Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Modelli e tartarughe

Riporto le parole di Lidia Menapace, che a mio avviso rivelano un punto centrale. 

“E infine, basta con le polemiche che colpevolizzano le madri che vestono le bambine in modo “seduttivo”. In realtà è il mercato che impone gli stili della moda e i modelli di comportamento, usurpando una funzione della società. Ma il mercato è cieco, letteralmente: non vede gli effetti dei codici che prescrive alla società. E’ alla società, alle persone, che va restituito il potere di dettare le norme dell’agire, di distinguere quelle che comportano offesa o cancellazione o calpestamento dei diritti altrui, di manifestare, in ultima analisi, l’autonomia del costume. Qui c’è un invalicabile stop e chi non lo vede è a rischio di disumanizzarsi, insomma è la barbarie.”

Personalmente aggiungerei il ruolo dei media che veicolano e amplificano questi messaggi e indirizzi di mercato. Il tanto decantato Occidente, che si definisce laico e libero, faro di civiltà, in realtà non riesce a produrre una cultura nuova che permetta alle donne una reale autonomia ed emancipazione. Oltre al ruolo delle religioni, dovremmo preoccuparci anche delle pressioni delle ragioni economiche e finanziarie che impattano fortemente nelle nostre vite. Siamo impaludati in una dittatura del mercato che invade le nostre esistenze, definendo cultura e valori, priorità politiche, sottraendoci, strappandoci di fatto la capacità di scegliere chi vogliamo essere e cosa fare. Tutto è subordinato a un discorso di moda, di tendenze instillate dal mercato, alla ricerca di nuove leve per aprire nuove nicchie e intercettare consumatori. Anche il femminismo diventa pop, fashion, adoperato anche a sproposito per veicolare ogni tipo di roba, di linea, di merci materiali e non. La donna ossessionata dalla tartaruga, descritta in questo articolo fa parte di una china pericolosa mai abbandonata dal giornalismo nostrano. 

Non è né femminismo, né neofemminismo. Non rientra assolutamente all’interno della lotta femminista, anzi è il suo opposto, una mistificazione. L’autodeterminazione è lasciare le donne libere, finalmente indipendenti da canoni estetici etero-dettati. Auspichiamo che i media la finiscano con l’abuso fuori luogo del femminismo, nuova clava o veicolo glam. Auspichiamo che essi sappiano svolgere un ruolo di progresso culturale, che non rappresenti le donne come meri corpi, rispettosi di canoni dettati dal mercato. Auspichiamo che si insegni alle donne a scegliere autonomamente la propria forma umana, mens et corpore. Perché non siamo manichini scolpiti, involucri vuoti. Impariamo a veicolare messaggi diversi. 

Che poi il primo pensiero di una neo mamma possa essere quello di una pancia piatta è l’ennesimo segnale di come si faccia pressione sui nostri corpi e sulle nostre priorità. Dovremmo svincolarci dall’idea di come gli altri ci vogliono. Ancora una volta attraverso i giornali si fa il gioco della cultura patriarcale. Rivendichiamo la nostra felicità che significa saper guardare oltre i corpi e gli ideali di perfezione dettati da ragioni economiche o culturali patriarcali. La nostra bellezza grazie al femminismo è da tempo svincolata dalla minestra patriarcale, anche se ci troviamo ancora immerse in essa e ne paghiamo le conseguenze. Non siamo prodotti in vendita, oggetti da piazzare sul mercato. Siamo individui da rispettare e da rappresentare adeguatamente. Se proprio volete parlare di femminismo fatelo con cognizione di causa, documentatevi. Sono tanti i modi di strumentalizzare le donne, ricordiamoci sempre che i corpi delle donne sono un campo di battaglia. Manteniamoci vigili e attente. Non vogliamo essere usate a fini politici o per sponsorizzare modelli definiti per ragioni di mercato. Siamo  individui portatori di diritti, da rispettare sempre. Non ricordatevi delle donne solo quando facciamo comodo. Il miglioramento della condizione della donna deve essere una priorità sempre. 

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Altro che satira, questa è una ossessione

Non facciamo in tempo ad archiviarne uno, che subito se ne ripresenta un altro. Per quella insana e non richiesta dose di sessismo quotidiano. Altro che satira, questa è una ossessione. I corpi delle donne bersagli di una mentalità gretta e che considera le donne oggetti, involucri, da dileggiare come si vuole. La questione del rispetto sui media è da affrontare in modo serio. Un morbo pernicioso, dalle conseguenze enormi. Questa è la cultura, ripeto, che alimenta la violenza, che porta a considerare le donne come cittadine di serie B, come se in ogni ambito fossimo un gradino sotto. Considerate corpi da (vivi)sezionare, da coprire o da scoprire a seconda dell’input machista. Questo continuo sminuire le nostre competenze, in ogni ambito, è un tentativo di cancellarci, di silenziarci, di spostare l’attenzione su altro, di annientare il nostro contributo. Non c’è niente di più violento di questo scrutare voyeuristico e denigratorio. Siamo libere, siamo competenti, siamo esseri umani, esigiamo rispetto! Ciascuno, nella battaglia per contrastare tutto questo, si deve assumere le sue responsabilità. Iniziando dai media, che non possono continuare a ritenersi esenti da questo morbo. Siamo solidali con la Ministra Boschi, così come ad ogni donna che viene dileggiata e offesa. Siamo indignate che non si parli mai di contenuti e di ciò che riusciamo a realizzare concretamente. La critica è lecita, ma si fa sui contenuti, se vogliamo confrontarci civilmente e rispettosamente. Siamo allibite che parte di questo Paese e parte del suo giornalismo, vignette comprese, siano ancora fermi a guardare dal buco della serratura e limitarsi a un livello da chiacchiericcio squallido. Ancora una volta si pensa ad aumentare le vendite sui corpi delle donne, a pezzi e sottorappresentate. Ricordiamo a tutti che siamo nel 2016 e questo avanspettacolo va archiviato per rispetto dei diritti umani, perché nel caso non lo sappiate, anche noi donne lo siamo.Chi deve intervenire intervenga celermente, perché non tollereremo più neanche un briciolo di questa violenza.
Il post originale sul gruppo Chi colpisce una donna, colpisce tutte noi 

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In Edicola e sul web scegliamo i quotidiani che scrivono con rispetto. Gli altri, lasciamoli tra l’invenduto.

Accogliamo positivamente le scuse e la decisione del Dott. Andrea Riffeser Monti editore de Il Resto del Carlino per aver rimosso dal suo incarico il direttore Giuseppe Tassi per quanto accaduto.

Qualcosa inizia a cambiare. Sessismo e fat shaming non devono trovare spazio se vogliamo combattere la violenza e il bullismo. 

Resta il rammarico per il fatto che la rimozione non sia avvenuta prima per tutti i femminicidi raccontati colpevolizzando la vittima, come avevamo già evidenziato in questo post. A conferma del fatto che se le donne continuano a morire è per molti un problema di minore entità. Si sa che se veniamo uccise o picchiate la colpa è sempre nostra.

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Il gruppo  “Chi colpisce una donna, colpisce tutte noi” esprime solidarietà alle Atlete azzurre, e allo stesso tempo indignazione per il trattamento riservato alle stesse, ancora una volta discriminate e colpite da attacchi sessisti e misogini, da parte di un giornalismo che non riesce a comprendere che le parole sono importanti e devono essere scelte con cura per non veicolare messaggi pericolosi e sbagliati, affinché si lavori a costruire una cultura del rispetto. Si discrimina perché per gli uomini e per degli atleti non si sarebbero adoperati simili parole. Il voler sminuire queste atlete, cancellando i meriti e le ottime prestazioni, frutto di duri sacrifici e allenamenti, denota il livello a cui siamo. 

Dalla cronaca giornalistica resta solo una valutazione sui loro corpi.

Auspichiamo che il Coni intervenga con forza in merito a queste vicende. 

Ricordiamo inoltre che le atlete italiane sono di fatto classificate come dilettanti. Della legge 91 del 1981 sul professionismo sportivo, al momento possono usufruire solo gli atleti uomini di alcune discipline sportive, ma nessuna donna. Le donne sono continuamente soggette a queste rappresentazioni deformate, lo sport naturalmente non ne è esente. Ritorna il vecchio sport del giornalismo italiano: non avere rispetto. Le donne non possono essere rappresentate in questo modo, con pezzi di corpo misurati, esibiti, giudicati. Questo tiro al bersaglio deve finire. 

Il Resto del Carlino e tutte le testate giornalistiche che continuano a usare certi titoli e contenuti stanno sostenendo il bullismo e la violenza. Gli attacchi alle atlete rientrano pienamente nel fat shaming.
Aggiornare e adeguare la scrittura, i media alla cultura del rispetto è il primo passo per sbarazzarci di un immaginario stereotipato e violento. 
Vogliamo condannare sul serio il bullismo, la violenza? Cambiamo stile e parole: un gesto importante. Sui corpi delle donne non si fa business e se l’obiettivo era vendere copie e accendere i riflettori sulle testate, non ci stiamo e chiediamo agli organismi preposti a vigilare sull’informazione di intervenire. Consigliamo di mettere in pratica ciò che Giulia Giornaliste suggeriscono da tempo. Chiediamo un giornalismo differente che non discrimini e fornisca una eguale rappresentazione tra uomini e donne. Iniziamo dal comprendere che certe frasi sono discriminanti e una vera gogna mediatica. Se non si comprende ciò, ci dispiace ma nessuna scusa sarà sufficiente e accettabile. 

Parimenti, quando si parla di femminicidi, stiamo parlando di donne uccise da uomini, queste donne meritano rispetto e non accettiamo che la colpa della loro morte ricada su di loro. 
Ieri un altro caso di pessimo giornalismo, sempre su Il Resto del Carlino. 

Barbara è stata uccisa due volte, da un uomo e dai giornali che nel 2016 parlano di escort, anziché dire DONNA. Una donna è stata uccisa per mano di un uomo. Una donna. Nessuno può uccidere un essere umano ed essere in qualche modo giustificato. Nessun alibi. Nessuna donna vittima di femminicidio se lo è cercato. Nessuna giustificazione per un femminicidio. La vita di una donna vale al pari di quella di un uomo SEMPRE. 

Basta!!

La violenza machista, come il pessimo giornalismo non vanno purtroppo in vacanza.

#senonmirispettinonticompro #liberediscegliere #chicolpisceunadonnacolpiscetuttenoi 

Il gruppo  “Chi colpisce una donna, colpisce tutte noi

Qui il post originale sulla nostra pagina. 

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#nessunalibi #nessunascusa #nessunatolleranza

“Laura Boldrini va eliminata fisicamente”. Questo è l’ultimo attacco in ordine di tempo rivolto alla presidente della Camera su Facebook da parte della capogruppo leghista in consiglio comunale a Musile di Piave (Venezia) Monica Bars. È già arrivata una interrogazione parlamentare al Ministro Alfano in merito. Ma questo tipo di comportamenti richiamano tutti e tutte noi cittadini/e sul fatto che la misura è colma. Chiedere a ciascuno di assumersi le proprie responsabilità contro la violenza trova attorno questo humus terribile. Su questo dobbiamo lavorare per invertire la rotta e non precipitare sempre più giù in termini di rispetto dei diritti umani. Ne va della nostra civiltà. Una valanga inarrestabile quella degli attacchi violenti e sessisti contro le donne. Una quotidiana guerra contro le donne tutte, nel segno dell’annientamento e della incitazione all’odio puro. Scompare il rispetto per un essere umano. La disumanizzazione è servita, immersa e avallata in una società cristallizzata, immobilizzata in un medioevo culturale che discrimina e non riesce a prendere le distanze da una sub cultura del dominio patriarcale. Un contesto di violenza che ha come unico scopo la riaffermazione del potere maschile, in una sorta di backlash, tentativo estremo di riscossa e restaurazione post-femminista. Linguaggio e pratiche al servizio del potere maschile. Ancora attacchi di una violenza inaudita che non dovrebbero esistere in nessun contesto, invece sembra un’abitudine malsana e radicata del nostro Paese. Così si colpiscono le donne, che siano figure istituzionali o semplici cittadine. Non è un Paese per donne e la loro eliminazione fisica espressa e invocata da queste frasi ci richiama all’urgenza di un cambiamento radicale nella cultura, che sappia stigmatizzare e bandire questo linguaggio. Da chi ricopre incarichi istituzionali ci attendiamo che sappiano esprimere e praticare valori di civiltà e di rispetto, messaggi di ben altro spessore, perché siano da esempio per tutta la comunità di cittadini. Queste esternazioni sono palesemente incompatibili con il ruolo di rappresentanza che questi esponenti politici rivestono. Intanto il genocidio e la violenza contro le donne continuano, in questo clima che assolve simili comportamenti, perché considera ‘normale’ affondare coltelli reali o verbali nei corpi delle donne. La cultura che legittima la violenza è interiorizzata e agita da tutti e tutte purtroppo. Anche dalle donne come testimonia questo ultimo episodio. Le coscienze si addormentano e vengono assuefatte da questo linguaggio. Nessuno/a è immune, finché non agiremo in modo compatto per sancire che non può essere tollerato alcuno spazio a questo tipo di attacchi. Non ci stancheremo di ripetere che noi non ci stiamo a una normalizzazione di questi metodi. Non ci fermeremo finché tutto questo non sarà bandito in ogni contesto. Nessun alibi, nessuna scusa, nessuna tolleranza. 

