Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Cosa accadrà dopo gli hashtag #metoo e #quellavoltache?


Mi sono presa un po’ di tempo per riflettere. Un tempo che non è quasi più possibile concedersi prima di provare a leggere ciò che accade. Per vari motivi ho assunto questo tempo lento e l’ho adoperato. Soprattutto in ascolto e in dialogo. Forse questo pezzo non sarebbe stato scritto senza tutto questo, senza tutto ciò che in questi giorni mi ha attraversato, senza lo scambio come sempre proficuo con Maddalena, senza tutte quelle coincidenze che ti portano a interrogarti, senza fretta, mettendo insieme tutti i pezzi. Provando a gettare lo sguardo un po’ attorno, un po’ più in là delle circostanze e dell’immediato accadere.

 

Cosa accadrà dopo l’hashtag #metoo o #quellavoltache?

Cosa accadrà dopo che avremo esaurito questo canale in cui convogliare la nostra indignazione e le nostre innumerevoli esperienze in cui il potere maschile si è palesato e ha voluto agire su di noi un abuso, una molestia, una violazione della nostra persona?

Cosa accadrà quando questo flusso di coscienza collettivo sarà esaurito e ripiegato su se stesso, quando i trend dei social si saranno sgonfiati? Cosa accadrà alle donne dopo questo moto spontaneo di condivisione? Mi chiedo questo e, immediatamente dopo, quale sia il senso compiuto di una denuncia se resta solo tra le mura di un social, persa nel flusso senza sosta, soppiantata da un’altra notizia, con la velocità delle ali in volo di un colibrì. Cosa accade ogni volta che una donna trova il coraggio di parlarne e dopo subentra un silenzio spiazzante a coprire tutto? Scoperchiare il pentolone su questo tipo di fatti è un po’ ingenuamente come scoprire in che condizione vivano le donne e sorprendersi di come sin da piccole si debbano confrontare con simili costumi machisti, tutti connotati da un senso di onnipotenza e di proprietà delle “femmine”. Femmine per dare un senso di assimilazione al mondo animale, perché evidentemente una certa mentalità e stile di comportamento maschile non sono mai andati oltre al considerarci sub-umane, confermando l’esercizio consolidato nei secoli di una sorta di “diritto” maschile su di noi.

L’ingresso delle donne in un numero crescente di ambiti non ha fatto altro che moltiplicare le occasioni in cui sottometterle, molestarle, ricattarle, manipolarle, umiliarle. Perché nel frattempo non c’è stato un cambiamento culturale in quel tessuto maschilista, mai incrinato e mai messo in discussione. Perché nel frattempo si è confidato in un progressivo riassetto, in chiave di restaurazione o in chiave progressista. Perché nel frattempo i comportamenti e le modalità di relazione sono rimaste irrigidite su un’incompleta accettazione della presenza e del ruolo pieno e non subordinato delle donne. Non si tratta unicamente di molestie o ricatti sessuali, ma di un’infinita sequenza e varietà di sottili lesioni dei diritti fondamentali e della dignità delle donne. Non essendo mai stati seriamente affrontati, avendo subito cicliche rimozioni e riduzioni, scardinare questi comportamenti, talmente invasivi da restare nel profondo delle esperienze delle donne, risulta un percorso in salita. Restano lì e riaffiorano, come abbiamo visto in questi giorni.

Due anni fa usciva il libro-denuncia Toglimi le mani di dosso di Olga Ricci, che costituisce una tappa fondamentale nel cammino di una consapevolezza nuova, visto che è un testo in cui l’autrice racconta la sua esperienza di molestie e ricatti nel mondo del giornalismo. A monte vi era un blog, Il porco al lavoro, purtroppo al momento offline, che ha raccolto tante storie di donne che hanno vissuto esperienze simili. Le storie riaffiorano e danno voce a vissuti traumatici, sepolti sotto un’enorme difficoltà e senso di impotenza che induce a le donne a tenere per sé gli abusi. Olga Ricci creò nel suo blog uno spazio in cui queste testimonianze potessero emergere e potessero ottenere la giusta attenzione, creando una sensibilità non fugace, né frettolosa. Penso che questo sia stato il suo pregio, dare una casa a queste storie, passare dalla dimensione individuale di un’esperienza a una più ampia, mostrando un fenomeno enorme, sottovalutato, volutamente marginalizzato e reso invisibile. Lavori come quello di Olga Ricci hanno materializzato queste lesioni che le donne trovano sul loro cammino professionale e lavorativo, consegnandole ad una valenza non più individuale ma collettiva, perché la violenza di genere giammai deve essere relegata al ruolo di una vicenda personale della singola donna abusata.

Le storie, come quella di Olga, ci scuotono per riportarci con i piedi per terra, per ricordare a coloro che sostengono che nel mondo del lavoro le donne abbiano raggiunto la parità, anzi che siano “avvantaggiate”, che così non è, che il sistema non si è ancora liberato di questi mostri che si sentono padroni delle donne, come se fossero soprammobili e oggetti a loro completa disposizione. Quel racconto vivo arriva come un pugno, perché parla a noi donne e riesce a portare a galla il senso di impotenza, di confusione, di frastornamento, di solitudine e di isolamento. Congiunto ai sensi di colpa e anche di incredulità che ci travolgono quando ci troviamo ad affrontare simili abusi e che ci portano a porci tanti se, tanti punti interrogativi col conseguente senso di smarrimento. Uno schiaffo a tutte le nostre competenze, aspirazioni legittime, a fare semplicemente bene il nostro lavoro, quello per cui siamo disposte a lavorare per pochi euro, senza orario, senza prospettive, senza contratto, solo per passione, perché non ci si riesce a immaginare in un’altra occupazione. Perché le nostre competenze dovranno pur valere? Oppure è una chimera, un mito?

