Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Svestirsi degli stereotipi e dei ruoli di genere

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Negli ipermercati e nei negozi di giocattoli spesso ci imbattiamo in colonne di prodotti segmentati per genere, ce ne accorgiamo con un semplice colpo d’occhio, colonne visibilmente colorate in maniera tipica per genere, con giocattoli spesso rigorosamente ordinati sulla base del destinatario ideale di genere. Addirittura c’è chi demarca nettamente i reparti Bambini/Bambine.
Vorrei spiegare alcuni concetti brevemente, semplicemente, affinché si comprenda cosa sono gli stereotipi di genere, come si costruiscono e perché è così importante intervenire sin dalle prime fasi di vita. Perché non è così scontato e non si tratta delle solite elucubrazioni da femministe.
Il genere è una costruzione socio-culturale, una serie di comportamenti indotti dalla comunità alla quale l’individuo appartiene e dalla cultura in cui è immerso. Questa costruzione attribuisce ad ognuno dei due sessi caratteristiche e capacità diverse. Una serie di caratteri che cambiano a seconda del periodo storico, dalla morale, della società. Insomma ciò che definisce regole e comportamenti “maschili” e “femminili” ha inizio sin dalla prima infanzia, tanti piccoli tasselli di genere che contribuiscono a formare l’identità di genere.
Tutto può iniziare da piccolissimi, quando ci viene chiesto di essere conformi a un ideale, di maschio o di femmina, quando si avvertono i primi tentativi di segregazione per genere. L’uso dei colori, rosa per le bambine, azzurro per i bambini, è solo uno dei tasselli che di fatto creano una gabbia. Non è un problema di colore, ma di cosa c’è dietro l’uso dei colori, di cosa veicolano, di cosa sono impregnati. Quando si commercializzano libri come “Parole per Bimbe e Parole per Bimbi”, si compie un’operazione dalle ricadute non proprio innocue: come se lo sviluppo del linguaggio dovesse avvenire separatamente, come se fosse necessario sviluppare differenti qualità, orientamenti, lessico in funzione di ruoli, qualità, capacità e caratteristiche che da adulti dovranno essere ben distinte.
Vestiti, giochi e giocattoli, attività e libri separati, differenziati per genere diventano l’humus di una cultura che separa e crea stereotipi che diventano sempre più difficili da cancellare. Nel caso ci si voglia discostare da questi schemi culturali, si correrà il rischio di essere visti come una anomalia. Invece,occorrerebbe incoraggiare sin da piccoli ad avere gusti e interessi autonomi, non indotti da una aspettativa sociale, che classifica in un determinato modo e che si attende comportamenti e idee stereotipate.

 

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Questo l’approccio del neo presidente Marco Bestetti con gli #stereotipidigenere. Si arruolerebbe nell’Isis pur di riportare le donne sotto controllo e consolidare i secolari ruoli di genere. Trovo alquanto preoccupante e inaccettabile che un rappresentante istituzionale inneggi all’Isis per dileggiare la decisione di Coop Lombardia.
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Al Presidente del Municipio 7 di Milano Marco Bestetti, ho consigliato di leggere questo articolo, per recuperare delle informazioni dettagliate sulle implicazioni degli stereotipi di genere.

Mi ha risposto così:

commenti

Come buttare alle ortiche anni di studi di genere, che hanno contribuito in modo significativo alla conoscenza di tematiche rilevanti che hanno modificato l’approccio in varie discipline, dalla medicina alla psicologia, all’economia, alla giurisprudenza, alle scienze sociali. Attraverso un lavoro e un cambiamento culturali si possono ridurre pregiudizi e discriminazioni basati sul genere e sull’orientamento sessuale.
Per Bestetti gli studi di genere e l’attenzione a un superamento degli stereotipi e dei ruoli codificati sulla base del genere sono “paranoie”.
Questo significa che non ha intenzione di occuparsene. Forza Italia 2.0.

