Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Il clima d’odio sessista che corre spedito sulla rete – Boicottiamo Facebook!

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Il problema lo conosciamo, sono anni che assistiamo al proliferare di pagine e gruppi misogini e violenti. Vogliamo unire le forze e costruire una protesta contro tutto questo? Non possono esistere luoghi reali o virtuali in cui si tolleri la violenza contro le donne. I social media devono decidere da che parte stare. Ci date una mano?

Donne come oggetti, bersagli di una valanga gratuita di violenza verbale, un hate speech che fa parte di un fenomeno in crescita costante come il cyberbullismo a sfondo sessuale. Che i social amplifichino le abitudini machiste ostili e violente contro le donne è chiaro a tutti. Tutti ricordiamo le tragiche vicende di donne come Tiziana Cantone o di adolescenti come Carolina Picchio. Tutti sappiamo come siano diventate vittime del tritacarne del web e si siano tolte la vita in seguito a video messi in rete. Conosciamo il fenomeno del revenge porn. I gruppi in cui si agisce lo stupro virtuale sono un tassello di questo ampio fenomeno d’odio contro le donne.
Sembra che nulla si possa fare, ma qualcosa deve essere fatta, perché non possiamo più tollerare che le nostre vite siano alla mercé di questo gioco spregevole, che il diritto a essere rispettate sempre venga continuamente schiacciato e leso.
Non siamo disposte a sopportare ulteriori sottovalutazioni da parte delle Autorità e di chi potrebbe intervenire affinché nessuna donna sia più vittima e oggetto di sfogo degli istinti e delle abitudini più turpi di uomini connotati evidentemente da una concezione della virilità alquanto deviata e sbagliata. Cresciuti a porno e violenza, visto che per i ragazzi la pornografia è una consuetudine socialmente accettata, un modo per costruire la virilità del maschio dominante.
Alcune femministe, come Catharine MacKinnon e Andrea Dworkin, hanno individuato come nella pornografia una “rappresentazione ossessiva di donne disponibili, oggettivate, vulnerabili” concorra al “mantenimento della subordinazione femminile”. La rappresentazione della donna nel porno è nella maggior parte dei casi basata su una figura di donna deumanizzata, asservita, oggettivata, mercificata, subordinata e strumentale all’uomo. Numerose indagini scientifiche hanno rilevato come il consumo pornografico produca degli effetti negativi nelle relazioni uomo-donna, porti ad avere delle aspettative distorte del rapporto con le donne reali, ad avere relazioni sessuali senza alcun coinvolgimento emotivo, a considerare le donne come oggetti e ad alimentare i pregiudizi di genere.
Ci sono numerosi studi empirici che hanno dimostrato un legame tra consumo di pornografia e violenza.
In Italia, ad esempio, Lucia Beltramini, Daniela Paci e Patrizia Romito hanno condotto una ricerca per analizzare i rapporti tra i sessi, le esperienze di violenza e la sua percezione in un campione di ragazzi e ragazze, studenti dell’ultimo anno di diverse scuole del Friuli Venezia Giulia. I risultati mostrano che le percentuali di adolescenti che consumano materiale pornografico sono elevate, con il rischio che in futuro la violenza sessuale aumenti. La normalizzazione di queste abitudini, che entrano nel quotidiano sin dalla prima adolescenza, consolida un’idea di virilità fondata sul sopruso, l’abuso, il dominio. Non c’è spazio per altro. Ed è alla radice che occorre colpire, a livello culturale che bisogna sanare questo abisso.

Quando però i comportamenti maschili più abietti trovano espressione verbale su Facebook ed altri social si può e si deve intervenire in tempi celeri, creando programmi che vadano a scandagliare in automatico contenuti, parole chiave e che facciano pulizia di certi gruppi chiusi in cui si praticano violenza e stupri virtuali. Bastano semplici accorgimenti tecnici per intervenire. Basta voler cambiare atteggiamento di fronte a un clima nocivo per le donne, ma in maniera similare anche per chi subisce attacchi razzisti o omofobi. Indubbiamente siamo noi donne a essere il primo bersaglio, come emerge dall’indagine di Vox Diritti e questo accade quotidianamente. Non è solo un fenomeno sporadico, né recente, ma che va avanti da anni ed è in costante ascesa, un’ondata d’odio che arriva come la lava incandescente e intrappola le vite delle donne.

Chi gestisce i social può intervenire, deve farlo se ci tiene a rendere quei luoghi virtuali “woman friendly”, a misura di donna, all’insegna del rispetto. Non ci può essere spazio per la violenza, questo deve essere chiaro a tutt*. Siamo tutt* responsabili. Alimentare o assolvere questo clima d’odio contro le donne è complicità alla violenza.
Non basteranno le segnalazioni degli utenti a fermare l’ondata di violenza, se non cambierà l’atteggiamento di chi gestisce i social. Non ci si può nascondere dietro la libertà di espressione. Le donne sono esseri umani al 100% e i loro diritti vanno salvaguardati prima di ogni cosa.
Se l’articolo 167 del codice della privacy, che prevede la reclusione da uno a sei mesi per chi pubblica foto senza consenso, non scoraggia queste pratiche e non ferma l’orrore, forse occorre fare pressione dal basso. Continuare semplicemente a segnalare non cambierà sostanzialmente la situazione: da anni lo facciamo, ci lamentiamo, denunciamo, ma Facebook non muta la sua policy che in sostanza gira la testa dall’altra parte di fronte a questo tipo di situazioni.
Come sosteneva a novembre 2016 il Ministro Orlando, occorre che i gestori dei social media, che veicolano queste informazioni, intervengano direttamente, affrontino e rimuovano certi contenuti.
Laura Boldrini si è già mossa su questo fronte: “Ai vertici di Facebook incontrati il mese scorso, ha fatto tre proposte concrete: mettere un’icona «attenzione odio», che possa essere usata dagli utenti quando riscontrano messaggi di hate speech; una linea telefonica dedicata; un personale ad hoc con sedi nei vari Paesi. «Mi hanno assicurato — racconta — risposte entro fine gennaio»”.
Ma forse occorre fare di più. Perché Facebook dalle interazioni tra utenti, da tutte le nostre azioni trae profitto e non ha intenzione di perderlo. Per fargli cambiare rotta e tutelare adeguatamente le donne deve subire un danno economico, quello che potremmo generare non usando il mezzo per una giornata (o più, con un calendario settimanale di sciopero, insomma trovando una modalità adeguata di protesta che sia tangibile e chiara), per esempio, chiedendo il cambio di policy e una legge che sanzioni i social ogni volta che viene creato un gruppo misogino o non viene rimosso un contenuto lesivo dei diritti delle donne. Ma deve essere qualcosa di condiviso, una protesta di massa, altrimenti resterà tutto così com’è.
Di un luogo infestato da attacchi misogini e dove la violenza è tutto sommato tollerata non ne dovremmo sentire il bisogno, dovremmo far di tutto per pretendere un cambiamento significativo da parte degli amministratori e dei gestori dei social affinché regolino in modo adeguato e stringente i loro ambienti. Se non agiamo in qualche modo per sollecitare tutto questo sarà una nostra colpevole omissione.
Non possono esistere luoghi reali o virtuali in cui si tolleri la violenza contro le donne.

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Senza rispetto. La violenza contro le donne nel tritacarne mediatico.

@Anna Godeassi

@Anna Godeassi

Certe cose ti paralizzano. Si è superato il limite, di tanto. Il limite del rispetto. Un burrone senza fondo. Un impasto nocivo dato in pasto senza porsi domande sulla sua opportunità. Un danno enorme questo genere di tv.

Sentire ripetere più volte “sei bella”, “un’altra ragazza bella come te”, come se la violenza colpisse solo le donne belle, come se il problema fosse la bellezza. “Un uomo ha attentato alla bellezza.”

E poi giù la pioggia battente con le stesse parole, un uomo può arrivare a questo genere di azioni per “troppo amore”. Una vita, una violenza, una giovane donna sola, in balia dei media, senza che nessuno le crei un sostegno, che la porti a prendere consapevolezza che quello non è amore, che una relazione in cui entra la violenza non è una relazione sana, normale. L’amore non c’entra nulla. Le luci, le telecamere hanno violato quello che era un momento delicato, il momento che Ylenia avrebbe dovuto dedicare a se stessa, per ritrovarsi. Con l’aiuto di qualcuno che non le permettesse di lasciarsi mangiare dai media, non curanti di lei e del suo passato, non curanti del fatto che fosse prioritario aiutare lei, per il suo futuro, perché questa è la priorità, affinché lei possa costruire un futuro diverso da quanto sinora vissuto, con nuovi punti di riferimento, dovrà riempire di nuovi significati le parole,  le emozioni, per i sentimenti, per le relazioni.

 

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Mi hanno detto che è iniziato un nuovo anno

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Leggo qui che:

“secondo gli ultimi dati diffusi dalla polizia in occasione della giornata contro la violenza sulle donne i femminicidi stanno – anche se di pochissimo – diminuendo. Nel nostro Paese muore una donna ogni tre giorni: speriamo di non leggere anche nel 2017 queste cifre, queste tragedie. Qui la speranza non deve abbandonarci: se le donne vengono ammazzate nel 93% dei casi da uomini vuol dire che la disparità di potere è fortissima. Solo con il lavoro, con il guadagno, le donne possono e devono rendersi autonome e mettersi in salvo dalla furia omicida di compagni ed ex mariti.”

Io non condivido l’abitudine di continuare a misurare il fenomeno della violenza maschile sul numero di femminicidi, come se le oltre 120 donne che hanno perso la vita nel 2016 fossero una cosa normale e la flessione del numero ci desse la misura di un fenomeno in via di risoluzione. Così non è, a questo punto dovremmo andare più a fondo, scavando dentro tutta la violenza che non emerge o emerge grazie al lavoro dei centri antiviolenza e delle reti territoriali. Il femminicidio va prevenuto e contrastato, non dobbiamo fermarci ai numeri in calo, “non una di meno” è la frase che dobbiamo ripetere, l’obiettivo da perseguire, perché vogliamo essere tutte vive e libere dalla violenza. Il femminicidio è la punta dell’iceberg di un fenomeno diffusissimo e molto grave che blocca e soffoca la vita delle donne. Perché noi non accettiamo che nemmeno una donna possa ancora subire violenza o perdere la vita, perché questa violenza è un fatto pubblico, politico, una questione che lacera, avvelena le nostre comunità, devasta il nostro sistema di diritti e tutele, garanzie a vivere libere e autonome. La vita di ciascuna donna è importante, nessuna deve avere diritti affievoliti o meno opportunità di una vita dignitosa e libera.

La nostra autoderminazione è fortemente lesa e messa in discussione dalle tante forme di violenza che siamo costrette a vivere. L’oppressione delle donne è sotto i nostri occhi e contro questo dobbiamo fortemente combattere, senza ricorrere a forme autoconsolatorie. Abbassare la guardia solo perché c’è una flessione è pericolosissimo, così come è pericoloso pensare che un lavoro ci possa rendere immuni o salvare da solo dalla violenza. Certo può aiutarci, ma non è in grado di liberarci. Pensiamo a quante donne che lavorano subiscono violenza economica (e non solo) e non sono libere di autogestire il proprio stipendio. La violenza è trasversale e non risparmia nessuna, per censo, per cultura, per occupazione, per contesto sociale. Non vedere questo significa perdere di vista una porzione consistente del problema.

Lo vediamo dai dati delle donne occupate che si rivolgono alla rete antiviolenza milanese.

L’autonomia materiale non è una garanzia totale, altrimenti non ci sarebbe bisogno di avviare percorsi in grado di sostenere l’autostima delle donne, l’autodeterminazione, la consapevolezza della propria persona e dei propri diritti. Tutto questo in un contesto di violenza è fortemente carente, la donna viene azzerata come essere umano, la ricostruzione dell’identità è fondamentale per risultati duraturi e realmente di fuoriuscita dalla violenza. Ci sono circoli di violenza che portano le donne a non riuscire a riconoscere il proprio valore, ciò che è giusto e normale in un rapporto e ciò che non lo è. Dobbiamo stare a contatto con le donne reali, non con prototipi immaginari, conoscere le loro realtà quotidiane.

Non ci sarà uguaglianza, parità di diritti, pari opportunità, finché non debelleremo le radici culturali della violenza contro le donne, le disparità di potere troppe volte assecondate e alimentate, le varie forme di discriminazioni troppo spesso taciute, minimizzate e normalizzate, le connivenze per briciole di potere maschile, i muri eretti per ostacolare una piena partecipazione delle donne alla vita sociale, economica e culturale di questo Paese.