Eppure dopo la pubblicazione e la divulgazione di Toglimi le mani di dosso non c’è stato l’effetto “bomba”, come ci si sarebbe aspettate. Non un interrogarsi e uno scuotersi dello specifico ambito lavorativo messo sott’accusa, alcuna luce ha rischiarato le fitte nebbie descritte da Olga Ricci, al sol fine di tentare di affrontare il problema delle molestie sui luoghi di lavoro. Non c’è stata una diffusione a tappeto del dibattito. Se ne è parlato, certamente, ma di certo non si è verificata la valanga di commenti e reazioni innescate dalla vicenda Weinstein. Perché? Cosa ha impedito di affrontare questo problema e scoperchiare il vaso di Pandora? I lustrini e lo star system si sono svegliati da un consapevole torpore o, meglio, fenomeno di cecità omertosa e condivisa del “tutti sapevano ma abbiamo preferito girare la testa dall’altra parte”, atteggiamento che non scagiona e non costituisce un alibi per chi attorno non è intervenuto a fermare il produttore. E, forse, occorrerebbe poter convogliare questo diffuso malessere per potere passare dallo star system ad altri ambiti lavorativi, chiamando ciascuno alle proprie responsabilità. Perché conosciamo le ragioni per cui le donne fanno fatica a denunciare e il contesto è uno dei fattori: il rischio che non ti credano, che ti puntino il dito dicendo che te la sei cercata o che ne hai tratto dei benefici, è altissimo. Processate e colpevolizzate dall’opinione pubblica e da chi gli sta intorno, spesso lasciate sole in queste battaglie a difendersi da attacchi su più fronti.

Non permettiamo che cada il silenzio e che tutto si risolva in un’ondata temporanea di reazione e di denuncia, impegniamoci a consolidare consapevolezza e azioni capaci di rendere permanente la nostra protesta. Certi abusi, molestie e ricatti non devono più trovare spazi e conseguentemente essere tollerati come consuetudine ineluttabile. I social mangiano tutto, i social divorano velocemente consumando un tema dietro l’altro. La scia, affinché sia positiva e produca effetti duraturi, necessita di un’assunzione collettiva di responsabilità perché le cose cambino, ciascuno nel proprio contesto, scuola, media, aziende pubbliche e private, associazioni, gruppi, famiglie, magistratura, corpi intermedi, istituzioni. Abbiamo bisogno di risposte politiche perché si tratta di questioni politiche.

Certamente gli hashtag hanno fatto da detonatore a tante storie personali, sepolte ma mai rimosse. Ma tutto sta avvenendo in un luogo che non offre la possibilità di garantire la giusta protezione, profondità e che non permette un passaggio ulteriore. Un passaggio necessario perché la bufera mediatica non sia avvenuta inutilmente e, soprattutto, perché si compia un cambiamento concreto. I social, in grado di accendere in pochi istanti i riflettori, hanno reso evidente l’esistenza di un fenomeno dai contorni enormi, anche se non se ne ha purtroppo un quadro preciso. Un’onda lunga di partecipazione e condivisione c’è stata, inutile negarlo, ma passiamo a valutare l’effetto di questo tsunami alla luce di quanto di molesto vorremmo che non accadesse più sui luoghi di lavoro.

Impegniamoci affinché ci sia maggiore e migliore consapevolezza sul problema e sugli strumenti difensivi, a disposizione di chi subisce questo tipo di soprusi, abusi e violenze. Interroghiamoci su come trasformare la consapevolezza personale in una collettiva, il più possibile permanente, e determiniamoci a che il racconto di ciascuna non si richiuda su se stesso e non si riaccostino i battenti della questione, terminata la prima fase di consapevole narrazione.

Dopo la catarsi collettiva attraverso gli status su Facebook si deve costruire, per uscire dal vicolo cieco, non richiudere il problema nella scatola, tornando al proprio privato dopo aver raccontato #metoo. Poiché non è il racconto su un social idoneo né sufficiente a mutare il quadro concreto, è necessario consolidare in azione la protesta virtuale e guardare le molestie da vari punti di vista. Colmare quella mancanza di solidarietà, che ha fatto puntare il dito e giudicare le donne, capire cosa accade tra colleghe, indagare sulla terra bruciata che si crea attorno a chi subisce questi abusi e si sente come Olga. Capire perché per un hashtag si crea un effetto domino di reazioni a catena e poi nella vita lavorativa di solidarietà ve ne è così poca, se non addirittura zero. In un senso di precarietà che tutto inghiotte, rivalutare anche questo stato d’animo di solidale empatia , che non deve essere considerato zavorra inutile e demodé.

Interroghiamoci sul perché ci liberiamo delle nostre personali zavorre sui social, ma anche sul motivo per il quale in parallelo non reagiamo di fronte ad un episodio di molestie e di ricatti sessuali che riguardi una collega. Riflettiamo sul fatto che sono tante le variabili e che ognuna reagirà diversamente non solo dall’altra, ma a seconda del frangente e del momento di vita.

Cresciamo con costanti percezioni di doverci muovere nelle sabbie mobili di discriminazioni, sessismo, giudizi e pregiudizi, eppure siamo sempre impreparate, incredule quando ci imbattiamo in certi vortici di molestie. Vengono meno difese e lucidità per poter reagire. Su questa paralisi “i porci al lavoro” contano, insieme al fatto che molto probabilmente non denunceremo, perché l’onere della prova per ricatti e molestie resta a nostro carico, così come dentro noi ne resteranno gli effetti. Potremmo anche scegliere di non denunciare mai, ma il danno che abbiamo subito è reale, non è inesistente. Voi questo dovete riconoscerlo, altrimenti siamo proprio all’anno zero. Da questo riconoscimento del danno si deve partire, senza minimizzare o derubricare.

