Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Dominanza e violenza

© Franco Matticchio

© Franco Matticchio

Cito un paragrafo di Chiara Volpato e il suo “Psicosociologia del maschilismo“.

“Il lato più tragico del maschilismo è quello che traduce gli atteggiamenti di dominanza maschile in comportamenti di oggettivazione, mercificazione, violenza, che possono arrivare all’annichilimento fisico e psichico della vittima”.

Secondo Patrizia Romito nel suo Un silenzio assordante. La violenza occultata su donne e minori, 2005, ha evidenziato i pericoli di una separazione tra le diverse forme di violenza, che invece vanno considerate insieme per poterne cogliere gli aspetti comuni e la stretta interdipendenza. Spesso un filo sottile ma innegabile lega le forme di sessismo di ultima generazione (di cui parlavo in un mio post precedente), la pornografia violenta che sfocia in prostituzione, le forme di sopraffazione, gli stupri e i femminicidi. La violenza maschile è uno strumento di oppressione e controllo e un modo per sottomettere, per ribadire la superiorità gerarchica, nei confronti di donne, minori e anche altri uomini (mascolinità subalterne). Sembrerebbe che gli uomini siano programmati per l’aggressività più delle donne. La violenza tra uomini è per lo più dettata dalla competizione, mentre quella nei confronti delle donne è principalmente di tipo domestico. La cultura paternalistica ha sancito che le donne hanno bisogno della protezione maschile, subordinata all’accettazione del ruolo di genere. Quando si sovverte questo equilibrio, la violenza prende il posto della protezione, nel tentativo di riportare in riga la donna. Marco Cavina nel suo Nozze di Sangue documenta la violenza domestica dal Medioevo al Novecento.

A proposito di violenza domestica ho trovato significativa la Power-Control-Wheel, elaborata la prima volta negli USA da un gruppo di donne maltrattate e di operatrici e ricercatrici del progetto “Duluth”, in Minnesota.

Layout 1
Tutta la storia e molti studi dimostrano come buona parte della violenza sulle donne si poggi su un’asimmetria di potere e di status (socio-economico-culturale) uomo-donna. Alcuni potrebbero sostenere che le cose sono cambiate. Ebbene, se da un lato è venuto meno il sostegno ideologico alle pratiche violente e l’accesso al lavoro ha permesso alle donne di allontanarsi dai partner violenti (cosa che non è così scontata), così come status e potere si sono ampliati, dall’altro lato si registra una sorta di backlash da parte di alcuni uomini, che cercano di invertire la rotta, non accettano di perdere il dominio sulla donna. Le violenze sulle donne che pongono fine a una relazione o che vorrebbero vivere in modo non tradizionale e rivendicano la propria indipendenza, le molestie sul lavoro, lo stalking non sono altro che manifestazioni di questa resistenza maschile.
Carrie Yodanis, in Gender Inequality, Violence Against Women, and Fear: A Cross-National Test of the Feminist Theory of Violence Against Women, 2004, rileva una correlazione tra debolezza dello status delle donne e la probabilità di incorrere in episodi di violenza. Lo studio coinvolge anche l’Italia e noi italiane siamo tra coloro che maggiormente avvertono l’insicurezza, che le porta ad autolimitarsi, a non uscire al buio, oppure pensiamo ai consigli sull’abbigliamento anti-stupro. Tutta questa paura è indotta anche da un certo modo di riportare le notizie di violenza sui media, una sorta di battage affinché le donne si sentano più insicure e si affidino alla protezione maschile, nel tentativo di evitare che la violenza le colpisca. Capite che è un circolo vizioso e i messaggi dei media tutt’altro che neutrali.
Quanto il nostro contesto culturale in qualche modo incoraggia, alimenta e legittima la violenza sulle donne? Le parole che si adoperano e le rappresentazioni delle donne oggettivate e deumanizzate che si propongono sui media dovrebbero essere oggetto di valutazioni più accurate. Ma questo è un altro capitolo, che magari affronterò più avanti.
Purtroppo l’editoria è diventata anche questo.

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Las Libres

las libres

Lo scorso 27 ottobre, ho avuto modo di ascoltare Verónica Cruz, l’energica directora dell’organizzazione umanitaria messicana Las Libres. Si occupano della difesa dei diritti umani delle donne, a tutela dell’autodeterminazione delle donne e per un aborto sicuro e legale, di assistenza legale alle donne, di lotta alla violenza contro le donne, di costruire pari opportunità uomo-donna nella vita quotidiana. Nello stato del Guanajuato e in tutto il Messico compiono un gran lavoro. L’aborto è stato depenalizzato solo a Città del Messico (con una legislazione molto simile alla nostra 194, si può abortire entro le 12 settimane), mentre nel resto del Paese (trattandosi di uno stato federale) la situazione è molto diversa e abortire è legale solo in seguito a violenza sessuale (con le conseguenze del caso). Le donne di Las Libres lottano quotidianamente per aiutare le donne fuori e dentro le carceri (l’aborto è equiparato a un omicidio e si rischia fino a 30 anni di prigione). Anche per un aborto spontaneo si rischia l’incriminazione, perché i medici spesso non credono alle donne e le segnalano alle autorità giudiziarie.
Da alcune di queste storie è stato tratto un documentario, che segue la vicenda di sei donne incarcerate (con pene tra i 25 e i 30 anni) per aver interrotto la loro gravidanza: Las Libres. La historia después de.

“Entre 2000 y 2008, 130 mujeres del Estado de Guanajuato en México, fueron denunciadas a las autoridades y algunas sentenciadas a prisión por aborto y sus delitos relacionados. Recibieron penas de entre 25 a 30 años de prisión.
Ante esta injusticia Centro Las Libres, organización civil, de defensa de los Derechos Sexuales y Reproductivos, retó a todo un sistema, arrebatándoselas al gobierno y exigiendo la garantía de sus Derechos Humanos.
Susana Dueñas, Yolanda Martínez, Ana Rosa Padrón, Ofelia Segura, Virgina Cruz y Adriana Manzanares cuentan su historia desde el momento de su aprehensión y su proceso penal hasta su liberación“.

Senza il sostegno di questa organizzazione queste donne oggi sarebbero ancora in carcere.
Il documentario verrà proiettato a Milano il prossimo 3 novembre, al PAC* alle ore 19.

Dobbiamo prendere esempio da queste donne e unire le nostre forze per difendere i nostri diritti, che non sono dati per sempre, ma vanno di generazione in generazione riaffermati e sostenuti.

Qui il Trailer.

*PAC
Padiglione d’Arte
Contemporanea
Via Palestro, 14
20122 Milano
+39 02 8844 6359

Aggiornamento del 13 novembre 2014

Qui l’intervista a Verónica Cruz, a margine della proiezione.

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Scomode

 

orecchino di perla

Mi è particolarmente piaciuto l’intervento di Barbara Bonomi Romagnoli, che all’interno di Linea notte del 23 ottobre (al 45° minuto circa qui), ha cercato di portare un po’ di luce su temi spesso scomodi e dimenticati, quali un ministero che si occupi delle pari opportunità, i fondi anti-violenza e il piano anti-violenza nazionale (chiedendo risposte precise in merito, al di là degli annunci e delle soluzioni tampone emergenziali; qui lo stato dell’arte). Il nostro compito deve essere quello di porre domande scomode. In questo periodo dove tutto è coperto da una coltre di miele e tutti sembrano adorare il premier, forse bisognerebbe essere tutti un po’ più svegli e chiedere conto dei problemi accantonati e dimenticati, ma tuttora esistenti.
Di Barbara, mi è piaciuto il suo parlare di violenza a 360°, che riguarda anche la disapplicazione della 194 e il numero di obiettori che di fatto compiono una vera e propria violenza sulle donne. Un discorso e una riflessione simile a quelli che facevo alle compagne del gruppo di donne di cui faccio parte, facendo riferimento a un articolo di Chiara Lalli sulla relazione annuale sulla 194.
Ha ragione Lalli (qui il suo articolo): “se scegli di fare il ginecologo dovresti prenderti in carico tutti i servizi e non solo quelli che ti piacciono”.
Questo vale per ogni contesto, dall’ospedale al consultorio. Altrimenti vai a fare un altro mestiere. Sì perché il consultorio pubblico dovrebbe essere il primo baluardo a difesa della 194. Parlo di Lombardia, ma il fenomeno può essere allargato. La riforma li ha trasformati da consultori familiari in centri per la famiglia. Stanno svuotando da dentro i consultori, riducendo personale e risorse. L’obiettivo finale di Regione Lombardia è rendere le cose difficili per scoraggiare gli utenti e rendere i servizi inutilizzabili, non adeguati. Un modo per agevolarne la chiusura in futuro.
La relazione del ministero mi sembra emblematica di una deriva che fa dell’approssimazione dei dati e delle informazioni un sistema per evitare di dover dare conto di una disapplicazione di fatto di una legge dello stato. Non viene fornito un servizio. Se non si compie un’analisi critica e non si legge tra le righe della relazione, l’idea è che tutto sommato il numero di non obiettori sia sufficiente a garantire il servizio. Ma quel 64% delle strutture pubbliche dice esattamente il contrario.
Dobbiamo chiedere che il personale sia idoneo a garantire un’accoglienza e un servizio degni. Di scribacchini di ricette rosse non abbiamo bisogno. Di farci fare la morale dal personale sanitario nemmeno. Altrimenti, se non ti senti portato, se non ce la fai proprio, cambi lavoro, smetti si avere relazioni con gli esseri umani e fai un lavoro di catena di montaggio. Nessuno ti costringe a fare un lavoro, che implica un uso appropriato delle parole, per cui non ti senti portato. Come in altri settori, c’è la fila fuori e noi ci guadagneremmo in salute. Penso che queste siano forme di violenza legalizzate. Quando il personale sanitario e la psicologa si permettono di dire che il mio dolore non esiste, oppure è sopportabile, è normale, per esempio per costringermi ad allattare naturalmente, stanno commettendo violenza. Perché io avevo una mastite e il mio dolore e la mia sofferenza c’erano. Fin qui uno dei tanti episodi personali che potrei raccontare. Quando un ginecologo si permette di etichettare come una poco di buono (davanti agli altri utenti dell’ambulatorio) una quattordicenne (apostrofando in malo modo anche i genitori della ragazza) che è andata in consultorio per chiedere di iniziare a usare un contraccettivo ormonale, commette violenza. Immaginate questo atteggiamento che risultati ha: le ragazze lasceranno perdere (con tutte le conseguenze di una mancata contraccezione) o si rivolgeranno al web. Non sarebbe meglio accogliere, spiegare, capire i motivi della richiesta e aiutare queste ragazze? Il Consultorio in Piazza mi ha permesso di raccogliere un sacco di storie. Il bello è che per molti e per molte donne, va bene così, il medico non può accogliere, ascoltare, approfondire, aiutare, deve semplicemente e asetticamente emettere diagnosi e anche qualche giudizio morale se lo ritiene.. Siamo immersi in una brodaglia ideologica, moralizzatrice, confessionale pericolosissima. Una donna con cui ho parlato mi ha detto che non rientra nelle competenze del medico essere empatico e stabilire relazioni umane. Il medico deve proteggersi da eventuali denunce. Quindi si può anche permettere di usare violenza verbale per non incorrere in eventuali problemi legali. Bene, anzi male. Non vi dico la professione di costei, è meglio. Questo tipo di persone vanno in giro a pontificare, ma sono altamente pericolose. Altro particolare che mi fa infuriare. Se io ho i soldi, pago un medico privato che senza problemi mi ascolta, mi consiglia, mi aiuta. Se non ho soldi e magari non ho una famiglia alle spalle che mi spiega come avere una sessualità consapevole, mi devo rivolgere alle strutture pubbliche e incrociare le dita, sperando di incontrare il medico giusto, che sappia ascoltarmi e che sappia consigliarmi (senza usare epiteti o minacce) e che non mi mandi via. Dev’essere sempre una questione di denaro?
L’inversione culturale, necessaria per bloccare la deriva, implica che una parte di società sappia uscire allo scoperto e far emergere questi disastri. Altrimenti saremo tutt* complici.

