Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

#Donne e #lavoro. Rivendichiamo la nostra differenza

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“Il problema è noto ma non è famoso: la questione delle donne che lavorano in Italia è nei fatti un tema un po’ “sfigato”. Non ne parlano volentieri le donne che lo subiscono: preferirebbero essere uguali a tutti gli altri, oppure a quelle donne mitiche che invece “ce la fanno”, non hanno voglia di essere portavoce di quelle che invece no, non ce la fanno, o ce la fanno a stento e, come ha detto Beppe Severgnini, a prezzo di grandi sacrifici. Non ne parlano volentieri neanche le donne che in effetti “ce l’hanno fatta”: intanto hanno fatto una gran fatica e preferirebbero lasciarsi la faccenda alle spalle, e poi è stato provato che le donne che cercano di portare avanti le altre vengono penalizzate in termini di carriera.”

Leggo l’incipit di questo pezzo e penso che la mia percezione è un po’ diversa.

Non è vero che noi donne non ne parliamo volentieri. Ne parliamo eccome, anche se in pochi ci ascoltano. Ne parliamo e c’è chi raccoglie le nostre testimonianze. Ci sono giornaliste brave e attente che se ne occupano, cito una in particolare, Laura Preite che su La Stampa qualche anno fa diete spazio alle nostre storie, con la stessa sensibilità che leggo in ogni suo lavoro giornalistico. Laura Preite torna periodicamente sul tema. Lo dico perché non esistono solo i casi mediatici, raccolti da firme famose, che magari non hanno a cuore nemmeno le nostre storie e i problemi delle donne. Esistono le tante donne che in solitaria vanno avanti e magari decidono che un figlio non se lo possono permettere, schiacciate da una precarietà vera e permanente. Esistono i moduli pre colloquio che sondano la vita privata, numero di figli in primis, quasi come se fosse più importante delle competenze. Parola che a quanto pare interessa ormai a pochi. Così come dedicare la giusta attenzione a ciò che da anni denunciamo, anche se non formalmente, per vie giudiziarie.

Il tema del work-life balance necessita della giusta attenzione, non di riflettori che si accendono una volta all’anno, sull’onda di una polemica. Non dev’essere trendy, deve essere una priorità perché se ne comprende pienamente l’impatto in tanti ambiti. Nella nostra società abbiamo ormai un approccio consumistico per tutto. Se non ci si può lucrare sopra in termini commerciali e di mercato, il fenomeno sembra non esistere. Su questo dovremmo ragionare, sul fatto che per ottenere interventi seri e strutturali sul work-life balance, lo dovremmo far diventare un prodotto che fa tendenza, di cui si parla, non importa come, basta che se ne parli. Ed è qui il problema. L’approccio è sbagliato. Le istituzioni di questo Paese se ne devono occupare perché si tratta dei diritti fondamentali di tutt*, così come ha affermato di recente il Parlamento Europeo. E se ne devono occupare con gli strumenti e l’approccio più adeguati, non per tentativi. Non chiediamo le luci della ribalta, lustrini e paillettes, ma soluzioni che migliorino la qualità della vita di tutt*.

Personalmente di donne e di lavoro ne parlo da anni e non è mai stato un problema. Ne ho passate troppe per starmi zitta. Ho rotto il silenzio da un bel po’… ma in pochi se ne accorgono o fanno finta di niente. Lo faccio in ogni occasione, anche quando vedo lo sguardo basso e indifferente dei miei interlocutori, spesso interlocutrici e questo fa ancora più male.

Personalmente parlo di questi temi e non parlo solo della mia esperienza, ma cerco di fare proposte politiche concrete, che però non vengono ascoltate perché è politicamente più semplice e vantaggioso dare qualche bonus e qualche pacco alimentare, anziché intervenire strutturalmente. Si preferisce investire le risorse pubbliche in misure che possano tornare utili alle successive urne. Così come si dovrebbe parlare di misure per promuovere l’autonomia e l’emancipazione femminile che siano slegate dalla nostra capacità riproduttiva. Ce la fate a capire che non tutte siamo e vogliamo essere madri?

Non è sufficiente parlare di riorganizzazione del lavoro, ma rendere vantaggioso per le aziende italiane creare condizioni di lavoro flessibile, che come ho detto più volte non significa assenza di regole e tutele. Anche perché un full time che finisce alle 20 o alle 21, se va bene, è dimostrato che è improduttivo. Ma li leggete gli studi, le risoluzioni europee che potrebbero darci un indirizzo e una lettura obiettiva del contesto in cui viviamo? Oppure vi piacciono le favole e non volete smettere di credere ad esse? Quindi se volete continuare a torchiare i lavoratori siete liberi, ma sappiate che state sbagliando strada. Mi direte che tanto non pagano più gli straordinari e che quindi le ore extra sono vantaggiose per l’azienda, ma alla fine avrete degli zoombie e non dei lavoratori. Pagateci con i voucher, fateci lavorare in nero, ma poi non puntate il dito contro le nostre scelte di vita e di genitorialità.

Non è un tema trendy perché in Italia si preferisce mettere i problemi delle donne sotto il tappeto o darci qualche obolo per anestetizzarci.

Ogni tanto spunta qualche indagine o studio sul tema, ma siamo pronti a voltar pagina in fretta, dopo aver versato una manciata di lacrime di circostanza.

I problemi che viviamo nel mondo del lavoro non si misurano solo per numero di vertenze o denunce, ma anche per i numeri di dimissioni volontarie che silenziosamente racchiudono mesi, anni di difficoltà, discriminazioni e di soprusi. Perché i tempi della giustizia non permettono di essere ottimista e si preferisce chiudere una fase dolorosa al più presto. Paghiamo le conseguenze anche di una cultura e presenza sindacale sempre meno diffuse, radicate e forti. Quanto sembra lontana l’atmosfera dei tempi di “Sebben che siamo donne” che si univano in lega. Abbiamo delle belle buone lingue, dobbiamo semplicemente ricordarcene e farci sentire.

Non se ne parla a sufficienza perché fondamentalmente si richiede e si pratica il faidate, perché alla fine la qualità e il valore di una donna in Italia si misura ancora in numero di figli (grande disonore per le madri dei figli unici e per loro stessi) e capacità di far tutto senza lamentarsi, compreso per ciò che riguarda il lavoro. Il lavoro, metro di giudizio e di emancipazione unico. Quando in realtà noi donne siamo e possiamo essere tante espressioni diverse, realizzarci in mille modi e trovare risposte soddisfacenti nonostante quello che ci viene chiesto da questa società ferma all’800. Non riusciamo nemmeno a capire che non accadrà niente di buono finché ci faremo appiccicare ruoli e sensi di colpa.

Se c’è una cosa che manca alle donne è il respiro collettivo che dovrebbero avere le battaglie, da vivere e da agire collettivamente. Invece, spesso anche tra donne non c’è solidarietà e ci sono tanti “io ce l’ho fatta” che non parlano mai del prezzo che è costato farcela e dei pezzi che inevitabilmente si son persi per strada.

Non si parla spesso di #conciliazione e di #condivisione perché come molti mi fanno notare, poi ti ghettizi e diventi quasi ridicola nella tua lotta quotidiana. Perché noi donne siamo brave e piacevoli finché non ci lamentiamo. Poi diventiamo scomode, noiose e da marginalizzare. Se non riesci a barcamenarti e non accetti di essere schiacciata, sei un problema, sei la scheggia impazzita di un sistema che non è in grado più di reagire con forza.

Io reagisco con forza, faccio domande scomode e non mi interessa di essere additata come quella che si lamenta e basta. Perché rivendico il diritto a sottolineare che questo Paese ci ha fregate e ci ignora. Esistiamo solo come balie, fattrici e lavoratrici, meglio se sottopagate e sfruttate. Per la serie: “Stai zitta, sacrificati e accontentati.”

Lavoratrici nello Stabilimento Metallurgico Delta di Genova, Cornigliano-1937

Lavoratrici nello Stabilimento Metallurgico Delta di Genova, Cornigliano-1937

 

Non scrivo a Severgnini, preferisco uno spazio più a misura dei miei pensieri e riflessioni, come Mammeonline.net perché so che qui c’è ascolto e attenzione sincere. Grazie di cuore Debora Cingano.

I problemi non sono visibili a sufficienza perché ci hanno convinte che dobbiamo stringere i denti, che tra una o più tate, nonni, badanti per i genitori anziani, nidi, esternalizzazione del problema, orari scolastici dilatati, a suon di denaro possiamo superare le difficoltà. Siamo capaci di impegnarci se ci riducono di un quarto d’ora l’orario di uscita dalla scuola del figlio, ma quando si chiede di ampliare lo sguardo e l’ottica ce ne freghiamo e ognuna torna a pensare per sé. Il discorso del dito e della luna. Ci siamo dimenticate che fare tutto non è la priorità o non ci rende persone migliori, soprattutto non ci assicura risultati migliori. Ci siamo dimenticate di toglierci la corazza del “must” e di indossare un “might”. Ci siamo convinte che la nostra liberazione e parità passassero attraverso un giro nel tritacarne da wonderwoman. Ci siamo dimenticate che la parità prevede un cammino non solo delle donne, ma anche degli uomini, il cui impegno e ruolo deve maturare e deve cambiare. Sembra che giudizio e colpe ricadano sempre e soltanto sulle donne.

Ci ritroviamo con un welfare sbriciolato, non sappiamo più come agire compatte, perché pensiamo che sia inutile, superfluo. Perché il privato ha preso il sopravvento sulla dimensione pubblica. Perché non ci ascoltiamo. Perché l’importante è aver sistemato grossomodo la nostra esistenza. Non importa a che prezzo. Perché biasimiamo sempre le scelte altrui e mai mettiamo in discussione la cultura e gli stereotipi che ci hanno portato a dover far tutto e farlo bene, altrimenti non esistiamo. Esistiamo eccome, dentro e fuori il mondo del lavoro, nelle mille differenti scelte che compiamo. E parliamo, non abbiamo mai smesso di parlare e di studiare, suggerire strade alternative. Che non ve ne siate accorti è il sintomo di come vi rapportate alle donne in questo Paese. Con quello sguardo torvo o indifferente di chi non vuole cambiare realmente le cose, perché altrimenti si dovrebbe pensare come sostituire il welfare familiare gratuito prestato dalle donne. No, troppo complicato superare una volta per tutte la splendida abitudine di scaricare tutto sulle spalle delle donne. Badate bene, questa non è solo la mentalità maschile, ma appartiene anche alle donne, quando continuano a gestire il potere per delega o su modello maschile, contribuendo a mantenere lo status quo immutato. Siamo differenti e non vogliamo essere omologate e racchiuse in ruoli o cliché, rivendichiamo la nostra differenza, uguali diritti e rispetto in ogni ambito, qualunque sia la nostra scelta di vita. Siamo soggetti pienamente titolari di diritti, non subordinati a ruoli o funzioni familiari o materne. Sinora siamo state costrette a integrarci in un modello maschile di lavoro, con tempi e modalità che non hanno contemplato la differenza delle donne. La politica deve lavorare su una uguaglianza più piena e per la concreta autonomia delle donne, indipendentemente dai loro ruoli secolari. Dalla crisi e dai problemi non se ne esce senza donne. Dal 1974 non sembra essere cambiato molto.

1974

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E ora parliamo di contraccezione

Contraccezione

@Anarkikka

 

Oggi è la Giornata Mondiale della Contraccezione.

In Italia come va? la situazione non è rosea:

oltre al numero fuori controllo dei ginecologi obiettori (che penalizza l’applicazione della legge 194) e al ritorno agli aborti clandestini, al depotenziamento dei consultori e al Piano nazionale per la fertilità (fortemente lesivo della libertà dei diritti riproduttivi), arriva anche un’ulteriore notizia negativa.

Il 6 luglio scorso l’Aifa ha riclassificato alcuni anticoncezionali orali, facendoli passare dalla fascia A (mutuabile) a quella C (a pagamento).

Gli anticoncezionali non solo prevengono gravidanze indesiderate, ma curano anche serie patologie dell’apparato riproduttivo, come evidenziato dalla dott.ssa Marina Toschi (AGITe), proprio nel corso del Fertility day di Roma: “una corretta consulenza contraccettiva (…) può permetterci di salvaguardare l’utero e le ovaie evitando la crescita di fibromi o cisti ovariche, da ottenere con il buon uso di pillole estroprogestiniche (da Luglio 2016 tutte a pagamento, con costi tra i più alti d’Europa) o di spirali a rilascio di progestinico”.

Mentre la scienza ci aiuta creando pillole con dosaggi sempre più bassi, con riduzione degli effetti collaterali, le istituzioni non sembrano andare nella stessa direzione. Difatti inserire i contraccettivi in fascia C significa considerarli qualcosa di non strettamente necessario, denegando la tutela dei diritti sessuali che, insieme a quelli riproduttivi, devono essere salvaguardati anche alla luce delle normative nazionali ed internazionali.

Questi temi sembrano stare più a cuore a Paesi come la Germania (al primo posto per la creazione, l’implementazione e la verifica di politiche nazionali strategiche riguardanti i diritti relativi alla salute sessuale e riproduttiva, seguita da Olanda e Danimarca e Finlandia), che prevede con prescrizione medica la piena rimborsabilità degli anticoncezionali fino ai 18 anni e parziale tra i 18-19 anni.

Secondo l’Ippf (International Planned Parenthood Federation, qui) che ha valutato 16 nazioni Ue sulla contraccezione, l’Italia è al 12° posto. Tra i punti più critici la mancanza di campagne di sensibilizzazione e consulenze individuali per le scelta degli anticoncezionali, così come una scarsa conoscenza, anche tra gli addetti ai lavori, dei diversi metodi disponibili.

Insomma la contraccezione non è ancora una priorità della nostra politica nazionale.

Ne è riprova lo svuotamento delle funzioni originarie dei consultori che invece (ai sensi dell’art. 2 della 194/78) dovrebbero procedere a “La somministrazione su prescrizione medica, nelle strutture sanitarie e nei consultori, dei mezzi necessari per conseguire le finalità liberamente scelte in ordine alla procreazione responsabile è consentita anche ai minori.”.

