Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Quanto ancora?


Quanto tempo ancora dovrà passare prima che Laura Massaro e suo figlio possano tornare ad essere liberi dalla spada di Damocle che da anni ha di fatto sospeso le loro vite e le ha messe nelle mani di tribunali, avvocati, assistenti sociali, Ctu?

Torno a parlare di Laura, torno a parlare di tutte le madri che come lei hanno vissuto e vivono sospese, col rischio di perdere i loro figli o che già lo hanno sperimentato direttamente.

Il pm del tribunale dei minori di Roma, lo scorso 2 maggio, ha espresso il suo parere: sospendere la responsabilità genitoriale di Laura, che debbano essere nominati un tutore e un curatore per suo figlio, che il tutore dovrà continuare a fissare gli incontri protetti padre-figlio (di fatto obbligandolo a vedere il padre). Se questo disposto non dovesse essere rispettato, si aprirebbero le porte della casa famiglia o si procederebbe all’affidamento del bambino a parenti idonei.

In pratica Laura si trova ad essere passata dalla posizione di vittima a quella di carnefice.

La parola ora spetta al giudice, se accogliere o meno la valutazione del pm.

Questo ennesimo tassello non tiene conto né delle denunce di Laura, né del fatto che è seguita da un centro antiviolenza, né di tutte le prove messe agli atti nel corso degli anni (dal 2013 è iniziato l’iter giudiziario). Non hanno sinora tenuto in considerazione nemmeno le dichiarazioni del bambino, sulla sua capacità autonoma di pensiero, sui suoi desideri e preferenze. Non sono state tenute in considerazione le esigenze di salute del bambino, che ora ha 9 anni.

Nonostante insegnanti e servizi sociali abbiano fornito pareri positivi sullo sviluppo e sullo stato psicofisico del bambino, l’adeguatezza della figura materna è dimostrata da questo, si continua a ritenere responsabile Laura di alienazione genitoriale, di manipolare il figlio contro l’altro genitore, sulla base di una teoria spazzatura, che ora ha cambiato nome ma è sempre la stessa roba ascientifica e totalmente infondata prodotta da Richard Gardner, psicoanalista americano, tra l’altro sostenitore della pedofilia.

La cosa più sconvolgente è che sinora nessuno sta intervenendo per fermare questo scempio che avviene da anni e colpisce numerose donne. Il ddl Pillon è solo l’ultimo atto di una lunga vicenda che negli anni ha trovato molti proseliti, sostenitori della Pas o alienazione che dir si voglia.

Laura torna a parlare: “Dal 2013 ad oggi nessuno ha messo in primo piano la volontà e il benessere del mio bambino.” Una mamma incensurata, che ha sempre seguito passo passo le richieste dei servizi sociali, del tribunale, anche contro la volontà di suo figlio, non è ancora ritenuto sufficiente per fermare la macchina terribile che sta schiacciando le loro vite. Ha anche accettato di ritirare le denunce nei confronti del padre, per atti persecutori e stalkizzanti, sperando che tutto si concludesse per il meglio. Lo ha fatto dando ascolto ai consigli dei servizi sociali e dei giudici che le chiedevano di ridurre il conflitto con il padre, “abbassare la conflittualità” è stata la parola d’ordine. Perché ancora oggi si continua a confondere il conflitto con la violenza. Dopo le denunce le donne sono sole ed è chiaro che diventa tutto insostenibile e in salita.

Laura deve combattere contro l’accusa infondata e infamante di alienazione genitoriale, di cui sono ritenuti colpevoli anche i nonni materni. L’alienazione è diventata negli anni un’arma contro madri e figli, laddove emergono maltrattamenti e violenze domestiche o semplicemente si evidenzia l’inadeguatezza di un genitore.

Torno a fare un appello per Laura. Torno a chiedere a chi ha la possibilità, il ruolo istituzionale, chi può fornire sostegno di mettersi a disposizione. Ho ancora nella mia casella di posta le numerose email che ho scritto per chiedere che qualcuno si interessasse. Abbiamo bisogno di risposte che invertano la rotta. OGGI. Il silenzio che c’è stato sinora da chi ricopre incarichi politici istituzionali di rilievo è la cartina di tornasole dell’attenzione che c’è alle esistenze delle donne, ai loro problemi e al loro benessere. Si parla di denunciare le violenze, si parla di protezione delle donne e dei figli che hanno subito e vissuto queste situazioni, ma ha ragione Laura, nulla sembra servire. Si resta numeri, statistiche snocciolate dalla Polizia di Stato o dal ministro dell’Interno. Intanto le nostre vite passano, si trascinano sotto il peso di vicende giudiziarie infinite, in cui si fa fatica a conoscere una giustizia e un senso. Intanto ci si deve fare forza, in quasi solitudine, se escludiamo il sostegno meritevole di qualche associazione. Intanto, lo stereotipo delle madri malevole, che usano strumentalmente l’accusa di violenza per escludere il padre, si consolida e trova sempre maggiori spazi. Eppure sappiamo quanto rari siano questi casi “falsi”, che però diventano paradigmatici, modello per poter mettere il bavaglio alle donne e ai loro figli. Il meccanismo funziona perché di fatto le madri vengono stritolate in una morsa, più vogliono proteggere i figli, più corrono il rischio di subire pesanti accuse, di essere diffamate e screditate. Chi di fatto ha commesso le violenze viene “salvato” e deve semplicemente attendere che l’ingranaggio innescato faccia il suo corso.

La separazione da un uomo violento rischia di diventare una continuazione della stessa violenza, se nessuno interviene per interromperla; questo genere di uomini tenta in ogni modo di mantenere il controllo sulla donna e i figli. Alla stregua della “roba” di Mazzarò, narrato da Verga.

Scrive Patrizia Romito, pag. 166, Un silenzio assordante:

“In una società di tradizione patriarcale, le donne e i figli appartengono al padre. (…) Questo modello di società e questi diritti sono stati rimessi in discussione dal movimento delle donne, con alti e bassi, ma con una certa continuità negli ultimi due secoli; di conseguenza sono avvenuti cambiamenti sostanziali, a cui la società patriarcale ha opposto dura resistenza. Solo se abbiamo bene in mente questo contesto e l’entità posta in gioco, possiamo capire quello che avviene oggi.”

Romito richiama i cambiamenti legislativi in materi di violenza domestica, nella separazione, nell’affido dei figli in Italia e in altri Paesi. Purtroppo da anni si prescrive la mediazione (la vorrebbe imporre anche Pillon e altri testi affini) in caso di maltrattamenti, ignorando spesso la richiesta della donna di allontanare l’uomo violento. Si fa sempre più strada un tentativo di legiferare in materia di affido omettendo di proposito la dimensione della violenza domestica. L’invisibilizzazione e la negazione sono le strategie più praticate.

Se le donne si oppongono, cercano di resistere, di proteggere se stesse e i propri figli, vengono bollate come manipolatrici, le si silenzia attraverso l’uso a mo’ di randello dell’alienazione. Madri e figli non vengono ascoltati. Le donne rischiano di non essere credute e di perdere la responsabilità genitoriale, l’affido, in pratica vengono colpevolizzate e punite. Si tratta di una delle modalità di occultamento della violenza, come ha cercato di mostrare la professoressa Patrizia Romito.

Continuiamo a vedere applicata questa spazzatura dell’alienazione nonostante le falle e le ripetute critiche sul piano etico e scientifico. Dagli Usa all’Italia c’è chi spalleggia e diffonde queste pseudo teorie e davvero non si riesce a capire come le si possa applicare in modo spesso acritico e senza conoscere chi le ha create.

Non è un racconto di una realtà distopica, è ciò che da anni vivono tante donne e bambini.

Il rischio maggiore è che si dia credito a tutto questo costrutto e che in un’opinione pubblica poco informata o totalmente a digiuno, non abituata o non in grado di verificare, si consolidino pregiudizi e narrazioni spazzatura.

Pillon & Co. stanno semplicemente aspettando la fine delle elezioni europee per servirci un boccone avvelenato.

Trovo un errore aver abbassato i riflettori su questi pericoli. Le battaglie non si possono interrompere, rischiamo troppo.

Così come non possiamo permettere che Laura continui a vedere la sua vita e quella di suo figlio in bilico. Hanno diritto ad essere sereni e a non essere separati.

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Conciliazione: scoperchiamo il vaso di Pandora

Avevo letto questa lettera. L’avevo lasciata andare, scorrere via. Mi parlava, mi toccava ma per una serie di motivi personali l’ho accantonata. Dopo qualche giorno si è ripresentata, quasi a sollecitarmi e a interrogarmi. Scrivo dal cellulare, in modo precario, ma non riuscivo a farmi uscire queste parole dalla testa.

Non è una sconfitta personale ma collettiva direi, e forse al di là della sentenza della magistrata che ha applicato freddamente e alla lettera un tessuto normativo che non riconosce nel part – time un diritto, non è mai una sconfitta quando si tentano tutte le strade per trovare una soluzione a misura umana.
Perché di questo si tratta, provare, non arrendersi, crederci perché rassegnarsi in partenza significa accettare lo status quo, anche se palesemente lontano dai bisogni, in contrasto con il benessere, lesivo della piena realizzazione della persona, limitante della partecipazione serena e produttiva al mercato del lavoro. Perché questo resta. Una dipendente che proseguirà a lavorare con questo esito, con il capo che non le ha fatto mancare il suo immediato commento di “incoraggiamento”, asserendo che nessuno la trattiene con le catene, che può tranquillamente andare via. Questo il clima, il contesto, l’atmosfera che l’accompagneranno.

Una risoluzione del conflitto pessima e che denota lo schiacciamento sempre più spinto di qualsiasi forma di conciliazione e flessibilità. Nessun beneficio reale nemmeno per l’azienda che con questa prova di forza perde un’occasione per migliorare le sue prassi aziendali e costruire un clima favorevole alla produttività e lungimirante. C’è solo l’arroccamento su un piccolo misero mondo aziendale di stampo arcaico-padronale.

Silvia non è l’unica ad aver “scoperchiato un vaso di Pandora” fatto di “arroganza, maschilismo, incompetenza e indifferenza.”

Giustamente registra una difficoltà a far valere le proprie ragioni, una resa da parte delle donne e forse ne è responsabile l’intera comunità, in primis le donne, visti certi commenti che ho letto in rete, se c’è così scarsa solidarietà.

“Ed è un vero peccato che tante donne e madri pieghino la testa e non facciano valere i propri diritti per paura…. ma paura di cosa?! Davvero non lo capisco, di cosa si ha paura?! La sera quando poso la testa sul cuscino mi dico.. ok Silvia è andata male, ma ci hai provato. E sono assolutamente convinta che se ognuno di noi, nel suo piccolo, si facesse valere per ciò che ritiene giusto, senza piegarsi a questo sistema malato, questa società sarebbe decisamente migliore”.

Le abbiamo provate tutte e chi non arriva in tribunale spesso trova il modo per alzare la testa in altri ambiti, con altri strumenti.

Si cerca di superare la barriera della solitudine e delle colpevolizzazioni.

Si scopre una voce che ti fa urlare dentro “Così non va” e la si adopera per cercare di cambiare e di sensibilizzare fuori da sé, di scoperchiare il pentolone a beneficio di altre donne. Parlo per esperienza vissuta. È un percorso, niente affatto scontato e semplice. Spesso c’è lo scoramento o cose peggiori, traumi più profondi.

Eppure ci si gonfia le piume disquisendo di smart working, welfare aziendale, flessibilità e semplificazione e di magie del lavoro in remoto da ogni angolo del globo. Parole che restano tali e che a beneficio dell’andamento aziendale vengono subitaneamente scordate. Quello del part time sembra un terreno impervio tra chi te lo impone e chi te lo nega.
Non sarebbe andata diversamente se a chiedere flessibilità fosse stato il padre, ci sono numerosi casi di mobbing, discriminazioni e ostruzionismo aziendale a carico degli uomini.

Eppure altrove da tempo si ragiona diversamente e si procede con idee e diritti più avanzati. È la nostra Italietta a non comprendere e a non voler ascoltare le sollecitazioni che ci arrivano anche dal livello dell’Unione europea.
Ne parlavo in questo mio articolo dettagliato e ci sono degli aggiornamenti che fanno ben sperare, con l’iter della nuova direttiva europea sui congedi parentali e dei caregiver che prosegue.

“Il 26 aprile 2017 la Commissione ha presentato la sua proposta di direttiva relativa all’equilibrio tra attività professionale e vita familiare per i genitori e i prestatori di assistenza e che abroga la direttiva 2010/18/UE del Consiglio. La proposta si basa sull’articolo 153 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea, che prevede la procedura legislativa ordinaria.
L’obiettivo generale della proposta è migliorare l’accesso ai meccanismi per conciliare attività professionale e vita familiare, quali congedi e modalità di lavoro flessibili, nonché aumentare il numero di uomini che si avvalgono di congedi per motivi familiari, sostenendo pertanto la partecipazione delle donne al mercato del lavoro. In particolare, la proposta rafforzerebbe le attuali disposizioni minime riguardanti i) il congedo parentale e ii) le modalità di lavoro flessibili, e introdurrebbe nuove disposizioni minime per iii) il congedo di paternità e iv) il congedo per i prestatori di assistenza.”