Non sarà un anno nuovo, ma la prosecuzione senza discontinuità dei secoli precedenti.

Non sarà un anno nuovo finché non promuoveremo con forza e convinzione programmi e progetti di sensibilizzazione contro le numerose forme di violenza che abitano le vite delle donne, finché il rispetto non sarà un valore insegnato, condiviso e diffuso, finché non riterremo inammissibile che vi siano spazi o porzioni di popolazione per cui rispetto e diritti umani fondamentali non valgano.

Non sarà un anno nuovo finché la trasformazione non includerà anche il benessere e la serenità delle donne.

Non vogliamo un po’ di rosa qua e là, buono solo per lavarci le coscienze. Non vogliamo ricordarci delle donne e sentire bilanci solo di circostanza.

Perché il patriarcato, quel substrato violento e velenifero che infesta le nostre esistenze di donne è tutto ancora lì, vivo e vegeto, forte, alla ricerca della prossima donna da sottomettere e su cui usare violenza.

Molti continuano a ripetere “non tutti gli uomini”, è vero, ma questi sono alcuni dei termini di ricerca che vengono tracciati dal mio blog, le frasi adoperate sui motori di ricerca per arrivare sul blog.

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Questo solo il 31 dicembre. A questo si pensa a fine anno e per gli altri 364 giorni.

 

Non sarà un anno nuovo finché non diffonderemo consapevolezza a tutte le donne, informandole sui servizi e sulle possibili soluzioni ai loro problemi.

Non sarà un nuovo anno e nemmeno buono finché non cambieremo le parole, il linguaggio, le visioni, gli approcci, le fondamenta delle relazioni, i comportamenti, a partire dai più semplici atteggiamenti.

Non sarà l’alba di un nuovo anno finché non riusciremo a raccontare la violenza con le parole giuste. Nonostante anni di appelli a un cambiamento del lavoro giornalistico, ci troviamo ripetutamente di fronte a questo tipo di narrazione tossica sul Messaggero:

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Un racconto con accenti inaccettabili, forse diretti a compiacere i tanti uomini che vorrebbero emulare questo gesto atroce. Un atto che poteva segnare la fine della vita di questa donna, viene descritto come se fosse un’abitudine tutto sommato “simpatica” e consolidata, perché si sa è “tradizione” considerare le donne degli oggetti, da buttare via all’occorrenza quando si decide di liberarsene. In memoria permane ancora l’attacco originale dell’articolo (poi cancellato) che richiama la tradizione. Troviamo il consueto richiamo al momento d’ira, il solito raptus di questo uomo che voleva liberarsi della moglie, il suo “guaio”. Parole, stile, ricostruzione tutto fuori luogo e ci chiediamo a cosa risponda questa giovane giornalista. Proprio non sappiamo fare di meglio, imparare a comunicare in modo differente? Un sintomo di come tanti giornalisti e giornaliste vivono nel proprio mondo, insonorizzato evidentemente, se non vengono raggiunti dai tanti appelli (Giulia giornaliste) e decaloghi dell’Ifj per l’informazione sulla violenza contro le donne a un cambiamento dei media, se non capiscono che comunicare in questo modo significa replicare all’infinito stereotipi e modelli negativi, assecondare comportamenti e mentalità altamente pericolose.

Forse per vendere o ottenere qualche click, ci piace pensare che tutto sommato non causeranno poi tanti danni? I danni sono evidenti, basti considerare la percezione della violenza che emerge da questa indagine europea.

Questo il quadro in cui ci muoviamo, quindi abbiamo ancora molta strada da fare per diffondere consapevolezza e lavorare sulla cultura e sul linguaggio.

Abbiamo anche un altro fronte su cui lavorare: ci sono tante realtà e reti a sostegno delle donne, ma spesso si fa fatica a farle conoscere.

Per questo condivido queste informazioni* riguardanti la rete antiviolenza milanese, attiva già dal 2006. Vi consiglio di leggere con attenzione questi documenti, utili a diffondere una panoramica del lavoro svolto in questi anni sul territorio, un percorso che ha bisogno di essere condiviso, conosciuto, da continuare a costruire, migliorare insieme, magari allargando la rete ad altri soggetti che possano arricchire con un sentire “femminista”. Più se ne parla, più si aprono le collaborazioni e le interazioni, migliori risultati si ottengono. Soprattutto occorre individuare chi è realmente idoneo e in grado di occuparsi di violenza.

Le risorse:

 

Mi auguro che si adottino strumenti di divulgazione e di informazione più accessibili alle donne tutte. Torno a ribadire che strumenti come Disamorex potrebbero fornire utili “ganci” di riflessione e di diffusione di consapevolezza, soprattutto tra le più giovani e perché no, se tradotto in più lingue, anche tra le donne migranti.

Per questo occorre avere degli spazi in periferia dedicati alle donne, il più possibile autonomi e autogestiti, per rendere questo passa parola ancora più efficace. Qui una raccolta di “desideri” e bisogni delle donne del mio municipio, frutto di uno degli incontri che stiamo promuovendo. C’è un gran bisogno di incontrarsi e condividere. Restiamo in ascolto reciproco. Questa è l’unica vera regola essenziale. Non restiamo sole, siamo in tante. La nostra resistenza collettiva a chi ci vuole controllare e sottomettere.

E che rivoluzione femminista sia! Non c’è altra via.

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*p.s. ringrazio la consigliera comunale Diana De Marchi, presidente commissione Pari Opportunità, per i dati sulla rete antiviolenza milanese.

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Prospettive e propositi

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La Corte di Cassazione ha di recente ritenuto legittimo il licenziamento se l’azienda vuole aumentare i profitti. Una decisione sulla base dell’art. 41 della Costituzione, “se l’attività dei privata è libera, deve esserlo anche la possibilità di organizzarla al meglio.”

Dipende dai punti di vista. Se coltiviamo il miraggio di un sistema liberista che si autoregola, può essere anche una buona notizia. Al contrario ci troviamo di fronte a una ennesima pillola amara che segna l’abisso in termini di diritti dei lavoratori.

Un sistema produttivo estremamente cambiato, in cui il prodotto del lavoro si è smaterializzato, molte tipologie di lavoro sono diventate in via d’estinzione, i lavoratori sono intercambiabili e i contratti sempre più strozzati e al ribasso, le retribuzioni abbastanza ferme e stagnanti verso il basso. In questo contesto si continua a privilegiare il bene dell’impresa, fregandosene del bene dell’individuo che vede precarizzare la sua posizione lavorativa e di vita sine die. Ma sappiamo che il bene dell’impresa ormai si riduce a una navigazione a vista, alla ricerca di incentivi, sponde governative, sgravi, gare, appalti amicali, politici, cessioni di rami di azienda, acquisizioni in cui far affogare le perdite, speculazioni varie. Non importa il futuro. Ci siamo mangiati l’alimentare e tanto altro. Ci siamo mangiati professionalità perché tutti siamo o sembriamo sostituibili e intercambiabili, salvo poi avere risultati mediocri che qualcuno dovrà rattoppare a paghe misere.

Da qui dovremo ripartire, da questa pagina triste per tornare a sanare le ferite di un affievolimento dei diritti dei lavoratori sempre più devastante. Per chi non ha paracaduti.

In questi giorni riflettevo su una questione. Per molte persone è veramente difficile capire di cosa si sta parlando, quali sono i termini reali in gioco, perché non ascoltano. Fanno fatica a comprendere realmente la storia di una persona vicina, una persona che non è stata licenziata, nonostante fosse ancora in vigore l’art. 18, ma che è stata “invitata a dimettersi” se non tornava a “pieno ritmo” dopo la maternità (straordinari non pagati e orari che si dilatavano fino alla sera e nei weekend di lavoro non retribuiti, trasferte prolungate fuori regione e fuori Italia, reperibilità h24). Perché il pieno ritmo è lavorare senza limiti e soprattutto gratis. Una persona che per un po’ ci ha anche provato, che si è vista cancellare premi di fine anno, che a un certo punto ha chiesto un part-time temporaneo per reali esigenze anche inerenti a problemi di salute, vedendosi naturalmente negata questa opzione. Una persona che avrebbe potuto fare causa, ma ha mollato perché aveva ben altri pensieri più urgenti. Certo accade anche di peggio, ma rassegnarci non migliorerà la situazione. E noi donne solitamente siamo coloro che pagano più duramente un arretramento in termini di diritti e tutele.

Di questo dovremo occuparci, in un sistema che premia chi ha le spalle coperte e suggerisce agli altri di arrangiarsi. Un sistema che tiene dentro chi ha protezioni e non qualità. Un sistema che non offre grandi prospettive a chi vuole restare o che non può permettersi di andare all’estero. Un sistema che ignora le conseguenze negative di politiche deboli e poco diffuse di conciliazione e condivisione (molto più di un mini congedo di paternità obbligatorio di due giorni, che si prospetta diventeranno 4 dal 2018, coperture permettendo). Un sistema che non riesce a interpretare le esigenze delle donne che vogliono lavorare e non rinunciare a una vita privata. Per questo dovremo tornare a combattere nel 2017 e negli anni a venire, nonostante qualcuno dica che tornare a garantire tutele ai lavoratori è anacronistico e una zavorra per la ripresa e lo sviluppo economico. Dovremo tornare a ripensare al welfare tutto, pensando a un mondo che è cambiato ma non può rinunciare a garantire diritti e dignità alle persone. Pensando che le disparità non sono affare privato, ma politico.

Non dimentichiamo le parole del ministro Poletti. Non dimentichiamo i differenziali di potere, non facciamoci fregare per le briciole e per una guerra tra poveri, dove trova spazio chi può contare su influenti sponsor. Non dimentichiamo chi vuole rientrare nel mondo del lavoro e trova solo condizioni schiaviste, chi lavora in nero perché altrimenti non lavorerebbe, chi non ha altra prospettiva che un voucher.

Fare politica è innanzitutto porsi in ascolto. Marta descrive bene la situazione del lavoro in Italia. Non cerchiamo la luna nel pozzo, ma quanto meno rispetto per chi resta, per le condizioni che si è costretti ad accettare, per chi va via, per le difficoltà che si assumono. Perché di presa di responsabilità si parla, quando compiamo delle scelte molto spesso dettate dall’esterno, su cui noi abbiamo poco margine per incidere. Ci prendiamo le nostre responsabilità perché in un Paese dove è forte il familismo e l’ascensore sociale bloccato, non siamo rimasti a guardare. Ciascuno di noi ha preso la sua strada, ha investito il suo tempo in anni di studio, ha scelto l’emigrazione interna o all’estero, ha sperato con tutte le sue forze che prima o poi qualcosa sarebbe cambiato in meglio. C’è chi dopo anni di precariato ha visto finalmente arrivare il contratto a tempo indeterminato e poi lo ha visto sgretolarsi all’arrivo di un figlio. C’è tutta la storia di intere generazioni che hanno dovuto cambiare prospettiva talmente di frequente che è diventata un’abitudine non riuscire a programmare non dico il dopodomani, ma nemmeno il domani. Quanto meno lasciateci la dignità, il rispetto di non schernirci, di non abbatterci. Non volete vederci, ma almeno il rispetto dato dal silenzio. Perché intervenire sul lavoro non può avvenire a suon di bonus, perché il domani si può rendere meno oscuro se tornate a darci i diritti che ci sono stati tolti con la prospettiva di un’economia capace di risolvere le disparità e le differenze sociali. C’è chi è tornato indietro nella scala sociale, nonostante tutti gli sforzi e i sacrifici propri e dei genitori. C’è chi si accontenta di non avere garanzie e tutele pur di lavorare, perché questa è la prospettiva che gli è stata insegnata, a volte l’unica che ha conosciuto. Perché ci sono comparti in cui non arriva più nemmeno il sindacato, fortini dei “Padroni” dove la contrattazione avviene tra datore e prestatore di lavoro, senza intermediari, col nodo scorsoio che si stringe al collo, un affitto da pagare, una cig in corso da cui scappare (dal 2017 la Naspi, l’indennità di disoccupazione, sostituirà la cassa in deroga), una famiglia da mantenere. Se questi sono diritti, se questa può definirsi normalità. E intanto ti senti ripetere che questo è quello che c’è per chi non ha le spalle coperte. Se sei una donna le prospettive le viviamo sulla nostra pelle, scavano fino a riportarci nei nostri ruoli secolari. Per questo ho firmato per i referendum Cgil. Perché la nostra dignità è stata calpestata a favore del mercato e della concorrenza. Mi rimane solo l’orgoglio di aver trovato lavoro sempre con le mie sole forze, senza bisogno di sponsor familiari o amicali. Così continuo a far politica. Irrisa sì, ma libera da catene. Capace di un senso critico autonomo che non è servo di nessuno. Capace di evidenziare le cose che non vanno, senza paura di ritorsioni.

