Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

#Donne e #lavoro. Rivendichiamo la nostra differenza

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“Il problema è noto ma non è famoso: la questione delle donne che lavorano in Italia è nei fatti un tema un po’ “sfigato”. Non ne parlano volentieri le donne che lo subiscono: preferirebbero essere uguali a tutti gli altri, oppure a quelle donne mitiche che invece “ce la fanno”, non hanno voglia di essere portavoce di quelle che invece no, non ce la fanno, o ce la fanno a stento e, come ha detto Beppe Severgnini, a prezzo di grandi sacrifici. Non ne parlano volentieri neanche le donne che in effetti “ce l’hanno fatta”: intanto hanno fatto una gran fatica e preferirebbero lasciarsi la faccenda alle spalle, e poi è stato provato che le donne che cercano di portare avanti le altre vengono penalizzate in termini di carriera.”

Leggo l’incipit di questo pezzo e penso che la mia percezione è un po’ diversa.

Non è vero che noi donne non ne parliamo volentieri. Ne parliamo eccome, anche se in pochi ci ascoltano. Ne parliamo e c’è chi raccoglie le nostre testimonianze. Ci sono giornaliste brave e attente che se ne occupano, cito una in particolare, Laura Preite che su La Stampa qualche anno fa diete spazio alle nostre storie, con la stessa sensibilità che leggo in ogni suo lavoro giornalistico. Laura Preite torna periodicamente sul tema. Lo dico perché non esistono solo i casi mediatici, raccolti da firme famose, che magari non hanno a cuore nemmeno le nostre storie e i problemi delle donne. Esistono le tante donne che in solitaria vanno avanti e magari decidono che un figlio non se lo possono permettere, schiacciate da una precarietà vera e permanente. Esistono i moduli pre colloquio che sondano la vita privata, numero di figli in primis, quasi come se fosse più importante delle competenze. Parola che a quanto pare interessa ormai a pochi. Così come dedicare la giusta attenzione a ciò che da anni denunciamo, anche se non formalmente, per vie giudiziarie.

Il tema del work-life balance necessita della giusta attenzione, non di riflettori che si accendono una volta all’anno, sull’onda di una polemica. Non dev’essere trendy, deve essere una priorità perché se ne comprende pienamente l’impatto in tanti ambiti. Nella nostra società abbiamo ormai un approccio consumistico per tutto. Se non ci si può lucrare sopra in termini commerciali e di mercato, il fenomeno sembra non esistere. Su questo dovremmo ragionare, sul fatto che per ottenere interventi seri e strutturali sul work-life balance, lo dovremmo far diventare un prodotto che fa tendenza, di cui si parla, non importa come, basta che se ne parli. Ed è qui il problema. L’approccio è sbagliato. Le istituzioni di questo Paese se ne devono occupare perché si tratta dei diritti fondamentali di tutt*, così come ha affermato di recente il Parlamento Europeo. E se ne devono occupare con gli strumenti e l’approccio più adeguati, non per tentativi. Non chiediamo le luci della ribalta, lustrini e paillettes, ma soluzioni che migliorino la qualità della vita di tutt*.

Personalmente di donne e di lavoro ne parlo da anni e non è mai stato un problema. Ne ho passate troppe per starmi zitta. Ho rotto il silenzio da un bel po’… ma in pochi se ne accorgono o fanno finta di niente. Lo faccio in ogni occasione, anche quando vedo lo sguardo basso e indifferente dei miei interlocutori, spesso interlocutrici e questo fa ancora più male.

Personalmente parlo di questi temi e non parlo solo della mia esperienza, ma cerco di fare proposte politiche concrete, che però non vengono ascoltate perché è politicamente più semplice e vantaggioso dare qualche bonus e qualche pacco alimentare, anziché intervenire strutturalmente. Si preferisce investire le risorse pubbliche in misure che possano tornare utili alle successive urne. Così come si dovrebbe parlare di misure per promuovere l’autonomia e l’emancipazione femminile che siano slegate dalla nostra capacità riproduttiva. Ce la fate a capire che non tutte siamo e vogliamo essere madri?

Non è sufficiente parlare di riorganizzazione del lavoro, ma rendere vantaggioso per le aziende italiane creare condizioni di lavoro flessibile, che come ho detto più volte non significa assenza di regole e tutele. Anche perché un full time che finisce alle 20 o alle 21, se va bene, è dimostrato che è improduttivo. Ma li leggete gli studi, le risoluzioni europee che potrebbero darci un indirizzo e una lettura obiettiva del contesto in cui viviamo? Oppure vi piacciono le favole e non volete smettere di credere ad esse? Quindi se volete continuare a torchiare i lavoratori siete liberi, ma sappiate che state sbagliando strada. Mi direte che tanto non pagano più gli straordinari e che quindi le ore extra sono vantaggiose per l’azienda, ma alla fine avrete degli zoombie e non dei lavoratori. Pagateci con i voucher, fateci lavorare in nero, ma poi non puntate il dito contro le nostre scelte di vita e di genitorialità.

Non è un tema trendy perché in Italia si preferisce mettere i problemi delle donne sotto il tappeto o darci qualche obolo per anestetizzarci.

Ogni tanto spunta qualche indagine o studio sul tema, ma siamo pronti a voltar pagina in fretta, dopo aver versato una manciata di lacrime di circostanza.