Il gruppo “Chi colpisce una donna, colpisce tutte noi”
 
La nota su Facebook:

https://m.facebook.com/notes/chi-colpisce-una-donna-colpisce-tutte-noi/nessunalibi-nessunascusa-nessunatolleranza/1659273884390482/

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Essere femministe

Giovedì scorso il gruppo “Chi colpisce una donna, colpisce tutte noi” ha inviato una richiesta di replica al Direttore dell’Unità, in riferimento agli articoli a firma di Alessandra Serra, apparsi sul quotidiano. Non abbiamo ancora ricevuto alcun cenno di riscontro. La pubblichiamo perché tutt* possano leggere questo contributo. Ci sono donne che quotidianamente danno senso e corpo al movimento delle donne, al femminismo e a queste donne dobbiamo dare voce, nessuna esclusa. Accogliere solo repliche “favorevoli” o innocue significa non dare  spazio ad argomentazioni diverse, cosa che un buon giornalismo dovrebbe invece garantire, per la costruzione di una informazione completa e corretta.

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Essere femministe 
Il femminismo non è asfittico, né tanto meno noi femministe, tutt’altro. Di certo la stanza tutta per sé, tanto cara a Virginia Woolf e menzionata da Alessandra Serra, rappresenta tuttora una importante prassi, un luogo interiore fondamentale per le donne, dove realizzare il “partire da sé” per giungere a una dimensione più ampia, collettiva e multisfaccettata. È proprio questo il punto d’inizio e d’arrivo di ogni ragionamento che si faccia sul femminismo in Italia, ossia che non esiste un’unica strada di stare tra le donne, per le donne. Esistono prassi e metodi diversi, da conoscere per evitare luoghi comuni o semplificazioni, come quelle enunciate nell’articolo a cui replichiamo.  
Da questa preliminare constatazione occorre partire, perché è fondamentale riconoscere eguale legittimazione alle varie modalità di impegno femminista finalizzato ad intervenire ogni qualvolta la dignità e i diritti di una donna vengano lesi. In forma associata o individuale tante sono le donne che si confrontano sulle situazioni che nella quotidianità affrontano, e soprattutto sui propri bisogni insoddisfatti e denegati. 

Noi del gruppo “Chi colpisce una donna, colpisce tutte noi”, dialogando da nord a sud,  lavoriamo sulla condizione delle donne italiane che riteniamo siano collocate sempre di più un gradino sotto agli uomini. 

La violenza, sia psicologica che fisica, è solo l’aspetto più eclatante e riprorevole dello stato di subordinazione a cui si è sottoposte, qualora vogliamo essere libere di dare una direzione autonoma alla nostra vita. E così succede, in una successione logica conseguenziale, che si passi da essere apostrofate come “cagne” ad essere oltraggiate ed abusate, fino a morirne. I media d’altronde non aiutano a fermare questa spirale di violenza, soprattutto quando leggiamo articoli che paiono arringhe difensive dei femminicidi ed atti di accusa alle donne uccise.
Non è una paranoia di noi femministe ossessionate, è invece la realtà quotidiana a essere intrisa di questo approccio. Non ci stiamo a vedere ridicolizzato e denigrato il movimento delle donne, i femminismi non sono folclore, ma azione progressista orientata al miglioramento della condizione della donna, a beneficio dell’intera comunità umana. 

Se non si comprende l’origine dei fenomeni, come possiamo combattere ogni discriminazione e diseguaglianza? Parlare delle femministe come un anacronistico e vetusto fenomeno è un ulteriore sintomo del livello del giornalismo nostrano. Attaccarci fa parte del gioco del patriarcato, spesso abbracciato e interiorizzato anche dalle donne, che trovano più agevole vivere in simbiosi con un maschile dominante. 
L’ottica di genere non può essere esclusa e non dobbiamo subire l’intimidazione che alcuni ci rivolgono “in questo modo diventi monotematica e ti ghettizzi”. Spostare il punto di osservazione è rischiare di rimuovere nuovamente le donne, nelle loro peculiarità e nelle loro molteplicità. Vogliamo cambiare la nostra società e questo comporta comprendere nel profondo le radici di ciò che crea disuguaglianze e violenze. Non possiamo abbandonare questo lavoro, confonderci e dissolvere le nostre riflessioni in un calderone eterogeneo. Senza ragionare sulle peculiarità della prospettiva femminile, non si capiscono le radici dei problemi e non si riesce a lavorare nella giusta direzione. È fondamentale un approccio di genere, non possiamo prescinderne. Simone de Beauvoir è stata una pioniera in questo campo.
Sulla questione dei camper della Polizia di Stato, tirato in ballo nell’articolo di Alessandra Serra, ci siamo espresse in tante, unanimemente, ritenendo insufficiente l’ennesima forma di protezione paternalistica delle donne che, una volta denunciata la violenza, rimarrebbero comunque in balia del loro aguzzino. Dalle Istituzioni ci aspettiamo un approccio diverso, non certo la riduzione della violenza a un hashtag da seguire virtualmente, come si fa per il lancio di un prodotto commerciale. Sappiamo che non c’è bisogno di solo materiale informativo da distribuire nelle piazze dove sosterà il camper, ma di soldi da destinare ai progetti di chi opera sui territori e fornisce un servizio vitale per le donne. Servizio, perché i centri antiviolenza sono un presidio fondamentale per la tutela ed il recupero delle donne vittime della violenza di genere, obiettivi  che devono continuare a poter assicurare senza se e senza ma. Le difficoltà e i ritardi con cui arrivano a destinazione i fondi destinati al contrasto della violenza vanno invece nella direzione opposta.  In questo contesto ci tocca anche assistere alla distribuzione di braccialetti in tinta estiva fluo, in bella mostra accanto ai camper della polizia di Stato. Siamo addirittura giunti ai gadgets, scelta anormale quando poi si giustifica la stretta sui fondi pubblici da destinare al contrasto alla violenza sessuata con la scarsità delle risorse finanziarie pubbliche. E mentre i centri antiviolenza continuano a stare in apnea, se non a chiudere, spendiamo soldi in braccialetti fluorescenti con inscritto Questo non è amore. 
Per noi di “Chi colpisce una donna, colpisce tutte noi”, essere femministe è chiedere una rendicontazione puntuale delle risorse umane e finanziarie impiegate in questa operazione. Soprattutto i numeri delle donne incontrate e i riscontri di questi contatti, nonché i professionisti coinvolti e il costo della commessa dei gadget. Essere femministe è chiedere al Governo di interloquire con chi vive quotidianamente in situazioni critiche, e smetterla di ergersi a distributori di soluzioni che poi, numeri alla mano, non risolvono nulla. Essere femministe è richiamare i media e il giornalismo ad assumersi le proprie responsabilità in un’ottica di cambiamento culturale, che non può prescindere da un linguaggio rispettoso e da una rappresentazione delle donne priva di stereotipi sessisti e maschilisti. 
Nella prospettiva più lunga vogliamo che ci si occupi seriamente con interventi celeri ed efficaci di queste priorità:
 – La violenza machista contro le donne (tra cui la certezza del gratuito patrocinio per le vittime di violenza, una rete antiviolenza ampia che riesca a creare punti di ascolto e di prima accoglienza in collaborazione con le Asl)
– La sinergia tra tutti i componenti del sistema statale, in ottica di una politica del rispetto 
– L’arretramento in tema di diritti e di garanzie
– Il livello culturale sul rispetto di genere praticamente assente 
– Il taglio ai servizi
– La 194 schiacciata dall’obiezione
– I tagli alla Sanità
– I consultori pubblici che vanno rilanciati e sostenuti
– Le tutele per le lavoratrici che si ammalano (supporto malattie oncologiche per esempio). 
Di questo dovremmo occuparci, tutt*, nessun* esclus*, anziché continuare a dividerci e ad attaccare le femministe che la pensano così. Concentriamoci sugli obiettivi concreti e condivisi. Gli orticelli lasciamoli al passato e alle cattive prassi che per tanto tempo hanno bloccato il raggiungimento degli obiettivi sperati. Salviamo il pluralismo e salveremo tutte le voci delle donne, proprio tutte. Anche quelle silenziose delle nuove generazioni di donne, che crescono pensando erroneamente di avere tutto ciò che serve per sentirsi libere e rispettate con una sorta di assuefazione ai miti del corpo piuttosto che a quelli della testa. Vi sembra che il femminismo sia agonizzante, poco pragmatico e chiuso in una torre d’avorio autoreferenziale e anacronistica? Ascoltateci e non incasellateci in un immaginario stereotipato che serve solo a preservare lo status quo.
Buona lotta femminista a tutt*!
Con l’occasione portiamo a conoscenza questa petizione che abbiamo lanciato la settimana scorsa: 
https://www.change.org/p/on-ministro-angelino-alfano-vogliamo-competenza-non-apparenza


Il gruppo “Chi colpisce una donna, colpisce tutte noi”





Riferimenti ad articoli correlati:

http://www.unita.tv/opinioni/perche-non-vogliamo-essere-piu-femministe/
http://www.cheliberta.it/2016/07/17/cara-serra-non-confondiamo-diritti-civili-e-liberta-delle-donne/#comment-1959
http://www.unita.tv/opinioni/la-battaglia-delle-donne-in-un-mondo-non-piu-binario-ma-variegato/

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Aderisco perché…

Aderisco anche io a questo appello. Aderisco perché i media devono assumersi le proprie responsabilità in materia di violenza sulle donne. 

È ora di cambiare registro di comunicazione. Non si può continuare a ignorare che il linguaggio e le modalità di cronaca stereotipate alimentano direttamente la cultura della violenza. 

Le donne meritano rispetto sempre. Iniziamo dal linguaggio e dalle parole: scegliamole accuratamente. 

La stampa che giustifica la violenza sulle donne è irresponsabile. http://wp.me/p24gB7-1el

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Una rappresentazione che alimenta la violenza 

Ringrazio Stefania Spisni per avermi segnalato questo articolo. 

Ordinaria spazzatura. Ordinario medioevo che non è l’eccezione, ma la normalità di una informazione rimasta ferma a una rappresentazione sovraccarica di pregiudizi e stereotipi sessisti e maschilisti. Così si continua ad alimentare la violenza. In questo Paese non si comprende bene il problema dei messaggi e della cultura che alimenta la violenza. Quando inizieremo a porre con forza e serietà le basi per un diverso linguaggio e approccio a proposito di questioni di genere, delle violenze e dei femminicidi?  Senza una reale volontà di cambiare si continuerà a dire che le violenze ce le cerchiamo, che basta rigare dritto e fare gli angeli del focolare per aver salva la vita. E la violenza domestica naturalmente sarà in eterno una conseguenza di comportamenti femminili sbagliati. Taci e obbedisci, torna al focolare, questo è il nostro destino.

Come possiamo constatare la marchiatura a fuoco dell’impura è ancora in uso. La separazione tra sante e puttane è tuttora intatta. Come se nulla fosse accaduto, come se il patriarcato fosse geneticamente saldamente parte della cultura nostrana.

Siamo de-umanizzate, oggettivate, considerate sempre un gradino sotto agli uomini. 

Se non accettiamo la subordinazione veniamo punite in ogni modo, se vogliamo essere libere di dare una direzione autonoma alla nostra vita veniamo schiacciate. È facile che si passi da un epiteto come “cagna” a concepire di togliere la vita a una donna. I media sono stracolmi di questo genere di messaggi. 

Non è una paranoia di noi femministe ossessionate, è la realtà quotidiana a essere intrisa di questa mentalità. Non ci sto a vedere ridicolizzato e denigrato il movimento delle donne, i femminismi non sono folclore ma azione progressista orientata al miglioramento della condizione della donna, a beneficio dell’intera comunità umana. Se non si comprende l’origine dei fenomeni, come possiamo combattere ogni discriminazione e diseguaglianza?  

Parlare delle femministe come un anacronistico e vetusto fenomeno è un sintomo del livello del giornalismo nostrano. Attaccarci fa parte del gioco del patriarcato, spesso abbracciato e interiorizzato anche dalle donne, che trovano più agevole vivere in simbiosi con un maschile dominante. 

L’ottica di genere non può essere esclusa e non dobbiamo subire l’intimidazione che alcuni ci rivolgono “in questo modo diventi monotematica e ti ghettizzi”; dobbiamo cambiare la nostra società e questo comporta comprendere nel profondo le radici di ciò che crea disuguaglianze e violenze. Non possiamo abbandonare questo lavoro, confonderci e dissolvere le nostre riflessioni in un calderone eterogeneo. Senza ragionare sulle peculiarità della prospettiva femminile, non si capiscono le radici dei problemi e non si riesce a lavorare nella giusta direzione. È fondamentale un approccio di genere, non possiamo prescinderne. Simone de Beauvoir è stata una pioniera in questo campo (ne ho scritto anche in questo blog). 

Allo stesso tempo abbiamo bisogno di un approccio laico in ogni ambito, quando affrontiamo i problemi. Occorre superare le proprie posizioni personali a favore di un atteggiamento laico, scevro da approcci parziali. Il cambiamento che garantisca benefici per l’intera comunità non può prescindere da una laicità culturale. Un impianto che in Italia manca.

Nell’articolo allegato si aggiungono altri dettagli: se non hai lavoro è colpa tua, sei doppiamente colpevole, sei pericolosa socialmente, una parassita. Insomma, tutto sommato non sei una gran perdita per la buona società, capace di eliminare gli elementi considerati difformi. Il quadro è orribilmente composto. 

Due firme per produrre questa sequenza stereotipata di parole. 

Come se la vita di una donna valesse zero. 

Catia viene uccisa due volte, perché i media italiani continuano a ignorare che questa rappresentazione non fa altro che alimentare e giustificare ogni tipo di violenza. Una sottovalutazione delle responsabilità che i media hanno nel cambiare il racconto, anziché produrre una rottura degli schemi si continua a usare questi messaggi moralizzatori di stampo patriarcale. Il linguaggio invece sappiamo che è fondamentale per cambiare la cultura. 