Tempo fa una giovane rampolla “lanciata” in politica da illustri capibastone, mi ha detto che le competenze in politica non sono una condizione necessaria, che l’importante è il cognome, la famiglia, le relazioni che può assicurare, il resto poi si farà, se proprio necessario. Una vera e propria resa di fronte a una cultura politica fondamentale, a un progetto, a un sistema di valori, a una direzione politica, a un impegno solido e profondo, con radici solide costituite di approfondimento autentico e personale, non finalizzato a una tornata alle urne o al mantenimento di bacini elettorali. Se non abbiamo una direzione e obiettivi di lungo periodo, una cultura politica che ci faccia da guida e legittimi le nostre scelte, senza costruire benessere diffuso e progettualità che salvaguardino tutti i cittadini, si tornerà (si è già tornati) alla politica delle clientele, degli scambi, del potere di capibastone e gestori di bacini elettorali, delle strane interconnessioni tra interessi privati e individuali e politica, di una prevalenza delle reti amicali, familiari e clientelari. Non risponderemo che a questo sistema, tralasciando tutte le istanze reali di tante/i cittadine/i.

Ogni tanto sarebbe utile allargare lo sguardo e capire che la crescita economica da sola non basta ad affrontare e risolvere la crescente disuguaglianza, che aumenta e non si risolve a suon di PIL. La politica si deve occupare anche di altri fattori se non vuole aumentare la forbice delle diseguaglianze.

Vi riporto questo articolo del Wef. Ogni tanto leggere non guasta per chi fa politica. Perché non si fa politica limitandosi a guardare ombre di realtà in una caverna buia. La realtà va compresa immergendovisi e comprendendo le istanze, ascoltandola e guardandola con i propri occhi, senza filtri.

“Un quarto di secolo dopo la pubblicazione nel 1990 del primo Human Development Report, il mondo ha fatto importanti passi nella riduzione della povertà, per migliorare la salute, l’istruzione, le condizioni di vita di centinaia di milioni di persone.Tuttavia è impressionante osservare come miglioramenti di questo tipo non siano stati equamente distribuiti. Permangono profonde disparità di sviluppo umano nei e tra i Paesi.

L’aspettativa di vita dei bambini come sappiamo non è omogenea, con fattori discriminanti che riguardano non solo il Paese di nascita, il reddito familiare, ma anche il livello di istruzione delle madri.

(…)

Queste differenze derivano da una serie di motivi. Esistono “disuguaglianze verticali”, causate da una distribuzione del reddito distorta, così come “le disuguaglianze orizzontali”, derivanti da fattori razziali, di genere ed etnia, e quelle che si formano tra le comunità, a causa della segregazione residenziale.

Molte persone sperimentano diverse e contemporanee forme di discriminazione, e il grado di esclusione è il risultato dell’interazione tra le diverse forme di discriminazioni. Una combinazione di disuguaglianze verticali e orizzontali possono causare forme di esclusione ed emarginazione estreme, che a loro volta perpetuano povertà e disuguaglianze di generazione in generazione.

Fortunatamente, il mondo è diventato sempre più consapevole degli effetti perniciosi della disuguaglianza sulla democrazia, la crescita economica, la pace, la giustizia e lo sviluppo umano. È diventato chiaro che la disuguaglianza erode la coesione sociale e aumenta il rischio di violenza e instabilità.

In ultima analisi, le politiche economiche e sociali hanno due facce della stessa medaglia.

Oltre al dibattito morale per ridurre le disuguaglianze, vi è anche quello economico. Se la disuguaglianza continua ad aumentare saranno necessari indici di crescita più elevati per sradicare la povertà estrema, che se i vantaggi economici fossero più uniformemente distribuiti.

Alti livelli di disuguaglianza sono correlati alla presenza di élite di potere che intendono unicamente difendere i propri interessi, bloccando le riforme egualitarie. Il problema non è solo di disuguaglianza, ma di come essa ostacoli il perseguimento di obiettivi collettivi e del bene comune; inoltre erige ostacoli strutturali allo sviluppo, per esempio, attraverso la tassazione insufficiente o regressiva e blocchi degli investimenti nel campo dell’istruzione, della sanità, o delle infrastrutture.

La crescita da sola non può garantire la parità di accesso a beni e servizi pubblici di alta qualità; sono necessarie politiche adeguate. La recente storia dell’America Latina, la regione più diseguale del mondo, fornisce un buon esempio di ciò che è possibile quando sono messe in atto certe politiche. La regione ha visto significativi miglioramenti in ambito di inclusione sociale, durante il primo decennio di questo secolo, attraverso una combinazione di dinamismo economico e di impegno politico per la lotta alla povertà e disuguaglianza, come i problemi interdipendenti.

Grazie a questi sforzi, l’America Latina è l’unica regione al mondo che è riuscita a ridurre la povertà e la disuguaglianza, pur continuando a crescere economicamente. Più di 80 milioni di persone sono entrate nella classe media, che per la prima volta ha superato la quota di popolazione dei poveri.

A dire il vero, alcuni hanno sostenuto che questo è stato reso possibile dalle condizioni esterne favorevoli, compresi i prezzi elevati delle materie prime, il che ha sostenuto l’espansione economica. Tuttavia, il World Bank’s LAC Equity Lab conferma che la crescita spiega solo una parte dei guadagni sociali dell’America Latina. Il resto è frutto della redistribuzione attraverso la spesa sociale.

Infatti, politiche progressiste erano al centro dell’espansione economica stessa: una nuova generazione di lavoratori più istruiti ha fatto ingresso nella forza lavoro, in grado di guadagnare salari più alti e raccogliendo dividendi di spesa sociale. I maggiori incrementi salariali si sono verificati nelle fasce di reddito più basse.

Ora che l’America Latina è entrata in un periodo di crescita economica più lenta, questi risultati sono stato messi alla prova. I governi hanno meno spazio fiscale, e il settore privato è meno in grado di creare posti di lavoro. Gli sforzi per ridurre la povertà e la disuguaglianza sono a rischio di stallo – o anche di perdere le conquiste fatte a fatica. I politici della regione dovranno lavorare duramente per mantenere i miglioramenti dello sviluppo umano a lungo termine.

L’importanza di affrontare le questioni legate alla disuguaglianza è sancita negli ideali della Rivoluzione francese, nelle parole della Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America, e negli obiettivi per uno sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite. Uno sforzo fondamentale per plasmare non solo un mondo giusto, ma anche pacifico, prospero e sostenibile. Se, come la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani dice, “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti”, non dovremmo tutti essere in grado di continuare a vivere in quel modo?”

 

Un augurio per un 2017 in grado di mettere seriamente come priorità la lotta alle discriminazioni e alle disuguaglianze. Un 2017 che sappia essere ACCOGLIENTE e migliore per tutti. Per una vita dignitosa per tutti, nessuno escluso.

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Disamorex: il salva vita per le donne a rischio di violenza. Perché chiamarlo amore non si può.

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Disamorex, salva vita per le donne a rischio di violenza. Una scatolina di 6 bustine contenenti principi attivi contro la violenza maschile sulle donne, una serie di informazioni e di domande su cui riflettere, con la n° 6 che indica a chi rivolgersi in caso di bisogno. Un percorso di presa di coscienza accompagnato da un vero e proprio “bugiardino”. Consapevolezza è il primo passo, saper conoscere e riconoscere le varie forme di violenza, con una particolare attenzione alle adolescenti, per aiutarle a capire che certi comportamenti non devono essere sottovalutati o confusi con segnali di amore, che amore non è.

Un bel progetto rivolto alle adolescenti e alle donne di tutte le età, da diffondere, perché è differente, efficace, curato e centra il punto. Spesso ci chiediamo come riuscire a comunicare in modo semplice e comprensibile cosa si intende per violenza, come possiamo riconoscerla, come possiamo affrontarla e superare questo ostacolo che imprigiona e soffoca le vite di tante donne.

 

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Sulle molestie nei luoghi di lavoro l’Italia si allinea all’Europa

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Qui di seguito una versione più estesa dell’articolo pubblicato su Dols Magazine qui.

 

Un patto, un punto di incontro, una chiara intesa di collaborazione tra le parti sociali sul tema delle molestie e le violenze sul lavoro. Di questo si è parlato lo scorso 14 novembre all’interno del convegno tenutosi presso Palazzo Pirelli. Il pezzo è un po’ lungo, ma rappresenta un quadro utile della situazione attuale, su un tema che a mio avviso non ha ricevuto il giusto rilievo.

All’interno della Legge Regionale 3 luglio 2012, n. 11 – Interventi di prevenzione, contrasto e sostegno a favore di donne vittime di violenza, troviamo un chiaro riferimento anche al tema del convegno:

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Con l’Accordo siglato il 26 aprile 2016 Assolombarda Confindustria Milano Monza e Brianza, con Cgil Camera del Lavoro Metropolitana di Milano, Cisl Milano Metropoli, Uil Milano e Lombardia hanno recepito l’Accordo Quadro della parti sociali europee del 26 aprile 2007 e dell’Accordo Quadro sulle molestie e la violenza nei luoghi di lavoro del 25 gennaio 2016 tra Confindustria e CGIL, CISL e UIL.

Il documento vuole diffondere una cultura che prevenga e contrasti ogni atto o comportamento che si configuri come molestia o violenza nei luoghi di lavoro.

A tale fine si sostiene la necessità di promuovere iniziative di informazione e formazione all’interno delle aziende, anche utilizzando gli strumenti previsti dalle norme vigenti e dai contratti in materia di aggiornamento formativo. Vengono, inoltre, identificate strutture interne e esterne all’azienda alle quali le lavoratrici e i lavoratori vittime di molestie o di violenza possono liberamente rivolgersi per affrontare le problematiche dirette ed indirette collegate al tema, nel rispetto della discrezione necessaria al fine di proteggere la dignità e la riservatezza dei soggetti coinvolti. Viene anche istituito un tavolo di monitoraggio che, attraverso una valutazione del fenomeno, sia in grado di proporre azioni di sensibilizzazione degli attori che si occupano del tema a vario titolo sul territorio. A tal fine le parti firmatarie si impegnano ad incontrarsi semestralmente presso la sede di Assolombarda.

Esistono già buone pratiche aziendali, si pensi ai Comitati unici di garanzia (CUG) previsti da Regione Lombardia in ambito sanitario.

Le molestie sul lavoro sono figlie di rapporti di potere e di squilibri tra i generi. Esistono forme di violenza più nascoste e pertanto più difficili da combattere.

La professoressa Manuela Lodovici dell’Univesità Cattolica del Sacro Cuore di Milano ha rilevato come ci sia poca consapevolezza della gravità del fenomeno, dei costi non solo economici ma individuali ed aziendali che comporta. Per questo è necessario intervenire. L’ultima indagine Istat in materia risale al 2010 sugli anni 2008-2009, su 24 mila 388 donne di età compresa tra i 14 e i 65 anni. È difficile percepire la gravità di simili atti di violenza da parte delle donne, dell’azienda e della collettività. Spesso sono proprio le molestie psicologiche quelle più complicate da dimostrare e quindi che vengono denunciate.

Il fenomeno e i numeri

Dall’ultima indagine Istat emerge che:

“Circa la metà delle donne in età 14-65 anni (10 milioni 485 mila, pari al 51,8 per cento) hanno subito nell’arco della loro vita ricatti sessuali sul lavoro o molestie in senso lato come pedinamento, esibizionismo, telefonate oscene, molestie verbali e fisiche.

Negli ultimi tre anni sono state 3 milioni 864 mila (il 19,1 per cento del totale) le donne di 14-65 anni ad aver subito almeno una molestia o un ricatto sessuale sul lavoro. Le più colpite da questo fenomeno sono le ragazze di 14-24 anni (38,6 per cento).”

“Sono 842 mila (il 5,9 per cento) le donne di 15-65 anni che, nel corso della vita lavorativa, sono state sottoposte a ricatti sessuali sul posto di lavoro, l’1,7 per cento per essere assunte e l’1,7 per cento per mantenere il posto di lavoro o avanzare di carriera. Le donne a cui è stata chiesta una “disponibilità sessuale” al momento della ricerca del lavoro risultano essere quasi mezzo milione, pari al 3,4 per cento. Negli ultimi tre anni sono state 227 mila (l’1,6 per cento) le donne che hanno subito ricatti sessuali; all’un per cento è stata richiesta la disponibilità sessuale al momento dell’assunzione (per un totale di 140 mila donne), lo 0,4 per cento è stato ricattato per essere assunto (per un totale di 61 mila donne) e lo 0,5 per cento per mantenere il posto di lavoro o avanzare di carriera (per un totale di 65 mila donne). Ciò che caratterizza maggiormente le vittime di ricatti sessuali nel corso della vita è il fatto di avere un titolo di studio elevato: le donne che presentano il tasso di vittimizzazione più basso hanno, infatti, al massimo la licenza elementare (1,8 per cento nella vita e 0,1 per cento negli ultimi tre anni).”

