Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Il punto sulla Legge 194

Nel 1978 entrava in vigore la Legge 194 – Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza. Ieri è stata presentata in Parlamento la Relazione del Ministero della Salute sulla sua attuazione. I dati sono relativi al 2020, sempre assai tempestivi. I numeri delle interruzioni volontarie di gravidanza sono in costante calo a ogni rilevazione dal 1983 in avanti: nel 2020 la flessione è stata dello 9,3%.

La situazione dell’obiezione di coscienza è sempre disastrosa e di fatto diventa in alcuni casi un ostacolo, una specie di muro tra la donna e il suo diritto a una scelta libera, senza impedimenti, serena e con l’adeguato e corretto supporto. Nel 2020 le Regioni hanno riferito che ha presentato obiezione di coscienza il 64,6% dei ginecologi, valore in leggera diminuzione rispetto al 2019, il 44,6% degli anestesisti e il 36,2% del personale non medico.

L’analisi del carico di lavoro settimanale attribuibile ad ogni ginecologo non obiettore per singola struttura di ricovero nel 2020 evidenzia 3 Regioni in cui sono presenti strutture con un carico di lavoro superiore alle 9 IVG a settimana (9,7 in Abruzzo; 9,9 in Campania e 16,1 in Sicilia). Quindi, la situazione presenta delle criticità, che denunciamo da anni.

L’aumento dell’uso della contraccezione d’emergenza – Levonorgestrel (Norlevo, pillola del giorno dopo) e Ulipristal acetato (ellaOne, pillola dei 5 giorni dopo) – sembra aver inciso positivamente sulla riduzione del numero di IVG. Certo sarebbe preferibile che si diffondesse maggior consapevolezza in materia contraccettiva, avviando percorsi che facciano prevenzione costante di gravidanze indesiderate.

Quindi un diritto tutt’altro che garantito secondo quanto previsto dalla legge che ha compiuto 44 anni. Un diritto che sappiamo può venir meno o ridimensionato assai facilmente, basti pensare a quanto sta accadendo negli USA, dopo la recente votazione della Corte suprema, o in Polonia.

La maternità deve restare una libera e consapevole scelta delle donne, se non vogliamo che generi danni, problemi, traumi permanenti. Garantire la possibilità di scelta è garantire la salute psicofisica delle donne.

Resta il rischio di tornare alla clandestinità, che evidentemente continua a essere ancora un fenomeno presente. Il Ministero stima per difetto che circa 10mila donne ogni anno abortiscano così, spesso ricorrendo al fai da te con farmaci acquistati online. Evidentemente gli ostacoli all’aborto legale stanno facendo molti danni e a farne le spese sono le donne. Nonostante la sanzione per aborto illegale che colpisce le donne sia stata innalzata fino a 10mila euro qualche anno fa.

Qui un articolo recente che inquadra bene il fenomeno.

“La maggior rottura operata dal femminismo come teoria e pratica si è fondata non tanto sull’estensione dei diritti, quanto sulla riappropriazione politica e simbolica del corpo e dei suoi significati, che sta a monte di quelli. Questo ha significato in primo luogo un ancoramento alla corporeità che la filosofia tradizionale respingeva descrivendo un soggetto disincarnato; ha voluto dire ritrovare una sessualità propria e una libertà di scelta ma anche aprirsi a una molteplicità di manifestazioni di vita, fare in modo che la coniugalità e la maternità non fossero più considerate l’unico destino possibile Un triangolo festoso, ironico e irriverente, fatto con dita ribelli unendo le punte dei pollici e degli indici, risalendo dalle profondità degli archetipi irruppe nelle piazze: quella mimica eloquente comparve negli anni Settanta, scomparve nel giro di un decennio. Riportava nella polis un corpo sessuato. Annunciava al mondo che le donne riprendevano possesso di sé. Quel sesso che non era un sesso, ma solo un attributo destinato alla riproduzione, diventava finalmente orgoglio politico. (…) Con quel gesto la critica femminista si allarga alle istituzioni della vita pubblica che sulla rimozione del corpo hanno costruito il loro potere. Il corpo sessuato riporta la persona, i cicli biologici, la vita affettiva, i desideri, le relazioni sentimentali, i rapporti famigliari dentro la storia, la cultura, la politica.(…) La libertà di decidere quando e se fare figli, che ci siamo duramente conquistate, ci viene spesso rinfacciata perché chi ha consuetudine con il potere sa che poter decidere di sé è il primo passo per stare nel mondo alla pari.”

Graziella Priulla – La libertà difficile delle donne – Settenove

Questo estratto ci aiuta a inquadrare bene quanto è stato lungo e difficile questo percorso, cosa ha rappresentato, quanto tuttora è sotto attacco e in discussione. Una notizia che è passata in sordina, ci riguarda. Ringrazio Maddalena Robustelli per avermela girata.

Con la Risoluzione 2439 (2022) del Parlamento Europeo ‘Access to abortion in Europe: stopping anti-choice harassment’ c’è una importante presa di posizione su quanto concerne le molestie no-choice, perché sono vere e proprie violazioni dei diritti umani. Avete presente quando cercando online notizie su contraccezione e interruzione volontaria di gravidanza, i primi risultati sul motore di ricerca sono di organizzazioni no-choice? Avete presente i gruppi di preganti davanti agli ospedali o le campagne con manifesti no-choice nei pressi delle strutture ospedaliere? Avete presente la persistente lacuna di educazione sessuale tra i giovani e giovanissimi? Avete presente quando scrivo di gravidanze adolescenziali, anche a 12 anni? E’ evidente che siamo di fronte a un rischio di involuzione. Quindi l’Italia è invitata a non far finta di nulla. Ho velocemente tradotto i punti salienti.

L’Assemblea invita gli Stati membri del Consiglio d’Europa, Osservatori e Partner per la Democrazia a:

10.1 adottare le misure necessarie per garantire che gli ostacoli all’accesso alla legittima assistenza per l’aborto o alle informazioni pertinenti sia proibito e sanzionato penalmente o in altro modo; la condotta vietata dovrebbe includere attività online; vietare alle organizzazione no-choice di presentarsi erroneamente come organizzazioni neutrali o favorevoli alla scelta;

10.2 introdurre zone cuscinetto in prossimità delle strutture di assistenza sanitaria riproduttiva e di qualsiasi struttura in cui siano fornite informazioni pertinenti, per evitare l’interruzione dei pubblici servizi che forniscono cure per l’aborto e garantire la sicurezza delle persone che richiedono cure per l’aborto; all’interno delle zone cuscinetto dovrebbero essere vietate tutte le attività di informazione e di raccolta e protesta contrarie alla scelta, sia rivolte al pubblico che a privati;

10.3 fornire informazioni affidabili sui diritti e servizi riproduttivi, compreso l’aborto, e adottare le misure necessarie per contrastare la disinformazione e la disinformazione sull’aborto; tali misure dovrebbero includere un controllo specifico sulla possibile diffusione di disinformazione, apertamente o in incognito, da parte di organizzazioni no-choice;

10.4 autorizzare le persone a compiere scelte informate garantendo che informazioni basate su prove, accurate dal punto di vista medico e non giudicanti sull’aborto siano disponibili online e offline, in particolare attraverso campagne di informazione e un’educazione sessuale completa; garantire che in tutte le scuole sia fornita un’educazione sessuale completa; i programmi di studio dovrebbero riguardare la salute ei diritti sessuali e riproduttivi, compresi la contraccezione e l’aborto;

10.5 garantire l’effettivo accesso alle cure legali per l’aborto, quando previsto dalla legislazione nazionale, e la consulenza pertinente da parte di professionisti sanitari qualificati che forniscono informazioni obiettive; l’obiezione di coscienza, ove legale, non dovrebbe mai limitare l’accesso effettivo e tempestivo all’assistenza medica per l’aborto;

10.6 formare gli operatori sanitari a fornire informazioni e cure relative all’aborto, in modo basato sull’evidenza, imparziale, non giudicante, rispettoso e confidenziale; proteggere gli operatori sanitari, che prestano assistenza all’aborto, da minacce o attacchi verbali o fisici e da qualsiasi pressione o ritorsione, anche professionale;

10.7 indagare e perseguire efficacemente l’incitamento all’odio online e offline nei confronti dei difensori dei diritti umani, comprese le organizzazioni, e adoperarsi per prevenire e contrastare le reti di individui e organizzazioni create con l’obiettivo di molestare attivisti pro-choice, politici e persone che scelgono di abortire;

10.8 fornire informazioni e formazione agli agenti delle forze dell’ordine e ai membri della magistratura per garantire che siano a conoscenza della portata e dell’impatto delle attività contrarie alla scelta.

Questo va ovviamente di pari passo a un potenziamento dei consultori pubblici, a una diffusione di informazioni per una sessualità consapevole, a un intervento sullo stato attuale dell’obiezione di coscienza nel SSN pubblico e a un ripristino della gratuità della contraccezione per tutte.

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Dalla relazione ai fatti. Poniamo fine alla violenza istituzionale e crediamo alle donne

La presentazione della relazione 13 maggio 2022

Nel 2000 l’UE promosse la campagna contro la violenza domestica adottando lo slogan “Rompete il silenzio”. Molte donne con l’aiuto dei centri antiviolenza quel silenzio lo hanno infranto. Molte volte ci sono segnali che non vengono colti da chi si trova vicino, e se la donna resta sola è ovvio che i rischi aumentano. Se poi ha figli, è importante che ci sia attenzione anche a loro. Dobbiamo evitare di essere parte di un occultamento della violenza, dobbiamo assumerci ciascuno le nostre responsabilità e informarci, formare, permettere di avere gli strumenti affinché tutte queste strategie e tattiche di invisibilizzazione e riduzione al silenzio vengano smontate, contrastate e non possano attecchire. È un lavoro che deve toccare tutti gli ambiti, professioni. Evitando che prendano piede teorie rivittimizzanti.

Il libro “Un silenzio assordante” di Patrizia Romito è una pietra miliare. Non è negando o peggio girandoci dall’altra parte di fronte a un segnale che riusciremo ad aiutare donne e minori.

In questo saggio si parlava tra l’altro dell’affido congiunto.

Da pag. 165: “La violenza nei riguardi della donna deriva da un desiderio di sopraffazione (…) cioè la figura del pater familias, la casa è mia, gli animali sono miei, la donna è mia e i figli ono miei per cui li possiedo… in certi interventi l’uomo diceva: “Sì, ma ‘sta qua è roba mia. Qua è tutto mio… lo gestisco io come voglio”

intervista di un poliziotto delle volanti 2000

Questa mentalità è ancora viva e vegeta e alimenta tutto quel fiume di violenza e femminicidi e figlicidi.

La ROBA.

“Il controllo su moglie e figli è una prerogativa troppo centrale nel patriarcato per rinunciarvi senza resistere. È quindi difficile anticipare l’esito della battaglia che oggi si sta giocando. Questa battaglia vede schierate da una parte molte donne, vittime di violenze e attiviste femministe, alcuni operatori e professionisti che, indipendentemente dalla loro appartenenza di genere e dall’adesione o meno all’analisi femminista, ritengono che la violenza maschile, dentro o fuori la famiglia, sia un crimine inaccettabile; dall’altra gli abusanti, i loro alleati e compagni di strada, i loro cani da guardia. In mezzo c’è la maggioranza delle persone, poco e mal informate, che per pigrizia e paura di mettersi in gioco rifiuta di vedere una realtà orribile, nega la violenza maschile e alla fin fine trova più facile sostenere lo status quo, e cioè il modello patriarcale, che opporvisi.”

pagina 169 Un silenzio assordante” di Patrizia Romito

Quindi, direi che abbiamo ben inquadrato il problema. Dopo anni di battaglie, denunce e la forza di tante madri, al coraggio di donne come Laura Massaro, qualcosa emerge, si fa un po’ di luce su questa realtà. A loro dobbiamo tanto, per loro dobbiamo continuare a mantenere alta l’attenzione e non mollare, la strada è ancora lunga.

Il fenomeno della vittimizzazione secondaria delle donne che subiscono violenza e dei loro figli nei procedimenti che disciplinano l’affidamento e la responsabilità genitoriale è arrivato alla commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio. Dopo la sentenza della Corte di Cassazione di Laura Massaro, si aggiunge un altro importante tassello, una relazione. Il video della presentazione della relazione.

“La Commissione Femminicidio del Senato ha svolto un’indagine in 4 anni sulla violenza contro le donne e i minori nelle separazioni e negli affidi esaminando circa 1500 fascicoli processuali e ha scoperto che:

-nel 34,7% delle cause giudiziali di separazione con affido davanti ai Tribunali civili siamo in presenza di “allegazioni di violenza domestica” (denunce, certificati, sentenze);

-nel 34,1% dei procedimenti di affido di fronte ai Tribunali per i minorenni c’è violenza, nel 28,8% dei casi si tratta di violenza diretta su bambini e ragazzi, in gran parte agita dai padri.

Si tratta di fenomeni per lo più “invisibili”, perché non riconosciuti dagli operatori nel corso dei processi. Di più, in queste cause di separazione con figli in cui sono presenti tracce di violenza, nella quasi totalità dei casi (96%) i Tribunali ordinari non acquisiscono i relativi atti e non ne tengono anche per decidere sull’affido dei figli, mentre i Tribunali per i minorenni nei casi in cui c’è violenza finiscono con l’affidare i minori nel 54% dei casi alla sola madre, ma anche con incontri liberi con il padre violento.”

La relazione, voluta fortemente dalla senatrice del Pd Valeria Valente, presidente della Commissione Femminicidio, per la prima volta permette di indagare e quantificare in modo scientifico il fenomeno della vittimizzazione secondaria, di ricostruire il percorso della violenza contro le donne e i minori nelle aule dei tribunali, anche attraverso i pregiudizi e gli stereotipi di cui sono vittime. Tutto ciò è stato possibile grazie alle madri che hanno collaborato direttamente portando la documentazione dettagliata di ciò che avevano vissuto o stavano vivendo nei tribunali.

La senatrice precisa che: “molto è stato fatto sia dal legislatore (penso alla riforma del processo civile) che dagli operatori della giustizia (penso alle buone pratiche di molti Tribunali), ma molto resta da fare per dare concreta attuazione alla Convenzione di Istanbul, soprattutto in termini di formazione per riconoscere la violenza ed evitare di penalizzare donne e minori due volte.”

Per capire meglio la mole di lavoro fatta:

“La Commissione, nell’intento di esaminare la vittimizzazione secondaria nei casi di separazione con affidamento di minori, ha esaminato sia i procedimenti di separazione giudiziale di coppie con figli pendenti nei Tribunali civili, che i procedimenti sulla responsabilità genitoriale presso i Tribunali per i minorenni. In entrambi i casi ha ritenuto indispensabile verificare con rigorosità statistica l’effettiva incidenza del fenomeno su scala nazionale. L’inchiesta, che è stata svolta nel 2020 e 2021, ha quindi realizzato due rilevazioni campionarie. Per quanto riguarda i procedimenti civili di separazione giudiziale con affidamento di figli minori, è stato individuato un campione statistico di 569 fascicoli, rappresentativi dei 2089 iscritti al ruolo nel trimestre marzo-maggio 2017. Per quanto riguarda i procedimenti cosiddetti “de responsabilitate”, in cui i Tribunali per i minorenni decidono sull’eventuale decadimento della potestà dei genitori e sull’affidamento dei figli, il campione statistico ha compreso 620 fascicoli, rappresentativi dei 1452 iscritti al ruolo nel mese di marzo 2017. La Commissione ha inoltre esaminato altri fascicoli acquisiti agli atti per un totale di 1411, a cui si aggiungono quelli relativi a 36 “casi emblematici” di vittimizzazione (in cui si riscontrano anche provvedimenti di sottrazione di figli alle madri con la forza pubblica) sui quali è stata svolta un’indagine qualitativa.

Ciò che emerge è un quadro chiaro di violenza negata perché non riconosciuta da avvocati, magistrati, servizi sociali, consulenti tecnici e quindi di vittimizzazione secondaria delle donne che la subiscono e dei loro figli da parte delle istituzioni, con esiti anche gravi quali l’allontanamento dei figli dalle madri che hanno denunciato e/o subito violenza e/o l’affidamento dei figli ai padri maltrattanti.

Eppure, avremmo tutti gli strumenti per identificare e per prevenire la vittimizzazione secondaria. Ma qui è sempre un problema culturale, di pregiudizi e di formazione non uniforme e adeguata.

“Secondo la Raccomandazione n.8 del 2006 del Consiglio d’Europa, “la vittimizzazione secondaria significa vittimizzazione che non si verifica come diretta conseguenza dell’atto criminale, ma attraverso la risposta di istituzioni e individui alla vittima”.

“La vittimizzazione secondaria – scrive la Commissione nella Relazione – con particolare riferimento a quella che rischia di realizzarsi nei procedimenti giurisdizionali di separazione, affidamento e di limitazione e decadenza dalla responsabilità genitoriale, si realizza quando le stesse autorità chiamate a reprimere il fenomeno della violenza, non riconoscendolo o sottovalutandolo, non adottano nei confronti della vittima le necessarie tutele per proteggerla da possibili condizionamenti e reiterazione della violenza”.

Come tutta la violenza di genere – continua la Commissione nella Relazione – anche la vittimizzazione secondaria ha profonde radici culturali: i rappresentanti delle istituzioni, in quanto espressione della società, possono essere portatori, anche inconsapevoli, di pregiudizi e stereotipi di genere che sono alla base della violenza domestica, con possibile tendenza a colpevolizzare la vittima (cosiddetto victim blaming)“. Non a caso la Convenzione di Istanbul obbliga gli Stati a contrastare la vittimizzazione secondaria e ad adottare tutte le misure necessarie per proteggere le vittime dai nuovi atti di violenza.”

Nella quasi totalità dei casi (96%) i Tribunali ordinari non approfondiscono gli atti relativi alle violenze (pur se documentati nei procedimenti), tanto che:

– più della metà (il 57%) dei procedimenti di separazione giudiziale si conclude con il consenso delle parti

– i minori vengono affidati alla fine nel 54% dei casi alle madri, ma anche con incontri liberi con il padre violento.

Dunque, la violenza domestica e in particolare la violenza maschile contro donne e figli è invisibile nei processi di separazione giudiziale. In attesa dell’attuazione della riforma del codice di procedura civile (legge206/2021*) che prevede particolari cautele per le vittime nell’udienza presidenziale e vieta il tentativo di conciliazione nei casi di violenze in famiglia, ciò avviene anche in espressa violazione della Convenzione di Istanbul.

Cosa accade ai minori soggetti dell’affido? Nel 69,2% dei casi non sono stati ascoltati, e quando l’ascolto avviene (30,8% dei casi), esso viene delegato nell’85,4% dei casi al tecnico nominato e ai servizi sociali. Solo nel 7,8% dei casi il giudice ha parlato con i bambini.

Anche quando c’è violenza, le donne non vengono credute e la violenza non viene nominata dai giudici. Nel complesso il 77% dei provvedimenti presidenziali non nomina la violenza o la confonde col conflitto familiare, seppur in presenza di attestazioni di violenza. Lo stesso avviene nella metà dei primi provvedimenti presidenziali dei Tribunali minorili. La violenza denunciata dalle madri su di loro o sui minori non viene riconosciuta, neppure quando la madre denuncia abusi sui minori.

Di quali strumenti si avvalgono i giudici e cosa accade nella realtà?

Nel 17,8% delle separazioni giudiziali con figli minori vengono disposte consulenze tecniche d’ufficio, che appaiono generalmente molto critiche nei confronti delle madri. Nel 78,3% delle consulenze tecniche d’ufficio non vi è “nessuna considerazione della violenza, nel 43,9% dei casi vengono effettuati tentativi di conciliazione/mediazione tra i genitori e tra genitori e figli”. Nel 28,8% delle consulenze tecniche d’ufficio si rilevano valutazioni diagnostiche generiche del genitore, in gran parte della madre che viene definita “alienante, simbiotica, manipolatrice, malevola, violenta, incapace di elaborare quote di rabbia e rivendicazione, inducente conflitto di lealtà, fragile”, quando il figlio si rifiuta di vedere il padre violento.

