Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

L’individualismo ci tarpa le ali?

su 4 ottobre 2014
Edward Hopper, New York Interior, (ca. 1921). Whitney Museum of American Art, New York

Edward Hopper, New York Interior, (ca. 1921). Whitney Museum of American Art, New York

Provo a buttar giù qualche risposta a questo post di Femminile Plurale.
La crisi e la lotta per la sopravvivenza quotidiana ci sottraggono energie preziose che potremmo impiegare per riflettere e a focalizzarci sull’interrogazione di noi stesse, in un dialogo interiore e con le altre. Solitamente però i periodi di crisi dovrebbero veder lievitare i rapporti umani e solidali, ma forse il contesto culturale attuale non aiuta. L’incontro e la collaborazione tra donne non sono consuetudini scomparse, permangono e ancora permeano la società contemporanea. Quel che è complicato è rendere questi incontri prolifici, incisivi nella realtà, convinti, partecipati, continuativi e dei luoghi produttivi e propulsivi di cambiamento. C’è chi fa di più, chi meno, chi sa solo lamentarsi, chi lo fa solo per “socializzare” un po’ (come se fosse un circolo di burraco), chi ha voglia di esporsi e chi vuole rimanere dietro le quinte, c’è chi ci crede o lo fa semplicemente per moda, c’è chi ama fare il prezzemolino, c’è chi lo considera un passatempo come un altro, c’è chi non ha compreso che è in primis un cammino personale e interiore, c’è chi non si vuole compromettere (non mi faccio vedere con quelle.. altrimenti pensano che sia una strega e non trovo marito), c’è chi è tiepida, c’è chi ha tanti interessi e li cambia continuamente, c’è chi cavalca l’onda e lo utilizza come trampolino, c’è chi non ha tempo per leggere, figuriamoci per il resto, c’è chi annaspa nella quotidianità e non si cura d’altro, c’è chi dice che il femminismo è morto, c’è chi dice che è difficile collaborare tra donne.. in questo bel magma c’è chi continua a lavorare sodo, magari nel suo piccolo, sul territorio, con piccoli progetti, senza far rumore, cercando di seminare meglio che può. A volte si arranca, si ha l’impressione di trascinare una barca che non va da nessuna parte, nonostante le sollecitazioni. Ma non per questo si molla. L’andamento del movimento delle donne è come lo descriveva qui Eleonora Cirant. Allargare la rete di relazione tra donne è importante, anzi direi vitale, ma ultimamente sembra che ogni tentativo non sortisca gli effetti desiderati. Paestum ne è un esempio, ma non il solo. Ultimamente mi è capitato di leggere i documenti di un seminario organizzato a Milano tra la fine del 2000 e i primi mesi del 2001 “L’eredità del femminismo per una lettura del presente“, da cui trasparivano le medesime difficoltà che forse ha incontrato Paestum. Non ho partecipato a Paestum, ma mi è giunta qualche impressione. Anziché lamentarci o criticare quella o quell’altra, su quanto è piena di sé ecc. (facendo un pessimo e sterile lavoro di taglio e cucito), dobbiamo interrogare prima noi stesse e capire cosa facciamo in prima persona “per fare la differenza” e in cosa possiamo migliorare. Confrontiamoci, litighiamo, scontriamoci ma costruttivamente e facendo un po’ di sana autocritica. C’è bisogno di inclusività, di apertura e non di elitarismo. Lasciamo che le molteplici voci emergano, si facciano sentire e diano il loro contributo. Cianciamo meno (quanto meno facciamolo bene) e facciamo di più. E ogni tanto leggiamo anche qualcosa, senza bisogno di imbeccate. Ammazziamo la pigrizia e usciamo fuori dal letargo!
Penso che sia a causa di tutte le altre “distrazioni” della nostra vita, quella precarietà che ci rende difficile approcciarci a progetti a lungo termine, a scadenze che implicano tempi lunghi, a incontri periodici, a riflessioni che da noi arrivino agli altri. Un esercizio essenziale è la maturazione in noi di un’opinione che sia nostra, veramente nostra. Questo può avvenire unicamente attraverso letture, riflessioni, meditazioni. Anche il recupero di una sana abitudine a mettere per iscritto i nostri pensieri, aiuterebbe non solo noi stesse, ma il lavoro di gruppo. Far parte di un collettivo femminista o semplicemente di donne non equivale ad acquistare la tessera di iscrizione in palestra. Se non hai voglia di camminare, puoi anche dire, mi fermo questo giro, ho altre cose per la testa o non sono abbastanza convinta, ho cambiato idea, mi annoio, mi sembra roba troppo teorica.. non te l’ha prescritto il dottore e sei libera di farlo. Sì, la perdita della dimensione collettiva è un dato di fatto. Siamo nell’era dell’individualismo imperante e degli ego spropositati. Ne ho scritto varie volte e penso sia innegabile. Ma occorre lanciare il sasso oltre… là dove il terreno è brullo e inesplorato, più in là del nostro sguardo chino, che contempla solo un perimetro di una manciata di cm2 attorno ai nostri piedi, perché le prossime generazioni possano cogliere i segni del cammino intrapreso, percorso e riprenderlo. Non possiamo tornare indietro. Eh no!


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