributo femminile, ma ci sta, siamo in un meeting di CL. Meno normale è che nessuno colmi il buco.

“Se tu oggi ricevi una eredità il problema è come la passi alle nuove generazioni, più bella, più importante, ricca.” Il focus è sul delta generazionale. Basta andare nelle scuole per verificare quanto sia reale la dimensione degli stranieri nelle nostre città, o governiamo questi processi o finiremo per subirli. E quando li subiamo nascono gli estremismi, l’odio e l’indifferenza, lo scontro, l’incomprensione. Un grande paese come il nostro deve essere capace di costruire un futuro, deve coltivare l’orgoglio di un progetto di vita, anche di politica generativa.”
La bellezza della famiglia e dei legami familiari, personali, la necessità di incrementare la fiducia nelle relazioni interpersonali, contesto ideale per la nascita e la crescita della famiglia. Nardella è preoccupato dell’incremento dei divorzi, dell’idea di libertà dalle responsabilità, di una società materialista e individualista.

Matteo Ricci, sindaco di Pesaro esordisce: “la paura, finché questo paese continuerà ad essere impaurito, i figli non si fanno. I modelli familiari sono cambiati, ma l’elemento della paura è centrale, un elemento che non è reale. Ci sono stati passaggi più difficili, economicamente, ma era diversa la fiducia. La paura va superata se vogliamo risolvere il calo demografico. Se noi continuiamo a descrivere questo paese come un paese che non ce la farà mai che messaggio di speranza e di fiducia diamo ai nostri figli, ai nostri giovani? Non vuol dire non vedere la realtà. Vuol dire che quel problema si può superare, che il domani potrà essere meglio dell’oggi”.

E qui mi vien da domandare se davvero sia solo un problema di racconto e di narrazione. In pratica dobbiamo raccontare il paese che non c’è? Così si torna a sperare? Ma davvero?

“Rincorrere la rabbia produce paura. Soffiare sulla rabbia produce violenza”.
Il secondo nodo da sciogliere, prima dei servizi, è il lavoro. Le difficoltà a immaginare il futuro dipende dal lavoro. Abbiamo deciso di sostenere la volontà di fare impresa, zero tassazione per i primi 3 anni”.

Giorgio Gori, sindaco di Bergamo, presenta la situazione del 2016: 875 nati, 1.352 morti. Saldo demografico positivo grazie alle 4.668 persone immigrate, non tutti stranieri, la città ricomincia a crescere e a essere attrattiva.
“La famiglia classica padre, madre, figli: 36% del totale. Il 64% è composto da 1 o due persone. A Milano un nucleo familiare su due è composto da una sola persona. Le coppie si consolidano verso i 40 anni ed è alto il tasso di separazione. Questa fotografia ci racconta un’Italia in deficit di speranza. Creare comunità con un clima di fiducia che permetta la costruzione di nuclei familiari. Evidenzia il fatto che “chi ha una vita familiare e che ha dei figli, non è capace di raccontare questa scelta nella sua positività. Per noi che abbiamo questa fortuna è una grande felicità, dobbiamo raccontarlo e non lo stiamo facendo”. In pratica, si consiglia di raccontare quanto è bello “tenere famiglia”.
“Si è diffusa una idea di libertà nella sua dimensione individuale, fare figli è una fatica, un impedimento. Ma noi siamo parte del destino del nostro paese, non siamo solo individui, l’eredità è restituire questo paese alle future generazioni, ma queste ci devono essere per poterlo fare. Ci vuole coraggio, andare al di là degli impedimenti materiali (compito della politica), sentirsi responsabili, dare un domani al nostro paese.” Viene fornito un elenco di tutti i bonus e le misure economiche nazionali o locali a beneficio delle mamme, ma evidentemente non sono sufficienti come rileva Gori.
Ridare autonomia ai giovani, finiscono tardi di studiare, trovano tardi un lavoro, escono tardi dalla famiglia. Si chiude su: “Lavorare sull’occupazione”, con un ovvio elogio del jobs act, e un accenno agli ultimi annunci sulle politiche giovanili (peccato che si è cancellato l’art. 18 e gli sgravi per le assunzioni dei giovani e i vari bonus non sono misure strutturali in grado di scongiurare i licenziamenti dei giovani assunti con detassazioni; oltre alla questione di non generare differenze discriminatorie tra lavoratori).