Quindi che fare? Le proposte della Commissione sono:

– “Dialogo” tra cause penali sulla violenza e cause civili di separazione (previsto dalla riforma*);

– Il diritto alla “bigenitorialità” non può essere considerato superiore a quello del minore di viere in sicurezza e benessere (Convenzione di Istanbul);

– Più formazione specialistica in materia di violenza domestica e assistita per tutti gli operatori della giustizia (avvocati, magistrati, servizi sociali, forze dell’ordine);

– Se un uomo è violento, non può essere un buon padre. Evitare quindi l’affido e/o le visite;

– Ascolto diretto del minore da parte del giudice;

– Accertamenti tecnici: esclusione di teorie non riconosciute ed accettate dalla comunità scientifica (Pas);

– Evitare di allontanare bambini e ragazzi dalla casa materna con la forza pubblica se non si tratta di immediato pericolo di vita del minore;

– Sostegno alle donne che subiscono violenza, che per prima cosa devono essere credute.

Finalmente siamo giunte a mettere nero su bianco in atti ufficiali in Parlamento ciò che da anni in tante abbiamo denunciato. Ma la realtà dei fatti è che anche in questi giorni registriamo ancora figli allontanati dalle madri, sottratti con metodi disumani, portati in casa famiglia, come se fossero pacchi, oggetti insensibili, come se non vi fossero ripercussioni da certe esperienze. Nemmeno la salute e il benessere di questi bambini vengono tutelati. Quindi, è giunto il momento di porre fine nei fatti a questa violenza istituzionale che si abbatte su donne e minori. In questi ultimi mesi c’è un’altra Laura che sta lottando per riabbracciare suo figlio, lei ed altre hanno bisogno del nostro aiuto e di rompere il silenzio sulla violenza, perché le donne e i loro figli non siano considerati “roba” sotto il completo controllo e alla mercé dei desiderata del padre. Non voglio più sentire adoperare quegli aggettivi per lapidare le madri. Non voglio più sentire gente che vuole mettere sotto il tappeto esperienze di violenza familiare.

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Più fatti meno finta indignazione. A partire da noi

Tratto il tema da anni, sul mio blog ne ho scritto innumerevoli volte, partendo da me e da ciò che vivevo attorno a me. Smettiamola di indignarci se qualche imprenditore o imprenditrice esterna ciò che puntualmente e giornalmente avviene, che fa parte di una cultura aziendale di stampo ottocentesco, che volentieri tornerebbe ai tempi antecedenti al varo di norme a tutela delle lavoratrici madri o che semplicemente disciplinassero il mondo del lavoro per contrastare abusi e sfruttamento. Che però, nonostante le leggi, continuano ad avvenire, insieme a molestie e mobbing. Nel silenzio generale, che si interrompe se va bene in occasione dell’8 marzo, in cui si dicono due parole di circostanza. Nessun contesto lavorativo ne è immune, anche le istituzioni sono tagliate e organizzate su un modello di vita di stampo maschile, in cui non sono ammessi impegni personali, familiari e imprevisti che sperimenti in modo significativo solo quando hai carichi di cura sulle spalle, figli, genitori o familiari non autosufficienti. Queste cose “devi imparare a gestirle”, chi solidarizza, chi ti crede, chi ti ascolta? Donne contro donne, in una lotta inutile e vana a chi dimostra di essere più flessibile, affidabile ovvero disposta ad assentire sempre, subordinata e efficiente, multitasking. Donne contro donne pur di ricevere chissà quale beneficio dall’adesione a un tipo di organizzazione del lavoro imperniata su un abito patriarcale, maschilista, liberista, divoradiritti. Se vuoi lavorare, se vuoi contare, se vuoi avere un posticino devi adeguarti.

In quell’H24 è riassunto tutto un marciume di pseudo imprenditori e manager che impongono una linea che oggi più che mai appare inconciliabile con la vita, puro sfruttamento, puro schiavismo. Andiamo bene giovani perché così ci possono pagare poco o niente con la scusa di formarci, non andiamo bene giovani perché fonte di problemi quali matrimonio e figli. Donne e figli visti come problema, un peso, non come risorsa, non come qualcosa su cui investire, costruire futuro, ricchezza, occasioni, opportunità. Donne che devono essere assimilate da un sistema maschilista e sfruttatore, altrimenti sono out. Non esiste formazione continua tranne in rari casi e quindi se si lascia il lavoro dopo un figlio, rientrare è un percorso quasi impossibile. La soglia dei 40 come la descrive l’imprenditrice di cui si parla in questi giorni è anch’essa una semplificazione, perché non si capisce perché mai occuparsi dei figli o della famiglia debba avere un termine. Esserci o doversi curare di qualcuno, di scegliere tempi e modalità di lavoro per poter accompagnare un figlio nelle sue fasi di crescita non dovrebbe essere una roba a scadenza, almeno che la signora in questione non pensi che la maternità si limiti a un meccanico mettere al mondo i figli e poi delegare il resto a qualcun altro. Tutto si risolve scaricando su altri, se non si può e non si vuole si finisce tra gli scarti. Insomma, anche in questo si denota una visione materialistica della vita e della cura. Una roba gestionale, nulla di più. Ed è in questi meccanismi che anneghiamo più o meno tutti e tutte. Anche io. Basta organizzarsi mi dicevano. Fosse solo una questione di family plan. Nemmeno la pandemia ci ha fatto comprendere i limiti di questo sistema di corsa frenetica a riscaldare la sedia in ufficio per dimostrare di essere produttivi e collaborativi. Il mito della presenza in ufficio, il dover raccontare di avere la giornata stipata di impegni, retribuiti ovviamente, come motivo di orgoglio. Dobbiamo issare la bandiera di donne capaci di tenere in piedi tutto, come ironicamente e intelligentemente ci rappresentava Angela Finocchiaro. In questo incastro mangiavita ci perdiamo tutti e tutte. Noi donne in primis, pensando che sia sufficiente trovare il giusto contenitore per ogni aspetto, salvo imprevisti. Così i nostri figli si sono dovuti adattare ai ritmi di cui parla l’imprenditrice, con agende giornaliere piene di attività che devono riempire ogni angolo di giornata, oziare o non far nulla non va bene, bisogna produrre qualcosa sin da piccoli. Così poi ci si trova in lockdown tra perfetti sconosciuti e il cortocircuito è servito. La signora è l’emblema di una emancipazione in salsa maschile che se ne frega delle macerie attorno e sono certa che i risultati non siano buoni. Chi vive male e si sente fagocitato dal lavoro, produce poco e male. Un modello di lavoro che se non partecipi all’aperitivo o cena aziendale sei una reietta. Un modello in cui devi essere a disposizione dell’azienda h24 7/7. Non è una novità, quindi anziché indignarci, forse dovremmo agire per cambiarlo. Costruire un futuro diverso, partendo innanzitutto da noi, insubordinandoci e sottraendoci a queste logiche e prassi. Rifiutandoci di spiegare all’ennesimo uomo di turno perché non siamo disponibili e prone a qualsiasi richiesta, rifiutandoci semplicemente di seguire quel modello e stile di vita. Perché l’unica cosa sacra è il nostro tempo, che ha un valore. Tante persone non hanno avuto rispetto per il mio tempo, per me, agendo il loro potere e controllo per piegarmi, convincermi che se mi fossi comportata bene e fossi stata collaborativa sarebbe stato meglio per me, perché sarei stata premiata. Collaborare è dire “sì va bene” e mettere tutto in secondo piano, genuflettersi e accettare qualsiasi cosa, anche la più illogica, assurda, inutile, improduttiva. Pretendono le nostre scuse, fanno leva sui nostri sensi di colpa, sul sentirci sempre sotto esame e mai del tutto stimate per ciò che siamo e cosa facciamo. Ci mettono in competizione, donne contro donne, età contro età, fasi contro fasi, vite contro vite. Non c’è luogo in cui non sentiremo gli occhi puntati addosso, che rimarcheranno una nostra inefficienza, una qualche mancanza. Potremo aver fatto i salti mortali ma alla prima occasione in cui non riusciremo a stare al passo ci verrà fatta pagare. Ed in questo conflitto quotidiano con noi stesse e le altre, a misurare i cm che ci distanziano da una presunta perfezione, avremo perso tempo, momenti, vita, istanti e occasioni. Ci avranno fregato per benino. Sono anni che perdiamo diritti nel mondo del lavoro. Siamo arrivate a includere in un libro destinato a uno pseudo empowerment delle bambine, in perfetto stile pinkwashing e fintamente pro-parità, un personaggio come Margaret Thatcher, senza che nessuno si ricordasse cosa abbia rappresentato. Svegliamoci e evitiamo di far circolare cultura tossica e proporre come esempi personaggi del genere. Scegliamo bene le case editrici e i libri con cui generare, promuovere uguaglianza e cultura paritaria e fondata sul rispetto: basterebbe guardare l’offerta Settenove e non lasciar chiudere case editrici importanti come Matilda editrice. Ma anche qui siamo prone e subordinate a logiche commerciali e di puro pinkwashing, solo perché non siamo capaci di chiedere consiglio e di affidarci a chi ha più esperienza. Lavorare insieme è questo, altrimenti è pensare di avere a che fare con sudditi e schiavi.

Quindi è ancora una volta un problema culturale, di modello sociale e produttivo, di sistema che si pavoneggia con parole come “condivisione”, “parità” ma poi pratica discriminazione a go go contro le donne. In tutti gli ambiti. E le donne imparano prestissimo a incarnare quella cultura patriarcale, pensando di salvarsi. Pensano addirittura che declinando al maschile il loro titolo professionale possano raggranellare autorevolezza e essere accettate nel club a trazione maschile. Non sarà sufficiente sbandierare un po’ di femminismo appiccicato alla meglio se poi nella pratica ci si comporta come tante Maria Antonietta, intente a contemplare e ad agire il proprio potere, tra brioches e vita agiata. Nemiche tra noi perché educate a non aiutarci, a non ascoltarci, a farci la guerra per le briciole, che quando arriviamo a una posizione gerarchica superiore facciamo di tutto per invisibilizzare, silenziare, subordinare le altre. Ma Maria Antonietta sappiamo come è finita. È quel modello lì da monarche assolute che trasuda un ancien régime da mandare al macero. Ma dobbiamo essere disposte a non essere ossequiose con questi soggetti, a non voler spartire nulla con queste ancelle e con il potere maschile. A non credere che andrà tutto bene se osserveremo le loro regole e i loro diktat. Invece, molte, troppe di noi ci vanno sotto braccio e ne sono anche contente. Mi spiace, ma io non sto buona e tranquilla, se non lo avete capito, è arrivato il momento di terremotare il sistema. Partendo dal nostro quotidiano. Impariamo a dire no, sin da piccole, impariamo a insubordinarci a chi ci vuole controllare, a chi ci minaccia di ripercussioni. Questa è politica, POLITICA che deve saper dare risposte di fronte alla miseria di certa imprenditoria e di uno stato, di una società che scarica ancora tutto su un welfare familiare retto da donne. Vi ricordate Teresa Mattei e la sua espulsione dal PCI? Ecco, dobbiamo recuperare quella fierezza, coerenza, coraggio di Teresa. Saper agire il dissenso in ogni contesto, per non perdere ciò in cui crediamo, per non veder svilita la nostra dignità in cambio di briciole e di una esistenza sbiadita, fatta di una serie di compromessi al ribasso. Quindi, oltre la consueta indignazione, occorre agire in modo drasticamente differente! Perché poi quando ci troviamo discriminate e senza lavoro, siamo sole, cavoli nostri ed è questa la verità che dobbiamo avere il coraggio di raccontare e contrastare.

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Sette storie di donne che attraversano la Storia

Sette carte alla Regina di Dale Zaccaria, Nep Edizioni 2022

C’è un tratto nella narrazione dell’autrice, i personaggi sono dotati sia di bianco che di nero, non c’è un pregiudizio o un giudizio, oscillano spesso fra elementi positivi e negativi, risultano vicini e lontani, comprensibili ma anche insondabili, mai definitivamente circoscrivibili in una percezione semplice. C’è una profondità di caratteri, di vita, di emozioni, di sfumature. Ti sembra di coglierne l’essenza ma subito ti sfugge. Salvate forse, in gabbia, in fuga, in lotta, in cerca di una dimensione in cui poter essere realmente se stesse, ma poi ci si chiede se si siano mai conosciute veramente, se non avessero vissuto troppo per poter trovare una propria essenza, in mezzo al cammino. Sembrano uscire dalle viscere della terra, autentiche, senza filtri, donne narrate da Dale Zaccaria che sa portarle fuori dalle pagine, le plasma e le porta sotto il nostro sguardo che spesso fugge dalla realtà, che qui ci raggiunge e ci costringe a riflettere. Ci troviamo in questo viaggio e ci dobbiamo confrontare con la durezza della vita, le esperienze, le violenze in cui molte troppe volte annega la nostra umanità. Storie nella Storia, discriminazioni, stigmatizzazioni, attraverso gli anni recenti o più lontani. Un flusso narrativo che porta con sé tracce di Pasolini e di neorealismo, con una prosa che spesso cede spazio alla poesia, la prima arte per Dale Zaccaria, e lascia che prenda il sopravvento la passionalità, la visceralità della grandissima Regina, Franca Rame.

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Un accompagnamento per le madri adolescenti

Un momento dell’iniziativa in Municipio 7, foto a cura dell’autrice dell’articolo

Desidero condividere quanto emerso durante l’iniziativa tenutasi presso il Municipio 7, in occasione dell’incontro Insieme contro la violenza sulle donne lo scorso 25 novembre 2021.

Abbiamo incontrato la responsabile Margherita Moioli e la psicologa Elena Ierardi del Servizio d’Accompagnamento alla Genitorialità in Adolescenza (SAGA) dell’ASST Santi Paolo e Carlo di Milano, insieme a Terre Des Hommes e Università degli studi Milano Bicocca partner in questo progetto di sostegno a giovani mamme. Si tratta di un servizio pubblico gratuito ad accesso libero, senza necessità di impegnativa. Le operatrici del SAGA seguono mamme dagli 11 ai 21 anni, dalla gravidanza fino al secondo anno di vita del bambino: al momento sono 70, provenienti da tutti i Municipi di Milano (tranne l’1 e il 2) e dall’hinterland. Si tratta di un fenomeno in atto da anni, in cui probabilmente pesano i tagli cronici ai servizi sociosanitari territoriali, ad azioni di prevenzione e di educazione sessuale, alla contraccezione, alla maternità responsabile e consapevole, capacità di fornire alternative di vita e di progettualità differenti, più a misura di queste età. Ma non è solo questo, ovviamente. C’è un problema di fondo, una violenza intergenerazionale familiare che sfocia in quelle che le operatrici stesse definiscono “fughe” in cerca di un futuro diverso, con una gravidanza. Si cerca una rinascita attraverso una nuova nascita, ma sappiamo che la maternità è un percorso che mette di fronte a tante sfide e difficoltà. In alcuni casi è proprio il Tribunale dei Minori a inviarle al SAGA. C’è un lavoro di rete sia con gli specialisti ospedalieri che consultoriali e UONPIA. L’obiettivo è accoglierle, senza farle sentire giudicate o colpevolizzate. L’ascolto e il sostegno che troppo spesso mancano nella vita di tante donne.

Arrivano al SAGA quando la decisione di portare avanti la gravidanza è già stata presa in altri livelli di presa in carico. C’è da segnalare che su questa scelta probabilmente incide anche un accorgersi della gravidanza in una fase già avanzata: questo in parte può dipendere dalla scarsa informazione e consapevolezza sul proprio corpo e sugli aspetti legati alla sessualità. Si dà per scontato che le nuove generazioni sappiano tutto, in realtà ciò che sanno è molto spesso frutto di un passaparola, falsi miti che non sono corretti da informazioni qualificate.

Accade questo, nel 2021, a Milano, più che altrove in regione, perché evidentemente c’è un’infanzia e un’adolescenza che spesso vengono interrotte, segnate, abusate, caricate di qualcosa che non dovrebbe assolutamente pesare su queste giovani vite. Il 51% ha vissuto esperienze traumatiche (maltrattamento, trascuratezza, abuso, violenza assistita) in infanzia. Accade che si debba creare un servizio come questo, ed è più che mai necessario che ci sia, perché ci si è dimenticati di dare strumenti di protezione e opportunità di vivere la propria età. Accade che dietro questa esperienza spesso ci sia violenza, inconsapevolezza dei propri diritti, un consenso che non può essere tale e pieno a certe età. Si sottovalutano gli impatti di un vuoto di politiche educative di prevenzione precoci, sin dalla prima media, o forse ci si affida al caso, al destino, alla sorte. Nel 2021. Sappiamo che il destino non esiste e se accade che delle bambine o poco più debbano affrontare una gravidanza e la genitorialità è un fallimento di noi adulti, siamo noi i responsabili. Noi, che nonostante le dure battaglie delle donne negli anni ’70, con una legge come la 194/1978 e la contraccezione legalizzata nel 1971, negli ultimi anni siamo giunti a non fare prevenzione a sufficienza. Il nostro obiettivo è che si torni a farla in modo capillare e strutturale, perché a queste età la priorità deve essere lo studio, la crescita e la formazione individuale, la conoscenza  e la costruzione del sé, l’investimento sul proprio futuro, indipendenza, autonomia e libertà, soprattutto dalla violenza. Disinvestire in servizi pubblici porta a creare un vuoto difficilmente colmabile.

La genitorialità in adolescenza presenta un duplice rischio, tra maltrattamento subito e rischi di maltrattamento sul bambino.

I rischi per le madri evidenziati:

  • Stati depressivi fino al 50% maggiori rispetto alle mamme adulte
  • Stress elevato rispetto al proprio ruolo parentale
  • Modelli di attaccamento insicuri (il 64%) e disorganizzati
  • Bassi livelli di autostima
  • Violenza dal partner e assenza di relazioni affettive stabili.

I rischi per il bambino:

  • Più probabilità di attaccamento insicuro, evitante o disorganizzato
  • Ritardi nello sviluppo cognitivo, linguistico e motorio
  • Difficoltà nello sviluppo emotivo, nella capacità di riconoscere e regolare le emozioni
  • Abuso e trascuratezza
  • Disturbi della condotta
  • Antisocialità e atteggiamenti di delinquenza giovanile
  • Abbandono scolastico, difficoltà di apprendimento
  • Maggiori probabilità di diventare a loro volta genitori in adolescenza (nel 90% di casi hanno una storia familiare di genitorialità in adolescenza).

In Italia i nati da madri minorenni sono lo 0,4% di tutte le nascite annue. Sicilia, Campania e Lombardia sono in cima alla classifica per mamme tra i 14 e i 17 anni. In Lombardia si contano 1000 casi all’anno tra le under 22. Il fenomeno è in decrescita, anche se il lockdown ha visto un innalzamento in città, poiché molte famiglie hanno scelto di far convivere giovani fidanzati. Subito dopo il parto si avvia un percorso di contraccezione, ma occorre capire cosa accade dopo il periodo in cui le ragazze escono dall’accompagnamento del SAGA. C’è sicuramente un problema culturale, di aspettative e di modelli di riferimento, di cura di sé e di una consapevolezza in materia sessuale e del proprio corpo, che andrebbero maggiormente messi al centro dell’impegno di istituzioni ed enti. C’è il tentativo di non far perdere l’anno scolastico in gravidanza, facendolo rilevare come esperienza formativa; c’è a tal proposito la recentissima collaborazione avviata con la Cooperativa Zero-5 con il progetto IN BLOOM, per sostenere queste ragazze nel proseguo degli studi, orientandole nella formazione e nel lavoro. Si tratta di interventi ex post, riparativi, ma il lavoro politico che come istituzioni pubbliche dobbiamo fare è prevenire, intervenire prima, evitare abusi, violenze e maltrattamenti, a monte di una genitorialità precoce e precocissima dagli impatti pesanti sul futuro di due minori, madre e figlio. Se leggiamo una delle slide presentate, nell’80% di casi si tratta di gravidanze indesiderate, nel 30% c’è l’assenza di un partner, nell’85% avvengono in condizioni socioeconomiche svantaggiate, nel 60% c’è l’interruzione degli studi, l’80% non lavora, il 30% è a rischio di depressione post-partum e ansia. Si cerca di prevenire il rischio psicopatologico nelle mamme, di altre esperienze traumatiche, condizioni di maltrattamento e trascuratezza nei confronti dei bambini, situazioni psicopatologiche nei figli, favorire l’interruzione di trasmissione intergenerazionale del trauma, consentire uno sviluppo socio-emotivo più equilibrato nel bambino, sostenere il benessere psicologico delle mamme.