Insomma, non siamo all’anno zero, basta solo intraprendere coraggiosamente un cambiamento nella cultura aziendale e nell’organizzazione del lavoro. Non sempre numero di ore fanno rima con buoni risultati e produttività. Qui non si tratta di spingere le donne al part time, di segregarle come si potrebbe temere, ma di consentire una piena e libera scelta, di lasciare aperta una possibilità di flessibilità anche solo per periodi circoscritti per entrambi i genitori, senza alcuna penalizzazione, discriminazioni o ripercussione di carriera. Stiamo parlando di scegliere quale è il nostro personale equilibrio vita – lavoro nelle varie circostanze in cui ci troviamo a vivere, sia da genitori che da prestatori di assistenza. Tradotto in parole umane: dare serenità di vita. Il benessere e il clima aziendale aumentano la qualità del lavoro svolto. Intimidazioni, oppressione, mobbing, ostruzionismo comportano solo perdite per ogni parte coinvolta. Non otterremo alcun beneficio assecondando e accettando passivamente qualsiasi condizione di lavoro, anche se massacrante, frutto di enormi sacrifici e rinunce. Se continuiamo così a quali condizioni saremo costretti a lavorare pur di ottenere e conservare quel posto di lavoro? È innegabile che sia un problema che l’intera società si deve assumere.
Leggete la testimonianza di Silvia e delle tante donne che hanno il coraggio di far emergere le loro storie di vita senza giudicare. Non diciamo le solite frasi in stile lapidazione, “doveva pensarci prima di fare un figlio”, “basta organizzarsi”, “in tante c’è la fanno comunque con il full time”, “l’impresa non è assistenzialismo, è interessi economici”. Peccato che se l’occupazione femminile è tuttora sotto il 50% e continuiamo a scoraggiare la partecipazione delle donne ne risente l’intera economia e si perdono risorse importanti. Gran parte del tessuto produttivo è stagnante e sordo a queste sollecitazioni. Scordiamoci la crescita se questo è il contesto.

Non tutti i lavori sono uguali, non si può giudicare se non si è nella situazione specifica, non reagiamo tutte allo stesso modo, non tutte le città offrono gli stessi supporti, non tutti hanno una rete familiare/amicale di sostegno, non si tratta spesso solo di orario (in molti casi supera le 8 ore) ma di trasferte anche prolungate in Italia e all’estero, di affrontare gli imprevisti che un bambino comporta senza scapicollarsi. Insomma, almeno tra donne non diventiamo le prime nemiche di noi stesse.
Ascoltiamo e agiamo empatia.
Altrimenti davvero non si va da nessuna parte. Solo Silvia sa quanto ci ha provato, quanti sacrifici ha fatto, quante strade ha tentato e così le altre donne che hanno avuto una simile esperienza: solo chi vive queste difficoltà e si sente colpevolizzato ogni volta che chiede un permesso per un figlio che non sta bene, perché non ha supporti familiari e non guadagna abbastanza per pagare una tata. Quando non trovi un briciolo di solidarietà in azienda quando ritorni dalla maternità o non ti concedono flessibilità perché hai bisogno di seguire tuo figlio per una patologia o invalidità. Lo stesso discorso vale per i prestatori di assistenza per un familiare.

Mettiamo in campo solidarietà e tutto quanto possiamo mettere in campo per modificare queste distorsioni nelle vite. Non possiamo più rinviare. Questi problemi riguardano sia le donne che gli uomini, non sono affari da donne, dobbiamo assumerci la responsabilità di portare un’inversione di rotta. Staremo meglio tutti. Una piena emancipazione delle donne non può essere raggiunta finché permarranno situazioni come questa. Quindi, maggiori possibilità di reali scelte libere, meno stigmatizzazione qualsiasi scelta si compia, meno sottovalutazione dei vissuti e delle esperienze, razionalizzazione delle politiche di conciliazione/sostegno alle famiglie, politiche aziendali al passo con i tempi e con le esigenze delle persone. Ricordiamoci infine, che senza il lavoro invisibile, di cura, informale, non retribuito, il sistema non reggerebbe, come ci ricordano spesso le Ladynomics.

Un abbraccio a Silvia e a tutte le donne dalla mia terra, la Puglia.

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Quanto valore diamo al lavoro invisibile delle donne?

Renato Guttuso – Le due cucitrici


Leggendo questo articolo apparso sul Guardian ho riflettuto sui tanti stereotipi e alibi che tuttora insistono quando si parla di lavoro delle donne.

Si parte dal dogma secondo cui: “il divario retributivo di genere non ha nulla a che fare con la discriminazione nelle decisioni di assunzione o di promozione“. Per la serie, il problema non sussiste, viviamo in una società egualitaria, in cui sono sufficienti il merito, le competenze e gli skills.

Poi ci sono le donne che dal loro privilegio e dalla loro totale “adorazione di un capitalismo libero”, sostengono che in reltà sono le donne a scegliere di lavorare per meno, garantendosi uno spazio in ogni occasione “nell’interesse dell’equilibrio”.
Certo, la solita favola della libera scelta, quando davanti non hai grandi alternative e quando c’è un compromesso a cui sottostare che ti schiaccia quanto un macigno.

“Ma il divario retributivo non è la scelta delle donne. È sia una causa che una conseguenza della disuguaglianza di genere. Per molti aspetti è più importante della discriminazione retributiva perché mette in luce le profonde disuguaglianze strutturali in ogni parte della nostra società e dell’economia.” rileva giustamente Sandi Toksvig.

La situazione in Uk non è difforme da quanto accade in Italia: la crisi ha di fatto tagliato la spesa in infrastrutture sociali, viste come ambiti sacrificabili. “Secondo Save the Children, 870.000 madri tornerebbero sul posto di lavoro se potessero permettersi un’assistenza all’infanzia – riducendo i sussidi di disoccupazione e aumentando la base imponibile.”

Si investe in ambiti “maschili”, in infrastrutture fisiche, perché si pensa che facciano da traino all’economia. Non si capisce che un investimento nell’assistenza all’infanzia e sociale può portare molti benefici: si fatica a comprendere che “la crisi globale della disuguaglianza è una crisi di disuguaglianza di genere.”

“Le nostre vite sono ancora rigidamente divise in economiche e sociali, produttive e riproduttive, retribuite e non retribuite. La metà ha sempre più valore dell’altra. Il risultato è che la redistribuzione della ricchezza in questo paese, e globalmente, troppo spesso avviene dalle donne più povere agli uomini più ricchi.”

Sembra che non si voglia accettare l’idea che una maggiore uguaglianza delle donne corrisponda a un beneficio diffuso.

 

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Dall’UE un accordo quadro in materia di congedo parentale

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Lo abbiamo letto nel report del McKinsey Global Institute dal titolo The power of parity: la parità di genere potrebbe contribuire con 12 trilioni di dollari al PIL mondiale da qui al 2025, ossia l’11% in più di quanto succederebbe con uno scenario ordinario. Non si tratta solo di spingere verso la parità nel mondo del lavoro, ma di creare le condizioni perché si abbia un riequilibrio sociale uomo-donna. Per raggiungere questo obiettivo si dovrebbe investire sulle seguenti aree: istruzione, pianificazione familiare, salute materna, inclusione finanziaria, inclusione digitale e previdenza sanitaria con congedi per malattia retribuiti.

L’incremento della spesa annuale ammonterebbe a 1,5/2 trilioni di dollari entro il 2025, un aumento del 20-30% degli investimenti. Non poco, si potrebbe dire, ma si avrebbero delle ricadute ben più ampie su tutta la popolazione e sul PIL. Ce lo ripetiamo da tempo. Una litania che non si riesce a tradurre in fatti. Da qualche parte si deve iniziare a invertire la rotta.

Per colmare il gap di genere ci vuole volontà politica. Se non si colma è perché chi cerca di portare avanti politiche di parità viene marginalizzata. Perché questi temi vengono avvertiti sempre come secondari, roba da donne. Invece è roba che riguarda tutta la popolazione, l’intero Paese. Se continuo a portare avanti certe battaglie è per dare testimonianza che c’è un modo altro di intendere le priorità e risolvere i problemi. Sinché continueremo a non avere uno sguardo d’insieme sulle questioni, brancoleremo nel buio e annasperemo nel fango. Esistiamo anche noi donne e non potete relegarci sempre a fondo pagina dell’agenda politica. Non potete abbandonarci a un destino secolare, perché così è stato e sempre sarà. Noi quello spazio ce lo prendiamo e dovrete ascoltarci prima o poi. Noi continueremo a martellare sempre su certi tasti, sino ad avere le risposte che tutta la comunità di uomini e donne merita. Non si esce dal pantano a pezzi, ma tutti insieme.

 

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La condivisione da sola non basta a fare la conciliazione

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La conciliazione lavoro-vita privata è costituita da una serie di opportunità e di condizioni di contesto (servizi pubblici a prezzi calmierati e accessibili, flessibilità, smart working) che permettono al singolo individuo di avere un buon equilibrio tra i due tempi, tra i due ambiti, senza che uno prenda il sopravvento sull’altro.

Questo della conciliazione non è un tema che riguarda solo i genitori, ma tocca tutti indistintamente, perché il senso della nostra vita non può coincidere e non deve coincidere con la nostra professione e per avere una vita piacevole e per potersi occupare di altro ci vogliono tempi e meccanismi che lo consentano.

Il lavoro mangia vita è l’ostacolo da superare e l’equilibrio che si dovrebbe perseguire è un sistema che contempli tempi di vita e di lavoro che garantiscano il benessere dell’individuo. Quindi la conciliazione non è solo un affare di mamme e di papà, in pratica di chi è genitore, ma di figli, sorelle, di tutti. Perché con una popolazione che vive sempre più a lungo qualcuno dovrà occuparsi delle nuove età.

La condivisione dei compiti di cura e delle attività da sola non serve a tenere dentro al mercato del lavoro le persone, a garantire una maggiore partecipazione delle donne in particolar modo, su cui ancora oggi pesa la maggior parte dei compiti di cura. Ci può essere condivisione, ma certi tempi (pensiamo ai tempi per raggiungere il lavoro, la mancanza di servizi e la loro distanza da casa e dal lavoro) e certi lavori (pensiamo ai turnisti o a chi lavora senza orari) proprio non coincideranno mai con un equilibrio e con una buona conciliazione. Questo vale per uomini e donne.

Ci sono mamme single, chiediamoci: con chi dovrebbero condividere i loro compiti?
Ci sono mamme che non possono contare nemmeno sull’aiuto dei propri genitori o familiari.

Quindi la condivisione da sola (che implica l’interazione di uno o più soggetti e quindi non è una questione in capo a un solo individuo) non risolve quell’equilibrio vita-lavoro, lo risolve solo se esiste un partner o un familiare o una persona vicina che con te “condivide”. La condivisione rischia di diventare un problema del singolo che deve attrezzarsi con una o più persone e se questo non è possibile il sistema non regge.
Invece, una politica di conciliazione implica un intervento pubblico che riequilibri in maniera diffusa e che assicuri pari opportunità e tutele per tutt*. 

 

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Parto prematuro: le novità sul congedo di maternità

‪‎parto-prematuro

 

#Parto‬ ‪#‎prematuro‬: le novità sui ‪#‎congedi‬ di ‪#‎maternità‬.

Il mio articolo per Mammeonline.net

La circolare 69 del 28 aprile l’INPS evidenzia le novità sul congedo di maternità in caso di parto prematuro, ovvero di parto anticipato di oltre due mesi rispetto alla data presunta.

La normativa vigente prevede un periodo di astensione obbligatoria di 5 mesi, solitamente fruiti dalla madre 2 mesi prima e tre dopo il parto.

In caso di parto prematuro per tutti i casi coincidenti o successivi al 25 giugno 2015 (mentre per gli eventi antecedenti l’INPS precisa che sarà riconosciuta l’indennità di maternità anche per gli ulteriori giorni di congedo purché la lavoratrice si sia effettivamente astenuta dal lavoro nei giorni indennizzabili) la durata del congedo di maternità delle lavoratrici dipendenti e iscritte alla Gestione separata sarà incrementata: aggiungendo ai 3 mesi post partum, tutti i giorni compresi tra la data del parto prematuro e la data presunta del parto.

Vengono forniti anche degli esempi per aiutare a comprendere i nuovi calcoli.

ESEMPIO

 

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http://www.mammeonline.net/content/parto-prematuro-le-novita-sul-congedo-maternita

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Le donne e la doppia presenza

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Vi propongo questo mio articolo pubblicato su Mammeonline.net. Tra i temi affrontati , modelli di  e  come nuova tirannia. Buona lettura!

 

Doppia presenza (secondo gli studi sociologici degli anni ’70), doppia giornata, doppio lavoro (Laura Balbo coniava questa categoria nel 1978), doppio sfruttamento (mercato-famiglia) l’emancipazionismo ha rappresentato questo “doppio” nella vita delle donne, ha mostrato tutti i limiti insiti in un contesto sociale in mutamento, ma con ruoli privati molto congelati, specie qui in Italia, e in un modello di lavoro e di produzione nettamente ed esclusivamente maschile.

La nostra gestione simultanea dei due globi di vita pubblico-privato, familiare-produttivo, produzione-ri-produzione, hanno cercato di trovare un equilibrio, un’equiparazione tra questi ambiti. Per molto tempo abbiamo visto differenza e uguaglianza come due cose separate, inconciliabili, inseguendo la seconda, rifuggendo dalla memoria della prima. Per poter entrare e permanere in certi contesti lavorativi abbiamo dovuto assecondare il fatto che il modello maschile si rifiutasse di integrare la differenza sessuale nella cultura del lavoro creata dagli uomini.

L’accettazione  e l’integrazione esigevano la negazione di ogni specificità, soluzione diversa, e l’invisibilità del genere con cancellazione della differenza. Quindi abbiamo avuto l’accesso, ma la parità è rimasta teoria, poco reale. Al contempo, in lavori tipicamente femminili, sono state riversate alcune capacità sviluppate in ambito domestico.

