Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Donne schiave sessuali e bottino di guerra

su 21 agosto 2015

Tutto ciò che sta accadendo alle nostre sorelle (e non certo da oggi), bottino di guerra e ridotte in schiavitù dall’Isis, ci riguarda direttamente e ci chiama a svegliarci dal torpore e dall’indifferenza. Le donne e le bambine yazide sono vittime di quella che viene definita la “teologia dello stupro”, secondo la quale gli abusi sessuali sono considerati atti di purificazione dei miliziani. Sono le “sabaya“, le schiave rapite, vendute o donate ai combattenti (con tanto di listini prezzi e contratti d’acquisto). Addirittura ho letto in un articolo che “un gruppo ultra-radicale avrebbe inoltre indetto una sorta di concorso a premi imperniato sulla memorizzazione delle sure del Corano: ai primi tre classificati andrebbe come ricompensa appunto una schiava”. In questa guerra assurda e folle sono ancora una volta le donne e le bambine a subire le conseguenze più atroci. Siamo tornati al mercato delle schiave. Si legge in questo articolo:

ISIS demands nothing less than the conversion of all Christians and Yizidis to Islam under penalty of death for men and enslavement for women and children.

Le Nazioni Unite hanno già dall’estate 2014 lanciato l’allarme di questo genocidio di donne e bambine (QUI). Ma le cose non sono cambiate. Non sarebbe il caso di fermare questo genocidio, queste violenze? Dove sono i difensori dei diritti umani?

Qui in “Occidente” o nel mondo laico tendiamo a restare distanti, come se queste cose non ci riguardassero. Se ne parla molto poco. Si tratta della stessa “rimozione” che a volte si commette quando si parla superficialmente di prostituzione. Ragioniamo a compartimenti stagni. Questa estate Amnesty International ha di fatto preso posizione sulla prostituzione. Ha commesso due errori: separare la tratta e lo sfruttamento dalla prostituzione, adottando il termine “sex work”; neutralizzare la violenza definendolo un lavoro, e come fa giustamente notare Stephanie Davies-Arai (qui), ha rimosso la disuguaglianza di genere, attraverso l’uso del termine neutro “sex work”, che poi neutro non è, come dicevo qui.

Mi piace il passaggio:

“By reframing ‘lack of choice’ as ‘choice’ their policy essentially supports the rights of a mythical group of women who are somehow equal to men in terms of status, opportunity and economic independence.”

E’ il discorso che facevo nel mio articolo QUI, si potrà parlare di libera scelta solo quando il punto di partenza (condizioni socio-economiche-culturali) sarà uguale per tutti. Amnesty, parlando di scelta, ha di fatto deciso di rimuovere “la mancanza di alternative”, per supportare un ipotetico gruppo di donne che si trovano sullo stesso piano dell’uomo.

Amnesty states in its policy background document: “the term “sex worker” is intended to be gender neutral, as both men and women provide commercial sexual services.”
As it is overwhelmingly women and girls who are bought by men, any policy which is constructed out of a denial of that truth is meaningless. If we stop for a moment and imagine that that statement reads ‘it is overwhelmingly black people who are bought by white people’ it’s clear that no Human Rights organisation would be trying to obscure that fact in any policy.
Once the foundation of gender inequality is removed, Amnesty is able to reframe ‘sex work’ as a free choice between consenting adults: “Amnesty International believes individuals are entitled to make decisions about their lives and livelihoods, and that governments have an obligation to create an enabling environment where these decisions are free, informed, and based on equality of opportunity.”

Violenza e sfruttamento di genere, donne schiavizzate, oggettivizzate, disumanizzate, mercificate hanno dappertutto un comune denominatore culturale patriarcale e maschiocentrico. Questo vale in tutto il mondo, anche quando si accampano motivazioni religiose come nel caso dello Stato Islamico. Alla base c’è sempre un potere maschile che si esprime attraverso la sopraffazione nei confronti di donne e bambine, considerate “esseri inferiori”.

E da noi? Cosa si pensa? Come vengono considerate le donne e i loro corpi?