I problemi che viviamo nel mondo del lavoro non si misurano solo per numero di vertenze o denunce, ma anche per i numeri di dimissioni volontarie che silenziosamente racchiudono mesi, anni di difficoltà, discriminazioni e di soprusi. Perché i tempi della giustizia non permettono di essere ottimista e si preferisce chiudere una fase dolorosa al più presto. Paghiamo le conseguenze anche di una cultura e presenza sindacale sempre meno diffuse, radicate e forti. Quanto sembra lontana l’atmosfera dei tempi di “Sebben che siamo donne” che si univano in lega. Abbiamo delle belle buone lingue, dobbiamo semplicemente ricordarcene e farci sentire.

Non se ne parla a sufficienza perché fondamentalmente si richiede e si pratica il faidate, perché alla fine la qualità e il valore di una donna in Italia si misura ancora in numero di figli (grande disonore per le madri dei figli unici e per loro stessi) e capacità di far tutto senza lamentarsi, compreso per ciò che riguarda il lavoro. Il lavoro, metro di giudizio e di emancipazione unico. Quando in realtà noi donne siamo e possiamo essere tante espressioni diverse, realizzarci in mille modi e trovare risposte soddisfacenti nonostante quello che ci viene chiesto da questa società ferma all’800. Non riusciamo nemmeno a capire che non accadrà niente di buono finché ci faremo appiccicare ruoli e sensi di colpa.

Se c’è una cosa che manca alle donne è il respiro collettivo che dovrebbero avere le battaglie, da vivere e da agire collettivamente. Invece, spesso anche tra donne non c’è solidarietà e ci sono tanti “io ce l’ho fatta” che non parlano mai del prezzo che è costato farcela e dei pezzi che inevitabilmente si son persi per strada.

Non si parla spesso di #conciliazione e di #condivisione perché come molti mi fanno notare, poi ti ghettizi e diventi quasi ridicola nella tua lotta quotidiana. Perché noi donne siamo brave e piacevoli finché non ci lamentiamo. Poi diventiamo scomode, noiose e da marginalizzare. Se non riesci a barcamenarti e non accetti di essere schiacciata, sei un problema, sei la scheggia impazzita di un sistema che non è in grado più di reagire con forza.

Io reagisco con forza, faccio domande scomode e non mi interessa di essere additata come quella che si lamenta e basta. Perché rivendico il diritto a sottolineare che questo Paese ci ha fregate e ci ignora. Esistiamo solo come balie, fattrici e lavoratrici, meglio se sottopagate e sfruttate. Per la serie: “Stai zitta, sacrificati e accontentati.”

Lavoratrici nello Stabilimento Metallurgico Delta di Genova, Cornigliano-1937

Lavoratrici nello Stabilimento Metallurgico Delta di Genova, Cornigliano-1937

 

Non scrivo a Severgnini, preferisco uno spazio più a misura dei miei pensieri e riflessioni, come Mammeonline.net perché so che qui c’è ascolto e attenzione sincere. Grazie di cuore Debora Cingano.

I problemi non sono visibili a sufficienza perché ci hanno convinte che dobbiamo stringere i denti, che tra una o più tate, nonni, badanti per i genitori anziani, nidi, esternalizzazione del problema, orari scolastici dilatati, a suon di denaro possiamo superare le difficoltà. Siamo capaci di impegnarci se ci riducono di un quarto d’ora l’orario di uscita dalla scuola del figlio, ma quando si chiede di ampliare lo sguardo e l’ottica ce ne freghiamo e ognuna torna a pensare per sé. Il discorso del dito e della luna. Ci siamo dimenticate che fare tutto non è la priorità o non ci rende persone migliori, soprattutto non ci assicura risultati migliori. Ci siamo dimenticate di toglierci la corazza del “must” e di indossare un “might”. Ci siamo convinte che la nostra liberazione e parità passassero attraverso un giro nel tritacarne da wonderwoman. Ci siamo dimenticate che la parità prevede un cammino non solo delle donne, ma anche degli uomini, il cui impegno e ruolo deve maturare e deve cambiare. Sembra che giudizio e colpe ricadano sempre e soltanto sulle donne.

Ci ritroviamo con un welfare sbriciolato, non sappiamo più come agire compatte, perché pensiamo che sia inutile, superfluo. Perché il privato ha preso il sopravvento sulla dimensione pubblica. Perché non ci ascoltiamo. Perché l’importante è aver sistemato grossomodo la nostra esistenza. Non importa a che prezzo. Perché biasimiamo sempre le scelte altrui e mai mettiamo in discussione la cultura e gli stereotipi che ci hanno portato a dover far tutto e farlo bene, altrimenti non esistiamo. Esistiamo eccome, dentro e fuori il mondo del lavoro, nelle mille differenti scelte che compiamo. E parliamo, non abbiamo mai smesso di parlare e di studiare, suggerire strade alternative. Che non ve ne siate accorti è il sintomo di come vi rapportate alle donne in questo Paese. Con quello sguardo torvo o indifferente di chi non vuole cambiare realmente le cose, perché altrimenti si dovrebbe pensare come sostituire il welfare familiare gratuito prestato dalle donne. No, troppo complicato superare una volta per tutte la splendida abitudine di scaricare tutto sulle spalle delle donne. Badate bene, questa non è solo la mentalità maschile, ma appartiene anche alle donne, quando continuano a gestire il potere per delega o su modello maschile, contribuendo a mantenere lo status quo immutato. Siamo differenti e non vogliamo essere omologate e racchiuse in ruoli o cliché, rivendichiamo la nostra differenza, uguali diritti e rispetto in ogni ambito, qualunque sia la nostra scelta di vita. Siamo soggetti pienamente titolari di diritti, non subordinati a ruoli o funzioni familiari o materne. Sinora siamo state costrette a integrarci in un modello maschile di lavoro, con tempi e modalità che non hanno contemplato la differenza delle donne. La politica deve lavorare su una uguaglianza più piena e per la concreta autonomia delle donne, indipendentemente dai loro ruoli secolari. Dalla crisi e dai problemi non se ne esce senza donne. Dal 1974 non sembra essere cambiato molto.