Nella stessa direzione va la disapplicazione dell’art. 4 della Legge 29 luglio 1975 n. 405, in base al quale i consultori dovrebbero farsi carico de “L’onere delle prescrizioni di prescrizioni di prodotti farmaceutici va a carico dell’ente o del servizio cui compete l’assistenza sanitaria. Le altre prestazioni previste dal servizio istituito con la presente legge sono gratuite per tutti i cittadini italiani e per gli stranieri residenti o che soggiornino, anche temporaneamente, su territorio italiano.”.

Lo smantellamento della legge del 1975 sui consultori ha reso di fatto impossibile sia prevenzione che diagnosi precoci diffuse, così come un’informazione costante sulla salute sessuale e riproduttiva delle donne, nonché degli uomini.

Sollecitiamo il Ministero della Salute ad un’adeguata attenzione e programmazione per ciò che concerne la salute sessuale e riproduttiva, per garantire, ampliare e migliorare i servizi, evitando tagli di spesa indiscriminati, lesivi della salute di quella parte della popolazione che più necessita di tutele ad hoc, per condizione economica, sociale e culturale.

Chiediamo al suddetto ministero di tornare ad investire e a uniformare la situazione regione per regione, al fine di assicurare un ricambio generazionale di medici e operatori al loro interno, rendere pubblici i monitoraggi sui consultori ed evidenziare carenze ed eventuali situazioni in cui è necessario intervenire.

I servizi integrati territoriali (consultori, medici di medicina generale) non sono un optional ma servizi fondamentali. Occorre intervenire per poterli rendere accessibili a tutt*, al fine di salvaguardare la loro salute, sempre nel rispetto della libertà di scelta di ciascun*.

Auspichiamo che tali servizi lavorino insieme a scuole, farmacie e associazioni locali per diffondere conoscenza sui diritti sessuali e riproduttivi, avviare iniziative per intercettare i bisogni degli adolescenti, fornire la giusta informazione e assistenza alle donne migranti.

Solo così sarà possibile contrastare l’infertilità, le malattie sessualmente trasmissibili, le patologie, le gravidanze precoci e indesiderate e nel contempo incrementare una consapevolezza del proprio corpo e dell’importanza di controlli periodici per proteggere la propria salute riproduttiva e non solo.

Domandiamo al Ministero della Salute campagne nazionali sulla salute improntate ad un’analisi realistica della situazione attuale e basate sull’importanza di una “cura” adeguata e universale per la tutela dei diritti riproduttivi e sessuali, che allo stato attuale risultano alquanto negati.

 

Le donne di Obiettiamo la Sanzione

 

Questo comunicato sull’Espresso sul blog di Stefania Anarkikka Spanò:

http://anarkikka.blogautore.espresso.repubblica.it/2016/09/26/e-ora-parliamo-di-contraccezione/

 

Link di approfondimento:

http://www.gazzettaufficiale.it/…/originario;jsessionid=0lK…

http://www.federfarmavicenza.it/…/6015-circolare-n-153-2016…

http://www.repubblica.it/…/contraccezione_italia_indietro-…/

http://www.salute.gov.it/i…/C_17_normativa_1545_allegato.pdf

http://old.cgil.it/news/Default.aspx?ID=3506

 

 

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Conciliazione: approcci all’italiana

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L’Europa, lo abbiamo visto nella recente risoluzione del Parlamento, parla di conciliazione in termini di tempo sufficiente da dedicare allo sviluppo personale, quindi dei tempi di lavoro che lo consentano. L’Europa parla di conciliazione come una serie di misure modulari che coprano e si adattino alle esigenze di ciascuno e alle varie fasi della vita.
Conciliazione come concetto e problema ampio. Lotta alle discriminazioni, alle disparità, alla povertà, alla precarietà. Conciliazione in Europa significa condivisione delle responsabilità dei compiti di cura e domestici. Quindi politiche che coinvolgano uomini e donne.
Non c’è un discorso che privilegi una fascia d’età o di reddito, l’approccio deve ricomprendere tutti, “La conciliazione tra vita professionale, privata e familiare deve essere garantita quale diritto fondamentale di tutti”.

Creare dei privilegi definendo chi usufruisce delle misure e chi no, denota uno sguardo chiuso. Le risorse sono poche, ma se guardiamo attentamente, non possiamo continuare con bonus destinati solo alle madri, voucher baby sitter o nidi che non servono e non sono realistici con i costi reali di questi servizi, sconti fiscali per prodotti per la prima infanzia.

Dobbiamo puntare a misure che incentivino la partecipazione delle donne al lavoro, che le aiutino a entrare, restare, rientrare, che incentivino la condivisione, altrimenti lo stereotipo della donna che ha il carico totale dei compiti di cura non si allevierà. La conciliazione non è solo “questione da donne”, per questo dobbiamo parlare anche di condivisione.

Dobbiamo pensare che i compiti di “care” sono molteplici e non necessariamente legati a un figlio. Se facciamo politiche di conciliazione con la sola ottica dell’incremento delle nascite siamo fritti. L’approccio l’ha indicato l’UE, benessere, qualità della vita, approccio modulare per tutte le fasi della vita, abbattimento delle discriminazioni per chi si prende i congedi, sostegno alle madri single, attenzione ai compiti di cura per familiari anziani o malati, contrasto alle discriminazioni per persone LGBTI, lavorare per retribuzioni paritarie, rendere le donne indipendenti economicamente. Tutto questo fa bene al PIL, alle aziende e all’andamento demografico. Ma prima di tutto c’è l’attenzione al giusto equilibrio vita-lavoro.

Il problema della conciliazione non lo si può far coincidere con la prima infanzia, come se una volta superati i 6 anni la strada sia in discesa e non ci fossero più ostacoli. Quando si parla di cicli di vita significa ragionare su politiche che coprano l’intero arco dell’esistenza, in cui i compiti di cura variano.

 

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​La #conciliazione non è un lusso di pochi. La #conciliazione è un diritto fondamentale di tutti.

 

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Italia 2016. Tra fertility day, prestigio della maternità, fertilità bene comune e altre ciliegine “risolte” tutte in “un semplice errore di comunicazione”, “correggeremo la campagna”, va in scena la solita rappresentazione. Per fortuna c’è chi fa notare che l’impianto ideologico alla base del piano nazionale per la fertilità è anacronistico e lesivo per tanti motivi e per tante persone (qui e qui). Sta di fatto che anziché accogliere i suggerimenti, cogliere dalle critiche un approccio diverso e avviare un percorso multidisciplinare, si preferisce far finta di niente. Poi forse si metterà una toppa.

Ci sarebbe bisogno di interventi organici e strutturali, di ristrutturare un welfare sulla base delle esigenze attuali, assicurando a tutt* un buon work-life balance, che non è “quella roba lì da donne”, ma riguarda l’intera comunità.

A quanto pare per l’Unione Europea la parità di genere è una questione centrale e nonostante i suoi limitati poteri di intervento negli ambiti delle politiche del lavoro e sociali, per sussidiarietà ancora in gran parte di competenza degli Stati membri, periodicamente si adopera per poter sollecitare affinché si ragioni e si intervenga per cambiare lo status quo.

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Le istituzioni al fianco di una scuola in prima linea contro la violenza di genere

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Il gruppo Chi colpisce una donna, colpisce tutte noi, al riguardo della drammatica vicenda di Melito Porto Salvo, indirizza una lettera aperta a Lucia Annibali, di recente designata consigliera giuridica del ministro per le pari Opportunità Maria Elena Boschi.
Gentilissima Lucia Annibali,
conosciamo il suo impegno e sensibilità per le donne vittime di violenza. Con la sua testimonianza ci ha reso evidente quanto importante sia non sottovalutare mai alcuni segnali, quali non lasciarsi sopraffare dalla violenza, trovare una via d’uscita da quello che sembra amore e invece è purtroppo un nodo che si stringe sempre più e che va fermato prima che ti annienti completamente.
Le scriviamo perché gli ultimi dettagli e sviluppi del caso di Melito di Porto Salvo ci offrono un quadro più chiaro di quali siano stati gli elementi che hanno portato alla denuncia delle violenze subite dalla ragazza. Da un articolo veniamo a conoscenza del fatto che sia stata un’insegnante a rendersi conto del disagio della ragazza, che traspariva dai suoi temi, segnalandolo ai Carabinieri. Da questo primo atto fondamentale, partito proprio dalla scuola, sono state avviate le indagini sfociate negli arresti disposti dalla Procura di Reggio Calabria. Risulta evidente, conseguentemente, il ruolo centrale ed essenziale di questa docente e dell’istituzione scolastica, che sono riuscite a cogliere il bisogno d’aiuto dell’adolescente e hanno agito d’intesa con le forze dell’ordine.
È proprio da qui che, a nostro avviso, occorre ripartire per costruire un futuro diverso, per dare una prospettiva e modelli diversi alle future generazioni. Per lavorare in quella collettività, a partire da dove si formano le/i future/i cittadine/i. La ragazza di Melito va sostenuta fino in fondo, perché non resti sola anche quando, spenti i riflettori mediatici, dovrà affrontare i vari gradi di giudizio ma, soprattutto, rapportarsi alla propria comunità. Una comunità che vorremmo fosse aiutata ad esserle di supporto. Al contempo occorre intervenire in quel contesto in cui sono accadute le violenze, perché tutti facciano a fondo la propria parte.
Siamo al fianco delle donne di Melito che da tempo chiedono uno sportello antiviolenza, siamo al fianco delle donne calabresi che resistono e lottano affinché nella loro Regione si sostenga e si attui pienamente la legge antiviolenza del 2007. Queste donne devono essere ascoltate e va assicurata loro la possibilità concreta di portare avanti il loro prezioso lavoro per e con le donne. Perché il contrasto alla violenza sia efficace occorre che si mettano in atto sinergie e interventi a 360°.
Per colmare il vuoto che inevitabilmente questa vicenda lascerà, per aiutare a metabolizzare l’accaduto, soprattutto bambini e ragazzi, a cui occorre più che mai insegnare che la cultura dello stupro viene respinta dallo Stato. A Melito di Porto Salvo, come nel resto dell’Italia. Per questo Le chiediamo di farsi promotrice di un incontro presso le scuole di questa cittadina, per parlare con dirigenti ed insegnanti, per lavorare ad una progettualità sistematica sul tema del contrasto e della prevenzione della violenza, nelle sue varie sfaccettature. Potrebbe essere un’ottima occasione per innescare una consapevolezza nuova e una elaborazione che altrimenti potrebbe arrivare a tempo scaduto. L’auspicio è che da questa interlocuzione con le istituzioni scolastiche locali nasca una progettualità feconda, che lavori nel tempo per attuare quel cambiamento culturale, interrompendo il ciclo che alimenta la violenza. Si potrebbero utilizzare i bandi europei a riguardo, stanziare fondi ad hoc su progetti specifici, finanziare borse di studio per i ragazzi, sostenendoli nel prosieguo del loro percorso scolastico.
Siamo ben consapevoli di quanto importante sia l’istruzione come chiave per uscire da situazioni di disagio e di emarginazione, come valvola di riscatto sociale. Tutte queste leve aiutano a ricucire quel tessuto comunitario che altrimenti rischia di restare compromesso e di non mutare. Sappiamo invece quanto necessario sia il cambiamento, la maturazione, l’elaborazione. A Melito come in tutto il Paese, perché abbiamo conoscenza che certi episodi sono purtroppo frequenti in tutta la penisola, come dimostrano i recenti casi di violenze sessuali perpetrate da adolescenti.
Confidiamo nella sua sensibilità e nell’attenzione che ha dimostrato nei confronti degli interventi educativi nelle scuole, a cui si è Lei stessa dedicata.
Siamo certe che non lascerà cadere nel vuoto questo nostro appello, La sentiamo vicina alle donne.
Con stima,
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Mettere fine alla cultura dello stupro e della violenza. Quali azioni?

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Le mie riflessioni per un contrasto efficace alla violenza contro le donne, che richiede un intervento a 360° e la sinergia di più parti.

Qui di seguito un estratto.

Non basta dire che non deve più succedere. Perché poi si rimuove e nulla cambia, nulla cambia nella cultura del possesso e machista patriarcale. Il dominio maschile resta indiscusso, giustificato e queste violenze alla fine sembrano sempre colpa delle donne, che incrinano gli equilibri e i ruoli precostituiti. Chi per omertà, chi per indifferenza, coprono con connivenza questi orrori.

La violenza è compiuta da uomini normali, imbevuti però di una cultura che li assolve dalla violenza, abituati a compierla per sostenere un’idea di una virilità malata e distorta.

Secoli, secoli di questa mentalità son difficili da sradicare, per questo non si può e non si deve fare affidamento sull’educazione familiare, ma su un’educazione al rispetto che sia scevra da questo bagaglio, fardello pesante di cultura della violenza e dello stupro.
In fondo, certe reazioni dei compaesani ricalcano la stessa matrice che copre le organizzazioni mafiose e criminali, la mentalità va sradicata fornendo modelli alternativi, anziché tramandare questi abomini. I modelli devono cambiare e ci devono al contempo essere gli strumenti concreti per sostenere questo cambiamento, oltre le parole.

Dobbiamo percorrere insieme una strada nuova, finalmente fuori dagli stereotipi, dalle discriminazioni, dalla violenza in ogni forma. Le istituzioni non possono permettersi di mancare in questo percorso.

A Melito come in tutta Italia, donne e uomini della società civile e istituzioni devono essere presenti, compatti, uniti e farsi sentire sui territori, stando al fianco delle vittime per assicurare loro solidarietà e aiuti concreti, giustizia celere, cultura del rispetto e della legalità per uscire dalla nebbia fitta fatta di omertà e indifferenza.

Per dare la speranza e la prospettiva di un futuro diverso. Tutto questo deve diventare una prassi consolidata e deve essere applicata in ogni caso di violenza.

Quando si spegneranno i riflettori, si dovrà essere ancora più vicini alla ragazza, perché la speranza di giustizia si trasformi in certezza, affinché non accada più una violenza simile. La parte della comunità solidale con la ragazza deve avere le stesse certezze, che ciò che è accaduto non sia accaduto invano. Perché ci vorrà tanta forza e coraggio per costruire quel futuro.