Andiamo al di là dell’uso spontaneo delle nostre testimonianze e della loro funzione, come se fossero solo fotogrammi di tante vite e valutiamo gli effetti al di là del luogo virtuale adoperato per parlarne. Se quel #metoo riuscisse a superare la dimensione personale e diventasse una dimostrazione collettiva, per dire “anche se non ho mai subito, io ti supporto, io ti credo, io ti difendo, io sto al tuo fianco, senza se e senza ma, perché mi metto nei tuoi panni e non sto col bilancino e il cronometro in mano per giudicare come e dopo quanto ne hai parlato”, potrebbe diventare collante umano per mandare in soffitta queste barbariche modalità di oppressione delle donne in ambito lavorativo e non solo.

Australian artist Meredith Woolnough – #womensart


Perché, per impegnarci in prima persona, dobbiamo sempre attendere che la cosa ci tocchi e ci riguardi da vicino? Questo sarebbe il momento per trasformare quel vuoto di sorellanza solidale in un pieno di condivisione che non si può estinguere in una manciata di giorni, ma è in grado di renderci più partecipi, consapevoli e meno indifferenti in ogni luogo e contesto in cui agiamo.

Oltre le testimonianze dobbiamo riempire di sostanza questa richiesta di attenzione sul problema. Perché alla base ci sono delle istanze che non devono essere lasciate inevase dalle istituzioni preposte. Scardinando in primis il senso diffuso di questi uomini che si sentono intoccabili, impunibili e nel pieno diritto, in virtù del loro status di potere e di genere, di esercitare qualsiasi tipo di controllo e di dominio sulle donne.

Eppure qualche semino è già stato gettato in questo terreno, forse occorre adoperarsi, prima che si richiuda il varco aperto da un hashtag, per diffondere consapevolezza e riattivare un percorso di cambiamento concreto. Non siamo all’anno zero*, ma usciamo dai social e agiamo, diffondiamo consapevolezza oltre l’onda emotiva. Domani non vogliamo trovarci con figlie e nipoti che raccontano ancora le medesime storie di molestie e abusi sul lavoro.

Il gruppo Chi Colpisce Una Donna, Colpisce Tutte Noi

 


Per approfondire:

https://simonasforza.wordpress.com/2016/05/01/rimozione-collettiva/

http://www.dols.it/2016/12/12/sulle-molestie-nei-luoghi-di-lavoro-litalia-si-allinea-alleuropa/

http://www.raiplay.it/video/2017/10/Intervista-in-esclusiva-a-Asia-Argento—17102017-02f1d3b6-7dce-4b8a-a6bd-f43e003db6cf.html

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Un crimine contro l’umanità, una violenza contro le donne


Alcune considerazioni a caldo sulla presentazione del libro Stupro a pagamento – Paid for di Rachel Moran.

Rachel Moran è una sopravvissuta irlandese, co-fondatrice di SPACE international (organizzazione che riunisce sopravvissute provenienti da 7 paesi), ha vissuto 7 anni in prostituzione, dai 15 ai 22 anni. Ne è uscita e come sottolinea lei stessa non era scontato che ci riuscisse, molte donne vi restano intrappolate. Lei ha avuto la possibilità di uscirne per tempo, a una età che le ha permesso di rifarsi una vita, continuare gli studi e laurearsi in giornalismo. Il suo attivismo è venuto di conseguenza, piano piano, non poteva restare in silenzio, doveva dare voce a chi come lei la vita in prostituzione la conosceva bene, in tutti i suoi aspetti, senza sconti o edulcorazioni. E col tempo si sono unite a Rachel nuove attiviste sopravvissute.

 

Non recensirò il libro in questo pezzo, me lo devo studiare per bene. Ma ci tengo a fermare i pensieri e le mie emozioni.

Una delle prime occasioni in cui ho “incrociato” di Rachel Moran è stata nel 2014, da questo intervento al FemiFest 2014.

Chiara, efficace, semplicemente ti sa comunicare l’essenziale. Una conferma della sua capacità di trasmettere la sua esperienza e il suo percorso. La sua testimonianza è di per sé sufficiente per smascherare qualsiasi “depistaggio” o tentativo di glamourizzazione della vita in prostituzione.

Primo disvelamento: oggi è molto diffusa l’abitudine a separare la tratta dalla prostituzione.

In passato avevo trattato l’argomento qui e qui, penso che queste considerazioni siano ancora valide e utili a comprendere la questione per cui disgiungere i fenomeni serve solo a coprire la realtà.

Così come il termine sex worker, coniato dagli sfruttatori, serve solo a deformare la realtà di abuso e violenza di cui è intrisa la vita delle donne prostituite. Prostituite perché esiste una domanda, una richiesta di sesso a pagamento.

Senza la domanda si ridurrebbe l’offerta e lo sfruttamento delle donne, compreso il fenomeno della tratta di esseri umani, il secondo business mondiale dopo quello delle armi e prima di quello della droga.

Gli uomini pagano per poter stuprare, per poter possedere un corpo, per ottenere sesso non desiderato da una donna. Le ragazze che entrano in questo incubo sono sempre più giovani e quasi sempre c’è una storia di emarginazione, difficoltà di sopravvivenza, famiglie disfunzionali e fragili, impossibilità a trovare un lavoro e a sostentarsi perché troppo piccole, situazioni in cui non si ha una casa e si vive da senzatetto, abusi e violenze familiari, un passato traumatico. Un quadro che non può assolutamente far pensare che si tratti di libera scelta, di una scelta volontaria. Non avere alternative altera la capacità di scelta degli individui, entri in un vicolo cieco. Così come Rachel spiega bene che è folle parlare di consenso da parte di una ragazza minorenne. Una narrazione che sostiene che una ragazza possa essere consenziente serve solo a giustificare la perversione di uomini che abusano di minorenni, poco più che bambine.

