Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Conciliazione: scoperchiamo il vaso di Pandora

Avevo letto questa lettera. L’avevo lasciata andare, scorrere via. Mi parlava, mi toccava ma per una serie di motivi personali l’ho accantonata. Dopo qualche giorno si è ripresentata, quasi a sollecitarmi e a interrogarmi. Scrivo dal cellulare, in modo precario, ma non riuscivo a farmi uscire queste parole dalla testa.

Non è una sconfitta personale ma collettiva direi, e forse al di là della sentenza della magistrata che ha applicato freddamente e alla lettera un tessuto normativo che non riconosce nel part – time un diritto, non è mai una sconfitta quando si tentano tutte le strade per trovare una soluzione a misura umana.
Perché di questo si tratta, provare, non arrendersi, crederci perché rassegnarsi in partenza significa accettare lo status quo, anche se palesemente lontano dai bisogni, in contrasto con il benessere, lesivo della piena realizzazione della persona, limitante della partecipazione serena e produttiva al mercato del lavoro. Perché questo resta. Una dipendente che proseguirà a lavorare con questo esito, con il capo che non le ha fatto mancare il suo immediato commento di “incoraggiamento”, asserendo che nessuno la trattiene con le catene, che può tranquillamente andare via. Questo il clima, il contesto, l’atmosfera che l’accompagneranno.

Una risoluzione del conflitto pessima e che denota lo schiacciamento sempre più spinto di qualsiasi forma di conciliazione e flessibilità. Nessun beneficio reale nemmeno per l’azienda che con questa prova di forza perde un’occasione per migliorare le sue prassi aziendali e costruire un clima favorevole alla produttività e lungimirante. C’è solo l’arroccamento su un piccolo misero mondo aziendale di stampo arcaico-padronale.

Silvia non è l’unica ad aver “scoperchiato un vaso di Pandora” fatto di “arroganza, maschilismo, incompetenza e indifferenza.”

Giustamente registra una difficoltà a far valere le proprie ragioni, una resa da parte delle donne e forse ne è responsabile l’intera comunità, in primis le donne, visti certi commenti che ho letto in rete, se c’è così scarsa solidarietà.

“Ed è un vero peccato che tante donne e madri pieghino la testa e non facciano valere i propri diritti per paura…. ma paura di cosa?! Davvero non lo capisco, di cosa si ha paura?! La sera quando poso la testa sul cuscino mi dico.. ok Silvia è andata male, ma ci hai provato. E sono assolutamente convinta che se ognuno di noi, nel suo piccolo, si facesse valere per ciò che ritiene giusto, senza piegarsi a questo sistema malato, questa società sarebbe decisamente migliore”.

Le abbiamo provate tutte e chi non arriva in tribunale spesso trova il modo per alzare la testa in altri ambiti, con altri strumenti.

Si cerca di superare la barriera della solitudine e delle colpevolizzazioni.

Si scopre una voce che ti fa urlare dentro “Così non va” e la si adopera per cercare di cambiare e di sensibilizzare fuori da sé, di scoperchiare il pentolone a beneficio di altre donne. Parlo per esperienza vissuta. È un percorso, niente affatto scontato e semplice. Spesso c’è lo scoramento o cose peggiori, traumi più profondi.

Eppure ci si gonfia le piume disquisendo di smart working, welfare aziendale, flessibilità e semplificazione e di magie del lavoro in remoto da ogni angolo del globo. Parole che restano tali e che a beneficio dell’andamento aziendale vengono subitaneamente scordate. Quello del part time sembra un terreno impervio tra chi te lo impone e chi te lo nega.
Non sarebbe andata diversamente se a chiedere flessibilità fosse stato il padre, ci sono numerosi casi di mobbing, discriminazioni e ostruzionismo aziendale a carico degli uomini.

Eppure altrove da tempo si ragiona diversamente e si procede con idee e diritti più avanzati. È la nostra Italietta a non comprendere e a non voler ascoltare le sollecitazioni che ci arrivano anche dal livello dell’Unione europea.
Ne parlavo in questo mio articolo dettagliato e ci sono degli aggiornamenti che fanno ben sperare, con l’iter della nuova direttiva europea sui congedi parentali e dei caregiver che prosegue.

“Il 26 aprile 2017 la Commissione ha presentato la sua proposta di direttiva relativa all’equilibrio tra attività professionale e vita familiare per i genitori e i prestatori di assistenza e che abroga la direttiva 2010/18/UE del Consiglio. La proposta si basa sull’articolo 153 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea, che prevede la procedura legislativa ordinaria.
L’obiettivo generale della proposta è migliorare l’accesso ai meccanismi per conciliare attività professionale e vita familiare, quali congedi e modalità di lavoro flessibili, nonché aumentare il numero di uomini che si avvalgono di congedi per motivi familiari, sostenendo pertanto la partecipazione delle donne al mercato del lavoro. In particolare, la proposta rafforzerebbe le attuali disposizioni minime riguardanti i) il congedo parentale e ii) le modalità di lavoro flessibili, e introdurrebbe nuove disposizioni minime per iii) il congedo di paternità e iv) il congedo per i prestatori di assistenza.”

Insomma, non siamo all’anno zero, basta solo intraprendere coraggiosamente un cambiamento nella cultura aziendale e nell’organizzazione del lavoro. Non sempre numero di ore fanno rima con buoni risultati e produttività. Qui non si tratta di spingere le donne al part time, di segregarle come si potrebbe temere, ma di consentire una piena e libera scelta, di lasciare aperta una possibilità di flessibilità anche solo per periodi circoscritti per entrambi i genitori, senza alcuna penalizzazione, discriminazioni o ripercussione di carriera. Stiamo parlando di scegliere quale è il nostro personale equilibrio vita – lavoro nelle varie circostanze in cui ci troviamo a vivere, sia da genitori che da prestatori di assistenza. Tradotto in parole umane: dare serenità di vita. Il benessere e il clima aziendale aumentano la qualità del lavoro svolto. Intimidazioni, oppressione, mobbing, ostruzionismo comportano solo perdite per ogni parte coinvolta. Non otterremo alcun beneficio assecondando e accettando passivamente qualsiasi condizione di lavoro, anche se massacrante, frutto di enormi sacrifici e rinunce. Se continuiamo così a quali condizioni saremo costretti a lavorare pur di ottenere e conservare quel posto di lavoro? È innegabile che sia un problema che l’intera società si deve assumere.
Leggete la testimonianza di Silvia e delle tante donne che hanno il coraggio di far emergere le loro storie di vita senza giudicare. Non diciamo le solite frasi in stile lapidazione, “doveva pensarci prima di fare un figlio”, “basta organizzarsi”, “in tante c’è la fanno comunque con il full time”, “l’impresa non è assistenzialismo, è interessi economici”. Peccato che se l’occupazione femminile è tuttora sotto il 50% e continuiamo a scoraggiare la partecipazione delle donne ne risente l’intera economia e si perdono risorse importanti. Gran parte del tessuto produttivo è stagnante e sordo a queste sollecitazioni. Scordiamoci la crescita se questo è il contesto.

Non tutti i lavori sono uguali, non si può giudicare se non si è nella situazione specifica, non reagiamo tutte allo stesso modo, non tutte le città offrono gli stessi supporti, non tutti hanno una rete familiare/amicale di sostegno, non si tratta spesso solo di orario (in molti casi supera le 8 ore) ma di trasferte anche prolungate in Italia e all’estero, di affrontare gli imprevisti che un bambino comporta senza scapicollarsi. Insomma, almeno tra donne non diventiamo le prime nemiche di noi stesse.
Ascoltiamo e agiamo empatia.
Altrimenti davvero non si va da nessuna parte. Solo Silvia sa quanto ci ha provato, quanti sacrifici ha fatto, quante strade ha tentato e così le altre donne che hanno avuto una simile esperienza: solo chi vive queste difficoltà e si sente colpevolizzato ogni volta che chiede un permesso per un figlio che non sta bene, perché non ha supporti familiari e non guadagna abbastanza per pagare una tata. Quando non trovi un briciolo di solidarietà in azienda quando ritorni dalla maternità o non ti concedono flessibilità perché hai bisogno di seguire tuo figlio per una patologia o invalidità. Lo stesso discorso vale per i prestatori di assistenza per un familiare.

Mettiamo in campo solidarietà e tutto quanto possiamo mettere in campo per modificare queste distorsioni nelle vite. Non possiamo più rinviare. Questi problemi riguardano sia le donne che gli uomini, non sono affari da donne, dobbiamo assumerci la responsabilità di portare un’inversione di rotta. Staremo meglio tutti. Una piena emancipazione delle donne non può essere raggiunta finché permarranno situazioni come questa. Quindi, maggiori possibilità di reali scelte libere, meno stigmatizzazione qualsiasi scelta si compia, meno sottovalutazione dei vissuti e delle esperienze, razionalizzazione delle politiche di conciliazione/sostegno alle famiglie, politiche aziendali al passo con i tempi e con le esigenze delle persone. Ricordiamoci infine, che senza il lavoro invisibile, di cura, informale, non retribuito, il sistema non reggerebbe, come ci ricordano spesso le Ladynomics.

Un abbraccio a Silvia e a tutte le donne dalla mia terra, la Puglia.

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Politiche di work life balance, basta col fai da te


Tra novità in ambito europeo e la vita quotidiana nelle nostre città, occorre intervenire in modo strutturale su più livelli, con nuove strategie e soprattutto investimenti, che portino a una espansione del welfare pubblico, oggi ridotto all’osso o che disperde energie e risorse in bonus o interventi una tantum, per niente sistematici. Qualcosa che ci faccia superare i limiti e i pesi di anni di abitudine al fai da te.

Nel corso della seduta del 21 giugno del Consiglio “Occupazione, politica sociale, salute e consumatori”, gli Stati membri dell’UE “hanno raggiunto un accordo su tre fascicoli legislativi che rappresentano un elemento essenziale per costruire un’Europa sociale più forte: la revisione delle norme sul coordinamento dei sistemi di sicurezza sociale, una nuova direttiva sull’equilibrio tra attività professionale e vita familiare e una direttiva relativa a condizioni di lavoro trasparenti e prevedibili”. Un passaggio che si inserisce nell’alveo del pilastro europeo dei diritti sociali.

Marianne Thyssen, Commissaria responsabile per l’Occupazione, gli affari sociali, le competenze e la mobilità dei lavoratori, ha commentato:

“Oltre a confermare ufficialmente l’accordo sulle norme relative al distacco dei lavoratori, che garantisce la parità di retribuzione per uno stesso lavoro svolto nel medesimo luogo, il Consiglio ha raggiunto un accordo sulla revisione delle norme relative al coordinamento dei sistemi di sicurezza sociale, che garantirà maggiore equità e chiarezza per i lavoratori mobili e le autorità degli Stati membri. Per quanto riguarda la direttiva su condizioni trasparenti e prevedibili, avevo sostenuto un approccio più ambizioso. Con la nostra proposta volevamo far sì che tutti i lavoratori, in un mondo del lavoro in rapida evoluzione, godessero dei diritti fondamentali. L’accordo di oggi può rappresentare solo un primo passo; in occasione dei prossimi negoziati con il Parlamento europeo mi adopererò per raggiungere un compromesso equilibrato. Lo stesso vale per la questione dell’equilibrio tra attività professionale e vita familiare, un ambito in cui spero potremo veramente cambiare le cose per le numerose coppie e famiglie che affrontano quotidianamente la sfida di conciliare lavoro e vita familiare.”

La proposta di direttiva sull’equilibrio tra l’attività professionale e la vita familiare è volta a un approccio più equilibrato per promuovere e rendere realmente più agevoli le scelte dei genitori e dei prestatori di assistenza su come vogliono conciliare lavoro e vita familiare. L’augurio di Věra Jourová, Commissaria responsabile per la Giustizia, i consumatori e la parità di genere, è che il Parlamento europeo e il Consiglio portino avanti questa importante proposta e raggiungano un compromesso che permetta di offrire miglioramenti concreti, insieme a una soluzione al problema della sottorappresentanza delle donne nel mercato del lavoro.

