Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Allarghiamo la consapevolezza sulla violenza maschile contro le donne

Quante volte abbiamo detto che dobbiamo moltiplicare le occasioni per conoscere più da vicino ciò che ciascuna donna sperimenta nel corso della sua vita, con una frequenza elevata e pervasiva, come le statistiche continuano a registrare. Ma noi tutte lo sappiamo come si vive in questo sistema culturale e comportamentale che da secoli ci schiaccia e cerca in tutti i modi di ricondurci al nostro posto, al nostro ruolo, a ciò che un uomo prescrive come corretto e cosa buona per una donna. Il femminismo ci ha permesso di guardare in faccia tutto ciò che da secoli ci accadeva e di analizzarlo nel profondo, fino ad arrivare alle radici di questo costrutto sociale e culturale patriarcale.

Violenza maschile sulle donne, declinata in tante variabili, alcune sottili e invisibili, abilmente celate o minimizzate, anche da noi stesse donne, educate e cresciute nella medesima broda culturale, che ci fa attendere tanto troppo prima di capire cosa sta realmente accadendo e ribellarci, che ci inculca sensi di colpa e mille strategie di negazione. Sessismo, violenza sessuale, economica, stalking, pressioni dentro e fuori casa. Non siamo esagerate, non siamo paranoiche, non ingigantiamo ciò che sperimentiamo sulla nostra pelle, non siamo isteriche, non siamo misandriche, non odiamo gli uomini, non giochiamo a fare le vittime. Se troviamo un varco per riuscire finalmente a parlarne, ascoltateci, sul serio però, senza rivittimizzarci e senza minimizzare. Tutto questo, dicevamo, parte da una società, che in tutti i suoi contesti e luoghi, sia capace e intenda cambiare la sua cultura in modo radicale, a partire da come si considera una donna, iniziando a rimuovere stereotipi, pregiudizi, etichette, insomma tutta quella polvere patriarcale che si è abilmente insediata nelle nostre relazioni, nella nostra mentalità, nelle nostre aspettative. Ecco, perché credo che sia un’occasione importante quella offerta dal progetto SFERA – Sviluppo della Formazione per Reti Antiviolenza, che nasce da un accordo fra l’Università degli Studi di Milano-Bicocca (Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale) e PoliS-Lombardia, grazie ad un finanziamento della Regione Lombardia, Direzione Generale Famiglia e Pari opportunità, per la formazione di reti territoriali, volti alla prevenzione e al contrasto della violenza di genere.

Un percorso di formazione gratuita, fino a esaurimento posti, costruito per moduli, laboratori ed eventi, articolato seguendo le “4P” previste nella Convenzione di Istanbul (Prevenire la violenza; Proteggere e sostenere le vittime; Perseguire i colpevoli di violenza sessuale e domestica; Promuovere politiche integrate).

I percorsi sono rivolti agli ordini degli assistenti sociali, degli psicologi, dei giornalisti, al personale dei centri anti-violenza, al terzo settore e a chi opera nel mondo dello sport, all’associazionismo, con un interessante modulo rivolto a chi lavora nei consultori pubblici e privati, “L‘accoglienza e la presa in carico delle vittime: servizi territoriali + servizi ospedalieri”, previsto per il 19 novembre 2019, dalle 14:00 alle 18:30.

Sapere, essere consapevoli di cosa siano certi fenomeni e di quanto di frequente accadano episodi della sfera della violenza maschile contro le donne fondata sul genere e spesso occultata, come ci ha perfettamente illustrato la professoressa Patrizia Romito, ne Un silenzio assordante, è il primo passo per guardare in faccia questi atti di violenza e assolutamente non consentire più che nemmeno un singolo episodio subisca una forma di silenziamento. Parliamone, affrontiamo questo fenomeno, cogliamo ogni più piccolo segnale nei nostri ambienti quotidiani, lavorativi, relazionali, familiari. Partiamo da noi. Penso che ogni occasione, specialmente se accompagnata da professionisti e da esperti che operano quotidianamente su questi aspetti, sia utile a costruire quel terreno fertile di consapevolezza e possa costituire un importante leva per scardinare la cultura che è alla base della violenza maschile contro le donne. Una missione di cui tutti e tutte noi possiamo farcene portatrici/portatori. Qualcosa che dobbiamo raccontare (come da Il male che si deve raccontare, di Simonetta Agnello Hornby e Marina Calloni), che dobbiamo affrontare e disvelare, portarlo sempre più davanti agli occhi di chi ancora oggi nega, ridimensiona, sminuisce la sua gravità e diffusione, non ha gli strumenti per riconoscerlo sin dai suoi primi segnali. Succede, non è qualcosa lontano da noi. Prendiamo consapevolezza e allarghiamo la consapevolezza. A 360°, come una sfera.

Tutte le informazioni per le iscrizioni e le date degli incontri le potete trovare qui.

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Riconosciamoci. Uniamoci.

Yo por ellas, ellas por mí – Fonte https://www.youtube.com/watch?v=xglTGuDd1-M

 

Un bilancio-riepilogo dell’operato del fù governo giallo-verde lo ha tracciato egregiamente Giovanna Badalassi su Ladynomics.

E se il buon giorno si vede dal mattino, li abbiamo lasciati lavorare abbastanza per trarre più di una qualche fondata conclusione. Abbiamo assistito a una sorta di prova generale di cosa accadrebbe se tutto dovesse prendere il colore verde, perché il traino e l’impronta di questi 14 mesi sono stati nettamente di stampo leghista, con i 5stelle a ruota, schiacciati da una macchina politica divoratutto e da un equilibrio che alla fine ha visto ribaltare i pesi delle due parti della maggioranza. Ma non è di colori che desidero parlare. Il vero problema riguarda le donne, al di là della questione incarichi:

“A partire dalle misure economiche, da quelle effettive a quelle che abbiamo rischiato e che forse ancora rischiamo: quota 100 ha favorito soprattutto uomini, il reddito di cittadinanza è stato utilizzato soprattutto da uomini, la flat tax avrebbe scoraggiato il lavoro delle donne, l’aumento Iva colpirebbe soprattutto le donne, per non parlare della saltata chiusura domenicale dei negozi che avrebbe penalizzato soprattutto il lavoro femminile.

Per continuare con le misure sociali: il disastro del Decreto Pillon, il costante attacco ad ogni diritto delle donne, una quotidiana messa sotto accusa della figura femminile moderna ed emancipata a favore di una esaltazione della famiglia “tradizionale” che manco nell’800.

Per finire con la propaganda social esaltatoria del maschilismo più stereotipato e arcaico, con attacchi feroci a donne che esprimono le proprie opinioni. E poi ancora sessismo, tanto, troppo, a volontà, tutti i giorni, ad ogni ora, da ogni postazione, istituzionale, stradale, balneare.

Un maschilismo straniante, che, descrivendoci come streghe, cubiste o piuttosto ancelle devote, ha cercato di farci dimenticare il peso sociale ed economico delle donne in Italia.”

Sto vedendo la terza stagione di Handmaid’s tales e sinceramente avverto la stessa angoscia e preoccupazione per il nostro futuro, per il livello di smarrimento di tutti i passi e passaggi che sinora abbiamo compiuto anche se con enormi fatiche. Tutto appare talmente fragile che fa paura pensare che potrebbe dissolversi in brevissimo tempo. Al netto delle difficoltà della realizzazione concreta di una politica delle donne nella situazione contingente italiana, mi rendo conto di una cosa. Se penso alla Svezia, per esempio, nulla lì è germogliato per caso e scrittrici come Astrid Lindgren hanno gettato le basi e ispirato intere generazioni di bambine che diventate donne hanno con coraggio plasmato una società e un Paese, maturato e cresciuto, non rimasto al palo di nostalgiche formule.

Flavia Amabile su La Stampa si/ci chiede:

“dove sono le donne? Ieri in Senato, per esempio, c’era un problema enorme da risolvere enorme e nessuna traccia di donne al’origine, e nemmeno alla fine. Chiunque abbia avuto la pazienza di osservare gli interventi dei protagonisti del dramma italico si è trovato di fronte a un muro di giacche scure, cravatte altrettanto bigie, e qualche sporadica presenza femminile: tre su diciotto persone nei banchi della Lega mentre parlava Salvini, praticamente nessuna nell’inquadratura televisiva principale. Una sola nel banco governativo circondata da nove uomini.”

Questo durante l’intervento di Conte al Senato. Ma spesso è volentieri è una presenza massiccia maschile quotidiana, salvo poche, rare eccezioni, che prendono parola ogni tanto e si intravedono nei TG. Lo stesso deficit lo si può riscontrare nei discorsi, e quando c’è sembra posticcio, un tema appiccicato qua e là. Sì, dicono, alcuni leader di partito ci hanno in testa, ma chissà come mai c’è sempre un inciampo, una fase delicata, un ordine superiore che non permette di centrare il punto, d tradurre in parole e impegni seri quella parola “innominata”. Tutto vago, talmente vago che non si riesce a cogliere e a fissare nel fiume di dichiarazioni che si susseguono. Colgo le parole di un post di una mia amica e concittadina Helga Sirchia che su Facebook rompe questo silenzio pesantissimo proprio su questo aspetto, in queste ore frenetiche di consultazioni e comunicati da crisi di governo:

“Dirò allora la unica cosa , pronuncerò la unica parola che NESSUNO, in ore e ore di interventi, da un capo all’altro dell’agone .. o del circo che dir si voglia, ha non dico affrontato, ma sfiorato:

DONNA.

CHE SI TRASCINA UN ALTRO GRAVISSIMO ATTO DI OMISSIONE :

VIOLENZA SU DONNE E BAMBINI

(…) SI, Vi diamo NOTIZIA CHE

LE DONNE ESISTONO ! sono più della metà della nostra comunità … e degli elettori: )

Una ogni 3 giorni ammazzata . Stupri, ravange porn, sessismo, violenza domestica , violenza psicologica, violenza verbale , violenza assistita : vite spezzate, che sono centinaia e centinaia di casi in tutto il nostro BelPaese.

I ‘figli d’Italia’ che dietro a proclami o progetti di legge deliranti , stanno subendo il più grande genocidio in vita ..

ALLORA, perché , perché nemmeno una parola?”

 

Non possiamo continuare ad accontentarci, sbobinare le ore di interventi parlamentari per andare a scovare col lanternino quei pochi secondi e quella manciata di attenzione che chi imbastisce i discorsi ha la buona volontà di inserire. Siamo alle solite e la puzza di “interesse” lasciato marcire perché c’è qualcosa di più importante di mezzo ci ha nauseato. Ci vuole un ribaltamento, un cambio netto, a questo punto non c’è più da pazientare e da accontentarsi, eh no, nemmeno di proposte di nomi femminili che no non rappresentano affatto le donne, ma solo la cauta e rassicurante prosecuzione di un sistema patriarcale e machista. Deve essere ben chiaro che non esiste rappresentanza di valore e di qualità se non si cambia radicalmente profilo, cultura e background della rappresentanza delle donne. E la storia non si costruisce in un paio di mesi. Non provate a strumentalizzare la storia delle lotte delle donne. Femministe e dalla parte delle donne lo si dimostra sul campo, siete pregate di intraprendere il cammino. Non accetteremo opportunismi e manovre illusioniste. Non ci convocate solo quando avete bisogno del nostro voto per poi cancellarci il giorno dopo. Questa omissione, rimozione, cancellazione delle donne, dei loro diritti e di quelli dei loro figli, produce solo disastri e lo abbiamo visto ben chiaro. Nominiamo le donne e diamo loro posto centrale e prioritario nell’agenda politica del prossimo esecutivo. Dimostriamo di saper svoltare e di avere colto il vento che ovunque nel mondo parla di una marea femminista. Non dormite nelle vostre vite privilegiate, toccate e sporcatevi le mani con la realtà. Diamo voce e peso alle donne, alle loro istanze, ai loro diritti civili. L’ho scritto innumerevoli volte su questo blog e torno a farlo. Lo faremo ancora e ancora e ancora.

Pretendiamo un’attenzione sincera e seria. Non pannicelli caldi o qualche tocco di rosa. I nostri diritti acquisiti in anni di lotte sono già stati indeboliti e sono sotto attacco da tempo, troppo tempo e non siamo più disposte ad aspettare. Esistiamo e siamo il 51% del Paese, un’Italia che continua ad avere una voce prevalentemente maschile e a scansare l’unica vera opportunità di ripresa e di inversione di tendenza: LE DONNE. Svegliamoci e lavoriamo a una politica differente, a partire dalle misure che devono dare la possibilità alle donne di poter scegliere come costruire la propria vita, libere da qualsiasi imposizione, schema, pregiudizio, discriminazione e violenza.

 

Incontriamoci. Riconosciamoci. Uniamoci. Abbiamo la forza e le capacità. Il tempo è ora.

 

E la musica può dirlo molto meglio di tante altre forme di espressione. Buon ascolto.

 

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Crescere a Pornland


Grazie alla segnalazione di una amica e alla pagina “Nordic Model Now”, ho recuperato questo articolo del 2016 di Melinda Tankard Reist, scrittrice, speaker, co-fondatrice di Collective Shout, co-curatrice del saggio Big Porn Inc: Exposing the harms of the global porn industry.

Ho pensato di tornare su questi temi di cui mi ero occupata qualche anno fa (qui), cogliendo lo spunto di questo articolo e traducendolo.

Siamo in Australia, ma le evidenze possono valere anche per l’Italia, magari comparandole con il lavoro di Patrizia Romito, Daniela Paci e Lucia Beltramini.

“Accanto alla svalutazione del corpo femminile legata all’offerta di prestazioni sessuali a pagamento, i ragazzi hanno descritto un’ancora più diffusa forma di svalorizzazione della persona, ovvero l’uso sistematico dei mezzi di comunicazione di massa come veicoli di materiale pornografico, spesso materiale pornografico auto-prodotto” (pag. 73)

(…) Ragazze nude, ragazze in pose pornografiche, ammiccanti, seduttive, come se questa fosse l’unica arma a loro disposizione per ottenere la tanto sperata visibilità e l’accettazione da parte di un mondo maschile che le vuole così, merce di scambio sui telefonini o su internet.” (…) Alla richiesta del perché le ragazze siano disposte a una simile svalorizzazione del proprio corpo, maschi e femmine sono concordi nell’attribuire la colpa alle ragazze stesse e al loro incessante desiderio di essere viste, apprezzate, accettate.” (pag. 74)

Spesso c’è consapevolezza della pericolosità di simili comportamenti, ma “se qualche filmato finisce on-line, peggio per loro.”

Traspare una diffusione massiva di modelli disfunzionali “nei quali sesso, violenza, pornografia si intrecciano gli uni agli altri.” (pag. 75) Rivivono stereotipi sessuali con una sorta di “ritradizionalizzazione” dei ruoli sessuali, raccontati dai ragazzi. E preoccupa come questo materiale pornografico spesso sia il loro unico e primario modello di riferimento sessuale alle prime esperienze.

“Il materiale pornografico a disposizione di giovani e giovanissimi presenta quindi violenza, dominazione, dolore, immagini della donna come oggetto da usare, ferire e poi gettare. Ma come reagiscono i ragazzi di fronte a tutto ciò?” (pag. 77)

Ridono, si divertono a vedere film in cui le donne vengono picchiate. Tra una risata e l’altra si afferma e si consolida la cultura della violenza e dello stupro, di una sessualità maschile che tutto può e a cui tutto si deve.

Ritornando allo studio australiano…

“[Voglio] una migliore educazione riguardo al sesso per ragazzi e ragazze [e] informazioni sulla pornografia e il modo in cui influenza le pratiche sessuali dannose”.

Queste sono le parole di Lucy, 15 anni, una delle 600 giovani donne e ragazze australiane che hanno partecipato a un sondaggio commissionato da Plan Australia e Our Watch. L’indagine, condotta da Ipsos, ha raccolto le risposte delle ragazze e delle giovani donne di età compresa tra 15 e 19 anni in tutti gli stati e territori.

Nel report del sondaggio, intitolato Don’t send me that pic (Non mandarmi quella foto), i partecipanti hanno riferito che l’abuso e le molestie sessuali online erano endemiche. Oltre l’80% ha dichiarato che è inaccettabile che i fidanzati richiedano immagini di nudo.

Il bullismo e le molestie sessuali fanno parte della vita quotidiana di molte ragazze. I giovani parlano sempre più di come queste pratiche abbiano legami con la pornografia – e così dovrebbero, perché hanno molto da perdere.

La pornografia sta modellando e condizionando i comportamenti e le attitudini sessuali dei ragazzi, e le ragazze vengono lasciate senza gli strumenti per affrontare questi ragazzi saturi di pornografia.

Il mio impegno con le giovani donne negli ultimi anni nelle scuole di tutta l’Australia, conferma che stiamo conducendo un “esperimento pornografico” sui giovani – un attacco al loro sano sviluppo sessuale.

Se ci sono ancora dubbi sul fatto che il porno abbia un impatto sull’atteggiamento e sui comportamenti sessuali dei giovani, forse è il momento di ascoltare i giovani stessi. Ragazze e giovani donne descrivono ragazzi che fanno pressioni per ottenere atti ispirati al porno che consumano abitualmente. Le ragazze raccontano come da loro ci si aspetti che sopportino cose che non gli piacciono.

Alcuni vedono il sesso solo in termini di prestazioni, dove ciò che conta di più è il ragazzo che si diverte. Ho chiesto a una quindicenne della sua prima esperienza sessuale. Lei mi ha risposto: “Penso che il mio corpo sia sembrato OK, sembrava goderselo”. Molte ragazze sembrano tagliate fuori dal loro stesso senso di piacere o intimità. Che piaccia “a lui” è la cosa più importante. Le ragazze e le giovani donne sono sottoposte a molte pressioni per dare ai ragazzi e agli uomini quello che vogliono, ovvero adottare ruoli e comportamenti pornografici, essendo il loro corpo semplicemente un “ausilio” sessuale. Crescendo in un paesaggio pornizzato, le ragazze si abituano a impersonare (si percepiscono come) “stazioni di servizio” per la gratificazione e il piacere maschile.

Abbiamo chiesto: “Da cosa capisci che piaci a un ragazzo?”, una studentessa dell’8° anno ha risposto: “Vuole ancora parlarti dopo che lo hai succhiato”. Uno studente di scuola superiore ha detto a una ragazza: “Se succhi il mio cazzo ti darò un bacio”. Ci si aspetta che le ragazze forniscano atti sessuali come segni di affetto. Una quindicenne mi ha detto che non le piaceva affatto il sesso, ma che farlo rapidamente era l’unico modo affinché il suo fidanzato si calmasse e guardasse un film con lei.

Sto incontrando sempre più ragazze del 7° anno che cercano aiuto su cosa fare per le richieste di immagini di nudo. Ricevere la richiesta “mandami una foto delle tue tette” è un evento quasi quotidiano per molte. “Come posso dire “no” senza ferire i suoi sentimenti”? chiedono le ragazze.

Come riportato dal report Plan Australia/Our Watch, le ragazze sono stanche di essere sotto pressione per via delle immagini che non vogliono inviare, ma sembrano rassegnate a quanto normale sia diventata la pratica. I ragazzi usano le immagini come una forma di valuta, da scambiare e condividere e da usare per umiliare le ragazze pubblicamente.

Le ragazze del 7° anno mi fanno domande su bondage e S & M. Molti di loro hanno visto 50 Shades of Grey (che è stato pubblicato il giorno di San Valentino). Chiedono, “se vuole picchiarmi, legarmi e perseguitarmi, vuol dire che mi ama?” Le ragazze sopportano comportamenti umilianti e irrispettosi, e quindi interiorizzano i messaggi pornografici nel loro ruolo sottomesso.

Incontro ragazze che descrivono di essere tentate nel cortile della scuola, ragazze regolarmente molestate a scuola o sullo scuolabus mentre tornano a casa. Mi dicono che i ragazzi si comportano come se avessero diritto al corpo delle ragazze. I difensori del porno spesso dicono che fornisce educazione sessuale. E lo fa: insegna anche ai ragazzi molto giovani che le donne e le ragazze sono sempre disponibili, pronte. “No” significa in realtà “sì”, o “prova a convincermi”.

Le ragazze riportano alcuni fatti: di essere classificate a scuola sulla base dei loro corpi e di come a volte i ragazzi facciano paragoni con i corpi delle pornostar. Sanno che non possono competere, ma ciò non impedisce loro di pensare che debbano farlo. Le richieste di labioplastica sono triplicate in poco più di un decennio tra le giovani donne di età compresa tra i 15 ei 24 anni. Le ragazze che non si sottopongono alla ceretta “brasiliana” di ispirazione pornografica sono spesso considerate brutte o non curate (dai ragazzi così come dalle altre ragazze).

Alcune ragazze subiscono lesioni fisiche da atti sessuali di ispirazione pornografica, compreso il sesso anale. Il direttore di un centro di violenza domestica sulla Gold Coast mi ha scritto un paio di anni fa a proposito dell’aumento delle lesioni legate al porno a ragazze di 14 anni e più, da atti che includono torture:

“Negli ultimi anni abbiamo assistito a un enorme incremento di casi di stupro da parte di un partner ai danni di donne dai 14 agli 80 anni. Il più rilevante comun denominatore è il consumo di pornografia da parte del reo.

Con i sex offenders che non sono in grado di distinguere tra fantasia e realtà, pensano che le donne credenti siano “disponibili” 24 ore su 24, seguendo il mito che “no significa sì e sì significa anale”, ignari dei danni causati e senza mai considerare il consenso. Abbiamo visto un enorme aumento della privazione della libertà, lesioni fisiche, torture, droghe, riprese e condivisione di filmati senza consenso “.

L’Australian Psychological Society ritiene che i ragazzi adolescenti siano responsabili di circa il 20% degli stupri di donne adulte e tra il 30% e il 50% di tutte le violenze sessuali riferite ai bambini. Proprio la scorsa settimana, la professoressa Freda Briggs ha sostenuto che la pornografia online sta trasformando i bambini in imitatori di predatori sessuali – riproducendo su altri bambini quello che vedono nel porno.

Secondo un articolo del 2012 “The Impact of Internet Pornography on Adolescents” (L’impatto della pornografia online sugli adolescenti) ha rilevato come il consumo di pornografia su Internet fosse legato ai cambiamenti attitudinali, compresa l’accettazione della dominanza maschile e della sottomissione femminile come paradigma sessuale primario, con le donne viste come “giocattoli sessuali desiderosi per soddisfare i desideri sessuali maschili “. Gli autori hanno scoperto che “gli adolescenti che sono intenzionalmente esposti a materiale sessualmente esplicito violento avevano sei volte più probabilità di essere sessualmente aggressivi di quelli che non vi erano stati esposti”.