Si insegna a queste ragazze, spesso poco più che bambine, ad acquisire il ruolo di genitore. Non è sicuramente un percorso che si può concludere semplicemente nei primi due anni di vita del figlio, perché crescendo saranno nuove le sfide che si presenteranno e nuove le esigenze di mamme e figli, quindi ci si augura che il supporto in qualche modo continui e che i servizi sociali sappiano svolgere il proprio ruolo.

Simona Sforza

Consigliera Municipio 7 – Milano

Per qualche informazione in più, rimando ai siti:

https://www.asst-santipaolocarlo.it/s.a.g.a.-servizio-di-accompagnamento-alla-genitorialita-in-adolescenza

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Sulla politica dei piccoli passi e sul cambio di paradigma

Linda Laura Sabbadini, in una sua recente intervista*, ha dichiarato con forza: «Non è più possibile affrontare la questione di genere con la politica dei piccoli passi: dobbiamo renderci conto che, pur avendo un loro valore, non bastano più le petizioni di principio né le parole. Bisogna passare dalla proclamazione della necessità che vengano rispettati i diritti delle donne alla messa in atto di strategie adeguate perché questo avvenga davvero… Si fa ancora fatica a essere coerenti: c’è un problema di scarto tra la crescita della coscienza collettiva e l’allocazione di fondi per le politiche sociali».
Si tratta di passare dalla politica delle parole a quella dei fatti e delle risorse adeguatamente allocate.
«È indubbio che in Italia ci sia uno squilibrio nel lavoro di cura, siamo il Paese europeo che si trova nella situazione più critica e non andiamo avanti se non si mette mano a tutte le sovrastrutture sociali: che siano gli asili nido, i servizi per le persone non autosufficienti, per gli anziani o i disabili».
Nel mio percorso personale di donna ho sperimentato quanto questo squilibrio porti a fare scelte o meglio a essere travolte dall’inconciliabilità tra una partecipazione attiva al mondo del lavoro e compiti di cura. L’impatto è devastante, può essere irreversibile o recuperabile a costo di grandi sacrifici personali e familiari. Intanto passano gli anni e le donne che escono per vari motivi dal mercato del lavoro restano in un limbo, fatto di precariato e di disoccupazione. Non ci sono sistemi efficienti per permettere loro di rientrare, spesso si cercano soluzioni in totale solitudine. Occorrono servizi ma che siano facilmente accessibili, disponibili e soprattutto che vengano sufficientemente pubblicizzati a tutta la popolazione.
I congedi parentali al 30% della retribuzione diventano dei veri e propri “mangiastipendio”: oltre ad avere retribuzioni mediamente inferiori a parità di mansioni, gender pay gap acuito ancora di più dalla pandemia, abbiamo questa voce che di fatto cronicizza perdite retributive mensili. E non è più possibile e giusto pesare sul welfare familiare di sostituzione, i nonni o parenti non possono essere la risposta. Lo Stato deve pensare ‘oggi o mai più’ a cambiare paradigma. Le aziende devono riconoscere che le donne non sono una zavorra e che incrementare il loro numero è un’opportunità per far crescere la produttività e ottenere migliori risultati.
Maggiore occupazione che significa in parallelo investire in formazione continua e permanente.
È inutile ripetere a pappagallo questi buoni propositi. È giunto il momento di smetterla con pink washing e proposte copia incolla, che una volta elette/i saranno messe nel cassetto. Mi fa piacere che veniate sul mio profilo, ecco, portatele a compimento le cose che spiluccate da ciò che scrivo. Le leggi ci sono ma non si applicano sufficientemente bene. I canali di reclutamento sono intrisi di clientelismo e familismo. Non emergono i profili migliori, assolutamente non è la norma. Si sviliscono così energie e anni di studio e specializzazioni. Questo vale per tutti, ma le donne sono ovviamente le più penalizzate. Ci sono da mettere in rete e da intrecciare le banche dati che afferiscono al mondo del lavoro, l’informatizzazione serve a questo, cambiare radicalmente l’approccio dei centri pubblici per l’impiego. Siamo ferme a decenni fa, più o meno, perché il potere è ancora saldamente maschile e si vede come viene tuttora accettato anche dalle donne, che ne raccolgono le briciole e si accontentano. Ma occorre dire che si può rinunciare a questo sistema, si guadagna in dignità. Il debito col patriarcato, acceso dalle donne che finora ci hanno venduto per un posticino al sole o un vantaggio personale, va estinto e non sarà certo andandoci sotto braccio che potremo dare un taglio col passato. Il lavoro di qualità, fondi ben indirizzati, selezione per competenze e non per affiliazioni di potere, questo ci potrà salvare, «mettendo al centro gli investimenti nelle politiche di welfare della cura per la ricostruzione del senso e della vita di comunità. Le donne saranno alla testa di questo cambiamento epocale». Dobbiamo spiccare il volo, magari diffidando delle pacche sulle spalle, delle rassicurazioni e impegnandoci in prima persona per cambiare radicalmente prassi e modalità di relazioni, puntando a ottenere risultati validi non soltanto per le élite.

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Di cura e relazioni, nella vita e nella politica

Ringrazio Giorgia Serughetti che nel suo libro “Democratizzare la cura / Curare la democrazia” 2020, ha messo a fuoco e riflettuto sul tema della cura, ampliandone il raggio di azione e le implicazioni, facendomi conoscere il lavoro di Joan Claire TrontoCaring democracy”. È stata l’occasione per tornare su un tema che mi sta a cuore, su cui avevo scritto già nel 2014 nel mio blog.

“Quando si parla di lavoro di cura si intende normalmente, in senso stretto, il lavoro che risponde ai bisogni delle persone non autosufficienti: bambini, anziani, disabili, malati. Spesso, inoltre, la parola cura rimanda all’idea dell’accudimento, innanzitutto materno. Tanto che proporre la cura come categoria per ripensare la politica porta con sé un rischio non banale di fraintendimento: si sta forse facendo appello a un modello di Stato che si comporti come una madre verso i suoi figli?”

Ma cura e prendersi cura son passati nel tempo (anche se a volte il processo sembra incompleto e non così scontato) da una dimensione prettamente femminile, a qualcosa che interessa l’umano e dovrebbe pertanto investire un’ambito assai più vasto.


Per esempio Carol Gilligan sottolinea l’importanza di “rendere esplicita la natura di genere del dibatto giustizia contro cura… e di comprendere come il tema dell’equità e dei diritti interseca il tema della cura e della responsabilità”. “Non opprimere, non esercitare potere ingiustamente o avvantaggiarsi a scapito di altri”, sono ingiunzioni morali che vivono a stretto contatto con imperativi morali quali “non abbandonare, non trattare con noncuranza” o restare indifferenti a richieste di aiuto, nel quale rientriamo anche noi stessi. Equità e diritti sono il nocciolo delle normative. Gilligan scrive: “Se le donne sono persone e le persone hanno dei diritti, anche le donne hanno dei diritti”. Prendersi cura esige empatia, attenzione, ascolto, rispetto… La cura è un’etica relazionale basata su una premessa di interdipendenza. Non è altruismo”. 

Si potrebbe riallacciarsi al codice materno e paterno in senso pedagogico, ma corriamo il rischio di allontanarci dal nocciolo. Vorrei pertanto riprendere la parola care, che in inglese, come ci ricorda Serughetti, rimanda non solo alle “cure prestate dal servizio sanitario, dai servizi sociali o dalle famiglie, ma anche l’attenzione e la preoccupazione per gli altri, e l’avere qualcosa a cuore, tenere a qualcosa o qualcuno.” La cura, una categoria di cui si era occupato anche Heidegger.

Ma tornando a Tronto e alla sua estensione: “la cura è un’attività della specie che comprende tutto ciò che facciamo per mantenere, perpetuare e riparare il nostro mondo in modo da poterci vivere al meglio. Questo mondo include il nostro corpo, il nostro io e il nostro ambiente, che cerchiamo di intrecciare in una rete complessa e vitale.”

Si tratta di un complesso sistema di “manutenzione del vivente”. Al centro di tutto c’è l’individuazione dei bisogni, le priorità e il conflitto sulla definizione delle risposte ad essi. Ma fa bene Serughetti a sottolineare che spesso si è avuto un approccio dicotomico, che ha separato privato/pubblico, femminile/maschile, sfere trattate purtroppo come se fossero mondi distanti, senza vasi comunicanti. Il “deficit di cura” di cui si parla nel testo di Giorgia Serughetti, emerso ancora di più in pandemia, è per me frutto di una sorta di senso di autosufficienza dell’essere umano postmoderno, un post post positivismo estremo di fiducia in una sorta di autoregolamentazione delle forze e delle soluzioni, spesso sempre più blande, contraddittorie e a macchia di leopardo. L’ideologia di una società in cui grazie al nostro cerchio di privilegi personali, si potesse trovare la cura ai nostri bisogni, diventati personali, personalissimi, sempre più raramente dal respiro collettivo. Il resto non è stato mai oggetto di cura, non c’è stato un prendersi a cuore qualcuno o qualcosa “altro”, che dovrebbe essere a monte della stessa cura, dovrebbe precederla, perché al principio vi deve essere “assunzione di responsabilità”, come il guardare oltre che il vedere. Fondamentale è comprendere come “diseguaglianze nell’accesso alle cure… sono il prodotto di sistemi discriminatori di distribuzione di risorse e opportunità. E ci sono disuguaglianze tra gli attori coinvolti che sono spesso imputabili a un differenziale di potere sociale.” (ibidem Serughetti). Questo è territorio della politica e del senso che noi diamo alla democrazia. Non è negando le differenze e le disuguaglianze che potremo dare risposte o fingere che importi qualcosa a chi ci rappresenta. Quindi, di fronte a una crisi della cura, occorre “ripensare la cura attraverso le procedure e i principi della democrazia.” e direi anche della partecipazione e del senso di appartenenza alla comunità democratica.

Tronto, come scrive Serughetti, delinea quattro fasi:

– Caring about: riconoscimento dei bisogni che richiedono attenzione;

– Caring for: l’assunzione di una responsabilità per rispondere a tali bisogni;

– Care-giving: cura effettiva erogata a beneficio di chi ne ha bisogno;

– Care-receiving: le risposte dei beneficiari alle cure ricevute.

Poi c’è una fase molto importante “caring with”: riguarda una dimensione collettiva, di tutta la cittadinanza che deve poter “partecipare a processi democratici di allocazione delle responsabilità di cura, assicurando che chiunque possa avere voce in queste decisioni.” Serughetti fa bene a sottolineare il punto di partenza: per prima cosa occorre porsi le domande giuste, capire quali sono i bisogni vitali, quelli riconosciuti o ancora ignorati. Individuare la figura o l’organismo istituzionale preposto a prendersene cura e i costi. Compito della politica è formare la cittadinanza a questo esercizio che non ammette deleghe in bianco, ma un ruolo attivo. Ma essere impegnati/e a sopravvivere fa venire meno questi aspetti, riduce tutto a una accettazione di soluzioni calate dall’alto, incomprensibili e spesso lontane.

Chi sceglie di intraprendere la strada dell’attivismo politico deve misurarsi quotidianamente con le dimensioni della cura, evitando di liquidare istanze e bisogni come marginali, secondari solo perché non provenienti da gruppi egemoni o da detentori di potere economico o sociale, oppure non funzionali al mantenimento della propria posizione nelle istituzioni. Alla base di ogni impegno politico ci dovrebbe essere la domanda “Mi importa, mi preoccupa, me ne voglio assumere la responsabilità, sono consapevole della responsabilità che implica?”

Da qui parte il mio impegno, con il mio bagaglio di esperienza per dare voce e far valere quelle voci nelle sedi decisionali. Per una emancipazione e un cammino democratico collettivo, che non tenga separati i livelli, gli ambiti e non trasmetta l’idea di una politica e di una democrazia artificiali, distanti, avulse dalla realtà delle nostre vite. Imparare a esercitare il nostro ruolo di cittadini e cittadine, i diritti e gli oneri che questo reca con sé: questo il percorso e il progetto che vorrei realizzare. Imparare a comprendere tutte le sfaccettature del mondo e della cura, affinché gli interventi da mettere in campo tengano conto degli intrecci e delle connessioni. La pandemia dovrebbe insegnarci questo, per non tornare a ciò che ha portato “la crisi della cura”, che ha confuso il senso di giustizia e libertà, priorità e urgenze, diritti e doveri.

Se volete conoscere meglio il mio progetto per il Municipio 7 di Milano, mi trovate qui

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Smettetela di farci la festa

Un libro che ci aiuta a fare il punto in tema di discriminazioni di genere. Un libro che ci aiuta a riflettere su quanta strada abbiamo ancora da fare, quanto sia complesso il nostro percorso per difendere i diritti acquisiti e lavorare sul cambiamento.

Leggere “Smettetela di farci la festa” di Stefania Spanò – Edizioni People 2021 è stato come ripercorrere gli ultimi anni, perché il lavoro di Stefania Spanò è stato il filo rosso che ha contraddistinto e accompagnato tanti passaggi, tutti i momenti in cui le donne sono dovute tornare a lottare, a ribadire concetti e diritti che sembravano acquisiti, o per evidenziare come in realtà i nodi da sciogliere aumentavano anziché diminuire. Ogni vignetta segna un momento, un fatto, un’istantanea di una condizione che sembra immobile o quasi, un riapparire di discriminazioni che dai fatti alle parole sembrano fagocitare le donne. Stefania Spanò è riuscita a tradurre in modo dirompente ciò che le donne sentono e vivono quotidianamente. Lo ha reso con una manciata di parole e con Anarkikka, una nessuna e centomila, come noi siamo. È riuscita a dare voce a ciascuna. Ha tramutato ogni colpo, ogni ferita in un linguaggio che non si arrende, che non si piega e che, come una mimosa, resiste e fiorisce con forza. È come se Anarkikka ci chiamasse tutte, una ad una, ad unirci e a non lasciare che le parole, i femminicidi, la narrazione tossica e l’indifferenza ci travolgano, ci tolgano voce, ci sottraggano spazi di vita e libertà.

Anarkikka è capace di disinnescare l’assuefazione alle discriminazioni e alle violenze di genere. È capace di portarci a riflettere e a comporre in noi una consapevolezza, capace di fermare il flusso e il susseguirsi continuo di informazioni. La testimonianza di come fermandoci riusciamo a osservare bene i fenomeni e la realtà. Anarkikka compie una educazione alle relazioni, ai sentimenti, una rielaborazione di ciò che si crede sull’amore, su quanto ci costruiamo sopra e su come ci viene trasmesso.

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Racconti in forma di satira

La satira, un genere di letteratura e di comunicazione antico ed efficace, di critica e analisi di vari aspetti della società, uno strumento d’arte per muovere il cambiamento, per mostrare le contraddizioni e i problemi, renderli evidenti e attraverso il riso, suscitare una presa di distanza e una istanza rivoluzionaria. Smaschera pregiudizi, consuetudini e convenzioni, introduce il dubbio e innesca la possibilità di guardare la realtà con occhi diversi.

Dale Zaccaria nel suo Racconti in forma di satira (NeP edizioni) compie questa scelta, adotta questa formula espressiva per parlarci di donne e non solo, per farci riflettere. La galassia femminile in tutte le sue sfaccettature, positive e negative, in un tentativo di adattamento, sopravvivenza in un mondo a misura di uomini, una sorta di prova di resistenza, nel tentativo di contrastare superficialità, generalizzazioni, soprusi e violenza. L’autrice ci accompagna in un viaggio in un mondo che sembra esagerato, una immagine iper-saturata, con i colori e i toni che sembrano irreali, ma è la realtà, assurda, esagerata, piena di incongruenze ed elementi impazziti.

Perché le relazioni, gli istituti e le regole che permeano le nostre vite non sono a tinta pastello, ma a tinte forti, non c’è nulla che segua un andamento sensato, lineare, razionale. Quante convenzioni, atteggiamenti dogmatici, atti di fede, tradizioni, tappe codificate sono lì che determinano il corso della nostra esistenza, e vi ci finiamo dentro perché da secoli si fa così? Dale Zaccaria ce li presenta e ci permette di soffermarci su ciascun elemento. Che poi cosa è la LIBERAZIONE per una, cento, mille donne? Lo abbiamo veramente capito, oppure è parte anch’essa di una ripetizione sterile di una parola su cui mai abbiamo riflettuto abbastanza? Perché la liberazione, la rivoluzione devono essere femministe o non saranno veramente tali? Cosa ci ha portate ad essere sostanzialmente ancora in gran parte invisibilizzate nella nostra essenza originale? Tra stereotipi, rappresentazioni distorsive, istinti e identità cancellate, cosa siamo? Cos’è per noi il potere? Qual è la nostra voce? Siamo donne in cerca di piena cittadinanza, rispetto e diritti, parità e voce. In una realtà in cui la dimensione di una cultura confessionale ancora pervade ogni aspetto e che si aggiunge alle altre forme di oppressione, appesantendo quel percorso di emancipazione e di autonomia da zavorre secolari. Accanto a questo, siamo alle prese con nuovi e vecchi colonialismi, sfruttamenti e schiavitù. Che nemmeno una pandemia mondiale sembra in grado di scalfire, da ciò che si intravede. Non sembriamo molto intenzionati/e ad occuparci di questi temi e di porre più attenzione all’ambiente, si ha solo una gran fretta di tornare alla “normalità”, di fregarsene di diritti e salute. In un dilagante “mors tua, vita mea”. A noi la possibilità e la scelta di non accettare che tutto questo avvenga inesorabilmente.
Azzeriamo tutto e ricostruiamo tutto?
“I cambiamenti climatici ci stanno mettendo in guardia su un futuro che per l’umanità si presenta disastroso. Bisogna reinventare un mondo su altri valori che non siano quelli del consumo, del capitale e del denaro.
La satira ci permette di immergerci in un bagno di realtà. Ne abbiamo bisogno. Tanto.

Articolo pubblicato in anteprima su Dol’s Magazine.

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Come sta il lavoro delle donne?


“Se si comparano le carriere delle donne che hanno avuto un figlio con un gruppo di lavoratrici simili ma senza figli, a quindici anni dalla maternità, i salari lordi annuali delle madri crescono di 5.700 euro in meno di quelli delle donne senza figli rispetto al periodo antecedente la nascita”.

Questo il bilancio del presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, in occasione della presentazione della Relazione annuale.

La scoperta dell’acqua calda, ma se lo affermo io singola sono la solita lamentosa e colei che vede sempre il bicchiere mezzo vuoto. Diverso se lo dice una fonte ufficiale, diverso è se sempre più donne se ne accorgono, ne parlano, denunciano e non stanno lì a giudicarsi l’una con l’altra senza far niente di concreto per cambiare le cose. E siccome il personale è politico, forse occorre che a questo punto ci sia una rivoluzione e un movimento collettivo che chieda alle Istituzioni di questo Paese di intervenire. Perché di report, numeri e percentuali non si vive.