Matteo Biffoni, sindaco di Prato. 140 etnie, la città attrae da fuori. Grande comunità cinese, “a me questa cosa fa sempre un po’ impressione, abbiamo la terza comunità cinese d’Europa”. Più matrimoni misti. Il 50,6 dei nati è da mamme italiane (34 anni media), il resto da mamme straniere (29 anni media). Dispersione scolastica al 14%. L’inclusione anche ad anno in corso funziona. Il futuro non è più quello di una volta, non mi voglio rassegnare a questo. Aiutare su casa, lavoro, figli.” Positivo l’intervento sulle garanzie in tema di diritti di maternità e di paternità per lavoratori dipendenti e autonomi (sappiamo quanto sinora fatto per equiparare i congedi per la maternità).

Luigi Brugnaro, sindaco di Venezia. Io sono italiano, dobbiamo costruire il futuro. Mi ribello all’idea che il paese sia senza futuro. L’immigrazione non è un qualcosa di ineluttabile. Parla come un fiume in piena: l’immigrazione, miscelare, condividere un percorso, presidiare i confini, blocco navale umanitario. “Ho ritirato i libretti gender dalle scuole. Confusione a tre anni, senza l’autorizzazione dei genitori.” Sostenibilità della famiglia: tirare su figli è una responsabilità, se uno pensa che fa figli solo se può comprarsi la casa col mutuo, mio padre, ecc.” Vi risparmio il discorso sulla “zingara”, la chiusura della moschea, le misure antiterrorismo, sulla cittadinanza italiana e del sentimento nazionale, “gli stranieri ci stanno comprando tutto, le migliori brand aziendali”. Potrei chiudere qui, ma proseguo.

Andrea Gnassi, sindaco di Rimini, auspica un patto con governo centrale che assicuri autonomia organizzativa, fiscale e di investimento ai sindaci. Parla anche di una riforma istituzionale per rispondere ai problemi del territorio.

Tutti sottolineano che la soluzione non è nell’assistenzialismo, ma nel fornire strumenti per coltivare il senso di fiducia verso il futuro.
Tutti rilevano che l’immigrazione contribuisce a rendere meno accentuate le conseguenze dell’invecchiamento della popolazione e a rendere più stabile il saldo demografico grazie ai tassi di natalità più elevati delle donne straniere. Peccato che già da qualche anno si rilevava un calo anche dei nati da genitori di origine straniera.

Fin qui la cronaca del meeting di Rimini.

In parallelo, come prodotto di questo meeting, su numerose testate è rimbalzata la firma di un documento sulla natalità.
Che nello stesso anno a più riprese si debba assistere a questo martellamento e a questo continuo tornare sul tema della natalità, fecondità lo trovo emblematico.
A Rimini, 7 sindaci, 7 uomini hanno firmato un “piano strategico per la natalità” volto a incrementare il numero da 1,34 a 2 figli per donna. Vediamo nel dettaglio di cosa si tratta.
Il documento ha il seguente titolo: “Le città e la sfida demografica per una politica generativa – Impegnare il Paese su nascite, welfare, anziani”.
Cosa intendiamo per politica generativa? Visto il martellamento sul tema natalità e gap generazionale sembrerebbe che si stia parlando di questo. Ma approfondendo c’è un precedente, qualcuno che ha coniato questo termine, che ha un senso un po’ più ampio.

Guglielmo Minervini, scomparso prematuramente un anno fa, amministratore e politico pugliese, ne parlava così:

“La politica generativa è quella che si crea quando l’amministratore smette di chiedersi “quante risorse stanzio” e inizia a chiedersi “quante risorse attivo”, di qui il suo nome.” Una visione della politica nata nella mia Puglia, “Lo Stato e il Partito – si legge nella quarta di copertina del volume di Minervini (La politica generativa. Pratiche di comunità nel laboratorio Puglia. Carocci, 2016) – non sono più sovrani e la società ha imparato a operare in autonomia, come una immensa rete di scambi che innescano processi creativi di trasformazione. Se la politica vuole recuperare efficacia deve trasformarsi in un dispositivo che aiuta le persone a condividere una comune visione di futuro, valorizzando il capitale di energie e competenze, passioni e tempo. È questa, per Guglielmo Minervini, la politica generativa: una piattaforma in grado di attivare il cambiamento e di incidere sul corso degli eventi, sperimentando nuove pratiche di comunità. Perché la politica generativa è soprattutto una politica che crede nelle persone”.

Torniamo al documento siglato a Rimini.
La richiesta e l’obiettivo:

“Insieme al Governo nazionale, agli studiosi, alla società civile e al mondo dell’associazionismo lanciamo dalla cornice del Meeting di Rimini una sfida ambiziosa al Paese: lavorare insieme sulla sfida demografica e impegnarsi nell’adozione di un Piano Strategico che abbia l’obiettivo di incrementare l’attuale livello di natalità da 1,34 a 2 figli per donna, al fine di garantire il ricambio generazionale e quindi il futuro del nostro Paese. Chiediamo a tal fine l’impegno di maggiori risorse economiche, da reperire attraverso l’efficientamento e razionalizzazione della spesa pubblica.”