Ho chiesto alle ragazze quali messaggi avrebbero voluto che trasmettessi ai ragazzi. Finora, questi messaggi sono stati: “Smettila di dirci che siamo bagnate, “Smetti di commentare i nostri corpi”, “Smetti di chiedere immagini”, “Le battute sugli stupri non sono mai divertenti” e “Il sesso prima dell’età del consenso è illegale”.

La proliferazione e la globalizzazione di immagini ipersessualizzate e di temi pornografici rende quasi impossibile l’esplorazione sessuale sana. La conquista e il dominio sessuale non sono contemperate dai limiti di rispetto, intimità e autentica connessione umana. I giovani non si stanno preparando sull’intimità, l’amicizia e l’amore, ma sulla crudeltà e l’umiliazione. Come rileva un recente studio:

“La pornografia mainstream online si basa in modo schiacciante su atti di violenza e degradazione nei confronti delle donne, i comportamenti sessuali esemplificati nella pornografia si allontanano dall’intimità e dalla tenerezza e caratterizzano le costruzioni patriarcali della mascolinità e della femminilità”.

È l’intimità e la tenerezza che tante ragazze e giovani donne dicono di cercare. Una giovane donna mi ha raccontato che nei siti di appuntamenti lei scrive alla voce “feticcio” che “vuole fissare ardentemente gli occhi di qualcuno e fare sesso lento”. Ha detto che inserendo questo dettaglio nella categoria “fetish”, si garantiva una maggiore visibilità.

Ma in che modo le giovani donne potranno trovare queste esperienze sensuali, “a fuoco lento”, negli uomini indottrinati dalla pornografia? Lo psicologo Philip Zimbardo sostiene a proposito di giovani uomini: “Non conoscono il linguaggio del contatto faccia a faccia … L’eccitazione costante, il cambiamento, l’eccitazione della novità, li rendono fuori sincrono con relazioni a sviluppo lento – relazioni che si costruiscono lentamente”.

È sbagliato lasciare la formazione sessuale nelle mani dell’industria del sesso globale. Dobbiamo fare di più per aiutare i giovani a confrontarsi con le nozioni distorte di sessualità trasmesse dalla pornografia.

Fortunatamente, gli effetti negativi dell’esperimento pornografico su relazioni e sessualità sono stati evidenziati e sottolineati esplicitamente. Il mese scorso è stato organizzato presso l’UNSW un primo simposio in Australia per la questione ,davanti a una folta platea, e un’attuale inchiesta del Senato sta raccogliendo prove degli effetti nocivi distorti del porno sui nostri giovani.

Soprattutto, sono i giovani stessi che chiedono il cambiamento. Josie, 18 anni, è citata nel report Plan Australia/Our Watch:

“Abbiamo bisogno di maggiori controlli e restrizioni in merito la pornografia violenta, che è attualmente accessibile a ragazzi e uomini. Questa pornografia violenta dovrebbe essere illegale da realizzare o da visualizzare in Australia, dato che abbiamo innegabilmente un problema con la violenza e i ragazzi stanno guardando un sacco di pornografia che può essere molto violenta … Questo sta influenzando l’atteggiamento degli uomini verso le donne e su ciò che ritengono sia accettabile. La pornografia violenta si sta infiltrando nelle relazioni australiane.”

Su questo blog ho cercato di esplorare in più articoli il mondo della pornografia, se volete ne trovate traccia. Non vorrei che si parlasse di moralismo o di atteggiamento bigotto. Semplicemente, mi piacerebbe che si guardassero in faccia gli effetti di una esposizione a simili prodotti e magari si avviasse una riflessione su questi aspetti, a partire dalla percezione che hanno i giovani. Nel mio girovagare nelle scuole mi piacerebbe trovare più collaborazione e più apertura da parte della classe insegnanti, per poter esplorare questi temi assieme a quello sulla percezione delle forme di violenza, senza zavorre che sminuiscono questo lavoro. Perché è il momento di ascoltare i giovani e di dare loro la possibilità di smontare e decostruire modelli nocivi.

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Liberiamoci! Protagoniste della nostra storia

Foto: Facebook / Festival Nosotras Estamos en la Calle


Come annota Graziella Priulla nel suo Parole Tossiche – Settenove 2014:

“Gli insulti sessisti dopo gli anni della rivoluzione femminista sarebbero dovuti scomparire, o almeno avrebbero dovuto perdere la loro potenzialità offensiva; invece sono ancora lì, immobili come gli stereotipi e i pregiudizi che li mantengono in vita. Siamo cambiati e siamo cambiate ma non più di tanto; anzi negli ultimi anni siamo tornati/e indietro, con un’involuzione di cultura e di riconoscimento di diritti. I nudi umani, le rappresentazioni esplicite e i riferimenti agli atti sessuali sono testimoniati presso la maggior parte delle civiltà della storia: non è questo il punto. Nessuna parte del corpo umano è impudica, impudico è lo sguardo di chi strumentalizza le parti del corpo separandole dalla persona.”

È esattamente ciò che da anni si sottolinea e che si evidenzia quando si analizza tutto il bagaglio culturale fornito attraverso i media.

“La nostra civiltà vive all’insegna del sesso, ma l’insegna quando va bene è ideogramma, quando va male è pedissequo facsimile: i prodotti dell’industria culturale creano perfetti involucri di carne ma confondono il corpo con la sua icona. L’oggettivazione sessuale si esprime in una varietà di forme esplicite che lasciano trasparire una malinconica monotonia di fondo: dalle più pesanti, costituite dalla pornografia, alle più sottili dell’esposizione televisiva, il fenomeno invade la nostra quotidianità”.

Una mercificazione dei corpi che ha contaminato e contraddistingue ogni ambito, compresa la politica.
Una fruizione da consumatori compulsivi, mancano il tempo e gli strumenti per lavorare a una sessualità matura e consapevole, che parta dalla percezione piena di sé, di valorizzazione dell’altro/a, di riconoscimento dell’altra persona, non come oggetto consumabile, ma come soggetto.

Giustamente Priulla rileva come sia maturata una sensibilità su razzismo e classismo, ma di fronte al sessismo linguistico siamo ancora a dir poco “disattenti”. Eppure è su di esso che si tracciano le basi per le relazioni e in esso si perpetrano discriminazioni e disparità di genere.

Quando ne parlo con i ragazzi e le ragazze a scuola, mi soffermo sulla broda culturale nella quale siamo tutti/e immersi/e e che produce una serie di rappresentazioni statiche e stereotipate, che si tramandano di generazione in generazione.

C’è tuttora una sorta di sottovalutazione accompagnata a una assuefazione a un certo modo di raccontare, rappresentare, riferirsi.

Lessico che ha poco a che fare con la liberazione sessuale, quanto piuttosto a un reiterare di una subordinazione femminile, di un immaginario che ci allontana dalla parità e riafferma divari e ancora una volta forme di oggettivazione femmminile.

Perché dietro tutto questo c’è un obiettivo: ribadire e restaurare una supremazia, un dominio, un potere maschile, che sappiamo cosa comporta in termini di relazioni tra i sessi e di impostazione delle relazioni affettive e non.
Questi concetti e queste semplificazioni che regolano i rapporti umani vengono assimilati precocemente, dalla nostra infanzia.

Tanto che alla fine ci sembra la cosa più naturale etichettare, classificare, inserire in categorie. Non è naturale, è la cultura che ci induce a questa abitudine mentale e percettiva.

Priulla parla di una diffusa aggressività verbale tra i giovanissimi, la musica ne è solo un sintomo o un riflesso.

“I sex offender sono sempre esistiti, ma in questi ultimi anni si assiste a un incremento esponenziale di episodi che vedono protagonisti insospettabili adolescenti pronti a scaternarsi su una vittima isolata.” Interessante è tenere insieme anche le forme più diffuse oggi di fruizione di materiale pornografico. “L’orizzonte esistenziale che ne deriva è misero, costellato di rapporti senza valore. Una cosa è fare un giretto sui siti di video sharing ad alto contenuto pornografico, un’altra è accettare la complessità fisica e psichica dell’erotismo. L’esito non voluto è l’impoverimento del desiderio; d’altronde una cosa preziosa, se è usata con leggerezza, perde valore. Una malintesa libertà ci ha consegnato una sessualità in cui il corpo non si fa segno di alcuna intersoggettività, dove non serve che l’intimità dell’altra persona sia attraversata perché la soddisfazione del godimento è a portata di mano e non richiede la fatica di una relazione.”

Ciò che manca è ancora il punto di vista che viene dal femminile, che dia presenza ed esistenza non subordinata al maschile, al piacere all’uomo, al piacere dell’uomo, ma autonoma e articolata in modo relazionale paritario.

L’oggettivazione può giungere a farti sentire merce, commerciabile e consumabile, a legittimare il controllo delle donne, dei loro corpi, manipolandone desideri e aspirazioni, lavorando a nuove o secolari forme di oppressione.

Ho preferito lasciare la parola ad una esperta e a una studiosa come Graziella Priulla, perché interrogarsi su certi aspetti ha bisogno di argomentazioni solide, frutto di una indagine e di un’esperienza della realtà che vada a fondo dei fenomeni. Siamo così abituati a restare sulla superficie, in una zona che in qualche modo non intacchi i nostri capisaldi e punti di riferimento, che ci fanno sentire “a posto”. Eppure, non si può eludere un discorso più articolato e vasto.

Quali variegate dimensioni riusciamo ad esprimere a proposito delle donne?
Quanto questa oggettivazione e attenzione ai corpi spersonalizzati, deumanizzati, privati di pensiero e di emozioni proprie e uniche, ha ricadute nel nostro quotidiano?
Quanto l’esistenza, il valore di una donna sia accettabile solo se bella, giovane, magra e “bombabile”?
La classifica “Figadvisor, dalla più alla meno bombabile”, “gentilmente curata” da un gruppo di studenti del Liceo classico Carducci, è solo l’ultimo dei casi balzati alla cronaca.

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A tutte le donne

Dalla mostra fotografica Anche per te – Per tutte le donne vittime di violenza, a cura del fotografo Fedele Costadura


Su questo blog spesso cerco di offrire uno spazio di informazione sui presidi territoriali, per illuminare l’ottimo lavoro di tanti soggetti, delle operatrici che ogni giorno di occupano di sostenere le donne.

L’anno scorso avevamo inaugurato il giardino Zoia 105 e con esso la prima panchina rossa contro la violenza maschile sulle donne del Municipio 7. 

Ho intervistato la dottoressa Parvaneh Hassibi, responsabile del CASD Centro Ascolto e Soccorso Donna, dell’Asst Santi Paolo e Carlo di Milano.

Il CASD (qui il pieghevole), nato nell’ottobre 2015, è composto da due strutture distinte:

  • Centro salute e ascolto delle donne immigrate e i loro bambini
  • Centro Ascolto e Soccorso Donna

 

Ho visitato gli spazi ubicati al terzo piano dell’ospedale San Carlo Borromeo (nella struttura complessa di Ostetricia e Ginecologia).

Il Centro opera all’interno dell’ospedale, che ha un bacino di utenza molto vasto. I casi di violenza sono circa 400 all’anno, ma si tratta di un numero relativo a quanto emerge e arriva alla struttura. Se confrontati con le stime nazionali sicuramente si riesce a rilevare solo una minima parte, la punta di un iceberg del fenomeno della violenza contro le donne. Gli accessi in P.S. in un anno sono circa 200mila, di cui circa la metà donne. Dei circa 400 casi di violenza, solo 1/3 arriva al Casd: gli altri sono spesso classificati in modo diverso e solo dopo una attenta analisi del referto possono essere ricondotti a violenza. Ogni giorno, racconta la dottoressa Hassibi, vengono consultati i database degli accessi, alla ricerca di casi di traumi da aggressione, accidentali, stress post lite in famiglia. È evidentemente che il rischio di sottovalutare la violenza e di derubricarla a lite o a conflitto coniugale è elevatissimo. Un elemento che penalizza non poco questo lavoro è il fatto che i sistemi informativi tra San Paolo e San Carlo sono diversi e non comunicano tra loro. In futuro si spera che venga sviluppato un sistema che consenta di verificare se una donna ha fatto altri accessi in altre strutture ospedaliere, per motivi analoghi. Questo meccanismo consentirebbe un diverso approccio del personale, una comprensione dei fatti più accurata e soprattutto garantirebbe una refertazione più adeguata, di tracciare tutti gli episodi di violenza e di metterli in connessione tra loro.

I dati dell’anno scorso rilevano una notevole distanza tra i casi di violenza attenzionati nei due ospedali.

Il San Paolo non ha personale dedicato, ma si avvale della collaborazione di personale dell’ospedale e di professionisti del reparto di psicologia clinica e degli assistenti sociali che si sono resi disponibili a intervenire in caso di necessità e di segnalazioni provenienti dal P.S.

Il Casd, come molti altri presidi e centri antiviolenza, avrebbe bisogno di investimenti maggiori, soprattutto per espandere le ore di attività per alcune specialità, in primis per il sostegno psicologico.

Il rischio di “perdere” le donne è alto e inaccettabile. Occorre trovare i fondi, per dare risposte e ascolto tempestivo alle donne che sono riuscite a trovare la forza di chiedere aiuto.

Dei 400 casi di cui si parlava in precedenza, solo 1/3 viene identificato precisamente e “trasmesso” al Casd. Non tutti i colleghi del P.S. completano adeguatamente la scheda di accoglienza, su questo le operatrici del Casd tornano e insistono quotidianamente. Durante l’orario di apertura del Casd (8-15.30) oltre alle attività ordinarie di accoglienza e i percorsi di sostegno già avviati, si vagliano i casi giunti al P.S. nelle ore di chiusura del Casd, leggendo i verbali degli accessi, ascoltando la segreteria telefonica (attiva sia sul numero fisso che sul cellulare, negli orari di chiusura). Si cerca sempre, laddove possibile, di ricontattare le donne che hanno chiamato o che sono giunte al P.S. Le donne che desiderano, nel pieno rispetto della loro volontà, vengono accolte e assistite.

Purtroppo si registrano 2/3 di casi che non vengono identificati adeguatamente dal P.S.: spesso mancano i riferimenti, il numero di telefono, per cui è impossibile richiamare le donne.

In passato in ospedale era presente un presidio delle forze dell’ordine, utile soprattutto per le donne che desideravano denunciare. Oggi non c’è più ed anche questo è un segno dei tagli e delle risorse scarse di cui soffrono i nostri servizi pubblici.

A fine anno scadrà il protocollo dell’azienda ospedaliera in materia di violenza: dovrà essere rinnovato, adeguandosi anche alle Linee guida soccorso e assistenza donne vittime di violenza varate il 24 novembre 2017 con DPCM (Linee guida nazionali per le Aziende sanitarie e le Aziende ospedaliere in tema di soccorso e assistenza socio-sanitaria alle donne vittime di violenza. Ci si augura che si unifichino le schede di accoglienza nei due ospedali e vengano semplificate le modalità di interazione tra i due poli. Al momento al San Carlo per la valutazione del rischio è stato adottato un modello di scheda semplificato, composto da cinque domande, sulla scorta della scheda S.A.R.A. (Spousal Assault Risk Assessment)*. Naturalmente la differenza la fanno gli operatori, con la loro sensibilità ed esperienza.

Ogni settimana il team del Casd si riunisce per valutare i casi, le criticità riscontrate e le proposte per migliorare sia al centro che al P.S.

Il monitoraggio, la rilevazione degli accessi e delle donne seguite sono necessari per poter chiedere e ottenere i giusti finanziamenti dalla Regione (ricordiamo il sistema ORA).

Per quanto riguarda le violenze sessuali, solitamente si inviano le donne al centro Svsd della clinica Mangiagalli, specializzato e adeguato a seguire questi casi.

Il Casd può offrire protezione per le donne e i loro figli: dobbiamo sostenere il più possibile questi luoghi. È disponibile anche l’assistenza legale gratuita. Naturalmente, essendo parte della rete milanese antiviolenza, è possibile integrare il sostegno offerto dal Casd con ciò che possono mettere a disposizione gli altri soggetti della Rete.

Le difficoltà di denuncia sono sempre molto elevate, così come spesso si assiste a un ritiro della stessa. Spesso la prognosi è sottostimata e non permette di procedere d’ufficio. Non si rileva quasi mai la gravità e la presenza di violenza psicologica, solitamente non viene correttamente refertata. Eppure esistono dei codici specifici per questo tipo di maltrattamenti e per evidenziare lo stress post traumatico in casi di violenza. È più che mai centrale la formazione del personale che opera in P.S. Occorre intervenire per tempo e non lasciare che questo tipo di traumi si ripetano negli anni, con il rischio di provocare poi problemi di tipo psichiatrico nelle vittime (con tutte le difficoltà poi connesse alla possibilità di essere credute).

Il rispetto, la parità, l’uguaglianza si imparano in famiglia, ma non è sufficiente. Ecco perché la rete antiviolenza e il Casd effettuano percorsi e attività di formazione nelle scuole superiori e anche tra gli studenti di medicina.

Questa risorsa importantissima del nostro territorio andrebbe valorizzata attraverso una più efficace e proattiva azione degli enti pubblici. È auspicabile che a partire dai municipi dei territori interessati e limitrofi, insieme a tutti i soggetti coinvolti e con un ruolo decisionale e istituzionale, si muovano in questo senso, promuovendo attivamente la conoscenza del Casd tra la popolazione, di concerto con i consultori, i medici/pediatri di base e le farmacie comunali. Occorre che tutti gli operatori territoriali conoscano e sappiano correttamente indirizzare le donne, evitando loro inutili e stressanti pellegrinaggi. Solo attraverso una capillare e diffusa rete di informazione sulle preziose attività svolte dal Casd e di tutta la rete antiviolenza si può pensare di rendere effettive le parole “donna non sei sola”. Occorre parlare con le donne affinché comprendano che non esiste solo la denuncia alle forze dell’ordine come strumento di tutela e di protezione, ma che è necessario affidarsi ai centri antiviolenza per definire un percorso su misura, ai presidi ospedalieri per una corretta refertazione utile come prova e evidenza della scansione temporale dei maltrattamenti o delle violenze, in ogni caso perché il cammino di liberazione dalla violenza necessità di sostegni plurimi e che sappiano accompagnare la donna in ogni fase.

Facciamoci tutti e tutte promotori e promotrici di queste informazioni.

Fino al 12 giugno è possibile visitare la mostra fotografica Anche per te – Per tutte le donne vittime di violenza, a cura del fotografo Fedele Costadura, nell’atrio dell’Ospedale San Carlo Borromeo di Milano.

Qui un assaggio per chi non potesse recarsi di persona.

 

A tutte le donne

Fragile, opulenta donna, matrice del paradiso

sei un granello di colpa

anche agli occhi di Dio

malgrado le tue sante guerre

per l’emancipazione.

Spaccarono la tua bellezza

e rimane uno scheletro d’amore

che però grida ancora vendetta

e soltanto tu riesci

ancora a piangere,

poi ti volgi e vedi ancora i tuoi figli,

poi ti volti e non sai ancora dire

e taci meravigliata

e allora diventi grande come la terra

e innalzi il tuo canto d’amore.

Alda Merini


Domani sera ci vediamo al Circolo F.lli Cervi


PER APPROFONDIRE *

http://www.uisp.it/discorientali/files/principale/SARA-2006_1.pdf

http://www.centroangelitarieti.it/images/PDF/Sportello_antiviolenza_/SARA-S_Formulario.pdf

https://scienzepolitiche.unical.it/bacheca/archivio/materiale/1529/seminario%207%20maggio.ppt

http://www.fondazionepsicologi.it/wp-content/uploads/2016/06/La-violenza-di-genere.pdf

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Sblocchiamo i progetti di vita, a partire dalle donne


Eccoci alla terza tappa di questo viaggio di approfondimento nel mondo del lavoro e sulla partecipazione femminile ad esso. Un modo per provare a colmare un certo silenzio attorno a questi aspetti, oltre le nicchie e gli addetti ai lavori.

Lo ripetiamo da anni che la scarsa occupazione femminile ha dei riflessi enormi sull’efficienza delle infrastrutture del fare impresa, con evidenti perdite in termini di ricchezza.

Avevo scritto qui un’analisi, comprensiva di dati.

Secondo “Il lavoro a Milano”, il rapporto annuale realizzato da Assolombarda, CGIL, CISL e UIL, che raccoglie i dati sul mercato del lavoro e ne traccia l’andamento:

“Negli ultimi 10 anni l’identikit del lavoratore è profondamento cambiato. Dal 2008 al 2018, infatti, sono cresciuti in modo considerevole tra gli occupati le donne (+125mila), i laureati (+320mila) e gli over45 (+700mila). Sono, invece, diminuiti di mezzo milione i giovani.”

Il lavoro cambia, in funzione dell’evoluzione tecnologica e dell’andamento demografico, all’insegna della flessibilità e di una crescita delle occupate, che beneficiano proprio delle tecnologie digitali. Importante il titolo di studio e le competenze 4.0.

Chiaramente, a fronte di questa tutto sommato positiva rappresentazione, non possiamo far finta di aver superato le solite note dolenti italiane: instabilità del lavoro, alta incidenza del part-time (spesso involontario), segregazione in settori a bassa remuneratività, persistenza di carriere “spezzate” con periodi di inattività per potersi occupare di compiti di cura di figli o familiari non autosufficienti.

Abbiamo partecipato, lo scorso 9 maggio, alla presentazione dell’indagine 2018 (biennio 2016-2017) sull’occupazione maschile e femminile in Lombardia, nelle imprese con più di 100 dipendenti, a cura della Consigliera di Parità regionale della Regione Lombardia Carolina Pellegrini, con la collaborazione di PoliS-Lombardia e dell’Istat.

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È la prima volta che i dati vengono raccolti dal Ministero del Lavoro, quindi centralmente a livello nazionale (in passato ciascun Ufficio delle Consigliere di Parità si occupava di raccogliere i questionari). Le rilevazioni vengono poi rielaborate a livello territoriale per le relative analisi. Questo tipo di raccolta ha sempre destato una certa ostilità da parte delle imprese, che lo hanno percepito come un ulteriore peso e adempimento burocratico. Inoltre, nonostante i tentativi a livello regionale, a livello nazionale non si è prodotta alcuna revisione del questionario che è stato somministrato per l’ultima rilevazione: eppure nel corso degli anni il mondo del lavoro è cambiato ed è più che necessario adeguare questo strumento a questo mutamento.