CONTESTO

Il 26 aprile 2017 la Commissione ha presentato una proposta di direttiva sull’equilibrio tra attività professionale e vita familiare per i genitori e i prestatori di assistenza. Tale documento, che rappresenta uno dei principali obiettivi del pilastro europeo dei diritti sociali, “stabilisce una serie di standard minimi nuovi o più elevati per il congedo di paternità, il congedo parentale e il congedo per i prestatori di assistenza; fa seguito al ritiro, nel 2015, della proposta della Commissione di rivedere la direttiva 92/85/CEE sul congedo di maternità e adotta una prospettiva più ampia per migliorare la vita dei genitori e dei prestatori di assistenza che lavorano.”


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Con le giuste parole la lingua è una danza


La lingua come una danza: come non essere d’accordo con il verso finale della filastrocca contenuta nello “scrigno” ideato dall’Associazione Donne in Rete “La grammatica la fa… la differenza”, illustrazioni di Gabriella Carofiglio, edito da Matilda Editrice (ex Casa Ed. Mammeonline). Le autrici (di Anna Baccelliere, Annamaria Piccione, Flavia Rampichini, Chiara Valentina Segrè, Luisa Staffieri e Giamila Yehya) si avvicendano e accompagnano bambini e bambine, attraverso racconti, filastrocche e giochi, alla scoperta di un universo linguistico che può avere orizzonti ampi o ristretti, a seconda delle scelte che si fanno quando parliamo o scriviamo, quando trasformiamo i pensieri in parole.



Un percorso didattico ma non solo, che riesce con la sua formulazione ad oltrepassare l’ambito scolastico e può essere un valido strumento per tutti/e per avvicinarsi a questi temi, grazie anche agli approfondimenti dell’appendice che raccoglie i contributi di Lina Appiano, Daniela Finocchi, Gemma Pacella, Graziella Priulla, Debora Ricci, Maria Teresa Santelli. Era da tempo che volevo leggere questo lavoro e posso dire che ha superato di gran lunga le aspettative e ha suscitato l’interesse di mia figlia, che a settembre farà la prima elementare. Mi ha chiesto di cosa parlasse e le ho letto la filastrocca “Dubbi grammaticali”. Abbiamo parlato di cose un po’ complesse ma in modo molto semplice. Lei mi sente spesso parlare di questi argomenti, avverte e comprende certe sfumature, confermando che mai è troppo presto. La possibilità di cambiare prassi e mentalità è a portata di mano, a partire dal linguaggio, perché la lingua è materia viva, forma della nostra cultura. Anche perché poi tutto viene più naturale e non risulta più cacofonico e strano, ma appunto adoperare correttamente le parole e declinarle per genere è una preziosa abitudine. Le regole grammaticali appaiono più sensate se avviene una riflessione su di esse e su ciò che possono rappresentare, costruire, realizzare. Il linguaggio prende forma e diventa davvero una rete amica, non un corpo estraneo, ma una chiave per avventurarsi in un mondo più ricco e vario, senza perdere pezzi interessanti e utili. Così anche i diritti e l’uguaglianza non son più concetti astratti, svincolati dalla quotidianità, ma costituiscono qualcosa che plasticamente diventa vivo e pratica incessante, anche attraverso la lingua. Tutto appare per ciò che è: strettamente interconnesso. Azioni, relazioni, interazioni, strutture mentali prendono forma attraverso il linguaggio.

Nel saggio “C’è differenza” di Graziella Priulla, leggiamo:

“Sebbene il linguaggio sia strumento per collegare, unire, creare relazioni, condividere, esso può anche diventare uno strumento per dividere, discriminare, escludere. Denigrare è la condizione prima per avvalorare l’inferiorità. (…) Nell’offesa non c’è nessun argomento, nessuna idea. Il fine è solo ferire l’altro.”

Ma oltre agli insulti e alle ingiurie delle parole, nelle loro mille sfumature e varietà (dal sessismo al razzismo), tuttora molto diffuse, accade che di sottovalutazione in sottovalutazione, si finisce col tollerare cose che innocue non sono. Una escalation di odio dagli effetti nefasti, con i social che amplificano ciò che è già presente nel mondo reale. Tutto questo normalizza e dona una sorta di dignità subculturale a uno stile espressivo, fino a giustificarne l’uso: parlare così, quindi pensare così ti rende parte del gruppo dominante, ma anche complice di una deriva molto pericolosa, dagli effetti altamente nocivi.

Sono veicoli di pregiudizi e di un immaginario violento e volto appunto a ferire, ad annientare.

Le parole sono importanti sempre e vanno usate con cura. Per dare esistenza e per tendere all’uguaglianza. L’uso corretto del linguaggio di genere non è un esercizio elitario, sterile, inutile, bensì ne paghiamo tutti le conseguenze: senza una reale comprensione delle ricadute, più arduo sarà riuscire a stabilire un dialogo costruttivo, composto da un doppio binario mittente-destinatario.

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Lettera aperta alla Ministra della Salute


Spett.le Ministra della Salute On. Giulia Grillo,

Abbiamo atteso il suo insediamento per portarLe all’attenzione un aspetto che riguarda l’ultimo aggiornamento della Farmacopea Ufficiale, rilasciato dal tavolo tecnico istituito dalla ex Ministra della Salute Beatrice Lorenzin, a cui hanno partecipato rappresentanti del Ministero della Salute, dell’Istituto Superiore di Sanità, dell’Agenzia italiana del farmaco, della Federazione ordini professionali e dell’industria farmaceutica. Con il decreto del 17 maggio 2018 è stato introdotto un primo aggiornamento e i lavori del tavolo proseguiranno anche nei prossimi mesi.
Dopo la liberalizzazione della vendita delle “pillole dei giorni dopo” senza obbligo di ricetta per le maggiorenni, permane un fattore che rende non sempre semplice reperirle in farmacia. All’interno del documento della Farmacopea Ufficiale sono evidenziate le categorie di farmaci che ciascuna farmacia è tenuta ad avere “in casa”, per l’immediata disponibilità all’utenza (“quanto deve essere tenuto in farmacia come sostanza e/o come prodotto medicinale”). Tra queste categorie è prevista quella dei “Contraccettivi sistemici ormonali”, con l’annotazione specifica che la farmacia ne deve possedere almeno “Una del gruppo”.

In pratica è stabilita una categoria unica, che va dalla pillola ormonale di uso quotidiano a quelle contraccettive di emergenza. Ma si tratta di due entità totalmente differenti. Conseguentemente per il farmacista è sufficiente averne un solo tipo, per essere in regola. Da tempo la SMIC (Società medica italiana per la contraccezione) ha evidenziato le conseguenze negative di siffatta categoria unitaria. Infatti era stato già da tempo richiesto che venisse inserita una categoria specifica, dedicata ai farmaci per la contraccezione d’emergenza, contraddistinti da scopo e modalità di utilizzazione diverse e specifiche. Con una categoria ad hoc si potrebbe offrire alle donne italiane la sicurezza di riuscire a reperire in ogni farmacia del territorio nazionale un anticoncezionale d’emergenza (pillola del giorno dopo, levonorgestrel, Norlevo, Lonel, Levonelle ed altri, o dei 5 giorni dopo, ulipristal acetato EllaOne), senza essere costrette, come tuttora capita, a passare da una farmacia all’altra.
Il Ministero della Salute nella sua ultima Relazione annuale sulla Legge 194 presentata al Parlamento nel dicembre 2017 ha evidenziato che:

“L’andamento di questi ultimi anni ( ndr: il forte decremento delle IVG di questi ultimi anni), come già presentato lo scorso anno, potrebbe essere almeno in parte collegato alla determina AIFA del 21 aprile 2015 (G.U. n.105 dell’8 maggio 2015) che elimina, per le maggiorenni, l’obbligo di prescrizione medica dell’Ulipristal acetato (ellaOne), contraccettivo d’emergenza meglio noto come “pillola dei 5 giorni dopo”.

Più precisamente sembrerebbe che questa flessione dipenda dall’incremento della pillola dei cinque giorni dopo, che è passata da meno di 17mila confezioni del 2014 a più di 145mila nel 2015, a 200mila nel 2016 ed a 255mila nel 2017, pari a quasi il 50% del totale delle vendite della contraccezione d’emergenza. Ne discende che, non consentire che la contraccezione d’emergenza sia una categoria specifica all’interno della Farmacopea Ufficiale, pregiudica una sua tempestiva assunzione dopo il rapporto, inibendo un’efficace prevenzione e di conseguenza impedendo un ulteriore calo delle interruzioni volontarie di gravidanza.
Chiaramente è altrettanto auspicabile che vi sia una maggiore informazione sui metodi contraccettivi di uso quotidiano, pillole o dispositivi, finalizzata ulteriormente a consolidare l’abitudine a prendersi cura di sé ed a conoscere il proprio corpo, con un sistema costante di prevenzione delle gravidanze indesiderate. Occorre accompagnare le donne nella scelta del metodo anticoncezionale che meglio si adatta alle proprie esigenze. In tal senso, accanto ad una revisione delle categorie nella Farmacopea, auspichiamo un intervento che incentivi e consenta un uso consapevole e responsabile della contraccezione, ripensando a interventi diffusi di educazione sessuale ad opera di rivitalizzati Consultori e prevedendo una riclassificazione degli anticoncezionali in fascia A. L’efficacia della prevenzione passa per una contraccezione accessibile a tutte, che non sia più un lusso per una minoranza. Conseguentemente la rimborsabilità dal SSN è il primo passo, se davvero si vuole stare dalla parte delle donne.
Al riguardo della nuova Farmacopea Ufficiale della Repubblica Italiana siamo al corrente che il Ministero ha precisato che si tratta soltanto di un primo aggiornamento della lista e che verranno fatti successivi aggiustamenti. Speriamo in un Suo intervento in tali sedi, che tenga conto delle perplessità espresse sulla non individuazione di una categoria specifica per la contraccezione d’emergenza, come anche di una maggiore e migliore accessibilità della contraccezione ordinaria. Riteniamo che queste nostre istanze vadano nella direzione di quanto da Lei stessa dichiarato sulla piattaforma Rousseau: “Ridurre le disuguaglianze di cura e assistenza fra cittadini” impegnandosi per una sanità pubblica “giusta, efficiente e accessibile attraverso un adeguato finanziamento, una seria programmazione, una revisione della governance farmaceutica, un potenziamento dell’assistenza territoriale”. Certo “ambiziosi intenti”, per usare le sue stesse parole, ma non più procrastinabili per chi abbia realmente a cuore le sorti della sanità pubblica e i bisogni dei suoi utenti, come nel caso delle precipue richieste portate alla Sua attenzione.

Roma, 12 giugno 2018
UDI-Unione Donne in Italia

http://www.udinazionale.org/


 

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La lettera in formato pdf

 

Ringraziamo il Dott. Emilio Arisi, Presidente della Società medica italiana per la contraccezione, per la supervisione e per i dati/contributi forniti per la redazione di questa lettera.

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Parità in ogni contesto


La rappresentazione delle donne e la considerazione che hanno i loro successi in ogni ambito costituiscono la misura del grado di progresso del processo di attuazione del principio di uguaglianza e di parità di un Paese. Nell’ambito dello sport al femminile persistono ancora numerosi limiti, discriminazioni, stereotipi, resistenze e tentativi di mantenere nell’ombra i meritevoli e faticosi traguardi raggiunti. Non serve dettagliare ciò che è sotto ai nostri occhi, la palese disinformazione e sottorappresentazione delle donne nello sport sui media tradizionali e digitali, con le calciatrici considerate ancora “dilettanti” per lo Stato italiano, tanto da non poter essere tutelate dalla Legge n. 91/1981 sul professionismo sportivo, che consentirebbe loro di accedere a un contratto di lavoro, ai contributi previdenziali, alla tutela della maternità, a una adeguata tutela infortunistica. Poco più che un hobby. Meno di tutto. Eppure i risultati e gli sforzi sono gli stessi, anzi viste le difficoltà pratiche che le donne si trovano ad affrontare, forse denotano una marcia in più. Non è solo una questione di ingaggi e di compensi, molto c’è ancora da sistemare. Sarebbe un segnale di civiltà.

Continuiamo ad assistere a un evidente tentativo di delegittimazione delle nostre sportive. A partire dal silenzio sui successi delle nostre atlete della Nazionale di ginnastica ritmica, fino all’amara constatazione che le partite delle azzurre non meritano di essere mandate in onda sulle principali reti pubbliche. A tal proposito segnalo una petizione “Calcio femminile: Azzurre sulla Rai!” .

