Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Perché i diritti sono subordinati al matrimonio?

Image: Ken Danieli/Flickr

Image: Ken Danieli/Flickr

 

A pochi giorni dal risultato del referendum sui matrimoni egualitari in Irlanda, come tanti sono contenta. Ho allo stesso tempo riflettuto sull’euforia e sull’ottimismo che si respiravano sui media. Una sorta di assoluzione integrale dell’Irlanda, che con questo atto si poneva in toto sul podio dei paesi civili, con un sistema di diritti all’avanguardia. Come al solito ci eravamo persi qualcosa, e non si trattava di un dettaglio, da femminista mai soddisfatta. Ero soddisfatta solo in parte. Perché l’Irlanda, paese che adoro da moltissimi punti di vista, è ancora un luogo in cui le donne non hanno un pieno riconoscimento dei propri diritti in tema di salute riproduttiva e non solo (l’art. 41 della Costituzione recita: “The State shall, therefore, endeavour to ensure that mothers shall not be obliged by economic necessity to engage in labour to the neglect of their duties in the home“). C’è qualcuno che si è già avventurato in analisi, ma questa di Meghan Murphy mette a fuoco dei punti fondamentali. Uno fra tanti: il fatto che il matrimonio sia una istituzione funzionale al patriarcato e conservatrice. Si chiede semplicemente di entrare in una costruzione “istituzionale” tradizionale, per avere diritti che la nostra società non riesce a garantire se non legati al matrimonio. Certo in questi riconoscimenti ci sono importanti e significative valenze simboliche, che possono far bene alla causa LGBTI. Di fatto però, aprire il matrimonio a persone dello stesso sesso non costa nulla in termini pratici, non c’è il pericolo di ledere la costruzione secolare matrimoniale, anzi la si rafforza, la si legittima e le si conferisce nuovo smalto. Ben più rivoluzionario e oneroso è chiedere diritti per le donne. Per cui, certamente non sto contrapponendo la vittoria dei sì al referendum irlandese con il fatto che nel medesimo paese certi diritti siano negati alle donne, son due ambiti diversi, ma ci aiutano ad esplicitare una questione di differenze di poteri e di pesi nella società, che portano riforme in una direzione piuttosto che in un’altra. Ci aiutano a riflettere sul matrimonio, sulle relazioni, sull’oppressione patriarcale come da tempo non siamo più abituate a fare. Qui di seguito la mia traduzione.

 

I progressisti di tutto il mondo hanno festeggiato il risultato del voto irlandese che con il 62% dei voti ha legalizzato i matrimoni tra persone dello stesso sesso. Questa vittoria è significativa e importante per un Paese che ha decriminalizzato l’omosessualità solo nel 1993 ed è stato a lungo dominato dalla misogina e omofoba Chiesa cattolica.
Il voto ha segnato, per molti, il passaggio a un contesto politico, culturale, sociale più progressista.
Il New York Times ha citato Ty Cobb, il direttore della campagna internazionale per i diritti umani, un gruppo di pressione con sede a Washington: “Penso che questo sia un momento che ha modificato l’immaginario di tanta gente nel mondo, che ora vede l’Irlanda come un paese non bloccato dalla tradizione, ma con una tradizione inclusiva.
Leo Varadkar, ministro della sanità irlandese, ha detto: “Il voto ci rende un faro, una luce di libertà ed eguaglianza per il resto del mondo. È un giorno in cui essere orgogliosi di essere irlandesi.
“Questa decisione rende tutti i cittadini uguali e credo che rafforzerà l’istituzione del matrimonio”, ha detto il primo ministro Enda Kenny.
Ma i diritti umani e l’uguaglianza si basano veramente sul diritto per chiunque di sposarsi? L’Irlanda è veramente un modello di “libertà ed eguaglianza”? E perché i progressisti stanno cercando di rafforzare l’istituto matrimoniale a tutti i costi?
Per essere chiari, naturalmente penso che debba essere garantito l’accesso al matrimonio a tutti, etero e omosessuali, compresi diritti e privilegi. Non mi oppongo ai matrimoni gay, ma al matrimonio nel suo complesso, e più in generale, io non ritengo che consentire il matrimonio a persone dello stesso sesso sia un passo verso l’uguaglianza.
Mentre il sostegno al movimento LGBTI cresce in tutto il mondo, i diritti umani delle donne restano irrisolti.
Le persone di opinione liberale possono sentirsi fieri di sostenere il diritto alla parità di accesso all’istituzione matrimoniale, senza fare molto o quasi nulle.
Liberare le donne dall’oppressione maschile, d’altra parte, vuol dire che chi detiene il potere deve rinunciare a molte cose. Come scrive Katha Pollitt su The Nation (qui), “I matrimoni egualitari non costano nulla alla società e non richiede sottrazione di potere a nessuno”.
Di fatto, il matrimonio gay consente agli eterosessuali progressisti di sentirsi più a proprio agio con la loro scelta di unirsi alla comunità della felicità coniugale, in quanto possono dire che non è più quell’istituto vecchio e conservatore del passato, bensì oggi va di moda, è qualcosa dalla mentalità aperta e di inclusivo.
Siamo pronti ad abbandonare tutte le critiche mosse all’istituzione matrimoniale, chiedendoci perché continuiamo a sposarci e a permettere che il matrimonio definisca le nostre relazioni, la nostra vita in un modo così prepotente, solo perché abbiamo lasciato che vi accedessero anche i gay?