7 brillanti amministratori, 6 di centrosinistra e uno di centrodestra, che nel corso del meeting si gongolano di aver ciascuno contribuito egregiamente a incrementare le nascite, avendo tutti da due a cinque figli. La progenie, l’eredità dei padri, la dinastia assicurata.
Insomma, tutti buoni padri di famiglia, con il sindaco di Cittareale, Francesco Nelli, che si domanda “a chi lascio mio figlio se mia moglie deve andare a fare una ecografia e io devo andare in Comune?”
Il documento contiene i seguenti punti:

1. la promozione di una corretta campagna comunicativa, scevra da approcci ideologici, per informare su tutti i servizi e i mezzi di sostegno alle famiglie;
2. maggiori incentivi fiscali ed economici per i neo genitori, che rafforzino le iniziative degli ultimi Governi;
3. la creazione di un sistema di welfare che offra diritti di maternità e paternità a tutti i lavoratori, anche non dipendenti;
4. il miglioramento della conciliazione tra vita familiare e professionale ed un’organizzazione del lavoro più funzionale ed attenta alle nuove esigenze lavorative dei genitori, con l’obiettivo primario di agevolare una maggiore partecipazione delle donne al mercato del lavoro, elemento decisivo per una ripresa della natalità;
5. un maggiore investimento, in collaborazione con l’associazionismo e il privato sociale, nei servizi di assistenza agli anziani non-autosufficienti, il cui carico di cura è oggi in larga misura sulle spalle delle famiglie e in particolare delle donne, costituendo un fattore di allontanamento di queste ultime dal mercato del lavoro;
6. la riduzione delle spese delle famiglie per l’iscrizione e la frequenza alle scuole dell’infanzia, grazie a maggiori investimenti pubblici e privati nei servizi all’infanzia;
7. l’attivazione di politiche per l’emancipazione e l’autonomia dei giovani, a partire da misure che ne favoriscano l’inserimento e la stabilità occupazionale;
8. l’ampliamento della platea interessata dal Reddito di Inclusione, a comprendere quella vasta porzione di giovani che versa oggi in condizioni di povertà;
9. la trasformazione, in tutte le medio-grandi città, di vecchi immobili pubblici in social housing e nuove forme di abitazione a sostegno di famiglie e giovani genitori e la sottoscrizione di accordi territoriali, promossi dai Comuni, finalizzati ad incrementare l’offerta di alloggi a canone convenzionato destinati ai giovani e alle giovani coppie;
10. l’attivazione di asili, condomini e servizi di domicilio condiviso per una vera convivenza generazionale che, sull’esempio di alcune realtà già presenti nel nostro Paese, porti a dialogare le esperienze della popolazione anziana e la vivacità dei più giovani;
11. una maggiore collaborazione e sostegno alle iniziative dell’associazionismo e del privato sociale nell’assistenza agli anziani;
12. il varo di un piano nazionale per l’inserimento sociale degli immigrati economici, basato sulla formazione e sul lavoro, che faccia tesoro delle positive esperienze locali che hanno accompagnato l’impegno di accoglienza che tenga conto delle effettive esigenze del sistema produttivo nazionale e delle capacità di accoglienza in generale.


Per quanto ho potuto visionare del documento, si tratta di un testo molto semplice, nessun approfondimento o nota bibliografica, citazioni di esperti, crediti. I contenuti, pur se interessanti, sono un generico proposito, una dichiarazione d’intenti, poco contestualizzata. Dovremmo pensare ad esempio a come stabilizzare i giovani in presenza di contratti sempre più precarizzanti e di come non creare ulteriori conflitti generazionali in tema di lavoro e di previdenza. Insomma, un po’ di coerenza e onestà non guasterebbe. Nessuna copertura, nessun accenno alle risorse se non l’auspicio di poterle “reperire attraverso l’efficientamento e razionalizzazione della spesa pubblica”. Nemmeno la spending review ha frenato l’aumento del debito pubblico, per cui possiamo immaginare che nel nostro prossimo futuro non navigheremo nell’oro.
Io che mi aspettavo di reperire nel documento le collaborazioni di cui si erano avvalsi per stilarlo, mi sono trovata di fronte a un semplice elenco, avente a corredo più o meno le stesse considerazioni espresse al tavolo del meeting.
Uomini che discettano su cosa fare per le donne, assenti dal dibattito e dalla elaborazione di idee, quasi si consideri scontata la loro opinione, la loro scelta, il loro ruolo. “Perché mai le donne non dovrebbero concordare con noi 7?”, si saranno chiesti i sindaci. Perché mai le cose non cambiano diciamo noi. Ecco perché non cambiano, perché tutto si decide sulle nostre teste e sulle nostre vite, come a farci un favore di esonerarci dall’uso delle nostre teste e dall’esercizio del nostro libero arbitrio. Non è concepibile che le donne possano autodeterminarsi e fare progetti come soggetti autonomi e non legate alle loro funzioni biologiche e riprodutive.
Due, donne, due figli, almeno due per garantire il futuro della “razza italica” come Patrizia Prestipino si premurava di dire qualche giorno fa.

