Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Allarghiamo la consapevolezza sulla violenza maschile contro le donne

Quante volte abbiamo detto che dobbiamo moltiplicare le occasioni per conoscere più da vicino ciò che ciascuna donna sperimenta nel corso della sua vita, con una frequenza elevata e pervasiva, come le statistiche continuano a registrare. Ma noi tutte lo sappiamo come si vive in questo sistema culturale e comportamentale che da secoli ci schiaccia e cerca in tutti i modi di ricondurci al nostro posto, al nostro ruolo, a ciò che un uomo prescrive come corretto e cosa buona per una donna. Il femminismo ci ha permesso di guardare in faccia tutto ciò che da secoli ci accadeva e di analizzarlo nel profondo, fino ad arrivare alle radici di questo costrutto sociale e culturale patriarcale.

Violenza maschile sulle donne, declinata in tante variabili, alcune sottili e invisibili, abilmente celate o minimizzate, anche da noi stesse donne, educate e cresciute nella medesima broda culturale, che ci fa attendere tanto troppo prima di capire cosa sta realmente accadendo e ribellarci, che ci inculca sensi di colpa e mille strategie di negazione. Sessismo, violenza sessuale, economica, stalking, pressioni dentro e fuori casa. Non siamo esagerate, non siamo paranoiche, non ingigantiamo ciò che sperimentiamo sulla nostra pelle, non siamo isteriche, non siamo misandriche, non odiamo gli uomini, non giochiamo a fare le vittime. Se troviamo un varco per riuscire finalmente a parlarne, ascoltateci, sul serio però, senza rivittimizzarci e senza minimizzare. Tutto questo, dicevamo, parte da una società, che in tutti i suoi contesti e luoghi, sia capace e intenda cambiare la sua cultura in modo radicale, a partire da come si considera una donna, iniziando a rimuovere stereotipi, pregiudizi, etichette, insomma tutta quella polvere patriarcale che si è abilmente insediata nelle nostre relazioni, nella nostra mentalità, nelle nostre aspettative. Ecco, perché credo che sia un’occasione importante quella offerta dal progetto SFERA – Sviluppo della Formazione per Reti Antiviolenza, che nasce da un accordo fra l’Università degli Studi di Milano-Bicocca (Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale) e PoliS-Lombardia, grazie ad un finanziamento della Regione Lombardia, Direzione Generale Famiglia e Pari opportunità, per la formazione di reti territoriali, volti alla prevenzione e al contrasto della violenza di genere.

Un percorso di formazione gratuita, fino a esaurimento posti, costruito per moduli, laboratori ed eventi, articolato seguendo le “4P” previste nella Convenzione di Istanbul (Prevenire la violenza; Proteggere e sostenere le vittime; Perseguire i colpevoli di violenza sessuale e domestica; Promuovere politiche integrate).

I percorsi sono rivolti agli ordini degli assistenti sociali, degli psicologi, dei giornalisti, al personale dei centri anti-violenza, al terzo settore e a chi opera nel mondo dello sport, all’associazionismo, con un interessante modulo rivolto a chi lavora nei consultori pubblici e privati, “L‘accoglienza e la presa in carico delle vittime: servizi territoriali + servizi ospedalieri”, previsto per il 19 novembre 2019, dalle 14:00 alle 18:30.

Sapere, essere consapevoli di cosa siano certi fenomeni e di quanto di frequente accadano episodi della sfera della violenza maschile contro le donne fondata sul genere e spesso occultata, come ci ha perfettamente illustrato la professoressa Patrizia Romito, ne Un silenzio assordante, è il primo passo per guardare in faccia questi atti di violenza e assolutamente non consentire più che nemmeno un singolo episodio subisca una forma di silenziamento. Parliamone, affrontiamo questo fenomeno, cogliamo ogni più piccolo segnale nei nostri ambienti quotidiani, lavorativi, relazionali, familiari. Partiamo da noi. Penso che ogni occasione, specialmente se accompagnata da professionisti e da esperti che operano quotidianamente su questi aspetti, sia utile a costruire quel terreno fertile di consapevolezza e possa costituire un importante leva per scardinare la cultura che è alla base della violenza maschile contro le donne. Una missione di cui tutti e tutte noi possiamo farcene portatrici/portatori. Qualcosa che dobbiamo raccontare (come da Il male che si deve raccontare, di Simonetta Agnello Hornby e Marina Calloni), che dobbiamo affrontare e disvelare, portarlo sempre più davanti agli occhi di chi ancora oggi nega, ridimensiona, sminuisce la sua gravità e diffusione, non ha gli strumenti per riconoscerlo sin dai suoi primi segnali. Succede, non è qualcosa lontano da noi. Prendiamo consapevolezza e allarghiamo la consapevolezza. A 360°, come una sfera.

Tutte le informazioni per le iscrizioni e le date degli incontri le potete trovare qui.

Lascia un commento »

Non perdiamo la bussola

@Firuz Kutal

Auspico che di fronte alla violenza contro le donne si riesca a mantenere un atteggiamento scevro da pregiudizi, intenti fuorvianti, spostamenti di significato e di focus.

Le vicende di stupri commessi da stranieri ci dovrebbero aiutare a capire la trasversalità della sub-cultura dello stupro e della violenza. Ci aiutano a capire che la violenza contro le donne è un fenomeno che appartiene a tutte le culture. Uomini di ogni censo, titolo di studio e nazionalità, con un unico denominatore comune: la cultura patriarcale, con la visione della donna che porta con sé.

Lo stupro alle donne piace” è un’affermazione frutto di una mentalità purtroppo molto diffusa, tipica di un modello machista patriarcale che tutto può sui corpi delle donne, deumanizzate e oggettivizzate. Questa mentalità la troviamo dappertutto, basta leggere i commenti su certi gruppi MRA (men’s rights activism) o quello che scrivono alla presidente Boldrini. Basta ricordare certi epiteti e attacchi ricevuti come attiviste femministe.
Gli stupri di gruppo purtroppo non sono rari, dal massacro del Circeo fino al caso di Fortezza da Basso, con la sentenza che seguì, di cui parlai qui.

Questo tipo di sub-cultura si annida dappertutto, si tramanda identica nei secoli, anche grazie agli stereotipi, luoghi comuni introiettati da noi donne. Il “se l’è cercata” ancora molto diffuso, suggerisce una corresponsabilità delle donne, una dolorosa rivittimizzazione di chi subisce violenza. Abbiamo ancora molta strada da fare.

La sub-cultura alla base di simili comportamenti appartiene a un modello di società che fa fatica a rimuovere discriminazioni fondate sul genere e che sottovaluta i segnali, salvo poi cavalcarli in funzione razzista e populista. Oppure come ultimamente accade per colpire organizzazioni umanitarie e che cercano di fare inclusione e integrazione.

Certi episodi evidenziano bene cosa c’è alla base della violenza e come ci siano degli elementi comuni tra tutti coloro che la commettono. Non è che il patriarcato e il maschilismo siano roba tipica solo di alcuni paesi e altrove non ve ne sono tracce. La violenza commessa non è roba estranea all’uomo, anche chiamarli animali sposta altrove l’attenzione e le responsabilità. Questi sono esseri umani al 100% portatori di una sub-cultura per cui la violenza contro le donne è una cosa normale e legittimata nei secoli. Sono uomini comuni, vicini di casa, amici, partner, familiari. Parlare di bestie significa spostare il focus e la realtà. Lo stesso quando si parla di “follia” alludendo a patologie psichiatriche, ci si allontana dall’idea che la violenza ha radici molto più comuni e non necessariamente patologiche, quasi a voler giustificare i suoi atti.

La violenza non dovrebbe avere mai alibi e giustificazioni, un uomo deve imparare a capire che la donna non è un oggetto alla sua mercé.

Non permettiamo che la violenza contro le donne sia strumentalizzata per altri fini e si finisca col perdere la matrice della violenza contro le donne, basata sulla differenza di genere.

Un NO è un NO. Chiunque commetta violenza non si deve sentire legittimato o restare impunito, pensando di trovare scorciatoie e riduzioni di pena.

Iniziamo a cambiare la cultura insieme e lavoriamo su una giustizia piena e certa. Ma soprattutto non lasciamo sole le donne che subiscono violenza.


La violenza di genere è una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione contro le donne che comprende tutti gli atti di violenza fondati sul genere che provocano o sono suscettibili di provocare danni o sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica o economica – comprese le minacce di compiere tali atti – la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica, che nella vita privata.

(Convenzione di Istanbul, 2011)


Avevo pubblicato questo post inizialmente solo sul mio profilo Facebook. Trovo opportuno non perderlo nel flusso dei social e renderlo disponibile anche nel mio blog.

Sempre sul tema:

1 Commento »

Manifestiamoci!

sara foto

 

Quante altre di noi dovranno perdere il sorriso e la vita? Cosa stiamo aspettando ancora? Chi colpisce una donna, colpisce tutte noi! L’intera società è colpita, perché riguarda tutte e tutti noi!

FACCIAMOCI SENTIRE, MUOVIAMOCI ALL’UNISONO CONTRO QUESTO GENOCIDIO CHE COLPISCE LE DONNE! Il contrasto e la prevenzione della violenza di genere deve essere una priorità. Per Sara e per tutte le donne, perché la violenza tocca tutte noi direttamente, non dobbiamo pensare che sia qualcosa di lontano dalle nostre esistenze, che non potrà mai toccarci da vicino. La violenza non è un fatto privato, dobbiamo lottare contro l’indifferenza e la normalizzazione della violenza. La violenza ha varie forme, stiamo unite, con e fra le donne, lavoriamo insieme per riconoscere la violenza e per uscirne prima che si giunga a questo punto senza ritorno. La vita non può essere strappata via, perché questi individui si sentono padroni delle vite delle donne, come se fossero oggetti di loro proprietà, da controllare e da annientare nel caso non si comportino come desiderato, nel caso dicano NO. Questa è violenza machista, patriarcale, con radici culturali molto profonde che dobbiamo sradicare. Se non si comprende questo dato, non si riuscirà mai ad intervenire adeguatamente. Non si deve rimandare, non siamo più disposte ad aspettare. La vita delle donne è una priorità urgente! Le donne non devono essere lasciate sole. MAI! NON RESTIAMO IN SILENZIO!

UN FLASH MOB IN OGNI CITTA’ IL 2 GIUGNO! FACCIAMO RUMORE, PER ROMPERE L’INDIFFERENZA, PER CHIEDERE ALLE DONNE CHE SIEDONO NELLE ISTITUZIONI DI METTERE QUESTO TEMA AL PRIMO POSTO DELL’AGENDA POLITICA NAZIONALE E LOCALE!

Scendiamo in piazza. Se non fosse possibile, esponiamo qualcosa di rosso alle finestre. Facciamoci sentire! Non importa quante siamo!

Mi rendo conto che un flash mob può sembrare poca cosa rispetto a ciò che accade, alle vite schiacciate e annientate di tante donne, alle tante forme che assume la violenza di genere. Mi rendo conto che un flash mob non cambierà la situazione, ma sarà un segnale per la nostra comunità di uomini e donne, per le istituzioni e per chi può concretamente intervenire: non accettiamo questo stato di cose, non ci sono più parole a sufficienza, non possiamo restare chiusi nelle nostre case, nelle nostre vite come se la faccenda non ci riguardasse e non ci interessasse, come se certi fatti ci scivolassero addosso, come se fossimo ormai assuefatti al dolore e all’abuso. Abbiamo bisogno di incontrarci fisicamente in uno spazio pubblico. Siamo pur sempre liberi di scegliere come agire, le modalità di azione e di lotta. Chi il 2 giugno sentirà la necessità di manifestare scenda in piazza con noi. Penso che sia necessario mobilitarsi, manifestarsi con i corpi e le voci. Confrontiamoci. È solo il primo passo. Riprendiamoci i luoghi pubblici e non abbiamo paura di farlo. Riprendiamo l’abitudine a uscire dal privato, facciamo politica! Manifestare è una presa di coscienza collettiva, è uscire dall’individualismo che permea ormai da tempo le nostre società. Manifestare è tornare a una dimensione comunitaria e ad un approccio comunitario ai problemi.

Stefania Spanò, sempre straordinaria, ha creato la vignetta in cima a questo post, che esprime più di mille parole lo stato in cui siamo.

“Perchè ora abbiamo la parola per dirlo, ma facciamo poco per evitarlo: ‪#‎femminicidio‬. ‪#‎saranonsarà‬”.

Senza una volontà politica forte, investimenti significativi in prevenzione e contrasto quotidiano sul territorio nazionale, interventi educativi nelle scuole e tra i bambini e ragazzi, non riusciremo a intaccare le radici culturali della violenza.

Adoperiamo un segno comune, indossiamo qualcosa di rosso, anche un fazzoletto o un nastrino al polso. Inoltre ciascuna potrebbe scaricare e stampare la vignetta di Anarkikka e appenderla al collo con un nastro.

Potremmo sederci in cerchi concentrici per un minuto e al segnale alzarci, tenendoci per mano e dire all’unisono: “Sara saremo noi!”. Il messaggio è chiaro. In chiusura potremmo fare rumore con fischietti, tamburi, pentole.
Dimostriamo di saper lottare come le donne che prima di noi hanno lottato per il suffragio attivo e passivo e per tanti altri diritti.

Grazie a tutt* coloro che in poche ore si sono mobilitat*, spontaneamente!

Ricordo che il flash mob solitamente è di breve durata, in questo modo ci si può limitare a dare una semplice comunicazione alle autorità competenti (Questura o Carabinieri, dipende dal luogo).  