È un crimine universale, una vera e propria violazione dei diritti umani. Ma perché pur essendo essenzialmente questo, siamo ancora qui a chiederci se punire questo crimine, perpetuato da sfruttatori e clienti? C’è una sorta di rassegnazione e di ineluttabilità quando si pensa che la prostituzione sia qualcosa di permanente, di non cancellabile. Però se pensiamo agli omicidi, continuano ad avvenire nonostante ci sia il reato e il carcere, eppure a nessuno viene in mente di mettere in discussione la punibilità di un reato simile. Noi consentiamo che ci sia invece un terreno franco, in cui è consentito pagare e commettere fondamentalmente un abuso su un’altra persona.

Le storie e le condizioni che portano le donne nel mondo della prostituzione sono rimaste le medesime nonostante il passare dei secoli, dei decenni e i vari cambiamenti storici. Oggi abbiamo un elevato numero di persone vittime di tratta, ma le necessità di spostarsi geograficamente ha sempre costituito un aumento del rischio di subire varie forme di violenza e sfruttamento. In un lavoro della Caritas leggiamo:

“La dislocazione di donne in particolare da alcune zone del Paese ad altre soprattutto sul piano agricolo (mondine) o agroalimentare (raccolta frutti e confezionamento prodotti), come anche lo spostamento nel dopoguerra dalle campagne alla città e dal Sud al Nord hanno portato nei primi decenni del ‘900 al verificarsi di fenomeni gravi di violenza alle donne, di sfruttamento sul lavoro e anche di sfruttamento sessuale. “

Storicamente lo spartiacque è stato il varo della legge Merlin nel 1958. È stata rivoluzionaria per come Lina Merlin ha lavorato, perché di fatto ha messo in atto una vera e propria campagna di ascolto delle donne. Rachel Moran racconta le audizioni delle donne al parlamento irlandese, che hanno poi portato ad aprire nuovi orizzonti e scenari e fino all’adozione del modello nordico o abolizionista. Esattamente questo ascolto ha portato Lina Merlin a tracciare le basi della legge che ha posto fine alle case chiuse e allo sfruttamento di stato. Lina Merlin riceveva moltissime lettere dalle donne, che raccontavano la loro esperienza in prostituzione. Da questo è nata una legge, che nonostante la perfettibilità di ogni cosa, ha messo al centro la donna, che non è criminalizzata, prostituirsi non è un reato, ma ha reso tale lo sfruttamento, il favoreggiamento e l’induzione alla prostituzione.

Quindi alla base di tutto ci deve essere una rilevante capacità di ascolto della realtà da parte delle istituzioni. Istituzioni che secondo il modello abolizionista devono assicurare strategie concrete di fuoriuscita dalla prostituzione: abitazioni, sostegni economici, la possibilità di crescere i propri figli, un lavoro, cure sanitarie, istruzione.

Il modello funziona se vengono messi in campo questi sostegni, accanto alla punibilità di chiunque compia una forma di sfruttamento economico e sessuale di una persona (cliente, pappone, trafficante ecc.), senza distinzione di genere sia per chi la esercita che per chi la subisce. Inoltre lo stato si impegna a varare programmi di educazione alle relazioni. Chiarissimo no? Chi si oppone chiaramente ha interessi economici, ideologici e personali molto forti. Queste le ragioni di una resistenza e di una opposizione. Non è solo un fattore culturale, in Italia e in altri Paesi preferiamo chiudere gli occhi e assuefarci al racconto deformante della prostituzione come lavoro. Alla base la più grande menzogna, che vuole coprire la realtà della violenza a cui sono soggette le persone prostituite.

Nessuna donna sceglierebbe mai e rimarrebbe in questa vera e propria schiavitù se avesse delle alternative di vita. Non potete costringere le donne in questo abuso permanente, ignorando che ciascun essere umano ha diritto a una vita dignitosa, senza violenza. Per questo dobbiamo ascoltare le sopravvissute, chi ha vissuto sulla propria pelle questa esperienza.

Purtroppo devo registrare l’assenza ieri sera di una parte di attivismo femminista. Non è un buon segnale, soprattutto perché se perdiamo l’abitudine ad ascoltare e ad approfondire siamo perdute.

È un pessimo segnale perché a perdere sono le donne e tutte le persone sfruttate e vendute. Naturalmente finché la cosa non ci riguarda, potremo continuare a raccontare del mito della prostituta felice. Per approfondire: qui. Penso che ci sia questo alla base della vulgata dei fautori del sex work, la rimozione della realtà, una maschera della trappola della violenza, come se il denaro la potesse legittimare. Subire violenza continuata può ragionevolmente essere un lavoro come un altro?

Quindi che fare? Su questo Rachel Moran è decisa: realizzare una coalizione ampia e che converga su questa battaglia, senza che si creino dispersioni di energie su altri temi, che rischiano di allontanare dall’obiettivo di realizzare un sistema sul modello abolizionista.

Credo che sia la chiave di ogni azione per cambiare realmente le cose, non disperdersi, per concentrarsi su determinati obiettivi e perseguirli con coraggio e determinazione.

Dobbiamo pensare alle donne di domani, abbiamo l’obbligo di costruire per loro un futuro migliore.

 

Per approfondire qui La cognizione dell’orrore, di Mariangela Mianiti.

 

Articolo pubblicato anche su Dol’s Magazine qui.

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#Stalking: ricapitoliamo


E’ assai necessario fare un piccolo ripasso della tempesta che ha investito da giugno ad oggi il reato di stalking.

In seguito alla legge di riforma del codice penale, approvata il 14 giugno scorso, si prevede l’introduzione dell’articolo 162 ter, che prevede l’estinzione dei reati con querela di parte remissibile a seguito di condotte riparatorie.
Tra i reati interessati dal 162-ter rientra lo stalking, un reato faticosamente inserito nel nostro ordinamento attraverso l’articolo 612 bis, introdotto dal D.L. 23.2.2009, n. 11, recante «Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica e di contrasto alla violenza sessuale, nonché in tema di atti persecutori».