Si rilevano alcune criticità:

“Come Ufficio di Regione Lombardia, fino a quando la raccolta dati era diretta, abbiamo sempre cercato di aggiornare il questionario sia con i riferimenti normativi più recenti, ma anche arricchendolo inserendo altre domande per evidenziare dati che ci permettessero una lettura più completa circa l’attuazione delle pari opportunità e delle azioni positive che hanno una ricaduta sulla vita delle donne e degli uomini nell’ambito lavorativo (si pensi alle azioni di welfare aziendale, di modalità organizzative flessibili ed altro che molte aziende stanno implementando da anni soprattutto in Regione Lombardia).

Rimangono inoltre le stesse difficoltà circa la verifica della correttezza e veridicità dei dati inseriti (formazione e retribuzione in primis come si evincerà dell’elaborazione fatta da Polis). Tra le criticità segnaliamo che non è stata trovata ancora una soluzione sull’inquadramento professionale (è impossibile ridurre a quattro categorie i lavoratori e le lavoratrici) e che ancora la raccolta avviene per azienda in base alla sede legale e non in base alle sedi operative e quindi, soprattutto questa seconda criticità, ha certamente un impatto pesante nella valutazione dei dati sull’occupazione.”

La consigliera di parità regionale Carolina Pellegrini ha auspicato che i dati raccolti vengano non solo letti, ma adoperati per conoscere da vicino la situazione occupazionale e per mettere in campo politiche che possano colmare gli attuali divari nel mondo del lavoro.

Federico Rapelli di PoliS-Lombardia si è proprio soffermato su quelle che sono le criticità del sistema, dal gender gap, differenze retributive alla presenza di donne ai vertici aziendali con tutte le difficoltà del caso, gli adempimenti dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite dalle quali siamo lontani.

Dario Ercolani di Istat ha illustrato nel dettaglio campione e risultati del rapporto, che ha coinvolto 2.953 imprese, al 31/12/17, il 90% delle imprese sopra i 100 dipendenti, lo 0,4% delle imprese lombarde registrate nel 2016 (l’1,1% delle imprese con dipendenti). Si auspica che si ampli la platea di aziende coinvolte, scendendo al di sotto dei 100 dipendenti, in modo tale da fornire una mappatura più rappresentativa. Ovviamente, occorre semplificare procedure e questionari.

Composizione dell’offerta di lavoro nel terzo trimestre 2018. Confronto Italia – Lombardia

 

Occupati nelle imprese per settore di attività e genereOccupati nelle imprese con oltre 100 dipendenti in Lombardia al 31 dicembre 2017

Preponderante il settore dei servizi. Il 51% dei dipendenti è inquadrato come impiegato. Si rileva: una minore partecipazione femminile al lavoro nelle imprese esaminate (elevata rispetto al dato nazionale, ma bassa se comparata ai livelli europei), una bassa presenza nei livelli apicali (per contratto e per qualifica professionale) e il consueto svantaggio salariale (18,2%) che aumenta se cresce la qualifica professionale. A tal proposito vi ricordo una proposta di legge regionale a prima firma Paola Bocciqui un approfondimento.

Retribuzione media lorda annua 2017 per dipendente per genere e categoria

 

Retribuzione media lorda annua 2017 per dipendente per genere e categoria e provincia

Retribuzione media lorda annua 2017 per dipendente

Gli uomini sono sempre in misura maggiore per quanto riguarda le promozioni, alle donne in totale spettano il 39,8% del totale (73.500 circa, nel 2017). Il part-time ovviamente è ad alta incidenza femminile, sia nei contratti a termine che a tempo indeterminato, con una rilevante segregazione in ambiti meno remunerati. Nella trasformazione di tipologia contrattuale, le donne hanno tassi più elevati degli uomini per passaggio da full a part-time e minori per passaggi da determinato a indeterminato, oltretutto difficilmente passano da part a full-time.

part time e genere

 

Differenziale salariale di genere in forma Adjusted Gender Pay Gap

La formazione delle donne è inferiore a quella degli uomini nei livelli operai/impiegati, mentre cresce tra i quadri e i dirigenti.

È evidente che sussistono profondi gap di genere e che si dovrebbe indagare maggiormente incrociando i dati di varie rilevazioni fatte da più enti, su aspetti quali età, istruzione, anzianità professionale.

A seguire questa prima parte illustrativa del rapporto, si è cercato di approfondire uno degli aspetti di cui si occupa la figura della Consigliera di parità: come cambia il rapporto di lavoro dopo la maternità, quali discriminazioni vengono messe in atto. È sicuramente una delle cause più rilevanti di ricorso alla consigliera, è un fenomeno conosciuto da anni, eppure né i numeri delle dimissioni volontarie, né i casi che ogni anno vengono segnalati, sono stati sufficienti negli anni per sollecitare interventi efficaci di prevenzione e di sostegno alla conciliazione.

Il tema dell’occupazione femminile è cruciale nella scelta di fare un figlio e l’impatto sulla natalità è innegabile. Lo stesso vale per quanto riguarda la precarietà, che spinge sempre più in là nel tempo la decisione di diventare genitori. Il grafico che ci ha illustrato Letizia Mencarini, demografa della Bocconi, ci mostra esattamente quanto la scarsa occupazione del Sud sia arrivata a incidere anche sul numero di figli. Il pay gap di genere poi ha un effetto dirimente su chi deve restare a casa per prendersi cura dei figli.

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Alessandro Rosina, professore ordinario di Demografia e Statistica sociale nella Facoltà di Economia dell’Università Cattolica di Milano, esordisce evidenziando come la politica dovrebbe mettere al centro le scelte delle persone, facendo in modo che si possano armonizzare e non venire messe in contrapposizione tra loro, creando un aut aut tra scelte, e riducendo il loro grado di benessere.

Si dovrebbe lavorare per ridurre le disuguaglianze e di conseguenza ingenerare meno rinunce e meno scelte al ribasso. A tal riguardo occorre permettere alle donne di lavorare, di essere e sentirsi valorizzate, scegliere di fare figli, potendo conciliare entrambe le cose, senza penalizzazioni. Per fare ciò si devono mettere in campo misure non solo per le famiglie di oggi, ma per quelle che arriveranno in futuro.

La Lombardia ha anticipato il declino della fecondità a livello nazionale, ma anche in linea con paesi come la Svezia. Nel 1995 è stato registrato il punto più basso, 1 figlio per donna; nel 2010 c’è stato un recupero (anche grazie all’immigrazione): 1,57 figli per donna. Oggi la Lombardia è allineata al resto delle regioni per riduzione del tasso di fecondità.

Ma mentre la Svezia ha intercettato le cause per tempo ed è intervenuta per sostenere l’occupazione femminile e i servizi di conciliazione, ottenendo un buon risultato, da noi ciò non è avvenuto. La crisi ha congelato qualsiasi intervento ad hoc ed oggi il clima di incertezza non aiuta di certo. Di fronte a una scelta che investe e responsabilizza a vita, si sospende la scelta: un rinvio che rischia di diventare definitivo. Finché tale scelta è veramente libera, non si desidera avere figli è pienamente legittima, ciò che qui si discute è quando è indotta da un contesto ostile, per cui è inconciliabile tenere insieme figli, lavoro, costi abitativi ecc.

Qui si tratta di “sbloccare” i progetti di vita delle persone, qualsiasi essi siano. Esempi, strumenti che ci arrivano dall’estero o da territori virtuosi li abbiamo, occorre sperimentarli, aggiustarli e adattarli alle specificità locali. Rosina parla di “far diventare di successo, vincente la scelta di fare figli, mettendo in campo un processo che di autoalimenti, misure da monitorare e da correggere man mano.” Ritorna il sistema dei servizi di cui parlavo qui.

Francia e Germania hanno stanziato le risorse necessarie per far funzionare il sistema di sostegno alle famiglie e per raggiungere gli obiettivi che si erano prefissati (in termini di copertura dei servizi per l’infanzia e strumenti di conciliazione). Non si cambiano le cose stanziando un obolo e sperando che sia sufficiente, occorre analizzare la situazione contingente e allocare le risorse adeguate che permettano di ottenere determinati risultati.

Qui un approfondimento sulla Germania.

La situazione italiana vede la crescita di famiglie monogenitoriali, con ulteriori difficoltà di conciliazione. La riduzione del numero di donne in età riproduttiva (derivante dalla scarsa natalità dei decenni precedenti) produce una ulteriore flessione della natalità.

Seguire gli investimenti fatti in altri Paesi significa ridurre la disuguaglianza e aumentare il grado di benessere della cittadinanza tutta. Rosina avverte che se non si interverrà ci sarà una ulteriore flessione del numero di figli per donna, invecchiamento della popolazione, squilibri demografici (attivi/inattivi), minor occupazione femminile e valorizzazione del capitale umano femminile, minore crescita economica, meno reddito a disposizione delle famiglie, maggiore rischio o incidenza di povertà (economica che si riverbererà su quella culturale, con evidente ciclo negativo sulle future generazioni).

Pensare a questo tipo di decisioni sempre come dei “costi” anziché considerarli come investimenti per il futuro, non permette di interrompere un ciclo negativo che riduce la fiducia sempre più. Senza certezze, politiche e misure stabili, servizi di qualità su cui contare, è evidente che si riduce la speranza che il futuro possa essere migliore del presente.

L’ingresso nella vita adulta è sempre più complesso e le politiche varate non aiutano a costruire un clima di fiducia, né una minima prospettiva dalla quale partire.

La consigliera di parità regionale supplente, Paola Mencarelli, evidenzia come la mancanza di azioni correttive nel presente avrà pesanti ricadute sul sistema di welfare e pensionistico su tutti noi.

Certamente pesano anche retaggi culturali difficili che vedono la donna farsi ancora carico della maggior parte del lavoro di cura, con carriere lavorative “a singhiozzo” e tempi di lavoro ridotti per poter conciliare.

Tanti i nodi e gli spunti di riflessione e di azione concreta, ma occorre che trovino ascolto.

“L’auspicio è anche che le Istituzioni si servano maggiormente dei dati e dei Rapporti per aggiornare e implementare le misure a sostegno dell’occupazione femminile” conclude Carolina Pellegrini.

QUI LA DOCUMENTAZIONE COMPLETA su “Occupazione femminile e maschile in Lombardia indagine nelle imprese con più di 100 dipendenti – rapporto 2018”,
il rapporto biennale e le slide presentate.

ARTICOLO PUBBLICATO IN ANTEPRIMA SU DOL’S MAGAZINE

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La pratica del rispetto dal reale al virtuale


A una manciata di giorni dalle elezioni europee, può tornare utile proseguire nell’approfondimento che avevo avviato in due precedenti articoli (qui e qui).

Quanto siamo al corrente di aspetti che ci riguardano direttamente e sui quali l’Unione europea sta lavorando?

Il 16 aprile scorso, la commissaria responsabile per l’Economia e la società digitali Mariya Gabriel e la commissaria per la Giustizia, i consumatori e la parità di genere Věra Jourová hanno lanciato la campagna #DigitalRespect4Her al Parlamento europeo.

“I valori europei, come la dignità, il rispetto e la solidarietà, valgono anche online. Le donne dovrebbero sentirsi libere e tranquille di esprimere il loro punto di vista online e partecipare attivamente alla vita pubblica. Facciamo appello a tutti: cittadini, industria, società civile e responsabili politici dell’UE affinché collaborino per garantire il rispetto delle donne in Internet.”

La campagna è volta a sensibilizzare a proposito della violenza online e delle difficoltà affrontate dalle donne in particolare (minacce, stalking, intimidazioni, oggettivazione e quanto mina la loro professione, il loro lavoro o qualsiasi forma di presenza pubblica). Quante volte ci siamo autocensurate e siamo state scoraggiate dal partecipare a scambi online e dall’impegnarci in politica? Qualcosa che dovrebbe essere aperto a tutti/e, per le donne spesso diventano territori ostili e difficili da frequentare e da vivere.

Conosciamo quanto diffuso sia l’hate speech online, quanti comportamenti nocivi siano agiti sul web. I dati parlano chiaro:

  • le statistiche internazionali mostrano che le donne hanno 27 volte più probabilità di essere molestate online;
  • il 46,9% delle donne politiche di 45 paesi europei ha ricevuto minacce di morte, stupri e violenze durante la loro legislatura;
  • quasi un terzo delle donne ha ridotto la propria presenza online dopo aver subito violenza online.


Nella realtà e nell’ambiente virtuale, in ogni spazio pubblico o privato, occorre lavorare per creare una cultura di rispetto e dignità per tutti e tutte. Questo vale per ogni tipo di discriminazione, sulla base del genere, etnia, credenze religiose o qualsiasi altra caratteristica personale.

Di recente in ambito europeo è stata riveduta la direttiva sui servizi di media audiovisivi (Direttiva 2018/1808), in chiave di protezione della cittadinanza da contenuti, che incitano all’odio o alla violenza per motivi di genere. La comunicazione e la raccomandazione della Commissione sulla lotta ai contenuti illegali online, invitano le piattaforme a trattare i contenuti illegali in modo più rapido ed efficiente.

La tecnologia può migliorare e semplificare tanto le nostre vite, ma non deve essere strumento e veicolo di odio e paura. Le parole possono essere pietre, indipendentemente dal luogo/modalità in cui vengono pronunciate.


Le molestie online generano materiale digitale permanente che può essere ulteriormente diffuso e che è difficile da cancellare. L’Italia a riguardo, ha di recente colmato la lacuna legislativa in merito al revenge porn.

La violenza, il sessismo online possono causare danni psicologici, fisici, sessuali ed economici. Mettere a tacere, silenziare le donne e ridurre la loro presenza online sono sintomi di quanto ancora sia squilibrata e discriminante la nostra società in termini di genere.

L’autocensura può limitare la partecipazione delle donne ai dibattiti sociali, la loro influenza in politica e mettere a repentaglio i processi della democrazia rappresentativa. Naturalmente, questo vale sia per il reale che per il virtuale.

Non si tratta solo di personaggi pubblici o rappresentanti istituzionali, ma riguarda tutte le donne.

Al di là delle iniziative a livello europeo, occorre che in ciascun paese si comprenda l’esigenza di avviare percorsi educativi, nelle scuole di ogni ordine e grado, che permettano un uso più consapevole del web, dei social, che consentano di diffondere strumenti interpretativi e di analisi di ciò che i media veicolano, per sviluppare un pensiero critico e non passivo di fronte a tanti contenuti in cui veniamo frullati. Per costruire relazioni e identità di genere paritarie, inclusive e positive.

Naturalmente, si tratta di avviare laboratori e progetti strutturati, che implicano una interazione elevata e soprattutto occorre che tutti i soggetti coinvolti (dalla dirigenza, alla classe insegnanti e studenti) siano consapevoli del fatto che si devono mettere in discussione molte abitudini, pregiudizi e stereotipi culturali tossici, sedimentati negli anni. Non è una passeggiata e implica uno sforzo, in primis a partire da sé.

Ne ho già parlato qui e qui.

Parliamo anche di questi aspetti, perché l’operazione marginalizzazione delle questioni di genere che riguardano le donne non è più accettabile. Questi aspetti che dovrebbero essere al centro del dibattito sono considerati secondari, scarsamente portatori di consensi. Ecco, che invece, per quanto mi riguarda, pretendo che si cambi rotta e che si dia spazio alle donne nelle agende politiche nazionali ed europee. Ci siamo stancate di essere considerate buone solo come portatrici di voti e preferenze, quando non ci ascoltate mai e non ci considerate delle interlocutrici di valore.

 

Per approfondire su “Il potere delle donne in politica”, un dossier del 7 marzo a cura della Camera.

 

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Verso una piena parità retributiva


Continuiamo ad esplorare il tema donna-lavoro, che avevamo intrapreso qualche giorno fa (qui).

Le discriminazioni nel mondo del lavoro sono molteplici e le donne anche quando un’occupazione ce l’hanno, devono spesso ‘subire’ una retribuzione minore rispetto al collega uomo, a parità di mansioni. Perché così si fa, perché tra contratti nazionali e di secondo livello c’è un abisso e questi giochetti retributivi sono assai frequenti.

Il problema non è solo l’occupazione, ma quale occupazione, la sua qualità e la sua remunerazione, quanto vieni valorizzata oppure devi semplicemente adattarti, prendere o lasciare. Con differenze regionali che pesano tanto e creano vere e proprie discriminazioni nelle discriminazioni.

Prosegue il percorso iniziato a ottobre in regione Lombardia, fortemente voluto e portato avanti dalla consigliera Paola Bocci (qui il primo step), sul tema del gender pay gap.

Il divario retributivo di genere misurato dalla Commissione europea è la differenza nella retribuzione oraria lorda tra uomini e donne, trasversale ai vari settori dell’economia. Il divario retributivo di genere medio in Italia è del 5,3% (Il divario retributivo di genere medio nell’UE è del 16,2%).

(Per approfondire i dati a livello europeo qui e qui trovate la documentazione).

Ma la misurazione sulla paga oraria lorda non è sufficiente. Tenendo insieme la differenza sulla retribuzione oraria (differente tra pubblico e privato), sul numero di ore lavorate (molte donne hanno un part-time involontario) e il tasso di occupazione (uno dei più bassi in Europa), la disparità complessiva è decisamente più alta e il divario retributivo annuale medio arriva al 43,7% .

“Nel 2017 l’UE ha presentato un piano d’azione per colmare il divario retributivo tra donne e uomini. Il piano affronta questioni quali gli stereotipi e l’equilibrio tra vita professionale e vita privata e invita i governi, i datori di lavoro e i sindacati ad adottare misure concrete per garantire che la retribuzione delle donne sia determinata in modo equo.”

La situazione è meno grave nel settore pubblico (l’anzianità è spesso uno dei parametri della retribuzione), mentre nel privato (laddove spesso il guadagno dipende da fattori come straordinari, flessibilità, trasferte, che penalizzano le donne) si accentua. Così come il gap è più elevato ai livelli apicali (con ricadute anche sulla possibilità di influire su politiche aziendali).

Angela Alberti, del coordinamento donne Cisl Lombardia, nel suo contributo al dibattito avviato dalla consigliera Paola Bocci, ha precisato:

“Nonostante l’articolo 37 della Costituzione che recita “La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore” e l’accordo interconfederale del luglio 1960 che ha posto fine a contratti collettivi di lavoro con tabelle salariali diversificate fra uomini e donne, questo fenomeno è ancora presente e diffuso, nel nostro paese come in Europa. La differenza di stipendio si manifesta già sulla paga oraria (dati Eurostat) e viene poi ampliata da altri fenomeni (quali ad esempio il minor tasso di occupazione).”

Inoltre, occorre concentrarsi sul fatto che l’evento che accentua e aggrava la situazione è la maternità, che crea di fatto conseguenze difficilmente sanabili e reversibili.

“Uno studio preliminare dei dati amministrativi dell’Inps, svolto all’interno del programma VisitInps, permette di stimare l’effetto della nascita di un figlio sulle carriere dei genitori e quantificare così la penalizzazione femminile in termini di reddito da lavoro.”

Cosa accade al reddito da lavoro di una donna intorno alla nascita del figlio?

“il ritorno ai livelli precedenti la maternità avviene solo dopo circa venti mesi, rispecchiando un lento rientro al lavoro, la riduzione delle ore lavorate e il rischio di lasciare o perdere la propria occupazione. La probabilità di lavorare con un contratto a tempo indeterminato o a tempo pieno, infatti, si riduce, dopo 36 mesi, rispettivamente dell’11 e del 16 per cento, mentre in media i giorni lavorati diminuiscono del 5 per cento. Se si considera l’andamento crescente del reddito nei tre anni che precedono l’inizio del congedo di maternità (….), lo scenario si aggrava: oltre al lento ritorno ai livelli precedenti la maternità, la nascita del figlio apre un divario fra il reddito percepito dalla donna e quello che avrebbe ricevuto in assenza della nascita – ipotizzando un trend costante – e il divario non si colma nel tempo.”

Le norme in Italia non mancano, ma occorre spingere per una loro piena e concreta applicazione.

La legge 125/91 rafforza il concetto con Azioni positive per la realizzazione della parità uomo-donna nel lavoro: favorendo sulla carta misure di conciliazione (diversa organizzazione aziendale), istituendo il comitato Pari opportunità a livello nazionale e rafforzando il ruolo e l’operatività della figura regionale della Consigliera di parità.

Secondo l’articolo 46 del D.L. 11 aprile 2006 n. 198 – Codice per le pari opportunità fra uomini e donne – le aziende pubbliche e private che occupano oltre 100 dipendenti sono tenute a redigere un rapporto almeno ogni due anni sulla situazione del personale maschile e femminile, compresa la retribuzione effettivamente corrisposta (vi anticipo che a breve pubblicherò un approfondimento riguardante la Lombardia).

Considerando la composizione aziendale più diffusa in Italia, sarebbe auspicabile ampliare la platea di imprese coinvolte in questa indagine, includendo anche piccole realtà (chiaramente semplificandone la compilazione), in modo da avere un’analisi più completa.

Assolombarda spiega il suo punto di vista e a proposito di differenziali tra uomini e donne, anche a parità di mansioni svolte, li giustifica:

“alla luce di fattori che oggettivamente influiscono sull’evoluzione professionale: discontinuità legate alle maternità che rallentano l’accumulo di esperienza, la cura della famiglia che si traduce in vincoli alla mobilità e/o minori disponibilità in termini di orari di lavoro limitando così le scelte professionali, ecc.”

In pratica, ci sarebbero fattori che per l’imprenditore sono cruciale nel determinare la retribuzione: dal livello di scolarità, all’esperienza nel ruolo, al grado di qualificazione, ai livelli di responsabilità.

Quindi sembrerebbe una cosa “giustissima” penalizzare le donne, che chiaramente hanno una carriera più discontinua poiché si devono tuttora assumere quasi totalmente i compiti di cura (secondo l’ultimo rapporto Censis “l’81% delle donne cucina e svolge lavori domestici ogni giorno e al 97% di esse è demandata la cura dei figli”). Equo no?