DOVE (lista in aggiornamento):

– Milano, Piazza della Scala, ore 10:00.
– Roma:
davanti al ristorante la Tedesca in via della Magliana 1125. ore 10.00https://www.facebook.com/events/291749221158379/?ti=cl
– Napoli https://www.facebook.com/events/300108147043493/?ti=cl alle 11.00 in via Toledo, largo Berlinguer
– Livorno davanti Prefettura ore 10
– Pisa ore 10 piazza XX settembre alle Logge dei Banchi
– Monza https://www.facebook.com/events/136133836795802/?ti=cl Ore 14:30 piazza san Paolo
– Arezzo https://www.facebook.com/events/1719006528363617/?ti=cl
– Genova Piazza De Ferrari ore 17
– Varese piazza Podestà (Garibaldino) h. 17,00
– Isernia https://www.facebook.com/events/515512138655573/?ti=cl
– Potenza con il Telefono Donna, il 2 giugno alle 11,30 in Piazza Matteotti (Piazza Sedile) https://www.facebook.com/events/294883294183787/?ti=cl
– Benevento ore 10 piazza Matteotti https://www.facebook.com/events/1597964133866424/?ti=cl
– Salerno ore 11.00 spiaggia di Santa Teresa.
– Messina, a Piazza Duomo
– Castiglioncello (LI) piazza della Vittoria (piazzetta di fronte al cancello del Castello Pasquini ore 10 con cartelli e qualcosa di rosso!
– Latina ore 10. 30 in piazza del popolo
– Palermo Piazza Politeama ore 10.00
– Cava dei Tirreni (SA) ore 10
– Bergamo ore 10 Piazza Vittorio Veneto
– Castelfranco Veneto ore 10 Piazza 24 maggio
– Torino ore 17.30 Piazza San Carlo https://www.facebook.com/events/1718616991731002/?ti=cl
– Olbia in località Santa Lucia, con il sostegno della sezione CGIL Gallura, Olbia Tempio, le attiviste del Centro Antiviolenza Prospettiva Donna aderiscono all’iniziativa nazionale di protesta organizzando un flash mob
alle ore 15:00
– Ravenna La casa delle donne di Ravenna organizza un flash mob in via Corrado Ricci dalle 10
– Verona in Piazza Bra ore 10
– Voghera Campo sportivo Padri Barnabiti, ore 20,30 – Via Garibaldi
– Reggio Emilia in Piazza Prampolini alle 11
– Salò ore 10 Piazza della Vittoria
– Ancona
@ p.za del Papa (di fronte la Prefettura) ore 11.30
@ Piazza Roma ore 17
https://www.facebook.com/events/1747422655505136/?ti=cl
– Firenze ore 10 Piazza della Signoria
– Foggia ore 10 presso associazione Donne in retehttps://m.facebook.com/780644668642091/photos/a.801911246515433.1073741828.780644668642091/1187489107957643/?type=3
– Modena in Piazza Grande dalle h 17 Centro documentazione donna Donne Contro la Violenza
– Castellammare ore 12 presso la cassa armonica
– Reggio Calabria ore 17.30 Lungomare Falcomata’ Largo Stazione Lido
– Camogli https://www.facebook.com/events/1059438364143197/?ti=cl
– Treviso ore 11 Piazza Battistero

Per chi usa Facebook, qui l’evento:

https://www.facebook.com/events/278672372469897/

3 commenti »

Molestatori

COLOGNE-articleLarge

 

Le analisi e le considerazioni di Laurie Penny sui fatti di Colonia mi sembrano molto interessanti (e vicine alle considerazioni che avevo fatto qui) e per questo pubblico il pezzo che compare su Internazionale numero 1136 di questa settimana. Buona lettura.

In un certo senso è un passo avanti. Dopo mesi di malcelata xenofobia, in Europa le autorità hanno cominciato a trattare gli immigrati come normali cittadini: quando a Colonia decine di donne sono state aggredite durante la notte di capodanno da gruppi di “arabi”, la polizia è stata lenta a intervenire e il comune ha risposto consigliando alle donne di tenersi lontane dagli estranei. L’unica differenza è che stavolta la stampa di destra non ha dato la colpa delle aggressioni alle donne, ma ai progressisti che difendono i migranti.
Sarebbe fantastico se gli stupri, le molestie sessuali e la misoginia fossero sempre presi sul serio come quando i colpevoli sono musulmani o migranti. Le aggressioni di Colonia sono un episodio gravissimo, ma lo stesso vale per la reazione delle autorità e degli islamofobi che ne hanno approfittato per definire “selvaggi” tutti i musulmani e gli immigrati. A Colonia ci sono state manifestazioni di protesta organizzate da Pegida, un’organizzazione xenofoba di estrema destra non certo famosa per la sua dedizione alla causa del femminismo.
La cancelliera Angela Merkel ha risposto con norme più rigide sul diritto d’asilo, ma per molti commentatori questo non è sufficiente. È un miracolo: finalmente la destra si occupa della cultura dello stupro! È bastato che avesse una scusa per attaccare i migranti e i musulmani e dire alle femministe che non hanno idea di come risolvere i problemi delle donne. Quest’appropriazione della retorica femminista in nome dell’imperialismo e del razzismo va avanti da secoli e in occidente fa parte del dibattito politico dal 2001. Alcuni uomini hanno deciso che avevano il dovere di spiegare alle femministe che solo i musulmani sono sessisti, e lo hanno fatto insultando tutte le donne che non erano d’accordo con loro. Queste persone mi hanno chiesto ripetutamente di “condannare” gli attacchi di Colonia.
Quindi mettiamolo bene in chiaro: la violenza sessuale non è mai accettabile. Né per motivi culturali né per motivi religiosi né perché commessa da individui emarginati e arrabbiati. La misoginia non dev’essere tollerata. Se partiamo da questo presupposto, non c’è paese o cultura al mondo che non debba farsi un profondo esame di coscienza. Io sto dalla parte dei molti migranti arabi, musulmani e asiatici che combattono il sessismo nelle loro comunità. Nessuno ha pensato di chiedergli qual è il modo migliore per combattere la violenza sessuale, eppure gli attacchi contro le donne musulmane sono aumentati dopo gli attentati di Parigi.

La cosa più ragionevole da fare per rispondere ai fatti di Colonia sarebbe chiedere (come stanno facendo molte  femministe tedesche) più intransigenza nei confronti degli stupri e delle molestie sessuali in tutta Europa.
Invece la soluzione che si sente proporre più spesso è limitare l’immigrazione.
Tutto questo risponde all’idea secondo cui solo gli stranieri selvaggi e i criminali stuprano e molestano le donne, anche se in Germania e altrove la maggior parte degli stupri sono commessi da persone conosciute dalle vittime e non ci sono dati a sostegno della tesi che i migranti sono più inclini a molestare rispetto agli altri gruppi sociali. Come sempre, il patriarcato bianco si preoccupa della sicurezza e della dignità delle donne solo quando gli abusi possono essere attribuiti agli emarginati.
L’oppressione delle donne è un fenomeno globale perché il patriarcato è un fenomeno globale. È radicato nelle strutture economiche e sociali in quasi tutte le comunità del mondo. Il sessismo e la misoginia, però, hanno risvolti diversi a seconda degli ambienti culturali o religiosi e dell’appartenenza etnica, di classe e generazionale.
Il fatto è che la misoginia non ha né etnia né religione. Viviamo in una società abituata a tollerare un certo livello di sessismo e violenza sessuale quotidiana. Ma allora, se pensiamo che questo tipo di violenza non sia diverso da tutti gli altri e che i migranti debbano essere trattati come gli altri cittadini europei, forse dovremmo accettare che tutti siano liberi di trattare le donne come pezzi di carne ambulanti, giusto?
Sbagliato. È ora di prendere sul serio la violenza sessuale e la misoginia ogni giorno, non solo quando i colpevoli sono musulmani o migranti. Questo significa che i rifugiati devono imparare a rispettare la dignità delle donne, che gli uomini di tutte le religioni devono imparare che non si può stuprare, aggredire e attaccare le donne, neanche se la loro ideologia lo permette.
Vogliamo rendere l’Europa un faro dei diritti delle donne? Fantastico. Facciamolo.

Se improvvisamente viviamo in un continente con una politica di tolleranza zero sulla violenza sessuale e la misoginia, ottimo, approfittiamo del momento. Vediamo se lo stato e i cittadini cominceranno a impegnarsi realmente per punire i colpevoli e aiutare le vittime. È più facile accusare gli emarginati di essere responsabili della misoginia piuttosto che ammettere che a qualunque altitudine gli uomini devono comportarsi meglio. Tutto il resto è ipocrisia.

8 commenti »

Capitalismo e oppressione delle donne

Girl-working-in-Manchester-cotton-mill

 

Ho già tradotto e pubblicato su questo blog altri pezzi di Simon Copland (qui), di cui consiglio una lettura, sono tutti strettamente collegati. Oggi si parlerà del nesso tra capitalismo e oppressione delle donne (qui l’originale). Buona lettura! Al termine qualche mia considerazione.

 

Vorrei affrontare le critiche femministe alla teoria di Engels sull’oppressione delle donne. Questa critica è stata condotta da Simone de Beauvoir, che nel suo Il secondo sesso (qui) con argomentazioni complesse, con un approccio che io definisco “naturalistico” all’oppressione di genere, riconosce che l’economia ha avuto un ruolo nell’oppressione delle donne, ma sostiene che questo si è verificato solo perché gli uomini hanno usato la loro superiore forza fisica per approfittare dei cambiamenti nella situazione economica. Lei sostiene:

 

“Senza strumenti adeguati, non era in grado di sentire di esercitare alcun potere sul mondo, si sentiva perso nella natura e nel gruppo, passivo, minacciato, giocattolo nelle mani di forze oscure; riusciva a pensare a se stesso solo identificandosi con il suo clan: il totem, il mana, la terra erano realtà del gruppo. La scoperta del bronzo ha consentito all’uomo, nell’esperienza di duro lavoro di produzione, di scoprire se stesso come creatore; che domina la natura, non aveva più paura di essa, e di fronte a ostacoli da superare trovò il coraggio di vedere se stesso come una forza attiva autonoma, per raggiungere l’auto-realizzazione come individuo.”

 

In altre parole, lo sviluppo degli strumenti e l’agricoltura hanno dato l’opportunità all’uomo di realizzare quanto avevano cercato di fare da sempre, opprimere le donne – principalmente attraverso il dominio della natura. Alcune voci primarie del femminismo, come Sherry Ortner (che si basa sul lavoro di de Beauvoir qui ) sostengono che le donne – soprattutto per la loro capacità di fare figli – erano considerate più legate alla natura rispetto agli uomini. Perciò gli uomini hanno espresso il loro dominio non solo sulla natura, ma anche sulle donne (ne avevo parlato anche qui, ndr).
Queste teorie fanno parte del patriarcato. Ci sono molte definizioni di patriarcato, ma in sostanza si basa sulla tesi per cui gli uomini hanno oppresso le donne per tutta l’eternità, con una oppressione che ha operato piuttosto autonomamente rispetto alle condizioni economiche. Le femministe danno diverse motivazioni per questo (collegamento donna-natura), ma ciò che è fondamentale è che l’oppressione delle donne opera attraverso i periodi storici, con gli uomini che sfruttano le circostanze economiche per lavorare insieme per continuare a opprimerle. Le circostanze economiche quindi non sono la causa, ma uno strumento per opprimere le donne.
Lascerò queste teorie da parte, per il momento.

Se vogliamo esplorare la connessione tra il capitalismo e l’oppressione delle donne non possiamo trascendere la forma tradizionale corrente di espressione familiare – il matrimonio. Il matrimonio oggi è in gran parte visto attraverso la lente dell'”amore”. Tuttavia, questo non è sempre stato così.

Torniamo al livello di analisi della sessualità umana. Questo racconto si basa su ciò che Helen Fisher chiama “The Sex Contract“; l’idea, basata sulla teoria della selezione sessuale di Charles Darwin, secondo cui le donne richiedono agli uomini di essere in grado di fornire per loro e per la loro prole, mentre gli uomini non forniranno tali risorse a meno che le donne non gli sappiano garantire la fedeltà. Uomini e donne si impegnano in un contratto – le risorse per la fedeltà. Questo è il ‘nucleo familiare‘ di cui avevo cominciato a scrivere nel mio ultimo post.

Come ho sostenuto l’ultima volta, il determinismo biologico di questo racconto non è corretto. Eppure le basi economiche del matrimonio moderno sono sorprendentemente solide. La domanda è, però, come ha fatto questa struttura a permanere con la nascita del capitalismo industrializzato?
Il capitalismo industrializzato ha la capacità di cambiare radicalmente i rapporti di genere all’interno della società (qui). Con la crescita del numero di operai che raggiungevano le città per lavorare, perdevano a loro volta quelle piccole quantità di proprietà privata. Il capitalismo industrializzato divenne una sorta di equalizzatore – tutti, uomini, donne, erano ora lavoratori. Le donne erano diventate forza lavoro, ora la loro oppressione avviene attraverso lo sfruttamento capitalistico. Ecco perché Engels (qui) aveva previsto che il capitalismo avrebbe visto la fine della famiglia proletaria.
Perciò come mai nonostante ci fosse tutto questo disperato bisogno di forza lavoro nelle fabbriche, le donne sono tornate a casa? Molti sostengono che i lavoratori cercarono di tenerle lontane dalle fabbriche. Heidi Hartmann (qui) per esempio sostiene che i sindacati dominati dagli uomini si sono organizzati per tenere alti i salari per gli uomini, soprattutto attraverso l’esclusione delle donne dal posto di lavoro. Eppure, molti altri non sono d’accordo con questo (qui). Nel loro saggio “Ripensare l’oppressione delle donne“, Johanna Brennero e Maria Ramas sostengono che i sindacati erano troppo deboli per vincere battaglie contro l’inclusione delle donne, e in molti casi hanno effettivamente lavorato pesantemente per portare benefici per i diritti economici delle donne. Allora, qual è la loro risposta? Brennero e Ramas tornano indietro a argomentazioni di tipo biologico, sostenendo che mentre un approccio deterministico biologico (che domina la narrazione standard) è falso, gli:

 

“Eventi biologici connessi con la riproduzione – la gravidanza, il parto, l’allattamento – non sono facilmente compatibili con la produzione capitalistica, e renderli tali richiederebbe spese in conto capitale in congedi di maternità, strutture di cura, assistenza all’infanzia, e così via. I capitalisti non sono disposti a fare tali spese, in quanto aumentano i costi del capitale variabile senza incrementi analoghi della produttività del lavoro e quindi riduzioni nei tassi di profitto. In assenza di tali spese, tuttavia, la riproduzione della forza lavoro diventa problematica per la classe operaia nel suo complesso e soprattutto per le donne.”
Questo era il problema. Nelle prime fasi del capitalismo industriale uomini, donne e bambini finirono tutti in fabbrica. Tuttavia, man mano che le persone affluivano nelle città, si registravano picchi di mortalità infantile. A Manchester (qui) per esempio sono stati registrati 26.125 decessi per 100.000 mila bambini di età inferiore a un anno. Questo era tre volte il tasso di mortalità che si registrava nelle aree non industriali.
Con il sorgere del capitalismo industriale i lavoratori sono stati derubati del controllo del processo di produzione, e, inoltre derubati della loro capacità di incorporare la riproduzione nelle esigenze della produzione. In termini più semplici, essere costretti a lavorare per lunghe ore nelle fabbriche malsane ha reso molto più difficile per i lavoratori occuparsi adeguatamente dei loro figli. E, come sostiene Tad Tietze (qui), “questo ha creato gravi problemi per la capacità del sistema di garantire la riproduzione della classe operaia.” I capitalisti hanno assistito alla morte della generazione successiva di lavoratori.

