Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Interconnessioni che ci riguardano #20maggio

“A feminist is anyone who recognizes the equality and full humanity of women and men.” Gloria Steinem and Dorothy Pitman Hughes 1971

 

Non è sufficiente una sola giornata, ma è necessario ribadire l’importanza di una attenzione e di un impegno tutto l’anno. Sabato ci sarà la manifestazione “20 maggio senza muri” promossa dal Comune di Milano e da altri soggetti, riprendendo la marcia di Barcellona della sindaca Ada Colau.

In quella giornata manifesteranno anche le realtà che aderiscono alla rete “Nessuna persona è illegale” per portare un messaggio che integri cultura e azione pratica e quotidiana di dialogo e di accoglienza, affinché le politiche sulle migrazioni siano articolate diversamente, affinché si comprenda che l’arrivo di questi nuovi cittadini e cittadine sia una grande opportunità per il nostro Paese.

Se non abbandoniamo l’idea di un approccio incentrato esclusivamente su prassi securitarie che sono tanto in voga, avremo solo alimentato le posizioni xenofobe e di esclusione. I diritti umani non possono avere vuoti o sospensioni o eccezioni. Leggi come la Bossi-Fini, legge Minniti-Orlando o la scelta di non garantire l’appello ai richiedenti asilo non vanno nella direzione di assicurare tutele e diritti certi e uguali per tutti. Così pure i contenuti del Regolamento di Dublino per quanto riguarda le competenze in merito alla domanda di asilo (Paese di arrivo). Si separa, si creano differenti trattamenti e diversi gradi di tutela dei diritti.

Vi invito a riflettere su questa dichiarazione contenuta nell’appello  Nessuna persona è illegale:

“Non riconosciamo la distinzione tra autoctoni e immigrati, tra regolari e irregolari, tra rifugiati e migranti economici, perché i problemi degli uni e degli altri non sono diversi e contrapposti ma collegati: i temi del lavoro, del reddito, della precarietà, dell’istruzione e formazione professionale, della casa, della salute, accomunano tutte e tutti, e non ammettono che soluzioni condivise.”

Se riuscissimo ad assumere questa ottica, eviteremmo anche quella lotta per le briciole che tanto avvantaggia destre e leghe. Soprattutto eviteremo atteggiamenti ipocriti e che discriminano.

Ipocrisia che si è di recente tradotta anche nel fatto che in tanti non hanno preso posizione pubblicamente in occasioni recenti come l’operazione di polizia in Stazione Centrale o riguardo alle esternazioni di Debora Serracchiani. Debolezza, connivenza, indifferenza, muoversi solo se necessario o di qualche utilità personale, esplicitare le proprie opinioni solo se non è troppo pericoloso per il proprio percorso futuro.

Ecco da tutto questo atteggiamento prendo le distanze.

Vogliamo chiedere maggiore trasparenza e chiarezza nella gestione dei servizi di accoglienza? Isola di Capo Rizzuto non è un caso eccezionale. Purtroppo sulla pelle dei migranti si costruiscono business e si consentono infiltrazioni mafiose. Vogliamo occuparci di questo seriamente e sistematicamente? Vogliamo aprire gli occhi su cosa accade? Insabbiare per anni i dossier in attesa di qualche indagine della magistratura non è accettabile. Mi rendo conto che sono temi scomodi, ma non nascondiamoci dietro alla cruda realtà.

Perché non ci basterà prendere le distanze da un Salvini che parla di un programma di “pulizia etnica”. Non ci basterà marciare un giorno soltanto per chiedere una accoglienza che rispetti i diritti umani. Solidarietà e pari diritti. Non ci basterà trovarci attorno a un tavolo una tantum. Ciò che non avremo fatto e ciò che non avremo detto al momento opportuno segnerà la nostra attendibilità e onestà, la nostra posizione. La serietà del nostro impegno.

Militarizzare le città, affrontare le migrazioni in termini di costi, contenimento, rimpatri, questioni di decoro e ordine pubblici non ci servirà a niente. Occorre modificare l’approccio. Quella più volte messa in atto non è accoglienza e inclusione.

L’altro giorno un consigliere della Lega della mia zona raccontava delle “occupazioni” e delle “invasioni” prima di pugliesi e calabresi e oggi di egiziani e altre nazionalità. Questo dovremmo ricordarci, fino a ieri, cosa si diceva, cosa si argomentava e cosa oggi si ricorda e si ripete. Gli altri fino a ieri eravamo noi. Quindi chiediamoci il senso di azioni volte solo a creare spartiacque, muri, distinguo tra noi e gli altri.

Così come non possiamo girare la testa di fronte al fatto che sono donne e minori a pagare le conseguenze peggiori di queste migrazioni tra un muro e un recinto, tra frontiere e organizzazioni criminali, tra violenze e corpi che diventano merce. Le barriere e i ghetti servono solo ad alimentare queste pratiche, questi cicli, questi processi in cui gli esseri umani perdono diritti e diventano oggetti, da spostare, vendere. La vita deve avere sempre lo stesso valore, la sua garanzia per queste persone non può essere mutilata, interrotta.

“Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni dei 37 mila nigeriani sbarcati in Italia nel 2016 (la nazionalità più numerosa) oltre 11 mila erano donne, l’80 per cento era destinato al marciapiede e quasi tutte venivano da Benin City. La strada è sempre la stessa, Benin, Kano, Zinder, Agadez, Gatrun, Sebha, Zuara e poi il mare. C’e anche una rotta che passa dal Mali, dove le ragazze vengono private dei passaporti, stuprate e vendute.” Questo è il vero volto della prostituzione in Italia, non quello edulcorato e patinato che alcuni chiamano sex work. Questi sono gli abusi che vivono le tante donne sfruttate e costrette nel mercato della prostituzione. E dietro la minaccia di riti voodoo passano sotto il controllo delle madame. Secondo Isoke Aikpitanyi, che ha raccontato la sua esperienza nel libro Le ragazze di Benin City e dirige l’associazione delle vittime della tratta, ci sarebbero circa diecimila «madame» in Italia.

Secondo i dati Onu si tratta di un giro d’affari annuo di oltre 228 milioni di dollari. A queste donne, a volte poco più che bambine stiamo rubando tutto.

Quando parliamo di migranti non perdiamo di vista questo sguardo, che non può essere neutro, ma deve contemperare le connotazioni e le visioni di genere, quanta violenza e discriminazioni attraversano le vite delle donne migranti.

La tratta di esseri umani a fini sessuali o lavorativi è un crimine contro l’umanità.

Insomma, non facciamo le solite passerelle, ma ogni tanto impariamo a prendere posizione, sempre, senza se e senza ma. Ogni tanto cercate di capire come vivono le donne nel nostro Paese, quanti ostacoli e muri quotidiani incontrano.

Ricordiamoci che nessuna persona è illegale. Nessuna donna è illegale. Tutte le donne sono esseri umani titolari di diritti, che devono essere rispettati, tutelati, nessuna deve essere trattata come un oggetto, un corpo, una merce, un numero.

L’oppressione, lo sfruttamento, le discriminazioni razziali e sessiste, sono fenomeni strettamente interconnessi, non sono “naturali”, ma costruzioni funzionali a un sistema di controllo che permea ogni aspetto delle nostre società, istituzioni, rapporti umani e cultura. È quello che ha cercato di indagare la sociologa francese Colette Guillaumin. Qui un articolo in cui si parla di questi aspetti: “sesso e razza non sono fatti di natura, precedenti alla storia, ma categorie politiche prodotte da specifici sistemi di oppressione – il sessismo, il razzismo – differenti e interconnessi, che impregnano tutti i rapporti sociali, le categorie mentali e istituzionali in vigore.” Sono strutture funzionali a un preciso assetto sociale e di potere.

Per questo sarò in marcia il 20 e sempre. Coerenza sempre.

 

Consigli di lettura:

http://www.ohchr.org/EN/UDHR/Documents/UDHR_Translations/itn.pdf

https://simonasforza.wordpress.com/2015/09/01/il-traffico-di-minori-dalla-nigeria/

https://simonasforza.wordpress.com/2015/04/17/il-silenzio-non-cambia-le-cose/

http://www.naga.it/tl_files/naga/NePILL%20def.pdf

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Siamo molto di più. Donne.

@Anna Padovani

Per superare un po’ le battute, gli slogan e per rispondere a chi ci etichetta come “oche starnazzanti e donnette isteriche” (nel caso specifico è una donna), per dimostrare da dove vengono le parole “lavoro, casa, mamme”, citate nel corso dell’ultima assemblea nazionale PD, occorre immergersi nel clima culturale attuale.

A parte che “casa” viene associata alla faccenda della legittima difesa. Mi fermo qui.

I social network (ma anche altri media) hanno un rapporto bulimico con le parole, siamo invasi dalle parole, le classifichiamo, le inseguiamo, le usiamo, le stra-usiamo, le usiamo a sproposito il più delle volte, e tra hashtag e parole chiave si coagulano nei trend topic, nelle tendenze di un attimo, giornaliere o un po’ più stabili se si analizzano tempi più lunghi. Un minestrone che se non maneggiato usando la testa, produce distorsioni e disastri analitici. Che tratti ha una rappresentazione (e interpretazione) della realtà che si basa su questa bulimia e trend di parole? Una rappresentazione parziale, volutamente parziale direi. Una rappresentazione che potrebbe a volte coincidere con una direzione dettata da fattori direi non proprio oggettivi, che possono dare una visione distorta del mondo e della vita delle persone. Soprattutto le parole possono essere strumentalizzate. Attraverso un loro uso distorto, smodato possono perdere vigore, forza, senso, insomma finire sfilacciate, cambiare significato.

Quello che è accaduto all’assemblea nazionale non è un caso, non è che non vogliamo capire. Semplicemente sappiamo, abbiamo imparato a leggere quelle parole e come vengono generate e adoperate. Certo che lavoro e casa sono centrali, ma si è deciso di aggiungere qualcosa a questo trend, un elemento rassicurante, sempiterno: la mamma. Questo totem italiano che tanto piace e rievoca un ritorno ancestrale al grembo, a ruoli incatenati e punti fermi della nostra cultura secolarmente immutabile. Siamo vicini alla festa della mamma, da poco si sono aperte le domande per i bonus mamme e poi la mamma è sempre la mamma.

L’azione della ministra Lorenzin non si spiegherebbe altrimenti. Tutto torna. A distanza solo conferme.

Lasciandoci cullare da questo materno che tutto pretende ancora di racchiudere e di parlare a nostro titolo, perdiamo anni. Evidentemente secoli di battaglie per scollegare i termini donna-mamma, che significa dare valore e riconoscere uno status autonomo e molteplice, non sono stati sufficienti. Abbiamo bisogno di qualcuno che ci riporti indietro. Io sono una donna, un essere umano, una persona. Punto. Le politiche devono partire da qui.

Non lo dico per far polemica sterile. Chi mi conosce sa che parlo a ragion veduta, per esperienza personale, ma soprattutto perché anche io sono capace di leggere e di analizzare. Sì, i miei studi e il mio percorso formativo mi hanno abituato a fare questo. Non ci posso fare niente. Lo faccio da anni. È il mio modo di fare politica. Mi piace capire.

Ho l’impressione che i fiumi di inchiostro scritti in materia, decenni di riflessioni femministe, tomi di saggistica italiana e straniera, non siano mai stati letti o giunti da noi. Qui sulle sponde italiche. Ho cercato anche io nel mio piccolo di trattare la materia.

Questo è il mio ultimo contributo, in cui non si parla di mamme, ma di genitorialità e di compiti di cura da condividere sempre più: http://www.mammeonline.net/content/promuovere-parita-cosa-ci-racconta-ultimo-report-europeo

Vi invito a leggerlo, perché aiuterebbe a non adoperare più certi epiteti. Davvero, mi sembra che arrivare sulla mia bacheca facebook, aperta al dialogo, usando certe parole denota in primis una mancanza di rispetto, oltre che una certa dose di violenza, frutto di un maschilismo e misoginia interiorizzate.

Lo ribadisco ancora una volta. Per colmare il gender gap uno dei passi più utili è partire dalla donna, in tutte le sue declinazioni e espressioni, possibili scelte di vita. Il fatto che una di esse, la scelta di essere madri, sia ancora un ostacolo nel lavoro deriva dal fatto che è ancora vista come una questione sulle spalle delle donne, una roba da donne. Se si iniziasse a lavorare in chiave di genitorialità e in modo sistemico, avremmo un riequilibrio delle parti, un quadro più attuale e non ci si inchioderebbe sui bonus mamme a pioggia.

Interventi strutturali per non trovarci come a Bologna, dove i posti nelle scuole dell’infanzia pubblici non riescono a soddisfare il fabbisogno e il Comune decide di destinare 150mila euro alle scuole private cattoliche, integrando le rette. Roba che accade già per i nidi a Milano, ma i nidi sono considerati ancora un optional. Ci viene da pensare che è sbagliata la strategia, che manca un disegno strutturato.

A livello nazionale, quattro anni fa il fondo per le scuole paritarie era di 272 milioni di euro: con l’ultima Legge di stabilità il Governo lo ha stabilizzato e portato a 502 milioni. Con buona pace dell’educazione laica e pubblica.

Pensiamo a quanta fatica abbiamo fatto sul congedo di paternità e su altre misure. Eppure se fossimo più coraggiosi potremmo cambiare notevolmente l’immaginario e la cultura aziendale. Pensiamo a quanto facciamo fatica a riconoscere il valore del lavoro di cura, che non significa solo figli, si tratta di compiti ben più vasti. Pensiamo alla cura degli anziani o di familiari non autosufficienti. Pensate davvero che tutto si riduca alla maternità?

La politica dei bonus di fatto nega il welfare, che significa programmazione, lungimiranza a medio-lungo termine, a volte intergenerazionale. Invece la politica dei bonus ha il fiato corto, varia di anno in anno, in funzione della tornata elettorale più ravvicinata. Ha il fiato corto con il suo fiume di spesa. Non investire in politiche di welfare significa dare spazio al business sociale, che significa ritiro dello Stato e via libera al privato. Naturalmente resta il sempreverde welfare familiare, insomma il faidate. Poi ogni tanto qualche mancia per tacitare le coscienze e per dire che lo Stato si occupa delle donne, pardon delle mamme.

Quel lavoro invisibile, gratuito e dato per scontato non riguarda solo le mamme. Dobbiamo fare un passaggio culturale necessario. Care work is work, qualcuno già ne parla, ma non è una questione da declinare sempre e necessariamente al femminile. È quel non detto, quel dare per assodato che appartenga alle donne, che piaccia alle donne, che loro lo sappiano fare meglio perché da secoli lo fanno. Perché ci viene “naturale”. Ma anche basta.

Abbiamo le capacità per superare tutto questo bagaglio ingombrante di stereotipi e aspettative.