Se ci capita di parlare nelle scuole medie o superiori di questi temi, troveremo più o meno le stesse considerazioni “imprenditoriali”: le ragazze e le giovani donne spesso sottovalutano il problema e a volte viene dato per immutabile, come qualcosa di connaturato al genere. In pratica spesso ci si ferma ben prima di iniziare a lottare per invertire lo status quo, sia in termini di compiti di cura che di parità nel mondo del lavoro. L’indifferenza e la rassegnazione non possono essere la risposta.Soprattutto, occorre capire cosa avviene nella contrattazione di secondo livello, come viene costruita la parte variabile della retribuzione, come vengono gestite le premialità ecc.

Colmare il divario retributivo di genere, il gender pay gap, è al centro dell’impegno dell’Ue, ma occorre un impegno a tutti i livelli nazionali, e quello regionale non può certo sottrarsi a questa sfida non rinviabile.

Dopo un lungo percorso di studi, incontri e analisi, coordinato e curato da Paola Bocci (qui La pubblicazione – https://www.pdregionelombardia.it/pubblicazione2-30aprile-post-stampa/), è stata elaborata una proposta di legge regionale, presentata alla stampa lo scorso 3 maggio.

 

 

Questo testo andrebbe a modificare la legge regionale quadro sul mercato del lavoro in Lombardia, la l.r. 22 del 28 settembre 2006. Tale legge, all’articolo 22 elenca le azioni per la parità di genere e la conciliazione tra tempi di lavoro e di cura, ma non prevede azioni specifiche per il raggiungimento della parità retributiva. È arrivato il momento di attivare azioni positive e provvedimenti mirati a ridurre il divario retributivo, agendo su diverse linee di intervento.

In primis occorre far emergere maggiormente il fenomeno, attraverso una maggiore trasparenza dei dati raccolti e pubblicizzazione/diffusione del rapporto biennale redatto dalle imprese con più di cento dipendenti e della Relazione della Consigliera regionale di Parità.

Come secondo elemento, è necessario dare sostegno e impulso all’orientamento agli studi e ai percorsi di formazione delle ragazze, che le prepari alle qualifiche professionali più richieste dal mercato del lavoro. Quindi contrasto alla segregazione di genere negli studi e aiutare le donne a migliorare le proprie capacità di contrattazione e avanzamenti di carriera.

“In Lombardia le studentesse universitarie sono oltre la metà (54%), ma solo il 33% sceglie una laurea STEM fra scienza, tecnologia, matematica e ingegneria, dove – nel caso specifico – abbiamo un tasso ancora inferiore del 24%.”

Stiamo attenti anche a legare troppo studi-richieste del mondo produttivo, perché queste ultime cambiano rapidamente e spesso non è facile prevederne gli sviluppi. Quindi un ruolo centrale sarà determinato dalla formazione continua e permanente. E poi, occorre sempre tenere presenti le inclinazioni personali che permettono anche di finire gli studi, perché scegliere unicamente in funzione di un ipotetico sblocco lavorativo può rivelarsi a volte controproducente e non portare a nessun risultato.

Dobbiamo altresì intervenire su un dato assai preoccupante:

“Quattro giovani donne italiane su dieci fra i 25 e i 29 anni sono “inattive”, cioè non studiano, non lavorano, non cercano lavoro. Sono le cosiddette NEET. Fra i ragazzi della stessa età la percentuale è del 28%, che pone questo gender gap al quinto posto fra i più alti dell’area OCSE. I dati parlano chiaro: per le giovani donne dunque vale l’adagio: meno studi, meno lavori e se lavori si va allargando il gap con i coetanei uomini: il divario fra tassi occupazionali di maschi e femmine è maggiore dove si studia di meno. In altre parole, lo svantaggio si accumula nel tempo.”

Il terzo livello di intervento riguarda il supporto a enti locali e imprese che promuovono la parità di genere anche salariale, attraverso:

– la costituzione e allo sviluppo di reti di imprese locali,

– l’istituzione di un Albo delle imprese virtuose,

– l’introduzione di premialità (da concordare con sindacati e associazioni datoriali, che possa anche incentivare a fini di ritorno d’immagine per le aziende),

– l’introduzione di una giornata dedicata,

il tutto avvalendosi di finanziamenti del Fondo Sociale Europeo e finanziamenti propri regionali.

La quarta linea di intervento è costituita da un insieme di azioni di sostegno al reddito per periodi temporanei, per integrare reddito e contributi previdenziali in caso di utilizzo di congedi parentali e di lavoro part-time o astensione facoltativa per motivi di cura e assistenza di familiari. A questo si aggiungerebbero percorsi di formazione e aggiornamento per chi rientra al lavoro dopo la maternità o assenze per cura di familiari.

È stato stimato un fabbisogno di spesa di 3 milioni di euro l’anno.

E per sviluppare azioni di promozione, sensibilizzazione, verifica e monitoraggio si prevede l’istituzione di un Tavolo di lavoro permanente che coinvolga Regione, organizzazioni sindacali, associazioni datoriali, università, CPO (Consiglio per le Pari Opportunità), Consigliera Regionale di Parità.

Dopo il deposito della proposta di legge, sarà necessario che si crei un consenso per discuterlo prima in commissione e poi in aula. Ci si augura una collaborazione dell’assessora alle Politiche per la Famiglia, Genitorialità e Pari Opportunità Silvia Piani e dell’assessora all’Istruzione, Formazione e Lavoro Melania De Nichilo Rizzoli.

Questo significa fare la differenza in politica, questo è il lavoro che ci aspettiamo che donne nelle istituzioni portino avanti, quindi grazie a Paola Bocci per aver saputo costruire, con metodo e convintamente, questo percorso, conclusosi con una proposta concreta e ben articolata. Abbiamo bisogno di capacità di questo calibro.

Il mio auspicio è che questa attenzione dedicata alle condizioni di vita delle donne si diffonda sempre più e che non siano considerate materia di serie b. La spinta propulsiva dobbiamo darla noi donne e dobbiamo accorgerci dell’importanza cruciale di questi aspetti, ne va del nostro futuro e di quello delle donne di domani. Sentire donne che continuano ad attraversare l’attività politica e le istituzioni in modo neutro, senza mai portare qualcosa di proprio o curarsi di adottare un approccio di genere, è assai triste e direi anche alquanto inutile. Aver cura di questi temi non è ghettizzante come qualcuno/a pensa e afferma, è ciò che hanno bisogno le donne e gli uomini di questo Paese.

Perché il benessere delle donne, la parità e la partecipazione eguale a tutti gli ambiti di vita fa bene a tutta la società. Uomini abbiamo bisogno che questo cammino lo facciate insieme a noi!

 

Per approfondire la proposta di legge regionale a prima firma Paola Bocci:

https://www.pdregionelombardia.it/conf_stampa_gpg-3maggio19/

https://paolabocci.wordpress.com/2019/05/03/un-progetto-di-legge-regionale-per-raggiungere-la-parita-salariale-materiali-e-comunicato-stampa/

https://www.pdregionelombardia.it/16147/

 

 

ARTICOLO PUBBLICATO IN ANTEPRIMA SU DOL’S MAGAZINE

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Discorso attorno alla comunicazione sul fenomeno della violenza maschile contro le donne

@ Pat Carra

 


Avverto la necessità di ritornare sul tema “prevenzione ed educazione“, approfondendo le considerazioni che avevo fatto qui.

“Ma io non sono violento” ergo “la questione della violenza non mi riguarda”, è una questione lontana da me, che riguarda altri, interessa le donne, sono le donne che devono risolversela e svegliarsi, che se non reagiscono evidentemente non è poi così grave. “Voi femministe siete misandriche”. Ecco, dopo decenni siamo ancora con questo tipo di mentalità, giovani maschi sorretti da uomini adulti che li “educano” ad essere “veri” uomini. Ragazze che pensano che sia colpa delle donne che non denunciano e che fanno finta che il problema non ci sia. Così gli uomini scaricano sulle donne tutto quanto e il ciclo può continuare indisturbato nei secoli. Ecco dopo decenni di lotta, di azione e presa di parola, riflessioni sulle radici del fenomeno della violenza, le giovani generazioni la pensano ancora così. Certo non tutti/e, per fortuna, ma ogni volta che mi imbatto in queste situazioni vengo assalita da uno sconforto profondo, soprattutto se, nonostante tutti gli sforzi compiuti per cercare di disvelare certi meccanismi, la situazione non cambia. Nonostante tutto, siamo ancora a questa diffusa e persistente deresponsabilizzazione maschile, un tirarsi fuori semplicemente perché si ha paura di riflettere su una idea di maschilità, virilità tutt’altro che estinte.

Simone De Beauvoir ne spiega la genesi:

“La donna è precisamente quel sogno incarnato; lei è il desiderato intermediario tra la natura straniera all’uomo e il suo simile che gli è troppo identico”.

L’uomo ha trovato un simile a sé, cosciente di sé, ma non troppo pericoloso, che non gli oppone il silenzio ostile della natura, né necessita di un riconoscimento reciproco. Cosa non da poco, sembra semplice “impadronirsi della sua carne”. Grazie alla donna, l’uomo può sfuggire dall’imperitura e “implacabile dialettica del padrone e dello schiavo, che ha origine nella reciprocità delle libertà”. In pratica, con la donna, l’uomo ha trovato una sorta di soluzione alla sua tensione continua. Insomma la sua isola ideale, il suo sicuro approdo. La donna rappresenta “l’Altro in assoluto, senza reciprocità, l’inessenziale che non ritorna mai all’essenziale”. Comprendete che attraverso questo presupposto gli uomini hanno trovato la soluzione alla loro esistenza, a scapito della donna, che per garantire la quiete all’uomo deve restare in una posizione di subordinazione (ne avevo parlato qui).

La violenza è lo strumento per mantenere il potere e il controllo sulle proprie mogli e compagne, perché il disequilibrio non muti. È anche una conseguenza delle esperienze di vita (violenza assistita) e delle paure che provano: per alcuni uomini agire in un certo modo è prova per sé e per gli altri di essere “dei veri uomini”.

In un suo articolo dal titolo “La «questione maschile». La violenza degli uomini contro le donne nella realtà e nelle rappresentazioni mediali“, Sveva Magaraggia rileva:

“Sono le donne, invece, a morire per mano dei loro compagni nel momento in cui si sottraggono a questo ruolo. Quando interrompono le relazioni d’amore, smettono di restituire uno sguardo che nutre il narcisismo maschile, per dirla con le parole di Jessica Benjamin (1988), e iniziano a diventare misura del potere maschile perduto. Per questo, come mettono in luce i dati, uno dei momenti più pericolosi per le donne è quello della separazione e del divorzio.”

Alcuni continuano a pensare che la causa dei femminicidi sia il fatto che le donne non denunciano, non ne parlano. Eh no, perché così restiamo ancorati al falso mito secondo cui la donna alla fine è corresponsabile e che sia in capo a lei la soluzione di tutto. Invece l’origine della violenza sta nell’uomo, nella sua scelta, nella sua mentalità, nella sua idea di relazione fondata sul possesso e su profonde ragioni culturali, su una struttura sociale e nei rapporti tra i generi squilibrati. Vorrei che si comprendesse bene che il focus deve cambiare, perché non è un problema delle donne. Non si risolve tutto attraverso una legge o delle pene più severe, perché il lavoro da compiere è in primis in chiave di prevenzione ed è culturale. Altrimenti, tra 10 o 20 anni avremo ancora l’enorme numero di casi di violenza stimati in questi anni dall’Istat.

@ Pat Carra


Sentiamo ancora ragazzi che non hanno alcuna intenzione di fare la propria parte per cercare di costruire un futuro diverso, relazioni fondate sul rispetto e la parità. Ripenso a campagne come il fiocco bianco, a come si cerca da anni di cambiare modelli e modi di comunicare la violenza, anche nelle campagne informative e di sensibilizzazione. È innegabile che, anche se la maggioranza degli uomini non commetteranno mai violenza su una donna, non per questo si devono tirare fuori, ma devono fare la loro parte, a partire da loro stessi, rompendo il silenzio che di fatto continua a creare alibi e a sottovalutare le ricadute di modelli tossici di mascolinità, senza che da loro stessi ci sia una stigmatizzazione. Oltretutto, sarebbe utile interrogarsi su forme di violenza meno riconosciute e considerate “normali”. È importante che gli uomini si assumano la responsabilità e si facciano attivi per contrastare la violenza, perché è anche un problema politico, collettivo, oltre che individuale.

Per questo si continua a ragionare sulle forme più utili e fruttuose da adoperare per fare informazione, comunicazione e sensibilizzazione sul fenomeno della violenza maschile.

Senza includere e coinvolgere il maschile non andremo da nessuna parte, senza indagare e comprendere le maschilità e le virilità nelle loro varie forme non ci sposteremo di un millimetro. Può sembrare banale ma spostare i riflettori su questi aspetti serve a cambiare soggetto e oggetto del discorso ed evidenziare l’origine della violenza. Altrimenti avremo partecipato a una delle tante operazioni e modalità di occultamento. Poi occorre indagare dentro tutti e tutte noi su quanto i modelli, gli stereotipi e i pregiudizi agiscano per noi, in noi, perpetuando gerarchie, discriminazioni, modelli. Dobbiamo avere il coraggio di disvelare, rendere visibile tutto questo, non dare nulla per scontato o normale, a partire da noi.

Come sottolinea Sveva Magaraggia (Comunicazione pubblicitaria e genere. Le campagne di comunicazione sociale e pubblicitarie contro la violenza e gli stereotipi di genere – http://www.aboutgender.unige.it Vol. 4 N° 8 anno 2015 pp. 134-164):

“mettere il maschile al centro del discorso pubblico sulla violenza di genere significa far emergere il nesso profondo, non casuale ma intimo, che esiste tra maschilità e violenza: le diverse forme e manifestazioni della violenza di genere affondano le proprie radici nei modelli di maschilità che sono considerati i modi ideali e desiderabili, i modi normali e normati di essere uomini (Kramer 1997; Connell 2005). (…) Dare rilievo alla normalità degli uomini maltrattanti quando si analizza la violenza di genere significa avere come focus le norme culturali che costruiscono la maschilità egemonica oggi in Italia (Magaraggia e Cherubini 2013). (…) Infine, mettere il maschile al centro del discorso pubblico sulla violenza implica anche rivolgersi agli uomini quando si costruiscono politiche di prevenzione della violenza, poiché da loro deve iniziare (ed è in parte già iniziato) un discorso di decostruzione della maschilità egemonica e di moltiplicazione delle forme di maschilità accettate. La dimensione omosociale e l’influenza del gruppo dei pari gioca un ruolo cruciale nella costruzione della maschilità (Flood 2008) e soprattutto nella «riproduzione di versioni egemoni di maschilità, che marginalizzano e silenziano sia le visioni alternative dell’essere uomini (le maschilità considerate “effeminate”) sia le visioni della femminilità, percepite entrambe come forme di alterità» (Ferrero Camoletto 2014, 707).”

Nel 2012 è uscita la campagna Noi no! Il senso di questa esclamazione, come ci spiegavano le ideatrici di Comunicattive, non voleva dire “noi non c’entriamo, noi siamo innocenti”, ma il contrario. Era un modo per far prendere la parola agli uomini, in modo da assumersi le loro responsabilità, esponendosi e impegnandosi in prima persona. La campagna prevedeva una serie di manifesti con volti di uomini accompagnati da tre verbi chiave, con la spiegazione da dizionario: minacciare, umiliare e picchiare. Non solo violenza fisica quindi. “Il target maschile e la presenza della figura maschile in primo piano, mostrata non più come perpetratore di violenze, bensì come capace di rivestire un ruolo attivo nella lotta contro la violenza contro le donne sono le novità di questa campagna (Coco 2013, da S. Magaraggia).”


La campagna “Riconoscersi uomini – Liberarsi dalla violenza” del 2013 di Maschile Plurale e Officina, “propone un modo diverso di essere uomini, liberi dalla violenza e in relazione con le donne, una relazione che diventa occasione di ascolto, di riflessione e di maturazione umana, anche nei momenti più conflittuali e dolorosi.” Uomini anche qui come soggetti attivi contro la violenza, che non rappresentano una mascolinità egemonica, ma sperimentano nella quotidianità formule e modelli differenti. È pertanto possibile costruire alleanze con uomini che non agiscono maschilità tossiche.


Avon, insieme a Cerchi d’Acqua – Cooperativa Sociale che dal 2000 opera come centro Antiviolenza a Milano – ha lanciato nel 2013 la campagna di comunicazione Uomo Contro Donna: fermiamo questo match, volta a denunciare questo fenomeno negativo sempre più in crescita. Il volto della campagna era il campione di rugby Mauro Bergamasco.


Sottolinea Magaraggia:

“Si è scelto di mostrare una maschilità egemonica, quella di un rugbista, che lancia un messaggio contro la violenza. Ogni immagine è corredata da altrettante headline molto eloquenti: “Ogni volta che una donna viene picchiata è una sconfitta per tutti”, “Per molte donne l’incontro più difficile è tra le mura di casa”, “Una donna su tre ha subito violenza da un uomo: siamo dei perdenti”, “Intimidazioni, ricatti, pugni, stupri. E non c’è arbitro che intervenga”. Inoltre, per non restringere l’ambito alla sola violenza fisica non sono stati mostrati volti femminili tumefatti. Questa campagna pubblicitaria è un ottimo esempio di traduzione della complessità di questo fenomeno in immagini.”

Sempre di questo periodo è la campagna Intervita: “Contro la violenza sulle donne ci servono altri uomini”.

Interessante in questo senso anche la campagna istituzionale Five men – Cose da uomini: “L’obiettivo principale è quello di abbandonare rappresentazioni di donne come vittime deboli maltrattate, e mostrare l’altra faccia del problema: il comportamento sbagliato di uomini. Il progetto si propone quindi di creare consapevolezza sul tema, coinvolgendo positivamente uomini e ragazzi e mettendoli in prima linea in questa lotta come attori del cambiamento.”

Dall’estero ci arrivano alcuni interessanti spunti. Stesse finalità di presa di parola ha il progetto Step in Speak up contro le violenze sessuali nei campus (qui e qui) o quest’altro.

Interessante anche questo programma che coinvolge studenti, insegnanti e famiglie.

Insomma, è già da qualche anno che ci si muove in questa direzione.

Tutto questo risulta assai chiaro se facciamo attenzione al modo in cui usiamo il linguaggio, mutando chi è al centro e viceversa fuori dal cono di luce. Come su un palcoscenico. Mi sembra utilissimo questo “gioco” della linguista femminista Julia Penelope (tratta da Jackson Katz, fonte):

“Si inizia con una frase molto semplice: Giovanni ha picchiato Maria. Giovanni è il soggetto. Ha picchiato è il verbo. Maria è l’oggetto. Chiaro.

Ora passiamo alla seconda frase, che dice la stessa cosa in forma passiva. Maria è stata picchiata da Giovanni. Qualcosa è accaduto in una sola frase. Abbiamo spostato la nostra attenzione da Giovanni a Maria, e si può vedere che Giovanni è molto vicino alla fine della frase, tanto vicino da cadere fuori dalla nostra mappa psichica.

Nella terza frase, Giovanni è scomparso, e la frase diventa: Maria è stata picchiata, e ora tutto riguarda Maria. Non pensiamo più a Giovanni. Il discorso è ora totalmente incentrato su Maria.

Negli ultimi anni, abbiamo poi usato come sinonimo di picchiare il termine maltrattare, così la frase è diventata Maria è stata maltrattata. In questa sequenza, la frase finale che consegue è: Maria è una donna maltrattata. Così ora Maria è diventata quello che Giovanni le ha fatto, ma senza che Giovanni sia nominato e, come abbiamo visto, lui da tempo ha lasciato la narrazione.”

Riportare al centro l’uomo significa parlare di come la violenza gioca un ruolo fondamentale nella costruzione di maschilità.

Tante iniziative che a volte appaiono come tante gocce nel mare, perché ancora qualcosa deve maturare nel profondo. A volte penso che forse nemmeno la generazione di mia figlia riuscirà ad uscire completamente da questo tunnel. I messaggi attorno sono sconfortanti e tutto diventa come la tela di Penelope. D’altronde anche il ministro dell’Interno sostiene che le violenze sono in calo, riferendosi ai soli stupri e di fatto occultando tutte le altre forme di violenza e tutti i casi che non emergono perché non denunciati (chissà perché le donne non denunciano, forse perché poi restano sole e vengono rivittimizzate e non credute).

I media partecipano tuttora a mantenere di fatto quasi del tutto immutato il sistema culturale.

Sempre Magaraggia cita la ricerca condotta da Gius e Lalli nel 2014, dalla quale emergono:

“macro retoriche utilizzate dai quotidiani nazionali nel dare notizia dei femminicidi, che possono essere raggruppate in: la deresponsabilizzazione dell’uomo violento, l’alterizzazione e mostrificazione degli uomini violenti, l’attribuzione della colpa alla donna vittima/sopravvissuta alla violenza e infine l’utilizzo del frame passionale per descrivere i femminicidi (Monckton-Smith 2012).

Queste retoriche permettono di interpretare la violenza di genere in due modi specifici: proteggendo la parte forte della società, da un lato ed evitando i sentimenti di rabbia e indignazione nel grande pubblico, dall’altro.” Si enfatizzano, tra gli uomini violenti, coloro che appartengono alle categorie “più deboli (devianti, quelli con problemi psicologici, quelli che abusano di sostanze, i migranti, coloro che hanno perso il lavoro)”, esentando e non nominando tutti gli altri, di fatto deresponsabilizzandoli, spesso ritenendo colpevoli o corresponsabili le stesse donne vittime di violenza. Così si costruisce “un frame narrativo che protegge la parte forte della società, gli uomini bianchi, normodotati, caratterizzati da normalità psichica e comportamentale che picchiano, violentano, controllano, uccidono le (ex) compagne. Il «male blaming può avvenire solamente se al di fuori dei confini della nostra normale umanità» (Gius e Lalli 2014, 69 trad. nostra), e ancora oggi «nell’immaginario e nella rappresentazione collettiva non c’è posto se non per autori già accreditati come diversi, cioè come soggetti che per cause cliniche o sociali siano già collocati fuori o ai margini della cosiddetta normalità» (Ventimiglia 1996, 20).”