Brennero e Ramas sostengono che la creazione del “sistema famiglia-nucleo familiare è emerso come la risoluzione a questa crisi.” L’idea del “sistema famiglia-nucleo familiare” è stato introdotto da Michèle Barrett nel suo libro L’oppressione delle donne oggi (qui), descritto come una struttura (qui):

 

“in cui un certo numero di persone, di solito biologicamente correlate, dipendono dai salari di alcuni membri adulti, soprattutto quelli del marito / padre, e in cui tutti dipendono principalmente dal lavoro non retribuito della moglie / madre per la pulizia, la preparazione del cibo, la cura dei figli, e così via. L’ideologia della “famiglia” è quella che definisce la vita di famiglia come “‘naturalmente’ basata su una stretta parentela, come correttamente organizzata attraverso un soggetto di sesso maschile che mantiene la famiglia con la consorte e i bambini a carico, e come un rifugio privato al di là della sfera pubblica del commercio e dell’industria”.

 

Siccome i capitalisti non erano disposti, né in grado, di fornire servizi per i genitori che gli permettessero di allevare i loro figli (congedo di maternità retribuito, asili, etc.) e servizi per la casa (cameriere, servizi di pulizia, etc.) essendo tutto troppo costoso per la classe operaia, le donne sono state costrette a tornare in casa per occuparsi dei figli e dei doveri domestici in senso lato. Come sostiene Tietze (qui): “La famiglia capitalista doveva quindi essere consapevolmente costruita, con tutti gli elementi coercitivi e consensuali di quel processo – un processo che coinvolge vari elementi, in termini di ideologie, di leggi, di politiche, di normative, di riorganizzazione del lavoro, e di strategie di relazioni industriali, tra cui gli tutto ciò che concerne il salario familiare, etc. “La struttura della famiglia-nucleo familiare ha dovuto essere sviluppata in modo da garantire la sopravvivenza del sistema capitalista.

Questo non significa che le donne hanno smesso di lavorare, ma quando l’hanno fatto hanno affrontato particolari svantaggi. Brennero e Ramas sostengono che c’erano particolari classi di donne che lavoravano in questo momento; quelle con bambini, che erano rimaste vedove e quelle sposate con uomini con redditi instabili. “Queste donne hanno costituito un pool di manodopera particolarmente indifesa e disperata,” scrivono. Con responsabilità domestiche che rendevano difficile l’organizzazione sindacale e una possibilità di mobilità ridotta che rendeva difficile trovare posti di lavoro migliori, le donne sono state costrette in salari bassi, spesso con lavori part-time. Da qui si vede lo sviluppo del salario-divario di genere – un divario che continua fino ad oggi.

Qui sta la radice dell’oppressione femminile sotto il capitalismo – radice che vediamo ancora oggi. Mentre alcune donne hanno sfondato il “soffitto di cristallo” (qui) la maggioranza continua a soffrire, sia a causa di una situazione di svantaggio storico (qui) che hanno affrontato nel mercato del lavoro, ma anche a causa di una classe capitalista che non è disposta a fornire le risorse necessarie per allevare i bambini (che è ancora in gran parte visto come un lavoro da donna). Il congedo di maternità retribuito è stato oggetto di una lotta enorme, mentre i servizi di assistenza all’infanzia sono costosi e difficili da trovare. Questo lascia le donne ancora in svantaggio.

Mentre queste radici sono economiche, non possono spiegare il sessismo nel suo complesso. Queste radici economiche hanno creato anche realtà culturali. Ci sono molti esempi di questo, ma prendiamone in esame uno: la percezione della sessualità femminile. La repressione della sessualità (attraverso idee secondo cui le donne avrebbero una bassa libido (qui), alla medicalizzazione della sessualità femminile attraverso la “malattia” della ninfomania) è forse la più grande forma di oppressione ideologica delle donne. Ci (gli uomini in particolare) hanno convinti sin dai primi anni della nostra vita, che la sessualità femminile è irregolare, inaffidabile, incostante e, pertanto, nasce il diritto degli uomini di controllarla. Ciò è stato radicato culturalmente, ed è evidente attraverso gli alti livelli di violenza sessuale e fisica che hanno come bersaglio le donne (qui). Eppure, se ci pensiamo bene, questo ha una base concreta. Quando le donne sono tenute ad essere monogame l’oppressione collettiva della loro sessualità è “logica” (anche se non morale). Questo è solo un altro modo per assicurarsi che le donne adempiano ai loro ruoli economici.
Qui si annidano il sessismo e la misoginia della nostra società – un sistema con radici concrete che si esprime culturalmente ed economicamente. Qualsiasi tentativo di sconfiggere l’oppressione delle donne non può mancare di affrontare sia la cultura sessista, che la sua base economica. Non possiamo fare una cosa senza l’altra.

 

lavoro-femminile

 

Il capitalismo e il neoliberismo sono incompatibili con l’affermazione di una società egualitaria, in cui le donne abbiano pari tutele e diritti, pari accesso a ogni ambito della vita economica e sociale di un paese. Ogni qualvolta ci si orienta verso la folle idea che alla fine questo sistema tende a riequilibrarsi da sé, si ottiene semplicemente un allargamento della forbice tra chi può, ha potere, detta le regole e chi deve semplicemente sottostare, in forme e modalità molto simili allo schiavismo. Come donne dovremmo capire che questo sistema è altamente nocivo, dovremmo capire che ci sono tanti segnali di un patriarcato che sfrutta questo modello per poter continuare a mantenere il controllo su di noi. Più siamo divise, spaccate e parcellizzate in tante micro realtà, più è probabile che il controllo su di noi risulti efficace, paralizzando ogni istanza di cambiamento reale e diffuso.

Se i servizi pubblici mancano o sono carenti, non sempre potremo sperare nell’azione taumaturgica di un imprenditore lungimirante e benefattore, perché questo potrebbe non avvenire mai. Sarebbe auspicabile che si giungesse a integrare più fattori e servizi che vadano a rendere possibile e concreto un equilibrio tra vita privata e lavorativa, con sostegni ai genitori, entrambi equamente responsabili dell’educazione e accudimento dei figli. Per questo penso e torno a ribadire quanto sia fondamentale un’azione organica statale.
I nostri servizi territoriali pubblici sono in profonda sofferenza, e avrebbero bisogno di tornare al centro delle nostre battaglie, chiedendo allo stato investimenti e progetti organici, ma soprattutto attenzione e cura di quanto già esiste. Penso a quanto sarebbe utile assicurare una educazione alla contraccezione, rendendo a tutte accessibili i vari metodi contraccettivi (possibilmente gratuiti). Sto parlando soprattutto di consultori che potrebbero e dovrebbero tornare ad essere il primo presidio per le donne, non solo per prestazioni socio-sanitarie, si potrebbe pensare a un punto di incontro per poter avere uno spazio di confronto tra donne, su vari temi, perché anche se non sono mai stati in un numero congruo, come previsto dalla normativa, sono un presidio territoriale fondamentale. Si potrebbe pensare di sviluppare all’interno dei consultori dei team in grado di fornire l’assistenza alle donne che vivono una situazione di violenza, con sportelli di facile accesso (al momento ci sono delle figure per un supporto psicologico, ma non sono specifiche). Lo so, l’orientamento generale sembra andare in tutt’altra direzione, i consultori tendono a perdere le loro caratteristiche e peculiarità, per divenire punti generalisti, centri polifunzionali per la famiglia, in senso ampio, amplissimo. Nei consultori pubblici mancano gli ecografi (come se il tempo e la tecnologia si fossero fermati) e a nessuno sembra interessare; in quelli privati accreditati non è così. La ratio di una scelta così suicida non è comprensibile, se non richiamando l’obiettivo sottaciuto, arrivare a una lenta dismissione degli stessi, una volta resi inefficienti e inutili. Negli anni li abbiamo abbandonati, e non accetto che si continui a non vedere questo grave errore. Il decentramento nella gestione politica-amministrativa della materia sanitaria ha creato non poche differenze nei servizi della penisola. Abbiamo permesso che spuntassero altri attori privati a fornire servizi che in uno stato sano, consapevole e interessato alle problematiche delle donne non dovrebbero prosperare. Uno stato che tende a ritirare il suo impegno dal sistema di welfare, poi vede l’avanzata di soggetti privati, spesso legati a logiche tutt’altro che laiche e spesso con interessi non propriamente puri e lontani da logiche di lucro, laddove invece sarebbe meglio avere una presenza pubblica forte, in grado di fare programmi lungimiranti e capillari, l’unica in grado di garantire un servizio quanto più universalistico e equo possibile. Non vogliamo servizi a macchia di leopardo. Inoltre, torno a ribadire la necessità di un monitoraggio (valutativo) imparziale e oggettivo di tutte le attività che si svolgono sui nostri territori, a cura di enti privati accreditati o indipendenti (consultori, centri antiviolenza ecc.), che forniscono servizi per noi donne, sarebbe una garanzia per noi tutte, onde evitare di incappare in strutture che non applicano interamente le normative nazionali (vedi la legge 194) o non offrono servizi di buona qualità.

Guardiamoci attorno, e cerchiamo di capire di cosa avremmo veramente bisogno. Allarghiamo il nostro sguardo e impegniamoci per ottenere servizi migliori e accessibili a tutte. Dobbiamo tornare a chiedere che lo stato investa sulle politiche che fanno bene alle donne, semplificando e alleggerendo i carichi che oggi pesano quasi unicamente sulle nostre spalle, in termini di welfare e cura, spingendo verso servizi universalistici, che coinvolgano anche gli uomini nel carico di responsabilità quotidiane. Lavoriamo per colmare il gender pay gap pretendendo la trasparenza delle retribuzioni, permettiamo alle donne di mantenere il lavoro (secondo una recente indagine Istat il 30% delle donne occupate ha lasciato l’impiego dopo la gravidanza) e di rientrarvi a tutte le età (i contributi dimezzati previsti dal Jobs Act per chi assume lavoratrici disoccupate da oltre dodici mesi o donne di qualsiasi età senza lavoro da almeno 24 mesi o il ddl collegato alla legge di Stabilità 2016 con cui si introduce lo smart working devono diventare realmente adottabili da tutte le aziende, per poter offrire benefici reali a tutte le donne, il tessuto imprenditoriale italiano non è tutto “virtuoso” e attento a questi problemi). Abbiamo anche l’Unione Europea, che può svolgere un importante ruolo propulsore di diritti e di linee guida per migliorare il nostro paese. Un benessere diffuso parte da un sistema riequilibrato, che va studiato e praticato, a partire dagli attori statali. Nessun* esclus*. Non possiamo pensare di vivere bene in un sistema senza regole che siano garanzia per tutt*, dobbiamo impegnarci in un lavoro certosino volto a riequilibrare le storture di un sistema economico e culturale che genera diseguaglianze, sopraffazione e la riproposizione di modelli affini allo schiavismo. Non lasciamoci affascinare da una libertà che pone al centro i desideri e i bisogni dell’individuo, che non prevede limiti e senza diritti certi per chi è più debole e non ha mezzi per difendersi. Non siamo monadi, siamo parte di un tessuto sociale, non possiamo ignorare i buchi, intesi come gap di genere e di censo, che lo caratterizzano. Non possiamo permetterci ulteriori tentennamenti e divisioni sterili, così non andiamo da nessuna parte. Un segnale di una deriva individualista che mi inquieta? Parlare di libertà e di autodeterminazione della donna associandole alla prostituzione e alla maternità surrogata (qui e qui). Andiamo alle radici di questi temi, senza omissioni o senza perdere la bussola.

5 commenti »

L’ascesa della famiglia nucleare

ca. 1306-1290 B.C. --- Ancient Egyptian Fresco of Husband and Wife Plowing Fields --- Image by © The Art Archive/Corbis

ca. 1306-1290 B.C. — Ancient Egyptian Fresco of Husband and Wife Plowing Fields — Image by © The Art Archive/Corbis

 

Qui di seguito la mia traduzione di un secondo post di Simon Copland, sulla scia del precedente (che vi consiglio di leggere prima questo post), continua il viaggio attraverso la sessualità, la famiglia, i ruoli di genere, i rapporti economici e di potere. Riflessioni interessanti e che ci aiutano a sfatare qualche falso mito sulla nostra società e sui nostri rapporti sociali. Sappiamo quanto sia complicata la ricostruzione di sistemi sociali appartenenti alla preistoria, non ci sono fonti o documenti da cui attingere per supportare tale lavoro. Molti studi sulle società matriarcali per esempio si sono concentrati su comunità tuttora esistenti. Difficile però individuare quanto di originale e quanto di “influenzato” da una contemporaneità sempre più omologante sia presente in queste comunità. Tuttavia, studiosi di diverse discipline non hanno mai abbandonato questo sforzo, per comprendere le nostre radici ancestrali, come siamo giunti sin qui, nel bene e nel male. Soprattutto, l’analisi di Copland tocca da vicino il ruolo della donna, il cui destino è strettamente connesso alla nascita della proprietà privata e di modelli di società fondati su classi diverse. Buona lettura e grazie Simon!

 

In questo post (vedi qui) mi ero soffermato sulla nostra visione dominante della storia moderna su sessualità e famiglia. Questo modello ci insegna che la monogamia e il patriarcato siano parte della nostra natura. Ci dicono che sono vecchi come la società stessa. Tuttavia, come ho mostrato, molti antropologi e biologi sostengono prove che dimostrano che le cose stanno diversamente. Infatti, in epoca preistorica, gran parte delle famiglie erano poligame e in un sacco di società le donne avevano un alto grado di autorità e controllo. Perciò, come siamo arrivati al punto in cui ci troviamo? Questo è l’argomento del post di questa settimana.

Le società poligame ed egualitarie preistoriche di cui abbiamo discusso sono state incrinate in primo luogo da una invenzione: l’agricoltura.
L’agricoltura probabilmente ha avuto l’impatto più significativo di qualsiasi altra invenzione della società umana. È cambiato radicalmente il modo in cui vivevamo. Le società di cacciatori-raccoglitori vivevano in gran parte o completamente di sussistenza. Diverse società hanno vissuto in modi diversi, ma la gente viveva principalmente in piccoli clan nomadi, raramente si stabilivano in un unico luogo per un tempo lungo. Costantemente in movimento, noi esseri umani non avevamo i mezzi, né il bisogno di accumulare risorse. Raccoglievamo bacche, radici e altri vegetali spontanei, oppure cacciavamo o pescavamo; lavoravamo solo poche ore al giorno, quanto bastava per raccogliere ciò che ci serviva per sopravvivere.

L’agricoltura ha cambiato tutto questo. Con il suo sviluppo, in particolare con i processi sempre più intensivi (con l’aratro e l’irrigazione), improvvisamente gli esseri umani sono stati in grado di estrarre significativamente più risorse. Abbiamo iniziato ad accumulare il surplus, o quello che oggi chiamiamo ricchezza. Come Sharon Smith afferma (QUI):

“Questo è stato un punto di svolta per la società umana, perché nel tempo, questo avrebbe portato alla sostituzione della produzione per uso con quella per lo scambio e infine per il profitto – che porta alla nascita delle prime società classiste circa 6.000 anni fa (le prime in Mesopotamia, seguite poche centinaia di anni dopo da Egitto, Iran, Valle dell’Indo e Cina)”.