Se i media non cambieranno il linguaggio, continueremo a sentire parlare di raptus, e altre donne perderanno la vita, perché si sa che sono loro ad attirare su di sé martellate e violenze. La morte giunge sempre come un fulmine a ciel sereno. Ho letto in un recente articolo: “Stavano per partire per le vacanze”, quasi come se le vacanze fossero incompatibili con un contesto di violenza domestica continuativo. 

Da parte nostra dobbiamo continuare a parlarne, a chiedere all’Ordine dei Giornalisti e agli organismi preposti di intervenire, di sanzionare, di assumersi le responsabilità di marcare nuove regole, di spingere per un significativo cambio di narrazione. Stefania Spisni ha giustamente segnalato questo articolo, argomentando nel merito e richiamando al loro ruolo i media. Anche se nell’immediato non avremo risposte, questa è la strada, perché se moltiplicheremo le segnalazioni e le proteste romperemo il silenzio, emergeranno le nostre voci che chiedono un giornalismo differente, scaveremo un solco di cambiamento, dimostreremo che le donne italiane chiedono rispetto e non sono più disposte a essere rappresentate e classificate in questo modo. 

Siamo esseri umani al 100%, dobbiamo essere rispettate sempre, con la giusta attenzione nel linguaggio e nei fatti. Le istituzioni e i media devono fare la loro parte e dare risposte efficaci.

Purtroppo non siamo state smentite,  l’operazione della Polizia di stato, con i camper itineranti oggi ci regala una ennesima sorpresa: braccialetti in tinta estiva. Chissà chi ha concepito questa roba!? Ci mancavano pure i gadget! Non siamo un paese normale, non sappiamo come investire le risorse, già scarse. Intanto i centri antiviolenza continuano a stare in apnea. Indecente. 

L’economia gira, non vorrai mica fermarla!? Anche la violenza fa business. E delle donne, a chi importa? 

Chiediamo una rendicontazione puntuale delle risorse umane e finanziarie impiegate in questa operazione. Soprattutto i numeri delle donne incontrate e i riscontri di questi contatti; i professionisti coinvolti e il costo della commessa dei gadget. 

Grazie Roberta Schiralli

La violenza machista contro le donne, l’arretramento in tema di diritti e di garanzie, il taglio ai servizi, la 194 schiacciata dell’obiezione, i tagli alla Sanità necessitano interventi celeri e efficaci. Se le donne continuano a morire e a subire violenze non è imputabile a loro. Se non troviamo lavoro o lo perdiamo non è colpa nostra. Se non abbiamo una  qualità della vita dignitosa e libera dalla violenza dovreste aiutarci. Mi aspetto pari opportunità per tutt*. Perché purtroppo non partiamo tutt* dalla medesima linea di partenza e il contesto in cui nasciamo e viviamo segna le disuguaglianze e le discriminazioni. Non è sufficiente guardarsi in uno specchio per sperare in un futuro migliore. L’ascensore sociale è out of order da troppo tempo. Riconsiglio un viaggio nella vita delle periferie. Oltre i drappi, le sale dedicate alle donne e i camper, ci siamo noi, donne della realtà.
Di questo dovremmo occuparci, anziché continuare a dividerci e ad attaccare altre donne. Concentriamoci sugli obiettivi concreti e condivisi. Gli orticelli lasciamoli al passato e alle cattive prassi che per tanto tempo ci hanno bloccate. Salviamo il pluralismo e salvaremo tutte le voci delle donne, nessuna esclusa. 

Il nostro compito è cambiare le priorità del Governo, facendo pressione tutte insieme, nessuna esclusa.

Vi ricordo questa petizione che abbiamo lanciato la settimana scorsa:

https://www.change.org/p/on-ministro-angelino-alfano-vogliamo-competenza-non-apparenza


Sono una donna 
di Youmana Haddad 


Nessuno può immaginare

quel che dico quando me ne sto in silenzio

chi vedo quando chiudo gli occhi

come vengo sospinta quando vengo sospinta

cosa cerco quando lascio libere le mani.

Nessuno, nessuno sa

quando ho fame quando parto

quando cammino e quando mi perdo,

e nessuno sa

che per me andare è ritornare

e ritornare è indietreggiare,

che la mia debolezza è una maschera

e la mia forza è una maschera,

e quel che seguirà è una tempesta.
Credono di sapere

e io glielo lascio credere

e io avvengo.
Hanno costruito per me una gabbia affinché la mia libertà

fosse una loro concessione

e ringraziassi e obbedissi.

Ma io sono libera prima e dopo di loro,

con loro e senza loro

sono libera nella vittoria e nella sconfitta.

La mia prigione è la mia volontà!

La chiave della mia prigione è la loro lingua

ma la loro lingua si avvinghia intorno alle dita del mio desiderio

e il mio desiderio non riusciranno mai a domare.

Sono una donna.

Credono che la mia libertà sia loro proprietà

e io glielo lascio credere

e avvengo.



Consigli di lettura 

https://simonasforza.wordpress.com/2016/01/26/non-siamo-pezzi/

https://simonasforza.wordpress.com/2016/07/05/quando-il-sessismo-e-il-sintomo-di-qualcosaltro/?preview=true

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Lettera Aperta – Oltre i camper e gli hashtag contro la violenza

NiUnaMenos1

 

On. Ministra Maria Elena Boschi
On. Ministro Angelino Alfano

 

Gentili Ministri,
lo scorso 2 luglio è partito il il progetto della Polizia di Stato contro la violenza sulle donne “…Questo non è amore”.

Ci uniamo alle numerose associazioni e operatrici del settore che si sono espresse in modo critico su tale iniziativa. Questa misura non appare in linea con quanto prescrive la Convenzione di Istanbul in materia di contrasto e prevenzione della violenza contro le donne basata sul genere.
Pertanto, sulla base del testo sottoscritto anche dall’Italia, occorre varare misure “che siano basate su una comprensione della violenza di genere contro le donne e della violenza domestica e si concentrino sui diritti umani e sulla sicurezza della vittima“.

Questa comprensione piena del fenomeno induce ad avere alcune perplessità su come un camper della Polizia collocato in una piazza cittadina, possa essere un luogo idoneo per accogliere le donne e per garantire la loro sicurezza.

Se manca o è carente il sistema di protezione della vittima che denuncia, continueremo ad avere i risultati tragici che oggi possiamo osservare: sette su dieci delle donne morte di femminicidio avevano denunciato in maniera preventiva gli abusi subiti.

Pertanto chiediamo che i fondi vengano destinati a:

– lavorare in chiave di prevenzione e di educazione, per un cambiamento della cultura che alimenta la violenza (educazione di genere e al rispetto delle differenze, educazione alle relazioni nell’offerta formativa delle scuole di ogni ordine e grado, trasversale nei percorsi scolastici e nei programmi di tutte le discipline);
– accelerare il percorso del Miur che dovrà varare le linee guida per l’educazione alla parità di genere (per l’attuazione del comma 16 della legge 107/2015 “Buona Scuola”);
– investire nel sistema di protezione delle vittime;
– sostenere e diffondere soluzioni e servizi che assicurino alle donne un aiuto gratuito, professionale e costante, in modo tale da evitare che una loro interruzione metta a rischio l’incolumità delle stesse;

verificare la natura dei centri antiviolenza, che devono rispettare determinate caratteristiche di laicità e di matrice culturale, che sia in linea con il movimento delle donne;
monitorare i fondi destinati ai centri antiviolenza e alle case rifugio (se arrivano e come vengono utilizzati); Action Aid con la campagna #‎donnechecontano sta cercando di mappare la situazione in merito ai fondi, sulla base degli open data disponibili;

– incrementare i fondi e prevedere archi temporali più ampi per i bandi, superiori all’anno, per garantire maggiore continuità al servizio;
– stilare delle linee di indirizzo affinché le Regioni implementino delle leggi regionali per il contrasto e la prevenzione della violenza di genere, da concertare con tutti gli attori interessati e per avere un risultato omogeneo sul territorio nazionale;
– creare un osservatorio nazionale sulla violenza di genere e sui Centri Antiviolenza, indipendente e aperto a varie figure, non esclusivamente professionali, che comprenda il mondo dell’attivismo femminile e femminista, per assicurare qualità del servizio e delle operatrici;
incrementare il numero dei centri antiviolenza, le case rifugio e di accoglienza;
formare adeguatamente tutte le figure professionali coinvolte, medici del PS e di base, assistenti sociali, psicologi, dirigenti comunali, regionali, nei tribunali, personale Polizia, Prefettura ecc.;
fare informazione su tutte le forme di violenza, che non ha confini culturali, sociali, etnici, di censo. La violenza è sempre inaccettabile, intollerabile. Non esistono donne di serie A e di serie B. Per questo occorre contrastare ogni forma di neo-schiavitù e di sfruttamento della prostituzione;
– varare una seria legislazione di contrasto all’omotransfobia;
migliorare la qualità del linguaggio e dei messaggi veicolati attraverso i mass media, contrastando in ogni modo forme esplicite o implicite di sessismo;
– supportare e proteggere i bambini vittime di violenza assistita;
– proteggere concretamente i figli di donne vittime di abusi e violenze familiari, perché non accadano ulteriori episodi di figlicidi;
– istituzione della Giornata Nazionale contro il figlicidio ogni 25 Febbraio;
– debellare l’uso strumentale di Ctu nei tribunali ai danni delle donne che denunciano violenze da parte del coniuge. Queste donne che decidono di separarsi e chiedono l’affido dei figli, rischiano di essere rivittimizzate, perché troppo spesso nei tribunali si ricorre all’uso della Pas o Ap, che non hanno alcun fondamento scientifico. Chiediamo che certi metodi vengano messi al bando;
– assicurare la certezza del Diritto, che passa per una giustizia celere e condanne efficaci;

– chiediamo l’effettiva applicazione in tutti i tribunali d’Italia della norma che prevede l’ammissione al gratuito patrocinio a spese dello Stato, indipendentemente dal reddito, alle donne vittime di violenza di genere, come previsto dalla legge n. 119/13;

Le donne italiane da settembre riprenderanno a manifestare e a pretendere che si varino e si attuino politiche che sappiano andare incontro alle reali istanze ed esigenze delle donne. Chiediamo che siano garantiti i fondi adeguati, affinché sia possibile sostenere in modo continuativo l’accoglienza alle donne vittime di violenza, le azioni di contrasto e di prevenzione della violenza.

 

Il gruppo Chi Colpisce Una Donna, Colpisce Tutte Noi

 

Per info e adesioni:

chicolpisce1donnacolpiscetutte@gmail.com

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Quando il sessismo è il sintomo di qualcos’altro

sessismo
Il “bambolina imbambolata” è solo l’ultimo episodio in ordine di tempo del sessismo e del maschilismo che permea stabilmente il linguaggio e gli atteggiamenti degli uomini nostrani, che facciano politica e siano dei rappresentanti istituzionali poi getta una luce fosca sul loro background valoriale e sulla palese incompatibilità con le loro funzioni.
Perché sappiamo che il sessismo non si compone di eventi eccezionali, ma quotidiani, tante pillole di becera in-saggezza che vengono gentilmente elargite da maschi che non riescono a porsi neanche per sogno in un atteggiamento paritario e rispettoso nei confronti delle donne, che non sono oggetti, suppellettili, vuoti soprammobili, ma persone, cittadine al 100%. Non tenere conto di questo, apostrofarle continuamente in questo modo, attaccarle per silenziarle con frasi sessiste, considerarle solo in funzione sessuale o come docili ancelle che obbediscono mansuete a ogni input maschile, sono cattive abitudini che devono essere sradicate.
Perché sessismo, maschilismo, misoginia sono sintomi di un ben più ampio morbo, si tratta di una egemonia dell’inciviltà, dello sberleffo dei valori della convivenza civile e rispettosa di tutt*, delle regole, delle norme. Questi sono sintomi di un modo malato di fare politica, che non si pone limiti di alcun tipo, capaci di passare sopra ogni cosa o persona si frapponga, che mette in campo metodi para-mafiosi, in cui la Politica diventa evanescente e restano solo i bacini elettorali, le clientele, gli scambi, gli accordi extra-politici, destra e sinistra si confondono e si mescolano in una medesima gestione del potere.
Finché le competenze e l’esperienza, il rispetto delle/degli altre/i, l’osservanza dei valori di civiltà e democratici e di convivenza paritaria, non torneranno al centro della Politica, questo avrà ripercussioni negative sull’intera comunità. E’ una questione di esempi e di modelli culturali. Ci sono personaggi che si credono superiori e onnipotenti, tanto da dimenticarsi delle regole alla base dell’appartenenza a una comunità composta da uomini e donne, con regole uguali per tutt*. Costoro pensano che la componente femminile sia una costola di quella maschile, da manipolare e da oggettivizzare all’occorrenza.
A questo e a tutte le altre prassi che ne derivano dobbiamo dire nettamente NO, BASTA! E’ ora di applicare una nuova etica, perché non basta parlare di pari opportunità e di valori come la trasparenza, l’antimafia, l’anticorruzione, si devono tradurre in realtà quotidiana, devono essere parte di noi stessi. Ripensiamo alla questione morale di cui parlava Berlinguer. I fenomeni sono strettamente interconnessi.
Ci sono sintomi da non sottovalutare. Non voglio più sentire da nessuno che gli attacchi sessisti e misogini sono problemi secondari, risolvibili conciliando in via privata. Sono questioni pubbliche, politiche, sintomi di un morbo molto più esteso, sono prassi perniciose e vigliacche, sintomi di una gestione del potere malata e dannosa. Noi non staremo zitte!
Altri post sul sessismo:
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In camper

i-numeri

Fonte: Corriere della Sera

 

La situazione è ben riassunta in questo articolo di Luisa Pronzato ed Elena Tebano:

La situazione dei centri antiviolenza in sofferenza:

“Il 23 giugno ha chiuso Casa Fiorinda, l’unico rifugio per donne maltrattate di Napoli. Tre giorni prima aveva serrato le porte il Centro antiviolenza Le Onde di Palermo, che adesso riesce a garantire solo l’ascolto telefonico.