Cristina Borderías, nel suo “Strategie della libertà“, Manifesto Libri, 2000, scrive: “Produzione e riproduzione esigono dalle donne logiche di accettazione e di esercizio di valori radicamente contrapposti. Per questo la doppia presenza ha significato non solo la difficoltà di accumulare due giornate di lavoro o di assicurare una presenza simultanea nella famiglia e nella professione, ma necessità di tenere insieme e mettere in relazione le logiche dispari delle due culture del lavoro.”

Quindi è necessario cambiare i tempi, trovare una nuova forma di organizzazione sociale e di regolare pubblico e privato.

 

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Quando le dimissioni sono consensuali a senso unico

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Un mio nuovo post per Mammeonline.net
Questa volta parlo dei risultati dell’ultima relazione annuale sulle convalide  delle dimissioni e risoluzioni consensuali delle lavoratrici madri e dei lavoratori padri 2014 (ai sensi della legge 151 del 2001), presentata il 25 giugno scorso (in allegato il testo). Qui di seguito un estratto. Per leggere il pezzo completo:
http://www.mammeonline.net/content/quando-le-dimissioni-sono-consensuali-senso-unico

Poco ci allevia il fatto di non essere casi rari, ma di essere in buona o meglio malaugurata compagnia: 1.200 a causa dell’elevata incidenza dei costi di assistenza del neonato; 3.456 per mancato accoglimento al nido; 4.051 per assenza di parenti di supporto. 14.379 gli abbandoni dopo il primo figlio, 8.707 quelli riconducibili alla incompatibilità tra vita lavorativa e cura della prole. Queste porzioni sono in crescita. Segno di una situazione che non tende a migliorare, che si inasprisce di anno in anno. Numeri grossi al Nord, nonostante si guardi sempre ai servizi efficienti del Nord. Forse la rete di solidarietà e di mutuo aiuto a volte serve più di un nido. 1.465 mollano perché non hanno potuto accedere al part time o a un orario flessibile.

(…) dopo aver ripetuto numerose volte la parola consensuale, devo fermarmi per eccesso di bile. Chiaramente il mio consenso ha un peso e un  valore diverso rispetto a quello del mio datore di lavoro, soprattutto se la mia decisione di dimettermi è causata da un rifiuto dell’impresa di venire incontro alle mie esigenze. A volte basterebbe una flessibilità temporanea, un segnale che tu non sei solo un numero, un peso, una incomoda dipendente che ha osato figliare. Quindi se il consenso implica un accordo delle parti, occorre sottolineare come in moltissimi casi esso sia esorto,  senza via di fuga. Quindi, se io non sono in grado di essere sullo stesso piano del mio datore di lavoro, uno stato civile e di diritto dovrebbe essere in grado di intervenire per tutelare la parte debole e riequilibrare i due attori contrattuali. Dovrebbe essere premura di uno stato farsi carico di queste diseguaglianze e non limitarsi solamente a relazionarci annualmente su quante nuove donne si trovano davanti al bivio. Se tu in qualche modo estorci il mio consenso, quel contratto o accordo è annullabile. Questo accade in tutti i casi, ma non sembra valere per tutti i casi cui una donna non ha altra scelta e viene di fatto portata alle dimissioni.

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Di donne grasse e donne magre, di età e di colori

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Cosa ci viene richiesto per essere in linea con ciò che viene considerato “normale”? Stereotipi e modelli che ci impediscono di vivere serenamente e liberamente.

“In questi giorni riflettevo su come cambiano i giudizi a seconda delle età e di come questi incidono nella nostra vita”.

(…)

“Un rincorrere pericoloso di ideali che costruiscono per noi un senso del normale, del tutto malato e slegato dalla realtà. Per molti è un perenne tentativo di adeguamento, senza che si riesca a capire che non è possibile vivere in questo modo. Gli altri disegnano per noi un modello che ci ingabbia e ci preclude una comprensione di noi stessi piena e matura.”

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Buona lettura!

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It is time for a bit of honesty

IVF

 

Julie Bindel si addentra nel tema della maternità surrogata e rileva alcuni importanti aspetti e lati nascosti di una pratica sempre più diffusa, una frontiera di business internazionale molto appetitosa e che solleva molti dubbi di carattere etico. Non è da sottovalutare anche il rischio di un egoismo perfezionista, al limite dell’eugenetica, che è racchiuso in questo tipo di pratica. Ci sono delle doverose considerazioni da compiere, altrimenti chiuderemo gli occhi davanti a quello che potrebbe rivelarsi una nuova forma di sfruttamento. Ho tradotto questo pezzo, per aggiungere qualche tassello in più. Perché la maternità surrogata comporta delle questioni e delle problematiche che vanno ben al di là della semplice tecnica FIVET.

 

 

Il diritto delle coppie gay di avere figli attraverso i genitori surrogati è sempre più visto come un progresso sulla strada dell’uguaglianza, il trionfo della tolleranza sui pregiudizi. Ecco perché c’è stato tanto clamore, quando gli stilisti italiani Domenico Dolce e Stefano Gabbana hanno chiamato i bambini FIV di Sir Elton John come “sintetici”. Cavalcando l’ondata di indignazione dei suoi fan e chiedendo il boicottaggio dei prodotti di Dolce e Gabbana , la leggenda del pop ha detto: “vergognatevi per il giudizio da voi formulato – un miracolo che ha permesso a tante persone che si amano, sia etero che gay, di realizzare il loro sogno di avere figli”.

Ma questa linea non ha impedito alla scrittrice iconoclasta e femminista Germaine Greer di rinnovare le critiche nei confronti di Elton John e del suo partner David Furnish. In un discorso tenuto questa settimana al Festival letterario Hay, Greer ha avvertito che il concetto stesso di maternità è stato ora “decostruito”, attraverso il processo di fecondazione in vitro, ricorrendo a una maternità surrogata, sottolineando l’assurdità secondo cui Furnish compare come la “madre” sui certificati di nascita dei due ragazzi che ha con John.

Beh, io sono d’accordo con Germaine Greer su questo. Attraverso tutto l’entusiasmo per una presunta uguaglianza, la nostra società non ha affrontato le implicazioni della maternità surrogata commerciale o il lato crudele di questo settore in crescita. Come abbiamo visto nella controversia Dolce e Gabbana, il dibattito innescato è stato inibito da forme di bullismo sentimentale, con i sostenitori della genitorialità surrogata che considerano tale pratica come se fosse una vacca sacra inviolabile.

È tempo per un po’ di onestà. Il boom di maternità surrogate per le coppie gay non è una vittoria per la libertà e l’emancipazione.
Al contrario, esso rappresenta una inquietante apertura verso un brutale sfruttamento di donne che di solito provengono dal mondo in via di sviluppo e sono spesso vittime di pressioni e ricatti o costrette a vendere i loro uteri per soddisfare i capricci egoistici di gay ricchi o occidentali lesbiche. Questa crudeltà è accompagnata da una epica ipocrisia. Persone provenienti da Europa e Stati Uniti che dovrebbero rabbrividire all’idea di coinvolgimento nel traffico di esseri umani o di sesso sono finiti con l’indulgere verso una forma grottesca di “traffico riproduttivo”.

Inoltre, il loro sostegno a questa attività viziosa ha portato alla vergognosa negligenza nei confronti dei bambini abbandonati o vittime di abusi all’interno della Gran Bretagna. Man mano che la maternità surrogata commerciale diventa sempre più di moda,  è sempre più difficile per le autorità trovare famiglie affidatarie o genitori adottivi per le decine di migliaia di bambini che attualmente vivono negli istituti. L’aggravarsi della crisi nella promozione dell’adozione mi riempie di disperazione. Come femminista lesbica, ho fatto una campagna per anni per gay e lesbiche affinché gli fosse consentito di adottare bambini, non solo a causa dei diritti umani fondamentali di avere una famiglia, ma anche per la necessità di dare sicurezza, case amorevoli a bambini vulnerabili.

Ma con l’aumento delle FIVET con genitorialità surrogata si corre il pericolo di rendere l’accettazione in merito all’adozione gay come un successo vuoto. Ora posso accettare che, in determinate circostanze, la maternità surrogata possa essere una scelta positiva, come ad esempio nel caso in cui qualcuno – per pura compassione – accetta di avere un bambino per un caro amico che è sterile e non è in grado di adottare. Ma questo è un accordo privato costruito sulla fiducia reciproca e l’affetto. Ciò che veramente mi fa star male è il commercio, che porta non solo alla miseria e al degrado tra le sue vittime, ma promuove anche una visione narcisistica dei bambini FIV come se fossero prodotti di design.

Purtroppo, questo tipo di “baby farm” sono oggi un grande business internazionale. Non esiste una legge per prevenire la maternità surrogata in Gran Bretagna, ma è illegale pubblicizzarla, come fanno negli Stati Uniti e altrove. Non vi sono accordi privati in merito alla maternità surrogata nei tribunali, il che significa, ad esempio, che una madre surrogata non può essere costretta a consegnare il bambino se cambia idea.

Ma questa mancanza di garanzie giuridiche non ha inibito il commercio. In effetti, la maternità surrogata commerciale sta rapidamente diventando la modalità preferita per le coppie gay di avere figli, tanto che la tendenza è ora conosciuta come la rivoluzione “Gaybe”. Gran parte del mercato è in via di sviluppo, in particolare India, perché i costi sono molto più bassi e la regolamentazione molto più leggera. Negli Stati Uniti, il processo di solito costa circa £ 65.000, ma in India le spese possono partire da £ 15,000. Questa è la ragione principale per cui l’India è diventata nota come la “capitale del mondo affitta-uteri “, sostenendo il settore del “turismo riproduttivo” che è stimato in un valore di oltre £ 300.000.000.000 e offre servizi attraverso una rete di circa 350 cliniche.

La propaganda pro-surrogacy di solito interpreta la madre surrogata come una bianca, bionda, sorridente donna che sta portando in grembo un bambino per fare felice una coppia senza figli. Ma la vera storia è molto meno appetibile rispetto a come la visione razzista e stereotipata suggerisce. Per lo più asiatiche o nere, le donne che forniscono ovuli e uteri per i potenziali genitori possono soffrire terribilmente. Come il recente documentario di Channel 4 “Google bebè” ha rivelato, sono tenute in spazi angusti e sono controllate, perfino per quanto riguarda quando mangiare, bere e dormire. Monitorate come prigioniere, spesso devono astenersi dal sesso o anche dall’uso della bicicletta. Le madri surrogate possono anche essere obbligate a prendere una serie di farmaci come il Lupron, estrogeni e progesterone per contribuire a realizzare la gravidanza, ognuno dei quali può avere effetti collaterali dannosi. Infatti, l’intero processo di riproduzione IVF commerciale può avere un grave impatto sulla salute delle madri surrogate. Gli studi hanno dimostrato che i pericoli per le donne includono cisti ovariche, dolore pelvico cronico, tumori riproduttivi, malattie renali e ictus, mentre le donne che hanno una gravidanza con ovuli provenienti da un’altra donna sono più a rischio di pre-eclampsia e di pressione alta.

Sorprendentemente, niente di tutto questo sembra importare ai clienti desiderosi. Ho intervistato una ricca coppia gay, per i quali l’oppressione è parte del fascino, perché hanno detto che hanno trovato rassicurante che le donne hanno l’obbligo di vivere in una clinica sotto la sorveglianza dei “mediatori” per tutta la gravidanza. In realtà vi è una grande vena di misoginia in tutta questa attività, con le donne trattate come qualcosa di inutile o poco più che macchine riproduttive. Come ha detto Germaine Greer a Hay, tutte le nozioni tradizionali di maternità, anche l’identità femminile, sono state scritte fuori dello script. Mi è stato detto che una coppia gay ha avuto tale disprezzo per il ruolo biologico della madre che hanno anche insistito sul fatto che il loro bambino (per cui avevano pagato) sarebbe dovuto nascere con parto cesareo in modo da non essere contaminato viaggiando attraverso il canale vaginale.

In questo contesto, è sorprendente che molti leader attivisti di sinistra, come l’editorialista del Guardian Owen Jones, vedano la maternità surrogata commerciale come una causa progressista. Ma poi la sinistra spesso perde la sua bussola morale su questioni etiche sessuali come questa. Così, in merito ai diritti dei lavoratori del sesso, chiedono la fine dei controlli sulla prostituzione e sulla pornografia, anche se in realtà tutto ciò significa agevolare forme di degrado, violenza e abuso.

Se i radicali come Owen Jones vogliono sostenere la genitorialità gay, avrebbero fatto meglio a promuovere l’adozione piuttosto che la maternità surrogata. Questo potrebbe essere la causa ispiratrice della sinistra. Esattamente trent’anni anni fa, il Greater London Council ha provocato una tempesta facendo circolare un libro intitolato “Jenny vive con Eric e Martin” di una ragazza allevata da una coppia gay. In definitiva, la polemica ha portato all’introduzione nel 1988 della famosa clausola 28 dal governo Tory, vietando alle autorità locali di diffondere materiale che promuovesse l’omosessualità. Per fortuna, quel tipo di omofobia è sorpassata. Le barriere istituzionali alle famiglie gay sono andate in frantumi.

