Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Quando ci troviamo senza gli strumenti per avviare un confronto e un’analisi nel merito


Il sessismo

Il sessismo permea ogni aspetto, luogo, contesto, ambito, dalla vita privata al lavoro, non è mai giustificato, ma qualcosa di adoperato quotidianamente in modo più o meno evidente, ostile, esplicito, per ripristinare l’ordine patriarcale, costruendo e alimentando una inferiorità della donna, la sua sottomissione, facendo da sponda a violenza e abusi, sfruttamento e oggettivazione. In pratica, conservare dominio e controllo sulle donne, tramandando e confermando la cultura patriarcale. Il sessismo, parte del bagaglio misogino, non è qualcosa di innocuo, ma è altamente dannoso per la sua capacità di penetrare nella mentalità e nel pensiero di chi lo assorbe, costruisce stereotipi che impediscono un ragionamento scevro da condizionamenti e pregiudizi, in questo caso maschilisti.

In questi giorni ho riflettuto molto sull’ultimo caso di Sfera Ebbasta, sui testi trap, rap, la musica. Mi sono data il tempo per ascoltare e per elaborare. E mi sono posta molte domande, a cui devo dire non ho trovato risposte certe. Posso solo tentare un ragionamento, un’analisi e proporle perché dal confronto possa nascere un dibattito, compiendo un passo in avanti, scorgendo sfumature che nelle contrapposizioni del bianco/nero non sono facili da trovare.

E le femministe?

Immancabile, direi. Questo articolo richiama le femministe, e già su questo dovrebbe accendersi una lampadina. Gli uomini ci spiegano le cose e ci suggeriscono anche su cosa, perché, quando e come mobilitarci, indignarci e prendere posizione. Si chiama mansplaining, che va a braccetto con il paternalismo. E no, troppo facile, soprattutto perché non è roba da donne, ma è una questione che riguarda sia uomini che donne, intacca il pensiero, il linguaggio e la prassi di entrambi i sessi, quindi si tratta di prendere le distanze da un meccanismo che sembra innocuo ma non lo è. Per un approfondimento rimando all’ottimo articolo di Donatella Caione che su questi temi è attiva da anni.

Detto questo, il sessismo è pane quotidiano essenzialmente perché è il modo di agire più semplice e immediato per ristabilire una gerarchia, un gradino, per svilire ogni tentativo civile di dialogo e confronto, silenziare e per annichilire, anche per poter riaffermare l’inferiorità delle donne, all’occorrenza, qualora mai si pensasse di aver raggiunto parità e uguaglianza. Una questione insanata, tuttora aperta, se pensiamo ai fiumi di riflessioni femministe a partire da Simone de Beauvoir, per giungere al prezioso lavoro di Chiara Volpato in Deumanizzazione. Come si legittima la violenza e Psicosociologia del maschilismo. Pensare che sia solo un problema di rap/trap o di un genere musicale sarebbe assai riduttivo, semplicistico, quando in effetti è solo un pezzo del puzzle, basta leggere i giornali e guardare nel nostro quotidiano, le pubblicità, per accorgersi quanto diffuso sia questo mal-vezzo. Politici e rappresentanti istituzionali partecipano numerosi a questa affermata consuetudine. Tassello dopo tassello, goccia a goccia lo stillicidio scava e crea voragini grandi come grand canyon culturali. Una sorta di erosione mentale, da cui è complicato uscire.

Censura? Quali interventi?

Il primo vero enorme problema non è pensare di censurare, che sappiamo non ha mai funzionato, ma come lavorare affinché i fruitori di questi prodotti e contenuti, che provengono da più parti, siano in grado di decodificarne il senso, sezionarlo, analizzarlo, coglierne ogni aspetto, anche quelli nocivi, elaborare un’opinione e capirne il significato, ovvero tutto ciò che compone il pensiero critico. Una cassetta per gli attrezzi che torna utile non solo in caso di sessismo. Per questo un’educazione di genere, alle differenze, a relazioni tra uomini e donne fondate sul rispetto e la parità, al contrasto degli stereotipi e linguaggio sessisti, ci appare l’unico vero strumento che abbiamo per intraprendere un percorso, quanto meno una riflessione. Non possiamo crogiolarci nel senso di ineluttabilità, di immutabilità, per cui certi modelli culturali ci sono sempre stati e ci saranno sempre. Altrimenti saremmo sempre fermi a considerare normali certi comportamenti. Invece le cose cambiano e in tanti aspetti si sono fatti passi in avanti, per esempio abolendo il delitto d’onore, il matrimonio riparatore e riconoscendo la violenza sessuale come reato contro la persona. Evitiamo di applicare il solito metodo di di mettere sotto il tappeto le questioni, liquidandole come roba da bacchettone femministe che non comprendono l’arte. Non si tratta di questo e ancora una volta si tratta di un invito a non sottovalutare e ragionarci almeno un po’. Non possiamo sempre sviare dalle sollecitazioni che la nostra realtà ci pone. Come dire, chiudiamo qui la faccenda perché sull’arte non si discute, nulla di più sbagliato, perché l’arte e i fenomeni stessi ci spingono a far emergere elementi, generando una dialettica che possa produrre anche cambiamento.