Rendendo possibile, ammissibile l’acquisto di un corpo di un essere umano, per soddisfare un presunto bisogno (irrinunciabile e irrefrenabile come molti lo dipingono) e diritto maschile al sesso, nessun’altra battaglia sui diritti sarà concepibile, perché tutti saremo considerati mercificabili, consumabili, sacrificabili. Concepire la prostituzione come un lavoro è come dare il via libera alla lesione di tutta una serie di diritti umani fondamentali. Il problema centrale e urgente resta quello di difendere i diritti delle donne, tutte, senza distinzioni e senza limiti geografici, perché tutte abbiano un’alternativa e una vita libera da violenza e sofferenza. Che facciamo, difendiamo i diritti solo di alcune donne? Dobbiamo cercare di dare uno spaccato reale della prostituzione e non costruire tutte le nostre argomentazioni sul mito delle prostitute felici e autodeterminate. A coloro che con tanta leggerezza parlano di regolamentazione, di prostituzione come lavoro chiedo: “Perché di solito si tende ad omettere i motivi che portano le donne in prostituzione? Perché non vi impegnate a combattere le differenze economico-sociali che sono spesso la causa di tutto? Perché non si fa alcun riferimento al fatto che l’industria del commercio di sesso violi i diritti delle donne? Perché non si parla delle “abitudini” violente e sadiche dei clienti? I clienti come al solito scompaiono, la domanda è ininfluente e sembra che restino solo le donne che chiedono di prostituirsi per pura scelta personale.
Siamo messe male. Se questo vuol dire essere libere.

Concepire la schiavitù e la privazione dei diritti per alcune è una cosa assurda. A me pare un mix letale, tanto vale mettere in cantina tutte le lotte… A queste persone dico: “dovresti batterti contro quel sistema che ci toglie i diritti e ci rende tutti schiavi. Invece tu scegli di consentire che esista un “campo libero” senza regole, in cui consenti di mercificare solo una parte di esseri umani (perché sacrificabili e perché tanto pensi che non toccherà mai a te).” Siamo diventati delle amebe, incapaci di empatia. Facciamo le radicali e libere, ma con la vita degli altri.. semplice vero? A questo è ridotto il femminismo?

Come ci ricorda Kate Farhall, citando Catharine MacKinnon  in questo articolo:

In 2006, feminist lawyer Catharine MacKinnon published a collection of essays entitled Are Women Human? in which she asserts that, internationally, women are treated as “things” rather than people. She argues it is this dehumanization of women, their treatment as objects, which underpins various forms of oppression from domestic violence to trafficking to rape in war.

La deumanizzazione delle donne, considerarle alla stregua di oggetti, è alla base delle varie forme di oppressione che vanno dalla violenza domestica alla tratta e allo stupro in guerra.

Dovremmo recuperare la nostra capacità di non separare i fenomeni. Ci riteniamo veramente culturalmente evoluti se continuiamo a considerare “normale” e ineluttabile comprare un corpo di donna per sesso? Cosa c’è di differente tra uno stupro in zone di guerra (ricordiamo tutti ciò che avvenne in Bosnia) e lo stupro quotidiano che avviene a casa nostra a danno delle tante donne vittime di tratta? Sappiamo anche come le organizzazioni criminali internazionali si prodighino a fornire schiave sessuali a militari o operatori di pace, seguendo i campi di battaglia. Non lasciamo le storie e le vite di queste donne e bambine nell’ombra, come se fosse un effetto collaterale e ineluttabile qui e altrove nel mondo. Se siamo contro la mercificazione, l’oggettivazione, lo sfruttamento, lo stupro, lo schiavismo, dobbiamo combattere tutto ciò sempre e in ogni luogo, in ogni sua forma. Non possiamo separare gli ambiti, sarebbe incoerenza. Difendiamo i diritti umani sempre e non permettiamo che la cultura patriarcale permetta di conservare “territori”, angoli di umanità in cui questi diritti non valgono e sono ignorati.