Basterebbe farsi un giro per capire che le donne della realtà sono altre. Affranchiamoci una volta per tutte, affermiamo, pratichiamo, difendiamo, realizziamo i diritti delle donne, in quanto esseri umani, non in funzione di un ruolo. Come facciamo a praticare tutto questo se ancora il nostro punto di partenza è donna = mamma? Sapete perché siamo discriminate? Perché non guardano a noi come esseri umani, ma come utero munite, pericolose mine vaganti, isteriche, raramente veniamo valutate per le nostre competenze. Per le assunzioni vale ancora lo stato di famiglia, prima ancora dell’esperienza e del curriculum. Per i licenziamenti o le “dimissioni volontarie” idem. Per le retribuzioni si ragiona di conseguenza. Non parlo per sentito dire, le ho vissute sulla mia pelle tutte queste cose. Nell’immaginario siamo tuttora noi ad essere considerate “scomode” o “inaffidabili”, perché sono ancora pochi gli uomini che si prendono congedi per motivi familiari, quando lo fanno a volte subiscono anche loro mobbing o blocchi di carriera. Qui occorre lavorare, smantellando certi automatismi e abusi.

“Abbiamo portato le mamme a occuparsi di politica. Ora la politica si occupi di loro. E’ la questione politica del nostro tempo, che nel 2017 la maternità possa essere considerata un ostacolo è assurdo”.

Sono mamma, ma non è merito del partito, né tanto meno di Renzi, se mi occupo di politica.

Ricordo che l’impegno delle donne in politica ha una storia, pensiamo solo alle donne della Costituente. Per quanto mi riguarda l’ho deciso io e non ho bisogno di input. Lo faccio da sempre, anche e soprattutto fuori dal partito. Non sono telecomandata e non ho padroni o suggeritori, lo ripeto. Non sopporto il paternalismo con cui si dicono certe cose.

La politica istituzionale si occupi delle donne tutte. Basta con questo desiderio smodato di riportarci indietro nei secoli. La questione politica del nostro tempo è contrastare le discriminazioni ovunque/comunque esse si manifestino. La questione politica attuale è affermare i diritti delle donne. D.O.N.N.E.

Ogni tanto ascoltateci, non fate affidamento esclusivamente ai guru della comunicazione.

A volte è utile un bel bagno di realtà.

Semplice, chiaro, nothing more to say.

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Promuovere la parità. Cosa ci racconta l’ultimo report europeo.

 

Lo scorso marzo, in sordina sui media italiani, è arrivato il nuovo report sulla parità uomo-donna in UE.

Suddiviso in vari capitoli, cerca di toccare i temi più rilevanti in materia di gender equality:

1. Aumentare la partecipazione femminile al mercato del lavoro e la pari indipendenza economica delle donne e gli uomini

2. La riduzione delle differenze salariali e pensionistiche di genere, per combattere la povertà femminile

3. Promuovere la parità nel processo decisionale

4. Lotta contro la violenza di genere e la tutela e il supporto delle vittime

5. Promuovere l’uguaglianza di genere ei diritti delle donne in tutto il mondo

6. Integrazione di genere, i finanziamenti per la parità di genere e la collaborazione tra tutti gli attori.

 

Il gap occupazionale europeo tra uomini e donne, registra un andamento stagnante (pur rilevando un aumento dell’occupazione per entrambi i sessi) a partire dal 2012-13, con un 12% circa di distanza media, chiudendo nel terzo trimestre 2016 a 77,4% per gli uomini e 65,5% per le donne. Si riduce il distacco nella fascia più adulta di lavoratori, a causa di una tendenza diffusa per le donne a lavorare più a lungo (si pensi alle riforme pensionistiche).

 

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Come distorcere la realtà della violenza fondata sul genere

© Irma Gruenholz


Nel corso della trasmissione Nemo – Nessuno escluso del 13 aprile, viene presentata prima la storia di violenza di Lidia Vivoli, la sua testimonianza toccante di sopravvissuta e il suo timore di essere uccisa dal suo ex che sta per uscire dal carcere. Nessuna tutela per le donne che vivono sulla loro pelle la violenza maschile. Oliviero Toscani rileva giustamente un problema di educazione e di cultura alla base della violenza di genere. Fin qui tutto estremamente efficace e utile a fornire una informazione corretta.
Subito dopo viene trasmesso il servizio “Donne che odiano gli uomini” a cura di Serena Orzella, nel corso del quale si presentano due casi di violenza su uomini per mano di donna. Esprimiamo la nostra solidarietà e sostegno a questi uomini vittime di violenza, perché ci deve essere giustizia in ogni caso di violenza, qualunque sia la sua origine.
Poi viene intervistato Fabio Nestola a proposito della violenza femminile contro gli uomini.
1.020 i “casi” esaminati, tra i 18 e i 70 anni, proiettati sull’intera popolazione di genere maschile:
– 5 milioni uomini vittime di violenza fisica, 6 milioni di violenza psicologica;
– 3 milioni “e rotti” le vittime maschili di violenza sessuale perpetrata da donne;
– 2 milioni e mezzo i casi di stalking.
Uno strenue sostenitore dell’affido condiviso, ma ricordiamoci che dovrebbe essere sempre privilegiato l’interesse del minore, soprattutto in caso di presenza di gravi indizi sugli atti di violenza del padre o per condanne in via definitiva per reati di maltrattamento, violenza sessuale o altri reati che possono afferire alla violenza domestica. Le conseguenze maggiori di scelte poco corrette pesano sulle spalle delle donne e sui loro figli. A questo link potete trovare alcuni approfondimenti in merito.
Torniamo all’indagine citata. Il carattere scientifico della ricerca dipende innanzitutto da come viene costruito il campione e da quanto sia realmente rappresentativo dell’intera popolazione che vuoi analizzare. Ci sono delle regole, da seguire scrupolosamente. Analizziamo qualche dettaglio dell’Indagine conoscitiva sulla violenza verso il maschile pubblicato in Rivista di Criminologia, Vittimologia e Sicurezza – Vol. VI – N. 3 – Settembre-Dicembre 2012, reperibile sul sito.
Come riportato a pagina 34:

“La raccolta di dati e dichiarazioni attraverso un campione spontaneo ha avuto come limite il problema della rappresentatività del campione stesso.” (…) L’unica fonte di informazioni è costituita dalle dichiarazioni degli interessati, pertanto non è possibile effettuare alcuna verifica attraverso atti giudiziari, referti medici, registrazioni audio-video o altri documenti. La fondatezza delle dichiarazioni non può pertanto essere testata, esattamente come accade per interviste telefoniche e sondaggi face-to-face.”

Non serve aggiungere altro. Inoltre, leggiamo:

“I questionari, in forma anonima, prevedevano la compilazione in versione cartacea o elettronica. I questionari compilati via web sono stati raccolti ed archiviati tramite un software che impedisce l’invio multiplo dallo stesso ID, per ridurre la possibilità che un singolo soggetto potesse compilare più questionari”

ma ciò non esclude che lo stesso soggetto possa aver compilato più questionari con ID diversi. A pagina 37 rileviamo in cosa consisterebbe la fattispecie più rilevante di violenza sessuale:

“è capitato che una donna abbia iniziato con te i preliminari di un atto sessuale, per poi rifiutarlo senza fartene comprendere il motivo.” “I compilatori, pur riconoscendo alla donna la libertà di interrompere il rapporto sessuale in qualsiasi momento, riferiscono di rimanerne mortificati, umiliati, depressi.”

C’è una bella differenza tra questo e le violenze sessuali ai danni di una donna? O forse siamo noi a non capire. Vi lasciamo scoprire le altre domande a riguardo.
Quindi ci chiediamo quale sia lo scopo di questa indagine, lo scopo del servizio che sceglie di avvalersene senza a nostro avviso approfondire di cosa si tratti?
Significa inviare un messaggio deviante, manipolatorio, distorsivo della realtà della violenza fondata sul genere. Una distrazione dal fenomeno numericamente più rilevante (violenza maschile sulle donne) e la strumentalizzazione di casi reali di violenza su uomini.
La violenza va sempre condannata, senza se e senza ma. Ma ciò non ci deve distrarre, non ci deve impedire di riconoscere che esistono tipi di violenza fortemente radicati a causa di una serie di stereotipi e pregiudizi, una cultura patriarcale che è ancora viva e vegeta. Altrimenti parlare di violenza in termini generali ci porterà a nascondere le radici di ciascuna forma di violenza, allontanandoci da un serio ed efficace contrasto.

L’OMS rileva a livello mondiale che: gli omicidi delle donne, in una percentuale che varia dal 40 al 70% a seconda degli Stati, sono commessi da parte dei compagni, mariti, partner (o ex). Al contrario, la percentuale di omicidi di uomini commessi da donne che con questi avevano un legame affettivo (o ex) varia dal 4 all’8% a seconda dei Paesi.

Negare questo significa non riuscire a focalizzare quali sono le persone maggiormente vittimizzate nelle relazioni affettive. Esiste anche una violenza femminile che viene esercitata su donne e uomini, ma la violenza di genere ha una sua specificità che non può essere negata o invisibilizzata da certe rappresentazioni. Non possiamo fare finta di niente di fronte a un tentativo di costruire un sistema di false accuse, che serve a ridimensionare, a negare il fenomeno della violenza contro le donne e le sue specificità.
Non ci stiamo, perché qui l’unica cosa certa è che si continua a veicolare il messaggio secondo cui stiamo ingigantendo un problema. Il rischio è che non si creda più a una donna che denuncia una violenza, che diventi sempre più difficile essere creduta e ottenere giustizia.
Questo è il risultato quando si manda in onda una statistica fatta con metodi discutibili che serve solo a confondere le cose, a dire che tutto sommato la violenza è pari, e che quella basata sul genere è una questione in fondo molto meno rilevante di come viene raccontata dalle perfide e infide donne, da quelle streghe femministe.
Tra una sentenza che recita che se lei non ha urlato non c’è stata violenza, con queste pseudo indagini, con un paese reazionario che non vede l’ora di trovare un appiglio per screditare le donne, per vanificare le loro denunce, con un sistema che rivittimizza le donne all’infinito, che non rende giustizia quasi mai, che condanna ad appena 18 mesi (per gravi maltrattamenti in famiglia e non per tentato omicidio) un uomo che getta acido muriatico sulla moglie, con l’abitudine a ridurre la violenza contro le donne a meri fatti di cronaca e non a un problema strutturale e culturale, che cosa possiamo sperare?
Non si arriva a una ricostruzione attendibile della realtà con una indagine che reca nelle sue premesse un (pre)giudizio sulle donne. Non si compie un passo in avanti, al contrario se ne fanno molti indietro. Si legittima un immaginario che tende a confondere la percezione dell’opinione pubblica. Intanto le donne continuano a morire per mano di un uomo, quest’anno abbiamo già superato la doppia decina.
Quando parliamo di backlash e di tentativi di restaurazione maschilista e patriarcale ci riferiamo anche a questo tipo di comunicazione poco attenta a verificare fonti, gli impatti e le conseguenze di certi contenuti.
Questo è ancora più grave se a farlo è una rete del servizio pubblico. Nessuno deve essere strumentalizzato, nessuna donna, né persone come William Pezzulo. Pretendiamo che si faccia informazione e non disinformazione proiettando dati non attendibili. Pretendiamo una assunzione di responsabilità da parte di chi lavora nel servizio pubblico.


Ringraziamo il blog de Il Ricciocorno per le fonti e gli approfondimenti. Qui un’analisi approfondita sull’indagine.
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Salute sessuale e riproduttiva: tra preoccupazioni, istanze e nuove prospettive

Dopo altri interventi rilevanti da organismi internazionali, anche le Nazioni Unite si pronunciano sulle difficoltà delle donne italiane ad accedere ai servizi di IVG.

“Il Comitato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite ha espresso preoccupazione per le difficoltà che le donne devono affrontare per accedere all’ interruzione volontaria di gravidanza a causa dell’elevato numero di medici obiettori che si rifiutano in tutto il paese di effettuare il servizio.”

L’elevato numero e la modalità di distribuzione dei medici che rifiutano di prestare il servizio in tutto il paese sono stati considerati come fonte di violazione dei diritti umani.

“Le Nazioni Unite hanno richiesto al governo italiano di adottare le misure necessarie, non solo per eliminare tutti gli impedimenti, ma anche per garantire il tempestivo accesso ai servizi di interruzione volontaria di gravidanza sul suo territorio per tutte le donne che ne fanno richiesta.

Viene richiesto al governo italiano di creare un sistema efficace di riferimento delle pazienti, quindi di stabilire protocolli e linee guida per garantire che gli ospedali che non forniscono il servizio si assicurino attivamente che le pazienti ottengano il servizio in altre strutture sanitarie.”

“La Lombardia si conferma una regione non virtuosa per l’applicazione della legge 194, che garantisce e regola l’interruzione di gravidanza nelle strutture sanitarie italiane. Lo dimostra l’indagine effettuata dal gruppo regionale del PD struttura per struttura, relativi al 2016.”

“Il ricorso all’Ivg è in calo progressivo in tutta Italia e lo è anche in Lombardia (nel 2015 -10,5% rispetto al 2014) e questo conferma che la 194 è una legge efficace”, anche se non sempre applicata a dovere, a causa del numero di medici obiettori che raggiunge il 68,2%, ma che vede 6 su 63 i presidi nei quali la totalità dei ginecologi è obiettore di coscienza (Iseo, Sondalo, Chiavenna, Gavardo, Gallarate, Oglio Po). In 16 strutture è superiore all’80% e solo in 5 l’obiezione è inferiore al 50%.

L’ipotesi di indire concorsi ad hoc per medici non obiettori (come è accaduto nel Lazio) è solo una delle strade percorribili. Perché occorrerebbe incidere centralmente per riequilibrare il numero di obiettori e non. E di proposte di legge in tal senso ne sono state presentate tante e giacciono tutte in attesa di esame.

Anche perché la carenza di medici non obiettori si ripercuote sulle nostre tasche:

“Per sopperire, i pochi ginecologi non obiettori a rotazione coprono più presidi ospedalieri spostandosi esclusivamente per effettuare IVG. In alternativa, le ASST sono costrette a ricorrere a personale esterno, cioè a medici gettonisti che si recano negli ospedali esclusivamente per questo tipo di intervento e per i quali nel 2016 sono stati spesi 153.414,00 euro.”

 

Recentissima questa proposta di legge che intende intervenire a monte.

In fase preliminare del concorso, ciascun candidato dovrebbe manifestare esplicitamente per iscritto la sua scelta. In caso di non obiezione, questo elemento costituirebbe un titolo aggiuntivo preferenziale nella definizione della graduatoria. Nel caso in cui la scelta dell’obiezione dovesse essere fatta successivamente alla fase dell’assunzione e quindi concorsuale, essa equivale alla rinuncia all’incarico, con conseguente “dislocamento” in altra sede, anche fuori regione.