1974

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E ora parliamo di contraccezione

Contraccezione

@Anarkikka

 

Oggi è la Giornata Mondiale della Contraccezione.

In Italia come va? la situazione non è rosea:

oltre al numero fuori controllo dei ginecologi obiettori (che penalizza l’applicazione della legge 194) e al ritorno agli aborti clandestini, al depotenziamento dei consultori e al Piano nazionale per la fertilità (fortemente lesivo della libertà dei diritti riproduttivi), arriva anche un’ulteriore notizia negativa.

Il 6 luglio scorso l’Aifa ha riclassificato alcuni anticoncezionali orali, facendoli passare dalla fascia A (mutuabile) a quella C (a pagamento).

Gli anticoncezionali non solo prevengono gravidanze indesiderate, ma curano anche serie patologie dell’apparato riproduttivo, come evidenziato dalla dott.ssa Marina Toschi (AGITe), proprio nel corso del Fertility day di Roma: “una corretta consulenza contraccettiva (…) può permetterci di salvaguardare l’utero e le ovaie evitando la crescita di fibromi o cisti ovariche, da ottenere con il buon uso di pillole estroprogestiniche (da Luglio 2016 tutte a pagamento, con costi tra i più alti d’Europa) o di spirali a rilascio di progestinico”.

Mentre la scienza ci aiuta creando pillole con dosaggi sempre più bassi, con riduzione degli effetti collaterali, le istituzioni non sembrano andare nella stessa direzione. Difatti inserire i contraccettivi in fascia C significa considerarli qualcosa di non strettamente necessario, denegando la tutela dei diritti sessuali che, insieme a quelli riproduttivi, devono essere salvaguardati anche alla luce delle normative nazionali ed internazionali.

Questi temi sembrano stare più a cuore a Paesi come la Germania (al primo posto per la creazione, l’implementazione e la verifica di politiche nazionali strategiche riguardanti i diritti relativi alla salute sessuale e riproduttiva, seguita da Olanda e Danimarca e Finlandia), che prevede con prescrizione medica la piena rimborsabilità degli anticoncezionali fino ai 18 anni e parziale tra i 18-19 anni.

Secondo l’Ippf (International Planned Parenthood Federation, qui) che ha valutato 16 nazioni Ue sulla contraccezione, l’Italia è al 12° posto. Tra i punti più critici la mancanza di campagne di sensibilizzazione e consulenze individuali per le scelta degli anticoncezionali, così come una scarsa conoscenza, anche tra gli addetti ai lavori, dei diversi metodi disponibili.

Insomma la contraccezione non è ancora una priorità della nostra politica nazionale.

Ne è riprova lo svuotamento delle funzioni originarie dei consultori che invece (ai sensi dell’art. 2 della 194/78) dovrebbero procedere a “La somministrazione su prescrizione medica, nelle strutture sanitarie e nei consultori, dei mezzi necessari per conseguire le finalità liberamente scelte in ordine alla procreazione responsabile è consentita anche ai minori.”.

Nella stessa direzione va la disapplicazione dell’art. 4 della Legge 29 luglio 1975 n. 405, in base al quale i consultori dovrebbero farsi carico de “L’onere delle prescrizioni di prescrizioni di prodotti farmaceutici va a carico dell’ente o del servizio cui compete l’assistenza sanitaria. Le altre prestazioni previste dal servizio istituito con la presente legge sono gratuite per tutti i cittadini italiani e per gli stranieri residenti o che soggiornino, anche temporaneamente, su territorio italiano.”.

Lo smantellamento della legge del 1975 sui consultori ha reso di fatto impossibile sia prevenzione che diagnosi precoci diffuse, così come un’informazione costante sulla salute sessuale e riproduttiva delle donne, nonché degli uomini.

Sollecitiamo il Ministero della Salute ad un’adeguata attenzione e programmazione per ciò che concerne la salute sessuale e riproduttiva, per garantire, ampliare e migliorare i servizi, evitando tagli di spesa indiscriminati, lesivi della salute di quella parte della popolazione che più necessita di tutele ad hoc, per condizione economica, sociale e culturale.

Chiediamo al suddetto ministero di tornare ad investire e a uniformare la situazione regione per regione, al fine di assicurare un ricambio generazionale di medici e operatori al loro interno, rendere pubblici i monitoraggi sui consultori ed evidenziare carenze ed eventuali situazioni in cui è necessario intervenire.