Ecco come “si evita di suscitare rabbia e indignazione nel grande pubblico connotando la violenza di genere come il risultato dell’amore e della passione, piuttosto che del potere e del possesso, agganciando quindi questo fenomeno a un ordine semantico di passione, idolatria, affetto, perdita del controllo, piuttosto che a quello di autorità, dominio, egemonia e potestà. Questa strategia ci permette di convivere con questo fenomeno senza rimettere in discussione l’ordine di genere, provando compassione (per le vittime e per gli autori), invece che rabbia (Gill and Kanai 2018).”

Questo è esattamente ciò che accade nella mentalità di uomini e donne, l’opportunità di sentirsi lontani dal problema, come se la violenza appartenesse a un altro mondo alieno e distante.

Una specie di protezione collettiva, che essendo di matrice culturale, coinvolge anche le donne.

Che meraviglia di Paese. Siamo proprio certi di non avere bisogno di un intervento massivo di educazione alle relazioni e all’affettività a partire dalle scuole dell’infanzia? Siamo proprio certi che sia tutto ok in termini di rispetto e parità di genere?

Ogni intervento educativo, che sollecita una riflessione su queste tematiche, è un percorso difficile, che crea fastidio, terremota certezze e modelli che abbiamo adoperato in automatico e che ci sono sembrate normali, fino a quando non visualizziamo ciò che celano e implicano. Tutto resterà pressoché immutato, fino a quando non permetteremo che il discorso attorno alla violenza emerga in modo autentico e diffuso, finché non riusciremo a superare forme di negazione personali (per autoproteggerci da qualcosa che non è lontana, ma vicina) o collettive (proteggere la cultura di genere, pensando all’autore come un “monstrum”, altro da noi, allontanando il problema e negando la “normalità” dell’uomo violento).

Infine, serve un patto educativo intergenerazionale, altrimenti anche gli interventi educativi saranno vani, si sgretoleranno in un batter di ciglia di fronte a un prof o a un adulto che dirà loro che sono tutte balle e che va tutto bene così, che non c’è nessun problema culturale, che è tutto frutto di una parte di donne che ce l’ha su con gli uomini. Intanto il patriarcato gongola e si gode la scena.

Jackson Katz spiega bene il meccanismo, da cui, per fortuna, non ci facciamo fermare:

“Molte donne che hanno cercato di affrontare questi temi, oggi come in passato, spesso sono state ostacolate. Sono state insultate con epiteti sgradevoli come: odiatrici di uomini e il disgustoso e offensivo femminazi. Questa pratica ha un nome, si chiama: uccidere il messaggero. È perché le donne agiscono e parlano per sé e per le altre donne (ma anche per uomini e ragazzi). Per questo si dice loro di sedersi e stare zitte, per mantenere il sistema attualmente in vigore, perché non ci piace quando la gente vuole affondare la barca. Non ci piace quando le persone sfidano il nostro potere. È meglio che si siedano e stiano zitte, in fondo. Ma meno male che le donne non lo hanno fatto! Meno male che viviamo in un mondo dove c’è una leadership femminile forte, che contrasta tale tendenza.”

 

Articolo ripubblicato anche su Dol’s magazine: https://www.dols.it/2019/05/16/prevenzione-ed-educazione-alla-non-violenza/

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L’ostilità all’educazione alla parità e al rispetto di genere


È stata approvata da pochi giorni alla Camera la proposta di legge “Istituzione dell’insegnamento dell’educazione civica nella scuola primaria e secondaria e del premio annuale per l’educazione civica”, che introduce 33 ore di insegnamento trasversale e il voto in pagella in tutte le scuole, dalle elementari alle superiori.

Non un’ora dedicata, ma una serie di argomenti affidati ai vari insegnanti. Si insegneranno “principi di legalità, cittadinanza attiva e digitale, sostenibilità ambientale, diritto alla salute e al benessere della persona”. L’educazione civica quindi riapproda tra i banchi di scuola in una veste nuova.

Ma, guarda caso, c’è sempre un “ma”.
Nessuno spazio sarà riservato alla parità di genere: bocciato l’emendamento di Leu, a firma di Federico Fornaro e Nicola Fratoianni.

Cosa aveva di tanto grave e pericoloso questa integrazione al testo? Aveva l’ardire di introdurre tra i temi da trattare “l’educazione sentimentale finalizzata alla crescita educativa, culturale ed emotiva dei giovani in materia di parità e solidarietà tra uomini e donne”.

I temi:

a) Costituzione, istituzioni dello Stato italiano, dell’Unione europea e degli organismi internazionali; storia della bandiera e dell’inno nazionale;

b) Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, adottata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 25 settembre 2015;

c) educazione alla cittadinanza digitale;

d) elementi fondamentali di diritto, con particolare riguardo al diritto del lavoro;

e) educazione ambientale, sviluppo ecosostenibile e tutela del patrimonio ambientale, delle identità, delle produzioni e delle eccellenze territoriali e agroalimentari;

f) educazione alla legalità e al contrasto delle mafie;

g) educazione al rispetto e alla valorizzazione del patrimonio culturale e dei beni pubblici comuni;

h) formazione di base in materia di protezione civile.

“Nell’ambito dell’insegnamento trasversale dell’educazione civica sono altresì promosse l’educazione stradale, l’educazione alla salute e al benessere, l’educazione al volontariato e alla cittadinanza attiva. Tutte le azioni sono finalizzate ad alimentare e rafforzare il rispetto nei confronti delle persone, degli animali e della natura.”

Il testo prevede anche la creazione della “Consulta dei diritti e dei doveri dell’adolescente digitale”, che opera in coordinamento con il Tavolo tecnico per la prevenzione e il contrasto del cyberbullismo. Nella Consulta è assicurata la rappresentanza degli studenti, degli insegnanti, delle famiglie e degli esperti del settore e un componente è espresso dall’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza

Insomma, va bene la tutela dell’ambiente, la lotta alle mafie, la conoscenza della nostra Costituzione (temi certamente importantissimi e ben venga che siano stati contemplati), ma non, si badi bene, qualcosa di specifico che sia volto a costruire una piena uguaglianza e che ponga le basi per relazioni fondate sul rispetto e non sulla sopraffazione e sul dominio.

L’educazione dovrebbe essere impostata diversamente: non a un rispetto “generico” improntato al “volemose bene”.

Perché occorre lavorare alle radici culturali di discriminazioni e violenza di genere, penetrare nelle dinamiche storiche e sociali che hanno alimentato modelli relazionali nocivi, approfondire stereotipi e pregiudizi penetrati nel nostro Dna in secoli di cultura patriarcale.

Non è una passeggiata riuscire a rimuovere tante incrostazioni e pensare che si possa fare un minestrone unico di rispetto “delle persone, degli animali e della natura” non solo è indice di scarsa attenzione, ma anche di un atteggiamento superficiale e profondamente sbagliato.

Testimonianza tangibile di un approccio traballante: evidentemente il benessere che una maggiore uguaglianza e parità possono apportare all’intera società non è proprio contemplato, riconosciuto. 

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Lavoro, statistiche e donne. Come stiamo?


È da poco passato il 1 maggio, festa dei lavoratori e delle lavoratrici. Come ogni anno si adopera questa data per fare bilanci e riflessioni sullo stato di salute della nostra occupazione e le domande sono sempre le medesime, con al centro il grande buco nero dell’occupazione femminile. Ho pensato che fosse utile scandagliare vari aspetti.

Secondo una ricerca Open Polis pubblicata il 30 aprile scorso, si rileva che:

“L’Italia è uno dei paesi europei con i livelli più bassi di occupazione femminile. Rispetto a una media Ue di 66,5 occupate ogni 100 donne tra 20 e 64 anni, il nostro paese si trova al penultimo posto con il 52,5%, appena sopra la Grecia (48%) (mentre, secondo i dati Istat del 2018 il tasso di occupazione è del 67,6% per gli uomini e del 49,5% per le donne tra i 15 e i 64 anni). L’Italia è anche il secondo paese con il più ampio divario occupazionale uomo-donna: 19,8 punti differenza rispetto a una media Ue di 11,5. Per fare un esempio, nei paesi scandinavi e del nord Europa le differenze sono molto più contenute: 1 punto in Lituania, 3,5 in Finlandia, 4 in Svezia. Il gap occupazionale aumenta se si confrontano i soli uomini e donne con figli. Rispetto a una media europea di 18,8 punti percentuali di distanza tra padri e madri occupate, l’Italia si trova al di sopra di quasi 10 punti (28,1). Un dato in linea con quello della Grecia e molto distante dagli 8,3 punti di differenza della Svezia.”

Il divario nella fascia di età 20-49 anni tra gli uomini e le donne con almeno un figlio (2017) è di 30 punti.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i bambini su dati Eurostat (ultimo aggiornamento: mercoledì 13 Febbraio 2019)

FONTE: elaborazione openpolis – Con i bambini su dati Eurostat
(ultimo aggiornamento: mercoledì 13 Febbraio 2019)

 

“Lo squilibrio è ancora più significativo se si confrontano le occupate rispetto al numero di figli. Nel nostro paese le donne tra 20 e 49 anni senza figli lavorano nel 62,4% dei casi, contro una media europea del 77,2%. Tra le donne con un figlio, le italiane lavorano nel 57,8% dei casi, contro l’80,2% nel Regno Unito, il 78,3% in Germania, il 74,6% in Francia.”

FONTE: elaborazione openpolis - Con i bambini su dati Eurostat (ultimo aggiornamento: mercoledì 13 Febbraio 2019)

FONTE: elaborazione openpolis – Con i bambini su dati Eurostat
(ultimo aggiornamento: mercoledì 13 Febbraio 2019)

Nei maggiori paesi dell’Unione le donne con due figli partecipano al mercato del lavoro in misura maggiore delle italiane senza figli: +12 punti, se confrontata con Regno Unito e Germania, quasi +16 punti rispetto alla Francia.

Anche quando i figli sono 3 o più, la quota occupazionale femminile non è così dissimile da quella delle donne con un solo figlio in Italia.

Tornando in Italia, si rileva come i territori con più nidi sono spesso quelli dove più donne lavorano.

Continuiamo a ribadire, e i dati ce lo confermano, una relazione tra partecipazione delle donne al mercato del lavoro e diffusione e efficienza dei servizi per la prima infanzia. Nelle 4 regioni (Valle d’Aosta, Umbria, Emilia e Toscana) dove la presenza di asili nido e servizi integrativi per la prima infanzia supera il 33%, il tasso di occupazione femminile supera il 60%. In parallelo laddove mancano o sono carenti tali servizi si registrano i dati occupazionali più bassi (Campania, Sicilia, Calabria e Puglia).

FONTE: elaborazione openpolis - Con i bambini su dati Istat (ultimo aggiornamento: domenica 31 Marzo 2019)

FONTE: elaborazione openpolis – Con i bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: domenica 31 Marzo 2019)

 

 

FONTE: elaborazione openpolis - Con i bambini su dati Istat (ultimo aggiornamento: lunedì 15 Aprile 2019)

FONTE: elaborazione openpolis – Con i bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: lunedì 15 Aprile 2019)

 

Sono anni che si sottolinea come uno degli strumenti per veder lievitare l’occupazione femminile sia quello di fornire supporti per la conciliazione, per permettere a chi non alternative e soggetti a cui affidare i figli, di trovare quanto meno una risposta da parte di uno stato che martella sulla natalità e sulla necessità di fare figli e poi ti lascia nel pantano.

La Lombardia è un caso a parte, perché l’offerta di lavoro è più elevata che in altre regioni e in cui l’occupazione femminile (tasso occupazione femminile (25-34 anni) è al 67%, pur avendo posti al nido 0-2 anni in misura non eccezionale (28,1 posti autorizzati per 100 bambini di 0-2 anni (2016).

Ovviamente i servizi per la conciliazione naturalmente non possono essere l’unica chiave di analisi e di spiegazione dell’occupazione delle donne. Occorrerebbe pertanto analizzare la composizione del numero di donne che lavorano (non hanno figli? Il livello retributivo (che consente di supplire alla mancanza di servizi pubblici) e il tipo di lavoro svolto, i tempi di spostamento casa-lavoro, presenza di welfare familiare). Milano, per esempio, ha tassi occupazionali femminili maggiori rispetto alla media lombarda, ma un gran numero di loro non ha figli e crescono le famiglie unipersonali.

Quindi per analizzare il livello di occupazione femminile (e i fattori che lo incentivano o lo penalizzano) occorrerebbe andare anche a sondare quali costi e scelte ci sono dietro, anche rispetto a ciò che accade ai lavoratori. La statistica ci può aiutare, ma poi è evidente che le situazioni possono essere molteplici, così come è importante non pensare che tutte le scelte siano libere, quando spesso possono essere “obbligate” da vari fattori. Dobbiamo costruire un sistema che renda le scelte delle donne realmente libere. Così ancora non è visti i risultati del report Le equilibriste – la maternità in Italia (qui qui alcuni dettagli) di Save The Children* che evidenzia come il ricorso al part-time per le mamme sembra una scelta quasi obbligata.

 

Ogni anno continuiamo a vedere pubblicate storie di donne che hanno dovuto lasciare il lavoro. Non siamo affatto un esercito silenzioso. Parliamo noi e parlano i dati annuali. Ciò che manca sono le risposte e l’ascolto. Soprattutto cosa accade quando magari si cerca di rientrare dopo anche un paio o una manciata di anni e ti ritrovi con gli stessi problemi (aggravati) di quando cercavi lavoro e ti domandavano se fossi sposata e se avessi figli. Perché questo è ancora il livello. Non è che non ricevi più chiamate e che queste chiamate si trasformano in una ennesima occasione di umiliazione, perché sei meno appetibile, sei meno competitiva, ti reputano “difficilmente gestibile”. Eppure all’estero non sembrano farsi questi problemi, le aziende sanno che i genitori potranno contare su una rete di servizi di qualità.

Dal 2011 al 2017, secondo le rilevazioni annuali dell’Ispettorato del lavoro, 165.562 hanno lasciato il posto di lavoro, indicando come causa principale “incompatibilità tra l’occupazione lavorativa e le esigenze di cura della prole“. Nell’ultimo rapporto riferito al 2017, con 30.672 dimissioni e risoluzioni contrattuali di lavoratrici madri (il 77 per cento delle 39.738 totali, che comprendono anche quelle dei lavoratori padri) si è registrato il picco degli ultimi sette anni. Una crescita costante, una vera emorragia occupazionale al femminile, causata da problemi di conciliazione. Mantenere il lavoro e trovarne uno è una impresa titanica, e arriva già con il primo figlio. Ma i problemi sorgono anche quando ti devi prendere cura di un familiare malato.

Lo spiega bene in questa intervista Tito Boeri, a proposito di partecipazione delle donne al mercato del lavoro.

Uecoop, l’Unione europea delle cooperative, ha curato una rielaborazione sui dati dell’Ispettorato del lavoro in occasione della Festa della mamma.

“I ritmi della vita moderna, gli impegni sempre più pressanti, la precarietà di molte professioni, le crisi economiche e l’incertezza sul futuro stanno mettendo a dura prova la capacità di resistenza delle famiglie – spiega Uecoop – con il problema di trovare e pagare un posto alla scuola maternaper i figli. Negli asili nido italiani c’è posto solo per 1 bambino su 4, il 24% di quelli fino a tre anni d’età contro il parametro del 33% fissato dall’Unione europea per poter conciliare vita familiare e professionale e promuovere la partecipazione delle donne al mondo del lavoro. Il welfare privatoè ormai complementare rispetto al pubblico per rispondere a una crescente richiesta di servizi – sottolinea Uecoop – e se da una parte il 46% dei benefit più desiderati è legato alle spese scolastiche dei figli per tasse e libri di testo c’è un altro 22% che punta su asili nido e baby sitter. Per questo i servizi di welfare familiare sono sempre più importanti – spiega Uecoop – e quelli legati all’infanzia hanno ormai un ruolo strategico soprattutto in presenza di due genitori che lavorano entrambi e che non hanno parenti a cui affidare la prole nelle ore di assenza fuori casa. Non è un caso che per 6 dipendenti su 10 (59%) al primo posto nella classifica dei benefit aziendali preferiti – spiega Uecoop su dati Ipsos – ci siano quelli legati alle spese familiari, dall’asilo alla scuola dei figli. Infatti. Per rispondere a questa domanda di assistenza – sottolinea Uecoop – sono sempre più diffusi nelle grandi aziende anche asili per i figli dei dipendenti oppure iniziative di mini nido con “tate” che seguono piccoli gruppi di bambini in grandi appartamenti attrezzati. Servizi che sia nel pubblico che nel privato – evidenzia Uecoop – sono spesso realizzati insieme a cooperative in grado di offrire personale già formato e locali adatti. Purtroppo tutto questo a volte non basta e le mamme – conclude Uecoop – si trovano divise tra famiglia e lavoro con la necessità di lasciare il secondo per poter seguire la prima.”

Manca quindi un serio sostegno universale, che non lasci fuori nessuna. Non servono bonus che quando finiscono sei punto e a capo, ma servizi certi e strutturati, accessibili e fruibili da tutti/e.

Per un cambio di mentalità e per far sì che la conciliazione non sia un peso quasi esclusivamente sulle spalle delle donne, come accade ora, ma sia condiviso con il partner, sarebbe utile al più presto adempiere alla direttiva comunitaria recentemente varata in tema di congedi parentali e per i care givers.

Annalisa Rosselli su InGenere ha provato a stimare quanto costerebbero due mesi di congedo di paternità obbligatori.

“Abbiamo fatto un calcolo molto approssimativo (“sul retro di una busta” dicono gli economisti) sui dati del 2018, quando sono nati 449mila bambini. Abbiamo supposto che la percentuale dei padri con un lavoro dipendente sia la stessa che esiste tra tutti gli uomini della fascia di età 25-54 anni, cioè il 58 per cento (dati Eurostat). Quindi se avessimo dovuto pagare due mesi di stipendio al 58 per cento dei padri dei 449mila bambini nati nel 2018, senza fare distinzione tra stranieri e italiani, al salario medio lordo di 18mila euro l’anno il costo sarebbe stato inferiore agli 800 milioni o comunque inferiore, tenendo conto di un ampio margine di errore, a un miliardo l’anno.”

Meno di “quota cento” che beneficia chi ha avuto un percorso di carriera senza “buchi”, ancora una volta in maggioranza uomini.

La partecipazione nel mondo lavoro non è un percorso ancora eguale, ma soggetto fortemente alla dimensione di genere. In un Paese in cui i canali per trovare un lavoro sono spesso ridotti, subordinati a fattori assai poco paritari ed eguali (se non hai contatti, relazioni amicali o parentali…), le donne pur se qualificate e che potrebbero dare un buon contributo, spesso restano a casa.

Tuttora mi tocca leggere ancora inserzioni in cui viene richiesta “bella presenza” o si cerca “ragazza carina” come se fossero skill.

“Mettere ordine nel caos di assegni, detrazioni e bonus ora in vigore per le famiglie, che costano molto ma sono inefficienti, e sostituirli con un unico trasferimento diretto e universale. E investire le risorse che adesso sono destinate a quota 100 in servizi di qualità per la prima infanzia, partendo dalle zone più svantaggiate. In un colpo solo questo consentirebbe di ridurre le disuguaglianze di partenza che penalizzano i figli delle famiglie disagiate, creare domanda di lavoro per le donne e favorire la conciliazione per quelle che hanno redditi bassi e senza servizi sono costrette a smettere di lavorare quando diventano madri”.

la proposta della sociologa Chiara Saraceno.

I dati Censis pubblicati il 3 maggio su tasso attività femminile.

L’importante è tener conto dei vari report e analisi e adoperarli per stilare riforme e politiche attive effettivamente utili per superare i problemi. In pratica, ci si augura che non restino un esercizio di annotazione annuale, una fotografia inutilizzata e messa nello scaffale ad ammuffire.

 

*Le infografiche di Save The Children:

infografica le equilibriste - la situazione delle mamme in Italia 2019 - https://www.contenthubsavethechildren.org/Share/2yo10087t3mi368cvx5sj600f1q85h6i

infografica le equilibriste – la situazione delle mamme in Italia 2019 – https://www.contenthubsavethechildren.org/Share/2yo10087t3mi368cvx5sj600f1q85h6i

infografica Mother's index - la condizione delle mamme in Italia 2019 - https://www.contenthubsavethechildren.org/Share/2yo10087t3mi368cvx5sj600f1q85h6i

infografica Mother’s index – la condizione delle mamme in Italia 2019 – https://www.contenthubsavethechildren.org/Share/2yo10087t3mi368cvx5sj600f1q85h6i

Articolo pubblicato in anteprima su Dol’s Magazine

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La costruzione del mito e l’esaltazione di modelli tossici

Baldassarre Peruzzi – Sala delle Prospettive – Villa Farnesina – Roma


Un giallo con qualcosa di più: questo è il romanzo fresco di stampa L’ombra di Perseo di Daniela Mencarelli Hofmann, edito dalla casa editrice Le Mezzelane.

Il genere non è facilmente addomesticabile, ma l’autrice ci riesce in modo naturale, adottando uno stile tipico della cinematografia contemporanea e una tecnica che spinge il lettore a seguirne lo svolgimento, per un finale che giunge inaspettato. Tra le pagine ci sono tracce dell’epilogo ma sono intelligentemente mescolate a numerosi “depistaggi”. Daniela Mencarelli Hofmann sceglie coraggiosamente un tema complesso e delicato, la violenza maschile contro le donne, lavorando molto bene sul maschile. Più voci narranti, più punti di vista, si alternano, si intrecciano e tracciano ciascuno la chiave di una storia. Un marito (Marco) e sua moglie (Laura) vengono ritrovati in fin di vita dalla loro figlia minore (Julia). La narrazione ci porta avanti e indietro nel tempo, tra ricordi vivissimi del passato e un oggi in cui tutto si è frantumato e fa male; attraverso le pagine si ricostruisce un tessuto relazionale, oltre la coppia, composto da amici, parenti, colleghi di lavoro e le vicende di un siriano richiedente asilo.

Non spoilererò la trama e come si svolge il romanzo, preferisco soffermarmi sugli obiettivi e lasciar parlare il libro.

Ciò che è interessante è l’opportunità che questo libro offre per approfondire il tema della violenza, nell’infanzia, nella coppia, in famiglia. Si scava negli affetti, nei rapporti genitori-figli, nella mente maschile e in quella femminile, nella formazione della maschilità, scendendo nei meandri di una mascolinità tossica, per ricostruire un tessuto, qualcosa che possa aiutarci a comprendere cosa accade realmente, quali sono le radici di una violenza che emerge e tutto distrugge. Al centro una maschilità che si regge a stento, che si gretola di fronte ai cambiamenti e che nel sentirsi potente e onnipotente investe tutto.