 

Non dobbiamo ignorare cosa accade attorno a noi. Dobbiamo essere al corrente di cosa è stato fatto nel nostro paese per la parità.

Ecco qualche immagine dalla marcia dei No194 e della contromanifestazione in difesa della 194 (qui e qui).

 

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Doing gender

doing gender

 

Simone De Beauvoir sosteneva che “donna non si nasce, si diventa”.
Ho trovato molto interessanti le argomentazioni di Chiara Volpato sul tema (in “Psicosociologia del maschilismo”) e vorrei condividerle. Secondo la storica francese Michelle Perrot questo processo si può applicare specularmente all’uomo: “la virilità non è più naturale della femminilità”. Diventare donna o uomo significa cercare di assomigliare ai modelli che la propria cultura attribuisce all’uno o all’altro genere. Candace West e Don Zimmerman, due sociologi statunitensi, nel 1987 coniarono l’espressione doing gender, per indicare che la formazione di un’identità di genere è un percorso, un processo che attraversa l’intera esistenza. La mascolinizzazione è un processo che inizia da piccoli e si compone nel rapporto con i pari e poi lo si completa da adulti. Ma a quanto pare i maschi sono chiamati ad affrontare molti più ostacoli delle femmine. Devono eliminare da sé, fisicamente e mentalmente, l’influenza “effeminante” della madre e delle donne, devono acquisire modi bruschi, atteggiamenti che certifichino il loro essere maschi DOC. I bambini devono affrontare il distacco dalla figura materna per costruire la propria identità maschile, mentre per le bambine la femminilità è rafforzata dall’identificazione con la madre. Margaret Mead, nel 1949, sottolineava come nei ragazzi sia più forte la preoccupazione di non diventare mai “veri uomini”. Sin da piccoli i maschi sono chiamati a compiere un processo di autodifferenziazione, mentre alle femmine viene richiesta una semplice accettazione di sé (non semplice, ma che di solito è raggiungibile). Viene poi richiamata una sorta di ricerca da parte dell’uomo di raggiungere il medesimo “trionfo”, la sensazione di successo che prova la donna con il parto (su cui nutro qualche dubbio, ma evidentemente gli uomini la vedono così). Ecco che i vari riti di iniziazione, le prove e la solidarietà maschile servono proprio alla certificazione di essere veri uomini. Secondo l’antropologo David Gilmore (Manhood in the Making: Cultural Concepts of Masculinity, 1990) la femminilità si presenta come “condizione biologica che può essere culturalmente perfezionata”. Per Gilmore esiste una “tendenza, presente nella maggior parte delle culture, a polarizzare i ruoli sessuali, enfatizzando le potenzialità biologiche e definendo la correttezza dei comportamenti maschili e femminili in modi opposti e complementari”. “La virilità, è una nozione eminentemente relazionale, costruita di fronte e per gli altri uomini e contro la femminilità, in una sorta di paura del femminile e innanzitutto di se stessi” (Pierre Bourdieu La domination masculine, 1998). L’ipotesi che la dominanza maschile nasconda un complesso di inferiorità rispetto alla potenza generatrice della donna, la ritroviamo in Luciano Ballabio (Virilità. Essere maschi tra le certezze di ieri e gli interrogativi di oggi, 1991): “la paura di somigliare a una donna, che è alla base della tradizionale socializzazione maschile, sarebbe espressione di una inconfessata e inconfessabile invidia del potere femminile”. Per cui il maschilismo sarebbe un’autodifesa virile dalla paura della femminilità (da qui anche il mito della creazione della donna da una costola di Adamo). Per questo si ricorre alla competizione tra maschi, all’adozione di comportamenti iper-mascolini, si codifica l’eterosessualità come “normalità” sessuale (visione che sfocia nell’omofobia). Secoli di cultura che hanno codificato il maschio perfetto, il cui ritratto è mutato ben poco, difeso e sostenuto dagli uomini, come vessillo della superiorità maschile. Chiara Volpato nel suo “Psicosociologia del maschilismo” la chiama “stagnazione nelle prescrizioni di mascolinità”. L’adesione al modello e al principio di solidarietà omosociale (relazioni non sessuali tra membri dello stesso sesso) maschile sono necessari, indispensabili per far parte del gruppo egemone.

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L’ontologia di una coperta

bandiera rossa

Mia figlia ha un rapporto speciale con la sua copertina, che si chiama Nanna Bianca. Nanna Bianca si distingue dalle altre “nanne”: Nanna Rosa e Nanna Gialla. Nanna Bianca è la sua preferita e non si muove nulla se non c’è lei accanto. Soprattutto non si dorme senza Nanna. Nanna è la sua inseparabile cucciola, coccola, amica, la sua nannona. Insomma, ho una figlia come Linus dei Peanuts. Nanna Bianca è dotata di un’anima, una vita in sé. Il suo compito è coccolare, accarezzare e fare il solletico. Nanna è anche biricchina e fa gli scherzetti. Mia figlia ha anche un’altra amica speciale, Mucca Mu, detta anche Mucca la muccona (per differenziarla dalle altre mucche più piccole e meno importanti). Mucca è un’amica, ma è anche una cattivona, che cerca inesorabilmente di sottrarre Nanna Bianca. In tutto questo, mi chiederete dove voglio andare a parare. Sia Mucca che Nanna Bianca compiono delle azioni o hanno varie funzioni, ma quando manifestano la propria essenza, per mia figlia ci sono due verbi speciali che palesano questa condizione: muccare e nannare. In pratica, Nanna Bianca nanna quando esprime se stessa, al netto di tutte le sue molteplici manifestazioni contingenti.

Quante cose possono insegnare i bambini! Caspita!
p.s. Dovrei scrivere un bel post sul concetto di proprietà privata. E’ appurato che non è una sovrastruttura, ma è innata!!!!