I servizi integrati territoriali (consultori, medici di medicina generale) non sono un optional ma servizi fondamentali. Occorre intervenire per poterli rendere accessibili a tutt*, al fine di salvaguardare la loro salute, sempre nel rispetto della libertà di scelta di ciascun*.

Auspichiamo che tali servizi lavorino insieme a scuole, farmacie e associazioni locali per diffondere conoscenza sui diritti sessuali e riproduttivi, avviare iniziative per intercettare i bisogni degli adolescenti, fornire la giusta informazione e assistenza alle donne migranti.

Solo così sarà possibile contrastare l’infertilità, le malattie sessualmente trasmissibili, le patologie, le gravidanze precoci e indesiderate e nel contempo incrementare una consapevolezza del proprio corpo e dell’importanza di controlli periodici per proteggere la propria salute riproduttiva e non solo.

Domandiamo al Ministero della Salute campagne nazionali sulla salute improntate ad un’analisi realistica della situazione attuale e basate sull’importanza di una “cura” adeguata e universale per la tutela dei diritti riproduttivi e sessuali, che allo stato attuale risultano alquanto negati.

 

Le donne di Obiettiamo la Sanzione

 

Questo comunicato sull’Espresso sul blog di Stefania Anarkikka Spanò:

http://anarkikka.blogautore.espresso.repubblica.it/2016/09/26/e-ora-parliamo-di-contraccezione/

 

Link di approfondimento:

http://www.gazzettaufficiale.it/…/originario;jsessionid=0lK…

http://www.federfarmavicenza.it/…/6015-circolare-n-153-2016…

http://www.repubblica.it/…/contraccezione_italia_indietro-…/

http://www.salute.gov.it/i…/C_17_normativa_1545_allegato.pdf

http://old.cgil.it/news/Default.aspx?ID=3506

 

 

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Conciliazione: approcci all’italiana

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L’Europa, lo abbiamo visto nella recente risoluzione del Parlamento, parla di conciliazione in termini di tempo sufficiente da dedicare allo sviluppo personale, quindi dei tempi di lavoro che lo consentano. L’Europa parla di conciliazione come una serie di misure modulari che coprano e si adattino alle esigenze di ciascuno e alle varie fasi della vita.
Conciliazione come concetto e problema ampio. Lotta alle discriminazioni, alle disparità, alla povertà, alla precarietà. Conciliazione in Europa significa condivisione delle responsabilità dei compiti di cura e domestici. Quindi politiche che coinvolgano uomini e donne.
Non c’è un discorso che privilegi una fascia d’età o di reddito, l’approccio deve ricomprendere tutti, “La conciliazione tra vita professionale, privata e familiare deve essere garantita quale diritto fondamentale di tutti”.

Creare dei privilegi definendo chi usufruisce delle misure e chi no, denota uno sguardo chiuso. Le risorse sono poche, ma se guardiamo attentamente, non possiamo continuare con bonus destinati solo alle madri, voucher baby sitter o nidi che non servono e non sono realistici con i costi reali di questi servizi, sconti fiscali per prodotti per la prima infanzia.

Dobbiamo puntare a misure che incentivino la partecipazione delle donne al lavoro, che le aiutino a entrare, restare, rientrare, che incentivino la condivisione, altrimenti lo stereotipo della donna che ha il carico totale dei compiti di cura non si allevierà. La conciliazione non è solo “questione da donne”, per questo dobbiamo parlare anche di condivisione.

Dobbiamo pensare che i compiti di “care” sono molteplici e non necessariamente legati a un figlio. Se facciamo politiche di conciliazione con la sola ottica dell’incremento delle nascite siamo fritti. L’approccio l’ha indicato l’UE, benessere, qualità della vita, approccio modulare per tutte le fasi della vita, abbattimento delle discriminazioni per chi si prende i congedi, sostegno alle madri single, attenzione ai compiti di cura per familiari anziani o malati, contrasto alle discriminazioni per persone LGBTI, lavorare per retribuzioni paritarie, rendere le donne indipendenti economicamente. Tutto questo fa bene al PIL, alle aziende e all’andamento demografico. Ma prima di tutto c’è l’attenzione al giusto equilibrio vita-lavoro.

Il problema della conciliazione non lo si può far coincidere con la prima infanzia, come se una volta superati i 6 anni la strada sia in discesa e non ci fossero più ostacoli. Quando si parla di cicli di vita significa ragionare su politiche che coprano l’intero arco dell’esistenza, in cui i compiti di cura variano.

 

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​La #conciliazione non è un lusso di pochi. La #conciliazione è un diritto fondamentale di tutti.

 

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Italia 2016. Tra fertility day, prestigio della maternità, fertilità bene comune e altre ciliegine “risolte” tutte in “un semplice errore di comunicazione”, “correggeremo la campagna”, va in scena la solita rappresentazione. Per fortuna c’è chi fa notare che l’impianto ideologico alla base del piano nazionale per la fertilità è anacronistico e lesivo per tanti motivi e per tante persone (qui e qui). Sta di fatto che anziché accogliere i suggerimenti, cogliere dalle critiche un approccio diverso e avviare un percorso multidisciplinare, si preferisce far finta di niente. Poi forse si metterà una toppa.