Il 26 giugno è toccato a Sos Donna H24 lo sportello del Comune di Roma che prendeva in carico 24 ore su 24 le vittime di abusi.

Lo stesso potrebbe succedere il 30 luglio, sempre a Roma, al centro Colasanti-Lopez. A Pisa quello gestito dalla Casa della Donna ha dovuto limitare drasticamente i servizi, dopo un taglio del 30% ai fondi. Come Arezzo: ridotto il servizio di ascolto e di reperibilità, chiusa una casa rifugio.”

Ci sono i centri che appartengono a D.i.Re “Donne in Rete contro la violenza”, e ci sono tanti altri che non sono associati, difficile stilare una fotografia che tracci tutte le difficoltà. Manca una fetta degli operatori. C’è una strana inerzia in questo.

Burocrazia? Non solo. Le ragioni sono un po’ insite nella legge 119 del 2013, un po’ nel sistema di assegnazione dei fondi che per quanto riguarda il biennio 2015-2016, “circa 9 milioni all’anno stanziati con la legge di Stabilità”, non sono ancora stati erogati.

Leggiamo sempre nel pezzo uscito sul Corriere:

“stiamo aspettando la conferenza Stato-Regioni che decida cone ripartirli. Non si sa quando» dice Rossana Scaricabarozzi, di ActionAid Italia. Ci sono quelli per il biennio 2013-2014: 16,5 milioni di euro per tutte le Regioni.”

Inoltre, la Legge 119 con la scelta di regionalizzare gran parte della gestione:

“stabiliva che solo il 20% (circa cinquemila euro l’anno per ogni centro antiviolenza e seimila per le case rifugio) andasse ai centri, gli altri venivano girati alle Regioni che potevano destinarli a progetti diversi: dalle strutture, ai progetti educativi, ai consultori generici. «In Lombardia la Regione li ha messi a bilancio, eppure ai centri antiviolenza quei soldi non sono mai arrivati», denuncia Manuela Ulivi della Casa delle donne maltrattate di Milano. Non è l’unico caso.”

Manca evidentemente un monitoraggio, e cercare di fare una verifica oggi è un contro senso di tempestività dell’azione governativa. Facciamo prima scappare i buoi e poi aggiustiamo il recinto.

«Come Governo, stiamo verificando con le Regioni l’utilizzo dei fondi loro assegnati – dice la sottosegretaria alla Presidenza del Consiglio Sesa Amici -. E l’8 marzo abbiamo emanato un bando diretto a finanziare le azioni di rete dei centri antiviolenza, impegnando 12 milioni di euro».

Non c’è ordine, non c’è controllo, nelle maglie di questa vicenda tutto può essere accaduto e diciamo che forse era nell’ordine del progetto. Ma le briciole di fondi che arrivano, se arrivano, scatenano spesso appetiti e interessi non propriamente lindi. Guerre tra poveri e sulla pelle delle donne.

L’approccio securitario non sembra conoscere flessioni di gradimento, tanto è vero che è stata inaugurata l’estate dei camper della Polizia di Stato. Una forma di protezione paternalistica e patriarcale di questo si tratta. Oltre non riusciamo ad andare. A livello governativo vediamo solo questo. Con tanto di hashtag da seguire virtualmente, come si fa per il lancio di un prodotto commerciale. Sappiamo che c’è bisogno di altro, che gli investimenti potrebbero andare in prevenzione e in un lavoro culturale che non può più attendere.

Naturalmente, ancora una volta, con questa iniziativa del camper della Polizia di Stato contro la violenza, sembra che non si sia ben compreso il problema. Di cosa si sta parlando? Di avvicinare le donne nelle piazze e indurle a denunciare in queste situazioni? In una piazza al massimo si può pensare di fare informazione distribuendo materiale.

“Il progetto “…Questo non è amore” prevede un camper della polizia che sarà, nei prossimi mesi, nelle piazze di 14 città a raccogliere le denunce e a sostenere le vittime.”

“Con questo progetto – ha evidenziato Alfano – vogliamo aumentare la fiducia nei confronti dello Stato e delle Forze di polizia, che possono prevenire, proteggere e punire. I dati del primo semestre 2016 indicano un calo del 22 per cento degli omicidi nei confronti delle donne, e del 23 per cento sia delle violenze sessuali che dei maltrattamenti.”

Un quadro roseo, un dipinto rassicurante. Tutto da verificare come dice Titti Carrano.

Ma davvero, pensate che si ottengano risultati così, con camper itineranti? Tutti sono liberi di pensare che possa ottenerne, ma sappiamo che questo bello spot è un segnale di come siamo immersi in un enorme spettacolo, che sulle donne, sulle loro vite, sulle loro difficoltà, sui loro problemi, sulle loro violenze costruisce un business, un giro di affari che schiaccia tutto. Un mega selfie e un tour estivo, un meccanismo che pensa di risolvere i problemi con messinscena come se fosse un reality, una pantomima, una campagna di prevenzione contro la carie della violenza, in pubblica piazza, con un camper targato Polizia. La violenza è reale, non è un canovaccio da seguire sul palco, sulla scena. Il camper fa parte di una strategia e di una rete di protezione? Non si comprendono evidentemente i rischi che ci sono.

“L’iniziativa – che vedrà coinvolte, in contemporanea, 14 province italiane – ha come finalità la creazione di un contatto diretto tra le donne e una equipe di operatori specializzati, ospitati all’interno di una postazione mobile (il camper), che si sposterà nelle piazze delle province che rientrano nel progetto.”

Perché non destinare i soldi di questo progetto a chi opera sui territori e fornisce un servizio vitale per le donne. SERVIZIO, perché i centri antiviolenza sono un presidio al servizio delle donne. L’obiettivo unico e fondamentale che devono continuare a poter assicurare.

Concordo con Barbara Pollastrini:

“Tutte e tutti insieme dobbiamo chiedere ai governi e alla politica di cambiare passo. Non è possibile che le poche risorse stanziate siano ‘disperse’ nei meandri di Ministeri e Regioni. Serve un’immediata attuazione dell’intero piano contro le molestie e la violenza. Parlo innanzitutto di prevenzione, tutela della vittima e certezza della pena. Di questo, l’esecutivo riferisca al Parlamento.

Le donne devono fare pressione tutte insieme, indipendentemente dalle appartenenze, i corpi intermedi devono fare la loro parte e dobbiamo tornare a lavorare insieme, dobbiamo essere unite e smetterla di costruire steccati e imporre veti. Chiamo tutte le parti alle loro responsabilità, chiamo le associazioni, chiamo le singole persone, chiamo a un’azione unitaria. Dove siete? Chiamo voi, gruppi e associazioni milanesi, italiane, avvocate, professioniste, D.i.Re, Action Aid e realtà analoghe a costruire quella rete di lotta diffusa alla violenza di genere, una rete che sia plurale e che non dimentichi nessun tassello.

Dateci un segnale, noi attiviste da sole non ce la facciamo, dateci una mano, per il destino delle donne, il nostro stesso destino. Uniamo le forze, lavoriamo insieme, progettiamo i prossimi passi per farci sentire ed ottenere risposte serie. Chi mi conosce sa che non mi fermerò e non smetterò di chiedere che si uniscano le forze. Vi chiamo ancora una volta a una sorellanza che si esprima nei fatti e in una lotta comune.

PRETENDIAMO RISPETTO!

Un rispetto che occorre declinare adeguatamente. Dobbiamo spingere perché le cose cambino in meglio. Rispetto vuol dire ascolto e analisi reali. Questo chiediamo ai rappresentanti istituzionali e ai decisori politici.

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Lavoro: lo lasciamo perché…

Dimissioni-madri-padri

 

Puntuale, arriva anche quest’anno la Relazione annuale sulle convalide delle dimissioni e risoluzioni consensuali delle lavoratrici madri e dei lavoratori padri, relativa al 2015 (ex art. 55 del Decreto Legislativo 26 marzo 2001, n. 151).

Ricordo che l’anno scorso sono state reintrodotte le norme contro le dimissioni in bianco.

Vediamo la situazione come si è evoluta.

Il numero complessivo di dimissioni e risoluzioni consensuali convalidate dalle Direzioni territoriali del lavoro è stato pari a n. 31.249, segnando un incremento del 19%, rispetto al 2014. Anche nel 2015 le convalide hanno riguardato in misura nettamente prevalente le dimissioni, mentre le risoluzioni consensuali (obbligo ex legge n. 92/2012), sono solo il 3% del totale.

Le lavoratrici madri (25.620) sono quasi l’82% dei casi in questione.

Decisamente più limitato è rimasto invece il numero delle convalide riferite ai lavoratori padri (5.629), sebbene in tal caso si sia registrato un sensibile aumento di casi (pari al +46%) rispetto ai 3.853 nel 2014, dato che viene letto “in linea con la sempre crescente tendenza, già segnalata lo scorso anno, ad una maggiore condivisione dei compiti di cura della prole.”

E’ stato confermato il rapporto inversamente proporzionale tra dimissioni/risoluzioni convalidate e anzianità di servizio delle lavoratrici madri/dei lavoratori padri interessati.

Si rileva altresì che la netta prevalenza delle dimissioni/risoluzioni convalidate nel 2015 ha interessato le fasce d’età comprese tra i 26 e i 35 anni (in crescita rispetto al 2014) e tra i 36 e i 45 anni (in crescita rispetto al 2014); “tali dati, letti congiuntamente a quelli relativi alla ridotta anzianità di servizio, confermano il perdurare dell’ingresso posticipato nel mondo del lavoro in Italia.”

A mio parere questa considerazione sull’anzianità è vera solo in parte. Ricordiamo che prima di avere un contratto “stabile” che preveda dimissioni, si passano anni, decenni tra contratti a termine e precari (se non in nero): per cui l’anzianità di servizio è fortemente condizionata da questo fenomeno.

L’analisi dei dati concernenti il numero dei figli e le motivazioni del recesso attesta inoltre la persistenza di una maggiore difficoltà di conciliazione tra vita familiare e lavorativa nelle citate fasce d’età. Gran parte dei lavoratori/delle lavoratrici interessati/e dalle convalide avevano prevalentemente un solo figlio (in crescita rispetto al 2014), circa il 53,78 % del totale. In crescita anche il dato dei lavoratori padri/delle lavoratrici madri con due figli.

Età

L’ipotesi del “passaggio ad altra azienda” è la motivazione più diffusa delle dimissioni (26%), con numeri simili tra uomini e donne.

Particolarmente rilevanti, le motivazioni riconducibili alla difficoltà di conciliare il lavoro e le esigenze di cura della prole, pari complessivamente a 9.572 (in aumento rispetto al 2014) riferite prevalentemente alle lavoratrici.

1 motivazioni

Appare evidente il fatto che se non hai un supporto familiare, l’attività lavorativa in presenza di figli diventa un percorso a ostacoli. Emerge con forza la carenza di strutture di accoglienza sul territorio nazionale. I tempi spesso infiniti per raggiungere il luogo di lavoro, uniti a orari di lavoro rigidi, senza alcuna possibilità di flessibilità che sia anche semplicemente un part-time, completano il quadro.

Torno a chiedermi il senso di queste registrazioni annuali di questi dati, se poi di fatto non si interviene sulle cause che sono conosciute da tempo.

Siamo sempre lì. Forse ci piace registrare dati, ma non ci piace fornire rimedi per tutti, non ci piace assegnare nuovamente fondi alle Consigliere di parità (ricordiamo i tagli), non ci piace intervenire rendendo accessibile a tutti la flessibilità lavorativa, che come ho più volte detto non deve declinarsi con sfruttamento e assenza di tutele.

Per questo dico a tutte le donne e uomini che pensano ancora che questi siano problemi di scarso rilievo, di mettersi nei panni di queste persone che ogni anno entrano a far parte di questa statistica, che può arrivare a interessare tutti, anche a chi non ha figli e ha dei genitori o familiari che hanno bisogno di assistenza. Continuate a voltarci le spalle, pensando che prima o poi troveremo da soli la soluzione. Ebbene no. Ci siamo stancati di rinvii e di rassicurazioni. Ora chiediamo servizi adeguati e leggi che ci garantiscano, se lo desideriamo, di accedere a forme di flessibilità sane e utili.

Ascoltate le donne, non incasellateci solo in tabelle o grafici a torta: non vogliamo oboli, ma politiche concrete che sappiano renderci autonome, che ci permettano di emanciparci da bisogni che ci frenano e che non ci permettono di aspirare a eguali opportunità. I servizi non devono essere talmente rari e onerosi da farci preferire le dimissioni. Le tutele non devono essere aleatorie: se ti sto dicendo in un modulo che il mio datore di lavoro mi ha messo di fronte a un muro, a una scelta obbligata, significa che qualcosa non è andata nel verso giusto e secondo legge, probabilmente sono stata anche mobbizzata e costretta a dimettermi. Magari riuscire a intercettare tutte queste casistiche e intervenire per tempo non sarebbe un’idea malvagia. Ah, dimenticavo, ci avete tagliato anche i fondi per i servizi territoriali ad hoc. Ah, dimenticavo, in alcuni settori avete preferito non far avvicinare i sindacati. Ah, dimenticavo, siamo solo numeri, oggetti di una statistica.