In pratica, la dichiarazione di obiezione la si richiederebbe a monte, prima dell’assunzione, mentre al momento si formalizza a incarico assegnato. In caso di parità di punteggio, per ipotesi, sarebbe il medico non obiettore ad avere la precedenza. Quindi si introdurrebbe un criterio nella fase di selezione e di valutazione dei curricula. Potrebbe essere una strada utile per riequilibrare le quote di medici e per introdurre una normativa unitaria per la selezione del personale in ambito ostetrico e ginecologico.

Non è solo una questione di obiezione, ma di un sistema che garantisce i servizi a macchia di leopardo, che ha ancora percentuali esigue di ricorso agli aborti farmacologici attraverso la Ru486. In Lombardia l’utilizzo della RU486 nel 2016 è al 6,6% (927 IVG con RU486 a fronte di un totale di 13.830 Ivg). Sapete perché?

  1. In Lombardia 33 strutture su 63, il 52%, non praticano Ivg farmacologiche;
  2. tra una “difficoltà” e l’altra passano i 49 giorni utili per potervi ricorrere;
  3. a differenza di altre regioni, per l’ Ivg farmacologica è previsto il ricovero obbligatorio di 3 giorni, mentre per il metodo chirurgico è sufficiente il day hospital.

Insomma, esistono una serie di ostacoli che continuano a frapporsi o meglio a essere frapposte.

Eppure nel Lazio partirà una sperimentazione di 18 mesi per l’utilizzo della Ru486 nei consultori. Si ragione in questo senso, per uscire dai reparti di ginecologia, anche in Toscana, dove però si pensa ad ambulatori attrezzati e dopo Pasqua si parte a Firenze.

Ah, certo occorre avere un investimento nelle strutture, perché per come sono oggi attrezzati i consultori pubblici lombardi, la vedo difficile.

Quindi se vogliamo veramente assicurare un buon servizio occorre muoversi. Occorre farsi sentire ora che è entrata in vigore una delibera che aggiorna le tariffe delle prestazioni consultoriali in ambito materno infantile e dopo che è stata scongiurata l’ipotesi di far pagare alle minorenni le prestazioni. Perché non approfittare per chiedere un significativo e tangibile impegno per migliorare realmente il servizio e ripristinare le sue funzioni originarie? Perché accontentarsi delle “rassicurazioni” di Gallera, che pensa di chiudere così la questione? Perché non puntare a ripristinare la gratuità delle prestazioni consultoriali, come previsto dalla normativa nazionale del 1975?

La realtà vede la situazione dei consultori in Lombardia in bilico, un destino subordinato alla Riforma della Sanità lombarda, con la conversione in centri per le famiglie, processo ancora in corso.

Anche in Lombardia si registra un’impennata nelle vendite della pillola EllaOne, un contraccettivo d’emergenza, che se assunto fino a 5 giorni dopo il rapporto sessuale, è in grado di ritardare o inibire l’ovulazione. Non è un farmaco abortivo, anche se ancora oggi alcuni farmacisti invocano l’obiezione di coscienza per non venderlo, una prassi ricordiamo non legale (in quanto non esistono farmaci abortivi vendibili in farmacia e quindi l’obiezione non può essere esercitata). La sua diffusione è notevolmente aumentata dal maggio 2015, quando l’AIFA ha eliminato l’obbligo del test di gravidanza e di prescrizione medica (per le maggiorenni, mentre rimane per le minorenni) come condizioni per la vendita.

“In Italia le confezioni distribuite nel 2016 sono state 237.846 a fronte delle 16.798 del 2014. In Lombardia le confezioni distribuite nel 2016 sono state 48.722 a fronte delle 3.871 del 2014. L’incremento è stato di oltre 12 volte. Le IVG sono diminuite nel 2015 del 10,5%.”

Viviamo in un Paese strano. Per un contraccettivo ormonale normale ci vuole la ricetta bianca (possono essere acquistate con la stessa ricetta sulla quale, ogni volta viene messo il timbro della farmacia, fino a 10 volte in sei mesi dalla data di prescrizione), mentre per quelli di emergenza nulla. Questo “nulla” è stato frutto di anni di lotta, ma forse ci ha poi fatto dimenticare, una volta ottenuta la cancellazione dell’obbligo di ricetta, che la lotta doveva continuare su tutto il resto, su ciò che manca ancora, dalla prevenzione, all’educazione, alla facilità di accedere a programmi contraccettivi strutturati e ad hoc, a servizi consultoriali di qualità e diffusi sul territorio.

Non possiamo limitarci a ipotizzare la correlazione tra contraccezione d’emergenza e riduzione del numero di IVG. Poco avremo risolto se non educheremo le donne a una contraccezione consapevole e costante, accessibile e non onerosa (ricordiamo il passaggio in fascia C a pagamento di una serie di contraccettivi prima in fascia A).

Non parliamo mai di prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili (Mst), si continuano a rifiutare con orrore le proposte di interventi educativi nelle scuole a riguardo di una sessualità consapevole per tutt*. La riproduzione, la contraccezione sono ancora argomenti tabù, la prevenzione delle Mst ancora una questione da donne. Nel frattempo dovremmo aver capito che così non gira e che i risultati sono pessimi. Ne parlavo qui in modo approfondito. È un problema di relazione, di responsabilità di entrambi i componenti della coppia, è anche in primis un indice di rispetto di sé e del partner. Ma tutto questo a chi sta a cuore?

Si continua a non voler approfondire il fenomeno degli aborti clandestini, che avvengono con metodi che mettono a serio rischio la salute e la vita delle donne. Si continua a fare gli struzzi. In più permangono le elevate sanzioni amministrative che colpiscono le donne per questo tipo di pratiche. Cosa accade non si sa. Meglio che rimangano questioni private, ognuna per conto proprio, alla mercé del caso, della geografia e della propria capacità di far da sé, su malattie sessualmente trasmissibili, gravidanze indesiderate, difficoltà riproduttive…

Ah, sì, dimenticavo, sarebbe meglio che la smettessimo di rompere, non sia mai che vi disturbiamo troppo.

 

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Quale lavoro, quale equilibrio, quale uguaglianza

“Alone We Are Powerless, Together We Are Strong,” 1976.

 

L’economia italiana è penalizzata dalla scarsa partecipazione femminile al lavoro: l’Italia ha bisogno di migliorare le politiche per le famiglie, qualunque sia la loro geometria, e di una maggiore partecipazione degli uomini al lavoro domestico.

L’Italia è il terzultimo paese OCSE, davanti a Turchia e Messico, per livello di partecipazione femminile nel mercato del lavoro: 51% contro una media OCSE del 65%.

OCSE partecipazione lavoro

OCSE partecipazione lavoro

Meno del 30% dei bambini al di sotto dei tre anni usufruisce dei servizi all’infanzia e il 33% circa delle donne italiane lavora part-time per conciliare lavoro e responsabilità familiari (la media OCSE è 24%). Le donne sono spesso percepite come le prime responsabili per la cura della famiglia e della casa. Il tempo dedicato dalle donne italiane al lavoro domestico e di cura – in media 3,6 ore al giorno in più rispetto agli uomini – limita la loro partecipazione al lavoro retribuito.

Le proiezioni OCSE mostrano che – a parità di altre condizioni – se nel 2030 la partecipazione femminile al lavoro raggiungesse i livelli maschili, la forza lavoro italiana crescerebbe del 7% e il PIL pro-capite crescerebbe di 1 punto percentuale l’anno.

Questo è quanto sottolinea l’Ocse per l’Italia in merito al gender gap. La partecipazione al mondo del lavoro è la chiave di volta. Ma come far capire che è essenziale un cambiamento di cultura aziendale e dell’intera società, perché non è una questione femminile e sulle nostre spalle non deve ricadere ogni responsabilità? Si cambia dentro le aziende, si cambia nei servizi pubblici (per l’infanzia e non solo, studiando soluzioni ad hoc per ciascun territorio), nei costi degli stessi, nell’equilibrio vita-lavoro-tempo per sé tra uomini e donne. Si deve cambiare l’organizzazione aziendale per aprire a una rivoluzione dei tempi e dei modelli di lavoro. Occorre incidere sulla parità salariale, sulla trasparenza delle retribuzioni, perché retribuire adeguatamente le donne significa consentirgli di poter gestire al meglio la giornata, avvalendosi di aiuti. Il Censis conferma la differenza tra le retribuzioni, con le donne che nel settore privato percepiscono salari inferiori del 19,6% (nel pubblico il gender pay gap è del 3,7%). Inoltre, come alcuni studi evidenziano, nel calcolo del gender gap hanno un notevole peso la percentuale di donne occupate e il fatto che si basi sul salario orario.

Occorre promuovere politiche che incentivino i padri a usufruire del congedo parentale, con ricadute positive sulla divisione dei carichi di lavoro domestico.

Investire in servizi sociali rivolti a famiglia e minori fa la differenza, purtroppo in Italia abbiamo unasituazione molto disomogenea.

Occorre investire seriamente in servizi e progetti di ricollocamento lavorativo per le donne di tutte le età, che sia in grado di rispondere alle esigenze concrete di ciascuna.

Se invece la “normalità” è essere precarie, sottopagate, fare orari folli, non poter accedere a flessibilità oraria o a forme di smart work, perdere il lavoro senza prospettive per il futuro, l’effetto sarà una situazione stagnante e altamente regressiva per le donne.

Fare le ore piccole al lavoro è notoriamente improduttivo, come se per coltivare un terreno seminato continuassimo a irrigarlo senza sosta per tutto il giorno. Dopo un tot, marcisce tutto.

Flessibilità e orari più a misura umana sono le leve per una genitorialità migliore e in generale per una vita dagli equilibri sani. Passare del tempo, a sufficienza, con i figli è importante, perché delegare non è sempre una cosa positiva. Avere del tempo da dedicare a sé, alle proprie passioni e per staccare dalla routine è essenziale.

Il mondo del lavoro è cambiato, ne dobbiamo prendere atto e ricalibrare tutto.

Chi siede ai vertici deve muovere questa rimodulazione.

In UE si torna a riflettere sul lavoro e sulle politiche sociali, attraverso un percorso di consultazione iniziato a fine 2016 sul cosiddetto Pilastro europeo dei diritti sociali, approvato di recente dall’Europarlamento. Il documento prevede tre aree: pari opportunità e accesso al mercato del lavoro; eque condizioni di lavoro; adeguata e sostenibile protezione sociale. Lavoro di qualità e uguaglianza di genere i pilastri per assicurare benessere e inclusione, oltre che di sviluppo economico.

Come qualcuno ha già rilevato, occorre restare vigili affinché i diritti sociali non siano subordinati allo stato di occupazione, ma restino dei diritti individuali certi e garantiti sempre. Anche perché il mondo del lavoro è mutato e reddito/autosufficienza/benessere non possono più essere legati unicamente al lavoro, occorrono altri strumenti per garantirli.

Inoltre per l’occupazione femminile occorrerebbe varare una strategia stutturata centrale che faccia lavorare insieme diverse aree e ministeri. Una rivoluzione del welfare e dei servizi. Basta bonus o soluzioni tampone che non hanno intaccato le disuguaglianze e non mirano certo a creare benessere diffuso. Verifichiamo anche l’uso e i vantaggi derivanti dai voucher per i servizi di asilo nido e baby sitter (che coprono solo in parte i costi e poi occorre sempre pensare ai giorni di permesso se il figlio si ammala). Riflettiamo se queste risorse possono essere utilizzate altrove, per misure strutturali che non siano pannicelli caldi. Troviamo forme di agevolazione fiscale per le spese per la cura sostenute dalle famiglie in cui si lavora in due o nelle quali il coniuge disoccupato cerca attivamente lavoro. Naturalmente occorre razionalizzare l’intero sistema di agevolazioni/interventi.

Investire oggi per ottenere risultati nel futuro, anche se non immediato (e quindi poco appetibile per chi guarda solo ai risultati elettorali). Per non lamentarci poi solo dei dati demografici. Se nel 2016 i bambini nati in Italia sono appena 474.000, registrando un nuovo minimo storico, un motivo (o più) ci sarà.

Osservare i dati del Global gender gap report o dell’Istat non ci aiuterà se non cercheremo di affrontare i problemi. Come pensiamo di intervenire sul fatto che ancora quasi un terzo delle donne tra i 25 e i 49 anni è inattiva? In generale in Italia, il tasso di attività femminile è del 54,1 per cento (uomini: 74,1 per cento), molto basso rispetto alla media europea del 66,8 per cento. In più, meno delle metà delle donne è occupata, solo il 47,2 per cento (Eurostat). Come valutiamo la quota di part time involontario che è doppia rispetto al resto d’Europa (oltre il 60%, con una crescita del 38% dal 2008)? Questo dato stride poi con chi vorrebbe scegliere il part time e non riesce a ottenerlo.

 

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La rappresentazione nociva delle donne in onda su Rai 1


Siparietto all’italiana.

Servizio pubblico. Rete ammiraglia. 2017, ma sembra di essere negli anni ’50-’60. Ma perché si sente sempre l’attrazione folgorante per recuperare un immaginario maschile che offende le donne, le oggettivizza, pieno zeppo stereotipi? Ovvero come riempire il palinsesto di messaggi nocivi, senza preoccuparsene. Le donne come soprammobili, oggetti, silenziose, accondiscendenti, perfette, non individui dotati di personalità, di desideri e di idee autonome. Ombre di esseri umani, in attesa di un uomo. Oggetti di nessun valore, delle quali sbarazzarsi nel caso non soddisfino più i requisiti e non siano più adattabili. Si chiama backlash, è il patriarcato e il maschilismo che tentano la via della resistenza, rispolverando immaginari da commedia all’italiana. Ma è una farsa che deforma la dignità delle donne. Sappiamo quanto questa subcultura sia alla base della violenza maschile sulle donne. Sappiamo quanto continuare a reiterare questa subcultura sia altamente nocivo e degradante. Raccapricciante. Antichi latin lover italiani che si lanciano in analisi pseudo culturali sulle donne, ribadendo una loro funzione meramente sessuale, degli oggetti sessuali, intercambiabili, dei regali, tutto fuorché umane.

Leggiamo dalla ricostruzione de la Repubblica:

“Minaccia per le donne italiane – continua – perché c’è un minimo di differenza. Per noi latini, italiani, parli di una donna bionda, occhi azzurri, fisicata…”, interrompe alzandosi Manila Nazzaro (bionda), “e allora io, terrona pugliese?”, il direttore di Novella 2000 le riconosce dei meriti definendola “meravigliosa burrata”, Nazzaro chiosa “moglie e buoi dei paesi tuoi”, applausi e risate in studio. Poi Testi racconta di un amico, fidanzato con una ragazza di Mosca che per il suo compleanno “lo ha portato in Russia, sono andati insieme in un bordello, gli ha fatto scegliere un’altra ragazza e si sono divertiti tutta la notte insieme: come fai – si chiede l’attore – a non innamorarti di una donna così, giustamente?”.

