Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Come ci insegnano a scindere

su 17 maggio 2015

Little Girl & Baby Elephant

Quando bambini e bambine vivono immersi in culture che tendono a tenere distinti la ragione e l’emozione, la mente dal corpo, il sé dalle relazioni, e quando queste separazioni ineriscono all’identità di genere e ai ruoli che ci si attende da ciascun individuo, essi si sentiranno in un certo senso a vivere dissociandosi dagli aspetti di sé che li collocherebbero “fuori norma”, come maschi o come femmine. Fino a conformarsi per “essere come dovrei essere”. Come se ci fosse una sorta di iniziazione al patriarcato, condizionata dal genere e rafforzata dall’esclusione e dell’umiliazione, come sostiene Carol Gilligan.

Questo crea un grande pericolo, la perdita di sé, temporanea o permanente. Quello che nella nostra adolescenza aveva una importanza enorme era l’appartenenza a un gruppo di amici, e spesso per poter essere adatt* ci siamo trovati a confrontarci con ciò che di noi poteva o meno essere accettabile o crearci qualche problema. Abbiamo rischiato di perdere la nostra voce e la nostra capacità di essere noi stessi, di smarrire il nostro sé, a furia di smussare o di apparire conformi. L’iniziazione che avviene in adolescenza verso i canoni di virilità o dall’altro di “brava ragazza”, chiede di conformarsi ai canoni patriarcali, a codici secolari, pena l’isolamento, l’offesa, la condanna, la derisione, l’esclusione.
Queste scissioni per molto tempo sono state considerate necessarie allo sviluppo dell’individuo, della crescita per diventare adulti, come se fossero naturali e sintomo di civiltà. Considerare questo come “naturale”, “parte di noi”, anziché come qualcosa di culturale, fa parte di un processo di interiorizzazione della struttura di dominio di stampo patriarcale, come se si insabbiasse nella nostra psiche.

Come superare indenni queste fasi, quando la nostra resilienza viene messa a dura prova? Come scegliere tra avere voce o avere relazioni, cercando possibilmente di conservare entrambe? Perché si sa che le donne che esprimono la propria opinione o dimostrano di essere individui con pensiero e capacità di ragionamento autonomi, sono considerate non conformi, pericolose. A quanto pare nella fase adolescenziale (p. 43 C. Gilligan) le ragazze sono maggiormente esposte al rischio di un incremento di depressioni, disturbi del comportamento alimentare, tendenze autolesionistiche; mentre per i maschi si ha un incremento di suicidi e di omicidi.

A un certo punto succede (questo è un po’ quello che mi è capitato, molto tardi, rispetto alla mia adolescenza) che la nostra forma originaria, ciò che riesce a tenere insieme tutte le cose che ci hanno consigliato di tener separate, a un certo punto si ricomponga, sì, certamente subirà altri (periodici) attacchi, ma sarà come tornare a casa, dopo una separazione forzata da noi stessi. Se avere relazioni e sentirsi accettati implica la perdita della propria voce, coerenza, il senso del nostro agire, forse qualche riflessione in merito va fatta. Come se si stesse svelando un trucco che ci teneva prigionieri di un ruolo, di uno stereotipo, di un non essere sé, di una non autenticità. Per ricordarci ogni tanto chi siamo e non ciò che ci si aspetta che siamo. Nel nostro agire privato e pubblico, naturalmente.

Vorrei proporvi alcune argomentazioni di Carol Gilligan, a proposito di questa scissione della coscienza, di come ricomporla e di quale sia il ruolo delle donne nel cammino di liberazione della nostra società dal patriarcato, che azzoppa anche il concetto stesso di democrazia.