Chiudo con le considerazioni di Kate Farhall:

(…) Una donna non dovrebbe essere la moglie, la sorella o la figlia di un uomo per fargli capire che lei merita di essere libera dalla violenza e che è degna di rispetto in quanto essere umano. Gli uomini devono essere incoraggiati a combattere l’oppressione delle donne non perché questo è ciò che i “veri uomini” fanno, o perché possono trarre qualche vantaggio personale dalla maggiore uguaglianza tra i sessi, ma perché le donne sono esseri umani. Ma la rivoluzione è notoriamente difficile, e un cambiamento sociale radicale spesso e volentieri è raro e lento nel suo progresso. Per il momento forse ci dovremmo accontentare di includere gli uomini nelle conversazioni femministe. (…)

Nella speranza che tali conversazioni non siano contaminate da retaggi patriarcali introiettati.

AGGIORNAMENTO 26 agosto 2015

Mi scuso per l’immagine che avevo adoperato in precedenza per questo post. Ho fatto girare una immagine non corretta e me ne prendo la responsabilità. Mi sono affidata a un’immagine usata su una testata giornalistica, Huffington Post.

http://www.huffingtonpost.it/2014/10/10/isis–donne-vendute-al-mercato-_n_5966074.html

Sono colpevole? Sì, così come tutti quelli che adoperano immagini tratte da giornali.

A voi la libertà di non leggermi più.

Il contenuto di questo post resta valido, a mio avviso. Non neghiamo la realtà. La prossima volta sarò più accurata nella scelta dell’immagine e cercherò di non cadere in trappole mediatiche.

Oggi ho imparato tante tante cose.

p.s. un consiglio è non limitarsi alle illustrazioni, ma in proporzione alle capacità di ognuno, provare a leggere anche il testo.

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26 responses to “Donne schiave sessuali e bottino di guerra

  1. Generazione Admin ha detto:

    L’ha ribloggato su GENERAZIONE.

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  2. cristinadellamore ha detto:

    Quello che viene fatto ad una donna viene fatto a tutte le donne: è una cosa che ci riguarda

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  3. stefano ha detto:

    Mettere nello stesso articolo Amnesty e ISIS è intellettualmente disonesto. Inoltre nel parlare di scelta, Amnesty dice chiaramente che non per tutti è una scelta, che il termine “sex work” è usato in maniera generica, ma che non tutt@ vi si riconoscono e parla chiaramente di condizioni di povertà che determinano e minano la possibilità di scelta. Prima di esprimere opinioni su cosa pensano gli altri è il caso di informarsi.

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    • simonasforza ha detto:

      La mercificazione di un essere umano è sempre disonesta. Così come non voler vedere l’attinenza tra le varie forme di violenza che colpiscono le donne. Se poi volete avere campo libero per sfruttare e stuprare le donne, ditelo chiaramente. Noi ci opponiamo a questo tentativo di aggirare i diritti delle donne, che sono esseri umani, nonostante ci siano uomini che vogliono negare questo.

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      • stefano ha detto:

        Amnesty, parlando di scelta, ha di fatto deciso di rimuovere “la mancanza di alternative”, per supportare un ipotetico gruppo di donne che si trovano sullo stesso piano dell’uomo.

        Questo è quello che hai scritto.

        9. As a human rights organization, does this votemean that you are promoting sex work?

        No. We do not believe that anyone should enter sex work against their will and should never be forced or coerced into being a sex worker. There is evidence that sex workers often engage in sex work as their only means of survival and because they have no other choice. This only perpetuates the marginalization of sex workers and this is why we want to ensure we have a policy in place that advocates for their human rights.

        Questo è ciò che è scritto nelle Q&A pubblicate da Amnesty per chiarire la sua posizione.

        Sex worker and sex work: Sex workers are adults (18 years of age and above) who receive money or goods in exchange for sexual services, either regularly or occasionally. Amnesty International recognises that the terms used to refer to sex work and sex workers vary across contexts and by individual preference and that not all people who sell sexual services identify as “sex workers.” Where possible, Amnesty International will employ the terminology used by rights holders themselves. However, generally Amnesty International uses the
        terms “sex work” and “sex worker.” These terms are gender neutral, as people of all genders, including cis and transgender women
        and men, sell sexual services. As outlined above, the terms sex worker and sex work are not applicable to children. Sex work involves a contractual arrangement where sexual services are negotiated between consenting adults, with the terms of engagement agreed between the seller and the buyer of sexual services. By definition, sex work means that sex workers who are engaging in commercial sex have consented to do so, (that is, are choosing voluntarily to do so), making it distinct from trafficking.