 

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Ministra Lorenzin, ci ascolti!

Avrà anche avuto le proprie ragioni la Ministra Lorenzin, non presentandosi alla Festa dell’Unità di Milano lo scorso 2 settembre, come evidenziato dal suo portavoce. Di contro, però, noi riteniamo che chi, come lei, ricopre un così importante ruolo istituzionale, debba assumersi sempre le conseguenti responsabilità, affrontando, ad esempio, i cittadini e le cittadine quando tira una forte aria di contestazione.
Se l’avesse fatto l’altro giorno, ci saremmo volentieri confrontate con lei sui problemi che riguardano le nostre esistenze e le nostre scelte. L’occasione era quella giusta, perché il tema del confronto pubblico con la ministra era “Curare bene, curare tutti”.
Le avremmo spiegato quanto tutto il progetto sulla fertilità ci sembri proprio irricevibile e perché come donne ci siamo sentite umiliate nella nostra dignità. Le avremmo rappresentato come le difficoltà di una effettiva applicazione della 194 si configuri come una manifestazione concreta proprio di una lesione dei nostri diritti riproduttivi.

#FertilityDay

Invece ci siamo trovate al cospetto del sottosegretario De Filippo, che ha sposato, sul Fertility Day, la linea della Ministra Lorenzin, condividendo con lei la valutazione di non aver sbagliato tutto l’impianto del Piano, ma solo la campagna di comunicazione!

Ci ha rinfrancato, nel dibattito, la netta presa di posizione della senatrice Emilia De Biasi, quando l’abbiamo sentita ribadire come dietro la campagna e il Piano ci siano un’idea e un progetto ben precisi e irricevibili. Ancora di più l’abbiamo apprezzata nel sentirla parlare della condizione delle donne in Italia, toccando il tema della conciliazione tra lavoro e famiglia, della legge 194 da applicare, dei consultori da potenziare e della Legge 40 da riformulare, poiché noi di #ObiettiamoLaSanzione proprio quei temi volevamo rappresentare alla ministra Lorenzin.

Per questo siamo intervenute alla Festa dell’Unità illustrando e distribuendo il seguente comunicato:

“In Italia abbiamo un problema serio circa l’applicazione della Legge 194.
Forse non tutta l’opinione pubblica è al corrente del fatto che, citando solo l’ultimo caso balzato alla cronaca, a Trapani nell’ospedale di riferimento per tutta la provincia non è presente in pianta organica nessun ginecologo non obiettore. Al momento il servizio è coperto da un ginecologo di Castelvetrano che si reca a Trapani una volta alla settimana.
Le due pronunce definitive del Comitato europeo dei diritti sociali, quella del 2014 e quella del 2016, attestano “palesi responsabilità delle istituzioni pubbliche italiane nella lesione dell’effettivo esercizio del diritto alla protezione della salute”, e il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa“attende con interesse la segnalazione al Comitato dei diritti sociali nel 2017”.

Come attiviste di Obiettiamo La Sanzione dubitiamo della tesi della Ministra Lorenzin per cui “gli eventuali problemi di accesso ai servizi di interruzione volontaria di gravidanza sono dovuti a criticità organizzative locali e non al numero degli obiettori di coscienza”.
Ad esempio in Lombardia la percentuale dei ginecologi obiettori è del 69,4%. In 7 ospedali lo è la totalità (Calcinate, Iseo, Gavardo, Oglio Po, Melzo, Broni-Stradella e Gallarate). In 12 ospedali la percentuale di obiezione è tra l’80% e il 99% (per esempio Fatebenefratelli e Niguarda di Milano) e solo in 8 strutture è inferiore al 50%.
C’è un notevole ricorso a medici “gettonisti”, esterni chiamati a sopperire alla mancanza interna di non obiettori. Il costo nel 2014 è stato di 255.556 euro. A causa di questa mancanza anche i tempi di attesa si allungano: la Lombardia è sedicesima per i tempi di attesa tra la certificazione e la data dell’intervento. Questo anche perché solo il 65% delle strutture che hanno un reparto di ginecologia e ostetricia effettua Ivg. Una sorta di percorso ad ostacoli quindi. Sempre nella nostra regione nel 2014 le Ivg sono calate del 5,2%, ma meno di quello di altre 15 regioni. Aumentano le gravidanze sotto i 18 anni, negli ultimi 5 anni +31%.

Dall’indagine sull’obiezione di coscienza condotta dal gruppo regionale del Pd emergono alcuni elementi su cui riflettere. Nel 2013 il 41,4%, (per un totale di 6.913) delle Ivg sono state effettuate da donne straniere, le italiane sono state 9.765. Al contrario di quanto avvenuto in altre regioni, la Lombardia non ha aderito al progetto promosso e finanziato dal ministero della Salute sulla prevenzione dell’aborto tra le donne straniere tramite la diffusione di buone pratiche (formazione degli operatori, potenziamento dell’organizzazione dei servizi per favorire l’accessibilità, promozione di una capillare informazione nelle comunità immigrate).

Siamo indietro anche nell’utilizzo del metodo farmacologico (RU486). La Lombardia è al quindicesimo posto rispetto alle altre regioni, è ferma al 4,5% nel 2014. La spiegazione in parte è data dal fatto che 30 strutture delle 62 che effettuano interruzioni di gravidanza non utilizzano la RU486; inoltre passa troppo tempo tra la certificazione e l’effettiva esecuzione dell’ivg e questo fa scadere i termini temporali (49 giorni) entro i quali è possibile utilizzare il metodo farmacologico. A questo si aggiunge che, per la RU486, viene applicata in maniera ferrea l’indicazione nazionale dei tre giorni di ricovero, a differenza dell’Ivg chirurgica che è eseguita in day hospital”. I consultori sono un altro punto dolente del sistema sanitario lombardo.
Insomma, emerge una fotografia non certo all’insegna dell’efficienza, della tutela della salute psico-fisica della donne, della garanzia dei diritti delle donne in termini di salute sessuale e riproduttiva.

Siamo certe della copertura adeguata? E, ulteriore domanda, siamo davvero sicure che il sistema di monitoraggio, di cui tanto parla la ministra Lorenzin, risponda alla realtà, al di là dei dati disaggregati adoperati dal Ministero? Valutiamo la richiesta di IVG, ovvero quante donne richiedono IVG e quante trovano risposta alla loro richiesta. Il numero di IVG nelle strutture autorizzate diminuisce, ma andrebbe approfondito il fenomeno degli aborti clandestini per comprendere se non ci sono falle nel sistema.
Per quanto riguarda la quantificazione degli aborti clandestini nel Paese, l’Istituto Superiore di Sanità effettua le stime utilizzando lo stesso modello matematico applicato nel passato, pur tenendo conto dei suoi limiti. La Laiga ribadisce che il fenomeno va attentamente studiato trovando degli indicatori adeguati e non si può velocemente chiudere l’argomento con un fantomatico e fantastico studio ipotetico matematico.

Se la 194 non viene applicata o abbiamo dei servizi non garantiti siamo noi donne a subirne le conseguenze, una violenza sulla pelle e nei corpi che reputiamo intollerabile in un Paese civile. Tornano le ombre della clandestinità, dei farmaci abortivi venduti su internet: non più ferri da calza, mammane, ma pillole antiulcera che vengono assunte in dosi massicce. Sapete cosa comporta tutto questo? Emorragie interne e rischio per la vita.”
Il gruppo #ObiettiamoLaSanzione

 

Qui il video del nostro intervento.

Qui il post sul blog di Anarkikka su L’Espresso.

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Piano nazionale per la fertilità: il Governo ne corregga gli obiettivi

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Lettera Aperta al Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana

Il rilevante clamore mediatico, sviluppatosi in merito alla campagna promozionale del Fertility day, ci ha consentito di visionare il correlato Piano nazionale per la fertilità predisposto dal Ministero della salute.
Ci siamo trovate di fronte ad un documento d’intenti, avente la finalità di “collocare la Fertilità al centro delle politiche sanitarie ed educative del nostro Paese”. Al fine di raggiungere questo obiettivo si propone di rileggerla “come un bisogno essenziale non solo della coppia ma dell’intera società promuovendo un rinnovamento culturale in tema di procreazione”.
Solo che ad esaminare attentamente l’intero Piano nazionale per la fertilità constatiamo che si mandano al macero quelli che sono state e continuano ad essere passaggi fondamentali in tema di libertà delle scelte riproduttive.
Non siamo contrarie a che si affronti il problema dell’infertilità dal punto di vista sanitario, ma collegarlo alla necessità di contrastare il fenomeno della denatalità in Italia è più che forzato. Premesso che le politiche sanitarie pubbliche non sono titolate ad entrare nel merito di questioni riguardanti la sfera privata di ogni cittadin*, ci domandiamo il motivo per il quale la campagna ministeriale, finalizzata alla prevenzione “perché l’infertilità è una questione di Salute Pubblica” (B. Lorenzin), vada ad esprimere giudizi di valore, quali quello che la maternità sia un Prestigio. Di qui a considerare non “prestigiosa” la donna che non avverte il bisogno di procreare o che non può farlo il passo è breve, configurandosi in tal modo una palese discriminazione e una violenza inaccettabile.
Non si tratta unicamente di uno scivolone sul versante “comunicazione”, come se avessimo frainteso gli obiettivi. Dalla lettura del Piano appare evidente che a monte c’è un’idea, un progetto che ha un indirizzo e un’impostazione pericolose per uno Stato laico, che non dovrebbe indicare ai propri cittadini se, quando e come diventare genitori. Ci appare evidente allora di trovarci di fronte ad una delle tante scelte ideologiche connotanti il Piano nazionale per la fertilità, come d’altronde tale è anche quella di non valutare la stretta correlazione tra denatalità e insufficienti politiche a sostegno del lavoro e della sua conciliazione con i bisogni famigliari. Difatti leggere nel documento in questione che “non si può considerare il fattore economico l’unico elemento determinante nel rinvio di una gravidanza” evidenzia un giudizio che non compete a chi formuli un piano a carattere sanitario. Ad avallare siffatta impostazione ideale si corre il rischio che si passi celermente ad indicare autoritativamente le condotte personali, a considerare i corpi e i gameti come beni di proprietà dello Stato, a subordinarvi le scelte riproduttive personali, con una palese violazione delle libertà individuali.
Come donne siamo ben consapevoli che un conto sia chiedere allo Stato di fornirci gli strumenti essenziali a soddisfare i nostri bisogni di specifici servizi sanitari, quali provvedimenti per una doverosa applicazione della 194 e una nuova e più che necessaria legge non discriminatoria sulla fecondazione assistita, dopo che la legge 40 è stata svuotata da innumerevoli sentenze. Altro è invece sminuire per meri calcoli ideologici il diritto di optare per una gravidanza o meno in base alle nostre esigenze di vita. Saremo noi a sceglierla quando considereremo in piena coscienza che sia arrivato il momento giusto. Soprattutto in un Paese come il nostro dove la maternità diventa un elemento di precarietà economica.
Auspichiamo che si lavori in un’ottica di prevenzione, diagnosi precoce e cura delle patologie dell’apparato riproduttivo, che possono portare a problemi di infertilità. Al Ministero della Salute chiediamo di occuparsi quindi di infertilità maschile e femminile. Veicoliamo consapevolezza, non ruoli e destini predeterminati.
Questo dovrebbe essere l’obiettivo primo di uno Stato che rispetta i suoi cittadini e le sue cittadine e che, con il giusto grado di empatia, gli permette di sviluppare appieno e liberamente i propri desideri e progetti di vita.
L’art. 3 della nostra Costituzione recita:
“E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”
Prendersi cura della propria salute sessuale, conoscere il proprio corpo è una cosa, farlo per fini riproduttivi e dare figli alla patria è altro. Non riconduciamo tutto a un destino biologico. Perché ci potrebbero essere desideri diversi che vanno rispettati.
Per questo occorre avere un approccio laico a questi temi, perché la laicità deve essere nel DNA di uno Stato che vuole trasmettere i giusti messaggi.
A questo Governo, che sin dai suoi albori si definì come quello con la più alta rappresentanza femminile della storia della Repubblica italiana, chiediamo, quindi, una formulazione nuova del Piano nazionale per la fertilità, finalmente libera da impostazioni ideologiche fuorvianti, facendone salva la parte frutto di contributi meramente tecnico-scientifici.
La denatalità si argina con politiche pubbliche multidisciplinari congrue ed efficaci, non con tesi valoriali come quella di ritenere la maternità un prestigio.
Questa volta la clessidra tanto criticata della campagna promozionale del Fertility day la terremo in mano noi, per verificare quanto tempo necessiti a questo Consiglio dei Ministri per capovolgere le linee guida dell’attuale Piano per la fertilità.
Ricordando ai titolari dei dicasteri interessati alle questioni correlate alla scarsa natalità nel Paese, che noi donne sono anni che chiediamo politiche per garantire l’autodeterminazione e la possibilità di avere i figli che vogliamo” (Linda Laura Sabbadini).
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Le nostre scelte riproduttive ci appartengono

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Ci risiamo. Ieri quando ho letto questo pezzo di Enrica di Narrazioni Differenti mi è venuto un déjàvu. Speravo che l’idea che la Ministra Lorenzin coltiva dal 2014 si fosse arenata. Invece no.