L’allarme è stato lanciato lo scorso 27 giugno da Loredana Taddei, Responsabile nazionale delle Politiche di Genere di Cgil, Liliana Ocmin, Responsabile del coordinamento nazionale donne Cisl e da Alessandra Menelao, Responsabile nazionale dei centri di ascolto della Uil.

Ricordiamo tutti come venne frettolosamente bollata questa denuncia dei sindacati. Poche le voci fuori dal coro di condanna. Sporadiche e flebili le reazioni che avrebbero dovuto essere ben più forti. Ma si sa, il caldo estivo causa abbassamenti di pressione e le vacanze chiamano.
Abbiamo voluto ricordarlo con un cartello ad hoc, per fare un esercizio di memoria, per evidenziare la perniciosa abitudine a negare.


Arriva la conferma autorevole di Eugenio Albamonte, segretario dell’Associazione nazionale magistrati:

«Al di là della gravità della possibile estinzione del reato introdotta dall’articolo 162 ter per lo stalking, c’è una forte sperequazione tra i termini di custodia cautelare e quelli della pena. Perché con la nuova norma lo stalker può essere arrestato, ma poi attraverso una sanzione pecuniaria può ottenere l’estinzione del reato».

Negare l’evidenza non si può più.
Il guardasigilli Andrea Orlando, che in prima battuta, insieme a quanto dichiarato dal collega Gennaro Migliore e da altri esponenti politici, aveva parlato di “preoccupazioni non fondate” e aveva poi assicurato di essere pronto a “riconsiderare la punibilità a querela prevista nella legge del 2009”. Interviene la senatrice del Pd Francesca Puglisi:“Con le colleghe del Senato studieremo l’emendamento più efficace che tuteli le donne vittime di violenza”.
Siamo ormai a luglio, dopo sollecitazioni da più parti, il ministro Andrea Orlando deve trovare la “nave” su cui far transitare il correttivo; si ipotizza il ddl sugli orfani di femminicidio oppure quello sulla prostituzione minorile, tutti senza date certe. In più ai primi di luglio arriva il primo stop al ddl per la tutela degli orfani di femminicidio dal centrodestra, perché “nel testo si fa riferimento anche ai figli delle Unioni civili“. Questo nonostante l’appello a sostenere la norma a firma di alcune deputate di Forza Italia.

Si doveva fare presto a correggere gli effetti del 162 ter sul reato di stalking, che sarebbe entrato in vigore il 3 agosto. Un altro problema è che il nuovo art. 162 ter ha effetti retroattivi: le esperte rilevano che è applicabile anche ai processi in corso, anche dopo l’apertura del dibattimento e addirittura in appello (“tranne il giudizio di legittimità”). Inoltre alcuni processi per atti persecutori avviati d’ufficio o con aggravanti, spesso con il dibattimento vedono cadere per difetto di prova l’aggravante o il reato in concorso perdendo così la procedibilità d’ufficio, con la conseguenza che possono diventare estinguibili con la nuova norma.

Il 13 settembre vengono presentati ben due emendamenti all’articolo 162-ter del codice penale, primo comma:
prima firmataria Francesca Puglisi https://parlamento17.openpolis.it/emendamento/263388
prima firmataria Doris Lo Moro https://parlamento17.openpolis.it/emendamento/263445

Una corsa contro il tempo. Purtroppo è di due giorni fa la notizia della sentenza di Torino, le prime conseguenze nefaste si iniziano a vedere.
Fioccano scuse, mea culpa, tutti improvvisamente si svegliano all’improvviso. La bomba innescata a giugno è esplosa.

Esce il seguente comunicato:

“L’ufficio legislativo, su precisa direttiva del Ministro Orlando, ha depositato nei giorni scorsi parere favorevole all’emendamento presentato dalla senatrice Puglisi (Pd) nell’ambito dei lavori parlamentari sulla proposta di legge a tutela degli orfani dei crimini domestici, calendarizzata dalla Commissione giustizia del Senato la prossima settimana.

Aspettiamo “fiduciose”, ma con un grado di allerta massimo. La toppa per sanare lo stalking rischia di subire le conseguenze dei veti sul progetto della legge per la tutela degli orfani di femminicidio.

Aspettiamo, ma al contempo sottolineiamo che per le sentenze di estinzione come quella di Torino e tutte quelle che potrebbero arrivare, le donne potrebbero non vedere giustizia né il ripristino delle misure di protezione previste per lo stalking, che decadono contestualmente all’estinizione del reato.

Nel frattempo è arrivata anche la notizia dell’iniziativa di impugnare la decisione della giudice di Torino da parte dell’Avvocato generale Giorgio Vitari e del procuratore generale Francesco Saluzzo.

Si è creato un danno gravissimo, concreto, immediato alle donne, insieme a un pericoloso messagio culturale, che si può perseguitare una donna e poi sanare con una manciata di euro.

Le dichiarazioni tardive di scuse e di attenzione al problema non sanano le conseguenze della “svista” che sono sotto i nostri occhi.

L’unico segnale utile di attenzione alle donne che ora chi siede nelle istituzioni deve dare è sanare le conseguenze del nuovo art. 162 ter c.p. sul reato di stalking. Nessuno ha dato l’allarme durante i lavori sulla riforma del codice penale, ora il tempo è scaduto. La norma è legge e inizia a portare i suoi frutti avvelenati. La monetizzazione di un reato come lo stalking non deve essere ammissibile. Occorre intervenire ORA. Ora si deve trovare la convergenza delle forze. Se volete dimostrare di voler veramente ascoltare le donne, questa è l’occasione, non altre.
Vigileremo. Siate certi che lo faremo.