        Questo è ciò che scrive per specificare l’uso del termine.
        In nessun modo è possibile interpretare ciò come rimozione della mancanza di alternativa dal discorso, attraverso l’uso del termine “sex work”.

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        • simonasforza ha detto:

          Ho scritto in numerosi post ciò che penso a riguardo, su scelta, bisogno, cosa significa sex work al di là delle edulcorazioni , come sia pericolosa la rimozione dell’ottica di genere. Se non si riesce a comprendere la mia posizione non è un problema. Ma dispiace che si travisi la realtà di tante donne. Per cosa poi? Per non distruggere un fantomatico diritto -bisogno dell’uomo ad abusare di una donna? Forse dovremmo superare questo stadio di inciviltà una volta per tutte. E basta con il paravento della libera scelta. Voi uomini non vi battete mai per i diritti delle donne. Guarda caso spuntate fuori quando si tratta di prostituzione. Un caso? Non credo.

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          • stefano ha detto:

            A me non interessa cosa pensi riguardo a scelta, bisogno e altre cose. A me interessa cosa scrivi riguardo a ciò che dice Amnesty, facendolo passare per quello che non è, carte alla mano. Mi interessa capire come si fa dire che Amnesty abbia scelto di rimuovere la mancanza di alternativa, visto che in suo documento nomina la mancanza di alternative.

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            • simonasforza ha detto:

              Continuo a pensare che la risoluzione di Amnesty sia ambigua perché da una parte si rifà al concetto di libera scelta, dall’altra parte riconosce le condizioni di svantaggio economico-sociale che possono indurre alla prostituzione. Non si comprende con quali strumenti si possa stabilire che una scelta sia del tutto priva di quei fattori che di fatto portano a scegliere di prostituirsi. Come verificare concretamente la consensualità? Amnesty stessa non indica un modello che possa servire a risolvere questi aspetti. Infine, personalmente ritengo che sarebbe stato più opportuno limitarsi a contrastare la penalizzazione della prostituzione laddove è tuttora reato penale, anziché allargare a tutti gli aspetti di un “sex work” che non ha confini così certi. Questa ambiguità, insieme al linguaggio adoperato, hanno pesato non poco sul giudizio che le associazioni di sopravvissute e le militanti abolizioniste hanno dato sul testo.

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              • stefano ha detto:

                Intanto riconoscere la scelta di chi si dichiara sex worker non è in alcun modo in contraddizione con l’evidenza che ci sono persone in difficoltà economiche e che non si considerano sex worker. Non c’è alcuna ambiguità, nel testo viene specificato che il termine viene usato in modi diversi, non ci vuole un genio per capirlo, mentre ci vuole del genio per spacciarla come ambiguità e confondere le acque, come l’idea che Amnesty voglia difendere i diritti di alcuni. Inoltre seguendo il tuo ragionamento non ci sono strumenti per verificare la consensualità neanche in rapporti sessuali non mediati dal denaro, per la consensualità del matrimonio eccetera. Poi non è vero che non ci sono strumenti e non è vero che Amnesty non indica modelli. Se ti leggi la bozza di Amnesty vedrai poi come a fianco alla decriminalizzazione vengono nominati vari strumenti, che sono l’insieme degli strumenti economico-culturali che possono essere messi in campo per dare la possibilità alle persone di non entrare nella prostituzione e di poterne uscire qualora lo volessero.