E giù di quadretti che più stereotipati e deformanti non si può. Insomma, pura arte dell’inarrivabile macho italico. Questa sì una minaccia all’intelligenza umana e all’eguaglianza uomo-donna. Una rappresentazione anacronistica dell’Italia. Insieme alle donne, dovrebbero insorgere anche gli uomini, anche loro ridotti a macchiette da questo genere di rappresentazione. E meno male che abbiamo una presidenza della Rai incarnata da una donna. Eppure tutto passa. L’audience prima di tutto, un chiacchiericcio che entra nelle case, di pomeriggio e vuole riaffermare vecchi e atavici schemi mentali.

Il punto più basso non è solo nei sei punti elencati per cui è meglio scegliere una “fidanzata” dell’est. Il fondo lo si raggiunge quando si parla di “agenzie di collocamento”, una specie di emporio presso il quale rifornirsi. Prodotti, con tanto di tariffario e varietà. Provare per credere, come se le donne fossero un elemento di arredo. Tra una freccina e l’altra del sito, manca solo il pulsante “aggiungi al carrello”. Poi non possiamo più sorprenderci se lo sfruttamento della prostituzione è il terzo maggior business delle mafie mondiali. Certo se continuiamo ad alimentare e a sostenere questa mentalità…

Torniamo ancora una volta a pretendere RISPETTO, questo grande assente dalla comunicazione e dai media italiani. #nonunadimeno sempre, ogni giorno, puntualmente rivendichiamo i nostri diritti, stigmatizziamo ogni aspetto che ci opprime, ci svilisce e ci schiaccia in gabbie e stereotipi.

Il servizio pubblico dovrebbe essere il traino di un cambiamento culturale indispensabile, ma chi vigila e chi interviene se ciò non avviene e anzi si mandano in onda questi prodotti altamente lesivi? Chi sanziona? Abbiamo autori che sappiano scrivere programmi in grado di rivoluzionare i rapporti tra uomini e donne, ponendo le donne finalmente in una posizione paritaria e che le rappresenti pienamente, in tutte le loro sfaccettature e molteplicità? Questo è lo spazio riservato alle donne sulla Rai? Chi può interrompere questa valanga, questa frana culturale deleteria?

Attendiamo risposta dagli organismi di vigilanza Rai e dagli organismi istituzionali preposti.

Non sono sufficienti le scuse di Monica Maggioni e di Andrea Fabiani. Per evitare che certi episodi continuino a reiterarsi, occorrono provvedimenti esemplari, una indagine approfondita su quanto accaduto e un cambio di rotta significativo. Perché non prevedere un format in prima serata contro le discriminazioni e gli stereotipi di genere?

Sappiamo che per alcuni le nostre rivendicazioni appaiono risibili e robe da femministe petulanti. Continueremo a fare le nostre battaglie, a disturbare, finché questo Paese non mostrerà in ogni ambito rispetto per le donne, tutte.

A nostro avviso questo tipo di trasmissioni violano quanto stabilito da fonti normative internazionali e nazionali e da protocolli di contrasto alle discriminazioni e agli stereotipi di genere.

Consigliamo di leggere gli atti di questo convegno, per rinfrescare la memoria sulle numerose norme e sugli accordi nazionali e internazionali in materia.

Ricordiamo l’appello Donne e media e la Policy di genere della Rai.

Su questi temi si dibatte da anni, ma a quanto pare nulla cambia nella realtà.


Il gruppo Chi colpisce una donna, colpisce tutte noi

https://twitter.com/1xtuttetuttex1/status/843781847830224897

AGGIORNAMENTO: La trasmissione è stata chiusa, un provvedimento necessario, il minimo dopo quanto andato in onda. Ma è solo il primo passo. Il fatto che sia stato possibile mandarla in onda dipende dai vertici. Questa trasmissione ha di fatto disatteso quanto previsto dal contratto di servizio rinnovato lo scorso 10 marzo e con esso la mission del servizio pubblico. Lo Stato deve intervenire affinché non si ripetano simili episodi, che purtroppo non sono casi isolati. La concessione del servizio pubblico radiofonico, televisivo e multimediale avviene con decreto deliberato dal Consiglio dei ministri e c’è una responsabilità diretta che lega organismo esecutivo e vertici Rai.  Il passo successivo è ottenere un meccanismo che agisca in funzione preventiva, ma anche una azione attiva da parte del servizio pubblico che si faccia portavoce concreto di cambiamento con una programmazione specifica contro discriminazioni e stereotipi.

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Perché è stata una giornata speciale

 

Una giornata speciale, come lo sono tutte le giornate in cui le donne si uniscono e condividono un cammino. Non è affatto semplice, a volte è difficile, arduo far coincidere pienamente orizzonti, obiettivi, pratiche e modalità, linguaggi, formule. La sintesi a volte sembra un obiettivo in salita e complicato, non sempre riesce. Ma alla fine quando ci si trova fianco a fianco, avviene uno scambio di energia positiva immenso, inimmaginabile se non ci si trova a viverlo. Perché le nostre vite, il nostro vissuto, il nostro sentire sono lì, una accanto alle altre. Siamo lì anche per chi non c’è più. Perché se siamo lì, conosciamo pienamente i motivi che ci hanno portate a manifestare, in una piazza che assomiglia sempre più alla nostra casa, perché ci è familiare, è accogliente e piena di calore e desiderio di non essere sole nella nostra lotta quotidiana. Con noi la molteplicità di ciò che siamo. Con noi, le nostre esperienze, che nel bene e nel male ci hanno rese le noi di oggi.

Una giornata speciale questo 8 marzo, che torna ad essere di lotta, privo di stanchezze e di memoriali stantii. Lo abbiamo vissuto, con uno sciopero che ognuna ha declinato come ha desiderato, in alcuni casi “adattandosi” alle circostanze di un mondo lavorativo terremotato nelle sue regole e nelle sue garanzie. Lo abbiamo riempito di senso. Nonostante le differenti opinioni su alcuni aspetti, hanno prevalso le motivazioni comuni. Lo abbiamo vissuto preparandoci insieme, a partire dalle donne dei quartieri in cui viviamo.

Ci siamo unite e qualcosa si è creato spontaneamente: per una parità piena (retributiva e di trattamento, accesso) nel mondo del lavoro, per una vita libera dalla violenza, per una piena garanzia dei nostri diritti sessuali e riproduttivi e per una tutela vera della nostra salute, per una eguaglianza che significa piena cittadinanza per tutte. Contro ogni discriminazione, che sia di genere, culturale, religiosa o etnica.

 

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Non chiederemo il permesso per mobilitarci. Mai.

Pubblico qui di seguito un post che ho pubblicato sul mio profilo Facebook. La risposta dell’Assessore la trovate in calce. Una pagina che mi ha lasciato tanto tanto amaro in bocca. Pensate che abbia avuto qualche ricaduta? Niente, nessuna scusa, nessun ravvedimento, nessuna conseguenza.

 

Sono un paio di giorni che ci penso su. Ho letto e riletto questo post dell’8 marzo dell’Assessore Pierfrancesco Maran:

“Finto sciopero. La metro é vuota ma va. Tutti in macchina spaventati da una mobilitazione indetta su una piattaforma di rivendicazioni risibile che squalifica il sindacato di base che l’ha proposta. Lo sciopero é uno degli strumenti più seri in mano ai lavoratori, ci si aspetta che chi ambisce a rappresentarli lo usi con senso di responsabilità verso di loro e verso la comunità.”

Si può non essere d’accordo sulla modalità di protesta scelta, lo sciopero, ma non si può denigrare le motivazioni che hanno portato Nonunadimeno a chiedere ai sindacati di indire uno sciopero generale per l’8 marzo. La frase ” piattaforma di rivendicazioni risibile” colpisce profondamente le donne che hanno aderito allo sciopero, che hanno manifestato, non solo a Milano e in 70 città italiane, ma in ben 59 Paesi. Sì, è stata una giornata di rivendicazioni globale, qui il manifesto.

La parola “risibile” colpisce perché non si possono liquidare in questo modo i motivi che ci hanno portato a costruire questo otto marzo di lotta, riappropriandoci di questa Giornata, portando in evidenza i tanti aspetti che ancora non vanno.
Le motivazioni erano riassunte qui.

Avremmo forse dovuto chiedere il permesso preventivo all’Assessore Maran per definire come, se e quando mobilitarci? Avremmo dovuto continuare a “festeggiare” in modo innocuo l’8 marzo per non procurare alcun mal di pancia? Avremmo dovuto restare mansuete nei nostri ruoli, aspettando pazientemente che qualcuno di buona volontà, un uomo magari, si adoperasse per migliorare la qualità delle nostre esistenze? Avremmo dovuto girare la testa dall’altra parte di fronte alla violenza di genere, alle differenze salariali, alle discriminazioni e alle molestie sul lavoro? Forse si ritiene scontato che il nostro lavoro di cura (gratuito, invisibile o sottopagato) sia un paracadute eterno a disposizione di un sistema che non vuole iniziare a condividere le responsabilità. Forse è risibile il fatto che ancora oggi tante donne restano a casa dopo la maternità? Forse è troppo chiedere un welfare di qualità, accessibile e garantito? Cosa c’è di “risibile” se chiediamo di poter vedere applicate le leggi del nostro Stato senza incontrare muri ideologici o di altro tipo? È troppo chiedere uno Stato laico? Cosa c’è di strano se chiediamo una contraccezione accessibile a tutte e un’assistenza sanitaria pubblica che non gravi sulle nostre spalle tra ticket e liste di attesa infinite? È strano chiedere che i consultori tornino ad assicurare ciò per cui sono nati? È risibile una richiesta di cambio di passo culturale, che sappia contrastare con convinzione stereotipi e ruoli “gabbia” secolari, che diffonda un linguaggio che sappia di rispetto e di una piena parità?
Ricordo che al corteo serale c’erano anche alcune consigliere comunali che evidentemente condividevano le ragioni di questa giornata di mobilitazione.
Ricordo che tra i sindacati che hanno aderito c’è anche Fp Cgil Comune di Milano.
Non basta metterci la faccia sulla parità di genere e cambiare foto del profilo con una app su Facebook. Certe cose vanno praticate quotidianamente e le parole sono importanti, a volte possono essere pietre.
Chi siede ai vertici delle istituzioni deve misurare le parole, perché non sono mai neutre. La politica deve dimostrare di comprendere cosa si muove nella società. Fare politica non è occuparsi di gestire quote di pacchetti elettorali e far finta di scrivere programmi che resteranno solo su carta. Fare politica non è fare finta di aver cura dei cittadini e delle cittadine. Un bel bagno di realtà aiuta a guardare le cose con meno superficialità. Il consiglio è di non sottovalutare le nostre istanze. Non interpellate le donne esclusivamente come “materiale” elettorale, ascoltateci e non calpestate i nostri diritti. Non ci fermeremo di fronte a tentativi di silenziare o ridicolizzare le nostre rivendicazioni. Non chiederemo il permesso per mobilitarci. Mai.
Auguro buon lavoro e buona riflessione all’Assessore.

P.S.
a questo punto sarebbe opportuno che si facesse un passo indietro, ammettendo di aver scritto un commento fuori luogo. Si può sbagliare, accorgersene e chiedere umilmente scusa a tutte le donne. Grazie.

 

Rendo pubblico anche sul mio blog la vicenda a futura memoria collettiva.

Qui la nota del gruppo Chi colpisce una donna, colpisce tutte noi.

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Le vite delle donne, tutte, non una di meno

 

Solitamente l’8 marzo, Giornata internazionale della donna, è tempo di bilanci sulla condizione femminile. Non è la “festa”, perché come recita una efficace vignetta di Anarkikka, dovremmo lottare e dire “Smettetela di farci la festa“. E di motivi per lottare ce ne sono tanti.

Parlare di pari opportunità, diritti delle donne è purtroppo rimasta una pratica marginale, di secondo livello rispetto ai temi alti della Politica, con la P maiuscola. Ma vedremo perché in realtà una politica che ci volta le spalle è una politica minuscola. E siamo stufe di una politica che fa finta di ascoltarci e poi ci ignora e ci sottrae spazi e diritti.

Se in Italia, come in altri Paesi, le donne e le loro istanze restano sempre secondarie, se non c’è reale ascolto e valiamo come mere produttici, riproduttrici e consumatrici, mai come esseri umani meritevoli di diritti e tutele piene, allora ci fermiamo. L’8 marzo deve rendere plastico il vuoto lasciato dalle donne, che si astengono dai ruoli e compiti loro assegnati e rivendicano una vita libera da ogni forma di violenza, rivendicano un patto di dignità e di rispetto. Senza di noi gli ingranaggi della comunità e dell’economia si fermano. Rivendichiamo una parità che non c’è. Perché vogliamo riprenderci i nostri spazi, cambiare l’assetto di una società che non ci permette un pieno sviluppo e una piena libertà. Vogliamo agire per trasformare l’esistente che ci vuole sottomettere e cancellare, che ci vuole incatenate in ruoli e stereotipi, che ci vuole subordinare e annientare attraverso la violenza machista e sessista. Vogliamo che questo 8 marzo espliciti che le vite delle donne hanno un valore e pretendiamo che sia rispettato sempre e in ogni situazione. Ah, le vite delle donne tutte, non solo delle donne che vivono una esistenza “fortunata”, ma soprattutto di coloro che continuano a faticare per i propri diritti e per una esistenza dignitosa. Non una di meno. Con la speranza e l’auspicio che nessuno strumentalizzi impegno e lotte. Senza lasciare indietro nessuna donna.

Eppure sappiamo quanti vantaggi ne trarrebbe il nostro Paese da una efficace introduzione di una prospettiva di genere in tutte le politiche pubbliche. Perché amministrare non sia una faccenda dal colore neutro, un grigio manto che appiattisce ogni approccio e soluzione.

 

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L’Otto marzo perché

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Sfatiamo gli stereotipi sulle donne

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Fonte: Women in Work Index 2017, a cura di PwC

Ho trovato questo articolo di Katja Iversen sul sito del WEF. Ve lo propongo inframezzato da considerazioni/integrazioni personali.

“Le donne sono più adatte a fare figli che a fare soldi.” Sembra un pensiero ridicolo, ma su miti e pregiudizi come questo si sono basate le decisioni dei nostri antenati (e antenate) per generazioni.

Ancora oggi, purtroppo quando si parla di ragazze e donne è visibile e tangibile la battaglia quotidiana contro luoghi comuni e immaginari che limitano le loro opportunità e potenzialità. Contro questi muri le donne devono lottare, per poter fare passi in avanti in ogni ambito della loro vita. Questi muri vanno abbattuti per il bene dell’intera comunità e del Paese. Non è solo una questione femminile, non ci stancheremo mai di ripeterlo. Il nostro compito è smontare gli stereotipi. Cambiando cultura nella società, avremo cambiamenti anche nei luoghi di lavoro.