Le reazioni

Quando una donna subisce un ricatto sessuale, nell’81,7 per cento dei casi non ne parla con nessuno sul posto di lavoro (80,2 per cento negli ultimi tre anni). Solo il 18,3 per cento di coloro che hanno subito ricatti nel corso della vita ha raccontato la sua esperienza, soprattutto ai colleghi (10,6 per cento).

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Quasi nessuna delle vittime ha denunciato l’episodio alle forze dell’ordine. La motivazione più frequente per non denunciare il ricatto subito nel corso della vita è la scarsa gravità dell’episodio (28,4 per cento), seguita dall’essersela cavata da sole o con l’aiuto dei familiari (23,9 per cento), dalla mancanza di fiducia nelle forze dell’ordine o dalla loro impossibilità di agire (20,4 per cento) e dalla paura di essere giudicate e trattate male al momento della denuncia (15,1 per cento). Negli ultimi tre anni, la scarsa gravità dell’episodio (31,4 per cento) e l’essersela cavata da sole o con l’aiuto dei familiari (28,4 per cento) sono in aumento tra le motivazioni della mancata denuncia, così come la paura delle conseguenze per la propria famiglia, mentre diminuiscono le vittime che hanno paura di essere giudicate o trattate male.

 

Le conseguenze

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Le conseguenze e i costi sono difficili da stimare, sia nel breve che nel lungo periodo, per i lavoratori, le imprese e la collettività. Ci sono impatti (le molestie possono riguardare anche gli uomini, ma in maggioranza si tratta di donne) di natura psicologica, fisica, economica (perdita lavoro, contratto, dimissioni) che pesano per lo più sulle donne. Crescono le spese mediche. Ci sono ricadute sulle relazioni familiari, effetti negativi sui colleghi di lavoro, un picco di assenteismo, peggioramento complessivo del clima aziendale, costi legati ai contenziosi, all’immagine esterna dell’azienda.

Il fenomeno è molto presente in ambienti molto competitivi o molto segregati per genere, in cui manca una cultura del rispetto, in fasi di ristrutturazione/cessione/crisi aziendali, in presenza di contratti precari e di una bassa autonomia lavorativa.

Incide anche il sistema di valori e la cultura nazionale italiana: cosa è accettabile o meno cambia da Paese a Paese e se la percezione è diversa, se c’è una minor consapevolezza il risultato è che le donne denunciano meno. Quindi la priorità è sensibilizzare.

Ivana Brunato, segretaria Cgil Metropolitana, ha illustrato l’accordo con Assolombarda. Alcuni CCNL come quello del commercio contenevano già prescrizioni in materia di molestie, prevedendo anche i provvedimenti disciplinari del caso che potevano arrivare anche al licenziamento dell’abusante. Negli enti pubblici nei primi anni 2000 nascevano i primi codici per le pari opportunità che prevedevano codici di comportamento ai quali attenersi.

Non siamo all’anno zero quindi, l’accordo si inserisce in un processo che deve sancire l’esigibilità di un diritto.

Sinora questo fenomeno è stato trattato come un problema legato alla salute. Ma sappiamo come molestie, parità di genere, cultura del rispetto, condivisione dei carichi familiari, quesitoni di genere sono tutti temi strettamente collegati. Occorre potenziare le strutture e servizi in grado di fare da punto di riferimento per le donne che subiscono molestie e violenze sul lavoro, che sappiano avere un approccio adeguato di supporto in questi casi. Naturalmente occorre investire risorse in questa direzione.

Occorre diffondere la consapevolezza che si possono far assistere dalle organizzazioni sindacali (ricordiamo il Centro Donna CGIL di Milano), che verrà garantita la riservatezza, che ci sono strutture di supporto per le vittime, che ci sono le Consigliere di parità, medici competenti, reti istituzionali antiviolenza, centri antiviolenza territoriali.

Ora l’intesa va applicata, promuovendo una cultura della correttezza delle relazioni personali.

Personalmente più che di correttezza parlerei di “rispetto”, che è qualcosa che dovrebbe essere fondamentale e radicata (ndr).

Ci sono risorse sufficienti per prevenzione e contrasto?

Per la formazione si potrebbe ricorrere ai fondi strutturali e di investimento europei e a formule di cofinanziamento pubblico-privato.

Silvia Belloni, avvocata penalista, ha sottolineato l’importanza della corretta descrizione delle condotte (cosa intendiamo per mlestie e violenze) e una definizione di modelli aziendali di contrasto e di intervento.

Viene richiamata la Convenzione di Istanbul che definisce le violenze “violazioni dei diritti umani”, a questo dobbiamo sempre rapportarci.

Occorre aumentare la consapevolezza e la conoscenza del fenomeno, identificare, prevenire e gestire queste violenze. Dichiarare da parte delle parti sociali che certi comportamenti sono inaccettabili è un buon segnale. Individuare gli interlocutori idonei e avere un monitoraggio sarà fondamentale.

Includere la tematica delle molestie nel bilancio sociale delle aziende sarebbe utile.

Oggi è un tema all’interno della tutela del lavoro. Silvia Belloni propone di inserirlo a livello di salvaguardia dei diritti umani.

È importante che sia istituita una figura terza in azienda (come la consigliera di fiducia degli enti pubblici), prevedendo un iter interno ed esterno (giudiziario) di risoluzione.

L’attività di formazione va tarata sulla realtà aziendale, per rilevare le tipologie di molestie più frequenti in quel contesto, adoperando strumenti ad hoc.

A inizio 2016 il Dlgs n.212/15, approvato dal Consiglio dei ministri in attuazione della direttiva UE che istituisce le norme in materia di assistenza e protezione delle vittime di reato, è entrato in vigore.

Il Dgls n.212 modifica la disciplina sulla prova testimoniale e sull’incidente probatorio nell’ottica di una maggiore tutela della persona offesa dal reato. Si vuole preservare la vittima di un reato che decide di deporre come testimone da potenziali ripercussioni negative derivanti da una sua testimonianza. Ne consegue che alla persona offesa è riconosciuto un particolare stato di vulnerabilità. È stato innovato anche il c.p.p.

Art. 90-quater. (Condizione di particolare vulnerabilità).

1. Agli effetti delle disposizioni del presente codice, la condizione di particolare vulnerabilità della persona offesa è desunta, oltre che dall’età e dallo stato di infermità o di deficienza psichica, dal tipo di reato, dalle modalità e circostanze del fatto per cui si procede. Per la valutazione della condizione si tiene conto se il fatto risulta commesso con violenza alla persona o con odio razziale, se e’ riconducibile ad ambiti di criminalità organizzata o di terrorismo, anche internazionale, o di tratta degli esseri umani, se si caratterizza per finalità di discriminazione, e se la persona offesa è affettivamente, psicologicamente o economicamente dipendente dall’autore del reato.

Sono necessari percorsi di sensibilizzazione per prevenire questi fenomeni. Le molestie e le violenze avvengono dentro e fuori i luoghi di lavoro, per questo è necessario impegnarsi per una diffusione della cultura del rispetto, che condanni ogni sopruso.

Maria Antonietta Banchero, dirigente Welfare Regione Lombardia, ha esordito ricordando la Dichiarazione sull’eliminazione della violenza contro le donne (1993).

All’articolo 2 leggiamo:

La violenza contro le donne dovrà comprendere, ma non limitarsi a, quanto segue:

a) La violenza fisica, sessuale e psicologica che avviene in famiglia, incluse le percosse, l’abuso sessuale delle bambine nel luogo domestico, la violenza legata alla dote, lo stupro da parte del marito, le mutilazioni genitali femminili e altre pratiche tradizionali dannose per le donne, la violenza non maritale e la violenza legata allo sfruttamento;

b) La violenza fisica, sessuale e psicologica che avviene all’interno della comunità nel suo complesso, incluso lo stupro, l’abuso sessuale, la molestia sessuale e l’intimidazione sul posto di lavoro, negli istituti educativi e altrove, il traffico delle donne e la prostituzione forzata;

c) La violenza fisica, sessuale e psicologica perpetrata o condotta dallo Stato, ovunque essa accada.

Ha richiamato l’importanza dei Comitati unici di garanzia, obbligatori nelle aziende sociosanitarie e in tutta la pubblica amministrazione. In Lombardia la violenza è stata inserita nella delibera delle regole e negli obiettivi di valutazione a cui sono sottoposti i direttori generali delle Aziende sanitarie (valutazione sulle azioni messe in atto per contrastare la violenza).

Importante è realizzare un sistema di valutazione del rischio nei Pronto Soccorso.

Centrale è la prevenzione, con una dichiarazione esplicita che ci sarà tolleranza zero, con regole per arginare e contrastare il fenomeno.

Inoltre è necessario investire in formazione del management e degli imprenditori. Nelle micro e medie imprese va fatto un lavoro di sensibilizzazione su datori di lavoro e personale.

Viene ribadita la necessità di una figura esterna di controllo e di intervento sulle molestie.

Le lavoratrici vanno sostenute anche dopo l’evento e la denuncia.

Sarebbe utile introdurre nei moduli per la sicurezza e la salute nei luoghi di lavoro, anche un capitolo riservato alle molestie e violenze.

Si ritiene importante anche l’esistenza di formule di mediazione interna aziendale.

Sarebbe altrettanto utile la diffusione della figura del delegato sociale: in pratica si tratta di formare delegati sindacali che siano in grado di porsi come facilitatori per i processi di espressione del disagio e come intermediari tra l’ambiente lavorativo e i servizi sul territorio. Per approfondire qui.

Antonio Calabrò, vicepresidente Assolombarda, ha parlato di civiltà ed etica del lavoro, le persone sono la componente essenziale. Scelte di competitività e di produttività: chi è vittima di molestie produce meno e la qualità generale diminuisce. Si parla di sostenibilità del clima di lavoro e dell’ambiente lavorativo.

La fabbrica bella, il benessere dei lavoratori, con un richiamo a Olivetti.

Ha ribadito l’impegno per un monitoraggio dopo l’accordo sulle molestie. Ha fatto un richiamo sulla necessità di una formazione sui diritti e responsabilità, soprattutto tra le nuove generazioni di lavoratori, diffondendo maggiore consapevolezza sui temi della violenza.

Giuseppe Pitotti, Fondazione Sodalitas, ci ha parlato di etica degli affari, mobbing, cultura dell’organizzazione, conciliazione, sulla necessità di smontare l’abitudine secondo cui chi commette certi abusi la fa franca: comportamenti etici migliorano la reputazione e le performance aziendali.

Approccio che va tarato sull’azienda. Nei codici etici aziendali che vanno costruiti anche dal basso, dalla base dell’organizzazione aziendale. Il comitato etico aziendale deve avere il più possibile un ruolo “terzo”.

È fondamentale dotare le aziende di strumenti per facilitare la denuncia di comportamenti molesti o violenti (speak up policy), che assicurino riservatezza e protezione del denunciante.

Qui alcuni recenti lavori di Sodalitas:

http://www.sodalitas.it/fare/lavoro-e-inclusione/business-and-human-rights

http://www.sodalitas.it/public/allegati/_Human_Rights_Blueprint_2016411103438613.pdf

http://www.sodalitas.it/fare/lavoro-e-inclusione/carta-per-le-pari-opportunita-e-luguaglianza-sul-lavoro

Carolina Pellegrini, consigliera di parità Regione Lombardia, ha riportato la sua esperienza di “trincea” al fianco delle donne che subiscono queste violenze. Ricorda che il fondo delle consigliere di parità non è finanziato da tempo, con impossibilità di ricorrere in giudizio e di sostenere le donne in modo adeguato.

Ha ricordato il comunicato della Conferenza Nazionale delle Consigliere e dei Consiglieri di Parità prendono posizione in merito alla sentenza del Tribunale di Palermo – Sez. II penale – n. 6055/15 del 23 novembre 2015, con la quale si assolve un imputato accusato di comportamenti sessuali lesivi sul luogo di lavoro. Questa purtroppo è la realtà.

Nel codice delle P.O. Legge 198/2006, si parla anche di molestie sul lavoro:

Art. 26.