                Entry into sex work
                Sex workers are not a homogenous group. People of different genders, ethnic and socio-economic backgrounds undertake sex work for a
                variety of reasons and report a diversity of experiences.21 For some, the decision to undertake sex work may be a reflection of limited
                options. For example it may be one of few sources of earnings open to a transgender person facing discrimination in employment. For
                some sex workers the decision to sell sexual services is a matter of suitability or preference- it may offer flexibility and control over
                working hours or a higher rate of pay than other options. Other individuals may turn to sex work as a means of immediate survival
                because of extreme poverty or other forms of social exclusion.
                With regards to entry into sex work, states must:
                – adopt and implement effective programmes, laws and policies, in line with obligations under international human rights law,
                that ensure no person is coerced into sex work and provide effective remedies to people who have been coerced.
                – provide appropriate support, employment and educational options that actively empower marginalised individuals and groups,
                respect individual agency and guarantee the realisation of human rights.
                – take all necessary measures to eradicate discrimination against marginalised individuals and groups who are commonly
                represented in sex work, including discrimination in employment.
                – develop relevant policies and programmes

                Leaving sex work
                In the same way that intersectional discrimination and oppression can limit employment options for people considering selling sex, it
                can also curtail individuals’ ability to leave sex work when they want to. States have an obligation to ensure that no person continues to
                sell sex against their will and that everyone can leave freely when and if they choose.
                In ensuring that individuals can leave sex work when and if they choose, states must:
                – provide adequate and timely access to support- through, for example, state benefits, education and training and/or alternative
                employment.
                – develop and implement support programmes, in consultation with sex workers- including those facing multiple forms of
                discrimination, that are responsive to the lived experiences of sex workers and respect individual agency.
                – guarantee that sex workers are not compelled to participate in such programmes (through threat of sanctions etc).
                – take measures to remove common barriers to employment that sex workers face (such as issues relating to criminal records or
                employment history checks).

                Ma il fatto è che il testo non è stato letto. E infatti non capisco cosa intendi quando dici che Amnesty avrebbe dovuto limitarsi alla decriminalizzazione di chi si prostituisce e cosa significa allargare a tutti gli aspetti di un sex work dai confini incerti. A parte il fatto che limitarsi a chiedere la decriminalizzazione equivale a chiedere ben poco, ovvero risolvere il problema di chi sex worker lo è per scelta, e non fare nulla per il resto delle persone, che è proprio ciò che Amnesty non vuole, se uno si prende il tempo necessario e la disponibilità intellettuale per leggere cosa pubblica.

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                • simonasforza ha detto:

                  Forse non riesci a capire, non mi hai specificato come fai a distinguere nella realtà se è una sex worker nel senso definito da Amnesty oppure una persona che non ha scelta. Basta solo che lei affermi di essere consapevole e che lo faccia volontariamente? Se desideri puoi leggere la testimonianza di Rosen Hicher in questo blog: “Ha mai avuto la sensazione, quando era nella prostituzione, che i rapporti fossero consensuali?
                  Quando ero dentro, sì ero consenziente, per me era parte della mia libertà, dei diritti di una donna che può disporre come vuole del proprio corpo, erano fatti miei e di nessun altro e non capivo perché volessero proibirmi di prostituirmi.
                  Una volta fuori, ci rendiamo conto che abbiamo veramente bisogno di protezione. Abbiamo bisogno di essere informate e protette, dobbiamo arrivare a capire che si tratta di un abuso grave, sono violenze. Una volta fuori, accade quella che io chiamo una rivelazione.”. Inoltre, una persona che è sotto ricatto tenderà sempre a negarlo, per evitare ripercussioni su di sé e la sua famiglia.
                  Per quanto riguarda gli strumenti economici e culturali a cui accenna Amnesty, sappiamo benissimo come sia di difficile attuazione, specialmente laddove si fatica già normalmente a sopravvivere e i servizi dello Stato sono semi-inesistenti. Da come la presenti sembra una prospettiva talmente utopica da rasentare l’idiozia. E intanto le donne si prostituiscono e attendono che lo Stato si degni di approvare misure per proteggerle.. campa cavallo..E’ un programma di massima che si scontra con una realtà durissima.

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                  • stefano ha detto:

                    Io non te la sto presentando, e il punto qua non è cosa tu pensi di cosa dice Amnesty, e neanche cosa ne penso io. ll punto è cosa tu scrivi per far passare cosa dice Amnesty, che è diverso, per questo ho riportato parte del testo.