In effetti, è come se avessimo dato una mano di bianco e reso il matrimonio più alla moda, nascondendo anni di considerazioni attorno al matrimonio e al suo significato, nrd.

Nel mese di aprile Pollitt si chiedeva perché i diritti riproduttivi stanno retrocedendo, mentre quelli LGBTI stanno “vincendo”. Aveva evidenziato come “il tentativo dell’Indiana di opporsi al matrimonio gay con il pretesto della libertà religiosa aveva provocato un’immediata reazione a livello nazionale”. Nel frattempo in molti stati le donne non hanno ancora accesso all’interruzione di gravidanza, e le donne sono state anche accusate di feticidio per aborto spontaneo o per aver interrotto la gravidanza da sole. Il mese scorso Purvi Patel è stata condannata a 20 anni per aborto (pur essendo spontaneo), accusata di aver assunto droghe per interrompere la gravidanza. In Mississippi, Rennie Gibbs, (qui) che all’epoca aveva 16 anni, è finita in carcere dopo aver partorito un bambino nato morto. Jessica Mason Pieklo ha scritto, per RH Reality Check, che dopo che il medico legale aveva accertato che la causa della morte era stata la cocaina, il grand jury ha concluso che Gibbs aveva causato la morte del bambino fumando crack durante la gravidanza. Questo per dire che era accusata di omicidio. L’accusa è stata respinta, ma entrambi i casi rappresentano uno sforzo crescente per criminalizzare le donne in gravidanza negli USA e un tentativo di rendere prioritaria la vita dei feti rispetto a quella delle donne.
Interrompere una gravidanza è ancora tecnicamente un reato nel diritto britannico (anche se la legge sull’aborto, approvata nel 1967, considera legale la maggior parte degli aborti, purché vengano soddisfatte alcune condizioni). Le donne ancor non possono accedere all’aborto legale a Malta, El Salvador, Cile e Rep. Dominicana. In Nicaragua il codice penale criminalizza sia la donna che il medico, cosa che ha reso l’aborto non sicuro la principale causa di mortalità materna nel paese (qui). (Per non parlare della situazione del Messico e del Perù, ndr).
L’aborto è illegale in Irlanda in tutti i casi (compreso incesto e stupro) a meno che la vita della donna non sia in pericolo. La Costituzione irlandese, al suo ottavo emendamento (datato 1983), “lo Stato riconosce il diritto alla vita del nascituro e nel rispetto della parità di diritto alla vita della madre, garantisce nelle sue leggi di rispettare e per quanto possibile, di difendere e rivendicare questo diritto”.

The State acknowledges the right to life of the unborn and, with due regard to the equal right to life of the mother, guarantees in its laws to respect, and, as far as practicable, by its laws to defend and vindicate that right.