A differenza dei piccoli clan nomadi, ci siamo stabiliti in città e nelle fattorie per accumulare ricchezza. Non abbiamo più vissuto di sussistenza, al contrario, abbiamo iniziato a commerciare le risorse che ci circondavano per sopravvivere. Abbiamo dovuto produrre sempre di più in modo da avere maggiori risorse da commerciare.

Gli impatti di tutto ciò sono stati ovviamente enormi, ma non necessariamente positivi. Lo scienziato Jared Diamond (QUI) ha definito questo cambiamento: “il peggiore errore nella storia della razza umana”. L’agricoltura ha portato con sé, egli sostiene: “”la disuguaglianza sociale e sessuale, la malattia e il dispotismo, che affliggono la nostra esistenza”. L’evidenza (QUI) suggerisce che l’agricoltura ha comportato una intensificazione del lavoro, che ha portato a una dieta meno varia. A sua volta la salute e la vita media delle comunità sono scese drammaticamente.

Anche l’egualitarismo del passato scompare (QUI). L’agricoltura ha portato ad una maggiore specializzazione del lavoro, la creazione di nuovi ruoli sociali. Questa divisione ha creato le prime gerarchie sociali – le classi proprietarie che gestivano le risorse e le classi lavoratrici che lavorano nelle aziende agricole (QUI). Grazie al potenziale guadagno economico individuale, alcune famiglie sono diventate più ricche di altre, creando le prime basi del nostro sistema di classe moderno.

Questi cambiamenti sociali si sono fatti sentire maggiormente all’interno della famiglia. Engels affermava che con lo sviluppo dell’agricoltura i compiti maschili si allontanarono dalla caccia per dedicarsi a quelli della cura della fattoria. Dal momento che gli uomini erano stati in gran parte responsabili dell’approvvigionamento di fonti di proteine nelle società di cacciatori-raccoglitori, ha fatto sì che continuassero a svolgere questo ruolo, occupandosi degli animali addomesticati della fattoria. Inoltre, essendo complicato per le donne occuparsi dei lavori agricoli pesanti e contemporaneamente dovendo curare la prole, questo tipo di lavori sono finiti nell’ambito esclusivamente maschile (QUI). Questo è un cambiamento molto importante. La fattoria, o più precisamente come sostiene Engels, il bestiame addomesticato, è stata la prima vera proprietà privata. Aziende agricole e animali addomesticati erano di proprietà di individui, piuttosto che appartenenti all’intera comunità.

Prendendo il controllo sull’agricoltura, di conseguenza, gli uomini hanno ottenuto anche il controllo della proprietà privata. Gli uomini hanno acquisito il controllo della maggior parte delle ricchezze in una società.
Questo impatto è stato aggravato dal fatto che l’agricoltura richiede una maggiore attenzione alla riproduzione. Nelle società di cacciatori-raccoglitori le comunità sono state mantenute piccole (QUI), con il solo obiettivo di rimpiazzare i membri esistenti della comunità. Infatti, Christopher Ryan e Cacilda Jethá, gli autori di “Il sesso all’alba” (QUI), sostengono che ci sono prove che le società di cacciatori-raccoglitori praticavano un elevato numero di infanticidi – uccidevano i bambini che venivano considerati in eccesso rispetto alle esigenze della comunità. Questo è stato del tutto capovolto. L’agricoltura richiedeva molto più lavoro della caccia e della raccolta, perciò anche maggiori risorse umane (QUI). Le famiglie avevano bisogno di figli per occuparsi della fattoria. Per questo notiamo un notevole incremento della popolazione dopo l’avvento dell’agricoltura (QUI). Mentre gli uomini giocavano un ruolo crescente nell’ambito della produzione, di conseguenza, il ruolo delle donne era destinato sempre più alla riproduzione. La riproduzione era diventata compito delle donne, per fornire lavoratori destinati ai campi.

E questo, come Engels sosteneva, ha una ricaduta sui rapporti di forza all’interno della famiglia. Con gli uomini che prendono il controllo della produzione delle risorse, nasce l’esigenza di avere qualcuno a cui passare queste risorse. Avevano bisogno di qualcuno che potesse ereditare le ricchezze che avevano costruito. Ma nelle famiglie poligame del passato, gli uomini non avevano un modo per poter fare questo – non sapevano chi erano i loro figli e a chi tramandare la loro ricchezza. Da questo deriva la nuova necessità di monogamia. Gli uomini ora pretendono la monogamia in cambio di cura (ad esempio fornendo le risorse a donne e bambini). In questo modo si garantivano la sicurezza che coloro a cui tramandavano le ricchezze fossero figli propri. Questo lentamente ha portato alla sconfitta della società matrilineare. Così come gli uomini hanno preso il controllo della produzione, hanno assunto il controllo della famiglia, da cui è derivata l’introduzione della discendenza patrilineare. Engels la descriveva così:

“Il rovesciamento del diritto matrilineare è stato la sconfitta storica mondiale del genere femminile. L’uomo ha assunto il comando anche in casa; la donna è stata degradata e ridotta in schiavitù; è diventata schiava del suo desiderio e un mero strumento per la produzione di bambini.. Inoltre, per assicurarsi la fedeltà della moglie e quindi la paternità dei suoi figli, lei finisce incondizionatamente sotto il controllo del marito; se dovesse decidere di ucciderla, sta semplicemente esercitando un suo diritto.”

Ciò che è rilevante è che la divisione sessuale del lavoro non cambia in modo significativo dalla società di cacciatori-raccoglitori a quella agricola. Gli uomini restano in gran parte “responsabili” del “mondo esterno”, mentre le donne continuano a prendersi cura della riproduzione e della famiglia. È con lo sviluppo delle società classiste che il potere si allontana significativamente dall’ambiente domestico, cambiando altresì la relativa influenza dei generi. Nel libro Toward an Anthropology of Women (QUI), Karen Sacks sostiene:

“La proprietà privata trasforma le relazioni tra gli uomini e le donne all’interno della famiglia, proprio perché erano cambiate radicalmente le relazioni politiche ed economiche nella società più ampia. Per Engels la nuova ricchezza consistente in animali addomesticati, significava che esisteva un surplus di merci disponibili per lo scambio tra le unità produttive. Con il tempo, la produzione degli uomini con specifica finalità di scambio crebbe, si espanse e ha messo in secondo piano la produzione per l’uso domestico. Poiché la produzione a fini di scambio ha eclissato quella per l’utilizzo immediato, la natura della famiglia è cambiata, così l’importanza del lavoro delle donne al suo interno, e di conseguenza, la posizione delle donne nella società.”

 

Questa è la storia. Monogamia e patriarcato non sono naturali, fanno parte di un particolare sviluppo economico – la crescita dell’agricoltura, la proprietà privata e di un sistema basato sulle classi.
Nel prossimo post analizzeremo meglio questi aspetti, scandagliando capitalismo e patriarcato moderni. Ci sono state molte critiche a Engels, di cui parleremo. Ma cercheremo anche le prove che supportano queste teorie, domandandoci come i ruoli di genere hanno resistito sino ai nostri giorni?

4 commenti »

Per gentile concessione

laicità2

Devo ammettere una cosa, inizialmente non volevo scrivere niente su questa notizia, poi ho deciso di farlo perché mi ribollivano troppe cose dentro e di getto ho scritto un post su Facebook, che qui si è allargato.

Leggo su La Repubblica:

“In occasione del prossimo Giubileo della Misericordia, papa Francesco ha deciso, nonostante qualsiasi cosa in contrario, di concedere a tutti i sacerdoti per l’Anno Giubilare la facoltà di assolvere dal peccato di aborto quanti lo hanno procurato e pentiti di cuore ne chiedono il perdono”, scrive in una lettera a monsignor Rino Fisichella, presidente del pontificio
Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione, che è incaricato di promuovere le iniziative per il Giubileo”.

L’apertura in realtà sancisce la dimensione della colpa della donna, e solo la donna, che si è resa colpevole di aver abortito, decidendo autonomamente di non diventare madre. Sembra che il libero arbitrio per le donne sia un po’ più ristretto. Il Perdono chiesto e concesso alla donna che pentitasi si assoggetta a una prassi che sancisce ancora una volta il potere maschile sulle donne. Un condono della pena da infliggere alla colpevole, con l’uomo che si erge magnanimo a sollevare la debole, semi-umana donna, portatrice di un peccato che solo la bontà e la misericordia possono lavare. Qui non si tratta più soltanto di qualcosa di divino, ma di un “lavaggio” molto terreno, con la Chiesa, corpo maschile e patriarcale, che si auto-assegna il compito di riaccogliere nella comunità una parte di essa, prima scomunicata (secondo il diritto canonico «Chi procura un aborto ottenendo l’effetto incorre nella scomunica latae sententiae», in pratica automatica). Quindi una faccenda tra un potere patriarcale, ancora una volta ribadito, e le donne che restano le sole “da perdonare”, quasi come se il concepimento avvenisse per mitosi o clonazione. Un rimarcare questa dimensione della donna, unica responsabile della procreazione, per sancire ancora una volta l’errore da emendare e da evitare. Un uomo che decide quando e se la donna ritorna “degna” e non scacciata dalla comunità dei credenti. Una purificazione decisa a tavolino, per riaffermare ancora la necessità di un potere maschile, un discorso maschile che ribadisce il suo controllo sui corpi delle donne. Cuori pentiti che riconsegnano se stesse al padrone terreno, anche se si richiama il divino. Si richiama il divino solo quando conviene all’uomo, un perdono divino che viene distillato goccia a goccia dall’uomo, come, quando e se egli decide di concederlo, sancendo contemporaneamente la colpa e la subordinazione della donna. Perché gli assetti ritornino ad essere quelli classici. Poenitentiam agite, appropinquabit enim regnum caelorum! Mi sa tanto che vale solo per il genere femminile..

La donna ha l’anima, anzi secondo papa Francesco, l’anima spirituale sarebbe proprio femminile. Ma questo non impedisce di mantenere la gerarchia ecclesiastica al maschile, perché non dimentichiamoci il ruolo primario della donna: moglie e madre. Il rifiuto di questa dimensione già pone “fuori”. Le interpretazioni, le pratiche del “ti assolvo, ma..”, “per oggi io uomo distillo un po’ di perdono per te donna, in modo tale da farti ritornare nel tuo ruolo predestinato” a mio avviso rientrano nell’ambiguità di una non-apertura, perché tanto si è subordinate alla magnanimità maschile. Nell’assetto cattolico le donne sono e restano funzionali e strumenti in mano agli uomini, fedeli aiutanti che con il loro carico di virtù femminili devono rendere la vita dell’uomo migliore. La donna da sola, capace di decisioni autonome, libera e indipendente crea un’anomalia nel disegno della società cattolica.

Resta da comprendere un altro aspetto di tutta questa faccenda della scomunica, come mi ha suggerito una compagna di lotte femministe e sulla 194. In questo territorio di scomunicati rientrano tutti coloro che fisicamente o moralmente si siano resi responsabili di un aborto. Penso quindi che in senso lato, oltre naturalmente a tutto il personale non obiettore in ospedale, si potrebbe giungere anche a includere azioni volte a informare le donne sulla contraccezione, sull’aborto o volte a difendere la 194. Quindi immaginate a che platea si rivolge il pontefice. Sì, il numero si allarga. Però l’assoluzione in caso di appoggio morale all’aborto, è una questione più complessa, perché la via del perdono deve passare per il pentimento, che a sua volta dovrebbe riguardare una propria autonoma idea, il riconoscere alla donna il diritto di interrompere la gravidanza, lottando per questa causa. Ma il pentimento e il perdono implicano anche un impegno a non reiterare quello che per la Chiesa rappresenta un errore. Quindi almeno che non ci troviamo di fronte a una persona che ha improvvisamente cambiato idea sul riconoscere un diritto alle donne, mi sa che il perdono (chiederlo e riceverlo) non ha molto senso.

Fin qui le considerazioni teoriche e su quale valenza a mio avviso hanno le parole del pontefice.

Fa bene Nadia Somma (qui) a scrivere che il Papa fa il suo mestiere e che tocca allo stato italiano disciplinare la materia dell’interruzione volontaria di gravidanza e renderla facilmente accessibile. Lui è un capo religioso e si occupa di anime e questioni extra-terrene, anche se poi come ho detto, c’è poco di divino, e molto di potere temporale. Il problema è l’effetto di questo rigurgito di potere temporale nel nostro Paese.

In Italia abbiamo una laicità apparente, immatura, a singhiozzo, a seconda della convenienza. Nessuno si sognerebbe di dire ad alta voce che il nostro stato non sia laico, ma nella realtà questa dimensione è debole, soggetta a una infinità di eccezioni. La Chiesa gestisce tuttora un bacino elettorale non indifferente. Per cui nessun partito trascura questo dato. Gli italiani hanno un rapporto con la Chiesa particolare, non paragonabile a quello che accade per esempio in Francia. Ciascuno utilizza l’apparato Chiesa per i propri interessi personali (conoscenze, lavoro, relazioni) e come leva elettorale. Per cui è difficile che vengano fuori posizioni che vadano in netto contrasto con quanto prescritto dall’istituzione Chiesa cattolica. Si spostano voti in modo molto più semplice e “sicuro”. Se i cittadini scegliessero da soli cosa votare e chi votare il problema non ci sarebbe. Invece siamo ancora a Don Camillo.

La vicenda Estrela ci aveva dato un assaggio di questo “assetto”. A marzo però qualcosa a livello europeo è cambiato, evidentemente dopo il compromesso al ribasso sulla relazione Tarabella, con la risoluzione Panzeri sono stati riconosciuti “i diritti inalienabili delle donne e delle ragazze all’integrità fisica e all’autonomia decisionale per quanto concerne, tra l’altro, il diritto di accedere alla pianificazione familiare volontaria e all’aborto sicuro e legale”. E in Italia? La situazione l’ha già riassunta Nadia Somma. Eleonora Cirant sta portando avanti il prezioso progetto Un’inchiesta sull’aborto con il quale sta raccogliendo testimonianze e interviste per comprendere sul campo come e se viene applicata la 194, in consultori, ospedali e segnalando anche disservizi e chiusure che mettono a rischio il servizio e i diritti delle donne. Siamo ancora qui a scrivere di come le percentuali di obiettori di coscienza stiano di fatto rendendo difficile la vita delle donne, costrette a vagare alla ricerca di una struttura che assicuri le IVG. Interi ospedali (dal Bassini al Niguarda di Milano) devono chiamare dottori a gettone da fuori per garantire il servizio, i farmacisti obiettori che trovano mille scuse per non dare i farmaci, per non parlare delle violenze psicologiche a cui sono sottoposte le donne. I problemi sono molteplici, a partire dall’insegnamento dell’IVG nelle scuole di specializzazione, e di come diventare obiettore sia premiante per la carriera. Ci vogliono medici che siano formati, aggiornati, che sappiano fare bene le IVG, anche in caso di aborti terapeutici. L’assistenza pre e post intervento deve essere garantita e il servizio fornito deve essere efficiente anche dal punto di vista “umano”. Questo vale per tutto il personale di assistenza. Io penso che costringere le donne a migrare da un ospedale all’altro (alcune vanno anche all’estero ormai) sia inaccettabile, vedersi porre mille ostacoli davanti è una lesione dei diritti umani fondamentali. Sappiamo benissimo che quando saranno andati in pensione i medici della generazione che ha sostenuto il varo della 194, la situazione sarà già a un punto di non ritorno. Ci siamo già dentro, anche se il Ministero competente fa finta di niente e sostiene che è tutto a posto. Lo abbiamo scritto e ripetuto un numero infinito di volte. Ma chi ci ascolta? 