Una storia che si ripete e non si riesce a scalfire, nonostante gli enormi sforzi di associazioni impegnate da anni su questi fronti, in primis le battaglie condotte da Assist – Associazione Nazionale Atlete. C’è da prendere atto del fatto che il mondo maschile riesce sempre a fare muro, quadrato, ostacolando qualsiasi tentativo di cambiamento. Per questo è auspicabile che tra donne si unisca sempre meglio le forze.

La Nazionale azzurra dopo 19 anni si qualifica ai mondiali e viene relegata in fondo alle pagine dei quotidiani sportivi, resa volontariamente microscopica. Il Paese sembra in preda al lutto nazionale dopo l’esclusione della compagine maschile dai mondiali e quindi si manda nell’oblio tutto l’enorme sforzo delle nostre Azzurre, non sia mai sconvolgere e ribaltare decenni di mentalità maschile. Così notiamo con rammarico come sulla pagina Facebook della Lega nazionale dilettanti non vi sia traccia delle nostre Azzurre e del loro straordinario traguardo. Pochi i post dei successi delle donne in generale. Non mancano però immagini tipiche dell’ordinario immaginario maschile, che quando si tratta di donne, le riesce a rappresentare quasi sempre attraverso schemi e inquadrature immancabilmente irrispettose. Un chiaro segnale della considerazione che si dedica alle donne, un rimarcare stereotipi e cliché sui corpi femminili, perché questo è l’importante, tutto il resto non conta. Cornici, vallette, ombrelline, figuranti, involucri da addobbo, una narrazione ferma ai tempi della trasmissione “Drive in”. Riteniamo che sia ora di cambiare.




 

Pertanto chiediamo a tutti gli attori interessati, che si cambi registro e si faccia entrare aria nuova nell’informazione e nel modo di raccontare lo sport al femminile, dando il giusto risalto e valorizzando quanto compiuto dalle donne, affinché si attui un trattamento paritario, che contribuisca a cambiare la mentalità, a scardinare consuetudini svilenti, per dare testimonianza di ciò che è in grado di fare l’altra metà dello sport, che salvo casi eccezionali, continua a essere snobbato e sottovalutato. Dallo sport può partire una rivoluzione importante per la piena emancipazione e affermazione delle donne in ogni contesto di vita.

 


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Il cambiamento che auspichiamo

@OlimpiaZagnoli


Il femminicidio è l’atto finale e consapevole di uomini portatori di una cultura che gli attribuisce un dominio incondizionato, l’esercizio di un potere assoluto sulla donna. Una cultura patriarcale, machista, misogina, fondata sulla sopraffazione. Il femminicidio è l’epilogo tragico e terribile che pone fine alla vita di tante, troppe donne. Il “prima” è composto da una serie di avvenimenti, parte del ciclo della violenza. Una sequenza ciclica che non si risolve da sé, ma replica atti violenti di diverso tipo e li alterna a fasi di “calma apparente”, tali da far sperare alle donne che li vivono che ci sia una speranza di cambiamento nel comportamento dei compagni.

La teoria del “ciclo della violenza”


Da dentro non è così semplice come appare, non è così scontato e ovvio che dopo aver vissuto in relazioni violente si abbia la possibilità, si scelga di spezzare le catene e allontanarsi da esse. Non è semplice assolutamente prendere certe decisioni, soprattutto i tempi non sono uguali per tutte, occorre rispettare e comprendere tutto questo. Sono molteplici i fattori che pressano sulle decisioni delle donne. Qui il punto vero è come sostenere le donne e accompagnarle nel modo giusto, affinché la violenza non sia una questione privata e non restino sole. Prima che si arrivi a situazioni di non ritorno. Per non dover continuare a registrare nuove vittime di femminicidio.

Ma è altrettanto necessario ripensare al sistema procedurale, di attenuanti e sconti di pena in questi casi. Pensiamo al rito abbreviato*, sul quale chiedevamo di intervenire prima della conclusione della legislatura precedente:

“Appare evidente che la scelta del Legislatore di introdurre il rito abbreviato per snellire e velocizzare i processi, ha causato non poche distorsioni in termini di giustizia, perché si sono moltiplicati i casi in cui, proprio grazie agli sconti previsti, si sono ridotte all’osso le pene anche per reati gravi e con ricadute pesantissime. Una conseguenza del genere ha conseguentemente indebolito, agli occhi dei più, la funzione di prevenzione, di dissuasione e di difesa sociale della pena.

Qualsiasi tipo di pena chiaramente non riuscirà a riportare in vita una persona, non cancellerà una violenza subita, ma dovrebbe dare la misura di come il sistema giudiziario italiano consideri determinati crimini e reati. L’entità della pena prevista per un reato contribuisce ad attribuire il giusto peso e gravità a determinati comportamenti lesivi. Se viene meno questa caratteristica in molti potrebbero sentirsi legittimati o protetti dal sistema giudiziario, come anche dal Legislatore che consente assottigliamenti anche consistenti delle pene. La certezza della pena e il rispetto delle vittime non possono essere lesi al prezzo di snellire la macchina della giustizia.”

È ciò che auspico sia assicurato non solo per le donne vittime di violenza maschile, ma anche per i familiari che devono poter ottenere un pieno riconoscimento di quanto grave sia l’atto compiuto. Occorre dare un segnale e questo puo giungere solo ripensando seriamente e in modo completo sul fenomeno della violenza di genere. Occorre che si valuti attentamente quali devastanti conseguenze ci sono e riuscire a trovare soluzioni legislative e giurisprudenziali che ne tengano sufficientemente conto.

Oggi il mio pensiero è per Valentina Belvisi: domani si discuterà il ricorso in appello dei legali di suo padre che chiedono uno sconto della pena. Valentina è la figlia di Rosanna Belvisi, che il 15 gennaio dell’anno scorso fu devastata da 29 coltellate dal marito, a Lorenteggio, un quartiere di Milano. In primo grado è stato condannato a 18 anni: non sono state riconosciute le aggravanti per crudeltà e ha potuto beneficiare di uno sconto di un terzo della pena legato al rito abbreviato richiesto dall’imputato.

Non potremo riavvolgere il nastro e riportare tra noi le donne che come Rosanna non ci sono più. Ma oggi più che mai abbiamo bisogno di segnali e di iniziare a lavorare per correggere ciò che non funziona, sia prima che dopo, e non è dalla parte delle sopravvissute o dei familiari delle vittime della violenza maschile. Lo dobbiamo a Valentina e sua madre e a tutte le donne le cui vite sono state attraversate dalla violenza. Per questo c’è bisogno di femminismo, perché altrimenti si procede zoppicando. Il cambiamento che auspichiamo riguarda benefici ampi e destinati a tutte le donne, con e dalla loro parte sempre. Non ci serve una solidarietà a corrente alternata. Occorrono ancora una volta soluzioni strutturali e di ampio respiro politico.

 


AGGIORNAMENTO 6 GIUGNO 2018:

Il giudice di secondo grado non ha concesso ulteriori sconti di pena. Ribadisco che oggi, se davvero vogliamo che le cose cambino, occorre lavorare affinché per talune fattispecie non sia possibile richiedere il rito abbreviato e ottenere i conseguenti benefici. Per far sì che a determinati crimini sia attribuito il giusto peso e le commisurate conseguenze di pena, è necessario lavorare a livello legislativo, procedere al più presto in questo senso. I magistrati applicano le leggi vigenti, ricordiamolo sempre.

* In merito al rito abbreviato, ho chiesto ragguagli all’avvocata Roberta Schiralli, che ringrazio per la sua chiarezza e per il suo contributo: “Un giudice non si può rifiutare di concedere il rito abbreviato, lo chiede la parte (imputato). Il giudice può rigettare il rito abbreviato se la parte lo chiede “condizionato” all’espletamento di una prova, che lui non ritiene di ammettere. Solitamente il rito abbreviato “semplice/secco” si attiene allo stato degli atti (ndr, sulla base degli elementi contenuti nel fascicolo del PM). Ammette quindi la richiesta come abbreviato secco, senza ulteriori approfondimenti.”

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Un rinnovato impegno per la cittadinanza di genere


La storia è attraversata da uomini e donne, ma per secoli i passi compiuti dalle donne sono stati marginalizzati e relegati in un angolo, subordinati e oscurati da una narrazione monosessuata al maschile. Una storia che è relazioni e intrecci tra i generi sarebbe zoppa senza considerare il genere femminile. Pertanto nella ricostruzione è fondamentale ricomporre un modello relazionale, di rapporto e di incontro/scontro tra i generi. La cittadinanza è un concetto che irrompe con la Rivoluzione francese, con l’avvento dei diritti universali dell’uomo. E l’altra metà, le donne che posto occupavano? Nel 1791, Olympe De Gouges con la sua Dichiarazione dei diritti delle donne e della cittadina, rimise ordine e cercò di portare un equilibrio per il quale pagò con la ghigliottina, dimentica delle “virtù che convengono al suo sesso e di essersi immischiata nelle cose della Repubblica. Olympe, insieme a Théroigne de Méricourt (che aveva proposto la formazione di un battaglione di donne per partecipare alla guerra, fu rinchiusa in manicomio) rappresentano il tentativo di mobilitare le donne per la causa della liberazione dall’oppressione di un potere gestito solo dagli uomini.

Nel 1792, a Londra, Mary Wollstonecraft pubblicava “La rivendicazione dei diritti delle donne”, le donne per superare la loro condizione subalterna dovevano prendere coscienza del loro valore sociale attraverso l’educazione, dando centralità al valore pubblico e politico della dimensione personale.

Quando parliamo di “cittadinanza di genere” cosa intendiamo, di quali specificità è portatrice? L’essere donne, uguali e differenti, essere partecipi della vita sociale, politica, comunitaria significa garantire benessere e miglioramenti per tutte le componenti. Questo è il farsi e il potersi fare cittadina, esercitando consapevolmente e pienamente i propri diritti, conoscendone in primis l’origine e il cammino che ci ha portato ad acquisirli. Quali soluzioni, quali risposte, quale qualità della vita, quale grado di attenzione, quale priorità sono state accordate alle donne? Quale la nostra autonomia e quale la nostra capacità di incidere e di cambiare il corso degli eventi e della storia, quali sono state le nostre parole davanti alla storia e alle sue sfide? Quanto è solida e ampia la nostra democrazia? Quanto dipende dalla presenza e da un’azione delle donne? E se si smarrisce ciò che è stato il contributo delle donne per pigrizia o per una solerte “operazione dimenticanza”, cosa accade?

E lo notiamo quando in un momento di crisi e di difficoltà, quando si parla di riforma e di costruire una nuova stagione per un partito, ritroviamo ancora una volta tra i relatori di un evento solo degli uomini.

Nessuna discontinuità. Tutto cambia attorno, ma non sembra che ci sia la volontà di accorgersene e di dimostrare di voler intraprendere un cammino diverso. E non crediate che non ci siano donne in grado di spingere e di segnare una nuova stagione. Le energie ci sono, ma a furia di non includerle e di non valorizzare ciò che è autenticamente differente, si ha la sensazione di un immobilismo ripiegato su se stesso. D’altronde cosa e chi si pensa di rappresentare se non ci si accorge di queste anomalie?

A volte sembra tutto molto simile nelle difficoltà a quando nella Consulta del 1945 si discuteva sull’opportunità di estendere il diritto di voto alle donne, con i partiti di massa che ne temevano le conseguenze, tra calcoli politici e dubbi sulle loro capacità di scelta. Le donne andavano educate alla partecipazione: “C’era da “alfabetizzare” un intero popolo alla politica, alla partecipazione, all’espressione delle proprie istanze, alla democrazia rappresentativa. Ancora più importante diventava la formazione delle donne, escluse da sempre, ritenute non idonee alla politica e alla vita pubblica.” 

Pio XII allertava le conseguenze sugli equilibri del focolare domestico. Nel febbraio del 1946 con 179 voti contro 156 contrari, le donne riuscirono a conquistare il suffragio. Il 2 giugno 1946, 21 donne vennero elette all’Assemblea costituente. Solo 5 donne entrarono a far parte della Commissione Speciale, detta “dei 75”, incaricata di elaborare e proporre il progetto di Costituzione da discutere in aula: Maria Federici (DC), Teresa Noce (PCI), Angelina Merlin (PSI), Nilde Iotti (PCI) e Ottavia Penna Buscemi (UOMO QUALUNQUE).