                    Per il resto non so se ti rendi conto, ma mi stai propondendo la testimonianza di una persona che si è resa conto di aver fatto una scelta sbagliata, di essersi pentita o quel che è, assieme all’ovvietà che ci sono persone tenute sotto ricatto. Ma è una presa in giro o cosa? Secondo te se mi sono letto la proposta di Amnesty e ne sto qui a parlare con cognizione di causa non sono a conoscenza di queste cose? O pensi che viva su Marte e che non abbia avuto ancora la possibilità di essere incluso in una conversazione femminista? E pensi che questo abbia una qualche minima attinenza con i rilievi che ti sto facendo su quello che affermi del contenuto di una bozza pubblica? Il fatto che una persona abbia dei ripensamenti nega il fatto che ci siano o ci possano essere persone che invece quella scelta l’hanno fatta e la vivano bene ancora oggi? Il suo punto di vista è il punto di vista di tutti? Quando io e la mia ragazza facciamo sesso come fai a distinguere se la sua è una libera scelta o no? Io come faccio a saperlo? Siccome non è sempre chiaro quanta libertà di scelta ci sia stabiliamo che non c’è mai? Ti sembra razionale? Per i casi di violenza domestica la polizia fa i turni casa per casa per chiedere se va tutto bene? Oppure ci sono dei centri anti-violenza, dei numeri di telefono, delle campagne informative eccetera?

                    Non mi pare che Amnesty abbia parlato di pranzi di gala.

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                    • simonasforza ha detto:

                      Non mi sembra che pagare una donna per usare il suo corpo sia paragonabile a una relazione affettiva o consensuale o alla pari. Capisci la differenza? Oppure pensi che ogni cosa sia mercificabile? Mi vien da pensare che tu pensi che tutte le relazioni si fondino su uno scambio economico o di convenienza. Sai che cosa sono le diseguaglianze? Ragiona sul denaro, sul potere e sul suo esercizio. Buona giornata!

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                    • stefano ha detto:

                      Non ho fatto alcun paragone. I paragoni si fanno per mettere a confronto degli oggetti, degli artisti, delle situazioni eccetera. Io ho fatta un’altra cosa. Ti ho mostrato una situazione diversa nella quale applicare il tuo ragonamento. Posso fare anche altri esempi. Se non possiamo sapere con certezza se un negoziante paga il pizzo chiudiamo tutti i ristoranti?

                      Quindi i tuoi dubbi su cosa penso io delle relazioni o altro non hanno ragione di esserci per quello che ho scritto, perché non ho proprio espressa alcuna opinione in merito. Però capisco che se ti vengono certi dubbi su di me a partire da quello che scrivo si spiega il perché parli così della proposta di Amnesty.

                      saluti

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  4. Paolo ha detto:

    credo si possa essere contro gli stupri e la schiavitù sessuale e anche lo sfruttamento della prostituzione anche senza essere seguaci di Catharine Mackinnon e anche senza condividere una certa nozione di “oggettificazione” quando si allarga ad ogni immagine femminile esplicitamente erotica senza badare al contesto in cui è inserita

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  5. Paolo ha detto:

    e comunque il concetto che “i veri uomini” non maltrattano le donne o meglio gli uomini degni di questo nome, io non lo sottovaluterei. Far capire che maltrattare le donne non centra con la virilità o meglio con una virilità sana è importante

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  6. Massimo Lizzi ha detto:

    Una prostituta non è mai consenziente. Infatti, bisogna pagarla. Può essere consenziente allo scambio sesso-denaro, ma in questi termini potevano diventare consenzienti anche le vittime di stupro quando accettavano il risarcimento in denaro dello stupratore messo sotto processo. Il cliente risarcisce in anticipo o subito dopo, senza il bisogno di denunciarlo. Nel caso non risarcisse, cioè non pagasse, la prostituta può denunciarlo, non per furto, ma per violenza sessuale. E vi sono già state sentenze che hanno condannato clienti insolventi per violenza sessuale. Questo dice della sostanza della prostituzione: uno stupro a pagamento. Ammesso questo, il “consenso” è un’alibi per mettere a posto la coscienza dei clienti e la legalizzazione un espediente giuridico, per normalizzare lo sfruttamento sessuale delle donne.