Ma questo non significa che ora dobbiamo abbracciare il commercio della maternità surrogata IVF. Se le coppie gay vogliono avere dei bambini, perché mai devono proseguire su questa strada di sfruttamento piuttosto che adottare un bambino? La risposta solleva una questione profondamente inquietante sugli atteggiamenti di troppe coppie gay e lesbiche. Ostinati dalla vanità, intrisi di arrogante autostima, vogliono creare un figlio a loro immagine, riscontrando una lista di caratteristiche ideali. Questo tipo di narcisismo ha raggiunto una conclusione logica grottesca nel caso della coppia lesbica americana Sharon Duchesneau e Candy McCullogh, entrambi sordi dalla nascita, che ha riempito i titoli dei giornali nel 2002, quando hanno intrapreso la ricerca di un donatore di sperma congenitamente sordo. Dopo essere state respinte da un certo numero di banche del seme, poi si avvicinarono a un amico che aveva cinque generazioni di sordità nella sua famiglia ed egli stesso era sordo. Ha accettato la loro richiesta, e un bambino sordo è stato messo al mondo.

La decisione di generare deliberatamente un bambino con una disabilità grave è l’emblema più evidente dell’egoismo epico della maternità surrogata che può essere raggiunto. Ma a volte il desiderio di un bambino progettato può muoversi nella direzione opposta, cadendo in una forma di eugenetica nella quale la coppia non ammette spazio per eventuali difetti o idiosincrasie percepite. Questo è accaduto nel vergognoso caso del “Baby Gammy” avvenuto lo scorso anno, in cui una coppia australiana, David e Wendy Farnell, ha lasciato uno dei due bambini gemelli con la sua madre naturale surrogata tailandese, quando si è scoperto che il bambino aveva la sindrome di Down, anche se i Farnells avevano preso con loro la sorella Pipah del bambino per tornare in Australia.

Dopo questo scandalo, la Thailandia ha vietato agli stranieri e alle coppie dello stesso sesso di accedere ai servizi di maternità surrogata. Questo genere di approccio robusto deve essere usato anche altrove se vogliamo lottare contro la cattiva, egoista commercializzazione di uteri e ovuli delle donne. Non c’è nulla di omofobico nel criticare questo vile, commercio squilibrato dove i ricchi sfruttano i corpi dei poveri e disperati. Al contrario, fare questo rappresenta un servizio per l’umanità.

 

Articolo originale: https://www.byline.com/project/3/article/72

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Conciliazione famiglia lavoro: non una cosa per sole donne

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Qualche giorno fa avevo scritto questo pezzo per il sito Mammeonline.net: “Se una donna riesce a lavorare, ne beneficia l’intero sistema paese. Questo è più che ovvio, eppure si fatica a ragionare su una redistribuzione più equa dei compiti tra donne e uomini.”

CONTINUA A LEGGERE QUI…

Oggi sono arrivati i decreti attuativi a cui accennavo (qui).

Buona lettura!

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Smart, ma non sempre

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Parliamo di conciliazione e welfare aziendale, secondo l’ultimo rapporto ISTAT 2015. Fa bene questo articolo pubblicato su InGenere (QUI) a sottolineare che le “misure di “welfare o responsabilità sociale d’impresa” maggiormente diffuse sono quelle per le quali esistono norme di legge cogenti o incentivi che ne favoriscano l’introduzione”.
Uno stato che si ritira e riduce la sua azione propulsiva nel determinare miglioramenti nella qualità della vita dei suoi cittadini, in pratica genera una situazione a macchia di leopardo, con sacche in cui diritti e servizi sono chimere. Pensare che il sistema imprenditoriale italiano, per com’è strutturato, si autoregoli e ottimizzi non solo il suo interesse primario, ma anche il benessere della sua forza lavoro, è chiaramente utopistico. L’intervento statale, che oggi, in un clima sempre più liberista, per molti rappresenta una prassi orribile, è invece l’unico modo per colmare quelle distanze geografiche, quelle differenze che rappresentano un macigno per il nostro Paese. Non si può concepire che ci siano lavoratori agevolati, per cui è facile accedere a misure di conciliazione, e altri che hanno un’unica scelta: abbandonare il lavoro o fare i salti mortali, investendo i propri stipendi in “servizi privati”. Abbiamo imprese che non riescono nemmeno a pensare, immaginare (o lo considerano un inutile dispendio di energie) di poter riorganizzare il proprio lavoro in termini di flessibilità oraria e di formule più smart. Tanto, se un dipendente molla, c’è un mucchio di persone che aspettano di entrare a condizioni sempre peggiori. Quando qualcuno di noi accetta di lavorare senza limiti di orario, sacrificando la propria vita privata sull’altare del lavoro a ogni costo, consente di considerare normale lavorare senza regole. Se ognuno di noi ragionasse in termini collettivi e non egoisticamente, certe forme di sfruttamento legalizzato, considerato inevitabile, non lo sarebbero più, perché accettare tutto pur di lavorare e di avere incentivi non ha senso, è tutto fuorché normale. Arriverà un momento della propria vita in cui tutto questo “sì totalizzante” al capo non sarà più possibile garantirlo, ci saranno fattori personali o esterni che ci porteranno a rivalutare priorità e cose essenziali. Allora ci sembrerà assurdo piegarci e accettare l’assenza di regole sul lavoro. Quando avremo bisogno di equilibrio lavoro-vita privata, allora ci troveremo davanti a un muro o a un bivio, ci accorgeremo che ciò che abbiamo concesso non ci verrà riconosciuto, quasi mai. Anzi, scopriremo la realtà a cui da tempo le donne sono soggette. E non sono quelle “debolucce” (come molti le etichettano) che non ce la fanno, sono donne comuni, reali, che a un certo punto si sentono dire di essere un peso per l’azienda , solo perché hanno fatto un figlio. Le cose cambiano, inevitabilmente, ma proprio perché prima della maternità abbiamo oltrepassato il limite, abbiamo consentito ogni cosa, abbiamo accettato ogni sacrificio. Alcuni capi hanno paura di questo, di non avere più la schiava, che dirà sempre “va bene”, lavorando anche 12 ore, weekend compresi. Non è rendendoci indispensabili zerbini, utilizzabili all’occorrenza e ad oltranza, che ci garantiremo comprensione nei momenti di necessità o nei quali qualcosa nella nostra vita cambierà. Non ci sarà nessun aiuto, ci verrà chiesto di scegliere, altrimenti la porta è aperta, facendoci sentire responsabili in toto della nostra non scelta.
Per cui, senza un’azione di riequilibrio e di incentivo centrale, non cambierà assolutamente niente. Anzi, si creeranno sempre nuove discriminazioni, tanto c’è chi sarà disposto a rinunciare ai diritti in cambio delle briciole, salvo pentirsene quando si troverà a sua volta a dover far fronte ai problemi. Certo sarebbe bello un impegno congiunto imprese-stato, ma se si lascia libertà di scelta su come e se applicare modelli virtuosi, il rischio è che solo pochi lavoratori abbiano condizioni di lavoro decenti e vantaggiose. Che senso ha un’impresa che si impegna nel sociale, nella solidarietà e in progetti a favore della società, ma poi mette alla porta i suoi dipendenti, li costringe a orari massacranti, nega qualsiasi forma di conciliazione lavoro-vita privata? Questa è l’incongruenza, mi comporto bene fuori, faccio vedere quanto sono bravo e sensibile, poi però con i miei dipendenti non mi schiodo e non sono disposto a cedere di un millimetro. Perché questa è la policy. Non accontentiamoci di progetti e di storie virtuose, chiediamo che vi siano le stesse possibilità per tutti. Oppure continueranno a non mettersi la mano sulla coscienza nemmeno davanti a una malattia o alla necessità di seguire un familiare malato. Svegliamoci e cerchiamo soluzioni che valgano per tutti, da Nord a Sud, indipendentemente dal comparto. Se una donna riesce a lavorare, ne beneficia l’intero sistema paese.

 

Intanto, la Regione Lazio ha deciso di stanziare duecentomila euro per favorire le strategie di conciliazione all’interno delle aziende. Un bando che si rivolge alle lavoratrici e ai lavoratori dipendenti di imprese e piccole e medie imprese. Tempo fino al 5 giugno (QUI la notizia su InGenere).

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Quasi cinque anni di silenzio

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Un recente rapporto mondiale dell’ILO (o OIL) parla di crisi e sostegno alle famiglie (QUI). Sì, perché pare che in alcuni Paesi (non pensate al nostro), la crisi abbia portato a un rafforzamento dei sistemi di sostegno. Cito:

“sono numerosi i paesi ― tra cui la Germania, l’Australia, la Francia, la Norvegia, la Polonia e la Slovacchia ― che hanno rafforzato il sostegno alle famiglie durante la crisi migliorando l’accesso ai servizi per la prima infanzia, attraverso incentivi fiscali oppure aumentando la durata, l’estensione e il livello delle prestazioni di maternità e di congedo parentale. Nel 2011, la Cina ha esteso il congedo di maternità da 90 a 98 giorni, mentre il Cile ha prolungato la durata del congedo di maternità dopo la nascita del bambino da 18 a 30 settimane. Il Salvador ha aumentato la compensazione del reddito garantito dal 75 al 100 per cento durante le 12 settimane di congedo di maternità per le madri registrate al servizio nazionale di sicurezza sociale”.

Come potete notare non si tratta di misure una-tantum ma di qualcosa di più strutturato. Misure che non generano disparità. Da noi si è preferito usare il bonus per le neo-mamme, per quelle naturalmente che avevano il figlio nel 2015. Le altre chissà. Dopo, chissà. L’Italia viene citata nel rapporto per un tema non proprio positivo:

“In Croazia, Italia e Portogallo viene riportato l’utilizzo delle «dimissioni in bianco», ovvero lettere di dimissioni non datate che le lavoratrici sono costrette a firmare al momento dell’assunzione. Queste vengono poi utilizzate in caso di gravidanza delle lavoratrici, in casi di malattie prolungate o responsabilità familiari di varia natura. In Spagna, si attribuisce alla crisi la responsabilità di licenziamenti o casi di molestie legate al lavoro.”

Volgiamo lo sguardo all’Unione Europea. Come al solito non se ne parla, meglio soprassedere ciò che accade. Invece voglio raccontarvi qualcosa di interessante a proposito di congedi parentali/maternità. Nell’ottobre 2008, la Commissione aveva proposto di rivedere l’attuale legislazione (direttiva 92/85, TESTO), come parte del pacchetto per conciliare la vita lavorativa e quella familiare, basato sulla Convenzione OIL (Organizzazione internazionale del lavoro) sulla protezione della maternità del 2000 (TESTO) . Il testo era stato presentato dalla Commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere, con relatrice Edite Estrela, sentito il parere della Commissione per l’occupazione e gli affari sociali, relatrice Rovana Plumb. Nel mese di ottobre 2010 il Parlamento europeo ha approvato la sua prima lettura. Il Consiglio deve ancora approvare la sua posizione in merito. Sono passati quasi 5 anni. Un tempo biblico. Arriviamo ai nostri giorni. La Commissione ha dichiarato l’intenzione di ritirare il progetto di legge. La proposta della Commissione di ritirare il progetto di direttiva sul congedo di maternità sarà discussa martedì 19 maggio, nel pomeriggio. Nel progetto di risoluzione in votazione mercoledì 20, i deputati chiederanno al Consiglio di presentare la sua posizione sul dossier e la ripresa dei colloqui. Qualora la Commissione europea ritirasse il progetto di legge, i deputati dovrebbero esortarla a presentare con urgenza un nuovo progetto, da discutere durante la prossima Presidenza lussemburghese del Consiglio. Il succo del testo prevedeva una estensione del congedo di maternità da 14 a 20 settimane a stipendio pieno e l’introduzione di due settimane, retribuite integralmente, per il congedo di paternità. Vi cito il comunicato stampa del 2010 (TESTO del comunicato), perché rende molto bene:

Il Parlamento europeo ha approvato mercoledì modifiche alla legislazione europea in materia di congedo di maternità minimo, portandolo da 14 a 20 settimane, tutte remunerate al 100% dello stipendio, con una certa flessibilità per i paesi che hanno regimi di congedo parentale. Inoltre, i deputati hanno anche approvato l’introduzione del congedo di paternità, di almeno due settimane.
Con 390 voti a favore, 192 contrari e 59 astensioni, il Parlamento europeo ha votato in favore della relazione di Edite Estrela (S&D, PT) che estende il congedo di maternità minimo da 14 a 20 settimane, andando cosi oltre la proposta della Commissione di 18 settimane.
Tuttavia, i deputati hanno approvato una serie di emendamenti per assicurare che per i paesi con regimi di congedo parentale, le ultime 4 settimane dovrebbero essere considerate come congedo di maternità, remunerato almeno al 75%.
Le lavoratrici in congedo di maternità devono essere remunerate con la retribuzione al 100% dell’ultima retribuzione mensile o della retribuzione mensile media, secondo il testo approvato. La proposta della Commissione invece prevedeva il pagamento al 100% delle prime 6 settimane di congedo.
Il progetto di legislazione vuole stabilire le regole minime a livello europeo, mentre gli Stati membri resterebbero liberi di introdurre o mantenere i regimi di congedo piu favorevoli alle lavoratrici di quelli previsti dalla direttiva.
“La maternità non puo essere vista come un fardello sui sistemi nazionali di sicurezza sociale, ma rappresenta un investimento per il futuro”, ha affermato la relatrice durante il dibattito lunedì.
Congedo di paternità
Gli Stati membri devono garantire ai padri il diritto a un congedo di paternità remunerato di almeno due settimane, durante il periodo di congedo di maternità, afferma il testo approvato. I deputati che si sono opposti a questa regola sostengono che il congedo di paternità non rientra nell’ambito della legislazione in discussione, che riguarda “la salute e sicurezza delle donne in gravidanza”.
Diritto al lavoro
La commissione per i diritti della donna ha anche adottato emendamenti volti a proibire il licenziamento delle donne dall’inizio della gravidanza fino a almeno il sesto mese dopo la fine del congedo di maternità. Il testo adottato afferma anche che le donne devono poter tornare al loro impiego precedente o a un posto equivalente, con la stessa retribuzione, categoria professionale e responsabilità di prima del congedo.