 

Il gruppo Chi Colpisce Una Donna, Colpisce Tutte Noi

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Lettera aperta alla Ministra Valeria Fedeli


Alla cortese attenzione della Ministra dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Valeria Fedeli
CC: Onorevoli Laura Boldrini e Maria Elena Boschi
*** 
Onorevole Ministra,
Le scriviamo perché i segnali di pericolosi arretramenti culturali stanno raggiungendo una cadenza quotidiana allarmante. Più che arretramenti, si tratta del permanere e della diffusione dei più evidenti elementi alla base della cultura che fa da substrato alla violenza di genere. In rete specialmente, accanto a fenomeni di hate speech e di cyberbullismo, girano contenuti esplicitamente violenti che alimentano e legittimano la violenza contro le donne. Un esempio tra i più recenti è il brano musicale “Yolandi” a firma del rapper Skioffi.
Non è una novità, non è il primo caso, né sarà l’ultimo. A livello musicale abbiamo una lunga tradizione, una sorta di visione mitizzata dell’uomo che abusa, agisce il proprio potere di vita e di morte su una donna. Così come non sono nuovi epiteti e gergo. Sembra che ci si compiaccia in questa sequenza orrorifica. Anche questo fa parte di un certo merchandasing della violenza, una esibizione ostentatamente machista. Si ricalca un modello, lo si cosparge di un po’ di glitter, di una parvenza artistica e lo si dà in pasto al pubblico. Si vende questo prodotto e il relativo corollario di subcultura maschilista, sessista e violenta.
Qualcuno potrebbe sostenere che è una “istantanea” del punto di vista distorto del femminicida. Eppure il rischio emulazione, di immedesimazione è altissimo e ci dobbiamo chiedere se vale la pena lasciar correre. Soprattutto se quel pubblico è composto di giovanissimi, digiuni di chiavi di lettura e di mezzi per guardare oltre la superficie. Ci chiediamo che impatto possano avere simili contenuti su un individuo in formazione, che sta costruendo una propria idea e percezione delle relazioni affettive.
Non è sufficiente segnalare un contenuto, una foto, un video, un testo sul web, sui social, perché ve ne saranno altri mille similari e comunque il brano e quello che diffonde continueranno a girare altrove. Occorre allargare lo sguardo di azione facendo riferimento all’urgenza di un intervento educativo massivo che doti i ragazzi degli strumenti per decodificare certi messaggi e valutarne senso e conseguenze.
Ed è per questo che ci rivolgiamo a Lei Ministra Fedeli. Da troppo tempo (dal 2015 e intanto la legislatura volge al termine) attendiamo le linee guida nazionali per l’attuazione dell’articolo 1 comma 16 della legge 107/2015 (“Buona scuola”), qui di seguito riportato:

16. Il piano triennale dell’offerta formativa assicura l’attuazione dei principi di pari opportunità promuovendo nelle scuole di ogni ordine e grado l’educazione alla parità tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni, al fine di informare e di sensibilizzare gli studenti, i docenti e i genitori sulle tematiche indicate dall’articolo 5, comma 2, del decreto-legge 14 agosto 2013, n. 93, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 ottobre 2013, n. 119, nel rispetto dei limiti di spesa di cui all’articolo 5-bis, comma 1, primo periodo, del predetto decreto-legge n. 93 del 2013.

http://www.gazzettaufficiale.it/eli/…/2015/07/15/15G00122/sg

http://www.gazzettaufficiale.it/eli/…/2013/08/16/13G00141/sg

Le chiediamo di dare un’accelerazione a riguardo, superando resistenze e le barricate della bufala della “Teoria del gender”, a quanto pare ancora molto diffusa nonostante questa circolare ministeriale.
Al centro di questa azione formativa ci devono essere i ragazzi e i bambini: sono loro i futuri adulti e se certi modelli si radicano, difficilmente si potranno sradicare in una fase successiva. Non si deve coinvolgere solo genitori e insegnanti in un piano di formazione sul tema della violenza e delle discriminazioni di genere.
Abbiamo letto le sue dichiarazioni recenti:

“Io mi muovo sempre nel rispetto dell’autonomia delle scuole, della libertà di insegnamento, ma è un’offerta che facciamo, diamo strumenti ai docenti, e anche ai genitori. Nel piano nazionale per l’educazione al rispetto c’è e ci deve essere il coinvolgimento dei genitori. Sto lavorando con la rappresentanza e l’Associazione nazionale dei genitori, abbiamo un forum ufficiale con gli studenti. Ho affidato un rilancio molto serio e profondo del patto di corresponsabilità educativa tra scuola e famiglia che presenteremo il 21 di novembre.”

È urgente lavorare oggi per non ritrovarsi domani con la situazione attuale. Perché la violenza ripetuta porta a conseguenze permanenti devastanti nelle donne che la sperimentano. Nonostante le ragazze e le donne oggi trovino maggior forza nel denunciare e nel sottrarsi ai rapporti violenti e di sopraffazione, è ancora troppo diffusa l’abitudine a confondere proprio questo tipo di caratteristiche con l’amore, come un’attestazione di tale sentimento. Sappiamo che così non è, ma l’immaginario in cui sono immersi i ragazzi e le ragazze non è ancora bonificato da tutto questo armamentario patriarcale.
Purtroppo su questo incidono “le camicie di forza di genere”, che ingabbiano e limitano i ragazzi e le ragazze in ruoli stereotipati e comportamenti attesi. Non si può reagire se non si viene dotati di strumenti di consapevolezza sul valore di sé, dei propri diritti, sulla parità di genere, per costruire e vivere relazioni paritarie.
La violenza si radica se manca una cultura del rispetto. Occorrono alleanze tra le varie agenzie educative e interventi permanenti, capillari, non episodici. Occorre conoscere cosa c’è alla base dei fenomeni culturali che coinvolgono i più giovani, occorre mirare bene gli interventi educativi, occorre far maturare in loro lenti nuove per non lasciarsi travolgere e manipolare da certi messaggi, da certi prodotti. Maturare è anche sviluppare un senso critico autonomo, perché noi non vogliamo meri consumatori – esecutori passivi, dobbiamo crescere cittadini pienamente consapevoli, in grado di sviluppare anticorpi giusti per interpretare e affrontare ogni sollecitazione, input. Parlarne sporadicamente non serve, occorre un intervento educativo trasversale e costante sin dai primi anni di scuola, prima che si sedimentino sovrastrutture nocive.
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Per una informazione corretta