Purtroppo sempre vero e attuale ciò che dicevamo l’anno scorso a proposito del brano Yolandi di Skioffi:

“Non è una novità, non è il primo caso, né sarà l’ultimo. A livello musicale abbiamo una lunga tradizione, una sorta di visione mitizzata dell’uomo che abusa, agisce il proprio potere di vita e di morte su una donna. Così come non sono nuovi epiteti e gergo. Sembra che ci si compiaccia in questa sequenza orrorifica. Anche questo fa parte di un certo merchandasing della violenza, una esibizione ostentatamente machista. Si ricalca un modello, lo si cosparge di un po’ di glitter, di una parvenza artistica e lo si dà in pasto al pubblico. Si vende questo prodotto e il relativo corollario di subcultura maschilista, sessista e violenta.

Qualcuno potrebbe sostenere che è una “istantanea” del punto di vista distorto del femminicida. Eppure il rischio emulazione, di immedesimazione è altissimo e ci dobbiamo chiedere se vale la pena lasciar correre. Soprattutto se quel pubblico è composto di giovanissimi, digiuni di chiavi di lettura e di mezzi per guardare oltre la superficie. Ci chiediamo che impatto possano avere simili contenuti su un individuo in formazione, che sta costruendo una propria idea e percezione delle relazioni affettive.

Non è sufficiente segnalare un contenuto, una foto, un video, un testo sul web, sui social, perché ve ne saranno altri mille similari e comunque il brano e quello che diffonde continueranno a girare altrove. Occorre allargare lo sguardo di azione facendo riferimento all’urgenza di un intervento educativo massivo che doti i ragazzi degli strumenti per decodificare certi messaggi e valutarne senso e conseguenze.”

Al momento questo tipo di interventi restano a macchia di leopardo, non sono sistematici, anzi c’è chi li ostacola con forza, ed è proprio questo il punto. So bene, per esperienza diretta, quanto bisogno c’è di diffondere questo tipo di esperienze, quanto bisogno di confronto e di approfondimento c’è tra i ragazzi e le ragazze e quanto arricchimento reciproco si sprigiona quando si propongono certi percorsi.

Il sessismo, la violenza, la trasgressione

La trasgressione è qualcosa di naturale e alimento irrinunciabile dalla pre-adolescenza in poi. Una fase per misurare i propri limiti, conoscersi, esplorare, formarsi. Ci siamo passati/e tutti/e, con varie declinazioni e zig zag. Conosciamo e ricordiamo tutto quello che rappresenta quel senso del “proibito”, sconosciuto limite da superare ad ogni costo. Quindi non è possibile farne una questione di scontro generazionale, di adulti che non comprendono le nuove generazioni. Non possiamo nemmeno farne un elemento distintivo legato al nostro tempo attuale. Perché sappiamo che così non è. Dobbiamo però tener conto del rischio normalizzazione, emulazione della violenza e dei comportamenti veicolati, in totale assenza di mezzi e strumenti di decodifica e contestualizzazione.

Il disagio. La presa di coscienza

Esistono brani della storia del rock che raccontano disagio, rabbia, depressione, dolore e riescono a esprimerlo attraverso figure, metafore, non solo attraverso un linguaggio esplicito. Narrare una storia non è mai semplice, è una dote, un talento, qualcosa di speciale. Ecco ci sono modalità differenti che riescono a parlare del medesimo tema ma a proporlo in termini tali da attivare la riflessione. Non si intende fare una valutazione del livello artistico, semplicemente sarebbe bello educare all’ascolto e a scavare nei testi, proponendo un lavoro critico a riguardo. Un po’ come entrare in un romanzo, fare letteratura. Ricordo il metodo di insegnamento della mia insegnante di inglese delle superiori, per cui i brani musicali erano parte del percorso, al pari di una poesia, di un testo teatrale o del romanzo. Si può fare, anzi è un modo per avvicinarsi ai ragazzi e alle ragazze, entrare in un mondo a loro più in sintonia. Ma occorre saperlo fare, senza alcuna presunzione e restando “in ascolto”. L’autore dell’articolo sopra citato sul Il Fatto Quotidiano, Fabrizio Basciano, musicologo, musicista, docente potrebbe iniziare ad occuparsi di questo, anziché chiedersi in modo retorico cosa fanno le femministe a riguardo.