QUI il testo completo. Ricapitolando, dopo quasi 5 anni: iter legislativo bloccato, aut aut: decidere ora o ripartire da zero, nonostante il buon testo. Quale sarà il destino della #MaternityLeave? Questo il testo dell’interrogazione parlamentare al Consiglio (presentata il 6 maggio da Iratxe García Pérez, Maria Arena, a nome della commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere) e che andrà in discussione il 19 maggio e in votazione il 20 maggio:

Dall’inizio della nuova legislatura il Parlamento ha dichiarato esplicitamente in più occasioni, in particolare nella risoluzione del 10 marzo 2015 sui progressi concernenti la parità tra donne e uomini nell’Unione europea nel 2013, di essere pronto a interagire con il Consiglio e ad avviare negoziati sulla direttiva riguardante il congedo di maternità. Il Parlamento assume una posizione pragmatica e costruttiva ed è aperto alla ricerca di un accordo che soddisfi entrambe le istituzioni e, soprattutto, i cittadini europei. Il Parlamento ritiene che l’attuale situazione di stallo possa essere risolta se vi è sufficiente volontà politica da parte delle tre istituzioni.
A dispetto di tali inequivocabili segnali, dal Consiglio non è pervenuta alcuna risposta. La Commissione, nel frattempo, si è detta più volte intenzionata a ritirare la proposta qualora i colegislatori non trovino una via d’uscita dall’impasse entro sei mesi.
L’annunciato ritiro è particolarmente discutibile se si considera che il Parlamento ha concluso la prima lettura, mentre la discussione in sede di Consiglio è bloccata e compromette così l’intera procedura legislativa.
1. Può il Consiglio, quale colegislatore, esprimere una posizione ufficiale riguardo alla prima lettura del Parlamento europeo e assumersi la responsabilità del rifiuto dei miglioramenti della sicurezza e della salute sul lavoro delle lavoratrici gestanti, puerpere o in periodo di allattamento?

Incrociamo le dita, nel giro di un paio di giorni sapremo se si dovrà ricominciare tutto da zero.   QUI un comunicato che ne parla.

 

 

 

Aggiornamento 21.05.2015

MEPs pressed the European Commission not to withdraw a draft EU directive on maternity leave, despite four years’ deadlock over it in the EU Council of Ministers, in a resolution voted on Wednesday. They also urged the ministers to resume talks and agree an official position.

MEPs reiterate their willingness to help break the deadlock and call on the Commission to work to reconcile the positions of Parliament and the Council, in a resolution passed by 419 votes to 97, with 161 abstentions”.

Con la risoluzione approvata ieri 20 maggio, il Parlamento europeo dimostra di non voler abbassare l’attenzione sul tema della tutela non solo della maternità ma anche della genitorialità condivisa.
La proposta che come avevamo detto è bloccata al livello del Consiglio, rischia di essere ritirata a causa di questa situazione di stallo (procedura REFIT); la risoluzione votata ieri è un ulteriore tentativo di impedire che ciò avvenga.  L’iter non si è ancora del tutto sbloccato, ma il Parlamento, con questa risoluzione chiede di riavviare il processo.

 

 

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In qualcosa siamo primi

Kindererziehungszeit

 

No, non è il patrimonio artistico, non è il cibo o il turismo. L’Italia può vantare il primato del “costo più basso dei licenziamenti a livello mondiale”. 
L’inchiesta de L’Espresso, che parla di mobbing post-maternità, scopre di fatto l’acqua calda. Scorrono i dati, i numeri del fenomeno nei principali centri, settori e mansioni, le segnalazioni di mobbing (nel capoluogo lombardo, ad esempio, al Centro Donna della Cgil solo negli ultimi tre anni si sono rivolte 1.771 lavoratrici). E qualche storia a condire il tutto, tanto chi non ci è passato non può capire, ci prendono pure per donne deboli, incapaci di farci valere o di sacrificarci per benino, come ci chiede il modello imprenditoriale post-capitalista, ultra-liberista, per la serie “meno diritti meglio è”.

“I dati parlano chiaro: negli ultimi cinque anni in Italia i casi di mobbing da maternità sono aumentati del 30 per cento. Secondo le ultime stime dell’Osservatorio Nazionale Mobbing solo negli ultimi due anni sono state licenziate o costrette a dimettersi 800mila donne. Almeno 350mila sono quelle discriminate per via della maternità o per aver avanzato richieste per conciliare il lavoro con la vita familiare”.

Le stime, sulla base di coloro che denunciano o quanto meno ci provano. Le altre, quelle che rinunciano a priori, sono sommerse, al massimo si riesce (se si ha un po’ di buona volontà) a contarle guardando i questionari statistici che sei costretta a compilare se hai un figlio under 3 e ti dimetti “volontariamente”. Ne avevo già parlato qui e qui.

Sinceramente sono un po’ stufa di essere passata nel tritacarne e di sentirmi dire “denunciate, non mollate”, nonostante l’onere della prova di aver subito mobbing sia a nostro carico. Non può essere dimostrato qualcosa che avverti nell’atmosfera sul posto di lavoro, non puoi dimostrare che più volte ti sono state richieste trasferte incompatibili con un figlio di un anno, che devi tornare disponibile h24 come se non avessi nessuno che ti aspetta a casa. Qualche datore di lavoro temporeggia, attende che superi i mesi di allattamento. Poi generalmente devi tornare al ritmo consueto, ante-maternità, con orari che superano grandemente, in alcuni casi, quelli previsti dal contratto, peccato che non ti spettino straordinari e il tuo mensile sia da fame (sei sempre donna ricordatelo!). Non puoi continuare a “ostacolare i progetti aziendali” perché hai avuto un figlio. Automaticamente ti trovi ad essere l’ultima ruota del carro, senza più alcuna prospettiva di carriera, manovalanza, pure ingombrante e inefficiente. Una volta che avanzi richieste che ti permettano di conciliare, resta al datore di lavoro la totale libertà di concederti o meno dei benefici. Quindi che cosa puoi pretendere? Nulla, puoi solo fare le valigie e andartene. Sei un peso morto, ti fanno sentire tale. Resti in silenzio, perché di fatto diritti non hai. Sarebbe diverso se lo stato prevedesse delle forme di conciliazioni (magari dando in cambio sgravi fiscali agli imprenditori) sancite a livello di contrattazione nazionale, o addirittura di livello legislativo.

Quindi signori non scaricate su di noi la palla, occorrono provvedimenti immediati, volti a garantire che il mobbing sia impraticabile e poco appetibile a monte, a priori. Altrimenti parliamo della solita aria fritta. 

 

P.S. L’istantanea tracciata da L’Espresso è ante JobsAct.. chissà cosa accadrà ora!!!

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Classe e patriarcato, due variabili per il controllo

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Parto da lontano, per poi giungere a parlare di fatti concreti e di vita quotidiana, di storie che purtroppo sono più o meno identiche per tante donne.

Ho recuperato il testo di Vivien Burr, Psicologia delle differenze di genere, Il Mulino 2000.

Il capitalismo, secondo l’analisi marxista, con il suo modello di produzione industriale ha richiesto un modello di società fondata sul matrimonio e che assicurasse un lavoro domestico a basso costo (anzi gratuito e automatico), assicurando un lavoro riproduttivo necessario per il mantenimento del sistema capitalistico e per il suo successo. E anche quando le donne lavorano sono l’anello flessibile ed economico della forza lavoro. Questo tipo di analisi non riesce ad evidenziare le disparità tra i sessi preesistenti alla rivoluzione industriale. Secondo Barret M. (Women’s Oppression Today: The Marxist/Feminist Encounter, 1988):

“L’oppressione delle donne non costituisce un prerequisito dello sviluppo del capitalismo anche se ha acquisito una base materiale nei rapporti di produzione e di riproduzione del capitalismo moderno”.

La retribuzione più bassa e più vantaggiosa delle donne non è sufficiente a preferire le donne, perché c’è la necessità di perpetuare il “servizio” femminile in ambito domestico, vitale perché gli uomini si possano dedicare completamente all’attività lavorativa.
Se consideriamo la variabile di classe, come controllo dell’impresa sui lavoratori, e la variabile patriarcale, intesa come controllo maschile sulle donne, possiamo cercare di comprendere meglio la posizione femminile nel mercato del lavoro. Alcuni teorici “dualisti” come Walby S. ritengono che “capitalismo e patriarcato siano due sistemi rivali intenti a sottrarsi vicendevolmente il controllo del lavoro femminile”. Lotta di classe e tra i sessi concorrono a determinare la posizione delle donne nel mondo del lavoro retribuito. Heidi Hartmann analizza la segregazione del lavoro per sesso che è fondamentale per generare quella trappola che inchioda le donne nel matrimonio e in occupazioni scarsamente remunerate.
Qui un pezzo di Walby che ricostruisce questo meccanismo:

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Hartmann parte dal presupposto che vi sia un doppio controllo sulle donne: al momento dell’accesso al mondo del lavoro e nella sfera privata.
Ma il consenso delle donne a questo assetto di oppressione maschile, ha solo ragioni di pura necessità materiale?
Juliett Mitchel, riprendendo Freud, è convinta che “le relazioni patriarcali siano profondamente radicate nell’inconscio e non possono quindi essere modificate con le sole leggi sulle pari opportunità o con nuove prassi di socializzazione”. Solo una rivoluzione integrale della società umana patriarcale potrà apportare un cambiamento reale.

Nancy Chodorow e Shulamith Firestone pongono invece l’accento sul fatto che l’uomo ha occupato la sfera pubblica, lasciando alla donna quella privata.
La prima suggerisce che l’acquisizione di ruoli più paritetici nella famiglia possa migliorare il rapporto tra i sessi, mentre la seconda individua la soluzione nella demolizione dell’istituto familiare e del legame biologico che lega le donne agli uomini (in termini riproduttivi) e ai figli. In quest’ultimo caso entriamo in un assetto più platonico di società, che presuppone una riproduzione della specie meccanicistica e slegata da rapporti, relazioni, legami affettivi ecc. Personalmente credo che questa direzione sia di difficile realizzazione e non mi piace molto.
Christine Delphy sostiene che le disparità nella divisione del lavoro domestico (punto cruciale per le femmiste radicali) sono difficilmente modificabili vista l’importanza che ha per l’uomo questa differenza di pesi. “Le teorie dell’equità e dello scambio che considerano la divisione del lavoro domestico una soluzione razionale concordata dai due sessi di fronte a un problema comune” non sono applicate in tutte le coppie, anche se c’è qualche donna che arriva a sostenere che “ormai le nuove generazioni di donne fanno molto meno degli uomini in casa”.

La socializzazione, il processo precocissimo e lungo che porta ragazzi e ragazze ad acquisire con la crescita attributi, abilità e attese differenti che li spingono a fare scelte di vita (privata e pubblica) diverse, spesso porta a considerare come naturali queste “evoluzioni” dei ruoli di uomini e donne.
Non possiamo nemmeno ridurre queste “segregazioni di ruoli” a fattori ambientali, come giochi o differenziazioni di differenti “saper fare” tra maschi e femmine. Indubbiamente ci sono dei fattori culturali forti e radicati che concorrono a creare squilibri tra i generi, ma sono fattori culturali multiformi. La questione è sicuramente più complessa e difficilmente riconducibile a una sola chiave di lettura, tutte queste analisi differenti concorrono a fornire un quadro della situazione, tuttora irrisolta e che per alcuni aspetti è anche peggiorata. Insomma siamo molto lontani dall’aver risolto i problemi di equità tra uomini e donne.
La penalizzazione per le donne oggi arriva più in là, non la si avverte negli studi, si inizia a intravedere all’ingresso del mondo del lavoro, in termini retributivi, ma spesso non la si percepisce perché i datori di lavoro ci tengono che certi “favori” di genere non vengano divulgati troppo. Il buco nero arriva con la maternità o con l’approssimarsi della scadenza dell’orologio biologico, che guarda caso è un gingillo di cui solo le donne sono dotate.
Effettivamente, sembra di stare all’anno zero, come se fossimo agli albori dell’ingresso delle donne nel mondo del lavoro. Una donna a cui si richiede di essere paracadute della società e dell’uomo nella vita privata e in quella pubblica, e quel “problema comune della gestione della quotidianità domestica” diviene improvvisamente un problema della donna, ancora e quasi esclusivamente femminile. C’è chi si organizza, ma quasi sempre è un’organizzazione che prevede di scaricare il peso su qualcuno esterno alla coppia, familiare o fornitore di servizi di cura e di faccende domestiche. Pesa la differenza retributiva sulla scelta del congedo parentale o nel caso più estremo di dimissioni per far fronte alla gestione familiare. Pesa l’indifferenza e l’isolamento in cui tutte queste scelte avvengono. Pesa il giudizio severo di coloro che non si capacitano del fatto che a un certo punto la donna rinunci a tenere quell’equilibrio sospeso da funambola della famiglia e rinunci a lavorare. Non hanno la stessa reazione però quando ti vedono strisciare quotidianamente, cercando di trainare un peso più grande di te. Perché il sapersi organizzare è una delle tante favole che ci raccontiamo e che ci raccontano per continuare a farci fare le bestie da soma.
Qualche giorno fa ripensavo alle dimissioni in bianco. E pensavo come spesso sia la punta di un iceberg più grande. Perché vogliamo in fondo lasciare sommerso il pezzo più grande. Ci sono tanti aspetti di cui quasi nessuno si preoccupa. Andate a guardare per esempio la normativa (qui) per le dimissioni di una lavoratrice con figlio minore di 3 anni, capirete di cosa sto parlando.