Alcuni suggerimenti: servizi più certi, diffusi sul territorio, accessibili, a prezzi calmierati per baby sitting, nidi e aiuti domestici, incluso colf e badanti. Se Stato e Comuni collaborano e danno un segnale e un supporto (economico, anche attraverso una deducibilità più significativa di certe spese) perché questo avvenga, forse riusciremo a fermare l’emorragia annuale di donne dal mondo del lavoro.

Bonus e soluzioni similari non servono a molto se non c’è un lavoro più ampio e coraggioso. Non servono card prepagate per acquistare beni o servizi per l’infanzia, che di fatto non risolvono la carenza di servizi e il loro costo esorbitante. Soprattutto, non sono per tutti, ma solo per fasce di reddito basse: sappiamo quante persone lavorano totalmente in nero o quasi, quindi per far emergere questi casi e la mancanza di tutele collegata a questi fenomeni, tutto dobbiamo fare fuorché assegnare sostegni a pioggia in base a dichiarazioni ISEE. Vogliamo contrastare il lavoro sommerso, lo sfruttamento, oppure vogliamo far finta di niente? Muoviamoci su altri strumenti di sostegno alla conciliazione. Muoviamoci su soluzioni che permettano a tutti di cavarsela, di conciliare, anche in modo attivo e non assistenzialista. Adoperiamo le risorse in modo diverso, non disperdiamole. Ascoltateci prima di avviare politiche in materia. Non replichiamo misure per anni utilizzate dalla Destra, strutturiamo il cambiamento sostanziale, vogliamo che qualcuno capisca finalmente ciò di cui abbiamo bisogno.

E non mi meraviglio nemmeno più di tanto che in questo Paese si faccia ancora così tanta resistenza all’uso della variante femminile per ruoli istituzionali o professionali. Non c’è attenzione e non c’è intenzione seria di cambiare cultura e condizioni di vita. Tanto come al solito dobbiamo arrangiarci da sole. E purtroppo molte donne pensano che sia giusto così. Ci accontentiamo degli oboli e delle briciole, guardiamo solo al nostro orticello e non siamo più capaci di politiche di ampio respiro, con ricadute positive ampie e permanenti.

Italia

 

 

Per approfondire:

http://www.mammeonline.net/content/flessibilit-lavorativa-quale

http://www.mammeonline.net/content/la-condivisione-da-sola-non-basta-fare-la-conciliazione

https://simonasforza.wordpress.com/2016/04/21/di-cosa-abbiamo-veramente-bisogno/

https://simonasforza.wordpress.com/2016/03/07/donne-lavoro-e-discriminazioni/

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Non c’è più tempo

flash-mob

 

Non è più il tempo dei tavoli di lavoro per ragionare sulla violenza, non è più sufficiente per lo meno. Abbiamo riflettuto fin troppo, ma forse non è stato condiviso e diffuso abbastanza. In realtà, nessuna azione è più sufficiente se non c’è di fatto alcuna presa di posizione da parte di chi ricopre incarichi nelle istituzioni.

Prima del flash mob in varie città italiane del 2 giugno, attendevamo che una delle Ministre rompesse il silenzio sulle violenze e sui femminicidi. Ci attendevamo dei messaggi forti e che si arrivasse a chiedere un’azione incisiva, con mezzi adeguati, per intervenire sul macigno della violenza che annienta le donne e che in molti casi gli strappa la vita.

Abbiamo lasciato passare i giorni, Laura Boldrini ha mostrato una vicinanza, ma come ho detto quel drappo rosso alla finestra si deve incarnare in un’azione tangibile di cambiamento di rotta.
Poi è arrivato un post su Facebook e una intervista della Ministra Boschi che ha la delega alle P.O. Poi ancora silenzio e la solita cronaca.

Intanto da Nord a Sud (Roma, Napoli, Palermo, Pisa, Corsico) alcuni centri antiviolenza hanno chiuso e altri stanno vivendo grosse difficoltà a portare avanti le loro attività. Intanto i fondi stentano come sempre ad arrivare e non c’è un monitoraggio adeguato, una verifica puntuale di come vengono stanziati i fondi e spesi. In una parola sola: trasparenza.
Intanto le donne continuano a perdere la vita a causa della violenza machista e ritorna lo stupro di gruppo, nuovamente definito dai genitori “una ragazzata”. Questa ragazza che ha coraggiosamente denunciato quanto le è successo e oggi si vede piovere addosso parole ignobili, di vigliacchi da tastiera.
Intanto Maria, 10 anni è stata uccisa, dopo essere stata violentata. Intanto ci si chiede se giustizia sarà fatta.
Intanto vorremmo poter riportare indietro le lancette dell’orologio per poter cambiare il destino di queste donne.

Finora le parole sono state tante. I media, nonostante gli appelli di varie donne e di associazioni come Giulia (Giornaliste Libere Autonome), hanno per lo più deformato i fatti, continuato a raccontare i femminicidi come atti causati dal troppo amore, le foto di coppie felici ha alimentato solo un’immaginario che non corrisponde alla realtà, come molte di noi continuano a ripetere. Una vetrina in cronaca, con un vuoto assordante nella pagina politica.

Non ci ascoltano e quando chiediamo dei media di qualità ci scontriamo ogni volta con questa stanca esibizione di una normalità che non è tale, perché la violenza in ogni forma non può esserlo. Non varranno gli appelli a denunciare se verrà ancora propagandato questo come amore. La narrazione è sempre deformata, sembra quasi che la violenza sia un fulmine a ciel sereno. Come se le denunce non fossero mai state presentate, come se non ci fossero mesi, anni di calvario. Sappiamo che così non è.

Questo paese ha un approccio del tutto sbagliato, perché negando le discriminazioni, le distanze che tuttora separano uomini e donne è come se si cancellasse ciò che di fatto è il substrato socio-culturale che alimenta tutta una serie di violenze sulle donne. La visione della donna, del suo ruolo, la sua oggettivazione, la sua subordinazione, i continui tentativi di riportarla sotto controllo, perché non si accetta la libertà della donna, perché non la si percepisce come essere umano pienamente titolare di diritti al pari dell’uomo, sono elementi su cui riflettere.

Il due giugno abbiamo rotto il silenzio.

Propongo di tornare a un presidio permanente settimanale, mensile, decidiamo insieme dove e come è preferibile farlo. Così in ogni città. Un presidio in ogni città. Decidiamo insieme la modalità, ma facciamoci sentire. Scuotiamo le città. Creiamo tanti presidi e manifestazioni che uniscano la penisola in questa lotta alla violenza machista. Auto organizziamoci. Chiediamo che le istituzioni intervengano. Portiamoli avanti finché non ci verranno date risposte. Replichiamoli in ogni città che sceglierà di unirsi. Dobbiamo rendere visibile che noi non siamo disposte ad accettare questa indifferenza. DOVE SIETE???

Cosa facciamo per ottemperare alla Convenzione di Istanbul , ratificata dal governo italiano? Non voglio sentire dire da nessuno che ci sono problemi più importanti e prioritari. Non possiamo continuare a rinviare gli interventi educativi e di prevenzione.

Pretendiamo risposte da chi ha le deleghe all’educazione nelle amministrazioni locali e al Ministero dell’Istruzione, con a capo Stefania Giannini. Pretendiamo pianificazioni ad hoc dai sindaci e dalle sindache, dalle Regioni.

In Regione Lombardia attendiamo i fondi 2014 del Piano nazionale antiviolenza. In Regione si trincerano dietro il patto di stabilità. Regole, solo burocrazia, intanto ne paghiamo le conseguenze.

Pretendiamo educazione di genere e al rispetto delle differenze, educazione alle relazioni nell’offerta formativa delle scuole di ogni ordine e grado. L’iter parlamentare sta iniziando, ma va seguito, indirizzato e corretto. Seguendo la linea suggerita da Graziella Priulla: “da considerare trasversale nei percorsi scolastici e nei programmi di tutte le discipline, e non confinata in uno spazio che tra l’altro rischia di fare la fine dell’educazione civica e dell’ educazione alimentare.” Qui un articolo che vi consiglio di leggere.

Ognuno nel suo ambito e ruolo si prenda le sue responsabilità e intervenga. Non c’è più tempo.

Quando tante donne e i loro bambini continuano a subire violenze, fino a vedersi sottrarre la vita, mi chiedo come si faccia a voltarsi dall’altra parte e dedicarsi ad altro. Secondo l’indagine ISTAT del 2006 il 14,3% delle donne afferma di essere stata oggetto di violenze da parte del partner o ex partner.

Come ho detto più volte, pretendiamo misure e investimenti certi e celeri, per contrastare e prevenire la violenza, non briciole di interventi e di investimenti. Il cambio culturale necessita volontà politica. Non restiamo sole! La solitudine ci frega, ci vogliono frammentate e disorientate per silenziarci o per non degnarci di risposta. A tutto questo dobbiamo opporci!

Iniziamo a lavorare insieme, coinvolgendo associazioni, gruppi, singole donne e torniamo in piazza. Organizziamoci per costruire gruppi di donne su ciascun territorio, che facciano presidi costanti e periodici…  Verso l’autunno. Qualche bel segnale c’è già, va solo amplificato. E ancora la parola d’ordine è: non importa quante siamo, manifestiamoci!

 

Ho creato un gruppo Fb da raccordo tra le varie iniziative che riusciremo a mettere in piedi in varie città, da qui all’autunno, iniziamo!

https://www.facebook.com/groups/281979335489696/

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(In)coscienza in farmacia?

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Nel cortile di Villa Visconti D’Aragona, a Sesto San Giovanni, lo scorso 23 giugno si è parlato di autodeterminazione delle donne, partendo dalla sentenza (risalente al 12 ottobre 2015, ma resa pubblica solo a fine embargo lo scorso 11 aprile) del Consiglio d’Europa su ricorso della CGIL, sulla mancata applicazione della Legge 194 in Italia. Relatrici dell’incontro: l’Assessora alla cultura e alle pari opportunità del Comune di Sesto, Rita Innocenti, Benedetta Liberali, l’avvocata che insieme a Marilisa D’Amico ha presentato e vinto il ricorso, e Elena Lattuada, segretaria generale della Cgil Lombardia.
La 194 pur essendo legge dello Stato italiano, a contenuto costituzionalmente vincolato, negli anni sta diventando sempre più un percorso ad ostacoli, rappresentati principalmente dagli alti numeri di personale medico e paramedico obiettore di coscienza.
L’avvocata Benedetta Liberali ha riassunto l’iter del ricorso europeo, evidenziando i tentativi della Ministra Lorenzin di sostenere che la sentenza non sarebbe definitiva. Cosa ovviamente non corretta e alla quale la CGIL ha risposto in maniera netta. Per fortuna ci sono professioniste che si battono da anni per i diritti delle donne. Noi attiviste dobbiamo supportarle maggiormente.

Per capire l’approccio governativo, qui un estratto delle risposte della Ministra Lorenzin. Continuiamo a sentirci dire che tutto va per il meglio e che se non vi sono segnalazioni di criticità dalle Regioni, nulla si può fare. Se i “gettonisti” si possono definire una cosa normale, non possiamo accettare tutto questo.
“Reintrodurre il giusto equilibrio tra medici obiettori e non obiettori negli ospedali, questo ora dev’essere l’obiettivo, e questo si sta sperimentando ad esempio al San Camillo di Roma, dove la scorsa settimana si è tenuto un confronto con la partecipazione, oltre che dell’avvocata Liberali anche del segretario generale della Cgil Susanna Camusso.”

In Lombardia due medici su tre sono obiettori. Le IVG non vengono insegnate nelle scuole di specializzazione, si cerca di scoraggiare e mobbizzare chi decide di non obiettare. Siamo in grave ritardo anche sugli aborti farmacologici: i tre giorni di ricovero non fanno decollare questa modalità.
“In 7 strutture pubbliche si registra un’obiezione totale, e lì non è possibile esercitare un diritto costituzionale. In altre 12 strutture l’obiezione tocca l’80- 90 per cento.”

Secondo Elena Lattuada: “Dobbiamo dunque immaginare come dare sostegno e favorire la promozione di tutte quelle possibilita’ che passano attraverso i bandi e la contrattazione che ci compete, per consentire l’applicazione della legge, costruendo alleanze tra il movimento delle donne e il personale medico, facendo anche leva sul diritto di chi non obietta a non subire svantaggi sul piano professionale. Un altro elemento è legato all’utilizzo della RU486, che renderebbe meno difficoltoso il percorso dell’interruzione di gravidanza. Dobbiamo provare, anche con forme e modalità nuove a rivendicare un principio e un diritto costituzionalmente previsto. Dobbiamo riprenderci nelle nostre mani il diritto di scegliere ricostruendo un nesso tra generazioni e tra tutti i soggetti interessati all’applicazione della 194, e su questo, non mollare la presa.”

