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Sex work, ovvero come salvaguardare la dignità maschile

tratta

 

Ho trovato la testimonianza di una donna (qui l’originale in inglese) che riflette sulle implicazioni del termine “sex work”. Le sue argomentazioni non sono da “spettatrice esterna” del mondo della prostituzione, ma partono dall’esserci dentro. Mi sembrava un interessante punto di vista da proporvi. Visto che le storie che girano ultimamente sono tutte pesantemente edulcorate e strumentali a un’assoluzione del cliente e del pappone (ma anche per renderli evanescenti e invisibili).

 

Chiamatela per ciò che è: prostituzione.
L’onore, la dignità sono qualcosa a cui gli uomini tengono molto. L’onore, anche e soprattutto, per le leggi maschili, si basa sul concetto di scelta. Un sacco di persone che hanno poca scelta, amano rivendicare la loro scelta, perché ne va di mezzo la loro dignità.
La retorica attorno alla prostituzione, sul fatto che sia una fabbrica di stigmi e di vergogna per chi si prostituisce, si basa interamente sul fatto che l’uomo non appaia “cattivo”. Gli uomini provano vergogna solo se associati o messi accanto alle prostitute, piuttosto che per il fatto di generare la domanda di prostituzione. Ci usano perché siamo lì, e desiderano sentirsi dignitosi nel fare ciò. È come se non ci fosse cognizione da parte dell’opinione pubblica che sono gli uomini a metterci lì. Non si ha la percezione di chi ci guadagna veramente dal fatto che noi siamo lì. Non si comprende chi ha creato i presupposti per cui siamo lì.
La retorica adoperata per “sanificare” la prostituzione, come empowerment, come sex work, e degna di uno status di “dignità”, serve unicamente per consentire che gli uomini che ci sfruttano non vengano considerati degli sfruttatori. La lobby dei magnaccia conosce la principale funzione del termine sex work, che va a beneficio e a promozione del commercio del sesso (ossia uomini con il diritto di comprarci per sesso e per trarne profitto).
I benpensanti che usano il termine sex work nella speranza di non apparire bigotti e per non negarci la “scelta”, contribuiscono a rafforzare i diritti e la dignità dei magnaccia e dei clienti. Negli interessi della dignità maschile, la dignità è inseparabile dalla parola “scelta”. Lo status quo di dignità, nella concezione maschile, passa ed è misurata sulla base della scelta. Peccato che qualcuno non abbia scelta! Ciò che è sottinteso quando lo chiamiamo sex work è che la donna abbia facoltà di scelta. Cosa c’è di più utile allo scopo?
Per questo motivo, (uno dei tanti), ma non spetta a me, né a nessuna altra prostituta dimostrarlo, lasciateci essere grate e concordare se il termine sex work è dignitoso.
Noi non commettiamo atti indecorosi contro noi stesse e non abbiamo nulla da dimostrare (o di cui essere grate), quando i media o l’opinione pubblica usa questo termine (sex work, ndr). In effetti, l’implicazione che noi rileviamo è che sia un insulto, e molto peggio, un offuscamento di chi compie certi atti.
Noi siamo prostitute. Il termine è sgradevole e viscerale. In parole povere, è sincero. Questo è il motivo per cui papponi e clienti non amano usarlo e perché la gente non ama sentirlo.
Non dobbiamo attribuire dignità a clienti e magnaccia. Né dobbiamo fornire alla gente una sensazione di sollievo, facendoli sentire meglio con se stessi, quando si tratta di prostituzione.
Se chi legge non è una prostituta o è una persona che adopera il termine sex work, chiedo che vi domandiate chi beneficia di questo eufemismo. Molti di noi conoscono l’efficacia delle “parole ambigue”, basti pensare all’efficacia del concetto di “danni collaterali” che si celavano dietro i discorsi dei guerrafondai. Se siamo abbastanza saggi, possiamo adoperare il nostro senso critico per capire a cosa stiamo contribuendo quando chiamiamo la prostituzione “lavoro”.

Saluti,
Spin

 

Allegati:

http://www.newstatesman.com/politics/2014/12/why-we-shouldnt-rebrand-prostitution-sex-work (tradotto da me qui)

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