Fertility day: la bellezza della maternità e paternità. Affrettatevi, siamo deperibili, prodotti soggetti a scadenza. È sotto i nostri occhi il magnifico Piano nazionale di fertilità del Ministero della Salute. Viene in mente l’immagine di una popolazione assimilata a un campo da preparare per la semina intensiva. Come i piani di bonifica del Duce. Peccato che siamo esseri umani e non acri di terra.
Scarsa natalità? Calo demografico? Una soluzione degna del Ventennio in versione 2.0, quando si incentivavano le nascite e si chiamavano i figli Benito. Una “rieducazione” non richiesta alla maternità, un grande piano nazionale di fertilità con tanto di fertility day il 22 settembre 2016. Cosa facciamo, mettiamo le donne in batteria, come le galline?
Se poi affrontiamo la questione della maternità in età sempre più elevata, la Ministra dovrebbe anche ricordarsi che si diventa mamme più tardi perché studiamo più a lungo, perché il lavoro è precario, scarso, mal retribuito e la stabilizzazione stenta ad arrivare, se arriva. Quindi, se da un lato la fertilità è maggiore da giovani, non è detto che vi siano anche adeguate condizioni di vita.
Siamo un paese in cui i servizi di sostegno scarseggiano e le politiche di conciliazione e di condivisione sono chimere. Insomma, anacronismo e una distanza abissale dalla realtà.
Tra cartoline e fertility game, per lo Stato italiano siamo ancora patrimonio dello Stato, destinate a sfornare figli per la patria. Peccato che non ci si renda conto del contesto, del perché non facciamo figli o della possibilità di scegliere o meno di diventare genitori. Non è mica un destino obbligato.
La nostra fertilità ci appartiene in toto e non è assolutamente un bene comune, per cui nessuno può sostituirsi a noi nelle nostre scelte di riproduzione. Tanto meno lo Stato. Ricordiamo che la Legge 194/78 riconosce alla donna la possibilità di interrompere volontariamente la sua gravidanza.
Essere genitori in Italia non è proprio una passeggiata semplice.
Spesso basta un dettaglio e ti ritrovi con stipendio e carriera bloccate, se non fuori dal mercato del lavoro. Diventare madre è uno di questi motivi. Non ci siamo ancora liberate dal gender gap.
L’Italia può vantare il primato del “costo più basso dei licenziamenti a livello mondiale”.
L’inchiesta de L’Espresso del 2015 parla chiaro: “negli ultimi cinque anni in Italia i casi di mobbing da maternità sono aumentati del 30 per cento. Secondo le ultime stime dell’Osservatorio Nazionale Mobbing solo negli ultimi due anni sono state licenziate o costrette a dimettersi 800mila donne. Almeno 350mila sono quelle discriminate per via della maternità o per aver avanzato richieste per conciliare il lavoro con la vita familiare”.
Ripristinare la normativa contro la pratica delle dimissioni in bianco è stato solo il primo passo, occorre ostacolare le modalità che vengono messe in campo per “invitare” le donne a dimettersi “volontariamente”.
Perché potersi dedicare anche alla propria vita privata non sia un lusso, una strada impraticabile se non a costo della rinuncia al lavoro (ovviamente questo vale per uomini e donne). Un giusto equilibrio non deve essere lo stigma, ma un cambiamento culturale necessario, che produce benefici sul dipendente e ricadute positive sul lavoro. Perché occuparsi di un figlio o di un familiare non può essere considerato una fonte di peso aziendale. Deve cambiare l’organizzazione aziendale oppure perderemo terreno e risorse umane. Quindi lasciateci scegliere e progettare i nostri tempi di vita-lavoro. Sono state presentate anche proposte di legge a riguardo, per fornire sostegni in questi casi.
Quando parliamo di sostegni non parliamo di bonus o di assegni una tantum subordinati a Isee irrealistici. Parliamo di un sistema strutturato, che incentivi a lavorare e dia sostegni concreti, anche di deduzione fiscale significativa. Parliamo di congedi di paternità retribuiti e con durate pari o simili a quelle previste per le donne, per incentivare la condivisione. Parliamo di servizi a prezzi calmierati. Parliamo di permettere a tutti di scegliere soluzioni part-time. Soluzioni che incentivino l’emersione dal nero delle donne che lavorano, rendendolo conveniente, restituendo in questo modo alle lavoratrici i loro diritti.
Non parliamo solo di nidi, perché sappiamo che non sono una soluzione sufficiente (certamente i costi attuali sono troppo elevati e gli orari sono spesso incompatibili con orari di lavoro full-time). Parliamo di flessibilità e incentivi per i genitori, non solo per le mamme.
L’uso dei bonus una tantum, che aiutano a tamponare, ma non rappresentano una soluzione reale dei problemi per cui si sceglie di non fare figli. Serve un approccio redistributivo della ricchezza, che permetta di vivere in condizioni dignitose. Il bonus per le mamme è antitetico a una politica strutturata di fuoriuscita dal bisogno. Si tratta di soluzioni che generano discriminazioni e una volta terminate lasciano il vuoto.
Ci piacerebbe che si parlasse maggiormente di servizi di conciliazione, magari a prezzi calmierati, come per esempio incentivare la creazione di una rete di sostegno di mutuoaiuto tra cittadini (volontaria e gratuita) per rendere più agevoli tanti piccoli aspetti della vita dei genitori. È questione di prospettive favorevoli non solo di breve/brevissimo periodo. Un figlio ha dei “costi” crescenti, di varia natura.
Dobbiamo spiegare e insegnare alle persone che mettere al mondo figli è una responsabilità personale, implica una capacità di comprensione di cosa significa crescere dei figli, crescere che non significa nutrire solo con un piatto di pasta, ma nutrirli culturalmente, trasmettergli un sistema di valori, seguirli, sostenerli, educarli, dargli opportunità per un futuro dignitoso, per essere dei cittadini attivi e non passivi.
Chiediamo alla Ministra Lorenzin come si possono mettere al mondo e crescere i figli se si è senza lavoro, si è precari e la rete dei servizi è spesso carente?
“Negli ultimi 2 anni sono aumentati del 30% i casi di donne licenziate o costrette a dimettersi; almeno 350 mila sono state discriminate per via della maternità”: che fare?
Essere genitori è un compito di responsabilità, ed è il motivo per cui in molti decidono di non potersi permettere questo impegno, perché tante condizioni non lo permettono. Quindi anziché stigmatizzare chi sceglie consapevolmente di non fare figli perché si rende conto del contesto ostile, dovremmo occuparci di diffondere questa consapevolezza e aiutare in modo strutturale le persone. Non basta l’obolo una tantum o il pacco di beni alimentari, che sono ottime soluzioni tampone (senza le quali la situazione sarebbe ancor più drammatica) ma che non risolvono una questione così enorme, difficile, che ha una matrice anche culturale e di mancanza di opportunità reali. Non siamo in grado o non vogliamo guardare alle radici dei problemi. Offriamo piuttosto un sistema efficiente di collocamento o ricollocamento lavorativo con annessa formazione, condizioni di conciliazione reali e alla portata di tutt*, supporti educativi e di sostegno per far maturare una consapevolezza alla genitorialità. Vogliamo sostenere una genitorialità in modo finalmente organico e non emergenziale, come se poi dovesse arrivare una mano divina a risolvere tutto? Certo che se non applicheremo delle misure radicali che vadano a monte delle difficoltà, la natalità continuerà a crollare e chi farà figli sarà alla mercé della buona o cattiva sorte. Esattamente come nell’800. Vogliamo davvero tornare indietro?

Dobbiamo crescere cittadini/e attivi/e e genitori che capiscano pienamente che cosa significa l’impegno di un figlio. Dobbiamo spiegare che dei figli che continuano gli studi saranno dei cittadini migliori, dobbiamo spiegare che la vita di una donna non coincide solo col mettere al mondo figli. C’è altro e ci deve essere altro nella vita delle ragazze e delle donne.
Auspichiamo un futuro diverso, in cui tutti siano resi autosufficienti e consapevoli. Questo è il compito di uno Stato efficiente e lungimirante, questo è il compito di chi si ritiene progressista. Così come dovrebbe essere prioritario osare e spingere verso un reddito di base (articolabile con varie modalità) con programmi di (re)inserimento nel tessuto produttivo e sociale.
Sul tema della conciliazione, vedremo che risultati porterà il Ddl per il lavoro agile o smart working “Misure per la tutela del lavoro autonomo non imprenditoriale e misure volte a favorire l’articolazione flessibile nei tempi e nei luoghi del lavoro subordinato”. Il lavoro agile deve essere flessibile e produttivo, fondato su un patto tra datore di lavoro e dipendente proprio per raggiungere questi obiettivi. Flessibilità che fa rima con possibilità di conciliare vita privata e lavoro. Flessibilità del luogo di lavoro che deve tradursi in un aumento della produttività. Agile non significa che non siano previsti periodi in cui lavorare in azienda, per non perdere gli aspetti positivi del lavoro di squadra e dell’affiatamento derivante dall’appartenenza al medesimo progetto aziendale.
Si tratta di un segnale importante di come sia maturato un diverso approccio alle modalità del lavoro e di quanto poco c’entri la produttività con le ore di permanenza nel luogo di lavoro e alla scrivania. Certo lo smart working non è adatto a tutti i tipi di lavoro, non piace a tutti, ma può essere preferito in alcuni periodi della propria vita perché consente di mantenere insieme vari “pezzi” degli impegni quotidiani.
Ripristiniamo il Fondo nazionale per le Consigliere di Parità, figure che intervengono nelle discriminazioni collettive e individuali nel mondo del lavoro e promuovono concrete politiche di pari opportunità di genere.
Meno bonus una tantum e più politiche strutturali e diffuse. Per capirci, facciamo girare ricchezza e risorse, niente pacchetti di aiuto a pioggia, ma frutto di una verifica sul campo e di una strategia di lungo corso. Si chiama politica della redistribuzione, e qualcuno dovrà sacrificarsi o iniziare a pagare equamente, in base alle proprie possibilità. Le risorse di trovano attraverso una seria lotta all’evasione.
Quali potrebbero essere le soluzioni alternative per una efficace azione informativa ed educativa?
Vi ricordate i consultori? Ebbene, se funzionassero ancora, con le caratteristiche originarie (luoghi nati dal lavoro delle donne, come spazi per le donne, per una sessualità vissuta liberamente, senza le coercizioni di stampo patriarcale) e fossero attivi e presenti con sufficienti e adeguate risorse sui territori (ricordiamo che la copertura prevista non è stata mai raggiunta), forse non avremmo bisogno di una campagna ministeriale ad hoc e di un ennesimo giorno dedicato a un tema che dovrebbe essere parte della cultura di base di ciascun individuo.
E non è certo accettabile che questa campagna, così strutturata, con questo approccio, possa essere diffusa dai consultori o dalle scuole.
Preoccuparsene in questo modo non so che senso possa avere, se a monte, nei restanti 364 giorni non si fa educazione a una sessualità consapevole e responsabile, nelle scuole e nei centri frequentati dai ragazzi, anche e soprattutto in pre-adolescenza. Incoraggiare le persone a prendersi cura della propria salute, fare prevenzione, diagnosi precoci di eventuali patologie è una cosa sana (se non è finalizzato a un disegno riproduttivo “obbligato”), ma allora perché non investire seriamente nei consultori e nei servizi preposti? Certe informazioni devono essere fornite in modo capillare e permanente, è un lavoro di cui devono occuparsi i consultori laici, perché la laicità deve essere nel dna di uno Stato che vuole trasmettere i giusti messaggi ai propri cittadini. Non lasciate che il lavoro e le caratteristiche originali dei consultori vadano lentamente disperdendosi e che al loro posto restino solo delle campagne una tantum, con approcci di questo tipo. La cura e la conoscenza di sé, del proprio corpo, dei propri desideri non la si fa con un fertility day, ma si diffonde consapevolezza, si diffonde un messaggio che sappia accogliere ogni scelta e non sia ansiogeno come quello di una clessidra, che per chi ha costruito la campagna può anche sembrare innocuo, ma non lo è. Non si può entrare a gamba tesa, a freddo, nelle esistenze delle persone, il lavoro da fare è più ampio e strutturato. Soprattutto lasciando sempre libertà di scelta, se diventare o meno genitori. Facciamo entrare dei messaggi di questo tipo nelle scuole, perché ci sia consapevolezza, ma non si veicolino ruoli e destini predeterminati. La resistenza a una educazione sessuale e affettiva con un approccio laico, tra i NoChoice e la fantomatica teoria gender, produce disastri. Se questa è la modalità con cui si intende fare propaganda, non ci stiamo.

Provvediamo a varare una nuova legge sulla fecondazione assistita che aiuti chi vuole diventare genitore (che sia veramente accessibile anche in termini di costi), che sani gli errori, i danni e la voragine lasciata dalla Legge 40, svuotata dagli oltre trenta pronunciamenti della Corte.
Insomma, recuperiamo ciò che c’è e investiamo in modo lungimirante. Non è parlando di “prestigio della maternità” o di “prepare una culla nel tuo futuro” che si esce dalla denatalità.
Non puntiamo il dito sulle donne, sui loro uteri e sugli ovuli che non si trasformano in prole per la patria. Puntiamo a comprendere tutti i fattori che oggi influiscono sulle scelte, tutte, non solo quella di fare o meno un figlio.
Non ci preoccupa che si facciano meno figli, ma che le prospettive per tutti siano sempre più difficili, incerte e che non vi siano proposte politiche che vadano a migliorarle. La questione non è “fare più figli”, ma che futuro dargli, nel caso decidessimo di diventare genitori.
Come abbiamo visto la questione va ben oltre il mero approccio o dato biologico. Richiede il coinvolgimento di più Ministeri e di ragionare in più ambiti. E la sessualità non è unicamente destinata alla riproduzione della specie. Pensavamo che almeno questo fosse chiaro e assodato. Non tutto ciò che è biologicamente predisposto deve essere per forza realizzato o considerato fondamentale per definire un individuo “completo”. Seguendo le indicazioni del Ministero, visto che siamo biologicamente portati a riprodurci, a questo punto dovremmo anche massimizzare i risultati, accoppiandoci più volte, con più persone il 22 settembre. Buon settembre a tutt*!

 

Per approfondire

http://www.mammeonline.net/content/conciliazione-famiglia-lavoro-buone-pratiche-welfare-aziendale-le-indicazioni-ue

https://simonasforza.wordpress.com/2015/01/08/no-quiero-hijos/

https://simonasforza.wordpress.com/2016/03/07/donne-lavoro-e-discriminazioni/

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Modelli e tartarughe

Riporto le parole di Lidia Menapace, che a mio avviso rivelano un punto centrale. 

“E infine, basta con le polemiche che colpevolizzano le madri che vestono le bambine in modo “seduttivo”. In realtà è il mercato che impone gli stili della moda e i modelli di comportamento, usurpando una funzione della società. Ma il mercato è cieco, letteralmente: non vede gli effetti dei codici che prescrive alla società. E’ alla società, alle persone, che va restituito il potere di dettare le norme dell’agire, di distinguere quelle che comportano offesa o cancellazione o calpestamento dei diritti altrui, di manifestare, in ultima analisi, l’autonomia del costume. Qui c’è un invalicabile stop e chi non lo vede è a rischio di disumanizzarsi, insomma è la barbarie.”