Ci sarebbe bisogno di interventi organici e strutturali, di ristrutturare un welfare sulla base delle esigenze attuali, assicurando a tutt* un buon work-life balance, che non è “quella roba lì da donne”, ma riguarda l’intera comunità.

A quanto pare per l’Unione Europea la parità di genere è una questione centrale e nonostante i suoi limitati poteri di intervento negli ambiti delle politiche del lavoro e sociali, per sussidiarietà ancora in gran parte di competenza degli Stati membri, periodicamente si adopera per poter sollecitare affinché si ragioni e si intervenga per cambiare lo status quo.

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Le istituzioni al fianco di una scuola in prima linea contro la violenza di genere

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Il gruppo Chi colpisce una donna, colpisce tutte noi, al riguardo della drammatica vicenda di Melito Porto Salvo, indirizza una lettera aperta a Lucia Annibali, di recente designata consigliera giuridica del ministro per le pari Opportunità Maria Elena Boschi.
Gentilissima Lucia Annibali,
conosciamo il suo impegno e sensibilità per le donne vittime di violenza. Con la sua testimonianza ci ha reso evidente quanto importante sia non sottovalutare mai alcuni segnali, quali non lasciarsi sopraffare dalla violenza, trovare una via d’uscita da quello che sembra amore e invece è purtroppo un nodo che si stringe sempre più e che va fermato prima che ti annienti completamente.
Le scriviamo perché gli ultimi dettagli e sviluppi del caso di Melito di Porto Salvo ci offrono un quadro più chiaro di quali siano stati gli elementi che hanno portato alla denuncia delle violenze subite dalla ragazza. Da un articolo veniamo a conoscenza del fatto che sia stata un’insegnante a rendersi conto del disagio della ragazza, che traspariva dai suoi temi, segnalandolo ai Carabinieri. Da questo primo atto fondamentale, partito proprio dalla scuola, sono state avviate le indagini sfociate negli arresti disposti dalla Procura di Reggio Calabria. Risulta evidente, conseguentemente, il ruolo centrale ed essenziale di questa docente e dell’istituzione scolastica, che sono riuscite a cogliere il bisogno d’aiuto dell’adolescente e hanno agito d’intesa con le forze dell’ordine.
È proprio da qui che, a nostro avviso, occorre ripartire per costruire un futuro diverso, per dare una prospettiva e modelli diversi alle future generazioni. Per lavorare in quella collettività, a partire da dove si formano le/i future/i cittadine/i. La ragazza di Melito va sostenuta fino in fondo, perché non resti sola anche quando, spenti i riflettori mediatici, dovrà affrontare i vari gradi di giudizio ma, soprattutto, rapportarsi alla propria comunità. Una comunità che vorremmo fosse aiutata ad esserle di supporto. Al contempo occorre intervenire in quel contesto in cui sono accadute le violenze, perché tutti facciano a fondo la propria parte.
Siamo al fianco delle donne di Melito che da tempo chiedono uno sportello antiviolenza, siamo al fianco delle donne calabresi che resistono e lottano affinché nella loro Regione si sostenga e si attui pienamente la legge antiviolenza del 2007. Queste donne devono essere ascoltate e va assicurata loro la possibilità concreta di portare avanti il loro prezioso lavoro per e con le donne. Perché il contrasto alla violenza sia efficace occorre che si mettano in atto sinergie e interventi a 360°.
Per colmare il vuoto che inevitabilmente questa vicenda lascerà, per aiutare a metabolizzare l’accaduto, soprattutto bambini e ragazzi, a cui occorre più che mai insegnare che la cultura dello stupro viene respinta dallo Stato. A Melito di Porto Salvo, come nel resto dell’Italia. Per questo Le chiediamo di farsi promotrice di un incontro presso le scuole di questa cittadina, per parlare con dirigenti ed insegnanti, per lavorare ad una progettualità sistematica sul tema del contrasto e della prevenzione della violenza, nelle sue varie sfaccettature. Potrebbe essere un’ottima occasione per innescare una consapevolezza nuova e una elaborazione che altrimenti potrebbe arrivare a tempo scaduto. L’auspicio è che da questa interlocuzione con le istituzioni scolastiche locali nasca una progettualità feconda, che lavori nel tempo per attuare quel cambiamento culturale, interrompendo il ciclo che alimenta la violenza. Si potrebbero utilizzare i bandi europei a riguardo, stanziare fondi ad hoc su progetti specifici, finanziare borse di studio per i ragazzi, sostenendoli nel prosieguo del loro percorso scolastico.
Siamo ben consapevoli di quanto importante sia l’istruzione come chiave per uscire da situazioni di disagio e di emarginazione, come valvola di riscatto sociale. Tutte queste leve aiutano a ricucire quel tessuto comunitario che altrimenti rischia di restare compromesso e di non mutare. Sappiamo invece quanto necessario sia il cambiamento, la maturazione, l’elaborazione. A Melito come in tutto il Paese, perché abbiamo conoscenza che certi episodi sono purtroppo frequenti in tutta la penisola, come dimostrano i recenti casi di violenze sessuali perpetrate da adolescenti.
Confidiamo nella sua sensibilità e nell’attenzione che ha dimostrato nei confronti degli interventi educativi nelle scuole, a cui si è Lei stessa dedicata.
Siamo certe che non lascerà cadere nel vuoto questo nostro appello, La sentiamo vicina alle donne.
Con stima,
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Mettere fine alla cultura dello stupro e della violenza. Quali azioni?