Perché quando a una donna non viene garantita un’alternativa, le dimissioni “volontarie” sono l’unica strada. Quando nonostante problemi seri, nessuna flessibilità ti viene concessa. Quando compili un modulo per sottoscrivere la tua approvazione di un sistema che non condividi affatto, quando come cause delle dimissioni adduci l’assenza di alternative, la mancanza di una prospettiva di flessibilità, la mancanza di sostegni reali alla maternità. E poi scopri che non vogliono ascoltare la tua storia, che entrerai nelle statistiche impersonali, quelle annuali che vengono messe in un cassetto per non essere mai affrontate, al massimo per essere sciorinate all’occorrenza. Uno Stato che ti chiede di mettere per iscritto i motivi delle tue dimissioni a soli fini statistici e non è in grado di valutarli nella loro compatibilità con la tua scelta, che non è più tanto libera, ha fallito. E ancora una volta l’onere è sulle spalle delle donne, che si vedono la doppia beffa, da parte del datore di lavoro e dello Stato.
Che senso ha convalidare le tue dimissioni e poi dichiarare in un modulo a parte, valido solo statisticamente, che se ti fosse stata concessa flessibilità (part-time) e qualche forma di smart-work non avresti scelto di dimetterti, che quella scelta non è stata libera, ma che ti sei trovata in un vicolo cieco, in cui nessuno sarebbe venuto a salvarti e a garantire i tuoi diritti?!
La disparità continua ad annidarsi dappertutto, ci arrabattiamo per superarla, per non vederla, per farci l’abitudine, ma come negare che alla fine colpisce quasi tutte noi, in un modo o nell’altro? Forse un primo passo utile per uscire da questi problemi è quello di abbandonare l’abitudine a risolvere i problemi ognuna per proprio conto, in ottica individualistica, tornando a un approccio più collettivo delle sfide quotidiane.

 

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Parliamone senza omissioni o paure: #surrogacy

© Anne Geddes

© Anne Geddes

 

Non voglio entrare nel polverone di questi giorni. Non è quel punto di vista che mi interessa e che mi ha spinto a scrivere. Desidero partire dallo scritto pubblicato su DonnaeLab di Milena A. Carone (qui). Mettiamo da parte l’omofobia. Perché non si tratta di questo. Rischiamo di deviare il nostro ragionamento. Mi piacerebbe che ci fosse un dialogo sereno, aperto, senza paure. Invece, ancora una volta si ha paura di riflettere e di mettere in campo la questione del potere.

Il POTERE: chi oggi ha ancora in mano lo scettro virtuale e materiale, chi lo esercita, e i suoi squilibri tra uomini e donne. Il maschio, etero o omosessuale, resta quel primo sesso che ha sempre adoperato natura e donna per poter definire se stesso, per potersi affermare su tutto il resto. La discendenza è un nodo cruciale. Forse abbiamo trascurato il corpo femminile che per alcuni diviene oggetto, involucro per consentire questa discendenza. Non vogliamo essere incubatrici, madri per forza in quanto donne, non vogliamo essere oggettificate, adoperate come strumenti dagli uomini e poi, accettiamo di renderci tali per soddisfare un bisogno maschile di trasmettere i suoi sacri geni? Siamo schizofreniche a volte.

Ci può essere l’altruismo, il volersi mettere a disposizione di un’altra persona per aiutarla, ma questa è la faccia che più ci piace vedere o che tranquillizza il nostro immaginario. Dobbiamo avere il coraggio di guardare il lato in ombra e il ruolo delle donne in questo contesto e in quello più allargato dell’intera società. L’articolo tocca gli aspetti giusti. Io aggiungerei un’ulteriore riflessione. In questo tempo veloce, in cui ogni cosa si acquista e si consuma in fretta, anche il desiderio di maternità o paternità può subire questo destino, una volta raggiunto lo scopo. E allora non vorrei che questi figli fossero un soprammobile in nessun caso, che siano o meno frutto della scienza. Perché a monte ci deve essere qualche motivazione in più.
Personalmente credo che non ci sia differenza quando di tratta di maternità e paternità, che sia omo o etero, che si avvalga o meno della tecnica. C’è la stessa probabilità di incorrere in genitori più o meno sinceri e consci del proprio ruolo. Ma io rifletterei sulla vendita di un utero (più conseguente terapia ormonale pre-impianto, cosa da non sottovalutare), in cambio spesso di soldi. Si tratta di un controllo sul corpo di un’altra persona. Ha fatto bene l’autrice del post a richiamare un altro tema, la prostituzione. Io uso il corpo di una donna per soddisfare il mio bisogno di diventare padre, non curante dei suoi bisogni, se non quelli magari economici, che forse nella maggior parte dei casi saranno la molla vera ad essere incubatrici temporanee. E poi mi creo una serie di alibi, come il fatto che fosse pienamente consenziente, che tutto si basi su uno scambio equo e solidale.

Ecco, l’equità. Va tenuta presente l’equità delle posizioni “contrattuali” che si scambiano un bene, un servizio, in questo caso il comodato d’uso di un corpo. C’è sempre un equilibrio/squilibrio di potere economico-sociale-culturale tra le due parti? Possiamo affermarlo sempre? In che modo si manifesta lo squilibrio? Che distinzioni è necessario compiere? Se vogliamo disciplinare la materia, dobbiamo quanto meno adoperarci per evitare che questo squilibrio di potere, laddove c’è, si tramuti in una forma di violenza e di sopraffazione. Quando c’è di mezzo il denaro, dovremmo tutti essere più attenti.
Chi mi conosce o legge il mio blog, sa che io sono una sostenitrice della fecondazione artificiale, della diagnosi pre-impianto per evitare di trasmettere malattie gravi ecc. Son temi delicatissimi, su cui non si deve generalizzare, ma si deve conservare uno spirito critico, per osservare la realtà. Qui non stiamo parlando di semplice procreazione assistita, ma di una nuova frontiera di business, in cui c’è una domanda ben più vasta e sfaccettata delle casistiche di infertilità. Così come io non mi concentrerei solo sull’atto di generare, quanto sul crescere questi figli, starci insieme, aiutandoli a diventare degli adulti maturi e magari migliori delle generazioni precedenti. Perché questo non è mai un dato scontato, in ogni caso, in ogni contesto, in ogni combinazione genitoriale possibile.
Purtroppo, quando affrontiamo il tema non possiamo sgombrare il campo dagli abusi del business dell’utero in affitto e dello sfruttamento di donne. Altrimenti torniamo allo stesso modello di analisi semplicistico e appiattito di chi sostiene il sex-work bello e possibile. Spesso le condizioni delle donne che mettono a disposizione il proprio corpo non sono tali da consentire una piena libera scelta, un’alternativa. Sarebbe auspicabile, ma come in molte cose subentrano il business e le regole del mercato. Business per chi gestisce le “baby farms”. Potrebbero anche esserci donne che consapevolmente ci guadagnano da questa “opportunità” di vendere il proprio corpo, ma si potrebbero riproporre le stesse argomentazioni di cui ho spesso parlato a proposito della prostituzione. Quante potrebbero veramente dirsi libere da un bisogno che le spinge a questo tipo di soluzione?

A furia di non voler scontentare nessuno, ci riduciamo a un laissez-faire, in cui chi può si organizza e fa quel che gli pare, chi non può si adatta come meglio può, subisce e soccombe.

Non possiamo continuare a spostare il centro del discorso.

Poi non lamentiamoci se una donna scrive (qui): “Per noi la Gpa rimane un’esperienza cruciale di autocoscienza femminile; quando aiuta dei padri gay o dei padri single a diventare genitori, è un ulteriore strumento di liberazione dei maschi e uno straordinario modo per fare saltare in aria rappresentazioni sociali, ruoli di genere, imposizioni storiche fatte alle donne”.

Sì, con un bel colpo di spugna si spazzano via dominio e potere maschili, e si teorizza la liberazione maschile, facendo passare come taumaturgica la scelta di mettere a disposizione il proprio utero, missione necessaria per una pacificazione tra i sessi e per una presa di coscienza femminile. A mio avviso si tratta di negazione di un substrato culturale ancora vivo per supportare le proprie tesi. Oltre all’ignoranza c’è una rimozione colposa.

Dal mio punto di vista, sarebbe un impegno importante (psico-fisico), penso che lo farei solo se ci fosse un legame precedente, insomma una motivazione forte di partenza. Ma questo vale per me.

Resta il fatto che non è una passeggiata, anche perché il legame che si crea nei 9 mesi non è da sottovalutare, intendo dire che la separazione in alcuni casi potrebbe essere emotivamente dura. Questo non avviene sempre, ma dobbiamo metterlo in conto. Non siamo tutti uguali.

Penso che il percorso per diventare genitori non possa essere un puro tecnicismo, non può essere limitato ad esso, anche e soprattutto laddove ci si avvale della tecnica. Ci deve essere un percorso di presa di consapevolezza del senso pieno di ciò che comporta assumere quel ruolo per soli 9 mesi o per tutta la vita. In ogni caso.

E poi mi concentrerei sulla parola “bisogno”, a 360°.
C’è da compiere una riflessione su: il bisogno può e deve essere soddisfatto sempre e comunque, ad ogni costo? Perché poi ci sono sempre delle conseguenze delle mie azioni, delle mie scelte, di come soddisfo i miei bisogni. Vogliamo fregarcene delle responsabilità? Come si chiede Pina Nuzzo di DonnaeLab in un commento su Fb: “chi paga il prezzo?”

Soprattutto non vorrei che diventasse ancora una volta un tema discriminante per censo, per chi può permettersi di andare all’estero per soddisfare un desiderio, un bisogno di paternità o di maternità o come desiderate chiamarlo. Perché dobbiamo essere consci che delle regole si devono trovare, altrimenti resterà terra ignota, dove ognuno può fare come meglio crede. La domanda non è “perché e se vietare” la surrogacy, ma su chi tutelare, come tutelarlo, come equilibrare le parti e gli interessi di tutti.
E non crogioliamoci sulla spesso abusata parola “scelta”, moderno passepartout. E non conta nemmeno portare nella discussione storie di surrogacy felici, che presuppongono degli affetti, delle relazioni pregresse alla base della scelta della maternità surrogata, come una forma di dono. Questo è solo un pezzo del puzzle molto più complesso. Occorre tornare a discernere le cose più semplici. Senza chiudere gli occhi su aspetti della realtà che ci risultano scomodi da notare e da prendere in analisi. Ciò che ci disturba spesso ci è d’aiuto per capire gli aspetti più profondi e di difficile soluzione. Non adoperiamo la parola dono, per nascondere tutto il resto.

Se ci chiediamo cosa può spingere una donna a mettersi a disposizione, oltre al puro altruismo e senso del dono, da lì poi potremmo scoprire gli altri aspetti.

Ognuno di noi compie delle scelte, scegliere significa imboccare una strada ed essere consci che quella scelta è anche rinuncia a qualcosa, per me o per altri.

Forse alcune donne si sono disabituate a vedere e a riconoscere la questione degli squilibri di potere socio-economico-culturale-di genere. Si tende a dare per scontato l’assenza di un gradino, di un desiderio tuttora vivo di imporre da parte degli uomini i propri bisogni come irrinunciabili e “naturali”. Noi non possiamo stare a guardare. Quanto meno dobbiamo porci le domande e distinguere i casi. Dobbiamo ragionare attentamente affinché si riesca a trovare una regolamentazione che non sia cieca e sorda e pessima come lo è stato per la Legge 40. Dobbiamo trovare delle soluzioni che spazzino via discriminazioni e varie forme di violenza e di business a scapito delle donne.

Ecco che poi ti arriva anche il suggerimento (qui) per cui potrebbe rientrare in una professione.. Così ammazziamo come al solito ogni possibilità di dibattito su altri livelli.

Abbiamo permesso che la Legge 40 rendesse la fecondazione assistita un percorso ad ostacoli. Interroghiamoci su quali siano le priorità al momento e diamoci da fare affinché vengano rimosse le ultime barriere, chiediamo una regolamentazione che non sia di nuovo cieca e sorda. Per far questo ci vuole apertura mentale e di cuore, occorre il coraggio di scandagliare bene tutte le implicazioni e le sfaccettature del mondo Fivet.

A noi femministe il compito di essere “scomode” e di sollevare questioni cruciali.

 

Per approfondire:

http://www.theguardian.com/commentisfree/2015/feb/20/commercial-surrogacy-wombs-rent-same-sex-pregnancy

http://www.cbc-network.org/2014/03/baby-farms/

http://www.dailymail.co.uk/femail/article-2574690/Wombs-rent-The-Indian-baby-farms-transforming-lives-poverty-stricken-local-women.html

http://timesofindia.indiatimes.com/india/SC-notice-to-govt-on-PIL-seeking-ban-on-commercial-surrogacy/articleshow/46376012.cms

http://www.bbc.com/news/world-asia-31546717

 

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Ascoltateci

Man Ray – Venus restaurée – 1936-71

Man Ray – Venus restaurée

In questi ultimi giorni sto leggendo numerosi commenti sul parto, sull’episiotomia e su come a volte non si tiene in considerazione la donna e non la si renda partecipe del momento (qui un post dal blog Le Amazzoni Furiose). Non parlerò di aspetti medici, non sono un medico e non entro nelle valutazioni di ciascun medico. Sul Web ci sono documenti a sufficienza per farsi un’opinione. Vi segnalo questa inchiesta de La Repubblica.
Quello che desidero fare è raccontarvi la mia esperienza, una tra le tantissime, ognuna diversissima dalle altre, ognuna può dare il suo contributo, ma è sempre e soltanto una storia. Il parto di per sé non è una passeggiata di salute, è faticoso, un momento speciale, unico, ma anche molto delicato. Altrimenti non ci sarebbero state così tante complicazioni e morti nei secoli. Oggi, nei Paesi medicalmente evoluti, non ce ne ricordiamo più, ma il parto, ripeto, è tuttora una fase delicatissima e piena di incognite.
Ogni esperienza è a sé, sono tanti, troppi i fattori coinvolti per poter fare paragoni.