Personalmente aggiungerei il ruolo dei media che veicolano e amplificano questi messaggi e indirizzi di mercato. Il tanto decantato Occidente, che si definisce laico e libero, faro di civiltà, in realtà non riesce a produrre una cultura nuova che permetta alle donne una reale autonomia ed emancipazione. Oltre al ruolo delle religioni, dovremmo preoccuparci anche delle pressioni delle ragioni economiche e finanziarie che impattano fortemente nelle nostre vite. Siamo impaludati in una dittatura del mercato che invade le nostre esistenze, definendo cultura e valori, priorità politiche, sottraendoci, strappandoci di fatto la capacità di scegliere chi vogliamo essere e cosa fare. Tutto è subordinato a un discorso di moda, di tendenze instillate dal mercato, alla ricerca di nuove leve per aprire nuove nicchie e intercettare consumatori. Anche il femminismo diventa pop, fashion, adoperato anche a sproposito per veicolare ogni tipo di roba, di linea, di merci materiali e non. La donna ossessionata dalla tartaruga, descritta in questo articolo fa parte di una china pericolosa mai abbandonata dal giornalismo nostrano. 

Non è né femminismo, né neofemminismo. Non rientra assolutamente all’interno della lotta femminista, anzi è il suo opposto, una mistificazione. L’autodeterminazione è lasciare le donne libere, finalmente indipendenti da canoni estetici etero-dettati. Auspichiamo che i media la finiscano con l’abuso fuori luogo del femminismo, nuova clava o veicolo glam. Auspichiamo che essi sappiano svolgere un ruolo di progresso culturale, che non rappresenti le donne come meri corpi, rispettosi di canoni dettati dal mercato. Auspichiamo che si insegni alle donne a scegliere autonomamente la propria forma umana, mens et corpore. Perché non siamo manichini scolpiti, involucri vuoti. Impariamo a veicolare messaggi diversi. 

Che poi il primo pensiero di una neo mamma possa essere quello di una pancia piatta è l’ennesimo segnale di come si faccia pressione sui nostri corpi e sulle nostre priorità. Dovremmo svincolarci dall’idea di come gli altri ci vogliono. Ancora una volta attraverso i giornali si fa il gioco della cultura patriarcale. Rivendichiamo la nostra felicità che significa saper guardare oltre i corpi e gli ideali di perfezione dettati da ragioni economiche o culturali patriarcali. La nostra bellezza grazie al femminismo è da tempo svincolata dalla minestra patriarcale, anche se ci troviamo ancora immerse in essa e ne paghiamo le conseguenze. Non siamo prodotti in vendita, oggetti da piazzare sul mercato. Siamo individui da rispettare e da rappresentare adeguatamente. Se proprio volete parlare di femminismo fatelo con cognizione di causa, documentatevi. Sono tanti i modi di strumentalizzare le donne, ricordiamoci sempre che i corpi delle donne sono un campo di battaglia. Manteniamoci vigili e attente. Non vogliamo essere usate a fini politici o per sponsorizzare modelli definiti per ragioni di mercato. Siamo  individui portatori di diritti, da rispettare sempre. Non ricordatevi delle donne solo quando facciamo comodo. Il miglioramento della condizione della donna deve essere una priorità sempre. 

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Altro che satira, questa è una ossessione

Non facciamo in tempo ad archiviarne uno, che subito se ne ripresenta un altro. Per quella insana e non richiesta dose di sessismo quotidiano. Altro che satira, questa è una ossessione. I corpi delle donne bersagli di una mentalità gretta e che considera le donne oggetti, involucri, da dileggiare come si vuole. La questione del rispetto sui media è da affrontare in modo serio. Un morbo pernicioso, dalle conseguenze enormi. Questa è la cultura, ripeto, che alimenta la violenza, che porta a considerare le donne come cittadine di serie B, come se in ogni ambito fossimo un gradino sotto. Considerate corpi da (vivi)sezionare, da coprire o da scoprire a seconda dell’input machista. Questo continuo sminuire le nostre competenze, in ogni ambito, è un tentativo di cancellarci, di silenziarci, di spostare l’attenzione su altro, di annientare il nostro contributo. Non c’è niente di più violento di questo scrutare voyeuristico e denigratorio. Siamo libere, siamo competenti, siamo esseri umani, esigiamo rispetto! Ciascuno, nella battaglia per contrastare tutto questo, si deve assumere le sue responsabilità. Iniziando dai media, che non possono continuare a ritenersi esenti da questo morbo. Siamo solidali con la Ministra Boschi, così come ad ogni donna che viene dileggiata e offesa. Siamo indignate che non si parli mai di contenuti e di ciò che riusciamo a realizzare concretamente. La critica è lecita, ma si fa sui contenuti, se vogliamo confrontarci civilmente e rispettosamente. Siamo allibite che parte di questo Paese e parte del suo giornalismo, vignette comprese, siano ancora fermi a guardare dal buco della serratura e limitarsi a un livello da chiacchiericcio squallido. Ancora una volta si pensa ad aumentare le vendite sui corpi delle donne, a pezzi e sottorappresentate. Ricordiamo a tutti che siamo nel 2016 e questo avanspettacolo va archiviato per rispetto dei diritti umani, perché nel caso non lo sappiate, anche noi donne lo siamo.Chi deve intervenire intervenga celermente, perché non tollereremo più neanche un briciolo di questa violenza.
Il post originale sul gruppo Chi colpisce una donna, colpisce tutte noi 

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In Edicola e sul web scegliamo i quotidiani che scrivono con rispetto. Gli altri, lasciamoli tra l’invenduto.

Accogliamo positivamente le scuse e la decisione del Dott. Andrea Riffeser Monti editore de Il Resto del Carlino per aver rimosso dal suo incarico il direttore Giuseppe Tassi per quanto accaduto.

Qualcosa inizia a cambiare. Sessismo e fat shaming non devono trovare spazio se vogliamo combattere la violenza e il bullismo. 

Resta il rammarico per il fatto che la rimozione non sia avvenuta prima per tutti i femminicidi raccontati colpevolizzando la vittima, come avevamo già evidenziato in questo post. A conferma del fatto che se le donne continuano a morire è per molti un problema di minore entità. Si sa che se veniamo uccise o picchiate la colpa è sempre nostra.

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Il gruppo  “Chi colpisce una donna, colpisce tutte noi” esprime solidarietà alle Atlete azzurre, e allo stesso tempo indignazione per il trattamento riservato alle stesse, ancora una volta discriminate e colpite da attacchi sessisti e misogini, da parte di un giornalismo che non riesce a comprendere che le parole sono importanti e devono essere scelte con cura per non veicolare messaggi pericolosi e sbagliati, affinché si lavori a costruire una cultura del rispetto. Si discrimina perché per gli uomini e per degli atleti non si sarebbero adoperati simili parole. Il voler sminuire queste atlete, cancellando i meriti e le ottime prestazioni, frutto di duri sacrifici e allenamenti, denota il livello a cui siamo. 

Dalla cronaca giornalistica resta solo una valutazione sui loro corpi.

Auspichiamo che il Coni intervenga con forza in merito a queste vicende. 

Ricordiamo inoltre che le atlete italiane sono di fatto classificate come dilettanti. Della legge 91 del 1981 sul professionismo sportivo, al momento possono usufruire solo gli atleti uomini di alcune discipline sportive, ma nessuna donna. Le donne sono continuamente soggette a queste rappresentazioni deformate, lo sport naturalmente non ne è esente. Ritorna il vecchio sport del giornalismo italiano: non avere rispetto. Le donne non possono essere rappresentate in questo modo, con pezzi di corpo misurati, esibiti, giudicati. Questo tiro al bersaglio deve finire. 

Il Resto del Carlino e tutte le testate giornalistiche che continuano a usare certi titoli e contenuti stanno sostenendo il bullismo e la violenza. Gli attacchi alle atlete rientrano pienamente nel fat shaming.
Aggiornare e adeguare la scrittura, i media alla cultura del rispetto è il primo passo per sbarazzarci di un immaginario stereotipato e violento. 
Vogliamo condannare sul serio il bullismo, la violenza? Cambiamo stile e parole: un gesto importante. Sui corpi delle donne non si fa business e se l’obiettivo era vendere copie e accendere i riflettori sulle testate, non ci stiamo e chiediamo agli organismi preposti a vigilare sull’informazione di intervenire. Consigliamo di mettere in pratica ciò che Giulia Giornaliste suggeriscono da tempo. Chiediamo un giornalismo differente che non discrimini e fornisca una eguale rappresentazione tra uomini e donne. Iniziamo dal comprendere che certe frasi sono discriminanti e una vera gogna mediatica. Se non si comprende ciò, ci dispiace ma nessuna scusa sarà sufficiente e accettabile. 

Parimenti, quando si parla di femminicidi, stiamo parlando di donne uccise da uomini, queste donne meritano rispetto e non accettiamo che la colpa della loro morte ricada su di loro. 
Ieri un altro caso di pessimo giornalismo, sempre su Il Resto del Carlino. 

Barbara è stata uccisa due volte, da un uomo e dai giornali che nel 2016 parlano di escort, anziché dire DONNA. Una donna è stata uccisa per mano di un uomo. Una donna. Nessuno può uccidere un essere umano ed essere in qualche modo giustificato. Nessun alibi. Nessuna donna vittima di femminicidio se lo è cercato. Nessuna giustificazione per un femminicidio. La vita di una donna vale al pari di quella di un uomo SEMPRE. 

Basta!!

La violenza machista, come il pessimo giornalismo non vanno purtroppo in vacanza.

#senonmirispettinonticompro #liberediscegliere #chicolpisceunadonnacolpiscetuttenoi 

Il gruppo  “Chi colpisce una donna, colpisce tutte noi

Qui il post originale sulla nostra pagina. 

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#nessunalibi #nessunascusa #nessunatolleranza

“Laura Boldrini va eliminata fisicamente”. Questo è l’ultimo attacco in ordine di tempo rivolto alla presidente della Camera su Facebook da parte della capogruppo leghista in consiglio comunale a Musile di Piave (Venezia) Monica Bars. È già arrivata una interrogazione parlamentare al Ministro Alfano in merito. Ma questo tipo di comportamenti richiamano tutti e tutte noi cittadini/e sul fatto che la misura è colma. Chiedere a ciascuno di assumersi le proprie responsabilità contro la violenza trova attorno questo humus terribile. Su questo dobbiamo lavorare per invertire la rotta e non precipitare sempre più giù in termini di rispetto dei diritti umani. Ne va della nostra civiltà. Una valanga inarrestabile quella degli attacchi violenti e sessisti contro le donne. Una quotidiana guerra contro le donne tutte, nel segno dell’annientamento e della incitazione all’odio puro. Scompare il rispetto per un essere umano. La disumanizzazione è servita, immersa e avallata in una società cristallizzata, immobilizzata in un medioevo culturale che discrimina e non riesce a prendere le distanze da una sub cultura del dominio patriarcale. Un contesto di violenza che ha come unico scopo la riaffermazione del potere maschile, in una sorta di backlash, tentativo estremo di riscossa e restaurazione post-femminista. Linguaggio e pratiche al servizio del potere maschile. Ancora attacchi di una violenza inaudita che non dovrebbero esistere in nessun contesto, invece sembra un’abitudine malsana e radicata del nostro Paese. Così si colpiscono le donne, che siano figure istituzionali o semplici cittadine. Non è un Paese per donne e la loro eliminazione fisica espressa e invocata da queste frasi ci richiama all’urgenza di un cambiamento radicale nella cultura, che sappia stigmatizzare e bandire questo linguaggio. Da chi ricopre incarichi istituzionali ci attendiamo che sappiano esprimere e praticare valori di civiltà e di rispetto, messaggi di ben altro spessore, perché siano da esempio per tutta la comunità di cittadini. Queste esternazioni sono palesemente incompatibili con il ruolo di rappresentanza che questi esponenti politici rivestono. Intanto il genocidio e la violenza contro le donne continuano, in questo clima che assolve simili comportamenti, perché considera ‘normale’ affondare coltelli reali o verbali nei corpi delle donne. La cultura che legittima la violenza è interiorizzata e agita da tutti e tutte purtroppo. Anche dalle donne come testimonia questo ultimo episodio. Le coscienze si addormentano e vengono assuefatte da questo linguaggio. Nessuno/a è immune, finché non agiremo in modo compatto per sancire che non può essere tollerato alcuno spazio a questo tipo di attacchi. Non ci stancheremo di ripetere che noi non ci stiamo a una normalizzazione di questi metodi. Non ci fermeremo finché tutto questo non sarà bandito in ogni contesto. Nessun alibi, nessuna scusa, nessuna tolleranza. 

Il gruppo “Chi colpisce una donna, colpisce tutte noi”
 
La nota su Facebook:

https://m.facebook.com/notes/chi-colpisce-una-donna-colpisce-tutte-noi/nessunalibi-nessunascusa-nessunatolleranza/1659273884390482/

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Essere femministe

Giovedì scorso il gruppo “Chi colpisce una donna, colpisce tutte noi” ha inviato una richiesta di replica al Direttore dell’Unità, in riferimento agli articoli a firma di Alessandra Serra, apparsi sul quotidiano. Non abbiamo ancora ricevuto alcun cenno di riscontro. La pubblichiamo perché tutt* possano leggere questo contributo. Ci sono donne che quotidianamente danno senso e corpo al movimento delle donne, al femminismo e a queste donne dobbiamo dare voce, nessuna esclusa. Accogliere solo repliche “favorevoli” o innocue significa non dare  spazio ad argomentazioni diverse, cosa che un buon giornalismo dovrebbe invece garantire, per la costruzione di una informazione completa e corretta.

