Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Luci ed ombre della narrazione della violenza sui media

@Annalisa Grassano

Ci sono delle dirette responsabilità  dei media nel supportare il cambiamento e rimuovere le radici della cultura della violenza e dello stupro.

Da attivista per i diritti delle donne e da blogger senza tesserino né da pubblicista né da giornalista spesso e volentieri ricevo richiami, perché non avrei i “titoli” per pubblicare articoli e riflessioni, non sarei abbastanza autorevole per farlo. Mi ci vorrebbe la patente, guarda un po’ come gira il mondo, le parole delle donne non hanno tutte lo stesso diritto di cittadinanza e di esistenza.

Eppure lo faccio da tempo, ben prima che aprissi il mio blog. Vengo da quella sterminata schiera di “senza tesserino” che si sono per anni intestarditi tra una redazione e l’altra, con o senza contratto, molto spesso non remunerati. Oggi scrivo in modo indipendente, perché stare zitta non so stare.

Ultimamente mi è capitato di essere invitata a cancellare quanto avevo scritto in merito a come alcuni giornalisti non riuscivano a rispettare il genere grammaticale corretto a proposito della donna trans stuprata a Rimini. Facevo semplicemente notare quanto fosse diversa la narrazione, quanta poca cura ed empatia c’era in alcuni articoli:

A Canosa, durante un convegno formativo proprio su questi aspetti, ho avvertito una certa ostilità, di una parte dei giornalisti presenti, al mio invito a cambiare “stile giornalistico”.

Ergo, abbiamo un problema.

Quindi mi accingo a dire la mia sulle note ed evidenti difficoltà che una parte del giornalismo (online, su carta e televisivo) italico ha nel narrare la violenza.

L’Ordine dei Giornalisti non è restato indifferente in questi anni, ha cercato di diffondere una sensibilità diversa tra i propri iscritti, a partire dalla Carta di Treviso all’adozione del documento della Federazione Internazionale dei Giornalisti (IFJ) a proposito di violenza sulle donne.

Per non parlare poi di tutte le occasioni di formazione sparse sul territorio italiano organizzate dagli ordini locali.

Non siamo di fronte a un immobilismo, quanto piuttosto da una resistenza da parte di una quota della categoria e di un modo di fare “cronaca” subordinato alle logiche di vendite e di click.

Ci sono giornalisti attenti, che sanno misurare le parole, che conoscono l’impatto che può avere un pezzo sulle sopravvissute o sui familiari e i figli di una vittima di femminicidio. Tutto parte dal rispetto nei confronti di chi ha subito la violenza sulla propria pelle. Se davvero si seguisse il documento siglato dall’Ordine, al primo posto dovrebbe esserci la salvaguardia delle donne.

L’auspicio dell’Ordine è chiaro, richiama:

“all’uso di un linguaggio corretto, cioè rispettoso della persona, scevro da pregiudizi e stereotipi, ad una informazione precisa e dettagliata nella misura in cui i particolari di un accadimento siano utili alla comprensione della vicenda, delle situazioni, della loro dimensione sociale.”

Questo si traduce in un racconto che non deve avere tracce di un morboso e malsano voyeurismo.

 

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Quando il giornalismo moltiplica la violenza


All’Ordine dei giornalisti, all’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza

Premesso che, ai sensi della Convenzione di Istanbul, la violenza contro le donne come una violazione dei diritti umani è una forma di discriminazione ed impegna i paesi firmatari ad esercitare la dovuta diligenza nel prevenire la violenza, proteggere le vittime e perseguire i colpevoli, siamo convinte che tale protezione significhi anche che queste vicende dolorosissime non debbano essere divulgate senza alcun freno. Con particolare riferimento a quanto le vittime abbiano raccontato a magistrati e organi di polizia, riteniamo che ciò non debba essere dato in pasto all’opinione pubblica nei minimi dettagli, senza alcun rispetto per la privacy, i sentimenti e le ricadute sulle donne che le hanno vissute. Questo, purtroppo, è quanto hanno fatto due quotidiani italiani Libero e Il Fatto Quotidiano, il primo in un Libero del 6 settembre a firma di Roberta Catania, mentre per l’altro non è specificato l’autore.
Siamo a conoscenza della circostanza per la quale nello scorso dicembre il Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti ha statuito che:

“I giornalisti dovranno riflettere sul grado di dettagli che desiderano rivelare. L’eccesso di dettagli rischia di far precipitare il reportage nel sensazionalismo. (…) La considerazione dei bisogni della sopravvissuta quando la si intervista consente di realizzare un reportage responsabile.”

In virtù di queste linee guida ci chiediamo a cosa possa servire riportare i dettagli di un episodio di violenza sessuata desunti da atti giudiziari, quando tutti siamo consapevoli che lo stupro è un atto ignobile e orribile, devastante e impresso per tutta la vita nel profondo di chi lo subisce. Non è giornalismo quello che non si pone il problema di “sentire” cosa possa significare per la sopravvissuta vedere riportato tutto pubblicamente sui giornali. Non è giornalismo quello che cavalca la violenza contro le donne in chiave xenofoba. Non è giornalismo quello che, attraverso un racconto morboso, al limite del pornografico, fa rivivere alle sopravvissute quei tragici momenti.

Questo modo di fare “cronaca” e di raccontare le cose non serve a frenare o contrastare la violenza, bensì la alimenta, la veicola e la moltiplica. Con l’aggravante che diffonde e quasi propaganda la morbosità di coloro che si sentono legittimati ad esercitarla, ad abusare impunemente dei corpi delle donne.
Raccontare la realtà non è come realizzare un film dove si possono trovare spettacolarizzazioni forti della violenza . La visione di un film può essere regolamentata, invece i giornali online o cartacei, avendo un vasto pubblico, sono alla portata di chiunque, anche di minori. Gli effetti di una comunicazione giornalistica come quella di Libero e del Fatto quotidiano possono conseguentemente essere devastanti.

Una narrazione di questo tipo è altamente nociva, in quanto propone la pubblicazione degli atti giudiziari con le dichiarazioni di chi ha subito violenza, senza alcun filtro, senza porsi domande sugli effetti di tali scelte. Non c’è empatia con le vittime, non c’è piena consapevolezza della gravità di pubblicare dettagli sensibili gettati in modo crudo in un articolo. Raccontare agli inquirenti e alla polizia ciò che si è vissuto è già complicato, traumatico, porta le sopravvissute a rivivere momenti di sofferenza atroce. Devono già affrontare questo passo, con il terrore di non essere credute o essere giudicate male. Vogliamo che si amplifichino queste tensioni emotive anche per il timore che la violenza imposta possa essere riportata sui giornali, gettandole ancora di più in uno stato di profonda prostrazione?

Al punto 5 del documento sottoscritto a dicembre dall’OdG:

“Trattare la sopravvissuta con rispetto; rispettando la sua privacy e informandola in maniera completa e dettagliata sugli argomenti che saranno trattati nel corso dell’intervista e sulle modalità d’uso dell’intervista stessa. Le sopravvissute hanno il diritto di rifiutarsi di rispondere alle domande e di divulgare più informazioni di quanto non desiderino. Rendersi disponibile per un contatto ulteriore con la persona intervistata e lasciare le proprie generalità le permetterà di restare in contatto con il/la giornalista se lo vuole o ne ha bisogno.”

In questo caso non si è trattato di interviste, ma di pubblicazioni di dichiarazioni rese davanti agli organi giudiziari. Ebbene, pare che nessuno abbia chiesto l’autorizzazione alle sopravvissute, che invece vanno tutelate e non usate come merce per acchiappare nell’immediato e facilmente lettori e click di gradimento, e secondariamente per fomentare odio e xenofobia.

Inoltre qualche considerazione su come vengono chiamati gli stupratori. Non sono bestie, sono uomini, che in quanto tali commettono queste atrocità. Sono uomini che sui nostri corpi commettono da sempre ogni tipo di violenza. Non sono alieni o animali, sono uomini che crescono accanto a noi, vivono con noi, ma non accettano la nostra autonomia, non ci rispettano e ci considerano esseri umani di serie b se non proprio oggetti da usare e da abusare.
Un buon giornalismo che vuole contribuire a sradicare la cultura della violenza potrebbe adoperarsi a realizzare un prodotto che si avvalga della collaborazione di esperte dei centri antiviolenza o altri professionisti che si occupano di violenza di genere.
Un buon giornalismo dovrebbe fornire informazioni utili alle donne che vivono la violenza sulla propria pelle e vorrebbero uscire da questo tunnel.
Un buon giornalismo si dovrebbe porre molte domande prima di decidere di pubblicare certi contenuti.
Un buon giornalismo deve impegnarsi a scardinare l’idea che la violenza contro le donne sia una tragedia inesplicabile e irrisolvibile.
Un buon giornalismo dovrebbe attenersi a quanto adottato dall’Ordine nel documento sopra citato, che richiama:

“all’uso di un linguaggio corretto, cioè rispettoso della persona, scevro da pregiudizi e stereotipi, ad una informazione precisa e dettagliata nella misura in cui i particolari di un accadimento siano utili alla comprensione della vicenda, delle situazioni, della loro dimensione sociale.”

Certi dettagli riportati senza un briciolo di coscienza servono solo ad alimentare un compiaciuto e malsano voyeurismo. Si può agire violenza in molti modi, anche scegliendo di non rispettare il vissuto e il diritto alla privacy delle sopravvissute alle violenze, come hanno purtroppo fatto questi due quotidiani. Certe scelte hanno l’effetto di una stilettata particolarmente dolorosa, per cui chiediamo un intervento tempestivo in merito a quanto accaduto.
Il contrasto alla violenza maschile esige la capacità di adoperare tutte le opportune tutele e protezioni delle donne che subiscono tutto questo sulla propria pelle. Non si possono più accettare simili superficiali approcci alla violenza, da nessuno, a maggior ragione dai media che hanno un ruolo e una responsabilità fondamentali.

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Non perdiamo la bussola

@Firuz Kutal

Auspico che di fronte alla violenza contro le donne si riesca a mantenere un atteggiamento scevro da pregiudizi, intenti fuorvianti, spostamenti di significato e di focus.

Le vicende di stupri commessi da stranieri ci dovrebbero aiutare a capire la trasversalità della sub-cultura dello stupro e della violenza. Ci aiutano a capire che la violenza contro le donne è un fenomeno che appartiene a tutte le culture. Uomini di ogni censo, titolo di studio e nazionalità, con un unico denominatore comune: la cultura patriarcale, con la visione della donna che porta con sé.

Lo stupro alle donne piace” è un’affermazione frutto di una mentalità purtroppo molto diffusa, tipica di un modello machista patriarcale che tutto può sui corpi delle donne, deumanizzate e oggettivizzate. Questa mentalità la troviamo dappertutto, basta leggere i commenti su certi gruppi MRA (men’s rights activism) o quello che scrivono alla presidente Boldrini. Basta ricordare certi epiteti e attacchi ricevuti come attiviste femministe.
Gli stupri di gruppo purtroppo non sono rari, dal massacro del Circeo fino al caso di Fortezza da Basso, con la sentenza che seguì, di cui parlai qui.

Questo tipo di sub-cultura si annida dappertutto, si tramanda identica nei secoli, anche grazie agli stereotipi, luoghi comuni introiettati da noi donne. Il “se l’è cercata” ancora molto diffuso, suggerisce una corresponsabilità delle donne, una dolorosa rivittimizzazione di chi subisce violenza. Abbiamo ancora molta strada da fare.

La sub-cultura alla base di simili comportamenti appartiene a un modello di società che fa fatica a rimuovere discriminazioni fondate sul genere e che sottovaluta i segnali, salvo poi cavalcarli in funzione razzista e populista. Oppure come ultimamente accade per colpire organizzazioni umanitarie e che cercano di fare inclusione e integrazione.

Certi episodi evidenziano bene cosa c’è alla base della violenza e come ci siano degli elementi comuni tra tutti coloro che la commettono. Non è che il patriarcato e il maschilismo siano roba tipica solo di alcuni paesi e altrove non ve ne sono tracce. La violenza commessa non è roba estranea all’uomo, anche chiamarli animali sposta altrove l’attenzione e le responsabilità. Questi sono esseri umani al 100% portatori di una sub-cultura per cui la violenza contro le donne è una cosa normale e legittimata nei secoli. Sono uomini comuni, vicini di casa, amici, partner, familiari. Parlare di bestie significa spostare il focus e la realtà. Lo stesso quando si parla di “follia” alludendo a patologie psichiatriche, ci si allontana dall’idea che la violenza ha radici molto più comuni e non necessariamente patologiche, quasi a voler giustificare i suoi atti.

La violenza non dovrebbe avere mai alibi e giustificazioni, un uomo deve imparare a capire che la donna non è un oggetto alla sua mercé.

Non permettiamo che la violenza contro le donne sia strumentalizzata per altri fini e si finisca col perdere la matrice della violenza contro le donne, basata sulla differenza di genere.

Un NO è un NO. Chiunque commetta violenza non si deve sentire legittimato o restare impunito, pensando di trovare scorciatoie e riduzioni di pena.

Iniziamo a cambiare la cultura insieme e lavoriamo su una giustizia piena e certa. Ma soprattutto non lasciamo sole le donne che subiscono violenza.


La violenza di genere è una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione contro le donne che comprende tutti gli atti di violenza fondati sul genere che provocano o sono suscettibili di provocare danni o sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica o economica – comprese le minacce di compiere tali atti – la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica, che nella vita privata.

(Convenzione di Istanbul, 2011)


Avevo pubblicato questo post inizialmente solo sul mio profilo Facebook. Trovo opportuno non perderlo nel flusso dei social e renderlo disponibile anche nel mio blog.

Sempre sul tema:

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Non è solo una questione di forma. Dove sono le donne?

 

Ci ho messo qualche giorno, il tempo di ascoltare e riflettere. Ne è risultata una fotografia interessante del nostro Paese. Spero che avrete la pazienza di arrivare sino in fondo a questo articolo.

Meeting di Comunione e Liberazione 2017. Titolo dell’incontro del 22 agosto: “La Polis al centro della politica”. Una polis rappresentata a metà. Basta uno sguardo d’insieme per capire quanto ascoltano e si confrontano con le donne. Dispiace che nessuno si sia premurato di guardarsi attorno, chiedendosi se non fosse più opportuno ampliare e aprire il tavolo alle donne, invitandone e cercandone almeno una. Non è solo questione di forma, ma di sostanza che nutre certe iniziative e le rende credibili. Avrebbe integrato un gruppo tutto al maschile e fornito finalmente un messaggio diverso. Non è per sterile polemica, è che proprio non ce la faccio più a vedere questi quadretti. Autosufficienza.


Questo è l’impatto di un parterre tutto maschile. Ma scendiamo nel dettaglio.

In apertura il giornalista Giorgio Giovannetti delinea questo quadro: “perdite di 140.000 cittadini ogni anno, con un incremento degli italiani che si trasferiscono all’estero (102.000 nel 2015). I giovani a Roma, Milano, Torino tra i 18 e i 34 anni che vivono a casa dei genitori sono il 92,6% della popolazione. Nel 2030 secondo i demografi ci saranno più abitanti +1,5%, ma si registrerà una diminuzione del 5,6% degli italiani, mentre l’incremento degli stranieri sarà dell’81,1%. L’immagine dell’Italia non sarà quella di oggi. Il Censis parlava di recente di un Paese senza futuro.”

Poi interviene il sindaco di Firenze Dario Nardella, che esordisce parlando di gap generazionale elevato e di sostenibilità del sistema. L’obiettivo è evidenziare le politiche dei comuni per invertire questa tendenza e migliorare la sostenibilità di questi processi demografici.
Come possiamo essere tranquilli, sereni, tracciare una strada certa nell’affrontare le questioni dell’immigrazione, se non abbiamo una strategia chiara sulla natalità e su come oggi giovani coppie possano trovare luoghi, strumenti, condizioni ideali per poter costruire delle famiglie, diventa tutto sballato, finiamo con l’affrontare da una prospettiva completamente scorretta, o comunque limitata questioni che viviamo come un’emergenza addosso a noi come ad esempio l’immigrazione.”

A questo punto mi domando, la questione natalità a quali obiettivi e a quali preoccupazioni risponde? Aiutatemi a capire, sinceramente cosa è che diventa “sballato”? Il computo italiani vs stranieri?

Poi si parla di: social housing (che dal mio punto di vista ha i suoi pregi ma anche i suoi limiti, se si pensa che dipende dal contesto e dai costi abitativi non sempre così “calmierati”) e di gratuità delle scuole materne comunali, senza rette o tasse di iscrizione. “Una scelta chiara. Riguarda tutto il paese, sintonia tra amministratori delle città, deve portare a cambiare quel numero 1,34 bambini per donna, che significa che noi non abbiamo un futuro. Un punto economico, organizzativo, normativo di un sistema che non sostiene le donne come lavoratrici, come mogli, come madri. Ma c’è anche una questione culturale di un Paese che ha smesso di sperare di avere fiducia, di guardare al tema dell’eredità (il tema generale del Meeting 2017 è “Quello che tu erediti dai tuoi padri, riguadagnatelo, per possederlo”).

Tutto ruota intorno alla figura del padre, che trasmette beni e cultura alle generazioni successive. La madre è un fantasma nella storia dell’umanità, eppure anche lei trasmette. Nasconderlo è non riconoscere il contributo femminile, ma ci sta, siamo in un meeting di CL. Meno normale è che nessuno colmi il buco.

“Se tu oggi ricevi una eredità il problema è come la passi alle nuove generazioni, più bella, più importante, ricca.” Il focus è sul delta generazionale. Basta andare nelle scuole per verificare quanto sia reale la dimensione degli stranieri nelle nostre città, o governiamo questi processi o finiremo per subirli. E quando li subiamo nascono gli estremismi, l’odio e l’indifferenza, lo scontro, l’incomprensione. Un grande paese come il nostro deve essere capace di costruire un futuro, deve coltivare l’orgoglio di un progetto di vita, anche di politica generativa.”
La bellezza della famiglia e dei legami familiari, personali, la necessità di incrementare la fiducia nelle relazioni interpersonali, contesto ideale per la nascita e la crescita della famiglia. Nardella è preoccupato dell’incremento dei divorzi, dell’idea di libertà dalle responsabilità, di una società materialista e individualista.

Matteo Ricci, sindaco di Pesaro esordisce: “la paura, finché questo paese continuerà ad essere impaurito, i figli non si fanno. I modelli familiari sono cambiati, ma l’elemento della paura è centrale, un elemento che non è reale. Ci sono stati passaggi più difficili, economicamente, ma era diversa la fiducia. La paura va superata se vogliamo risolvere il calo demografico. Se noi continuiamo a descrivere questo paese come un paese che non ce la farà mai che messaggio di speranza e di fiducia diamo ai nostri figli, ai nostri giovani? Non vuol dire non vedere la realtà. Vuol dire che quel problema si può superare, che il domani potrà essere meglio dell’oggi”.

E qui mi vien da domandare se davvero sia solo un problema di racconto e di narrazione. In pratica dobbiamo raccontare il paese che non c’è? Così si torna a sperare? Ma davvero?

“Rincorrere la rabbia produce paura. Soffiare sulla rabbia produce violenza”.
Il secondo nodo da sciogliere, prima dei servizi, è il lavoro. Le difficoltà a immaginare il futuro dipende dal lavoro. Abbiamo deciso di sostenere la volontà di fare impresa, zero tassazione per i primi 3 anni”.

Giorgio Gori, sindaco di Bergamo, presenta la situazione del 2016: 875 nati, 1.352 morti. Saldo demografico positivo grazie alle 4.668 persone immigrate, non tutti stranieri, la città ricomincia a crescere e a essere attrattiva.
“La famiglia classica padre, madre, figli: 36% del totale. Il 64% è composto da 1 o due persone. A Milano un nucleo familiare su due è composto da una sola persona. Le coppie si consolidano verso i 40 anni ed è alto il tasso di separazione. Questa fotografia ci racconta un’Italia in deficit di speranza. Creare comunità con un clima di fiducia che permetta la costruzione di nuclei familiari. Evidenzia il fatto che “chi ha una vita familiare e che ha dei figli, non è capace di raccontare questa scelta nella sua positività. Per noi che abbiamo questa fortuna è una grande felicità, dobbiamo raccontarlo e non lo stiamo facendo”. In pratica, si consiglia di raccontare quanto è bello “tenere famiglia”.
“Si è diffusa una idea di libertà nella sua dimensione individuale, fare figli è una fatica, un impedimento. Ma noi siamo parte del destino del nostro paese, non siamo solo individui, l’eredità è restituire questo paese alle future generazioni, ma queste ci devono essere per poterlo fare. Ci vuole coraggio, andare al di là degli impedimenti materiali (compito della politica), sentirsi responsabili, dare un domani al nostro paese.” Viene fornito un elenco di tutti i bonus e le misure economiche nazionali o locali a beneficio delle mamme, ma evidentemente non sono sufficienti come rileva Gori.
Ridare autonomia ai giovani, finiscono tardi di studiare, trovano tardi un lavoro, escono tardi dalla famiglia. Si chiude su: “Lavorare sull’occupazione”, con un ovvio elogio del jobs act, e un accenno agli ultimi annunci sulle politiche giovanili (peccato che si è cancellato l’art. 18 e gli sgravi per le assunzioni dei giovani e i vari bonus non sono misure strutturali in grado di scongiurare i licenziamenti dei giovani assunti con detassazioni; oltre alla questione di non generare differenze discriminatorie tra lavoratori).

Matteo Biffoni, sindaco di Prato. 140 etnie, la città attrae da fuori. Grande comunità cinese, “a me questa cosa fa sempre un po’ impressione, abbiamo la terza comunità cinese d’Europa”. Più matrimoni misti. Il 50,6 dei nati è da mamme italiane (34 anni media), il resto da mamme straniere (29 anni media). Dispersione scolastica al 14%. L’inclusione anche ad anno in corso funziona. Il futuro non è più quello di una volta, non mi voglio rassegnare a questo. Aiutare su casa, lavoro, figli.” Positivo l’intervento sulle garanzie in tema di diritti di maternità e di paternità per lavoratori dipendenti e autonomi (sappiamo quanto sinora fatto per equiparare i congedi per la maternità).