Fu l’occasione di riscatto civile per tutte le donne, la testimonianza di una volontà di voler rappresentare le italiane tutte. Ci riuscirono facendo squadra. Numeri esigui ma che seppero segnare l’anima della nostra Carta costituzionale: il principio di uguaglianza (art. 3), la famiglia e il matrimonio (artt. 29, 30, 31) il lavoro femminile e la parità di retribuzione (art. 37), il diritto di voto (art. 48), l’accesso alle cariche politiche elettive e amministrative (art. 51). Il clima ostile non permise da subito l’ammissione delle donne nella Magistratura, ma non per questo si smise di lottare: dovremo attendere il 9 febbraio del 1963.

Un contributo ampio, oltre le questioni femminili, volto a costruire un nuovo tessuto democratico, con un pensiero e soluzioni con sguardo di donna, che fosse finalmente anche a misura di donna.

Il tema della cittadinanza femminile non è un orpello decorativo da commemorazione, lo si vede plasticamente quando viene messo nell’ombra: gli effetti e i risultati sono in frenata, in retromarcia.

Teresa Mattei intervenne nel corso dei lavori dell’Assemblea costituente:

“Il riconoscimento della raggiunta parità esiste per ora negli articoli della nuova Costituzione. Questo è un buon punto di partenza per le donne italiane, ma non certo un punto di arrivo. Guai se considerassimo questo un punto di arrivo, un approdo”.

Il passaggio dalla carta alla pratica nella realtà è tuttora in atto, un’eredità di cui dobbiamo innanzitutto essere consapevoli. Un lavoro che implica uno sforzo comune tra uomini e donne, che rileva il grado di maturità di un Paese e il livello di superamento dei muri di genere.

Stando alle vicende di questi ultimi mesi/giorni, si stenta a credere che ci sia sufficiente senso di responsabilità e senso del valore di istituzioni e della nostra Carta. Se manca il passaggio intergenerazionale, il rischio di tornare indietro è purtroppo molto concreto. Ciò che è accaduto ha mostrato alcuni gravi segnali di un cortocircuito prodotto da una sorta di smarrimento delle fondamenta comuni della nostra casa. Nel chiacchiericcio e nei calcoli da perenne campagna elettorale si sono disciolte, rendendo più arduo un discorso politico serio e di qualità. Tutto e il contrario di tutto, in un modello gattopardesco che parla di “cambiamento”, in un gioco pericoloso di ribaltamento di significato.

E noi donne di cosa abbiamo paura? Cosa stiamo aspettando? Ci andranno ancora bene i meccanismi di stampo maschile che ci sottraggono opportunità di rappresentanza autentica e puzzano di tanfo patriarcale? Ci andranno bene soluzioni e proposte politiche che non tengono conto della nostra voce e del nostro punto di vista?

Articolo pubblicato anche su Dol’s Magazine.

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Dall’Italia all’Irlanda per rispettare la volontà e la scelta delle donne


I primi 40 anni della Legge 194, Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza. A che punto siamo?

Al principio fu la battaglia contro una delle più evidenti espressioni dell’assetto patriarcale della società. Un movimento che si batté per garantire alle donne l’accesso all’aborto, libero, assistito e gratuito. Una pratica che era clandestina, esisteva, veniva gestita in modo diverso a seconda delle condizioni e delle disponibilità economiche della donna, tra ginecologi, ostetriche e mammane. Differenze di classe e di censo che decidevano della salute della donna. Ci si scontrava contro leggi che bollavano la contraccezione come “attentato all’integrità della stirpe”, come da Codice penale Rocco, e l’aborto era considerato un crimine per lo Stato italiano e un omicidio per la Chiesa.

Decidere sul proprio corpo, quando questo corpo per secoli era stato considerato appendice, proprietà, oggetto in possesso dell’uomo.

Nonostante questo contesto medievale, le donne abortivano clandestinamente con ogni mezzo, tra sonde, chinino, prezzemolo e altre pratiche più o meno rischiose.

Il primo tentativo di avviare la discussione in Parlamento avvenne con il ddl Fortuna nel 1971.

Occorreva trovare nuove strategie per diffondere la discussione anche oltre gli ambiti istituzionali, tra le donne, ma anche per iniziare a rompere il silenzio delle pratiche clandestine e aprire una nuova stagione. A partire dal 1973 il CISA (Centro Informazione Sterilizzazione Aborto) avviò l’apertura di strutture in cui praticare in sicurezza le IVG. Alcune donne e gruppi di donne iniziarono ad autodenunciarsi, avviando processi politici (ricordiamo Gigliola Pierobon nel 1973 e 263 donne di Trento nel 1974). Nel 1974 il Movimento di Liberazione della Donna raccolse in una settimana 13.000 firme perché in Parlamento si discutesse urgentemente sull’aborto. Arrivò la proposta di legge del PCI, mentre la Corte Costituzionale dichiarò illegittimo l’art. 546 del c.p. che non consentiva alcun tipo di scelta alla donna, nemmeno in caso di pericolo per la sua vita. Nel 1975 furono raccolte 750.000 firme per un referendum abrogativo sulle leggi fasciste sull’aborto. Il Parlamento si svegliò e iniziò l’esame di un disegno che unificava varie proposte, era marzo 1976. Il 2 aprile DC e MSI votarono contro l’art. 2, perché ritenevano l’aborto un reato. Il giorno dopo 50.000 donne manifestarono e non si fermarono più fino all’approvazione della 194, il 22 maggio 1978.

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AGGIORNAMENTO 26 maggio 2018:

Di gravidanza non si dovrà più morire, l’Irlanda ha votato sì al referendum per l’abrogazione dell’ottavo emendamento, il 66,4% dei voti ha permesso finalmente di sbloccare una situazione grave che dal 1983 consentiva l’interruzione solo nei casi in cui fosse «reale e sostanziale» il rischio per la vita della partoriente. Il premier irlandese ha promesso una norma entro l’anno per consentire alle donne irlandesi di scegliere, per un aborto sicuro, legale e senza dover andare all’estero.

Non riesco ad esprimere la gioia per questa conquista delle sorelle irlandesi… hanno davvero scritto la storia. Una storia che riguarda tutte noi!

Prendiamo esempio dalla perseveranza delle irlandesi e lavoriamo sodo per mutare la situazione disastrosa in cui versano i nostri diritti sessuali e riproduttivi.

 

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Legge 194: i primi 40 anni di una legge che va difesa, con prospettive a sostegno della salute sessuale e riproduttiva delle donne


Sono trascorsi 40 anni, questo 22 maggio dalla promulgazione della legge 194, Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza.

Gli anniversari servono solo se riescono a far prendere coscienza, non solo per tracciare un bilancio, ma se riusciamo a correggere e a risolvere ciò che nel tempo è andato perduto, si è sfilacciato come un tessuto di cui non abbiamo avuto abbastanza cura.

Attorno a questo numero di legge è rimasto un alone di silenzio e negli anni si è sempre cercato di marginalizzare tutto ciò che questa norma portava con sé. Fino a smarrirne la genesi e fino a doverne constatare i profondi tentativi di svuotarla nella sua applicazione. In una crescente difficoltà, non abbiamo mollato mai del tutto, anche se negli anni è tornato ad essere un tema tabù, anche per la politica, abbiamo tentato di uscire dal silenzio, ci siamo trascinate fino ad oggi cercando di continuare ad arginare questo smottamento. I risultati sono questi: si attesta al 70,9% la percentuale nazionale di ginecologhe e ginecologi obiettrici e obiettori di coscienza, mentre tra gli/le anestesisti/e siamo al 48,8%.

Da quanto rileva l’Ass. Luca Coscioni solo il 59,4% delle strutture con reparto di ostetricia rispetta la legge e pratica l’IVG. Mentre il Ministero della salute afferma che “su base regionale e, per quanto riguarda i carichi di lavoro per ciascun ginecologo non obiettore, anche su base sub-regionale, non emergono criticità nei servizi di IVG”, valutando però la presenza dei servizi su base statistica e non su base territoriale. Per non parlare dei costi aggiuntivi per la Sanità pubblica, sostenuti per reclutare i medici “gettonisti” che vanno a supplire gli obiettori. Non è solo una questione di numeri, ma di garantire un livello e una qualità di assistenza buone.

 


La relazione ci dice che i consultori sono 0,6 ogni 20.000 abitanti (il POMI del 2000 ne prevedeva 1 ogni 20.000 abitanti), rilevando purtroppo che “molte sedi di consultorio familiare sono servizi per l’età evolutiva o dedicati agli screening dei tumori e pertanto non svolgono attività connessa al servizio IVG”. Per non parlare dei problemi relativi al ricambio generazionale, di personale, alla strumentazione di cui sono dotati (mancano gli ecografi). Il tutto aggravato da pratiche regionali differenti che creano difformità sul territorio nazionale (costi delle prestazioni e una gratuità che non è più assicurata dappertutto). Insomma dal 1975 assistiamo a una lenta perdita di presidi e di diritti.

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Donne: equilibri e disequilibri di una condizione che merita cure adeguate

@Anna Parini


Passata la festa della mamma, in occasione della quale sono stati sciorinati dati, dolciumi e zuccherini, le mamme si trovano sempre nella medesima condizione e di dolce resta ben poco, che possa garantire una qualità della vita soddisfacente, altro che indice bes.

Per chi se lo fosse perso, Save the Children ha elaborato un report “Le equilibriste, la maternità in Italia”, un indice sulla condizione delle madri in collaborazione con ISTAT.

L’occupazione è una questione di genere, perché non solo il numero è differente a discapito delle donne, ma varia molto a seconda se ci sono figli e del loro numero. Ma questo già è assai risaputo.

“Decidono di diventare madri sempre più tardi (l’Italia è in vetta alla classifica europea per anzianità delle donne al primo parto con una media di 31 anni) e rinunciano sempre più spesso alla carriera professionale quando si tratta di dover scegliere tra lavoro e impegni familiari (il 37% delle donne tra i 25 e i 49 anni con almeno un figlio risulta inattiva).”

D’altronde, i numeri delle dimissioni volontarie non accennano a diminuire e sono ancora una volta le donne che compongono la fetta maggioritaria.

Non è solo una questione di accesso, ma di permanenza e a quali condizioni. L’ultimo Global gender gap parla da sé: siamo ottantaduesimi su 144 Paesi, abbiamo fatto tanti passi indietro soprattutto a causa della voce lavoro, siamo al 118° posto.

Disuguaglianze socio-economiche che penalizzano non solo le donne, ma l’intero sistema Paese.

I dati sulla divisione dei tempi del lavoro familiare, inclusi nel rapporto annuale Istat 2018(pagina 219, n. b. fanno riferimento a un report del 2014!), rivelano che le donne “dedicano circa 3 ore in più degli uomini alle attività domestiche e di cura dei familiari, la differenza supera le 4 ore nelle coppie con figli, e arriva a 4 ore e 40 nelle coppie in cui lavora solo lei.” Hanno all’incirca 84 ore al mese (più di mille in un anno) in meno di un uomo per sé e per il lavoro.

Lavare e stirare, pulire la casa sono ancora appannaggio delle donne tra il 70-80%. I carichi familiari determinano poi le motivazioni per cui le donne sono circa i 3/4 dei part-time, che diventa quasi un obbligo, almeno che non si possa usufruire di aiuti esterni quali familiari o collaboratori domestici. Anche il tasso di partecipazione alla comunità con attività di volontariato risente dai compiti di cura familiari.

Gli uomini risultano ancora più propensi a condividere la cura dei figli, occuparsi della spesa e seguire la contabilità familiare.

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Non si cambia la cultura se questi sono i messaggi


Alla cortese attenzione di:
Presidente Rai Monica Maggioni 
Direttore RAI Andrea Fabiano
Direttrice di RAI Fiction Eleonora Andreatta
Presidente AGCOM Angelo Marcello Cardani 
Presidente Com. Media e Minori Donatella Pacelli
Loro Sedi
Oggetto: Segnalazioni sulla Fiction Il Capitano Maria, in onda su RAIUNO

Gentilissime e Gentilissimi,
vi scriviamo per segnalare e porre alla vostra attenzione e riflessione, ciascuno per le proprie competenze e il proprio ruolo, la fiction Il Capitano Maria.