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Essere femministe 
Il femminismo non è asfittico, né tanto meno noi femministe, tutt’altro. Di certo la stanza tutta per sé, tanto cara a Virginia Woolf e menzionata da Alessandra Serra, rappresenta tuttora una importante prassi, un luogo interiore fondamentale per le donne, dove realizzare il “partire da sé” per giungere a una dimensione più ampia, collettiva e multisfaccettata. È proprio questo il punto d’inizio e d’arrivo di ogni ragionamento che si faccia sul femminismo in Italia, ossia che non esiste un’unica strada di stare tra le donne, per le donne. Esistono prassi e metodi diversi, da conoscere per evitare luoghi comuni o semplificazioni, come quelle enunciate nell’articolo a cui replichiamo.  
Da questa preliminare constatazione occorre partire, perché è fondamentale riconoscere eguale legittimazione alle varie modalità di impegno femminista finalizzato ad intervenire ogni qualvolta la dignità e i diritti di una donna vengano lesi. In forma associata o individuale tante sono le donne che si confrontano sulle situazioni che nella quotidianità affrontano, e soprattutto sui propri bisogni insoddisfatti e denegati. 

Noi del gruppo “Chi colpisce una donna, colpisce tutte noi”, dialogando da nord a sud,  lavoriamo sulla condizione delle donne italiane che riteniamo siano collocate sempre di più un gradino sotto agli uomini. 

La violenza, sia psicologica che fisica, è solo l’aspetto più eclatante e riprorevole dello stato di subordinazione a cui si è sottoposte, qualora vogliamo essere libere di dare una direzione autonoma alla nostra vita. E così succede, in una successione logica conseguenziale, che si passi da essere apostrofate come “cagne” ad essere oltraggiate ed abusate, fino a morirne. I media d’altronde non aiutano a fermare questa spirale di violenza, soprattutto quando leggiamo articoli che paiono arringhe difensive dei femminicidi ed atti di accusa alle donne uccise.
Non è una paranoia di noi femministe ossessionate, è invece la realtà quotidiana a essere intrisa di questo approccio. Non ci stiamo a vedere ridicolizzato e denigrato il movimento delle donne, i femminismi non sono folclore, ma azione progressista orientata al miglioramento della condizione della donna, a beneficio dell’intera comunità umana. 

Se non si comprende l’origine dei fenomeni, come possiamo combattere ogni discriminazione e diseguaglianza? Parlare delle femministe come un anacronistico e vetusto fenomeno è un ulteriore sintomo del livello del giornalismo nostrano. Attaccarci fa parte del gioco del patriarcato, spesso abbracciato e interiorizzato anche dalle donne, che trovano più agevole vivere in simbiosi con un maschile dominante. 
L’ottica di genere non può essere esclusa e non dobbiamo subire l’intimidazione che alcuni ci rivolgono “in questo modo diventi monotematica e ti ghettizzi”. Spostare il punto di osservazione è rischiare di rimuovere nuovamente le donne, nelle loro peculiarità e nelle loro molteplicità. Vogliamo cambiare la nostra società e questo comporta comprendere nel profondo le radici di ciò che crea disuguaglianze e violenze. Non possiamo abbandonare questo lavoro, confonderci e dissolvere le nostre riflessioni in un calderone eterogeneo. Senza ragionare sulle peculiarità della prospettiva femminile, non si capiscono le radici dei problemi e non si riesce a lavorare nella giusta direzione. È fondamentale un approccio di genere, non possiamo prescinderne. Simone de Beauvoir è stata una pioniera in questo campo.
Sulla questione dei camper della Polizia di Stato, tirato in ballo nell’articolo di Alessandra Serra, ci siamo espresse in tante, unanimemente, ritenendo insufficiente l’ennesima forma di protezione paternalistica delle donne che, una volta denunciata la violenza, rimarrebbero comunque in balia del loro aguzzino. Dalle Istituzioni ci aspettiamo un approccio diverso, non certo la riduzione della violenza a un hashtag da seguire virtualmente, come si fa per il lancio di un prodotto commerciale. Sappiamo che non c’è bisogno di solo materiale informativo da distribuire nelle piazze dove sosterà il camper, ma di soldi da destinare ai progetti di chi opera sui territori e fornisce un servizio vitale per le donne. Servizio, perché i centri antiviolenza sono un presidio fondamentale per la tutela ed il recupero delle donne vittime della violenza di genere, obiettivi  che devono continuare a poter assicurare senza se e senza ma. Le difficoltà e i ritardi con cui arrivano a destinazione i fondi destinati al contrasto della violenza vanno invece nella direzione opposta.  In questo contesto ci tocca anche assistere alla distribuzione di braccialetti in tinta estiva fluo, in bella mostra accanto ai camper della polizia di Stato. Siamo addirittura giunti ai gadgets, scelta anormale quando poi si giustifica la stretta sui fondi pubblici da destinare al contrasto alla violenza sessuata con la scarsità delle risorse finanziarie pubbliche. E mentre i centri antiviolenza continuano a stare in apnea, se non a chiudere, spendiamo soldi in braccialetti fluorescenti con inscritto Questo non è amore. 
Per noi di “Chi colpisce una donna, colpisce tutte noi”, essere femministe è chiedere una rendicontazione puntuale delle risorse umane e finanziarie impiegate in questa operazione. Soprattutto i numeri delle donne incontrate e i riscontri di questi contatti, nonché i professionisti coinvolti e il costo della commessa dei gadget. Essere femministe è chiedere al Governo di interloquire con chi vive quotidianamente in situazioni critiche, e smetterla di ergersi a distributori di soluzioni che poi, numeri alla mano, non risolvono nulla. Essere femministe è richiamare i media e il giornalismo ad assumersi le proprie responsabilità in un’ottica di cambiamento culturale, che non può prescindere da un linguaggio rispettoso e da una rappresentazione delle donne priva di stereotipi sessisti e maschilisti. 
Nella prospettiva più lunga vogliamo che ci si occupi seriamente con interventi celeri ed efficaci di queste priorità:
 – La violenza machista contro le donne (tra cui la certezza del gratuito patrocinio per le vittime di violenza, una rete antiviolenza ampia che riesca a creare punti di ascolto e di prima accoglienza in collaborazione con le Asl)
– La sinergia tra tutti i componenti del sistema statale, in ottica di una politica del rispetto 
– L’arretramento in tema di diritti e di garanzie
– Il livello culturale sul rispetto di genere praticamente assente 
– Il taglio ai servizi
– La 194 schiacciata dall’obiezione
– I tagli alla Sanità
– I consultori pubblici che vanno rilanciati e sostenuti
– Le tutele per le lavoratrici che si ammalano (supporto malattie oncologiche per esempio). 
Di questo dovremmo occuparci, tutt*, nessun* esclus*, anziché continuare a dividerci e ad attaccare le femministe che la pensano così. Concentriamoci sugli obiettivi concreti e condivisi. Gli orticelli lasciamoli al passato e alle cattive prassi che per tanto tempo hanno bloccato il raggiungimento degli obiettivi sperati. Salviamo il pluralismo e salveremo tutte le voci delle donne, proprio tutte. Anche quelle silenziose delle nuove generazioni di donne, che crescono pensando erroneamente di avere tutto ciò che serve per sentirsi libere e rispettate con una sorta di assuefazione ai miti del corpo piuttosto che a quelli della testa. Vi sembra che il femminismo sia agonizzante, poco pragmatico e chiuso in una torre d’avorio autoreferenziale e anacronistica? Ascoltateci e non incasellateci in un immaginario stereotipato che serve solo a preservare lo status quo.
Buona lotta femminista a tutt*!
Con l’occasione portiamo a conoscenza questa petizione che abbiamo lanciato la settimana scorsa: 
https://www.change.org/p/on-ministro-angelino-alfano-vogliamo-competenza-non-apparenza


Il gruppo “Chi colpisce una donna, colpisce tutte noi”





Riferimenti ad articoli correlati:

http://www.unita.tv/opinioni/perche-non-vogliamo-essere-piu-femministe/
http://www.cheliberta.it/2016/07/17/cara-serra-non-confondiamo-diritti-civili-e-liberta-delle-donne/#comment-1959
http://www.unita.tv/opinioni/la-battaglia-delle-donne-in-un-mondo-non-piu-binario-ma-variegato/

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Aderisco perché…

Aderisco anche io a questo appello. Aderisco perché i media devono assumersi le proprie responsabilità in materia di violenza sulle donne. 

È ora di cambiare registro di comunicazione. Non si può continuare a ignorare che il linguaggio e le modalità di cronaca stereotipate alimentano direttamente la cultura della violenza. 

Le donne meritano rispetto sempre. Iniziamo dal linguaggio e dalle parole: scegliamole accuratamente. 

La stampa che giustifica la violenza sulle donne è irresponsabile. http://wp.me/p24gB7-1el

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Una rappresentazione che alimenta la violenza 

Ringrazio Stefania Spisni per avermi segnalato questo articolo. 

Ordinaria spazzatura. Ordinario medioevo che non è l’eccezione, ma la normalità di una informazione rimasta ferma a una rappresentazione sovraccarica di pregiudizi e stereotipi sessisti e maschilisti. Così si continua ad alimentare la violenza. In questo Paese non si comprende bene il problema dei messaggi e della cultura che alimenta la violenza. Quando inizieremo a porre con forza e serietà le basi per un diverso linguaggio e approccio a proposito di questioni di genere, delle violenze e dei femminicidi?  Senza una reale volontà di cambiare si continuerà a dire che le violenze ce le cerchiamo, che basta rigare dritto e fare gli angeli del focolare per aver salva la vita. E la violenza domestica naturalmente sarà in eterno una conseguenza di comportamenti femminili sbagliati. Taci e obbedisci, torna al focolare, questo è il nostro destino.

Come possiamo constatare la marchiatura a fuoco dell’impura è ancora in uso. La separazione tra sante e puttane è tuttora intatta. Come se nulla fosse accaduto, come se il patriarcato fosse geneticamente saldamente parte della cultura nostrana.

Siamo de-umanizzate, oggettivate, considerate sempre un gradino sotto agli uomini. 

Se non accettiamo la subordinazione veniamo punite in ogni modo, se vogliamo essere libere di dare una direzione autonoma alla nostra vita veniamo schiacciate. È facile che si passi da un epiteto come “cagna” a concepire di togliere la vita a una donna. I media sono stracolmi di questo genere di messaggi. 

Non è una paranoia di noi femministe ossessionate, è la realtà quotidiana a essere intrisa di questa mentalità. Non ci sto a vedere ridicolizzato e denigrato il movimento delle donne, i femminismi non sono folclore ma azione progressista orientata al miglioramento della condizione della donna, a beneficio dell’intera comunità umana. Se non si comprende l’origine dei fenomeni, come possiamo combattere ogni discriminazione e diseguaglianza?  

Parlare delle femministe come un anacronistico e vetusto fenomeno è un sintomo del livello del giornalismo nostrano. Attaccarci fa parte del gioco del patriarcato, spesso abbracciato e interiorizzato anche dalle donne, che trovano più agevole vivere in simbiosi con un maschile dominante. 

L’ottica di genere non può essere esclusa e non dobbiamo subire l’intimidazione che alcuni ci rivolgono “in questo modo diventi monotematica e ti ghettizzi”; dobbiamo cambiare la nostra società e questo comporta comprendere nel profondo le radici di ciò che crea disuguaglianze e violenze. Non possiamo abbandonare questo lavoro, confonderci e dissolvere le nostre riflessioni in un calderone eterogeneo. Senza ragionare sulle peculiarità della prospettiva femminile, non si capiscono le radici dei problemi e non si riesce a lavorare nella giusta direzione. È fondamentale un approccio di genere, non possiamo prescinderne. Simone de Beauvoir è stata una pioniera in questo campo (ne ho scritto anche in questo blog). 

Allo stesso tempo abbiamo bisogno di un approccio laico in ogni ambito, quando affrontiamo i problemi. Occorre superare le proprie posizioni personali a favore di un atteggiamento laico, scevro da approcci parziali. Il cambiamento che garantisca benefici per l’intera comunità non può prescindere da una laicità culturale. Un impianto che in Italia manca.

Nell’articolo allegato si aggiungono altri dettagli: se non hai lavoro è colpa tua, sei doppiamente colpevole, sei pericolosa socialmente, una parassita. Insomma, tutto sommato non sei una gran perdita per la buona società, capace di eliminare gli elementi considerati difformi. Il quadro è orribilmente composto. 

Due firme per produrre questa sequenza stereotipata di parole. 

Come se la vita di una donna valesse zero. 

Catia viene uccisa due volte, perché i media italiani continuano a ignorare che questa rappresentazione non fa altro che alimentare e giustificare ogni tipo di violenza. Una sottovalutazione delle responsabilità che i media hanno nel cambiare il racconto, anziché produrre una rottura degli schemi si continua a usare questi messaggi moralizzatori di stampo patriarcale. Il linguaggio invece sappiamo che è fondamentale per cambiare la cultura. 

Se i media non cambieranno il linguaggio, continueremo a sentire parlare di raptus, e altre donne perderanno la vita, perché si sa che sono loro ad attirare su di sé martellate e violenze. La morte giunge sempre come un fulmine a ciel sereno. Ho letto in un recente articolo: “Stavano per partire per le vacanze”, quasi come se le vacanze fossero incompatibili con un contesto di violenza domestica continuativo. 

Da parte nostra dobbiamo continuare a parlarne, a chiedere all’Ordine dei Giornalisti e agli organismi preposti di intervenire, di sanzionare, di assumersi le responsabilità di marcare nuove regole, di spingere per un significativo cambio di narrazione. Stefania Spisni ha giustamente segnalato questo articolo, argomentando nel merito e richiamando al loro ruolo i media. Anche se nell’immediato non avremo risposte, questa è la strada, perché se moltiplicheremo le segnalazioni e le proteste romperemo il silenzio, emergeranno le nostre voci che chiedono un giornalismo differente, scaveremo un solco di cambiamento, dimostreremo che le donne italiane chiedono rispetto e non sono più disposte a essere rappresentate e classificate in questo modo. 

Siamo esseri umani al 100%, dobbiamo essere rispettate sempre, con la giusta attenzione nel linguaggio e nei fatti. Le istituzioni e i media devono fare la loro parte e dare risposte efficaci.