Luigi Brugnaro, sindaco di Venezia. Io sono italiano, dobbiamo costruire il futuro. Mi ribello all’idea che il paese sia senza futuro. L’immigrazione non è un qualcosa di ineluttabile. Parla come un fiume in piena: l’immigrazione, miscelare, condividere un percorso, presidiare i confini, blocco navale umanitario. “Ho ritirato i libretti gender dalle scuole. Confusione a tre anni, senza l’autorizzazione dei genitori.” Sostenibilità della famiglia: tirare su figli è una responsabilità, se uno pensa che fa figli solo se può comprarsi la casa col mutuo, mio padre, ecc.” Vi risparmio il discorso sulla “zingara”, la chiusura della moschea, le misure antiterrorismo, sulla cittadinanza italiana e del sentimento nazionale, “gli stranieri ci stanno comprando tutto, le migliori brand aziendali”. Potrei chiudere qui, ma proseguo.

Andrea Gnassi, sindaco di Rimini, auspica un patto con governo centrale che assicuri autonomia organizzativa, fiscale e di investimento ai sindaci. Parla anche di una riforma istituzionale per rispondere ai problemi del territorio.

Tutti sottolineano che la soluzione non è nell’assistenzialismo, ma nel fornire strumenti per coltivare il senso di fiducia verso il futuro.
Tutti rilevano che l’immigrazione contribuisce a rendere meno accentuate le conseguenze dell’invecchiamento della popolazione e a rendere più stabile il saldo demografico grazie ai tassi di natalità più elevati delle donne straniere. Peccato che già da qualche anno si rilevava un calo anche dei nati da genitori di origine straniera.

Fin qui la cronaca del meeting di Rimini.

In parallelo, come prodotto di questo meeting, su numerose testate è rimbalzata la firma di un documento sulla natalità.
Che nello stesso anno a più riprese si debba assistere a questo martellamento e a questo continuo tornare sul tema della natalità, fecondità lo trovo emblematico.
A Rimini, 7 sindaci, 7 uomini hanno firmato un “piano strategico per la natalità” volto a incrementare il numero da 1,34 a 2 figli per donna. Vediamo nel dettaglio di cosa si tratta.
Il documento ha il seguente titolo: “Le città e la sfida demografica per una politica generativa – Impegnare il Paese su nascite, welfare, anziani”.
Cosa intendiamo per politica generativa? Visto il martellamento sul tema natalità e gap generazionale sembrerebbe che si stia parlando di questo. Ma approfondendo c’è un precedente, qualcuno che ha coniato questo termine, che ha un senso un po’ più ampio.

Guglielmo Minervini, scomparso prematuramente un anno fa, amministratore e politico pugliese, ne parlava così:

“La politica generativa è quella che si crea quando l’amministratore smette di chiedersi “quante risorse stanzio” e inizia a chiedersi “quante risorse attivo”, di qui il suo nome.” Una visione della politica nata nella mia Puglia, “Lo Stato e il Partito – si legge nella quarta di copertina del volume di Minervini (La politica generativa. Pratiche di comunità nel laboratorio Puglia. Carocci, 2016) – non sono più sovrani e la società ha imparato a operare in autonomia, come una immensa rete di scambi che innescano processi creativi di trasformazione. Se la politica vuole recuperare efficacia deve trasformarsi in un dispositivo che aiuta le persone a condividere una comune visione di futuro, valorizzando il capitale di energie e competenze, passioni e tempo. È questa, per Guglielmo Minervini, la politica generativa: una piattaforma in grado di attivare il cambiamento e di incidere sul corso degli eventi, sperimentando nuove pratiche di comunità. Perché la politica generativa è soprattutto una politica che crede nelle persone”.

Torniamo al documento siglato a Rimini.
La richiesta e l’obiettivo:

“Insieme al Governo nazionale, agli studiosi, alla società civile e al mondo dell’associazionismo lanciamo dalla cornice del Meeting di Rimini una sfida ambiziosa al Paese: lavorare insieme sulla sfida demografica e impegnarsi nell’adozione di un Piano Strategico che abbia l’obiettivo di incrementare l’attuale livello di natalità da 1,34 a 2 figli per donna, al fine di garantire il ricambio generazionale e quindi il futuro del nostro Paese. Chiediamo a tal fine l’impegno di maggiori risorse economiche, da reperire attraverso l’efficientamento e razionalizzazione della spesa pubblica.”

7 brillanti amministratori, 6 di centrosinistra e uno di centrodestra, che nel corso del meeting si gongolano di aver ciascuno contribuito egregiamente a incrementare le nascite, avendo tutti da due a cinque figli. La progenie, l’eredità dei padri, la dinastia assicurata.
Insomma, tutti buoni padri di famiglia, con il sindaco di Cittareale, Francesco Nelli, che si domanda “a chi lascio mio figlio se mia moglie deve andare a fare una ecografia e io devo andare in Comune?”
Il documento contiene i seguenti punti:

1. la promozione di una corretta campagna comunicativa, scevra da approcci ideologici, per informare su tutti i servizi e i mezzi di sostegno alle famiglie;
2. maggiori incentivi fiscali ed economici per i neo genitori, che rafforzino le iniziative degli ultimi Governi;
3. la creazione di un sistema di welfare che offra diritti di maternità e paternità a tutti i lavoratori, anche non dipendenti;
4. il miglioramento della conciliazione tra vita familiare e professionale ed un’organizzazione del lavoro più funzionale ed attenta alle nuove esigenze lavorative dei genitori, con l’obiettivo primario di agevolare una maggiore partecipazione delle donne al mercato del lavoro, elemento decisivo per una ripresa della natalità;
5. un maggiore investimento, in collaborazione con l’associazionismo e il privato sociale, nei servizi di assistenza agli anziani non-autosufficienti, il cui carico di cura è oggi in larga misura sulle spalle delle famiglie e in particolare delle donne, costituendo un fattore di allontanamento di queste ultime dal mercato del lavoro;
6. la riduzione delle spese delle famiglie per l’iscrizione e la frequenza alle scuole dell’infanzia, grazie a maggiori investimenti pubblici e privati nei servizi all’infanzia;
7. l’attivazione di politiche per l’emancipazione e l’autonomia dei giovani, a partire da misure che ne favoriscano l’inserimento e la stabilità occupazionale;
8. l’ampliamento della platea interessata dal Reddito di Inclusione, a comprendere quella vasta porzione di giovani che versa oggi in condizioni di povertà;
9. la trasformazione, in tutte le medio-grandi città, di vecchi immobili pubblici in social housing e nuove forme di abitazione a sostegno di famiglie e giovani genitori e la sottoscrizione di accordi territoriali, promossi dai Comuni, finalizzati ad incrementare l’offerta di alloggi a canone convenzionato destinati ai giovani e alle giovani coppie;
10. l’attivazione di asili, condomini e servizi di domicilio condiviso per una vera convivenza generazionale che, sull’esempio di alcune realtà già presenti nel nostro Paese, porti a dialogare le esperienze della popolazione anziana e la vivacità dei più giovani;
11. una maggiore collaborazione e sostegno alle iniziative dell’associazionismo e del privato sociale nell’assistenza agli anziani;
12. il varo di un piano nazionale per l’inserimento sociale degli immigrati economici, basato sulla formazione e sul lavoro, che faccia tesoro delle positive esperienze locali che hanno accompagnato l’impegno di accoglienza che tenga conto delle effettive esigenze del sistema produttivo nazionale e delle capacità di accoglienza in generale.


Per quanto ho potuto visionare del documento, si tratta di un testo molto semplice, nessun approfondimento o nota bibliografica, citazioni di esperti, crediti. I contenuti, pur se interessanti, sono un generico proposito, una dichiarazione d’intenti, poco contestualizzata. Dovremmo pensare ad esempio a come stabilizzare i giovani in presenza di contratti sempre più precarizzanti e di come non creare ulteriori conflitti generazionali in tema di lavoro e di previdenza. Insomma, un po’ di coerenza e onestà non guasterebbe. Nessuna copertura, nessun accenno alle risorse se non l’auspicio di poterle “reperire attraverso l’efficientamento e razionalizzazione della spesa pubblica”. Nemmeno la spending review ha frenato l’aumento del debito pubblico, per cui possiamo immaginare che nel nostro prossimo futuro non navigheremo nell’oro.
Io che mi aspettavo di reperire nel documento le collaborazioni di cui si erano avvalsi per stilarlo, mi sono trovata di fronte a un semplice elenco, avente a corredo più o meno le stesse considerazioni espresse al tavolo del meeting.
Uomini che discettano su cosa fare per le donne, assenti dal dibattito e dalla elaborazione di idee, quasi si consideri scontata la loro opinione, la loro scelta, il loro ruolo. “Perché mai le donne non dovrebbero concordare con noi 7?”, si saranno chiesti i sindaci. Perché mai le cose non cambiano diciamo noi. Ecco perché non cambiano, perché tutto si decide sulle nostre teste e sulle nostre vite, come a farci un favore di esonerarci dall’uso delle nostre teste e dall’esercizio del nostro libero arbitrio. Non è concepibile che le donne possano autodeterminarsi e fare progetti come soggetti autonomi e non legate alle loro funzioni biologiche e riprodutive.
Due, donne, due figli, almeno due per garantire il futuro della “razza italica” come Patrizia Prestipino si premurava di dire qualche giorno fa.

Parla da sé il fatto che a nessuno di questi 7 sindaci uomini sia venuto in mente di coinvolgere qualche donna con incarichi istituzionali, qualche donna esperta su questi temi, una consigliera di parità, qualche attivista. Nessuno che abbia avvertito l’assenza e la parzialità di questo atto e meeting. Nessuno che abbia avvertito l’esigenza di confrontarsi con l’altra parte in causa, le donne. Perché i figli ancora si fanno e si crescono in due, quindi la scelta e le condizioni vanno valutate sia per gli uomini che per le donne. Vista così sembra ancora una roba tutta sul groppone delle donne. È come se si sostenesse, “noi aggiustiamo qualche dettaglio e poi le donne accetteranno di buon grado di figliare”. È come se si stesse dicendo, noi facciamo il piano, lo firmiamo e poi voi lo concretizzate come vi chiediamo e vi suggeriamo noi. Un approccio paternalistico se vogliamo inquadrare l’impressione trasmessa da questo meeting e da questo documento declinati al maschile. Che nessuno si sia premurato di chiedere una condivisione dei contenuti di questo documento con le donne, citate solo come coloro che devono poi praticamente fare almeno due figli. Oppure è avvenuto, dove è avvenuto? Il documento è stato presentato già pronto, blindato, come si usa fare tra decisori democratici. Forse si prevede in futuro un lavoro insieme alle donne?

La mia preoccupazione è comprendere la ratio dell’impostazione generale, che a mio avviso non avrebbe dovuto partire dall’obiettivo di due figli per donna, ma da come incrementare la partecipazione delle donne in ogni ambito della vita di questo Paese.
Per quanto riguarda la collaborazione alla redazione del documento, ipotizzando che ci siano state anche figure femminili, non citate e non esplicitate in esso, perché non si è avvertita la necessità invitarle al dibattito del meeting? Mi sembra che il palco del potere che decide sia sempre e solo abitato da uomini. Questo rende anche i buoni propositi del documento un po’ meno credibili.
Perché quando ci sono le occasioni pubbliche di confronto nei partiti, si alzano trincee e non si ascoltano i suggerimenti e gli spunti critici? A cosa serve la partecipazione e l’attivismo delle donne nei partiti e nella politica se poi dobbiamo essere trattate come mere esecutrici e comparse?

Ciò che preoccupa è l’impostazione, già finalizzata a un obiettivo superiore: fare figli, farne almeno due. Questo è ciò che stride: l’interesse prioritario. 

Eppure si può affrontare le cose da un altro punto di vista, proprio perché Gori accenna al fatto che i compiti di cura, specie degli anziani, pesano maggiormente sulle donne (disequilibrio dei carichi familiari).

Li vedo con il pallottoliere alla mano che cercano di calcolare quanti pupi dobbiamo generare per riequilibrare il trend demografico. Che qualcuno si sia premurato di darsi uno sguardo attorno. Che qualcuno si sia degnato di leggere le raccomandazioni che da più parti arrivano, tutte dedicate all’empowerment delle donne e volte a incrementare la loro presenza attiva nella società e nell’economia. La natalità è un di cui, se le donne (e gli uomini) stanno bene, hanno una condizione di vita stabile e non precaria, forse saranno più propensi a far figli, ma anche no, perché non è una scelta obbligata. Non è solo una questione di retribuzioni dei trentenni (-12% rispetto alla media nazionale, nel ’77 erano +3%) ma delle prospettive negative sul futuro. Avete mai avuto a che fare con periodi in cui il lavoro non c’è e se ne cerca un’altro, certi che molto probabilmente, salvo miracoli, sarà anche quello precario, ammesso che lo si trovi? Un figlio può peggiorare ulteriormente questa precarietà, non esserne consapevoli significa essere sprovveduti.
È una scelta obbligata quella di coloro che da anni sono costretti a dimettersi per problemi di work life balance oppure che perdono il lavoro dopo la nascita del figlio o sono costretti in situazioni di precarietà. Forse andrebbero fornite alternative. La natalità può essere un argomento rilevante, ma posto così, col calcolatore alla mano mi sembra più un esercizio di pura matematica e di demografia a tappe forzate.
Non servono solo più nidi, per un buon equilibrio vita privata-lavoro occorre flessibilità (non schiavismo e lavoro gratis senza orario), che nell’ambito lavorativo si traduce in due comportamenti: la possibilità di modulare l’orario di servizio e il luogo di lavoro. È questa la ricetta che può permettere alle donne di continuare la carriera professionale dopo aver avuto un figlio, secondo una ricerca pubblicata sulla rivista scientifica «Human Relations». Ma io aggiungerei che occorrerebbe permettere flessibilità anche agli uomini, assegnando loro crescenti e pari responsabilità e compiti di cura.

“I ricercatori del dipartimento di sociologia dell’Università di Kent hanno dimostrato che conciliare le soddisfazioni sul posto di lavoro con il desiderio di allargare la famiglia è possibile, purché nei confronti delle donne si adotti un atteggiamento meno rigido riguardo al tempo trascorso di fronte al pc e al luogo da cui ci si connette.”

Interessante il lavoro della Commissione Europea con la proposta di direttiva sul work life balance, per preservare i diritti esistenti e delinearne di nuovi sia per gli uomini che per le donne. La proposta mette al centro l’individuo in quanto lavoratore e genitore/caregiver. Non si parla solo di “mamme”, si affrontano i compiti di cura in maniera sistematica e complessa. Ne avevo parlato qui.

Da qualche anno si sta spingendo al finanziamento del welfare aziendale e su misure di conciliazione nei luoghi di lavoro. A mio avviso c’è bisogno di un forte intervento statale, centrale, stringente su flessibilità, su prevenzione e contrasto di abusi su orari/mansioni e incentivi certi per misure di conciliazione in ogni settore. Insomma garantire una flessibilità a tutti, non solo a categorie e settori volenterosi e privilegiati. Solo l’azione statale può riequilibrare le disuguaglianze e garantire pari trattamento e pari retribuzioni.

Se non consentiamo di modulare diversamente i tempi di lavoro e della città avremo sempre di fronte condizioni svantaggiose e demotivanti. Soprattutto occorre che i decisori si impegnino e capiscano finalmente che occorre un riequilibrio uomo-donna nei compiti di cura e di assistenza, perché i servizi esterni non sono sufficienti e a casa continua ad esserci una differenza, che seppur in flessione negli ultimi anni, stenta a colmarsi.

Secondo il report Onu del 2017, sugli obiettivi di sviluppo sostenibile entro il 2030, “le donne continuano, infatti, a impiegare più del triplo del tempo rispetto agli uomini nella cura della casa e dei figli. “Il tempo impiegato per i lavori domestici non retribuiti e la cura dei figli – scrive l’Onu – sconvolge la capacità delle donne di impegnarsi in altre attività, come l’istruzione e la formazione”. Un problema che riguarda, allo stesso modo, sia i Paesi considerati in via di sviluppo, sia quelli che l’evoluzione, anche su questi temi, avrebbero dovuto già raggiungerla.”

Nel documento dei sette sindaci è positivo che si parli di genitorialità e di paternità, con un cenno alla necessità di “agevolare una maggiore partecipazione delle donne al mercato del lavoro, elemento decisivo per una ripresa della natalità”. Ma allora perché non invertire l’impostazione? Perché non fare un patto focalizzato su come incrementare la partecipazione delle donne in ogni ambito e soprattutto come farle entrare e permanere nel mondo del lavoro? Come assicurare a uomini e donne condizioni di vita dignitosi, prospettive migliori insomma. Porla così è utile, vederla finalizzata alla natalità un po’ meno, perché sembra che sia lì l’interesse e non sul benessere di uomini e donne. Vogliamo colmare i gap di genere, i gap salariali e bloccare i trattamenti discriminatori. I figli arriveranno se avremo accordato la giusta attenzione a questi aspetti.

Il documento siglato dai sette sindaci precisa che: “Siamo ben consapevoli che qualsiasi contributo della politica e delle istituzioni non può – e non deve – sostituirsi alle decisioni personali in merito alla costruzione di nuove famiglie e alla scelta di avere figli. Ma, allo stesso modo, è dovere della buona Politica lavorare per garantire le migliori condizioni generali al soddisfacimento delle aspirazioni e dei desideri dei concittadini.”

Scusate, ma non è detto che le aspirazioni e i desideri dei/delle cittadini/e abbiano a che fare per forza con la genitorialità e la formazione di una famiglia.

In vista della prossima Conferenza Nazionale sulla Famiglia del 28 e 29 settembre, si è sollecitata l’azione di Comuni e Città Metropolitane per dare visibilità a quanto realizzato in materia di politiche per le famiglie. Il documento dei 7 sindaci si inserisce in questo quadro di impegno oppure è un’azione estemporanea e non si pone all’interno di in un progetto che poi possa avere una sua concretizzazione?

Sarò grata a chi vorrà rispondere ai miei quesiti. Soprattutto perché non si può continuare a fare proposte estemporanee e non strutturate, che poi non possono essere realizzate.

Sembra che in Italia l’interesse sulle donne sia sempre e solo legato alla loro capacità riproduttiva. E ora che facciamo? Ci teniamo anche questa?

Vorremmo che finalmente cambiasse radicalmente l’atteggiamento che il potere ha nei confronti delle donne. Ricordando che le pari opportunità tra uomini e donne prevedono l’assenza e quindi la rimozione di ogni ostacolo alla partecipazione economica, politica e sociale. In ogni occasione. Grazie.

Mai genuflessa,

Simona Sforza

 

p.s.
Vi consiglio di ascoltare i due interventi del sindaco Brugnaro e poi riflettere sul fatto che costui sia tra i firmatari del documento.

 

Per approfondire:

Censis 2016: http://www.repubblica.it/economia/2016/12/02/news/censis_l_italia_bloccata_che_non_investe_piu_torna_a_tuffarsi_nel_sommerso-153253818/

http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Rapporto-Censis-dice-Italia-in-letargo-collettivo-non-sa-piu-progettare-il-futuro-8a1b54c3-8b48-4eff-bbfb-acf48d434793.htmlhttp://www.censis.it/5?shadow_evento=121147

Anci – Conferenza Nazionale sulla Famiglia del 28 e 29 settembre:

http://www.anci.it/index.cfm?layout=dettaglio&IdSez=821213&IdDett=61503

http://www.anci.it/Contenuti/Allegati/Lettera%20Monitoraggio%20dei%20servizi_interventi%20attivati%20nei%20Comuni%20a%20valere%20sui%20fondi%20delle%20Intese1.pdf

Flessibilità:

http://www.lastampa.it/2017/08/23/societa/mamme/la-flessibilit-permette-alle-donne-di-mantenere-il-posto-di-lavoro-dopo-il-parto-7YcVWdQnPJx1JRbUpjYc9H/pagina.html

http://www.alleyoop.ilsole24ore.com/2017/08/10/suistainable-development-goals-2017-ancora-troppa-violenza-e-soffitti-di-cristallo/?uuid=106_uBhj4ddr

La registrazione video del meeting del 22 agosto:

https://www.radioradicale.it/scheda/517797/meeting-di-rimini-2017-la-polis-al-centro-della-politica-workshop-con-sindaci-italiani

Giulia Siviero sullo stesso tema:

http://www.ilpost.it/giuliasiviero/2017/08/25/politica-genrativa-nardella-due-figli-per-donna/

Sempre al meeting, la vicenda che ha visto protagonisti il sindaco Nardella e il sindaco Brugnaro:

http://firenze.repubblica.it/cronaca/2017/08/22/news/nardella_e_lo_scherzo_discutibile_all_urlo_di_allah_akbar_polemiche_e_scuse_sui_social-173638337/

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Violenza di genere. Lettera aperta al Quotidiano Avvenire


Spettabile quotidiano Avvenire e spettabile Direttore,
ci permettiamo di inviarvi alcune riflessioni in merito ai contenuti di un articolo pubblicato online lo scorso 18 agosto.
Daniele Novara, pedagogista, scrive un articolo denso di stereotipi e di misoginia, portatore di una lettura della violenza contro le donne che non fa altro che colpevolizzarle, addossando le responsabilità a figure materne opprimenti e “soffocanti”.
Proprio così, si parla di un eccesso di ruolo materno, di un desiderio di “eliminazione della figura femminile” che nasce da questa figura materna oppressiva. Non ci stiamo a questa ricostruzione e a questo spostamento delle responsabilità ancora una volta sulle donne.

“Liberare i bambini dall’eccesso di soffocamento materno. Viviamo un eccesso di ruolo materno, di cura, di controllo. Le madri a volte soffocano i figli. Fuori dal lettone dopo i 3 anni; giù dal passeggino a 4 anni; via il pannolino a 2 anni; autonomia nelle pratiche di pulizia personale dai 5/6 anni. I bambini vanno liberati. So di madri che, per eccesso di zelo e di controllo, curano l’igiene del figlio di 9 anni e lo tengono nel lettone con sé, e non si rendono conto di mantenere il proprio bambino in una situazione di ambiguità, anche un po’ morbosa, in cui il piccolo fatica a sviluppare autonomia e vive situazioni che possono essere fonte di umiliazione e frustrazione profonda. Il desiderio, poi, di eliminare la figura femminile può nascere anche da qui.”