Già a partire dal titolo, che non declina al femminile il grado militare e adopera il semplice nome di battesimo per designare la protagonista (al pari del Commissario Rex, la nota fiction su un cane pastore), si evidenzia un primo elemento di discriminazione e di mancanza di attenzione a un pari trattamento, che parte dal linguaggio adoperato.

Nel corso del primo episodio possiamo evidenziare alcuni messaggi che un servizio pubblico dovrebbe evitare di proporre e di divulgare.
1. Iniziamo dal fatto che la Capitana adopera il cognome del marito, quando secondo l’ordinamento italiano tale cognome si può posporre al proprio da nubile, che non scompare e non è sostituito da quello del coniuge. L’errore della fiction è sintomo del retaggio di una mentalità patriarcale, in cui si passava da un cognome all’altro, che ignora la Riforma del diritto di famiglia del 1975.
2. Un bambino, liberato dalla cintura di esplosivo, è affidato a una carabiniera, dopo aver scartato l’omologo con laurea in psicologia, in virtù della sua storia personale di figlia maggiore all’interno di una “famiglia numerosa”. Per la serie, mai rompere gli schemi e i ruoli stereotipati in cui sono ingabbiate le donne anche nella rappresentazione mediatica che ne fa il servizio pubblico.
3. Nell’ora di religione nella classe della figlia della Capitana, all’interno di un dibattito che sembra suggerire che i musulmani sarebbero terroristi, si ascolta una sua frase che veicola il sempiterno binomio amore e violenza: “Se io amo un ragazzo, lui mi tradisce o anche solo mi manca di rispetto, io lo ammazzo. L’amore è violenza, altrimenti che amore è?”. Luce Guerra fa un’affermazione pesante come un macigno e nessuno interviene a stigmatizzarla o ad evidenziarne la pericolosità e le conseguenze che recano con sé, neppure l’insegnante.
4. Verso la fine si assiste alla scena del preside che cerca di conquistarsi un posto prioritario nel piano di evacuazione della scuola. Una sorta di novello Schettino, che getta discredito su un’intera categoria.

Uno scenario di luoghi comuni, composto per non scomodare troppo le menti del pubblico televisivo, che si devono crogiolare nei consueti stereotipi, schemi, pregiudizi e aspettative sempre uguali. Perché cambiare linguaggio, messaggio, ruoli, comportamenti, scardinare mentalità secolari? Meglio proporre un prodotto televisivo neutro, finanche innocuo? A nostro parere l’effetto è contrario perché innocuo non lo è assolutamente, visto che di messaggi nocivi, errati e fuorvianti ne lancia parecchi.

Eppure, a leggere le Linee guida editoriali per la produzione della fiction Rai, lo spirito dell’Azienda appare assai diverso: “Un’offerta che dovrà sempre essere improntata al rispetto della dignità della persona ed alla non discriminazione e che dovrà contribuire al superamento degli stereotipi culturali attraverso una rappresentazione veritiera della società civile, orientata al recupero di identità valoriali e rispettosa delle diverse sensibilità”.

Lo scorso 8 marzo è stato siglato il nuovo contratto che regolamenta il servizio pubblico radiotelevisivo e digitale per i prossimi 5 anni, affidato alla Rai in base ad una convenzione rinnovata nel 2017 per 10 anni. Nella prima parte “Principi generali” sono stati inseriti specifici impegni in tema di rispetto delle diversità di genere (Art. 2, comma 1 lettera b)…avere cura di raggiungere le diverse componenti della società, prestando attenzione alla sua articolata composizione in termini di genere (Art. 2, comma 3 lettera g)… assicurare il superamento degli “stereotipi di genere, al fine di promuovere la parità e di rispettare l’immagine e la dignità della donna anche secondo il principio di non discriminazione” (Art. 8, comma 2 lettera c) …promuove modelli di riferimento, femminili e maschili, paritari e non stereotipati, mediante contenuti che educhino al rispetto della diversità di genere e al contrasto della violenza” (Art. 9, comma 1) “La Rai assicura nell’ambito dell’offerta complessiva, diffusa su qualsiasi piattaforma e con qualunque sistema di trasmissione, la più completa e plurale rappresentazione dei ruoli che le donne svolgono nella società, nonché la realizzazione di contenuti volti alla prevenzione e al contrasto della violenza in qualsiasi forma nei confronti delle donne” (Art. 9, comma 2 lettera a) ….promuovere la formazione tra i propri dipendenti, operatori e collaboratori esterni, affinché in tutte le trasmissioni siano utilizzati un linguaggio e delle immagini rispettosi, non discriminatori e non stereotipati nei confronti delle donne”(Art. 8, comma 2 lettera d) … si caratterizzi per una cura prioritaria per il linguaggio, con riferimento a un uso appropriato della lingua italiana.

Ci sembra che, rispetto al suddetto Contratto di servizio, numerosi punti della fiction in questione, già nella prima puntata siano stati disattesi e che gli scopi si siano persi per strada. Non sappiamo se sia un problema di scelta degli autori o dei prodotti, ma qualcuno in RAI dovrebbe verificare preventivamente cosa sia mandato in onda, qualcuno in RAI dovrebbe interrogarsi se i programmi siano o meno in linea con i principi e gli impegni presi. 

Far crescere i cittadini e le cittadine è un compito importante ma delicato, motivo per il quale ci attendiamo che in seguito a questa nostra segnalazione la RAI, in quanto servizio pubblico, dia attuazione ai citati impegni assunti e adotti in merito strumenti e procedure di verifica prima della messa in onda.
Rimaniamo in attesa di un cortese riscontro e inviamo i nostri saluti.

14 maggio 2018

Gruppo d’ascolto RAI
Rosanna Oliva de Conciliis, Presidente della Rete per la Parità
Donatella Martini, Presidente DonneInQuota
Maddalena Robustelli, SNOQ-Vallo di Diano
Simona Sforza, blogger
Serenella Molendini, Consigliera nazionale di Parità supplente
Mariella Crisafulli, Consigliera di Parità Provincia di Messina
Annamaria Barbato Ricci, comunicatrice, scrittrice, giornalista e avvocata
Carla Cantatore, UDI Monteverde
Donatella Caione, editrice di libri per l’infanzia
Alba Coppola, docente
Ester Rizzo, scrittrice
Concetta Callea, docente
Angela Nava Mambretti, Presidente CNU
Annamaria Isastia, storica – Soroptimist
Marilisa D’Amico, Università degli Studi di Milano
Roberta Schiralli, avvocata
Patrizia Tomio, Pres. Conferenza Naz. C.P.O. delle Università italiane
Giuliana Giusti, linguista Università Cà Foscari Venezia
Suny Vecchi, Snoq-Ancona Comitato 13 febbraio
Fabrizia Boiardi, DonneInQuota
Maria Pia Ercolini, Presidente Ass. Toponomastica Femminile
Giusy Agueli, Presidente Ass. Palma Vitae
Elisa Giomi, Università Roma Tre
Donne in Rete Foggia
Mariolina Di Salvo, Consigliera Ordine Professionale Assistenti Sociali-Sicilia
Marcella Mariani, giornalista-Il Paese delle Donne
Pina Arena,FINISM Catania
Grazia Mazze’, sindacalista
Vera Parisi, docente
Francesca Riggi, fotografa
Clelia Lombardo, scrittrice
Roberta Schenal, docente
Daniela Pasquali
Maria Angela Bonas Brizzi
Vincenza Amato
Nadia Boaretto
Carla Rizzi
Titta Vadalà
Giovanna Lauricella
Paola Testa
Giovanna Tomassini

La raccolta delle firme è ancora aperta

Contatti: 3356161043
info@donneinquota.org – segreteria.reteperlaparita@gmail.com

 

Lettera aperta pubblicata anche su Noi Donne

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Quanto valore diamo al lavoro invisibile delle donne?

Renato Guttuso – Le due cucitrici


Leggendo questo articolo apparso sul Guardian ho riflettuto sui tanti stereotipi e alibi che tuttora insistono quando si parla di lavoro delle donne.

Si parte dal dogma secondo cui: “il divario retributivo di genere non ha nulla a che fare con la discriminazione nelle decisioni di assunzione o di promozione“. Per la serie, il problema non sussiste, viviamo in una società egualitaria, in cui sono sufficienti il merito, le competenze e gli skills.

Poi ci sono le donne che dal loro privilegio e dalla loro totale “adorazione di un capitalismo libero”, sostengono che in reltà sono le donne a scegliere di lavorare per meno, garantendosi uno spazio in ogni occasione “nell’interesse dell’equilibrio”.
Certo, la solita favola della libera scelta, quando davanti non hai grandi alternative e quando c’è un compromesso a cui sottostare che ti schiaccia quanto un macigno.

“Ma il divario retributivo non è la scelta delle donne. È sia una causa che una conseguenza della disuguaglianza di genere. Per molti aspetti è più importante della discriminazione retributiva perché mette in luce le profonde disuguaglianze strutturali in ogni parte della nostra società e dell’economia.” rileva giustamente Sandi Toksvig.

La situazione in Uk non è difforme da quanto accade in Italia: la crisi ha di fatto tagliato la spesa in infrastrutture sociali, viste come ambiti sacrificabili. “Secondo Save the Children, 870.000 madri tornerebbero sul posto di lavoro se potessero permettersi un’assistenza all’infanzia – riducendo i sussidi di disoccupazione e aumentando la base imponibile.”

Si investe in ambiti “maschili”, in infrastrutture fisiche, perché si pensa che facciano da traino all’economia. Non si capisce che un investimento nell’assistenza all’infanzia e sociale può portare molti benefici: si fatica a comprendere che “la crisi globale della disuguaglianza è una crisi di disuguaglianza di genere.”

“Le nostre vite sono ancora rigidamente divise in economiche e sociali, produttive e riproduttive, retribuite e non retribuite. La metà ha sempre più valore dell’altra. Il risultato è che la redistribuzione della ricchezza in questo paese, e globalmente, troppo spesso avviene dalle donne più povere agli uomini più ricchi.”

Sembra che non si voglia accettare l’idea che una maggiore uguaglianza delle donne corrisponda a un beneficio diffuso.

 

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Guardarsi attorno può servire. Buone pratiche a contrasto della violenza di genere.


Guardarsi attorno può servire per comprendere quali margini di miglioramento possiamo implementare anche nel nostro Paese. Mi è capitata sotto mano questa analisi sulle pratiche messe in atto dalla Svezia in materia di violenza di genere. Il documento, datato aprile 2018, è a cura del Policy Department on Citizens’ Rights and Constitutional Affairs, su richiesta dalla Commissione del Parlamento UE per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere (FEMM).


 

Il Consiglio svedese per la prevenzione della criminalità ha presentato una nuova relazione il 27 marzo 2018, che evidenzia le tendenze fino al 2015 (non include i dati del 2016, che sono ancora preliminari).

Nel corso della loro vita, il 25% delle donne è stato vittima di un crimine all’interno di una relazione, nel circa il 24% dei casi si è trattato di violenza psicologica e nel 15% di violenza fisica. Il Consiglio ha affermato che vi è una violazione dell’integrità di una donna che riguarda la violenza contro le donne che subiscono ripetute violenze all’interno di relazioni strette. Nel 2015, sono stati segnalati 1.844 casi, ma è stato evidenziato che molti reati sfuggono alle stime per mancanza di denuncia. Secondo il National Crime Survey 2015 solo il 26% dei reati è stato effettivamente denunciato, con un indice più alto per le aggressioni (64%) e più basso per reati sessuali (8%).

Quindi cosa prevede la Svezia per affrontare il fenomeno?

Qui di seguito il quadro legislativo in Svezia per combattere la violenza contro le donne.

In Svezia, la violenza contro le donne è regolata principalmente in diversi capitoli del codice penale. Il codice penale si applica, in particolare, a quanto segue:

  • violenza domestica,
  • violenza sessuale (compreso lo stupro, violenza sessuale, molestie o stalking),
  • tratta di esseri umani,
  • cyber-violenza e molestie con l’uso di nuove tecnologie,
  • pratiche lesive (come i matrimoni forzati).