Vorrei concludere ricordando che il concetto di genere e l’attenzione alle differenze lo troviamo ne Il secondo sesso di Simone de Beauvoir (1949), mentre la sua prima definizione scientifica venne formulata dall’antropologa Gayle Rubin in The Traffic in Women del 1975.

Infine, nel testo C’è Differenza di Graziella Priulla c’è uno studio accurato e le fonti bibliografiche a cui Bestetti potrebbe attingere per approfondire la materia ulteriormente.

 

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Come ci insegnano a scindere

Little Girl & Baby Elephant

Quando bambini e bambine vivono immersi in culture che tendono a tenere distinti la ragione e l’emozione, la mente dal corpo, il sé dalle relazioni, e quando queste separazioni ineriscono all’identità di genere e ai ruoli che ci si attende da ciascun individuo, essi si sentiranno in un certo senso a vivere dissociandosi dagli aspetti di sé che li collocherebbero “fuori norma”, come maschi o come femmine. Fino a conformarsi per “essere come dovrei essere”. Come se ci fosse una sorta di iniziazione al patriarcato, condizionata dal genere e rafforzata dall’esclusione e dell’umiliazione, come sostiene Carol Gilligan.

Questo crea un grande pericolo, la perdita di sé, temporanea o permanente. Quello che nella nostra adolescenza aveva una importanza enorme era l’appartenenza a un gruppo di amici, e spesso per poter essere adatt* ci siamo trovati a confrontarci con ciò che di noi poteva o meno essere accettabile o crearci qualche problema. Abbiamo rischiato di perdere la nostra voce e la nostra capacità di essere noi stessi, di smarrire il nostro sé, a furia di smussare o di apparire conformi. L’iniziazione che avviene in adolescenza verso i canoni di virilità o dall’altro di “brava ragazza”, chiede di conformarsi ai canoni patriarcali, a codici secolari, pena l’isolamento, l’offesa, la condanna, la derisione, l’esclusione.
Queste scissioni per molto tempo sono state considerate necessarie allo sviluppo dell’individuo, della crescita per diventare adulti, come se fossero naturali e sintomo di civiltà. Considerare questo come “naturale”, “parte di noi”, anziché come qualcosa di culturale, fa parte di un processo di interiorizzazione della struttura di dominio di stampo patriarcale, come se si insabbiasse nella nostra psiche.

Come superare indenni queste fasi, quando la nostra resilienza viene messa a dura prova? Come scegliere tra avere voce o avere relazioni, cercando possibilmente di conservare entrambe? Perché si sa che le donne che esprimono la propria opinione o dimostrano di essere individui con pensiero e capacità di ragionamento autonomi, sono considerate non conformi, pericolose. A quanto pare nella fase adolescenziale (p. 43 C. Gilligan) le ragazze sono maggiormente esposte al rischio di un incremento di depressioni, disturbi del comportamento alimentare, tendenze autolesionistiche; mentre per i maschi si ha un incremento di suicidi e di omicidi.

A un certo punto succede (questo è un po’ quello che mi è capitato, molto tardi, rispetto alla mia adolescenza) che la nostra forma originaria, ciò che riesce a tenere insieme tutte le cose che ci hanno consigliato di tener separate, a un certo punto si ricomponga, sì, certamente subirà altri (periodici) attacchi, ma sarà come tornare a casa, dopo una separazione forzata da noi stessi. Se avere relazioni e sentirsi accettati implica la perdita della propria voce, coerenza, il senso del nostro agire, forse qualche riflessione in merito va fatta. Come se si stesse svelando un trucco che ci teneva prigionieri di un ruolo, di uno stereotipo, di un non essere sé, di una non autenticità. Per ricordarci ogni tanto chi siamo e non ciò che ci si aspetta che siamo. Nel nostro agire privato e pubblico, naturalmente.