Pedagogia e neuroscienze ci hanno aiutato a diffidare della “ricetta” per crescere il bambino “perfetto” e ci hanno rivelato la complessità dell’opera educativa a fronte dell’unicità di ogni essere umano. Ciascun individuo è un universo in fieri, con un suo percorso evolutivo, con una sua irripetibile e inimitabile soggettività. Dall’esperienza di genitori sappiamo che i bambini non sono tutti identici e che non è detto che a pari età corrisponda lo stesso livello di sviluppo. Ci chiediamo inoltre perché si faccia riferimento unicamente alle influenze sullo sviluppo della personalità e delle relazioni del figlio, maschio. Esiste quindi una differente ricaduta sulle figlie, si prevede una educazione differente a seconda che si tratti di un figlio o di una figlia? Su questa dicotomia, suggerita dal ragionamento del pedagogista, forse occorrerebbe riflettere maggiormente. Non dovremmo avere un comune obiettivo di crescere figli, che siano maschi o femmine, capaci di relazionarsi all’insegna del rispetto, rifuggendo ogni forma di violenza o di sopraffazione dell’altro/a?
Peccato che anni di approfondimenti, studi e riflessioni femministe abbiano dimostrato che le radici della violenza risiedono proprio in una cultura di stampo patriarcale, che viene replicata in famiglia da modelli secolari in cui la figura maschile è dominante, assoluta, in cui le relazioni non sono paritarie e i conflitti si risolvono con abusi ai danni della donna.
Pensiamo davvero che basti la formula “più padri”, “che incentiva l’autonomia, che stimola l’esplorazione della vita e valorizza la fatica del crescere senza diventare dispotico”? Pensiamo che “La virilità è una questione di argini, limiti, sponde, coraggio e avventure. Aiutarli a litigare bene” sia la soluzione? Sappiamo cosa reca con sé la parola “virilità” nella nostra società, il modello maschile a cui si guarda e che si trasmette da generazioni e che tante responsabilità ha in termini di aspettative obbligate e ruoli.
L’impasto in cui i figli, maschi e femmine, crescono e con cui vengono alimentati produce una visione distorta dei rapporti tra i due generi, così in parallelo si consolidano stereotipi e ruoli di genere. La corresponsabilità in tema di educazione dovrebbe essere chiara al pedagogista, che purtroppo separa e distingue ancora troppo ruoli e compiti di madri e padri.
In assenza di un lavoro di rimozione di cliché e paradigmi maschilisti, su questa cultura patriarcale che madri e padri replicano e trasmettono attraverso le loro espressioni e interazioni quotidiane, il pedagogista Novara dovrebbe spiegarci quale tipo di cultura e di azione preventiva della violenza possa passare da generazioni di maschi convinti di essere un modello di perfezione, tutto dominio, controllo e possesso.
Dovrebbe farci comprendere meglio cosa può trasmettere una famiglia imbevuta di stereotipi e di errori/difficoltà relazionali.
La famiglia in questo articolo diventa la soluzione e l’argine di un fenomeno che viene nuovamente relegato a una questione privata, familiare.
Abbiamo fatto tanta fatica affinché l’intera comunità, società si assumesse le sue responsabilità di fronte alla violenza contro le donne ed ora ci vogliono far tornare indietro, riducendo tutto a una questione di educazione familiare, intima, interna all’ambito domestico dove sappiamo che avvengono la maggior parte degli episodi di violenza. L’esempio familiare è importante, ma non è assolutamente sufficiente.
La violenza di genere non è una questione “privata” ma pubblica, politica, che va affrontata a più livelli e che deve coinvolgere più attori all’interno della società. Nessuno può sottrarsi a questo impegno, altrimenti tutti gli interventi saranno zoppi e inefficaci.
Conosciamo benissimo l’ostilità pregiudiziale di un certo mondo ad interventi educativi e preventivi a scuola. Ma senza l’intervento sistematico e capillare nelle scuole di ogni ordine e grado, volto a modificare la cultura alla base della violenza di genere, non estirperemo le radici della violenza. Occorre l’azione di un soggetto o più soggetti terzi, esterni alla famiglia, che non può essere monade, nucleo chiuso e impermeabile alla società. La famiglia deve essere supportata dall’esterno e collaborare con l’esterno.
Così come non sono sufficienti politiche repressive, leggi che intervengono a posteriori, ma è necessaria una adeguata preparazione di magistratura e forze dell’ordine. La violenza va prevenuta e contrastata a 360°.
Per questo occorre convincersi del fatto che non si può più rinviare un lavoro di prevenzione nelle scuole e in ogni contesto in cui sin dai primi anni si definiscono relazioni e si formano le personalità dei futuri adulti. Un intervento educativo che non può essere unicamente rivolto ai maschi, ma deve riguardare anche le femmine, affinché si diffonda una cultura del rispetto delle differenze di genere, fuori da gabbie di genere e da modelli maschili e femminili intrisi di stereotipi. Dobbiamo lavorare a una società fondata sulla parità e sulla cultura dell’ascolto, del rispetto, dell’accoglienza delle multiformi modalità di essere uomini e donne. Se riusciremo a realizzare un percorso di crescita che contempli tutto questo avremo finalmente intaccato ciò che alimenta violenza e discriminazioni di genere.
Un approccio che guardi alla famiglia come l’unica agenzia educativa responsabile della maturazione degli individui, è sintomo di una mancanza di comprensione della violenza e delle sue cause. L’educazione deve prevedere responsabilità molteplici e deve coinvolgere più entità, rivolgendosi ai bambini sin dalla prima infanzia, fornendo strumenti di decodificazione della realtà e di costruzione paritaria delle relazioni. Non è semplicemente insegnare ai maschi come “litigare bene”, perché sappiamo che le forme di violenza sono molteplici, in alcuni casi meno visibili (violenza psicologica ed economica per esempio) e la violenza non è riducibile a questo aspetto. Prevenire e contrastare la violenza è un impegnativo lavoro volto a modificare equilibri e modalità relazionali, ruoli sociali e familiari, modelli di riferimento, stereotipi di genere, aspettative sulla base del genere di appartenenza.
Insomma, occorre decostruire e superare il genere come complessa costruzione culturale, con tutti gli incasellamenti che ne conseguono nel “maschile” e nel “femminile” tipici di ciascun contesto storico-culturale, con le relative funzioni sociali ad essi legati/attribuiti/assegnati. Le aspettative comportamentali e funzionali assegnate al genere hanno ricadute anche nelle relazioni e nel modo di rapportarsi con gli altri. Solo così potremo rimuovere desideri e manie di possesso, di controllo, di proprietà, e quel binomio distruttivo amore-violenza ancora tanto diffuso. Ripetiamo, è un lavoro da fare sia su maschi che femmine, perché la relazione non è composta da un solo individuo, perché sappiamo che pezzi di cultura patriarcale purtroppo sono interiorizzati anche dalle donne. Un cammino da compiere insieme, a tutti i livelli sociali e istituzionali.
Ci auguriamo che si comprenda come il tema della violenza contro le donne meriti e necessiti di essere affrontato in maniera più ampia e meno stereotipata.

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Dietro la maschera delle dimissioni volontarie

Anna Parini


Oggi torno a scrivere dopo la pausa estiva, lontana dal pc, ma non per questo lontana dalle notizie che si sono susseguite. Notizie più o meno edulcorate o omesse del tutto dai media. Non potevo non fare una carrellata e una riflessione.

Non è un numero in flessione, bensì nel 2016 si è registrata una crescita del 12% rispetto al 2015. Si tratta del numero di dimissioni “volontarie” delle lavoratrici madri e dei lavoratori padri (la relazione annuale e un articolo qui). Notevole l’incremento della Lombardia passata a 8.850 dimissioni nel 2016 rispetto alle 6.947 del 2015.

La maggior parte sono donne. Risulta ancora più vantaggioso lasciare il lavoro che restare, risultano in aumento i casi in cui è una scelta obbligata, dettata da un contesto ostile e che fa fatica a tenere dentro al mondo del lavoro chi deve svolgere un compito di cura e non ha sostegni.

Ogni anno continuo a sperare che questo numero sia sempre più basso e invece così non è.

Continuo a sperare che oltre gli addetti ai lavori e qualche giornalista attenta ci si interroghi.

Ci si interroghi su quel 79% di madri che decidono più o meno volontariamente di lasciare il proprio impiego.

Perché nonostante i bonus e i grandi proclami di attenzione sul tema della conciliazione a quanto pare siamo in un Paese tremendamente indietro, che non consente alle donne una reale e agevole partecipazione al mercato del lavoro. Che se non si ha il privilegio di un lavoro che “aiuta” e non si ha un welfare familiare che sostiene non c’è grande scelta. Qualcuno si dovrà sacrificare. E sono ancora le donne in maggioranza.

Come evidenzia bene il Rapporto ombra 2017 sull’applicazione della Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione della donna (CEDAW):

Il Governo dal 2015 ha erogato diversi bonus (bonus bebè, bonus mamme domani nel 2017 senza vincoli di reddito, bonus asilo nido). Tali misure, pur essendo di sostegno al costo dei figli, non sono sufficienti perché non vi sono reali investimenti per aumentare e migliorare la diffusione dei servizi per la prima infanzia, ed escludono anche buona parte delle mamme immigrate che hanno un tasso di fertilità più alto.
Dopo la maternità continuano a lavorare solo 43 donne su 100 per difficoltà di conciliazione: per mancanza di servizi in prossimità, rigidità degli orari di apertura e costo elevato o per effetto di “mobbing post partum”, costrette a dare le dimissioni.

(…)

La cosiddetta “convalida delle dimissioni“, è la misura introdotta per evitare le “dimissioni in bianco” (ex Dlgs 151/2001 e dal Decreto legislativo n. 151/2015, ndr). Tuttavia per ingannare l’attuale disciplina delle dimissioni telematiche, accade che alcuni datori di lavoro impongano alla lavoratrice di consegnare il codice “pin Inps”, così l’azienda possa compilare le dimissioni al posto della lavoratrice e se questa rifiuta, scattano diverse forme di ricatto.
Gli uffici del Ministero del lavoro possono intervenire con la procedura di mancata convalida in caso di sospetto di irregolarità, ma in totale sono 12 (nel 2016, ndr) per tutto il territorio nazionale, dimostrando un controllo del tutto inadeguato della situazione.


Per alcune è sufficiente aver regolamentato il contrasto alle dimissioni in bianco, prassi superata da una realtà ben più articolata e complessa, che prevede una scelta obbligata ma che avviene nell’alveo della legalità e di una anormalità normalizzata. Come abbiamo visto e sperimentato esistono vari modi per “pressare” una dipendente, accade alle donne in quanto donne. Un gioco di equilibrismi che non regge alla quotidianità e a una vita che non prevede soluzioni per tutti. E davvero sembra che questa emorragia dal mondo del lavoro scompaia di fronte alla promessa di oboli senza tetto di reddito, una pioggia che non cura i problemi e disperde risorse che potrebbero essere adoperate per soluzioni in grado di intervenire in quella landa semideserta del sostegno alla genitorialità. Se solo si conoscessero i numeri dei posti disponibili nei nidi pubblici e i costi dei privati forse apparirebbe più chiaro il motivo per cui il bonus nido sia una scelta più acchiappavoti che altro.

L’occupazione femminile interessa solo sporadicamente, per lavarsi la coscienza e come scusa per un Pil che cresce troppo lentamente, nonostante si gioisca anche dei lievi rialzi. Abbiamo spesso una istruzione elevata ma in questo paese vale poco e le competenze/specializzazione valgono poco se si deve navigare in un sistema che privilegia altri fattori. Lo sappiamo che il sistema è truccato e a un certo punto si smette di credere in un meccanismo meritocratico che non sempre c’è.

Insomma, ogni tanto si propone qualche prebenda e mancia elettorale e tutti contenti.

Ammesso che si siano fatti bene i loro calcoli propagandistici. Io penso di no.

Penso che nessuna donna scelga a cuor leggero di lasciare il proprio impiego. Le ricadute negative non sono solo nell’immediato, ma anche nel lungo periodo. E relegare i numeri delle dimissioni volontarie fuori dalle notizie più rilevanti indica un chiaro obiettivo: far finta che tutto vada per il meglio, raccontare di uno stato attento e vicino alle donne, purché madri. Pensare positivo non ci consentirà automaticamente di riuscire a riottenere il nostro lavoro. Suggerirci che in qualche modo ce la faremo non ci aiuterà perché basterà guardare cosa significa riuscire a conciliare e che questa opportunità sarà direttamente proporzionale al nostro reddito con il quale pagare servizi di baby sitting e doposcuola o alla disponibilità full time di nonni o affini. Basta recarsi all’uscita delle scuole.

I tempi della città e quelli del lavoro scollegati e da ripensare e reimpostare.

Tempi biblici di viaggio casa-lavoro, mezzi pubblici spesso inadeguati, servizi con orari incompatibili. Quando si parla di condivisione dei carichi/impegni familiari occorre pensare che contesti lavorativi sempre più deregolamentati e soggetti a variazioni e imprevisti rendono questo obiettivo una corsa ad ostacoli, gli equilibrismi si fanno doppi e non è detto che le cose migliorino e che si compensino. In questa Babele lavorativa ci siamo tutti, uomini e donne. Orari e impegni suscettibili di emergenze che diventano quotidiane, richiedono una resistenza onerosa, che in presenza di retribuzioni basse e prospettive future stagnanti, in assenza di un welfare familiare e di uno pubblico adeguato, rende più auspicabile uscire piuttosto che restare sulle montagne russe.

Consideriamo tutte le ricadute su di noi e sui figli di uno stile di vita che non lascia spazio oltre la dimensione lavorativa. È una riflessione che al di là dei figli dovremmo fare. Questo vortice come ci fa sentire? È il senso unico e pieno della nostra esistenza? Anche chiedere ai nostri figli di rincorrere questi tempi sin dalla nascita è l’optimum? Non fermarci mai forse ci aiuta a non accorgerci di cosa siamo diventati, con la stanchezza che giustifica ogni assenza.

Qual è la funzione del lavoro? Cosa siamo oltre che lavoratori consumatori di tempo e di beni materiali? Chiaramente questo sarà il modello che trasmetteremo ai nostri figli, non potremo farne a meno perché questo sarà il prototipo di vita. Cosa produrremo di nostro per noi stessi, in grado di darci un senso e una dignità in quanto persone, esseri umani, cittadini? Un senso che non deriva dal lavoro e non può chiudersi e completarsi in esso. Attenzione perché poi anche i diritti umani o civili potrebbero decadere o indebolirsi in assenza di un lavoro. Su nuovi equilibri e modelli occorre lavorare e riflettere.

Lisa Gattini suggerisce a proposito di partecipazione femminile nel mondo del lavoro:

“Dunque come invertire questa tendenza? Diverse le azioni possibili: promuovere una cultura di genere, delle pari opportunità a partire dai trattamenti retributivi, da una contrattazione della conciliazione, dal ridimensionamento della flessibilità in ambito di lavoro festivo; consolidare le reti dei servizi territoriali a favore della occupazione femminile e il sostegno al reddito per le famiglie mono genitoriali e non; istituire luoghi di ascolto preventivo per le donne che intendono dimettersi, per valutare assieme a loro tutte le residue possibilità prima di questa decisione che impoverisce prima di tutto loro ma anche noi intesi come collettività. Le dimissioni non sono una questione privata.”

Le dimissioni non sono una mera questione privata, lo diventano quando c’è il deserto e quando la politica fa finta di sostenere la genitorialità. E quel voler gettare il peso della decisione e degli oneri sulle donne.

Non gonfiate il racconto sull’occupazione femminile. Sappiamo che quel picco storico è costituito principalmente da precariato e da lavoratrici over 50. Per non parlare di part time involontario, livello di impiego medio-basso e gap salariale delle donne, che può raggiungere anche il 25%.



Nell’Ue le donne sono ancora sotto rappresentate nel mercato del lavoro. La perdita causata dal gender employment gap è stimata in 370 miliardi di euro all’anno.

Nel 2015 il tasso medio di occupazione delle donne tra i 20 e i 64 anni nei 28 paesi Ue era pari al 64,3% rispetto al 75,9% di quello degli uomini, un gap dell’11,6%. Gli unici Stati membri con un gender employment gap inferiore al 5% sono Finlandia, Lituania, Lettonia e Svezia.

In coda con un gap superiore al 15% ci siamo anche noi: Repubblica Ceca (16.6%), Romania (17,5%), Grecia (18%), Italia (20%) e Malta 27.8%. La causa: la bassa partecipazione delle donne al mercato del lavoro in questi paesi.

Sappiamo che per innalzare il tasso di occupazione è necessario innalzare il tasso di occupazione femminile.

Ma l’attenzione langue, al di là degli annunci riguardanti i record di occupazione femminile.

Siamo arrabbiate perché ci avete preso in giro ancora una volta, uno schiaffo alle nostre storie che non volete ascoltare. Uno schiaffo quando ci dite che per noi non c’è spazio e ci colpite nonostante sappiate quanto dolore abbiamo dentro anche a distanza di anni da quella firma “consensuale” con cui ci hanno chiuso la porta in faccia. Ringrazio in particolare modo le donne che si sono alacremente dimostrate indifferenti e pronte a pugnalare. Avete venduto anche l’anima. Ma il fango che avete sparso non vi è servito a silenziarmi.

Il primo passo fondamentale è iniziare dalla parità delle retribuzioni tra uomini e donne, con stipendi a misura equa del lavoro svolto, con donne non più sottopagate, con a disposizione entrate in grado di consentire una conciliazione più agevole e meno onerosa.

Secondo step indispensabile sono servizi per la conciliazione accessibili realmente. Non ci rendiamo conto dell’importanza di un piano strategico studiato sulle esigenze concrete, senza lasciare i singoli alla mercé del caso o delle condizioni personali/familiari più o meno favorevoli.

Siamo spesso più qualificate degli uomini e raggiungiamo livelli di istruzione più elevati, ma a un certo punto ci smaterializziamo dal mondo del lavoro. Siamo ancora fragili in tema di condivisione equa dei compiti di cura, per cui le donne sono ancora azzoppate nella partecipazione attiva a livello sociale ed economico, con conseguente maggiore rischio povertà.

Se vogliamo sostenere il sistema previdenziale occorre intervenire per rendere agevole questa partecipazione.

L’attuale “infrastruttura” normativa che disciplina i congedi risale più o meno agli anni ’90 e non consente un’equa suddivisione dei carichi di cura. Urge un intervento di revisione in chiave di riequilibrio di genere.

Ci viene in aiuto la Commissione europea con la proposta di direttiva sul work life balance, per preservare i diritti esistenti e delinearne di nuovi sia per gli uomini che per le donne. La proposta mette al centro l’individuo in quanto lavoratore e genitore/caregiver. Non si parla SOLO di “MAMME”, si affrontano i compiti di cura in maniera sistematica e complessa.


 


Perché intervenire a livello legislativo su congedi e mondo del lavoro? Perché altrimenti il cambiamento concreto non avviene e non si può ottenere un riequilibrio tra i generi affidandosi alla buona volontà dei singoli lavoratori. Abbiamo visto che senza alcun tipo di obbligo sono le donne ad assumersi i compiti di cura, con gli effetti negativi in termini di scelte lavorative. Il cambiamento culturale va in qualche modo sostenuto.

Gli incentivi dovrebbero indurre gli uomini ad avvalersi di opportunità per conciliare la vita lavorativa con quella familiare: un modo per redistribuire i compiti di cura in famiglia.

Difficile se il racconto sui media è ancora questo dell’Ansa:

 

Stanno semplicemente facendo i papà. Stanno semplicemente svolgendo il loro compito di genitori. Così come le mamme lo fanno da secoli.

Questo pacchetto volto a modificare la struttura degli strumenti di work life balance, fa parte del Pillar of Social Rights (Pilastro europeo dei diritti sociali) e mira ad accrescere la partecipazione delle donne alla vita economica e sociale dell’Unione: parla di genitori e di prestatori di assistenza (caregiver), di strategie per le imprese al fine di incrementare il capitale umano, guardando ai compiti di cura come nuove competenze e non come piaga da estirpare.

Necessario è anche un ripensamento dei tempi della città, del lavoro, di vita è altrettanto necessario. Così come modelli lavorativi più a misura di donne e uomini, la produttività decresce superato un certo numero di ore e dipende molto dal benessere della/del lavoratrice/lavoratore. Spazi equilibrati tra lavoro e vita privata, consentendo a tutti una migliore qualità della vita. Senza che nessuna dimensione divori l’altra.

Parità significa piene opportunità di sviluppare ed esprimere noi stessi/e in ogni ambito.

Non vogliamo recinti protetti, ma una società più equa ed egualitaria. Costruiamola. Le politiche devono essere in grado di incidere in questo senso, operando trasversalmente per rimuovere ostacoli e discriminazioni. Ragionare per compartimenti stagni non aiuta, ma incrementa ostilità e divisioni, una lotta per le briciole, una difesa di un orticello chiuso quando altrove si è già da tempo compresa l’importanza di un approccio più ampio.

Interrogarsi su questi aspetti aiuterebbe. Fuori dai ruoli. Fuori dalle scelte obbligate e dagli stereotipi.

Affinché quella barca, presente nell’illustrazione di apertura, tenda all’equilibrio e la donna non senta su di sé il peso di tante scelte obbligate e delle discriminazioni multiple.

To be continued….