“Proverò a dimostrare che non è una questione di essenzialismo o di socializzazione, ma una questione di sviluppo o di iniziazione. Non è che noi, le donne, siamo essenzialmente differenti dagli uomini o che siamo tutti uguali, o che gli uomini e le donne siano educati a ricoprire ruoli differenti, come spesso accade. Il punto è che una psiche sana, così come un corpo sano, resiste alla malattia (dovrebbe, ndr). Tra la natura umana e le strutture del patriarcato si genera un profondo conflitto, che porta una psiche sana a resistere ad un’iniziazione che impone la perdita della voce e il sacrificio delle relazioni. La psiche lotta per liberarsi dalla dissociazione, dalle scissioni della coscienza, che relegano parti di noi e della nostra esperienza, al di fuori della consapevolezza. Altrimenti le donne come avrebbero potuto trovare la forza per assicurarsi l’azione, il diritto alla proprietà, il voto, una retribuzione equa e la libertà, compresa la loro liberazione da ciò che Lyn Mikel Brown e io abbiamo chiamato “la tirannia dell’essere carina e gentile”? Come potrebbero altri liberarsi della colonizzazione sia psicologica che politica? Il neurobiologo Antonio Damasio sostiene che registriamo la nostra esperienza momento per momento. Nel corpo e nelle emozioni registriamo la musica o “il senso di ciò che accade”. Quando non riusciamo a registrare questi segnali, i pensieri finiscono per separarsi dall’esperienza e allora è facile cadere sotto l’influenza di una falsa autorità” (pagg. 47-48, La virtù della resistenza).

In pratica, per Gilligan esiste qualcos’altro che determina il prevalere o meno, il perpetuarsi di una struttura culturale di tipo patriarcale, che implica quella scissione. A monte c’è un conflitto tra noi e quel tipo di cultura. Il nostro grado di resistenza viene messo a dura prova, e naturalmente entrano in gioco molti fattori, come quello di poter avere un corpo psichico, congiunturale, “sano”, con anticorpi (culturali) e sentinelle che ci consentano di opporci. Chiaramente, essere “sani” corrisponde a un contesto (personale e culturale) favorevole, di sostegno, che ci consenta di dire no. A mio avviso, in alcuni ambienti, in una fase della vita in cui i passaggi sono spesso turbolenti, diventa complicato avere dalla propria parte un atteggiamento sereno, ragionevole, capace di osservare obiettivamente il mondo che ci circonda. Ci ricordiamo tutti cosa comporta crescere e diventare adulti. Quando non si ha l’abitudine a pensare e a riflettere, a interrogarsi, è come se la nostra esperienza del mondo subisse uno strappo dal nostro vero essere, come se ci fosse una vita del corpo che non collima con quella del pensiero, che a questo punto è più facilmente esposto ad attacchi di ogni tipo, anche quelli che ti portano a pensare che l’ordine patriarcale sia l’unico possibile, giusto e benefico.
Noi donne siamo in grado di riconoscere, prendere consapevolezza e resistere a tutto questo, lo abbiamo dimostrato. Aiutiamo tutte le donne, le ragazze ad acquisire gli strumenti per fare trincea e resistere. Ancora una volta, a mio avviso è cruciale una rivoluzione culturale permanente e mettere in campo una sorta di alfabetizzazione femminista di base. Spiegando che l’unica vera via di fuga da una vita “al guinzaglio degli stereotipi e dei ruoli precostituiti di genere” è non smettere mai di usare la propria testa, leggere tanto e domandarsi sempre il perché delle cose, per sapere dove ci si trova, per sapere chi si è davvero.

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2 responses to “Come ci insegnano a scindere

  1. Paolo ha detto:

    credo che oggi alla fine uomini e donne possano diventare ciò che sono nel bene e nel male per quanto non sia mai stato facile
    virilità, mascolinità, femminilità si possono vivere ed esprimere in molti modi quanti sono gli uomini e le donne nel mondo, modi meno frequenti o più frequenti statisticamente ma tutti legittimi

    Mi piace

  2. […] azioni e alle parole. Come riusciamo a creare qualcosa di autentico, di originale? In un mio post (qui) precedente parlavo di scissione e di resistenza ai vari tipi di separazione di elementi prescritta […]

    Mi piace

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