Le donne sono risorse ed agenti economici importanti, anche e soprattutto in tutti quei lavori di produzione e di riproduzione spesso invisibili e non riconosciuti/retribuiti.

Le donne ogni giorno superano le barriere di genere. Sono in grado di dare vita a imprese informali e formali a partire da un piccolo capitale. Sono capaci di creare reti per ottimizzare le risorse, il tutto continuando ad assumersi le responsabilità tradizionali di cura che gravano ancora in gran parte su di loro. Le donne resistono nonostante le leggi e le politiche pubbliche non sono “amiche delle donne”. Quindi abbattiamo una volta per tutte i falsi miti che ancora ci impediscono di investire in modo coraggioso sulle donne.

Per questo credo sia interessante riflettere su alcuni di questi “stereotipi/miti canaglia”.

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La violenza non ammette prescrizione

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Apprendiamo con sgomento:


La Repubblica
: “Questo è un caso in cui bisogna chiedere scusa al popolo italiano”. Con queste parole, la giudice della Corte d’Appello Paola Dezani, ieri mattina, ha emesso la sentenza più difficile da pronunciare. Ha dovuto prosciogliere il violentatore di una bambina, condannato in primo grado a 12 anni di carcere dal tribunale di Alessandria, perché è trascorso troppo tempo dai fatti contestati: vent’anni. “Tutto prescritto. La bambina di allora oggi ha 27 anni. All’epoca dei fatti ne aveva sette.”

Corriere della Sera: «Abbiamo chiesto scusa alla vittima perché siamo stati costretti a chiedere il proscioglimento dell’imputato, nonostante non volessimo farlo. Ma è intervenuta la prescrizione». Così il procuratore generale di Torino Francesco Saluzzo.”

Nessuna scusa, perché l’esito non può cambiare, perché la giustizia italiana ha fallito e non ha fatto il suo dovere per arrivare in tempi congrui a sentenza. Quella bambina diventata donna, oggi cosa può pensare? Risulta palese che di fronte all’orrore e alla violenza che le sono stati inferti non ci sia stata nessuna forte e reale volontà di fare giustizia.
Perché nulla può giustificare venti anni di processo e un reato di violenza su una bambina che va in prescrizione. Una giustizia inspiegabilmente naufragata tra le maglie di due gradi di giudizio che hanno sbriciolato il reato, mandandolo in prescrizione. Giorno dopo giorno chi subisce violenza dovrà superare decine di ostacoli, interrogatori, udienze, domande, con un esito incerto che peserà come un macigno. Chi si vuole veramente tutelare?
Chi ha curato la difesa della bambina? E’ stata supportata al meglio sia dal punto di vista legale che psicologico? Queste sono alcune delle domande che ci poniamo.
Quando si arriva a questo risulta difficile credere che per il nostro sistema giudiziario sia davvero prioritario perseguire chi commette violenze e abusi. A quanto pare non lo è o non lo è dappertutto e la volontà, non il caso, in questi frangenti determina se ci sarà o meno giustizia. Così a violenza si aggiunge violenza. Il messaggio che passa è terribile, desolante. Prescrizione in questi casi non può esserci, perché questa donna porta con sé questo fardello che ha cancellato la sua infanzia, come avrebbe dovuto essere, come aveva diritto a viverla.
Uno Stato non può pensare di mettere una pietra sopra a quanto accaduto. Questa donna vuole giustamente dimenticare, ma lo Stato non può gettare nell’oblio un reato che reca con sé ripercussioni permanenti su una cittadina. È come dire che la violenza resta un fatto personale, che se va bene verrà punito, se va male passerà nell’oblio.
Le violenze no, non si cancellano, non smettono di fare male mai. E non possiamo spalancare le braccia, rammaricati per due gradi che hanno coperto due decenni. Ciascuno dovrebbe prendersi le sue responsabilità, per tempo e non solo quando non c’è più modo di rimediare.
Vedremo che esito avranno gli accertamenti preliminari disposti dal Ministero della Giustizia per acquisire informazioni.
Evidentemente si è voluto voltare la testa dall’altra parte. Avete voltato le spalle prima alla bambina e poi alla donna.
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Il clima d’odio sessista che corre spedito sulla rete – Boicottiamo Facebook!

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Il problema lo conosciamo, sono anni che assistiamo al proliferare di pagine e gruppi misogini e violenti. Vogliamo unire le forze e costruire una protesta contro tutto questo? Non possono esistere luoghi reali o virtuali in cui si tolleri la violenza contro le donne. I social media devono decidere da che parte stare. Ci date una mano?

Donne come oggetti, bersagli di una valanga gratuita di violenza verbale, un hate speech che fa parte di un fenomeno in crescita costante come il cyberbullismo a sfondo sessuale. Che i social amplifichino le abitudini machiste ostili e violente contro le donne è chiaro a tutti. Tutti ricordiamo le tragiche vicende di donne come Tiziana Cantone o di adolescenti come Carolina Picchio. Tutti sappiamo come siano diventate vittime del tritacarne del web e si siano tolte la vita in seguito a video messi in rete. Conosciamo il fenomeno del revenge porn. I gruppi in cui si agisce lo stupro virtuale sono un tassello di questo ampio fenomeno d’odio contro le donne.
Sembra che nulla si possa fare, ma qualcosa deve essere fatta, perché non possiamo più tollerare che le nostre vite siano alla mercé di questo gioco spregevole, che il diritto a essere rispettate sempre venga continuamente schiacciato e leso.
Non siamo disposte a sopportare ulteriori sottovalutazioni da parte delle Autorità e di chi potrebbe intervenire affinché nessuna donna sia più vittima e oggetto di sfogo degli istinti e delle abitudini più turpi di uomini connotati evidentemente da una concezione della virilità alquanto deviata e sbagliata. Cresciuti a porno e violenza, visto che per i ragazzi la pornografia è una consuetudine socialmente accettata, un modo per costruire la virilità del maschio dominante.
Alcune femministe, come Catharine MacKinnon e Andrea Dworkin, hanno individuato come nella pornografia una “rappresentazione ossessiva di donne disponibili, oggettivate, vulnerabili” concorra al “mantenimento della subordinazione femminile”. La rappresentazione della donna nel porno è nella maggior parte dei casi basata su una figura di donna deumanizzata, asservita, oggettivata, mercificata, subordinata e strumentale all’uomo. Numerose indagini scientifiche hanno rilevato come il consumo pornografico produca degli effetti negativi nelle relazioni uomo-donna, porti ad avere delle aspettative distorte del rapporto con le donne reali, ad avere relazioni sessuali senza alcun coinvolgimento emotivo, a considerare le donne come oggetti e ad alimentare i pregiudizi di genere.
Ci sono numerosi studi empirici che hanno dimostrato un legame tra consumo di pornografia e violenza.
In Italia, ad esempio, Lucia Beltramini, Daniela Paci e Patrizia Romito hanno condotto una ricerca per analizzare i rapporti tra i sessi, le esperienze di violenza e la sua percezione in un campione di ragazzi e ragazze, studenti dell’ultimo anno di diverse scuole del Friuli Venezia Giulia. I risultati mostrano che le percentuali di adolescenti che consumano materiale pornografico sono elevate, con il rischio che in futuro la violenza sessuale aumenti. La normalizzazione di queste abitudini, che entrano nel quotidiano sin dalla prima adolescenza, consolida un’idea di virilità fondata sul sopruso, l’abuso, il dominio. Non c’è spazio per altro. Ed è alla radice che occorre colpire, a livello culturale che bisogna sanare questo abisso.

Quando però i comportamenti maschili più abietti trovano espressione verbale su Facebook ed altri social si può e si deve intervenire in tempi celeri, creando programmi che vadano a scandagliare in automatico contenuti, parole chiave e che facciano pulizia di certi gruppi chiusi in cui si praticano violenza e stupri virtuali. Bastano semplici accorgimenti tecnici per intervenire. Basta voler cambiare atteggiamento di fronte a un clima nocivo per le donne, ma in maniera similare anche per chi subisce attacchi razzisti o omofobi. Indubbiamente siamo noi donne a essere il primo bersaglio, come emerge dall’indagine di Vox Diritti e questo accade quotidianamente. Non è solo un fenomeno sporadico, né recente, ma che va avanti da anni ed è in costante ascesa, un’ondata d’odio che arriva come la lava incandescente e intrappola le vite delle donne.

Chi gestisce i social può intervenire, deve farlo se ci tiene a rendere quei luoghi virtuali “woman friendly”, a misura di donna, all’insegna del rispetto. Non ci può essere spazio per la violenza, questo deve essere chiaro a tutt*. Siamo tutt* responsabili. Alimentare o assolvere questo clima d’odio contro le donne è complicità alla violenza.
Non basteranno le segnalazioni degli utenti a fermare l’ondata di violenza, se non cambierà l’atteggiamento di chi gestisce i social. Non ci si può nascondere dietro la libertà di espressione. Le donne sono esseri umani al 100% e i loro diritti vanno salvaguardati prima di ogni cosa.
Se l’articolo 167 del codice della privacy, che prevede la reclusione da uno a sei mesi per chi pubblica foto senza consenso, non scoraggia queste pratiche e non ferma l’orrore, forse occorre fare pressione dal basso. Continuare semplicemente a segnalare non cambierà sostanzialmente la situazione: da anni lo facciamo, ci lamentiamo, denunciamo, ma Facebook non muta la sua policy che in sostanza gira la testa dall’altra parte di fronte a questo tipo di situazioni.
Come sosteneva a novembre 2016 il Ministro Orlando, occorre che i gestori dei social media, che veicolano queste informazioni, intervengano direttamente, affrontino e rimuovano certi contenuti.
Laura Boldrini si è già mossa su questo fronte: “Ai vertici di Facebook incontrati il mese scorso, ha fatto tre proposte concrete: mettere un’icona «attenzione odio», che possa essere usata dagli utenti quando riscontrano messaggi di hate speech; una linea telefonica dedicata; un personale ad hoc con sedi nei vari Paesi. «Mi hanno assicurato — racconta — risposte entro fine gennaio»”.
Ma forse occorre fare di più. Perché Facebook dalle interazioni tra utenti, da tutte le nostre azioni trae profitto e non ha intenzione di perderlo. Per fargli cambiare rotta e tutelare adeguatamente le donne deve subire un danno economico, quello che potremmo generare non usando il mezzo per una giornata (o più, con un calendario settimanale di sciopero, insomma trovando una modalità adeguata di protesta che sia tangibile e chiara), per esempio, chiedendo il cambio di policy e una legge che sanzioni i social ogni volta che viene creato un gruppo misogino o non viene rimosso un contenuto lesivo dei diritti delle donne. Ma deve essere qualcosa di condiviso, una protesta di massa, altrimenti resterà tutto così com’è.
Di un luogo infestato da attacchi misogini e dove la violenza è tutto sommato tollerata non ne dovremmo sentire il bisogno, dovremmo far di tutto per pretendere un cambiamento significativo da parte degli amministratori e dei gestori dei social affinché regolino in modo adeguato e stringente i loro ambienti. Se non agiamo in qualche modo per sollecitare tutto questo sarà una nostra colpevole omissione.
Non possono esistere luoghi reali o virtuali in cui si tolleri la violenza contro le donne.

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Senza rispetto. La violenza contro le donne nel tritacarne mediatico.

@Anna Godeassi

@Anna Godeassi

Certe cose ti paralizzano. Si è superato il limite, di tanto. Il limite del rispetto. Un burrone senza fondo. Un impasto nocivo dato in pasto senza porsi domande sulla sua opportunità. Un danno enorme questo genere di tv.

Sentire ripetere più volte “sei bella”, “un’altra ragazza bella come te”, come se la violenza colpisse solo le donne belle, come se il problema fosse la bellezza. “Un uomo ha attentato alla bellezza.”

E poi giù la pioggia battente con le stesse parole, un uomo può arrivare a questo genere di azioni per “troppo amore”. Una vita, una violenza, una giovane donna sola, in balia dei media, senza che nessuno le crei un sostegno, che la porti a prendere consapevolezza che quello non è amore, che una relazione in cui entra la violenza non è una relazione sana, normale. L’amore non c’entra nulla. Le luci, le telecamere hanno violato quello che era un momento delicato, il momento che Ylenia avrebbe dovuto dedicare a se stessa, per ritrovarsi. Con l’aiuto di qualcuno che non le permettesse di lasciarsi mangiare dai media, non curanti di lei e del suo passato, non curanti del fatto che fosse prioritario aiutare lei, per il suo futuro, perché questa è la priorità, affinché lei possa costruire un futuro diverso da quanto sinora vissuto, con nuovi punti di riferimento, dovrà riempire di nuovi significati le parole,  le emozioni, per i sentimenti, per le relazioni.

 

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Mi hanno detto che è iniziato un nuovo anno

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Leggo qui che:

“secondo gli ultimi dati diffusi dalla polizia in occasione della giornata contro la violenza sulle donne i femminicidi stanno – anche se di pochissimo – diminuendo. Nel nostro Paese muore una donna ogni tre giorni: speriamo di non leggere anche nel 2017 queste cifre, queste tragedie. Qui la speranza non deve abbandonarci: se le donne vengono ammazzate nel 93% dei casi da uomini vuol dire che la disparità di potere è fortissima. Solo con il lavoro, con il guadagno, le donne possono e devono rendersi autonome e mettersi in salvo dalla furia omicida di compagni ed ex mariti.”

Io non condivido l’abitudine di continuare a misurare il fenomeno della violenza maschile sul numero di femminicidi, come se le oltre 120 donne che hanno perso la vita nel 2016 fossero una cosa normale e la flessione del numero ci desse la misura di un fenomeno in via di risoluzione. Così non è, a questo punto dovremmo andare più a fondo, scavando dentro tutta la violenza che non emerge o emerge grazie al lavoro dei centri antiviolenza e delle reti territoriali. Il femminicidio va prevenuto e contrastato, non dobbiamo fermarci ai numeri in calo, “non una di meno” è la frase che dobbiamo ripetere, l’obiettivo da perseguire, perché vogliamo essere tutte vive e libere dalla violenza. Il femminicidio è la punta dell’iceberg di un fenomeno diffusissimo e molto grave che blocca e soffoca la vita delle donne. Perché noi non accettiamo che nemmeno una donna possa ancora subire violenza o perdere la vita, perché questa violenza è un fatto pubblico, politico, una questione che lacera, avvelena le nostre comunità, devasta il nostro sistema di diritti e tutele, garanzie a vivere libere e autonome. La vita di ciascuna donna è importante, nessuna deve avere diritti affievoliti o meno opportunità di una vita dignitosa e libera.