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Figli e donne per la patria

1922 donna

Non voglio parlare solo di bonus bebè, ma è un buon tema dal quale partire per fare qualche riflessione.
Quel che non si comprende è che tutti i bonus hanno un costo sociale enorme, ma nascosto. Sono solo azioni pubblicitarie, che nascondono tagli da tante altre parti. Come molti hanno fatto notare, si tratta solo di operazioni di marketing, con alla base un’ideologia populista che parla alla pancia di una popolazione appiattita sugli annunci fatti al TG. Le donne italiane assuefatte ad essere etichettate come “intellettualmente limitate”, dalle stesse donne, come la Barbara della domenica pomeriggio, alla fine ci credono e se ne convincono. Non siamo questo, ma è quel che resta nell’immaginario.
Ci si mette anche la Lorenzin, dispensando consigli sull’impiego del bonus…
Rispetto all’indignazione e alla mobilitazione di Se non ora quando, oggi non assistiamo a nulla di tutto ciò, tutto è silente. Si ode qualche critica, ma sempre e solo da parte di persone già fortemente coinvolte, attive. Nonostante la lenta, ma inesorabile dispersione di Snoq, ormai spentasi, non c’è stata un’analisi e un lavoro dopo, compatto, critico, concreto, vivo, legato alla realtà. Probabilmente lo abbiamo fatto, ma in piccoli gruppi, le cui voci non si sono propagate.
Non suscita indignazione nemmeno la superficialità con cui si maneggiano le pari opportunità nelle sedi governative.
Se oggi l’ennesimo bonus bebè crea consenso e ha un valore enorme nel sentire comune, dobbiamo chiederci perché. Perché tuttora si accetta tranquillamente che vengano adoperati questi mezzi, con un convinto supporto alla costruzione della famiglia del mulino bianco, con un incitamento per le donne a tornare al ruolo di massaia. Le donne come strumento sostitutivo di welfare, un welfare vivente come mamme, nonne, badanti. Le donne come contenitore della progenie. Le donne a casa perché è meglio così, per il mercato del lavoro, per i datori di lavoro, per semplificare la vita un po’ a tutti. Perché lo stato non si senta chiamato a varare politiche strutturali serie per rendere la vita delle donne “tutte” un po’ più sana e meno strumentale a qualcos’altro o a qualcuno. Chiediamoci veramente perché per molte donne diventa più conveniente stare a casa. Malpagate, precarie, sfruttate, costrette a fare lo slalom tra casa e lavoro, senza orari o diritti, zero prospettive di carriera se malauguratamente scegli di far figli, il dover vivere un quotidiano senso di colpa, doversi sempre giustificare con capo e colleghi/e per il tuo essere donna, con tutto ciò che ne consegue. Non ne parliamo se ti ammali o si ammala un familiare! Quindi, anche noi, cerchiamo di smontare i fronti contrapposti casalinghe/lavoratrici. Cerchiamo di lavorare senza barriere o pregiudizi.
Quel che mi irrita maggiormente di questo ennesimo bonus, è il solito automatismo che lega i figli ai soldi. Come se fosse una questione unicamente pecuniaria. Mi sembra sempre che ci sia una precisa volontà di ignorare cosa significa essere genitori. Non è semplicemente il piatto di pasta. Questo poteva bastare negli anni ’40-’50. Ma le prospettive di un genitore non devono fermarsi a questo. Così come occorre guardare oltre la richiesta di più asili nido. Come ho più volte scritto, non è la soluzione. Aiuta certo, ma un figlio non è un pacco da parcheggiare da qualche parte, che siano i nonni, il nido o una baby sitter.
Dovremmo allargare lo sguardo e parlare di tutte le donne, qualunque sia la loro scelta di vita.
Perché non parliamo di tempi flessibili per le donne?
Perché non parliamo di pari trattamento, per dire no alle discriminazioni sul lavoro, no alle dimissioni in bianco e tanto altro.. Se vogliamo veramente aiutare le donne.
La precarizzazione dei contratti di lavoro, incentivata dalle ultime riforme, penalizza fortemente le donne.
Qualcuno dei legislatori ha mai provato a cambiare lavoro continuamente? Località, mansione, tipologia? Ha mai fatto la “trottola”, con un figlio piccolo e nessun aiuto, o con un familiare malato, con servizi sociali semi-inesistenti? La stabilità lavorativa aiuta anche a gestire più serenamente le difficoltà familiari quotidiane. Per non parlare poi del clima familiare.
Intanto iniziamo a fissare parità di salario uomo-donna. Perché noi donne non siamo necessariamente tutte incubatrici dei futuri figli della patria. Il resto vien da sé.. Ognuna avrebbe modo di scegliere in base alle sue esigenze e non sarebbe vincolata a una norma ad hoc, il bonus, subordinata a una scelta precisa, la maternità.
Questi sono aspetti molto concreti, ma su cui spesso ci si divide e ci si schiera. Quando sarebbe preferibile stare unite. Questa tendenza a legiferare per il particolare e non per l’universale, crea automaticamente delle discriminazioni. La legge targettizzata è un fondamentale mezzo di propaganda, utile a raccogliere consensi, ma che crea grossi problemi e trattamenti privilegiati assurdi. Si sprecano risorse importanti, ma solo per riuscire a mantenere il consenso e il potere. Non ci sono progetti a lungo termine, perché quel che importa è il risultato oggi.
Ma allora perché sembra che alla maggior parte delle persone vada bene questo tipo di soluzione parziale delle questioni?
Non a tutti sta bene così, ci si interroga, ma sembra unicamente un parlare a vuoto. Perché?
Questa difficoltà di incidere nella realtà e di unirci per un cambiamento radicale, merita una riflessione.
Elena, rispondendo a un post che avevo pubblicato su Facebook, mi ha dato lo spunto per farlo.
C’è da registrare una profonda divisione, distanza tra i luoghi del femminismo, come anche del mondo ambientalista, rispetto ai luoghi decisionali reali o della vita quotidiana. I rischi sono di compiere analisi di analisi, che servono solo a un circolo chiuso. Il distacco non è un dato odierno, ma credo congenito. Consideriamo la libertà e l’emancipazione delle donne. Per molte sono sufficienti queste semplici enunciazioni, tradotte in un qualche diritto socio-politico sbriciolato e pronto all’uso. Mordi e fuggi, divori e poi passi ad altro, alla successiva urgenza, al successivo bisogno. Assente è la consapevolezza di come si arriva a quel diritto o libertà, che comporta una consapevolezza di sé e una presa di coscienza che certi punti di arrivo presuppongono una assunzione di responsabilità in prima persona. Quindi come colmare il buco? Come trovare un linguaggio che includa anche altri ambiti, se vogliamo meno elitari e chiusi, come costruire nuovi luoghi reali di azione? Ahimè è un vero arcano. Innanzitutto è un problema legato allo stare in gruppo, alle sue dinamiche e al naturale istinto verticistico, gerarchico, laddove ci sono forti resistenze a lasciare spazi ad altri/e. Aprire la finestra e ricambiare l’aria è molto complicato. Implica una messa in discussione del proprio ruolo, per molt* è difficile mettersi a disposizione, rinunciando alla propria figura. I personalismi sono una brutta piaga. Di solito sono le stesse persone affette da queste manie egocentriche ad accusare gli altri appartenenti al gruppo di scarsa democrazia interna. Il passaggio verso la realtà è pieno di ostacoli. Non è detto che aprendo spazi di azione nel proprio quotidiano/territorio si ottengano risultati apprezzabili, si rischia di rimanere comunque confinati a relazioni asfittiche e autoreferenziali. Qualche giorno fa annotavo la prassi “dell’armiamoci e parti”, che in un gruppo è devastante, perché viene meno il “fare insieme”. “Coagulare l’impegno” (uso l’espressione di Elena), per raggiungere obiettivi concreti, è veramente difficile, perché ognuno tira l’acqua al proprio mulino, oppure ti risponde che non ha tempo ed energie. Alla fine ognuno pensa a sé. Tutto finisce quando trovi il tuo posticino al sole e vieni assorbito dal flusso consueto, ordinario.
I miei tentativi di allargare, approfondire il confronto, progettare sono spesso fallimentari o mi lasciano un po’ di sconforto, ma non per questo mollo. Ma è anche e soprattutto una questione di autorevolezza, o meglio di “corsie referenziali” privilegiate. Nessuno ti ascolta seriamente se non hai un titolo, una posizione sociale e professionale dalla quale parlare. Per questo credo che i discorsi restino chiusi, in cerchie elitarie autoreferenziali. Si dà la parola solo a coloro che sono già a qualche titolo nel giro di quelli che contano. Anche se parlano di aria fritta, quella viene percepita come aria di montagna, pura e alta. Se solo riuscissimo a scendere un po’ sulla terra e lasciassimo un po’ di spazio ai non “referenziati”, giusto quel tanto che basta per un ricambio d’aria? Non è solo una questione di ricambio generazionale, perché il morbo è trasversale alle generazioni. Dovremmo aprire, coinvolgere e rischiare anche qualche critica. Perché, a volte ho l’impressione che i “guru” della situazione abbiamo paura dell’allargamento per non rischiare critiche e non perdere la vista dall’alto tanto faticosamente conquistata.
Spesso il fallimento dipende dal fatto che non tutti gli attori sono realmente coinvolti al 100%. Non ci si crede realmente, spesso la partecipazione non va oltre a quello che si farebbe in un club di bridge. Ma non per questo si demorde. Si cerca di far girare le idee, di fare piccoli passi per una maturazione culturale propedeutica a un futuro cambiamento, che non può prescindere dalle variabili economiche, produttive e istituzionali. Sempre che tutto non si perda e non si dissolva strada facendo. Per questo sono cruciali le convinzioni personali, altrimenti si fa moda e suppellettili di analisi e parole. Penso che scrivere (lo so, spesso sembrano parole al vento) possa servire a far passare le idee tra le persone e tra le generazioni. Ma presuppone l’esistenza di un percorso personale, un partire da sé. Se non scatta quella scintilla, le parole ti passeranno attraverso, senza lasciare traccia. Non è una missione donchisciottesca, se ci crediamo sino in fondo. Il cambiamento nella realtà passa attraverso il cambiamento di mentalità, delle idee e della cultura, quelle che girano e non restano chiuse nei “salotti buoni” asfittici.
Dobbiamo spingere per portare il dibattito fuori, far girare le idee là fuori. Non per leggerci o parlarci tra noi. Dobbiamo osare il femminismo, viverlo e diffonderlo. Sovvertendo le regole della veicolazione del pensiero e delle pratiche. Questo significa includere nei nostri dibattiti anche fattori economici e che fanno capo al sistema capitalistico. Altrimenti è tutto inutile, se non si parla di crisi del patriarcato, delle forme classiche del capitalismo e del modello culturale occidentale.

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La donna è una bestia, né salda, né costante

Lilith nel manierismo fin de siècle del pittore inglese preraffaellita John Collier, 1892

Lilith nel manierismo fin de siècle del pittore inglese preraffaellita John Collier, 1892

Il post de Il Ricciocorno mi ha stuzzicata e allora ho cercato di approfondire un po’ la questione dei parallelismi con il mondo animale, ma nel versante femminile. Tra le strategie delegittimanti delle donne, la deumanizzazione è largamente diffusa, adoperata da tempo immemore per giustificare l’inferiorità naturale e biologica della donna. Facendo un passo in epoca greco-romana, Euripide definiva la donna “un ambiguo malanno”, che affligge l’umanità. Il poeta greco Semonide, nel suo Biasimo delle donne (un articolo qui), giambo di 118 versi, riproduce un vero e proprio bestiario per classificare le donne e la loro provenienza: scrofa, volpe, cagna, gatta, cavalla, scimmia; naturalmente tutte ugualmente perniciose per l’uomo. Si salvava unicamente il tipo di donna-ape, “industriosa e disposta a farsi rubare il miele”. Con il Cristianesimo le cose non migliorano. Il titolo di questo post è una citazione di sant’Agostino. Per Tertulliano era la “porta del diavolo”. Tanti bei modi per contenere la donna, la sua autonomia e “addomesticarla” al matrimonio. Negare la sua dignità umana e assimilarla al regno animale o a quello degli Inferi, avevano l’obiettivo di giustificare qualsiasi tipo di sottomissione della “bestiola donna”. Gli epiteti tutti di ambito animale hanno continuato a scorrere come un fiume in piena: civette, capinere, cagne, galline, gatte, falene, libellule, farfalle, tope, gazzelle, balene, tigri, oche, conigliette, mantidi, vampire, vacche ecc. C’è un interessante lavoro a cura di Bram Dijkstra, Idols of Perversity: Fantasies of Feminine Evil in Fin-de-Siecle Culture (Oxford University Press, 1986), che ci offre una lettura della produzione artistica della fine dell’Ottocento, evidenziando una misoginia che imperniava la rappresentazione della donna (qui un post sul lavoro di Dijkstra). Nello stesso periodo, c’erano antropologi che sostenevano l’infantilismo femminile derivava da un arresto dell’evoluzione a uno stadio primitivo. La “naturalità” della donna era correlata alla sua vicinanza più al mondo animale che a quello umano, il cui apice evolutivo era l’uomo. Questa animalità della donna veniva letta anche nelle sue emozioni, che erano solo di tipo primario (paura, sorpresa), mentre l’uomo era capace anche di altre emozioni, secondarie e prettamente umane, quali odio e orgoglio. Cesare Lombroso e Guglielmo Ferrero, per i quali le donne erano pari a cagne e iene, proposero di utilizzarle come cavie da laboratorio, in quanto “ottuse” al dolore. Non si spiegavano come mai le donne potessero continuare a fare figli e a partorire, nonostante i dolori patiti. Evidentemente, abbiamo un altro rapporto con il dolore, ma questo è un fattore soggettivo e soprattutto non deve essere strumentalizzato da nessuno. Gli appellativi animali non ci hanno mai davvero abbandonate. Nel 2009, Irene Lopez Rodriguez ha analizzato le metafore inglesi e spagnole per definire le donne, suddividendole tra animali da compagnia, domestici e selvaggi. Ad ognuna di queste categorie corrisponde un determinato ruolo della donna, tutti naturalmente contraddistinti dalla subordinazione. Per maggiori dettagli qui e qui. In quanto animali, diventa per gli uomini legittimo andare “a caccia”, senza regole. D’altronde, nel nostro paese i pedofili pagano solo una multa o poco più, abbiamo un ex premier che è stato largamente “assolto” per il suo “circo” di escort, lui “utilizzatore finale” dell’oggetto prostituta, come Ghedini lo definì. Tutto molto aberrante. La donna oggettivizzata, diviene mero strumento o merce. E a quanto pare, a molti, va bene così. Vi lascio con l’incipit de Il secondo sesso, di Simone de Beauvoir. incipit il secondo sesso

p.s. 20 ottobre 2014
Vi segnalo questo post pubblicato su Resistenza Femminista, che riporta l’intervento di Lydia Cacho presso la Casa Internazionale delle Donne di Roma. Un momento importante per riflettere sul tema della prostituzione, inquadrandolo nel contesto socio-economico-culturale.