Non esiste una legislazione speciale, tutti i reati sono contemplati nel Codice penale. Fa eccezione la legge speciale sulle mutilazioni genitali femminili, un reato punibile anche se l’atto è stato commesso in un paese in cui non è illegale. Esiste anche una legge ad hoc sulle molestie e lo stalking.

Quale strategia viene messa in atto per prevenire e combattere la violenza degli uomini contro le donne?

La traversale ottica di genere che attraversa tutta l’attività politica e di governo, porta a considerare il contrasto della violenza contro le donne come una priorità. La strategia nazionale per prevenire e combattere la violenza degli uomini contro le donne è entrata in vigore il 1 gennaio 2017, con una copertura di 10 anni. Ha quattro obiettivi:

  • incrementare l’efficacia di un lavoro di prevenzione per combattere la violenza;
  • migliorare la capacità di individuazione della violenza e una maggiore protezione e sostegno a donne e bambini vittime di violenza;
  • più efficace lotta al crimine;
  • migliorare la conoscenza del fenomeno e dello sviluppo metodologico. La strategia ha una vasta portata e tiene conto di diversi aspetti della violenza contro le donne (anche in relazioni omosessuali, donne trans, migranti e musulmane, ma anche su un’idea di mascolinità nociva e distruttiva). La partecipazione degli uomini è considerata essenziale per questa strategia di prevenzione. Oltre al coinvolgimeno coordinato di tutti gli attori interessati, il governo ha affrontato riforme in aree chiave: eliminazione di norme che giustificano la violenza, l’acquisto di servizi sessuali e altre restrizioni alla libertà di azione e alle scelte di vita di donne e ragazze.

Per poter realizzare questo piano d’azione, il governo svedese ha stanziato 600 milioni di corone svedesi, volte a finanziare nuove misure per il periodo 2017-2020, oltre ai 300 milioni di corone svedesi destinati a comuni e consigli provinciali.

Attualmente, in Svezia sono disponibili tre tipi di organizzazioni a sostegno delle donne vittime di abusi:

  1. rifugi per le donne e centri di supporto per giovani donne,
  2. gruppi di sostegno alle vittime di reati
  3. centri di crisi municipali.

Storicamente, le organizzazioni costituite su base volontaria hanno assunto la principale responsabilità di proteggere le donne. Queste organizzazioni hanno alcuni dipendenti ufficiali, ma si affidano principalmente ai volontari, sono supportate da sovvenzioni governative / rimborsi municipali.

I rifugi sono offerti dalla National Organization for Women’s Shelters and Young Women’s Shelters (Roks) e dalla Swedish Association of Women’s Shelters e Young Women’s Empowerment Centres (SKR). La missione di entrambe le organizzazioni è duplice, pur proteggendo direttamente le donne che soffrono di violenza domestica, hanno anche una posizione in politica, tentando di influire le politiche pubbliche.

La Crime Victim Support Association (BOJ) si concentra esclusivamente sul supporto individuale e non si rivolge solo alle donne, e ha circa 100 gruppi di supporto locali.

In seguito a molteplici emendamenti alla legge sui servizi, c’è stato un crescente coinvolgimento con i servizi municipali. Una sorta di responsabilizzazione condivisa ed allargata, con un approccio allargato, che abbraccia molteplici ambiti e mette in campo una strategia strutturata e interconnessa.

 

Sempre a livello di UE, il parlamento non smette di sollecitare i Paesi membri.

Lo scorso 19 aprile il parlamento europeo ha approvato una risoluzione che invita la Commissione a “includere la protezione di tutti i cittadini, in particolare di quelli che si trovano nelle situazioni più vulnerabili, nell’Agenda europea sulla sicurezza, con particolare riguardo per le vittime di reati, quali la tratta di esseri umani o la violenza di genere, comprese le vittime del terrorismo, che necessitano di particolare attenzione, sostegno e riconoscimento sociale.”

Si invita:

“a mettere a punto campagne volte a incoraggiare le donne a denunciare qualsiasi forma di violenza sulla base del genere, in modo da proteggerle e poter migliorare l’accuratezza dei dati sulla violenza fondata sul genere;”

“a presentare un atto legislativo per sostenere gli Stati membri nella prevenzione e nella soppressione di tutte le forme di violenza nei confronti delle donne e delle ragazze e di violenza di genere;”

Altresì si invita il Consiglio ad “attivare la “clausola passerella” mediante l’adozione di una decisione unanime che configuri la violenza contro le donne e le ragazze (e altre forme di violenza di genere) come reato, ai sensi dell’articolo 83, paragrafo 1, TFUE;”

Si auspica che dopo la firma, il 13 giugno 2017, di adesione dell’UE alla Convenzione di Istanbul, la Commissione (in linea con la sua risoluzione del 12 settembre 2017 sull’adesione dell’UE alla convenzione di Istanbul), designi “un coordinatore dell’UE sulla violenza nei confronti delle donne che sia responsabile del coordinamento, dell’attuazione, del monitoraggio e della valutazione delle politiche, degli strumenti e delle misure dell’Unione per prevenire e combattere tutte le forme di violenza nei confronti delle donne e delle ragazze e per fungere da rappresentante dell’UE presso il Comitato delle parti della convenzione;”

Gli Stati membri sono invitati “a garantire formazione, procedure e orientamenti adeguati a tutti i professionisti che si occupano delle vittime di tutti gli atti di violenza che rientrano nel campo di applicazione della convenzione di Istanbul, al fine di evitare discriminazioni o una seconda vittimizzazione durante i procedimenti giudiziari, medici e di polizia.”

Un interessante incontro all’interno delle Giornate Romane per le P.O.


Sul miglioramento in termini di “preparazione” c’è molto da lavorare anche in Italia (ben venga il recente varo delle linee guida per i P.S.). Sappiamo quanto la situazione nostrana non sia molto rosea, conosciamo quanto siano ancora presenti pratiche volte a colpevolizzare le sopravvissute e a minimizzare la violenza, insinuando una corresponsabilità delle donne. Tutto questo deve finire.

A più di un anno dalla sentenza di condanna dell’Italia da parte del CEDU, il CSM ha iniziato a lavorare su una sorta di vademecum dedicato ai giudici e alla polizia giudiziaria e secondo cui chiunque è chiamato a trattare i reati contro le donne deve avere una comprovata esperienza nell’ambito. Sempre secondo le nuove regole tutte le procure e i tribunali d’Italia sono chiamati a implementare una sezione specializzata in reati di violenza domestica, di genere e ai femminicidi, al fine di velocizzare i processi e per gestire queste tipologie di reati come a “trattazione prioritaria”, sia in fase di indagine che di dibattimento, per avere una protezione efficace delle vittime. Un’altra importante novità in tema di violenza è data dal fatto che le vittime non dovranno più testimoniare in presenza del proprio aggressore, al fine di preservare la loro integrità psicofisica.

Un adempimento che tra l’altro andrebbe ad attuare una raccomandazione già presente nella Convenzione Cedaw: “Gli Stati Parti assicurino che le leggi contro la violenza e gli abusi familiari, lo stupro, la violenza sessuale e le altre forme di violenze di genere diano adeguata protezione a tutte le donne e rispettino la loro integrità e dignità. Dovrebbero essere forniti alle vittime appropriati servizi di protezione e di sostegno. Una formazione attenta alle specificità di genere rivolta ai funzionari giudiziari, agli agenti delle forze di polizia e ad altri funzionari pubblici è essenziale per l’efficace attuazione della Convenzione”.

Ma credo che il punto centrale su cui lavorare parta da questo assunto:

“Perché le donne esercitino pienamente i loro diritti, in quanto donne, occorre infatti che le bambine che sono state abbiano imparato quali sono i loro diritti in quanto bambine, e a tutelarli e rivendicarli (Bosisio, Leonini, Ronfani 2003)”

L’ho ripreso dal documento dettagliato del We World Index 2018 presentato il 18 aprile a Roma.

 

Fonte: We World Index 2018


Mi sembra fondamentale per comprendere da dove occorre iniziare a investire tempo ed energie. Non possiamo certamente immaginare un cambiamento significativo senza lavorare sulle generazioni future di donne, includendole in un percorso di autoconsapevolezza e valorizzazione di sé, a 360°.

Senza prevenzione, declinata in informazione, formazione e sensibilizzazione, non potremo rompere e sgretolare i modelli stereotipati culturali che sono alla base di una discriminazione e subordinazione delle donne.

Dobbiamo renderci parte attiva di questo cambiamento, di questo immenso lavoro di diffusione di consapevolezza. Ne abbiamo di strada da fare, tanto da non poterci permettere di disperdere energie.

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Aquí estamos las feministas


Basta diatribe, lotte intestine, dispersione di energie e smarrimento degli obiettivi prioritari. Sono come catene, ci tengono inchiodate al vuoto. Operazioni di delegittimazione, discredito, conflitti personali, incapacità di applicare il rispetto nella nostra vita quotidiana, piccole o grandi che siano queste fratture e operazioni sono imbarazzanti e preoccupanti davanti alla situazione che ci troviamo a vivere. Perché sì, ci troviamo a viverle e a confrontarci con una realtà spietata e un paese che fa finta di non accorgersi dello stato in cui sono le donne. Non considerateci solo corpo elettorale e iniziate ad ascoltarci giorno per giorno. La verità è che siamo per lo più una questione rimossa, secondaria. Abbiamo le vite delle donne che si vanno sgretolando di fronte a tanti muri, difficoltà, ostacoli, forme di violenza, di non ascolto e di mancato sostegno. Tante vite che vengono inghiottite in buchi neri e che devono spesso da sole trovare una via d’uscita. E siamo sempre a chiederci il perché solo dopo che accade l’irreparabile, mai che qualcosa intervenga prima a sanare e a prevenire.

Così per il lavoro, di cui il caso di Marica Riccuti è solo l’ultimo di una serie interminabile di vicende che mostrano una fragilità di un sistema che non sa accogliere e sostenere, un problema non solo di cultura aziendale, ma che richiama l’intera comunità sulle conseguenze di una economia che divora le vite e l’umanità. Non rendersi conto di quanto possa essere difficile è segno dei tempi, segno di un affievolimento/demolizione dei diritti e delle garanzie. Questo tipo di pronunciamenti hanno l’effetto di una stilettata, l’ennesima. Migliaia di dimissioni volontarie di lavoratrici madri, che si contano ogni anno, cosa rappresentano per voi?

Così per la salute sessuale e riproduttiva, se dopo 40 anni dal varo della legge 194, siamo di fronte a un progressivo deterioramento dello stato del rispetto e di applicazione della medesima, dell’autodeterminazione e dei diritti delle donne. Questo è possibile perché negli anni questi soggetti hanno potuto diffondere disinformazione allo stato puro (si pensi al contenuto del manifesto che continua a girare per l’Italia nelle ultime settimane), insinuarsi in ogni contesto, ottenere sostegni trasversali. Hanno potuto sostare impunemente davanti agli ospedali per colpevolizzare le donne. Sono entrati negli ospedali in varie tipologie di attività. Abbiamo un numero di obiettori di coscienza che ha pesantemente inficiato una corretta e certa assistenza per le donne. Stiamo arretrando e non da ora, un ritorno al medioevo complice un costante lavorio per calpestare la laicità. Il problema è grave, anche se per alcun* non sussiste.

Ci troviamo poi di fronte alla marea femminista spagnola che si è mobilitata in pochissimo tempo, come già in passato aveva dimostrato di saper fare, confermando la capacità di una presenza permanente sui territori, in seguito alla sentenza che condannava la “manada” di 5 uomini, da 5 a 9 anni di carcere (la procura aveva chiesto 22 anni) per abuso sessuale, non riconoscendo la violenza sessuale su una giovane diciottenne stuprata a Pamplona il 7 luglio 2016. In strada sono scesi anche gli uomini, tanti e tante uniti per organizzare una risposta, un no compatto a un verdetto che non riconosce la verità, non fa giustizia. Affermare “Hermana, Yo sì te creo” significa dimostrare di non accettare che si annacqui e si sminuisca la violenza mai, in nessun caso, significa che il dominio della violenza machista ha i giorni contati perché la comunità non lascerà spazio a questi individui e a chi li giustifica. Sono anticorpi che in Spagna sono più vivi che mai, sono la risposta pronta a una magistratura che non riesce a compiere fino in fondo il proprio dovere, sono il segno non si lascerà correre, sono il baluardo contro soggetti che si credono superiori alla legge, sono il fronte contro questi tentativi di sottrarre libertà alle donne. Anche le carmelitane che prendono posizione:

 

Allo stato attuale della legislazione spagnola, vi sono gradazioni diverse: si parla di ‘abuso’ sessuale per i casi più lievi e di violenza sessuale, per i più gravi. I giudici che si sono pronunciati sul caso della ragazza violentata a Pamplona si sarebbe trattato solo di abuso perché la ragazza non si sarebbe opposta, non ha reagito ma ha accettato passivamente ciò che accadeva.