Molestie e molestie sessuali

(legge 10 aprile 1991, n. 125, articolo 4, commi 2-bis, 2-ter e 2-quater)

1. Sono considerate come discriminazioni anche le molestie, ovvero quei comportamenti indesiderati, posti in essere per ragioni connesse al sesso, aventi lo scopo o l’effetto di violare la dignità di una lavoratrice o di un lavoratore e di creare un clima intimidatorio, ostile, degradante, umiliante o offensivo.

2. Sono, altresì, considerate come discriminazioni le molestie sessuali, ovvero quei comportamenti indesiderati a connotazione sessuale, espressi in forma fisica, verbale o non verbale, aventi lo scopo o l’effetto di violare la dignità di una lavoratrice o di un lavoratore e di creare un clima intimidatorio, ostile, degradante, umiliante o offensivo.

3. Gli atti, i patti o i provvedimenti concernenti il rapporto di lavoro dei lavoratori o delle lavoratrici vittime dei comportamenti di cui ai commi 1 e 2 sono nulli se adottati in conseguenza del rifiuto o della sottomissione ai comportamenti medesimi. Sono considerati, altresì, discriminazioni quei trattamenti sfavorevoli da parte del datore di lavoro che costituiscono una reazione ad un reclamo o ad una azione volta ad ottenere il rispetto del principio di parità di trattamento tra uomini e donne.

 

Può essere utile introdurre la questione delle molestie anche a livello di contrattazione di secondo livello.

Il T.U.S.L. all’art. 28 richiama nuove categorie nella valutazione del rischio, connessi alla differenza di genere.

Nel pacchetto di formazione sulla sicurezza andrebbe introdotto un modulo specifico sulle molestie.

È stata ribadita l’importanza della responsabilità sociale di impresa, soprattutto per le Pmi.

Adoperare le reti esistenti per prevenire e contrastare il fenomeno delle molestie, delle violenze e delle discriminazioni (si pensi per esempio la rete territoriale di conciliazione).

Francesca Brianza, Assessora al Reddito di autonomia e Inclusione sociale ha richiamato il bando annuale “Progettare la Parità in Lombardia”, in coerenza con il Piano quadriennale regionale per le politiche di parità e di prevenzione e contrasto alla violenza contro le donne.

 

Per approfondire:

Il blog di Olga Ricci

Rimozione collettiva

 

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Oltre il 25 novembre – Basta alibi alla violenza contro le donne #nonunadimeno

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È appena passato il 25 novembre. Quest’anno anche in Italia siamo di fronte a un momento storico per il movimento delle donne, dopo la manifestazione #Nonunadimeno del 26 novembre e le azioni che si stanno progettando dopo i tavoli tematici del 27 novembre. Abbiamo invaso gli spazi pubblici con la nostra marea composta di tante generazioni e generi, portatrice di una volontà ferrea di cambiare lo sguardo e gli approcci sinora adoperati dai decisori politici per prevenire e contrastare la violenza. Saremo l’ombra costante delle istituzioni, vigileremo e chiederemo conto di quanto (e come) messo in atto, degli indirizzi, faremo pressione affinché si crei una volontà politica in grado di rispondere adeguatamente alle istanze delle donne.

In Europa scorgiamo due importanti segnali di attenzione sul tema della violenza di genere.

Segnaliamo la decisione della Commissione europea di dedicare il 2017 al contrasto della violenza contro le donne, e la risoluzione del Parlamento europeo che chiede l’adesione dell’UE alla Convenzione di Istanbul.

Immagine grafica "La violenza è"

Un anno dedicato al contrasto della violenza dovrebbe favorire un’azione concreta da parte degli Stati per combattere tutte le forme di violenza contro le donne e le ragazze.

La risoluzione del Parlamento europeo ha avuto un forte sostegno trasversale. Essa invita gli Stati membri, nel quadro del Consiglio, ad accelerare i negoziati per la firma e la conclusione della convenzione di Istanbul. Il Parlamento europeo auspica che si appronti una strategia europea in materia di lotta alla violenza contro le donne e per un’ulteriore azione legislativa a livello UE per prevenire e combattere la violenza contro le donne.

Perché purtroppo la situazione all’interno dell’Unione Europea non è omogenea: le donne non sono ugualmente tutelate e protette dalla violenza maschile, con il forte rischio che certi crimini restino impuniti. La ratifica della Convenzione da parte dell’UE può essere un segnale politico forte che la violenza contro le donne non è più accettabile.

IMMAGINE Quadro europeo violenza di genere

 

La Commissione Europea ha reso pubblici i dati di una ricerca condotta sui 28 Stati UE, per valutare le percezioni dei cittadini dell’UE sulla violenza di genere.

L’indagine ha esplorato una serie di aree:

  • La percezione della prevalenza della violenza domestica;
  • La conoscenza personale di una vittima di violenza domestica, il tipo di reazione/approccio;
  • Le opinioni su dove la violenza contro le donne è più probabile che si verifichi;
  • Le opinioni sugli atteggiamenti verso la violenza di genere, inclusa l’abitudine a cercare giustificazioni ed attenuanti alla violenza;
  • La percezione della prevalenza di molestie sessuali;
  • Se una serie di atti di violenza di genere sono sbagliati e sono, o dovrebbero essere, illegali.

 

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Quando si manifesta una marea in movimento

#nonunadimeno

 

Veramente difficile trascrivere le emozioni che la manifestazione nazionale contro la violenza maschile sulle donne mi ha scatenato.

No, assolutamente non voglio che le parole possano imbrigliare le sensazioni che ho avvertito in corteo al fianco di tante donne, uomini, bambini.
Quella marea del 26 novembre viene da lontano, viene da un’urgenza di non poter più restare fermi davanti alla violenza che tante donne vivono quotidianamente. Si è compiuta una sorta di magica alchimia tra tutte le anime dei femminismi italiani. Chi mi conosce sa da quanto aspettavo questo momento. La riappropriazione di uno spazio pubblico, essere fisicamente in corteo con i nostri corpi, tornare a rendere politica la battaglia contro la violenza. Renderci visibili con le nostre idee, le nostre istanze, i nostri vissuti, le tante storie che ci siamo portate sulle spalle per le strade di Roma.
Non importa il numero, 100-200 mila persone, ma ciò che quel fiume, quella marea portava con sé, ciò che si respirava tra gli sguardi, i suoni, le parole, i cartelli creati con le nostre mani. È stato come se le nostre rivendicazioni prendessero corpo e forma, irrompendo sulla scena pubblica in tutta la loro forza e urgenza. Conta tutto quel lavoro, quel fermento che ci ha portat* in corteo, conta l’energia che abbiamo profuso per giungere a questa due giorni di mobilitazione, gli incontri preparatori. Ci siamo lasciate alle spalle le polemiche e i tentativi di scoraggiarci, e siamo giunte al 26 in uno stato perfetto per trasmettere una forte scossa a chi ci credeva rassegnate o ferme in una impasse. Ferme non lo siamo state mai. Avevo la sensazione che prima o poi il sommovimento di tante donne in vari Paesi del mondo sarebbe giunto anche in Italia.

 

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Quante donne ancora? #nonunadimeno

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Il mio contributo per la il 25 Novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.
Qui di seguito un estratto.
Tutti gli interventi necessari alla prevenzione e al contrasto di questa piaga devono essere multidisciplinari, multilivello e soprattutto occorre focalizzarsi sull’educazione, che serve a sradicare i fattori culturali all’origine della violenza.
Chiaramente il cuore di questo processo è la scuola, sin dalla prima infanzia, per costruire una cultura nuova fondata sul rispetto, per superare stereotipi, ruoli, gabbie e modelli distorti.
All’art. 12 della Convenzione si parla proprio della prevenzione, per non trovarci tra 10 anni allo stesso punto di oggi: le Parti si impegnano ad adottare “le misure necessarie per promuovere i cambiamenti nei comportamenti socio-culturali delle donne e degli uomini, al fine di eliminare pregiudizi, costumi, tradizioni e qualsiasi altra pratica basata sull’idea dell’inferiorità della donna o su modelli stereotipati dei ruoli delle donne e degli uomini.” All’art. 14 leggiamo: “includere nei programmi scolastici di ogni ordine e grado dei materiali didattici su temi quali la parità tra i sessi, i ruoli di genere non stereotipati, il reciproco rispetto, la soluzione non violenta dei conflitti nei rapporti interpersonali, la violenza contro le donne basata sul genere e il diritto all’integrità personale, appropriati al livello cognitivo degli allievi.”
Parlando di scuola dobbiamo focalizzarci sulle relazioni, affinché siano paritarie e basate sul rispetto reciproco e delle differenze. Spesso si mettono in atto comportamenti che sono indice di lacune di educazione affettiva. Come decifrare, elaborare, affrontare, gestire le emozioni, specialmente se si è in una fase della vita piena di cambiamenti?
Essere consapevoli, conoscersi, accettarsi, comprendere e rispettare gli altri, saper affrontare gli scogli e le maree emotive non è cosa da poco e la scuola deve sostenere questi processi, se vuole alimentare una crescita a 360° dei futuri adulti. Perché la famiglia non è sufficiente.
Non si possono lasciare i bambini e i ragazzi da soli e senza strumenti, alla mercé dei soli istinti e modelli stereotipati secolari. Non da ultimo occorrerebbe lavorare sui contenuti dei libri di testo. Intanto siamo ancora in attesa delle linee guida del Miur per la prevenzione della violenza di genere e delle discriminazioni (qui una circolare sui contenuti).
PER LEGGERE L’ARTICOLO COMPLETO CONTINUA SU MAMMEONLINE QUI
DOMANI sarò insieme a tante compagne alla Manifestazione #Nonunadimeno. Inondiamo Roma per dire “Basta a ogni forma di violenza che soffoca le nostre esistenze”, partecipiamo in tante e tanti alla manifestazione nazionale.
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p.s. il video Rai (che ha suscitato molte polemiche) realizzato per il 25 novembre lo potete vedere a questo link.
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Giornata dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Come vivono i bambini italiani?

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Il mio articolo per Mammeonline sulla Giornata dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza.

Qui un estratto:

 

Cosa è il futuro, cosa rappresenta, come (e se) riescono a proiettare i loro sogni e interessi nel loro domani?

Senza un sistema che li motivi, li sproni a investire nell’oggi per un futuro migliore, è come se si lasciasse appassire una prospettiva per le generazioni dei prossimi adulti: “assieme al futuro muore la speranza, il piacere di vivere per crescere e diventare se stessi” (Charmet 2012).

L’incertezza degli adulti di oggi, la precarietà, l’emarginazione, il disagio diventano delle zavorre per i più piccoli. Se l’ascensore sociale è fermo da tempo, e nessuno pensa a intervenire in modo strutturale, se la sensazione generale è che non siamo un Paese meritocratico, bensì il successo appare legato alle risorse o alle reti familiari e amicali, piuttosto che alle capacità e alle competenze, se le istituzioni non investono in crescita e promozione sociale, il sistema entra in una crisi molto complessa, dalla quale è complicato uscire.

Si riaffaccia l’idea che studiare non serva, tanto poi tutto è vano, ci sono altri fattori. Così si compromette il futuro di intere generazioni.

 

Per leggere l’articolo completo, continua qui.

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Questione di gender gap: la partecipazione al mercato del lavoro ha un costo

gendergap

 

Lo so, dobbiamo partecipare al mercato del lavoro, fa bene al Pil, fa bene al Paese, ma a noi fa bene? Dopo tante analisi alla fine il consiglio è sempre quello di tenersi stretto il lavoro. Quale e a che condizioni non sembra importare, perché si sa che poi i figli crescono e che uno stipendio in più fa sempre comodo, che i matrimoni finiscono e l’autonomia è sempre meglio, che senza un lavoro per la società non esisti.
Non sia mai discostarsi dal mantra “produci-consuma-crepa”. Non importa altro, solo denaro e successo, ammesso poi che uno faccia un lavoro gratificante o per lo meno con qualche soddisfazione.
Ammesso che lo si abbia, regolare e non a tempo determinato, a singhiozzo o in nero.
Ammesso che il tuo datore di lavoro non lo lasci scadere senza rinnovarlo.
Ammesso che” davvero troppe cose.

(…)

Si pretende troppo da noi donne, si pretende che sappiamo resistere, mantenere un lavoro, occuparci della cura familiare, sembra che i figli siano ancora una questione prettamente da donne.

 

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Per i diritti occorre lottare costantemente

 

Fonte: Eu Commission

Fonte: Eu Commission

Lavoro, salute, work-life balance, discriminazioni e disuguaglianze sono i fronti del gender gap su cui concentrare le nostre azioni. Perché è molto facile retrocedere, mentre è più difficile ottenere benefici durevoli e diffusi, che creino benessere per le donne.

Perché arretriamo anziché guadagnare posizioni nel report annuale “World Economic Forum Gender Gap Report 2016″ (Wef)?