Vorrei proporvi alcune argomentazioni di Carol Gilligan, a proposito di questa scissione della coscienza, di come ricomporla e di quale sia il ruolo delle donne nel cammino di liberazione della nostra società dal patriarcato, che azzoppa anche il concetto stesso di democrazia.

“Proverò a dimostrare che non è una questione di essenzialismo o di socializzazione, ma una questione di sviluppo o di iniziazione. Non è che noi, le donne, siamo essenzialmente differenti dagli uomini o che siamo tutti uguali, o che gli uomini e le donne siano educati a ricoprire ruoli differenti, come spesso accade. Il punto è che una psiche sana, così come un corpo sano, resiste alla malattia (dovrebbe, ndr). Tra la natura umana e le strutture del patriarcato si genera un profondo conflitto, che porta una psiche sana a resistere ad un’iniziazione che impone la perdita della voce e il sacrificio delle relazioni. La psiche lotta per liberarsi dalla dissociazione, dalle scissioni della coscienza, che relegano parti di noi e della nostra esperienza, al di fuori della consapevolezza. Altrimenti le donne come avrebbero potuto trovare la forza per assicurarsi l’azione, il diritto alla proprietà, il voto, una retribuzione equa e la libertà, compresa la loro liberazione da ciò che Lyn Mikel Brown e io abbiamo chiamato “la tirannia dell’essere carina e gentile”? Come potrebbero altri liberarsi della colonizzazione sia psicologica che politica? Il neurobiologo Antonio Damasio sostiene che registriamo la nostra esperienza momento per momento. Nel corpo e nelle emozioni registriamo la musica o “il senso di ciò che accade”. Quando non riusciamo a registrare questi segnali, i pensieri finiscono per separarsi dall’esperienza e allora è facile cadere sotto l’influenza di una falsa autorità” (pagg. 47-48, La virtù della resistenza).

In pratica, per Gilligan esiste qualcos’altro che determina il prevalere o meno, il perpetuarsi di una struttura culturale di tipo patriarcale, che implica quella scissione. A monte c’è un conflitto tra noi e quel tipo di cultura. Il nostro grado di resistenza viene messo a dura prova, e naturalmente entrano in gioco molti fattori, come quello di poter avere un corpo psichico, congiunturale, “sano”, con anticorpi (culturali) e sentinelle che ci consentano di opporci. Chiaramente, essere “sani” corrisponde a un contesto (personale e culturale) favorevole, di sostegno, che ci consenta di dire no. A mio avviso, in alcuni ambienti, in una fase della vita in cui i passaggi sono spesso turbolenti, diventa complicato avere dalla propria parte un atteggiamento sereno, ragionevole, capace di osservare obiettivamente il mondo che ci circonda. Ci ricordiamo tutti cosa comporta crescere e diventare adulti. Quando non si ha l’abitudine a pensare e a riflettere, a interrogarsi, è come se la nostra esperienza del mondo subisse uno strappo dal nostro vero essere, come se ci fosse una vita del corpo che non collima con quella del pensiero, che a questo punto è più facilmente esposto ad attacchi di ogni tipo, anche quelli che ti portano a pensare che l’ordine patriarcale sia l’unico possibile, giusto e benefico.
Noi donne siamo in grado di riconoscere, prendere consapevolezza e resistere a tutto questo, lo abbiamo dimostrato. Aiutiamo tutte le donne, le ragazze ad acquisire gli strumenti per fare trincea e resistere. Ancora una volta, a mio avviso è cruciale una rivoluzione culturale permanente e mettere in campo una sorta di alfabetizzazione femminista di base. Spiegando che l’unica vera via di fuga da una vita “al guinzaglio degli stereotipi e dei ruoli precostituiti di genere” è non smettere mai di usare la propria testa, leggere tanto e domandarsi sempre il perché delle cose, per sapere dove ci si trova, per sapere chi si è davvero.

