Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Libere Sinergie si presenta

Vi aspettiamo … per presentarvi Libere Sinergie!

Libere Sinergie

Siamo liete/i di invitarvi alla presentazione dell’Associazione  Libere Sinergie che si terrà in Casa dei Diritti, Via de Amicis 10, venerdì 29 settembre a partire dalle ore 18.00.

Vi aspettiamo per raccontarvi come è nata l’idea e per costruire insieme sinergie positive per le donne.

Nel corso dell’incontro, letture a cura di Rossella Raimondi.

E per chi vorrà fermarsi, oltre ad un piccolo rinfresco in Casa dei Diritti, ci piacerebbe proseguire la serata davanti ad una pizza.

Modera e interviene

Paola Rizzi

Giornalista dell’Associazione Gi.U.Li.A

Con la partecipazione di

Diana De Marchi

Presidente Commisione Pari Opportunità e Diritti Civili – Comune di Milano

Vi aspettiamo numerosi/e!

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Luci ed ombre della narrazione della violenza sui media

@Annalisa Grassano

Ci sono delle dirette responsabilità  dei media nel supportare il cambiamento e rimuovere le radici della cultura della violenza e dello stupro.

Da attivista per i diritti delle donne e da blogger senza tesserino né da pubblicista né da giornalista spesso e volentieri ricevo richiami, perché non avrei i “titoli” per pubblicare articoli e riflessioni, non sarei abbastanza autorevole per farlo. Mi ci vorrebbe la patente, guarda un po’ come gira il mondo, le parole delle donne non hanno tutte lo stesso diritto di cittadinanza e di esistenza.

Eppure lo faccio da tempo, ben prima che aprissi il mio blog. Vengo da quella sterminata schiera di “senza tesserino” che si sono per anni intestarditi tra una redazione e l’altra, con o senza contratto, molto spesso non remunerati. Oggi scrivo in modo indipendente, perché stare zitta non so stare.

Ultimamente mi è capitato di essere invitata a cancellare quanto avevo scritto in merito a come alcuni giornalisti non riuscivano a rispettare il genere grammaticale corretto a proposito della donna trans stuprata a Rimini. Facevo semplicemente notare quanto fosse diversa la narrazione, quanta poca cura ed empatia c’era in alcuni articoli:

A Canosa, durante un convegno formativo proprio su questi aspetti, ho avvertito una certa ostilità, di una parte dei giornalisti presenti, al mio invito a cambiare “stile giornalistico”.

Ergo, abbiamo un problema.

Quindi mi accingo a dire la mia sulle note ed evidenti difficoltà che una parte del giornalismo (online, su carta e televisivo) italico ha nel narrare la violenza.

L’Ordine dei Giornalisti non è restato indifferente in questi anni, ha cercato di diffondere una sensibilità diversa tra i propri iscritti, a partire dalla Carta di Treviso all’adozione del documento della Federazione Internazionale dei Giornalisti (IFJ) a proposito di violenza sulle donne.

Per non parlare poi di tutte le occasioni di formazione sparse sul territorio italiano organizzate dagli ordini locali.

Non siamo di fronte a un immobilismo, quanto piuttosto da una resistenza da parte di una quota della categoria e di un modo di fare “cronaca” subordinato alle logiche di vendite e di click.

Ci sono giornalisti attenti, che sanno misurare le parole, che conoscono l’impatto che può avere un pezzo sulle sopravvissute o sui familiari e i figli di una vittima di femminicidio. Tutto parte dal rispetto nei confronti di chi ha subito la violenza sulla propria pelle. Se davvero si seguisse il documento siglato dall’Ordine, al primo posto dovrebbe esserci la salvaguardia delle donne.

L’auspicio dell’Ordine è chiaro, richiama:

“all’uso di un linguaggio corretto, cioè rispettoso della persona, scevro da pregiudizi e stereotipi, ad una informazione precisa e dettagliata nella misura in cui i particolari di un accadimento siano utili alla comprensione della vicenda, delle situazioni, della loro dimensione sociale.”

Questo si traduce in un racconto che non deve avere tracce di un morboso e malsano voyeurismo.

 

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Quando il giornalismo moltiplica la violenza


All’Ordine dei giornalisti, all’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza

Premesso che, ai sensi della Convenzione di Istanbul, la violenza contro le donne come una violazione dei diritti umani è una forma di discriminazione ed impegna i paesi firmatari ad esercitare la dovuta diligenza nel prevenire la violenza, proteggere le vittime e perseguire i colpevoli, siamo convinte che tale protezione significhi anche che queste vicende dolorosissime non debbano essere divulgate senza alcun freno. Con particolare riferimento a quanto le vittime abbiano raccontato a magistrati e organi di polizia, riteniamo che ciò non debba essere dato in pasto all’opinione pubblica nei minimi dettagli, senza alcun rispetto per la privacy, i sentimenti e le ricadute sulle donne che le hanno vissute. Questo, purtroppo, è quanto hanno fatto due quotidiani italiani Libero e Il Fatto Quotidiano, il primo in un Libero del 6 settembre a firma di Roberta Catania, mentre per l’altro non è specificato l’autore.
Siamo a conoscenza della circostanza per la quale nello scorso dicembre il Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti ha statuito che:

“I giornalisti dovranno riflettere sul grado di dettagli che desiderano rivelare. L’eccesso di dettagli rischia di far precipitare il reportage nel sensazionalismo. (…) La considerazione dei bisogni della sopravvissuta quando la si intervista consente di realizzare un reportage responsabile.”