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Le mie riflessioni per un contrasto efficace alla violenza contro le donne, che richiede un intervento a 360° e la sinergia di più parti.

Qui di seguito un estratto.

Non basta dire che non deve più succedere. Perché poi si rimuove e nulla cambia, nulla cambia nella cultura del possesso e machista patriarcale. Il dominio maschile resta indiscusso, giustificato e queste violenze alla fine sembrano sempre colpa delle donne, che incrinano gli equilibri e i ruoli precostituiti. Chi per omertà, chi per indifferenza, coprono con connivenza questi orrori.

La violenza è compiuta da uomini normali, imbevuti però di una cultura che li assolve dalla violenza, abituati a compierla per sostenere un’idea di una virilità malata e distorta.

Secoli, secoli di questa mentalità son difficili da sradicare, per questo non si può e non si deve fare affidamento sull’educazione familiare, ma su un’educazione al rispetto che sia scevra da questo bagaglio, fardello pesante di cultura della violenza e dello stupro.
In fondo, certe reazioni dei compaesani ricalcano la stessa matrice che copre le organizzazioni mafiose e criminali, la mentalità va sradicata fornendo modelli alternativi, anziché tramandare questi abomini. I modelli devono cambiare e ci devono al contempo essere gli strumenti concreti per sostenere questo cambiamento, oltre le parole.

Dobbiamo percorrere insieme una strada nuova, finalmente fuori dagli stereotipi, dalle discriminazioni, dalla violenza in ogni forma. Le istituzioni non possono permettersi di mancare in questo percorso.

A Melito come in tutta Italia, donne e uomini della società civile e istituzioni devono essere presenti, compatti, uniti e farsi sentire sui territori, stando al fianco delle vittime per assicurare loro solidarietà e aiuti concreti, giustizia celere, cultura del rispetto e della legalità per uscire dalla nebbia fitta fatta di omertà e indifferenza.

Per dare la speranza e la prospettiva di un futuro diverso. Tutto questo deve diventare una prassi consolidata e deve essere applicata in ogni caso di violenza.

Quando si spegneranno i riflettori, si dovrà essere ancora più vicini alla ragazza, perché la speranza di giustizia si trasformi in certezza, affinché non accada più una violenza simile. La parte della comunità solidale con la ragazza deve avere le stesse certezze, che ciò che è accaduto non sia accaduto invano. Perché ci vorrà tanta forza e coraggio per costruire quel futuro.

 

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Ministra Lorenzin, ci ascolti!

Avrà anche avuto le proprie ragioni la Ministra Lorenzin, non presentandosi alla Festa dell’Unità di Milano lo scorso 2 settembre, come evidenziato dal suo portavoce. Di contro, però, noi riteniamo che chi, come lei, ricopre un così importante ruolo istituzionale, debba assumersi sempre le conseguenti responsabilità, affrontando, ad esempio, i cittadini e le cittadine quando tira una forte aria di contestazione.
Se l’avesse fatto l’altro giorno, ci saremmo volentieri confrontate con lei sui problemi che riguardano le nostre esistenze e le nostre scelte. L’occasione era quella giusta, perché il tema del confronto pubblico con la ministra era “Curare bene, curare tutti”.
Le avremmo spiegato quanto tutto il progetto sulla fertilità ci sembri proprio irricevibile e perché come donne ci siamo sentite umiliate nella nostra dignità. Le avremmo rappresentato come le difficoltà di una effettiva applicazione della 194 si configuri come una manifestazione concreta proprio di una lesione dei nostri diritti riproduttivi.

#FertilityDay

Invece ci siamo trovate al cospetto del sottosegretario De Filippo, che ha sposato, sul Fertility Day, la linea della Ministra Lorenzin, condividendo con lei la valutazione di non aver sbagliato tutto l’impianto del Piano, ma solo la campagna di comunicazione!

Ci ha rinfrancato, nel dibattito, la netta presa di posizione della senatrice Emilia De Biasi, quando l’abbiamo sentita ribadire come dietro la campagna e il Piano ci siano un’idea e un progetto ben precisi e irricevibili. Ancora di più l’abbiamo apprezzata nel sentirla parlare della condizione delle donne in Italia, toccando il tema della conciliazione tra lavoro e famiglia, della legge 194 da applicare, dei consultori da potenziare e della Legge 40 da riformulare, poiché noi di #ObiettiamoLaSanzione proprio quei temi volevamo rappresentare alla ministra Lorenzin.

Per questo siamo intervenute alla Festa dell’Unità illustrando e distribuendo il seguente comunicato:

“In Italia abbiamo un problema serio circa l’applicazione della Legge 194.
Forse non tutta l’opinione pubblica è al corrente del fatto che, citando solo l’ultimo caso balzato alla cronaca, a Trapani nell’ospedale di riferimento per tutta la provincia non è presente in pianta organica nessun ginecologo non obiettore. Al momento il servizio è coperto da un ginecologo di Castelvetrano che si reca a Trapani una volta alla settimana.
Le due pronunce definitive del Comitato europeo dei diritti sociali, quella del 2014 e quella del 2016, attestano “palesi responsabilità delle istituzioni pubbliche italiane nella lesione dell’effettivo esercizio del diritto alla protezione della salute”, e il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa“attende con interesse la segnalazione al Comitato dei diritti sociali nel 2017”.