L’indice mondiale misura la disparità di genere attraverso le seguenti categorie: Economic Participation and Opportunity, Educational Attainment, Health and Survival and Political Empowerment. Quest’anno abbiamo perso 9 posizioni.

Guardando all’indice complessivo, in Italia le donne sono più svantaggiate rispetto agli uomini, tanto che il ‘gender gap’ (le differenti opportunità, gli status e le attitudini uomini-donne) quest’anno ci vede scendere dal 41° al 50° posto, anche se fino a dieci anni fa occupavamo il 77° posto.

L’Italia è penalizzata in termini di partecipazione e opportunità economica per le donne nel mondo del lavoro. Infatti la differenza tra i due sessi quest’anno ci vede al 117° posto.
In termini di pay-gap, siamo al 127° posto della classifica generale. Non siamo le sole certo ad avere questo problema.
Prendiamo il caso delle donne islandesi, che pur vivendo in un Paese primo in classifica, qualche giorno fa sono uscite dal lavoro alle 14.38 per protestare contro le differenze salariali tra uomini e donne. La disuguaglianza salariale significa che le donne in tutta Europa lavorano in parte gratis.

La parità a livello globale arriverà, se tutto va bene, solo tra 170 anni.
Per quanto riguarda il numero di donne che lavorano fuori casa il divario è cresciuto passando dal 60% nel 2015 al 57% nel 2016. Su 144 Paesi, siamo classificati all’89° posto per partecipazione al mondo del lavoro.

 

 

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Aborto, obiezione e salute

@Anarkikka

@Anarkikka

 

Lo svuotamento progressivo della Legge 194 (NORME PER LA TUTELA SOCIALE DELLA MATERNITA’ E SULL’INTERRUZIONE VOLONTARIA DELLA GRAVIDANZA) a causa del numero abnorme di personale obiettore, ha portato a mettere in serio pericolo le vite delle donne. Tra clandestinità e interventi non sempre tempestivi in caso di pericolo di vita della gestante. Torniamo a interrogarci sulle priorità di uno stato laico e che dovrebbe sempre tutelare la vita della donna.

Un mio approfondimento sul tema.

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Omissione di coscienza

OMISSIONE DI COSCIENZA

 

#ObiettiamoLaSanzione esprime la sua vicinanza alla famiglia di Valentina Milluzzo, deceduta al quinto mese di gravidanza, all’ospedale Cannizzaro di Catania.
Una tragedia su cui è stata aperta una inchiesta.
Non sappiamo cosa sia successo. Adesso è tutto nelle mani della magistratura.

La famiglia di Valentina ha riferito che il medico si è rifiutato di intervenire in quanto obiettore, fino a quando ci fosse stato battito cardiaco del feto.
Paolo Scollo, primario del reparto di ginecologia ed ostetricia, che pure aveva bollato come “una madornale falsità” questa interpretazione della tragica vicenda, afferma che si sia trattato di «sepsi, per una coagulazione intravasale disseminata, per una complicanza dell’infezione», con cause ancora da stabilire. Precisando che: «Si potrà capire dai dati biochimici dell’autopsia. È quello che dovranno esaminare i periti del tribunale, se riusciranno a scoprirlo».

Mercoledì prossimo verrà effettuata l’autopsia di Valentina, che speriamo trovi esperti in grado di dare risposte a quel preoccupante “se”, fugando i dubbi evidenziatisi da questo drammatico caso.

Occorre indagare sui tempi d’inizio dell’infezione nonché sulle sue cause, per arrivare a capire il momento in cui la situazione ha imboccato un punto di non ritorno, sapendo che bisognava intervenire prima di quel momento. Sarà necessario indagare sui protocolli applicati, sugli eventuali ritardi, sottovalutazioni, negligenze e lacune nei monitoraggi svoltisi sin da quando la donna è stata ricoverata. Diciassette giorni sui quali puntare la lente di ingrandimento, perché non dovrebbe focalizzarsi l’attenzione sulla sola fase dell’emergenza sanitaria che è stata immediatamente preliminare alla morte della giovane donna.

Ci auguriamo che emerga la verità, l’unica in grado di potere successivamente fare individuare gli eventuali responsabili, al fine di fare ottenere giustizia a questa donna che ha perso la vita. Auspichiamo che la magistratura sia libera da pressioni di ogni tipo e che sia scevra nelle indagini da ogni pregiudizio, per potere obiettivamente valutare i fatti accaduti, alla luce dell’esame della cartella clinica di Valentina e sulla base degli esami autoptici sul suo corpo e su quello dei gemelli. Nel contempo gli inquirenti dovrebbero anche interrogarsi sulla realtà di un reparto totalmente composto da obiettori di coscienza, una violazione della legge 194 che invece non consente l’obiezione di struttura.
Difatti occorrerebbe investigare se l’obiezione, che arriva in questo caso al 100%, abbia davvero influito sulle scelte mediche e sui loro tempi di intervento come sostengono i parenti di Valentina. Per arrivare a sapere se, con la condotta tenuta si sia voluto proteggere la propria “morale” non estraendo i feticon battito a scapito della vita della gestante.

Vogliamo che la vita della donna abbia sempre un valore prioritario e non sia subordinato a scelte religiose o ideologiche.
Lo dobbiamo a Valentina, ma anche alle altre che in futuro potrebbero trovarsi nelle sue stesse condizioni.

Auspichiamo che venga fatta piena luce sui risvolti poco chiari di questa tragedia per capire se con un intervento più tempestivo si sarebbe potuta salvare la vita di Valentina, anche a costo di non salvaguardare i due feti che portava in grembo. Come sancito dalla pronuncia della Corte Costituzionale n.27/1975, precedente addirittura alla legge 194, “non esiste equivalenza fra il diritto alla vita ma anche alla salute proprio di chi è già persona, come la madre, e la salvaguardia dell’embrione che persona deve ancora divenire”.
La Cassazione ha ribadito che il diritto di obiezione di coscienza «non esonera il medico dall’intervenire durante l’intero procedimento» in quanto «il diritto dell’obiettore affievolisce, fino a scomparire, di fronte al diritto della donna in imminente pericolo a ricevere le cure per tutelare la propria vita» (sentenza n.14979/2013).
Tutto dipende da quando il medico ravvisi il pericolo per la vita della donna, confine difficile da tracciare quando si ha un approccio ideologico. Se, in conseguenza di ciò, ci si riduce ad indurre il parto, ad esempio, quando ormai la sepsi e le sue complicanze sono a uno stadio avanzato, vuol dire che il medico è intervenuto nel momento in cui ormai la vita della donna era compromessa irreparabilmente.

“Di fronte al pericolo di morte della madre, invece, deve scattare l’obbligo grave e irrinunciabile per il medico – ha dichiarato Filippo Maria Boscia, presidente nazionale dei medici cattolici – di fare tutto il possibile per salvarla”.
Tutto dipende dal fatto che, una volta accertata la gravità della paziente, il medico ne scelga come priorità la salvezza e non quella della propria “coscienza”.
Questa è la regola ed ogni altra non è legittima.
Pena essere indagati, qualora ne ricorrano i presupposti, perché dolosamente colpevoli agli occhi della legge di omissione di soccorso o nella peggiore delle ipotesi, quali la morte di una donna, perché colposamente responsabili di omicidio. E, semmai, essere anche condannati, sempre che si sia sentenziato al riguardo.

Il gruppo ObiettiamolaSanzione

 

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Violenza contro bambine e ragazze. Dal mondo all’Italia

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@Amanda Cass

 

I diritti fondamentali di donne e bambine sono stati al centro di un impegno costante negli ultimi anni. È aumentato il numero di bambine che vanno a scuola, le donne sono più presenti nel mercato del lavoro e hanno maggiore accesso a metodi contraccettivi. Ma abbiamo ancora molte cose da aggiustare. La violenza contro le donne e le ragazze “persiste a livelli pericolosamente elevati” come ha denunciato il Segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon. Nel nostro Paese la situazione non è rosea.

Dal rapporto Indifesa di Terres des Hommes, apprendiamo che: “Secondo l’ultima indagine ISTAT la violenza contro le donne dentro e fuori la famiglia, 6 milioni 788 mila donne hanno subìto nel corso della propria vita almeno una forma di violenza sessuale o fisica, pari al 31,5% delle donne tra i 16 e i 70 anni. Il 20,2% ha subìto violenza fisica, il 21% violenza sessuale, il 5,4% forme più gravi di violenza sessuale come stupri e tentati stupri. Il 10,6% delle donne intervistate ha dichiarato di essere stata vittima di almeno una forma di violenza sessuale prima dei 16 anni. In particolare, nel 10% dei casi la donna è stata toccata sessualmente contro la propria volontà, nel 3% è stata costretta a toccare le parti intime dell’abusante e nello 0,8% ha subìto forme più gravi come lo stupro.”

Gli autori delle violenze sono: quasi l’80% persone conosciute, soprattutto parenti e familiari (19,5%), amici di famiglia (11,4%), compagni di scuola (8%), amici (7,4%), seguono i conoscenti (23,8%). Solo il 20,2% sono sconosciuti.

Nei primi 6 mesi del 2015 il centro SVSeD (Soccorso Violenza Sessuale e Domestica) della Clinica Mangiagalli di Milano ha registrato 64 ingressi di minori, dei quali 13 casi vittime di violenza fisica e/o emotiva e 51 casi vittime di sospetto abuso sessuale. Tra questi la stragrande maggioranza erano femmine, mentre la rappresentanza maschile è sempre dell’1-2%, come riferisce a TdH Lucia Romeo, Responsabile Pediatra del servizio SVSeD dell’IRCCS Policlinico Milano.

 

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I messaggi sbagliati

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Il gruppo “Chi colpisce una donna, colpisce tutte noi” convintamente si schiera al fianco del Centro Antiviolenza “Roberta Lanzino” di Cosenza, in merito alle sue considerazioni sul brano musicale 3 messaggi in segreteria di Emis Killa.
È una storia di stalking, di una ossessione che ha alla base il solo desiderio di possesso della donna, un oggetto che ha l’ardire di insubordinarsi e di negarsi, è la descrizione di una escalation di violenza che giunge a “Ma preferisco saperti morta che con un altro”. Questo brano mitizza un punto di vista, gli atti di uno stalker, di un uomo violento che sta per mettere in atto un femminicidio, dipingendone l’autore come povera vittima di una donna che racconta bugie e lo mette nei guai denunciandolo.
In questo quadro stride la parola “cuore” perché alla base di tante tragedie, che finiscono col togliere la vita ad altrettante donne, c’è la violenza machista, quella messa in campo quando si nega a loro la libertà di scegliere la fine di una relazione ossessiva e violenta. Come si evince dal brano in questione, “tu fai la scema in giro ma in segreto sei mia”, è resa evidente la negazione di questa libertà in nome di un legame basato sull’idea della proprietà esclusiva della donna.
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“3 messaggi in segreteria”, con il suo epilogo annunciato, rischia di plasmare tanti emuli perché ora si sentirebbero anche ben rappresentati in un brano di un rapper, che ha un gran seguito. E noi che lottiamo contro questi modelli negativi, non possiamo permettere che vengano veicolati certi messaggi, senza preoccuparci delle loro conseguenze. Noi non vogliamo che altre donne perdano la vita, che gli venga strappata, che “fugga via dai loro occhi”, come si augura il protagonista del brano. Noi non vogliamo che la violenza venga raccontata come qualcosa di normale in un rapporto, come un modo per obbligare una donna ad amarti, come se l’unica conclusione possibile sia l’annientamento e la morte della donna quando decide di sottrarsi a questo incubo, che amore non è.
Fermiamo questa carneficina messa in musica, questa strage rappata di donne. Fermiamo questo treno in corsa, cambiamo le parole, il racconto, l’immaginario, i modelli, la cultura, partendo anche dalle canzoni, che hanno un impatto enorme visto il potenziale di diffusione.
Conseguentemente chiediamo alla casa discografica Carosello Records di prestare maggiore attenzione a questo suo prodotto, perché il linguaggio, e a maggior ragione quello contenuto in un brano musicale, può diventare un veicolo di effetti pericolosi, incontrollabili. Sappiamo quanto complessa e lunga sia la battaglia per la prevenzione e il contrasto alla violenza contro le donne, chiediamo che anche l’industria discografica faccia la sua parte.
Purtroppo il testo di Emis Killa è esplicitamente un modello negativo. La realtà della violenza la si può raccontare, ma non in questo modo. Se l’autore avesse combinato il punto di vista dello stalker con un narratore fuori campo, inserendo qualcosa che evidenziasse che questo non è un comportamento normale, il risultato sarebbe stato diverso. Invece non c’è traccia di condanna, il brano rischia di alimentare un immaginario nocivo.
Per questo motivo chiediamo alle radio di non trasmettere questo brano, di non farsi mezzo di propaganda per messaggi tanto devastanti, di dimostrare solidarietà nei confronti delle tante donne che subiscono violenza e di rispetto nei confronti di quelle donne che non possono più parlare perchè ammazzate come conclude la canzone.
Servono a poco tutte le campagne o gli interventi educativi contro la violenza, se poi si passano in radio simili brani. La vita delle donne appartiene solo a loro, nessun uomo deve strappargliela.
Insegniamo un altro genere di relazioni, fondate sul rispetto e non sull’abuso e il sopruso.
Questi messaggi e la cultura che trasmettono vorremmo rispedirli all’autore, affinché impari un uso diverso delle parole, perché esse non diventino mai assassine.
Qui la nota originale del gruppo.
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Consapevolezza, prevenzione, educazione e servizi

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Sembra un salto nel vuoto, il sesso per tanti ragazz* tra gli 11 e i 25 anni, l’età dei circa 7.000 studenti intervistati per l’indagine promossa Skuola.net e SIC – Società Italiana della Contraccezione.