Responsabilità. Mercato, produttori, industria discografica, domanda e offerta

Per Federica Sciarelli, Sfera Ebbasta non ha responsabilità per quanto accaduto a Corinaldo, però, a suo parere andrebbe fatta una seria riflessione sui messaggi che veicola con le proprie canzoni. Ma a questo punto occorre allargare lo sguardo. Riprendo le argomentazioni del rapper Kento: “la fruizione della musica è cambiata più negli ultimi 15 anni che nei precedenti 150 e ovviamente l’industria non può non tenerne conto. Un esempio per tutti: sono sempre più rari i contratti discografici che comprendano solo l’elemento discografico e i concerti e non anche il merchandising e i diritti d’immagine in generale. Il prodotto è l’artista, non più la musica. Ecco la gara all’estremizzazione del look, dell’attitudine, in un certo senso anche dei testi.”

In questo c’è chiaramente un richiamo a una responsabilità più vasta, che tira in ballo direttamente un elemento che traina tutto: il mercato e ciò che crea business. Un moloch al quale tutto diventa sacrificabile, subordinabile.

E Kento suggerisce: “Un altro filo conduttore abbastanza discutibile tra la trap e una parte del rap classico è certo machismo e sessismo ostentato del quale, a 45 anni dalla nascita del movimento Hip-Hop, potremmo forse cominciare a fare serenamente a meno.” Non è un’impresa semplice, deve partire dai soggetti interessati questo farne a meno. Ma chiaramente domanda e offerta si influenzano a vicenda, i gusti stessi sono qualcosa di raramente spontaneo. E il potere degli artisti per poter prendere le distanze da una industria discografica che continua a investire in questo senso non è poi così forte.

Tra l’altro NUDM alcuni mesi fa aveva redatto un manifesto antisessista, proprio mettendo in connessione sessismo e hip hop/rap: “non un’imposizione o uno strumento di censura/autocensura ma un punto di partenza per una discussione seria e approfondita. A tutti gli artisti e le artiste che si riconoscono nei suoi valori chiediamo di sottoscriverlo e farlo girare.”


Insomma, la strada non ha soluzioni semplici e immediate. Né possiamo cucirci la bocca perché si tratta di arte o invocando la libertà di espressione.

Abbiamo più di qualcosa che non va e non riguarda solo la musica. Riguarda il nostro modo di rappresentare le donne, le relazioni, la costruzione di una maschilità nuova, di modelli fluidi che siano meno gabbie stereotipate, ma che sappiano accogliere le molteplicità dell’essere uomo e donna, di raccontare un’altra storia, che contempli rispetto e valorizzi le differenze. Sugli adulti il lavoro è indubbiamente più arduo e complesso, ma sulle nuove generazioni è tutto possibile, siamo in tempo per evitare che sessismo, misoginia e cultura patriarcale si cristallizzino e si fissino nel loro sentire e agire.

Concludo, ragionando su quanto accade sempre più frequentemente negli ultimi tempi: attacchi verbali e fisici nei confronti di donne con ruoli istituzionali. Un effetto del clima d’odio che purtroppo viene alimentato anziché arginato. Dimostra quanto vasta e diffusa sia l’abitudine alla prevaricazione e a colpire le donne, una violenza che non deve trovare più sponde e che va stigmatizzata sempre. Siamo immersi in un clima pesante, difficile, ostile, e ad essere uno dei bersagli privilegiati sono ancora una volta le donne, soprattutto se libere e portatrici di valori e contenuti positivi e progressisti. Si deve andare avanti con coraggio e perseveranza nella costruzione di una società priva di violenza e intolleranza, ma è una cosa che riguarda tutti/e noi nel quotidiano, nessun ambito può essere escluso.

Per approfondimento:

http://www.lascuoladellemamme.net/node/5052

https://francescoprisco.blog.ilsole24ore.com/2018/05/18/sciroppo-babbuini-e-sessismo-la-trap-fatta-a-pezzi-dal-rapper-vecchia-scuola/

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Come ci insegnano a scindere

Little Girl & Baby Elephant

Quando bambini e bambine vivono immersi in culture che tendono a tenere distinti la ragione e l’emozione, la mente dal corpo, il sé dalle relazioni, e quando queste separazioni ineriscono all’identità di genere e ai ruoli che ci si attende da ciascun individuo, essi si sentiranno in un certo senso a vivere dissociandosi dagli aspetti di sé che li collocherebbero “fuori norma”, come maschi o come femmine. Fino a conformarsi per “essere come dovrei essere”. Come se ci fosse una sorta di iniziazione al patriarcato, condizionata dal genere e rafforzata dall’esclusione e dell’umiliazione, come sostiene Carol Gilligan.