Parla da sé il fatto che a nessuno di questi 7 sindaci uomini sia venuto in mente di coinvolgere qualche donna con incarichi istituzionali, qualche donna esperta su questi temi, una consigliera di parità, qualche attivista. Nessuno che abbia avvertito l’assenza e la parzialità di questo atto e meeting. Nessuno che abbia avvertito l’esigenza di confrontarsi con l’altra parte in causa, le donne. Perché i figli ancora si fanno e si crescono in due, quindi la scelta e le condizioni vanno valutate sia per gli uomini che per le donne. Vista così sembra ancora una roba tutta sul groppone delle donne. È come se si sostenesse, “noi aggiustiamo qualche dettaglio e poi le donne accetteranno di buon grado di figliare”. È come se si stesse dicendo, noi facciamo il piano, lo firmiamo e poi voi lo concretizzate come vi chiediamo e vi suggeriamo noi. Un approccio paternalistico se vogliamo inquadrare l’impressione trasmessa da questo meeting e da questo documento declinati al maschile. Che nessuno si sia premurato di chiedere una condivisione dei contenuti di questo documento con le donne, citate solo come coloro che devono poi praticamente fare almeno due figli. Oppure è avvenuto, dove è avvenuto? Il documento è stato presentato già pronto, blindato, come si usa fare tra decisori democratici. Forse si prevede in futuro un lavoro insieme alle donne?

La mia preoccupazione è comprendere la ratio dell’impostazione generale, che a mio avviso non avrebbe dovuto partire dall’obiettivo di due figli per donna, ma da come incrementare la partecipazione delle donne in ogni ambito della vita di questo Paese.
Per quanto riguarda la collaborazione alla redazione del documento, ipotizzando che ci siano state anche figure femminili, non citate e non esplicitate in esso, perché non si è avvertita la necessità invitarle al dibattito del meeting? Mi sembra che il palco del potere che decide sia sempre e solo abitato da uomini. Questo rende anche i buoni propositi del documento un po’ meno credibili.
Perché quando ci sono le occasioni pubbliche di confronto nei partiti, si alzano trincee e non si ascoltano i suggerimenti e gli spunti critici? A cosa serve la partecipazione e l’attivismo delle donne nei partiti e nella politica se poi dobbiamo essere trattate come mere esecutrici e comparse?

Ciò che preoccupa è l’impostazione, già finalizzata a un obiettivo superiore: fare figli, farne almeno due. Questo è ciò che stride: l’interesse prioritario. 

Eppure si può affrontare le cose da un altro punto di vista, proprio perché Gori accenna al fatto che i compiti di cura, specie degli anziani, pesano maggiormente sulle donne (disequilibrio dei carichi familiari).

Li vedo con il pallottoliere alla mano che cercano di calcolare quanti pupi dobbiamo generare per riequilibrare il trend demografico. Che qualcuno si sia premurato di darsi uno sguardo attorno. Che qualcuno si sia degnato di leggere le raccomandazioni che da più parti arrivano, tutte dedicate all’empowerment delle donne e volte a incrementare la loro presenza attiva nella società e nell’economia. La natalità è un di cui, se le donne (e gli uomini) stanno bene, hanno una condizione di vita stabile e non precaria, forse saranno più propensi a far figli, ma anche no, perché non è una scelta obbligata. Non è solo una questione di retribuzioni dei trentenni (-12% rispetto alla media nazionale, nel ’77 erano +3%) ma delle prospettive negative sul futuro. Avete mai avuto a che fare con periodi in cui il lavoro non c’è e se ne cerca un’altro, certi che molto probabilmente, salvo miracoli, sarà anche quello precario, ammesso che lo si trovi? Un figlio può peggiorare ulteriormente questa precarietà, non esserne consapevoli significa essere sprovveduti.
È una scelta obbligata quella di coloro che da anni sono costretti a dimettersi per problemi di work life balance oppure che perdono il lavoro dopo la nascita del figlio o sono costretti in situazioni di precarietà. Forse andrebbero fornite alternative. La natalità può essere un argomento rilevante, ma posto così, col calcolatore alla mano mi sembra più un esercizio di pura matematica e di demografia a tappe forzate.
Non servono solo più nidi, per un buon equilibrio vita privata-lavoro occorre flessibilità (non schiavismo e lavoro gratis senza orario), che nell’ambito lavorativo si traduce in due comportamenti: la possibilità di modulare l’orario di servizio e il luogo di lavoro. È questa la ricetta che può permettere alle donne di continuare la carriera professionale dopo aver avuto un figlio, secondo una ricerca pubblicata sulla rivista scientifica «Human Relations». Ma io aggiungerei che occorrerebbe permettere flessibilità anche agli uomini, assegnando loro crescenti e pari responsabilità e compiti di cura.

