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Sotto e mal rappresentate

su 1 aprile 2015

 

Non parlerò di rappresentanza politica delle donne. Anche se di figure femminili si tratta. Se tu immergi un bambino sin dalla più tenera età in un contesto che tende a rappresentare la realtà in modo parziale, avremo un adulto al quale sarà arrivato un messaggio altrettanto parziale. Alcuni studi tra gli anni ’70 e ’80 sui libri di storie per bambini hanno evidenziato una maggioranza di personaggi, eroi e protagonisti maschili. Questa minor presenza poteva portare a pensare che il ruolo delle donne fosse meno importante e rilevante nell’azione, anche perché spesso le figure femminili erano fragili, rappresentate in ambito domestico, bisognose d’aiuto e con ruoli tutto sommato passivi. L’avventura era prerogativa maschile. Oggi forse qualcosa sta cambiando, con protagoniste che se la cavano perfettamente da sole e che riescono a sovvertire i vecchi stereotipi. Ci sono principesse che rifiutano il proprio destino da soprammobile per fare le dottoresse (come Arianna in Zog qui).

Zog

 

Per cambiare l’assetto culturale, la percezione delle figure femminili, conta molto quanto queste eroine siano diffuse e quanto pubblico riescano ad avvicinare. Frozen è su questa scia, ma mi piacerebbe comprendere cosa sia arrivato ai bimbi maschi del messaggio veicolato da questo cartone. Perché non è importante solo la percezione che le bambine hanno di sé, ma anche in che modo i bambini si costruiscono un’idea del genere femminile. E qui è sempre importante il ruolo degli adulti nella scelta delle letture e dei messaggi da trasmettere.
I libri di testo, di storia, le antologie ecc. soffrono spesso di una sotto-rappresentazione delle donne, figure a volte legate solo al ruolo di cura. Come se all’umanità mancasse un pezzo, come se alla storia fosse stata sottratta la memoria delle donne del passato. Dimenticandoci delle tante donne che hanno saputo incidere nella storia e contribuire al progresso del genere umano. Forse sarebbe il caso di intervenire e di correggere questo aspetto con maggior convinzione e sistematicità, non affidandosi esclusivamente alla buona volontà di qualche insegnante, che si impegni ad “integrare”.

In compenso i media, le riviste e le pubblicità sono ricolmi di stereotipi femminili. Come rilevava già Berger J. nel 1972 in Ways of seeing, il corpo delle donne è fatto per essere guardato, mentre quello dell’uomo è fatto per l’azione. Del corpo maschile si cerca di celebrare l’energia, gli ideali del potere, della forza e della supremazia. L’uomo non è oggetto dell’osservazione, ma soggetto attivo, rappresentato sempre nell’atto di compiere qualche azione. I corpi delle donne vengono posti in modo tale da essere guardati, da chiedere di esserlo. Gli uomini agiscono, mentre alle donne è richiesto di apparire, come “oggetto della visione”.
Rosalind Coward ha intravisto nei messaggi delle pubblicità e dei media un implicito incoraggiamento affinché le donne considerino il loro corpo un progetto, su cui lavorare, da curare in ogni suo più piccolo angolo. Basta dare un’occhiata alla miriade di prodotti di bellezza e di cura femminili adatti ad ogni più piccolo pezzo di corpo.

 

 