Questo crea un grande pericolo, la perdita di sé, temporanea o permanente. Quello che nella nostra adolescenza aveva una importanza enorme era l’appartenenza a un gruppo di amici, e spesso per poter essere adatt* ci siamo trovati a confrontarci con ciò che di noi poteva o meno essere accettabile o crearci qualche problema. Abbiamo rischiato di perdere la nostra voce e la nostra capacità di essere noi stessi, di smarrire il nostro sé, a furia di smussare o di apparire conformi. L’iniziazione che avviene in adolescenza verso i canoni di virilità o dall’altro di “brava ragazza”, chiede di conformarsi ai canoni patriarcali, a codici secolari, pena l’isolamento, l’offesa, la condanna, la derisione, l’esclusione.
Queste scissioni per molto tempo sono state considerate necessarie allo sviluppo dell’individuo, della crescita per diventare adulti, come se fossero naturali e sintomo di civiltà. Considerare questo come “naturale”, “parte di noi”, anziché come qualcosa di culturale, fa parte di un processo di interiorizzazione della struttura di dominio di stampo patriarcale, come se si insabbiasse nella nostra psiche.

Come superare indenni queste fasi, quando la nostra resilienza viene messa a dura prova? Come scegliere tra avere voce o avere relazioni, cercando possibilmente di conservare entrambe? Perché si sa che le donne che esprimono la propria opinione o dimostrano di essere individui con pensiero e capacità di ragionamento autonomi, sono considerate non conformi, pericolose. A quanto pare nella fase adolescenziale (p. 43 C. Gilligan) le ragazze sono maggiormente esposte al rischio di un incremento di depressioni, disturbi del comportamento alimentare, tendenze autolesionistiche; mentre per i maschi si ha un incremento di suicidi e di omicidi.

A un certo punto succede (questo è un po’ quello che mi è capitato, molto tardi, rispetto alla mia adolescenza) che la nostra forma originaria, ciò che riesce a tenere insieme tutte le cose che ci hanno consigliato di tener separate, a un certo punto si ricomponga, sì, certamente subirà altri (periodici) attacchi, ma sarà come tornare a casa, dopo una separazione forzata da noi stessi. Se avere relazioni e sentirsi accettati implica la perdita della propria voce, coerenza, il senso del nostro agire, forse qualche riflessione in merito va fatta. Come se si stesse svelando un trucco che ci teneva prigionieri di un ruolo, di uno stereotipo, di un non essere sé, di una non autenticità. Per ricordarci ogni tanto chi siamo e non ciò che ci si aspetta che siamo. Nel nostro agire privato e pubblico, naturalmente.

Vorrei proporvi alcune argomentazioni di Carol Gilligan, a proposito di questa scissione della coscienza, di come ricomporla e di quale sia il ruolo delle donne nel cammino di liberazione della nostra società dal patriarcato, che azzoppa anche il concetto stesso di democrazia.

“Proverò a dimostrare che non è una questione di essenzialismo o di socializzazione, ma una questione di sviluppo o di iniziazione. Non è che noi, le donne, siamo essenzialmente differenti dagli uomini o che siamo tutti uguali, o che gli uomini e le donne siano educati a ricoprire ruoli differenti, come spesso accade. Il punto è che una psiche sana, così come un corpo sano, resiste alla malattia (dovrebbe, ndr). Tra la natura umana e le strutture del patriarcato si genera un profondo conflitto, che porta una psiche sana a resistere ad un’iniziazione che impone la perdita della voce e il sacrificio delle relazioni. La psiche lotta per liberarsi dalla dissociazione, dalle scissioni della coscienza, che relegano parti di noi e della nostra esperienza, al di fuori della consapevolezza. Altrimenti le donne come avrebbero potuto trovare la forza per assicurarsi l’azione, il diritto alla proprietà, il voto, una retribuzione equa e la libertà, compresa la loro liberazione da ciò che Lyn Mikel Brown e io abbiamo chiamato “la tirannia dell’essere carina e gentile”? Come potrebbero altri liberarsi della colonizzazione sia psicologica che politica? Il neurobiologo Antonio Damasio sostiene che registriamo la nostra esperienza momento per momento. Nel corpo e nelle emozioni registriamo la musica o “il senso di ciò che accade”. Quando non riusciamo a registrare questi segnali, i pensieri finiscono per separarsi dall’esperienza e allora è facile cadere sotto l’influenza di una falsa autorità” (pagg. 47-48, La virtù della resistenza).