    La povertà può essere una condizione favorevole alla prostituzione, ma non è la vera causa. La grande maggioranza delle donne povere non si prostituisce. Gli uomini poveri non si prostituiscono. Se la prostituzione fosse una scelta di libertà, gli uomini, mediamente più liberi delle donne, sarebbero i primi a sceglierla. Si obietta che per loro non c’è mercato, non c’è domanda femminile di prostituzione maschile. Questa è appunto la vera causa della prostituzione femminile: la domanda maschile. Le donne si prostituiscono, perché lo vogliono gli uomini.

    E’ giusto che un uomo sostenga la depenalizzazione dell’attività della prostituta, perché lei non deve pagare alcuna conseguenza legale per quello che fa, per corrispondere alla volontà degli uomini. Ma poi dovrebbe fermarsi lì. Perché quando gli uomini si mettono a pensare regole, leggi e codici, per normare la prostituzione, entrano in conflitto di interessi.

    Sulla opportunità di sanzionare i clienti, si può discutere. Io sarei per provare. Può essere non sia efficace. Di certo, non è una violazione dei diritti umani.

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    • quark ha detto:

      I clienti delle prostitute come gli stupratori !!! Questo sì che è un argomento convincente !
      Quindi secondo lei Amnesty International ha dato sostanzialmente il via libera a milioni e milioni di stupratori in tutto il mondo !

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        • quark ha detto:

          Gli uomini italiani che vanno con le prostitute sono stimati in circa 9 milioni . Almeno così dicono … Siamo circondati da gente violenta , pervertita e malata ! O forse no … http://www.panorama.it/societa/il-cliente-e-la-prostituta-un-rapporto-a-volte-d-amore/

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          • simonasforza ha detto:

            Sempre per chiarire sui numeri, Mirta Da Pra – Gruppo Abele: https://www.youtube.com/watch?v=SJiVyQ2Pzp8
            Non sono uomini “alieni”, ma che chiaramente hanno seri problemi di relazioni paritarie.
            Non venite a parlarmi d’amore, certa stampa dovrebbe finirla.. altrimenti come si spiegano le violenze inferte alle prostitute, che spesso vengono uccise dai clienti. Non chiamatelo amore, altrimenti siete voi per primi ad avere problemi nel definire relazioni e sentimenti.

            “In my view and that of other feminist abolitionists, prostitution both reflects and cements the broader subordinated condition of women under male supremacy, while also constituting its distinctive “bottom,” setting a subclass of women (and children, and a relative few men) apart and dehumanizing them in an especially devastating way.

            For us, then, Amnesty’s decision—though more or less expected—is difficult to bear. Because we believe prostitution itself to be a massive violation of women’s human rights, to have the world’s largest and most respected human rights organization recommend its full decriminalization is a bitter pill indeed, prompting raw expressions of grief and rage on social media and in personal communications. As prostitution survivor, activist, and author Rachel Moran has put it, “To be prostituted is humiliating enough; to legalise prostitution is to condone that humiliation, and to absolve those who inflict it. It is an agonising insult” (Paid For, 2013, p. 221).

            Amnesty proudly heralds “a vote to protect the human rights of sex workers”—no doubt leading many to wonder who could possibly oppose such a manifestly noble endeavor. One has to take a second look in order to see whose rights—to do what—are being protected here. Amnesty assures us, “Our policy is not about the rights of buyers of sex—it is entirely focused on protecting sex workers who face a range of human rights violations that are linked to criminalization.”

            In fact, they are quite clearly and unequivocally recommending the full decriminalization of all parties in the sex trade: pimps and buyers as well as prostituted persons. Those inclined to celebrate this decision should at least fully understand what they are celebrating. In regimes of legalized or decriminalized prostitution, male sex-buyers become legitimate customers of a service like any other, free from any whiff of stigma or legal risk. Pimps of all stripes, from street to Craigslist to the mega-brothels of Germany and more, become legal, respectable businessmen.

