Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Nessuno spartiacque

su 23 novembre 2014

quadro

Ieri in Consiglio di Zona 7, nell’ambito delle iniziative della Settimana rosa contro la violenza sulle donne, ho partecipato alla presentazione di alcuni dei progetti e degli sportelli che il Comune di Milano mette a disposizione a sostegno delle donne maltrattate e soggette a violenze. Un incontro organizzato dalla Commissione cultura e dalla Commissione diritti e politiche sociali di Zona 7, per informare la cittadinanza sui servizi territoriali disponibili e per fare un bilancio della situazione. Ho registrato una partecipazione a stragrande maggioranza femminile e con la fascia under 40 quasi del tutto assente. Nadia Muscialini, responsabile di Soccorso Rosa (per info: qui, qui, qui e qui), centro antiviolenza presso l’ospedale San Carlo Borromeo di Milano, ci ha fornito i dati del servizio. Nei primi nove mesi del 2014, gli accessi di donne che hanno dichiarato di essere state vittime di violenza sono stati 420, di cui 186 sono poi giunti a denuncia formale e sono approdati all’iter giudiziale. Si tratta di un percorso che non tutte scelgono, o quantomeno ci vuole un po’ di tempo prima di arrivarci. L’età delle donne si è abbassata: sono sempre più i casi di giovani tra i 13 e i 15 anni. Sorprende l’incremento di donne oltre i 60 anni, che probabilmente grazie alle campagne di informazione antiviolenza, decidono di uscire dall’ombra di una violenza domestica durata decenni. Nel 2014 c’è stata un’impennata dei casi di donne italiane, il 98% del totale (sarebbe da approfondire anche i motivi per cui le donne migranti che si rivolgono agli sportelli sono diminuite). La perdita del lavoro, le difficoltà economiche, i matrimoni interculturali le cause addotte, che creano “fantasmi nelle menti maschili che portano a compiere atti di violenza”. Poi spiegherò la mia visione. C’è una stretta collaborazione delle forze dell’ordine della Polizia municipale (attraverso un servizio di tutela di donne e minori) alle attività degli sportelli e dei servizi comunali antiviolenza. Solo in un caso una donna è stata affidata a una struttura protetta. Solitamente si cerca di allontanare il maltrattante, di assegnare la casa familiare alla donna e di affidare i figli alla madre. In questo modo si cerca di non penalizzare la donna, ci hanno spiegato. Nadia Muscialini ha anche presentato il progetto Di Pari passo nelle scuole secondarie di primo grado contro la violenza di genere, per fornire ai ragazzi gli strumenti per decodificare messaggi e stereotipi di genere. È intervenuta Benedetta Rho, operatrice del Centro di mediazione sociale del Settore Sicurezza e coesione sociale di Milano, qui i dettagli. Le funzioni di questi sportelli, sono essenzialmente volte a fornire un “ascolto di base”alle persone, cercando di individuare precocemente fenomeni di maltrattamento e di violenze domestiche celate in conflitti familiari generici. Da gennaio a fine ottobre del 2014 sono giunti 42 casi di stalking, 25 maltrattamenti, 20 maltrattamenti sospetti, 57 lesioni o minacce intrafamiliari. Quest’anno si sono registrati 6 casi di uomini violenti che si sono rivolti al servizio per avviare un percorso di “cura” del loro problema. Alcuni uomini si rendono conto di avere problemi di questo tipo e iniziano a chiedere aiuto. Potrebbe essere un buon segnale, anche se non mi hanno saputo dire i risultati di questi interventi. Si cerca di monitorare i vari casi, le vittime come i maltrattanti (la cui età oscilla tra i 30 e i 50 anni). Una volta riscontrato un maltrattamento o una violenza si rimanda alle strutture idonee per proseguire l’iter. Ci sono operatori che lavorano anche nelle carceri (Bollate, Opera e San Vittore) per seguire gli uomini condannati per reati di violenza sulle donne, in modo tale da accompagnarli in un percorso dentro e fuori dal carcere, per evitare che il reato si reiteri. Non ci sono dati nazionali sulle recidive di questi reati. Benedetta Rho ha parlato della sua esperienza e ha registrato un 2% di casi recidivanti. Il Comune di Milano ha creato una rete di servizi che seguono in modo diverso e complementare le donne vittime di violenza. Devo fare le mie considerazioni critiche. Ieri pomeriggio ci sono stati due errori di fondo, intrecciati tra loro. Il primo è stato quello di privilegiare le violenze domestiche, trattando come marginali e residuali tutte le altre forme di violenza materiale e psicologica di cui una donna può essere oggetto. Nessuno può mettere in dubbio che per numero e per incidenza la violenza tra persone unite da legami familiari o affettivi sia in netta maggioranza, e che questo tipo di violenze hanno una durata temporale considerevole (si parla di un tempo di circa 6 anni prima di giungere a una denuncia del maltrattante). Mi rendo conto che le soluzioni alle violenze domestiche sono peculiari e tarate su questo tipo di fenomeno. Ma operando un distinguo, creando uno spartiacque tra le violenze, si rischia di creare violenze di serie A e di serie B. Questo accade perché non si va alle radici comuni della violenza. In questo blog ho cercato di scandagliarle il più possibile, analizzando i fenomeni e le cause. Ieri pomeriggio si parlava di una generica cultura che alimenta la violenza, si parlava di fattori economici e di crisi quali scatenanti. Posta in questi termini la questione può assumere contorni classisti, come se fosse solo una questione di ignoranza, di povertà e di precarietà. In realtà sappiamo bene che non è così e che se parliamo unicamente in questi termini è perché vogliamo allontanare da noi i mostri. Questi mostri sono interclassisti e sono presenti anche a livelli culturali elevati. Quei mostri possono entrare nella vita di tutte le donne, indipendentemente dalla condizione sociale o economica di appartenenza. Quei mostri si insidiano tanto tra i professionisti, quanto tra gli operai, tra i disoccupati, tra i precari, tutti, nessuno può sentirsi “puro”, incontaminato. Nessuno può chiamarsi fuori. Anziché parlare di cultura in termini generici, nominiamo la cultura patriarcale, spieghiamo in cosa consiste, analizziamo le sue radici e la sua tenacia e pervasività nella nostra società. Ieri ho sentito un vuoto. Il patriarcato è un fardello troppo pesante da nominare e da includere nel dibattito. Il patriarcato assomiglia a un fantasma del passato, mai passato, una presenza purtroppo tuttora forte e viva che ingombra le nostre vite. Ecco che è importante la presenza e la testimonianza  viva di un pensiero femminista. Ieri ho cercato nel mio intervento di far emergere questi punti critici, ma non ci sono riuscita. Mi sono sentita un po’ sola. Ma non per questo demordo. Senza una analisi completa del fenomeno non si riesce a capire come mai la percezione della violenza di genere in Italia ha caratteristiche tanto preoccupanti, quali emergono dal rapporto Rosa Shocking di Ipsos (qui). Altro fattore che ieri ho sottolineato è come i fondi ministeriali antiviolenza abbiano subito una ripartizione poco uniforme (qui un approfondimento), privilegiando i progetti regionali già operativi (che comprendono anche i servizi all’interno degli ospedali o gli sportelli comunali ad hoc), a discapito degli operatori “indipendenti”, come quelli appartenenti a D.i.R.e, Donne in Rete contro la violenza, la rete nazionale dei centri antiviolenza e case delle donne. Bisogna far girare tutte le informazioni, far arrivare alla gente ogni dettaglio, far sapere come i soldi vengono distribuiti. Altrimenti viviamo in un mondo che è perfetto solo in apparenza. Non accontentiamoci, andiamo a fondo SEMPRE!