 

A proposito della notizia riportata da numerose testate di un provvedimento da parte del GIP di Catania che avrebbe “derubricato a infortunio sul lavoro” la violenza sessuale su una dottoressa che prestava servizio come guardia medica. Occorre fare chiarezza su quanto è stato riportato.
La Procura di Catania che ha disposto l’arresto dell’aggressore 26enne, gli contesta i reati di violenza sessuale aggravata (perché commessa in danno di incaricato di pubblico servizio), di sequestro di persona, di lesioni volontarie pluriaggravate e di danneggiamento.
La dottoressa, tramite i suoi legali, ha presentato denuncia contro il 26enne e ha annunciato che si costituirà parte civile nel processo. Pertanto non vi è stata alcuna deformazione del reato da parte del magistrato. Tanto è vero che il GIP ha disposto il carcere come misura cautelare, vista la gravità dei fatti commessi e dei reati contestati.
Lo conferma il procuratore di Catania Carmelo Zuccaro, in una lettera inviata all’ordine nazionale dei giornalisti:

“E’ una ‘falsa notizia’ quella riportata da ‘alcuni quotidiani di informazione online’ sulla presunta derubricazione da violenza sessuale a infortunio sul lavoro del reato contestato all’uomo che violentato una dottoressa in servizio alla guardia medica di Trecastagni”.

Pertanto la questione della classificazione come “infortunio sul lavoro” riguarda un ambito lavorativo e non penale, quindi all’interno del rapporto di lavoro tra la dottoressa e la pubblica amministrazione, in questo caso l’ASP di Catania (Azienda Sanitaria Provinciale).
I media hanno deformato le responsabilità in questa vicenda, fuorviando l’opinione pubblica. Un fatto molto grave, soprattutto perché non aiuta a fare chiarezza, ma genera ostilità infondata e cieca.
La dottoressa ha sollevato la questione della mancanza di strumenti idonei a garantire la sicurezza di chi opera negli ambulatori di prima assistenza, l’assenza di telecamere collegate con le forze dell’ordine, nonostante il ripetersi di episodi di aggressioni ai danni del personale sanitario. La dottoressa si è sentita inascoltata anche dalle istituzioni, che già in passato non avevano preso provvedimenti in tema di sicurezza:

“Per l’azienda sono stata vittima di un infortunio sul lavoro”, come ha dichiarato a Repubblica. Ha inoltre riferito che «Abbiamo delle telecamere che praticamente sono a circuito chiuso, cioè sono ridicole. Cioè a che cosa servono? Solo ad avere delle prove se è successo un delitto là dentro? Basterebbe utilizzare dei mezzi come una telecamera… cioè ricollegare quelle telecamere invece di essere a circuito chiuso in un sistema con sorveglianza remota, cosa che abbiamo chiesto, implorato e che non ci è stato dato, sicuramente, non dico che avrebbe evitato l’aggressione, quella una volta che io apro… eh, succede. Però avrebbe limitato il danno, cioè immediatamente sarebbero arrivati i soccorsi». «Io – ha ribadito la donna – chiedo solo di fare il mio lavoro nel rispetto della mia dignità di medico, di tutti i medici».