Non è che ci piace assentarci, è proprio che non c’è alternativa, e spiace che in molte se ne siano accorte solo in era Covid, quando non hanno più potuto mandare i figli anche se malati a scuola. Ma è sempre tutto un problema di carichi di cura suddivisi in base al genere, perché forse il monte ferie e permessi delle donne che hanno figli potrebbe non essere intaccato in questa misura se anche il compagno/padre si assentasse anche lui.

La legge prevede per i genitori 6 mesi di astensione facoltativa dal lavoro: fino ai 6 anni si ha diritto al 30% della retribuzione. Dai 6 agli 8 anni resta questo 30% solo se il reddito individuale del genitore richiedente “è inferiore a 2,5 volte l’importo annuo del trattamento minimo di pensione ed entrambi i genitori non ne abbiano fruito nei primi sei anni o per la parte non fruita anche eccedente il periodo massimo complessivo di sei mesi”. Dagli 8 ai 12 anni non si ha diritto ad alcuna indennità.

Tale congedo parentale spetta per un periodo complessivo tra i due genitori non superiore a dieci mesi e può essere fruito anche contemporaneamente.

Ma non è solo un problema di congedi, perché chi ha la possibilità, per poter conciliare, sceglie il part-time e nella stragrande maggioranza sono le donne.

Infatti Tridico aggiunge: “I salari settimanali crescono del 6% in meno, le settimane lavorate in meno sono circa 11 all’anno e l’aumento della percentuale di madri con contratti part-time è quasi triplo rispetto a quello delle donne senza figli. Gli effetti della maternità sono pertanto evidenti e si manifestano non solo nel breve periodo, ma persistono anche a diversi anni di distanza dalla nascita del figlio”.

In pratica, quando ci raccontano che superato lo scoglio degli anni della prima infanzia, tutto potrà tornare a girare più o meno come prima, ci racconta l’ennesima favola. Perché gli effetti di queste difficoltà hanno strascichi lunghi. Il presidente dell’Inps suggerisce: “Sarebbe utile prevedere ad esempio uno sgravio contributivo per donne che rientrano in azienda dopo una gravidanza, aiutando così l’occupazione femminile e riducendo le possibilità di indebite pressioni sulle scelte delle lavoratrici. Per ogni neoassunta, entro tre anni dall’assunzione, che vada in maternità e rientri al lavoro, l’azienda otterrebbe un esonero contributivo per tre anni“.

Il solito pannicello caldo, utile sul momento, finché ci sono fondi per coprire la misura, ma che non interviene sulle cause strutturali e culturali a monte del divario di genere nel mondo del lavoro: nulla cambia sugli equilibri uomo-donna, i compiti di cura restano appannaggio quasi esclusivo delle donne, tranne alcuni casi, non si spinge verso un cambiamento concreto delle abitudini quotidiane.

 

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Partigiani di una nuova Resistenza. Di responsabilità individuale e collettiva.

@Freepik


«Il senso dell’utopia, un giorno, verrà riconosciuto tra i sensi umani alla pari con la vista, l’udito, l’odorato. Nell’attesa di quel giorno tocca alle favole mantenerlo vivo».

Gianni Rodari


Parliamo di responsabilità individuale, di responsabilità collettiva, sociale, di corpo sociale. Ma occorre fare un passo indietro per focalizzarci su cosa siano gli individui, ieri, oggi in pandemia e in prospettiva cosa deve cambiare, perché occorre che tutti noi capiamo una semplice, dura realtà, nulla sarà più come prima, nel bene e nel male. Come individui siamo immersi in un contesto che molto spesso ha privilegiato più l’io che il noi. Quindi si è pompato e gonfiato l’ego a discapito di un senso di solidarietà sociale, di empatia sociale, di sentirsi parte e partecipare a qualcosa che andasse al di là di noi stessi. Con effetti negativi anche sui diritti tanto faticosamente raggiunti e successivamente, via via intaccati, in molti casi spesso senza che ce ne rendessimo conto. Al massimo ci si è spinti a pre-occuparsi dell’ambito familiare (la famiglia nucleare), ma questo ha semplicemente portato acqua al mulino del familismo amorale, con tutte le conseguenze che ne derivano.
Quindi siffatti individui, plasmati e costruiti così, assai adatti a una contemporaneità che brucia tutto istante dopo istante, per poter alimentare il ciclo produci-consuma-crepa, si sono trovati di fronte alla pandemia con strumenti inadeguati, come se si pensasse di andare al mare con un paio di sci ai piedi.
Tutta questa abbondante introduzione a che pro? Mi serviva per raccontare cosa sta accadendo in Italia, a Milano. Un’esperienza dal personale al generale, ma senza generalizzare.
In gran parte, per contenere la diffusione del Covid19, si è fatto affidamento o forse si è scaricato tutto, troppo, sul singolo individuo, come se fosse ovvio aspettarsi un comportamento collaborativo, sensato, pro-attivo, responsabile. Forse senza troppo considerare quanto doveva essere messo a punto da parte dei governi centrale e regionali. Insomma, c’era tanto da fare, dall’ambito diagnostico, sanitario, a quello di tracing, infrastrutturale ecc, per rendere il sistema Paese pronto, abbiamo sprecato l’occasione. Ma è stato un susseguirsi di: rispetta le regole, i DPCM settimanali, le disposizioni che cambiano da un giorno all’altro. In tutto questo si è retto abbastanza bene in una prima fase, quando c’è stato un lockdown chiaro, certo, dai contorni e dalle regole abbastanza intellegibili. In gran parte c’è stata adesione, forse perché motivati a uscirne al più presto. Settembre, dopo una estate rassicurante, che ciascuno ha vissuto con più o meno senso di liberazione, ha portato un certo ottimismo governativo nell’essere pronti a qualsiasi scenario. Siamo in poche settimane giunti allo scenario più preoccupante e l’autunno forse ci ha colti più stanchi e refrattari a nuovi, necessari sacrifici. Rimanda e nega, tra un ammonimento blando, un consiglio, una raccomandazione, nuove restrizioni spesso poco comprensibili e frazionate: tutto è stato reso più complicato. “Questo sì, quello no, quell’altra cosa va bene, ma solo se”, colori e pennarelli per le varie regioni, rimpalli tra territorio e Governo centrale, subordinazione o pronazione ai poteri economici e alle associazioni imprenditoriali hanno di fatto creato una frittata. Per la scuola l’ottimismo con cui si è affrontata la riapertura, probabilmente non ha permesso di vederne i limiti reali. I protocolli hanno da subito iniziato a cozzare con l’organizzazione sanitaria, la capacità di fare tamponi e di farli in tempi rapidi. Di fronte alle difficoltà si è scelto semplicemente di cambiare le regole in corsa, tagliando per esempio l’obbligo di tamponi per i contatti con positivi per il rientro a scuola, si è scelto che in assenza di sintomi, bastavano 14 giorni di quarantena fiduciaria. Si è scelto di non indagare su possibili asintomatici (assai numerosi nelle fasce più giovani), si è scelto di lasciare ai singoli la scelta tra l’essere prudenti (o meglio potersi permettere di pagare un tampone) o semplicemente seguire un protocollo dall’ampio margine di rischio potenziale. Si moltiplicano le quarantene fiduciarie degli studenti, naturalmente i genitori e i fratelli possono continuare a lavorare e ad andare a scuola.
Ma questo metodo è valso in generale, non solo per quanto riguarda la vita scolastica. Le maglie larghe dei protocolli e il buon senso, il senso civico, il rispetto degli altri: un mix che non è stato proprio un successo. Io stessa ci ho un po’ creduto e mi sono affidata alle capacità intrinseche della comunità scolastica, degli altri genitori, pensando erroneamente che per il bene della scuola, per il bene di studenti e insegnanti, si potessero adoperare comportamenti responsabili. Così non è stato alla prova dei fatti. I genitori hanno continuato a mandare i figli malaticci e ridotti uno straccio a scuola, loro stessi hanno continuato a lavorare e ad andare in giro anche con problemi di salute e tutte le raccomandazioni sono state infrante di fatto. Ci hanno detto in tutte le salse da marzo di stare a casa in caso di sintomi compatibili, ma sembrano parole cadute nel vuoto. L’indagine epidemiologica è saltata da settimane. Anche a scuola si prende ormai semplicemente nota, quando qualcuno chiama avvisando di una quarantena, ma siccome ci si allarma solo se il positivo è il bambino frequentante, si va avanti senza problemi. Visto l’elevato numero di positivi sintomatici o asintomatici a Milano, con il tracciamento non più praticato, un faidaté ormai consolidato, un affidarsi totalmente ai cittadini per contenere i contagi, non si può continuare a fidarsi del sistema messo in piedi per poter riprendere le lezioni in presenza. Tutto franato. Game over. Qui siamo al “si salvi chi può”, ciascuno scelga cosa è meglio, si tuteli come meglio crede.

Non è più questione di Dad, non Dad, didattica, qualità, dispersione. La pandemia in questa fase è qualcosa che terremota tutti i piani e lascia emergere tutto il disastro che viene da decenni di abbandono. Non solo infrastrutturale, di risorse, di organizzazione, di presidi territoriali, di scuola, di investimenti. Il disastro è soprattutto culturale, di come cresci gli individui, di come diventano adulti, di come li educhi ad essere cittadini, di come riempi di senso la parola “cittadini”, o semplicemente membri di una comunità umana. La pandemia non si può affrontare solo con piani e regole, strutture, strumenti, richiede un coinvolgimento e una partecipazione consapevole e solidale di tutti.

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Questa sfida epocale riguarda noi, richiama gli adulti che siamo, la nostra adesione a un sistema valoriale e ideale, di società, di corpo sociale, in cui ciascuno è tassello fondamentale, parte di un sistema complesso e interconnesso. Da questa crisi se ne esce se si aderisce con convinzione all’idea che solo insieme, rispettandoci a vicenda e avendo cura di noi stessi anche attraverso la cura degli altri, ce la possiamo fare. Che dovremo costruire altro, a partire da come abitiamo questo mondo, da cosa vogliamo lasciare agli adulti di domani, di quali sono le priorità su cui investire, sui cambiamenti che dobbiamo pretendere dalla politica e dai nostri amministratori, da quali messaggi e valori vogliamo che siano fondanti per il futuro. A partire dall’esempio. Noi adulti un po’ dispersi e un po’ confusi: è il momento di cambiare. Le nuove generazioni sono pronte, non ammorbiamoli con le nostre vecchie idee.

Sarebbe stato indubbiamente auspicabile e maturo, adeguato ai tempi, che gli adulti, i genitori spiegassero ai ragazzi che il momento, la fase necessitano di sacrifici e sensibilità, impegno e rinunce collettive, insegnando a fare la propria parte, come partigiani in una nuova Resistenza, schierarsi a difesa del diritto alla salute, senza il quale vengono meno tante e tante altre cose e diritti. Non c’è futuro senza salute. Non c’è nemmeno l’istruzione.

Ragazzi che andrebbero aiutati a calarsi nella realtà contingente, sofferente. Gli esempi familiari sono fondamentali: non si va lontano se gli stessi adulti appaiono fragili, disorientati, abbarbicati al passato, cinici, negazionisti, indifferenti.

Attorno c’è una situazione catastrofica e dolorosa. Difficile ma necessario accettare che così è e non si scappa. C’è una pandemia che ha evidenziato le disuguaglianze presenti nelle nostre società, disparità di cure e di accesso all’assistenza sanitaria, pur in presenza di un formale servizio sanitario pubblico e universale. C’è un inaccettabile numero di decessi, di persone che non trovano un efficiente servizio diagnostico e terapeutico.

La Dad non è vuoto di formazione, è l’unico modo per resistere e continuare a realizzare e praticare il diritto allo studio in tempi di pandemia. Ci sarà tempo per recuperare socialità e interazione dal vivo. Ma occorre che ci arriviamo con meno traumi, sofferenze e morti possibile. Non vedo granché futuro migliore con queste premesse. Facciamo fatica a mettere da parte l’individualismo, a guardare un po’ più in là di noi stessi. Forse la dimensione collettiva, politica per questi ragazzi si ferma al loro piccolo mondo antico, quello tanto caro ai genitori, quello pre-covid, composto da modelli tossici. Non fate paragoni con il movimento scaturito da Greta Thunberg, che ha davvero messo in discussione modelli di sviluppo, sfruttamento, consumo, produzione, stili di vita. Greta, ha parlato di una priorità collettiva: ha posto la difesa dell’Ambiente alla base di tutto, che vuol dire salute, vuol dire non cancellare la possibilità di avere un futuro diverso, che non sia fondato sulla depredazione, sullo sfruttamento selvaggio delle risorse, sul consumo compulsivo. Greta, e chi si è unito a lei, hanno chiesto questo ai Governi, un cambiamento radicale. Lo ha fatto rinunciando alla scuola, scioperando a oltranza, poi ogni venerdì, per esprimere questa necessità di invertire la rotta. Respiro collettivo non autoreferenziale, bensì trasversale tra generazioni diverse. Perché senza tutela dell’ambiente, della salute non ha nemmeno senso parlare di altro. Il cambiamento climatico, la riduzione degli habitat naturali, uno sviluppo non rispettoso dell’ambiente e degli animali, impattano su tutto, anche sulla diffusione di virus e sul nostro benessere. Quindi, come vedete, Greta ha scelto e compreso le priorità. In Italia non mi sembra che sia avvenuta una piena e sincera riflessione in questo senso.

E non vanno bene quegli adulti che non capiscono che prima di chiedere scuole aperte si dovrebbe ottenere altro. E non vanno bene quegli adulti che non sono capaci di immedesimarsi in un bambino che deve frequentare in questo periodo, con le mille regole della scuola in presenza. La realtà è diversa da come ci si immagina, la scuola è irrigidita e quasi irriconoscibile: questo il benessere, questa l’attenzione all’infanzia? Lezioni ormai esclusivamente frontali, note disciplinari a go go non appena i bambini mostrano un desiderio di staccare dal flusso incessante di lezioni.

C’è però la recente indagine dell’Università Bicocca, che ci aiuta a comprendere meglio alcuni genitori: sembra infatti che una parte di essi abbiano mal tollerato/gestito la presenza dei figli durante il lockdown. I figli si educano e si crescono, non è una passeggiata. L’abitudine a delegare in toto questo compito dalle 8 alle 10 ore a scuola o ad altri enti, ha permesso di conciliare lavoro-vita privata, ma non sempre ha avuto brillanti risultati: non ci si può improvvisare genitori, normale sentirsi un po’ tra sconosciuti. Quell’alibi sulla qualità del tempo, a cui anche io per un po’ mi sono appoggiata, regge poco. Quando richiamiamo le questioni di genere, noi donne dobbiamo piuttosto lottare affinché anche i padri si assumano la loro fetta di genitorialità, molti già lo fanno e lo fanno egregiamente e con soddisfazione. Perché non sono i bambini ad aver vissuto male il lockdown ma una quota di adulti incapaci di gestire una situazione inaspettata, di fare gli adulti, di adeguarsi, incapaci di quella resilienza che tanti bambini e ragazzi hanno dimostrato. Alcuni adulti si sono rivelati incapaci di fare la propria parte e che quindi non hanno saputo cogliere l’urgenza di una rimodulazione di tempi, modi, relazioni e stili di vita.

Inconsapevolmente molte persone hanno assorbito una cultura fondata su sfruttamento e profitto, senza più strumenti per comprendere i fenomeni, con un analfabetismo diffuso che non permette una lettura politica della realtà e del lavoro, si finisce con l’assecondare e sostenere le ragioni economiche e certi modelli di vita e lavoro, di fatto rinunciando ai diritti, a lottare per essi e quindi a pretendere servizi di welfare pubblico che però non dovrebbero essere coperti dalla scuola, perché la scuola ha altri compiti, formazione e educazione, non baby sitting. C’è una generazione, la mia specialmente, disabituata ad assumersi le responsabilità. Incapaci di lottare, assuefatti e rassegnati. La scuola è diventata funzionale a una resa e a una subordinazione a un ben preciso modello economico neoliberista, che si traduce poi in “io faccio quel che mi pare”. La scuola è stata un ennesimo vagone agganciato alla propaganda di Confindustria e dell’economia malandata italiana, tuttoaperto, nessunsifermi. La scuola, l’involucro doveva restare aperto, soprattutto quello dei piccoli, infanzia e primaria, necessario baby sitting pubblico per permettere al lavoratore prono di continuare a subire sfruttamento e nessuna tutela della sua salute. Quindi, sacrificabili anche gli insegnanti, alla mercé di una priorità economica. Quindi nulla di rivoluzionario, lo slogan aperturista sembra andare sotto braccio al potere più cinico, quello che non guarda in faccia alla vita e alla salute delle persone. Che i ragazzi non siano stati in grado di comprendere questa banale ed evidente strumentalizzazione è il risultato di un sistema culturale e valoriale nel quale sono cresciuti. Ci vorrebbe un bel caffé per risvegliare la loro coscienza.

L’idea di scuola che in molti stanno difendendo è esattamente quella classista, elitaria (e anche sessista, perché tende a segregare ancora per genere) gentiliana, perché nei fatti questo era prima del Covid, e quella “presenza”, quell’esserci in classe non colmava le altre forme di distanza, non era realmente inclusiva. Eppure, prima della pandemia tutto scorreva come se niente fosse, come se fosse naturale “escludere” e perdere studenti, compagni nel percorso di studio. La routine quotidiana non si soffermava certo ad aspettare i compagni, anzi. C’è sin dalle elementari una sorta di iper competizione, che non è tanto concentrata su ciò che ho appreso o quanto sono migliorato, quanto proprio sul dato, sul voto numerico raggiunto. I genitori impegnati a pubblicare sui social la pagella ne sono un esempio lampante. Assenti tutto l’anno dalla vita scolastica dei figli, salvo poi esibire il trofeo a fine quadrimestre. La corsa alla scuola più esclusiva, l’atteggiamento snob riguardo ad alcune scuole di quartiere, strategie per andare nel corso migliore sin dalle elementari. Insomma, altro che lotta per un equo diritto allo studio, basta con la farsa. La scuola questo era già ben prima del Covid. Altrimenti non avremmo dimenticato in tutta fretta che indipendentemente dal Covid, avevamo alti tassi di abbandono scolastico e percentuali di laureati ancora molto inferiori alla media europea. L’idea di scuola, quella che tutti abbiamo in mente, l’immagine nella caverna di Platone, è fatta di aule, lavagne più o meno multimediali, cattedre, banchi, libri. Ma questa è la forma, l’immagine. Poi c’è il dato variabile: le relazioni, le capacità didattiche, le formule e i modelli di apprendimento, il mix umano che fa la differenza, oppure non riesce a farlo, perché nessun intervento pedagogico ha la sicurezza assoluta di avere successo o di riuscire a farlo uniformemente e per tutti i soggetti a cui si rivolge.

Ma perché non riusciamo a vedere che la realtà fuori è già assai diversa, cambiata, necessita altre formule e altre tecniche, altri strumenti, altri luoghi che non sono necessariamente fisici, in cui sviluppare parte di quella didattica e relazioni? Magari finalmente riusciremo a guardare in faccia la realtà, di quanto tuttora la scuola abbia conservato quei tratti di inizio ‘900, quei meccanismi di selezione, assai ben gestiti dalla classe dirigente, che non ha mai ben digerito coloro che negli anni sono riusciti a rompere il proprio destino di nascita. Non c’è miglior rivoluzione del non farsi stendardo di chi ci ha portati a non avere futuro. Non c’è miglior rivoluzione del resistere per un beneficio collettivo, per la salute, bene comune, di cui prenderci cura l’un l’altro. Non c’è miglior rivoluzione del senso dell’utopia per portarci là dove potremo costruire un Paese realmente diverso. Consentiamo ai bambini e ai ragazzi di immaginare un “altro” stile, modello, forma di vita, di studio, di affrontare imprevisti e difficoltà, conoscere la realtà per quella che è, non la bolla in cui tanti adulti vivono e pensano di crescere i propri figli. Senza aggrapparsi a una nostalgia di un passato marcio e da riformare, senza perdersi in una sorta di buco nero senza capacità progettuali e incapace di resilienza. Per una volta imparando ad assumersi le proprie responsabilità, senza sentirsi vittime, ma un po’ compartecipi dell’oggi e di ciò che vorremo costruire per domani, dopodomani e così via. Ma per tutto questo occorre in primis accettare la fase che stiamo vivendo, comprenderla e rimboccarsi le maniche, nulla dovrà essere più come prima.