Io sono nata con un cesareo e probabilmente non sarei qui senza di esso. Ma questa è la storia che mi ha portato a nascere.

Ora passo a quella che ha portato alla nascita di mia figlia.

Mi si sono rotte le acque a mezzanotte. Nella mia immaginazione da primipara, pensavo che la cosa si sarebbe risolta in una mezza giornata. Arrivo in ospedale, controlli vari, zero dilatazione, contrazioni deboli. Vengo invitata ad attendere. Mi trovano un posto letto solo la mattina successiva, prima barella. Non dormo, aspettando le contrazioni, ma anche ascoltando le urla delle partorienti.
Mattina. Nessun segnale di contrazioni significative o dilatazione. La prassi medica prevede una attesa di 24 ore prima che avvenga l’induzione artificiale del parto (con il gel prostaglandinico o la flebo di ossitocina, più varie ed eventuali). Aspetto. In stanza con me c’è una donna che attende l’induzione da prima di me, ha rotto le acque circa una mezza giornata prima di me. Anche lei primipara. Premetto che siamo in un ospedale pubblico, con un settore a pagamento per chi desidera un trattamento di categoria “superiore”. Ma noi siamo nel settore pubblico. Siamo un po’ abbandonate a noi stesse, monitorate, ma nessuno ci viene a parlare e nessuno ci spiega più di tanto. Non c’è altro che aspettare ed entrambe siamo fiduciose. Il motivo di questo “abbandono” è il numero dei cesarei programmati per quel giorno, che si susseguono ininterrottamente. Si parla di 9 cesarei programmati, che si cumulano a quelli naturali e ai cesarei d’urgenza. Noi siamo ancora nella fase iniziale, per cui possiamo attendere. Intanto, alla mia compagna di stanza iniziano a iniettare gel. La sera, ancora nessun segno. Sono passate per lei più di 24 ore. Lei richiede un medico che la venga a visitare. Sì, perché devi farti sentire, a volte, per essere considerata. Se stai in silenzio e aspetti, seguono semplicemente i protocolli e non ti spiegano niente. Ma questo dipende dall’ospedale, dal personale che incontri e da tanti altri fattori, incluso la giornata. Insomma, tutto molto casuale. Alla fine, lei firma, sotto sua responsabilità, per un cesareo. Mi diranno poi che una buona percentuale delle induzioni si risolve in un cesareo. Non sempre l’induzione funziona. La discussione tra questa povera mamma e il medico, è stata dolorosa, anche perché io stavo vivendo la stessa cosa. Le sue paure e le sue domande erano anche le mie. Probabilmente alcuni sottovalutano l’importanza degli aspetti emotivi e di un trattamento umano e solidale in certi frangenti. Quanto meno spiegateci cosa sta accadendo. Prendersi cura di un/a paziente non è semplicemente seguire un protocollo o guardare le tabelle annuali da rispettare, che ti prescrivono un tot numero di cesarei o di altre pratiche mediche. C’è stato un netto tentativo da parte del medico di convincere la donna a non fare il cesareo, nonostante l’evidente stanchezza della donna e i tempi che si erano allungati a dismisura. La mia compagna di stanza cercava di avere delle risposte, un aiuto, ma le venivano solo prospettati gli aspetti più negativi del cesareo. La mattina successiva le faranno il cesareo, con risultati pessimi. Ha rischiato grosso e anche il bambino. Non so cosa sia successo nei dettagli medici, ma io ho assistito a un vero e proprio rimprovero, condito da minacce nei confronti della partoriente. Le hanno descritto l’operazione, con dovizia di particolari, prospettandole solo il peggio. La scelta della donna, è vero, spesso non è contemplata. Così come quando liquidano la tua sofferenza, con la frase “signora, lei ha una soglia del dolore molto bassa”. Sarà anche bassa, ma è la mia e tu medico mi devi aiutare, non sto inventando niente e tu non puoi sapere come sto. Quel sorrisetto sardonico del medico e la frase, firmi il modulo, ha scelto il cesareo e si renderà conto… non la dimenticherò mai.
Io chiedo informazioni in merito alla mia situazione, mi viene risposto, “non vorrà anche lei un cesareo?”
A mezzanotte chiedo e ottengo l’induzione con gel. Naturalmente, se mi fossi stata zitta, sarebbe giunta la mattina senza che nessuno mi degnasse di considerazione. Passo la notte fino alle 3 ad ascoltare i parti altrui, o meglio le urla. Alle 3 iniziano le contrazioni, sono in stanza al buio, chiamo, mi arriva solo una gentilissima donna para-medico che cerca di aiutarmi, quanto meno ho avuto un sostegno morale. Nessun medico. Dovevo stare buona e aspettare in silenzio, al buio, con le doglie. Arrivo faticosamente alla mattina. Dilatazione poca. Non avevo dormito per niente. Chiedo e ottengo l’epidurale, che mi viene “concessa” per riposarmi un po’ in vista del parto. L’anestesista borbotta un po’ perché non trova spazio a sufficienza per inserirmi il sondino: “Colpa della mia colonna vertebrale”. Alla fine ci riesce. È una scelta che ho compiuto sul momento, ero spossata e nessuno riusciva a dirmi quanto tempo avrei impiegato per partorire. Qualcuno finalmente mi ascoltò e si rese conto che senza forze e senza sonno non avrei avuto l’energia per il parto. Nella fase finale del parto l’effetto dell’epidurale non si sarebbe più sentito, ma mi è servito per riprendere le forze per un paio d’ore prima della fase espulsiva. Mi riprendo, per modo di dire. Arrivo anche alle iniezioni di ossitocina. Inizia immediatamente la fase finale, ci metto un’oretta per la fase espulsiva. Ma per me dura molto meno, il tempo per fortuna vola. Ho urlato un paio di volte, ma poi dietro consiglio dell’ostetrica, mi sono resa conto di quanto fosse meglio investire fiato ed energie nella spinta e in una respirazione adeguata. Mi sono concentrata sulle voci della mia ostetrica e di mio marito, indispensabili e preziose. Non ringrazierò mai abbastanza la mia ostetrica, che mi parlava della sua Argentina, per distrarmi. Mi hanno praticato l’episiotomia (l’ostetrica, non un medico), senza chiedermelo, ma mi sono fidata e in quel momento non ero molto lucida, non sarei stata in grado di prendere decisioni. Ho cercato durante la gravidanza di fare esercizi per aumentare l’elasticità del pavimento pelvico, di mettere creme ecc. A me non son serviti, ma ritengo che sia una questione personale, soggettiva. Ad altre può servire, ma ripeto ogni donna e ogni parto parlano per sé. Non si possono fare paragoni. L’episiotomia non mi ha causato problemi seri, magari tra qualche anno soffrirò di incontinenza, non posso saperlo. In una settimana non sentivo più i dolori dei punti (che si assorbono da soli e non è necessario che qualcuno te li tolga). Quando mi hanno messo i punti (un infermiere) non me ne accorgevo perché ero troppo emozionata e impegnata a guardare il visino della mia piccola. Ho avuto altri dolori, come quelli causati dallo sforzo di un parto supino “tradizionale” o dal seno “congestionato” e dolorante per le ragadi. Ognuna ha i suoi dolori, i suoi problemi. Ognuna ha le sue esperienze da raccontare. L’unica cosa che chiedo è: ascoltate di più le donne. Se lamentiamo un dolore, ascoltateci, aiutateci, non dateci “delle matte”, non diteci che siamo ipersensibili. Parlateci di più e ascoltate seriamente ciò che abbiamo da dirvi. Se vi poniamo delle domande, dateci delle risposte, ci aiuteranno a capire. Questo agevolerebbe anche il lavoro dei medici.

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Mamme da spot

Arthur John Elsley, Well on the mend, 1910, private collection, oil on canvas, 66 x 86 cm

Arthur John Elsley, Well on the mend, 1910, private collection, oil on canvas, 66 x 86 cm

Ce ne sono tanti di spot che hanno come tema la maternità, la cura dei figli, e alcuni sono veramente da far accapponare la pelle. Da qualche giorno devo sorbirmi l’ultimo spot della Mellin, quello della mamma di Amélie, per capirci (qui lo spot, se volete farvi un’idea). Più lo vedo, più mi convinco che c’è qualcosa che non va, forse più di una cosa che non va. Per carità, non mi preme entrare nei meandri della disputa allattamento naturale o artificiale, io ho avuto entrambe le esperienze, ma sono per la libera, personalissima scelta, soprattutto perché ogni figlio è una storia a sé e l’allattamento non deve diventare l’ennesima croce sulle spalle delle donne. Basta con questo martellamento. Lasciateci scegliere come meglio crediamo!

In questo spot della Mellin, mi ha destato un po’ di sconforto la frase: “diventi mamma dal primo momento in cui lo scopri”. Ci rendiamo conto? No, no, non è assolutamente così, non lo diventi allora e potresti in teoria non diventarlo mai, se non lo desideri in quel momento o in futuro. Nessuno può importi un ruolo. Nessuno davvero. Nessuno può affermare che diventi madre dal momento in cui fai il test di gravidanza e questo risulta positivo. Mi sembra un messaggio pericoloso. Poi c’è il solito “istinto di mamma” che dovrebbe portarti sempre a fare le scelte giuste, come quella di comprare un barattolino blu di latte in polvere “per trovare la tranquillità”. Chi sbaglia deve flagellarsi e considerarsi una pessima madre? La narrazione prevalente non fa altro che caricare la donna e la madre di aspettative e significati sovradimensionati, cancellando le peculiarità e le singolarità di ciascuna di noi, includendoci tutte in un calderone unico. Sono le aspettative che pesano e distorcono la realtà, rendendoci più insicure, confuse  e incelofanate in un pacchetto di donna o di madre, da cui diventa difficile uscire o da cui è difficile prendere le distanze, per affermare il proprio modo di essere e di vivere le esperienze. Sempre in una raffigurazione che ci vuole descrivere come non siamo, ma come conviene che siamo. Una convenienza che ci assegna mansioni, ruoli, competenze, predisposizioni, inclinazioni naturali a priori.

Siamo alla fantascienza della maternità e dell’essere donna. Di questo passo, avremo buttato alle ortiche decenni di riflessioni e di prese di coscienza. Soprattutto, avremo ricreato quel mito della donna=mamma, perfetta e sempre pronta, paziente e senza limiti, da cui dovremmo aver preso le distanze da un pezzo. Invece ecco che cercano di strizzarci dentro un ruolo, dentro un immaginario perfetto, monoliticamente declinato al femminile, unica figura sacrificale.

Faccio troppo poco? Sono poco paziente? C’è chi fa più e meglio di me? Me ne frego, faccio quel che posso e che mi sento di fare. Non sono un’automa o una schiava. Chi ha fiato solo per criticare noi donne è pregato di tacere!!! Anche perché, di solito, in questi quadretti familiari, il padre sta sempre ben lontano dal biberon ed è sempre mammina e solo mammina a occuparsi del pargolo. Quando riusciremo a demolire questo modello di rappresentazione di cura???

Ringrazio Narrazioni Differenti per questo post, che tocca, tra gli altri, anche il tema dell’allattamento, in relazione al prossimo Expo.