Sembra una questione secondaria, però chissà perché quando ne parla il pontefice ci sono i titoloni e quando noi donne chiediamo la giusta attenzione per affrontare ciò che non va, ci ritroviamo a parlarne solo tra militanti femministe, con pochi trafiletti sui quotidiani mainstream, su blog minuscoli e sulle nostre riviste storiche? Perché quando parli di 194 o di diritti delle donne in generale, ti senti sempre più spesso dire che bisogna superare le questioni di genere e occuparsi di altro, perché altrimenti ti chiudi nella nicchia. Cavolo, ma in quella nicchia, che in realtà è enorme, c’è un numero infinito di questioni aperte e irrisolte, nodi cruciali delle nostre esistenze che non riguardano solo noi donne, ma l’intera umanità, l’assetto della società e dei rapporti umani. Se non partiamo da qui, dove pensiamo di arrivare? Che senso ha partire azzoppati per il cambiamento? E’ da quella nicchia che parte tutto, se non risolvi le contraddizioni, le discriminazioni, le disparità di genere dove si va? Dritti nel burrone. E cavolo, il femminismo serve a questo, a non dire che questi passaggi sono superflui o superati. Se non ci interroghiamo a fondo e non prendiamo coscienza di noi stesse e di quanto c’è ancora da fare, ci sarà terreno fertile per una restaurazione in grande stile. Il patriarcato è vivo e vegeto e cerca di convincerci che è un approdo sicuro per noi donne. Noi dobbiamo smontare questo sistema in ogni sua ramificazione, per una società veramente paritaria. Iniziando anche da un processo di laicizzazione dei cittadini e dei meccanismi politici. Questo cambiamento è propedeutico a tutta una serie di miglioramenti nella nostra società.

Il silenzio assordante dei decisori politici, che non rispondono alle continue sollecitazioni e richieste di sanare l’ormai diffusissima mancanza di medici non obiettori, dipende proprio dalla rilevanza che hanno i voti di “matrice cattolica”. Magari non sono nemmeno praticanti o credenti, ma rientrano in quella grande famiglia per altri “buoni” motivi di convenienza. Noi donne dovremmo svegliarci e far valere i nostri diritti. Il problema nasce sempre dal fatto che per molti il problema non sussiste fino a che non lo tange direttamente. Dobbiamo sradicare questa mentalità e impegnarci insieme. Ci stanno togliendo una miriade di servizi.. la risposta non è la rassegnazione ma la lotta! Perché non iniziare, mettendo in discussione l’art. 9 della 194, che disciplina l’obiezione di coscienza? Per me fare politica è questo, cambiare le cose che non vanno, risolvere i problemi. Non c’è nessun bacino elettorale da difendere, i voti si conquistano con i contenuti, con i progetti, con i fatti e con le idee, migliorando la vita di tutt*. Questo capovolgimento di mentalità è fondamentale.

3 commenti »

Particolari condizioni educative

empatia2

 

A rischio di sembrare troppo teorica, scrivo questo pezzo, per parlare di relazioni, di patriarcato e di gerarchie. Scrive Sarah Hrdy:

“Se l’empatia e la comprensione si sviluppano solo in base a particolari condizioni educative, e se un numero sempre maggiore di specie non riesce a trovare queste condizioni e, ciò nonostante, sopravvive solo per riprodursi, non conterà quanto sia stato prezioso, in passato, favorire la collaborazione. La compassione e il bisogno di relazione a livello emotivo di affievoliranno, esattamente come la vista del pesce cieco delle caverne.”

All’origine di tutto è la creazione di un ordine gerarchico, che si basa sulla frantumazione del nostro io e del rapporto mente-corpo, scoraggiando anche relazioni sane tra individui che sbarrerebbero la strada a un sistema verticistico. Anziché avere un sistema di relazioni orizzontali, democratiche, dove ogni parola e contributo hanno cittadinanza, si tende a spezzare la capacità di sentire l’altro, di accogliere. È un processo tipico del patriarcato, che tende a impiantare mentalità innaturali, schiacciando la dignità dell’essere che sembra non avere più spazio e viene marginalizzata, in funzione e nel nome di una costruzione estranea, a un obiettivo, a una causa sempre più lontana. Spesso ci capitano delle situazioni in cui non siamo in grado di dire con le nostre parole cosa stia accadendo, non sappiamo cosa sia, ma dentro di noi vediamo chiaramente che è un qualcosa che ci fa male. Quando parlavo di voce autentica, mutuando un concetto più volte ribadito da Carol Gilligan, mi appellavo a un rivendicare una ribellione non solo teorica, ma soprattutto pratica, nel nostro quotidiano, verso tutte le forme di scissione, di schiacciamento a cui è soggetto il nostro essere, la nostra coscienza, la nostra essenza. Voce che arriva ad essere autentica se riesce a porsi le giuste domande, senza tralasciare risposte o posizioni scomode.
Recuperare relazioni fondate sull’empatia è la chiave. Molti studi antropologici hanno sottolineato che il progresso umano è stato reso possibile grazie alla collaborazione di tutti i membri del gruppo sociale, del clan ecc. La nostra resilienza deve portarci in questo senso, a riscoprire e a ri-praticare formule di vita solidali, che non ci imbavaglino in un intricato e incomprensibile sistema di relazioni opportunistiche, a ciclo chiuso e autoreferenziale. Impariamo a non farci imbrigliare in sistemi verticali di potere (economici e sociali), dove qualcuno è sacrificabile perché si trova a un gradino inferiore della scala gerarchica. Nessuna voce è sacrificabile. Nessuno ci è estraneo.

Lascia un commento »

Come ci insegnano a scindere

Little Girl & Baby Elephant

Quando bambini e bambine vivono immersi in culture che tendono a tenere distinti la ragione e l’emozione, la mente dal corpo, il sé dalle relazioni, e quando queste separazioni ineriscono all’identità di genere e ai ruoli che ci si attende da ciascun individuo, essi si sentiranno in un certo senso a vivere dissociandosi dagli aspetti di sé che li collocherebbero “fuori norma”, come maschi o come femmine. Fino a conformarsi per “essere come dovrei essere”. Come se ci fosse una sorta di iniziazione al patriarcato, condizionata dal genere e rafforzata dall’esclusione e dell’umiliazione, come sostiene Carol Gilligan.

Questo crea un grande pericolo, la perdita di sé, temporanea o permanente. Quello che nella nostra adolescenza aveva una importanza enorme era l’appartenenza a un gruppo di amici, e spesso per poter essere adatt* ci siamo trovati a confrontarci con ciò che di noi poteva o meno essere accettabile o crearci qualche problema. Abbiamo rischiato di perdere la nostra voce e la nostra capacità di essere noi stessi, di smarrire il nostro sé, a furia di smussare o di apparire conformi. L’iniziazione che avviene in adolescenza verso i canoni di virilità o dall’altro di “brava ragazza”, chiede di conformarsi ai canoni patriarcali, a codici secolari, pena l’isolamento, l’offesa, la condanna, la derisione, l’esclusione.
Queste scissioni per molto tempo sono state considerate necessarie allo sviluppo dell’individuo, della crescita per diventare adulti, come se fossero naturali e sintomo di civiltà. Considerare questo come “naturale”, “parte di noi”, anziché come qualcosa di culturale, fa parte di un processo di interiorizzazione della struttura di dominio di stampo patriarcale, come se si insabbiasse nella nostra psiche.

Come superare indenni queste fasi, quando la nostra resilienza viene messa a dura prova? Come scegliere tra avere voce o avere relazioni, cercando possibilmente di conservare entrambe? Perché si sa che le donne che esprimono la propria opinione o dimostrano di essere individui con pensiero e capacità di ragionamento autonomi, sono considerate non conformi, pericolose. A quanto pare nella fase adolescenziale (p. 43 C. Gilligan) le ragazze sono maggiormente esposte al rischio di un incremento di depressioni, disturbi del comportamento alimentare, tendenze autolesionistiche; mentre per i maschi si ha un incremento di suicidi e di omicidi.

A un certo punto succede (questo è un po’ quello che mi è capitato, molto tardi, rispetto alla mia adolescenza) che la nostra forma originaria, ciò che riesce a tenere insieme tutte le cose che ci hanno consigliato di tener separate, a un certo punto si ricomponga, sì, certamente subirà altri (periodici) attacchi, ma sarà come tornare a casa, dopo una separazione forzata da noi stessi. Se avere relazioni e sentirsi accettati implica la perdita della propria voce, coerenza, il senso del nostro agire, forse qualche riflessione in merito va fatta. Come se si stesse svelando un trucco che ci teneva prigionieri di un ruolo, di uno stereotipo, di un non essere sé, di una non autenticità. Per ricordarci ogni tanto chi siamo e non ciò che ci si aspetta che siamo. Nel nostro agire privato e pubblico, naturalmente.

Vorrei proporvi alcune argomentazioni di Carol Gilligan, a proposito di questa scissione della coscienza, di come ricomporla e di quale sia il ruolo delle donne nel cammino di liberazione della nostra società dal patriarcato, che azzoppa anche il concetto stesso di democrazia.

“Proverò a dimostrare che non è una questione di essenzialismo o di socializzazione, ma una questione di sviluppo o di iniziazione. Non è che noi, le donne, siamo essenzialmente differenti dagli uomini o che siamo tutti uguali, o che gli uomini e le donne siano educati a ricoprire ruoli differenti, come spesso accade. Il punto è che una psiche sana, così come un corpo sano, resiste alla malattia (dovrebbe, ndr). Tra la natura umana e le strutture del patriarcato si genera un profondo conflitto, che porta una psiche sana a resistere ad un’iniziazione che impone la perdita della voce e il sacrificio delle relazioni. La psiche lotta per liberarsi dalla dissociazione, dalle scissioni della coscienza, che relegano parti di noi e della nostra esperienza, al di fuori della consapevolezza. Altrimenti le donne come avrebbero potuto trovare la forza per assicurarsi l’azione, il diritto alla proprietà, il voto, una retribuzione equa e la libertà, compresa la loro liberazione da ciò che Lyn Mikel Brown e io abbiamo chiamato “la tirannia dell’essere carina e gentile”? Come potrebbero altri liberarsi della colonizzazione sia psicologica che politica? Il neurobiologo Antonio Damasio sostiene che registriamo la nostra esperienza momento per momento. Nel corpo e nelle emozioni registriamo la musica o “il senso di ciò che accade”. Quando non riusciamo a registrare questi segnali, i pensieri finiscono per separarsi dall’esperienza e allora è facile cadere sotto l’influenza di una falsa autorità” (pagg. 47-48, La virtù della resistenza).

In pratica, per Gilligan esiste qualcos’altro che determina il prevalere o meno, il perpetuarsi di una struttura culturale di tipo patriarcale, che implica quella scissione. A monte c’è un conflitto tra noi e quel tipo di cultura. Il nostro grado di resistenza viene messo a dura prova, e naturalmente entrano in gioco molti fattori, come quello di poter avere un corpo psichico, congiunturale, “sano”, con anticorpi (culturali) e sentinelle che ci consentano di opporci. Chiaramente, essere “sani” corrisponde a un contesto (personale e culturale) favorevole, di sostegno, che ci consenta di dire no. A mio avviso, in alcuni ambienti, in una fase della vita in cui i passaggi sono spesso turbolenti, diventa complicato avere dalla propria parte un atteggiamento sereno, ragionevole, capace di osservare obiettivamente il mondo che ci circonda. Ci ricordiamo tutti cosa comporta crescere e diventare adulti. Quando non si ha l’abitudine a pensare e a riflettere, a interrogarsi, è come se la nostra esperienza del mondo subisse uno strappo dal nostro vero essere, come se ci fosse una vita del corpo che non collima con quella del pensiero, che a questo punto è più facilmente esposto ad attacchi di ogni tipo, anche quelli che ti portano a pensare che l’ordine patriarcale sia l’unico possibile, giusto e benefico.
Noi donne siamo in grado di riconoscere, prendere consapevolezza e resistere a tutto questo, lo abbiamo dimostrato. Aiutiamo tutte le donne, le ragazze ad acquisire gli strumenti per fare trincea e resistere. Ancora una volta, a mio avviso è cruciale una rivoluzione culturale permanente e mettere in campo una sorta di alfabetizzazione femminista di base. Spiegando che l’unica vera via di fuga da una vita “al guinzaglio degli stereotipi e dei ruoli precostituiti di genere” è non smettere mai di usare la propria testa, leggere tanto e domandarsi sempre il perché delle cose, per sapere dove ci si trova, per sapere chi si è davvero.

2 commenti »

Per un’etica femminista della cura

cura

 

 

La mia riflessione di oggi parte dalla lettura di alcuni passaggi del testo di Carol Gilligan La virtù della resistenza. Siamo nel 1973, anno in cui la Corte Suprema legalizzò l’aborto negli USA. La sentenza Roe versus Wade, rese l’altruismo, virtù femminile per eccellenza, qualcosa di problematico, per niente scontato. Scrive Gilligan: “Ascoltando le donne, fui colpita più e più volte da come l’opposizione tra egoismo e altruismo aveva il potere di informare i loro giudizi morali e guidare le loro scelte”. Per alcune era “egoista” qualunque scelta, di avere o meno un figlio, mentre erano disposte (la consideravano una buona cosa) a seguire quanto un’altra persone gli chiedeva di fare. “Nina raccontò che stava per abortire perché il suo ragazzo voleva finire la facoltà di legge e contava sul suo appoggio. Quando le domandai cosa voleva lei, rispose: “Cosa c’è di male nel fare qualcosa per qualcuno che ami?”. Viene considerato positivo essere empatici con gli altri, mentre diviene egoista essere sensibile ai propri bisogni.