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Doppia violenza. Quando le istituzioni creano ostacoli

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Quanto costa denunciare? Quanto irto di ostacoli diventa poi quel percorso? Perché, ancora oggi, permane un carico pesante da sopportare per le donne sopravvissute alla violenza o che stanno cercando protezione per sé e i propri figli e un aiuto per uscirne? Da cosa è composto quel cumulo di rivittimizzazione?

La parola e i racconti delle violenze vengono sempre messi in discussione. In quanto donne è come se dovessero sempre dimostrare infinite volte l’attendibilità, la coerenza di ciò che denunciano. Su questo si sofferma la guida a cura di CADMILa doppia violenza – Violenza sulle donne, istituzioni e vittimizzazione secondaria.

 

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A bordo di un Titanic culturale e politico. Tra personale e politico.


C’era una volta e c’è ancora una attivista che credeva e crede di potersi impegnare e cambiare di un mm il mondo. Poi le cose col tempo certo cambiano, prendono la piega della realtà, fatta di muri e il solito sistema amicale, ricattatorio, connivente, padronale e volgare della politica. Dove un mare di gente naviga alla ricerca di benefici.

Quindi, visto che tuttora ci credo, adopero l’unica dote che ho: raccontare, denunciare, divulgare, solo perché forse rimanga agli atti nero su bianco il perché c’è sempre più sfiducia nella politica ed è sempre più probabile che nella vita reale delle persone non cambi mai nulla. Altrimenti questo Paese non sarebbe ridotto così, a mancette e provvedimenti hic et nunc senza respiro futuro. Non spetta a me dire se sono una persona onesta e dignitosa. Parla il mio percorso e sfido chiunque a dimostrare il contrario, oggi come ieri, quando mi si disse che sputavo nel piatto in cui mangiavo, peccato che già allora ero precaria e disoccupata e lo sono ancora oggi. Però la mia libertà di parlare nessuno me la può togliere e quindi parlo e denuncio cosa mi accade personalmente e cosa non va. Sono precaria e disoccupata per quella cosa lì che si chiamava e si chiama impossibilità di conciliazione, a cui in tante e tanti hanno sempre risposto, arrangiati, sei tu che non riesci. Ma come si può notare, non ho mai cercato e avuto benefici dal mio impegno politico, l’ho sempre fatto come servizio volontario, ho sempre e solo contato sulle mie forze, continuando a studiare, sì, come sto facendo anche in questo periodo. Non ho mai cercato affiliazioni e protezioni, corsie preferenziali. Continuo perché so che è l’unico modo per mantenere la mia mente oliata al punto giusto e per restare coerente con me stessa. Il mio “personale” è un racconto dalla realtà, quella che in tanti ormai non bazzicano da tempo, troppo presi dalle loro vite dorate a 300 all’ora, magari con l’aiuto di qualche sostanza. Perché esattamente come Genovese, li vedi come trottole h24, con il loro bagaglio di linguaggio prepotente e violento, pronti a cannibalizzare ogni essere umano, soprattutto se dissente. Io sono abituata a vivere osservando, lo faccio da quando sono nata, da quando a 3 anni si domandavano perché parlassi poco e fossi timida. Io non avevo bisogno di parlare, osservavo e registravo, crescevo. Ci ho messo almeno un paio di decenni perché quel bisogno di parlare non si potesse più contenere, ho iniziato a scrivere, per me, per gli altri e anche se non ho il patentino, eccomi qua che scrivo ancora, perché io sono ancora dotata di passioni e lotto. Non smetterò di lottare. Sia chiaro. In questo articolo ho fatto una mini rassegna delle problematiche che ho denunciato e per cui ho lottato per anni.

In queste ultime settimane ho parlato molto spesso della scuola, ma anche delle problematiche sanitarie collegate in tempo di pandemia. Ho scelto di non rimanere in silenzio e di non partecipare alla narrazione del “va tutto bene, scuole aperte ad ogni costo”, tanto poi a essere rimaste aperte sono state solo le scuole dell’infanzia ed elementari, prima media, composte evidentemente da soggetti sacrificabili. O peggio, le si è lasciate aperte come stampelle del mondo produttivo, come servizio di parcheggio pubblico per figli da custodire, che non potevano essere lasciati a casa da soli. I problemi non sono uguali dappertutto, lungi da me voler generalizzare, dipende dalla grandezza della scuola, la sua ubicazione in una città piccola o metropolitana, l’organizzazione interna, gli spazi, il numero di alunni, la situazione della medicina territoriale e l’organizzazione sanitaria in cui è inserita, la presenza di genitori di buon senso o meno, che si interessano o meno della salute dei figli, di un sufficiente senso di responsabilità e civico, dalla capacità o meno di mantenere in piedi le 3 T. Non potendo generalizzare, ho sempre chiesto interventi capillari, laddove la situazione era sfuggita di mano da settimane, laddove i numeri dei contagi erano evidentemente sottostimati e fuori controllo, laddove le classi e gli spazi scolastici erano rimasti identici al pre-Covid. Ma anche qui la mia esperienza personale era a detta di molti carta straccia, me la dovevo ingoiare, oppure mi si diceva che avevo ragione, ma che se la maggioranza dei genitori voleva il tempo pieno pienissimo e la scuola in presenza anche sotto le granate del virus, io dovevo rassegnarmi. Se ne è sempre fatta una questione di consenso, di assecondare una sorta di maggioranza, o meglio di compiacere chi faceva più baccano e chi adoperava ricatti elettorali per poter avere quello spazio parcheggio pubblico aperto, nonostante contagi a go go stessero travolgendo personale e studenti. Ma ancora una volta si doveva mettere tutto sotto il tappeto. Il dogma del luogo, involucro scuola aperta come l’unica possibilità di istruzione efficace, eppure è indubbio che già prima della pandemia quel medium, quel luogo, quelle relazioni non sempre erano vive, utili, funzionanti, efficaci, con risultati misurabili e ottimali. Semplicemente non interessava ai più occuparsi di questioni pedagogiche, modelli scolastici, strumenti educativi, efficacia dell’azione della scuola per promuovere una reale crescita e preparazione. Si tirava avanti e in tanti chiedevano anzi di tagliare fondi alle scuole. In piena pandemia, per poter meglio propagandare il “va tutto bene”, a un certo punto sono stati sospesi i questionari di rilevazione sulla situazione epidemiologica nelle scuole e già ai primi di ottobre si procede con una revisione al ribasso delle regole per il rientro in comunità/scuola dopo un caso positivo.

Vi faccio una piccola cronistoria per farvi capire che di tutela della salute c’è ben poco, le ragioni che avevano giustamente spinto a misure stringenti a inizio anno scolastico, si sono sciolte come neve al sole di fronte alla frana organizzativa del sistema delle 3T.

Visto che abbiamo la memoria corta, ricostruiamo cosa è accaduto.

Circolare del Ministero della Salute n. 17167 del 21.8.2020

Norme per il rientro a scuola del 24 settembre

Certo, anche allora si contava sulla collaborazione del genitore, che doveva segnalare i sintomi al pediatra, ma per qualche giorno questo ha retto. I genitori per la prima/seconda settimana hanno cercato di attenersi. Poi vedendo che altri non rispettavano le raccomandazioni e mandavano ugualmente i figli malati a scuola, si è diffusa la sensazione che tanto controlli non si facevano e che ognuno era libero di fare come meglio credeva.

Ai primi di ottobre il sistema di tracing, test, monitoraggio era già in affanno. Allora esce questa nuova regola il 12 ottobre.

In pratica si allentano gli obblighi di tampone, bastano 14 giorni di quarantena e via liberi tutti di tornare in comunità.

Capite che abbiamo iniziato in un modo e dopo nemmeno un mese eravamo già ko con il sistema dei tamponi, per cui tagli nei protocolli.

Abbiamo iniziato con nessun obbligo di mascherine al banco, bastava il metro tra le rime buccali, poi vista l’impennata di casi, si è resa obbligatoria la mascherina, peccato che nella realtà non sempre si rispetti la regola.

Quindi, la gestione è a maglie assai larghe.

Ciò che si chiede è il ripristino dell’obbligatorietà del tampone per chiunque sia contatto stretto di positivo, per il rientro in comunità. Una semplice e razionale azione di contenimento dei contagi, perché se consentiamo che positivi asintomatici o sintomatici che si sentono “furbi” vadano in giro, non ne usciremo mai. QUESTO E’ POLITICAMENTE RILEVANTE. QUESTA E’ UNA BATTAGLIA POLITICA E DI SALUTE PUBBLICA.

Eppure, mi si torna a dire che se reclamo un intervento celere su questo punto e se chiedo il ripristino urgente dell’obbligo di tamponi per i contatti stretti di positivi asintomatici o sintomatici, mi si dice che faccio battaglie individuali. Quindi dalla regia borghesotta e tronfia mi arriva un verace suggerimento dall’alto: io, denunciando e chiedendo risposte a problemi che riscontro nella mia esperienza quotidiana starei facendo solo il mio tornaconto personale e mi si informa che invece la politica serve a migliorare le condizioni della collettività, questa fa il paio con lo “sputi nel piatto in cui mangi”. Che poi se nessuno parla mai delle cose concrete che non funzionano, lassù, nei meandri dei decisori amministrativi e politici, si finisce col credere veramente che si sta facendo un ottimo lavoro e che le scuole “tutte” siano davvero il posto più sicuro del mondo, perché il virus si spaventa di fronte ai protocolli stilati. Ma come ho sempre detto, finora si è scaricato tutto e si è contato sulla collaborazione piena e leale dei genitori. Che non sempre c’è stata o è stata sufficiente. Ci sono maglie larghe nelle regole fissate, che permettono a chiunque di aggirare raccomandazioni utili al contenimento dei contagi. Non raccontiamo che durante le quarantene preventive abbiamo tutti ma proprio tutti ligi al dovere. C’è chi esce, c’è chi porta i bambini in quarantena dai nonni, c’è chi non legge tempestivamente le circolari scolastiche o fa finta di non vederle o comprenderle, pure essendo di madrelingua italiana. C’è chi non riesce a capire nemmeno l’importanza di chiamare il pediatra in presenza di raffreddore, in concomitanza con un caso positivo in classe. C’è chi sostiene con menefreghismo puro che tanto il Covid19 crea problemi solo agli anziani e ai malati, quindi non rientrando nella categoria, ce ne si può bellamente fregare. Attorno abbiamo sofferenza e dolore, morti a centinaia al giorno, che svelano quanto crudele e falsa sia questa narrazione minimizzatrice e negazionista.

Ebbene, il mio racconto di più di un episodio e di un problema che si stanno verificando nella vita reale delle scuole mai chiuse, sarebbe solo un punto di vista, di cui non frega niente a nessuno. Ma, non è che mi offende questo derubricare i problemi a priori, mi offende questo etichettarli come insignificanti, quando basterebbe farsi un giro per le scuole e parlare con chi ci lavora, fuori dai riflettori, per capire il clima che c’è. Ufficialmente è tutto sotto controllo, ma se si andassero ad applicare screening di massa nelle classi con positivi o nell’intera scuola in cui si sono succedute numerose quarantene, si scoprirebbero situazioni non proprio semplici, un po’ come è accaduto a Bolzano. Perché il problema reale non è scovare i positivi con sintomi, quelli se un genitore è attento e collabora si trovano subito e si circoscrivono, bensì trovare chi è asintomatico e inconsapevolmente è veicolo di contagio. Si tratta di aiutarci l’uno con l’altro e trovare soluzioni forse complicate da mettere in atto, ma necessarie. Adesso abbiamo anche gli hub drive through con i tamponi rapidi per il mondo della scuola, usiamoli e obblighiamo i genitori ad adoperarli, sono gratuiti e se c’è stato un positivo in classe è interesse di tutti sapere come stiamo.

Quindi invito tutti coloro che sostengono che gli episodi che denuncio non sono meritevoli di ascolto e di tutela (perché evidentemente quello che sta accadendo nella mia cerchia ristretta di quartiere è solo un granello nell’oceano e non ha senso né registrarlo, né ascoltarlo), a dirlo pubblicamente. Ciò che quotidianamente sperimentano maestre e studenti in questi mesi è un interesse individuale, particolare, mica collettivo di carattere di salute pubblica, di tutela del benessere e di condizioni minime di sicurezza. Insomma, avete capito bene, insegnanti e genitori che vi state battendo per avere condizioni realmente sicure a scuola, non siete degni di essere ascoltati, io perché denuncio cose da sola, voi perché non avete le giuste entrature e un forte potere contrattuale, ovvero di scambio politico elettorale. Quindi di fronte al totem delle scuole aperte ad ogni costo non abbiamo nemmeno diritto di parola, né quanto meno la speranza di poter tutelare la salute collettiva, né la possibilità che si approntino soluzioni adeguate a una fase di pandemia.

Se io ho cura della mia salute, mi faccio il tampone, mi assicuro di non essere contagioso, se non sto bene resto a casa e tengo a casa i miei figli finché non mi accerto della causa, sto tutelando la salute collettiva. Ed anche se il reato di epidemia colposa non è per voi un deterrente, poi non dovrebbe sconcertarvi il fatto che gli ospedali sono pieni e che non vi possono accogliere. Questo disastro è anche responsabilità di chi ha negato e se ne è fregato delle regole. Sì certo, c’è stato tempo per organizzarsi rispetto a marzo, ma tra di noi c’è un sacco di gente che ha sostenuto e votato chi ha permesso tagli continui alla sanità e l’espansione esponenziale del privato ai danni del pubblico. Abbiamo per anni tagliato anche investimenti in personale e strutture scolastiche. Ed anche questo è parte di una mia vecchia battaglia. Perché son cose assai vetuste, ma proprio tanto, che si ripetono da anni. Quale consenso è stato inseguito e cavalcato? Ma che volete, sono questioni personali, mi si dice, la politica si occupa di altro. Sì, come quando da anni decine di medici di base e pediatri vanno in pensione e non vengono sostituiti e si dice “trovatevi la soluzione da soli”, anche a km da casa. Migliaia e migliaia di assistiti ogni anno vagano alla ricerca di una ricollocazione, ma i medici sono sempre meno e non possono certo offrire un’assistenza di qualità se hanno un portafoglio utenti strabordante. Che risposte si danno? Ma voi che da anni avete il medico privato all’occorrenza che ne sapete? D’altronde il dibattito fino a poco tempo fa era “ma chi ci va più dal medico di famiglia?”

Nemmeno vi vergognate più, nemmeno vi sembra possibile che uno non venga curato nemmeno per un mal d’orecchie. Questo è un problema personale, collettivo, politico. Me lo ha insegnato il femminismo.

“Una delle prime cose che scopriamo in questi gruppi è che i problemi personali sono problemi politici. Non ci sono soluzioni personali in questo momento. C’è solo un’azione collettiva per una soluzione collettiva.”

Carol Hanisch

Che significa? In origine fu l’autocoscienza, parlare nei gruppi per comprendere che ciò che le donne sperimentavano quotidianamente nel privato poteva avere una lettura, una dimensione politica, comprendere come la propria esperienza di oppressione o privilegio potesse essere analizzata e inscritta in una dimensione più allargata, collettiva, pubblica e che per risolverla occorreva appunto lavorare in senso collettivo. Tutto partiva dalla consapevolezza, dalla dissoluzione del confine tra privato e pubblico, per far emergere i problemi, dare voce e spazio a coloro che fino ad allora non avevano potere e ascolto. Se le norme e le prassi sociali e istituzionali comprimono e influenzano la dimensione privata occorre un’azione sociale e politica per correggerne gli effetti. Pensiamo alla violenza domestica: è allo stesso tempo una questione personale, ma che ne evidenzia una sociale, ovvero, un attacco politico alle donne che si sostanzia in una società che tuttora è incapace di educare al rispetto, alle differenze e alla parità di genere. È un problema culturale e politico, che necessita interventi politici diffusi e strutturali, capaci di scardinare le radici della cultura dello stupro e della violenza maschile.

Per scardinare indifferenza, rassegnazione e senso di impotenza, occorre che le persone possano riconoscere e comprendere le origini politiche, sociali ed economiche dei loro problemi quotidiani, privati, ed organizzarsi per cambiare lo status quo. Mettere in connessione esperienze individuali e il contesto sociostorico: questo permette di passare dai problemi personali a una dimensione allargata, pubblica. Rompere l’illusione che vada tutto bene, nel privato, per poter svelare quanto di politico c’è in queste difficoltà, sofferenze quotidiane. La condivisione delle esperienze, si pensi al #metoo, sono la chiave di questo percorso e di questo passaggio osmotico necessario.

Ma voi che ne sapete di percorsi di consapevolezza, vi basta che il popolo si beva un mucchio di promesse e qualche elemosina a pioggia, per sentirvi a posto con la coscienza. Meglio un popolo di analfabeti funzionali e cognitivi che non si pongano mai domande e si rendano agevolmente schiavi del sistema neoliberista del produci-consuma-crepa. Avete annientato la dimensione collettiva, sbriciolando di senso tutte le lotte, annegandole e negandole, precarizzando ogni aspetto della vita, inondando ogni angolo di familismo, affarismo, corruzione, connivenza, lasciafare, mazzette, nepotismo e corruttele varie. Se ripenso agli anni dell’università, vedo quanto sono sempre stata poco realista. Mi ha fregato la speranza e la fiducia incrollabile tuttora in un progresso e in un miglioramento. A volte penso che mia madre abbia ragione a dirmi che perdo tempo. Ma se rinuncio e mi ripiego nella mia dimensione privata, muoio. Quindi, continuo a cercare incessantemente il politico nel personale: partire dal personale, per giungere a un ascolto più allargato, sollecitare un’azione collettiva per una soluzione collettiva, per uscire dalla rassegnazione o peggio dalla negazione dei problemi.

Ma si sa che il dibattito politico istituzionale è poco avvezzo a un approccio da autocoscienza di questo tipo.

Se ci guardiamo con uno sguardo prospettico, se osserviamo la politica italiana e le decisioni messe in campo in questa era pandemica, abbiamo già perso attraverso le lenti della storia, abbiamo già vilmente subordinato la salute ad altro. C’è una debolezza, che si para dietro l’idea democratica, ma in fondo è semplicemente ciò che esplicita Merkel, che tratta i suoi cittadini come adulti e dice pane al pane vino al vino, si prendono decisioni drastiche solo quando si vede il sistema collassare, gli ospedali saturi. Da noi i decessi che viaggiano tra i 700 e gli 800 giornalieri non fanno nemmeno più cronaca, nemmeno un brivido. Il sottofondo quotidiano è fatto di sirene di ambulanze, perfino durante la DAD, qualcosa che attraversa ed entra da una casa all’altra e dovrebbe renderci più consci. Invece ci troviamo a parlare di vacanze sulla neve e cenoni, di riaprire le scuole senza aver pensato a mettere in sicurezza niente e continuando a tenere altri a scuola senza alcuna reale tutela. Il consenso è ciò che spinge taluni a negare ciò che da settimane racconto, salvo poi in sede privata dirmi che ho ragione, ma poi vale la legge di chi porta voti maggiori o fa la voce grossa, dei genitori che chiedono scuole aperte ad ogni costo, che sono maggioranza e pretendono, così come a seconda del momento, albergatori, ristoratori, autonomi ecc. Così diventa un inseguimento senza fine, un po’ irrazionale, compulsivo, col fiato corto di chi non sa programmare e indirizzare, nonché una dispersione di energie e risorse che andrebbero incanalate in una direzione unica, garantire cure tempestive e di qualità, diagnosi e interventi celeri, non abbandono e faidate. Se fossimo un popolo sano e solidale questo dovremmo chiedere, non che ci venga consentito di fare quello che ci passa per la mente o che individualisticamente ed egoisticamente perseguiamo. Ed allora, si va tutti verso il macello, contenti di aver dato il miglio a tanti gallinacei nell’aia italiana.