“Quelli che fanno sesso “senza niente” sono circa il 33% degli intervistati, e pure quando usano un metodo contraccettivo non badano molto all’affidabilità.” 1 su 10 di chi ha avuto rapporti non usa mai il preservativo o altri metodi contraccettivi.

Il barometro presentato dall’Ippf (International Planned Parenthood Federation) colloca l’Italia al 12° posto (su 16) in Europa in tema di contraccezione.

Manca una sistematicità dell’informazione nelle scuole e fuori, carente la consapevolezza sulle MST e sulla salute riproduttiva, latita un’educazione alla prevenzione e della cura e del rispetto del proprio corpo.

Tutto troppo casuale, tutto fermo a un bagaglio che pensavamo archiviato, ma che è tuttora vivo e vegeto nei passaparola tra ragazzi: circa il 12% del campione ritiene che lavarsi con la Coca Cola dopo un rapporto prevenga il concepimento. Certo, se l’approccio alla sessualità passa attraverso il porno ed è assente un accompagnamento adeguato, che faccia comprendere realmente tutto ciò che concerne una sessualità sicura e consapevole, avremo di fronte sempre questi risultati un po’ sconcertanti.

Tra i contraccettivi quello preferito è il condom, scelto dal 77% degli intervistati, seguito dalla pillola (al 13%). Poi c’è circa 1 ragazzo su 10 che afferma di adottare con frequenza il coito interrotto o il calcolo dei giorni (2%).

C’è un gran bisogno quindi di veicolare le informazioni, attraverso un linguaggio che sappia captare dubbi, preoccupazioni, ansie dei più giovani.

Dal sito mettiche.it, della Smic (Società medica italiana per la contraccezione), nato con l’intento di fornire ai giovani informazioni corrette sulla contraccezione, è nato un ebook con “200 e più domande e risposte sulla contraccezione e sulla contraccezione d’emergenza”. Il volume, firmato Emilio Arisi, presidente della Smic, e curato da Maria Luisa Barbarulo. Il testo è suddiviso in diversi capitoli, ciascuno dedicato a un metodo anticoncezionale. Le parti finali sono dedicate alle MST, alle curiosità sul sesso e alla conoscenza del proprio corpo. Da anno è disponibile sempre sullo stesso sito un’APP informativa sulle problematiche più frequenti in tema di contraccezione e contraccezione d’emergenza.

Insomma, si cerca di arrivare a informare il più possibile. Eppure si potrebbe arrivare in modo più sistematico, se solo ci fossero programmazioni periodiche di interventi nelle scuole e nei luoghi di aggregazione giovanile.

Perché contraccezione non significa uso improprio delle pillole del giorno o dei 5 giorni dopo, come emerge da questo articolo. Se grazie a questi farmaci sembrano calare gli aborti (dato comunque in naturale flessione da quando esiste la Legge 194) non dobbiamo pensare che le nostre preoccupazioni e i nostri sforzi per una contraccezione consapevole e adeguata siano terminati.

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Anzi. Prendere la pillola o adoperare altri contraccettivi che svolgono la loro attività quotidianamente, non ha gli stessi impatti sulla salute di un farmaco studiato per le “emergenze”. Quindi, puntiamo su una corretta informazione, insegniamo a usare una profilassi corretta e solo per le emergenze ad adoperare le pillole del giorno o dei 5 giorni dopo.*

Se fossimo stati lungimiranti avremmo dato piena applicazione alla legge sui Consultori pubblici del 1975. Invece la situazione è veramente disarmante. Se guardiamo alla Lombardia: i consultori pubblici sono stati dimezzati dal 2005 ad oggi, da 230 a 138, con una impennata dei consultori privati che passano da 38 a 98. In totale abbiamo 236 consultori. La legge ne prevede uno ogni 20mila abitanti, oggi sono 0,4 consultori ogni 20mila e la riforma li ridurrà ancora (la media nazionale è al 0,7).

Nel 2010 Regione Lombardia aveva accreditato ben 36 centri di aiuto alla vita, che sono entrati a far parte del sistema sociosanitario regionale, convenzionati con funzioni consultoriali, che naturalmente nessuno obbliga ad applicare la 194.

“Tra tagli e razionalizzazioni che, nei fatti, sono chiusure, i consultori pubblici in Lombardia sono in sofferenza”, sostiene Sara Valmaggi, consigliera regionale PD. I privati sono in crescita e sappiamo che purtroppo sempre più spesso “privato” fa rima con “confessionale”, che non applica di fatto la Legge 194. Certo ci sono i consultori privati laici, ma non sono nei disegni del Pirellone. Secondo i dati raccolti dal Pd, i privati nel 2005 erano il 14,2 per cento, nel 2010 il 29,6, oggi il 42%. Al contrario i pubblici, spogliati di fondi e in molti casi trasformati in “centri per la famiglia” nei quali oltre alla salute della donna ci si occupa di soggetti fragili come minori soli e padri separati, diminuiscono: nel 2005 in Lombardia erano l’85,5 per cento del totale, oggi il 52%.

 

 

A Milano la razionalizzazione dei consultori va avanti da anni: l’Asl di Milano, ora Ats, vi ha lavorato, sostenendo la necessità di accorpare sedi tra loro divise, per poter risparmiare sui costi. Un tema che ritorna in quanto da gennaio, a causa della riforma della sanità, i consultori passeranno sotto la gestione degli ospedali. Con il rischio di ulteriori trasformazioni: per non parlare del fatto che Milano è tra le poche città lombarde per le quali non è stato ancora stabilito a quali ospedali saranno assegnati i consultori.

Non vogliamo che la soluzione “contraccettiva” sia aiutare le donne che si accorgono di essere incinte a proseguire ad ogni costo, con bonus e promesse di aiuto, che sappiamo bene non sono risolutive. Un figlio deve essere una scelta responsabile, non casuale. Una gravidanza indesiderata, soprattutto se in giovanissima età, va prevenuta, attraverso una adeguata contraccezione e informazione. Questo dovrebbe essere l’approccio corretto, non cercare di tamponare a posteriori. Prevenzione dovrebbe essere la parola d’ordine.

Dobbiamo tornare a parlare di salute di genere e in particolare di politiche di prevenzione e sulla contraccezione. Dopo il Fertility day e la notizia dei contraccettivi passati in fascia C, così come è stato previsto un piano nazionale per la fertilità, perché non lavorare a un Piano nazionale per la salute e i diritti riproduttivi? Perché non pretendere che vi sia un potenziamento reale dei servizi socio-sanitari territoriali, laici, quali sono i consultori pubblici, rendendoli nuovamente competitivi e di qualità? Soprattutto ricordiamoci di consentire che salute e prevenzione siano veramente alla portata di tutti, non sono un lusso e non può essere tutto lasciato al caso e alle disponibilità economiche. Per molte donne anche pagare un ticket diventa oneroso.

Per questo accolgo favorevolmente la mozione sulla salute riproduttiva, approvata, in Senato lo scorso 11 ottobre e spero che sia recepita interamente dall’Esecutivo e venga concretamente applicata.

La mozione sembra andare in una direzione positiva, seguendo le indicazioni europee.

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Ci sono novità anche in Regione Lombardia per quanto riguarda i consultori. È stata approvata all’unanimità la risoluzione per rilanciare e valorizzare la rete dei consultori familiari, rispettando la percentuale di presenza sul territorio prevista dalla normativa nazionale, così da assicurare la piena realizzazione delle attività e degli obiettivi di sostegno alla famiglia e alla coppia e promuovere e tutelare la procreazione responsabile (come da emendamento presentato dal PD). Il documento impegna la Giunta regionale e gli assessori competenti a non disperdere ma a rendere continuative le esperienze sperimentali e le buone pratiche portate avanti negli ultimi anni. L’obiettivo è non sguarnire l’offerta, soprattutto in quelle zone della Regione dove il numero è già al di sotto della media regionale e delle linee guida nazionali, come la provincia di Bergamo. Per questo è necessario stabilizzare le sperimentazioni. Ora la palla passa in mano alla Giunta che deve allocare anche finanziamenti certi. Quindi sarebbe il momento giusto per fare pressione.

Ricordo che nel 2012 si stabilì il tariffario delle prestazioni soggette a prescrizione (tutte quelle sanitarie- non le psicologiche) e a ticket (escluse esenzioni ed escluse le prestazioni psicologiche in numero limitato). La contraccezione non è esente. Ricordo inoltre che non sono presenti ecografi presso i consultori familiari pubblici. Sulla gratuità delle prestazioni, della contraccezione (quanto meno per le under 18, come avviene in Germania) e sugli ecografi dovremmo lavorare.

Trovo importante parlare dei supporti alla maternità, ma aggiungerei sempre la parola “consapevole”. Vivendo in una periferia cittadina, di gravidanze precoci, precocissime ne vedo tante, vedo anche le conseguenze sul medio periodo. In condizioni socio-economiche-culturali difficili e di disagio, possono innescare processi cronici, difficili da interrompere. Una serie di problematiche, di ricadute pesanti sulle vite delle donne, che potrebbero essere evitate con una semplice azione informativa ed educativa. Dal 2010 a oggi le adolescenti che diventano mamme sono aumentate del 31% e nella sola Lombardia sono, ogni anno, 2.600.

Secondo alcuni studi incidono soprattutto fattori socio-economici e culturali: quanto più si è poveri e meno si è istruiti, tanto più si è a rischio di gravidanze precoci. C’è anche un fattore familiare: secondo una ricerca condotta in Norvegia , chi ha una sorella, che ha partorito giovanissima, ha una probabilità doppia, rispetto alle altre, di rimanere incinta precocemente. Chi ha un contesto che aiuta ad avere un progetto di vita e di studio, ha altre prospettive e un approccio più consapevole al sesso.

Quindi violenza è anche non garantire una educazione che prevenga questo e aiuti le donne a scegliere consapevolmente quando, come e se diventare madri. Contraccezione e conoscenza e cura del proprio corpo, non concentrarsi unicamente sul mito della maternità, sarebbe importante. Un figlio non è qualcosa di monetizzabile, non basta un bonus per crescere bene un figlio. Leggo che questa idea torna anche nella Legge di Bilancio: sono previsti il buono asilo nido di 1.000 euro/anno e il piano mamma domani che consta di 800 euro destinati agli esami diagnostici per la mamma in gravidanza e le prime spese per il bambino. Ma prevedere prezzi calmierati per tutti coloro che vogliono usufruire dei nidi, politiche di conciliazione strutturati che impegnino anche le aziende? Far sì che gli esami in gravidanza vengano tutti passati dal SSN?

Non replichiamo all’infinito l’approccio dei fondi Nasko e Cresco di Regione Lombardia, dei movimenti per la vita che fanno pressione colpevolizzando le donne affinché portino avanti la gravidanza ad ogni costo. La donna deve scegliere autonomamente, le dovono essere fornite tutte le informazioni, questo accanimento deve finire. Non devono più accadere aggressioni di questo tipo.

Questa è una violenza di cui non si parla, che interessa a pochi, ma che per me non può essere taciuta.

 

Ringrazio la consigliera regionale Sara Valmaggi per avermi fornito i dati sui consultori lombardi.