Ringrazio Valeria Luzzi e Alice Arienta, che presiedono le due commissioni di Zona 7 e che hanno organizzato questo incontro.

Aggiornamenti

Ho trovato questo articolo sui centri per recuperare gli uomini maltrattanti. Ecco, stiamo attente al rischio “che si provi a reintrodurre sottobanco l’approccio della mediazione dei conflitti per i casi di violenza contro le donne”. Insomma, vale il solito consiglio, “maneggiare con cura” ed evitare derive, strumentalizzazioni e depistaggi.

Mi ritrovo con quanto sostiene in merito, Marisa Guarneri della Casa delle donne maltrattate di Milano (LINK):

LA QUESTIONE MASCHILE
Mi sembra siamo dentro una questione maschile che si differenzia dalla posizione politica “la violenza è un problema degli uomini”. Questa posizione ribaltava simbolicamente il senso delle responsabilità: dalle vittime a cui si chiedeva conto della violenza subita, a chi la violenza la agiva . Posizione politica liberatoria e feconda che ha portato a molte riflessioni e prese di posizione interessanti (v. Maschile Plurale). Oggi mi sembra che il significato di questa posizione è mutato, porta altri significati e responsabilizza il maschile rispetto a come e perché le relazioni uomo /donna svoltino nella violenza e nelle uccisioni di donne, figli, parenti ecc. L’analisi del fenomeno, in tutte le sue caratteristiche, mi ha stufato da tempo. I risultati non cambiano le donne continuano a morire e molto male. Il maschile dilagante mi rappresenta una serie di Istituzioni – magistratura, forze dell’ordine, welfare, rapporti di vicinato ed amicali, famiglie come incapaci di affrontare la questione e quasi stupiti che le cose vadano così come vanno! La rabbia non mi lascia, anche dopo tanti anni di vicinanza con le donne che la violenza l’hanno incontrata e ci si sono scontrate duramente. Ed al lora questi cori di magistrati e politici addolorati mi parlano di complicità, copertura, mediazioni al ribasso ai danni d elle donne. Eccola la vera questione maschile : ritrarsi quando la situazione si fa difficile, non saper dare giudizi netti e fare atti coraggiosi verso chi la violenza la compie, e non la riconosce come propria, anche se appartiene alla mia parrocchia .
Marisa Guarneri 22.10.2014