In pratica, per Gilligan esiste qualcos’altro che determina il prevalere o meno, il perpetuarsi di una struttura culturale di tipo patriarcale, che implica quella scissione. A monte c’è un conflitto tra noi e quel tipo di cultura. Il nostro grado di resistenza viene messo a dura prova, e naturalmente entrano in gioco molti fattori, come quello di poter avere un corpo psichico, congiunturale, “sano”, con anticorpi (culturali) e sentinelle che ci consentano di opporci. Chiaramente, essere “sani” corrisponde a un contesto (personale e culturale) favorevole, di sostegno, che ci consenta di dire no. A mio avviso, in alcuni ambienti, in una fase della vita in cui i passaggi sono spesso turbolenti, diventa complicato avere dalla propria parte un atteggiamento sereno, ragionevole, capace di osservare obiettivamente il mondo che ci circonda. Ci ricordiamo tutti cosa comporta crescere e diventare adulti. Quando non si ha l’abitudine a pensare e a riflettere, a interrogarsi, è come se la nostra esperienza del mondo subisse uno strappo dal nostro vero essere, come se ci fosse una vita del corpo che non collima con quella del pensiero, che a questo punto è più facilmente esposto ad attacchi di ogni tipo, anche quelli che ti portano a pensare che l’ordine patriarcale sia l’unico possibile, giusto e benefico.
Noi donne siamo in grado di riconoscere, prendere consapevolezza e resistere a tutto questo, lo abbiamo dimostrato. Aiutiamo tutte le donne, le ragazze ad acquisire gli strumenti per fare trincea e resistere. Ancora una volta, a mio avviso è cruciale una rivoluzione culturale permanente e mettere in campo una sorta di alfabetizzazione femminista di base. Spiegando che l’unica vera via di fuga da una vita “al guinzaglio degli stereotipi e dei ruoli precostituiti di genere” è non smettere mai di usare la propria testa, leggere tanto e domandarsi sempre il perché delle cose, per sapere dove ci si trova, per sapere chi si è davvero.

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L’efficacia simbolica del divario di genere

 

Dati OCSE

Dati OCSE

 

Ho recuperato un interessante e ben documentato articolo di Máriam Martínez-Bascuñándi pubblicato su El Diario (qui). L’ho tradotto e lo condivido, perché lo ritengo utile per le nostre riflessioni.

 

La discussione accademica sulla giustizia di genere ha mostrato evidenze empiriche per dimostrare che oggi permane una diseguaglianza strutturale che attraversa le nostre società, causando gravi squilibri di potere tra uomini e donne. In relazione a ciò, la grande domanda che ne deriva è da dove ha origine questa struttura di diseguaglianza e come possiamo identificarla?

Sappiamo che esiste una struttura economica che genera specifiche forme di ingiustizia distributiva di genere, e che comprende lo sfruttamento basato sulla disuguaglianza di genere in termini di salari, carenza di potere, emarginazione e privazione. Sicuramente, una delle principali manifestazioni di questa ingiustizia distributiva specifica di un determinato genere, ha a che fare con il mantenimento di una struttura sociale di base che perpetua la divisione sessuale del lavoro.
Secondo Iris Marion Young (qui) la divisione sessuale del lavoro è radicata in una ripartizione dei compiti per ruoli di genere. Questa divisione sessuale del lavoro è parte della struttura economica delle nostre società che considerano normale che le donne debbano investire primariamente le proprie energie nei compiti di cura della casa, dei bambini, delle persone non autosufficienti e di tutti gli altri membri della famiglia.
Questa divisione del lavoro porta alla disparità, come quella di tutte le persone che lasciano il lavoro dopo un anno dalla nascita del figlio, l’85% sono donne. O che ogni 26 donne che scelgono il part-time per “conciliare” (casa-lavoro, ndr), solo un uomo compie la stessa scelta (qui).
O come dice l’ultimo rapporto OCSE (qui), le donne tra i 25 e i 34 anni acquisiscono maggiori titoli universitari rispetto agli uomini, ma il loro livello di occupazione (qui) è più basso perché molte di loro sono costrette ad assumere il tradizionale ruolo di “badanti” (qui).

A causa di ciò si alimenta un immaginario sociale che identifica la donna in un determinato tipo di attività, mentre si genera un sistema di aspettative che le vengono imposte, moltiplicando le difficoltà per poter sviluppare altre competenze o dedicare il suo tempo ad altre attività che non siano in primo luogo di cura. Questo insieme di aspettative, di immagini, di stereotipi, di norme sociali e istituzionali costruiscono un ordine culturale responsabile del fatto che le donne partono con uno svantaggio competitivo in termini di potere, di lavoro, di riconoscimento o di prestigio culturali.
Questo dimostra che il genere è una categoria ibrida radicata sia nella struttura economica che nell’ordine culturale delle nostre società. Pertanto, per eliminare la discriminazione di genere in modo efficace dobbiamo combattere su entrambi i fronti. Il fronte economico e quello simbolico. Comprendere la natura bidimensionale del genere è la chiave per comprendere la complessità della discriminazione di genere e perché tuttora si verifica (qui).
Tuttavia, nello stesso modo in cui sembra che la struttura economica sia qualcosa di tangibile, misurabile, facile da identificare e da spiegare, non è così con l’altra faccia della discriminazione di genere che la rende bidimensionale, e si riferisce all’ordine simbolico. Per Nancy Fraser, il genere dal punto di vista simbolico dovrebbe essere visto come un modo di codificare modelli onnipresenti culturali di interpretazione e di valutazione, che sono fondamentali per capire il motivo per cui le donne continuano a subire discriminazioni. Questo modo di codificare i modelli culturali, rientra in quello che molte teoriche femministe, come Fraser, hanno designato con il termine “androcentrismo” (qui).