 


Per approfondimenti:

  • I dati sugli asili nido secondo Istat (2013):

http://www.infodata.ilsole24ore.com/2017/08/17/gli-asilo-nido-loccupazione-femminile-la-mappa-italiana/

  • L’Oréal Italia, nell’integrativo l’assistenza agli anziani:

http://www.corriere.it/economia/17_agosto_02/oreal-italia-nell-integrativo-l-assistenza-anziani-e4244e88-7760-11e7-84f5-f24a994b0580_amp.html

  • Relazione annuale sulle convalide delle dimissioni e risoluzioni consensuali delle lavoratrici madri e dei lavoratori padri:

https://www.ispettorato.gov.it/it-it/studiestatistiche/Documents/Relazioni-convalide-dimissioni-lavoratrici-madri/Relazione-annuale-2016-Convalide-dimissioni-risoluzioni-consensuali-lavoratrci-madri.pdf

  • Dietro il boom dell’occupazione femminile:

http://phastidio.net/2017/08/01/dietro-boom-occupazione-femminile/

  • InGenere:

http://www.ingenere.it/articoli/mai-cosi-tante-nel-mercato-lavoro

  • Una carrellata di leggi per le donne in 70 anni di Repubblica:

http://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/01008031.pdf

  • Parità di genere, colmare il gap porterebbe 12 trilioni di dollari alla crescita globale:

https://www.key4biz.it/parita-di-genere-colmare-il-gap-porterebbe-12-trilioni-di-dollari-alla-crescita-globale/160066/#.VzydEaO8GFM.twitter

  • Metodo di rilevazione dei dati Istat:

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Segnali che sono misura della condizione femminile 

Chissà come sarebbe svegliarsi in un Paese in cui non fossimo più costrette ad assistere alla minimizzazione, sottovalutazione, normalizzazione della violenza sulle donne. Se i diritti umani fossero uguali per tutti e tutte, se non facessero sempre da contorno a questioni più importanti, se le donne in questo Paese non fossero una presenza trasparente, utile solo per riempire qualche scranno ma tenute attentamente subordinate e sotto controllo. Le istituzioni non sono sufficientemente e uniformemente pronte a scardinare la cultura della violenza e dello stupro, compresa la cultura che ritiene le donne degli esseri umani di serie b o addirittura oggetti. Donne che devono saper stare al proprio posto grate di poter fare da figuranti, portaombrelli, estremità di un oggetto per riparare i sacri corpi e le preziose menti maschili. E non c’è alcuna percezione e consapevolezza nelle donne di questo ordine della subordinazione obbligata. Non può essere altrimenti perché i partiti non investono su questo tipo di caratteristiche, le donne parlanti e ragionanti sono sempre una percentuale da tenere sotto controllo, da isolare e da sfiancare a furia di vedere certe questioni politiche rimosse e insabbiate. Non è assolutamente facile per le donne abituate a usare la propria testa, resistere in certi contesti e restare se stesse. Alcune pressioni e atteggiamenti sono autentiche forme di violenza. Aspetti di sessismo in politica di cui si parla molto poco.

C’è una paura cieca quando si parla di dignità, benessere, diritti delle donne, che al massimo si ritrovano a dover ringraziare per un bonus e per essere ammesse sul palco non come relatrici ma come parapioggia e parasole umani. Le donne prede del sessismo benevolo, più sottile, subdolo, tanto da essere poco riconoscibile. Perché non si insegna alle donne a cogliere certi segnali. Così i ruoli stereotipati di genere passano di generazione in generazione. 

I ruoli sono fissati sempre verso una restaurazione/conservazione del passato. I ruoli immobilizzati tra quello di mamme e di ausili funzionali da cura, di questi uomini potenti ma ancora incelofanati dalle ragnatele di un maschilismo becero e gretto. Nessuno dei relatori, chiaramente tutti uomini, ha avuto un moto umano spontaneo per afferrare l’ombrello. Qui è il nodo culturale. 

E come ci ricorda Graziella Priulla, negare i danni all’immaginario e alle battaglie femminili di decenni, fa parte del sessismo interiorizzato. 

“Le ragazze portaombrello che sono contente della loro umiliazione non dimostrano altro che l’esistenza del sessismo interiorizzato (rileggere Bourdieu: Più l’ordine delle cose è percepito come naturale e legittimo da parte dei dominati, più tranquillamente si realizzano forme di dominio da parte dei dominanti).”

Subordinate a tal punto da non avvertire niente sulla propria pelle e sull’effetto all’esterno.

Mi chiedo perché dopo aver recuperato gli ombrelli non li abbiamo semplicemente dati in mano ai relatori e abbiano avvertito la necessità di mantenerli loro. Se solo una delle volontarie avesse fatto questo gesto, ma non è scattato nulla. E quegli uomini di potere si sono sentiti investiti del diritto di avere qualcuno che reggesse l’ombrello al loro posto. I commenti a posteriori lo dimostrano. 

Volontaria non significa sobbarcarsi tutto passivamente. Non significa stare zitte o difendere posizioni indifendibili per ragioni di fedeltà partitica (questo porta a essere conniventi) come qualcuno mi ha più volte richiesto. E vi assicuro che purtroppo i compiti diversificati per genere non sono rari. È un problema trasversale, non importa il colore politico. A questo punto ci dobbiamo chiedere dove si sia cacciata quella dose di sana insubordinazione che ci fa scattare e dire “no, non ci sto!” Che meraviglia poter riscoprire e praticare il rifiuto all’esecuzione cieca richiesta agli automi. Prima capiamo che è una trappola meglio sarà. Non ci sarà alcun beneficio, solo servitù. 

Non riuscire a vedere la realtà in cui si è immerse fa parte di un programma e di uno schema maschilista collaudato. Fare finta che tutto appartenga alle nebbie del passato, quando il femminismo smascherava appunto il sistema androcentrico. Infatti è molto presente, tutt’altro che raro. 

Le donne devono ancora essere grate, pentirsi per aver espresso la propria opinione, essere genuflesse e fare a meno di evidenziare questioni più che giuste. L’idea che alle donne si chiede sempre di rinnegare se stesse e la propria voce autentica, fare un passo indietro, stare sempre un passo indietro, seguire il capo, non autodeterminarsi perché ci deve essere sempre un uomo a decidere per noi, non sia mai che ci venga in mente di scegliere con il nostro cervello in preda al ciclo e agli sbalzi dell’utero.

Ci chiedono di annullarci, di affidarci agli uomini così tutto si sistemera’, anche le storture, le discriminazioni, anche la violenza. 

Chiaramente un teatro dell’assurdo, che ci strozza e ci allontana dalla meta.

E per di più devo rilevare che  a questa costruzione concorrono i tanti che continuano a restringere gli ambiti e i confini delle discriminazioni, considerandoli separati. Tempo fa scrissi di quanto le non conformità al modello maschile dominante portassero alle discriminazioni di coloro che non si adeguavano e non vi rientravano. 

Come dicevo siamo di fronte a una classe politica che non sempre è adeguata per scardinare i meccanismi di una cultura nociva. Non solo: non è in grado di assumersi le proprie responsabilità e di fungere da esempio positivo di cambiamento. Tanto da riuscire a dichiarare che lo stupro di 12 adolescenti su una quindicenne sia una “bambinata”, un gioco puerile. Stupro di gruppo, una cosetta da poco. Mai chiedersi come ci sono arrivati e cosa non ha funzionato da parte di coloro che avrebbero dovuto educarli. Come se educazione, valori e rispetto delle persone non dovessero già mettere radici sin dai primi anni e iniziare a dare frutti sin da subito. I limiti si insegnano. Come pure a relazionarsi adeguatamente. Perché assolvere e continuare a normalizzare e a banalizzare la violenza potrà generare solo mostri, mostri culturali che non sarà semplice cacciare via, perché evidentemente funzionali a una visione ancora connivente con chi stupra. Deboli e blandi tentativi di contrastare la violenza. Ricordando che le istituzioni sono lo specchio della società, che non si può dichiarare migliore, perché ancora troppo diffusa è la rivittimizzazione della vittima di violenza, corresponsabile e come colei che se l’è cercata. 

Non ci sarà via d’uscita finché non capiremo di dover prendere posizione con forza contro tutto questo, sempre, anche nei contesti più difficili, nei quali facilmente verremo bollate come femministe, isteriche, squilibrate, esagerate e misandriche. Non potremo accettare una via collaborazionista. È necessario sfondare questo muro con coraggio, spiegando alle donne quanto è importante non perdere l’unità e la coerenza in questo lungo e duro cammino di cambiamento. Basta veramente poco per tornare a quando la violenza era un reato contro la morale e non contro la persona. Accade ogni qualvolta si assume un atteggiamento indulgente nei confronti degli uomini violenti, si emettono sentenze che non recano giustizia alle vittime, si accusano le donne di produrre fake news, si sottovalutano i segnali di violenza, non si protegge adeguatamente la donna. Non passa, non può passare, anche se così commenta il sindaco di Pimonte, Michele Palummo. La violenza sottrae un pezzo di vita a chi la subisce e nulla potrà essere più come prima. 

Per questo forse a volte posso sembrare troppo veemente e emotiva nei miei interventi. Io non accetto che si minimizzi, siamo stanche di tutta questa mega giostra del “ci sono altre priorità “. Sì siamo stufe di essere pazienti. Abbiamo bisogno di istituzioni in primis che sappiano fare la loro parte, seriamente. Di parole che non collimano con i fatti ne abbiamo sentite già troppe. 

Liberiamoci di queste prigioni culturali, libereremo energie finora sconosciute. Ne ha bisogno l’intera comunità. 

Abbiamo molto lavoro da fare, iniziando da quanto rilevato dall’ultimo rapporto ombra Cedaw. Un segnale della considerazione data a questo report la possiamo assumerlo dal fatto che a Ginevra fossero presenti solo funzionari governativi e non rappresentanti del governo.

Consiglio di lettura: https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2017/07/06/la-bambinata/

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Stalking: manteniamo alta l’attenzione

Grazie a Non una di meno per questa immagine

 

In questi giorni, nonostante il silenzio dei media mainstream, si è svolta una piccola ma importante battaglia. Sinora su questo blog non ne ho scritto, ma sul mio profilo Facebook ne ho parlato lungamente, cercando di capire cosa stesse accadendo e ho approfondito adoperando la mia testa. Un breve riepilogo serve perché la questione non è ancora chiusa, anzi, occorre che tutte noi vigiliamo. Vediamo perché.

In seguito alla legge di riforma del codice penale, approvata il 14 giugno scorso, si prevede l’introduzione dell’articolo 162 ter, che prevede l’estinzione dei reati con querela di parte remissibile a seguito di condotte riparatorie.

Qui di seguito uno stralcio:

«Art. 162-ter. – (Estinzione del reato per condotte riparatorie). – Nei casi di procedibilità a querela soggetta a remissione, il giudice dichiara estinto il reato, sentite le parti e la persona offesa, quando l’imputato ha riparato interamente, entro il termine massimo della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado, il danno cagionato dal reato, mediante le restituzioni o il risarcimento, e ha eliminato, ove possibile, le conseguenze dannose o pericolose del reato. Il risarcimento del danno può essere riconosciuto anche in seguito ad offerta reale ai sensi degli articoli 1208 e seguenti del codice civile, formulata dall’imputato e non accettata dalla persona offesa, ove il giudice riconosca la congruità della somma offerta a tale titolo.
Quando dimostra di non aver potuto adempiere, per fatto a lui non addebitabile, entro il termine di cui al primo comma, l’imputato può chiedere al giudice la fissazione di un ulteriore termine, non superiore a sei mesi, per provvedere al pagamento, anche in forma rateale, di quanto dovuto a titolo di risarcimento; in tal caso il giudice, se accoglie la richiesta, ordina la sospensione del processo e fissa la successiva udienza alla scadenza del termine stabilito e comunque non oltre novanta giorni dalla predetta scadenza, imponendo specifiche prescrizioni. Durante la sospensione del processo, il corso della prescrizione resta sospeso. Si applica l’articolo 240, secondo comma.
Il giudice dichiara l’estinzione del reato, di cui al primo comma, all’esito positivo delle condotte riparatorie».
2. Le disposizioni dell’articolo 162-ter del codice penale, introdotto dal comma 1, si applicano anche ai processi in corso alla data di entrata in vigore della presente legge e il giudice dichiara l’estinzione anche quando le condotte riparatorie siano state compiute oltre il termine della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado.
3. L’imputato, nella prima udienza, fatta eccezione per quella del giudizio di legittimità, successiva alla data di entrata in vigore della presente legge, può chiedere la fissazione di un termine, non superiore a sessanta giorni, per provvedere alle restituzioni, al pagamento di quanto dovuto a titolo di risarcimento e all’eliminazione, ove possibile, delle conseguenze dannose o pericolose del reato, a norma dell’articolo 162-ter del codice penale, introdotto dal comma 1. Nella stessa udienza l’imputato, qualora dimostri di non poter adempiere, per fatto a lui non addebitabile, nel termine di sessanta giorni, può chiedere al giudice la fissazione di un ulteriore termine, non superiore a sei mesi, per provvedere al pagamento, anche in forma rateale, di quanto dovuto a titolo di risarcimento.
4. Nei casi previsti dal comma 3, il giudice, se accoglie la richiesta, ordina la sospensione del processo e fissa la successiva udienza alla scadenza del termine stabilito ai sensi del citato comma 3. Durante la sospensione del processo, il corso della prescrizione resta sospeso. Si applica l’articolo 240, secondo comma, del codice penale.

Tra i reati interessati dal 162-ter rientra lo stalking, un reato faticosamente inserito nel nostro ordinamento attraverso l’articolo 612 bis, introdotto dal D.L. 23.2.2009, n. 11, recante «Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica e di contrasto alla violenza sessuale, nonché in tema di atti persecutori».

L’allarme è stato lanciato lo scorso 27 giugno da Loredana Taddei, Responsabile nazionale delle Politiche di Genere di Cgil, Liliana Ocmin, Responsabile del coordinamento nazionale donne Cisl e da Alessandra Menelao, Responsabile nazionale dei centri di ascolto della Uil.

Sulla necessità di un intervento correttivo interviene anche Eugenio Albamonte, segretario dell’Associazione nazionale magistrati: «Al di là della gravità della possibile estinzione del reato introdotta dall’articolo 162 ter per lo stalking, c’è una forte sperequazione tra i termini di custodia cautelare e quelli della pena. Perché con la nuova norma lo stalker può essere arrestato, ma poi attraverso una sanzione pecuniaria può ottenere l’estinzione del reato».

Hanno preso posizione anche Maria Cecilia Guerra e Roberta Agostini, chiedendo sin da subito di riparare l’errore.

Subito si sono innalzate le barricate, da tante donne del PD e da Gennaro Migliore che ha dettato la linea da seguire: è una fake news, affermazioni totalmente infondate. Una valanga di commenti per silenziare e dileggiare chi cercava di informare su quanto stava accadendo. Io come al solito mi sono beccata un “ma hai letto la LEGGE?” per la serie non capisci niente e parli per sentito dire. Questo dopo aver postato vari materiali a riguardo.

Qui il cartello diffuso e rilanciato da un brillante Migliore, Sottosegretario di Stato al Ministero della Giustizia:

In tante non ci siamo fermate, non si poteva. Sentire negare l’evidenza è stato un ennesimo schiaffo. Si sono susseguite le dichiarazioni, le informazioni precise e dettagliate che hanno rivelato che tutto quanto denunciato era fondato. Altro che procurato allarme come qualcuno aveva intrepidamente affermato.

Alida post

Il problema e le relative preoccupazioni sussistono e non si può liquidare tutto come ha fatto il ministro Orlando: “Le preoccupazioni espresse sull’applicazione dell’estinzione del reato per condotta riparatoria, sia pure soltanto alle ipotesi meno gravi di stalking, secondo le interpretazioni degli uffici risultano non fondate.”

Esistono due procedibilità per querela di parte e d’ufficio per lo stalking. Esistono querele remissibili e altre no. La querela è irrevocabile nei casi di stalking che si realizzano attraverso minacce gravi e reiterate (nelle modalità di cui all’articolo 612, comma 2 c.p.) o nei casi in cui si procede d’ufficio (nei casi in cui il fatto sia connesso con altro delitto procedibile d’ufficio oppure è commesso nei confronti di un minore o di una persona con disabilità di cui all’art. 3 della legge 104/92).

Per i casi in cui non si ravvisino queste caratteristiche di minaccia grave e ripetuta nel tempo è consentita la remissione della querela di parte e secondo l’art. 162 ter si può riparare con risarcimento pecuniario congruo e ottenere l’estinzione del reato. “Il risarcimento del danno può essere riconosciuto anche in seguito ad offerta reale ai sensi degli articoli 1208 e seguenti del codice civile, formulata dall’imputato e non accettata dalla persona offesa, ove il giudice riconosca la congruità della somma offerta a tale titolo.”

La remissione processuale della querela dunque è possibile per alcune tipologie di stalking. Lo si evince anche da questa sentenza della Cassazione del 2015.

Pertanto l’art. 162 ter si applica anche allo stalking, nelle forme classificate più “lievi” ma che non sono assolutamente da sottovalutare, soprattutto perché non sono così rare, anzi sono le più numerose. Tante donne hanno perso la vita proprio per una archiviazione o altri tipi di sottovalutazioni e errori procedurali (come è stato per Ester Pasqualoni).

Come dicevamo, il tipo di stalking più frequente è rappresentato dalle molestie, tra il 60-70%, mentre le minacce rappresentano il “30% delle denunce e di queste il 15% sono di tipo “grave”.

I numeri sono importanti per avere un quadro chiaro. Comunque la questione centrale è che se anche fosse solo una donna a essere interessata dal 162 ter sarebbe comunque un problema, una discriminazione in termini di tutela e di libertà di scegliere come procedere. Non si può accettare che vi siano trattamenti diversificati e che permettano una risoluzione pecuniaria. Le persone che subiscono atti persecutori devono essere tutelate e supportate adeguatamente, molto più di come fatto sinora. Per questo dobbiamo tenere alta l’attenzione. Soprattutto perché già è complicato denunciare, lo sarà ancora meno se non ci sarà certezza che ci sia un processo e una condanna dello stalker.

Un altro problema è che il nuovo art. 162 ter ha effetti retroattivi: le esperte rilevano che è applicabile anche ai processi in corso, anche dopo l’apertura del dibattimento e addirittura in appello (“tranne il giudizio di legittimità”). Inoltre alcuni processi per atti persecutori avviati d’ufficio o con aggravanti, spesso con il dibattimento vedono cadere per difetto di prova l’aggravante o il reato in concorso perdendo così la procedibilità d’ufficio, con la conseguenza che possono diventare estinguibili con la nuova norma.

Per non parlare del fatto che il risarcimento (pagabile anche in “comode rate”!) se ritenuto congruo può essere riconosciuto anche se non accettato dalla persona offesa e può portare all’estinzione del reato. La donna in tutto questo che margine di scelta ha?

Se Orlando alla fine afferma che: “Per evitare comunque qualunque possibilità di equivoco interpretativo si deve agire riconsiderando la punibilità a querela prevista nella legge del 2009” ha di fatto ammesso che il problema precedentemente definito infondato di fatto sussiste.

Il reato di stalking non può essere depenalizzato ed estinto con risarcimenti pecuniari perché sappiamo quanto questo può costare alle donne, in un Paese in cui da un lato si chiede alle donne di denunciare e dall’altro si affievoliscono tutele, si rende tortuosa l’applicazione delle norme e dei meccanismi di protezione. Intanto, le donne restano inascoltate e continuano a perdere la vita.

Ci sembra arduo andare a definire quando e se realmente siano state eliminate “le conseguenze dannose o pericolose del reato”.

Monetizzare un reato così diffuso e pericoloso è inaccettabile e ci porta indietro, allontanandoci ancora una volta dalla piena applicazione della Convenzione di Istanbul.

Non solo: come rileva Differenza Donna: “Gli strumenti di giustizia riparativa, come chiarisce la direttiva 2012/29/UE, richiedono garanzie volte ad evitare la vittimizzazione secondaria e ripetuta, l’intimidazione e le ritorsioni. (…)

Secondo la direttiva sui diritti delle vittime del reato 2012/29/UE, ogni forma di riparazione del danno deve essere definita a partire dagli interessi e dalle esigenze della vittima e deve tenere conto di fattori come la natura e la gravità del reato, il livello del trauma causato, la violazione ripetuta dell’integrità fisica, sessuale o psicologica, gli squilibri di potere.
Sin dalla sentenza Opuz c. Turchia del 2009 la Corte europea dei diritti umani ha chiarito che l’estinzione di reati che integrano violenza di genere attraverso pagamento di somme di denaro alimenta la percezione di impunità ed espone le donne ad ulteriori e più gravi violenze.”

Le vite delle donne non sono monetizzabili, pretendiamo la loro tutela piena e certa. Non accettiamo colpi di spugna a suon di denaro. Non può accadere in un Paese che ha a cuore il destino delle donne e che ha ratificato la Convenzione di Istanbul ma fa fatica ad attuarla pienamente. Non si può continuare a depenalizzare senza valutare le conseguenze su determinati reati e le implicazioni sulle ricadute sulle vite delle donne, già fortemente penalizzate da un sistema che non riesce a proteggerle adeguatamente e in tempi congrui. Dobbiamo fermare chi compie atti persecutori, che spesso sfociano in femminicidi, senza fornire facili scappatoie che mettono a rischio la sopravvivenza delle donne. Le donne devono poter contare sulla certezza del diritto e delle pene, sulla celerità dei procedimenti per poter trovare la forza di denunciare.

Abbiamo bisogno di chiarezza delle norme, troppi segnali che ravvisano stalking vengono sottovalutati, derubricati, minimizzati e sappiamo quanto può costare alle donne. Concentriamoci su ciò che non va e non creiamo ulteriori elementi di debolezza che intaccano i diritti delle donne. Monetizzare il reato di stalking comunque non eliminerà i rischi di recidiva e inoltre non manda segnali culturali positivi.

Il Senato approverà martedì un provvedimento (antimafia) che prevede l’applicabilità delle misure di prevenzione personale agli indiziati di stalking.

Per quanto riguarda invece le conseguenze del 162 ter per lo stalking, si parla di intervenire sulla legge sullo stalking del 2009 per rivedere e riformulare la punibilità a querela, come ha promesso il ministro Orlando. In pratica si sta pensando di rendere irremissibili tutte le querele per stalking, sottraendole quindi all’ambito di applicazione del 162 ter. Siamo sicure che questa sia la strada giusta? Interroghiamoci, perché anche questo potrebbe essere un modo per restringere l’autodeterminazione delle donne. Dobbiamo evitare che ci sia un aggravamento della situazione per le donne.