Naturalmente nessuno tiene conto se sei paralizzata dalla paura e temi per la tua vita. Mi capita di parlarne ai ragazzi e alle ragazze e a volte utilizzo la canzone Me and a gun di Tori Amos, sottolineando alcuni passaggi che aiutano a capire cosa accade in quei momenti e quali meccanismi automatici si innescano per “uscirne”.

Risultato dopo le mobilitazioni? Il ministro dell’Istruzione e portavoce del governo di Madrid, Inigo Mendez de Vigo, ha dichiarato che una riforma del Codice penale spagnolo in materia di violenza sessuale è una “priorità”.


Sembra un altro pianeta visto dall’Italia. Per tanti motivi. Eppure di sentenze e motivazioni indigeste ne abbiamo anche da noi, di interrogatori e iter giudiziali rivittimizzanti ne abbiamo in quantità, la cronaca ci riempie di esempi di victim blaming… Eppure, eppure, sembra che sia sempre una questione marginale, roba da femministe, da quel “residuo” di donne un po’ biliose e sopra le righe, quelle da cui stare alla larga e dalle quali prendere le distanze. E ci vedete un po’ così, un po’ sparpagliate, un po’ “maicontente”, innocue attiviste, tanto poi le redini le tengono sempre le fautrici di quello che potremmo ascrivere a un “donnismo” pacato e dalle “buone relazioni”, amicizie che contano, che ci usano e poi ci svendono. Tutto finisce a tarallucci e antiacidi. E ciò che in Spagna e altrove riceve un sostegno ampio, qui si ritrova a raccogliere i cocci di un #metoo rispedito al mittente e archiviato in gran fretta. Il sistema chiaramente non funziona, mostra le sue falle. Ed è su questa fragilità che occorre riflettere, su quel che non riesce a decollare, sulla costante sensazione di dover sempre “chiedere il permesso” ad ogni passo, sulla permanente constatazione di una difficoltà a portare avanti istanze ed azioni autentiche, disinteressate e senza fini egoistici. Tutto si sbriciola o sembra ripiegarsi in una dimensione che non riesce a coinvolgere larghe parti. Non ce lo possiamo permettere eppure continuo a chiedermi perché non si riesce ad agire oltre. Continuano a scorrermi davanti tutte le vicende, gli episodi, le difficoltà che viviamo in quanto donne, e vorrei svegliarmi in un Paese capace di non svilire e strumentalizzare tutto, vorrei non pormi sempre le stesse domande, vorrei ci fossero meno inciampi.

Alla fine è sempre la stessa storia, ci vogliono in modello “fantoccio”, ancelle omologate a una serie di pretese e regole patriarcali, mansuete, sottomesse, complici di un sistema, che ci adopera a suo piacimento per lasciar tutto immutato. La cosa peggiore è pensare che tutto questo non si possa cambiare. Il cambiamento inizia dal sentire che accanto, lungo il cammino, c’è chi ti comprende, sa come ti senti, ti crede, ti ascolta, ti rispetta, non ti giudica, ti accetta per come sei, riconosce il tuo valore. Basta guardarsi negli occhi e accennare a una sillaba di sorellanza. Cambiare però ha un costo, soprattutto a livello personale, sono ripercussioni dure ma necessarie se si vuole cambiare qualcosa.

Ragioniamo infine su come gli anticorpi e l’abitudine a scendere in piazza si formano… e ricordiamoci cosa è successo a Melito di Porto Salvo, a Firenze a settembre, a Milano ai primi di febbraio, dopo ogni stupro, ogni femminicidio… ogni volta che una donna viene schiacciata e oppressa, annullata, cancellata.

Aquí estamos las feministas. Assorbiamo tutto l’orgoglio e la forza di queste parole e delle nostre sorelle. Ne abbiamo bisogno, soprattutto quando ci sembra che manchi l’ossigeno per andare avanti.

Si estamos juntos, somos huracan.

No voy a pedir permiso

Para ser libre.

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Scuola: raccontare esperienze per una rappresentazione differente


Troppe macerie e generalizzazioni sono piovute sul mondo della scuola, specialmente negli ultimi giorni. Troppi sapientoni si sono prodigati in fiumi di analisi e di strali, con la sensazione finale che tanto si parla di scuola, ma poco la si conosce da dentro. Con il risultato di terremotare tutto quanto, scaricando responsabilità sulla base di pregiudizi e di giudizi sommari.

C’è chi ne fa un’analisi prettamente classista, esattamente come chi preferisce continuare a pensare che la violenza e certi comportamenti lesivi dei diritti si annidino principalmente negli strati sociali dotati di meno mezzi materiali e immateriali. Eppure come sappiamo benissimo e ripetiamo da anni, si tratta di fenomeni trasversali, che occorre leggere a livello culturale, che traggono origine da modelli e da esempi culturali e comportamentali. Ci sono adulti che mimano attenzione ed empatia, grandi ideali e valori, ma sotto pelle, covano forme e metodi di bullismo e di sopraffazione latenti, che all’occorrenza mettono in pratica per schiacciare gli altri. E non è questione di censo, non è questione di origine, non è questione di titolo di studio.

Dell’universo scolastico non si riesce a comprendere realmente i problemi, i fenomeni, i meccanismi, ma anche le potenzialità, ciò che funziona, genera risultati e ricadute positive. Solo polveroni per oscurare tutto il resto. Si costruiscono montagne fittizie, e la prima domanda dovrebbe essere con quali finalità? I motivi per cui avvengono certi episodi e comportamenti restano inesplorati, tutti occupati a scaricare responsabilità, tutti a non voler riconoscere l’urgenza di un lavoro diffuso e sistematico per tornare a una crescita piena, che non sia solo composta di nozioni e di prestazioni da valutazione sulla preparazione, ma che sia accompagnata da una maturazione emotiva e relazionale capace di interrompere cicli nocivi. E allora avviciniamoci in punta di piedi a questo mondo, ricordandoci per un attimo gli studenti che siamo stati, gli insegnanti che abbiamo incrociato, le difficoltà di certi passaggi evolutivi, cerchiamo di conoscere con cura cosa avviene realmente a scuola, quanto importante sia l’operato e il portato educativo degli insegnanti, riconosciamo i tanti segnali positivi e incoraggianti, senza pretendere di esaurire la rappresentazione delle nuove generazioni solo attraverso episodi gravi e negativi di sopraffazione e di insubordinazione.

Perché solo chi si accosta alla scuola, scopre quanti tesori vi germogliano dentro, con ragazzi e ragazze che hanno solo bisogno di stimoli, di essere coinvolti, di essere accompagnati in percorsi che costruiscano non solo competenze, saperi, capacità, ma che gli consentano di sperimentare se stessi, acquisire consapevolezza di sé e strumenti per orientarsi nelle difficili fasi del diventare grandi. Basta davvero entrare nei corridoi e nelle aule, insieme a loro, ai loro insegnanti, per comprendere di cosa sto parlando. Girando per le scuole con un progetto di contrasto agli stereotipi, alle discriminazioni e alla violenza di genere, mi rendo sempre più conto di quanto ribollire positivo di idee, spunti di riflessione, di cambiamento ci sia. Noi adulti possiamo e dobbiamo incoraggiarli a lasciar emergere questo flusso, affiancarli in un cammino che agevoli e permetta che nuovi e positivi punti di vista si affermino, che si diffonda una cultura della parità e del rispetto, per una comunità umana libera da gabbie e catene culturali, che imbrigliano le nostre energie e istanze di cambiamento. Si possono spezzare circoli viziosi, muri, barriere che offuscano e limitano il nostro io, la nostra autenticità, il nostro desiderio di essere noi stessi/e e non ciò che le aspettative altrui costruiscono di noi. I risultati arrivano da sé e sono sempre un dono prezioso, dimostrano quanto sia importante non disperdere questa possibilità, questa opportunità, questa impellente necessità di espressione, di sperimentare se stessi/e e le proprie potenzialità.

 

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Foto in apertura: un elaborato al termine di un laboratorio contro stereotipi e violenza di genere, ad opera di una studentessa della V A del liceo artistico – Istituto Einaudi di Magenta.

 

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Molto più che panchine


Il 26 novembre scorso con l’associazione Libere Sinergie abbiamo dato il via al progetto “Panchine rosse contro la violenza sulle donne”, inaugurando una prima panchina presso i giardini pubblici di via Montegani a Milano. Abbiamo dato 4 mani di colore per porre le basi di un lavoro che sarebbe partito da lì in poi.

Da quel giorno è iniziato il percorso con i ragazzi e le ragazze della III C dell’Istituto Kandinsky di Milano, dapprima con un laboratorio su sessismo, stereotipi e violenza di genere curato dalla sottoscritta e da Carla Rizzi: un passaggio fondamentale di approfondimento, per fornire gli strumenti necessari alla comprensione del fenomeno, per riflettere insieme sulle sue radici. Sono stati incontri che ci hanno permesso di creare quel clima e quella sensibilità necessarie per dare corpo alle fasi successive. Ringraziamo i ragazzi e le ragazze per le idee e l’interesse, gli spunti di riflessione e di miglioramento che ci hanno donato. Un’esperienza di reciproco arricchimento umano ed emotivo che custodiremo con cura, scintille e intrecci preziosi con le nuove generazioni: il vero motore e il carburante di un attivismo fatto con cuore e passione, fatto di puro volontariato. Cogliere quelle luci che si accendono piano piano nei loro occhi è una gratificazione enorme, sguardi che si allargano e spiccano il volo. Ascoltare il loro punto di vista ci fa crescere insieme. Capita ogni volta e ogni volta sono infinitamente grata loro.

Le scuole sono davvero il perno essenziale di questo progetto, che stiamo proponendo e portando anche in altri istituti superiori. Per questo l’incontro con il writer e poeta di strada Dario Pruonto, in arte Mister Caos http://www.mistercaos.com/ , è stato importantissimo. È un compagno di viaggio speciale, fa la differenza. Abbiamo cucito le varie fasi del progetto, tessendo una collaborazione con lui, con la sua creatività, la sua professionalità e la sua capacità di coinvolgere i giovani, toccando le giuste corde. Ha accompagnato i ragazzi in un viaggio attraverso la street art, la poesia e il recupero del valore e dell’importanza delle parole per poter trasmettere messaggi in modo efficace, per poter raggiungere quante più persone possibile. Una guida non solo creativa e grafica, che ha saputo fargli strada in un lavoro in cui le parole e il messaggio fossero il cuore di tutto. Mister Caos li ha condotti in un libero flusso creativo fatto di costruzione-demolizione-ricostruzione, attraverso un brainstorming che lasciasse emergere le parole e i concetti chiave. Proprio come dubbi, ripensamenti, contrasti e contorsioni iperboliche esistenziali e mentali concorrono a fornire materiale per la poesia: distillato di un susseguirsi di parole che riescono a penetrare e a farci riflettere.

A partire da questa raccolta di idee, gli studenti e le studentesse, supportati dalla loro professoressa Jaya Cozzani, hanno sviluppato un progetto grafico ricco di significati, dal contenuto profondo, che realizzeranno in team con Mister Caos il prossimo 19 aprile a partire dalle ore 10:00. Questo mix di grafica, parole e messaggi rivestirà due panchine e le renderà “parlanti”, strumenti attivi di contrasto e di sensibilizzazione collettiva e condivisa. Un invito alla cittadinanza tutta affinché si attui un cambiamento nella cultura e nelle relazioni, un progressivo superamento delle discriminazioni e squilibri di genere e si concretizzi un impegno collettivo volto a debellare la violenza di genere in ogni sua forma.

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Qui https://youtu.be/VFuWy4oCYL0 il video della realizzazione delle due panchine rosse.