Dobbiamo credere che il matrimonio creerà una società libera ed eguale?
I diritti riproduttivi consentono alle donne di avere il controllo sulle loro vite. L’accesso all’aborto è sia una questione di salute che di diritti umani. Abbiamo il diritto di non partorire e di non crescere i figli. Abbiamo il diritto di non mettere a repentaglio la nostra vita attraverso una gravidanza.
Il motivo per cui stiamo ancora combattendo per una giustizia riproduttiva, mentre il matrimonio tra persone dello stesso sesso è ampiamente supportato, è perché l’aborto è qualcosa per le donne. E le vite delle donne non sono ancora di primaria importanza per la maggior parte degli uomini progressisti e liberali. Gli uomini non restano gravidi, per cui la gravidanza non è un loro problema (o meglio non lo è perché culturalmente e materialmente se ne tirano fuori, ndr). Il matrimonio e la famiglia nucleare mantengono le donne sottomesse agli uomini e garantiscono che noi donne continuiamo a far nascere e ad accudire i figli degli uomini (e mantengono le donne dipendenti dagli uomini), mentre i diritti riproduttivi consentono alle donne di restare indipendenti, in molti modi.
Il matrimonio non è un’istituto progressista. Si tratta di una istituzione fondata sul concetto di donna come proprietà, negoziata tra uomini, e continua ad essere un luogo di oppressione per molte donne ancora oggi. Più di un terzo dei femminicidi nel mondo avviene per mano dei partner (qui). L’abuso domestico uccide più persone delle guerre (qui). L’atto più progressista che potremmo fare è quello di abolire questa istituzione una volta per tutte. Rifiutare che il giorno del nostro matrimonio diventi il più importante della nostra vita. Rifiutare di perpetuare l’idea che diventare una moglie è una cosa a cui aspirare e da celebrare. Respingiamo l’idea che questo sia l’unico modo corretto di vivere e di amare e di avere una famiglia, con questi parametri così restrittivi che svalutano tutti i rapporti che non rientrano nel genere “marito e moglie”. Rifiutiamo l’idea che solo coloro che scelgono di sposarsi possano avere accesso a diritti e privilegi che i “non sposati” non possono avere (qui).

(Si tratta di fare un passaggio ulteriore, di civiltà. Perché sposarsi spesso è una necessità dettata da certi vincoli normativi/burocratici, oltre che culturali, ndr).

Sappiamo che la maternità e il matrimonio sono universalmente considerati “cosa buona” per le donne. La gravidanza è pericolosa, la cura dei figli e i lavori di casa – che le donne continuano a fare in misura maggiore – sono sottovalutati e non pagati, le donne continuano ad acquisire il cognome del partner maschile dopo il matrimonio, in osservanza e sottomissione degli ideali patriarcali e naturalmente la violenza continua ad essere centrale nelle vite di molte donne “spose beate”. Spesso quando le donne fuggono da queste relazioni, continuano ad essere finanziariamente, psicologicamente e emotivamente abusate dai loro ex mariti, che le torturano in tribunale cercando di portargli via i figli.
Il fatto che le relazioni omosessuali siano state riconosciute come legittime è sicuramente una gran bella cosa. Ma il fatto che sia il matrimonio a definire cosa sia o non sia una relazione legittima rimane un problema. Oltre a ciò, i matrimoni non garantiranno parità e diritti umani per le donne. Potranno essere divertenti e incantevoli (possono anche essere noiosi, tremendamente ricchi e estremamente sessisti), ma non smetteranno di esercitare la loro oppressione.
Sono le donne – il 51% della popolazione mondiale – che rimangono il più grande gruppo di esseri umani oppressi del pianeta (e tra queste le donne di colore e le donne povere soffrono in modo particolare l’oppressione del patriarcato capitalista e si scontrano con gli ostacoli ad aborti sicuri qui e qui). Si tratta di donne che quotidianamente continuano ad essere sottovalutate, sfruttate, violentate e abusate dagli uomini, in quanto donne. Ci piacerebbe pensare che i nostri diritti, la nostra umanità e la nostra uguaglianza stiano tra le preoccupazioni di coloro a cui stanno a cuore questi temi. Perciò fino a quando i progressisti in Irlanda (e non solo) non renderanno la libertà delle donne una priorità, non avrò nulla da festeggiare.

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