La nostra autoderminazione è fortemente lesa e messa in discussione dalle tante forme di violenza che siamo costrette a vivere. L’oppressione delle donne è sotto i nostri occhi e contro questo dobbiamo fortemente combattere, senza ricorrere a forme autoconsolatorie. Abbassare la guardia solo perché c’è una flessione è pericolosissimo, così come è pericoloso pensare che un lavoro ci possa rendere immuni o salvare da solo dalla violenza. Certo può aiutarci, ma non è in grado di liberarci. Pensiamo a quante donne che lavorano subiscono violenza economica (e non solo) e non sono libere di autogestire il proprio stipendio. La violenza è trasversale e non risparmia nessuna, per censo, per cultura, per occupazione, per contesto sociale. Non vedere questo significa perdere di vista una porzione consistente del problema.

Lo vediamo dai dati delle donne occupate che si rivolgono alla rete antiviolenza milanese.

L’autonomia materiale non è una garanzia totale, altrimenti non ci sarebbe bisogno di avviare percorsi in grado di sostenere l’autostima delle donne, l’autodeterminazione, la consapevolezza della propria persona e dei propri diritti. Tutto questo in un contesto di violenza è fortemente carente, la donna viene azzerata come essere umano, la ricostruzione dell’identità è fondamentale per risultati duraturi e realmente di fuoriuscita dalla violenza. Ci sono circoli di violenza che portano le donne a non riuscire a riconoscere il proprio valore, ciò che è giusto e normale in un rapporto e ciò che non lo è. Dobbiamo stare a contatto con le donne reali, non con prototipi immaginari, conoscere le loro realtà quotidiane.

Non ci sarà uguaglianza, parità di diritti, pari opportunità, finché non debelleremo le radici culturali della violenza contro le donne, le disparità di potere troppe volte assecondate e alimentate, le varie forme di discriminazioni troppo spesso taciute, minimizzate e normalizzate, le connivenze per briciole di potere maschile, i muri eretti per ostacolare una piena partecipazione delle donne alla vita sociale, economica e culturale di questo Paese.

Non sarà un anno nuovo, ma la prosecuzione senza discontinuità dei secoli precedenti.

Non sarà un anno nuovo finché non promuoveremo con forza e convinzione programmi e progetti di sensibilizzazione contro le numerose forme di violenza che abitano le vite delle donne, finché il rispetto non sarà un valore insegnato, condiviso e diffuso, finché non riterremo inammissibile che vi siano spazi o porzioni di popolazione per cui rispetto e diritti umani fondamentali non valgano.

Non sarà un anno nuovo finché la trasformazione non includerà anche il benessere e la serenità delle donne.

Non vogliamo un po’ di rosa qua e là, buono solo per lavarci le coscienze. Non vogliamo ricordarci delle donne e sentire bilanci solo di circostanza.

Perché il patriarcato, quel substrato violento e velenifero che infesta le nostre esistenze di donne è tutto ancora lì, vivo e vegeto, forte, alla ricerca della prossima donna da sottomettere e su cui usare violenza.

Molti continuano a ripetere “non tutti gli uomini”, è vero, ma questi sono alcuni dei termini di ricerca che vengono tracciati dal mio blog, le frasi adoperate sui motori di ricerca per arrivare sul blog.

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Questo solo il 31 dicembre. A questo si pensa a fine anno e per gli altri 364 giorni.

 

Non sarà un anno nuovo finché non diffonderemo consapevolezza a tutte le donne, informandole sui servizi e sulle possibili soluzioni ai loro problemi.

Non sarà un nuovo anno e nemmeno buono finché non cambieremo le parole, il linguaggio, le visioni, gli approcci, le fondamenta delle relazioni, i comportamenti, a partire dai più semplici atteggiamenti.

Non sarà l’alba di un nuovo anno finché non riusciremo a raccontare la violenza con le parole giuste. Nonostante anni di appelli a un cambiamento del lavoro giornalistico, ci troviamo ripetutamente di fronte a questo tipo di narrazione tossica sul Messaggero:

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Un racconto con accenti inaccettabili, forse diretti a compiacere i tanti uomini che vorrebbero emulare questo gesto atroce. Un atto che poteva segnare la fine della vita di questa donna, viene descritto come se fosse un’abitudine tutto sommato “simpatica” e consolidata, perché si sa è “tradizione” considerare le donne degli oggetti, da buttare via all’occorrenza quando si decide di liberarsene. In memoria permane ancora l’attacco originale dell’articolo (poi cancellato) che richiama la tradizione. Troviamo il consueto richiamo al momento d’ira, il solito raptus di questo uomo che voleva liberarsi della moglie, il suo “guaio”. Parole, stile, ricostruzione tutto fuori luogo e ci chiediamo a cosa risponda questa giovane giornalista. Proprio non sappiamo fare di meglio, imparare a comunicare in modo differente? Un sintomo di come tanti giornalisti e giornaliste vivono nel proprio mondo, insonorizzato evidentemente, se non vengono raggiunti dai tanti appelli (Giulia giornaliste) e decaloghi dell’Ifj per l’informazione sulla violenza contro le donne a un cambiamento dei media, se non capiscono che comunicare in questo modo significa replicare all’infinito stereotipi e modelli negativi, assecondare comportamenti e mentalità altamente pericolose.

Forse per vendere o ottenere qualche click, ci piace pensare che tutto sommato non causeranno poi tanti danni? I danni sono evidenti, basti considerare la percezione della violenza che emerge da questa indagine europea.

Questo il quadro in cui ci muoviamo, quindi abbiamo ancora molta strada da fare per diffondere consapevolezza e lavorare sulla cultura e sul linguaggio.

Abbiamo anche un altro fronte su cui lavorare: ci sono tante realtà e reti a sostegno delle donne, ma spesso si fa fatica a farle conoscere.

Per questo condivido queste informazioni* riguardanti la rete antiviolenza milanese, attiva già dal 2006. Vi consiglio di leggere con attenzione questi documenti, utili a diffondere una panoramica del lavoro svolto in questi anni sul territorio, un percorso che ha bisogno di essere condiviso, conosciuto, da continuare a costruire, migliorare insieme, magari allargando la rete ad altri soggetti che possano arricchire con un sentire “femminista”. Più se ne parla, più si aprono le collaborazioni e le interazioni, migliori risultati si ottengono. Soprattutto occorre individuare chi è realmente idoneo e in grado di occuparsi di violenza.

Le risorse:

 

Mi auguro che si adottino strumenti di divulgazione e di informazione più accessibili alle donne tutte. Torno a ribadire che strumenti come Disamorex potrebbero fornire utili “ganci” di riflessione e di diffusione di consapevolezza, soprattutto tra le più giovani e perché no, se tradotto in più lingue, anche tra le donne migranti.

Per questo occorre avere degli spazi in periferia dedicati alle donne, il più possibile autonomi e autogestiti, per rendere questo passa parola ancora più efficace. Qui una raccolta di “desideri” e bisogni delle donne del mio municipio, frutto di uno degli incontri che stiamo promuovendo. C’è un gran bisogno di incontrarsi e condividere. Restiamo in ascolto reciproco. Questa è l’unica vera regola essenziale. Non restiamo sole, siamo in tante. La nostra resistenza collettiva a chi ci vuole controllare e sottomettere.

E che rivoluzione femminista sia! Non c’è altra via.

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*p.s. ringrazio la consigliera comunale Diana De Marchi, presidente commissione Pari Opportunità, per i dati sulla rete antiviolenza milanese.

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Prospettive e propositi

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La Corte di Cassazione ha di recente ritenuto legittimo il licenziamento se l’azienda vuole aumentare i profitti. Una decisione sulla base dell’art. 41 della Costituzione, “se l’attività dei privata è libera, deve esserlo anche la possibilità di organizzarla al meglio.”

Dipende dai punti di vista. Se coltiviamo il miraggio di un sistema liberista che si autoregola, può essere anche una buona notizia. Al contrario ci troviamo di fronte a una ennesima pillola amara che segna l’abisso in termini di diritti dei lavoratori.

Un sistema produttivo estremamente cambiato, in cui il prodotto del lavoro si è smaterializzato, molte tipologie di lavoro sono diventate in via d’estinzione, i lavoratori sono intercambiabili e i contratti sempre più strozzati e al ribasso, le retribuzioni abbastanza ferme e stagnanti verso il basso. In questo contesto si continua a privilegiare il bene dell’impresa, fregandosene del bene dell’individuo che vede precarizzare la sua posizione lavorativa e di vita sine die. Ma sappiamo che il bene dell’impresa ormai si riduce a una navigazione a vista, alla ricerca di incentivi, sponde governative, sgravi, gare, appalti amicali, politici, cessioni di rami di azienda, acquisizioni in cui far affogare le perdite, speculazioni varie. Non importa il futuro. Ci siamo mangiati l’alimentare e tanto altro. Ci siamo mangiati professionalità perché tutti siamo o sembriamo sostituibili e intercambiabili, salvo poi avere risultati mediocri che qualcuno dovrà rattoppare a paghe misere.

Da qui dovremo ripartire, da questa pagina triste per tornare a sanare le ferite di un affievolimento dei diritti dei lavoratori sempre più devastante. Per chi non ha paracaduti.

In questi giorni riflettevo su una questione. Per molte persone è veramente difficile capire di cosa si sta parlando, quali sono i termini reali in gioco, perché non ascoltano. Fanno fatica a comprendere realmente la storia di una persona vicina, una persona che non è stata licenziata, nonostante fosse ancora in vigore l’art. 18, ma che è stata “invitata a dimettersi” se non tornava a “pieno ritmo” dopo la maternità (straordinari non pagati e orari che si dilatavano fino alla sera e nei weekend di lavoro non retribuiti, trasferte prolungate fuori regione e fuori Italia, reperibilità h24). Perché il pieno ritmo è lavorare senza limiti e soprattutto gratis. Una persona che per un po’ ci ha anche provato, che si è vista cancellare premi di fine anno, che a un certo punto ha chiesto un part-time temporaneo per reali esigenze anche inerenti a problemi di salute, vedendosi naturalmente negata questa opzione. Una persona che avrebbe potuto fare causa, ma ha mollato perché aveva ben altri pensieri più urgenti. Certo accade anche di peggio, ma rassegnarci non migliorerà la situazione. E noi donne solitamente siamo coloro che pagano più duramente un arretramento in termini di diritti e tutele.

Di questo dovremo occuparci, in un sistema che premia chi ha le spalle coperte e suggerisce agli altri di arrangiarsi. Un sistema che tiene dentro chi ha protezioni e non qualità. Un sistema che non offre grandi prospettive a chi vuole restare o che non può permettersi di andare all’estero. Un sistema che ignora le conseguenze negative di politiche deboli e poco diffuse di conciliazione e condivisione (molto più di un mini congedo di paternità obbligatorio di due giorni, che si prospetta diventeranno 4 dal 2018, coperture permettendo). Un sistema che non riesce a interpretare le esigenze delle donne che vogliono lavorare e non rinunciare a una vita privata. Per questo dovremo tornare a combattere nel 2017 e negli anni a venire, nonostante qualcuno dica che tornare a garantire tutele ai lavoratori è anacronistico e una zavorra per la ripresa e lo sviluppo economico. Dovremo tornare a ripensare al welfare tutto, pensando a un mondo che è cambiato ma non può rinunciare a garantire diritti e dignità alle persone. Pensando che le disparità non sono affare privato, ma politico.

Non dimentichiamo le parole del ministro Poletti. Non dimentichiamo i differenziali di potere, non facciamoci fregare per le briciole e per una guerra tra poveri, dove trova spazio chi può contare su influenti sponsor. Non dimentichiamo chi vuole rientrare nel mondo del lavoro e trova solo condizioni schiaviste, chi lavora in nero perché altrimenti non lavorerebbe, chi non ha altra prospettiva che un voucher.

Fare politica è innanzitutto porsi in ascolto. Marta descrive bene la situazione del lavoro in Italia. Non cerchiamo la luna nel pozzo, ma quanto meno rispetto per chi resta, per le condizioni che si è costretti ad accettare, per chi va via, per le difficoltà che si assumono. Perché di presa di responsabilità si parla, quando compiamo delle scelte molto spesso dettate dall’esterno, su cui noi abbiamo poco margine per incidere. Ci prendiamo le nostre responsabilità perché in un Paese dove è forte il familismo e l’ascensore sociale bloccato, non siamo rimasti a guardare. Ciascuno di noi ha preso la sua strada, ha investito il suo tempo in anni di studio, ha scelto l’emigrazione interna o all’estero, ha sperato con tutte le sue forze che prima o poi qualcosa sarebbe cambiato in meglio. C’è chi dopo anni di precariato ha visto finalmente arrivare il contratto a tempo indeterminato e poi lo ha visto sgretolarsi all’arrivo di un figlio. C’è tutta la storia di intere generazioni che hanno dovuto cambiare prospettiva talmente di frequente che è diventata un’abitudine non riuscire a programmare non dico il dopodomani, ma nemmeno il domani. Quanto meno lasciateci la dignità, il rispetto di non schernirci, di non abbatterci. Non volete vederci, ma almeno il rispetto dato dal silenzio. Perché intervenire sul lavoro non può avvenire a suon di bonus, perché il domani si può rendere meno oscuro se tornate a darci i diritti che ci sono stati tolti con la prospettiva di un’economia capace di risolvere le disparità e le differenze sociali. C’è chi è tornato indietro nella scala sociale, nonostante tutti gli sforzi e i sacrifici propri e dei genitori. C’è chi si accontenta di non avere garanzie e tutele pur di lavorare, perché questa è la prospettiva che gli è stata insegnata, a volte l’unica che ha conosciuto. Perché ci sono comparti in cui non arriva più nemmeno il sindacato, fortini dei “Padroni” dove la contrattazione avviene tra datore e prestatore di lavoro, senza intermediari, col nodo scorsoio che si stringe al collo, un affitto da pagare, una cig in corso da cui scappare (dal 2017 la Naspi, l’indennità di disoccupazione, sostituirà la cassa in deroga), una famiglia da mantenere. Se questi sono diritti, se questa può definirsi normalità. E intanto ti senti ripetere che questo è quello che c’è per chi non ha le spalle coperte. Se sei una donna le prospettive le viviamo sulla nostra pelle, scavano fino a riportarci nei nostri ruoli secolari. Per questo ho firmato per i referendum Cgil. Perché la nostra dignità è stata calpestata a favore del mercato e della concorrenza. Mi rimane solo l’orgoglio di aver trovato lavoro sempre con le mie sole forze, senza bisogno di sponsor familiari o amicali. Così continuo a far politica. Irrisa sì, ma libera da catene. Capace di un senso critico autonomo che non è servo di nessuno. Capace di evidenziare le cose che non vanno, senza paura di ritorsioni.