Vale la legge del consenso hic et nunc. Altro che futuro, altro che diritto all’istruzione, altro che attenzione a costruire qualcosa di diverso, qui stiamo più terra terra, assecondando la pancia di quell’Italietta falsamente produttiva e operosa, ben nota per evasione e sfruttamento. Tanto che nemmeno gli sfruttati si accorgono più di quanto sono stati fregati. Tra un black friday e lo shopping natalizio, tra un ristoro e un bonus, tra chi ormai vive solo l’oggi o al massimo la prossima scadenza elettorale e non è capace di essere interprete di una politica del domani e del dopodomani. In una riedizione della ballata dell’uomo ragno, a bordo di un Titanic culturale e politico.

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Prospettive. Consapevolezza per costruire un futuro diverso


“Don’t be told what you want don’t be told what you need
there’s no future no future no future for you
(…)
When there’s no future how can there be sin
we’re the flowers in the dustbin
we’re the poison in your human machine
we’re the future your future”
1977 – Sex Pistols
Quando la realtà, le colpe e gli errori del sistema si sbattevano in faccia al potere e non si nascondevano. Non puoi creare un futuro diverso se non abbatti ciò che ti ha rubato il futuro. Non si può conservare quanto ci ha portati allo stato attuale, non si può difendere chi ha incrementato la forbice delle disuguaglianze. Non si può andare sotto braccio con chi ha distrutto l’ambiente. Non si può cambiare con lo sguardo nostalgico rivolto al passato, come se prima della pandemia fosse tutto ok.
Nel 1977 c’era più consapevolezza e lucidità di oggi. Il futuro ci è stato rubato già da tempo, per svariati motivi (si pensi all’evasione fiscale, a chi prende sussidi pur non avendone diritto, ai fondi pubblici sperperati e a un sistema clientelare mai smantellato). La scuola per anni è stata l’ultima ruota del carro degli investimenti pubblici, al pari della Sanità. La Cenerentola dei dicasteri, all’ultimo posto anche nei pensieri degli italiani. Vi si pensava solo quando si apostrofava gli insegnanti come “privilegiati, fannulloni e scansafatiche da tre mesi di vacanza”. Non vi siete indignati nemmeno quando non c’era la carta igienica, vi limitavate a portarla, assecondando una gestione non solo al risparmio anzi indegna di un Paese civile. Questo era il vostro pensiero. Al massimo vi adoperavate con qualche denuncia e ricorso per difendere i vostri pargoli ingiustamente bocciati e tartassati da insegnanti “crudeli e incapaci”. Questo, anziché riconoscere i limiti dei vostri figli e del vostro compito di genitori. Li avete difesi nonostante fossero indifendibili, nonostante avessero offeso pesantemente gli insegnanti. Poveri pargoli, mai cresciuti.
Continuare a fantasticare su un ascensore sociale che non c’è da decenni, sulla possibilità di emancipazione attraverso lo studio quando siamo in una società familista, clientelare, in cui si procede solo per raccomandazioni, in cui la gente in gamba deve andare via per poter avere una speranza di un futuro migliore, di cosa parliamo? Svegliamoci e forse capiremo che solo evitando di trascinarci nel lamento e nell’illusione potremo cambiare qualcosa. Suvvia, dovremmo aver capito come vanno le cose e come si possono cambiare. Non c’è destino, siamo noi a fare la differenza. Ma bisogna tornare a lottare, non solo per aprire un involucro ma per pretendere che quel luogo in cui si impara e si diventa adulti sia gestito in sicurezza, sia di qualità, non abbia più strutture fatiscenti, non ci siano più classi pollaio, che gli insegnanti vengano pagati adeguatamente, che siano trattati dallo Stato in modo serio, non come baby sitter o fornitori a cottimo di sapere. Dovreste chiedere la fine del precariato a vita, dovreste chiedere di dare di nuovo dignità al lavoro di chi forma le future generazioni. Dobbiamo chiedere rispetto per il loro lavoro, la loro salute. Dobbiamo chiedere soluzioni strutturali che possano riportare la scuola al rango che le compete, dobbiamo investire adeguatamente affinché questo si realizzi, non si fa nulla semplicemente contando sullo spirito di sacrificio dei singoli. Gli insegnanti devono potersi formare periodicamente non a proprie spese, ma sulla base di un progetto ministeriale che investa su di loro e li sostenga lungo tutta la loro carriera. Insegniamo ai nostri figli ad essere cittadini e a lottare per i loro diritti, invece di raccontargli che solo la scuola in presenza garantisce un futuro. La scuola in questo stato non ha la bacchetta magica, ci vuole tutto ciò che ho detto prima e i genitori non possono non capirlo. Il futuro si costruisce con la consapevolezza e il senso di responsabilità, il senso civico che implica che in pandemia ciascuno faccia la sua parte e rinunci a qualcosa. Che poi già da tempo nei corsi universitari di preparazione per l’insegnamento, e non solo, si parla di forme di didattica e mezzi diversi, eh sì, anche di adoperare nuovi strumenti digitali, multimediali. Nulla deve essere come prima. Oggi, con le regole Covid, non si può fare molto più di una classica lezione frontale e la trasmissione di un nozionismo che spesso resta giusto il tempo di superare l’interrogazione o la verifica. Se poi frequentaste un po’ le scuole che sono rimaste aperte, vi accorgereste che sono assai poco frequentate, assenze numerose, quarantene, organico carente per malattia, presenza a singhiozzo, malesseri in classe con bambini ko. Sì lo so, sono cose che noto solo io, tutto a posto, avanti così.
Chiedo ai genitori di non offuscare le menti dei propri figli con frasi sterili e vuote, con l’ideologica pretesa di scuole aperte, punto e basta. Ci vuole altro, molto altro e c’è da lottare. Chiedete ai vostri figli di comprendere la fase e di fare di tutto per difendere la salute dei compagni, degli insegnanti, dei familiari, della comunità di cui fanno parte. L’educazione civica essenziale, considerarsi e sentirsi parte di un organismo collettivo. Crescere cittadini, parte di una società, in cui non esisto solo io. Pre-occuparsi, aver cura degli altri, dell’ambiente, del mondo attorno a noi. Magari riusciamo a costruire un futuro e una società migliore. Responsabilità e impegno. Senso di realtà è maturità. La pandemia può essere un’ottima lezione per maturare. Può valere molto se ne usciamo diversi. Lottare per il futuro, senza ipocrisie e senza aver nostalgia di modelli dinosaureschi e tossici. 
Ce la possiamo fare, ce la possono fare anche le nuove generazioni, ma hanno bisogno di nuovi occhi, nuove idee, imparare a fare la loro rivoluzione, che se guardano noi sono spacciati.
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Senza salute non c’è didattica di qualità né apprendimento! Priorità a insegnanti e studenti

LETTERA APERTA A TUTTI COLORO CHE HANNO A CUORE LA SCUOLA E CHE HANNO POTERE DI CAMBIARE.

Sono una attivista politica, una femminista, una donna impegnata nella comunità. E sono anche una mamma. Sono figlia di insegnanti e da qualche anno sono tornata a frequentare le scuole come formatrice su tematiche come il contrasto agli stereotipi, alla violenza e alle discriminazioni di genere. Per mia figlia e per i suoi compagni ho scelto di impegnarmi anche negli organi collegiali di istituto.

Vi scrivo perché sento il bisogno di confrontarmi, ma anche di segnalare alcuni aspetti che riguardano il complesso universo della scuola che a mio avviso non sono stati evidenziati sufficientemente. La scuola ha riaperto in presenza, anche se superiori e ora parte delle medie sono già passate alla didattica a distanza. Come genitori abbiamo tutti sperato che le condizioni pandemiche non arrivassero ai numeri e alla situazione attuale, specialmente a Milano, città in cui vivo. Abbiamo sperato che si potesse ricominciare ad avere un minimo di regolarità, anche se con comportamenti diversi e adeguati alla fase. Qualcosa non è andata nel verso sperato, i protocolli si sono dimostrati abbastanza fragili e inadeguati, la scuola avrebbe dovuto avere un sistema esterno di protezione multidisciplinare e multidimensionale, una sorta di paracadute, che avrebbe dovuto evitare di veder crollare subito il tracciamento, l’assistenza, la diagnostica, con ritardi e difficoltà crescenti. Il fatto di aver poi definito delle regole dalle maglie larghe non ha aiutato: aver stabilito che per rientrare in comunità erano sufficienti 14 giorni di quarantena senza tampone o certificazione medica, purché asintomatici, oppure 10 giorni con tampone, eseguito il decimo giorno, ha probabilmente generato dei problemi, perché sappiamo che nelle fasce più giovani della popolazione il Covid19 ha spesso una forma asintomatica. Così rischiamo di non vedere la parte dell’iceberg sommersa. Si è scelto di alleggerire il sistema diagnostico a scapito di una reale verifica della diffusione dell’infezione. Addirittura, apprendiamo che a Milano non si faranno più tamponi ai contatti stretti di positivi. Non avviando azioni di test massivi periodici sulla popolazione scolastica ci si è fermati a registrare il visibile, il sintomatico. Si è preferito altresì non effettuare nessun controllo stringente sui familiari degli studenti sottoposti a quarantena per contatto con positivo. I risultati? Tutti si sono sentiti liberi di uscire e fare una vita normale, anche coloro che erano in quarantena. Tanto è vero che la dirigente della scuola di mia figlia ha dovuto fare una circolare ad hoc per spiegare per l’ennesima volta che chi è in quarantena non deve uscire di casa. L’idea dell’autocertificazione adottata in molte scuole per giustificare le assenze pari o superiori ai tre giorni ha poi generato ulteriori sottovalutazioni. Da tutta Italia apprendiamo giorno dopo giorno come affidarci al senso di responsabilità e del rispetto delle regole del cittadino non sempre è una buona idea, perché alcuni, in piena pandemia come in tempi normali, non sono dotati di senso civico. Ma il motivo della mia lettera è soprattutto un altro, riguarda la mia esperienza con le elementari, il grado che sto vivendo più da vicino (anche se alcuni aspetti possono essere utili per tutti).

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La scuola che non c’è. Come la narrazione edulcorata ci porta a nascondere la realtà.


Così la ministra Lucia Azzolina, su Radio anch’io:

“Guai a pensare che la scuola non sia attività produttiva e a sacrificarla: è la principessa delle attività produttive, senza formazione non abbiamo futuro”.

“Sono convinta” che con la chiusura delle scuole “rischiamo un disastro educativo, sociologico, formativo, psicologico. Un bambino che deve imparare a leggere e a scrivere, non può farlo da dietro uno schermo. Dobbiamo essere molto prudenti, i ragazzi hanno diritto ad un pezzo di normalità nella loro vita”

Forse ci vuole un bel bagno di realtà. C’era una volta la scuola che prima di ogni altra cosa ti insegnava a leggere e a scrivere, perché le basi dovevano essere solide prima di poter passare ad altro. Così si passavano almeno due anni a fare quasi esclusivamente questo lavoro, affiancando man mano altro, ma sempre con un esercizio mirato a rendere autonomi i bambini nella lettura e scrittura, rigorosamente in corsivo, lo stampatello per la lettura. In seconda elementare eri già abbastanza veloce per ogni attività necessaria per progredire nello studio. La maestra usava pochissimo i libri, dettava e dettava esercizi e noi imparavamo a scrivere e a diventare veloci e precisi, potevamo farne tanti senza stancarci perché allenati e aiutati dalla scrittura in corsivo. Veloci anche nella lettura perché c’era esercizio sia a casa che a scuola. Ci sono dei tempi giusti che devi dedicare, non puoi tagliarli o saltarli. C’è lo studio di gruppo (viene meglio se in classe si è pochi e non le classi pollaio a cui siamo abituati) e quello individuale, meglio sempre se c’è la possibilità di concentrazione, quindi ambiente poco rumoroso e tempi che devono adattarsi a ciascun bambino. Ci vuole allenamento. Chiedo ad Azzolina di provare ad immedesimarsi negli studenti che devono esercitarsi quotidianamente in lettura e scrittura a casa, dopo 8 ore a scuola, soprattutto ora in era covid. Fattibile? Ce lo dica la ministra.

Giusto per farvi capire perché sono tanto perplessa. Mi trovo a Milano, nel 2020.

Esperienza personale. In due mesi di scuola in presenza solo 3 righe scritte in corsivo. Tutto il resto in stampatello. È così dalla prima elementare. Corsivo questo sconosciuto. Poi ci si lamenta che fanno fatica a scriverlo. Lo credo, senza esercizio quotidiano! Ovvio che si arriva in terza elementare in queste condizioni da analfabetismo di ritorno. Sappiamo quanto importante sia il corsivo per lo sviluppo di alcune aree del cervello. Direi che non ci siamo proprio. Magari in tutto questo c’è una ratio, nessuno scrive più a mano, siamo ormai digitali al 100%. Dipendenti da uno strumento digitale, una protesi, mai autonomi. Ma come dico sempre a mia figlia, c’è un tempo per ogni cosa, ma per imparare alcune cose, come la scrittura, non puoi rimandare troppo. In passato imparavamo a usare la macchina da scrivere, il PC ma era qualcosa di successivo, in più, dattilografia era una materia. Che poi uso del PC implica un’autonomia anche nelle capacità di districarsi tra programmi, applicazioni, funzioni, procedure, risoluzione dinamica dei problemi. Analfabetismo vuol dire avere difficoltà a comprendere le procedure, anche un testo di istruzioni breve. Analfabetismo che viene da lontano, e deriva proprio da una mancanza di consolidamento delle nozioni e saperi di base. Dobbiamo insegnare ai nostri figli a sbatterci la testa anche per ore sui problemi e sulle cose nuove. Questo è l’apprendimento principale.

La ministra poi dimentica un altro pilastro importante: imparare a far di conto, a partire dalle 4 operazioni. Stesso discorso precedente, ma un po’ più articolato. Ci vuole esercizio e consolidamento di ciascuna operazione, che riguarda anche la complessità della stessa, insomma devo essere in grado di risolvere operazioni semplici e complesse, naturalmente commisurate alla classe. Imparare a far di conto non è una corsa ad affastellare operazioni, ma acquisire una sicurezza, una piena comprensione del senso/metodo/tecnica di un’operazione, prima di passare a imparare la successiva. Passare alla divisione se si vede che in molti zoppicano sulla moltiplicazione e tabelline non ha molto senso.

Ma molte di queste problematiche dipendono anche dal fatto che spesso si succedono maestre diverse ogni anno. Quindi metodi e didattica differenti, approcci e capacità di trasmissione dei saperi diverse.

Ed anche per la matematica vale la regola: tanto esercizio.

Scienze, storia e geografia vanno studiate di pomeriggio, ma anche qui tornerebbe utile l’abitudine allo studio pomeridiano quotidiano, ma è difficile quando torni a casa alle 5.

Abitudine, autonomia, esercizio, gradualità, tempi a misura di bambino, tempi ragionevoli di studio a scuola e a casa. A casa, perché tanto poi alle medie sarà così e non si potrà dire, non sono “abituato”. La scuola elementare dovrebbe accompagnare gradualmente i bambini ad acquisire queste capacità. Altrimenti è normale non riuscire a star dietro un impegno che aumenta.

E poi, ministra, la normalità nella scuola in era covid ce la siamo abbondantemente giocata.

Poi la prego di fare uno sforzo di onestà: diciamo che la scuola è stata percepita e vissuta dai genitori come un servizio, dai datori di lavoro come un’attività funzionale al sistema produttivo, stampella pubblica per permettere ai genitori di andare al lavoro e ai padroni di produrre profitto. Negli anni la politica e i diversi livelli amministrativi hanno di fatto cercato di garantire questo, sorvolando su ciò che invece la scuola avrebbe dovuto garantire: un’istruzione di buon livello, accessibile a tutti, utile a porre le basi indispensabili per affrontare i livelli universitari e successivi. Una mia amica ha giustamente parlato di “istituzionalizzazione del baby parking”. Educazione e formazione orpelli, accessori secondari.

I tempi infatti hanno via via negli anni ricalcato i tempi del lavoro, con buona pace della sostenibilità di tale orario da parte dei bambini. Anzi se un full time fa 40 ore settimanali, 8 ore al giorno, alcuni scolari ne fanno 8+2 (pre e post scuola). Ma i tempi non sarebbero nemmeno un problema se modulati e organizzati con attività diversificate, variegate, anche facoltative per accogliere le esigenze di tutti. Certo se pensi di fare tante ore di lezione frontale e interrogazioni non so quanto possa essere utile e sostenibile. Ma i genitori questo non lo sanno, nemmeno si pongono il problema.

E se volete vi posso raccontare di altri segnali che dovrebbero farci capire che non va proprio tutto alla perfezione. La formazione di qualità va costruita e garantita sul campo. La ministra dovrebbe trascorrere maggior tempo a scuola e iniziare a capire che precarietà degli insegnanti, classi pollaio e strutture inadeguate non vanno d’accordo con una scuola realmente formativa e di buon livello per tutti, capace di fare la differenza per il futuro di intere generazioni, in grado di ridurre l’abbandono e la dispersione scolastica, di non lasciare nessuno indietro, come si suole dire continuamente ma non viene mai tradotto in realtà. In questa pandemia cerchiamo di rallentare e di capire se davvero basta la bacchetta magica di “un tempo pieno in presenza”, per garantire gli obiettivi fondamentali della scuola. Magari questo modello e questi moduli scolastici hanno bisogno di un check up, una sorta di tagliando dopo anni dalla loro introduzione.

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La pandemia e ciò che per decenni abbiamo buttato sotto il tappeto


Quando anni fa già parlavo di servizi sociosanitari territoriali snaturati, ridotti all’osso, senza personale, senza strumentazione, non sembrava così importante. Quando lamentavo l’assenza di un ecografo in gran parte dei consultori familiari pubblici, mi si rispondeva da parte degli addetti ai lavori che non servivano, che per eco bastava andare in ospedale e poi ritornare al controllo con la ginecologa con i risultati. Intanto, chi aveva i soldi andava dal privato. Intanto proliferavano i consultori privati no-choice.
Quando sostenevo che i pediatri di libera scelta e i medici di medicina generale fossero troppo pieni di assistiti e senza strumentazione per poter fornire un servizio di qualità o anche solo minimamente adeguato alle esigenze della popolazione. Quando eravamo costretti ad andare in P.S. per un problema acuto perché i medici e i pediatri erano fuori orario o giorno di visita. Ci dicevate di non inondare gli ospedali, mentre voi andavate dal medico privato.
Quando per un esame diagnostico aspettavi anche un anno, molti si erano abituati a pagare, chi non poteva si attaccava al tram.
Quando è arrivata la pandemia e alla prima ondata i tamponi erano una chimera, abbiamo sperato che fosse solo un problema temporaneo. Invece con la seconda ondata stiamo registrando la medesima problematica, forse un po’ migliorata, ma intanto i tempi sono biblici e a Milano si tagliano i tamponi dei contatti stretti. Se vuoi/puoi e sei scrupoloso te lo paghi. Quindi no problem come sopra.
Quando fare il vaccino antinfluenzale diventa un percorso ad ostacoli anche per i soggetti fragili, ti viene suggerito che se paghi ti eviti ogni disagio.
Quando anziché chiedere allo Stato forme di welfare per conciliare lavoro-vita privata, continui a scaricare tutto sulle scuole e pretendi di tenerle aperte a tutti i costi anche nel bel mezzo di una pandemia. Quando ne parlavo già anni fa sembrava che farneticassi, che fossi solo una povera sfigata che pativa le conseguenze di una mancanza di sostegni, una pigrona che non era stata capace di trovare una soluzione da sé. Quando dovevamo lottare unite, per strumenti di work-life balance tante donne se ne sono fregate, tanto c’erano le tate, la scuola, i nonni. Ogni anno snobbavate i numeri delle dimissioni volontarie a ridosso della maternità. Mi raccomando, mai lottare per migliorare le cose, meglio continuare così, tanto per cosa l’hanno creata la scuola? Mica per formare ed educare… E poi sai che c’è, lavorassero queste insegnanti privilegiate che fanno 3 mesi di vacanze. Bella mentalità davvero. Complimenti ai genitori che ragionano così.
Ora reclamate il diritto all’istruzione. Ma per favore…!
Quando per anni non abbiamo mai voluto affrontare con forza il problema dell’evasione fiscale, non lamentiamoci del fatto che non ci sono risorse. Questo è il paese dove il cittadino medio è stato abituato ad evadere, chiedere aiuti e bonus anche quando non gli spettavano, dichiarare il falso per avere esenzioni sanitarie e scolastiche. Abbiamo tollerato tutto questo, a molti, troppi è andata bene così.
Quando per anni si tagliava su Sanità e Scuola, chi se ne preoccupava? Eravamo 4 gatti, che se ne accorgevano perché lo pativano sulla propria pelle e perché non potevano assistere indifferenti a questo scempio.
Magari svegliarsi per tempo e imparare che a furia di lasciar correre e mettere pezze, ci rimettiamo tutti, anche coloro che credevano e credono di essere più furbi degli altri.
Lamentarsi senza far nulla per cambiare, perché tanto c’è l’escamotage, l’amico, il parente, posso pagare, “io posso tutto, chissene degli altri” questa è la colpa più grande.