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Programmatrici

maternal wall

 

Non è un articolo per “abappisti” (ovvero, programmatori Abap). Qui si parla di quanto previsto da Facebook e Apple in tema di congelamento di ovuli. La notizia gira (qui).
Non c’è nessun aspetto positivo, solo tanta ipocrisia e strumentalizzazione. Questo significa trattare le donne come se fossero oggetti programmabili.
Sul tavolo ci sono varie questioni. Prima cosa: la mia azienda perché dovrebbe intervenire nella mia vita privata e nelle mie decisioni, in pratica “consigliandomi” di congelare i miei ovuli? Viene così suggerito il fatto che io in quanto donna, essendo un problema potenziale per l’azienda, dovrei aiutare la mia azienda e non rompere i “cosiddetti”, ma abituarmi a programmare. Un figlio = progetto. Come se fosse un progetto di lavoro, sì. Inoltre, magari, dovrei scegliere insieme ai miei superiori, l’anno più idoneo a fare un figlio. Ma non guardiamo le stelle, bensì il piano di lavoro e le commesse. Già mi immagino..”Sai, quest’anno abbiamo poco lavoro, ci piacerebbe che tu mettessi in cantiere un figlio”. Ammesso poi che la crioconservazione vada a buon fine e che io possa realmente diventare madre con ovuli congelati, nonostante l’età, malattie che possono sopraggiungere, problemi vari all’utero ecc. Pessimista? No, basta essere realiste e non fare gli struzzi. La verità non si racconta, meglio che le donne restino nella loro ignoranza e con i loro sogni, vero? Poi, questo binomio donna-mamma dovete per favore rimuoverlo, è un fattore che discrimina di per sé. Quando capirete che non vogliamo che entriate nel nostro intimo e nel nostro utero, vi ringrazieremo! Lo dico anche alle super-manager che si vantano di riuscire a tenere tutto in equilibrio (tipo la “donna perfetta” di Angela Finocchiaro qui) e si accaniscono, forse più di alcuni colleghi maschi, sulle loro sottoposte (la sindrome dell’ape regina influisce molto su questo atteggiamento). Noi lavoriamo al pari degli uomini e visto che la nostra vita è scandita dal lavoro, almeno lasciateci la libertà di decidere se e quando fare figli. Dannazione, come pensate che si possa ragionare come se stessimo in una catena di montaggio o se dovessimo sfornare figli al momento giusto, generando futuri consumatori, che sono sempre utili all’economia? Questa è oggettificazione dei corpi delle donne, che vengono private di ogni possibilità di scelta e sono semplici strumenti da adoperare per scopi produttivi o ri-produttivi. Piuttosto, le aziende dovrebbero organizzarsi per offrire flessibilità a chi la chiede, per tutte le incombenze di cura a carico di una persona, che sia uomo o donna, perché la cura non è solo donna o mamma, ma può avere anche connotati maschili: per esempio un genitore o una persona cara da aiutare, da curare ce li abbiamo tutti. Organizziamo il lavoro in modo tale che sia possibile per le persone, in determinati periodi della vita, usufruire di un part-time, di flessibilità in entrata e uscita (naturalmente, compatibilmente con le mansioni). Una soluzione si può trovare, se si desidera mettere al primo posto la qualità del lavoro (non dico il benessere del lavoratore, che credo non sia proprio preso in considerazione in alcuni contesti). Un lavoratore sereno e che si sente sostenuto dall’azienda, lavorerà meglio e non si sentirà schiacciato dalle incombenze quotidiane. Questo ridurrebbe anche i carichi sullo stato sociale (ormai sempre più in affanno e soggetto a pesanti tagli), agevolerebbe la fidelizzazione del dipendente all’azienda. Ma l’azienda non deve mettere il becco anche nel mio desiderio o meno di riprodurmi. Non siamo galline in batteria, non vogliamo essere considerate prodotti “con data di scadenza” o materiale “pericoloso”. Siamo lavoratrici. Questa è l’unica cosa che vi dovrebbe importare, insieme alle nostre competenze professionali. Dobbiamo abbattere il maternal wall (qui e qui), quel muro che sbarra la strada alle donne con figli, che nel comune sentire aziendale sono percepite come meno coinvolte nel lavoro, meno competenti e meno affidabili, per via delle incombenze familiari (ancora considerate unicamente a carico delle donne).
Per tutte le donne: non fatevi ingabbiare in ruoli. Dobbiamo rivendicare il nostro diritto a una libera scelta, SEMPRE. Io non sono una incubatrice potenziale a priori. Capito!? Quando a un colloquio di lavoro non mi verrà fatta la domanda sul mio stato di famiglia, esulterò. La paternità quanto incide in un colloquio di lavoro? Piuttosto, pagateci in modo adeguato e cerchiamo di colmare il pay gap! Dobbiamo far emergere, evidenziare che qualcosa nel sistema attuale non va. Vi segnalo un articolo di Letizia Paolozzi sul tema.

Il Femminismo storico ha investito molto le relazioni private, il privato. Ma in qualche modo è rimasto indietro quando si è trattato di incidere nel mondo del lavoro, delle professioni, dell’istruzione delle future generazioni. Segnare il punto di svolta in questi ambiti, travasando le esperienze tra donne, in altri contesti, è difficile. Forse non si è state abbastanza compatte nel disvelare certe storture e compiere la rivoluzione. È come se la vita e le necessità di far parte di un contesto forgiato da uomini, avessero preso il sopravvento. La contaminazione positiva non è avvenuta, se non in rari casi. Dovremmo interrogarci su questo punto.

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Le strategie del dominante

Frida Kahlo standing next to an agave plant during a photo shoot for Vogue magazine, 1937

Frida Kahlo standing next to an agave plant during a photo shoot for Vogue magazine, 1937

Alcuni commenti su Facebook al mio post Maschilismo e mascolinità, mi hanno fatto comprendere quanto siamo ancora all’anno zero. Il fatto che ci sia stata discussione sul tema, dimostra che forse non tutto è stato risolto e che non possiamo “staresereni”. Parlare di questi temi permette di scoperchiare il pentolone, di svelare un po’ di posizioni e pregiudizi in materia. Per questo, mi sembra il caso di affrontare alcuni punti, anche se il tema assomiglia a un’agave piena di spine.

Un elemento alla base di qualunque ideologia di dominio è come controllare i dominati. In questo caso trattasi di dominate. Come legittimare e giustificare moralmente un’egemonia? Nel corso dei secoli e a seconda delle culture sono state messe a punto numerose metodologie, più o meno oppressive e palesi. Ultimamente, specie in Occidente, si preferisce adoperare forme più soft di dominio, che avvolgono il quotidiano e danno l’impressione di un contesto “naturale”. Una delle caratteristiche del sessismo è quella di impregnare ormai così tanto le relazioni quotidiane, da risultare quasi invisibile e pertanto difficile da individuare e da combattere.
Nel corso dei secoli, le donne sono state alternativamente oggetto di disprezzo e paternalismo. In passato, non siamo state oggetto di un pregiudizio invidioso, perché percepite come poco competenti e poco pericolose. Oggi, le donne in carriera e le femministe hanno ribaltato questa considerazione. Si cerca di incanalare disprezzo e invidia in nuove forme più sottili di sessismo, volte a sottovalutare la disparità di genere, dichiarandola risolta, o quasi. Si crede che le misure di contrasto alle discriminazioni siano inutili, o che addirittura rischino di creare un pregiudizio sull’uomo. Cito ancora Chiara Volpato (“Psicosociologia del maschilismo” pag. 59):

“I sessisti moderni credono, spesso in buona fede (o aggiungo io, perché non guardano oltre le proprie esperienze contingenti), di essere a favore dell’eguaglianza e non si accorgono di trattare in modo differenziato le persone sulla base dell’appartenenza di genere, con il risultato di contribuire al mantenimento della discriminazione” (ci sono molti casi nei luoghi di lavoro).

Solitamente se si nega il problema si tenderà ad attribuire l’insuccesso di una donna alla sua incompetenza, a una sua incapacità e a una sua mancanza di intraprendenza, in pratica si useranno vecchie e radicate teorie. Questo negare l’esistenza del problema consente anche di sopire le voci di protesta, per rendere le donne disunite e insicure (come ho più volte sostenuto in questo blog), col risultato di consolidare un meccanismo. Alla fine alla maggioranza delle donne converrà assicurarsi un pigmalione tutelare e omologarsi.
Il sessismo moderno adopera due opposti sistemi di atteggiamenti, entrambi però finalizzati allo stesso scopo, affermare la superiorità maschile. Così si oscilla tra sessismo ostile e sessismo benevolo. Scrive Volpato: il primo “esprime la diffidenza e l’apatia riservate ai subordinati che non si adeguano allo status quo; le donne sono percepite come avversarie, che anziché accettare il posto loro assegnato, cercano di controllare gli uomini, indebolendone la potenza e limitandone la libertà attraverso le armi della sessualità o della competizione”. Si basa sulla “naturale” inferiorità della donna e si oppone a qualsiasi richiesta di parità. Per intenderci seguono le opinioni di Mussolini in materia, recuperate anche nel dibattito politico più recente. Questo spiega una parte delle argomentazioni dei commentatori su Facebook. Ma veniamo al secondo tipo. “Riconosce alle donne una serie di qualità positive, arrivando a definirle creature preziose, da proteggere, da adorare e adulare perché bravissime a far tutto ciò che gli uomini non desiderano fare”. Questo sessismo bon ton è socialmente più accettabile e aiuta a sopire le concrete istanze paritarie di molte donne. “Combina dominio e affetto”, in modo tale da aggiogare meglio le donne e convincerle che il “nemico”, ammesso che di nemico si tratti, non è l’uomo ma sono le stesse donne che si comportano in modo opportunistico e “sfruttano” l’uomo “indifeso” (con l’arma della seduzione). Questo è presente anche in un commento che mi hanno fatto.

Mi hanno anche detto che il mio è uno “spreco” di tempo e che la “mia rigidità travalica la ragione”. La rigidità sta nell’affermare una cosa palese e reale. In pratica, sono una pazza femminista, brutta, cattiva e irrazionale, a cavallo di una scopa.
Mi hanno scritto:

“Credo che le donne, più che essere liberate dal giogo maschilista, abbiano bisogno di essere liberate dall’ottusita’ imperante nel cervello di molte di loro e me pare che questa cosa non l’hai chiara per niente. Vai nelle Chiese e sono frequentate a stragrande maggioranza da donne che poi lavorano negli ospedali e, esattamente come molti colleghi maschi, in alcune zone impediscono l’applicazione della legge sull’interruzione di gravidanza; Berlusconi ha governato per decenni con l’appoggio entusiastico di un elettorato composto in maggioranza da donne. Sei libera di pensarla come vuoi e non ho alcuna pretesa di avere ragione ma la mia sensazione è che siano molte le cose che non hai capito”.