Nel mio intervento dal pubblico, ho sottolineato come sia necessario tornare a farsi sentire in maniera forte, unitaria come donne, scendendo in piazza e sostenendo in ogni contesto e occasione iniziative come quella della CGIL, diffondendo consapevolezza tra le donne della difficile situazione in cui versa la tutela della salute sessuale e riproduttiva femminile. Ho ricordato la mancanza di attenzione sul fenomeno sommerso degli aborti clandestini: anziché procedere a indagini e verifiche, si è scelto di sanzionarli. La Ministra Lorenzin dovrebbe riuscire a guardare oltre il dato di riduzione degli aborti e chiedersi cosa ci sia dietro.
Ho ribadito l’importanza della prevenzione e del potenziamento dei servizi territoriali come il consultorio, caratterizzato da un lento e progressivo “smantellamento” delle sue funzioni originarie. Abbiamo 20 Sanità diverse, 20 Regioni con servizi sanitari differenti, con livelli diversi, che rendono i diritti ancora più incerti e di applicazione diversificata. Oltre al macroscopico problema dell’obiezione, senza prevenzione e un intervento educativo laico nelle scuole e in ogni luogo frequentato dai/dalle ragazzi/e non avremo dato una piena applicazione della 194.
Inoltre, attenzione anche all’uso delle parole. I rappresentati del Governo italiano si sono espressi in questo modo in sede europea, in occasione di una replica:
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Come non considerare decenni di giurisprudenza e soprattutto la sentenza della Cassazione del 1975.

Poi leggi che esiste anche una proposta di legge (qui e qui), presentata da Luigi Gigli, presidente del Movimento per la vita, eletto con Scelta Civica e ora approdato nel gruppo di Democrazia solidale – Centro democratico, e Mario Sberna (stessi slalom politici). Una proposta che vuole introdurre l’obiezione di coscienza anche per i farmacisti.
Nel testo della proposta si parla di: “Ogni farmacista titolare, direttore o collaboratore di farmacie, pubbliche o private” può “rifiutarsi, invocando motivi di coscienza, di vendere dispositivi, medicinali o altre sostanze che egli giudichi atti a provocare l’aborto”. Come giustamente sottolinea Lisa Canitano: “non esistono farmaci abortivi venduti in farmacia”, quindi viene da pensare che si voglia bloccare la vendita di farmaci che non sono abortivi, ma semplici contraccettivi d’emergenza, a seconda della libertà di (in)coscienza del farmacista.
Immaginiamoci in un piccolo centro, in cui c’è un’unica farmacia, immaginiamoci cosa accadrebbe nel caso in cui il farmacista dovesse essere obiettore. Già ora alcuni cercano di fare i furbi e di non rispettare la normativa su dei semplici contraccettivi quali sono le pillole del giorno dopo e dei cinque giorni dopo. Tutto questo deve finire. Il corpo delle donne non deve essere un campo di battaglia, non dobbiamo più subire. Diamoci una mossa e uniamo le forze per combattere questo medioevo di ritorno.
Per fortuna di progetti di legge che giacciono fermi ce ne sono tanti e ci auguriamo che questo resti immobile a prendere polvere. Al contempo dobbiamo chiedere con forza provvedimenti che aiutino a regolamentare una volta per tutte le quote di personale obiettore e non.
Cercasi laicità fuori e dentro le istituzioni, ovunque sia finita. Perché no, non sono tranquilla.

Anche questa è violenza contro le donne.

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In bici contro la violenza

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Rilancio questa importante iniziativa per portare attraverso l’Italia un messaggio contro la violenza sulle donne e i bambini.

Andrea Raffaelli Enzi lo scorso 21 giugno, è partito da San Donato Milanese con la sua bicicletta, per un giro d’Italia in cui porterà la voce delle donne e dei bambini che hanno subito violenza.

Durante le tappe di questo giro sosterrà la battaglia contro il femminicidio ed il figlicidio intrapresa dall’Associazione Federico nel cuore.

La prima tappa sono stati gli uffici ASL di San Donato Milanese, il luogo dove il piccolo Federico Barakat è stato ucciso a soli 8 anni per mano del padre, in un ambiente che era protetto solo nominalmente. Andrea Raffaelli in quel luogo ha portato un girasole (simbolo della campagna contro il figlicidio e dell’Associazione Federico nel cuore). Questo fiore che guarda sempre verso la luce sarà presente in ogni tappa a testimoniare l’auspicio che si possa trovare gli aiuti giusti per uscire in tempo dal tunnel buio della violenza.

“Andrea con grande entusiasmo porterà nel suo lungo viaggio a tutti un messaggio : BASTA ALLA VIOLENZA SU DONNE E BAMBINI e lascerà un girasole su ogni luogo dove è stato commesso un figlicidio e/o un femminicidio. Questa iniziativa è importante per mantenere viva l’attenzione su questi gravissimi fenomeni che attanagliano la nostra società.”

Andrea da giovane padre testimonierà che un altro tipo di cultura maschile è possibile, che la battaglia culturale contro la violenza va combattuta con ogni mezzo e costantemente. Abbiamo bisogno di non abbassare l’attenzione sulla violenza, perché si riesca a intervenire tempestivamente, perché nessuno debba più vedersi strappar via la vita. Allo stesso tempo dobbiamo chiedere che l’iter giudiziario sia in grado di accertare le responsabilità.

Antonella Penati, mamma di Federico, e noi con lei non ci arrendiamo davanti all’assoluzione in sede penale e civile di operatori e dell’ente (il Comune di San Donato Milanese), che ne aveva la tutela. Ad oggi nessun responsabile, nessun danno biologico, né morale.

È inaccettabile che nessuno sia riconosciuto responsabile di quanto accaduto. Per Federico, per Antonella e per tutte le madri e i figli chiediamo giustizia, chiediamo che si creda alle donne e che ci sia per donne e bambini la giusta protezione e tutela.

Ci auguriamo che le cose vadano meglio in ambito europeo: la Corte europea di giustizia, che ha accettato il ricorso per violazione del diritto alla vita (art 2).

Uniamoci ad Antonella, affinché le nostre voci all’unisono riescano a smuovere una situazione inaccettabile. Ascoltiamo e aiutiamo le donne e i loro bambini, SEMPRE!

 

 

Per info e per invitare Andrea a transitare da un particolare luogo scrivere all’Associazione Federico nel Cuore seguiteci su Facebook e scrivete: presidente@federiconelcuore.org – Tel. 345.0066295

Si chiede a tutti i Giornalisti e le relative testate, ai centri antiviolenza, a tutte le Associazioni sportive di aderire all’iniziativa , sostenerla e pubblicizzarla. Per adesioni prendere contatto con l’Ufficio Stampa dell’Associazione per dare risalto all’iniziativa.

WWW.FEDERICONELCUORE.COM

Vi ricordo anche la raccolta fondi per sostenere la causa a Strasburgo.

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Contro ogni tipo di disuguaglianza e discriminazione

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Ieri sono stata onorata di poter intervenire dal palco del Milano Pride 2016 ‪#‎everybodypride‬ ‪#‎NessunaEsclusione‬. Ringrazio Monica Romano per avermi invitata.

Qui il mio contributo completo, da cui ho tratto il mio breve intervento.

La lotta per i diritti non può essere a compartimenti stagni, ogni diritto è legato all’altro. La battaglia per raggiungere una società più equa e civile, in cui tutti abbiano pieni diritti e opportunità, siano liberi di scegliere chi essere, chi amare, nel pieno rispetto delle differenze non deve mai dimenticarsi di questo.

La lotta è intersezionale, significa che il cammino verso una società più coesa, solidale, paritaria prevede una lotta a ogni tipo di discriminazione e disuguaglianza.

Vorrei ricordare che il problema della violenza ha sempre le stesse matrici, di controllo, di disprezzo della libertà e delle differenze, della mancanza di rispetto, la medesima matrice culturale, patriarcale: il controllo e il dominio sui corpi e sulle persone, il tentativo di omologarle.

“Nella civiltà occidentale, gli uomini hanno continuato e continuano a incarnare il canone, il prototipo, la norma. Continuano a essere gruppo dominante, che scrive la storia e detta l’ideologia. La loro supremazia, così come la subordinazione femminile, sembra rientrare nell’ordine naturale, nell’idea di un diritto suggerito dalla natura del mondo e delle cose, universale e immutabile” (Chiara Volpato, “Psicosociologia del maschilismo”, 2013 Laterza).

Secondo la teoria che applica la categoria gramsciana di egemonia alla mascolinità elaborata da Raewyn Connel: “Una dinamica culturale che permette a un gruppo di conquistare e mantenere una posizione dominante nella vita sociale”. In pratica viene individuato un modello maschile vincente, un ideale che “nella società capitalista occidentale coincide con uomini competitivi, orientati al successo, aggressivi, cinici, anaffettivi, eterosessuali”.

Seguendo il ragionamento di Connel, si può parlare di mascolinità multiple, in quanto ogni epoca storica e ogni società elabora il proprio modello vincente. Questo naturalmente porta a una subordinazione e una marginalizzazione di tutti coloro che non rientrano nei canoni del modello maschile egemone (classi sociali subalterne, omosessuali e naturalmente donne). Connel rileva anche quella sorta di complicità maschile, che permette di mantenere lo status quo e consente anche a chi non rientra nel modello egemone di godere dei benefici della superiorità maschile. In pratica si ottiene una parte del dividendo patriarcale, la propria fetta di vantaggio ottenuto dalla subordinazione delle donne”. Questo sistema non ammette che ci sia qualcuno che lo metta in discussione. Ecco perché per alcuni il femminismo, l’emancipazione e l’autonomia delle donne sono pericolose e vanno fermate in ogni modo
Il femminismo ha segnato per le donne la riappropriazione del pensiero e della parola, a lungo strumenti della loro esclusione.
C’è chi si sente “minacciato” e indebolito da queste orde di femministe selvagge e cerca di recuperare tutti gli orpelli della mascolinità perduta: la superiorità biologica del maschio, il culto della forza, l’omotransfobia, la centralità della competizione, l’aggressività.

Il corpo delle donne continua a costituire un campo di battaglia, come Barbara Kruger, artista e fotografa americana, rappresentò nel suo manifesto del 1989.

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Il gender gap segna la misura della diseguaglianza, maggiore è questo gap maggiori saranno i livelli di violenza e di aggressione nei confronti delle donne e l’egemonia di una mascolinità violenta e dominante tenderà a schiacciare qualsiasi gruppo o persona non si conformi a questo modello.
Violenza contro le donne, femminicidi, gender gap, omotransfobia sono segnali di una cultura machista che non ammette libere scelte e l’autodeterminazione di tutt*, che perpetua un modello maschiocentrico per non far progredire la società verso un sistema più equo, solidale e civile, accogliente per tutt*. Più forte è la cultura patriarcale, maggiori saranno le sue derive violente. Contro tutto questo dobbiamo lottare, INSIEME!

 

Per un approfondimento su Chiara Volpato e Raewyn Connel vi segnalo questo mio vecchio post.

Qui l’intervento di Stella Zaltieri Pirola e Flavia Franceschini Arcilesbica Zami Milano

MI pride 2016

Foto di Alice Redaelli

MI pride 2016 bis

Foto di Alice Redaelli

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Nessuna paura

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Jo Cox era una donna e una politica coraggiosa. Aveva il coraggio di portare avanti le proprie battaglie, una dote molto rara, in un contesto dove sempre più si cerca di rischiare il meno possibile e di avere posizioni buone per tutte le stagioni.
Una laburista, una donna con profondi valori progressisti, europeista convinta. Nel suo primo discorso alla Camera dei Comuni del 3 giugno 2015 sosteneva con orgoglio come multiculturalismo e immigrazione fossero delle preziose opportunità di arricchimento per il proprio paese.

“La regione che rappresento è stata profondamente arricchita dall’immigrazione, sia che si tratti di cattolici irlandesi o di musulmani provenienti da Gujarat in India o dal Pakistan. Mentre noi celebriamo la nostra diversità, quello che mi sorprende di volta in volta quando giro in quei territori è che siamo molto più uniti e abbiamo tante cose in comune l’un l’altro, molto più di quelle che ci dividono”

Questa dovrebbe essere la bussola dell’Europa, eppure i venti reazionari, xenofobi, dei muri, delle trincee sono sempre più forti e stanno mettendo a repentaglio proprio i valori fondanti dell’UE.

Jo Cox aveva un passato da volontaria, al fianco delle vittime del Darfur, delle donne congolesi e dei profughi siriani. Conosceva quelle situazioni e quando si esponeva e agiva come politica lo faceva con cognizione di causa. Jo Cox voleva dar voce a tutto questo. Probabilmente la scelta di essere contraria alla Brexit risiedeva nella speranza, nella convinzione che l’Europa potesse e dovesse continuare a rappresentare un baluardo, un’idea di inclusione, in difesa dei deboli e della pace mondiale. Sicurezza e stabilità possono realizzarsi solo in un contesto unitario. Non è chiudendosi ognuno a casa propria che i problemi scompaiono o si risolvono, i muri servono solo ad incrementarli. Arroccarsi come propongono alcuni partiti in Europa porta solo a comunità più chiuse, incattivite, che si sentono braccate da fantasmi creati ad arte per creare tensione, paura e spingere le persone ad accettare una politica che sottrae libertà e diritti.

Questo clima è forte, lo si avverte andando in giro. Parlando con la gente nei mercati o ai giardini, con i commercianti. La paura che sento in giro è un frutto di un pregiudizio, un elemento pericolosissimo, una bomba a orologeria. In Italia, negli anni ’90 il “pericolo” da combattere e da tenere lontano era rappresentato da chi dal Sud andava al Nord e rubava il lavoro e portava delinquenza, violenza e problemi di vario genere. Ancora nel 2003, quando mi trasferii da Bari a Milano, mi trovai di fronte a questo tipo di pregiudizi. Oggi sono i migranti dall’estero. Stesse argomentazioni, niente è mutato se non chi subisce queste accuse.

I media e un certo tipo di politica hanno alimentato un clima di odio e di diffidenza, hanno costruito il fantoccio di un nemico esterno, creando una percezione alterata della realtà. Campagne d’odio, razziste hanno creato un contesto in cui molte persone finiscono col sentirsi accerchiate. E via con politiche sulla sicurezza, che non servono ad altro che ad alimentare l’intolleranza.