“I ricercatori del dipartimento di sociologia dell’Università di Kent hanno dimostrato che conciliare le soddisfazioni sul posto di lavoro con il desiderio di allargare la famiglia è possibile, purché nei confronti delle donne si adotti un atteggiamento meno rigido riguardo al tempo trascorso di fronte al pc e al luogo da cui ci si connette.”

Interessante il lavoro della Commissione Europea con la proposta di direttiva sul work life balance, per preservare i diritti esistenti e delinearne di nuovi sia per gli uomini che per le donne. La proposta mette al centro l’individuo in quanto lavoratore e genitore/caregiver. Non si parla solo di “mamme”, si affrontano i compiti di cura in maniera sistematica e complessa. Ne avevo parlato qui.

Da qualche anno si sta spingendo al finanziamento del welfare aziendale e su misure di conciliazione nei luoghi di lavoro. A mio avviso c’è bisogno di un forte intervento statale, centrale, stringente su flessibilità, su prevenzione e contrasto di abusi su orari/mansioni e incentivi certi per misure di conciliazione in ogni settore. Insomma garantire una flessibilità a tutti, non solo a categorie e settori volenterosi e privilegiati. Solo l’azione statale può riequilibrare le disuguaglianze e garantire pari trattamento e pari retribuzioni.

Se non consentiamo di modulare diversamente i tempi di lavoro e della città avremo sempre di fronte condizioni svantaggiose e demotivanti. Soprattutto occorre che i decisori si impegnino e capiscano finalmente che occorre un riequilibrio uomo-donna nei compiti di cura e di assistenza, perché i servizi esterni non sono sufficienti e a casa continua ad esserci una differenza, che seppur in flessione negli ultimi anni, stenta a colmarsi.

Secondo il report Onu del 2017, sugli obiettivi di sviluppo sostenibile entro il 2030, “le donne continuano, infatti, a impiegare più del triplo del tempo rispetto agli uomini nella cura della casa e dei figli. “Il tempo impiegato per i lavori domestici non retribuiti e la cura dei figli – scrive l’Onu – sconvolge la capacità delle donne di impegnarsi in altre attività, come l’istruzione e la formazione”. Un problema che riguarda, allo stesso modo, sia i Paesi considerati in via di sviluppo, sia quelli che l’evoluzione, anche su questi temi, avrebbero dovuto già raggiungerla.”

Nel documento dei sette sindaci è positivo che si parli di genitorialità e di paternità, con un cenno alla necessità di “agevolare una maggiore partecipazione delle donne al mercato del lavoro, elemento decisivo per una ripresa della natalità”. Ma allora perché non invertire l’impostazione? Perché non fare un patto focalizzato su come incrementare la partecipazione delle donne in ogni ambito e soprattutto come farle entrare e permanere nel mondo del lavoro? Come assicurare a uomini e donne condizioni di vita dignitosi, prospettive migliori insomma. Porla così è utile, vederla finalizzata alla natalità un po’ meno, perché sembra che sia lì l’interesse e non sul benessere di uomini e donne. Vogliamo colmare i gap di genere, i gap salariali e bloccare i trattamenti discriminatori. I figli arriveranno se avremo accordato la giusta attenzione a questi aspetti.

Il documento siglato dai sette sindaci precisa che: “Siamo ben consapevoli che qualsiasi contributo della politica e delle istituzioni non può – e non deve – sostituirsi alle decisioni personali in merito alla costruzione di nuove famiglie e alla scelta di avere figli. Ma, allo stesso modo, è dovere della buona Politica lavorare per garantire le migliori condizioni generali al soddisfacimento delle aspirazioni e dei desideri dei concittadini.”