Come attiviste di Obiettiamo La Sanzione dubitiamo della tesi della Ministra Lorenzin per cui “gli eventuali problemi di accesso ai servizi di interruzione volontaria di gravidanza sono dovuti a criticità organizzative locali e non al numero degli obiettori di coscienza”.
Ad esempio in Lombardia la percentuale dei ginecologi obiettori è del 69,4%. In 7 ospedali lo è la totalità (Calcinate, Iseo, Gavardo, Oglio Po, Melzo, Broni-Stradella e Gallarate). In 12 ospedali la percentuale di obiezione è tra l’80% e il 99% (per esempio Fatebenefratelli e Niguarda di Milano) e solo in 8 strutture è inferiore al 50%.
C’è un notevole ricorso a medici “gettonisti”, esterni chiamati a sopperire alla mancanza interna di non obiettori. Il costo nel 2014 è stato di 255.556 euro. A causa di questa mancanza anche i tempi di attesa si allungano: la Lombardia è sedicesima per i tempi di attesa tra la certificazione e la data dell’intervento. Questo anche perché solo il 65% delle strutture che hanno un reparto di ginecologia e ostetricia effettua Ivg. Una sorta di percorso ad ostacoli quindi. Sempre nella nostra regione nel 2014 le Ivg sono calate del 5,2%, ma meno di quello di altre 15 regioni. Aumentano le gravidanze sotto i 18 anni, negli ultimi 5 anni +31%.

Dall’indagine sull’obiezione di coscienza condotta dal gruppo regionale del Pd emergono alcuni elementi su cui riflettere. Nel 2013 il 41,4%, (per un totale di 6.913) delle Ivg sono state effettuate da donne straniere, le italiane sono state 9.765. Al contrario di quanto avvenuto in altre regioni, la Lombardia non ha aderito al progetto promosso e finanziato dal ministero della Salute sulla prevenzione dell’aborto tra le donne straniere tramite la diffusione di buone pratiche (formazione degli operatori, potenziamento dell’organizzazione dei servizi per favorire l’accessibilità, promozione di una capillare informazione nelle comunità immigrate).

Siamo indietro anche nell’utilizzo del metodo farmacologico (RU486). La Lombardia è al quindicesimo posto rispetto alle altre regioni, è ferma al 4,5% nel 2014. La spiegazione in parte è data dal fatto che 30 strutture delle 62 che effettuano interruzioni di gravidanza non utilizzano la RU486; inoltre passa troppo tempo tra la certificazione e l’effettiva esecuzione dell’ivg e questo fa scadere i termini temporali (49 giorni) entro i quali è possibile utilizzare il metodo farmacologico. A questo si aggiunge che, per la RU486, viene applicata in maniera ferrea l’indicazione nazionale dei tre giorni di ricovero, a differenza dell’Ivg chirurgica che è eseguita in day hospital”. I consultori sono un altro punto dolente del sistema sanitario lombardo.
Insomma, emerge una fotografia non certo all’insegna dell’efficienza, della tutela della salute psico-fisica della donne, della garanzia dei diritti delle donne in termini di salute sessuale e riproduttiva.

Siamo certe della copertura adeguata? E, ulteriore domanda, siamo davvero sicure che il sistema di monitoraggio, di cui tanto parla la ministra Lorenzin, risponda alla realtà, al di là dei dati disaggregati adoperati dal Ministero? Valutiamo la richiesta di IVG, ovvero quante donne richiedono IVG e quante trovano risposta alla loro richiesta. Il numero di IVG nelle strutture autorizzate diminuisce, ma andrebbe approfondito il fenomeno degli aborti clandestini per comprendere se non ci sono falle nel sistema.
Per quanto riguarda la quantificazione degli aborti clandestini nel Paese, l’Istituto Superiore di Sanità effettua le stime utilizzando lo stesso modello matematico applicato nel passato, pur tenendo conto dei suoi limiti. La Laiga ribadisce che il fenomeno va attentamente studiato trovando degli indicatori adeguati e non si può velocemente chiudere l’argomento con un fantomatico e fantastico studio ipotetico matematico.

Se la 194 non viene applicata o abbiamo dei servizi non garantiti siamo noi donne a subirne le conseguenze, una violenza sulla pelle e nei corpi che reputiamo intollerabile in un Paese civile. Tornano le ombre della clandestinità, dei farmaci abortivi venduti su internet: non più ferri da calza, mammane, ma pillole antiulcera che vengono assunte in dosi massicce. Sapete cosa comporta tutto questo? Emorragie interne e rischio per la vita.”
Il gruppo #ObiettiamoLaSanzione

 

Qui il video del nostro intervento.

Qui il post sul blog di Anarkikka su L’Espresso.