L’essere adeguate non per se stesse, ma finalizzato al piacere agli uomini. Ci viene insegnato a guardare al nostro corpo e a tutta la nostra persona non con un punto di vista personale, ma sempre in funzione dello sguardo e del giudizio maschile. La donna deve continuamente fare i conti con la sua immagine, così come viene percepita dagli altri, perché da questo ne deriverà il successo o l’insuccesso nella vita, perché si veicola il messaggio che il successo deriva dal piacere agli uomini. In tutto questo non c’è spazio per la personalità, per una cura del proprio universo interiore. Comprendete che non sempre si è in grado di evidenziare queste pressioni psicologiche nascoste. Specialmente in una fase di formazione e di creazione di una propria identità. Non tutte riusciranno a smarcarsi, anche perché ci saranno sempre nuove sollecitazioni affinché ci si adegui e si compiaccia un certo tipo di mentalità che si aspetta solo determinate cose dalle donne. In questo modello la donna va tenuta sotto controllo, la sua immagine deve essere ben distinta da quella maschile. In questo entra in gioco l’atto maschile di guardare, nella fruizione di materiale pornografico. Secondo Root J. in Pictures of Women del 1984, l’eccitazione del pornomane deriva dall’idea di spiare, di osservare qualcuno che non può vederci. Le figure femminili sono “fissate” (sia sulla stampa che sullo schermo), ma forniscono l’illusione che ci sia una disponibilità sessuale esclusiva. La donna diventa oggetto sessuale per il maschio, al servizio del suo desiderio. La passività e la disponibilità femminili della pornografia le ritroviamo nella nostra quotidianità, su riviste femminili, sulle pubblicità, nei media in generale. Ecco il motivo per chiedere un cambiamento nei messaggi veicolati dalla pubblicità e dai media. Andrea Dworkin si era schierata a favore di una censura statale della porrnografia: “l’esposizione a temi di violenza e di predominio maschile desensibilizza il pubblico maschile e può spingerlo a credere che le donne traggano piacere dalla sofferenza e dall’umiliazione”.

Catherine MacKinnon sostiene che la “pratica sociale dell’oppressione delle donne gratifichi sessualmente l’uomo”. Per cui la pornografia rifletterebbe la natura della sessualità maschile. Questo mix di materiale pornografico e di messaggi dei media che veicolano questa idea di sottomissione e controllo della donna, producono una realtà immaginaria, parallela di cui gli uomini si nutrono. Se poi alle immagini aggiungiamo un uso del linguaggio altrettanto funzionale a questa visione, abbiamo costruito un meccanismo diabolico difficile da scardinare. Per questo dobbiamo ragionare in parallelo. Nessun dettaglio deve essere lasciato al caso. Non lasciamoci rappresentare attraverso gli stereotipi, comprendiamone i meccanismi e adoperiamoci affiché le cose cambino, partendo dal nostro quotidiano. Coraggio, mai mollare o farsi intimidire!
Prendiamo esempio da mia figlia, 3 anni, che quando va al parco e trova dei bimbi più grandi che giocano a calcio, si butta nella mischia e urla: “la prendo io!”. Chi ci può fermare?!

 

Fonte studi: Vivien Burr, Psicologia delle differenze di genere, Il Mulino 2000.

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5 responses to “Sotto e mal rappresentate

  1. cristinadellamore ha detto:

    Purché quando arriva a scuola non trovi (tua figlia, intendo) l’insegnante che le spieghi come deve comportarsi una ragazza

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  2. Paolo ha detto:

    le battaglie censorie di Dworkin e MacKinnon non le condivido affatto e non perchè io sia in fan del porno, personalmente trovo molto più eccitanti le scene d’amore di una qualsiasi soap opera o serie tv rispetto al porno ma forse per MacKinnon e la sua visione paranoica della sessualità maschile sarebbero sessiste anche quelle.
    E credo che film, romanzi, telefilm di oggi (e non solo di oggi) raccontino personaggi femminili credibili, complessi e variegati come quelli maschili

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  3. jokai ha detto:

    Le storie tipo “Alice nel paese delle meraviglie”, “Momo”, le fiabe tipo “La regina delle nevi”. “I sei cigni”, “Dodici messi” hanno come protagonista un personaggio femminile di chi dipende la salvezza di tutti, ma anche nelle fiabe dove i pretendenti devono lottare per lei sempre attorno a lei ruota il mondo. Dipende solo che fiabe conosciamo.

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    • simonasforza ha detto:

      Personalmente penso che Momo sia già per un pubblico più consapevole e adulto, perché da piccoli non si comprendono alcuni aspetti fondamentali. Almeno così è stato per me. Idem per Alice.. Comunque è chiaro che oggi abbiamo un’offerta sicuramente più ampia di libri per l’infanzia meno “stereotipati”. Bisogna solo saper scegliere.

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