Questo chiaramente evidenzia un’interferenza culturale notevole, che spinge le donne verso questo ragionamento automatico e che ammutolisce la loro voce interiore che esprime ciò che sono e desiderano realmente. Quella voce non è scomparsa, ma è sepolta sotto una coltre culturale di stampo patriarcale. In questo universo, la cura è un’etica femminile, non universale. Prendersi cura è ciò che rende la donna virtuosa, chi si prende cura di qualcosa o di qualcuno sta compiendo un “lavoro da donne”. Coloro che si dedicano agli altri, sono sensibili ai loro bisogni, attenti alla voce degli altri sono persone altruiste. “In una cornice democratica, la cura è un’etica dell’umano. Un’etica femminista della cura, in una cultura patriarcale, rappresenta una voce differente, poiché associa la ragione all’emozione, la mente al corpo, il sé alle relazioni, gli uomini alle donne, resistendo alle divisioni che sostengono l’ordine patriarcale”. Un’etica femminista della cura si fonda su un’interpretazione della democrazia più densa che superficiale (mutuando la distinzione sulle culture operata dall’antropologo Clifford Geertz). Un’interpretazione superficiale omologa le differenze nel nome dell’uguaglianza, al contrario una “densa” si basa sul fatto che voci differenti sono sintomo di vitalità di una realtà democratica. E questo si potrebbe applicare a tanti aspetti della nostra realtà contingente.
Le difficoltà di un affermarsi di un’etica femminista, secondo Gilligan, risiedono nel fatto che a essere contrastato è lo stesso femminismo. Negli USA si sono evidenziati i conflitti tra aspirazioni democratiche nelle istituzioni e nei valori fondanti la federazione di stati, e un perpetuarsi di una tradizione fondata su privilegi e potere patriarcale. Le sfide degli anni ’60 e ’70 inclusero questo attacco frontale all’ordine patriarcale, per raggiungere una piena democrazia, per ridefinire i concetti di virilità e di femminilità, con un movimento trasversale: pacifisti, movimento delle donne e di liberazione gay.
Per la prima volta essere uomo non significava automaticamente essere soldato, per una donna il destino non era unicamente quello di essere madre. La sessualità e la famiglia assumevano nuove forme. Ancora oggi il dibattito è acceso su aborto, matrimonio gay e guerra (sono temi caldi su cui si scontrano ancora i candidati repubblicani e democratici), ma qualcosa è cambiato per sempre. Si sono compresi molti aspetti, e per quanto concerne il nostro tema, cura e prendersi cura son passati da una dimensione prettamente femminile, a qualcosa che interessa l’umano.
Gilligan sottolinea l’importanza di “rendere esplicita la natura di genere del dibatto giustizia contro cura… e di comprendere come il tema dell’equità e dei diritti interseca il tema della cura e della responsabilità”. “Non opprimere, non esercitare potere ingiustamente o avvantaggiarsi a scapito di altri”, sono ingiunzioni morali che vivono a stretto contatto con imperativi morali quali “non abbandonare, non trattare con noncuranza” o restare indifferenti a richieste di aiuto, nel quale rientriamo anche noi stessi. Equità e diritti sono il nocciolo delle normative. Gilligan scrive: “Se le donne sono persone e le persone hanno dei diritti, anche le donne hanno dei diritti”. Prendersi cura esige empatia, attenzione, ascolto, rispetto… La cura è un’etica relazionale basata su una premessa di interdipendenza. Non è altruismo”. Iniziamo a scardinare un primo elemento.
Gilligan poi, trattando di giustizia vs cura, introduce una contrapposizione tipica del patriarcato: la giustizia sta dal lato della ragione, della mente e del sé (attributi maschili), mentre la “cura” sta dal lato del corpo, delle emozioni delle relazioni (associati alla donna). Attraverso questa divisione il ruolo della donna viene al contempo idealizzato e svalutato, subordinando la cura alla giustizia, asservendola e relegandola a una dimensione relazionale. In questo quadro è facile che in nome della femminilità si chieda alla donna di sacrificare i suoi diritti in nome di relazioni pacifiche, per non incrinare gli equilibri e garantire una vita serena, priva di conflitti (naturalmente all’uomo). Demolendo le separazioni e le gerarchie patriarcali, si potrebbe affermare un modello di relazioni in cui ognuno possa avere voce, essere ascoltato con attenzione e rispetto, indipendentemente dal genere.

Invece, siamo tuttora schiavi di certi meccanismi, per cui la donna che tiene alla relazione è virtuosa, mentre l’uomo indipendente, autonomo è moralmente integro. La morale finisce con l’allinearsi “ai codici di genere dell’ordine patriarcale, rafforzandoli”. Il “curarsi di” finisce con l’essere intrinseco di un genere. Sulla donna si riversano aspettative e oneri, con una lotta incessante a incarnare quel modello. Quel mettere da parte “noi stesse”, per curarci di qualcosa o di qualcuno è una incarnazione di regole secolari fondate su una “dissociazione di genere”, la chiamerei così. Quel rimboccarci le maniche e rinunciare alla nostra voce perché così hanno fatto per secoli altre donne prima di noi. Ce lo sentiamo ripetere continuamente, un richiamo all’ordine dei ruoli femminili, e anche se dentro di noi sappiamo benissimo a cosa corrisponde, ci risulta tuttora arduo scardinare queste “usanze”, principalmente perché alla fine siamo sole. L’unica nostra forma di resistenza è affermare che abbiamo preso coscienza che c’è altro, che si può concepire diversamente le relazioni e gli equilibri di genere. E che è possibile uscire dalle gabbie culturali unicamente dandoci delle alternative, oggi noi donne abbiamo una alternativa, possiamo studiare, leggere, parlare tra noi, capire che quello che ci si aspetta da noi può non corrispondere con i nostri bisogni e con i nostri diritti.

11 commenti »

Arretramenti

women power

 

Lentamente, silenziosamente si mina ai diritti, tra i quali spiccano quelli relativi al lavoro, a una maternità consapevole e frutto di una libera scelta, all’aborto, si chiede alle donne di alzare la natalità tornando a figliare, si sforna il bonus bebé (su cui mi sono già espressa qui), si continuano a fare tagli alla sanità e al welfare tutto, non si fanno politiche di prospettiva ampia, ma al massimo si tappa il buco oggi. Stavo riflettendo con Eleonora Cirant, nel corso della manifestazione dello scorso 11 aprile in difesa della 194: questa legge incrinata e sotto un attacco permanente (non mi riferisco solo ai comitati NO194, ma soprattutto a causa dell’obiezione di coscienza e dei tagli agli investimenti in strutture pubbliche come i consultori) fa parte di un sistema di garanzie, tutele e diritti faticosamente conquistate e oggi in lento ma progressivo deterioramento. Un tassello dietro l’altro potremmo trovarci senza diritti o tutele. Quella di Piazza Cordusio è stata una esperienza rinvigorente, come sempre. Può sembrare irrilevante manifestare in difesa di una singola legge, per molt* le priorità sono altrove. Ma quella legge rappresenta tanto, sotto il profilo dell’autodeterminazione della donna, per la sua salute, per il suo diritto a decidere sul suo corpo. Ha un significato e un valore simbolico molto vasto. I diritti non sono slegati tra loro, la galassia dei diritti è interconnessa, se si spezzano uno o più fili, il sistema intero entra in crisi, gli equilibri si rompono, attaccarli è più semplice, si iniziano a verificare falle sempre più difficili da ricomporre. Ecco che in una società, se affermi che le donne hanno dei diritti, che devono avere pari dignità, eguale salario, tutele, garanzie e un diritto a compiere delle scelte autonome, esattamente come gli uomini, sancisci un vantaggio per l’intera comunità, riesci ad uscire dalle logiche dei privilegi, degli status sociali, delle discriminazioni di genere, delle logiche patriarcali, dei diritti a macchia di leopardo. A mio avviso l’attacco alla 194 rientra in un preciso disegno di riduzione delle libertà, di ridimensionamento delle prospettive delle donne, di un ritorno a una società più fissa, meno mobile e più controllabile. Un segnale di pericolo e di attenzione per tutti i diritti. Se togli servizi sul territorio, o li fai diventare a pagamento (vedi i consultori e non solo; per fortuna in Lombardia sulla fecondazione eterologa il Consiglio di Stato ha sospeso la delibera della Lombardia che, unica regione in Italia, prevedeva il costo delle tecniche di eterologa a totale carico dei cittadini; si ricorda che la fecondazione eterologa a livello nazionale rientra nei livelli essenziali di assistenza, ovvero le cure garantite dal Servizio sanitario nazionale, a pari livello della fecondazione omologa), se precarizzi i diritti in materia di lavoro, se non sostieni il lavoro femminile, se non garantisci conciliabilità per entrambi i genitori, se consenti che ci sia ancora un gap salariale uomini-donne, poni le basi per un pericoloso ritorno e restaurazione di una società “arcaica”, ancora fondata su distinzioni di censo, di status sociali, di diritti pericolosamente a fasi alterne, che colpisce le fasce più deboli della popolazione, tra cui proprio le donne, invitate a tornare a fare le brave massaie e in esistenze silenziose. Arretramento nei diritti, arretramento culturale, passivizzazione della popolazione e frazionamento delle istanze, colpi alla solidarietà intra-sociale, con l’obiettivo di creare i presupposti per una “ignoranza” dei diritti diffusa, per una incapacità di leggere il mondo attorno: tutto questo è un pericoloso mix che ci rende più fragili e maggiormente vulnerabili.
I diritti non sono acquisiti per sempre, occorre vigilare e tornare a difenderli periodicamente tutti. Dobbiamo trasmettere di generazione in generazione l’importanza dei diritti tanto faticosamente conquistati.
È necessario chiedere che le cose migliorino, il senso del nostro essere oggi in piazza era quello di difendere la 194, chiedere che il suo art. 9 non continui a diventare un alibi di disapplicazione della stessa, che non ci sia più obiezione di struttura, che si investa seriamente nei consultori e nelle strutture pubbliche, consentendo che i servizi vengano forniti h24.
Ma questo vale per tutti i diritti. Per non tornare indietro e poter aspirare ad averne di nuovi!
Ci sono dei modelli che sono vivi e vegeti e che influenzano fortemente le relazioni umane. Mi riferisco al mare magnum del patriarcato.
Cito Carol Gilligan:

“La parola Patriarcato descrive attitudini, valori, codici morali e istituzioni che separano gli uomini tra di loro e gli uomini dalle donne, e che suddividono le donne in buone e cattive. Finché le qualità umane saranno divise in maschili e femminili, saremo separati le une dagli altri e da noi stessi e continueremo a disattendere la comune aspirazione all’amore e alla libertà”.

Il revival di un modello prostitutivo free, falsamente emancipatorio, fatto di zoning e di case autogestite, come se fosse un piacevole lavoro, o comunque alla stregua di altri, segna un altro passaggio, un pericoloso via libera e sdoganamento di un’abitudine maschile, quale quella di affermare che l’uomo può comprare e avere diritto a usare il corpo di una donna. Significa non voler vedere lo sfruttamento e la violenza, avvalorare il concetto che tutto sommato sia naturale e giusto considerare le donne degli oggetti da usare. Significa assegnare diversi diritti alle donne buone e quelle cattive. Significa discriminare.
Ringrazio Ilaria Baldini per aver riportato sulla sua bacheca FB questi frammenti di Elena Gianini Belotti. Desidero condividerli perché a mio avviso sono fondamentali.

Dal capitolo “Il silenzio del sesso” del suo libro “Prima le donne e i bambini”, 1980.
“E’ nel rapporto sessuale che si produce, tra uomo e donna, il più tragico silenzio della parola e del corpo. E’ lì che la disparità di potere e di condizione, la subordinazione della donna, i diritti dell’uomo e i doveri di lei, la sopraffazione e l’accettazione passiva, le richieste e le resistenze, si manifestano con maggiore evidenza e provocano acuta sofferenza. La pesante repressione che gravava sulla sessualità e che imponeva il silenzio, ha impedito di scorgerne gli aspetti drammatici: se il sesso era nascosto e taciuto, si poteva favoleggiare sulle sue gioie finché si voleva. Ora il sesso ha il permesso di esprimersi e si scopre quello che è sempre stato lì e non veniva detto, e cioè che usare gli appositi organi non è sufficiente per essere felici. La felicità è il risultato di una autentica, ben riuscita comunicazione tra persone anche, ma non solo, a livello sessuale.”
“Il persistere della pretesa maschile che le donne debbano accettare anche il più frustrante dei rapporti con l’uomo senza chiedere niente, col sorriso sulle labbra, fingendo soddisfazioni che non provano, felicità e gratitudine senza ragione, accettando l’implicito ricatto dell’uomo che fa balenare l’idea dell’abbandono nel caso che la donna si rifiuti di comportarsi come le “donnine allegre” del passato, fingendosi una voluttuosa baiadera mentre si sente soltanto depressa e infelice. Un uomo non fa assolutamente nulla per nascondere le proprie scontentezze e depressioni, al contrario: le getta addosso alla donna aspettandosi da lei che lo consoli e lo conforti, ma non è mai disposto ad accettare che l’umore della donna possa subire cedimenti. E’ come sempre, la coscienza maschile dei propri diritti, di fronte alla coscienza femminile di non averne, la disparità di potere tra i due che detta i termini di una relazione.”
“Se quello delle donnine era il sesso allegro, allora era sottinteso che quello delle ‘altre’ era decisamente triste. Le donnine allegre lo erano in funzione degli uomini, si sforzavano di esserlo, di mostrare solo aspetti, modi, atteggiamenti gradevoli, lusinganti e solleticanti la vanità e la sessualità maschile, diventavano cioè puri oggetti sessuali a uso e consumo dell’uomo e si distinguevano per assenza di pensieri e pensiero. Non che fossero effettivamente assenti in loro, tutt’altro: accadeva soltanto che avessero imparato a nascondere con abilità i loro veri sentimenti dietro la professionalità. Solo l’assoluta indifferenza dell’uomo per i sentimenti che le attraversavano poteva arrivare a immaginarle come esseri gioiosi. Dal lato opposto di tanta falsa allegria, stava il sesso vero, quello quotidiano, casalingo, riproduttivo, tristissimo, dal quale l’uomo evadeva di diritto alla ricerca del sesso allegro, come se ne fosse vittima e non avesse invece contribuito lui stesso a renderlo tal, come se fosse un meccanismo ineluttabile, al di fuori di lui e della sua volontà, come un accidente combinatosi chissà come. Ma di questo sesso non si parlava. mentre sul sesso familiare, quotidiano, calava il silenzio più tragico, sull’altro si costruiva l’immaginario, il piacere, la gioia, l’avventura, l’imprevisto. La persona non contava, l’una valeva l’altra: l’importante è che l’involucro fosse ridente. Ma lo era solo per chi non voleva vedere né capire.”