L’androcentrismo secondo la letteratura femminista (qui), è un modello istituzionale di valore culturale che privilegia i tratti associati alla mascolinità, mentre svaluta quelli codificati come “femminili”. Questo fenomeno rende talvolta anche inconsapevole l’uso di giudizi sulle competenze. Parliamo per esempio di ciò che Adrian Piper (qui) chiamò “discriminazione di ordine superiore”, che si verifica quando le persone sminuiscono gli attributi, le qualità nelle donne, che al contrario, solitamente, sono considerati degni di lode negli uomini, in quanto vincolati ai tratti maschili che la cultura androcentrica privilegia (ma solo negli uomini). Ci riferiamo ad esempio a comportamenti che mostrano l’ambizione, l’assertività o il pensiero indipendente. Da un punto di vista astratto, queste caratteristiche possono essere considerate come doti di qualcuno che si desidererebbe avere nella propria squadra di lavoro. Tuttavia, quando sono le donne a presentare tali caratteristiche, iniziano ad essere valutate come conflittuali, o come segnali di una incapacità di lavorare in squadra. Questo fa sì che a volte le donne sono inibite nel mostrare simili comportamenti, o che lo facciano al prezzo di subire, nei casi pià gravi, un trattamento umiliante e vessatorio, a volte derisorio, venendo etichettate come “poco femminili”.

Questi modelli valoriali androcenrici permeano la cultura popolare e l’interazione quotidiana. Sono diffusi in stereotipi e luoghi comuni, nelle rappresentazioni scritte e visuali, in cui di solito è difficile criticare il contesto in cui appaiono, perché ciò che viene presentato è dato come realtà, trasmesso con forza e accettato in modo subliminale, in modo tale che non venga percepito come discutibile. Questi stereotipi confinano le donne a una natura che spesso è legata in qualche modo ai loro corpi (o al dato biologico, ndr), e di conseguenza, non si può negare facilmente. L’esempio più evidente di questo potrebbe essere la cura e l’oggettivazione dei corpi. Gran parte di questo ordine culturale è dedicato al culto della bellezza femminile, ma, come sostiene Iris Young, lo stesso “camafeo ideal” (questa stessa ricerca di bellezza ideale, ndr) è in gran misura responsabile del fatto che la maggior parte dei corpi delle donne sono considerati “imperfetti” (qui).

Il paradosso consiste nel fatto che quella particolare forma di codifica della realtà distingue le donne come prima cosa perché sono donne, e allo stesso tempo le rende invisibili. Le etichette a partire da rappresentazioni stereotipate, oggettivizzanti e dispregiative dei media, le rendono invisibili o le includono in maniera non egualitaria rispetto alle figure maschili, nei dibattiti pubblici e nelle istituzioni deliberanti.
La rimozione dell’androcentrismo passa attraverso la trasformazione di questo ordine culturale di genere, rimpiazzandolo con modelli che esprimano pari presenza e rispetto per le donne. La teoria della comunicazione politica ci insegna che i fatti non possono essere studiati a partire dal modo in cui vengono presentati. Analogamente, l’ordine culturale non può essere svincolato da una lettura politica che mostra la connessione tra cultura, genere e potere. Al di là della assimilazione acritica dell’esistente, solo partendo da questa consapevolezza possiamo evidenziare i limiti delle nostre società e sondare tutte le sue potenzialità per progredire nella lotta contro la discriminazione di genere.

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The highest of values

Simone de Beauvoir

 