Scusate, ma non è detto che le aspirazioni e i desideri dei/delle cittadini/e abbiano a che fare per forza con la genitorialità e la formazione di una famiglia.

In vista della prossima Conferenza Nazionale sulla Famiglia del 28 e 29 settembre, si è sollecitata l’azione di Comuni e Città Metropolitane per dare visibilità a quanto realizzato in materia di politiche per le famiglie. Il documento dei 7 sindaci si inserisce in questo quadro di impegno oppure è un’azione estemporanea e non si pone all’interno di in un progetto che poi possa avere una sua concretizzazione?

Sarò grata a chi vorrà rispondere ai miei quesiti. Soprattutto perché non si può continuare a fare proposte estemporanee e non strutturate, che poi non possono essere realizzate.

Sembra che in Italia l’interesse sulle donne sia sempre e solo legato alla loro capacità riproduttiva. E ora che facciamo? Ci teniamo anche questa?

Vorremmo che finalmente cambiasse radicalmente l’atteggiamento che il potere ha nei confronti delle donne. Ricordando che le pari opportunità tra uomini e donne prevedono l’assenza e quindi la rimozione di ogni ostacolo alla partecipazione economica, politica e sociale. In ogni occasione. Grazie.

Mai genuflessa,

Simona Sforza

 

p.s.
Vi consiglio di ascoltare i due interventi del sindaco Brugnaro e poi riflettere sul fatto che costui sia tra i firmatari del documento.

 

Per approfondire:

Censis 2016: http://www.repubblica.it/economia/2016/12/02/news/censis_l_italia_bloccata_che_non_investe_piu_torna_a_tuffarsi_nel_sommerso-153253818/

http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Rapporto-Censis-dice-Italia-in-letargo-collettivo-non-sa-piu-progettare-il-futuro-8a1b54c3-8b48-4eff-bbfb-acf48d434793.htmlhttp://www.censis.it/5?shadow_evento=121147

Anci – Conferenza Nazionale sulla Famiglia del 28 e 29 settembre:

http://www.anci.it/index.cfm?layout=dettaglio&IdSez=821213&IdDett=61503

http://www.anci.it/Contenuti/Allegati/Lettera%20Monitoraggio%20dei%20servizi_interventi%20attivati%20nei%20Comuni%20a%20valere%20sui%20fondi%20delle%20Intese1.pdf

Flessibilità:

http://www.lastampa.it/2017/08/23/societa/mamme/la-flessibilit-permette-alle-donne-di-mantenere-il-posto-di-lavoro-dopo-il-parto-7YcVWdQnPJx1JRbUpjYc9H/pagina.html

http://www.alleyoop.ilsole24ore.com/2017/08/10/suistainable-development-goals-2017-ancora-troppa-violenza-e-soffitti-di-cristallo/?uuid=106_uBhj4ddr

La registrazione video del meeting del 22 agosto:

https://www.radioradicale.it/scheda/517797/meeting-di-rimini-2017-la-polis-al-centro-della-politica-workshop-con-sindaci-italiani

Giulia Siviero sullo stesso tema:

http://www.ilpost.it/giuliasiviero/2017/08/25/politica-genrativa-nardella-due-figli-per-donna/

Sempre al meeting, la vicenda che ha visto protagonisti il sindaco Nardella e il sindaco Brugnaro:

http://firenze.repubblica.it/cronaca/2017/08/22/news/nardella_e_lo_scherzo_discutibile_all_urlo_di_allah_akbar_polemiche_e_scuse_sui_social-173638337/

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Violenza di genere. Lettera aperta al Quotidiano Avvenire


Spettabile quotidiano Avvenire e spettabile Direttore,
ci permettiamo di inviarvi alcune riflessioni in merito ai contenuti di un articolo pubblicato online lo scorso 18 agosto.
Daniele Novara, pedagogista, scrive un articolo denso di stereotipi e di misoginia, portatore di una lettura della violenza contro le donne che non fa altro che colpevolizzarle, addossando le responsabilità a figure materne opprimenti e “soffocanti”.
Proprio così, si parla di un eccesso di ruolo materno, di un desiderio di “eliminazione della figura femminile” che nasce da questa figura materna oppressiva. Non ci stiamo a questa ricostruzione e a questo spostamento delle responsabilità ancora una volta sulle donne.