Se ci disuniscono è più semplice controllarci. Ecco perché torno a richiamare le donne e a invitarle ad uscire dal guscio (come dicevo qui). Abbiamo un futuro solo se comprendiamo la necessità di tornare a noi come comunità, perché come singole o singoli rischiamo di essere assorbite/i da fenomeni molto pericolosi. Non dobbiamo permettere che altri parlino per noi.
Dobbiamo mettere in atto una forma di Resistenza quotidiana, per cambiare in meglio la nostra comunità umana. Non abbassiamo la guardia e sfruttiamo ogni occasione per fare sentire la nostra voce. Prima che i nostri diritti vengano schiacciati e diventi difficile recuperarli. Dobbiamo riprendere il filo del discorso..

 

PROPOSTA DI AZIONE CONCRETA:

Sulla scia del viaggio che sta compiendo Marta Bonafoni nel Lazio (qui): propongo di avviare in Lombardia un monitoraggio sui consultori pubblici, soprattutto dopo la Riforma regionale che li ha trasformati in Centri per le famiglie. A che punto è la riforma, quanto e se ha inciso? Insomma tracciare un bilancio, quanto meno con cadenza annuale. Spero di raccogliere qualche informazione in più dopo questa iniziativa prevista per il 16 aprile a Milano: “Gli impatti della Riforma Sanitaria Regionale sulle strutture di assistenza presenti sul territorio di Zona 7” (qui l’evento su FB).

1 Commento »

Femminismi e dintorni

by Elin Høyland

by Elin Høyland

Il 6 dicembre in Canada è stata la giornata della memoria e dell’azione contro la violenza sulle donne, in ricordo delle 14 donne uccise nel 1989 all’École Polytechnique, da un uomo armato che sparò urlando: “siete un branco di femministe e io odio le femministe!” (qui qualche informazione)
Ringrazio Ilaria Baldini per aver condiviso questo articolo di Meghan Murphy, che provo a tradurre qui per voi.
L’autrice coglie questa occasione per spiegare in cosa consiste il femminismo oggi e quali sono gli obiettivi che si prefigge.

 

“Io definisco il femminismo come un movimento per porre fine al patriarcato e alla violenza maschile sulle donne. Questa definizione ha un suo senso e mi sembra ovvia perché senza patriarcato non ci sarebbe bisogno del femminismo e perché la violenza maschile sulle donne è il frutto – e il principale effetto – del patriarcato. Le donne saranno oggetto della violenza maschile, finché saranno una classe oppressa e soggetta a un sistema di controllo che adopera la violenza come strumento di minaccia (e sottomissione, ndr). Uno stato di impotenza (dipendenza, ndr) economica e sociale rende gli individui vulnerabili alla violenza.
Alcuni sostengono che il femminismo consista nel fatto che le donne aspirano a diventare “uguali” all’uomo, ma io non sono d’accordo con questa definizione. Gli obiettivi del femminismo non sono e non dovrebbero consistere nel diventare “come gli uomini”. Il potere maschile è un problema. L’idea della mascolinità (il prototipo virile) è un problema. La gerarchia è un problema. Questa definizione che non mi piace, sembra alludere agli uomini e alla virilità come qualcosa di “migliore” rispetto alle donne e al concetto di femminile, quando, in realtà, sappiamo che mascolinità e femminilità sono dei prodotti, delle prescrizioni derivanti dai ruoli di genere che stiamo cercando di demolire. Mascolinità e femminilità sono dei concetti non reali. Non sono qualità innate, ma il risultato di una serie di caratteristiche che ci sono state appiccicate (inculcate) sin dalla nostra infanzia. Io non voglio più aspirare ad essere “come un uomo”, voglio essere rispettata come una donna. Non desidero il potere che ha l’uomo, io non aspiro ad essere il sesso o la classe o la razza dominanti. Dire che auspichiamo che le donne divengano “uguali” agli uomini non coglie le radici della disuguaglianza e non affronta il fatto che le donne sono di fatto biologicamente differenti dagli uomini e che per questo i nostri diritti possono non collimare esattamente con quelli degli uomini (per esempio, i diritti riproduttivi). (C’è la necessità di una declinazione diversa, ndr). Alcuni pensano che una femminista sia semplicemente una persona che chiede di avere pari diritti uomo-donna e che si tratti di “parità tra i sessi”. Sono d’accordo sul fatto che uomini e donne debbano avere pari opportunità, dignità e diritti, ma allo stesso tempo penso che se non nominiamo il patriarcato come l’origine del problema e non sottolineiamo che la violenza maschile sulle donne è il risultato chiave del patriarcato, stiamo perdendo di vista il nostro reale bersaglio, contro il quale stiamo combattendo.
Ci sono innumerevoli punti su cui le femministe non concordano tra loro: la soluzione migliore in materia di legislazione sulla prostituzione, se la pornografia può o meno essere femminista, il numero di peli pubici che è consentito avere, il grado di divertimento quando mangiamo l’insalata da sole, se le donne possono o meno amare il whisky. Ci sono conflitti su tanti aspetti, tranne sul fatto se il sessismo sia o meno ok, se la violenza sulle donne sia o meno ok, se il patriarcato esista o meno e se sia o meno un male per le donne.
Ora che abbiamo fatto queste puntualizzazioni, desidero segnalarvi un recente articolo di Joyce Arthur, una delle fondatrici di FIRST (una organizzazione nazionale femminista di sex worker con sede a Vancouver, che si batte per la depenalizzazione della prostituzione in Canada), ed è un’attivista pro-choice.
In questo articolo si sostiene che il 6 dicembre non fosse il giorno più appropriato per il varo della nuova legge sulla prostituzione che penalizza protettori e clienti. A questa affermazione io avevo già risposto sostenendo che:
“Il fatto che la nuova legge entri in vigore nella giornata della memoria e dell’azione contro la violenza sulle donne è perfetto, perché va a punire i clienti che sono là fuori in cerca di una giovane donna vulnerabile, aborigena, per soddisfare i loro bisogni. Il 6 dicembre è il giorno in cui ricordiamo e agiamo contro la violenza sulle donne. Questo è il significato della giornata. Quale migliore occasione per gridare contro i perpetratori della violenza: MAI PIU’! Non è un vostro diritto, queste donne non sono per voi. Queste donne meritano di meglio e non sono una serie di fori da penetrare. Le donne povere o vittime di discriminazioni razziali meritano qualcosa di meglio della prostituzione.
Ho anche risposto alle asserzioni (riferite anche da Arthur) secondo cui questa legge alimenterebbe la violenza nei confronti delle sex workers. Non solo non esiste alcuna prova che questo sia vero, ma non vi è prova reale nemmeno che la legalizzazione e la depenalizzazione completa porti alla violenza sulle sex workers. Il fatto che la legalizzazione porti un incremento del traffico significa assistere a un incremento della violenza. Un altro fatto è che sin da quando il modello nordico è stato applicato in Svezia, nessuna prostituta è stata uccisa, mentre nei quartieri a luci rosse di Amsterdam annualmente si registrano femminicidi ai danni delle donne che vi lavorano.
Arthur sostiene la solita tesi secondo cui lo “stigma” provoca la violenza contro le prostitute e ciò che il modello nordico perpetra è uno “stigma”. Ma anche in paesi che hanno legalizzato, lo stigma non è scomparso. Le donne tuttora non vogliono prostituirsi e solo un ridotto numero di prostitute si registrano per pagare le tasse (il che significa che la maggior parte del settore è ancora sommerso, il che contesta l’affermazione secondo cui il modello nordico produce clandestinità) – perché? Perché non desiderano essere registrate e mostrare di essersi prostituite. La loro speranza è di uscire dal loro stato e di fare qualcosa di diverso nella vita (una registrazione è qualcosa che rischia di marchiarti a vita, ndr). Gli uomini non uccidono le prostitute a causa dello “stigma”, bensì perché viviamo in una società patriarcale, all’interno della quale gli uomini imparano che la violenza contro le donne è accettabile e sexy (vedi BDSM), perché i clienti sono misogini che non rispettano le donne (se le rispettassero come esseri umani veri, non le tratterebbero come oggetti e materie prime) e perché molte delle donne che si prostituiscono sono emarginate economicamente, socialmente, a livello razziale e di genere: questo “legittima” il potere dei clienti su di loro, sminuendo il valore di queste donne e rendendole meno visibili nel contesto di un patriarcato capitalista.
Ho affrontato già in precedenza queste tematiche e ho risposto a molte di queste affermazioni senza fondamento che Arthur ripete nel suo articolo, per cui ora vorrei andare oltre e concentrarmi su “cosa le femministe realmente pensano e credono”, “su cosa sia una femminista” e su “cosa sia il femminismo”, rispondendo puntualmente ad alcuni punti dell’articolo di Arthur.

 

La connivenza con alcune forze politiche
Arthur scrive:
“Le femministe radicali che si oppongono alle sex workers hanno sostenuto gruppi di destra e il governo federale conservatore per far passare questo testo di legge sulla prostituzione. Questi ultimi due gruppi sono motivati da un forte desiderio di contrastare i diritti delle donne, l’autodeterminazione e la libertà di espressione sessuale “non tradizionale”, fatto che denota le difficoltà con cui queste femministe radicali affrontano questi temi. Per lo meno credo che lo facciano quando si parla di diritti delle sex workers”.
Io non ho unito le mie forze a nessun partito politico, tanto meno con il governo federale conservatore. Questa non è una questione di parte. Ho sostenuto la legge C-36 perché è un buon testo, nonostante io non sostenga il partito conservatore. Non condivido la posizione del NDP sulla prostituzione perché la ritengo pessima e fuorviante, anche se alla fine alle prossime elezioni potrei votare per loro. Chi lo sa. Ma non posso oppormi a una legge che io ritengo buona, solo perché non voto il partito che la sostiene, così come non vorrei mai dover sostenere un progetto di legge cattivo ad opera di un partito che voto. Il mio voto in occasione delle ultime elezioni locali lo dimostra. Mi piacerebbe poter votare per un partito che sostengo in toto, ma è difficile che ciò possa accadere in tempi brevi.

 

Sugli abolizionisti
Gli abolizionisti si oppongono all’industria del sesso (Arthur sostiene che ci opponiamo al sex work, ma non usiamo l’espressione “lavoro sessuale” perché troppo vago per includere ogni aspetto e perché è più corretto dire che ci opponiamo all’industria del sesso). Questo non è perché abbiamo “problemi” in relazione ai diritti delle donne, all’autodeterminazione e alla libertà sessuale delle donne. Questa è un’affermazione assurda se si ha la minima comprensione di cosa sia il femminismo e cosa siano prostituzione e patriarcato. Tutte le femministe sostengono i diritti umani delle donne. Questo non significa che sosteniamo il potere maschile e l’industria che rende le donne e le ragazze un servizio sessuale per gli uomini che hanno maggiore potere di quanto ne abbiano loro. Sosteniamo l’autodeterminazione delle donne in quanto aspiriamo a una società che consenta scelte reali per le donne, che vadano ben oltre l’essere scopate da degli sconosciuti, per il solo fatto che queste donne non hanno altri mezzi per sopravvivere.

 

Sulle tradizioni
I sostenitori del sex work e i maschilisti ignoranti solitamente asseriscono che sia “il mestiere più antico del mondo” (che non lo è, per la cronaca) il che sembra suggerirci che, lungi dall’essere “non-tradizionale”, la prostituzione è parte di una lunga tradizione che è legata a stretto filo con la tradizione del patriarcato. Ciò significa dire che non solo è una cosa ridicola e risibile che qualcuno dotato di un po’ di cervello possa definire la prostituzione come qualcosa di “non tradizionale”, ma anche che non ha niente a che fare con la naturale espressione sessuale delle donne, questo perché l’unico motivo per cui la prostituzione esiste è che a questo mondo gli uomini detengono un maggiore potere economico e sociale. Non perché le donne entrano volontariamente in massa nell’industria del sesso. Se così fosse non esisterebbero la tratta internazionale di esseri umani, i rapimenti, i ricatti, le bugie e tutti i vari espedienti messi in atto che costringono e portano le donne a prostituirsi. Perché loro non dovrebbero fare altro che “scegliere” di farlo come parte della loro “espressione sessuale non-tradizionale”.

 

Sulla scelta
Naturalmente esistono donne che scelgono intenzionalmente di prostituirsi, senza esservi costrette. Ma ci sono anche migliaia di donne in tutto il mondo che si sottopongono a operazioni di mastoplastica additiva (per scelta), che agitano le tette a spettacoli rap (per scelta), che pubblicano selfies su Instagram (per scelta) – questo significa che tutta l’auto-oggettivazione è femminista? O che le protesi al seno siano qualcosa di buono? O che ottenere applausi per un nudo non abbia nulla a che fare col patriarcato? Se una persona sceglie o meno qualcosa non significa automaticamente che quella cosa che sceglie sia o meno femminista (o più in generale buona o cattiva, etica o salutare o altro). Si tratta semplicemente di una scelta che hanno fatto, considerando il contesto di una serie di fattori – in questo caso i fattori sono stati principalmente il capitalismo e il patriarcato, e se facciamo riferimento al nostro precedente quesito su cosa sia il femminismo, noterete che è un movimento che combatte il patriarcato e che, pertanto, se il tuo femminismo non è fermamente radicato in questa lotta, nei fatti non stai facendo esperienza di femminismo.

 

Sulle vittime
Nonostante ciò, Arthur sembra credere il contrario, se qualcuno si identifica come “vittima” non ha niente a che fare con il fatto che l’industria del sesso vittimizzi o meno le donne. Gli abolizionisti si concentrano sui comportamenti maschili e non su quelli femminili. Questo significa che il colpevole è la persona che vittimizza, quindi che una persona scelga o meno di identificarsi come vittima, non cambia le responsabilità del colpevole. Se per esempio una donna rimane con il marito violento e non si sente/definisce vittima, si tratta di una sua scelta. Ma questo non significa che le azioni del marito diventano “accettabili” (“legittime” ndr), che le femministe debbano accettare ciò come “normale” e guardare altrove o che quello che sta facendo non costituisca vittimizzazione. Per quanto riguarda la prostituzione, in particolare, una donna può sentirsi nelle piene facoltà di scegliere di prostituirsi, ma 1) Lei fa parte di una minoranza (la maggior parte delle prostitute è povera, molte di loro non hanno scelta e non rilasciano interviste) e 2) questo non cambia le dinamiche e il senso dell’industria del sesso, nel suo complesso. Nel mondo vi sono più di 20 milioni di vittime di tratta, la maggior parte delle quali sono donne o ragazze da avviare alla prostituzione. Non esistono milioni di donne adulte nel mondo che stanno scegliendo la prostituzione perché gli piace.