Dal Ministero fanno sapere che si potrebbe intervenire con un emendamento inserito in un altro testo legislativo (per esempio nel ddl sugli orfani di femminicidio oppure in quello sulla prostituzione minorile, ma al momento non ci sono date certe).

“L’esecutivo – suggerivano ieri Cgil, Cisl e Uil – deve subito specificare con una norma che nessuna denuncia per questo reato rientri nella sanzione riparatoria”.

Nel frattempo, siccome il 162 ter entrerà in vigore il prossimo 3 agosto, come suggerito dall’avvocata Roberta Schiralli sarebbe utile raccogliere e rendere pubblici tutti i casi di applicazione del 162 ter allo stalking, di risarcimento pecuniario e estinzione del reato che si verificano. Chi segue le donne, nei Cav o come legali, potrebbe compiere questo lavoro per far arrivare sistematicamente i casi all’opinione pubblica, raccontando le conseguenze e le implicazioni. Per non lasciar cadere il silenzio e evidenziare pubblicamente le ricadute di questa nuova previsione normativa sulle donne.

Arrivano, seppur con un certo ritardo le prime dichiarazioni di impegno:

“Con le colleghe del Senato studieremo l’emendamento più efficace che tuteli le donne vittime di violenza” ha detto la senatrice del Pd Francesca Puglisi. “Mi associo all’invito affinché la disponibilità del Ministro a modificare la norma si traduca al più presto in fatti”, ha detto la deputata Elena Centemero, forzista come Mara Carfagna che ha invitato le ministre del governo a “vigilare” sulle modifiche che saranno apportate.

“È assurdo – ha detto invece la senatrice Paola Taverna del M5s –, molesti, paghi ed è cancellato il reato. Facciamogli anche lo scontrino cortesia, così poi ritornano”.

Arriva, dopo giorni di pesante silenzio sulla vicenda, anche la sottosegretaria alla Presidenza del Consiglio nonché colei che detiene la delega alle Pari Opportunità, Maria Elena Boschi, “che durante un convegno della Cisl ha dichiarato “apprezzamento” per la volontà di Orlando di modificare la legge.”

Incredibile quanto possano dilatarsi i tempi di reazione e di responsabilizzazione di alcune donne nelle istituzioni.

Abbiamo bisogno del femminismo. Quello autentico. Quello che parte da sé, non quello che obbedisce al capo di turno.

 

Rassegna stampa parziale

https://www.facebook.com/antonella.anselmo.77/posts/10211842457689566

http://www.noidonne.org/blog.php?ID=08163

http://www.agenpress.it/notizie/2017/06/29/stalking-orlando-governo-interviene-punibilita-querela/

https://articolo1mdp.it/comunicati-stampa/stalking-guerra-commesso-un-errore-ammettere-correggere/

http://www.rassegna.it/articoli/stalking-inaccettabile-solo-il-risarcimento

http://www.cgil.it/stalking-reato-cancellato-vergogna-nel-paese-donna-viene-uccisa-due-giorni/#.WVKSsWH0_Xc.facebook

https://www.facebook.com/telefonorosa/photos/a.454859931269798.1073741825.194794413943019/1462459510509830/?type=3&theater

https://www.diritto.it/stalking-la-querela-e-irrevocabile-se-la-condotta-e-posta-in-essere-con-minacce-gravi/

https://www.facebook.com/roberta.agostini.961/posts/10213257927673348

http://www.ilsecoloxix.it/p/italia/2017/06/28/ASPWkQ7H-stalking_polemica_depenalizzazione.shtml

http://www.ilsole24ore.com/pdf2010/Editrice/ILSOLE24ORE/ILSOLE24ORE/Online/_Oggetti_Embedded/Documenti/2017/06/14/progetto-legge.pdf

http://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/DF/329045.pdf

http://www.senonoraquando-torino.it/2017/06/29/comunicato-stampa-di-telefono-rosa-piemonte-di-torino/

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Ideologica?

@Anna Parini


Ieri ho fatto un ennesimo tentativo di far comprendere quanto la riproposizione sorda della parola “mamme” fosse carica non solo di un mancato ascolto delle donne, ma anche di un ingabbiamento, di una visione parziale e discriminatoria, di un linguaggio lontano anni luce da un progresso nell’immaginario e nei fatti. Ne avevo già parlato qui.

Durante il mio intervento sin da subito ho sentito davanti a me un muro, che sin dopo qualche secondo si è tramutato in parole, “non hai capito niente”, “va bene lo hai detto, ma ora basta”. Insomma un successo di reazioni empatiche e in ascolto. Ma non posso dire che non me lo aspettassi. Era solo un altro tentativo di interloquire su questi temi. Era solo l’ultimo dei momenti desolanti a cui ho partecipato.

Quei sussurri scomposti e stizziti “non hai capito niente” fatti per scompormi e interrompere le mie argomentazioni mi hanno ricordato tanto il noise su Facebook, il disturbo nei commenti per silenziare qualsiasi tentativo di presa di parola autonomamente ragionata. Mi ha ricordato un atteggiamento paternalistico ma condito da un fastidio per qualcosa di aspettato ma comunque senza diritto di cittadinanza. Perché lì doveva filare tutto liscio. Perché io sono nessuno e quindi devo essere grata che il partito si sia ricordato delle mamme. Eppure io dal mio partire da me stessa, dalla mia storia e dalla mia esperienza non ho tratto un accanimento e una mono direzione. Dalla mia storia personale dopo aver vissuto sulla mia pelle le conseguenze della mia scelta di diventare madre sul mio lavoro, ho sempre tenuto la barra dritta e non mi sono ripiegata sulla figura totem della mamma. Ho sempre lucidamente continuato a guardare alle donne, a lottare per l’uguaglianza, la riduzione delle discriminazioni, l’inclusione in ogni ambito delle donne. Questo blog ne è la prova. Perché parlare di donne significa non escludere e non sacrificare nessuna. Significa saper ascoltare tutte le donne. Significa uscire dalle gabbie e rifiutare le riserve protette. Significa non legarci alla biologia, significa pensare a chi donna biologica non è ma si sente tale. Significa parlare di care work non solo in termini di maternità ma in tutte le sue declinazioni, significa parlare di condivisione. Significa pensare in termini di genitorialità. Significa che anche se non hai figli è tuo diritto poter conciliare vita privata e lavoro, si chiama benessere e qualità della vita. Parlare di donne significa aver compreso finalmente la complessità e le difficoltà di tutte le donne. Significa parlare di diritti a 360°, finalmente non subordinati, non legati all’essere madri.

Quindi le parole, queste parole buttate al vento producono l’effetto allontanamento. Ci danno la sensazione di non avere spazio e ascolto reale. Ci danno la sensazione che la società sia rimasta cristallizzata. Parlare in termini di “mamme” vuol dire non volerci guardare in faccia, non accettarci come esseri umani completi, come portatrici autonome di diritti. Ieri pensavo a tutte le mie compagne di battaglie e di come siamo unite da tanto altro.

Tutto molto ordinato al tavolo, sin dall’introduzione di Nannicini che convintamente ripeteva la triade “lavoro, casa, mamme”. Con la stessa convinzione che aveva portato gli organizzatori a non smentire il capo e a riproporre “mamme” come parola d’ordine e come priorità dell’agenda politica.

Sì priorità dell’agenda politica.

Ho pensato alle donne italiane e a quanto mortificante possa suonare questa impostazione.

Forse perché per me le parole hanno un peso e una ricaduta importanti. Ma ancora una volta ho compreso cosa significa trincerarsi e barricarsi dietro una scelta che reca con sé la conseguenza naturale che se non sei mamma la politica non farà molto per te, o che farà molto poco, non sei prioritaria come cittadina. Tu donna sei meritevole di sostegno se sei fattrice, altrimenti sei una boicottatrice dei progetti nazionali. Io donna non ho cittadinanza e diritti in quanto essere umano, ma in quanto procreatrice. Nel disegno politico sono scolorita e quasi scompaio in tutte le mie declinazioni, molteplicità. Anche la mia storia personale non vale e mi si vuole insegnare la vita. Cosa vuoi che ne sappia dell’essere una mamma lavoratrice? È mancato l’ascolto delle donne. Manca. Ero lì in carne e ossa ma non è stato sufficiente per essere ascoltata. Ero lì perché faccio politica anche con il mio corpo e la mia voce, per testimoniare il mio pensiero in un luogo fisico. Per un confronto. Perché ci fosse accoglienza a un punto di vista, che proprio perché critico voleva spingere a riflettere e a interrogarsi. Eppure alcune si autodefinivano femministe. Quanto stropicciato è questo termine. Sì deformato e trasfigurato. Irriconoscibile. In questi contesti è assai rara la sua forma originale.

Probabilmente avranno pensato fossi una estremista infiltrata che era lì solo per fare polemica. Mica hanno capito il mio reale sconcerto e sgomento. Mica hanno capito che ero una donna iscritta. Mica si son posti il problema di capire ciò che stavo dicendo. Mica si sono interrogati sul fatto che fuori ci fossero tante donne che la pensavano proprio come me.

L’onorevole Teresa Bellanova ha bollato il mio punto di vista come “lettura ideologica” di un termine. Ossia: condizionato da idee preconcette, da pregiudizi: la mia vita e la mia esperienza vengono buttate nella spazzatura e senza appello vengono categorizzate come un mucchio di niente. Sarei accecata dal pregiudizio. Grazie per l’informazione.

Quindi mamme è solo una parola che hanno usato e svuotato di senso, sostitutendola a donne.

Così come privo di senso appare a questo punto il loro essere donna nelle istituzioni. È il risultato di un programma di “pinkwashing” istituzionale che non è in grado di capire nient’altro se non quel che prescrive il capo. Quale differenza fa l’essere donna così? Puoi girare mille città, mille quartieri, mille luoghi, ma se questo è il modo di porsi poco raccoglierai. La neutralizzazione delle donne è questo. Lo abbiamo visto anche dalle prese di posizione delle donne delle istituzioni sulla vicenda dello stalking e del nuovo art. 162 ter.

In verità ho anche pensato che si volesse riferire letteralmente al frutto di un complesso di credenze, opinioni, rappresentazioni, valori vicini a un approccio vetero comunista. Tutto ci può stare, ma l’effetto finale non cambia.

Alcuni mi dicono che non mancano gli spazi aperti nel partito per confrontarsi. Che tutti hanno la medesima agibilità. Ebbene, fatemeli conoscere questi spazi perché ultimamente l’accoglienza è sempre “Non è il momento”, “non ora”, “non hai capito”, “le tue modalità non vanno bene”, “se non ti trovi bene la porta è aperta”, “ti abbiamo dato fiducia e tu ci ripaghi così?”. Ci ho provato a portare nei luoghi di partito discussioni sul sessismo, violenza di genere, discriminazioni, lavoro, prostituzione. Ma quanta fatica, quale accoglienza, quale sostegno, quale partecipazione, cosa è cambiato, come ha modificato la realtà quella più vicina, quanta influenza sul modo di relazionarsi, quali risultati sul linguaggio, quali effetti sul rispetto? Io non faccio politica per il Pd, faccio politica per dare voce alla mia comunità. Sono sempre stata così e non da ora. Non sono mai stata una trasformista e non faccio le capriole come tante persone fanno, specialmente ultimamente. Mi sono sempre espressa liberamente, ragionando, approfondendo e credo che siano qualità, non marchi negativi. Sono stata coerente con il mio passato, con le mie idee e i miei valori. Spesso però la mia appartenenza mi ha portato strali e accuse di non essere affidabile, ma io non sono il mio partito, non posso caricarmi sulle spalle tutte le scelte prese dai suoi dirigenti e non ho responsabilità per altri. Per questo prendo parola per me stessa.

Sono andata via, con il magone, smarrita, prima della fine. Ero nel posto sbagliato. Ho pensato che avevo ascoltato abbastanza e che la mia ora abbondante di viaggio sui mezzi mi aveva condotto a sentire certe cose. Ho capito che sanno molto poco non solo delle mamme, ma soprattutto delle donne. I risultati si vedono. Non avete idea della reazione quando ho detto “basta bonus”. Ne prendo atto e volto pagina.

All’ingresso mi hanno passato il metal detector e frugato nella borsa. Avevo con me dei fogli A4 su cui avevo scritto delle brevi frasi nel caso in cui non mi facessero intervenire. Hanno voluto leggerli ad uno ad uno. Avrei dovuto capire che il vento è cambiato da tempo.

Lo scollamento con il Paese non è una storia da gufi. È questo. Ma tanto io non ho capito niente. Nonostante ciò mi sono chiesta come ci si deve sentire ogni giorno a dover eseguire e affermare ciò che dice il vertice del partito. E allora ho pensato che tutto sommato sono fortunata.

Abbiamo bisogno del femminismo. Quello autentico. Quello che parte da sé, non quello che obbedisce al capo di turno. Le donne non sono ologrammi o soggetti da strumentalizzare. Svegliamoci e pratichiamo un femminismo autentico, che parte dalla nostra esistenza, dalla nostra esperienza, da noi stesse, si esprime e agisce direttamente nella collettività.

Rifletto, parlo, mi confronto, racconto ciò che accade nella speranza che si muova qualcosa. Sono questioni politiche. Questo è fare politica.

Ricostruire l’entusiasmo di partecipare alla vita politica, condividendo progetti, valori, contenuti, orizzonti. Spesso le parole sono pietre, ma dovrebbero essere ponti e mani tese. Le parole sono importanti perché possono cambiare clichè, immaginari e ruoli antichi. Io proprio non ho nessuna intenzione di guardare indietro.

 

Ringrazio Valeria Borgese per questa testimonianza e per le sue importanti riflessioni:

http://www.valeriaborgese.it/blog/p/donne-o-mamme


AGGIORNAMENTO: notizia di oggi 23 luglio, nel Pd viene creato il dipartimento “mamme” con Titti Di Salvo a capo.

Appare chiaro che non  si è compreso un bel niente, la riserva protetta mamme è ancora lì. Un terzo schiaffo a tutte le donne. Ascolto zero. La mia dimensione donna è azzerata, non c’è altro oltre le mamme. 

La maternità è una scelta. Io difendo le donne indipendentemente dalla scelta che fanno su questo o altri aspetti. Mi piacerebbe che si parlasse di opportunità scevre da qualsiasi scelta, genere o appartenenza. Un esempio fra tanti: ci sono compiti di cura che esulano dalla maternità, questo spesso causa lo stesso tipo di mobbing e discriminazioni, fino al licenziamento. Per non parlare poi del numero di padri mobbizzati per aver chiesto congedi o orari più compatibili con il ruolo di genitore. L’ufficio della consigliera di parità regionale segue anche questi casi. Mi piacerebbe un orizzonte più vasto, riconoscendo le difficoltà connesse all’essere donna o al non comportarsi secondo ruoli “conformi al genere di appartenenza. Le italiane e gli italiani si aspettano altre parole, che non escludano, riportandoci indietro di decenni. Perché la scelta di essere o non essere madre resti paritaria. Nessuna agitazione attorno alla parola mamma, solo incredulità di fronte al fatto che non facciamo nemmeno un passo per cambiare paradigma culturale. Pretendo pari diritti in quanto donna, essere umano, cittadina.
Titti Di Salvo, a capo del “dipartimento mamme”, è anche colei che ha negato la relazione art 162ter con la monetizzazione del reato di stalking, bollando tutto come notizia infondata. Ma chiaramente a questo punto dovremmo aver compreso.

http://www.huffingtonpost.it/2017/07/23/pioggia-di-nomine-nel-pd-renzi-designa-40-responsabili-di-dipar_a_23043572/

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Narrazione alterata, stereotipata e romanzata della violenza


Siamo rimaste esterrefatte e incredule di fronte al contenuto dell’articolo a firma di Giampaolo Visetti sull’edizione cartacea de La Repubblica del 20 giugno 2017 (riportato sul web qui).
Siamo sconcertate di fronte a questa ennesima rappresentazione alterata, nociva di un femminicidio. Ci saremmo aspettate, avremmo auspicato più equilibrio in questa narrazione. Anastasia Shakurova è stata uccisa lucidamente e premeditatamente da Stefano Perale, insieme al suo compagno Biagio Bonomo e al figlio che aspettava. Una donna è stata ancora una volta spazzata via per mano di un uomo.
Avviene il consueto ribaltamento delle responsabilità, con la celebrazione del maschio di alto livello in ogni senso, costretto dalla donna a trasformarsi in assassino. La mitezza, l’alta moralità, la rispettabilità e stima sociale, l’elevata cultura tutto corrotto da questa figura femminile.
Purtroppo ancora una volta si lascia spazio a questa trasfigurazione strumentale e misogina della vittima per costruire una donna che non esiste, ma solo immaginata. Anastasia non può più raccontare il suo punto di vista, la sua storia, chi era, quali erano i suoi sogni. Eppure i giornalisti potrebbero farlo, dandole voce, riuscendo a ricostruire la sua figura reale di donna e, soprattutto, evitando di romanzare i fatti e, peggio ancora, di assolvere il femminicida con articoli del genere. Sembra la solita trovata per aumentare la tiratura, per fornire ai lettori assetati, nel pieno della calura estiva, l’ennesima cronaca morbosa. Peccato che si stia parlando di una giovane donna, che non ha potuto proseguire il suo cammino di vita.
Eppure il Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti ha fatto proprio, lo scorso dicembre, il documento della Federazione Internazionale dei Giornalisti (IFJ) a proposito di violenza sulle donne, elaborato nel solco della Dichiarazione delle Nazioni Unite del 1993.

In esso si “richiama i giornalisti all’uso di un linguaggio corretto, cioè rispettoso della persona, scevro da pregiudizi e stereotipi, ad una informazione precisa e dettagliata nella misura in cui i particolari di un accadimento siano utili alla comprensione della vicenda, delle situazioni, della loro dimensione sociale. Ad esempio, adottando nei casi di femminicidio il punto di vista della vittima, possiamo ridarle la dignità e l’umanità che, in una cronaca quasi sempre centrata sulla personalità dell’omicida, vanno perdute. Ancora il documento offre indicazioni importanti circa il rapporto che il/la giornalista può instaurare con chi ha subito violenza, salvaguardandone l’identità, evitando la descrizione circostanziata dei luoghi, preservando quindi il diritto alla privacy.”

Invece questo pezzo pubblicato da La Repubblica non solo non riesce assolutamente ad andare in questa direzione ma non ci prova neanche. Quando si affrontano temi delicati come questo ci si dovrebbe avvalere della collaborazione di esperti che aiutino a collocare gli atti di violenza nel loro contesto storico e culturale, cercando di andare alla radice del fenomeno e fugando l’idea che la violenza sia qualcosa di improvviso, di ineludibile.
Pertanto, ci chiediamo a cosa risponda la scelta editoriale di pubblicare questo tipo di narrazione? Certamente ne è responsabile in primis il giornalista, ma perché pubblicarlo per avallare questa narrazione nociva? Si dovrebbe privilegiare una linea giornalistica che sia sempre rispettosa delle vittime, restituendo un quadro reale e dignitoso delle loro vite interrotte. Occorre evitare la rivittimizzazione delle donne e soprattutto l’insinuazione di una loro corresponsabilità o addirittura istigazione. Non si può suggerire che la donna con il suo comportamento e le sue scelte abbiano indotto l’uomo a toglierle la vita.
Continuare ad assolvere gli uomini che commettono femminicidi è quanto di più tossico e sbagliato ci possa essere. I messaggi che vengono trasmessi si cristallizzano nell’immaginario comune, sostenendo meccanismi altamente pericolosi. Si legittima e si normalizza il femminicidio, che diventa la “soluzione”, a tal punto di “pubblicizzarla” sulle borse, come avvenuto recentemente a Firenze. Occorre sottolineare le responsabilità degli uomini: le loro azioni non sono frutto di una ossessione o di una sofferenza, ma nascono dal desiderio di annientare la vita di una donna, che si vuole possedere e controllare, da riottenere come un “tesoro smarrito” a ogni costo, un oggetto da ottenere e da buttare via quando non soddisfa le proprie aspettative.
“Tutto è finito, il professore di inglese modello Stefano Perale telefona alla polizia per pagare il suo conto.” come si fa al ristorante. La donna in questo quadro diventa una specie di scacciapensieri del senso di fallimento,”una ragazza di trenta che spazza via la solitudine, assieme alla sensazione di aver già perso tutto senza aver avuto mai niente, segna il confine tra un commiato e un riscatto.” Addirittura si parla di improvvisa metamorfosi “di un uomo buono che si scopre assassino spietato”. Non c’è nulla di improvviso, ma tutto rientra in un piano calcolato con freddezza, procurandosi tutti gli strumenti utili a metterlo in atto. Nessuna metamorfosi, solo un ego che ha voluto fortemente strappare via la vita ad Anastasia. Si arriva finanche a tratteggiare un Perale che “sognava che Anastasia potesse volergli bene, sposarlo, diventare una famiglia”, tradito dalla “ragazza che lo aveva illuso di essere ancora vivo”. Arrivando addirittura ad insinuare anche una ipotesi non comprovata dagli organi preposti: “Era felice perché stava per diventare una mamma: il sogno della vita che a lui aveva negato.”
Da questo giornalismo deformante nasce una sceneggiatura totalmente sbilanciata sull’uomo, sulle sue presunte “buone ragioni”, sulla sua innocuità e mitezza, sulla sua bontà interrotta dall’azione egoista e ammaliatrice della donna che tutto distrugge. Ci dovete anche spiegare in cosa consista questa “distanza emotiva tra Venezia e Mosca”, quasi a suggerire la freddezza di Anastasia nei confronti del povero professore, per giustificare la reazione “virile, passionale” di un maschio italico. Siamo ai consueti stereotipi. Non si può continuare a giocare con le parole amore e giovinezza: “un professore di cinquant’ anni può scoprire di essere un assassino mosso da un equivoco sull’amore e sulla giovinezza, ma non riesce a mutare in un killer.” Nessun equivoco sull’amore, qui chiaramente assente, né sulla giovinezza, Perale resta l’autore di un duplice assassino premeditato.
Altro che mistero di una notte di “follia” come si cerca di suggerire sin dal titolo.
Ci auguriamo un giornalismo maturo, che sappia rispettare le donne sempre, senza manipolare i fatti e romanzare sulla violenza contro le donne. Ci auguriamo che si mettano in campo adeguati momenti di formazione per i giornalisti, perché non si debbano più leggere simili contenuti da romanzo d’appendice.
Il gruppo Chi Colpisce Una Donna, Colpisce Tutte Noi
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Prevenire e contrastare la violenza: al centro la donna

@Hanna Barczyk

Le ultime novità in termini di contrasto alla violenza contro le donne, tra cambiamenti significativi, nuovi progetti europei e criticità che richiedono la giusta attenzione e la capacità di ascoltare tutte le parti coinvolte.