— – —

STEREOTIPI VECCHI E NUOVI

Negli ambienti che si occupano di “violenza di genere” circola un nuovo stereotipo. Fare azioni a favore dei maltrattanti (uomini che hanno fatto, fanno, vorrebbero fare violenza alle donne) fa bene alle donne ed alla società. Sulla società sorvolo per il momento, ma per quanto riguarda le donne come per ogni stereotipo, la favola diventa realtà provata e crea entusiasmo.
Che bello si sente dire – specialmente dagli uomini – abbiamo trovato la risoluzione del problema violenza, ci si può occupare e riabilitare questi uomini.
Ovviamente non è vero, ma vediamo perché.
Non è solo questione di statistiche (andiamo a vedere i risultati concreti delle varie iniziative in Italia e non solo), ma di metodi che nell’ebbrezza della nuova esperienza si dimenticano di proteggere le vittime di quegli stessi uomini che seguono..
Si sfumano i confini della segretezza e dell’anonimato che sono indispensabili al percorso delle donne. Certo in buona fede…
I percorsi di lui e di lei si confondono nella collaborazione fra le diverse Equipes, e spunta, mai domata, la mediazione che riduce a conflitto la più grave delle violenze.
Ultima, ma non meno importante …che sollievo per le Istituzioni finanziare progetti che mettono al centro gli uomini e fanno delle donne una variabile dipendente e finalmente più silenziosa.
La trappola è ben orchestrata, i Centri antiviolenza si ritrovano sullo sfondo e quasi in dovere di collaborare a questi progetti.
Sembra scortese e fuori moda non partecipare a progetti, iniziative e dibattiti su questo tema. Per alcuni soggetti para-istituzionali la scelta è strumentale, per altri soggetti può essere una buona soluzione per non affrontare a partire da sé il rapporto maschilità/violenza.La vicenda di Maschile Plurale insegna. In sintesi rimettere al centro gli uomini è una risposta che può essere difensiva e questo, dico la verità, non mi interessa, ma è anche un pericolo simbolico e pratico per le donne.

Lo sguardo scivola lontano dalla relazione uomo/donna e si ferma ad analizzare la relazione uomo maltrattante/violenza. Sinceramente mi sembra lontano dal desiderio che stava nel convegno “Le parole non bastano” del 2012 promosso dalla Casa delle Donne Maltrattate di Milano e Maschile Plurale di allora. Proposta e progetto che vedeva nella relazione fra uomini e donne lo strumento per combattere la violenza contro le donne stesse e per una nuova e più vera identità maschile.

Parliamone… gli stereotipi vanno combattuti, sempre.
Marisa Guarneri  6/10/2014

Per affrontare il tema della violenza domestica, colgo lo spunto di Lea Melandri e vi propongo la lettura di questi passaggi di Antonella Picchio.

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3 responses to “Nessuno spartiacque

  1. Non sono del tutto d’accordo sugli “operatori indipendenti”. Non tutte le iniziative che nascono spontaneamente con l’intento di offrire supporto alle vittime di violenza meritano, certo la buona fede di chi si improvvisa “operatore” senza una adeguata preparazione non basta ad offrire un vero supporto e un valido contributo al problema della violenza di genere.
    Lo dico con rammarico perché recentemente sono incappata in questo sito: http://nonseisola.weebly.com/nonseisolablog/october-07th-2014 sul quale mi piacerebbe avere la tua opinione.

    Mi piace

    • simonasforza ha detto:

      Concordo con quanto sottolinei, naturalmente non ci si può improvvisare su questioni tanto delicate. Purtroppo anche la violenza è diventata una specie di business, per taluni operatori privati “autonomi” o che si sono aggiudicati appalti pubblici per gestire servizi sul territorio. Girano soldi e laddove ci sono i soldi è più facile che si annidino interessi di varia natura, non sempre in buona fede. Diventa veramente difficile districarsi in un contesto così complesso. Tutto questo non può e non deve avvenire sulla pelle delle donne. Perché le donne dovrebbero sempre trovarsi di fronte a personale che può davvero aiutarle concretamente, senza farle perdere tempo prezioso. Occorre vigilare.
      Ho dato un’occhiata al sito che mi hai segnalato. Non si capisce bene la natura, c’è di mezzo anche una parrocchia. La cosa che mi suona strana è che si dica che il primo contatto/consulto è gratuito. Poi cosa accade? Stanno vendendo un servizio? Un dubbio mi si insinua, al di là della professionalità offerta.

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