 

* P.S. Anche quest’anno ci dovremo sorbire la litania che gli aborti sono in calo, che pertanto i medici non obiettori sono in numero più che sufficiente per far fronte alle richieste di IVG. Anche quest’anno metteremo sotto il tappeto il ritorno preoccupante degli aborti clandestini. Anche quest’anno ci chiederemo se fidarci dei metodi di raccolta ed elaborazione dati della relazione annuale ministeriale sull’applicazione della 194. Anche quest’anno ci chiederemo cos’altro ci aspetta, dove si insinueranno gli obiettori e se riusciranno ad avere una legittimazione anche nelle farmacie. Anche questo convegno è un segnale dei tempi.

 

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Per fare chiarezza, auspicando un ruolo attivo dei media nel contrasto alla violenza

Accadono fatti incredibili nel nostro Paese, che considera alcuni individui superiori alle leggi, grazie al loro impeccabile abito e al loro ruolo. Una società che si stupisce ma che non sa scegliere da che parte stare nemmeno quando la verità è stata accertata.

Accade che si organizzi un evento a Mantova (il 14 ottobre) per celebrare don Walter Mariani, il sacerdote che è in carcere dopo una condanna definitiva per violenza sessuale su due donne.

Accade che un gruppo di amici e parrocchiani si schierino a difesa del parroco, nonostante la pronuncia della magistratura, organizzando una serata per ricordare il sacerdote e dimostragli solidarietà in questo difficile momento della sua vita.

Accade che si pubblichi la notizia della serata sulla Gazzetta di Mantova, che evidentemente non si pone in maniera sufficientemente critica nei confronti dell’iniziativa e del soggetto “celebrato”.

serata

Accade che ci sia un gruppo “Chi colpisce una donna, colpisce tutte noi” che dopo la segnalazione di Claudia Forini, decide di scrivere una lettera per denunciare quanto si stava organizzando e chiarendo i dettagli della vicenda. Cosa che avrebbe dovuto fare anche il quotidiano prima di pubblicizzare l’iniziativa, sembrando che la suffragasse, per completezza dell’informazione e per evitare di gettare ulteriore fango sulle vittime. Non prendere le distanze da una iniziativa del genere rischia di apparire come voler solidarizzare con uno stupratore, significa reiterare violenza.

Accade che si raccolgano un centinaio di sottoscrizioni e che tale lettera venga poi pubblicata dalla Gazzetta di Mantova. Tra le firme di tante donne e uomini, anche la mia.

https://www.facebook.com/GazzettadiMantova/posts/10154583459737288

Accade che qualche sostenitore del don cerchi di difenderlo definendo fascistelli i sottoscrittori della lettera, etichettata come “una trappola della non documentazione e una bufala della falsa solidarietà“. In poche parole, la condanna definitiva del don è una bufala. Tra i commenti leggiamo che “Don Walter ha aiutato un sacco di gente e chi lo conosce sa che queste sono tutte falsità. .purtroppo la gente si affida alla mediocrità ed alla opinione di massa x portare avanti una causa che nemmeno conoscono!”

Quindi in virtù del bene fatto dal don dovremmo soprassedere sulle violenze che ha commesso su donne che avrebbe dovuto proteggere?

Insomma, secondo i suoi difensori, la condanna al don stupratore, che ha abusato di fatto della sua posizione di potere e ha ricattato le donne di cui ha abusato, è avvenuta per mano dell’opinione pubblica. Eppure, abbiamo dimostrato che è stata la magistratura e tutta una serie di testimonianze contro a portare il don in carcere.

I primi due gradi di giudizio:

primi-due-gradi

Qui la sentenza di terzo grado: QUI

Come sono emerse le condotte criminose del don Walter:

denuncia

Il contesto in cui sono avvenute le violenze:

contesto

Lo stato di minaccia delle vittime, il tentativo di subordinazione operato dall’imputato:

minaccia

Ebbene don Walter dimostra di avere un concetto distorto e personale di carità cristiana, visto che ha abusato di loro, considerandole oggetti, troie, esseri sub-umani.

Una risposta alle accuse di RadioBase a firma di Roberto Storti, da parte del gruppo “Chi colpisce una donna, colpisce tutte noi”:

Sembra incredibile che la Gazzetta di Mantova abbia dapprima ospitato sulle sue pagine la notizia della iniziativa pro don Walter, continuando a pubblicare lettere di solidarietà come questa:

lettera-solidarieta

e poi abbia continuato a consentire certi commenti sulla sua pagina Facebook, senza che intervenissero i moderatori per riequilibrare i contenuti della discussione, sotto il post sopra linkato.

Mi appare grave se i media non riescono a prendere posizione su una vicenda come questa, stando dalla parte della giustizia e rispettando le vittime delle violenze, senza buttare sotto il tappeto la verità processuale.

Qui c’è una responsabilità forte dei media, non si può dare spazio a certe posizioni, senza commentarle adeguatamente, perché questa non è libertà di informazione, questo è non capire che in primis vanno rispettate e difese le vittime. Nessuna pietà cristiana può sostituire e cancellare le pene comminate dal sistema giudiziario del nostro Paese. Altrimenti, la legge sarà subordinata al sentire del popolo, all’affezione della comunità del reo, anziché privilegiare un oggettivo giudizio e la piena applicazione delle norme penali. Un soggetto che si è reso colpevole di reati sì gravi, non può subire trattamenti di favore, deve scontare la sua pena come qualsiasi altra persona dichiarata colpevole. La pena ha anche un valore rieducativo, ma l’assegnazione ai servizi sociali, che molti invocano, non pare al momento adeguata all’intento, perché non è per sollevazione popolare che può essere commutata e trasformata una condanna. Devono essere messe in atto misure tendenti alla responsabilizzazione e alla consapevolezza della conseguenza delle proprie azioni da parte del reo. Si deve creare una base che induca a un comportamento socialmente corretto. Solo qualora il reo abbia preso coscienza di quanto commesso e solo dopo aver seguito un percorso che gli consenta un reinserimento sociale, solo allora si potrà seguire il corretto iter per definire eventuali misure premiali.

Basta leggere questi stralci della sentenza della Cassazione, per farvi un’idea del reo, i cui atti lesivi si sono protratti per lungo tempo, determinando la grave compromissione del bene dell’autodeterminazione della libertà sessuale delle vittime, offese e tradite ulteriormente in strutture che avrebbero dovuto accoglierle e salvarle da ulteriori violenze:

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Tutto molto comune, sacerdoti che abusano della propria posizione.

http://www.milanotoday.it/cronaca/don-alberto-lesmo-sesso-minorenne-muggiano.html

http://www.secoloditalia.it/2016/03/milano-prete-adescava-minori-in-strada-sospeso-dalla-curia/

Dovrebbe essere interesse di tutti fare luce su questi episodi, condannare i colpevoli, ma a quanto pare c’è chi è disponibile a coprire e a cancellare le violenze commesse, ad attenuarle in virtù di una tonaca e del fatto che questi soggetti di fatto gestiscono le loro parrocchie e zone come dei piccoli feudi, con una parte della comunità disposta a chiudere un occhio, anzi due. C’è qualcosa di morboso se non riusciamo a prendere posizione su questi fatti, se i media non collaborano per smontare quel clima di connivenza che alimenta la cultura dello stupro e la giustifica. Il ruolo di chi fa informazione è fondamentale. Per questo trovo inaccettabile e grave quanto accaduto.

 

P.s. Questa è stata la serata, molto partecipata. A voi le considerazioni. Io confermo quanto precedentemente detto, non si può soprassedere. Una serata in onore di uno stupratore è veramente troppo. 

http://gazzettadimantova.gelocal.it/mantova/cronaca/2016/10/15/news/walter-un-amico-pienone-alla-serata-dei-parrocchiani-1.14255326?ref=fbfma

 

 

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Dalla parte delle bambine e delle ragazze

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Lo scorso 11 ottobre, in occasione della Giornata mondiale delle bambine e delle ragazze ho scritto questo articolo per Mammeonline.

Ho focalizzato l’attenzione sul tema del lavoro, una parte molto interessante del rapporto di Terre des Hommes Indifesa.

Questo il mio auspicio:

L’#orangerevolution è nelle nostre mani, per le donne di domani. Istruzione di qualità, formazione e inserimento lavorativo, lotta allo sfruttamento delle bambine e delle donne, lotta alla tratta, alle discriminazioni sostegno ai minori durante le guerre e le migrazioni, azioni di sostegno all’empowerment femminile, tutela della salute, sono tutte leve fondamentali per migliorare le prospettive di vita di tante bambine, le future donne che guideranno il pianeta.

PUOI LEGGERE L’ARTICOLO COMPLETO SU MAMMEONLINE.NET QUI

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Svestirsi degli stereotipi e dei ruoli di genere

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Negli ipermercati e nei negozi di giocattoli spesso ci imbattiamo in colonne di prodotti segmentati per genere, ce ne accorgiamo con un semplice colpo d’occhio, colonne visibilmente colorate in maniera tipica per genere, con giocattoli spesso rigorosamente ordinati sulla base del destinatario ideale di genere. Addirittura c’è chi demarca nettamente i reparti Bambini/Bambine.
Vorrei spiegare alcuni concetti brevemente, semplicemente, affinché si comprenda cosa sono gli stereotipi di genere, come si costruiscono e perché è così importante intervenire sin dalle prime fasi di vita. Perché non è così scontato e non si tratta delle solite elucubrazioni da femministe.
Il genere è una costruzione socio-culturale, una serie di comportamenti indotti dalla comunità alla quale l’individuo appartiene e dalla cultura in cui è immerso. Questa costruzione attribuisce ad ognuno dei due sessi caratteristiche e capacità diverse. Una serie di caratteri che cambiano a seconda del periodo storico, dalla morale, della società. Insomma ciò che definisce regole e comportamenti “maschili” e “femminili” ha inizio sin dalla prima infanzia, tanti piccoli tasselli di genere che contribuiscono a formare l’identità di genere.
Tutto può iniziare da piccolissimi, quando ci viene chiesto di essere conformi a un ideale, di maschio o di femmina, quando si avvertono i primi tentativi di segregazione per genere. L’uso dei colori, rosa per le bambine, azzurro per i bambini, è solo uno dei tasselli che di fatto creano una gabbia. Non è un problema di colore, ma di cosa c’è dietro l’uso dei colori, di cosa veicolano, di cosa sono impregnati. Quando si commercializzano libri come “Parole per Bimbe e Parole per Bimbi”, si compie un’operazione dalle ricadute non proprio innocue: come se lo sviluppo del linguaggio dovesse avvenire separatamente, come se fosse necessario sviluppare differenti qualità, orientamenti, lessico in funzione di ruoli, qualità, capacità e caratteristiche che da adulti dovranno essere ben distinte.
Vestiti, giochi e giocattoli, attività e libri separati, differenziati per genere diventano l’humus di una cultura che separa e crea stereotipi che diventano sempre più difficili da cancellare. Nel caso ci si voglia discostare da questi schemi culturali, si correrà il rischio di essere visti come una anomalia. Invece,occorrerebbe incoraggiare sin da piccoli ad avere gusti e interessi autonomi, non indotti da una aspettativa sociale, che classifica in un determinato modo e che si attende comportamenti e idee stereotipate.

 

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Questo l’approccio del neo presidente Marco Bestetti con gli #stereotipidigenere. Si arruolerebbe nell’Isis pur di riportare le donne sotto controllo e consolidare i secolari ruoli di genere. Trovo alquanto preoccupante e inaccettabile che un rappresentante istituzionale inneggi all’Isis per dileggiare la decisione di Coop Lombardia.
bestetti
Al Presidente del Municipio 7 di Milano Marco Bestetti, ho consigliato di leggere questo articolo, per recuperare delle informazioni dettagliate sulle implicazioni degli stereotipi di genere.

Mi ha risposto così:

commenti

Come buttare alle ortiche anni di studi di genere, che hanno contribuito in modo significativo alla conoscenza di tematiche rilevanti che hanno modificato l’approccio in varie discipline, dalla medicina alla psicologia, all’economia, alla giurisprudenza, alle scienze sociali. Attraverso un lavoro e un cambiamento culturali si possono ridurre pregiudizi e discriminazioni basati sul genere e sull’orientamento sessuale.
Per Bestetti gli studi di genere e l’attenzione a un superamento degli stereotipi e dei ruoli codificati sulla base del genere sono “paranoie”.
Questo significa che non ha intenzione di occuparsene. Forza Italia 2.0.

Vorrei concludere ricordando che il concetto di genere e l’attenzione alle differenze lo troviamo ne Il secondo sesso di Simone de Beauvoir (1949), mentre la sua prima definizione scientifica venne formulata dall’antropologa Gayle Rubin in The Traffic in Women del 1975.

Infine, nel testo C’è Differenza di Graziella Priulla c’è uno studio accurato e le fonti bibliografiche a cui Bestetti potrebbe attingere per approfondire la materia ulteriormente.

 

1 Commento »

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