Tempo fa una giovane rampolla “lanciata” in politica da illustri capibastone, mi ha detto che le competenze in politica non sono una condizione necessaria, che l’importante è il cognome, la famiglia, le relazioni che può assicurare, il resto poi si farà, se proprio necessario. Una vera e propria resa di fronte a una cultura politica fondamentale, a un progetto, a un sistema di valori, a una direzione politica, a un impegno solido e profondo, con radici solide costituite di approfondimento autentico e personale, non finalizzato a una tornata alle urne o al mantenimento di bacini elettorali. Se non abbiamo una direzione e obiettivi di lungo periodo, una cultura politica che ci faccia da guida e legittimi le nostre scelte, senza costruire benessere diffuso e progettualità che salvaguardino tutti i cittadini, si tornerà (si è già tornati) alla politica delle clientele, degli scambi, del potere di capibastone e gestori di bacini elettorali, delle strane interconnessioni tra interessi privati e individuali e politica, di una prevalenza delle reti amicali, familiari e clientelari. Non risponderemo che a questo sistema, tralasciando tutte le istanze reali di tante/i cittadine/i.

Ogni tanto sarebbe utile allargare lo sguardo e capire che la crescita economica da sola non basta ad affrontare e risolvere la crescente disuguaglianza, che aumenta e non si risolve a suon di PIL. La politica si deve occupare anche di altri fattori se non vuole aumentare la forbice delle diseguaglianze.

Vi riporto questo articolo del Wef. Ogni tanto leggere non guasta per chi fa politica. Perché non si fa politica limitandosi a guardare ombre di realtà in una caverna buia. La realtà va compresa immergendovisi e comprendendo le istanze, ascoltandola e guardandola con i propri occhi, senza filtri.

“Un quarto di secolo dopo la pubblicazione nel 1990 del primo Human Development Report, il mondo ha fatto importanti passi nella riduzione della povertà, per migliorare la salute, l’istruzione, le condizioni di vita di centinaia di milioni di persone.Tuttavia è impressionante osservare come miglioramenti di questo tipo non siano stati equamente distribuiti. Permangono profonde disparità di sviluppo umano nei e tra i Paesi.

L’aspettativa di vita dei bambini come sappiamo non è omogenea, con fattori discriminanti che riguardano non solo il Paese di nascita, il reddito familiare, ma anche il livello di istruzione delle madri.

(…)

Queste differenze derivano da una serie di motivi. Esistono “disuguaglianze verticali”, causate da una distribuzione del reddito distorta, così come “le disuguaglianze orizzontali”, derivanti da fattori razziali, di genere ed etnia, e quelle che si formano tra le comunità, a causa della segregazione residenziale.

Molte persone sperimentano diverse e contemporanee forme di discriminazione, e il grado di esclusione è il risultato dell’interazione tra le diverse forme di discriminazioni. Una combinazione di disuguaglianze verticali e orizzontali possono causare forme di esclusione ed emarginazione estreme, che a loro volta perpetuano povertà e disuguaglianze di generazione in generazione.

Fortunatamente, il mondo è diventato sempre più consapevole degli effetti perniciosi della disuguaglianza sulla democrazia, la crescita economica, la pace, la giustizia e lo sviluppo umano. È diventato chiaro che la disuguaglianza erode la coesione sociale e aumenta il rischio di violenza e instabilità.

In ultima analisi, le politiche economiche e sociali hanno due facce della stessa medaglia.

Oltre al dibattito morale per ridurre le disuguaglianze, vi è anche quello economico. Se la disuguaglianza continua ad aumentare saranno necessari indici di crescita più elevati per sradicare la povertà estrema, che se i vantaggi economici fossero più uniformemente distribuiti.

Alti livelli di disuguaglianza sono correlati alla presenza di élite di potere che intendono unicamente difendere i propri interessi, bloccando le riforme egualitarie. Il problema non è solo di disuguaglianza, ma di come essa ostacoli il perseguimento di obiettivi collettivi e del bene comune; inoltre erige ostacoli strutturali allo sviluppo, per esempio, attraverso la tassazione insufficiente o regressiva e blocchi degli investimenti nel campo dell’istruzione, della sanità, o delle infrastrutture.

La crescita da sola non può garantire la parità di accesso a beni e servizi pubblici di alta qualità; sono necessarie politiche adeguate. La recente storia dell’America Latina, la regione più diseguale del mondo, fornisce un buon esempio di ciò che è possibile quando sono messe in atto certe politiche. La regione ha visto significativi miglioramenti in ambito di inclusione sociale, durante il primo decennio di questo secolo, attraverso una combinazione di dinamismo economico e di impegno politico per la lotta alla povertà e disuguaglianza, come i problemi interdipendenti.

Grazie a questi sforzi, l’America Latina è l’unica regione al mondo che è riuscita a ridurre la povertà e la disuguaglianza, pur continuando a crescere economicamente. Più di 80 milioni di persone sono entrate nella classe media, che per la prima volta ha superato la quota di popolazione dei poveri.

A dire il vero, alcuni hanno sostenuto che questo è stato reso possibile dalle condizioni esterne favorevoli, compresi i prezzi elevati delle materie prime, il che ha sostenuto l’espansione economica. Tuttavia, il World Bank’s LAC Equity Lab conferma che la crescita spiega solo una parte dei guadagni sociali dell’America Latina. Il resto è frutto della redistribuzione attraverso la spesa sociale.

Infatti, politiche progressiste erano al centro dell’espansione economica stessa: una nuova generazione di lavoratori più istruiti ha fatto ingresso nella forza lavoro, in grado di guadagnare salari più alti e raccogliendo dividendi di spesa sociale. I maggiori incrementi salariali si sono verificati nelle fasce di reddito più basse.

Ora che l’America Latina è entrata in un periodo di crescita economica più lenta, questi risultati sono stato messi alla prova. I governi hanno meno spazio fiscale, e il settore privato è meno in grado di creare posti di lavoro. Gli sforzi per ridurre la povertà e la disuguaglianza sono a rischio di stallo – o anche di perdere le conquiste fatte a fatica. I politici della regione dovranno lavorare duramente per mantenere i miglioramenti dello sviluppo umano a lungo termine.

L’importanza di affrontare le questioni legate alla disuguaglianza è sancita negli ideali della Rivoluzione francese, nelle parole della Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America, e negli obiettivi per uno sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite. Uno sforzo fondamentale per plasmare non solo un mondo giusto, ma anche pacifico, prospero e sostenibile. Se, come la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani dice, “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti”, non dovremmo tutti essere in grado di continuare a vivere in quel modo?”

 

Un augurio per un 2017 in grado di mettere seriamente come priorità la lotta alle discriminazioni e alle disuguaglianze. Un 2017 che sappia essere ACCOGLIENTE e migliore per tutti. Per una vita dignitosa per tutti, nessuno escluso.

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Disamorex: il salva vita per le donne a rischio di violenza. Perché chiamarlo amore non si può.

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Disamorex, salva vita per le donne a rischio di violenza. Una scatolina di 6 bustine contenenti principi attivi contro la violenza maschile sulle donne, una serie di informazioni e di domande su cui riflettere, con la n° 6 che indica a chi rivolgersi in caso di bisogno. Un percorso di presa di coscienza accompagnato da un vero e proprio “bugiardino”. Consapevolezza è il primo passo, saper conoscere e riconoscere le varie forme di violenza, con una particolare attenzione alle adolescenti, per aiutarle a capire che certi comportamenti non devono essere sottovalutati o confusi con segnali di amore, che amore non è.

Un bel progetto rivolto alle adolescenti e alle donne di tutte le età, da diffondere, perché è differente, efficace, curato e centra il punto. Spesso ci chiediamo come riuscire a comunicare in modo semplice e comprensibile cosa si intende per violenza, come possiamo riconoscerla, come possiamo affrontarla e superare questo ostacolo che imprigiona e soffoca le vite di tante donne.

 

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Sulle molestie nei luoghi di lavoro l’Italia si allinea all’Europa

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Qui di seguito una versione più estesa dell’articolo pubblicato su Dols Magazine qui.

 

Un patto, un punto di incontro, una chiara intesa di collaborazione tra le parti sociali sul tema delle molestie e le violenze sul lavoro. Di questo si è parlato lo scorso 14 novembre all’interno del convegno tenutosi presso Palazzo Pirelli. Il pezzo è un po’ lungo, ma rappresenta un quadro utile della situazione attuale, su un tema che a mio avviso non ha ricevuto il giusto rilievo.

All’interno della Legge Regionale 3 luglio 2012, n. 11 – Interventi di prevenzione, contrasto e sostegno a favore di donne vittime di violenza, troviamo un chiaro riferimento anche al tema del convegno:

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Con l’Accordo siglato il 26 aprile 2016 Assolombarda Confindustria Milano Monza e Brianza, con Cgil Camera del Lavoro Metropolitana di Milano, Cisl Milano Metropoli, Uil Milano e Lombardia hanno recepito l’Accordo Quadro della parti sociali europee del 26 aprile 2007 e dell’Accordo Quadro sulle molestie e la violenza nei luoghi di lavoro del 25 gennaio 2016 tra Confindustria e CGIL, CISL e UIL.

Il documento vuole diffondere una cultura che prevenga e contrasti ogni atto o comportamento che si configuri come molestia o violenza nei luoghi di lavoro.

A tale fine si sostiene la necessità di promuovere iniziative di informazione e formazione all’interno delle aziende, anche utilizzando gli strumenti previsti dalle norme vigenti e dai contratti in materia di aggiornamento formativo. Vengono, inoltre, identificate strutture interne e esterne all’azienda alle quali le lavoratrici e i lavoratori vittime di molestie o di violenza possono liberamente rivolgersi per affrontare le problematiche dirette ed indirette collegate al tema, nel rispetto della discrezione necessaria al fine di proteggere la dignità e la riservatezza dei soggetti coinvolti. Viene anche istituito un tavolo di monitoraggio che, attraverso una valutazione del fenomeno, sia in grado di proporre azioni di sensibilizzazione degli attori che si occupano del tema a vario titolo sul territorio. A tal fine le parti firmatarie si impegnano ad incontrarsi semestralmente presso la sede di Assolombarda.

Esistono già buone pratiche aziendali, si pensi ai Comitati unici di garanzia (CUG) previsti da Regione Lombardia in ambito sanitario.

Le molestie sul lavoro sono figlie di rapporti di potere e di squilibri tra i generi. Esistono forme di violenza più nascoste e pertanto più difficili da combattere.

La professoressa Manuela Lodovici dell’Univesità Cattolica del Sacro Cuore di Milano ha rilevato come ci sia poca consapevolezza della gravità del fenomeno, dei costi non solo economici ma individuali ed aziendali che comporta. Per questo è necessario intervenire. L’ultima indagine Istat in materia risale al 2010 sugli anni 2008-2009, su 24 mila 388 donne di età compresa tra i 14 e i 65 anni. È difficile percepire la gravità di simili atti di violenza da parte delle donne, dell’azienda e della collettività. Spesso sono proprio le molestie psicologiche quelle più complicate da dimostrare e quindi che vengono denunciate.

Il fenomeno e i numeri

Dall’ultima indagine Istat emerge che:

“Circa la metà delle donne in età 14-65 anni (10 milioni 485 mila, pari al 51,8 per cento) hanno subito nell’arco della loro vita ricatti sessuali sul lavoro o molestie in senso lato come pedinamento, esibizionismo, telefonate oscene, molestie verbali e fisiche.

Negli ultimi tre anni sono state 3 milioni 864 mila (il 19,1 per cento del totale) le donne di 14-65 anni ad aver subito almeno una molestia o un ricatto sessuale sul lavoro. Le più colpite da questo fenomeno sono le ragazze di 14-24 anni (38,6 per cento).”

“Sono 842 mila (il 5,9 per cento) le donne di 15-65 anni che, nel corso della vita lavorativa, sono state sottoposte a ricatti sessuali sul posto di lavoro, l’1,7 per cento per essere assunte e l’1,7 per cento per mantenere il posto di lavoro o avanzare di carriera. Le donne a cui è stata chiesta una “disponibilità sessuale” al momento della ricerca del lavoro risultano essere quasi mezzo milione, pari al 3,4 per cento. Negli ultimi tre anni sono state 227 mila (l’1,6 per cento) le donne che hanno subito ricatti sessuali; all’un per cento è stata richiesta la disponibilità sessuale al momento dell’assunzione (per un totale di 140 mila donne), lo 0,4 per cento è stato ricattato per essere assunto (per un totale di 61 mila donne) e lo 0,5 per cento per mantenere il posto di lavoro o avanzare di carriera (per un totale di 65 mila donne). Ciò che caratterizza maggiormente le vittime di ricatti sessuali nel corso della vita è il fatto di avere un titolo di studio elevato: le donne che presentano il tasso di vittimizzazione più basso hanno, infatti, al massimo la licenza elementare (1,8 per cento nella vita e 0,1 per cento negli ultimi tre anni).”

Le reazioni

Quando una donna subisce un ricatto sessuale, nell’81,7 per cento dei casi non ne parla con nessuno sul posto di lavoro (80,2 per cento negli ultimi tre anni). Solo il 18,3 per cento di coloro che hanno subito ricatti nel corso della vita ha raccontato la sua esperienza, soprattutto ai colleghi (10,6 per cento).

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Quasi nessuna delle vittime ha denunciato l’episodio alle forze dell’ordine. La motivazione più frequente per non denunciare il ricatto subito nel corso della vita è la scarsa gravità dell’episodio (28,4 per cento), seguita dall’essersela cavata da sole o con l’aiuto dei familiari (23,9 per cento), dalla mancanza di fiducia nelle forze dell’ordine o dalla loro impossibilità di agire (20,4 per cento) e dalla paura di essere giudicate e trattate male al momento della denuncia (15,1 per cento). Negli ultimi tre anni, la scarsa gravità dell’episodio (31,4 per cento) e l’essersela cavata da sole o con l’aiuto dei familiari (28,4 per cento) sono in aumento tra le motivazioni della mancata denuncia, così come la paura delle conseguenze per la propria famiglia, mentre diminuiscono le vittime che hanno paura di essere giudicate o trattate male.

 

Le conseguenze

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Le conseguenze e i costi sono difficili da stimare, sia nel breve che nel lungo periodo, per i lavoratori, le imprese e la collettività. Ci sono impatti (le molestie possono riguardare anche gli uomini, ma in maggioranza si tratta di donne) di natura psicologica, fisica, economica (perdita lavoro, contratto, dimissioni) che pesano per lo più sulle donne. Crescono le spese mediche. Ci sono ricadute sulle relazioni familiari, effetti negativi sui colleghi di lavoro, un picco di assenteismo, peggioramento complessivo del clima aziendale, costi legati ai contenziosi, all’immagine esterna dell’azienda.

Il fenomeno è molto presente in ambienti molto competitivi o molto segregati per genere, in cui manca una cultura del rispetto, in fasi di ristrutturazione/cessione/crisi aziendali, in presenza di contratti precari e di una bassa autonomia lavorativa.

Incide anche il sistema di valori e la cultura nazionale italiana: cosa è accettabile o meno cambia da Paese a Paese e se la percezione è diversa, se c’è una minor consapevolezza il risultato è che le donne denunciano meno. Quindi la priorità è sensibilizzare.