 

In tema di violenza contro le donne indubbiamente occorre ancora fare tanto, soprattutto in termini di sistema e di interventi strutturali, non più emergenziali. In quest’ottica si sta lavorando a livello di dipartimento delle pari opportunità. Vedremo i risultati del nuovo piano d’azione nazionale contro la violenza sessuale e di genere.

Tanto dovrà essere fatto in termini di prevenzione e interventi sulla cultura che alimenta e giustifica la violenza. Tanto dovrà essere fatto in termini di formazione di tutti i soggetti coinvolti. Tanto soprattutto in ottica di informazione sulle modalità e sui supporti per uscire da una situazione di violenza.

Al contempo registriamo gli sforzi della Polizia di Stato per ottimizzare approcci e interventi. Già attivo in prova dal 20 gennaio, è stato introdotto il protocollo “Eva” che ha messo insieme una serie di linee guida per gli agenti delle volanti e per quelli in sala operativa, che a distanza coordinano e gestiscono tutti gli interventi. Si tratta di attuare una standardizzazione degli interventi per tutte le Province e anche a livello di interforze. È prevista anche una banca dati sulle aggressioni negli specifici domicili, “per permettere agli agenti della Polizia di Stato di sapere se in passato vi siano stati altri episodi di violenza in un determinato contesto familiare e per tenere sotto controllo le situazioni più rischiose anche in assenza di formale denuncia.”

Il protocollo “Eva” è stato ideato e sperimentato nell’Ufficio prevenzione generale e soccorso pubblico (Upgsp) della Questura di Milano, oggi è operativo in tutte le Questure d’Italia. “Eva” si fonda su due strumenti per tutelare le vittime: l’allontanamento d’urgenza dalla casa familiare e l’arresto obbligatorio in caso di maltrattamento o atti persecutori, per cui si deve verificare una reiterazione delle condotte violente. È previsto un apposito modulo in cui verrà indicata la presenza di ingiurie, minacce, molestie e percosse ma anche di eventuali suppellettili danneggiate o di lividi e ferite che ha portato all’intervento della Polizia. Nel caso in cui la vittima non voglia parlare o minimizzi vengono raccolte le dichiarazioni di eventuali testimoni. Tutte le informazioni confluiscono in un database a disposizione degli agenti e potranno essere una base utile per una eventuale azione dell’autorità giudiziaria. Si sta iniziando pian piano a capire che la donna va protetta e che l’approccio pacificatore è deleterio e molto pericoloso. Purtroppo continuiamo a registrare episodi in cui il sistema di protezione della donna non funziona, non si riesce a intervenire tempestivamente, non si fa nulla quando il violento esce dal carcere, si sottovalutano i segnali di pericolo, le donne finiscono col restare sole. Non è sufficiente l’azione dei centri antiviolenza senza una efficace attività di rete che coinvolga più soggetti.

In Lombardia il 28 aprile è stata deliberata (Delibera X-6526) l’istituzione di un Albo regionale dei centri antiviolenza, case rifugio e case di accoglienza, che è condizione necessaria ma non sufficiente per accedere ai finanziamenti. A dicembre 2016 era stato approvato l’Osservatorio regionale antiviolenza O.R.A. che possiede un sistema di raccolta dati che prevede l’utilizzo del codice fiscale, l’apertura del fascicolo donna e l’attribuzione di un codice donna. I dettagli li trovate nella delibera 19 dicembre 2016 – n. X/6008 (Delibera X-6008 da pagina 20 in poi).

Il 31 maggio è stato approvato in Commissione sanità il parere sulla proposta di istituzione dell’Albo regionale dei centri antiviolenza, case rifugio e di accoglienza, che attende ancora un altro passaggio in giunta per l’approvazione della delibera definitiva. Non sono stata in grado di reperire il documento in questione, ma emerge da questa nota una definizione dei requisiti per i centri già operativi e quelli di nuova istituzione: per i primi è necessario aver indicato nello Statuto l’impegno prioritario nel contrasto alla violenza sulle donne o una consolidata esperienza di almeno 5 anni; per i nuovi, oltre al requisito relativo allo Statuto, è richiesto che tutti gli operatori (sì, il solito maschile neutro) abbiano tre anni di esperienza continuativa maturata nei centri già esistenti.

Inoltre si chiede che si rispetti la clausola, prevista dalla Conferenza Stato-Regioni, sull’impiego prioritario di personale femminile adeguatamente formato.

La Rete lombarda dei Centri Antiviolenza che fa capo a DIRE ha preso posizione il 6 giugno per evidenziare i punti su cui non concorda e ciò che risulta in contrasto con quanto stabilito dalla Convenzione di Istanbul e dall’Intesa Stato Regioni del novembre 2014. In gioco ci sono aspetti molto delicati sulla gestione dei casi, sulla composizione dell’albo, sul personale operativo, sui protocolli, sulle modalità di funzionamento del sistema O.R.A.

Qui il comunicato dettagliato della Rete lombarda.

 

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P.s. Maria Elena Boschi, che detiene la delega alle pari opportunità, ha presentato un bando che mette a disposizione 22 milioni per le associazioni che si occupano del recupero delle vittime della tratta di donne. Qui i dettagli.

L’impegno vero è smetterla di guardare e di parlare di numeri. Non siamo numeri, ma vite e storie di donne interrotte per mano di uomini. Parlare come si fa qui di fenomeno, una percentuale, un trend, un grafico non aiuta a comprendere cosa accade veramente alle donne.

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Una TV che non rispetta i vissuti di donne e bambine


Un servizio, un ennesimo servizio di Nemo, Nessuno escluso, su cui dobbiamo riflettere e interrogarci perché trasmesso da una rete pubblica in prima serata. La sposa bambina descrive con dovizia di particolari i preparativi della cerimonia di Prima comunione di una bambina meridionale. Ci domandiamo da cosa nasca questo servizio e a cosa risponda? A fornire uno spaccato di quanta fragilità ci possa essere nella nostra società? A colpevolizzare una madre? A fotografare un fenomeno di costume, offrendo uno spaccato folcloristico del nostro Sud? A fare un cabaret triste e uno spettacolo morboso su di una bambina? Il tutto senza andare a monte, restando solo alla superficie delle cose che accadono e accendendo i riflettori sulle spese folli per una comunione, senza interrogarsi sulle ragioni più profonde e sul contesto da cui esse traggono origine.
Lasciando tutto alle immagini, alle frasi delle madri e agli sguardi smarriti di bambine condotte in ingranaggi che lasciano il segno, risulta evidente solo lo stigma e l’aspetto folcloristico, tagliente però più di una lama. Con il gravame preliminare di quel titolo che ci accompagna per tutto il servizio, quelle parole che insieme proprio non ci stanno: Sposa e Bambina. C’è che a queste bambine vengono sottratti orizzonti perché le stesse madri sono impossibilitate, dal contesto in cui sono cresciute e in cui vivono, a fornire strumenti diversi per costruirsi un futuro. I padri non ci sono, come sempre o sono invisibili o restano sullo sfondo.
Anni e anni di tv commerciale del biscione hanno creato un immaginario che non lascia molte alternative, come del resto fece anche Boncompagni quando si inventò le ragazze poco più che bambine di Non è la Rai. Fautori di un modello televisivo Lolita oggetto sessuale per un pubblico incapace di percepirne le conseguenze. Conseguenze che si annidano e alimentano un immaginario che, anziché essere eradicato si afferma come fonte di riscatto. L’emancipazione fatta di lustrini e paillettes diventa monodirezionale, con la conseguenza che Belen, se diviene per la madre il modello auspicabile per la figlia, per la bambina non è altro che un immagine irreale su di un poster pubblicitario, al punto da domandarsi: “Ma Belen è viva?”.
Chiedere a una bambina di 9 anni di essere più sexy davanti all’obiettivo fa venire i brividi, perché è come se si stesse cancellando la sua infanzia, il suo diritto di essere semplicemente una bambina di 9 anni, senza doverne dimostrare di più, senza occuparsi di essere come qualcun’altra. Tagliando a fette il tempo, quasi si volesse fuggire da un presente fatto di difficoltà e sacrifici e da un futuro altrettanto oneroso. E succede così che si investa in una cerimonia, come confermato dalle parole della padrona del negozio di abiti per comunione: “Abbiamo notato che i clienti sono focalizzati più sulla comunione che sul matrimonio, forse perché non c’è l’aspettativa di un futuro, preferiscono fare adesso tutto. (…) Le mamme cercano questo (ndr abito) come da grande, così le vogliono da bambine.”
Come succede ai concorsi per baby miss, molto diffusi negli USA, si assiste anche in Italia ad un’adultizzazione precoce e indotta, utilissima ad una industria della moda, della pubblicità, dello spettacolo che richiede come merce di scambio lo scempio delle vite di queste bambine. Così facendo si plasma e si replica all’infinito una cultura capace di costringere bambine e donne in gabbie utili a segregarle socialmente e culturalmente per accrescerne conseguentemente le differenze di opportunità. Le responsabilità sono di tutti coloro che a queste madri e a queste figlie non offrono alternative di vita, di pensiero, di emancipazione, ossia quel gancio in mezzo al cielo che gli consentirebbe di cambiare orizzonti e prospettive di vita. Forse in qualche caso la madre cerca il proprio riscatto sociale attraverso la figlia, quasi a volersi concedere un’altra, seppur tardiva, opportunità. Forse nemmeno si rende conto che sua figlia è ancora una bambina, solo travestita e ricostruita da adulta.
È, però, onere dei media, della scuola, della comunità d’appartenenza, di chi giudica senza capire, senza comprendere che c’è un problema e un vuoto più vasti. Se in tutta la tua vita ti viene detto che è solo attraverso la bellezza, il tuo corpo, l’ingresso nel mondo dello spettacolo, che puoi costruirti un futuro, non vedrai alternative. Non potrai immaginare altre strade, non potrai essere diversa da questo programma e da questo destino.
La vicenda descritta nasce a Napoli ma non ha confini territoriali, potrebbe spaziare ovunque se solo allargassimo lo sguardo ad ogni luogo caratterizzato da alcuna emancipazione mentale, zero aspirazioni, nessuna via d’uscita se non quelle legate agli stereotipi e ruoli femminili. Soprattutto laddove lo studio e la scuola non vengano percepiti come occasione di riscatto e di opportunità su cui investire.
Il servizio televisivo La sposa bambina dovrebbe richiamare tutti noi alla responsabilità di permettere a tutti le stesse opportunità, in modo che si possa partire più o meno tutti dallo stesso punto e che vengano rimossi concretamente tutti gli ostacoli ad una crescita e a uno sviluppo paritario e non discriminatorio. Un obbligo che per la televisione pubblica dovrebbe costituire l’essenza della sua mission, non fosse altro che per offrire gli strumenti per tentare di comprendere le ragioni di questi fenomeni, nonché le correlate responsabilità private o pubbliche che siano.
La tv è responsabile della costruzione, della veicolazione e della sopravvivenza di certi immaginari, come anche delle false aspettative e visioni distorte che ad essi conseguono. Nel tempo ha prodotto e consolidato modelli idonei ad ingabbiare le persone e non si è preoccupata di fornire stimoli alternativi, limitandosi così ad assecondare la cultura vigente. Con il tempo l’intrattenimento, non sempre di qualità, ha preso il sopravvento e anche la Rai si è adeguata. Non ha mai mostrato qualcosa di diverso, storie di riscatto diverse, salvo sporadicamente. Non ci crede e non investe sino in fondo, a volte perde finanche l’attenzione a specifici contenuti quali quelli delle infinite declinazioni dell’essere donna, delle infinite sue possibilità, dei diritti acquisiti da difendere e quelli per cui si deve lottare.
La tv in questo caso si è deresponsabilizzata, producendo e mandando in onda questa storia senza supportarla con un approfondimento adeguato, di fatto addossando la responsabilità solo sulle donne, sulle mamme, che invece sono le vittime di un sistema che non concede alternative di emancipazione e di miglioramento.
Troppo semplice narrare di un ascensore sociale bloccato, facendone ricadere la colpa sulla chi è vi è rimasto rinchiuso e non su chi deve garantire il funzionamento dell’intero sistema sociale, affinché sia assicurata a tutti una prospettiva di vita dignitosa ed il più possibile egualitaria e paritaria.
Questo servizio non rispetta le persone, le donne, i bambini, con i loro rispettivi vissuti. Li proietta e li getta in pasto ai telespettatori. Una tv che fa servizio pubblico non può superficialmente mandare in onda qualcosa senza pensare alle inevitabili conseguenze, strumentalizzando le vite altrui per fare audience. La tv del tiro al bersaglio, della gogna, del circo, del tutto va bene pur di alzare lo share non può legare con la mission del servizio pubblico degno di tal nome.
Il gruppo Chi Colpisce Una Donna, Colpisce Tutte Noi
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Una parvenza di attenzione alla conciliazione

@Anna Parini

 

La parità di genere in Italia è un rapporto 40-60 dei capilista e l’alternanza di genere nel listino e nei collegi. La parità è un belletto da usare una tantum per dare la parvenza di una società che aspira e lavora per l’eguaglianza degli individui.

La parità è diventata la parola “mamma” incastrata a forza in un discorso politico e una fantastica cascata di bonus. La parità è richiamare le donne solo sotto elezioni. La parità costruita dal linguaggio e dal racconto politico è tutto il fumo che siamo state costrette a respirare sinora. Alcune ancora fanno fatica a capire che dovremmo essere passate da un pezzo dalle quote rosa da riserva alla democrazia paritaria. Tutto il fumo che ci sottrae diritti e ci porta indietro. Basta vedere quanto male siano ridotti i servizi consultoriali pubblici. Che poi c’è chi sostiene che alla fin fine non possiamo farci niente e che le alternative ci sono. Ma davvero ci siamo arrese a questa deriva che non vede nessun desiderio di opposizione?

Ecco, mi piacerebbe sapere cosa sarebbe successo alla donna licenziata al rientro dalla maternità a Grassobbio alla Reggiani Macchine se non ci fosse stata la pronta reazione e solidarietà dei suoi colleghi. Ve lo dico io: non ci sarebbe stata la promessa dell’azienda di procedere a un ricollocamento e tutto sarebbe passato sotto silenzio. Nessuno se ne sarebbe occupato, come accade nella stragrande maggioranza dei casi di discriminazioni di genere.

Torno a parlare sui temi del lavoro dopo aver pubblicato questo pezzo.

Il 2 giugno sull’inserto milanese del Corriere ho letto un articolo su quanto possa diventare ostile il luogo di lavoro al rientro della maternità. Ce ne parla Marzia Pulvirenti, responsabile del Centro donna della CGIL a Milano, che avevamo incontrato lo scorso novembre per parlare di molestie sul luogo di lavoro. Un clima insopportabile al rientro in ufficio, mansioni svuotate o modificate fino all’assurdo, incarichi fittizi, tempi infiniti di assegnazione a nuovi progetti, scrivania e materiali di lavoro scomparsi, rimproveri, richiami, pesanti critiche, per alcune nemmeno un bentornata o congratulazioni per il bambino. Fino a toglierti premi di produttività (non è legale ma accade) e qualsiasi ipotesi di crescita professionale. Si viene tagliate fuori nonostante le competenze, l’esperienza, solo perché chiedi un paio d’anni senza trasferte fuori regione o internazionali. C’è chi per questo arriva a somatizzare queste pressioni, alcune iniziano a sperimentare attacchi di panico e crisi depressive. C’è chi ti risponde che basta organizzarsi e attrezzarsi per conciliare, occorre scegliere altrimenti sei fuori. E poi non tutti gli ambienti sono solidali, spesso i primi a coalizzarsi con il datore di lavoro sono proprio i colleghi, i primi a lamentarsi del fatto che tu non riesci più a rimanere in ufficio fino alle 10. Meglio tagliare una risorsa e formarne un’altra piuttosto che cercare di andare incontro alle esigenze della neomamma. Altro che valorizzazione del capitale umano.

Copyright Corriere della Sera

Pulvirenti racconta un’escalation di piccoli, grandi, pesanti accadimenti che rendono la vita delle lavoratrici un inferno: 230 casi riconosciuti negli ultimi due anni. Ma sono molte di più coloro che si rivolgono al Centro solo per informazioni su diritti, tutele, in via preventiva. Raccogliere i pezzi di una serie di episodi, a volte quotidiani, è doloroso e non è semplice. Non sempre è sufficiente l’approccio “amichevole” di una interlocuzione tra sindacato e datore di lavoro. Non sempre basta una diffida formale, non sempre si ha la forza di arrivare alle vie legali. Molto prima, prima che si arrivi al Centro donna o ci si rivolga a una consigliera di parità ci sono giorni, mesi in cui la resistenza delle donne che vivono il mobbing e trattamenti discriminatori viene messa a dura prova. La resistenza porta a scegliere la via più rapida per tagliare la fonte dei problemi, ciò che all’improvviso ti fa crollare certezze, autostima, variabili, prospettive. Ci ripetono che una donna su tre lascia il lavoro entro un anno dalla nascita del primo figlio, spesso spontaneamente, portandosi dentro quello che ha trovato al rientro e che l’ha portata a questa scelta indotta. A Milano in due anni ne hanno contati 118 di casi di questo tipo. Come vedete, una legge contro le dimissioni in bianco non è in grado di fare da barriera a forme di abbandono del lavoro che di volontario hanno ben poco.

In qualche caso, quando si procede in via giudiziale, si ha il ripristino della situazione lavorativa, con il giudice che procede a prescrivere un risarcimento del danno professionale, prevedendo una percentuale di retribuzione per ogni mese del demansionamento (dal 10% al 40%). Poi occorre valutare danni alla salute e morali. Ma quante donne hanno la forza di arrivare sino in fondo, intraprendere un iter lungo che non è detto che si concluda in modo favorevole? Su questo contano i datori di lavoro, che la donna si dimetta in via spontanea e si arrenda di fronte ai tempi di un ricorso legale. Oltre al fatto che se si ha un contratto atipico, la situazione e le tutele diventano precarie.

Esistono resistenze culturali, che producono formule organizzative aziendali che non sempre sono in grado di accogliere adeguatamente i cambiamenti non solo post maternità, ma in ogni occasione in cui un uomo o una donna si trovano a dover rimodulare la propria vita privata e lavorativa. Perché di mobbing soffrono anche gli uomini. Certo a causa di visioni stereotipate dei ruoli di genere, le donne sperimentano una condizione di precarietà maggiore rispetto agli uomini e di una maggiore esposizione alle discriminazioni lavorative. Le donne vengono ostacolate e frenate nei loro progetti e scelte.

Lo stato pensa bene di ritirarsi pian piano dalla “cura” di questioni cruciali, dando spazio da un paio d’anni alla formula del welfare aziendale: interventi di carattere sociale in forma di trasferimenti monetari o servizi, alternativi alla retribuzione aziendale classica, proposti dalle imprese e liberamente scelte dalle persone in alternativa (asili nido/scuola dell’infanzia, polizze sanitarie e previdenziali, ore di permesso per assistere i genitori, telelavoro o lavoro agile). L’obiettivo dichiarato è migliorare il clima aziendale e fidelizzare le persone. Rispetto a quanto raccontato sinora a proposito della situazione milanese, con un sommerso che non riusciamo a vedere e a quantificare sia in termini di lavoro che di discriminazioni, non sentite la stonatura?

Un neopaternalismo industriale che segna la progressiva resa dello stato in materia di welfare. Ce la vendono come responsabilità sociale delle imprese, che ci guadagnano in termini di sconti fiscali, ma sappiamo come da un lato ci siano queste belle facciate e poi si continui a mobbizzare le persone. Un modo per dirti di non chiedere di più, di non pretendere rinnovi contrattuali perché mamma impresa già ti garantisce tanto.

Intanto ci sono evidenti problemi. Emmanuele Pavolini, Università di Macerata, intervenendo l’anno scorso (luglio 2016) in un convegno alla Camera li evidenziava:

– Rischio di scarico di responsabilità su impresa: Welfare aziendale inteso in alcuni casi come sostitutivo di quello pubblico.

– Rischi di dualizzazione: quali profili di lavoratori hanno accesso al welfare aziendale e quali no.

– Il welfare interaziendale e territoriale: il Welfare aziendale va adattato alle esigenze sia di imprese di grandi dimensioni come delle PMI e collocato all’interno di un’ottica di rete pubblicoprivata.

– Bisogni di conciliazione non troppo coperti per ora (neanche) dal Welfare aziendale: non autosufficienza.

Pavolini indicava anche cinque punti su cui intervenire:

1. Dal welfare aziendale al welfare interaziendale per le PMI e per le filiere che vedono assieme grandi imprese e PMI: rafforzare e sostenere ruolo Enti Bilaterali.

2. Sostenere l’azione di soggetti in grado di facilitare la costruzione di reti fra imprese e altri attori nel territorio – progetti che finanzino e sostengano «reti territoriali per la conciliazione» (Lombardia). Ma come funzionano e come vengono monitorate (ndr)?

3. Sostegno delle spese per l’accesso a servizi socio-educativi (voucher) e/o creazione diretta di servizi aziendali (asili nido) aperti al territorio: sostenere l’accesso ai servizi è lo strumento migliore per ridurre i processi di «dualizzazione» dati i costi dei servizi per la prima infanzia relativamente alti e le liste di attesa lunghe.

4. Semplificazione della normativa di incentivazione fiscale al welfare aziendale e supporto alla contrattazione decentrata (L. Stabilità).