Quindi il problema viene rigettato e buttato in campo femminile, ben lontano dalle sue origini e cause. Come ti giro la frittata! Bello vero? Adoro poi quando qualcuno mi dice paternalisticamente che non ho capito nulla. Chissà perché, guarda caso, è un’argomentazione che usa anche mio padre. Un caso?? Continuo a non capire, il fatto che, particolarmente in Italia, ci siano dei problemi palesi quali divario salariale, ruoli istituzionali e di potere economico in cui le donne sono minoranza oppure sotto “tutela maschile” a cosa è dovuto? A una pura casualità? A una questione di tipo biologico? E se come è stato detto, la “colpa” sta in gran parte dal lato delle donne “opportuniste”, che adoperano ogni mezzo per far carriera, da cosa può dipendere? Da regole e da leggi invisibili ideate dalle donne stesse o dall’educazione? Lo chiedo agli uomini che mi dicono che ho una visione faziosa. Ma davvero pensiamo che il nemico o meglio il problema non ci sia? E poi qui non ho mai parlato di nemico, ma di problemi di parità di genere.
Ringrazio del riferimento a Berlusconi, perché cade a fagiolo come esempio di un “mirabile” uso congiunto di sessismo ostile e benevolo: il primo prende di mira le donne che sfidano il potere maschile in modo più o meno palese e che non cedono alle sue lusinghe, mentre il secondo è rivolto alle donne che accettano i ruoli convenzionali (mogli, madri, oggetti romantici). Da un’indagine condotta da Peter Glick e Susan Fiske, è emerso che le donne, quanto più sono immerse in un contesto sessista (benevolo), tanto più sono disposte ad accettarlo, in quanto grazie ai vantaggi secondari che porta con sé, si presenta come un caldo e amorevole rifugio, al riparo dell’ostilità diffusa. Ognuna cerca di trovare soluzioni, accettando o meno la subalternità, ma anche in questo esistono vari gradi. Betty Friedan nella Mistica della femminilità, parlava di ” comodo campo di concentramento”, riferendosi a tutta una serie di modelli, convenzioni, privilegi, restrizioni che inglobano la vita delle donne in una bolla sicura, ma soffocante. Cito ancora Volpato:

“La forza delle ideologie legittimanti, come il sessismo, sta nella capacità di convincere i membri dei gruppi dominati ad accettare volontariamente l’ineguaglianza invece che agire contro di essa”.

Alcune donne scelgono invece di trovare soluzioni individuali per migliorare la loro qualità della vita e spesso dall’alto di posizioni privilegiate, prendono le distanze dalle altre, nei cui confronti hanno un atteggiamento ostile e un giudizio stereotipato: sono coloro che sono affette dalla sindrome dell’ape regina.
Non arriviamo a dire che odio gli uomini in quanto femminista, così come non si può affermare che tutti gli uomini odiano le donne (lascio Laurie Penny spiegare questo punto). Non c’è nessun nemico, solo delle cattive abitudini mentali e materiali. Parliamo dei vantaggi che l’uomo ricava dal sessismo. E continueremo a parlarne, per noi e per tutte le altre, anche se ci dicono che parliamo solo tra di noi, nella nostra nicchia di povere femministe che tuttora si ostinano a non abbracciare la sana e sicura protezione del dominio paternalistico. Chissà perché?!

Concludo con Volpato: “Come ogni pregiudizio, il sessismo si rinforza nei momenti di crisi, economica e politica”, quando la competizione diventa più accesa.

No, there’s nothing wrong with masculinity – until it’s used as a gauge for measuring and excluding people, whether they’re women or other men, or people who don’t identify as either (fonte qui).

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Ectoplasmi?

Roberto Cambi - Fantasmi urbani

Roberto Cambi – Fantasmi urbani

Questo è stato il secondo convegno sul tema della prostituzione che ho seguito nel giro di pochi mesi, indetti entrambi dal Forum permanente sulla prostituzione. In questo caso si è cercato di dare un taglio economico-sociologico, con uno spaccato sui traffici di esseri umani e le connessioni con la criminalità locale e internazionale. Sostanzialmente le premesse sono le medesime del precedente incontro. È stato sottolineato come la libertà di scelta interessi solo una percentuale esigua del fenomeno, in cui lo sfruttamento sessuale invece riguarda la maggior parte dei casi. Ivana Brunato ha affermato che non esistono buoni motivi per vendere il proprio corpo, soprattutto se alla base ci sono motivi come povertà, bisogno e degrado. Si cerca di andare oltre i luoghi comuni e gli stereotipi per parlare di prostituzione, un esempio. Sono stati invocati interventi strutturali che diano sostegno alle vittime di tratta. Ma si sa che in tempi di tagli, i risultati sono quanto mai incerti. Soprattutto, perché si parla di prostituzione solo per occasioni elettorali o in pochi altri rari casi. La Professoressa Luisa Rosti, economista dell’Università degli studi di Pavia, ha portato una interessante lezione sul rapporto tra etica ed economia, intrinsecamente legate. Rosti ha chiuso il suo intervento spiegando come non bastino le buone intenzioni per fare delle buone leggi. A buon intenditor poche parole. Qui i punti salienti della presentazione.

Luisa Leonini, sociologa dell’Università degli studi di Milano, ha esordito citando Max Weber e la sua distinzione tra etica della convinzione e etica della responsabilità. La prima richiama ciò che è giusto a livello individuale, sulla base di convinzioni personali. La seconda, che dovrebbe essere tipica della politica, ci deve spingere a ragionare sulle conseguenze del nostro agire sul domani (tipico esempio il tema dell”inquinamento). Le decisioni politiche devono avere uno sguardo sul futuro, leggendo anche cosa è stato fatto altrove. Quando si associa la parola prostituzione a quella di mestiere (il mestiere più antico del mondo) è come se se ne desse una legittimazione, una giustificazione allo sfruttamento del corpo, prodotto venduto al pari di altri. In un’epoca di capitalismo avanzato, l’elemento del consumo è dominante. L’agire è dettato dal consumo, così vendere il proprio corpo è legittimato. La mercificazione di tanti aspetti della nostra vita, rende normale che la prestazione sessuale diventi un bene vendibile e acquistabile sul mercato, consumabile, tanto da essere pienamente nel mercato e concorrere al calcolo del PIL. La cultura odierna ha prodotto la svalutazione del corpo (io aggiungerei: disgiunto dal mondo interiore e dalle emozioni) e la rivalutazione dei beni materiali (sono stati ricordati i fatti di cronaca dei Parioli). Il denaro da mezzo è diventato fine, per cui è diventato uno dei valori principali: “Il quanto corrisponde a chi sei. Non c’è forma di resistenza e diventa molto difficile resistere”. Il web ha ampliato le possibilità di incrocio tra domanda e offerta e in qualche modo è un canale di affrancamento di questo tipo di mercato. Si assiste a una normalizzazione del fenomeno anche attraverso il linguaggio: escort. In fondo tutto si basa su relazioni di potere (il denaro è potere), di diseguaglianza, di dominio, di bisogno, di necessità, di carriera. Il fenomeno è variegato ed è complicato da cogliere. Leonini richiama il modello svedese che starebbe dando buoni risultati (i clienti: Svezia 10% dei maschi adulti, Italia 30-40%). Qui, un post di Maria Rossi, che vi consiglio. Gli interventi dei consiglieri regionali lombardi Fabio Pizzul e di Stefano Carugo ve li risparmio: all’insegna del più puro buonismo e del messaggio elettorale più classico. Solita critica alla Lega che cavalca l’onda della riapertura delle case chiuse, ma nella sostanza tanta ipocrisia bipartisan. Fabrizio Maronta, giornalista di Limes, ha portato i dati di Europol, per evidenziare come l’80% dell’immigrazione irregolare sia facilitata da gruppi criminali di vari livelli. Ha illustrato le rotte dei contrabbandi di armi, stupefacenti ed esseri umani, le modalità di passaggio, i Paesi maggiormente coinvolti. Il tutto si svolge all’interno di un complicato giro di affari tra mafie locali e internazionali in Africa, Medioriente ed Europa. Il tema è poi stato sviluppato dal giornalista Alessandro de Lisi, Progetto S. Francesco, che ha spiegato i meccanismi adoperati dalla criminalità italiana. Quello che sorprende è il numero di organizzazioni che si occupano dei traffici (droga, armi e esseri umani): 27 solo in Italia. La prostituzione non frutta le cifre degli altri traffici, ma diventa un ottimo strumento di pressione politica e di controllo del territorio. I clan utilizzano una sorta di ricatto, per aumentare il consenso dei cittadini in una certa zona, spostano le prostitute da altre parti. Per non parlare della cosiddetta prostituzione borghese adoperata a fini corruttivi: di questo ne siamo fin troppo al corrente. Al termine del convegno ho avvertito un senso di smarrimento. Le storie delle donne sono state assenti. Nessuna traccia del loro passaggio, se non nella categoria nebulosa delle prostitute. Tutte nel mucchio, indistinte e indistinguibili. Tutte sotto la lente, ma alla fine senza riuscire a coglierne i particolari. Una spersonalizzazione delle donne e del fenomeno. Ma come si può capire veramente in questo modo? Diamo numeri e stiliamo classifiche: dati che rischiano di scivolare via, senza cogliere il nucleo del fenomeno. Nessun rimando alla realtà, tanto che alla fine la prostituta sembra un’entità astratta, sulle labbra di tanti, ma mai messa a fuoco. Questo approccio a mio avviso è pericoloso, perché poi lascia spazio al mito, alle costruzioni imbellettate che alcuni fanno della vita delle prostitute. Questa assenza delle voci di queste donne è un vuoto che va colmato, altrimenti parliamo su una vaga idea di cosa significhi prostituirsi, senza sapere nulla delle storie e delle vite reali. Un’altra annotazione. Le voci maschili, mi spiace dirlo, a mio parere, sembravano lontane, come se la questione non li riguardasse nel profondo. Ho avvertito l’effetto “pulpito” e nulla più. Luisa Rosti e Luisa Leonini, a mio avviso, hanno riempito di senso questo convegno e le ringrazio. Nel dibattito finale sono intervenuta perché non potevo trattenermi ulteriormente. Altro grande assente, in questo come in molti altri dibattiti sul tema, è l’uomo, l’Innominato Cliente. Possibile che l’uomo, il maschio non sia mai interpellato? Non si analizza mai la domanda, non si scandaglia mai la radice e la matrice maschile. Stiamo lì a cercare il sistema per controllare l’immigrazione, i traffici e gli sbarchi, per trovare la legge perfetta, gli strumenti per aiutare le vittime di tratta. Ma nessuno nomina mai quella cultura del dominio patriarcale che legittima l’utilizzo di quei corpi, divenuti oggetti sui quali esercitare il potere e il controllo. Nessuno è in grado di focalizzare l’attenzione sugli uomini. Come se il mercato della tratta e della prostituzione si reggesse con la sola offerta. Dove sono questi uomini? Se non li inseriamo in un discorso che vada a scandagliare i processi culturali, avremo una ricostruzione a dir poco parziale. Io desidero che si prenda atto e che si espliciti che alla radice di questo fenomeno esiste una precisa cultura che considera la donna come un oggetto sessuale da usare, ben antecedente alla cultura consumistica contemporanea. Non possiamo pretendere di risolvere le cose se non interveniamo precocemente a correggere questa mentalità. Sarà come tentare di riempire un secchio bucato. Dobbiamo educare i nostri figli a una sana, matura e corretta affettività e a delle relazioni paritarie. Non possiamo chiudere gli occhi e lasciare che gli adulti di domani si formino sulle medesime idee di dominio. Ripeto, qui c’è un problema di educazione ai sentimenti e a una sessualità equilibrata e consapevole. Rifiutarsi di parlare di certi aspetti, provoca solo danni. Introduciamo questa buona abitudine nelle scuole, rendiamo questo tipo di educazione un elemento imprescindibile e non lasciato alla buona volontà dei singoli operatori ed educatori. Rispondo a coloro che sono certa mi diranno che gli uomini con questa mentalità sono casi isolati: allora i clienti sono in buona parte fantasmi di uomini dei tempi passati? Allora i frequentatori di certi siti, come questo di cui parla il Ricciocorno, sono anche loro dei fantasmi. Crediamo ancora agli ectoplasmi? Non venite a raccontarmi che ci può essere libertà di scelta quando una delle due parti è in una situazione economica di necessità e quindi in posizione non paritaria. Questo serve solo ad aprire le porte alla legalizzazione dello sfruttamento e dell’uso del corpo delle donne. Far passare l’idea che il corpo delle donne possa essere una merce da vendere sul mercato, come un qualsiasi altro bene è distorsione, corrosione pura dell’etica, di ciò che è giusto e lecito. Ringrazio tutt* coloro che quotidianamente approfondiscono questo tema, considerando tutti gli attori, senza dimenticarsi nessun dettaglio. Il governo faccia qualcosa per sostenere i sistemi che forniscono aiuto alle vittime di tratta. ok ok2 ok3 ok4