Purtroppo non siamo state smentite,  l’operazione della Polizia di stato, con i camper itineranti oggi ci regala una ennesima sorpresa: braccialetti in tinta estiva. Chissà chi ha concepito questa roba!? Ci mancavano pure i gadget! Non siamo un paese normale, non sappiamo come investire le risorse, già scarse. Intanto i centri antiviolenza continuano a stare in apnea. Indecente. 

L’economia gira, non vorrai mica fermarla!? Anche la violenza fa business. E delle donne, a chi importa? 

Chiediamo una rendicontazione puntuale delle risorse umane e finanziarie impiegate in questa operazione. Soprattutto i numeri delle donne incontrate e i riscontri di questi contatti; i professionisti coinvolti e il costo della commessa dei gadget. 

Grazie Roberta Schiralli

La violenza machista contro le donne, l’arretramento in tema di diritti e di garanzie, il taglio ai servizi, la 194 schiacciata dell’obiezione, i tagli alla Sanità necessitano interventi celeri e efficaci. Se le donne continuano a morire e a subire violenze non è imputabile a loro. Se non troviamo lavoro o lo perdiamo non è colpa nostra. Se non abbiamo una  qualità della vita dignitosa e libera dalla violenza dovreste aiutarci. Mi aspetto pari opportunità per tutt*. Perché purtroppo non partiamo tutt* dalla medesima linea di partenza e il contesto in cui nasciamo e viviamo segna le disuguaglianze e le discriminazioni. Non è sufficiente guardarsi in uno specchio per sperare in un futuro migliore. L’ascensore sociale è out of order da troppo tempo. Riconsiglio un viaggio nella vita delle periferie. Oltre i drappi, le sale dedicate alle donne e i camper, ci siamo noi, donne della realtà.
Di questo dovremmo occuparci, anziché continuare a dividerci e ad attaccare altre donne. Concentriamoci sugli obiettivi concreti e condivisi. Gli orticelli lasciamoli al passato e alle cattive prassi che per tanto tempo ci hanno bloccate. Salviamo il pluralismo e salvaremo tutte le voci delle donne, nessuna esclusa. 

Il nostro compito è cambiare le priorità del Governo, facendo pressione tutte insieme, nessuna esclusa.

Vi ricordo questa petizione che abbiamo lanciato la settimana scorsa:

https://www.change.org/p/on-ministro-angelino-alfano-vogliamo-competenza-non-apparenza


Sono una donna 
di Youmana Haddad 


Nessuno può immaginare

quel che dico quando me ne sto in silenzio

chi vedo quando chiudo gli occhi

come vengo sospinta quando vengo sospinta

cosa cerco quando lascio libere le mani.

Nessuno, nessuno sa

quando ho fame quando parto

quando cammino e quando mi perdo,

e nessuno sa

che per me andare è ritornare

e ritornare è indietreggiare,

che la mia debolezza è una maschera

e la mia forza è una maschera,

e quel che seguirà è una tempesta.
Credono di sapere

e io glielo lascio credere

e io avvengo.
Hanno costruito per me una gabbia affinché la mia libertà

fosse una loro concessione

e ringraziassi e obbedissi.

Ma io sono libera prima e dopo di loro,

con loro e senza loro

sono libera nella vittoria e nella sconfitta.

La mia prigione è la mia volontà!

La chiave della mia prigione è la loro lingua

ma la loro lingua si avvinghia intorno alle dita del mio desiderio

e il mio desiderio non riusciranno mai a domare.

Sono una donna.

Credono che la mia libertà sia loro proprietà

e io glielo lascio credere

e avvengo.



Consigli di lettura 

https://simonasforza.wordpress.com/2016/01/26/non-siamo-pezzi/

https://simonasforza.wordpress.com/2016/07/05/quando-il-sessismo-e-il-sintomo-di-qualcosaltro/?preview=true

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Lettera Aperta – Oltre i camper e gli hashtag contro la violenza

NiUnaMenos1

 

On. Ministra Maria Elena Boschi
On. Ministro Angelino Alfano

 

Gentili Ministri,
lo scorso 2 luglio è partito il il progetto della Polizia di Stato contro la violenza sulle donne “…Questo non è amore”.

Ci uniamo alle numerose associazioni e operatrici del settore che si sono espresse in modo critico su tale iniziativa. Questa misura non appare in linea con quanto prescrive la Convenzione di Istanbul in materia di contrasto e prevenzione della violenza contro le donne basata sul genere.
Pertanto, sulla base del testo sottoscritto anche dall’Italia, occorre varare misure “che siano basate su una comprensione della violenza di genere contro le donne e della violenza domestica e si concentrino sui diritti umani e sulla sicurezza della vittima“.

Questa comprensione piena del fenomeno induce ad avere alcune perplessità su come un camper della Polizia collocato in una piazza cittadina, possa essere un luogo idoneo per accogliere le donne e per garantire la loro sicurezza.

Se manca o è carente il sistema di protezione della vittima che denuncia, continueremo ad avere i risultati tragici che oggi possiamo osservare: sette su dieci delle donne morte di femminicidio avevano denunciato in maniera preventiva gli abusi subiti.

Pertanto chiediamo che i fondi vengano destinati a:

– lavorare in chiave di prevenzione e di educazione, per un cambiamento della cultura che alimenta la violenza (educazione di genere e al rispetto delle differenze, educazione alle relazioni nell’offerta formativa delle scuole di ogni ordine e grado, trasversale nei percorsi scolastici e nei programmi di tutte le discipline);
– accelerare il percorso del Miur che dovrà varare le linee guida per l’educazione alla parità di genere (per l’attuazione del comma 16 della legge 107/2015 “Buona Scuola”);
– investire nel sistema di protezione delle vittime;
– sostenere e diffondere soluzioni e servizi che assicurino alle donne un aiuto gratuito, professionale e costante, in modo tale da evitare che una loro interruzione metta a rischio l’incolumità delle stesse;

verificare la natura dei centri antiviolenza, che devono rispettare determinate caratteristiche di laicità e di matrice culturale, che sia in linea con il movimento delle donne;
monitorare i fondi destinati ai centri antiviolenza e alle case rifugio (se arrivano e come vengono utilizzati); Action Aid con la campagna #‎donnechecontano sta cercando di mappare la situazione in merito ai fondi, sulla base degli open data disponibili;

– incrementare i fondi e prevedere archi temporali più ampi per i bandi, superiori all’anno, per garantire maggiore continuità al servizio;
– stilare delle linee di indirizzo affinché le Regioni implementino delle leggi regionali per il contrasto e la prevenzione della violenza di genere, da concertare con tutti gli attori interessati e per avere un risultato omogeneo sul territorio nazionale;
– creare un osservatorio nazionale sulla violenza di genere e sui Centri Antiviolenza, indipendente e aperto a varie figure, non esclusivamente professionali, che comprenda il mondo dell’attivismo femminile e femminista, per assicurare qualità del servizio e delle operatrici;
incrementare il numero dei centri antiviolenza, le case rifugio e di accoglienza;
formare adeguatamente tutte le figure professionali coinvolte, medici del PS e di base, assistenti sociali, psicologi, dirigenti comunali, regionali, nei tribunali, personale Polizia, Prefettura ecc.;
fare informazione su tutte le forme di violenza, che non ha confini culturali, sociali, etnici, di censo. La violenza è sempre inaccettabile, intollerabile. Non esistono donne di serie A e di serie B. Per questo occorre contrastare ogni forma di neo-schiavitù e di sfruttamento della prostituzione;
– varare una seria legislazione di contrasto all’omotransfobia;
migliorare la qualità del linguaggio e dei messaggi veicolati attraverso i mass media, contrastando in ogni modo forme esplicite o implicite di sessismo;
– supportare e proteggere i bambini vittime di violenza assistita;
– proteggere concretamente i figli di donne vittime di abusi e violenze familiari, perché non accadano ulteriori episodi di figlicidi;
– istituzione della Giornata Nazionale contro il figlicidio ogni 25 Febbraio;
– debellare l’uso strumentale di Ctu nei tribunali ai danni delle donne che denunciano violenze da parte del coniuge. Queste donne che decidono di separarsi e chiedono l’affido dei figli, rischiano di essere rivittimizzate, perché troppo spesso nei tribunali si ricorre all’uso della Pas o Ap, che non hanno alcun fondamento scientifico. Chiediamo che certi metodi vengano messi al bando;
– assicurare la certezza del Diritto, che passa per una giustizia celere e condanne efficaci;

– chiediamo l’effettiva applicazione in tutti i tribunali d’Italia della norma che prevede l’ammissione al gratuito patrocinio a spese dello Stato, indipendentemente dal reddito, alle donne vittime di violenza di genere, come previsto dalla legge n. 119/13;

Le donne italiane da settembre riprenderanno a manifestare e a pretendere che si varino e si attuino politiche che sappiano andare incontro alle reali istanze ed esigenze delle donne. Chiediamo che siano garantiti i fondi adeguati, affinché sia possibile sostenere in modo continuativo l’accoglienza alle donne vittime di violenza, le azioni di contrasto e di prevenzione della violenza.

 

Il gruppo Chi Colpisce Una Donna, Colpisce Tutte Noi

 

Per info e adesioni:

chicolpisce1donnacolpiscetutte@gmail.com

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Quando il sessismo è il sintomo di qualcos’altro

sessismo
Il “bambolina imbambolata” è solo l’ultimo episodio in ordine di tempo del sessismo e del maschilismo che permea stabilmente il linguaggio e gli atteggiamenti degli uomini nostrani, che facciano politica e siano dei rappresentanti istituzionali poi getta una luce fosca sul loro background valoriale e sulla palese incompatibilità con le loro funzioni.
Perché sappiamo che il sessismo non si compone di eventi eccezionali, ma quotidiani, tante pillole di becera in-saggezza che vengono gentilmente elargite da maschi che non riescono a porsi neanche per sogno in un atteggiamento paritario e rispettoso nei confronti delle donne, che non sono oggetti, suppellettili, vuoti soprammobili, ma persone, cittadine al 100%. Non tenere conto di questo, apostrofarle continuamente in questo modo, attaccarle per silenziarle con frasi sessiste, considerarle solo in funzione sessuale o come docili ancelle che obbediscono mansuete a ogni input maschile, sono cattive abitudini che devono essere sradicate.
Perché sessismo, maschilismo, misoginia sono sintomi di un ben più ampio morbo, si tratta di una egemonia dell’inciviltà, dello sberleffo dei valori della convivenza civile e rispettosa di tutt*, delle regole, delle norme. Questi sono sintomi di un modo malato di fare politica, che non si pone limiti di alcun tipo, capaci di passare sopra ogni cosa o persona si frapponga, che mette in campo metodi para-mafiosi, in cui la Politica diventa evanescente e restano solo i bacini elettorali, le clientele, gli scambi, gli accordi extra-politici, destra e sinistra si confondono e si mescolano in una medesima gestione del potere.
Finché le competenze e l’esperienza, il rispetto delle/degli altre/i, l’osservanza dei valori di civiltà e democratici e di convivenza paritaria, non torneranno al centro della Politica, questo avrà ripercussioni negative sull’intera comunità. E’ una questione di esempi e di modelli culturali. Ci sono personaggi che si credono superiori e onnipotenti, tanto da dimenticarsi delle regole alla base dell’appartenenza a una comunità composta da uomini e donne, con regole uguali per tutt*. Costoro pensano che la componente femminile sia una costola di quella maschile, da manipolare e da oggettivizzare all’occorrenza.
A questo e a tutte le altre prassi che ne derivano dobbiamo dire nettamente NO, BASTA! E’ ora di applicare una nuova etica, perché non basta parlare di pari opportunità e di valori come la trasparenza, l’antimafia, l’anticorruzione, si devono tradurre in realtà quotidiana, devono essere parte di noi stessi. Ripensiamo alla questione morale di cui parlava Berlinguer. I fenomeni sono strettamente interconnessi.
Ci sono sintomi da non sottovalutare. Non voglio più sentire da nessuno che gli attacchi sessisti e misogini sono problemi secondari, risolvibili conciliando in via privata. Sono questioni pubbliche, politiche, sintomi di un morbo molto più esteso, sono prassi perniciose e vigliacche, sintomi di una gestione del potere malata e dannosa. Noi non staremo zitte!
Altri post sul sessismo:
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In camper

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Fonte: Corriere della Sera

 

La situazione è ben riassunta in questo articolo di Luisa Pronzato ed Elena Tebano:

La situazione dei centri antiviolenza in sofferenza:

“Il 23 giugno ha chiuso Casa Fiorinda, l’unico rifugio per donne maltrattate di Napoli. Tre giorni prima aveva serrato le porte il Centro antiviolenza Le Onde di Palermo, che adesso riesce a garantire solo l’ascolto telefonico.

Il 26 giugno è toccato a Sos Donna H24 lo sportello del Comune di Roma che prendeva in carico 24 ore su 24 le vittime di abusi.

Lo stesso potrebbe succedere il 30 luglio, sempre a Roma, al centro Colasanti-Lopez. A Pisa quello gestito dalla Casa della Donna ha dovuto limitare drasticamente i servizi, dopo un taglio del 30% ai fondi. Come Arezzo: ridotto il servizio di ascolto e di reperibilità, chiusa una casa rifugio.”

Ci sono i centri che appartengono a D.i.Re “Donne in Rete contro la violenza”, e ci sono tanti altri che non sono associati, difficile stilare una fotografia che tracci tutte le difficoltà. Manca una fetta degli operatori. C’è una strana inerzia in questo.

Burocrazia? Non solo. Le ragioni sono un po’ insite nella legge 119 del 2013, un po’ nel sistema di assegnazione dei fondi che per quanto riguarda il biennio 2015-2016, “circa 9 milioni all’anno stanziati con la legge di Stabilità”, non sono ancora stati erogati.

Leggiamo sempre nel pezzo uscito sul Corriere:

“stiamo aspettando la conferenza Stato-Regioni che decida cone ripartirli. Non si sa quando» dice Rossana Scaricabarozzi, di ActionAid Italia. Ci sono quelli per il biennio 2013-2014: 16,5 milioni di euro per tutte le Regioni.”