Avvilente assistere a una politica che rincorre e asseconda, unicamente a fini di consenso, i desiderata di una pletora di genitori da sempre notoriamente debolmente preoccupati dell’apprendimento dei figli, ma oggi in prima linea per tenere l’involucro scuola aperto qualsiasi cosa accada. Insegnanti chiamati a gestire stress e problemi quotidiani, una didattica in piena pandemia, tirati di qua e di là dai genitori, obbligati ad assecondare tutto, a subire tutto, a vedere sbriciolarsi diritti, a mettere a rischio la propria salute perché coloro che prendono le decisioni non vogliono trovare alternative, costruire soluzioni diverse e in linea con una emergenza pandemica, con un sistema sanitario in tilt dopo nemmeno due mesi di nuova crescita dei casi.

Ma in coscienza come fate a mandare i vostri figli a scuola in questo periodo, non provate mai preoccupazione, non vi accorgete dei rischi? Al punto in cui siamo, possiamo ancora andare dietro a una parte dei genitori, gli stessi che probabilmente minimizzano o negano i rischi della pandemia o sono disposti a sacrificare vite umane? Perché, anche quando le scuole non sono focolaio, sono un luogo non sicuro quando tutto salta, tracciamento, test, tempi di diagnosi, monitoraggio capillare e periodico (mai avviato). Il peso che hanno le scuole su un sistema sanitario e sui laboratori allo stremo occorre alleggerirlo, tanto non si riesce comunque ad avere frequenza e apprendimento di qualità. Questa non è scuola e occorre fermare l’esperimento partito a settembre al motto “armiamoci e partite”, con studenti e personale scolastico mandati allo sbaraglio senza paracadute, in spazi ed equipaggiamento inadeguati per una pandemia di queste proporzioni. Fermarci è un dovere morale e civico. Altrimenti saremo corresponsabili di morti e sofferenza. E invece di continuare a chiedere ad ogni costo le scuole aperte, iniziate a pretendere cure tempestive e certe, perché il problema vero e concreto che abbiamo è l’alta probabilità di essere abbandonati a noi stessi se ci ammaliamo. Prendere la tachipirina non è la cura, svegliatevi, chi può permetterselo non si accontenta e cerca cure più adeguate. Hanno ripreso a martellare con co-morbilità o questione anagrafica, che incidono di più se non ricevi assistenza tempestiva (un Trump e un Berlusconi lo dimostrano) e deresponsabilizza i più giovani. Logico che se non si interviene ai primi sintomi e si aspetta l’insufficienza respiratoria il decorso non può essere favorevole. Il sistema è saturo. Forse se chi ci governa dicesse questa verità con chiarezza eviteremmo molti starnazzamenti e comportamenti fuori luogo e strafottenti. Dobbiamo pretendere cure tempestive e mirate. Stiamo tornando a marzo. 
Ma molti italiani sono gli stessi di cui parlavo sopra. Disinteressati di tutto finché non traballano le loro scarse certezze e punti di riferimento. Nemmeno ora consapevoli che l’unica cosa che dovrebbero pretendere e per cui dovrebbero lottare è un servizio di assistenza sanitaria territoriale e a domicilio efficace e certa, un potenziamento dello stesso, perché anziché chiedere bonus o fondi a pioggia, occorre chiedere che i finanziamenti vadano in una direzione unica: curare e salvare le persone in questa terribile pandemia. L’unico modo per ridurre dolore, sofferenza, stress, traumi, danni e segni permanenti nella nostra società. Ci sarà poi tempo per il resto: come non dimenticarsi della scuola, investire seriamente su di essa e tornare a considerarla un pilastro fondamentale per il futuro, dando valore agli insegnanti e al lavoro che svolgono.
Impareremo mai la lezione? 
 
Consiglio di lettura: Roncaglia: la scuola del Covid è un incubo e la Dad non è un nemico
 
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Un mondo illusorio in cui tutto sembrava risolto (o quasi)


Sulla questione del numero di donne che ogni anno lascia “volontariamente” il lavoro dopo la maternità (dato che purtroppo non fotografa il sommerso di chi un contratto non ce l’ha) ho scritto molte volte sul mio blog. In quest’anno strano faccio fatica a scrivere. Ma avrei due pensieri. Questo report in materia di provvedimenti di convalida delle dimissioni e risoluzioni consensuali di lavoratrici madri e lavoratori padri (Relazione annuale sulle convalide delle dimissioni e risoluzioni consensuali delle lavoratrici madri e dei lavoratori padri) fotografa le dimissioni annuali, ma sarebbe utile indagare sul dopo, su quando e se queste donne sono riuscite a rientrare nel mondo del lavoro e a quali condizioni, con quali equilibri e modalità. Infine, a distanza di anni da quel modulo a fini statistici che anche io ho dovuto compilare davanti a un’impiegata che se fosse stata un robot sarebbe stata più empatica, nessuno mi ha mai chiesto come me la passassi, se avessi bisogno di un supporto per rientrare, se col tempo ero riuscita a risolvere i miei problemi e avevo trovato un equilibrio. Nessun ente, persona mi ha mai aiutata a non sprecare ciò che avevo appreso in anni di studio e in 10 anni di lavoro. La cosa che fa più danni è la solitudine di queste storie. La cosa che fa più male a distanza di tempo è sentirsi ancora dire “arrangiati”, “sii flessibile”, sei tu che non ci riesci e sei troppo debole”. E tutto il mare di donne che hanno in questi giorni avversato lo smart working fanno ancor più un effetto macigno. Perché se me lo avessero concesso, io non sarei stata costretta a dimettermi. Meditate. Non è mai soltanto una questione privata e ed esclusivamente personale. Riguarda una società che fatica ad occuparsi di fenomeni evidenti, preoccupanti, ad alto tasso discriminatorio. Una inesorabile emorragia, in crescita nel 2019, per la maggior parte di carattere femminile: 37.611 (circa il 73% del totale), (nel 2018 erano state 35.963).

“Fra le motivazioni delle dimissioni/risoluzioni consensuali addotte da lavoratrici e lavoratori (in sede di colloquio con il personale addetto al rilascio del provvedimento di convalida, volto a accertare la genuinità del consenso) la più ricorrente è rimasta la difficoltà di conciliare l’occupazione lavorativa con le esigenze di cura della prole, registrata in 20.730 casi (20.212 nel 2018), in percentuale pari a circa il 35% del totale, sostanzialmente in linea con quella dell’anno precedente (36%).

Tale motivazione si è sostanziata, in particolare, in:

− assenza di parenti di supporto in 15.505 casi (15.385 nel 2018), pari a circa il 27% del totale, percentuale coincidente con quella dell’anno precedente;

− elevata incidenza dei costi di assistenza al neonato (es. asilo nido o baby sitter) in 4.260 casi (3.907 nel 2018) pari a circa il 7% del totale, dato corrispondente a quello del 2018;

− mancato accoglimento al nido in 965 casi (920 nel 2018), pari a circa il 2% del totale, percentuale identica a quella rilevata nel 2018.”

Pesano anche fattori concernenti l’organizzazione e le condizioni di lavoro, particolarmente gravose o difficilmente compatibili con la cura dei figli.

Accogliere sorprese anno dopo anno certi dati è indice di quanto poco presenti a noi stesse siano certe esperienze, di quanto possano prima o poi riguardarci da vicino. E se le nuove generazioni di donne percepiscono questo disastro come casi marginali, isolati, rari, inciampi di persone poco adatte al mercato del lavoro, se pensano che oramai la loro vita lavorativa non incorrerà mai in simili sventure, in tali muraglie non aggirabili, allora abbiamo sbagliato qualcosa nella trasmissione intergenerazionale di quanto ancora enormi siano divari, discriminazioni sulla base del genere. Abbiamo sbagliato anche a non renderlo parte centrale delle nostre battaglie di donne e di femministe. Di quanto la “cura” sia tutto sommato tuttora a carico delle donne, con gli uomini che partecipano ma fino a un certo punto, mai fino ad intaccare il loro cammino di vita e di lavoro, le loro passioni o hobby. Quello resta territorio sacro, mai sacrificabile. Dare una mano significa già dare per scontato che in ogni caso resterà in carico alle donne. Il limite di tutto questo è che anziché dare impulso a una compatta e solidale battaglia per interrompere questa china negativa, restiamo ognuna, ciascuna concentrata sul proprio caso, alla ricerca di una toppa che possa risolvere la situazione personale. Il fatto che tutto o quasi tutto cambi in funzione degli aiuti familiari a disposizione, dimostra come ci sia un gap di welfare pubblico e di come anche questo non sia tutto. Perché ci vuole comunque un nuovo disegno dei tempi di vita e di lavoro. Ci vuole un nuovo equilibrio e patto collettivo, affinché non ci siano più scelte obbligate, che mangiano desideri, progetti, energie. La vita non può passare rinviando tutto in funzione di un mercato del lavoro tanto fragile, incapace e sordo ai cambiamenti. Le nostre energie dissipate spesso in lotte intestine, a chi si intesta le battaglie per poi non cambiare niente, se non per ritagliarsi spazietti di microinteressi personali. Le nostre energie a spiegare che non abbiamo raggiunto proprio nemmeno un decimo degli obiettivi accolte dai ragazzini e dalle ragazzine come qualcosa di anacronistico e antico. Accorgersene quando si è già dentro il problema è già troppo tardi. E basta a ripeterci che il lavoro c’è, anche tra noi donne, quando sappiamo che ad ogni nuova crisi siamo sempre noi le prime a pagarne gli effetti negativi e a retrocedere ulteriormente. Nei dialoghi a scuola si oscilla tra la negazione e una rimozione, salvo poi riuscire a verificare anche nel proprio micro ambiente familiare quanto la questione discriminazione e la miriade di scelte obbligate siano molto presenti. Questa presenza si sedimenta e anziché sfociare in una ribellione, assistiamo a una rassegnazione alquanto diffusa, una rimozione che non fa altro che conservare quel sistema padronale, paternalistico e patriarcale del “tornate a lavurà e zitte”. Prendere o lasciare anche a scapito di tutto il resto, ciechi e disposti a rinunciare via via a sempre maggiori diritti pur di portare a casa qualcosa. Altro che lotta di classe. Qui siamo alla narcolessia della lotta, quando arriviamo a sentire la mancanza dell’occhio del padrone.. quando difendiamo indifendibili uscite politiche e istituzionali per ordini di scuderia. Per non arrolvellarci troppo su alternative che magari potrebbero solo farci bene e portarci nuovi modelli. Nemmeno il Covid ha spalancato le porte all’urgenza di ripensare e ribaltare tutto. Ci sono meccanismi che devono essere rivisti. Non soluzioni tampone o reti di protezione fai da te, ma un ripensamento di tutta la costruzione delle nostre esistenze, del sistema pubblico di sostegno alla genitorialità. Non è solo nelle mani del buon padre imprenditore il futuro, perché che sia piccola, media o grande impresa, è tutto nella cultura di chi organizza il lavoro e di come lo concepisce in chiave di produttività. Se ci si occupasse di benessere e di soddisfazione del dipendente, non credo che si troverebbe una situazione rosea e la bassa produttività avrebbe alcune chiare spiegazioni. Di fronte a tanti bivi, difficoltà, progetti di vita rinviati, lavoro mangia tempi di vita, nessun potere contrattuale, non ci si può aspettare risultati positivi e prospettive positive.

Quindi meno sguardi di sorpresa e più tentativi di comprendere i fenomeni e monitorarli nel tempo, ascoltando e accompagnando chi in questi report è solo un numero statistico ma ha diritto a non essere perso per strada. Così ci siamo persi anni di opportunità di intervenire. Non rinviamo di un altro anno.

I richiami internazionali intanto non cessano: il Comitato europeo dei diritti sociali (Ceds) del Consiglio d’Europa si è espresso sul reclamo presentato dall’ong “University Women of Europe” che contestava a 15 dei 47 Stati membri dell’organizzazione paneuropea di non rispettare il diritto delle donne alla parità di retribuzione e alle pari opportunità professionali: “l’Italia ha violato i diritti delle donne perché ha fatto insufficienti progressi misurabili nel promuovere uguali opportunità per quanto concerne una pari retribuzione”. Solo la punta dell’iceberg, in cui se sei sola, senza welfare pubblico o familiare, senza patrimonio pecuniario o una dote di relazioni tali da poterti ricollocare facilmente, sei automaticamente espulsa dal mercato del lavoro. Non importa l’esperienza, le doti, i sacrifici che hai fatto o sei disposta a fare. Non crediamo mai alle donne che ci dicono che basta volerlo.

Cercasi opportunità, questo spesso manca in un Paese in cui devi avere le spalle coperte per non essere marginalizzato.

Contano sulla nostra stanchezza, sulla nostra solitudine, sul fatto che non rovineremo mai la festa a un sistema che è tuttora tanto diseguale e discriminatorio, imperniato di metodi annientanti e ricattatori.

Anche l’ultimo rapporto Istat ci restituisce un quadro in cui le disparità, i carichi di cura e di lavoro domestico sono assai sbilanciati. Il Covid ha solo creato una frattura più ampia e visibile, a cui non si può risolvere a suon di bonus, voucher, servizi per l’infanzia ed educativi, perché lo abbiamo più volte sottolineato, le leve devono essere altre, in una rivoluzione dei tempi, dei compiti, dei modelli organizzativi in azienda, di cambio di mentalità, di una genitorialità diversa, perché sinora tutto si è retto sul sacrificio di qualcuno, in primis donna e a seguire nonni (forma di welfare tipicamente italico). Prendersi in carico politicamente la questione dell’occupazione femminile significa finalmente sedersi attorno a un tavolo e ascoltare le donne, soprattutto quelle che sono state costrette a uscire dal mercato del lavoro o ad accettarne le mille storture. Un piano non può che partire da esperienze reali, perché qualsiasi impatto di genere delle politiche non può solo avere un approccio meccanicistico, ma implica un’osservazione di come ci deve essere un mix di politiche che siano il più possibile a misura di ciascuna storia e situazione, che permettano una genitorialità agita e consapevole, senza che si dia come mera soluzione quella di delegare in toto ad altri soggetti o servizi. La politica deve pensare che la normalità non devono essere le acrobazie, ma un ritmo e un modello di vita più umano e volto al benessere di tutti i soggetti. Soprattutto, dopo aver sciorinato dati e statistiche, occorre che si metta mano alla realtà e si cerchi di osservare la realtà da vicino, senza che le persone restino numeri che se la devono poi cavare da sé, dopo la costernazione di rito. Siamo un po’ saturi di dover assistere periodicamente alle lacrime di coccodrillo di chi promette sempre soluzioni a breve, tanto poi nulla cambia. Intanto, molte risorse in questo paese ammuffiscono e si spiana la strada a un sistema che premia solo chi è genuflesso, disposto a sacrificare diritti e qualità della vita, una neoschiavitù che conta su tanto lavoro sommerso e invisibile. La partecipazione delle donne è un diritto costituzionale, a cui non abbiamo mai dato molto peso. A chi stiamo delegando la rappresentanza delle donne? Con quanta compattezza e collaborazione reciproca stiamo agendo? Perché in tanti anni abbiamo permesso le emorragie di donne dalla vita attiva, tollerando che situazioni positive fossero appannaggio di poche e che soltanto per alcune ci fosse qualche vantaggio? A me viene in mente solo una cosa, un sistema patriarcale e conservatore che ha mantenuto in piedi questo meccanismo illusorio, su cui di generazione in generazione ci siamo adagiate, non comprendendo bene l’operazione in atto. A molte donne è sembrato sufficiente ed equo così, in una bolla in cui alla fin fine ci si doveva salvare da sé e per sé. Il Covid ha fatto scoppiare molte di quelle bolle ed ora siamo di fronte a un disastro che si è fatto finta di non vedere per decenni. Abbiamo rinunciato a tanto, ora cerchiamo di prendere coscienza dei costi che abbiamo pagato pensando che tutto sommato non c’erano alternative e che il modello fosse il migliore possibile. Quel modello ci ha rubato tanto, ci ha sottratto tempo, energie, entusiasmo e pezzi di vita importantissimi. Fa tristezza doverci dividere sempre su altri fronti, senza prendere in mano la realtà e accorgerci di come sia sdrucciolevole la vita da equilibriste. Focalizziamoci su aspetti e su lotte che possono vederci insieme e non permettiamo a niente e a nessuno di fermarci o di dirottarci su binari che non ci portano da nessuna parte. Non lasciamo affondare nei numeri dei report le nostre esistenze, non accontentiamoci mai. Perché il rischio è che anche dopo il Covid ci lasceranno le briciole. E che nessuno si permetta di lamentarsi della continua decrescita della natalità, stando alle condizioni attuali di vita.

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Cosa abbiamo imparato (o forse no)


L’emergenza Covid ha fatto emergere numerose voragini e questioni irrisolte, abbandonate da decenni. Sulla Sanità molti più compententi di me si sono espressi e l’innamoramento (o meglio un favoreggiamento) pro privato, la sanità aziendalizzata hanno mostrato i loro limiti, per usare un eufemismo.

Ma c’è qualcosa che è sempre stato di nicchia e che con il lockdown e la pandemia è emerso. Fino a quando i problemi di conciliazione erano quei numeri lì, che ogni anno venivano redatti in un report che tutt’al più restava tra i trafiletti dei giornali per un giorno, tutto andava bene, o meglio era una roba di quelle povere (e poveri) sfigate/i che si dimettevano a migliaia per problemi legati alla nascita di figli e dell’incompatibilità tra ritmi di lavoro e compiti di cura. Sì, povere donne incapaci di tenere tutto in equilibrio, poverette che non potevano avvalersi dei nonni, né di flessibilità lavorativa, né di orari part-time, che guadagnavano una miseria tale da non potersi permettere tate, baby sitter, ausili a pagamento, per cui la retta di un nido, le distanze da percorrere, le necessità di accudimento tipiche di bambini piccoli mal si conciliavano con un mondo del lavoro per cui se non sei tutelata e non navighi in acque amichevoli ti butta semplicemente fuori, senza tanti complimenti. “Ci si rivede quando avrai risolto e sistemato i tuoi problemi”, che poi non sono nostri problemi ma spesso un mondo del lavoro recalcitrante a qualsiasi cambiamento e riorganizzazione. La legge dello sfruttamento più spinto, i segnali di un capitalismo boccheggiante ma ancora molto nocivo, che radicalizza quanto di peggio ha generato. E noi? Col tempo ci siamo adeguati, fondamentalmente abbiamo dimenticato ogni diritto e conquista, persino lo Statuto dei lavoratori oggi sembra uno strambo scherzo di un’epoca di lotte che fu. Sembra tutto concluso nel passato ed oggi nonostante la pandemia c’è chi corre verso un riasservimento al disastro che si è consumato negli ultimi decenni. Di cui anche noi siamo complici. Perché nulla o quasi si è fatto per interrompere la discesa agli inferi di un sistema ultraliberista che ci ha rubato tempo, sogni, oltre che diritti.