Una lotta tra ciò che si è e ciò che si dovrebbe essere, per appartenenza di genere: l’uomo forte che se non può esercitare il suo ruolo si sente inferiore, inadeguato, si aggrappa alla violenza come strumento per ristabilire il suo controllo e rivendicare la sua superiorità. Una competizione da vincere assolutamente.

La difficoltà di essere uomo e di parlarne apertamente. La difficoltà a gestire il rapporto con l’altra in modo sereno e paritario. Una constatazione a cui giunge Marco: “Ho poche certezze, ma questa è una di quelle. So di che parlo: le donne sono più forti, è nella loro natura, mentre noi, io?”

L’incapacità di affrontare le difficoltà e il non avere un solido baricentro, ma appoggiarsi sempre a qualcos’altro, che diventa anche un paravento, una scusa, un modo per non affrontare le cose. E se non va, allora è meglio distruggere tutto e tutti.

La disconnessione tra ciò che si sente e la sua definizione, la possibilità di nominarlo e dargli esistenza. La sordità ai sentimenti, di guardarli in faccia, di analizzarli al momento opportuno.

Uomini che non sono in grado di gestire le emozioni e non riescono a comprenderle. In più c’è l’abitudine a cercare alibi, a deresponsabilizzarsi ad ogni costo. E non è sufficiente richiamare episodi dell’infanzia per spiegare certe azioni. Nel testo ci sono tutti i principali stereotipi che spesso accompagnano le vittime e tutti gli escamotage per “sollevare” il femminicida da una piena responsabilità e scelta dell’atto. C’è una narrazione che cerca di far emergere efficacemente cosa accade nel flusso di coscienza e mentale di un uomo violento.

Le donne per anni cercano di ricucire strappi, ferite. Ma alla fine appare tutto chiaro e da questo disvelamento si può intraprendere un cammino differente, di liberazione.

La decisione di Laura di essere libera da tutti è dirompente: “Per una volta nella vita voglio rimanere sola con me stessa. (…) la vita mi faceva paura. Ora sono stanca di avere paura, voglio vivere.” – “voglio dimostrare a me stessa che posso farcela da sola, che non ho bisogno di un uomo..” La stessa decisione a cui arriva sua figlia maggiore Zoe, imprigionata in un matrimonio intriso di violenza psicologica e profondo annichilimento.

La sopravvivenza delle donne alla violenza e le forme di resilienza che sono capaci di mettere in atto. Tante sono le sfumature e i punti che vengono scandagliati in questo libro, che ha il pregio di tenere insieme tutti gli aspetti psicologici, esperienziali connessi alla violenza, alle sue varie forme, tracciando una linea che riesce a mostrarne la connessione. Non è facile parlare di radici culturali della violenza, non è scontato che si riesca a trasmettere in cosa consistono concretamente. L’autrice ci riesce e dissemina il suo lavoro di tanti sassolini utili a risalire ad esse.

La scelta del titolo del libro non è casuale, l’autrice ne esplicita il senso, affidandolo alle parole racchiuse nel diario Laura:

“(Medusa) se c’è un simbolo della guerra di genere, questo è rappresentato dal suo mito. È così semplice e così triste allo stesso tempo. Lei, come la grande madre, è la natura da combattere, è l’inconscio da controllare. È stata trasformata in un mostro, nel Male con la lettera maiuscola. La sua è una storia scritta dai vincitori, come sempre accade, invece io vorrei provare a scrivere quella dei vinti”.

“La natura è duale. Rappresenta sia il bene sia il male; è la Grande Madre, l’origine di tutto, il mistero che alberga dentro di noi.” (…) “Lentamente l’abbiamo sottomessa e abbandonata, poiché abbiamo contrapposto il corpo allo spirito, l’istinto alla ragione. I sensi ci sono apparsi come pulsioni da combattere, da reprimere, da controllare, il corpo è diventato sinonimo di male e lo abbiamo contrapposto alla razionalità, allo spirito, all’ideale, al bene, così il serpente, che a volte assume l’aspetto di un drago, è diventato l’emblema dell’elemento ostile della natura, la morte.

La mitologia descrive la sconfitta e il superamento della cultura e della società matrilineari da parte del patriarcato: il motivo ricorrente è quello della divinità maschile che si sostituisce a quella femminile con la violenza, rappresentato dal giovane eroe che uccide un demone dai connotati femminili.

Nella Grecia antica il mito ha diverse rappresentazioni: Eracle e Idra, Cerbero e Neméa, e, infine, Perseo e Medusa.

Medusa personifica l’elemento distruttivo della Grande Madre e la divinità maschile si proclama generatrice universale e salvatrice, perché afferma di salvare il mondo dal caos, sinonimo di femminile.”

(…)

“La Bibbia c’insegna che all’origine del male ci sono il serpente e la donna che, come nei miti greci e babilonesi, è servita a sostenere l’orgoglio maschile, a sviluppare un sentimento di vergogna per tutto ciò che è femminile: è Pandora, responsabile dei mali del mondo. Troppo vicina al mondo animale. È questa la percezione maschilista, la strega da bruciare sul rogo. Siamo state spaccate a metà, la santa e la madre, la puttana e la strega.”

Laura non ama il soprannome “Medusa”: “a me non piace, perché non mi piace cosa le è stato fatto. Lei non è il mostro, ma una proiezione di ciò che abbiamo dentro. Il drago è la nostra ombra. Sarebbe meglio per tutti prenderne coscienza. Non è la natura a essere colpevole, ma il nostro spirito di onnipotenza, ovvero un’illusione, perché, comunque vada, presto o tardi saremo tutti morti.”

(…)

“Sarebbe ora di dirlo: Perseo non è un eroe, è un assassino, e dovrebbe almeno chiederle perdono.”

Insomma, è ora di raccontare cosa si nasconde dietro ai miti e alla costruzione di una cultura che di fatto ha legittimato e tramandato nei secoli modelli di una maschilità violenta e decisa solo a dominare e a sottomettere le donne. Attraverso l’esaltazione di certe figure, e la costruzione di miti (normalizzazione e ingresso nella cultura), si sono sostenute prassi e comportamenti violenti. Ci siamo dentro da secoli, vi siamo immersi, uomini e donne. Facciamo entrare la luce.

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Quanto ancora?


Quanto tempo ancora dovrà passare prima che Laura Massaro e suo figlio possano tornare ad essere liberi dalla spada di Damocle che da anni ha di fatto sospeso le loro vite e le ha messe nelle mani di tribunali, avvocati, assistenti sociali, Ctu?

Torno a parlare di Laura, torno a parlare di tutte le madri che come lei hanno vissuto e vivono sospese, col rischio di perdere i loro figli o che già lo hanno sperimentato direttamente.

Il pm del tribunale dei minori di Roma, lo scorso 2 maggio, ha espresso il suo parere: sospendere la responsabilità genitoriale di Laura, che debbano essere nominati un tutore e un curatore per suo figlio, che il tutore dovrà continuare a fissare gli incontri protetti padre-figlio (di fatto obbligandolo a vedere il padre). Se questo disposto non dovesse essere rispettato, si aprirebbero le porte della casa famiglia o si procederebbe all’affidamento del bambino a parenti idonei.

In pratica Laura si trova ad essere passata dalla posizione di vittima a quella di carnefice.

La parola ora spetta al giudice, se accogliere o meno la valutazione del pm.

Questo ennesimo tassello non tiene conto né delle denunce di Laura, né del fatto che è seguita da un centro antiviolenza, né di tutte le prove messe agli atti nel corso degli anni (dal 2013 è iniziato l’iter giudiziario). Non hanno sinora tenuto in considerazione nemmeno le dichiarazioni del bambino, sulla sua capacità autonoma di pensiero, sui suoi desideri e preferenze. Non sono state tenute in considerazione le esigenze di salute del bambino, che ora ha 9 anni.

Nonostante insegnanti e servizi sociali abbiano fornito pareri positivi sullo sviluppo e sullo stato psicofisico del bambino, l’adeguatezza della figura materna è dimostrata da questo, si continua a ritenere responsabile Laura di alienazione genitoriale, di manipolare il figlio contro l’altro genitore, sulla base di una teoria spazzatura, che ora ha cambiato nome ma è sempre la stessa roba ascientifica e totalmente infondata prodotta da Richard Gardner, psicoanalista americano, tra l’altro sostenitore della pedofilia.

La cosa più sconvolgente è che sinora nessuno sta intervenendo per fermare questo scempio che avviene da anni e colpisce numerose donne. Il ddl Pillon è solo l’ultimo atto di una lunga vicenda che negli anni ha trovato molti proseliti, sostenitori della Pas o alienazione che dir si voglia.

Laura torna a parlare: “Dal 2013 ad oggi nessuno ha messo in primo piano la volontà e il benessere del mio bambino.” Una mamma incensurata, che ha sempre seguito passo passo le richieste dei servizi sociali, del tribunale, anche contro la volontà di suo figlio, non è ancora ritenuto sufficiente per fermare la macchina terribile che sta schiacciando le loro vite. Ha anche accettato di ritirare le denunce nei confronti del padre, per atti persecutori e stalkizzanti, sperando che tutto si concludesse per il meglio. Lo ha fatto dando ascolto ai consigli dei servizi sociali e dei giudici che le chiedevano di ridurre il conflitto con il padre, “abbassare la conflittualità” è stata la parola d’ordine. Perché ancora oggi si continua a confondere il conflitto con la violenza. Dopo le denunce le donne sono sole ed è chiaro che diventa tutto insostenibile e in salita.

Laura deve combattere contro l’accusa infondata e infamante di alienazione genitoriale, di cui sono ritenuti colpevoli anche i nonni materni. L’alienazione è diventata negli anni un’arma contro madri e figli, laddove emergono maltrattamenti e violenze domestiche o semplicemente si evidenzia l’inadeguatezza di un genitore.

Torno a fare un appello per Laura. Torno a chiedere a chi ha la possibilità, il ruolo istituzionale, chi può fornire sostegno di mettersi a disposizione. Ho ancora nella mia casella di posta le numerose email che ho scritto per chiedere che qualcuno si interessasse. Abbiamo bisogno di risposte che invertano la rotta. OGGI. Il silenzio che c’è stato sinora da chi ricopre incarichi politici istituzionali di rilievo è la cartina di tornasole dell’attenzione che c’è alle esistenze delle donne, ai loro problemi e al loro benessere. Si parla di denunciare le violenze, si parla di protezione delle donne e dei figli che hanno subito e vissuto queste situazioni, ma ha ragione Laura, nulla sembra servire. Si resta numeri, statistiche snocciolate dalla Polizia di Stato o dal ministro dell’Interno. Intanto le nostre vite passano, si trascinano sotto il peso di vicende giudiziarie infinite, in cui si fa fatica a conoscere una giustizia e un senso. Intanto ci si deve fare forza, in quasi solitudine, se escludiamo il sostegno meritevole di qualche associazione. Intanto, lo stereotipo delle madri malevole, che usano strumentalmente l’accusa di violenza per escludere il padre, si consolida e trova sempre maggiori spazi. Eppure sappiamo quanto rari siano questi casi “falsi”, che però diventano paradigmatici, modello per poter mettere il bavaglio alle donne e ai loro figli. Il meccanismo funziona perché di fatto le madri vengono stritolate in una morsa, più vogliono proteggere i figli, più corrono il rischio di subire pesanti accuse, di essere diffamate e screditate. Chi di fatto ha commesso le violenze viene “salvato” e deve semplicemente attendere che l’ingranaggio innescato faccia il suo corso.

La separazione da un uomo violento rischia di diventare una continuazione della stessa violenza, se nessuno interviene per interromperla; questo genere di uomini tenta in ogni modo di mantenere il controllo sulla donna e i figli. Alla stregua della “roba” di Mazzarò, narrato da Verga.

Scrive Patrizia Romito, pag. 166, Un silenzio assordante:

“In una società di tradizione patriarcale, le donne e i figli appartengono al padre. (…) Questo modello di società e questi diritti sono stati rimessi in discussione dal movimento delle donne, con alti e bassi, ma con una certa continuità negli ultimi due secoli; di conseguenza sono avvenuti cambiamenti sostanziali, a cui la società patriarcale ha opposto dura resistenza. Solo se abbiamo bene in mente questo contesto e l’entità posta in gioco, possiamo capire quello che avviene oggi.”

Romito richiama i cambiamenti legislativi in materi di violenza domestica, nella separazione, nell’affido dei figli in Italia e in altri Paesi. Purtroppo da anni si prescrive la mediazione (la vorrebbe imporre anche Pillon e altri testi affini) in caso di maltrattamenti, ignorando spesso la richiesta della donna di allontanare l’uomo violento. Si fa sempre più strada un tentativo di legiferare in materia di affido omettendo di proposito la dimensione della violenza domestica. L’invisibilizzazione e la negazione sono le strategie più praticate.

Se le donne si oppongono, cercano di resistere, di proteggere se stesse e i propri figli, vengono bollate come manipolatrici, le si silenzia attraverso l’uso a mo’ di randello dell’alienazione. Madri e figli non vengono ascoltati. Le donne rischiano di non essere credute e di perdere la responsabilità genitoriale, l’affido, in pratica vengono colpevolizzate e punite. Si tratta di una delle modalità di occultamento della violenza, come ha cercato di mostrare la professoressa Patrizia Romito.

Continuiamo a vedere applicata questa spazzatura dell’alienazione nonostante le falle e le ripetute critiche sul piano etico e scientifico. Dagli Usa all’Italia c’è chi spalleggia e diffonde queste pseudo teorie e davvero non si riesce a capire come le si possa applicare in modo spesso acritico e senza conoscere chi le ha create.

Non è un racconto di una realtà distopica, è ciò che da anni vivono tante donne e bambini.

Il rischio maggiore è che si dia credito a tutto questo costrutto e che in un’opinione pubblica poco informata o totalmente a digiuno, non abituata o non in grado di verificare, si consolidino pregiudizi e narrazioni spazzatura.

Pillon & Co. stanno semplicemente aspettando la fine delle elezioni europee per servirci un boccone avvelenato.

Trovo un errore aver abbassato i riflettori su questi pericoli. Le battaglie non si possono interrompere, rischiamo troppo.

Così come non possiamo permettere che Laura continui a vedere la sua vita e quella di suo figlio in bilico. Hanno diritto ad essere sereni e a non essere separati.

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Votare significa partecipare e non rassegnarsi. Qualche motivo in più per noi donne


Perché partecipare e andare a votare? L’ho già in parte spiegato qui. Ve ne consiglio una lettura, perché questo articolo è di fatto una continuazione di un ragionamento.

Anziché muoversi tra “santini” e volantini dei candidati, cene, discorsi e programmi generici, che solo in rari casi si connotano per una vera e propria attenzione alle questioni di genere, al contrasto delle discriminazioni e alla costruzione di una parità di fatto tra uomini e donne, forse è opportuno soffermarsi su ciò che l’Unione Europea può essere e diventare per noi donne.

Secondo l’analisi del Sole 24 Ore, in data 6 maggio:

“A 20 giorni dall’apertura delle urne ci sono quasi 9 milioni di italiani che non hanno deciso per chi votare. (…) Il dato maggiormente interessante è che, al di là delle appartenenze politiche, il 65% degli indecisi è donna, elettorato a cui a oggi nessun partito ha deciso di puntare nell’ambito della comunicazione politica. È questo il vero buco nero della campagna elettorale e su cui sembra esserci una condivisione da parte di tutti i partiti in campo. Questa elezione non sembra tingersi di rosa.”

In realtà il Sole 24 Ore non sembra essersi accorto che alcune formazioni hanno dato dei segnali importanti nei programmi e con i profili delle candidate (penso a La Sinistra ed Europa Verde). Ciò che manca forse è la comunicazione che avviene sui media mainstream e su come avviene la campagna sul territorio. Ci si affida spesso ai bacini elettorali che ciascun/a candidato/a può portare e poco a intercettare nuovi elettori/elettrici o il recupero degli/delle ex.

Parlare di questioni concrete e che riguardano da vicino le donne, tutte le donne di questo Paese, dichiarando sinceramente ciò di cui ci si intende occupare nei prossimi anni a Bruxelles, mantenendo sempre lo sguardo in Italia. Naturalmente questo presuppone una conoscenza da vicino di tutta la complessità del mondo femminile.

Siamo evidentemente di fronte a un bivio e se non risolveremo l’indebolimento della Commissione e del Parlamento a favore del Consiglio dell’Unione europea, organo rappresentativo delle istanze dei governi (quindi soggetto ai loro destini), se non otterremo un rafforzamento delle istituzioni europee, insieme a una loro maggior indipendenza dai governi e dalle lobbies, non possiamo sperare in tempi buoni, tantomeno per progressi in tema di pari opportunità. Cruciale sarà fermare i portatori di modelli ultraconservatori che potrebbero farci arretrare in tema di diritti e partecipazione politica ed economica delle donne. Le politiche dell’agenda europea potrebbero cambiare fortemente.

Ho tentato di riassumere in una serie di slide ciò che l’Unione Europea ci ha portato in termini di parità di genere, cercando di diffondere strumenti, modelli, regole, opportunità per raggiungerla. Un bignamino che può essere una traccia dei passi sinora compiuti e di cui non ci rendiamo ben conto.

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Vivere la vita, nei suoi colori e nelle sue profumazioni


L’esperienza di Barbara Bartolotti è la storia di una sopravvissuta, una donna che si è aggrappata alla vita con tutte le sue forze. Sopravvissuta a una crudele aggressione dalla violenza inaudita e inaspettata da parte di un collega. Un percorso di rinascita che le ha permesso di intraprendere una vera e propria nuova vita. Le abbiamo chiesto di raccontarcela.

Barbara all’epoca dei fatti aveva 29 anni, un marito, due bambini e da poco aveva scoperto di aspettarne un terzo.

Ci racconti cosa ti è accaduto quel 20 dicembre 2003?

Incontro Giuseppe Perron, mio collega dello studio edile in cui lavoravo come contabile. Credevo dovesse parlarmi di lavoro, visto che tra di noi non c’era mai stato altro. Scesa dalla macchina mi ha colpita con quattro martellate alla testa e poi mi ha accoltellato all’addome, uccidendo anche la vita del mio bambino che portavo in grembo. Poi non contento, mi ha dato fuoco cospargendo il mio corpo di combustibile agricolo.

L’ossessione di un uomo segretamente innamorato di lei, che non accetta che Barbara sia in attesa del suo terzo figlio e che non potrà mai essere “sua”, non potrà avere alcun futuro con lei. Le dice infatti mentre la aggredisce (e poi davanti ai giudici): “Non ti posso avere, meglio ucciderti”. Un’ossessione frutto di una costruzione che nulla ha a che fare con i sentimenti, ma solo con l’idea del possesso, di ghermire l’altra, di assoggettarla, di possederla indipendentemente dalla sua volontà, come un oggetto, un qualcosa di cui potersi appropriare. L’incapacità di accettare che un’altra persona possa non appartenere, non entrare nei propri progetti di futuro. Una elaborazione lucida, premeditata di un femminicidio, da parte di quello che appare “un bravo ragazzo”, di buona famiglia, perché normali sono gli uomini che elaborano questo castello di violenza. Bravo ragazzo per la comunità e per tutti, un sano figlio di una mentalità radicata e secolare, di uomini padroni, che non ammettono che certi “piani” vengano intralciati. Così si schiaccia il diritto di una donna a continuare a vivere, libera dalla violenza, che invece irrompe ferocemente per mano di Giuseppe.

Barbara, si finge morta, finché lui non si allontana, e nonostante le ferite e il dolore, con un pensiero ai suoi figli, trova la forza di rialzarsi, di spegnere le fiamme e di chiedere aiuto a due ragazzi che in quel momento passavano in auto. Supererà il coma e trascorrerà sei mesi di cure intensive al centro grandi ustioni di Palermo. Poi finalmente, la sua rinascita.

La tua esperienza di sopravvissuta alla violenza come testimonianza e impegno in prima persona, giorno dopo giorno. In quanti modi riesci a portare avanti tutto questo? So che sei anche impegnata con un’associazione…

Sì, ho un’associazione che si chiama Libera di vivere e porto avanti una missione: sensibilizzare tutti e soprattutto i giovani al rispetto e all’amore per la vita.

Quali ostacoli hai rilevato e aspetti positivi rispetto a questo impegno. Un bilancio a distanza di qualche anno.

Qui a Palermo poca solidarietà. Ho problemi per avere una sede per il mio centro di ascolto e gli incontri devo farli da altre parti. La mia città non mi ha aiutata neanche per un lavoro. Eh sì, sono stata licenziata dopo sei mesi di malattia continua, perché a capo dell’impresa c’era lo zio del mio aggressore. Ora lui lavora in banca all’Unicredit, lui è stato premiato…

Condividi le motivazioni di questo impegno con i tuoi figli?

Sì, con i miei figli maggiorenni, con la piccola no.

Oggi come vedi Barbara, rispetto al passato? Hai scoperto qualcosa di te che non conoscevi?

La mia forza e la mia fede sono notevolmente cresciute e sempre l’amore per la vita aumenta. Lotterò sempre affinché le leggi cambino.

Cosa è per te la giustizia. Come sono cambiate le tue aspettative e le tue idee dopo l’esito del processo a carico di colui che ha tentato di ucciderti?

Il mio aggressore non ha avuto condanne qui su questa terra, ma al cospetto di Dio sarà punito.

Il suo aguzzino, incensurato, si è avvalso del patteggiamento e rito abbreviato, viene considerato dai giudici colpevole solo di lesioni gravissime e non di tentato omicidio. Avrebbe dovuto scontare 25 anni di carcere, ma alla fine se la cava con appena 4 anni di domiciliari, che però, grazie all’indulto, non sconta nemmeno. Non ha mai chiesto scusa.

Ciò che appare ancora una volta difficile da accettare è come la giustizia di fatto non si compia, l’autore ha potuto godere di tutta una serie di benefici. Che risarcimento viene riconosciuto alla vittima e che messaggio si lancia a livello di società?

Prima dell’aggressione e del tentativo di ucciderti, cosa pensavi a proposito della violenza maschile?