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Potenziali

levatrice

 

Siamo ai bilanci di fine anno e arrivano anche i dati sulla natalità (qui un articolo pubblicato su InGenere). All’appello e sotto la lente c’è la generazione di “quelle” nate negli anni ’80. Il resto è fuori focus (ci siamo persi gli anni ’70, di già???) e comunque siamo sempre alle analisi del potenziale femminile. Galline in batteria all’appello! Questioni trite quelle del matrimonio che costa troppo e che è sempre meno diffuso. Roba a cui non bada più nessuno dotato di un minimo di materia grigia. Si può organizzare un matrimonio con un budget bassissimo e poi la questione della natalità non la si può legare al matrimonio. Dovremmo aver già superato questo scoglio. O mi sbaglio? Così come quelli che mi dicono “sai ci piacerebbe avere un figlio, ma ci vorrebbe una stanza in più” e non vivono certo in 50 mq. Allora, inizi a capire che ci sono ragioni più profonde se si fanno sempre meno figli. Ognuno ha ragioni diverse e tutte da rispettare. Di questi tempi un minimo di razionalità e di pianificazione non guastano, vista la precarietà a 360°. Anche quando sulla carta tutto sembra fattibile e sembrerebbe poter filare liscio, nulla avviene mai tranquillamente. Come ho detto altre volte, ci sono tanti fattori che vanno a incastrarsi e non è scontato che lo facciano. Inoltre, anche quando ci si sente pronti ad affrontare i marosi della genitorialità, spesso non contempli lo scontro con la realtà dei fatti. Come concilierai i tuoi orari di lavoro (che sia part-time o midi/full-time; qui un articolo recente sulla conciliazione)? Qui iniziano le montagne russe. Attorno a me ho solo esperienze di famiglie che hanno scaricato quasi al 100% la gestione dei figli ai nonni. Gli intoppi quotidiani spesso e volentieri vengono completamente delegati. Ci siamo evidentemente abituati a fare così, impossibilitati da un sistema che non consente un equilibrio sano tra tempo del lavoro e tempo “libero”. Naturalmente, le mie conoscenze sono un campione non rappresentativo dell’intera popolazione, ma indicano bene lo stato in cui versano le politiche di sostegno alla genitorialità nel nostro paese. Nonne che devono svolgere i compiti di vice-mamma, alle prese con i nipoti, con orari che sfiorano le h24. Poi c’è chi ha le disponibilità economiche per pagare tate full-time. Il resto picche: senza nonni disponibili, sei in balia delle onde. Perché si sa, inizia il balletto dei “favori”, delle intercessioni, che devi chiedere in giro, senza dare mai per scontata la collaborazione dei nonni o di altri soggetti.. Il vuoto di certezze e di punti di riferimento, che non ti permettono di organizzarti, mai. Per cui come fai? Come fai a lavorare? Cosa racconti al capo: “sa, dipende tutto dalla nonna, se mi fa il favore e se oggi è disponibile a darmi una mano”. Ognuno conosce le sue situazioni, potete immaginare il resto senza che ve lo debba raccontare. Quindi, al di là di strutture familiari nuove o old-style, matrimoni o meno, stranieri o meno, qui c’è bisogno di un welfare serio, un modello che non vada verso il workfare anglosassone, ma sia capace di trovare nuove potenzialità per migliorare le condizioni di vita della popolazione italiana. Tutta, non solo di coloro che godono della protezione del modello familistico, che per decenni ha sostenuto e tuttora sostiene e copre i buchi di uno stato sempre più in ritirata. Per questo mi piace il senso del commonfare. Mi piacerebbe anche che soluzioni come il Jobs Act venissero lette anche in termini di ricadute sul nostro futuro, sulle nostre aspettative di vita, sul nostro effettivo balzo dall’esser figli a essere adulti prima e genitori, magari in futuro, ma anche no. Perché se le generazioni dei nonni diventano welfare sostitutivo, questo significa solo una cosa: negare futuro e capacità di visioni prospettiche. Non vogliamo scaricare sullo stato il nostro essere genitori, ma quanto meno ci auguriamo che qualcuno si svegli e proponga soluzioni affinché non si continui a perpetuare pericolose discriminazioni a cui molti di noi sono purtroppo soggetti.
Quindi, non puntiamo il dito sulle donne, sui loro uteri e sugli ovuli che non si trasformano in prole per la patria. Puntiamo a comprendere tutti i fattori che oggi influiscono sulle scelte, tutte, non solo quella di fare o meno un figlio.
Non mi preoccupa che si facciano meno figli, ma che le prospettive per tutti siano sempre più preoccupanti e che non vi siano proposte politiche che vadano a migliorarle. La questione non è “fare più figli”, ma che futuro dargli, nel caso decidessimo di diventare genitori.

E si torna al tema della “cura”.

Chiudo, riprendendo Silvia Federici:

“Se riteniamo che il lavoro domiciliare non sia vero lavoro, che la premessa del passaggio da assistenza sociale generale ad assistenza da fornire solo a chi lavora sia corretta, allora nessuno è titolato ad avere un supporto istituzionale per crearsi una famiglia. E quindi lo stato ha ragione quando afferma che crescere i figli è una responsabilità personale e che se vogliamo centri di cura diurni, per esempio, dobbiamo pagarceli. Riassumendo, l’approccio è di insistere che qualsiasi richiesta e strategia che non interessi tutte le donne e, prima di tutto, quelle che sono state più sfruttate e discriminate, qualsiasi approccio che non mini le gerarchie che sono state costruite tra noi, è fallimentare, e mette a rischio qualsiasi vantaggio abbiamo potuto momentaneamente ottenere”.

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Miti femminili

Madre e figlia - arte vietnamita

Madre e figlia – arte vietnamita

 

Ogni qualvolta una donna viene coinvolta in un fatto di cronaca nera i toni assumono le forme della morbosità, i media si scatenano in analisi pseudo-scientifiche, alla caccia di ogni più piccolo particolare che possa validare la tesi del lato oscuro delle donne ‘esseri imperfetti’, in preda a isterie e a ormoni che le rendono imprevedibili mostri. Non mi piace questa ricostruzione, questa modalità da crocifissione collettiva, liberatoria e catartica. I mostri che sono sempre lontani anni luce da noi, puri e dall’equilibrio perfetto. Tutti coloro che in questi giorni, come in passato, si stanno dedicando alacremente allo sport della scarnificazione della donna e della madre ‘sbagliata’, dovrebbero tacere. Tacere perché è troppo facile giudicare, mentre è più complesso cambiare lo sguardo con cui si guarda al mondo e alle persone. Non si riesce a toccare la dimensione interiore adoperando i giusti metodi di analisi. Oggi, più di un tempo, si carica la donna e la maternità di oneri e di implicazioni enormi, le aspettative che chiedono alle madri di reggere a qualsiasi tipo di pressione sono sempre più elevate, gli equilibrismi richiesti si sono moltiplicati. I ruoli sono mutati, ma nella sostanza si chiedono alle donne sempre gli stessi sacrifici, anzi sempre di più, sempre di nuovi. Solo a noi, con una intensità e un convincimento inattaccabili. Perché ciò che è naturale che avvenga e che ci si aspetta che venga fatto dalla donna e dalla madre è definito nei secoli dagli uomini (come spiega bene qui Lea Melandri). Per cui se non rientriamo in questi canoni, diveniamo le “cattive”. Ma noi donne siamo le stesse di sempre e solo a noi vengono richiesti certi ritmi e certe accelerazioni. Sempre e ancora su di noi occhi e richieste di perfezione, perché per molti la Natura ci ha rese più predisposte e flessibili, portate a sostenere intemperie fisiche o psicologiche. Quando mia madre sostiene che io non abbia pazienza a sufficienza nel mio ruolo di madre, mi sta dicendo che in quanto madre dovrei essere infinitamente paziente, tollerante, votata naturalmente a un sacrificio illimitato. A volte mi sento dire (da donne, molto spesso) che dovrei mollare ogni impegno, annullare i miei desideri e dirottare tutte le mie energie nei confronti di mia figlia. Nessun’altra priorità è ammessa. In pratica, mi si dice che nessuno mi ha obbligata ad essere madre e che ora devo chinare la testa e pedalare. Per carità, ho scelto di essere madre, ma non ho firmato per una mummificazione correlata. Ognuna deve essere libera di approcciarsi alla propria esistenza come meglio crede, nelle declinazioni che più le si confanno. Il problema è che tutta la gente attorno tende ad appropriarsi della tua vita, dispensando consigli e giudizi anche se non richiesti. Buona parte dei sensi di colpa e delle difficoltà del compito materno o genitoriale derivano dalle intrusioni esterne, da tutti coloro che da fuori condiscono la tua vita di aspettative, tappe, scadenze, obiettivi, risultati ecc. Devi rientrarci, altrimenti sarai sottoposta a una pressione più o meno pesante. La leggerezza dell’improvvisazione che dovrebbe essere la regola guida di ciascun genitore, viene sostituita da tutta una serie di check-up del genitore perfetto. Naturalmente, molti aspetti sono amplificati nel caso si tratti di una madre. Il peggio sono i crocicchi delle mamme al parco, al nido/asilo o alla ludoteca. Le lenti di ingrandimento di cui si possono far portatrici le mamme sono qualcosa di estremamente pericoloso. Se non vuoi partecipare al gioco al massacro delle misurazioni, dei raffronti, dei consigli devi armarti di tappi per le orecchie. Queste cose esistevano anche quando ero piccola e mi sono sempre chiesta perché la gente non si facesse un bel po’ di fatti loro. Mi sono data una risposta. Molte donne si fanno portatrici di tutta una serie di atteggiamenti maschili sulla maternità, per cui provano un sollievo enorme nel poter ‘ammorbare’ di consigli le altre madri, per potersi ergere dall’alto di un’idea perfetta di madre, come non esiste nemmeno nell’Iperuranio. Anche quando si sceglie di essere madre, non è detto che lo si diventi o che si assuma il ruolo in toto, come cultura dominante prescrive. Anzi. Ogni figlio è una storia a sè, un’avventura diversa, unica, che ti mette a dura prova, ogni secondo. Non ci sono regole, preparazione, predisposizione, inclinazioni caratteriali. Nulla va come preventivato o pianificato. Anche i sentimenti possono assumere sfumature e intensità diversissime e imprevedibili. È un fare giorno per giorno, e chi sostiene che ci si riesce per forza, sta semplificando. Il più delle volte non riuscirai a combinare un bel niente e sarai frustrato, deluso, amareggiato e affaticato. Essere genitori ti mette di fronte alle tue incapacità, alle tue fragilità, alla tua inadeguatezza. Basterebbe ammettere questi aspetti e non ostentare capacità da wonder mummy che non sono reali. Se tutti ci considerassimo fallibili, un po’ di carico se ne andrebbe. Invece dobbiamo sostenere non solo il ruolo di genitori infallibili ed efficienti con i nostri figli, ma anche con chi dall’esterno è sempre pronto a giudicare.
Nell’essere madre non potrà tornarti utile il tuo vissuto di figlia, perché tuo figlio è una persona diversa da te e come tale deve essere trattata. Non è vero che riuscirai a non commettere tutti gli errori compiuti su di te. Inoltre cambiano le prospettive e ti troverai a mettere in atto pratiche e soluzioni che mai razionalmente avresti immaginato di adoperare. Ti renderai conto di quanto facile sarà cadere nella trappola dello sfinimento, per cui spesso cadranno tutti i paletti e le regole volte a non viziarlo troppo. Ti accorgerai che tuo figlio è più furbo di te, capace di sfruttare al meglio le situazioni e le persone attorno (vedi i nonni), che è ben lungi da quell’idea di affetto incondizionato e che a volte ti stupirà per il suo elevato grado di egoismo. Sarà una lotta fondata sulla resistenza e dovrai imparare ad adeguarti all’idea che nulla andrà come vorrai. Vorrei maggiore sincerità sulla maternità e che ciascuna di noi si possa felicemente sentire in primis donna, senza essere tacciata di essere una cattiva madre se si desidera mantenere un angolino per sé. Vorrei che si smettesse di chiedere alle donne: quando fai un figlio, quando fai il secondo? Vorrei che questo paese consentisse di svolgere in modo più flessibile e libero il ruolo genitoriale (come accade in Norvegia o in Canada), che entrambe le figure genitoriali fossero al centro di un progetto di vita più sereno, meno fondato sulle disponibilità economiche o sociali delle coppie (tipo se ho i nonni disponibili H24 o i soldi per un nido full time o una tata). Sarebbe più leggero il compito delle mamme se non ci fosse un muro nel mondo del lavoro, se non ci fosse un muro ai congedi paterni, se si guardasse al benessere e alla qualità della vita. Se nessuna di noi si sentisse mai, in ogni caso, esclusa come donna o come madre. Il nostro valore non si misura per il lavoro che facciamo o per il nostro ruolo di ‘buone madri’, il nostro è un valore intrinseco. Non basta parlare di qualità del tempo passato insieme ai figli, occorre ridisegnare il tempo della vita e quello del lavoro, per le donne e per gli uomini. Le pressioni a cui siamo sottoposte sono immense, nessuno ci ascolta, al massimo le mamme sono ascritte come depresse, schizzate, insoddisfatte, egoiste ecc. Nessuno che ci chieda mai perché, come ci sentiamo. Soprattutto smettete di giudicarci. Nessuna di noi è perfetta e non ci dovete chiedere qualcosa che agli uomini non viene richiesto. Non esiste l’equilibrio, dobbiamo accettare un’esistenza traballante, in cui viene contemplata la nostra fragilità e la nostra fallibilità. Non possiamo ottenere tutto, perché spesso gli obiettivi che ci poniamo sono in contrasto tra loro. Pensiamo al nostro ruolo educativo che spesso ci pone di fronte a scelte, a bivi. Noi vorremmo dare buoni esempi, educarli al meglio, renderli responsabili, degli individui che sappiano comportarsi, che non facciano capricci, ma spesso ci poniamo degli obiettivi troppo grandi, i cui risultati non sono immediati. La frustrazione deriva anche da questo. Dovremmo imparare ad accontentarci di piccoli passi quotidiani e di non crocifiggerci perché non siamo riusciti a mantenere dei buoni metodi educativi, ma abbiamo “infranto le regole”. Faccio un esempio pratico per farvi capire cosa intendo: se uno ha un figlio che fa capricci per mangiare, tutti consigliano di evitare di farlo giocare durante i pasti, ma se l’obiettivo è farlo mangiare (lo dico da bambina dai gusti “difficili”, che ha imparato a mangiare di tutto solo verso gli 8 anni) a volte trasgredire le regole educative è l’unico modo per arrivare al micro obiettivo quotidiano per farlo crescere. Mi rendo conto che si corre il rischio di creare un rapporto sbagliato con il cibo, ma anche sbattere la testa cercando di applicare regole teoriche in ogni frangente non è detto che serva sempre. Non bisogna ragionare con regole assolute, ma adattarsi quotidianamente, destreggiandosi per giungere a piccoli risultati, qualcosa di raggiungibile, alla nostra portata. Questo è il compito più arduo, ma forse è un buon metodo per sopravvivere alla “tempesta figli”. Gli errori ci saranno sempre e comunque, chi sostiene di commetterne raramente sta mentendo.

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