Una politica chiusa in sé, che basta a se stessa e che foraggia un individualismo sempre più diffuso nelle nostre comunità. Un modo di fare politica in antitesi al concetto di Politica come bene per la comunità, aperta e che sappia accogliere chi una casa, diritti e prospettive di vita non le ha più nel proprio paese. La politica dovrebbe fornire soluzioni per dare a tutti un’opportunità e una vita dignitosa.

Quando porti avanti campagne d’odio e xenofobe, quando inciti alla difesa del proprio orticello con ogni mezzo, crei mostri, mostri che arrivano a concepire azioni come quelle che hanno tolto la vita a Jo. Come se togliendole la vita si potessero al contempo cancellare le sue verità, le sue battaglie e ciò per cui lottava quotidianamente attraverso il suo impegno politico. Abbiamo un’occasione: possiamo cambiare strada e pensare che la politica sia capace di migliorare la vita delle persone, come Jo faceva. Abbiamo la possibilità di dire basta all’intolleranza e di aprire a un mondo, a un paese, a una società che rispetta e accoglie tutti, che offre una opportunità a tutti, che sia dialogante con tutti. Basterebbe ricordarsi quando stranieri e indesiderati siamo stati noi. Basterebbe ricordarsi che le divisioni non portano mai buoni frutti, solo odio, violenza e morte. Se la politica si arrende e non è in grado di parlare una lingua diversa, fondata sui valori dei diritti e dell’uguaglianza, ma si preoccupa solo di difendere la pancia dei propri bacini elettorali, ha perso. Abbiamo perso.

La politica è bene comune, non è salvaguardia di orticelli o privilegi. La politica non è una cosa semplice, implica scelte anche difficili, implica essere scomodi, controcorrente, fare azioni coraggiose ed esporsi in prima persona. Tutto il resto è solo una sua pallida imitazione, una meschina pantomima, atta solo a intercettare voti fondati su timori o ragioni egoistiche. Jo ci ha dimostrato che fare politica implica schierarsi e assumersi responsabilità in prima persona. Jo ha scelto di non seguire scorciatoie, ma di portare avanti le sue idee, senza paura, proprio per sconfiggere quel muro di gomma fatto di pregiudizi e indifferenza. Jo ha dimostrato cosa significa fare la differenza.

Una visione politica autentica di cui le saremo sempre grati. Jo che sapeva e desiderava dare voce a chi di solito non ha voce. Scegliamo da che parte stare e che tipo di futuro vogliamo costruire. Fare politica non è solo una questione di voti, come molti vorrebbero ridurla. Jo con la sua esperienza e competenza, con i suoi progetti, le sue azioni, con il suo volersi confrontare aperto ci ha testimoniato un modo di far politica alto, autentico.

La differenza c’è. Nessuna paura. Resistiamo e testimoniamo con le nostre azioni che la differenza c’è, che c’è ancora un territorio per fare politica tenendo la schiena dritta, senza scendere a compromessi e senza scegliere strade comode.

Jo Cox ci ricorda che la cultura che incita all’odio nei confronti di minoranze o di determinate categorie di persone, al rifiuto delle differenze, alla sopraffazione e all’annientamento di chi non la pensa come te, è all’origine di quanto di più devastante e pericoloso ci sia per una comunità. Quando si costruisce un muro tra Noi e gli Altri i risultati sono quelli che conosciamo. Vogliamo davvero che il nostro futuro sia dettato dai nazionalismi e dalla xenofobia? Creiamo ponti, corridoi, non trincee.

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La lotta non si ferma… continua!

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Maria Elena Boschi ci ha degnate di un mini post su Fb sui femminicidi, con calma, con molta calma, come se ci fossero questioni più urgenti. Null’altro, solo un messaggio impostato, dovuto dalle circostanze, con tanto di colpo al cuore.

 

Nessun accenno al fatto che la non-cultura del possesso e del controllo delle donne in una relazione produce violenza, un assoggettamento totale dell’oggetto di proprietà, la donna, che se manca diventa per alcuni uomini “giustificazione” di ogni azione. Siamo di fronte a uomini che ci considerano ancora incapaci di libere scelte e non titolari di tale diritto. C’è chi paternalisticamente dice di volerci proteggere, consigliare, indirizzare. Noi donne siamo pienamente in grado di dare una direzione alle nostre scelte e alle nostre vite. Ci siamo stancate di essere ostaggio di un machismo che ci annienta e ci minaccia se non obbediamo, se non siamo docili ancelle. Questo avviene dappertutto, in ogni ambito. Abbiamo le nostre idee e siamo capaci di ragionare liberamente, che piaccia o no.

Non esistiamo solo in funzione di un uomo e di quanto possiamo essere utili agli uomini. Non ci silenzierete perché per secoli si è fatto così. Non ci ridurrete a seguire padri o padrini. Se non si è compreso il concetto che siamo tutt* liber* e uguali, da rispettare sempre, bene questo è il punto su cui dobbiamo intervenire. Lo spettro del gender ci ha già fatto perdere troppo tempo per quegli interventi urgenti da fare nelle scuole di ogni ordine e grado. Le radici vanno estirpate altrimenti alimenteranno il circolo di violenza e femminicidi.

Non è più tempo di parrocchie, non può essere un contesto idoneo, basta leggere le sacre scritture e aver frequentato un po’ gli oratori. Siamo e vogliamo essere laici. Non è più tempo di commissioni di valutazione, con chi, con che tempi, con che scopi? Stiamo perdendo tempo prezioso e in questo tempo perdiamo anche donne e in alcuni casi i loro bambini. I fondi e le azioni non arrivano e mi sembra di capire che non si ha intenzione di cambiare passo. Non si chiamano nemmeno alle loro responsabilità i ministeri dell’Istruzione, della Salute e della Giustizia. La violenza non può essere affrontata a compartimenti stagni.

Finora ci hanno trattate come dei soggetti deboli, categoria assimilata in un calderone indistinguibile, volutamente io penso. Ci rappresentate e ci trattate come se fossimo un gradino sotto, invece vogliamo essere considerate esseri umani, pienamente portatrici di diritti e di tutele, come da Costituzione.

Ricordo alla ministra Boschi che a perdere la vita non sono solo “ragazze”, ma donne di ogni età. Dobbiamo intervenire per tempo sulla violenza, perché ci sono donne che passano l’intera esistenza in queste condizioni disumane. Basta temporeggiare ed essere tiepidi.
LA LOTTA NON SI FERMA, CONTINUA!

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Dall’UE un accordo quadro in materia di congedo parentale

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Lo abbiamo letto nel report del McKinsey Global Institute dal titolo The power of parity: la parità di genere potrebbe contribuire con 12 trilioni di dollari al PIL mondiale da qui al 2025, ossia l’11% in più di quanto succederebbe con uno scenario ordinario. Non si tratta solo di spingere verso la parità nel mondo del lavoro, ma di creare le condizioni perché si abbia un riequilibrio sociale uomo-donna. Per raggiungere questo obiettivo si dovrebbe investire sulle seguenti aree: istruzione, pianificazione familiare, salute materna, inclusione finanziaria, inclusione digitale e previdenza sanitaria con congedi per malattia retribuiti.

L’incremento della spesa annuale ammonterebbe a 1,5/2 trilioni di dollari entro il 2025, un aumento del 20-30% degli investimenti. Non poco, si potrebbe dire, ma si avrebbero delle ricadute ben più ampie su tutta la popolazione e sul PIL. Ce lo ripetiamo da tempo. Una litania che non si riesce a tradurre in fatti. Da qualche parte si deve iniziare a invertire la rotta.

Per colmare il gap di genere ci vuole volontà politica. Se non si colma è perché chi cerca di portare avanti politiche di parità viene marginalizzata. Perché questi temi vengono avvertiti sempre come secondari, roba da donne. Invece è roba che riguarda tutta la popolazione, l’intero Paese. Se continuo a portare avanti certe battaglie è per dare testimonianza che c’è un modo altro di intendere le priorità e risolvere i problemi. Sinché continueremo a non avere uno sguardo d’insieme sulle questioni, brancoleremo nel buio e annasperemo nel fango. Esistiamo anche noi donne e non potete relegarci sempre a fondo pagina dell’agenda politica. Non potete abbandonarci a un destino secolare, perché così è stato e sempre sarà. Noi quello spazio ce lo prendiamo e dovrete ascoltarci prima o poi. Noi continueremo a martellare sempre su certi tasti, sino ad avere le risposte che tutta la comunità di uomini e donne merita. Non si esce dal pantano a pezzi, ma tutti insieme.

 

CONTINUA A LEGGERE SU MAMMEONLINE.NET:

http://www.mammeonline.net/content/dall-UE-accordo-quadro-in-materia-di-congedo-parentale

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Testimoniare e dare corpo a un’azione differente

 

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Non si tratta solo di parità, ma di differenza. La partecipazione delle donne all’interno delle istituzioni può essere sostenuta, incoraggiata, ma la parità non è garanzia di un cambiamento significativo. Perché se dobbiamo esserci come gli uomini, ricalcare le loro orme, forse siamo sulla strada sbagliata. Siamo d’accordo su questo, vero?

Se l’esperienza della donna è nulla o appiattita su temi, soluzioni, proposte, stili, priorità maschili, dove ci stanno traghettando? L’esperienza e l’attenzione pluriennale su certi temi sono indispensabili, per sapersi orientare, scegliere i giusti metodi e le politiche più adatte. L’improvvisazione non è consigliabile. Da una donna io chiedo preparazione, tenacia e autonomia di pensiero, ovvero senso critico. Chiediamo risposte e non silenzi di fronte a questioni che ci riguardano, come la violenza contro le donne. Non è “in quanto donne”, torno a ripetere che a volte non basta essere donna per capire come vivono le donne e quali siano i loro problemi quotidiani. Altrimenti non dovremmo assistere a certe dichiarazioni, per esempio in merito alla salute sessuale e riproduttiva delle donne e sulla 194. Altrimenti non avremmo donne nelle istituzioni che di fronte agli ennesimi femminicidi non proferiscono parola. Non ci si ferma nemmeno di fronte a questo. Desumo sempre più spesso che per molte la violenza contro le donne è una faccenda di scarso valore. Continuate a fare i vostri selfie e la promozione di voi stesse, mi raccomando, non sia mai che dimostriate di avere un po’ di autonomia e di sensibilità. Continuate a fare la vostra quieta vita, pensando che la violenza sia un problema a voi estraneo. Quindi è necessario scegliere attentamente le nostre rappresentanti. Abbiamo bisogno di ben altro, di ben altre sensibilità.

Le vite delle donne non sono qualcosa di secondario, se non ci si interverrà adeguatamente, l’intera società sarà segnata da questa scelta.

Quando ci consigliano di soprassedere sui temi che sentiamo più vicini e prioritari, che così ci auto-ghettizziamo, è già un’intromissione e il segnale che stiamo percorrendo una strada sgradita a chi ci vuole mansuete. Un segnale che dovrebbe indurci a continuare su quel versante. Ma non per tutte è così. Quando parlo di differenza, parlo di un vissuto, di una riflessione, di un approfondimento, di una ricerca diversa. Un processo e un cammino che non sono tracciati da nessuna parte, ma che maturano e dovrebbero maturare con le donne stesse, in modo libero, differente appunto. Il partecipare senza tutto questo bagaglio è un partecipare che prima o poi rischierà di subire passivamente e magari anche inconsciamente il modello maschile: senza basi non saprà riconoscerlo, resistergli, proponendo un’alternativa concreta, tangibile. La presa di coscienza, insieme a una consapevolezza della necessità di esprimere altro, di trovare nuove parole e nuove espressioni politiche, nuovi metodi e nuove soluzioni realmente e autenticamente nostre, devono avvenire spontaneamente, a volte avviene per vicinanza, accostandosi a coloro che questo percorso lo hanno già avviato. A volte ci arrivi dopo ripetuti scossoni nella vita di donna. Ciò che si deve fare è invertire la tendenza per le generazioni che verranno.

Hanno ammazzato l’idea di conflitto positivo, l’idea di lotta sana e rigenerativa per non abbandonare a priori l’idea di un mutamento possibile, ci hanno fatto credere che l’unica via fosse quella segnata, ancora una volta dagli uomini. Ci hanno illuso di poter esserci, quasi sempre raccomandandoci di essere “brave” nel senso di mansuete, di seguire i consigli e di esserci in vece di qualcun altro. Burattine neanche tanto inconsapevoli, perché non credo che non ci si possa accorgere di essere semplicemente questo. Pallide imitazioni di una rappresentanza delle istanze delle donne piena. Le eccezioni ci sono certo, ma sono ancora troppo rare. Dov’è la nostra voce autentica? Quella che da sempre hanno cercato di soffocare?

Rispondo a Alessandro Bertante, che ha tracciato un ritratto vero di Milano e di ciò che è movimento o meglio del movimento che dovrebbe esserci. La mia generazione è quella del grunge, degli anni ’90, di coloro che hanno attraversato il berlusconismo e si sono ritrovati ad essere i primi precari, tramortiti, impegnati a sopravvivere, accartocciati sui propri problemi, in un contesto sempre più individualizzato, sempre più chiuso. La mancanza della dimensione collettiva, da vivere e dalla quale leggere i fatti e per trovare soluzioni, è tutta qui. C’è chi ci definisce la generazione perduta, eppure una manciata di noi è ancora qui che resiste e ci crede. Danno per scontato che siamo tutti ormai assuefatti e rassegnati. Non è caricatura se mettiamo a disposizione il terremoto che ha frantumato le nostre esistenze e cerchiamo di invertire la rotta. Io porto con me questo vissuto e non è roba posticcia. Metto a disposizione me stessa, sono scomoda e pago in prima persona, se c’è da manifestare io ci sono, perché tuttora penso che non si possa lasciare il campo al vuoto, all’indifferenza, all’individualismo, all’opportunismo, al clientelismo, al familismo.