Così, dicevo, i problemi di conciliazione sono stati “roba da femmine” o ancora in senso più dispregiativo “da femministe”. Eppure, lo abbiamo scritto in tutti i modi, riguarda tutti e tutte, perché si è genitori, uomini e donne, e perché anche se non si hanno figli, prima o poi si avranno compiti di cura. Quindi, stride molto il fatto che ora il fronte dei genitori si sia accorto dell’abisso che si apre quando non hai più niente e nessuno su cui contare. D’altronde in molti hanno delegato ad altri soggetti compiti di educazione e accudimento. La scuola pubblica, cenerentola per decenni, per finanziamenti ed attenzione, d’improvviso torna alla ribalta, ma non per la sua funzione primaria, l’educazione, l’istruzione, l’emancipazione, la formazione per diventare cittadini e adulti consapevoli, ma come forma di collocamento dei figli, perché fosse il più possibile contenitore, parcheggio nelle ore in cui si lavorava. Per una volta, dite la verità, almeno a voi stessi. Visto poi il tempo trascorso a scuola, le si dava anche la “colpa” quando i pargoli si scoprivano bulli, maleducati, difficili. Il tempo scuola si è dilatato e lasciatemelo dire, appiattito sul modello di produzione e sfruttamento capitalista, tanto da arrivare ad avere una durata pari a un contratto full-time. Appiccicandoci altre mille attività, si può tirare a sera. Così del tempo familiare resta davvero qualche minuto, che anche volendo non si può chiamare di qualità. Prima del Covid sentivo genitori recalcitranti, sorpresi e anche un po’ irritati davanti a un figlio che voleva ripassare la lezione con i genitori in vista dell’interrogazione del giorno dopo. C’è chi ha definito la scuola un “ammortizzatore sociale”. Qui sta tutto il cortocircuito. Una sorta di stato confusionale totale sui minimi significati che hanno assunto le parole e gli strumenti. All’improvviso ci si è accorti del diritto allo studio, delle attività scolastiche, della necessità di avere scuole diverse, di insegnanti e di scuole ridotte ai minimi termini, di precariato, di spazi inadeguati, di classi pollaio. Addirittura si è riaffacciato il problema della dispersione, per anni insabbiato. Si è urlato che la DAD (didattica a distanza) allargava le differenze e il problema della dispersione. Ma va là, che ce l’avevamo davanti agli occhi da anni e anziché migliorare, peggiorava, nemmeno il tempo pieno tanto amato da tanti genitori aveva risolto un bel niente. Anzi. Diciamocelo schiettamente, se la scuola in passato era ascensore sociale, oggi si è di gran lunga trasformato in una sorta di mero servizio di cui avvalersi, come un box per conservare mobili, un qualsiasi consumabile, i cui contenuti e la cui qualità poco ci importava. Ci si sollevava solo per ribellarsi al figlio che andava male e veniva bocciato, per la bufala della teoria gender (mai sia parlare di parità di genere), per trovare sin dai primi anni di scuola la raccomandazione, il corso migliore, la scuola più cool, quella con meno situazioni problematiche, con meno stranieri. Tutto questo è realtà, non si può negare. Altro che laboratorio di inclusione, multiculturalismo, alla fine le discriminazioni e le segregazioni restavano e la società non ha perso i germi del razzismo e della xenofobia, perché poi il banco di prova è la società fuori che poco è cambiata e non ha tradotto in una nuova cultura quanto con grandi sforzi si è cercato di seminare in alcune realtà scolastiche. Non si spiegherebbe la febbre pro Salvini.

La scuola come rimessa di una genitorialità in fuga, forse mai uscita del tutto dall’adolescenza, tanto da cercare sempre un nuovo soggetto su cui scaricare responsabilità, che spianasse la strada e permettesse di saltare gli ostacoli senza troppi sacrifici personali. Ci è voluto un virus per interrompere questo flusso. Ma non so bene se ci permetterà di maturare. Per decenni abbiamo dipinto gli insegnanti come parassiti, privilegiati, “con tre mesi di vacanza”, senza mettere veramente il naso nel lavoro reale degli insegnanti. Da figlia di insegnanti ho vissuto quasi tutta la vita immersa in questi pregiudizi, nelle varie fasi, riforme, problemi, fino all’esasperazione di ogni cosa. I mega complessi scolastici, il personale ridotto all’osso, regole di ingaggio che cambiavano ogni anno, tanti validi insegnanti persi per strada perché non si può essere precari oltre una certa età, perché nessuno ti mantiene. Finora ve ne siete bellamente fregati di questa realtà. Ed oggi si chiede un ritorno in presenza a scuola, ma siamo e dobbiamo essere ben consapevoli che tutto questo richiede tanto altro. Lo ha spiegato bene Mila Spicola, in un suo articolo su Huffington Post. 

Per chi sogna formule nuove di scuola. Solo chi non bazzica per le scuole può ignorare quanto lavoro ci sia da fare. La sporcizia sedimentata negli anni e mai rimossa si appiccica sui grembiuli che non tornano più bianchi. Bagni e mense inclusi. Sapone e asciugamani di carta li portano i genitori. Girano indisturbate patologie serie, che nessuno monitora e che diventano normalità. Quindi urge un piano di sanificazione periodico e serio, più volte al giorno, altrimenti è inutile sognare modelli nordici. Gli alberi in giardino vengono giù a ogni temporale un po’ più forte. L’ultimo si è nuovamente abbattuto sulla ex scuola dell’infanzia di mia figlia. L’albero era dentro il giardino della scuola elementare di mia figlia. Non è la prima volta, finora per fortuna è accaduto sempre a scuole chiuse. Non si tratta di miracoli, ma di puro caso che ha fatto la differenza. Molti edifici hanno strutture poco stabili, muri e soffitti precari, servizi igienici e impianti fermi a decenni or sono. Ora si propone di fare l’ultimo giorno insieme per gli ultimi anni del ciclo: mancano le linee di sicurezza, non si sa nemmeno quando potremo rientrare a scuola a recuperare libri e materiale didattico dei nostri figli, con grandi difficoltà si faranno gli esami… giustamente abbiamo chiuso tempestivamente le scuole (altrimenti chissà che risultati avremmo avuto) per ragioni sanitarie e di tutela della salute pubblica. Non si poteva davvero fare altrimenti. Questa non è una fase storica normale, chiaro? Non si può bypassare come se niente fosse e fregarsene come siamo soliti fare. Necessita di un’azione di inversione di mentalità, quella dimensione collettiva tanto sbandierata e poco praticata, tanto che siamo pronti a negare l’utilità di determinate misure. Adattarsi, sacrificarsi, rinunciare a qualcosa per l’unica cosa veramente importante, la salute, senza la quale null’altro è possibile. Questo dobbiamo insegnarlo anche ai più piccoli, ai più giovani, è una sorta di occasione di fare educazione civica ed esperienza di vita unica, da protagonisti, magari iniziando a buttare al macero tutto ciò che di marcio e nocivo ammorbava le nostre vite. Sì anche tutto ciò che era stato costruito per un sedicente bene dei bambini e che invece era a misura degli adulti, della corsa ai soldi e all’assecondare un capitalismo neoliberista, stili di vita adultocentrici altro che “al centro i bambini”. Svegliamoci e cogliamo questa opportunità.

Ritornando ai malanni della scuola: la continuità didattica non esiste più, il precariato e l’incertezza sono la regola. Gli organici compressi e ridotti ai minimi termini. La scuola pubblica è stata considerata l’ultima ruota del carro per anni, tanto andava avanti per la buona volontà dei singoli lavoratori, poco importava se la qualità diminuiva di anno in anno. Sì, ora si è investito qualcosa, avete promesso assunzioni, ma per risolvere anni di abbandono ci vuole molto di più. Ogni euro sottratto al pubblico è uno schiaffo, sintomo di come questa pandemia non ha cambiato una virgola.

Vedi arrivare una cascata di milioni per le paritarie: altri 40 milioni, oltre ai 65 già stanziati. Sì, certo, sono giunti anche soldi per la scuola pubblica, ma in tempi di penuria occorre fare scelte e individuare le priorità. La scuola pubblica deve essere l’unica priorità, martoriata e abbandonata per anni. Il privato si assuma i rischi di impresa e soprattutto inizi a rispettare i propri insegnanti, non sempre trattati bene. Non possiamo permetterci di distrarre ancora denaro pubblico per sostenere il privato. Di questo dobbiamo essere capaci, soprattutto se ci definiamo di sinistra. Invece, ho l’impressione che tutto sommato “il prima” ci andasse assai bene e che oggi ci lamentiamo solo per sport, solo perché ora molte più persone hanno toccato con mano le cose che in tante abbiamo raccontato per anni, di scelte obbligate, di zero possibilità di continuare a lavorare. Sì eravamo le “deboli incapaci”, quelle che non sapevano organizzarsi, oggi forse capite maggiormente la situazione che abbiamo vissuto. Io non chiedevo parcheggi, ma che potessi conciliare lavoro e cura, che mi si desse l’opportunità di svolgere il mio ruolo di madre, di essere presente per mia figlia, di continuare a lavorare, certo con ritmi, orari e modalità riadattate, ripensate. Non pretendevo che la scuola o altri mi sostituissero. Non pretendevo di delegare in toto ad altri il tempo di mia figlia. Non avrei mai desiderato per lei uno stile di vita tarato per il modello produci-consuma-crepa. E non dobbiamo tornare indietro, non ora. L’opportunità che oggi abbiamo è pari a una rivoluzione, da cogliere oggi. Non parlate di socialità, di crescita della personalità in ambito comunitario, per nascondere altri obiettivi e necessità. Com’è che siamo diventati una società individualista ed egoista, che in lockdown saccheggiava i supermercati, gli slot della spesa online, che negli anni se ne è fregata di un SSN sempre più depotenziato, dove alla fine se la cavava solo chi poteva pagarsi analisi e cure nel privato, dove la regola era trovarsi un pediatra privato, dove si è detto che tanto la medicina territoriale non serviva? Diciamocelo senza troppa ipocrisia, non è che abbiamo educato generazioni all’altruismo e alla legalità, piuttosto a chi è più furbo e a chi evade meglio. E di questo i responsabili siamo noi, non la scuola, che ha cercato nonostante tutto di trasmettere valori diversi. Abbiamo costruito un sistema composto di mille rivoli composti di familismo, nepotismo, sistemi para mafiosi, clientelismo, protezione delle rendite di posizione.

Adoperiamo questo tempo per ringraziare tutti i meravigliosi e straordinari insegnanti che hanno ripensato e ridisegnato la didattica, che hanno fatto di tutto per mantenere il legame con i propri alunni, che hanno esercitato le loro doti di umanità, comprensione, voglia di fare, di sperimentare, che non si sono mai fermati, che hanno adoperato tutti gli strumenti per non permettere che il filo con la classe si spezzasse. La DAD è stata l’unico modo per non fermare tutto e consentire di proseguire, ovviamente in modo diverso, ma di mantenere tutto il possibile, in una situazione di emergenza. E se nemmeno noi adulti siamo in grado di comprendere che in una situazione eccezionale le cose non possono proseguire come se nulla fosse, come pretendiamo che i nostri figli collaborino, siano sereni e crescano anche da questa esperienza? I nostri figli respirano ciò che noi pensiamo e siamo.

Per coloro che sono già lì pronti a rimuovere e a dimenticarsi di tutto. Non possiamo e non dobbiamo dimenticare, rimuovere, correre ancora verso un ritorno cieco al prima, pensando unicamente a ciò che conviene a noi e che ci piacerebbe.

Ora capisco meglio i racconti di mia nonna e comprendo meglio il suo vissuto. Mia nonna perse la mamma a 9 anni, la Spagnola la strappò via. Ne parlava raramente, non era una donna di molte parole o dalle grandi dimostrazioni di affetto o sentimenti. Qualcosa si era inevitabilmente spento e lo aveva chiuso in un cassetto della memoria. Credo che il suo carattere distaccato, dai modi un po’ freddi e poco empatici fossero anche il risultato di quella mancanza. C’era una sorta di blocco. Sono esperienze che possiamo elaborare, ma che si sedimentano dentro. Non possiamo pretendere nemmeno di rimuoverle da noi facilmente. La ripartenza deve avere memoria, anche per non permettere più che il diritto alla salute sia stretto e sacrificato tra ragioni economiche e interessi politici di corto respiro, che la scuola, l’istruzione pubblica, la ricerca e l’università siano le Cenerentole italiane. La ripartenza della scuola necessita di una organizzazione oggi, per ripensare spazi, tempi, modalità, e sì, probabilmente le 40 ore settimanali tanto care a molti genitori forse non potranno essere mantenute. Rinunciare ciascuno a qualcosa nell’interesse di tutti, salvaguardando la salute di tutti, pretendendo che si garantiscano diagnosi, cure e assistenza per tutti, potenziando proprio quel sistema di medicina territoriale smantellato negli anni. La prevenzione e il monitoraggio riguarda anche la scuola: perché non chiedere che venga ripristinata la figura di un medico scolastico, che possa sorvegliare da vicino, in collaborazione anche con i pediatri di base? Tornare ad avere una rete efficiente e capillare vicina ai cittadini. Non bastano mascherine e distanza. Concentriamoci anche su questi aspetti e programmiamo oggi per il futuro, tenendo presente non ciò che ci piacerebbe, ma ciò che si può realmente fare in sicurezza, perché, soprattutto in Lombardia, la situazione non permette colpi di testa o “liberi tutti” superficiali. Dovremmo saperlo, lo abbiamo vissuto e lo stiamo vivendo. Oppure, neghiamo l’evidenza della complessità della situazione?

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Coronavirus. La lotta per i diritti in tempi di emergenza

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Hana Shafi’s ‘Tireless Mural’ @womensart1

In questi giorni di ordinanze da Coronavirus abbiamo avuto modo di pensare e di ripensare a modelli, stili e abitudini di vita, conoscendo un po’ di più anche gli anfratti invisibilizzati e negati dei nostri equilibri precari e delle nostre fragili certezze.

Chi ha voluto e potuto lasciarsi andare a una riflessione sul proprio quotidiano avrà sicuramente avuto modo di guardare in faccia le tante storture e adattamenti obbligati in cui siamo costretti da un’organizzazione del lavoro che non sempre fa bene alla nostra vita privata e al nostro benessere.

Approcci comunicativi non sempre coerenti e spesso contraddittori non ci hanno permesso di avere uno sguardo razionale a questa emergenza. Insomma, il solito cortocircuito a cui la politica e non solo ci hanno abituato, polarizzando ogni tema, fenomeno e dibattito, senza mai ottenere dei buoni risultati in termini di corretta percezione. Nemmeno le voci del mondo scientifico hanno fatto breccia con efficacia, riuscendo a farci ragionare sulla necessità di determinate misure di contenimento della diffusione del virus.

Che poi tra un “non fermiamoci” e un interesse prioritario alla tutela della salute collettiva ci siamo un po’ persi e scontrati, senza riuscire a mettere in atto una regola fondamentale, ovvero che non esiste alcun diritto se prima non viene garantito e tutelato il diritto alla salute.

Quindi con qualche temporanea rinuncia a livello personale dovremmo aver compreso e accettato di buon grado quanto positive potrebbero essere le ricadute per una dimensione, quella collettiva, spesso trascurata, snobbata, negata.

Abbiamo ampiamente dimostrato che non siamo in grado di abbracciare questa importante e basilare linea di comportamento.
Al posto del lamento dei profitti e del lavoro perso, avrei preferito leggere più pensieri legati a una presa di consapevolezza delle cose realmente importanti.

Per questo parto dalla mia dimensione personale e desidero condividere con voi un pezzo di queste giornate da pseudo “quarantena”, con un post che ho scritto il 24 febbraio sul mio profilo Facebook:

“Mia figlia che si sveglia canticchiando… rallentiamo, prendiamoci questi momenti di “pausa” per ricaricarci e recuperare un po’ di buon umore, che non esistono solo i dané (li terrése) e gli aperitivi, che se non andate al ristorante o al cinema o non fate il weekend fuori porta vi sentite male, ma esistono le coccole, le letture a quattrocchi, gli abbracci, i tempi lenti, tornare a parlare in famiglia, che quando sono a scuola 40 ore la settimana (come se fossero lavoratori full time) e tornano tramortiti, non c’è la serenità né il tempo per farlo. (…) Che magari iniziamo a capire come meglio riorganizzare anche il lavoro e capiamo che lo smart working forse migliora la qualità della vita. Che tanto la produttività non va di pari passo con il tempo impiegato a scaldare la sedia. Che pensare che più tempo a scuola non sempre corrisponde a una formazione di qualità.”

Cosa sono per me questi giorni di pausa, in cui gran parte delle cose che avevo pianificato e programmato sono saltate?
Sono essenzialmente tempo per riflettere su tanti piccoli grandi aspetti della mia vita, che già di suo ha subito negli anni numerosi cambiamenti, stravolgimenti, riadattamenti continui, tanto che forse mi sono abituata all’idea del non poter controllare tutto e che nulla è immutabile.

Sin dai tempi dell’università ho adottato una sorta di flessibilità, di adattamento continuo a seconda delle materie da studiare. Cosa che mi è servita poi nel mondo del lavoro e nella mia multiforme capacità di adattamento. Sono un po’ camaleontica per necessità e ogni passaggio è stato frutto di una scelta tortuosa, complessa, a volte obbligata, ma alla fine ho sempre cercato di ripristinare un equilibrio, consapevole di quanto fosse comunque precario. I momenti in cui sbuffi, ti lamenti, ti opponi ci sono, ma poi in qualche modo occorre trovare una soluzione che riusciamo più o meno a indossare senza troppi fastidi. Che se ci strizziamo per farci rientrare in un vestito “troppo stretto” di vita e lavorativo non va affatto bene.

In questi tempi è emerso ancora una volta come il carico di cura sia tuttora assai sbilanciato e a carico delle donne. La chiusura delle scuole, necessaria e ineludibile, ha creato non pochi problemi di gestione e di conciliazione, come d’altronde accade in caso di malattia dei figli o di scuola chiusa per vacanze. Chi non ha i nonni o entrate sufficienti per una tata si è trovata di fronte ai consueti problemi, eppure se ci pensiamo, sono gli stessi di prima, allorquando la scuola non può essere la soluzione ad ogni problema di conciliazione. Qualcuno, come il Moige, ha provato a proporre qualche richiesta (che va bene, a patto che i permessi non siano ad esclusivo carico delle madri).

Il non poterci permettere interruzioni, che non fa rima solo con il precariato o con contratti strambi o col lavoro autonomo: questo è il nocciolo del problema. Pensare che noi coincidiamo e siamo il nostro lavoro, un altro pezzo del problema.

Pensare che il nostro valore e la nostra priorità sia il nostro lavoro e quanto ci rende. Quando c’è un valore negato a tante attività “gratuite”, di cura, di solidarietà, di sostegno sociale, che sono invisibili ma vanno a creare valore, colmare i vuoti, permettere che l’economia visibile possa mantenersi in piedi.

Il richiamo e l’invito allo smartworking in questi giorni si è fatto necessità, per cause di forza maggiore oggi si scoprono modalità di organizzazione del lavoro alternative, spesso mal digerite da tanti vertici aziendali che preferiscono vedere il gregge a sformare le sedie piuttosto che riorganizzare il lavoro.

 

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