In virtù di queste linee guida ci chiediamo a cosa possa servire riportare i dettagli di un episodio di violenza sessuata desunti da atti giudiziari, quando tutti siamo consapevoli che lo stupro è un atto ignobile e orribile, devastante e impresso per tutta la vita nel profondo di chi lo subisce. Non è giornalismo quello che non si pone il problema di “sentire” cosa possa significare per la sopravvissuta vedere riportato tutto pubblicamente sui giornali. Non è giornalismo quello che cavalca la violenza contro le donne in chiave xenofoba. Non è giornalismo quello che, attraverso un racconto morboso, al limite del pornografico, fa rivivere alle sopravvissute quei tragici momenti.

Questo modo di fare “cronaca” e di raccontare le cose non serve a frenare o contrastare la violenza, bensì la alimenta, la veicola e la moltiplica. Con l’aggravante che diffonde e quasi propaganda la morbosità di coloro che si sentono legittimati ad esercitarla, ad abusare impunemente dei corpi delle donne.
Raccontare la realtà non è come realizzare un film dove si possono trovare spettacolarizzazioni forti della violenza . La visione di un film può essere regolamentata, invece i giornali online o cartacei, avendo un vasto pubblico, sono alla portata di chiunque, anche di minori. Gli effetti di una comunicazione giornalistica come quella di Libero e del Fatto quotidiano possono conseguentemente essere devastanti.

Una narrazione di questo tipo è altamente nociva, in quanto propone la pubblicazione degli atti giudiziari con le dichiarazioni di chi ha subito violenza, senza alcun filtro, senza porsi domande sugli effetti di tali scelte. Non c’è empatia con le vittime, non c’è piena consapevolezza della gravità di pubblicare dettagli sensibili gettati in modo crudo in un articolo. Raccontare agli inquirenti e alla polizia ciò che si è vissuto è già complicato, traumatico, porta le sopravvissute a rivivere momenti di sofferenza atroce. Devono già affrontare questo passo, con il terrore di non essere credute o essere giudicate male. Vogliamo che si amplifichino queste tensioni emotive anche per il timore che la violenza imposta possa essere riportata sui giornali, gettandole ancora di più in uno stato di profonda prostrazione?

Al punto 5 del documento sottoscritto a dicembre dall’OdG:

“Trattare la sopravvissuta con rispetto; rispettando la sua privacy e informandola in maniera completa e dettagliata sugli argomenti che saranno trattati nel corso dell’intervista e sulle modalità d’uso dell’intervista stessa. Le sopravvissute hanno il diritto di rifiutarsi di rispondere alle domande e di divulgare più informazioni di quanto non desiderino. Rendersi disponibile per un contatto ulteriore con la persona intervistata e lasciare le proprie generalità le permetterà di restare in contatto con il/la giornalista se lo vuole o ne ha bisogno.”

In questo caso non si è trattato di interviste, ma di pubblicazioni di dichiarazioni rese davanti agli organi giudiziari. Ebbene, pare che nessuno abbia chiesto l’autorizzazione alle sopravvissute, che invece vanno tutelate e non usate come merce per acchiappare nell’immediato e facilmente lettori e click di gradimento, e secondariamente per fomentare odio e xenofobia.

Inoltre qualche considerazione su come vengono chiamati gli stupratori. Non sono bestie, sono uomini, che in quanto tali commettono queste atrocità. Sono uomini che sui nostri corpi commettono da sempre ogni tipo di violenza. Non sono alieni o animali, sono uomini che crescono accanto a noi, vivono con noi, ma non accettano la nostra autonomia, non ci rispettano e ci considerano esseri umani di serie b se non proprio oggetti da usare e da abusare.
Un buon giornalismo che vuole contribuire a sradicare la cultura della violenza potrebbe adoperarsi a realizzare un prodotto che si avvalga della collaborazione di esperte dei centri antiviolenza o altri professionisti che si occupano di violenza di genere.
Un buon giornalismo dovrebbe fornire informazioni utili alle donne che vivono la violenza sulla propria pelle e vorrebbero uscire da questo tunnel.
Un buon giornalismo si dovrebbe porre molte domande prima di decidere di pubblicare certi contenuti.
Un buon giornalismo deve impegnarsi a scardinare l’idea che la violenza contro le donne sia una tragedia inesplicabile e irrisolvibile.
Un buon giornalismo dovrebbe attenersi a quanto adottato dall’Ordine nel documento sopra citato, che richiama:

“all’uso di un linguaggio corretto, cioè rispettoso della persona, scevro da pregiudizi e stereotipi, ad una informazione precisa e dettagliata nella misura in cui i particolari di un accadimento siano utili alla comprensione della vicenda, delle situazioni, della loro dimensione sociale.”

Certi dettagli riportati senza un briciolo di coscienza servono solo ad alimentare un compiaciuto e malsano voyeurismo. Si può agire violenza in molti modi, anche scegliendo di non rispettare il vissuto e il diritto alla privacy delle sopravvissute alle violenze, come hanno purtroppo fatto questi due quotidiani. Certe scelte hanno l’effetto di una stilettata particolarmente dolorosa, per cui chiediamo un intervento tempestivo in merito a quanto accaduto.
Il contrasto alla violenza maschile esige la capacità di adoperare tutte le opportune tutele e protezioni delle donne che subiscono tutto questo sulla propria pelle. Non si possono più accettare simili superficiali approcci alla violenza, da nessuno, a maggior ragione dai media che hanno un ruolo e una responsabilità fondamentali.

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