Ivana Brunato, segretaria Cgil Metropolitana, ha illustrato l’accordo con Assolombarda. Alcuni CCNL come quello del commercio contenevano già prescrizioni in materia di molestie, prevedendo anche i provvedimenti disciplinari del caso che potevano arrivare anche al licenziamento dell’abusante. Negli enti pubblici nei primi anni 2000 nascevano i primi codici per le pari opportunità che prevedevano codici di comportamento ai quali attenersi.

Non siamo all’anno zero quindi, l’accordo si inserisce in un processo che deve sancire l’esigibilità di un diritto.

Sinora questo fenomeno è stato trattato come un problema legato alla salute. Ma sappiamo come molestie, parità di genere, cultura del rispetto, condivisione dei carichi familiari, quesitoni di genere sono tutti temi strettamente collegati. Occorre potenziare le strutture e servizi in grado di fare da punto di riferimento per le donne che subiscono molestie e violenze sul lavoro, che sappiano avere un approccio adeguato di supporto in questi casi. Naturalmente occorre investire risorse in questa direzione.

Occorre diffondere la consapevolezza che si possono far assistere dalle organizzazioni sindacali (ricordiamo il Centro Donna CGIL di Milano), che verrà garantita la riservatezza, che ci sono strutture di supporto per le vittime, che ci sono le Consigliere di parità, medici competenti, reti istituzionali antiviolenza, centri antiviolenza territoriali.

Ora l’intesa va applicata, promuovendo una cultura della correttezza delle relazioni personali.

Personalmente più che di correttezza parlerei di “rispetto”, che è qualcosa che dovrebbe essere fondamentale e radicata (ndr).

Ci sono risorse sufficienti per prevenzione e contrasto?

Per la formazione si potrebbe ricorrere ai fondi strutturali e di investimento europei e a formule di cofinanziamento pubblico-privato.

Silvia Belloni, avvocata penalista, ha sottolineato l’importanza della corretta descrizione delle condotte (cosa intendiamo per mlestie e violenze) e una definizione di modelli aziendali di contrasto e di intervento.

Viene richiamata la Convenzione di Istanbul che definisce le violenze “violazioni dei diritti umani”, a questo dobbiamo sempre rapportarci.

Occorre aumentare la consapevolezza e la conoscenza del fenomeno, identificare, prevenire e gestire queste violenze. Dichiarare da parte delle parti sociali che certi comportamenti sono inaccettabili è un buon segnale. Individuare gli interlocutori idonei e avere un monitoraggio sarà fondamentale.

Includere la tematica delle molestie nel bilancio sociale delle aziende sarebbe utile.

Oggi è un tema all’interno della tutela del lavoro. Silvia Belloni propone di inserirlo a livello di salvaguardia dei diritti umani.

È importante che sia istituita una figura terza in azienda (come la consigliera di fiducia degli enti pubblici), prevedendo un iter interno ed esterno (giudiziario) di risoluzione.

L’attività di formazione va tarata sulla realtà aziendale, per rilevare le tipologie di molestie più frequenti in quel contesto, adoperando strumenti ad hoc.

A inizio 2016 il Dlgs n.212/15, approvato dal Consiglio dei ministri in attuazione della direttiva UE che istituisce le norme in materia di assistenza e protezione delle vittime di reato, è entrato in vigore.

Il Dgls n.212 modifica la disciplina sulla prova testimoniale e sull’incidente probatorio nell’ottica di una maggiore tutela della persona offesa dal reato. Si vuole preservare la vittima di un reato che decide di deporre come testimone da potenziali ripercussioni negative derivanti da una sua testimonianza. Ne consegue che alla persona offesa è riconosciuto un particolare stato di vulnerabilità. È stato innovato anche il c.p.p.

Art. 90-quater. (Condizione di particolare vulnerabilità).

1. Agli effetti delle disposizioni del presente codice, la condizione di particolare vulnerabilità della persona offesa è desunta, oltre che dall’età e dallo stato di infermità o di deficienza psichica, dal tipo di reato, dalle modalità e circostanze del fatto per cui si procede. Per la valutazione della condizione si tiene conto se il fatto risulta commesso con violenza alla persona o con odio razziale, se e’ riconducibile ad ambiti di criminalità organizzata o di terrorismo, anche internazionale, o di tratta degli esseri umani, se si caratterizza per finalità di discriminazione, e se la persona offesa è affettivamente, psicologicamente o economicamente dipendente dall’autore del reato.

Sono necessari percorsi di sensibilizzazione per prevenire questi fenomeni. Le molestie e le violenze avvengono dentro e fuori i luoghi di lavoro, per questo è necessario impegnarsi per una diffusione della cultura del rispetto, che condanni ogni sopruso.

Maria Antonietta Banchero, dirigente Welfare Regione Lombardia, ha esordito ricordando la Dichiarazione sull’eliminazione della violenza contro le donne (1993).

All’articolo 2 leggiamo:

La violenza contro le donne dovrà comprendere, ma non limitarsi a, quanto segue:

a) La violenza fisica, sessuale e psicologica che avviene in famiglia, incluse le percosse, l’abuso sessuale delle bambine nel luogo domestico, la violenza legata alla dote, lo stupro da parte del marito, le mutilazioni genitali femminili e altre pratiche tradizionali dannose per le donne, la violenza non maritale e la violenza legata allo sfruttamento;

b) La violenza fisica, sessuale e psicologica che avviene all’interno della comunità nel suo complesso, incluso lo stupro, l’abuso sessuale, la molestia sessuale e l’intimidazione sul posto di lavoro, negli istituti educativi e altrove, il traffico delle donne e la prostituzione forzata;

c) La violenza fisica, sessuale e psicologica perpetrata o condotta dallo Stato, ovunque essa accada.

Ha richiamato l’importanza dei Comitati unici di garanzia, obbligatori nelle aziende sociosanitarie e in tutta la pubblica amministrazione. In Lombardia la violenza è stata inserita nella delibera delle regole e negli obiettivi di valutazione a cui sono sottoposti i direttori generali delle Aziende sanitarie (valutazione sulle azioni messe in atto per contrastare la violenza).

Importante è realizzare un sistema di valutazione del rischio nei Pronto Soccorso.

Centrale è la prevenzione, con una dichiarazione esplicita che ci sarà tolleranza zero, con regole per arginare e contrastare il fenomeno.

Inoltre è necessario investire in formazione del management e degli imprenditori. Nelle micro e medie imprese va fatto un lavoro di sensibilizzazione su datori di lavoro e personale.

Viene ribadita la necessità di una figura esterna di controllo e di intervento sulle molestie.

Le lavoratrici vanno sostenute anche dopo l’evento e la denuncia.

Sarebbe utile introdurre nei moduli per la sicurezza e la salute nei luoghi di lavoro, anche un capitolo riservato alle molestie e violenze.

Si ritiene importante anche l’esistenza di formule di mediazione interna aziendale.

Sarebbe altrettanto utile la diffusione della figura del delegato sociale: in pratica si tratta di formare delegati sindacali che siano in grado di porsi come facilitatori per i processi di espressione del disagio e come intermediari tra l’ambiente lavorativo e i servizi sul territorio. Per approfondire qui.

Antonio Calabrò, vicepresidente Assolombarda, ha parlato di civiltà ed etica del lavoro, le persone sono la componente essenziale. Scelte di competitività e di produttività: chi è vittima di molestie produce meno e la qualità generale diminuisce. Si parla di sostenibilità del clima di lavoro e dell’ambiente lavorativo.

La fabbrica bella, il benessere dei lavoratori, con un richiamo a Olivetti.

Ha ribadito l’impegno per un monitoraggio dopo l’accordo sulle molestie. Ha fatto un richiamo sulla necessità di una formazione sui diritti e responsabilità, soprattutto tra le nuove generazioni di lavoratori, diffondendo maggiore consapevolezza sui temi della violenza.

Giuseppe Pitotti, Fondazione Sodalitas, ci ha parlato di etica degli affari, mobbing, cultura dell’organizzazione, conciliazione, sulla necessità di smontare l’abitudine secondo cui chi commette certi abusi la fa franca: comportamenti etici migliorano la reputazione e le performance aziendali.

Approccio che va tarato sull’azienda. Nei codici etici aziendali che vanno costruiti anche dal basso, dalla base dell’organizzazione aziendale. Il comitato etico aziendale deve avere il più possibile un ruolo “terzo”.

È fondamentale dotare le aziende di strumenti per facilitare la denuncia di comportamenti molesti o violenti (speak up policy), che assicurino riservatezza e protezione del denunciante.

Qui alcuni recenti lavori di Sodalitas:

http://www.sodalitas.it/fare/lavoro-e-inclusione/business-and-human-rights

http://www.sodalitas.it/public/allegati/_Human_Rights_Blueprint_2016411103438613.pdf

http://www.sodalitas.it/fare/lavoro-e-inclusione/carta-per-le-pari-opportunita-e-luguaglianza-sul-lavoro

Carolina Pellegrini, consigliera di parità Regione Lombardia, ha riportato la sua esperienza di “trincea” al fianco delle donne che subiscono queste violenze. Ricorda che il fondo delle consigliere di parità non è finanziato da tempo, con impossibilità di ricorrere in giudizio e di sostenere le donne in modo adeguato.

Ha ricordato il comunicato della Conferenza Nazionale delle Consigliere e dei Consiglieri di Parità prendono posizione in merito alla sentenza del Tribunale di Palermo – Sez. II penale – n. 6055/15 del 23 novembre 2015, con la quale si assolve un imputato accusato di comportamenti sessuali lesivi sul luogo di lavoro. Questa purtroppo è la realtà.

Nel codice delle P.O. Legge 198/2006, si parla anche di molestie sul lavoro:

Art. 26.

Molestie e molestie sessuali

(legge 10 aprile 1991, n. 125, articolo 4, commi 2-bis, 2-ter e 2-quater)

1. Sono considerate come discriminazioni anche le molestie, ovvero quei comportamenti indesiderati, posti in essere per ragioni connesse al sesso, aventi lo scopo o l’effetto di violare la dignità di una lavoratrice o di un lavoratore e di creare un clima intimidatorio, ostile, degradante, umiliante o offensivo.

2. Sono, altresì, considerate come discriminazioni le molestie sessuali, ovvero quei comportamenti indesiderati a connotazione sessuale, espressi in forma fisica, verbale o non verbale, aventi lo scopo o l’effetto di violare la dignità di una lavoratrice o di un lavoratore e di creare un clima intimidatorio, ostile, degradante, umiliante o offensivo.

3. Gli atti, i patti o i provvedimenti concernenti il rapporto di lavoro dei lavoratori o delle lavoratrici vittime dei comportamenti di cui ai commi 1 e 2 sono nulli se adottati in conseguenza del rifiuto o della sottomissione ai comportamenti medesimi. Sono considerati, altresì, discriminazioni quei trattamenti sfavorevoli da parte del datore di lavoro che costituiscono una reazione ad un reclamo o ad una azione volta ad ottenere il rispetto del principio di parità di trattamento tra uomini e donne.

 

Può essere utile introdurre la questione delle molestie anche a livello di contrattazione di secondo livello.

Il T.U.S.L. all’art. 28 richiama nuove categorie nella valutazione del rischio, connessi alla differenza di genere.

Nel pacchetto di formazione sulla sicurezza andrebbe introdotto un modulo specifico sulle molestie.

È stata ribadita l’importanza della responsabilità sociale di impresa, soprattutto per le Pmi.

Adoperare le reti esistenti per prevenire e contrastare il fenomeno delle molestie, delle violenze e delle discriminazioni (si pensi per esempio la rete territoriale di conciliazione).

Francesca Brianza, Assessora al Reddito di autonomia e Inclusione sociale ha richiamato il bando annuale “Progettare la Parità in Lombardia”, in coerenza con il Piano quadriennale regionale per le politiche di parità e di prevenzione e contrasto alla violenza contro le donne.

 

Per approfondire:

Il blog di Olga Ricci

Rimozione collettiva

 

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Oltre il 25 novembre – Basta alibi alla violenza contro le donne #nonunadimeno

violenza-donne_apertura

 

È appena passato il 25 novembre. Quest’anno anche in Italia siamo di fronte a un momento storico per il movimento delle donne, dopo la manifestazione #Nonunadimeno del 26 novembre e le azioni che si stanno progettando dopo i tavoli tematici del 27 novembre. Abbiamo invaso gli spazi pubblici con la nostra marea composta di tante generazioni e generi, portatrice di una volontà ferrea di cambiare lo sguardo e gli approcci sinora adoperati dai decisori politici per prevenire e contrastare la violenza. Saremo l’ombra costante delle istituzioni, vigileremo e chiederemo conto di quanto (e come) messo in atto, degli indirizzi, faremo pressione affinché si crei una volontà politica in grado di rispondere adeguatamente alle istanze delle donne.

In Europa scorgiamo due importanti segnali di attenzione sul tema della violenza di genere.

Segnaliamo la decisione della Commissione europea di dedicare il 2017 al contrasto della violenza contro le donne, e la risoluzione del Parlamento europeo che chiede l’adesione dell’UE alla Convenzione di Istanbul.

Immagine grafica "La violenza è"

Un anno dedicato al contrasto della violenza dovrebbe favorire un’azione concreta da parte degli Stati per combattere tutte le forme di violenza contro le donne e le ragazze.

La risoluzione del Parlamento europeo ha avuto un forte sostegno trasversale. Essa invita gli Stati membri, nel quadro del Consiglio, ad accelerare i negoziati per la firma e la conclusione della convenzione di Istanbul. Il Parlamento europeo auspica che si appronti una strategia europea in materia di lotta alla violenza contro le donne e per un’ulteriore azione legislativa a livello UE per prevenire e combattere la violenza contro le donne.

Perché purtroppo la situazione all’interno dell’Unione Europea non è omogenea: le donne non sono ugualmente tutelate e protette dalla violenza maschile, con il forte rischio che certi crimini restino impuniti. La ratifica della Convenzione da parte dell’UE può essere un segnale politico forte che la violenza contro le donne non è più accettabile.

IMMAGINE Quadro europeo violenza di genere

 

La Commissione Europea ha reso pubblici i dati di una ricerca condotta sui 28 Stati UE, per valutare le percezioni dei cittadini dell’UE sulla violenza di genere.

L’indagine ha esplorato una serie di aree:

  • La percezione della prevalenza della violenza domestica;
  • La conoscenza personale di una vittima di violenza domestica, il tipo di reazione/approccio;
  • Le opinioni su dove la violenza contro le donne è più probabile che si verifichi;
  • Le opinioni sugli atteggiamenti verso la violenza di genere, inclusa l’abitudine a cercare giustificazioni ed attenuanti alla violenza;
  • La percezione della prevalenza di molestie sessuali;
  • Se una serie di atti di violenza di genere sono sbagliati e sono, o dovrebbero essere, illegali.

 

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