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Doing gender

doing gender

 

Simone De Beauvoir sosteneva che “donna non si nasce, si diventa”.
Ho trovato molto interessanti le argomentazioni di Chiara Volpato sul tema (in “Psicosociologia del maschilismo”) e vorrei condividerle. Secondo la storica francese Michelle Perrot questo processo si può applicare specularmente all’uomo: “la virilità non è più naturale della femminilità”. Diventare donna o uomo significa cercare di assomigliare ai modelli che la propria cultura attribuisce all’uno o all’altro genere. Candace West e Don Zimmerman, due sociologi statunitensi, nel 1987 coniarono l’espressione doing gender, per indicare che la formazione di un’identità di genere è un percorso, un processo che attraversa l’intera esistenza. La mascolinizzazione è un processo che inizia da piccoli e si compone nel rapporto con i pari e poi lo si completa da adulti. Ma a quanto pare i maschi sono chiamati ad affrontare molti più ostacoli delle femmine. Devono eliminare da sé, fisicamente e mentalmente, l’influenza “effeminante” della madre e delle donne, devono acquisire modi bruschi, atteggiamenti che certifichino il loro essere maschi DOC. I bambini devono affrontare il distacco dalla figura materna per costruire la propria identità maschile, mentre per le bambine la femminilità è rafforzata dall’identificazione con la madre. Margaret Mead, nel 1949, sottolineava come nei ragazzi sia più forte la preoccupazione di non diventare mai “veri uomini”. Sin da piccoli i maschi sono chiamati a compiere un processo di autodifferenziazione, mentre alle femmine viene richiesta una semplice accettazione di sé (non semplice, ma che di solito è raggiungibile). Viene poi richiamata una sorta di ricerca da parte dell’uomo di raggiungere il medesimo “trionfo”, la sensazione di successo che prova la donna con il parto (su cui nutro qualche dubbio, ma evidentemente gli uomini la vedono così). Ecco che i vari riti di iniziazione, le prove e la solidarietà maschile servono proprio alla certificazione di essere veri uomini. Secondo l’antropologo David Gilmore (Manhood in the Making: Cultural Concepts of Masculinity, 1990) la femminilità si presenta come “condizione biologica che può essere culturalmente perfezionata”. Per Gilmore esiste una “tendenza, presente nella maggior parte delle culture, a polarizzare i ruoli sessuali, enfatizzando le potenzialità biologiche e definendo la correttezza dei comportamenti maschili e femminili in modi opposti e complementari”. “La virilità, è una nozione eminentemente relazionale, costruita di fronte e per gli altri uomini e contro la femminilità, in una sorta di paura del femminile e innanzitutto di se stessi” (Pierre Bourdieu La domination masculine, 1998). L’ipotesi che la dominanza maschile nasconda un complesso di inferiorità rispetto alla potenza generatrice della donna, la ritroviamo in Luciano Ballabio (Virilità. Essere maschi tra le certezze di ieri e gli interrogativi di oggi, 1991): “la paura di somigliare a una donna, che è alla base della tradizionale socializzazione maschile, sarebbe espressione di una inconfessata e inconfessabile invidia del potere femminile”. Per cui il maschilismo sarebbe un’autodifesa virile dalla paura della femminilità (da qui anche il mito della creazione della donna da una costola di Adamo). Per questo si ricorre alla competizione tra maschi, all’adozione di comportamenti iper-mascolini, si codifica l’eterosessualità come “normalità” sessuale (visione che sfocia nell’omofobia). Secoli di cultura che hanno codificato il maschio perfetto, il cui ritratto è mutato ben poco, difeso e sostenuto dagli uomini, come vessillo della superiorità maschile. Chiara Volpato nel suo “Psicosociologia del maschilismo” la chiama “stagnazione nelle prescrizioni di mascolinità”. L’adesione al modello e al principio di solidarietà omosociale (relazioni non sessuali tra membri dello stesso sesso) maschile sono necessari, indispensabili per far parte del gruppo egemone.

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