A questo punto sorge un’altra questione. Come sappiamo esistono i congedi dedicati alle donne che hanno subito violenza. Perché in questo caso non si è adoperato questo strumento? Perché la dottoressa non ne ha fatto richiesta?
Cerchiamo di capire in cosa consiste questo strumento, affinché le donne possano avvalersene.
Il 15 aprile 2016 è arrivata la circolare INPS per rendere applicabile il congedo per le vittime di violenza di genere contenuto nell’art. 24 del decreto legislativo n. 80 del 15 giugno 2015. Il congedo è previsto in caso di violenza di genere, quindi di un episodio di violenza motivato in base al genere sessuale che causi alla donna un danno fisico o mentale o una sofferenza fisica o mentale.
La normativa prevede che le lavoratrici dipendenti del settore pubblico (in base alle condizioni dettate dall’Amministrazione cui appartengono) e privato, escluse le lavoratrici addette ai servizi domestici e familiari, possano avvalersi di un congedo indennizzato per un periodo massimo di 3 mesi, anche non continuativo, al fine di svolgere i percorsi di protezione certificati dai servizi sociali del Comune di appartenenza, dai Centri antiviolenza o dalle Case Rifugio (ex art. 5 bis del D. L. n. 93/2013, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 119/2013). Il congedo può essere fruito su base giornaliera o oraria entro tre anni dall’inizio del percorso. Per le giornate di congedo la lavoratrice ha diritto a percepire una indennità giornaliera, pari al 100% dell’ultima retribuzione da calcolare prendendo a riferimento le sole voci fisse e continuative della retribuzione stessa. È possibile inoltre trasformare il rapporto di lavoro da tempo pieno a part-time, nonché l’opportunità di ritornare al tempo pieno. Le collaboratrici a progetto possono chiedere di sospendere il rapporto contrattuale per motivi connessi allo svolgimento dei suddetti percorsi di protezione.
La lavoratrice deve comunicare al datore di lavoro l’intenzione di fruire del congedo con un preavviso di almeno sette giorni, allegando i certificati che attestano l’inserimento in un percorso di recupero. La lavoratrice dovrà presentare domanda (attraverso i moduli ad hoc scaricabili dal sito) alla struttura territoriale INPS, di regola prima dell’inizio del congedo. Si tratta di un piccolo ma importante passo per consentire un percorso con meno intoppi di uscita dalla violenza.
In altri Paesi interventi simili esistono già da tempo e sono inquadrati in un sistema più organico e strutturato, per dare alle donne vittime di violenza un’autonomia economica e la sicurezza di poter guardare al futuro più serenamente.
Se per esempio guardiamo la Spagna, vengono coperte anche le lavoratrici autonome, che hanno diritto a una serie di agevolazioni, incentivi e sospensioni delle tassazioni. Hanno avviato dal 2004 programmi di inserimento lavorativo, incentivi alle imprese che assumono donne con esperienze di violenza, spazi abitativi, sussidi integrativi, facilitazioni per la mobilità geografica. Insomma per lo Stato i diritti economici e lavorativi di queste donne sono centrali, insieme agli interventi di prevenzione, per il cambiamento culturale e al sostegno ai centri antiviolenza.
A distanza di più di un anno dalla circolare Inps, Tito Boeri denuncia che solo “150 donne dal luglio 2015 hanno fruito del congedo per chi è in cura per avere subito violenze”. Intanto, si dovrebbe evitare di patologicizzare le donne che hanno subito violenza, non dovremmo riferirci a loro come “in cura”, ma come donne sopravvissute alla violenza, che hanno intrapreso un percorso di fuoriuscita e di sostegno per poter affrontare e superare il trauma legato all’esperienza che hanno vissuto. Al netto dei termini adoperati dal presidente dell’Inps, resta il problema dell’esiguo numero di congedi richiesti.
Occorre in primo luogo scandagliarne le cause reali, comprendere soprattutto dov’è il collo di bottiglia, cosa impedisce di richiederlo e di usufruirne. Si tratta di una mancanza di informazione a riguardo? Si tratta delle condizioni di lavoro e dei contesti lavorativi che scoraggiano e rendono arduo richiedere il congedo? Si tratta di un problema all’interno del rapporto tra dipendente e datore di lavoro? Alla denuncia di Boeri si dovrebbe accompagnare un interrogarsi su questi aspetti, per poter intervenire e invertire la rotta. Pertanto le istituzioni competenti dovrebbero attivarsi a riguardo, per ricercare le cause e comporre la strategia di intervento, anche avviando una capillare campagna informativa su questo tipo di congedi. Occorre creare consapevolezza sui diritti e sugli strumenti, altrimenti si rischia di vanificare le positive integrazioni legislative apportate. Soprattutto le istituzioni possono e devono coadiuvare il lavoro dei sindacati. È necessario un intervento politico per diffondere una corretta informazione.
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Lettera aperta alla Direttrice generale di Confindustria Marcella Panucci

Siamo rimaste esterrefatte da quanto andato in onda lo scorso 28 settembre nel corso della trasmissione radiofonica La Zanzara condotta da Giuseppe Cruciani, su Radio24 del Gruppo 24 ORE, le cui quote di maggioranza sono detenute da Confindustria. Fa specie che nel 2017 si debbano ascoltare certe esternazioni in libertà, visto che dal minuto 72:43 ci viene somministrata una conversazione che è un vero e proprio vilipendio della dignità delle donne. Tra Cruciani e Sgarbi si svolge uno scambio di battute davvero inascoltabile, condito dai più triti stereotipi sessisti, volgari, di un comune becerume maschilista.

Le donne ridotte ad oggetti sessuali, come se facessero parte di un servizio dovuto all’uomo. Si parla di “figa”, si badi bene sempre un pezzo di donna, ma non l’intero essere umano, non sia mai considerare le donne in quanto esseri umani al 100%. Cruciani chiede a un tratto: “Com’è la figa siciliana?”. Sgarbi risponde, naturalmente non facendosi scrupoli di sorta e non tirandosi indietro: “Nessuna figa è migliore di quella siciliana…”, via via dilungandosi sulla differenza tra napoletane e siciliane, con chiusa su depilazione sì/depilazione no.
Questo pezzo di donna per i due sodali diviene un ottimo passatempo tra un impegno politico e l’altro in Sicilia. Non si fermano nemmeno di fronte al tentativo di David Parenzo di stoppare nel prosieguo questo turpiloquio, facendo notare che “non è proprio tema da campagna elettorale”. La donna, mai persona, ma parte anatomica, oggetto di piacere val bene una maggiore audience.
Ad aggravare lo scempio verbale è la circostanza che la trasmissione vada in onda dalle 18:30, quindi in una fascia accessibile a tutti, anche ai minori. Radio 24 intende forse educare in questo modo anche i futuri uomini a come “trattare” la materia? Se sì vuol dire che dai tempi dell’avanspettacolo non abbiamo fatto molta strada, certi immaginari, un certo pensiero, una certa subcultura vengono tuttora tramandati, con le medesime forme e il medesimo svilimento delle donne. Non ci stiamo ad assistere a questo libero sfogo di machismo e di sessismo.
Non ci stiamo a veder ridotte le donne a parti sessuali da usare all’occorrenza. Chiediamo che si prendano provvedimenti e si rispettino i diritti delle donne. Questo schiacciare il pedale dell’acceleratore sull’oggettivazione delle donne è un atto indegno che ci auguriamo la direzione della radio e della testata e, soprattutto, la proprietà vorranno sanzionare, richiamando autori e conduttore al riguardo. E pretendendo che sia applicato un pieno ed incondizionato rispetto della dignità delle donne, sempre.
Pubblicato anche su Noi Donne
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