Oggi, nel 1908 nasceva Simone De Beauvoir.
Ritengo che lo studio e la lettura di testi, di articoli e di saggi siano dei passaggi imprescindibili per una maturazione personale e una presa di coscienza di sé, come donna. Questo discorso vale per tutti gli esseri umani, ma a maggior ragione per le donne, per secoli escluse o scoraggiate. Appunto la cultura. Vale per tutte le età della vita. Per evitare il pressappochismo, l’affastellamento di pregiudizi e di preconcetti, per crescere, l’unico modo è cercare risposte, attraverso anche le riflessioni di altre donne, di altre persone che prima di noi hanno fatto un percorso del pensiero e ci possono fornire gli strumenti per poter portare avanti un ragionamento autonomo. Questo preambolo perché? Di recente, parlando con una donna che sostiene di aver partecipato alle lotte storiche del femminismo (mi chiedo a cosa, visto che è una convinta antiabortista e sostenitrice dei valori tradizionali) sono rimasta basita dal suo rifiuto categorico dello studio, delle letture, lei buttava alle ortiche filosofe e storiche, pensatrici ecc. Perché? Perché secondo lei l’esperienza personale, il racconto di sé, ha maggior valore. Mi ha detto che lei “non ha voglia di perder tempo a studiare, tanto meno leggere, perché non le interessa leggere le altre, ma vale il vissuto, la parabola personale, il sentito dire, l’illusione di sapere perché si ha una vita alle spalle e non si accettano proposte, interpretazioni, idee diverse da quelle che da sempre abitano la propria testa”. Mi è stato velatamente fatto capire che “le mie” Simone de Beavouir & Co. mi conviene metterle nel cassetto o da qualche altra parte, perché, “chi se ne frega, avranno anche scritto tanto, ma a me non importa una beata fava di queste robe, ci sono le esperienze di vita vissuta che valgono e sono più che sufficienti per illuminarci la strada”. Vuoi mettere le esperienze del vissuto di questa donna con secoli di pensiero filosofico? “Non ho tempo per leggere nemmeno un articolo di giornale”, o “meglio non ne ho voglia e non trovo il tempo”, “non mi appassiona leggere”. Ecco che il pensiero individuale, il frullato di pregiudizi e di un’ottica egocentrica, ci portano unicamente verso un muro, un muro composto da noi, solo noi. In questo modo si è disposti solo teoricamente a mettersi in relazione e a confronto con l’altro o l’altra, restando saldamente ancorati al nostro io. Si sostiene che: “Bisogna mettersi dalla parte delle altre, ma senza dimenticare la propria”, che viene prima di tutto e tutti. Si comprende che la spinta verso l’altr* è solo di facciata, perché al centro di tutto c’è la propria persona, per la serie “se sostenere l’altra parte mi conviene, ok, lo faccio, se non ho un tornaconto personale, incrocio le braccia”. Un afflato altruista di una ipocrisia corrosiva. Io con questo tipo di persone smetto di investire le mie energie. Non ha senso parlare con una persona che crede di essere il verbo e che basta a se stessa. Sapete cosa sarebbe stato il femminismo senza lo studio della storia, della filosofia e dei classici del pensiero? Nulla, un pulviscolo fatto di opinioni personali come tante chiacchiere da bar. Se oggi è una galassia di movimenti culturali, lo si deve allo studio che per anni chi più chi meno ha dedicato. Oggi, sentirmi dire che l’azione politica e la prassi politica possa essere scevra da un lavoro teorico, mi fa venire voglia di dedicarmi allo studio delle riviste di gossip che si troviamo dal parrucchiere. Meglio parlare della nostalgia dell’Argentina di Tévez. Inizio a pensare che forse la banalizzazione e la liquefazione di una riflessione seria siano molto più diffuse di quanto pensassi. Continuerò il mio cammino altrove, possibilmente tra persone che non guardano inorridite un libro. Ecco perché così tante donne oggi non hanno bisogno di femminismo. Perché gli basta la vulgata che gli passano gli uomini e che da secoli il patriarcato diffonde a piene mani. Siamo immerse in questa non cultura, in questo parlare senza niente dietro. Io non ci sto. Perché poi mi sento anche dire che tutto sommato, un po’ di prostituzione non guasta, c’è sempre stata e sempre sarà così, che le posizioni abolizioniste non hanno poi tanto ragione, pensiamo agli uomini, poverini. Meglio, magari riaprire le sane case chiuse e lasciare che sia. Chi ha la sfortuna di incappare nel mondo della prostituzione, fatti suoi. Qualcuna si dovrà sacrificare, “si sa come sono fatti gli uomini”. Che non è poi tanto giusto punire i clienti. Mi torna in mente Mandeville a proposito della prostituzione: “E’ chiaro che v’è necessità di sacrificare una parte delle donne per salvare l’altra e prevenire sconcezze di natura più disgustosa”. Son passati secoli, ma c’è chi ancora parla in questi termini. Il problema è in primis una questione maschile, ma ci siamo dentro anche noi donne, sempre pronte a difendere il vecchio marciume patriarcale, a scusare l’uomo e le sue mille forme di violenza.

Leggere ti apre la mente e ti fa uscire dal tuo mono-pensiero che vuole assurgere a regola e ad assunto universale, valido a priori perché è uscito dalla tua testa. Non tutto ciò che la nostra testa e il nostro vissuto ci forniscono è valido e lo è universalmente. Leggere ci consente di riflettere e di far lavorare il nostro senso critico. La lettura ci consente di non essere passive. Leggere ci rende libere e non schiave di qualcosa o di qualcuno.

Buon viaggio, io vado avanti con le mie letture, con il piacere che provo condividendole con altr*.

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Una “tutela” come anestetico? No, grazie!