“Liberare i bambini dall’eccesso di soffocamento materno. Viviamo un eccesso di ruolo materno, di cura, di controllo. Le madri a volte soffocano i figli. Fuori dal lettone dopo i 3 anni; giù dal passeggino a 4 anni; via il pannolino a 2 anni; autonomia nelle pratiche di pulizia personale dai 5/6 anni. I bambini vanno liberati. So di madri che, per eccesso di zelo e di controllo, curano l’igiene del figlio di 9 anni e lo tengono nel lettone con sé, e non si rendono conto di mantenere il proprio bambino in una situazione di ambiguità, anche un po’ morbosa, in cui il piccolo fatica a sviluppare autonomia e vive situazioni che possono essere fonte di umiliazione e frustrazione profonda. Il desiderio, poi, di eliminare la figura femminile può nascere anche da qui.”

Pedagogia e neuroscienze ci hanno aiutato a diffidare della “ricetta” per crescere il bambino “perfetto” e ci hanno rivelato la complessità dell’opera educativa a fronte dell’unicità di ogni essere umano. Ciascun individuo è un universo in fieri, con un suo percorso evolutivo, con una sua irripetibile e inimitabile soggettività. Dall’esperienza di genitori sappiamo che i bambini non sono tutti identici e che non è detto che a pari età corrisponda lo stesso livello di sviluppo. Ci chiediamo inoltre perché si faccia riferimento unicamente alle influenze sullo sviluppo della personalità e delle relazioni del figlio, maschio. Esiste quindi una differente ricaduta sulle figlie, si prevede una educazione differente a seconda che si tratti di un figlio o di una figlia? Su questa dicotomia, suggerita dal ragionamento del pedagogista, forse occorrerebbe riflettere maggiormente. Non dovremmo avere un comune obiettivo di crescere figli, che siano maschi o femmine, capaci di relazionarsi all’insegna del rispetto, rifuggendo ogni forma di violenza o di sopraffazione dell’altro/a?
Peccato che anni di approfondimenti, studi e riflessioni femministe abbiano dimostrato che le radici della violenza risiedono proprio in una cultura di stampo patriarcale, che viene replicata in famiglia da modelli secolari in cui la figura maschile è dominante, assoluta, in cui le relazioni non sono paritarie e i conflitti si risolvono con abusi ai danni della donna.
Pensiamo davvero che basti la formula “più padri”, “che incentiva l’autonomia, che stimola l’esplorazione della vita e valorizza la fatica del crescere senza diventare dispotico”? Pensiamo che “La virilità è una questione di argini, limiti, sponde, coraggio e avventure. Aiutarli a litigare bene” sia la soluzione? Sappiamo cosa reca con sé la parola “virilità” nella nostra società, il modello maschile a cui si guarda e che si trasmette da generazioni e che tante responsabilità ha in termini di aspettative obbligate e ruoli.
L’impasto in cui i figli, maschi e femmine, crescono e con cui vengono alimentati produce una visione distorta dei rapporti tra i due generi, così in parallelo si consolidano stereotipi e ruoli di genere. La corresponsabilità in tema di educazione dovrebbe essere chiara al pedagogista, che purtroppo separa e distingue ancora troppo ruoli e compiti di madri e padri.
In assenza di un lavoro di rimozione di cliché e paradigmi maschilisti, su questa cultura patriarcale che madri e padri replicano e trasmettono attraverso le loro espressioni e interazioni quotidiane, il pedagogista Novara dovrebbe spiegarci quale tipo di cultura e di azione preventiva della violenza possa passare da generazioni di maschi convinti di essere un modello di perfezione, tutto dominio, controllo e possesso.
Dovrebbe farci comprendere meglio cosa può trasmettere una famiglia imbevuta di stereotipi e di errori/difficoltà relazionali.
La famiglia in questo articolo diventa la soluzione e l’argine di un fenomeno che viene nuovamente relegato a una questione privata, familiare.
Abbiamo fatto tanta fatica affinché l’intera comunità, società si assumesse le sue responsabilità di fronte alla violenza contro le donne ed ora ci vogliono far tornare indietro, riducendo tutto a una questione di educazione familiare, intima, interna all’ambito domestico dove sappiamo che avvengono la maggior parte degli episodi di violenza. L’esempio familiare è importante, ma non è assolutamente sufficiente.
La violenza di genere non è una questione “privata” ma pubblica, politica, che va affrontata a più livelli e che deve coinvolgere più attori all’interno della società. Nessuno può sottrarsi a questo impegno, altrimenti tutti gli interventi saranno zoppi e inefficaci.
Conosciamo benissimo l’ostilità pregiudiziale di un certo mondo ad interventi educativi e preventivi a scuola. Ma senza l’intervento sistematico e capillare nelle scuole di ogni ordine e grado, volto a modificare la cultura alla base della violenza di genere, non estirperemo le radici della violenza. Occorre l’azione di un soggetto o più soggetti terzi, esterni alla famiglia, che non può essere monade, nucleo chiuso e impermeabile alla società. La famiglia deve essere supportata dall’esterno e collaborare con l’esterno.
Così come non sono sufficienti politiche repressive, leggi che intervengono a posteriori, ma è necessaria una adeguata preparazione di magistratura e forze dell’ordine. La violenza va prevenuta e contrastata a 360°.
Per questo occorre convincersi del fatto che non si può più rinviare un lavoro di prevenzione nelle scuole e in ogni contesto in cui sin dai primi anni si definiscono relazioni e si formano le personalità dei futuri adulti. Un intervento educativo che non può essere unicamente rivolto ai maschi, ma deve riguardare anche le femmine, affinché si diffonda una cultura del rispetto delle differenze di genere, fuori da gabbie di genere e da modelli maschili e femminili intrisi di stereotipi. Dobbiamo lavorare a una società fondata sulla parità e sulla cultura dell’ascolto, del rispetto, dell’accoglienza delle multiformi modalità di essere uomini e donne. Se riusciremo a realizzare un percorso di crescita che contempli tutto questo avremo finalmente intaccato ciò che alimenta violenza e discriminazioni di genere.
Un approccio che guardi alla famiglia come l’unica agenzia educativa responsabile della maturazione degli individui, è sintomo di una mancanza di comprensione della violenza e delle sue cause. L’educazione deve prevedere responsabilità molteplici e deve coinvolgere più entità, rivolgendosi ai bambini sin dalla prima infanzia, fornendo strumenti di decodificazione della realtà e di costruzione paritaria delle relazioni. Non è semplicemente insegnare ai maschi come “litigare bene”, perché sappiamo che le forme di violenza sono molteplici, in alcuni casi meno visibili (violenza psicologica ed economica per esempio) e la violenza non è riducibile a questo aspetto. Prevenire e contrastare la violenza è un impegnativo lavoro volto a modificare equilibri e modalità relazionali, ruoli sociali e familiari, modelli di riferimento, stereotipi di genere, aspettative sulla base del genere di appartenenza.
Insomma, occorre decostruire e superare il genere come complessa costruzione culturale, con tutti gli incasellamenti che ne conseguono nel “maschile” e nel “femminile” tipici di ciascun contesto storico-culturale, con le relative funzioni sociali ad essi legati/attribuiti/assegnati. Le aspettative comportamentali e funzionali assegnate al genere hanno ricadute anche nelle relazioni e nel modo di rapportarsi con gli altri. Solo così potremo rimuovere desideri e manie di possesso, di controllo, di proprietà, e quel binomio distruttivo amore-violenza ancora tanto diffuso. Ripetiamo, è un lavoro da fare sia su maschi che femmine, perché la relazione non è composta da un solo individuo, perché sappiamo che pezzi di cultura patriarcale purtroppo sono interiorizzati anche dalle donne. Un cammino da compiere insieme, a tutti i livelli sociali e istituzionali.
Ci auguriamo che si comprenda come il tema della violenza contro le donne meriti e necessiti di essere affrontato in maniera più ampia e meno stereotipata.