            The way to address the harms of prostitution is by disincentiving both pimping and sex-buying—that is, making both selling women and buying women riskier and more stigmatized (and, in the former case, less lucrative). Legalizing or decriminalizing prostitution does exactly the opposite. As prostitution survivor and activist Natasha Falle recently tweeted:

            If full decriminalization (wiping out pimping laws) is not a ‘green light for pimps,’ why is my pimp laughing on his page right now? @amnesty

            To recognize Amnesty’s decision as fatally and tragically wrong, all one needs to know is two things: first, prostitution as we know it, here in the actual world, is rife with human damage and tragic abuses, some of which are considered “trafficking” and some of which are not. And second, legalizing or decriminalizing prostitution facilitates and increases these abuses.

            Wherever women and girls have even minimally tolerable other options for feeding and sheltering themselves and their children, very few choose to engage in prostitution. Certainly, not nearly enough do so to fulfil the apparently insatiable demand of men (as a class) to pay for the sexual use of female bodies. Therefore, because there’s serious money to be made off of said demand, more desperate women and girls will be found elsewhere and brought in to satisfy the surplus demand. Or, manipulative and coercive means will be used to induce unwilling women into prostitution and keep them there. Hence, in both cases: trafficking.

            When sex-buying is legalized (or decriminalized), more men do it; so demand goes up. When pimping is legalized (or decriminalized) in a particular country, the pimps already there are emboldened, and pimps elsewhere head straight for that country’s borders, where the money’s good and the legal risk nonexistent. Both heightened consumer demand and reduced risks for pimps feed trafficking; therefore, trafficking goes up, not down. Thus, if you are opposed to trafficking, you should oppose decriminalizing pimps and johns.

            The Amnesty documents emphasize repeatedly that only consensual sex work should be decriminalized. Furthermore, they say, the eventual policy will be “fully consistent with Amnesty International’s positions with respect to consent to sexual activity, including in contexts that involve abuse of power or positions of authority.”

            Given all we know about the global realities of prostitution, and all that many of us have come to understand about the complexities of sexual consent, surely we must take Amnesty’s assurances here with a hefty grain of salt. Let’s just say that if Amnesty really wants to decriminalize only fully consensual “sex work,” and if they apply to this endeavor even a moderately stringent (and feminist) conception of sexual consent, they will find themselves with damn little left to decriminalize.”

            Rebecca S Whisnant
            Univerity of Dayton – Associate Professor; Director of Women’s and Gender Studies Program

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            • quark ha detto:

              ” Le prostitute che spesso vengono uccise dai clienti ” . I casi di femminicidio nel 2014 in Italia sono di uno ogni tre giorni … Di prostitute uccise durante tutto l’anno se ne contano 7 , in tutto .
              Se parli di violenza maschile , fossi in te sposterei l’attenzione dentro le mura di casa di tante belle famiglie , con i mariti che non sono mai andati a prostitute e magari la domenica vanno a messa …

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              • simonasforza ha detto:

                Ti sembra che ci siano vite che hanno più valore di altre? E tutte le violenze non denunciate? Suvvia, non scherziamo con le vite umane. E poi ricordiamoci che gran parte di quei clienti abitano le nostre case e le nostre vite.

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                • quark ha detto:

                  Chi ha detto che ci sono vite che hanno più valore di altre ?
                  Piuttosto , prova a rispondere nel merito …

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                  • simonasforza ha detto:

                    Ho già dato abbastanza risposte, ma non mi sembra che tu abbia capito la realtà della prostituzione, credo che ti faccia piacere credere al mito della prostituta felice e del cliente benefattore. E poi in tutta questa faccenda non dimentichiamoci delle organizzazioni criminali che vengono alimentate dalla domanda di sesso a pagamento.

                    Mi piace

              • Paolo ha detto:

                certe famiglie sono un inferno certe altre no..sia in questo caso sia nella prostituzione mai generalizzare

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