Marta Orlowska

Marta Orlowska

Riassumo qualche passaggio del testo di Lea Melandri Amore e violenza, che sarà il punto di partenza per alcune considerazioni che volevo condividere con voi.
Nel disagio della civiltà, Freud inizia a cogliere l’aspetto violento che si annida nell’amore, per quel retaggio primordiale che si porta dentro: la nostalgia dell’originaria unità a due. Violenta è l’appropriazione del maschio sul corpo femminile, da cui ha ricevuto cure e stimoli sessuali (il dominio patriarcale); violento è anche il sogno d’amore, inteso come fusione di due esseri in uno, una ricomposizione del maschile e del femminile. La pulsione di morte è la tentazione di risolvere definitivamente la questione. L’aggressività è necessaria per conservare quell’unità ideale, trovando una minaccia all’esterno (questo vale anche per i gruppi, le nazioni e le etnie). L’Eros ha in sé una logica di conflitto (amore e guerra, in un rapporto di dipendenza circolare), che si può esprimere attraverso un’appropriazione del corpo femminile, la chiusura della donna in un ruolo di madre, di cura, la sua esclusione dalla comunità e dagli ambiti decisionali (salvo poi, nelle società che si ritengono più “avanzate”, destinarle le briciole della torta del potere).
“Lo stupro e l’omicidio sono le forme estreme del sessismo e sarebbe un errore considerarle isolatamente, come se non fossero situate in una linea di continuità con rapporti di potere e culture patriarcali che, nonostante la costituzione, le leggi, i valori sbandierati della democrazia, stentano a riconoscere la donna come persona”.
Relegare la donna a un ruolo puramente sessuale e legato alla procreazione, la cancellazione della donna come persona, individualità, soggetto politico produce inevitabilmente uno svilimento del suo corpo, che diventa vile, come quello di uno schiavo, di un prigioniero, su cui l’uomo ha esercitato da sempre, fino alle soglie della modernità, un potere di vita e di morte. Questa mentalità (di cui parla anche Zaron Burnett qui) è arrivata nel nostro contemporaneo (società, istituzioni, rapporti umani) e lo ha contaminato, rendendo latente (ma non meno pericolosa) questa pulsione, ma non l’ha cancellata. La violabilità del corpo femminile è un fattore culturale che ha permeato la comunità occidentale, dalle sue origini greche, romane e cristiane. La violenza non è un corpo estraneo, passeggero, frutto di un raptus: è un ingrediente delle nostre radici, con cui ci si deve confrontare. Fin quando non si affronterà questo problema in questi termini, nulla verrà risolto.
Per quanto riguarda gli aspetti emancipatori delle donne: se queste vengono messe sotto “tutela”, “protezione” attraverso nomine, concessioni di incarichi da parte dell’uomo, che le “includono” nel circolo del potere maschile e gli concedono uno spazio, si sarà compiuto un ennesimo atto di quel gioco sottile che è sempre stretto nelle redini maschili. Il cerchio del controllo dell’uomo sulle donne non si aprirà finché non saremo in grado di affrancarci da questi meccanismi, finché non ci rifiuteremo di essere la longa manus di qualcun altro che ci concede di esibire il nostro sorriso e nulla più. Vogliamo veramente che venga riconosciuto il nostro giusto valore? Evitiamo di essere l’ombra di noi stesse e la trasfigurazione di un corpo che non ci appartiene e che viene ancora una volta adoperato per essere merce e complemento d’arredo, in uno spettacolo in cui le decisioni e le scelte sono sempre dell’uomo. Diciamo pure no a questo spettacolo mutilatorio delle nostre aspirazioni legittime. Perché anche questa è violenza, quando il corpo, la materialità, l’involucro, sostituisce la donna come persona, soggetto di diritti, di saper fare e di contenuti. E se non ci accorgiamo di essere diventate ancora una volta merce, prodotto manipolabile, allora è giunto il momento di svegliarci. E faccio un appello alle donne: cerchiamo di riempire di senso le nostre azioni, dai sorrisi ad ogni cosa, educhiamo le più giovani a non separare corpo, anima, sentimenti e mondo interiore. Educhiamole a una giusta percezione di sé, del mondo in cui vivono, dei rapporti umani, delle relazioni, del denaro e di quel che è il vero successo (la trasmissione Presa Diretta di ieri sera testimonia un buco nero nella nostra comunità sociale). Quando i media esibiscono un corpo di una donna, svuotato della sua essenza, stanno proponendo un messaggio pericoloso: il successo, la carriera, i soldi e il potere per una donna vanno conquistati unicamente ammiccando e facendo la gattina. E purtroppo a noi donne, a quel corpo che portiamo in giro, viene sempre chiesto di dimostrare mille volte in più il nostro valore e il nostro merito rispetto a quanto viene preteso da un uomo. Concentriamo le nostre energie su un cambiamento culturale, che deve partire da noi stesse. Pretendiamo dagli uomini un reale cambio di rotta e di mentalità e non accettiamo regalini, carriere facilitate, insomma le briciole. A partire anche dal linguaggio, perché le parole contano tanto, forse più delle immagini. Il mutamento dev’essere profondo, noi donne dobbiamo esserne il motore propulsivo, altrimenti ci saremo rese complici di un mancato cambiamento. Non possiamo attendere che l’uomo, da solo, porti avanti quella rivoluzione culturale necessaria. Non dobbiamo mollare.

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