5. ATTENZIONE: OCCORRONO INVESTIMENTI FINANZIARI NELLA RETE PUBBLICA DI SERVIZI ALLA PRIMA INFANZIA (PER AUMENTARE POSTI E ABBASSARE RETTE) ALTRIMENTI TUTTO IL RESTO REGGE SOLO PER ALCUNI PROFILI DI LAVORATORI E LAVORATRICI!

Quale personalizzazione del servizio ci può essere, quando vengono meno gli intermediari sindacali e il rapporto datore di lavoro-dipendente diventa one to one? Volete farci credere che improvvisamente questo rapporto si è autoequilibrato e si è instaurata una pax aziendale che tutto tutela e tutto risolve? Macché riconoscimento culturale e concreto dei lavori di cura attraverso il welfare aziendale, quando nemmeno ti riconoscono un part-time temporaneo. L’unica libera scelta che possiamo fare è non credere a queste nuove sirene che ci stanno costruendo e tornare a lottare seriamente. Con un nuovo progetto sul lavoro. La CGIL ci ha provato, ma non c’è alcun ascolto, si è deciso di poter fare a meno dei corpi intermedi. Le donne sono state l’imprevisto della storia, qualcosa l’abbiamo modificata, ma evidentemente non in modo permanente e profondo, perché i diritti occorre difenderli non solo acquisirli. Dobbiamo tornare a spiegare che l’orizzonte è la genitorialità e permettere di viverla non come un malanno, un impedimento, un macigno. Così come dovrebbe essere di fronte a ogni criticità e cambiamento. Non augurateci buona fortuna come se dovessimo prepararci a un destino ineluttabile che ci porta fuori dal mondo del lavoro. Siamo indignate di essere inserite nel discorso politico come mamme, siamo donne, questo ci aiuterebbe a cambiare la cultura politica e aziendale. Non ce la facciamo più a sentirci ripetere “trovati un lavoro”, ci avete sottratto il futuro con la vostra ottusa visione semplicistica, che ci ha sottratto diritti e non ci assicura servizi. Iniziamo a tagliare voucher baby sitter e i mitici bonus, creiamo più servizi pubblici. Lo abbiamo visto che questi sistemi non portano risultati in termini di natalità (ossessione governativa): siamo fermi perché evidentemente sono altri i fattori in gioco e che servirebbero. Pretendere che nonostante le nostre precarietà si sfornino figli per la patria si qualifica da sé. Iniziamo a rendere accessibili a tutti interventi friendly come part-time reversibili, turni agevolati, “smart working”. Iniziamo ad assicurare parità retributiva. Forse se partiamo da politiche che guardano al benessere e alla qualità di vita della donna a 360° e non solo nella loro funzione riproduttiva, avremo fatto un passaggio culturale e di civiltà fondamentale.

Che fine hanno fatto poi i 100 milioni per nuovi asili nido stanziati dalla legge di stabilità 2014 e mai spesi dalle Regioni (come risultava da un’audizione dell’ottobre 2016)? Quelle risorse sono rimaste alle Regioni, senza integrare i bilanci dei comuni per l’erogazione del servizio? Questi gli ultimi aggiornamenti che riguardano i nidi. Adesso si parla di un fondo nazionale. Vedremo come andrà questo ennesimo capitolo.

In compenso è arrivato il bonus asili nido e quello da 1.500 euro per baby sitter, tate e badanti a Milano. Non ci sono abbastanza posti, le rate e le quote di iscrizione sono spesso alte, le scuole estive diventano inaccessibili a causa dei rincari ma chi riesce a intervenire su questi aspetti? Ho l’impressione che si punti ad alimentare più il business della cura che altro.

Dobbiamo evitare il faidate, spingere per una visione e per politiche strutturali e sistemiche, ridurre la forbice nord-sud. Se l’obiettivo è rendere questo Paese a misura di donna, dobbiamo avere una visione, di Paese, di investimenti, di equilibri, di modernità e di parità coerenti e che sostengano questo progetto. Occorre il coraggio di percepire la necessità di politiche che daranno i loro frutti solo nel medio-lungo periodo, in un interesse che non guarda solo l’oggi e non guarda solo al proprio.

Rafforzare le modalità di accesso delle donne a posti di lavoro dignitosi e di qualità è un impegno rinnovato all’ultimo G7 di Taormina. Qualità e dignità sono caratteristiche del lavoro che quando si tratta di varare politiche in Italia stranamente perdono forza e valore. Stranamente.

In sintesi, per quel che concerne il tema lavoro:

Ci si è posti l’obiettivo di ridurre il divario tra i tassi di partecipazione alla forza lavoro di uomini e donne del 25% entro il 2025, attraverso la promozione della partecipazione femminile, migliorandone qualità ed equità in ottica di genere. Condizione essenziale è riconoscere l’impatto negativo del gap di partecipazione, retributivo e pensionistico. Altresì occorre riconoscere e dare valore al lavoro domestico e di cura non retribuiti quali contributi fondamentali all’economia.

Una stima/valutazione può essere svolta in modo omogeneo dagli istituti statistici nazionali, europei e internazionali, partendo da quanto già disponibile (OCSE, i dati della 19ma International Conference on Labor Statisticians (ICLS) Resolution on Work Statistics, il lavoro dell’ILO (labor force survey (LFS). Unire i dati serve a monitorare progressi e a ricalibrare le misure, in modo che i compiti non pesino solo sulle donne. Investire in infrastrutture sociali per sostenere ogni tipo di compito di cura, un mix interconnesso di strutture, luoghi, spazi, programmi, progetti, servizi e reti che servono a migliorare gli standard e la qualità della vita in una comunità. A questi vanno aggiunti strutture e servizi per la salute, strutture didattiche, aree ricreative, nonché programmi per incrementare lo sviluppo dello sviluppo comunitario e culturale.

Inserire un’ottica di equità di genere serve in ogni fase del processo di decisione politica e di definizione delle priorità nella definizione delle infrastrutture: concepire, pianificare, approvare, eseguire, monitorare, analizzare e controllare il budget.

Prevedere la dimensione di genere consente di ottimizzare l’impatto e / o aumentare la quantità di risorse disponibili dedicate. L’obiettivo è creare un sistema di servizi, infrastrutture e servizi sociali, anche in partenariato pubblico-privato, realmente accessibili a tutti.

 

Sul lavoro di cura:

http://www.ingenere.it/articoli/sguardi-globali-lavoro-domestico-venezia

http://www.ingenere.it/dossier/come-cambia-lavoro-di-cura

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I destini e i diritti interconnessi di bambini, adolescenti e donne

@WeWorld

Penso che sia fondamentale fare una premessa per parlare di “rischio esclusione”, cuore del lavoro presentato da WeWorld nel suo Indice annuale. Allarghiamo lo sguardo e cerchiamo di analizzare questo tema così come giustamente evidenzia il report di WeWorld:

“Una lettura superficiale delle due Convenzioni ONU che concernono le bambine/i, gli adolescenti e le donne – la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza (CRC, 1989) e la Convenzione sull’Eliminazione di tutte le Forme di Discriminazione contro le Donne (CEDAW, 1979) – potrebbe condurre a vederle come distinte e inconciliabili. Le due Convenzioni sono invece complementari e interdipendenti: proteggere i diritti delle donne è importante in sé, ma lo è anche per bambine/i e garantire i diritti della popolazione under 18, specialmente delle bambine, è il primo passo per promuovere le pari opportunità tra uomini e donne (Unfpa e Unicef, 2010). Donne, bambine/i e adolescenti hanno maggiori probabilità di cadere in povertà rispetto agli uomini (One, 2015). Tra gli esseri umani, infatti, le donne e i bambini – e tra questi ultimi in misura maggiore le bambine – sono più a rischio di povertà e di violazioni dei diritti umani (Oakley, 1994). È per questo che ai bambini e alle donne sono riservati due specifici trattati per difenderne i diritti fondamentali. Se due specifici trattati erano dunque necessari, ciò ha però fatto sì che originariamente e fino a qualche anno fa dei diritti dei bambini e delle bambine, da un lato, e di quelli delle donne, dall’altro, si parlasse separatamente, come se il rispetto o la violazione dei diritti degli uni non avesse niente a che fare con il rispetto o la violazione dei diritti delle altre, e viceversa. Più recentemente i diritti delle donne e dei bambini e i due relativi trattati (la CRC e la CEDAW) sono invece stati letti e analizzati in stretta relazione. Ciò non significa negare le specificità dei due gruppi e di alcuni diritti loro propri, ma ammettere come il rispetto dei diritti dei bambini/e abbia ricadute positive sul rispetto dei diritti delle donne e viceversa. Si è quindi cominciato a parlare di complementarietà tra la CRC e la CEDAW, ma ancora più efficacemente di sequenzialità (Price Cohen, 1997). Perché le donne esercitino pienamente i loro diritti, in quanto donne, occorre infatti che le bambine che sono state abbiano imparato quali sono i loro diritti in quanto bambine, e a tutelarli e rivendicarli (Bosisio, Leonini, Ronfani 2003). Quindi, anche se emanata successivamente, la CRC va intesa, come afferma Cynthia Price Cohen, precorritrice della CEDAW, nel senso di imprescindibile punto di partenza per ribadire il riconoscimento dei diritti delle donne e contemporaneamente per considerare i diritti delle bambine come “parte di una più ampia definizione dei diritti delle donne” medesime (Price Cohen, 1997: 74).”

Per giungere a una analisi completa della condizione di bambine e donne occorre spingersi oltre le dimensioni consuete di indagine (educazione, salute, benessere materiale) per esplorare fattori nuovi: pari opportunità, partecipazione sociale, accesso all’informazione, ambiente e abitazione, protezione personale, i conflitti, accesso al lavoro, creazione di capitale umano ed economico, sfruttamento del lavoro minorile e la violenza contro le donne.

Il WeWorld Index 2017 rileva che i Paesi in cui bambini, adolescenti e donne soffrono di esclusione insufficiente, grave o gravissima sono 102 sui 170 analizzati dallo studio. Senza un intervento repentino le disuguaglianze di genere sono destinate a crescere in maniera esponenziale (il loro numero è aumentato di 22 milioni tra il 2016 e il 2017).

L’Italia fotografata risulta il Paese meno inclusivo dell’UE, ci collochiamo al 21° posto, raggiungiamo la sufficienza. L’Italia dovrebbe fare uno sforzo quasi doppio rispetto alla Norvegia (al primo posto) per conseguire i risultati del paese ideale.

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Passata la festa… continuano a farcela

@ Olimpia Zagnoli

Un bilancio sulla condizione femminile in Italia, tra ruolo di cura e di assistenza e gli impegni lavorativi.

 

Passata la festa della mamma, torniamo a tuffarci nella routine e sulla consueta linea di galleggiamento.

Prima di perdere di nuovo di vista la vita di tante donne, desidero soffermarmi sull’ottimo lavoro di Giovanna Badalassi e Federica Gentile per il report 2017 “Le equilibriste – la maternità tra ostacoli e visioni di futuro” di Save the children.

In Italia è confermato il trend dell’età del primo figlio: 31,7 anni contro la media europea di 30,5 anni. Il tasso di fecondità italiano è di 1,35 figli per donna contro la media europea di 1,58. Il contesto in cui questa tendenza si consolida non è chiaramente dei più sani.

2 Tasso di fecondità femminile in Italia (2008 e 2015)

Fonte: report 2017 “Le equilibriste – la maternità tra ostacoli e visioni di futuro” di Save the children.

3 Età media delle madri al parto (2015) UE 28

Fonte: report 2017 “Le equilibriste – la maternità tra ostacoli e visioni di futuro” di Save the children.

Tra i 25 e i 49 anni nel 2015 il tasso di occupazione in Italia raggiungeva il 57,9% (nella stessa fascia gli uomini erano il 77,9%). L’Italia si colloca alla 27ma posizione su 28 (l’ultima è la Grecia). Il loro tasso di occupazione diminuisce progressivamente al crescere del numero di figli: “dal 62,2% del tasso di occupazione delle donne senza figli tra i 25 e i 49 anni, si scende al 58,4% delle donne con un figlio, al 54,6% delle donne con due figli, al 41,4% delle donne con tre e più figli.”

Donne adulte tra i 25 e i 64 anni per numero di figli ed età del figlio più piccolo 2015

Fonte: report 2017 “Le equilibriste – la maternità tra ostacoli e visioni di futuro” di Save the children.

Tra i 25 e i 44 anni le donne dedicano al lavoro domestico 3,25 ore al giorno, contro 1,22 degli uomini; così come il lavoro di cura dei familiari, soprattutto figli tra 0 e 17 anni (2,17 ore le donne contro 1,29 degli uomini). Certo la situazione migliora, ma qualcosa non gira ancora nel verso giusto.

Durata media specifica in ore e minuti di un giorno medio settimanale del lavoro domestico per genere e tipologia di

Fonte: report 2017 “Le equilibriste – la maternità tra ostacoli e visioni di futuro” di Save the children.

In termini di qualità della vita per le mamme al vertice della classifica si confermano il Trentino Alto Adige, la Valle d’Aosta, l’Emilia Romagna la Lombardia.

Ci dicono che dobbiamo far figli per far crescere il Paese, che invecchiando ha sempre meno parti della popolazione attiva. Ma chi nel frattempo si occupa di assicurare o far crescere il benessere di chi deve fare il genitore?

“Le famiglie e, all’interno di queste, le mamme avranno sempre maggiori difficoltà in futuro a sostenere, così come succede oggi, la cura dei figli, degli anziani, e al contempo produrre un reddito familiare adeguato per il sostentamento della famiglia: troppi e troppo intensi sono i cambiamenti sociali ed economici che obbligano ad un ripensamento del nostro modello di welfare”.

Il doppio reddito che oggi è indispensabile per mantenere adeguatamente una famiglia e non essere a rischio povertà, in realtà è sempre più simile a un reddito e mezzo o un quarto. Sì perché per poter gestire tutto il lavoro non retribuito qualcuno deve contrarre il proprio orario di lavoro retribuito.

Percentuale part-time donne occupate 25-49 anni Italia-UE 27 e numero di figli

Fonte: report 2017 “Le equilibriste – la maternità tra ostacoli e visioni di futuro” di Save the children.

Almeno che il proprio lavoro non riesca ad avere livelli di retribuzione talmente elevati da poter restribuire a nostra volta una persona che si occupi in nostra vece della cura della casa, dei figli e dei genitori. Perché se vogliamo essere oneste e sincere, dovremmo riflettere su quale percentuale di donne che si avvale di un aiuto (badante, colf o tata) assume regolarmente queste persone. Perché il nocciolo della questione sta proprio qui. Il rischio di un vortice, con ricadute negative, che si ripiega su se stesso è elevato, troppo. Le discriminazioni anziché ridursi si autoalimentano. Il cambiamento parte da qui. Perché dobbiamo chiederci a che prezzo è possibile lavorare, se il welfare familiare deve essere costretto a supplire la mancanza di interventi strutturali e in ottica di medio-lungo periodo.

La presenza delle donne nel mondo del lavoro non può essere supportata attraverso la politica dei bonus, di interventi emergenziali o una tantum che lasciano grossi buchi e che non riescono a garantire servizi su tutto il territorio (si pensi al tempo pieno e alle mense scolastiche, che a volte sono di qualità non soddisfacente). Siamo di fronte a sfide culturali, politiche, di investimenti pubblici che anziché sprecare risorse in termini autopromozionali/elettorali immediati, dovrebbero preoccuparsi di non creare ulteriori distanze tra chi può permettersi una qualità della vita buona e soddisfacente e la sempre più consistente porzione di chi deve rinunciare man mano a diritti, garanzie, servizi, sostegni e futuro. Non facciamo figli e nel rispetto di questa scelta chi ci governa deve porsi le giuste domande e non scaricare su di noi e fustigarci. È una questione di orizzonti e scelte di vita. È una questione di prospettive e di clima. È una questione di fiducia e la fiducia non la compri con una manciata di euro. Le donne sono una forza sociale determinante, che facciano o meno figli. Ve ne dimenticate troppo spesso, salvo due o tre giorni l’anno, salvo elezioni.

 

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Ritrovare la propria voce

La mostra “Violenti granelli di polvere” di Maria Micozzi presso la Casa delle Arti – Spazio Alda Merini

 

Questa non è una recensione, è la condivisione di una lettura e di ciò che mi ha scatenato dentro.

Il libro è Il canto delle balene di Giovanna Pastega, Laura Capone Editore.

Quando ci si accosta al tema della violenza contro le donne, è necessario essere capaci di empatia, riuscire a trovare le parole giuste, una sorta di grammatica che sappia tradurre sentimenti, sensazioni, pensieri, tra conscio e inconscio. Perché le parole possono ferire, colpire, ma anche salvare, possono diventare la scintilla che fa partire un moto interiore per uscire da una situazione di violenza.

“Nominare le cose” che accadono significa definirne i contorni, riconoscerle per ciò che sono. Così la violenza.

Condivido quanto scrive Giovanna Pastega:

“La violenza, qualunque volto abbia, qualunque forma assuma, i segni più grandi li lascia nell’anima. Le donne che sono state toccate dalla violenza più cruda, quella che corrode e annienta fino all’osso, finiscono tutte a un certo punto per perdersi, per non riconoscersi più, per annullarsi. Oltre al dolore delle botte e alla mortificazione delle parole in loro si diffonde un dolore più grande e profondo che non ha un nome, perché loro stesse non glielo vogliono dare. Ne hanno paura. È il dolore dell’oblio, della perdita di sé.”

“Ormai basta un niente” per farlo scattare, dice una delle protagoniste: in quel niente le donne vengono annientate quotidianamente, nel vano tentativo di non scatenare al tempesta e di arginarla.

“Dare un nome” significa guardare in faccia la realtà e riuscire a risignificare la propria esistenza per il futuro, che sia finalmente libero da quel vissuto. Certamente è un vissuto che non si può rimuovere mai del tutto, ma lentamente lo si può circoscrivere, lo si può adoperare come strumento di forza, dal momento che si intraprende una presa di coscienza e si intravede la possibilità di voltar pagina e ricominciare a ricostruirsi. Perché l’annientamento del sé è reversibile. Questo è uno dei messaggi più importanti di questo libro.

 

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Interconnessioni che ci riguardano #20maggio

“A feminist is anyone who recognizes the equality and full humanity of women and men.” Gloria Steinem and Dorothy Pitman Hughes 1971

 

Non è sufficiente una sola giornata, ma è necessario ribadire l’importanza di una attenzione e di un impegno tutto l’anno. Sabato ci sarà la manifestazione “20 maggio senza muri” promossa dal Comune di Milano e da altri soggetti, riprendendo la marcia di Barcellona della sindaca Ada Colau.

In quella giornata manifesteranno anche le realtà che aderiscono alla rete “Nessuna persona è illegale” per portare un messaggio che integri cultura e azione pratica e quotidiana di dialogo e di accoglienza, affinché le politiche sulle migrazioni siano articolate diversamente, affinché si comprenda che l’arrivo di questi nuovi cittadini e cittadine sia una grande opportunità per il nostro Paese.

Se non abbandoniamo l’idea di un approccio incentrato esclusivamente su prassi securitarie che sono tanto in voga, avremo solo alimentato le posizioni xenofobe e di esclusione. I diritti umani non possono avere vuoti o sospensioni o eccezioni. Leggi come la Bossi-Fini, legge Minniti-Orlando o la scelta di non garantire l’appello ai richiedenti asilo non vanno nella direzione di assicurare tutele e diritti certi e uguali per tutti. Così pure i contenuti del Regolamento di Dublino per quanto riguarda le competenze in merito alla domanda di asilo (Paese di arrivo). Si separa, si creano differenti trattamenti e diversi gradi di tutela dei diritti.

Vi invito a riflettere su questa dichiarazione contenuta nell’appello  Nessuna persona è illegale:

“Non riconosciamo la distinzione tra autoctoni e immigrati, tra regolari e irregolari, tra rifugiati e migranti economici, perché i problemi degli uni e degli altri non sono diversi e contrapposti ma collegati: i temi del lavoro, del reddito, della precarietà, dell’istruzione e formazione professionale, della casa, della salute, accomunano tutte e tutti, e non ammettono che soluzioni condivise.”

Se riuscissimo ad assumere questa ottica, eviteremmo anche quella lotta per le briciole che tanto avvantaggia destre e leghe. Soprattutto eviteremo atteggiamenti ipocriti e che discriminano.

Ipocrisia che si è di recente tradotta anche nel fatto che in tanti non hanno preso posizione pubblicamente in occasioni recenti come l’operazione di polizia in Stazione Centrale o riguardo alle esternazioni di Debora Serracchiani. Debolezza, connivenza, indifferenza, muoversi solo se necessario o di qualche utilità personale, esplicitare le proprie opinioni solo se non è troppo pericoloso per il proprio percorso futuro.

Ecco da tutto questo atteggiamento prendo le distanze.

Vogliamo chiedere maggiore trasparenza e chiarezza nella gestione dei servizi di accoglienza? Isola di Capo Rizzuto non è un caso eccezionale. Purtroppo sulla pelle dei migranti si costruiscono business e si consentono infiltrazioni mafiose. Vogliamo occuparci di questo seriamente e sistematicamente? Vogliamo aprire gli occhi su cosa accade? Insabbiare per anni i dossier in attesa di qualche indagine della magistratura non è accettabile. Mi rendo conto che sono temi scomodi, ma non nascondiamoci dietro alla cruda realtà.

Perché non ci basterà prendere le distanze da un Salvini che parla di un programma di “pulizia etnica”. Non ci basterà marciare un giorno soltanto per chiedere una accoglienza che rispetti i diritti umani. Solidarietà e pari diritti. Non ci basterà trovarci attorno a un tavolo una tantum. Ciò che non avremo fatto e ciò che non avremo detto al momento opportuno segnerà la nostra attendibilità e onestà, la nostra posizione. La serietà del nostro impegno.

Militarizzare le città, affrontare le migrazioni in termini di costi, contenimento, rimpatri, questioni di decoro e ordine pubblici non ci servirà a niente. Occorre modificare l’approccio. Quella più volte messa in atto non è accoglienza e inclusione.