 

Sul femminismo anti-femminista ed altri aspetti in merito al femminismo e alle femministe
Nel resto dell’articolo Arthur ricorre prevalentemente a insulti sessisti e tropi, di solito riservati agli MRA (men’s rights activist), ai giocatori, ai frat bros, in modo tale da accusare le femministe di essere delle fanatiche, come i patriarchi cristiani fondamentalisti che reprimono la sessualità. Arthur prosegue con l’etichettare le femministe che si oppongono all’industria del sesso come pudiche e che cercano di reprimere la sessualità maschile e di incoraggiare la monogamia, affermazioni che suonano molto simili a ciò che direbbe un uomo sessista. Non sono certo cose che direbbe una persona che sostiene di essere in linea con il movimento femminista. In ogni caso, se la prostituzione fosse qualcosa di innato della sessualità maschile, è stupro? Tutto ciò che facciamo per affrontare il “diritto” al sesso che gli uomini accampano e l’uso dei corpi femminili significa “reprimere la sessualità maschile”? Gli uomini sono in qualche modo biologicamente predisposti ad avere rapporti sessuali con donne che non li desiderano? Perché trovo questo concetto preoccupante, per non dire altro.
Le femministe sono apostrofate in ogni modo dalle anti-femministe: naziste, odia-uomini, nemiche del sesso, brutte, pelose, arrabbiate, pazze e pudiche. Arthur utilizza alcuni di questi epiteti. Lei ci accusa anche di odiare le donne: “è possibile che (le femministe radicali) abbiano una vena punitiva che disprezza le prostitute?”
Permettetemi di rispondere: no Joyce. Per la miliardesima volta no. Il femminismo non odia le donne. Si tratta di qualcosa che concerne gli uomini e consiste nello sfidare il potere maschile. Inoltre, molte femministe radicali, femministe e femministe abolizioniste sono state prostitute. E loro non possono certo odiare se stesse, le amiche, le loro sorelle, le figlie e le madri che in passato sono state prostitute o lo sono tuttora. Mi verrebbe voglia di rispondere con il dito medio a queste insinuazioni, ma questa volta rinuncerò.
Nelle sue esultanze misogine finali, Arthur sforna un classico: You’re all just jealous, bitcheeeees. Nelle sue parole “le femministe radicali…vedono le sex workers come concorrenti che, troppo disponibili sessualmente, rovinano “la piazza” alle altre donne. Mi sembra un’ipotesi un tantino confusa, perché mi sembrava di aver capito che le femministe radicali odiassero gli uomini e il sesso, quindi mi sembra strano che ora vengano dipinte come gelose e desiderose di essere possedute dai clienti al loro posto.
Non so voi. Si potrebbe pensare che se le femministe fossero messe così male riguardo al sesso, se la prostituzione fosse una pratica tanto piacevole per far soldi, ci dovrebbe essere un buon numero di uomini prostituti per risolvere il problema delle femministe radicali. (…)
Scherzi a parte le argomentazioni dell’articolo di Arthur non possono definirsi femministe. Sono dannose, sessiste, pieni di stereotipi contro le donne radicati nei miti e nelle fantasie maschili. Sono tesi che concorrono a mantenere lo status subordinato delle donne e mirano a far sembrare “naturale/normale” la nostra oggettivazione, la nostra sessualità e la nostra disuguaglianza. Sono argomentazioni che servono ad attribuire un’aurea di normalità al potere maschile e alla violenza. E come ogni 6 dicembre, ogni anno, ricordiamo che l’odio nei confronti delle femministe può essere molto pericoloso.

Quale libertà ci può essere in una scelta, quando non si hanno alternative percorribili? Pensiamoci, questo ci riguarda molto da vicino.

1 Commento »

Le strategie del dominante

Frida Kahlo standing next to an agave plant during a photo shoot for Vogue magazine, 1937

Frida Kahlo standing next to an agave plant during a photo shoot for Vogue magazine, 1937

Alcuni commenti su Facebook al mio post Maschilismo e mascolinità, mi hanno fatto comprendere quanto siamo ancora all’anno zero. Il fatto che ci sia stata discussione sul tema, dimostra che forse non tutto è stato risolto e che non possiamo “staresereni”. Parlare di questi temi permette di scoperchiare il pentolone, di svelare un po’ di posizioni e pregiudizi in materia. Per questo, mi sembra il caso di affrontare alcuni punti, anche se il tema assomiglia a un’agave piena di spine.

Un elemento alla base di qualunque ideologia di dominio è come controllare i dominati. In questo caso trattasi di dominate. Come legittimare e giustificare moralmente un’egemonia? Nel corso dei secoli e a seconda delle culture sono state messe a punto numerose metodologie, più o meno oppressive e palesi. Ultimamente, specie in Occidente, si preferisce adoperare forme più soft di dominio, che avvolgono il quotidiano e danno l’impressione di un contesto “naturale”. Una delle caratteristiche del sessismo è quella di impregnare ormai così tanto le relazioni quotidiane, da risultare quasi invisibile e pertanto difficile da individuare e da combattere.
Nel corso dei secoli, le donne sono state alternativamente oggetto di disprezzo e paternalismo. In passato, non siamo state oggetto di un pregiudizio invidioso, perché percepite come poco competenti e poco pericolose. Oggi, le donne in carriera e le femministe hanno ribaltato questa considerazione. Si cerca di incanalare disprezzo e invidia in nuove forme più sottili di sessismo, volte a sottovalutare la disparità di genere, dichiarandola risolta, o quasi. Si crede che le misure di contrasto alle discriminazioni siano inutili, o che addirittura rischino di creare un pregiudizio sull’uomo. Cito ancora Chiara Volpato (“Psicosociologia del maschilismo” pag. 59):

“I sessisti moderni credono, spesso in buona fede (o aggiungo io, perché non guardano oltre le proprie esperienze contingenti), di essere a favore dell’eguaglianza e non si accorgono di trattare in modo differenziato le persone sulla base dell’appartenenza di genere, con il risultato di contribuire al mantenimento della discriminazione” (ci sono molti casi nei luoghi di lavoro).

Solitamente se si nega il problema si tenderà ad attribuire l’insuccesso di una donna alla sua incompetenza, a una sua incapacità e a una sua mancanza di intraprendenza, in pratica si useranno vecchie e radicate teorie. Questo negare l’esistenza del problema consente anche di sopire le voci di protesta, per rendere le donne disunite e insicure (come ho più volte sostenuto in questo blog), col risultato di consolidare un meccanismo. Alla fine alla maggioranza delle donne converrà assicurarsi un pigmalione tutelare e omologarsi.
Il sessismo moderno adopera due opposti sistemi di atteggiamenti, entrambi però finalizzati allo stesso scopo, affermare la superiorità maschile. Così si oscilla tra sessismo ostile e sessismo benevolo. Scrive Volpato: il primo “esprime la diffidenza e l’apatia riservate ai subordinati che non si adeguano allo status quo; le donne sono percepite come avversarie, che anziché accettare il posto loro assegnato, cercano di controllare gli uomini, indebolendone la potenza e limitandone la libertà attraverso le armi della sessualità o della competizione”. Si basa sulla “naturale” inferiorità della donna e si oppone a qualsiasi richiesta di parità. Per intenderci seguono le opinioni di Mussolini in materia, recuperate anche nel dibattito politico più recente. Questo spiega una parte delle argomentazioni dei commentatori su Facebook. Ma veniamo al secondo tipo. “Riconosce alle donne una serie di qualità positive, arrivando a definirle creature preziose, da proteggere, da adorare e adulare perché bravissime a far tutto ciò che gli uomini non desiderano fare”. Questo sessismo bon ton è socialmente più accettabile e aiuta a sopire le concrete istanze paritarie di molte donne. “Combina dominio e affetto”, in modo tale da aggiogare meglio le donne e convincerle che il “nemico”, ammesso che di nemico si tratti, non è l’uomo ma sono le stesse donne che si comportano in modo opportunistico e “sfruttano” l’uomo “indifeso” (con l’arma della seduzione). Questo è presente anche in un commento che mi hanno fatto.

Mi hanno anche detto che il mio è uno “spreco” di tempo e che la “mia rigidità travalica la ragione”. La rigidità sta nell’affermare una cosa palese e reale. In pratica, sono una pazza femminista, brutta, cattiva e irrazionale, a cavallo di una scopa.
Mi hanno scritto:

“Credo che le donne, più che essere liberate dal giogo maschilista, abbiano bisogno di essere liberate dall’ottusita’ imperante nel cervello di molte di loro e me pare che questa cosa non l’hai chiara per niente. Vai nelle Chiese e sono frequentate a stragrande maggioranza da donne che poi lavorano negli ospedali e, esattamente come molti colleghi maschi, in alcune zone impediscono l’applicazione della legge sull’interruzione di gravidanza; Berlusconi ha governato per decenni con l’appoggio entusiastico di un elettorato composto in maggioranza da donne. Sei libera di pensarla come vuoi e non ho alcuna pretesa di avere ragione ma la mia sensazione è che siano molte le cose che non hai capito”.

Quindi il problema viene rigettato e buttato in campo femminile, ben lontano dalle sue origini e cause. Come ti giro la frittata! Bello vero? Adoro poi quando qualcuno mi dice paternalisticamente che non ho capito nulla. Chissà perché, guarda caso, è un’argomentazione che usa anche mio padre. Un caso?? Continuo a non capire, il fatto che, particolarmente in Italia, ci siano dei problemi palesi quali divario salariale, ruoli istituzionali e di potere economico in cui le donne sono minoranza oppure sotto “tutela maschile” a cosa è dovuto? A una pura casualità? A una questione di tipo biologico? E se come è stato detto, la “colpa” sta in gran parte dal lato delle donne “opportuniste”, che adoperano ogni mezzo per far carriera, da cosa può dipendere? Da regole e da leggi invisibili ideate dalle donne stesse o dall’educazione? Lo chiedo agli uomini che mi dicono che ho una visione faziosa. Ma davvero pensiamo che il nemico o meglio il problema non ci sia? E poi qui non ho mai parlato di nemico, ma di problemi di parità di genere.
Ringrazio del riferimento a Berlusconi, perché cade a fagiolo come esempio di un “mirabile” uso congiunto di sessismo ostile e benevolo: il primo prende di mira le donne che sfidano il potere maschile in modo più o meno palese e che non cedono alle sue lusinghe, mentre il secondo è rivolto alle donne che accettano i ruoli convenzionali (mogli, madri, oggetti romantici). Da un’indagine condotta da Peter Glick e Susan Fiske, è emerso che le donne, quanto più sono immerse in un contesto sessista (benevolo), tanto più sono disposte ad accettarlo, in quanto grazie ai vantaggi secondari che porta con sé, si presenta come un caldo e amorevole rifugio, al riparo dell’ostilità diffusa. Ognuna cerca di trovare soluzioni, accettando o meno la subalternità, ma anche in questo esistono vari gradi. Betty Friedan nella Mistica della femminilità, parlava di ” comodo campo di concentramento”, riferendosi a tutta una serie di modelli, convenzioni, privilegi, restrizioni che inglobano la vita delle donne in una bolla sicura, ma soffocante. Cito ancora Volpato:

“La forza delle ideologie legittimanti, come il sessismo, sta nella capacità di convincere i membri dei gruppi dominati ad accettare volontariamente l’ineguaglianza invece che agire contro di essa”.

Alcune donne scelgono invece di trovare soluzioni individuali per migliorare la loro qualità della vita e spesso dall’alto di posizioni privilegiate, prendono le distanze dalle altre, nei cui confronti hanno un atteggiamento ostile e un giudizio stereotipato: sono coloro che sono affette dalla sindrome dell’ape regina.
Non arriviamo a dire che odio gli uomini in quanto femminista, così come non si può affermare che tutti gli uomini odiano le donne (lascio Laurie Penny spiegare questo punto). Non c’è nessun nemico, solo delle cattive abitudini mentali e materiali. Parliamo dei vantaggi che l’uomo ricava dal sessismo. E continueremo a parlarne, per noi e per tutte le altre, anche se ci dicono che parliamo solo tra di noi, nella nostra nicchia di povere femministe che tuttora si ostinano a non abbracciare la sana e sicura protezione del dominio paternalistico. Chissà perché?!

Concludo con Volpato: “Come ogni pregiudizio, il sessismo si rinforza nei momenti di crisi, economica e politica”, quando la competizione diventa più accesa.

No, there’s nothing wrong with masculinity – until it’s used as a gauge for measuring and excluding people, whether they’re women or other men, or people who don’t identify as either (fonte qui).

8 commenti »

tiritere72663953.wordpress.com/

"Alle giovani dico sempre di non abbassare la guardia, non si sa mai". Miriam Mafai

Il blog di Paola Bocci

Vi porto in Regione con me

Non Una Di Meno - Milano

Contro la violenza maschile sulle donne e tutte le forme di violenza di genere

ilportodellenuvole.wordpress.com/

I tessitori di nuvole hanno i piedi ben piantati per terra

Variabili Multiple

Uguali e Diversi allo stesso tempo. A Sinistra con convinzione.

Blog delle donne

Un blog assolutamente femminista

PARLA DELLA RUSSIA

I took a speed-reading course and read War and Peace in twenty minutes. It involves Russia.

Critical thinking

Sociology, social policy, human rights

Aspettare stanca

per una presenza qualificata delle donne in politica e nei luoghi decisionali

mammina(post)moderna

Just another WordPress.com site

Femminismi Italiani

Il portale dei femminismi italiani e dei centri antiviolenza

violetadyliphotographer

Just another WordPress.com site

Il Golem Femmina

Passare passioni, poesia, bellezza. Essere. Antigone contraria all'accidia del vivere quotidiano

Last Wave Feminist

"Feminism requires precisely what patriarchy destroys in women: unimpeachable bravery in confronting male power." Andrea Dworkin

Links feminisme

geen feminisme zonder socialisme, geen socialisme zonder feminisme

Rosapercaso

La felicità delle donne è sempre ribelle

vocedelverbomammmare

tutto, ma proprio tutto di noi

Stiamo tutti bene

Le tragicomiche avventure di una famiglia di nome e di fatto

Abolition du système prostitueur

Blog du collectif Abolition 2012

REAL for women

Reflecting Equality in Australian Legislation for women

Banishea

Gegen Prostitition. Für Frauen. Für Selbstbestimmung und Unabhängigkeit. Gegen Sexkauf. Not for Sale. Weil Frauen keine Ware sind.

Psicodinamica

idee di psicologia e psicoterapia

Sarah Ditum

Writing, etc.

Femina Invicta

Feminist. Activist. Blogger.

THE FEM

A Feminist Literary Magazine

O capitano! Mio capitano!...

"Ci sono persone che sanno tutto e purtroppo è tutto quello che sanno." [Oscar Wilde]