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Piano nazionale per la fertilità: il Governo ne corregga gli obiettivi

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Lettera Aperta al Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana

Il rilevante clamore mediatico, sviluppatosi in merito alla campagna promozionale del Fertility day, ci ha consentito di visionare il correlato Piano nazionale per la fertilità predisposto dal Ministero della salute.
Ci siamo trovate di fronte ad un documento d’intenti, avente la finalità di “collocare la Fertilità al centro delle politiche sanitarie ed educative del nostro Paese”. Al fine di raggiungere questo obiettivo si propone di rileggerla “come un bisogno essenziale non solo della coppia ma dell’intera società promuovendo un rinnovamento culturale in tema di procreazione”.
Solo che ad esaminare attentamente l’intero Piano nazionale per la fertilità constatiamo che si mandano al macero quelli che sono state e continuano ad essere passaggi fondamentali in tema di libertà delle scelte riproduttive.
Non siamo contrarie a che si affronti il problema dell’infertilità dal punto di vista sanitario, ma collegarlo alla necessità di contrastare il fenomeno della denatalità in Italia è più che forzato. Premesso che le politiche sanitarie pubbliche non sono titolate ad entrare nel merito di questioni riguardanti la sfera privata di ogni cittadin*, ci domandiamo il motivo per il quale la campagna ministeriale, finalizzata alla prevenzione “perché l’infertilità è una questione di Salute Pubblica” (B. Lorenzin), vada ad esprimere giudizi di valore, quali quello che la maternità sia un Prestigio. Di qui a considerare non “prestigiosa” la donna che non avverte il bisogno di procreare o che non può farlo il passo è breve, configurandosi in tal modo una palese discriminazione e una violenza inaccettabile.
Non si tratta unicamente di uno scivolone sul versante “comunicazione”, come se avessimo frainteso gli obiettivi. Dalla lettura del Piano appare evidente che a monte c’è un’idea, un progetto che ha un indirizzo e un’impostazione pericolose per uno Stato laico, che non dovrebbe indicare ai propri cittadini se, quando e come diventare genitori. Ci appare evidente allora di trovarci di fronte ad una delle tante scelte ideologiche connotanti il Piano nazionale per la fertilità, come d’altronde tale è anche quella di non valutare la stretta correlazione tra denatalità e insufficienti politiche a sostegno del lavoro e della sua conciliazione con i bisogni famigliari. Difatti leggere nel documento in questione che “non si può considerare il fattore economico l’unico elemento determinante nel rinvio di una gravidanza” evidenzia un giudizio che non compete a chi formuli un piano a carattere sanitario. Ad avallare siffatta impostazione ideale si corre il rischio che si passi celermente ad indicare autoritativamente le condotte personali, a considerare i corpi e i gameti come beni di proprietà dello Stato, a subordinarvi le scelte riproduttive personali, con una palese violazione delle libertà individuali.
Come donne siamo ben consapevoli che un conto sia chiedere allo Stato di fornirci gli strumenti essenziali a soddisfare i nostri bisogni di specifici servizi sanitari, quali provvedimenti per una doverosa applicazione della 194 e una nuova e più che necessaria legge non discriminatoria sulla fecondazione assistita, dopo che la legge 40 è stata svuotata da innumerevoli sentenze. Altro è invece sminuire per meri calcoli ideologici il diritto di optare per una gravidanza o meno in base alle nostre esigenze di vita. Saremo noi a sceglierla quando considereremo in piena coscienza che sia arrivato il momento giusto. Soprattutto in un Paese come il nostro dove la maternità diventa un elemento di precarietà economica.
Auspichiamo che si lavori in un’ottica di prevenzione, diagnosi precoce e cura delle patologie dell’apparato riproduttivo, che possono portare a problemi di infertilità. Al Ministero della Salute chiediamo di occuparsi quindi di infertilità maschile e femminile. Veicoliamo consapevolezza, non ruoli e destini predeterminati.
Questo dovrebbe essere l’obiettivo primo di uno Stato che rispetta i suoi cittadini e le sue cittadine e che, con il giusto grado di empatia, gli permette di sviluppare appieno e liberamente i propri desideri e progetti di vita.
L’art. 3 della nostra Costituzione recita:
“E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”
Prendersi cura della propria salute sessuale, conoscere il proprio corpo è una cosa, farlo per fini riproduttivi e dare figli alla patria è altro. Non riconduciamo tutto a un destino biologico. Perché ci potrebbero essere desideri diversi che vanno rispettati.
Per questo occorre avere un approccio laico a questi temi, perché la laicità deve essere nel DNA di uno Stato che vuole trasmettere i giusti messaggi.
A questo Governo, che sin dai suoi albori si definì come quello con la più alta rappresentanza femminile della storia della Repubblica italiana, chiediamo, quindi, una formulazione nuova del Piano nazionale per la fertilità, finalmente libera da impostazioni ideologiche fuorvianti, facendone salva la parte frutto di contributi meramente tecnico-scientifici.
La denatalità si argina con politiche pubbliche multidisciplinari congrue ed efficaci, non con tesi valoriali come quella di ritenere la maternità un prestigio.
Questa volta la clessidra tanto criticata della campagna promozionale del Fertility day la terremo in mano noi, per verificare quanto tempo necessiti a questo Consiglio dei Ministri per capovolgere le linee guida dell’attuale Piano per la fertilità.
Ricordando ai titolari dei dicasteri interessati alle questioni correlate alla scarsa natalità nel Paese, che noi donne sono anni che chiediamo politiche per garantire l’autodeterminazione e la possibilità di avere i figli che vogliamo” (Linda Laura Sabbadini).
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