L’altro giorno un consigliere della Lega della mia zona raccontava delle “occupazioni” e delle “invasioni” prima di pugliesi e calabresi e oggi di egiziani e altre nazionalità. Questo dovremmo ricordarci, fino a ieri, cosa si diceva, cosa si argomentava e cosa oggi si ricorda e si ripete. Gli altri fino a ieri eravamo noi. Quindi chiediamoci il senso di azioni volte solo a creare spartiacque, muri, distinguo tra noi e gli altri.

Così come non possiamo girare la testa di fronte al fatto che sono donne e minori a pagare le conseguenze peggiori di queste migrazioni tra un muro e un recinto, tra frontiere e organizzazioni criminali, tra violenze e corpi che diventano merce. Le barriere e i ghetti servono solo ad alimentare queste pratiche, questi cicli, questi processi in cui gli esseri umani perdono diritti e diventano oggetti, da spostare, vendere. La vita deve avere sempre lo stesso valore, la sua garanzia per queste persone non può essere mutilata, interrotta.

“Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni dei 37 mila nigeriani sbarcati in Italia nel 2016 (la nazionalità più numerosa) oltre 11 mila erano donne, l’80 per cento era destinato al marciapiede e quasi tutte venivano da Benin City. La strada è sempre la stessa, Benin, Kano, Zinder, Agadez, Gatrun, Sebha, Zuara e poi il mare. C’e anche una rotta che passa dal Mali, dove le ragazze vengono private dei passaporti, stuprate e vendute.” Questo è il vero volto della prostituzione in Italia, non quello edulcorato e patinato che alcuni chiamano sex work. Questi sono gli abusi che vivono le tante donne sfruttate e costrette nel mercato della prostituzione. E dietro la minaccia di riti voodoo passano sotto il controllo delle madame. Secondo Isoke Aikpitanyi, che ha raccontato la sua esperienza nel libro Le ragazze di Benin City e dirige l’associazione delle vittime della tratta, ci sarebbero circa diecimila «madame» in Italia.

Secondo i dati Onu si tratta di un giro d’affari annuo di oltre 228 milioni di dollari. A queste donne, a volte poco più che bambine stiamo rubando tutto.

Quando parliamo di migranti non perdiamo di vista questo sguardo, che non può essere neutro, ma deve contemperare le connotazioni e le visioni di genere, quanta violenza e discriminazioni attraversano le vite delle donne migranti.

La tratta di esseri umani a fini sessuali o lavorativi è un crimine contro l’umanità.

Insomma, non facciamo le solite passerelle, ma ogni tanto impariamo a prendere posizione, sempre, senza se e senza ma. Ogni tanto cercate di capire come vivono le donne nel nostro Paese, quanti ostacoli e muri quotidiani incontrano.

Ricordiamoci che nessuna persona è illegale. Nessuna donna è illegale. Tutte le donne sono esseri umani titolari di diritti, che devono essere rispettati, tutelati, nessuna deve essere trattata come un oggetto, un corpo, una merce, un numero.

L’oppressione, lo sfruttamento, le discriminazioni razziali e sessiste, sono fenomeni strettamente interconnessi, non sono “naturali”, ma costruzioni funzionali a un sistema di controllo che permea ogni aspetto delle nostre società, istituzioni, rapporti umani e cultura. È quello che ha cercato di indagare la sociologa francese Colette Guillaumin. Qui un articolo in cui si parla di questi aspetti: “sesso e razza non sono fatti di natura, precedenti alla storia, ma categorie politiche prodotte da specifici sistemi di oppressione – il sessismo, il razzismo – differenti e interconnessi, che impregnano tutti i rapporti sociali, le categorie mentali e istituzionali in vigore.” Sono strutture funzionali a un preciso assetto sociale e di potere.

Per questo sarò in marcia il 20 e sempre. Coerenza sempre.

 

Consigli di lettura:

http://www.ohchr.org/EN/UDHR/Documents/UDHR_Translations/itn.pdf

https://simonasforza.wordpress.com/2015/09/01/il-traffico-di-minori-dalla-nigeria/

https://simonasforza.wordpress.com/2015/04/17/il-silenzio-non-cambia-le-cose/

http://www.naga.it/tl_files/naga/NePILL%20def.pdf

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Siamo molto di più. Donne.

@Anna Padovani

Per superare un po’ le battute, gli slogan e per rispondere a chi ci etichetta come “oche starnazzanti e donnette isteriche” (nel caso specifico è una donna), per dimostrare da dove vengono le parole “lavoro, casa, mamme”, citate nel corso dell’ultima assemblea nazionale PD, occorre immergersi nel clima culturale attuale.

A parte che “casa” viene associata alla faccenda della legittima difesa. Mi fermo qui.

I social network (ma anche altri media) hanno un rapporto bulimico con le parole, siamo invasi dalle parole, le classifichiamo, le inseguiamo, le usiamo, le stra-usiamo, le usiamo a sproposito il più delle volte, e tra hashtag e parole chiave si coagulano nei trend topic, nelle tendenze di un attimo, giornaliere o un po’ più stabili se si analizzano tempi più lunghi. Un minestrone che se non maneggiato usando la testa, produce distorsioni e disastri analitici. Che tratti ha una rappresentazione (e interpretazione) della realtà che si basa su questa bulimia e trend di parole? Una rappresentazione parziale, volutamente parziale direi. Una rappresentazione che potrebbe a volte coincidere con una direzione dettata da fattori direi non proprio oggettivi, che possono dare una visione distorta del mondo e della vita delle persone. Soprattutto le parole possono essere strumentalizzate. Attraverso un loro uso distorto, smodato possono perdere vigore, forza, senso, insomma finire sfilacciate, cambiare significato.

Quello che è accaduto all’assemblea nazionale non è un caso, non è che non vogliamo capire. Semplicemente sappiamo, abbiamo imparato a leggere quelle parole e come vengono generate e adoperate. Certo che lavoro e casa sono centrali, ma si è deciso di aggiungere qualcosa a questo trend, un elemento rassicurante, sempiterno: la mamma. Questo totem italiano che tanto piace e rievoca un ritorno ancestrale al grembo, a ruoli incatenati e punti fermi della nostra cultura secolarmente immutabile. Siamo vicini alla festa della mamma, da poco si sono aperte le domande per i bonus mamme e poi la mamma è sempre la mamma.

L’azione della ministra Lorenzin non si spiegherebbe altrimenti. Tutto torna. A distanza solo conferme.

Lasciandoci cullare da questo materno che tutto pretende ancora di racchiudere e di parlare a nostro titolo, perdiamo anni. Evidentemente secoli di battaglie per scollegare i termini donna-mamma, che significa dare valore e riconoscere uno status autonomo e molteplice, non sono stati sufficienti. Abbiamo bisogno di qualcuno che ci riporti indietro. Io sono una donna, un essere umano, una persona. Punto. Le politiche devono partire da qui.

Non lo dico per far polemica sterile. Chi mi conosce sa che parlo a ragion veduta, per esperienza personale, ma soprattutto perché anche io sono capace di leggere e di analizzare. Sì, i miei studi e il mio percorso formativo mi hanno abituato a fare questo. Non ci posso fare niente. Lo faccio da anni. È il mio modo di fare politica. Mi piace capire.

Ho l’impressione che i fiumi di inchiostro scritti in materia, decenni di riflessioni femministe, tomi di saggistica italiana e straniera, non siano mai stati letti o giunti da noi. Qui sulle sponde italiche. Ho cercato anche io nel mio piccolo di trattare la materia.

Questo è il mio ultimo contributo, in cui non si parla di mamme, ma di genitorialità e di compiti di cura da condividere sempre più: http://www.mammeonline.net/content/promuovere-parita-cosa-ci-racconta-ultimo-report-europeo

Vi invito a leggerlo, perché aiuterebbe a non adoperare più certi epiteti. Davvero, mi sembra che arrivare sulla mia bacheca facebook, aperta al dialogo, usando certe parole denota in primis una mancanza di rispetto, oltre che una certa dose di violenza, frutto di un maschilismo e misoginia interiorizzate.

Lo ribadisco ancora una volta. Per colmare il gender gap uno dei passi più utili è partire dalla donna, in tutte le sue declinazioni e espressioni, possibili scelte di vita. Il fatto che una di esse, la scelta di essere madri, sia ancora un ostacolo nel lavoro deriva dal fatto che è ancora vista come una questione sulle spalle delle donne, una roba da donne. Se si iniziasse a lavorare in chiave di genitorialità e in modo sistemico, avremmo un riequilibrio delle parti, un quadro più attuale e non ci si inchioderebbe sui bonus mamme a pioggia.

Interventi strutturali per non trovarci come a Bologna, dove i posti nelle scuole dell’infanzia pubblici non riescono a soddisfare il fabbisogno e il Comune decide di destinare 150mila euro alle scuole private cattoliche, integrando le rette. Roba che accade già per i nidi a Milano, ma i nidi sono considerati ancora un optional. Ci viene da pensare che è sbagliata la strategia, che manca un disegno strutturato.

A livello nazionale, quattro anni fa il fondo per le scuole paritarie era di 272 milioni di euro: con l’ultima Legge di stabilità il Governo lo ha stabilizzato e portato a 502 milioni. Con buona pace dell’educazione laica e pubblica.

Pensiamo a quanta fatica abbiamo fatto sul congedo di paternità e su altre misure. Eppure se fossimo più coraggiosi potremmo cambiare notevolmente l’immaginario e la cultura aziendale. Pensiamo a quanto facciamo fatica a riconoscere il valore del lavoro di cura, che non significa solo figli, si tratta di compiti ben più vasti. Pensiamo alla cura degli anziani o di familiari non autosufficienti. Pensate davvero che tutto si riduca alla maternità?

La politica dei bonus di fatto nega il welfare, che significa programmazione, lungimiranza a medio-lungo termine, a volte intergenerazionale. Invece la politica dei bonus ha il fiato corto, varia di anno in anno, in funzione della tornata elettorale più ravvicinata. Ha il fiato corto con il suo fiume di spesa. Non investire in politiche di welfare significa dare spazio al business sociale, che significa ritiro dello Stato e via libera al privato. Naturalmente resta il sempreverde welfare familiare, insomma il faidate. Poi ogni tanto qualche mancia per tacitare le coscienze e per dire che lo Stato si occupa delle donne, pardon delle mamme.

Quel lavoro invisibile, gratuito e dato per scontato non riguarda solo le mamme. Dobbiamo fare un passaggio culturale necessario. Care work is work, qualcuno già ne parla, ma non è una questione da declinare sempre e necessariamente al femminile. È quel non detto, quel dare per assodato che appartenga alle donne, che piaccia alle donne, che loro lo sappiano fare meglio perché da secoli lo fanno. Perché ci viene “naturale”. Ma anche basta.

Abbiamo le capacità per superare tutto questo bagaglio ingombrante di stereotipi e aspettative.

Basterebbe farsi un giro per capire che le donne della realtà sono altre. Affranchiamoci una volta per tutte, affermiamo, pratichiamo, difendiamo, realizziamo i diritti delle donne, in quanto esseri umani, non in funzione di un ruolo. Come facciamo a praticare tutto questo se ancora il nostro punto di partenza è donna = mamma? Sapete perché siamo discriminate? Perché non guardano a noi come esseri umani, ma come utero munite, pericolose mine vaganti, isteriche, raramente veniamo valutate per le nostre competenze. Per le assunzioni vale ancora lo stato di famiglia, prima ancora dell’esperienza e del curriculum. Per i licenziamenti o le “dimissioni volontarie” idem. Per le retribuzioni si ragiona di conseguenza. Non parlo per sentito dire, le ho vissute sulla mia pelle tutte queste cose. Nell’immaginario siamo tuttora noi ad essere considerate “scomode” o “inaffidabili”, perché sono ancora pochi gli uomini che si prendono congedi per motivi familiari, quando lo fanno a volte subiscono anche loro mobbing o blocchi di carriera. Qui occorre lavorare, smantellando certi automatismi e abusi.

“Abbiamo portato le mamme a occuparsi di politica. Ora la politica si occupi di loro. E’ la questione politica del nostro tempo, che nel 2017 la maternità possa essere considerata un ostacolo è assurdo”.

Sono mamma, ma non è merito del partito, né tanto meno di Renzi, se mi occupo di politica.

Ricordo che l’impegno delle donne in politica ha una storia, pensiamo solo alle donne della Costituente. Per quanto mi riguarda l’ho deciso io e non ho bisogno di input. Lo faccio da sempre, anche e soprattutto fuori dal partito. Non sono telecomandata e non ho padroni o suggeritori, lo ripeto. Non sopporto il paternalismo con cui si dicono certe cose.

La politica istituzionale si occupi delle donne tutte. Basta con questo desiderio smodato di riportarci indietro nei secoli. La questione politica del nostro tempo è contrastare le discriminazioni ovunque/comunque esse si manifestino. La questione politica attuale è affermare i diritti delle donne. D.O.N.N.E.

Ogni tanto ascoltateci, non fate affidamento esclusivamente ai guru della comunicazione.

A volte è utile un bel bagno di realtà.

Semplice, chiaro, nothing more to say.

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Promuovere la parità. Cosa ci racconta l’ultimo report europeo.

 

Lo scorso marzo, in sordina sui media italiani, è arrivato il nuovo report sulla parità uomo-donna in UE.

Suddiviso in vari capitoli, cerca di toccare i temi più rilevanti in materia di gender equality:

1. Aumentare la partecipazione femminile al mercato del lavoro e la pari indipendenza economica delle donne e gli uomini

2. La riduzione delle differenze salariali e pensionistiche di genere, per combattere la povertà femminile

3. Promuovere la parità nel processo decisionale

4. Lotta contro la violenza di genere e la tutela e il supporto delle vittime

5. Promuovere l’uguaglianza di genere ei diritti delle donne in tutto il mondo

6. Integrazione di genere, i finanziamenti per la parità di genere e la collaborazione tra tutti gli attori.

 

Il gap occupazionale europeo tra uomini e donne, registra un andamento stagnante (pur rilevando un aumento dell’occupazione per entrambi i sessi) a partire dal 2012-13, con un 12% circa di distanza media, chiudendo nel terzo trimestre 2016 a 77,4% per gli uomini e 65,5% per le donne. Si riduce il distacco nella fascia più adulta di lavoratori, a causa di una tendenza diffusa per le donne a lavorare più a lungo (si pensi alle riforme pensionistiche).

 

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Come distorcere la realtà della violenza fondata sul genere

© Irma Gruenholz


Nel corso della trasmissione Nemo – Nessuno escluso del 13 aprile, viene presentata prima la storia di violenza di Lidia Vivoli, la sua testimonianza toccante di sopravvissuta e il suo timore di essere uccisa dal suo ex che sta per uscire dal carcere. Nessuna tutela per le donne che vivono sulla loro pelle la violenza maschile. Oliviero Toscani rileva giustamente un problema di educazione e di cultura alla base della violenza di genere. Fin qui tutto estremamente efficace e utile a fornire una informazione corretta.
Subito dopo viene trasmesso il servizio “Donne che odiano gli uomini” a cura di Serena Orzella, nel corso del quale si presentano due casi di violenza su uomini per mano di donna. Esprimiamo la nostra solidarietà e sostegno a questi uomini vittime di violenza, perché ci deve essere giustizia in ogni caso di violenza, qualunque sia la sua origine.
Poi viene intervistato Fabio Nestola a proposito della violenza femminile contro gli uomini.
1.020 i “casi” esaminati, tra i 18 e i 70 anni, proiettati sull’intera popolazione di genere maschile:
– 5 milioni uomini vittime di violenza fisica, 6 milioni di violenza psicologica;
– 3 milioni “e rotti” le vittime maschili di violenza sessuale perpetrata da donne;
– 2 milioni e mezzo i casi di stalking.
Uno strenue sostenitore dell’affido condiviso, ma ricordiamoci che dovrebbe essere sempre privilegiato l’interesse del minore, soprattutto in caso di presenza di gravi indizi sugli atti di violenza del padre o per condanne in via definitiva per reati di maltrattamento, violenza sessuale o altri reati che possono afferire alla violenza domestica. Le conseguenze maggiori di scelte poco corrette pesano sulle spalle delle donne e sui loro figli. A questo link potete trovare alcuni approfondimenti in merito.
Torniamo all’indagine citata. Il carattere scientifico della ricerca dipende innanzitutto da come viene costruito il campione e da quanto sia realmente rappresentativo dell’intera popolazione che vuoi analizzare. Ci sono delle regole, da seguire scrupolosamente. Analizziamo qualche dettaglio dell’Indagine conoscitiva sulla violenza verso il maschile pubblicato in Rivista di Criminologia, Vittimologia e Sicurezza – Vol. VI – N. 3 – Settembre-Dicembre 2012, reperibile sul sito.
Come riportato a pagina 34:

“La raccolta di dati e dichiarazioni attraverso un campione spontaneo ha avuto come limite il problema della rappresentatività del campione stesso.” (…) L’unica fonte di informazioni è costituita dalle dichiarazioni degli interessati, pertanto non è possibile effettuare alcuna verifica attraverso atti giudiziari, referti medici, registrazioni audio-video o altri documenti. La fondatezza delle dichiarazioni non può pertanto essere testata, esattamente come accade per interviste telefoniche e sondaggi face-to-face.”

Non serve aggiungere altro. Inoltre, leggiamo:

“I questionari, in forma anonima, prevedevano la compilazione in versione cartacea o elettronica. I questionari compilati via web sono stati raccolti ed archiviati tramite un software che impedisce l’invio multiplo dallo stesso ID, per ridurre la possibilità che un singolo soggetto potesse compilare più questionari”

ma ciò non esclude che lo stesso soggetto possa aver compilato più questionari con ID diversi. A pagina 37 rileviamo in cosa consisterebbe la fattispecie più rilevante di violenza sessuale:

“è capitato che una donna abbia iniziato con te i preliminari di un atto sessuale, per poi rifiutarlo senza fartene comprendere il motivo.” “I compilatori, pur riconoscendo alla donna la libertà di interrompere il rapporto sessuale in qualsiasi momento, riferiscono di rimanerne mortificati, umiliati, depressi.”

C’è una bella differenza tra questo e le violenze sessuali ai danni di una donna? O forse siamo noi a non capire. Vi lasciamo scoprire le altre domande a riguardo.
Quindi ci chiediamo quale sia lo scopo di questa indagine, lo scopo del servizio che sceglie di avvalersene senza a nostro avviso approfondire di cosa si tratti?
Significa inviare un messaggio deviante, manipolatorio, distorsivo della realtà della violenza fondata sul genere. Una distrazione dal fenomeno numericamente più rilevante (violenza maschile sulle donne) e la strumentalizzazione di casi reali di violenza su uomini.
La violenza va sempre condannata, senza se e senza ma. Ma ciò non ci deve distrarre, non ci deve impedire di riconoscere che esistono tipi di violenza fortemente radicati a causa di una serie di stereotipi e pregiudizi, una cultura patriarcale che è ancora viva e vegeta. Altrimenti parlare di violenza in termini generali ci porterà a nascondere le radici di ciascuna forma di violenza, allontanandoci da un serio ed efficace contrasto.

L’OMS rileva a livello mondiale che: gli omicidi delle donne, in una percentuale che varia dal 40 al 70% a seconda degli Stati, sono commessi da parte dei compagni, mariti, partner (o ex). Al contrario, la percentuale di omicidi di uomini commessi da donne che con questi avevano un legame affettivo (o ex) varia dal 4 all’8% a seconda dei Paesi.

Negare questo significa non riuscire a focalizzare quali sono le persone maggiormente vittimizzate nelle relazioni affettive. Esiste anche una violenza femminile che viene esercitata su donne e uomini, ma la violenza di genere ha una sua specificità che non può essere negata o invisibilizzata da certe rappresentazioni. Non possiamo fare finta di niente di fronte a un tentativo di costruire un sistema di false accuse, che serve a ridimensionare, a negare il fenomeno della violenza contro le donne e le sue specificità.
Non ci stiamo, perché qui l’unica cosa certa è che si continua a veicolare il messaggio secondo cui stiamo ingigantendo un problema. Il rischio è che non si creda più a una donna che denuncia una violenza, che diventi sempre più difficile essere creduta e ottenere giustizia.
Questo è il risultato quando si manda in onda una statistica fatta con metodi discutibili che serve solo a confondere le cose, a dire che tutto sommato la violenza è pari, e che quella basata sul genere è una questione in fondo molto meno rilevante di come viene raccontata dalle perfide e infide donne, da quelle streghe femministe.
Tra una sentenza che recita che se lei non ha urlato non c’è stata violenza, con queste pseudo indagini, con un paese reazionario che non vede l’ora di trovare un appiglio per screditare le donne, per vanificare le loro denunce, con un sistema che rivittimizza le donne all’infinito, che non rende giustizia quasi mai, che condanna ad appena 18 mesi (per gravi maltrattamenti in famiglia e non per tentato omicidio) un uomo che getta acido muriatico sulla moglie, con l’abitudine a ridurre la violenza contro le donne a meri fatti di cronaca e non a un problema strutturale e culturale, che cosa possiamo sperare?
Non si arriva a una ricostruzione attendibile della realtà con una indagine che reca nelle sue premesse un (pre)giudizio sulle donne. Non si compie un passo in avanti, al contrario se ne fanno molti indietro. Si legittima un immaginario che tende a confondere la percezione dell’opinione pubblica. Intanto le donne continuano a morire per mano di un uomo, quest’anno abbiamo già superato la doppia decina.
Quando parliamo di backlash e di tentativi di restaurazione maschilista e patriarcale ci riferiamo anche a questo tipo di comunicazione poco attenta a verificare fonti, gli impatti e le conseguenze di certi contenuti.
Questo è ancora più grave se a farlo è una rete del servizio pubblico. Nessuno deve essere strumentalizzato, nessuna donna, né persone come William Pezzulo. Pretendiamo che si faccia informazione e non disinformazione proiettando dati non attendibili. Pretendiamo una assunzione di responsabilità da parte di chi lavora nel servizio pubblico.


Ringraziamo il blog de Il Ricciocorno per le fonti e gli approfondimenti. Qui un’analisi approfondita sull’indagine.
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