La mia testimonianza politica lotta contro tutto questo, ma sono consapevole che se resta isolata, non ci si schioda dal pantano. Sono cresciuta pensando che non si potesse restare indifferenti, che vivere aveva senso solo se fossi restata coerente, ma non per mera testa dura (che tra l’altro ho) o in modo sterile, ma perché convinta pienamente che l’omologazione sarebbe stata la forma di autolesionismo più nociva. Mi rendo conto che bisognerebbe osare di più, che spesso siamo innocue, l’ho rilevato più volte, ma quando manca la dimensione collettiva, tutto è molto più annacquato.

Finché non riusciremo a tornare lì, resteremo innocue, finché non rinunceremo a quelle briciole di parità che ci fanno sentire dentro il sistema e che ci rendono inefficaci e mansuete, non produrremo DIFFERENZA e non sentiremo nemmeno la spinta a tornare a lottare per contrastare un pericoloso arretramento in tema di diritti. Pensiamo solo a quanto la dimensione individualista ha minato il movimento delle donne.

Lo slittamento verso l’io, verso un ego avulso dal contesto, depositario di una delle tante verità è tipico delle nostre società postmoderne. Il partire da noi stesse deve avere uno sbocco in una dimensione collettiva, con uno sguardo ampio sui problemi, sulla società, sull’economia, sui diritti, sul mondo del lavoro e del welfare, altrimenti non ha senso e non matura nulla per il mondo in cui tutte noi viviamo.

Se ognuna guarda unicamente alla propria libertà, cessando di ascoltare le altre, compirà un cammino a metà. Il pericolo di nuove servitù mascherate da libertà è dietro l’angolo. Alcune di noi si sono dimenticate che la dimensione collettiva è l’unica che ci permette un confronto ed è in grado di liberare le nostre riflessioni, le nostre letture del mondo attraverso lenti nuove.

Non dobbiamo illuderci di bastare a noi stesse, la dimensione collettiva è necessaria. Il confronto tra noi lascia emergere le incongruenze, gli errori, i punti su cui concentrarci, ci rende vigili, aperte verso l’esterno e non chiuse in noi stesse. Non tutte le scelte sono libere in assoluto, non basta affermare qualcosa perché essa sia esattamente così come l’abbiamo affermata. Spesso ci sono sfumature che il concetto di scelta rischia di coprire, di celare a uno sguardo superficiale. Infine, non dobbiamo dimenticarci di porre al centro delle nostre analisi anche le questioni socio-economiche, perché se perdiamo l’abitudine di raffrontare le nostre riflessioni al contesto in cui ci muoviamo e in cui viviamo, rischiamo di perderci alcuni pezzi del puzzle, correndo il rischio di essere facilmente strumentalizzate, ricondotte a soluzioni preconfezionate da altri.

Non si può prescindere da una critica severa al sistema economico-produttivo capitalista e liberista, funzionale alla sopravvivenza del patriarcato. Tutto viene facilmente “ripulito”, “rimarchiato”, “riletto” per renderci addomesticate e addomesticabili, innocue e felici di essere “ancelle” sempre di quel potere che non è mutato, ha solo reso più impalpabili i suoi strumenti. Per questo in molte sono pronte a sostenere che la parità è raggiunta e che non c’è più bisogno di femminismo. Questa deriva è il risultato di un certo tipo di femminismo che ha annacquato tutto nella libertà di scelta individuale e fine a se stessa. Non si tratta di scegliere un femminismo ortodosso o “adeguato”, meno “libero”, ma di conciliare un punto di vista personale, con un contesto in cui non si può fare a meno di tener presenti i fattori della collettività, le variabili socio-economiche. La mia libera scelta non può diventare vessillo per un modo di agire svincolato dalle regole, altrimenti sotto la bandiera del femminismo potrebbero passare nuove forme di sfruttamento e di servitù, mascherate da libertà personali. Occorre ri-codificare il mondo in cui viviamo, rendendolo anche a misura di donna. Vogliamo renderci strumenti di operazioni commerciali, di miti costruiti dal patriarcato per imbrigliarci e indottrinarci? La dimensione collettiva del movimento ci aiuta a non isolarci nel nostro egoistico e parziale punto di vista, ci porta a considerare il cambiamento necessario come un percorso di tutte. Non dobbiamo farci usare e dividere perché di questo passo finiremo schiave di un modello economico che già da tempo investe le relazioni tra le persone.

Tornando al tema della partecipazione delle donne nelle istituzioni, per me non può mancare quanto sinora rimarcato. Dobbiamo chiamare le cose con il loro nome, tornando a nominare e a evidenziare che il patriarcato nelle sue mille forme non è mai morto, anzi è vivo e vegeto ed è purtroppo introiettato nella vita e nella mentalità di tante donne.

Le differenze economiche e sociali dobbiamo guardarle dritto in faccia, la situazione di emarginazione e di lesione dei diritti in cui vivono tante tantissime donne non può essere buttata in un calderone unico, abbandonata alla buona volontà (mai scontata) di una politica che continua ad avere un approccio neutro e che non riesce ad ascoltare adeguatamente le donne. Io quelle voci le ascolto da sempre e sono loro il motivo della mia militanza, del mio attivismo in ogni occasione e in ogni luogo, in ogni contesto, porto avanti le loro istanze. Porto con me i loro volti che dicono a volte più delle parole. Sono loro che mi danno il coraggio, che mi rigenerano ed è per loro che non mi fermo. In ogni mia azione politica è come se le portassi con me, come se ci tenessimo per mano. Perché è la solitudine che va sconfitta. Non ho rendite di posizione da difendere. Rivendico la necessità di una cura, di un’attenzione adeguata e dotata della giusta sensibilità su lavoro, salute, servizi pubblici, diritti fondamentali che siano affrontati finalmente con un’ottica di genere. Torniamo a chiedere interventi permanenti, strutturali, che non siano privilegio di pochi e che non siano oboli una tantum. Non ci accontentiamo. Rimuoviamo gli ostacoli di ordine economico e sociale che azzoppano i nostri diritti di cittadine, come sancisce la nostra Carta. Potremo partecipare pienamente solo se ci accorgeremo di questo. Resilienti, mai rassegnate. Perché le prime a pagare siamo sempre noi donne e quando il welfare familiare finirà o sarà prosciugato, non avremo vie d’uscita, dovremo inevitabilmente fare i conti con il fatto che non siamo state in grado, al momento giusto, di incidere sulle decisioni e sulle politiche di questo Paese, forse perché molte di noi hanno preferito difendere il proprio orticello, seguendo i suggerimenti di padri o padrini. Non potremo lamentarci se avremo privilegiato altre questioni e avremo messo da parte l’idea di una politica capace di interpretare anche le esigenze delle donne. Svegliamoci, non smetterò mai di ripeterlo! L’accesso è bloccato? Sblocchiamolo insieme, ma con regole e linguaggi diversi. Sinora abbiamo replicato. Promettiamoci un futuro diverso, differente. Torniamo a mobilitarci in piazza periodicamente per i nostri diritti! Non c’è altro modo. Il fallimento è non tentare. Il fallimento è non ascoltarci.

La politica mancante di voci autenticamente femminili non è mai un bene.

Il voto delle donne ha compiuto 70 anni. Onoriamolo sempre.

 

Suggerimenti di lettura:

https://simonasforza.wordpress.com/2015/12/20/capitalismo-e-oppressione-delle-donne/

https://simonasforza.wordpress.com/2016/01/15/autonomia-redistribuzione-parita-di-genere/

https://simonasforza.wordpress.com/2015/03/29/classe-e-patriarcato-due-variabili-per-il-controllo/

https://simonasforza.wordpress.com/2016/05/27/piacere-o-dire-la-verita/

https://simonasforza.wordpress.com/2014/07/03/le-donne-e-le-classi/

http://www.mammeonline.net/content/dall-UE-accordo-quadro-in-materia-di-congedo-parentale

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Chi Colpisce Una Donna, Colpisce Tutte Noi

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Come nasce? Il 30 maggio alle 14,23 scrivo sulla mia bacheca di Facebook un post a proposito di Sara Di Pietrantonio, ma in generale su una situazione di violenze di fronte alle quali non era possibile continuare a restare in silenzio. Soprattutto in riferimento alle istituzioni e a chi ha il potere di incidere nella realtà attraverso provvedimenti volti a sradicare la cultura alla base della violenza.

post iniziale

Ci siamo ritrovate in un piccolo gruppo a ragionare su cosa fare e il flash mob, l’idea di scendere in piazza e trovarsi per prendere parola su questo tema è nata spontanea. Abbiamo deciso di creare un evento Facebook per veicolare meglio la mobilitazione. Ho scritto un appello e l’adesione delle varie città, da nord a sud, è arrivato spontaneo.

appello evento

Ripreso poi in questo post.

È bastato semplicemente pensare che fosse possibile mobilitarsi per farlo. Senza grandi organizzazioni, senza titubanze, un fiume in piena tramite un semplice passaparola, fino ad arrivare al 2 giugno.

Era quello che avevamo auspicato nascesse quando lanciammo Noi non ci stiamo (qui e qui).

 

I risultati ieri in tutta Italia sono stati molto importanti. Guardate un po’ qui:

https://www.facebook.com/events/278672372469897/

Vorrei che non si perdesse il forte significato politico contenuto nell’appello di mobilitazione nelle piazze, riportato nell’evento Chi colpisce una donna, colpisce tutte noi. La concomitanza con il 2 giugno e il 70mo del voto alle donne servono a ricordarci che le nostre istanze sono politiche, chiamano in causa le istituzioni di ogni livello (locale e nazionale) e non siamo disposte a ridurre il femminicidio e la violenza contro le donne a fatti privati o a questioni emergenziali. Dobbiamo portare questi temi nella pagina politica. Non vogliamo pannicelli caldi. Non possiamo dimenticare che ci sono le vite delle donne di mezzo. Ecco perché ritengo prioritario il presidio nelle piazze, con i messaggi che sono stati manifestati. Non fermiamo la richiesta di un lavoro politico collettivo. Ieri abbiamo fatto qualcosa che va ben al di là di un drappo rosso, l’unico elemento riportato dai media mainstream, che hanno di fatto compiuto una censura del resto. Abbiamo compiuto il passaggio da una dimensione privata a una pubblica. Abbiamo superato solitudine e individualismo. Siamo tornate a una dimensione collettiva. Siamo tornate a confrontarci: ieri le riflessioni si sono soffermate sulla violenza in tutte le sue forme, toccando anche gli ambiti del lavoro e della salute. Abbiamo reso visibile in tanti luoghi pubblici il fatto che pretendiamo pieno rispetto dei nostri diritti da parte di chi ci governa. Un cambio significativo di rotta e di approccio. Abbiamo recuperato coraggio e forza. Un primo importante e complesso passo. Su questa strada dobbiamo insistere e martellare sino a che non avremo raggiunto gli obiettivi. Non perdiamoli mai di vista. Non dobbiamo restare all’ultima pagina dell’agenda politica. Ieri in piazza si avvertiva questo tipo di necessità e di modalità di lotta. In prima persona, senza deleghe ad altri.

Apriamoci, partecipiamo, facciamo sentire la nostra voce. Ha ragione Cristina Obber: “nonostante fossimo un centinaio c’era una bella energia, c’erano la rabbia e il dolore per Sara, voglia di stare insieme ed ascoltarsi, voglia di impegnarsi, rivedersi. e questo alla fine è ciò che conta.”

Un grazie immenso a tutte e a tutti, insieme possiamo fare tanto! Continuiamo a lottare insieme. Dobbiamo continuare… tra le donne ho avvertito un enorme bisogno di confronto e di tornare a sentirsi parte attiva di un cambiamento, parte di un gruppo. Facciamo rete, incontriamoci periodicamente. Facciamo diventare questo momento un appuntamento fisso, un presidio periodico per trovarci e confrontarci, per sollecitare una risposta dalle istituzioni, per chiedere che ci sia un intervento serio sulla violenza contro le donne e interventi per migliorare media ed educazione.

Anche il sottotitolo della vignetta di Stefania Spanò (che è stata uno dei fili conduttori dei flash mob nei vari centri italiani) era in linea con una rivendicazione politica forte.

“Perchè ora abbiamo la parola per dirlo, ma facciamo poco per evitarlo: ‪#‎femminicidio‬.”

 

Perché quindi non organizzare un presidio a cadenza fissa (settimanale?), un appuntamento per rendere permanente la nostra rivendicazione, per iniziare a creare una base di lotta e di dialogo tra di noi? Incontriamoci e progettiamo un lavoro sistematico di rivendicazione, su più binari, da quello virtuale a quello reale, locale e nazionale, dobbiamo interrompere il silenzio istituzionale e bloccare ogni forma di strumentalizzazione (non accettiamo che sostenitori dell’inesistente PAS si possano considerare interlocutori in tema di violenza di genere). Come ho detto più volte, pretendiamo misure e investimenti certi e celeri, per contrastare e prevenire la violenza, non briciole di interventi. Il cambio culturale necessita volontà politica. Non restiamo sole!

 

 

Qualche video da Milano: qui tutti gli interventi

 

Grazie a Eleonora Cirant per questo bel video:

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