Credo che la violenza e la mancanza di rispetto sia sempre esistita, ma oggi emerge maggiormente grazie a tv e social.

Alla luce della tua esperienza, quali sono le priorità per prevenire e contrastare la violenza contro le donne, su cosa si deve intervenire e quali sono gli strumenti che funzionano e quelli che andrebbero migliorati?

Sicuramente chi accoglie le denunce deve essere bravo a non respingere la vittima ed attivare i servizi preposti a tutela e protezione. Mai tornare indietro e chiedere aiuto a tutti.

Lavorare per cambiare la cultura del dominio e del possesso, per cui se non “gli puoi appartenere” un uomo sceglie di cancellarti e di toglierti la vita: quanta strada c’è ancora da fare, che percezioni hai sulle nuove generazioni?

Molta strada…lavorare sull’educazione di uomini e donne, tutti dobbiamo migliorare.

Occuparsi di violenza contro le donne, perché ci riguarda tutti e tutte. Quanto è importante essere consapevoli del fenomeno, delle sue radici? Quanto è importante non viverlo come qualcosa di distante da sé?

Può essere anche tanto vicino, basta essere pronte al cambiamento, basta non fermarsi mai, avere fede, forza, coraggio e scappare per vivere.

Cosa è per te la libertà? Cosa significa essere libera per una donna, in Italia, oggi?

Essere libere vuol dire fare ciò che desideri della tua vita, essere libere di vestirsi, di parlare, di lavorare e di uscire senza minacce e preavvisi minacciosi.

Ricostruire e ricominciare, di quali interventi di sostegno hanno bisogno le donne sopravvissute? Penso per esempio alle difficoltà di trovare un lavoro…

Noi sopravvissute a un femminicidio non siamo tutelate da nessuno. Abbiamo anche noi diritto al lavoro e di dimenticare con la nostra dignità, non essere emarginate.

Il tuo coraggio, la tua forza, il desiderio di vivere questa seconda vita per te e i tuoi figli. Tanti elementi ti hanno sostenuta in questo cammino di rinascita, quale messaggio vuoi trasmettere alle donne che hanno vissuto e/o stanno vivendo situazioni di violenza, di abusi da parte di un uomo?

Mai fermarsi, mai abbattersi. Camminare sempre a testa alta, vivere la vita, anche se beffarda, nei suoi colori e nelle sue profumazioni.

Vi invito ad ascoltare la sua testimonianza rilasciata a Sopravvissute, lo scorso 7 aprile.

Le cicatrici sul corpo e quelle dell’anima non si possono dimenticare né cancellare, restano per tutta la vita. Noi possiamo però aiutare Barbara a riprendere a lavorare. Ci date una mano?

Vorrei concludere tornando sugli autori delle violenze contro le donne, perché è bene ribadire alcuni aspetti.

Vi riporto un estratto dal libro del magistrato Fabio RoiaCrimini contro le donne: Politiche, leggi, buone pratiche, 2017 Franco Angeli, pag. 161:

“Secondo vecchi ma non superati stereotipo si tende ancora oggi a pensare che chi maltratti o stupri una donna sia un soggetto affetto da una patologia psichiatrica, una persona disturbata e quini in maniera gergale, da curare. Al contrario, l’esperienza giudiziaria dimostra che l’agente violento non risulta affetto da alcuna patologia sul piano psicologico-psichiatrico, ai sensi dell’art. 85 c.p., e che la sua condotta maltrattante si sviluppa su un binario di piena consapevolezza, dovendosi così ricercare la causa scatenante della condotta violenta in una matrice subculturale che autorizza la liberazione degli impulsi aggressivi nei confronti di una donna in quanto espressione di un genere ritenuto secondario.”

Immaginiamo pertanto, che in assenza di sanzioni penali adeguate al reato e nessun trattamento “su un piano di sensibilizzazione relativa al disvalore del comportamento commesso, comportamento che tendono a negare o minimizzare”, il rischio di recidiva sia assai elevato e che all’opinione pubblica si passino messaggi che derubricano la gravità della violenza agita. Il nostro sistema non può permettersi di continuare a essere debole e fiacco, poco incisivo, con differenze anche notevoli tra tribunali, in merito a sentenze in materia. Le leggi ci sono, vanno applicate adeguatamente da magistrati specializzati e preparati in materia. Occorre poi seminare, credendoci veramente, nella costruzione di una società paritaria, a partire dall’ambito scolastico, investendo nell’educazione a relazioni rispettose e egualitarie tra uomini e donne, senza paura di interrogarsi e di affrontare i tarli culturali patriarcali che ancora affliggono i rapporti tra i generi. Dobbiamo scavare dentro di noi per estirpare le radici culturali che sostengono e alimentano la violenza, quelle forme di sottovalutazione e di negazione della gravità di certi comportamenti e mentalità. Dobbiamo avviare un enorme lavoro che sia in grado di minare le basi della discriminazione e della violenza contro le donne. La traccia da seguire già l’abbiamo, basta attuare passo passo le quattro P della Convenzione di Istanbul: prevenzione, protezione e sostegno alle vittime, perseguimento dei colpevoli, politiche integrate.

Articolo pubblicato anche su DOL’S MAGAZINE

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Concertone. Discriminazione e sessismo, pane quotidiano di una invisibilizzazione

@Pat Carra – Annunci di lavoro -Ediesse


Il concertone del primo maggio è solo la rappresentazione plastica, a livello macro, di una l’invisibilizzazione delle donne che avviene ogni giorno. Un mucchio di escamotage e di motivazioni rocambolesche a giustificare una assenza, una dimenticanza che viene da secoli in cui si è fatto sempre così. D’altronde Renga aveva già magnificamente espresso la sua opinione (maschiocentrica per usare un eufemismo) sulle voci femminili.

Le voci e i contributi femminili ancora messi in secondo piano, perché quando c’è da mostrare talenti, bravura, impegno e anche solo il valore che è racchiuso in ciascuno di noi, non si riesce mai a pensarlo anche declinato al femminile. Siamo retroguardia, nelle retrovie, manovalanza, andiamo bene nella massa indistinta, per far numero e decorare la scena. E si fa di tutto per allontanare quel ‘di fatto’ tanto strenuamente voluto da Teresa Mattei per l’art 3 della nostra costituzione. Uguaglianza e partecipazione di fatto.

La piena liberazione deve ancora arrivare. Finora ci hanno somministrato fumo. Non c’è altro, solo la cosciente e deliberata volontà di non realizzare questi fondamentali principi. Continuate a rappresentare così la realtà, tronca, monca, monogenere, con una maschilità di successo che celebra se stessa in ogni ambito. Sciò sciò che mi rubi la scena. Che non vuole essere disturbata nella sua esibizione e corsa al potere. Questo vale in ogni ambito, ogni giorno ripeto. Senza pensare quanto ci perde il Paese in questo secolare valzer che ignora le donne. E di donne da coinvolgere e da valorizzare ve ne sono. Prima di perdere queste energie, sì lo so che non ve ne frega niente. Sono proprio vicinissime, non serve guardare troppo in là. E poi riflettete, sta proprio male come messaggio, continuare a omettere altri punti di vista. E badate bene che questo non è solo un problema dei sindacati, ma ci riguarda tutti i giorni, soprattutto nella dimensione micro. Innocenti dimenticanze, casuali frangenti, ingenue (per così dire) sottovalutazioni che diventano macigni simbolici ma assai reali di una discriminazione di fatto.

Il concertone del primo maggio è solo la rappresentazione plastica, a livello macro, di una l’invisibilizzazione delle donne che avviene ogni giorno. Un mucchio di escamotage e di motivazioni rocambolesche a giustificare una assenza, una dimenticanza che continua ad essere suffragata da secoli in cui si è fatto sempre così. D’altronde Renga aveva già magnificamente espresso la sua opinione (maschiocentrica per usare un eufemismo) sulle voci femminili.

Le voci e i contributi femminili ancora messi in secondo piano, perché quando c’è da mostrare talenti, bravura, impegno e anche solo il valore che è racchiuso in ciascuno di noi, non si riesce mai a pensarlo anche declinato al femminile. Siamo retroguardia, nelle retrovie, manovalanza, andiamo bene nella massa indistinta, per far numero e decorare la scena. E si fa di tutto per allontanare quel ‘di fatto’ tanto strenuamente voluto da Teresa Mattei per l’art 3 della nostra costituzione. Uguaglianza e partecipazione di fatto. Invisibilizziamo le donne in molti modi, non dimentichiamo la riluttanza all’uso di un linguaggio declinato in base al genere.

“Sessuare il linguaggio implicava la consapevolezza della propria soggettività, latente in ogni donna ma che deve rivelarsi per dirsi nella sua pienezza, autonoma rispetto al maschile. Un problema più complesso era costituito dalla mancanza di un ordine simbolico di riferimento per il soggetto donna. Ricostruire e dar conto dell’agire politico delle donne, significa anche affermare la validità di quei presupposti e di quelle esperienze che ancora oggi proponiamo. Essere donna o uomo, essere due soggetti autonomi che hanno corpi sessuati e che parlano, si esprimono, usano e producono linguaggio, sono evidenze taciute dal linguaggio “neutro”, cioè quello comunemente usato, marcato al maschile, che ingloba il femminile e che, in realtà, è espressione e dominio del “Logos maschile (inteso come pensiero, linguaggio, cultura)” in Piussi, 1989, p.174. Il pensiero occidentale, infatti, ha assunto la differenza sessuale non nella sua interezza di espressione di soggettività differenti ma come oggetto di conoscenza, come contenuto di sapere, entro cui ha definito il femminile o come complementare/inferiore al maschile o assimilandolo al maschile, secondo i parametri di parità/uguaglianza. Quanto avviene nel linguaggio è lo specchio della realtà presente e trascorsa, è il risultato di millenni di patriarcato e ordine simbolico maschile dominante, malgrado decenni di femminismo e malgrado la condizione delle donne nella società sia innegabilmente migliorata. Il rapporto tra linguaggio e identità sessuata è ancora un nodo da sciogliere.”

Emi Monteneri, pag. 154 in “Insegnare la libertà a scuola” a cura di Mariella Pasinati, Carocci 2017.

Ci sono numerose modalità con cui si cerca di perpetuare questo dominio maschile, in cui si evidenzia quella sorta di backlash ben definito e analizzato da Susan Faludi nel suo Backlash: The Undeclared War Against American Women. Oggi come nel 1991 è in atto una “controreazione” maschile o per meglio dire patriarcale alle conquiste e alle rivendicazioni mosse dalle femministe negli ultimi decenni.

Proprio il 1 maggio, dal significato e dal portato simbolico enorme, decide di non rappresentarci. Non ci si sorprenda poi della stagnazione di fatto della partecipazione al mercato del lavoro da parte delle donne. Non c’è attenzione sincera e concreta alle donne, non c’è voglia di includerle e di migliorare le loro condizioni di vita, la loro partecipazione politica, sociale, lavorativa. Confinate e rappresentate in gabbie e ruoli ben precisi, la tv e i media hanno abbracciato, non da oggi, un preciso indirizzo, per la serie indietro tutta, per riportarci a casa, mamme, mogli non di più. Se non ve ne siete accorti, hanno da pochi giorni incardinato in Commissione finanze della Camera la proposta di legge che prevede sgravi fino a 20mila euro per gli under 35, ma solo per i matrimoni religiosi. Vi fa venire in mente qualcosa, insieme a figli/ettari di terra, mozioni no-choice, Pillon?

Decenni di battaglie per affermare i nostri diritti nel mondo del lavoro, vengono di fatto dimenticati, non ci siamo, non fa comodo ricordarli evidentemente.

E no, purtroppo proprio non riesco a farmene una ragione dei tanti segnali quotidiani che cercano di riportarci indietro. Il concertone è la dimostrazione di ciò che avviene ogni giorno. Spero che ci rendiamo conto della vetusta strutturazione della nostra società e dei modelli che continuiamo a veicolare a piene mani.

Se non lo nomino non esiste, se non lo vedo non posso immaginarmi di poter essere un giorno io stessa in quella dimensione, in quel ruolo o professione, a parlare di certi temi. Non son concetti che ho coniato io ma che dovrebbero essere alla base del nostro agire, dovrebbero entrarci dentro, senza la necessità di ribadirli a più riprese. Semplicemente stiamo defraudando l’immaginario delle future generazioni, con le donne ancora poste uno scalino più in basso o assenti, utili al massimo come oggetti sessuali.

Un primo maggio che trasmetterà in diretta tv e radio questo messaggio: settantasette artisti sul palco e solo quattro donne, nessuna per altro come artista solista.

In risposta è arrivato l’evento dal titolo “Musica, femminile plurale”, all’Angelo Mai, il 1 maggio, a partire dalle 19, #MaiCosìTante.

 

La classifica del Wef sul gender gap è fin troppo generosa, per svegliarci forse occorrerà raggiungere l’ultimo posto. Ma siamo sulla buona strada a quanto pare.

Noi continueremo a parlare, ad agire, a esserci in ogni ambito e a fare la Differenza, libere!

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Femminismo e spazio politico. Dalla Spagna all’Italia

@La Nación


Articolo personale, articolo politico, un articolo che contiene e si sviluppa su vari strati. Scrivo perché il fiume dentro ha bisogno di uscire e per trovare un corso ai pensieri.

“Per favore, compagne, sorelle, andate a votare il 28 aprile. Mai i risultati di una elezione hanno minacciato i nostri diritti e le nostre libertà in questa maniera. Non restiamo in casa. Andiamo a bloccare l’ultra destra”. Le femministe spagnole scrivono un manifesto, prendono parola come elettrici, in occasione delle elezioni politiche, tenutesi in Spagna lo scorso 28 aprile. Un treno di mobilitazione non solo nazionale ma transnazionale, un treno che in Spagna ha preso corpo sin dal 2013, per la libertà e per difendere i diritti sessuali e riproduttivi, un movimento che ha saputo crescere a ingrandirsi in questi anni. Un movimento femminista che sa rivendicare e occupare lo spazio politico e che torna a porre al centro i diritti sempre e in particolar modo prima delle elezioni generali, appena concluse, a un mese di distanza da quelle europee e da quelle municipali e delle regioni autonome.

“Dopo le mobilitazioni nel 2013 per il diritto all’aborto, il treno della libertà nel 2014, la Marcia dello Stato del 7N del 2015 contro la violenza sessista e gli scioperi femministi dell’8 marzo 2018 e 2019, siamo un movimento di protesta contro la discriminazione e la violenza contro le donne”, ma anche capace di portare proposte concrete in materia di occupazione, assistenza, pensioni, salute, istruzione, sessualità, consumo, frontiere e laicità dello Stato. “Unite, rafforzando le nostre alleanze con altri movimenti sociali.”

Nel manifesto, si fa riferimento ai timidi progressi istituzionali in relazione all’uguaglianza tra donne e uomini (dopo le elezioni del 2016): un patto di stato è stato raggiunto contro la violenza di genere e sono stati incrementati i fondi ad esso destinati, c’è stato un miglioramento nell’uguaglianza all’interno dei consigli comunali. “Tuttavia, ci sono ancora molte lacune da chiudere per raggiungere un’uguaglianza reale ed effettiva. Allo stesso tempo, il contesto in cui si svolgeranno queste elezioni è cruciale per gli interessi delle donne: la tensione politica, il progresso dei fondamentalismi, il rischio di regressione nei diritti acquisiti.”

Questo manifesto è stato firmato da oltre 150 organizzazioni e collettivi femministi e presentato ai principali partiti politici. All’incontro a Madrid c’erano il Psoe, Podemos e Ciudadanos; il partito popolare non pervenuto.

I punti: lotta contro la violenza di genere, contrasto alle discriminazioni e disuguaglianze nei luoghi di lavoro, misure di conciliazione e di condivisione dei compiti di cura, meccanismi istituzionali per garantire uguaglianza di genere, approvazione di una legge contro lo sfruttamento sessuale delle donne in prostituzione e tratta, sanità pubblica e universale, ecofemminismo nel sistema produttivo e di consumo, housing sociale, frontiere/migrazioni/rifugiati e cittadinanza, educare all’uguaglianza.

L’obiettivo: che si ascoltino e si tengano presenti le richieste del movimento femminista.

C’è una forza, una volontà che prendono forma ed esigono una rappresentazione piena, che renda efficaci le proposte, le istanze delle donne. Oltre la mobilitazione, c’è l’impegno, la partecipazione e la pressione nei luoghi istituzionali e della rappresentanza, imprescindibile e ineludibile passo per inaugurare una nuova stagione, un modello nuovo di politica delle donne, che c’è sempre stato ma che oggi si è rafforzato ed è cresciuto. Un manifesto non significa scendere a compromessi, come qualcuno da noi potrebbe pensare, ma è l’evidente urgenza di entrare nei meccanismi e pretendere ascolto e politiche differenti.

Non è semplice contestazione, ma un corpo politico delle donne che si allarga giorno dopo giorno, capaci di declinare punto dopo punto le priorità e soprattutto c’è l’esortazione alle donne di partecipare attraverso l’espressione del voto, scegliendo e non astenendosi. La politica non è delega in bianco, ma è tracciare la direzione, un indirizzo, integrare, sollecitare qualcosa che spesso nei programmi dei partiti politici tradizionali manca o è debole.

Risultati? Con 164 deputate su 350, è il parlamento spagnolo che ha il maggior numero di donne della sua storia (il 46,8% degli eletti).Con i primi due partiti, socialisti e popolari, che vedono eleggere più deputate che deputati. Speriamo che Sanchez sappia confermare il trend dell’esecutivo del 2018 (11 su 17 ministri erano donne). In Italia alle elezioni politiche del 2018 solo un terzo degli eletti sono state donne, per non parlare dei ruoli e dei dicasteri ricoperti. Frutto anche delle conseguenze nefaste delle pluricandidature nei collegi.

Per questo penso che l’invito energico delle compagne spagnole debba essere colto e arrivare anche da noi. Soprattutto, superando schieramenti e barricate che non portano a nulla. Accogliendo e non respingendo chi ci vuole provare e chi ci mette energie e faccia. Non invisibilizziamo e non atterriamo il volo delle compagne che hanno deciso di impegnarsi in una campagna elettorale, perché è già difficile di per sé, perché non è mai semplice, ma diventa ancora più dura se il fuoco arriva da versanti che dovrebbero includere e sostenere.

E se non sapremo sostenere coloro che tra le candidate possono davvero rappresentare gli interessi e le istanze femministe, avremo perso una occasione cruciale e preziosa. Ci dovremo tenere soggetti che pur di sesso femminile, in Europa sono state e continueranno ad essere da ostacolo a tutte quelle battaglie ben declinate dalle spagnole. E cito, tanto per fare un esempio, la bocciatura nel 2013 della risoluzione Estrela su “salute e diritti sessuali e riproduttivi” (che chiedeva che l’aborto sicuro fosse un diritto garantito). Astensioni e un clima altrettanto pilatesco, in cui si è preferito lasciare liberi gli stati di seguire la propria strada. Peccato che l’attacco all’aborto sicuro ed alle pratiche di contraccezione e prevenzione sono in atto e sotto gli occhi di tutti.

I nostri diritti, in primis quelli sessuali e riproduttivi, sono sotto attacco in tutta Europa, per questo occorre scegliere, schierarci e non permettere che soggetti apertamente contro l’autodeterminazione delle donne possano condizionare il nostro futuro, nazionale o europeo. Occorre essere partigiane, scegliere da che parte stare, solo una manciata di giorni fa era 25 aprile.

Andiamo a leggere i programmi per le europee, iniziamo a chiederci perché (oltre a +Europa) sul versante “centro/sinistra” solo La Sinistra ed Europa Verde parlino esplicitamente di garantire “la reale autodeterminazione sulle proprie vite e i propri corpi: il pieno diritto alla salute sessuale e riproduttiva, all’interruzione volontaria di gravidanza, l’accesso alla fecondazione assistita, anche eterologa, la promozione della contraccezione” e “assistenza e servizi per la salute sessuale e riproduttiva compreso l’aborto, gratuiti e accessibili, di buona qualità e sicuri per tutti.”

Per me questo fa già la differenza, le liste e i nomi poi sono il precipitato di queste scelte programmatiche, niente affatto casuali.

In questo periodo in cui ci sono stati gravi e profondi attacchi ai diritti acquisiti, in cui le donne, insieme ai migranti, sono stati i soggetti più colpiti, in cui non solo la 194, ma il diritto di famiglia, la parità e le lotte per le discriminazioni di genere sono stati oggetto di progetti di riforma e di indebolimento, non si può pensare di “mancare” o “snobbare” le donne, le femministe e le loro rivendicazioni. Non siamo soprammobili, portaborse, manovalanza, ma portatrici di proposte e contenuti politici che non lasceremo liquidare in un paragrafetto o in una comparsata. Occorre riconoscere che su politiche di ogni ambito possiamo fare la differenza, che quando si parla di Europa abbiamo nostre originali soluzioni, che possono garantire un benessere diffuso e tornare a far guardare con positività alle politiche europee. Non chiamateci solo a fare pinkwashing, non siamo disposte a questo tipo di strumentalizzazioni. Non siamo disposte a sentirci parlare addosso sui temi che più ci stanno a cuore. Non accettiamo più che i temi si declinino in modo neutro, al maschile neutro e onnicomprensivo. Non siamo più disposte a vedere ignorate le nostre istanze e competenze specifiche. Siamo corpo, idee, parole, azioni. Molte di noi hanno un background di cui tenere conto e da valorizzare. Lasciamo entrare con gioia e orgoglio la parola femminismo nei progetti politici, accogliamo con intelligenza il suo bagaglio per una rivoluzione di fatto, che porti a non sottovalutare un’ottica e una prospettiva autenticamente di genere nelle politiche istituzionali. Desidero non avvertire più risatine ogni volta che mi presento come femminista e agisco di conseguenza. Chiamiamo le cose con il loro nome e non facciamo finta che certe “lacune” programmatiche e di prassi siano semplicemente frutto di una dimenticanza involontaria. Come donne diamo consistenza preziosa, materia viva alla nostra presenza, alla nostra azione nelle istituzioni e nella politica quotidiana e pretendiamo rispetto.

Non posso che augurarvi buona riflessione e buona scelta. Buon voto!

E permettetemi di inviare un fortissimo e speciale abbraccio alla compagna femminista Eleonora Cirant, capolista nel Nord Ovest per La Sinistra, e a tutte coloro che da anni si battono per i diritti delle donne e che in questi giorni saranno impegnate nella campagna elettorale a livello locale o europeo. Naturalmente non è assolutamente sufficiente essere donna, quindi oltre ai programmi, informiamoci bene sulla storia che ciascuna candidata porta con sé.