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Maschilismo e mascolinità

René Magritte (1898-1967), Le mois des vendanges, 1959, Oil on canvas, Private collection, Paris

René Magritte (1898-1967), Le mois des vendanges, 1959, Oil on canvas, Private collection, Paris

Ho intrapreso la lettura del saggio di Chiara VolpatoPsicosociologia del maschilismo” (edizioni Laterza, 2013) e vorrei condividere con voi qualche passaggio, dei numerosi che mi hanno sollecitata.

“Nella civiltà occidentale, gli uomini hanno continuato e continuano a incarnare il canone, il prototipo, la norma. Continuano a essere gruppo dominante, che scrive la storia e detta l’ideologia. La loro supremazia, così come la subordinazione femminile, sembra rientrare nell’ordine naturale, nell’idea di un diritto suggerito dalla natura del mondo e delle cose, universale e immutabile”.

Questa dimensione naturale ha fatto sì che si dessero per scontate le sue caratteristiche vincenti, per cui fino a qualche anno fa si preferiva incentrare gli studi sul genere femminile, cercando di approfondire i motivi della subalternità, operando e indagando unicamente nella metà femminile. Come se il “difetto” o le motivazioni fossero tutte nel campo “debole”. In questo modo l’universale uomo era il prototipo che non aveva alcun bisogno di legittimarsi, perché esisteva da sempre e dettava le regole del gioco, senza di fatto incontrare ostacoli al suo dominio. Pertanto si cercava il cavillo nella donna e si rimaneva relegati in un angolo di una questione ben più ampia. Per fortuna, negli ultimi anni si stanno sviluppando i men’s studies o masculinity studies. C’è voluto tanto tempo anche perché forse c’è stata un po’ di resistenza da parte degli studiosi maschi a indagare sul proprio gruppo di appartenenza. Il sistema androcentrico ha coltivato nei secoli un modello fondato sull’identità di genere, con l’obiettivo di cancellare le somiglianze tra uomini e donne, accentuando solo le diversità (Gayle Rubin, The traffic in women). Il fatto di creare un solco considerato naturale, in quanto “biologico”, tra i sessi, ha rafforzato l’idea che fosse una condizione immutabile e l’unica in grado di mantenere un sano equilibrio. Pertanto, come sostiene Rhoda Unger (citata da Volpato), sarebbe preferibile usare il termine genere, che rimanda a comportamenti e a tratti che le culture attribuiscono a uomini e donne. Perché è stato il movimento delle donne a svelare che mascolinità e femminilità sono costruzioni storiche. La mascolinità e la femminilità possono essere comprese solo attraverso lenti di indagine specifiche. Sono strettamente legate al contesto, alla cultura di una società. Per questo si parla di studi di genere, di educazione di genere per non richiamare aspetti biologici (cosa che avverrebbe se usassimo la parola sesso) che in quanto tali sarebbero considerati come immutabili e “naturali”. Torniamo per un attimo all’infanzia. Trattandosi di modelli indotti dalla società e dal contesto storico in cui vive il bambino, il suo margine di libertà di scelta si riduce. Ecco l’importanza di una guida fluida e di strumenti che permettano di formarsi una cultura non condizionata dagli stereotipi di genere. Di estrema importanza sono le letture per l’infanzia. In parallelo, vari studi sociologici, hanno portato alla conclusione che: “la grandezza e spesso anche la direzione delle differenze di genere dipendono dal contesto e i dati scientifici non corroborano le credenze diffuse sulla profonda differenza psicologica tra uomini e donne”. La presunta superiorità maschile si sostiene attraverso strategie psicologiche e sociali più o meno violente e silenti, che si adattano al contesto socio-economico e storico-politico, inserendosi nelle pratiche quotidiane. Sono rimasta positivamente colpita dall’applicazione della categoria gramsciana di egemonia alla mascolinità (pag. 6-7) elaborata da Raewyn Connel: “Una dinamica culturale che permette a un gruppo di conquistare e mantenere una posizione dominante nella vita sociale”. In pratica viene individuato un modello maschile vincente, un ideale che “nella società capitalista occidentale coincide con uomini competitivi, orientati al successo, aggressivi, cinici, anaffettivi, eterosessuali”. Seguendo il ragionamento di Connel, si può parlare di mascolinità multiple, in quanto ogni epoca storica e ogni società elabora il proprio modello vincente. Questo naturalmente porta a una subordinazione e una marginalizzazione di tutti coloro che non rientrano nei canoni del modello maschile egemone (classi sociali subalterne, omosessuali e naturalmente donne). Connel rileva anche quella sorta di complicità maschile, che permette di mantenere lo status quo e consente anche a chi non rientra nel modello egemone di godere dei benefici della superiorità maschile. In pratica si ottiene una parte del dividendo patriarcale, la propria fetta di vantaggio ottenuto dalla subordinazione delle donne”. Questo sistema non ammette che ci sia qualcuno che lo metta in discussione. Ecco perché per alcuni il femminismo, l’emancipazione e l’autonomia delle donne sono pericolose e vanno fermate in ogni modo (qui un bel post del blog Bambole&Diavole). Molto interessante l’excursus storico di Volpato sui modelli della mascolinità. Qui accenno unicamente alla genesi della frattura tra i due generi. Genesi è la parola appropriata perché è proprio la dimensione di donna genitrice a essere coinvolta. Sulla scorta degli studi dell’archeologa Marija Gimbutas (pag. 8-9), “fu la scoperta, avvenuta durante il Neolitico, del ruolo maschile nella procreazione a causare l’inizio della subordinazione femminile (oltre a una differenziazione delle tecniche agricole, nel passaggio da popoli raccoglitori ad agricoltori) e l’affermarsi del modello patriarcale. Il culto della Dea generatrice viene rapidamente sostituito da un Dio maschile (oggetto dell’indagine su cui si soffermerà la teologia femminista). Per quanto riguarda la teologia cristiana annoto questo articolo sul saggio di Selene Zorzi. “La donna stessa, del resto, è stata ritenuta durante tutta la storia della teologia non degna di rappresentare neppure l’immagine di Dio: l’uomo è fatto a immagine e somiglianza del Creatore, la donna no. E come l’uomo è sottomesso al Dio di cui è «immagine e somiglianza», così la donna deve essere sottomessa al maschio dalla cui costola è stata tratta, ancor di più perché sommamente e primariamente colpevole del peccato originale”. Finché le capacità che permettevano la prosecuzione della specie erano state percepite unicamente femminili, la donna aveva mantenuto un ruolo importante e di sostanziale parità. Il ruolo dell’uomo nella riproduzione non è da dare per scontato o semplicemente comprensibile. Considerate che tra il concepimento e la nascita intercorrono 9 mesi. Per un uomo non è immediato comprendere il nesso. Mi piace immaginare che sia stata una donna, attraverso l’abitudine data dall’esperienza e dalla percezione dei mutamenti del proprio corpo e dall’osservazione della regolarità del ciclo mestruale, a comprendere quel nesso. Ma potrebbe anche essere stato un uomo, osservando gli animali. La storia recente è stata contraddistinta da flussi e reflussi di posizioni fortemente mascoline e maschiliste alternate a fasi in cui la donna ha cercato di riappropriarsi di strumenti che le permettessero di emanciparsi: “il femminismo.. ha posto il problema della cancellazione della soggettività femminile e dell’espropriazione subita dalle donne ridotte a corpi, oggetti, merci. Il femminismo ha segnato per le donne la riappropriazione del pensiero e della parola, a lungo strumenti della loro esclusione (Cavarero e Restaino, Le filosofie femministe. Due secoli di battaglie teoriche e pratiche, 2002). C’è chi si sente “minacciato” e indebolito da queste orde di femministe selvagge e cerca di recuperare tutti gli orpelli della mascolinità perduta: la superiorità biologica del maschio, il culto della forza, l’omofobia, la centralità della competizione, l’aggressività, il successo, l’indipendenza e l’amore per l’avventura. Questa vera e propria “mistica della mascolinità” trova una sua rappresentazione nelle manifestazioni esteriori dell’apparato militare e nello sport. “L’iper- mascolinità è spesso associata a forme di violenza contro le donne ed è diffusa soprattutto tra giovani e uomini dotati di scarso potere socio-economico, una cattiva abitudine maturata nel corso dell’adolescenza” (un modo per fronteggiare paure e insicurezze dovute dal basso status). Per questo occorre intervenire precocemente e non lasciar correre certi atteggiamenti e i primi accenni di queste insane abitudini. to be continued..

p.s. 13 ottobre 2014 Vi consiglio di leggere i commenti a questo post sul mio profilo Facebook. Rendono bene la mentalità corrente. Sono la dimostrazione che abbiamo toccato un nervo scoperto.