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Per un 8 marzo sotto una nuova luce

Vi aspettiamo da domani alla Fabbrica del Vapore

Libere Sinergie

La mostra Com’eri vestita? nasce da una domanda che arriva come un pugnale a colpevolizzare le donne che hanno subito uno stupro.

What Were You Wearing” è una mostra promossa dall’università del Kansas da un progetto di Jen Brockman e Mary Wyandt-Hiebert, esposta per la prima volta all’Università dell’Arkansas dal 31 marzo al 4 aprile 2013. L’associazione Libere Sinergie la replica in Italia, contestualizzandola al nostro ambiente socio-culturale. 

Si può pensare che sia ormai sempre più raro domandare “Come eri vestita?”, invece, lo stereotipo persiste, vivo, in ogni interrogatorio della sopravvissuta alla violenza, in numerosi articoli che la narrano, ogni qualvolta ci si trova a confrontarsi su questo tipo di episodi. Un tarlo culturale senza dubbio, come abbiamo avuto modo di constatare nell’esplicazione di un altro progetto che, in linea di continuità, Libere Sinergie sta portando nelle scuole. Parlando con i ragazzi…

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Le origini dell’8 marzo tra episodi leggendari e realtà storica


Le origini dell’8 marzo si perdono tra episodi leggendari, privi di fondamento e realtà storica.

Negli anni sono state tramandate numerose ricostruzioni, aneddoti. Il più ricorrente è che questa celebrazione sia stata istituita per ricordare un incendio che uccise centinaia di operaie di una fabbrica di camicie Cotton o Cottons a New York l’8 marzo del 1908. Episodio mai avvenuto, anche se di incendio ve ne fu uno il 25 marzo del 1911 nella fabbrica Triangle, nel quale morirono 140 persone, soprattutto immigrate italiane e dell’Est europeo.  Le pessime condizioni di lavoro e di sicurezza dell’epoca chiaramente rendevano frequenti incidenti di questo tipo, che diedero maggiore impulso alle lotte operaie.

È falso anche l’altro mito secondo cui la Giornata internazionale della donna viene celebrata per ricordare la dura repressione di una manifestazione sindacale di operaie tessili organizzata a New York nel 1857.

Facendo un viaggio nel tempo, scopriamo che il primo Woman’s Day si celebrò il 28 febbraio 1909, su iniziativa del Partito Socialista americano: si svolse una manifestazione a favore del diritto di voto delle donne, che fu poi introdotto negli Usa nel 1920.

In seguito, in occasione della Seconda Conferenza internazionale delle donne socialiste, organizzata nel 1910 a Copenaghen, si discusse di istituire una Giornata di rivendicazione dei diritti delle donne, in primis il suffragio, senza però fissare una data precisa.

La socialista tedesca Clara Zetkin, insieme a Luise Sietz, furono le proponenti della giornata. Zetkin rivendicava traguardi sociali, tuttora attuali: il diritto delle donne al lavoro professionale, uguale salario a parità di lavoro, sindacalizzazione, previdenze sociali, istituzioni sociali d’aiuto per le madri.

In assenza di un accordo su un giorno unitario, si continuò a celebrare la giornata in date diverse a seconda dei paesi.

Il primo caso in cui le celebrazioni coincisero con l’8 marzo fu nel 1914, giorno d’inizio di una «settimana rossa» di agitazioni proclamata dai socialisti tedeschi.. Nel 1917 ci fu un’altra manifestazione, sempre l’8 marzo, nella quale le donne di San Pietroburgo, chiesero la fine della guerra. Quattro giorni dopo lo zar abdicò e il governo provvisorio concesse alle donne il diritto di voto. Dopo la rivoluzione bolscevica, nel 1922 Lenin istituì l’8 marzo come festività ufficiale.

In Italia fu celebrata per la prima volta il 12 marzo 1922, per iniziativa del Partito comunista d’Italia.

Nel settembre del 1944, nacque a Roma l’UDI, Unione Donne in Italia (formata da donne appartenenti al PCI, al PSI, al Partito d’Azione, alla Sinistra Cristiana e alla Democrazia del Lavoro). Su iniziativa dell’UDI, l’8 marzo 1945, si celebrò la prima giornata della donna nelle zone dell’Italia libera. Alla fine della guerra, l’8 marzo 1946 fu celebrato in tutta l’Italia e vide la prima comparsa di quello che sarebbe diventato il suo simbolo: la mimosa, secondo un’idea di Teresa Noce, di Rita Montagnana e di Teresa Mattei. La mimosa, un fiore più economico della violetta (suggerita da Longo sul modello francese) e facilmente reperibile, recava con sé un significato speciale.

Come ricorda Teresa Mattei, ex partigiana, la più giovane dell’assemblea costituente, che negli anni sarà sempre al fianco delle donne nelle loro battaglie e sarà sempre fieramente coerente con i suoi ideali, autrice di quel “di fatto” dell’art. 3 della Costituzione: «La mimosa era il fiore che i partigiani regalavano alle staffette. Mi ricordava la lotta sulle montagne e poteva essere raccolto a mazzi e gratuitamente».

 

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Lettera aperta al Professor Ernesto Caffo, fondatore e attuale Presidente di SOS Il Telefono Azzurro Onlus



​Abbiamo scritto questa lettera, affinché qualcosa cambi concretamente nel modo di raccontare i fatti di cronaca, soprattutto quando sono coinvolti minori.
Alla cortese attenzione del Professor Ernesto Caffo, fondatore e attuale Presidente di SOS Il Telefono Azzurro Onlus, Professore Ordinario di Neuropsichiatria Infantile presso l’Università degli studi di Modena e Reggio Emilia, in qualità di membro dell’ufficio di presidenza del Comitato nazionale di garanzia per l’informazione sui minori e per l’attuazione della Carta di Treviso. 
Lo scorso 19 febbraio una nota dell’Ansa così titolava: “Prostituta a 9 anni, arrestati genitori”, titolo ripreso successivamente da RaiNews ed emulato successivamente da La Sicilia: “Bimba di 10 anni “prostituta”, arrestati i genitori e due anziani”.  Eppure nella Carta di Treviso, un protocollo firmato nel lontano 1990 da Ordine dei giornalisti, Federazione nazionale della stampa italiana e Telefono azzurro con l’intento di disciplinare i rapporti tra informazione e infanzia, è previsto tra l’altro che “nessun bambino dovrà essere sottoposto a illeciti attentati al suo onore e alla sua reputazione”.  Quel protocollo, altresì, annota un impegno comune specifico, volto a tutelare l’interesse dell’infanzia nel nostro Paese. 

I titoli e la modalità morbosa adoperata nella cronaca dei fatti citata conseguentemente ci sembrano non conformi a quanto prescritto e condiviso nella Carta di Treviso. Da anni, nonostante gli impegni sottoscritti, assistiamo al permanere di una formula tossica e profondamente errata nel raccontare simili episodi, in palese violazione dei diritti fondamentali delle minori, meritevoli invece di una tutela privilegiata e specifica. Il successivo 20 febbraio, dopo numerose proteste e segnalazioni al direttore, arriva la “correzione” del titolo della nota Ansa: “La fanno prostituire a 9 anni, arrestati i genitori”. 

Cosa c’è che ancora non va? Questi genitori in realtà hanno venduto la propria figlia a stupratori seriali e pedofili. Solo posta così sarebbe stato evidenziato l’orrore dell’accaduto e la natura di un abuso reiterato. Invece, nonostante le correzioni, tutto sembra molto più blando, con il rischio di un effetto “normalizzazione” della violenza. Visto che nulla cambia da anni, ad oggi non è più sufficiente che un direttore si scusi per l’accaduto e corregga senza nemmeno riuscirci adeguatamente, a nostro parere. Riteniamo che questo non sia un atto di responsabilizzazione reale e siamo come dell’opinione che permettere la pubblicazione di questo genere di titoli ed articoli sia di per sé lesivo dei diritti dei bambini.  

L’appartenenza ad un ordine professionale comporta anche l’osservanza del correlato codice deontologico. Lavorare con le parole implica saperle usare e soppesarne le ricadute. La bambina è stata lesa e non esiste un correttore per il danno arrecatole. Continuando ad adoperare determinate parole, di fatto si rende impossibile cambiare ed intervenire su un immaginario tossico. Difatti associando la parola prostituzione/prostituta ad una minore si normalizza uno stupro su una bambina, di per sé un soggetto totalmente inconsapevole, incapace di esprimere un assenso pieno. Il termine corretto è invece violenza,  abuso,  stupro. 
Non si può con leggerezza e per un pugno di click pubblicare materiale sensibile e deformare ruoli e responsabilità. Gli esempi sopra citati, esprimono un tentativo di stravolgimento dei fatti, delle violenze terribili e inaudite su una bambina. Vittima della violenza degli adulti, dei genitori e di coloro che hanno pagato per abusare di lei, segnando e distruggendo la sua infanzia, la sua vita, i suoi diritti fondamentali. Definirla prostituta comporterebbe che I media siano complici della costruzione di un immaginario sbagliato, che ribalta e deforma ruoli e responsabilità.  

L’Ordine dei giornalisti aveva bandito già da maggio 2016 il termine baby prostituta/squillo, ribadendo quanto segue. “Il Consiglio Nazionale dell’Ordine dei giornalisti ricorda a tutte le colleghe e ai colleghi che il Testo Unico dei doveri, approvato dal Cnog ed entrato in vigore il 3 febbraio 2016, ha riservato alla Carta di Treviso e a poche altre Carte, il privilegio di comparire come testo autonomo. L’uso reiterato che molte testate, televisive, cartacee e online, fanno della definizione “baby squillo”, ad esempio, è un’inammissibile violazione di questa Carta. Le bambine sono le vittime e gli uomini che abusano di loro, i pedofili, sono i colpevoli. Per un reato così grave non ci sono attenuanti. Usare i termini corretti è alla base del nostro lavoro. Scambiare le vittime con i colpevoli dà luogo ad una informazione falsa e fuorviante.”

Risulta, quindi, indifferibile adottare un altro linguaggio, parole nuove e corrette per raccontare la realtà, se realmente si voglia dare applicazione piena a quanto espresso dal consiglio dell’Odg. Auspichiamo che Lei metta a disposizione la sua sensibilità e competenze professionali per valutare quanto accaduto e sollecitare un intervento che riesca a segnare una maggiore attenzione all’uso del linguaggio e del modo di fare cronaca, soprattutto quando sono coinvolti minori, perché il tipo di racconto che li riguarda sia sempre rispettoso delle vittime.

Chi colpisce una donna colpisce tutte noi 

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Com’eri vestita?

Vi aspettiamo l’8 marzo alla Fabbrica del Vapore, a partire dalle ore 10.

Libere Sinergie

 

 

“What Were You Wearing” è una mostra promossa dall’università del Kansas da un progetto di Jen Brockman e Mary Wyandt-Hiebert, esposta per la prima volta all’Università dell’Arkansas dal 31 marzo al 4 aprile 2013.

L’associazione Libere Sinergie intende replicare in Italia, contestualizzandola al
nostro ambiente socio-culturale.

È un progetto di sensibilizzazione contro la violenza sulle donne che parte da una
domanda posta ricorrentemente a chi subisce molestie o violenza sessuale:
“Come eri vestita?”

In concreto il progetto vede la realizzazione di un allestimento molto semplice che presenta alcune storie di donne abusate e ne mostra gli abiti che indossavano in quel momento, non quelli veri, ma degli indumenti che ne siano una rappresentazione verosimile.

Come eri vestita?è una domanda che troppo spesso viene rivolta alle donne che hanno subito una violenza sessuale. La domanda, che sottende gravistereotipi sessisti e pregiudizi, ha delle pesanti implicazioni e un…

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Psicodinamica

idee di psicologia e psicoterapia

Sarah Ditum

Writing, etc.

Femina Invicta

Feminist. Activist. Blogger.

THE FEM

A Feminist Literary Magazine

O capitano! Mio capitano!...

"Ci sono persone che sanno tutto e purtroppo è tutto quello che sanno." [Oscar Wilde]

Diana

"Nell'ora più profonda della notte, confessa a te stesso che moriresti se ti fosse vietato scrivere. E guarda profondamente nel tuo cuore dove esso espande le sue radici, la risposta, e ti domandi, devo scrivere?". Rilke