Alcuni programmi:

http://europa.partitodemocratico.it/wp-content/uploads/2019/04/programma_corto_PD_Europa_2019-1.pdf

https://www.europaverde.it/sostenere-la-parita-di-genere-combattere-la-violenza-sulle-donne/

http://www.sinistraeuropea.eu/index.php/manifesto/

 

Per approfondire:

https://www.ladynomics.it/elezioni-in-spagna-vittoria-femminista/

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La nuova direttiva UE per congedi parentali e worklife balance, per una genitorialità condivisa


Si parla spesso di “rivoluzione” necessaria, di un adeguamento del mondo del lavoro ai cambiamenti nella società e nella cultura, di un modello diverso. Poi ci spiaggiamo davanti a una serie di resistenze.

Leggo qui che secondo una ricerca ADP:

“solamente 1 donna su 3 (33%) dichiara di volere una legge che consenta all’interno della propria azienda la denuncia di disparità salariale, il 48% non sa prendere posizione. (…) Delle quattro generazioni che lavorano, i risultati mostrano che i Millennials si oppongono maggiormente al divario retributivo di genere: poco meno della metà (40%) dei lavoratori tra i 16 e i 34 anni ritiene che la segnalazione del divario retributivo di genere sia necessaria nella propria organizzazione, contro il 24% degli over 55.”

Perché c’è questa riluttanza a prevedere un monitoraggio trasparente su questo gap? Cosa si teme?

L’unico modo per contrastarlo è prevedere una regolamentazione, non basta affidarsi alla buona volontà della singola realtà aziendale.

E poi occorre modificare l’organizzazione del lavoro immaginata, strutturata sulla base delle esigenze di soggetti maschili, che hanno potuto e possono ancora contare sul welfare familiare, con le donne che “naturalmente” assicurano gran parte di tale lavoro gratuito, invisibile. Ma molte cose stanno cambiando e il sistema non funziona più come in passato. Modello di lavoro da rivedere non solo ragionando su monte ore (riflettendo anche sulle effettive esigenze produttive e di produttività) o su salario minimo, perché sappiamo che le discriminazioni di genere, che si acuiscono con l’età, hanno effetti da non lasciare ai margini della discussione.

 

“Non migliora l’inclusione di donne, adolescenti e bambini/e in Italia, più a rischio di esclusione sociale e povertà rispetto ai maschi adulti: mancano infatti cambiamenti positivi sostanziali nell’ambito della violenza di genere e sui minori e resta limitata l’inclusione economica e sociale delle donne. L’Italia, 27° con 57 punti, fa peggio delle principali democrazie europee (Francia 12°, Germania 14°, Gran Bretagna 16°), ma anche di Bulgaria (24°), Repubblica Ceca (19°) e Portogallo (20°), che negli anni passati erano più indietro in classifica. In Europa fanno peggio i Paesi baltici, Cipro, Slovacchia, Ungheria, Croazia e Romania.

Se per salute e capitale umano ed economico l’Italia continua a beneficiare di una discreta rendita di posizione, non altrettanto si può dire per l’inclusione economica delle donne e l’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro. In 5 anni peggiorano gli indicatori sulla sicurezza ambientale e non migliorano gli indicatori relativi alla violenza di genere e sui bambini.”

 

È quanto emerge dal WeWorld Index 2019. “Solo puntando sulla promozione di politiche sociali indirizzate a favorire l’inclusione economica e politica delle donne, il mantenimento nei percorsi di istruzione dei giovani studenti, l’abbassamento del tasso di disoccupazione e maggior attenzione alla sostenibilità ambientale, in particolar modo in zone periferiche e svantaggiate, l’Italia può sperare di tornare ai livelli delle principali democrazie europee” conclude il presidente Marco Chiesara.

Insomma, includere le donne e permettere una loro partecipazione attiva, senza relegarle in una dimensione esclusivamente di cura e domestica.

Eppure, continuo a leggere analisi e progettazioni per il mondo del lavoro che sono monche della dimensione di genere, eppure la nostra Costituzione ne parla, ma si perde per strada, nelle maglie di un’analisi “neutra”, senza alcuna declinazione che contempli un fatto innegabile: il gender gap. E allora tutte le politiche del lavoro non possono essere pensate come un abito che può andare bene per tutti/e. Le politiche del lavoro a “taglia unica” purtroppo sono tuttora molto in voga, e tutto sommato si fondano su modelli e ruoli “classici”.

Così ci perdiamo i pezzi e dietro questa dimenticanza volontaria rallentiamo sempre più. Il Wef e il suo Global gender gap report ci vede al 118° posto per partecipazione economica e opportunità.

Insomma, mentre si è intenti a far passare una controriforma in tema di affido e di diritto di famiglia, rendendo più arduo separarsi; mentre in Italia i carichi di cura restano per lo più sbilanciati verso le donne, madri o caregiver familiari, in Europa si tenta di fare qualche passo in avanti e segnare la strada per tutti gli stati membri.

Il 4 aprile il Parlamento europeo ha approvato in via definitiva le nuove misure per facilitare la conciliazione tra lavoro e vita familiare. La direttiva, approvata a larga maggioranza entra in vigore il ventesimo giorno successivo alla pubblicazione nella Gazzetta ufficiale dell’UE. Gli Stati membri dovranno conformarsi alle norme entro tre anni.

La nuova normativa stabilisce i requisiti minimi che tutti gli Stati membri dovranno attuare nel tentativo di aumentare le opportunità delle donne nel mercato del lavoro e rafforzare il ruolo del padre, o di un secondo genitore, nella famiglia. Tali norme saranno a beneficio dei bambini e della vita familiare, rispecchiando al contempo più accuratamente i cambiamenti sociali e promuovendo la parità di genere.

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A proposito dell’installazione donna-poltrona

 


Come mi aspettavo, come era accaduto a proposito della musica, del trap, son giunti alcuni commenti del tipo: “è arte, possibile che non la comprendete?”, “è un omaggio per i 50 anni della poltrona di Pesce del 1969, rivisitata, come ogni opera attiva discussioni”, “siamo alla censura”, “per me non è né volgare né sessista”, “non capisco perché ci debba essere tutta questa suscettibilità” e giù con citazioni di opere celebri di martiri, “io mi domando il senso di essere contro un’opera d’arte”.

L'immagine può contenere: una o più persone, cielo, albero, folla e spazio all'aperto

 



Ve le annoto, così, tutte insieme, tutte valutazioni da parte di donne. Ma guardate che non è il nudo che ci sta creando dei problemi, non è nemmeno che siamo troppo suscettibili, non è nemmeno strumentalizzazione, è semplicemente che c’è qualcosa che ci ha profondamente fatto sentire quanto ancora non si riesca a centrare il problema e a comunicare diversamente.
E il simbolico non può essere sottovalutato soprattutto se l’arte vuole portare a una riflessione adeguata al fenomeno della VIOLENZA MASCHILE sulle DONNE.
Un maschile, una maschilità sempre ben tenuta in secondo piano, in questo caso addirittura animalizzata (sotto forma di teste di felini feroci, per una rappresentazione dell’autore della violenza come distante, lontano, appartenente al mondo animale, mai umano, mai come qualcosa che riguarda le nostre esistenze, ma relegato in un “altrove”). Non sia mai che si interroghino su ciò che di tossico c’è nella mascolinità e si sentano coinvolti gli uomini che passano davanti all’installazione… e che si inizi a cambiare registro.
Il corpo donna acefalo, non dotato di intelligenza e di pensiero autonomo, si contrappone a delle teste, il maschile, che sebbene “animalesco”, è sempre rappresentato con la testa, sede del cervello.

La figura maschile deresponsabilizzata perché è ancora meglio esporre in dimensioni su scala gigantesca un corpo di donna, senza testa, questa volta niente lividi o ferite solo trafitto da spilloni, passivo, immobile, poltrona sulla quale sedersi ossia come replicare la subordinazione, l’oggettivazione, una bambola gonfiabile, pezzo di corpo pornificato, una scena che tutto fa fuorché rompere modelli e stereotipi nocivi.

E forse occorre riflettere su cosa di recente il Consiglio d’Europa ha definito come sessismo:
“qualsiasi atto, gesto, rappresentazione visuale, parola scritta o orale, pratica, comportamento che abbia luogo nella sfera privata o pubblica, che si basi sull’idea che una persona o gruppo sia inferiore a causa del suo sesso.”

E come altre hanno detto, donne senza voce.
Perché non puntare una volta i riflettori e il focus su l’autore della violenza senza “cosificare” le donne come complementi di arredo? Sì è proprio un certo tipo di immaginario evocato a non andarci proprio giù e anche questo vostro non voler capire, questo vostro spostare il punto del disagio altrove, che crea ulteriori cortocircuiti.
Un prodotto della società, della sua cultura, di rapporti di potere, di sottovalutazioni, di consuetudini, di comportamenti e di una mentalità maschiocentrica, che si riflette nelle relazioni, questa è la violenza. E in una società del consumo, anche la sofferenza delle donne torna utile. Non ci si accorge nemmeno di aver superato il limite.

E per fortuna non sono da sola a pensarla così e non potete neanche dirmi “a che titolo affermi tutto questo?”. Elisa Giomi, sociologa, ha giustamente commentato: “se per denunciare un fenomeno (legame tra oggettualizzazione femminile e violenza sulle donne e relativo immaginario) ho bisogno di riprodurlo in modo didascalico anzi iperbolico, allora non lo sto denunciando, lo sto riproducendo. E alimentando.”

Ce la possiamo fare!

QUI UNA PETIZIONE INDIRIZZATA AL SINDACO SALA.

Non Una di Meno inaugura in Duomo l’opera d’arte contro la violenza sulle donne
Si è appena conclusa l’inaugurazione di Non Una Di Meno dell’opera “Ceci n’est pas une femme” in presenza del famoso artista francese Poisson. Poisson si è detto molto felice della presenza delle femministe perché: “Se il tema è la violenza sulle donne è giusto che parlino le donne”. Ha anche confessato di avere sempre con sé una copia del piano femminista contro la violenza di genere, da cui ha tratto ispirazione in particolare alla voce “Linee guida per una narrazione non sessista”. L’opera infatti non oggettivizza e non vittimizza le donne e soprattutto non estetizza la violenza. Ha dichiarato l’artista: “La violenza non è spettacolo, con quest’opera, a differenza di quanto avviene di solito, non ho voluto normalizzarla, estetizzarla o feticizzarla, trasformando corpi vessati e cadaveri in oggetto di contemplazione (erotica)”. Nella didascalia dell’installazione si legge come la violenza sia un fatto sociale grave in “altri paesi”. Non Una di Meno ha evidenziato i dati riferiti all’Italia: una donna ogni 3 giorni è vittima di femminicidio, l’obiezione di coscienza rispetto all’aborto è al 70%, più di 1.400.000 donne hanno subito molestie sul luogo di lavoro e la percentuale tocca l’85% nella categoria delle giornaliste. Se l’opera d’arte serve ad accendere i riflettori su una tematica sociale importante, ci auguriamo che il dibattito generato riconosca la strutturalità e sistemacità del problema della violenza di genere, e ci auguriamo altresì che artiste femministe e LGBTQIA+ non siano più invisibilizzate soprattutto quando il tema le riguarda in prima persona. Per trarre ispirazione dalle dichiarazioni dell’assessora alle politiche del lavoro a seguito dell’inaugurazione : se il dibattito generale intorno all’opera d’arte porterà alla donazione di 100.000 euro ai centri antiviolenza, questo Fuorisalone 2019 non sarà passato invano.

 

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Girare la frittata. Gli MRA e il negazionismo

In questo clima di negazionismo in ogni dove, in cui si pubblica di tutto, sullo spazio “Invece Concita”, dopo la lettera del padre “mancato” dopo la scelta della compagna di abortire, arriva la missiva di un uomo di 26 anni, con tanto di curriculum e pedigree politico che lo collocherebbe tra i social-liberali, che discetta come un perfetto MRA, ovvero i men’s right activists, i maschilisti che parlano di una discriminazione al contrario, di diritti maschili calpestati dalla narrazione distorta e misandrica delle femministe. Naturalmente va da sé che si negano secoli di dominio patriarcale, di potere in mano agli uomini, di una invisibilizzazione e subordinazione sistematica delle donne. Mica vero che gli uomini sono in una posizione privilegiata, ma sì, le donne se la passano assai bene, sono i numeri che lo dicono. Naturalmente si adopera strumentalmente anche il caso della donna che dava ripetizioni a un 14enne da cui ha avuto un figlio. E giù a fare di tutta l’erba un fascio.

“Credo che questa vicenda rappresenti un’opportunità per riflettere sui diritti maschili, sui doppi standard giudiziari e sulle discriminazioni che colpiscono gli uomini, in una società definita patriarcale e maschilista, ponendo fine alla retorica del “maschio privilegiato in quanto tale”. Numerosi dati confermano la totale assenza di privilegi nel nascere maschi: gli uomini rappresentano l’80% dei suicidi, l’85% dei senzatetto, il 93% delle morti bianche sul lavoro.

Nell’oltre 90% dei casi di divorzio, la custodia dei figli viene affidata alla madre”.

Si noti bene, “totale assenza di privilegi”, così come coloro che negano le peculiarità della violenza di genere, che negano il gender gap (di cui però non parlano solo le femministe), che negano tutte le volte in cui una donna nella sua esistenza si trova di fronte a un muro, a gabbie derivanti dal suo essere donna, che negano la diffusione della violenza in ogni luogo e in molteplici forme, che negano il suo apice e i femminicidi delle donne in quanto donne, che negano tutte le miriadi di occasioni in cui i corpi delle donne vengono oggettivati, strumentalizzati e diventano terreno di battaglia politica. Si nega così tutto, e tutto finisce in un immenso buco nero, in cui si fa strada sempre più il tarlo che sia solo una grande costruzione e mistificazione di quelle odiatrici seriali delle femministe. Si sente anche quando entro nelle scuole, tra i professori e i ragazzi, quanto sia diffusa questa mentalità. Ogni due/tre giorni in Italia una donna viene uccisa da un uomo che non riconosce, non accetta la sua scelta autonoma di libertà, il suo diritto di autodeterminare la sua vita, anche in ambito sentimentale e relazionale. Una relazione non è come tanti testi di canzoni la rappresentano, tra un “mia”, un “ti pretendo”, un “mi appartieni, e una donna è “cosa mia”. Un rapporto affettivo si basa sul rispetto, che si esplica nel riconoscersi e darsi reciprocamente libertà. Non c’è amore dove abita la violenza, la gelosia, il possesso. La passione non deve continuare ad essere un alibi. Eppure siamo immersi/e nell’amore romantico, in una possessività in cui ci si annulla vicendevolmente, in cui l’appartenersi è misura di amore, in cui ci si culla in una dimensione altamente pericolosa.

Loredana e Romina sono le ultime donne vittime della cultura del possesso, della violenza machista patriarcale. Perché questa mentalità possa cambiare, occorre innanzitutto che ne prendiamo coscienza e consapevolezza in modo capillare, tutti e tutte, per non sentire più parlare di tempeste emotive, donne isteriche, false accuse, alibi negazionisti e assolutori degli uomini che scelgono deliberatamente di compiere violenza.

Eppure l’odio crescente sappiamo da dove viene, sappiamo da cosa monta, sappiamo che si tratta ancora una volta di un tentativo di backlash del patriarcato, un contrattacco in chiave di restaurazione, che negando l’evidenza cerca di riaffermare se stesso, la sua cultura e il suo dominio.

Tra le sue strategie c’è esattamente quel tarlo che tende a ridimensionare il problema, a spostare continuamente il focus, a negare che sia una questione maschile, che deriva da un lungo corso di discriminazioni, strutture sociali, dinamiche relazionali e di potere. Il contesto attuale in cui c’è un deterioramento del rispetto in ogni ambito e scarseggiano esempi positivi anche in ambito istituzionale, appare solo particolarmente adatto al perpetuarsi di schemi dalle radici antiche. Il differenziale di potere da difendere, la preoccupazione di perdere lo scettro e il comando, e con essi privilegi, status e certezze granitiche, rappresentano ciò che anima nel profondo uomini e ragazzi come colui che scrive a Concita De Gregorio. Una replica incessante e secolare di una virilità che ha mostrato più volte segni evidenti di ricadute negative.

Sui presunti doppi standard giudiziari. La realtà della violenza

Conosciamo quanti danni può fare una sentenza in cui si usano le parole “sbagliate”.

Conosciamo altrettanto bene cosa accade alle donne che denunciano e non si sentono protette, credute e tutelate a sufficienza, come dovrebbe essere loro diritto.

Due degli stupratori della ragazza di 24 anni, violentata nell’ascensore della stazione della Circumvesuviana a San Giorgio a Cremano, sono stati scarcerati. Le sue parole.

“Bastano pochi minuti e ritorno col pensiero. Erano attimi di incapacità a reagire di fronte la brutalità e la supremazia di tre corpi. Erano attimi in cui la mente sembrava come incapace di comprendere, di totale perdizione dell’essere. E dopo che il corpo era diventato scarto e oggetto, ho provato una sorta di distacco da esso. Il mio corpo, sede della mia anima, così sporco. Mi sembrava di essere avvolta dalla nebbia mentre mi trascinavo su quella panchina dopo quelli che saranno stati 7 o 8 minuti. Mi sono seduta e non l’ho avvertito più. Ho cominciato ad odiarlo e poi a provare una profonda compassione per il mio essere. Compassione che ancora oggi mi accompagna, unita ad una sensazione di rabbia impotente, unita al rammarico, allo sdegno, allo sporco, al rifiuto e poi all’accettazione di un corpo che fatico a riconoscere perché calpestato nella sua purezza. Il futuro diviene una sorta di clessidra. Consumato il corpo e la mente dal tempo odierno ricerca una vita semplice. Mi piacerebbe essere a capo di un’associazione che si occupa della prevenzione, della tutela e della salvaguardia delle donne, ragazze, bambine a rischio, perché donare se stessi e il proprio vissuto per gli altri è l’unico modo per accettarlo.” Un invito agli uomini a “non far valere i propri istinti, né la coercizione fisica e mentale, ma la forza della parola e quella della ragione”.

E non chiedeteci più perché non denunciamo o perché ci mettiamo del tempo a farlo.

Negare, sostenendo di essere stati fraintesi e di non capire

Facendo una ricerca mi sono imbattuta nella canzone di Skioffi, Killer, che vorrebbe essere la replica uscita a dicembre scorso, dopo le numerose reazioni negative alla sua canzone Yolandi.

Naturalmente siamo noi a non capire e a volerlo censurare: “Questi non capiscono un cazzo di me” – “Mi vogliono tappare la bocca”. Lui “racconta storie” ci tiene a farci sapere, peccato che le donne siano sempre degradate a oggetti sessuali e Yolandi si concluda con: “La collana che costava troppo Adesso dimmi che mi ami, visto che l’ho presa e te la sto stringendo al collo” ed il video che a accompagna trasudi in ogni fotogramma una violenza esplicita inaudita.

Un po’ come quando qualcuno dice: “Le femministe esagerano, colpevolizzano gli uomini perché sono misandriche”… ecco anziché continuare a deresponsabilizzarsi e a scaricare sulle donne, forse sarebbe ora di farsi un viaggio dentro se stessi e sul proprio modo di essere uomini.

Intanto ci aspettiamo che si cambi cultura per miracolo, ma nulla avviene da sé specialmente se non si lavora strutturalmente a partire dalle scuole, dove questi temi sono ancora considerati “facoltativi”, con qualcuno che ancora tenta di sabotare l’ingresso di un po’ di aria nuova. Ebbene, forse occorre meno astio nei confronti delle femministe e più coraggio di cambiare finalmente modelli. Iniziando ad accogliere le proposte di approfondimento e di laboratori scolastici ad hoc, non subendole passivamente o peggio facendo ostruzionismo.

Non abbiamo bisogno di uomini che con una pacca sulla spalla si confortano a vicenda autoassolvendosi e dichiarando che la cosa non li riguarda, ma che sappiano riflettere schiettamente sulla propria idea di uomo, praticata e pensata, per riuscire a costruire modelli differenti, elaborare nuove forme del maschile, guardare in faccia debolezze e conseguenze di una cultura patriarcale, riconoscere cosa si perde (non solo ciò che si guadagna) dall’appartenere e dall’aderire a questa cultura, cosa storicamente ha rappresentato la subordinazione delle donne e l’affermazione del dominio su di esse. Non è allontanando da sé e negando il problema che si risolveranno le cose. Non è nemmeno pensabile di poter continuare in questo modo, perché vi sono evidenze, studi, ricerche, statistiche che evidenziano bene la realtà, che è più vicina di quanto si pensi, che è tanto diffusa da non poter far finta di niente. Tutto questo bussa alla porta delle nostre coscienze e implica un agire corrispondente.

Negate e invisibilizzate per secoli, le donne insorgono come soggetto inaspettato, inatteso, insubordinato della storia, ci siamo riappropriate di una esistenza e di un agire non più solo privato, ma pubblico ed è in questa direzione che occorre continuare a lavorare, sulla cultura e sul nostro ruolo, su rappresentazione e voce, su ciò che in nome della natura ci vorrebbe imporre un destino e un controllo sui nostri corpi e desideri. Nominiamo ogni cosa, senza paura, disveliamo i trucchi di una sovrastruttura culturale che per secoli ci ha negato esistenza e parola. Smontiamo ogni tentativo di ricondurci a un ruolo subordinato e controllabile. Non accettiamo chi paternalisticamente ci suggerisce parole, idee, chiavi di lettura e in che posizione porci. Tutto il discorso enfatico sulla famiglia, sulla protezione e sui vantaggi che ne deriverebbero, rientrano in una somministrazione di quel modello di controllo e di dominio patriarcale, che cozza con la realtà dei fatti, soprattutto in termini di violenza di genere. Insomma c’è la fregatura e soprattutto si tace ciò che la famiglia rappresenta come fulcro che tramanda e replica i modelli di cui sopra.

Non crediamo di avere diritti, quelli potrebbero andar via con un sol colpo di vento. La liberazione delle donne è una rivoluzione in cammino, tuttora da completare, ma soprattutto da accettare da parte di taluni soggetti.

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