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Contro la violenza maschile sulle donne e tutte le forme di violenza di genere

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I tessitori di nuvole hanno i piedi ben piantati per terra

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Last Wave Feminist

"Feminism requires precisely what patriarchy destroys in women: unimpeachable bravery in confronting male power." Andrea Dworkin

Links feminisme

geen feminisme zonder socialisme, geen socialisme zonder feminisme

Rosapercaso

Una femminista alle prese con il rosa

vocedelverbomammmare

tutto, ma proprio tutto di noi

Stiamo tutti bene

Le tragicomiche avventure di una famiglia di nome e di fatto

Abolition du système prostitueur

Blog du collectif Abolition 2012

REAL for women

Reflecting Equality in Australian Legislation for women

Banishea

Gegen Prostitition. Für Frauen. Für Selbstbestimmung und Unabhängigkeit. Gegen Sexkauf. Not for Sale. Weil Frauen keine Ware sind.

Psicodinamica

idee di psicologia e psicoterapia

Sarah Ditum

Writing, etc.

Femina Invicta

Feminist. Activist. Blogger.

THE FEM

A Feminist Literary Magazine

O capitano! Mio capitano!...

"Ci sono persone che sanno tutto e purtroppo è tutto quello che sanno." [Oscar Wilde]

Diana

"Nell'ora più profonda della notte, confessa a te stesso che moriresti se ti fosse vietato scrivere. E guarda profondamente nel tuo cuore dove esso espande le sue radici, la risposta, e ti domandi, devo scrivere?". Rilke