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Ricordi? No, sono i nostri diritti!

Memories - Andrei Baciu

Memories – Andrei Baciu

“Le elaborazioni teoriche e le analisi del femminismo italiano sull’economia e sul lavoro sono eccellenti, estremamente intelligenti ed acute. Si moltiplicano, poi, i convegni e i seminari sulla crisi, le cui ripercussioni sulle donne sono particolarmente acute a causa della riduzione del welfare state e del maggior tasso di disoccupazione, di inattività e di precarietà femminile. Sarebbe importante diffondere on line gli atti prodotti e gli interventi pronunciati nel corso di questi convegni.
(..)
Quella che manca, a mio parere, è, però, l’espressione pubblica, da parte del femminismo italiano, di una posizione condivisa sui provvedimenti del governo Renzi e l’organizzazione di forme di mobilitazione e di resistenza contro il Jobs Act e, in genere, contro le politiche di austerità.
Una simile presa di posizione è possibile o non esistono punti di vista concordanti su queste questioni? Cosa possiamo fare per contrastare da femministe le politiche neoliberiste italiane ed europee?”

Maria Rossi (qui il post completo)

Provo a rispondere al bel post di Maria Rossi, che ha giustamente rilevato un’anomalia tutta italiana. La prima cosa che mi viene in mente è la scarsa propensione alla partecipazione in prima persona degli italiani. Particolare che si riflette in ogni compagine associativa, di classe, di gruppo, di collettivo ecc. Questa pigrizia fisica e mentale porta ad affidarsi a qualcuno/a altro/a che porti avanti per te le tue istanze, salvo poi lamentarti se questo non avviene. Questo morbo è presente da tempo immemore, ma c’è stato anche un periodo, una fase in cui è stato scelto come modalità operativa anche da alcune femministe.
Per quanto riguarda la produzione teorica in materia di crisi, disoccupazione, precarietà con le ripercussioni sul mondo femminile, si tratta di un lavoro importante, ma solo se viene condiviso, divulgato e reso compartecipato. Per giungere a questo dobbiamo rendere questi seminari, questi incontri, fruibili e non delle semplici vetrine per codesta o quella donna. Questi lavori restano lettera morta perché sono troppo spesso rivolti agli addetti ai lavori, oppure servono per fare curriculum. La divulgazione è un’arte delicata e complessa e non tutti ne sono capaci e non tutti sono interessati a trasmettere, a molti basta parlare per sé. Questo vale anche per le donne. Noi non siamo immuni dalle lusinghe delle passerelle dei convegni.
Ma siccome non esiste unicamente l’oratore, l’oratrice, dobbiamo considerare anche il ricevente, il pubblico. Siamo certi che il pubblico sia pronto e avvezzo ad essere interpellato? Il disinteresse è una piaga, ma è dovuto ad anni di immobilismo, di inerzia, di crisi profonda della politica, di crisi della rappresentanza, di crisi dei partiti e di una partecipazione diffusa alla politica, attraverso i corpi intermedi. Ma questo è il capitolo su come si può costruire una diffusa cultura politica e una sana affezione alla politica.
Per quanto riguarda poi la capacità di esternare pubblicamente e unitariamente il proprio dissenso al dilagare di politiche neo-liberiste da parte del femminismo italiano, azzardo un’ipotesi. Parlando di femminismi al plurale forse riesco a spiegarmi meglio. Gran parte dei movimenti delle donne hanno deliberatamente scelto una posizione esterna, facendo politica delle donne, ma concependola come una mobilitazione separata da quanto avveniva a livello della politica istituzionale, per non finire in un tritacarne ideologico e pericolosamente omologante. Questo non ha escluso che altre donne invece scegliessero una partecipazione e una militanza più istituzionalizzata. Una percentuale di queste donne ha fatto del marchio “femminismo”, un vero e proprio brand da adoperare all’occorrenza, ma senza troppa convinzione personale, tanto perché fa “spessore” e fa tanto intellettuale. Il risultato lo potete immaginare. Per chi ha un minimo di esperienza e bazzica i partiti, sa perfettamente che se vuole fare carriera interna e aspirare a fare politica nelle istituzioni deve rassegnarsi a ridimensionare la propria autonomia di pensiero e la possibilità di esternarlo. Diciamo che devi seguire la linea. Inoltre è molto difficile far sentire la propria voce e le proprie idee. C’è un sistema gerarchico, amicale, con logiche da bacino elettorale, che ingabbiano la circolazione delle idee. La varietà del prodotto della partecipazione è risicata. Le voci sono sempre quelle “autorizzate”, certificate, che vengono interpellate per tutte le stagioni e per condire ogni evento. Quindi, tranne rarissimi casi, di solito le donne fanno tappezzeria. Sì facciamo tappezzeria e se “rompi” vieni automaticamente ostracizzato. Ci sono le eccezioni, ma sono casi isolati. Quindi, riassumendo:
tra chi fa politica per carriera e non per passione
tra chi cavalca il femminismo per far carriera e per far colore nel cv
tra chi non si avvicina alla politica istituzionale
tra chi non si esprime e rimane passivo
tra chi non vuole sporcarsi le mani
tra chi non vuole rovinarsi la carriera
tra chi si occupa solo dei fatti suoi
tra chi “non mi alzo dal divano”
tra chi “tanto ho le spalle coperte”, chi me lo fa fare
tra chi “in fondo mi stanno bene Renzi & co.”
tra chi “faccio lotta per conto mio”
TUTTO RESTA FERMO.
Quindi, cosa fare? Entrare in campo e rompere gli schemi. Ci si prova, quanto meno.
Le porte in faccia sono all’ordine del giorno, ma almeno si prova a cambiare qualcosa.
Ma quel che manca è la dimensione collettiva e unitaria, che ci faccia prendere una posizione chiara e forte.
Un’ultima annotazione: dobbiamo perdere l’abitudine di guardare le cose unicamente dalla nostra ottica, dal punto di vista dei nostri interessi. Un problema è un problema anche quando non ci riguarda direttamente. Un problema va affrontato non solo nel momento in cui diventa un nostro problema. In questo senso dobbiamo approcciare tutto il tema dell’art. 18 o meglio di quel che ne resta. Non possiamo dire: “tanto non mi tange, non mi riguarda, non mi interessa”. Proprio ieri una donna che conosco mi ha detto di essere stata messa in mobilità. Indovinate il motivo..
Stesso discorso vale ogni qualvolta si viola una norma costituzionale e sono gli stessi organi istituzionali a farlo. Ci riguarda, perché sono in gioco i nostri diritti e quella cosa chiamata democrazia. A noi tocca dire BASTA!
Non ci bastano più i seminari, ma vogliamo le piazze in grado di abbracciare tutt* e parlare a tutt*.
Può servire per ricordarci e mettere a fuoco quali sono i nostri diritti. Per non farli diventare vecchi ricordi.
Grazie e Maria Rossi per il suo post.
Grazie a Giulia Siviero per questo articolo e per dare voce alle donne della realtà.
Grazie a tutte le donne che non smettono mai di interrogarsi, di approfondire, di cercare di dare risposte, di essere indipendenti, di pensare con la propria testa, di rimboccarsi le maniche, di essere magnificamente uniche!
Grazie a tutti coloro che sanno quando la misura è colma e sanno dire BASTA! Grazie Walter (non Veltroni, naturalmente).

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Perspicaci

Beatrice Lechtanski

Beatrice Lechtanski

Parto da un concetto espresso da Pierre Bourdieu (La domination masculine, 1998) e ripreso da Chiara Volpato nel suo “Psicosociologia del maschilismo” (2013):

“Una delle doti più apprezzate della psicologia femminile, l’intuizione, è collegata al secolare stato di sottomissione delle donne, dato che ha la funzione di stimolare l’attenzione e la vigilanza necessarie per prevenire i desideri maschili e anticipare eventuali disaccordi”.

Le donne devono sviluppare un sesto senso per conoscere meglio gli uomini di quanto questi abbiano bisogno di conoscere loro stessi, in quanto sono i detentori del potere sociale. Le donne devono conoscere il loro partner a fondo, prevedendone contento e scontento. Per questo sono meno propense a servirsi degli stereotipi (strumento più tipicamente maschile di lettura della realtà e delle persone), affidandosi maggiormente alle proprie percezioni dirette. La subordinazione ha pertanto affinato una caratteristica. Se riflettiamo in molti casi è proprio così, anche se non possiamo generalizzare (non è detto che tutte le donne sviluppino questa attitudine o che non si servano di stereotipi). Secoli di rapporti di coppia in cui la donna ha sempre avuto una posizione subordinata, hanno consolidato delle abilità vitali. Un’abitudine che parte da bambine e si affina col tempo. Ma non è solo un retaggio del passato, perché in molte situazioni, ancora oggi possiamo ritrovare questa “necessità”, questo istinto volto a prevenire. Questo spirito è servito e serve alle donne per difendersi, fornendogli gli strumenti per sopravvivere a una vita in una trincea permanente. Questo richiama anche un’altra attitudine femminile, specie quando si è in una condizione di sottomissione e di violenza: il voler sempre scusare il proprio oppressore, superiore, partner, padre o figura dominante. L’intuizione che può servire a prevenire eventuali reazioni violente o volte a punire e a ribadire l’ordine gerarchico, diventa un modus vivendi, un modo per sopravvivere, per arginare una situazione difficile e rimandare la decisione di troncare queste relazioni. Questo si traduce nell’aspettare il momento più propizio per fare delle richieste o anche solo per poter parlare. Una pratica quotidiana di autodifesa e di ricerca dell’equilibrio che poi sembra diventare “normale”, ma che non lo è affatto. Un dominio che tuttora molte donne sperimentano, anche nelle case “perfette” da mulino bianco.
Ma l’intuizione è anche la virtù che ci ha permesso di guardare attraverso le nostre esistenze, le nostre esperienze, i nostri desideri, scorgendo altre possibili letture della nostra vita e del senso delle cose. L’intuizione ha permeato ogni passaggio attraverso cui le donne hanno fatto esperienza e preso coscienza di sé, che ha permesso di elaborare un concetto del soggetto donna separato dal ruolo di madre, per aprire la strada alle infinite possibilità della conoscenza e dei corpi. L’intuizione ci ha permesso di riempire di nuovi sensi le nostre esistenze, i nostri corpi, i nostri rapporti, le nostre identità. L’intuizione ci ha permesso di de-costruire e costruire modelli, ruoli e schemi.