Inoltre, la Legge 119 con la scelta di regionalizzare gran parte della gestione:

“stabiliva che solo il 20% (circa cinquemila euro l’anno per ogni centro antiviolenza e seimila per le case rifugio) andasse ai centri, gli altri venivano girati alle Regioni che potevano destinarli a progetti diversi: dalle strutture, ai progetti educativi, ai consultori generici. «In Lombardia la Regione li ha messi a bilancio, eppure ai centri antiviolenza quei soldi non sono mai arrivati», denuncia Manuela Ulivi della Casa delle donne maltrattate di Milano. Non è l’unico caso.”

Manca evidentemente un monitoraggio, e cercare di fare una verifica oggi è un contro senso di tempestività dell’azione governativa. Facciamo prima scappare i buoi e poi aggiustiamo il recinto.

«Come Governo, stiamo verificando con le Regioni l’utilizzo dei fondi loro assegnati – dice la sottosegretaria alla Presidenza del Consiglio Sesa Amici -. E l’8 marzo abbiamo emanato un bando diretto a finanziare le azioni di rete dei centri antiviolenza, impegnando 12 milioni di euro».

Non c’è ordine, non c’è controllo, nelle maglie di questa vicenda tutto può essere accaduto e diciamo che forse era nell’ordine del progetto. Ma le briciole di fondi che arrivano, se arrivano, scatenano spesso appetiti e interessi non propriamente lindi. Guerre tra poveri e sulla pelle delle donne.

L’approccio securitario non sembra conoscere flessioni di gradimento, tanto è vero che è stata inaugurata l’estate dei camper della Polizia di Stato. Una forma di protezione paternalistica e patriarcale di questo si tratta. Oltre non riusciamo ad andare. A livello governativo vediamo solo questo. Con tanto di hashtag da seguire virtualmente, come si fa per il lancio di un prodotto commerciale. Sappiamo che c’è bisogno di altro, che gli investimenti potrebbero andare in prevenzione e in un lavoro culturale che non può più attendere.

Naturalmente, ancora una volta, con questa iniziativa del camper della Polizia di Stato contro la violenza, sembra che non si sia ben compreso il problema. Di cosa si sta parlando? Di avvicinare le donne nelle piazze e indurle a denunciare in queste situazioni? In una piazza al massimo si può pensare di fare informazione distribuendo materiale.

“Il progetto “…Questo non è amore” prevede un camper della polizia che sarà, nei prossimi mesi, nelle piazze di 14 città a raccogliere le denunce e a sostenere le vittime.”

“Con questo progetto – ha evidenziato Alfano – vogliamo aumentare la fiducia nei confronti dello Stato e delle Forze di polizia, che possono prevenire, proteggere e punire. I dati del primo semestre 2016 indicano un calo del 22 per cento degli omicidi nei confronti delle donne, e del 23 per cento sia delle violenze sessuali che dei maltrattamenti.”

Un quadro roseo, un dipinto rassicurante. Tutto da verificare come dice Titti Carrano.

Ma davvero, pensate che si ottengano risultati così, con camper itineranti? Tutti sono liberi di pensare che possa ottenerne, ma sappiamo che questo bello spot è un segnale di come siamo immersi in un enorme spettacolo, che sulle donne, sulle loro vite, sulle loro difficoltà, sui loro problemi, sulle loro violenze costruisce un business, un giro di affari che schiaccia tutto. Un mega selfie e un tour estivo, un meccanismo che pensa di risolvere i problemi con messinscena come se fosse un reality, una pantomima, una campagna di prevenzione contro la carie della violenza, in pubblica piazza, con un camper targato Polizia. La violenza è reale, non è un canovaccio da seguire sul palco, sulla scena. Il camper fa parte di una strategia e di una rete di protezione? Non si comprendono evidentemente i rischi che ci sono.

“L’iniziativa – che vedrà coinvolte, in contemporanea, 14 province italiane – ha come finalità la creazione di un contatto diretto tra le donne e una equipe di operatori specializzati, ospitati all’interno di una postazione mobile (il camper), che si sposterà nelle piazze delle province che rientrano nel progetto.”

Perché non destinare i soldi di questo progetto a chi opera sui territori e fornisce un servizio vitale per le donne. SERVIZIO, perché i centri antiviolenza sono un presidio al servizio delle donne. L’obiettivo unico e fondamentale che devono continuare a poter assicurare.

Concordo con Barbara Pollastrini:

“Tutte e tutti insieme dobbiamo chiedere ai governi e alla politica di cambiare passo. Non è possibile che le poche risorse stanziate siano ‘disperse’ nei meandri di Ministeri e Regioni. Serve un’immediata attuazione dell’intero piano contro le molestie e la violenza. Parlo innanzitutto di prevenzione, tutela della vittima e certezza della pena. Di questo, l’esecutivo riferisca al Parlamento.

Le donne devono fare pressione tutte insieme, indipendentemente dalle appartenenze, i corpi intermedi devono fare la loro parte e dobbiamo tornare a lavorare insieme, dobbiamo essere unite e smetterla di costruire steccati e imporre veti. Chiamo tutte le parti alle loro responsabilità, chiamo le associazioni, chiamo le singole persone, chiamo a un’azione unitaria. Dove siete? Chiamo voi, gruppi e associazioni milanesi, italiane, avvocate, professioniste, D.i.Re, Action Aid e realtà analoghe a costruire quella rete di lotta diffusa alla violenza di genere, una rete che sia plurale e che non dimentichi nessun tassello.

Dateci un segnale, noi attiviste da sole non ce la facciamo, dateci una mano, per il destino delle donne, il nostro stesso destino. Uniamo le forze, lavoriamo insieme, progettiamo i prossimi passi per farci sentire ed ottenere risposte serie. Chi mi conosce sa che non mi fermerò e non smetterò di chiedere che si uniscano le forze. Vi chiamo ancora una volta a una sorellanza che si esprima nei fatti e in una lotta comune.

PRETENDIAMO RISPETTO!

Un rispetto che occorre declinare adeguatamente. Dobbiamo spingere perché le cose cambino in meglio. Rispetto vuol dire ascolto e analisi reali. Questo chiediamo ai rappresentanti istituzionali e ai decisori politici.

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Lavoro: lo lasciamo perché…

Dimissioni-madri-padri

 

Puntuale, arriva anche quest’anno la Relazione annuale sulle convalide delle dimissioni e risoluzioni consensuali delle lavoratrici madri e dei lavoratori padri, relativa al 2015 (ex art. 55 del Decreto Legislativo 26 marzo 2001, n. 151).

Ricordo che l’anno scorso sono state reintrodotte le norme contro le dimissioni in bianco.

Vediamo la situazione come si è evoluta.

Il numero complessivo di dimissioni e risoluzioni consensuali convalidate dalle Direzioni territoriali del lavoro è stato pari a n. 31.249, segnando un incremento del 19%, rispetto al 2014. Anche nel 2015 le convalide hanno riguardato in misura nettamente prevalente le dimissioni, mentre le risoluzioni consensuali (obbligo ex legge n. 92/2012), sono solo il 3% del totale.

Le lavoratrici madri (25.620) sono quasi l’82% dei casi in questione.

Decisamente più limitato è rimasto invece il numero delle convalide riferite ai lavoratori padri (5.629), sebbene in tal caso si sia registrato un sensibile aumento di casi (pari al +46%) rispetto ai 3.853 nel 2014, dato che viene letto “in linea con la sempre crescente tendenza, già segnalata lo scorso anno, ad una maggiore condivisione dei compiti di cura della prole.”

E’ stato confermato il rapporto inversamente proporzionale tra dimissioni/risoluzioni convalidate e anzianità di servizio delle lavoratrici madri/dei lavoratori padri interessati.

Si rileva altresì che la netta prevalenza delle dimissioni/risoluzioni convalidate nel 2015 ha interessato le fasce d’età comprese tra i 26 e i 35 anni (in crescita rispetto al 2014) e tra i 36 e i 45 anni (in crescita rispetto al 2014); “tali dati, letti congiuntamente a quelli relativi alla ridotta anzianità di servizio, confermano il perdurare dell’ingresso posticipato nel mondo del lavoro in Italia.”

A mio parere questa considerazione sull’anzianità è vera solo in parte. Ricordiamo che prima di avere un contratto “stabile” che preveda dimissioni, si passano anni, decenni tra contratti a termine e precari (se non in nero): per cui l’anzianità di servizio è fortemente condizionata da questo fenomeno.

L’analisi dei dati concernenti il numero dei figli e le motivazioni del recesso attesta inoltre la persistenza di una maggiore difficoltà di conciliazione tra vita familiare e lavorativa nelle citate fasce d’età. Gran parte dei lavoratori/delle lavoratrici interessati/e dalle convalide avevano prevalentemente un solo figlio (in crescita rispetto al 2014), circa il 53,78 % del totale. In crescita anche il dato dei lavoratori padri/delle lavoratrici madri con due figli.

Età

L’ipotesi del “passaggio ad altra azienda” è la motivazione più diffusa delle dimissioni (26%), con numeri simili tra uomini e donne.

Particolarmente rilevanti, le motivazioni riconducibili alla difficoltà di conciliare il lavoro e le esigenze di cura della prole, pari complessivamente a 9.572 (in aumento rispetto al 2014) riferite prevalentemente alle lavoratrici.

1 motivazioni

Appare evidente il fatto che se non hai un supporto familiare, l’attività lavorativa in presenza di figli diventa un percorso a ostacoli. Emerge con forza la carenza di strutture di accoglienza sul territorio nazionale. I tempi spesso infiniti per raggiungere il luogo di lavoro, uniti a orari di lavoro rigidi, senza alcuna possibilità di flessibilità che sia anche semplicemente un part-time, completano il quadro.

Torno a chiedermi il senso di queste registrazioni annuali di questi dati, se poi di fatto non si interviene sulle cause che sono conosciute da tempo.

Siamo sempre lì. Forse ci piace registrare dati, ma non ci piace fornire rimedi per tutti, non ci piace assegnare nuovamente fondi alle Consigliere di parità (ricordiamo i tagli), non ci piace intervenire rendendo accessibile a tutti la flessibilità lavorativa, che come ho più volte detto non deve declinarsi con sfruttamento e assenza di tutele.

Per questo dico a tutte le donne e uomini che pensano ancora che questi siano problemi di scarso rilievo, di mettersi nei panni di queste persone che ogni anno entrano a far parte di questa statistica, che può arrivare a interessare tutti, anche a chi non ha figli e ha dei genitori o familiari che hanno bisogno di assistenza. Continuate a voltarci le spalle, pensando che prima o poi troveremo da soli la soluzione. Ebbene no. Ci siamo stancati di rinvii e di rassicurazioni. Ora chiediamo servizi adeguati e leggi che ci garantiscano, se lo desideriamo, di accedere a forme di flessibilità sane e utili.

Ascoltate le donne, non incasellateci solo in tabelle o grafici a torta: non vogliamo oboli, ma politiche concrete che sappiano renderci autonome, che ci permettano di emanciparci da bisogni che ci frenano e che non ci permettono di aspirare a eguali opportunità. I servizi non devono essere talmente rari e onerosi da farci preferire le dimissioni. Le tutele non devono essere aleatorie: se ti sto dicendo in un modulo che il mio datore di lavoro mi ha messo di fronte a un muro, a una scelta obbligata, significa che qualcosa non è andata nel verso giusto e secondo legge, probabilmente sono stata anche mobbizzata e costretta a dimettermi. Magari riuscire a intercettare tutte queste casistiche e intervenire per tempo non sarebbe un’idea malvagia. Ah, dimenticavo, ci avete tagliato anche i fondi per i servizi territoriali ad hoc. Ah, dimenticavo, in alcuni settori avete preferito non far avvicinare i sindacati. Ah, dimenticavo, siamo solo numeri, oggetti di una statistica.

Alcuni suggerimenti: servizi più certi, diffusi sul territorio, accessibili, a prezzi calmierati per baby sitting, nidi e aiuti domestici, incluso colf e badanti. Se Stato e Comuni collaborano e danno un segnale e un supporto (economico, anche attraverso una deducibilità più significativa di certe spese) perché questo avvenga, forse riusciremo a fermare l’emorragia annuale di donne dal mondo del lavoro.

Bonus e soluzioni similari non servono a molto se non c’è un lavoro più ampio e coraggioso. Non servono card prepagate per acquistare beni o servizi per l’infanzia, che di fatto non risolvono la carenza di servizi e il loro costo esorbitante. Soprattutto, non sono per tutti, ma solo per fasce di reddito basse: sappiamo quante persone lavorano totalmente in nero o quasi, quindi per far emergere questi casi e la mancanza di tutele collegata a questi fenomeni, tutto dobbiamo fare fuorché assegnare sostegni a pioggia in base a dichiarazioni ISEE. Vogliamo contrastare il lavoro sommerso, lo sfruttamento, oppure vogliamo far finta di niente? Muoviamoci su altri strumenti di sostegno alla conciliazione. Muoviamoci su soluzioni che permettano a tutti di cavarsela, di conciliare, anche in modo attivo e non assistenzialista. Adoperiamo le risorse in modo diverso, non disperdiamole. Ascoltateci prima di avviare politiche in materia. Non replichiamo misure per anni utilizzate dalla Destra, strutturiamo il cambiamento sostanziale, vogliamo che qualcuno capisca finalmente ciò di cui abbiamo bisogno.

E non mi meraviglio nemmeno più di tanto che in questo Paese si faccia ancora così tanta resistenza all’uso della variante femminile per ruoli istituzionali o professionali. Non c’è attenzione e non c’è intenzione seria di cambiare cultura e condizioni di vita. Tanto come al solito dobbiamo arrangiarci da sole. E purtroppo molte donne pensano che sia giusto così. Ci accontentiamo degli oboli e delle briciole, guardiamo solo al nostro orticello e non siamo più capaci di politiche di ampio respiro, con ricadute positive ampie e permanenti.

Italia

 

 

Per approfondire:

http://www.mammeonline.net/content/flessibilit-lavorativa-quale

http://www.mammeonline.net/content/la-condivisione-da-sola-non-basta-fare-la-conciliazione

https://simonasforza.wordpress.com/2016/04/21/di-cosa-abbiamo-veramente-bisogno/

https://simonasforza.wordpress.com/2016/03/07/donne-lavoro-e-discriminazioni/

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