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Informiamo e informiamoci

cruci sess La notizia dei manifestanti pro-life che tornano in piazza il 25 ottobre a Milano ed episodi come quello accaduto al pronto soccorso di Voghera (qui un bell’articolo di Chiara Lalli) ci spingono a non stare tranquilli. Ignoranza e omissione di servizio sono fenomeni in pericoloso aumento. Il fatto di ignorare (in buona o cattiva fede non importa) cosa sia la “pillola del giorno dopo” denota l’approssimazione con cui si ricoprono certi ruoli e su come la sanità seleziona i suoi dipendenti. In Lombardia il monopolio di un modo, di stampo confessionale, di tutelare la salute, diventa estremamente invasivo e pericoloso. Così come la decisione di mettere un numero chiuso sulle IVG. In questo modo una legge dello stato viene di fatto aggirata, applicata male e crea delle forme di violenza legalizzata sulla pelle delle donne. Questa infermiera che si prodiga a “salvare vite”, mi ha ricordato tanto il sistema americano delle false cliniche per abortire (qui). Solo che da noi questa “libera iniziativa filantropica” degli operatori sanitari, volta a scoraggiare le donne, avviene in strutture pubbliche. Immagino che i casi di queste due ragazze non siano isolati e che già in passato la stessa infermiera avesse elargito i suoi consigli indesiderati e non previsti dal suo ruolo. Sarebbe interessante fare un’indagine anche altrove. Non importa se tale comportamento fosse dettato dalla coscienza o dalle credenze religiose dell’operatrice sanitaria. Il dialogo che ha pensato di offrire, non era richiesto e soprattutto non è giustificabile se l’effetto finale è stato quello di allontanare, scoraggiando le pazienti, e di fatto non fornire il servizio. Ci sarà un protocollo da seguire in questi casi? Oppure, è tollerabile che motivazioni personali possano incidere sull’attività clinica? Ok, siete obiettori, allora le strutture devono affiancare anche personale non obiettore, affinché sia assicurato un diritto previsto dalla 194. Tutto questo produce un aggravio di costi e una più complicata gestione del personale e dei turni? Che si voglia o no, occorre intervenire e sanare la situazione. Lo stato dovrebbe vigilare sulle percentuali di obiettori o di dipendenti come l’infermiera di Voghera. Spero che ci sia un provvedimento esemplare. Altrimenti si continuerà a fare gli struzzi e a pagare per servizi che non ci sono o che sono soggetti a valutazioni personali, del tutto aleatorie. Dobbiamo combattere portando informazione corretta, consapevolezza e conoscenza laddove si fa solo disinformazione e terrorismo psicologico. L’ignoranza è una brutta bestia (basta vedere il risultato di questa indagine)! L’idea del consultorio in piazza o del cruciverba (nella foto) hanno proprio questo scopo: far riflettere e rendere le persone consapevoli della propria sessualità e del proprio corpo. Per combattere, argomentando con contenuti solidi, le false informazioni diffuse su certi temi. L’ultima parola deve restare delle donne; la scelta di una persona non può essere violata e manipolata da nessuno!

p.s. 07/10/2014

Vi segnalo il contest Liberi di Amare, organizzato da AIED (Associazione Italiana per l’Educazione Demografica) di Roma e Cocoon Projects. Una gara di idee che coinvolge direttamente i ragazzi di tutta Italia e li invita a presentare progetti creativi e innovativi per promuovere efficacemente una sessualità consapevole e felice, basata su una cultura di prevenzione e salute.

Aggiornamento 07/10/2014

Alla fine l’infermiera ha scelto di “dimettersi volontariamente” (qui).

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L’individualismo ci tarpa le ali?

Edward Hopper, New York Interior, (ca. 1921). Whitney Museum of American Art, New York

Edward Hopper, New York Interior, (ca. 1921). Whitney Museum of American Art, New York

Provo a buttar giù qualche risposta a questo post di Femminile Plurale.
La crisi e la lotta per la sopravvivenza quotidiana ci sottraggono energie preziose che potremmo impiegare per riflettere e a focalizzarci sull’interrogazione di noi stesse, in un dialogo interiore e con le altre. Solitamente però i periodi di crisi dovrebbero veder lievitare i rapporti umani e solidali, ma forse il contesto culturale attuale non aiuta. L’incontro e la collaborazione tra donne non sono consuetudini scomparse, permangono e ancora permeano la società contemporanea. Quel che è complicato è rendere questi incontri prolifici, incisivi nella realtà, convinti, partecipati, continuativi e dei luoghi produttivi e propulsivi di cambiamento. C’è chi fa di più, chi meno, chi sa solo lamentarsi, chi lo fa solo per “socializzare” un po’ (come se fosse un circolo di burraco), chi ha voglia di esporsi e chi vuole rimanere dietro le quinte, c’è chi ci crede o lo fa semplicemente per moda, c’è chi ama fare il prezzemolino, c’è chi lo considera un passatempo come un altro, c’è chi non ha compreso che è in primis un cammino personale e interiore, c’è chi non si vuole compromettere (non mi faccio vedere con quelle.. altrimenti pensano che sia una strega e non trovo marito), c’è chi è tiepida, c’è chi ha tanti interessi e li cambia continuamente, c’è chi cavalca l’onda e lo utilizza come trampolino, c’è chi non ha tempo per leggere, figuriamoci per il resto, c’è chi annaspa nella quotidianità e non si cura d’altro, c’è chi dice che il femminismo è morto, c’è chi dice che è difficile collaborare tra donne.. in questo bel magma c’è chi continua a lavorare sodo, magari nel suo piccolo, sul territorio, con piccoli progetti, senza far rumore, cercando di seminare meglio che può. A volte si arranca, si ha l’impressione di trascinare una barca che non va da nessuna parte, nonostante le sollecitazioni. Ma non per questo si molla. L’andamento del movimento delle donne è come lo descriveva qui Eleonora Cirant. Allargare la rete di relazione tra donne è importante, anzi direi vitale, ma ultimamente sembra che ogni tentativo non sortisca gli effetti desiderati. Paestum ne è un esempio, ma non il solo. Ultimamente mi è capitato di leggere i documenti di un seminario organizzato a Milano tra la fine del 2000 e i primi mesi del 2001 “L’eredità del femminismo per una lettura del presente“, da cui trasparivano le medesime difficoltà che forse ha incontrato Paestum. Non ho partecipato a Paestum, ma mi è giunta qualche impressione. Anziché lamentarci o criticare quella o quell’altra, su quanto è piena di sé ecc. (facendo un pessimo e sterile lavoro di taglio e cucito), dobbiamo interrogare prima noi stesse e capire cosa facciamo in prima persona “per fare la differenza” e in cosa possiamo migliorare. Confrontiamoci, litighiamo, scontriamoci ma costruttivamente e facendo un po’ di sana autocritica. C’è bisogno di inclusività, di apertura e non di elitarismo. Lasciamo che le molteplici voci emergano, si facciano sentire e diano il loro contributo. Cianciamo meno (quanto meno facciamolo bene) e facciamo di più. E ogni tanto leggiamo anche qualcosa, senza bisogno di imbeccate. Ammazziamo la pigrizia e usciamo fuori dal letargo!
Penso che sia a causa di tutte le altre “distrazioni” della nostra vita, quella precarietà che ci rende difficile approcciarci a progetti a lungo termine, a scadenze che implicano tempi lunghi, a incontri periodici, a riflessioni che da noi arrivino agli altri. Un esercizio essenziale è la maturazione in noi di un’opinione che sia nostra, veramente nostra. Questo può avvenire unicamente attraverso letture, riflessioni, meditazioni. Anche il recupero di una sana abitudine a mettere per iscritto i nostri pensieri, aiuterebbe non solo noi stesse, ma il lavoro di gruppo. Far parte di un collettivo femminista o semplicemente di donne non equivale ad acquistare la tessera di iscrizione in palestra. Se non hai voglia di camminare, puoi anche dire, mi fermo questo giro, ho altre cose per la testa o non sono abbastanza convinta, ho cambiato idea, mi annoio, mi sembra roba troppo teorica.. non te l’ha prescritto il dottore e sei libera di farlo. Sì, la perdita della dimensione collettiva è un dato di fatto. Siamo nell’era dell’individualismo imperante e degli ego spropositati. Ne ho scritto varie volte e penso sia innegabile. Ma occorre lanciare il sasso oltre… là dove il terreno è brullo e inesplorato, più in là del nostro sguardo chino, che contempla solo un perimetro di una manciata di cm2 attorno ai nostri piedi, perché le prossime generazioni possano cogliere i segni del cammino intrapreso, percorso e riprenderlo. Non possiamo tornare indietro. Eh no!

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Cos’è la fantasia?

Mucca Moka di Agostino Traini - Emme Edizioni

Mucca Moka di Agostino Traini – Emme Edizioni

Mia figlia, che ha due anni e mezzo, mi ha spiazzato ancora una volta con le sue domande. Ieri mi ha chiesto cosa fosse la fantasia. Un concetto astratto è difficile da rendere, ma ci ho provato. Ho notato che mia figlia adora farmi domande complesse, che come le scatole cinesi, implicano altre domande a catena. Le ho spiegato che la fantasia è tutto ciò che ci permette di immaginare di fare e di essere cose diverse, ti permette di sognare anche quando non dormi, ti permette di inventare nuovi giochi, di cucinare deliziosi manicaretti, di volare, di guidare un aereo, di scorgere sagome buffe nelle nuvole, di saltare fino a raggiungere la luna (tra un po’ sfonderà il letto a furia di provarci 🙂 io glielo consento per compensare il mio desiderio frustrato da bambina, quando non mi permettevano di saltare sul letto) di salire sulle nuvole, di andare in mongolfiera, di essere chi vuoi tu, di fare mille cose diverse anche senza avere gli strumenti a portata di mano. Una coperta diventa la tua grotta oppure puoi giocare a fare il fantasmino. Dei cartoncini colorati ritagliati sono sufficienti a inventarsi storie sempre nuove. La fantasia ti permette di trasformare i tuoi giochi, inventandoti nuove soluzioni, modi di adoperare quello stesso gioco. Significa trovare alternative, guardare le cose da un punto di vista nuovo e diverso. La fantasia è anche sentirsi liberi. Lei è una divoralibri, divorastorie di ogni tipo. La fantasia è ad esempio immaginarsi e fingere che la lava del vulcano di Mucca Moka sia davvero bollente e faccia tanto fumo.. anche se poi la razionalità di mia figlia emerge comunque: “mamma ma non brucia davvero, è un disegno”. Ecco, la fantasia non va d’accordo con la logica e la razionalità. Ma la fantasia ti permette di proiettarti al di là del presente, del contesto, del già noto, di ciò che è scontato e precostituito per te, ti proietta nel futuro e ti aiuta a smontare gli schemi, a essere un individuo autonomo. Con il tempo diventi più concreto, più ancorato alla realtà, ma un pizzico di fantasia aiuta sempre. Sarà un caso che mi piace il surrealismo?
Concordo in pieno con quanto afferma il Ricciocorno in questo bel post.

p.s. Ringrazio Agostino Traini, l’autore di Mucca Moka: mia figlia è stata “rapita” dalle avventure di questa MUUU!

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Non Una Di Meno - Milano

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